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Quaderno proibito
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Quaderno proibito

Se in «Balzac e la piccola sarta cinese» di Dan Sijie (si veda la recensione in questo sito) una ragazza di campagna > ha imparato da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo , per Valeria è l'acquisto di un quaderno con cui una madre di famiglia, per tutti ormai «mammà», può esaurire > senza colpa il suo segreto di essere ancora Valeria. Non è un semplice diario ma un ripostiglio «proibito», d'altra parte > tutte le donne nascondono un quaderno nero, un diario proibito. E tutte debbono distruggerlo. E' dall'angolo di visuale di un quaderno, prospettiva singolare e magica, che si sviluppa una storia ambientata negli anni' 50, in un Italia povera e tradizionale, ma già in trasformazione per l'incipiente sviluppo economico. L'io narrante è Valeria stessa, ovviamente; efficiente e impegnata madre di famiglia, scopre che > imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita. Ma non so se è un bene, temo di no. (...) Questo quaderno, con le sue pagine bianche, mi attrae e allo stesso tempo mi sgomenta. Tramite il diario proibito Valeria si accorge che il marito, alla superficie così premuroso, l'ha incapsulata in uno stereotipo di brava moglie e madre, nascondendole, anche lui, di aver scritto un romanzo e di sperare di pubblicarlo. Pure i due figli, la ribella Mirella e il fragile Riccardo, la vedono nello stesso ruolo, non immaginando che sia possibile un'altra vita per «mammà». Si accorge come in famiglia, > pur volendoci tanto bene, ci difendiamo l'uno dall'altro come nemici. Alla figlia che la vede stanca e la vorrebbe aiutare, Valeria le dice: > non ti occupare di queste cose, Mirella. (...) Poi più piano, ho aggiunto: «Vattene», (...) temo che qui ci siano molte brutte cose, molte bugie. Forse non te lo dirò più, ma ricordati che te l'ho detto stasera: salvati, tu che puoi farlo. Vattene, fa presto. (...) No, io sono una piccola borghese e sono più familiare col peccato che col coraggio e con la libertà. Come dice Maria Luisa Spaziani nella poesia «Il presente», > ora so cos'è vivere: un gioco crudele che inchioda profonda ogni fibra alla ruota del tempo. In «Nessuno torna indietro», lasciando il collegio e prendendo strade diverse, tutte le amiche in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, rassegnandosi al ruolo, tradizionale o trasgressivo, che affidiamo alla donna. In «Dalla parte di lei» solo un atto estremo, l'uccisione del marito, salva Alessandra da una vita che non appaga la profondità dell'animo femminile. (si vedano le recensioni di questi due romanzi in questo sito). In «Quaderno proibito» non c'è una via d'uscita: la famiglia è una gabbia troppo potente e crudele per permettere a una donna di realizzarsi come individuo, fuori dal ruolo di moglie e di madre. Come dice Nadia Terranova, > scrivere è sempre un atto sovversivo, è riapparizione dei conflitti anche quando si vogliono azzerare. Al di là della storia e dei personaggi, in fondo banali, è questo il senso più vero del romanzo; > la scrittura non è mai innocente, non sa stare al suo posto ed è tutto tranne che astratta, tracima sui corpi, riverbera sui visi. Solo gettando nel fuoco «il libro», è possibile impedire alle donne e agli uomini di conquistare la libertà. La scrittura di de Cèspedes è elegante e ariosa. La trama torna spesso su sé stessa, in attesa di una soluzione che arriva, forse, troppo in là; l'amore del dettaglio spinge spesso l'autrice a ripetersi, in approfondimenti e vicende ridondanti e inutili ai fini della narrazione. E' il punto di vista, «il quaderno proibito», che impedisce al romanzo di essere una tipica storia familiare, dandole unitarietà e originalità che altrimenti mancherebbero. Perché leggerlo? E' il desiderio di tutti noi scrivere un diario, ma ne abbiamo paura. , Mire

Céspedes Alba deOscar Mondadori
Quando mi riconoscerai
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Quando mi riconoscerai

Castenate è una cittadina immaginaria del Nord Italia, un > paesino perfettino, con tutti che in faccia (...) sono gentili, buongiorno, buonasera, come va? come sta Camilla? che scuola fa l'anno prossimo? Ma tutti sanno, tutti parlano. In questo "paesino perfettino" l'autore ambienta due storie, che a lungo procedono distinte. L'una è ambientata negli anni '90 e parla del rapporto tra due adolescenti: Camilla, > bella, con i suoi capelli rossi e gli occhi verdi. Tutte le adolescenti si somigliano, ma lei è una speciale. Lo sa, ne è fiera; Enea, un ragazzo timido e secchione, che alza sempre la mano in classe perché lui, sì, ha studiato. Camilla si diverte a bullizzare il povero Enea, ridicolizzandolo dinanzi ai compagni, come quando gli ha tirato giù i pantaloncini, svergognandolo dinanzi alla compagna di classe amata dal ragazzo. Soprattutto pesa a Enea l'insulto di Camilla: tua nonna > è una troia, lo sa tutto il paese. Se questa storia è intrisa di adolescenza, di una relazione che si evolverà dall’attrito all'amicizia sino all'amore, l'altra è invece ambientata negli anni della seconda guerra mondiale ed è pervasa dalla violenza di quel periodo. Rodolfo è bello, audace, povero e antifascista, lo é in modo epidermico perché fa parte di una famiglia bracciantile, sfruttata dai proprietari agrari. È a questa classe che appartiene invece Viola; anzi suo padre è uno dei gerarchi fascisti di Castenate, rispettato e temuto in paese; e lo è pure il suo predestinato sposo (sono stati visti baciarsi in un canneto!): un giovane violento, sempre pronto a picchiare i presunti antifascisti, come Rodolfo. Malgrado siano così distanti sotto il profilo sociale e politico, nasce tra Rodolfo e Viola una passione, dapprima rifiutata dalla ragazza, e che poi esploderà in un rapporto di amore quando Rodolfo dovrà lasciare Castenate per andare a morire nella campagna di Russia. Da questa passione nasce un bambino, che sarà cresciuto da Viola nella bigotta Italia del dopoguerra. Sono due storie molto diverse come contesto storico e situazioni sentimentali; se nella prima, quella degli ann'90, è possibile dare tempo all’amore, nell'altra, in quei terribili anni '40, non si può attendere, tutto deve procedere in fretta. Per molte pagine il lettore cerca qualche indizio dell'intreccio fra le due storie. Poi, come nello splendido "Io non mi chiamo Miriam" di Axelsson Majgull (si veda la recensione in questo sito), la nonna rivela ad Enea che lei non è Rita, ma Viola, e che lui è il nipote di Rodolfo, fratello gemello dell'uomo che ha ucciso il nonno materno. > Sangue marcio, tutti sangue marcio, i partigiani schifosi. La cosa peggiore è che quel sangue marcio ha contaminato anche mio figlio. Nelle sue vene scorre il sangue di Rodolfo, sangue partigiano. Ma lui non tornerà più. Eppure io lo aspetto, e mi devasta pensare che non potrò più averlo per me, e mi detesto per questa mia debolezza. (...) Non ho pace Enea. Ho passato la vita a mentire. Il romanzo sarebbe dovuto evolversi intorno alla drammatica scoperta, a quella confessione, così intrisa di odio e amore, che la nonna fa al nipote. Ed invece, l'autore inserisce troppi temi, da quelli adolescenziali sino alla lotta partigiana. Emerge una trama confusa, compromessa da uno squilibrio narrativo tra le due storie, che va a scapito del ritmo e rende ridondante il racconto. Il finale, che forse vorrebbe essere una sorpresa, è invece banale e noioso. Il pregio fondamentale è farci capire quanto sia lontana l'Italia di oggi rispetto ai drammatici avvenimenti che ha vissuto il nostro Paese durante la guerra. La scrittura è semplice, efficace ed elegante ad un tempo. Le frasi brevi e i dialoghi serrati fanno pensare che l'autore si sia voluto rivolgere a un pubblico di adolescenti, che forse possono apprezzare maggiormente la vicenda d'amore di Camilla ed Enea rispetto ad un adulto, che rimane più impressionato dalla tragica omertà di Viola. Dispiace che l'autore non si sia impegnato a descrivere l'atmosfera di provincia, "il paesino perfettino"; se lo avesse fatto avrebbe dato spessore all'intero racconto, inquadrandolo meglio nel suo contesto sociale e culturale. Perché leggerlo? Si legge bene, ma è noioso.

Marco ErbaRizzoli
Quando Teresa si arrabbiò di Dio
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Quando Teresa si arrabbiò di Dio

È la storia degli antenati di Alejandro, dalle loro origini ebraico-europee alle loro traversie sudamericane. Sono tutti personaggi incredibili con vicende di vita altrettanto inverosimili. Il romanzo si sviluppa dalle storie dei bisnonni sino all’incontro dei genitori secondo un percorso che va da un irrealismo delirante a una crescente verosimiglianza delle vicende e dei protagonisti. Non è possibile sintetizzare in poche parole i contenuti del romanzo: si possono chiarire i temi fondamentali con le stesse parole dell’autore: > noi non siamo gli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Nulla potrà cambiare il corso dell’Era industriale... l’importante è sopravvivere e per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia . La storia, la realtà attuale, gli uomini, tutto il mondo (presente, passato e futuro) devono essere visti tramite l’immaginazione e il mito, che esalta le caratteristiche delle persone rendendo possibile situazioni e vicende che, ricondotte a un concreto realismo, renderebbero estremamente pesante vivere; > non chiederti chi sei, perché non sei nessuno. Non sei mai esistito. Come me... Siamo degli impostori, in questo mondo che non è autentico, dove non c’è nulla di vero e il reale è un miraggio. Uniformi da ogni parte, copie di copie di copie, ogni vestito, ogni corpo, ogni anima è un travestimento... siamo morti fin dall’inizio dei tempi. Nessuno è mai nato... Strangolami, liberami da questa menzogna ; > non so se i ricordi precedenti alla mia nascita corrispondano al vero o siano semplici sogni. Non ha importanza. Comunque la realtà è la trasformazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico . Lo stile e il ritmo narrativo corrispondono ai contenuti espressi: si sviluppa in modo veloce e convulso, senza dubbio attraente ma alla fine talmente delirante da diventare in certi tratti noioso e superficiale.

Alejandro JodorowskyFeltrinelli Editore
Le quattro casalinghe di Tokyo
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Le quattro casalinghe di Tokyo

Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi sono quattro casalinghe; lavorano di notte in uno stabilimento, che impacchetta cibo. È proprio lì che ci vengono introdotte, lungo le varie fasi della produzione, dallʼ ingresso in fabbrica, sempre nel buio con la paura di essere aggredite, sino alla catena di montaggio, attente al ritmo del confezionamento e ai rimbrotti del sorvegliante. Si crea una consuetudine, la quale è anche solidarietà, se non amicizia. Le quattro donne sono molto diverse: Masako, dura e inaccessibile, è un ex impiegata di uno istituto di credito, licenziata perché voleva fare carriera, soffre di una profonda solitudine perché orami respinta dal marito e dal figlio; Kuniko è piena di debiti a causa della sua frenesia di spendere; Yoshie è una vedova, costretta ad accudire la vecchia suocera, che peraltro la odia; Yayoi, delicata e gentile, è sconvolta dalla rivelazione del marito di aver dissipato i pochi soldi in banca nel gioco dʼazzardo e con le prostitute. Una sera, cacciato dal proprietario del locale dove era solito divertirsi, lʼuomo picchia la moglie. Yayoi inaspettatamente reagisce strangolandolo. > Quando ripensò alla faccia del marito, il collo stretto nella cintura, proprio lì nellʼingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. Ti ho beccato, ben ti sta!, pensò . Yayoi non sa cosa fare, si rivolge a Masako, la quale lucidamente decide di fare a pezzi il corpo dellʼuomo per meglio abbandonarlo nei cassonetti dei rifiuti. Allʼoperazione, che si svolge nel bagno di Masako, partecipano anche Kuniko e Yoshie, un poʼ per solidarietà e molto per soldi. Un bel modo per farla pagare ai maschi violenti! Ma perché Masako aiuta Yayoi? Non certo per soldi. Per amicizia? O perché sente > un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri ? Cʼè un lato oscuro nella sua personalità, che lei stessa non conosce? Sembra un delitto perfetto, se nonché un piccolo usuraio scopre quanto è successo; glielo ha confessato Kuniko per liberarsi dei debiti. Invece di denunciare le quattro donne, lʼuomo propone a Masako di mettersi in affari, ossia far scomparire, facendoli a pezzi, i corpi delle vittime della yukuza, la potente mafia giapponese. Masako accetta. Se il romanzo avesse sviluppato questo filone narrativo ci saremmo trovati dinanzi ad una storia originale e divertente: in che modo semplici casalinghe fanno business con i cadaveri, generalmente di maschi; insomma, un rovesciamento delle parti, una vendetta di genere, anche se macabra. Ed invece lʼautrice rientra in una trama tradizionale. Nelle sue indagini la polizia si era concentrata sulla persona che aveva cacciato il marito di Yayoi: Satake, un maniaco che aveva scontato lunghi anni di carcere avendo pugnalato a morte una donna mentre la stava violentando. Satake si era rifatto una vita, ma lʼinchiesta della polizia lo rovina, anche perché riporta in luce il vecchio fatto di sangue. Lʼuomo decide di vendicarsi. Scopre agevolmente quanto è stato fatto dalle quattro casalinghe e comincia a perseguitarle. È intrigato in particolare dalla personalità di Masako, dalla sua freddezza e dalle sue capacità, ma anche perché comprende che sono simili. Vorrebbe ripetere con lei lʼorrendo amplesso. Inizia un duello tra Satake e Masako, nel quale la donna si muove con estrema abilità, riuscendo persino a mettere la yukuza contro lʼuomo. Ma una notte viene aggredita e trascinata da Satake in un capannone abbandonato. È la fine per Masako? Non diciamo come termina il racconto per non rovinare la sorpresa, possiamo solo dire che Masako conosce se stessa, finalmente. > Così come lei era disposta a farsi uccidere da lui, lui voleva essere annientato da lei. Allʼimprovviso Masako capì Satake.... e lo amò. (...) I loro sguardi si incontrarono, i loro corpi divennero uno solo. Ora negli occhi di Satake poteva vedere solo lʼimmagine riflessa di se stessa. Unʼonda di estasi incredibile stava per travolgerla . Lʼavvio è promettente, le prime trecento pagine hanno un ritmo incalzante, con episodi e personaggi che sorprendono sempre il lettore. Una sottile ironia serpeggia nel racconto; le quattro donne sono studiate nella loro ambiguità: in fondo brave donne, criminali per necessità. La personalità di Masako è dominante, un capo inflessibile ed autoritario di un gruppo di femmine spaventate, le quali prendono coraggio dalla determinazione della donna. Rivalità, soggezione, invidia, timore si susseguono nelle amiche, sconcertate dalla mancanza di empatia di Masako. Poi il romanzo si piega verso un racconto convenzionale: perde di mordente, diviene lento, oppressivo, scontato. Si arriva stanchi alla conclusione. Perché leggerlo? È intrigante, ma lo si può abbandonare senza finirlo.

Kirino NatsuoNeri Pozza
Quattro indagini a Màkari
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Quattro indagini a Màkari

Saverio Lamanna era il portavoce di un importante uomo politico ed è stato licenziato brutalmente dopo che aveva scritto un comunicato stampa secondo il quale il suo capo era d'accordo con la liberalizzazione della cannabis. Fu un errore o Saverio desiderava lasciare un lavoro che non gli piaceva più? Non sappiamo, comunque fu costretto a lasciare Roma per tornare a vivere in Sicilia, nella casa dei genitori nel piccolo e tranquillo villaggio di Màkari, vicino alla più famosa località di San Vito Lo Capo. E' la casa dove aveva trascorso la sua infanzia, casa amata dalla madre venuta a mancare alcuni anni prima. Il libro è formato da quattro racconti, già pubblicati da Sellerio in precedenti raccolte; brevi storie che hanno lo stesso filo conduttore: «spesso cerchiamo il gioco grande, ma invece il gioco a volte è piccolo».  Se pensiamo all'idea che abbiamo della Sicilia dove qualsiasi cosa è ricondotta alla mafia, Saverio ci parla di una Sicilia più vicina a noi di quanto potremmo supporre. E' lo stesso approccio di altri scrittori siciliani, come Andrea Camilleri e Cristina Cassar Scalia (si veda la recensione di «Sabbia Nera» in questo sito). C'è da chiedersi se la ricerca di crimini normali non contribuisca a distrarre l'attenzione dalla lotta alla mafia, anche se si comprende l'insofferenza verso stereotipi e grossolane letture della Sicilia. Nel primo racconto, «Il lato fragile», un noto protagonista della guerra contro la mafia è stato ucciso da un ragazzo, un fragile giovane che vive presso un sacerdote, anche lui antagonista della società mafiosa. Potrebbe sembrare un crimine di mafia o a sfondo sessuale. Sarà vero? In «Il fatto viene dopo», un amico di Saverio è stato licenziato dall'impresa dove lavorava da molti anni; chiede a Saverio, divenuto nel frattempo un noto scrittore, se può raccontare la sua triste vicenda: > c'è ancora qualcuno che crede nei libri, proprio ora che non servono quasi più a niente . Ma una cosa è fare letteratura ed un'altra cosa è la vita reale dove i fatti possono finire male. Nel terzo racconto («La regola dello svantaggio») la casa di Saverio è stata affittata per l'estate a sua insaputa: vuole andare a fare una denuncia alla polizia, ma l'astuto agente immobiliare gli fa presente che è meglio non applicare la regola dello svantaggio, così come avviene nel calcio quando il gioco continua dopo un fallo. Saverio dovrebbe spiegare perché si è fatto dare i soldi in nero, i turisti francesi dovrebbero testimoniare e avrebbero un cattivo ricordo delle vacanze siciliane, ne avrebbe un danno il turismo dell'isola se si sapesse della truffa: è meglio non fare nulla «così tutti sono contenti». Insieme con questa tipica vicenda italiana Saverio scopre che un ricco e anziano signore non è morto per cause naturali ma è stato ucciso con una overdose di insulina: è stato il figlio o la bella e giovane moglie? Il titolo dell'ultima novella («E' solo un gioco») potrebbe essere volto in domanda perché dietro una innocente squadra di calcio si nasconde un torbido segreto che può condurre al delitto. Savatteri è uno scrittore penetrante e ironico. Il crimine è un' occasione per parlarci con leggerezza dell'Italia, senza prendersi sul serio e non sperando di cambiare qualcosa. I personaggi sono descritti molto bene, l'ambiente siciliano (Palermo, Màkari e la sua spiaggia, la mitica cucina dell'isola) è descritto in modo affascinante, forse ci sono troppi dialoghi. spesso ripetitivi e noiosi. Il limite di fondo è che non ci sono suspense e mistero, gli ingredienti di base di qualsiasi intrigante racconto di Noir. Perché non leggere i racconti? Noiosi, lunghi e senza suspense, anche se a tratti divertenti.

Gaetano SavatteriSellerio Editore
Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana
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Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

Si tratta di un libro molto particolare, non solo per la lingua utilizzata (un misto tra il romanesco e l’italiano) e per lo stile, ma anche per il racconto, che, pur all’interno della trama tipicamente poliziesca, sembra essere l’occasione per la ricostruzione di ambienti sociali della Roma degli anni ʼ20. Si verificano due delitti in via Merulana a Roma, in una palazzina della buona borghesia romana: vengono rubati alcuni gioielli e, il giorno dopo, viene assassinata una donna. Si sviluppa, quindi, l’inchiesta giudiziaria, che viene condotta in parte dalla polizia e in parte dai carabinieri. Questa inchiesta è il contesto all’interno del quale vengono portati avanti alcuni ritratti sociali e individuali. Gli ambienti sono costituiti dalla borghesia romana e dalla vita condominiale, dal mondo della polizia con i suoi meccanismi burocratici e le sue piccole rivalità, dalla periferia romana con la sua povertà e desolazione. I personaggi sono rappresentati dal commissario Don Ciccio, dai coniugi, uno dei quali è la vittima dell’assassinio, dalle donne della periferia romana, nonché da numerosi altri personaggi minori. Al di là delle differenze, l’autore fa emergere la stanca rassegnazione della vita, priva di novità e di cambiamenti, la pochezza dei sentimenti(l’importanza del denaro e le piccole gelosie), la mediocrità dominante: il tutto addolcito da una lieve ironia e da una palese comprensione dei problemi della vita. La lingua rappresenta uno dei tratti più significativi del romanzo: essa è innanzitutto caratterizzata dall’uso del romanesco e quindi dal tentativo di superare l’artificiosità della lingua letteraria e ciò rende particolarmente vivaci i dialoghi e le conversazioni. Da questo punto di vista è bellissimo il lungo interrogatorio di una donna (la Ines), da parte della polizia. Fuori dai dialoghi l’autore utilizza una lingua inventata, ricca di parole in romanesco, in italiano (anche classico) e, secondo me, anche di neologismi. Emerge una ricerca dannunziana per la sonorità e l’effetto, che talvolta appesantisce e contribuisce a una sensazione di falsità e di formalismo. Come è scritto nell’Enciclopedia della Repubblica, > l’opera di Gadda nasce da un rapporto estremamente teso e violento con la realtà, concepita come intimamente sommossa, profondamente e irrimediabilmente deforme, disordinata, sconvolta, tanto che a essa si può applicarsi soltanto una parola che entri in gara con la sua deformità, la solleciti a rilevarsi appieno....la commistione dei dialetti... come difformità rispetto alle più ordinate e mistificate forme della lingua; poi le forzature metaforiche, portate a tensioni estreme, delle lingue tecniche; la sintassi ramificatissima e intricata, entro cui si manifesta l’intenzione di corrodere a fondo l’organizzazione consueta delle cose .

Emilio Carlo GaddaRivista Letteratura
Questione di Costanza
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Questione di Costanza

Costanza è una madre single di Messina con una laurea in medicina e specializzazione in anatomia patologica. Disoccupata, vince un concorso per un contratto annuale di ricerca presso l'Università di Verona in paleopatologia. > Ignorante come una capra per tutto quel che concerne il Sacro Romano Impero, le Signorie e le mummie precolombiane, (...) la verità è che sono interessata a questa borsa di studio né più né meno come a un bancomat . Il romanzo si presenta come un giallo storico, oggi molto di moda: una ricerca di laboratorio e di archivio portata avanti sulla base di resti umani del 1200 appartenenti ad un cavaliere di rango. In realtà ci sono tre filoni narrativi che male coesistono insieme. Il racconto prevalente riguarda le vicende di una giovane madre: l'inserimento della figlia in una scuola materna di Verona, il senso di colpa verso la bambina, nata da un rapporto occasionale e costretta a crescere senza la figura paterna, la ricerca del padre (un facoltoso architetto di Milano), il quale, una volta rintracciato, riaccende i desideri di Costanza. E' un racconto banale e sorretto da una scrittura infantile: esce dalla monotona ordinarietà solo quando Costanza parla dei sogni erotici, > che non si possono raccontare a nessuno, nemmeno a uno di quegli psicoterapeuti fissati con i messaggi subliminali dell'inconscio . Un po' di coraggio! Cara Costanza non limitarti a dirci che al risveglio sei confusa e sconcertata; comunque ci affideremo  a Patrizia Valduga: > in questa maledetta notte oscura/con una tentazione fui assalita/che ancora in cuore la vergogna dura./Io così pudica, così compita,/ vedevo un uomo a me venire piano/e avvolgermi quasi avido la vita;/un altro ne veniva e con la mano/oh delicatamente lui mi apriva;... (Da La Tentazione 1985). Il secondo filone narrativo è quello più propriamente poliziesco. Partendo da ciocche di capelli rossi Costanza e i suoi colleghi risalgono sino a Biancofiore, figlia di Federico II, vissuta in un monastero francese dove avrebbe estratto dalla rosa un profumo, le cui tracce sono state identificate nei resti umani ritrovati a Verona. Come mai finì in convento una principessa di rango imperiale normalmente destinata ad andare sposa a casate utili ad alleanze? L'autrice immagina che Biancofiore fosse zoppa, per questo inutile a fini matrimoniali, e si fosse inoltre innamorata di un cavaliere di parte guelfa che tradì Federico II e quindi fu assassinato. Con il terzo filone narrativo ci spostiamo nel 1200 alla corte dell'imperatore e poi del signore di Verona: il crudele Ezzelino. Prima si parla di Selvaggia, figlia naturale di Federico II, andata sposa ad Ezzelino, che l'avrebbe assassinata, secondo la leggenda: in realtà morì di parto. Poi si sviluppa la triste storia di Biancofiore, alla fine protagonista del romanzo poliziesco. Come si mettono insieme i tre filoni narrativi? E' difficile dirlo. Facendo affidamento alla fantasia possiamo dire che Selvaggia e Biancofiore sono un po' simili a Costanza; ancora innamorata del padre ritrovato della figlia, anch'essa deve accettare che lui si sposi con un'altra donna. Le tre ragazze insieme non possono che rassegnarsi al destino accettandolo: > non mostrerò  disappunto, Non mostrerò disappunto. Non mostrerò disappunto. (...) Ma dentro mi sento liquefatta. Le mie speranze nascoste, liquefatte. Il piccolo, grande, depauperante innamoramento, liquefatto . La scrittura è troppo puerile per sostenere un racconto privo di trama e quindi da reggere con uno stile articolato, capace di dare spessore ai personaggi e al contesto. Perché non leggerlo? E' troppo banale.

Alessia GazzolaLonganesi
Una questione privata
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Una questione privata

Il libro è ambientato nelle colline di Alba durante la resistenza. Milton è un partigiano, che ritorna nella casa dove ha frequentato, e amato segretamente, Fulvia, e apprende che la ragazza avrebbe avuto una relazione con Giorgio, diventato anche lui partigiano. Per sapere la verità si mette alla ricerca di Giorgio, il quale, nel frattempo, è stato catturato dai fascisti e rischia di essere fucilato. Milton cerca di fare un prigioniero per avere uno ostaggio da negoziare con i fascisti, non riesce in questa impresa e quindi ritorna alla villa ma viene inseguito dai fascisti, che si erano appostati nella casa. Il racconto può essere interpretato sotto molti punti di vista: la storia di amore di Milton per Fulvia, che travalica la passione politica, un > romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza così com’era, di dentro e di fuori (Italo Calvino prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno«, 1964); la guerra partigiana come tragedia esistenziale, che»nasce nelle selve, tra i fiumi, sulle colline, tra gli anfratti, i rigagnoli, i sentieri del suo Piemonte (Geno Pampaloni); la descrizione nuda e obiettiva della violenza come significato unico dei rapporti tra gli uomini, tema già presente nella raccolta di racconti «I ventitré giorni della città di Alba». Tutte queste interpretazioni sono possibili, perché, come ancora scriveva Italo Calvino: > è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché . A me piace, tuttavia, pensare che uno dei temi del libro sia la coesistenza della vita tipica della pace con un clima di guerra, che si estrinseca sia nella sopravvivenza del mondo dei sentimenti (la gelosia, l’amicizia, gli scherzi, i rancori tra vicini) che nell’abitudine alle condizioni imposte dalla violenza e dalla precarietà. Da questo punto di vista basti pensare all’episodio della stalla, nella quale riposa un gruppo di partigiani mentre una vecchietta lavora a maglia e un bambino prepara i compiti. > Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. Buona sera, signora, le disse Milton. Accanto alla vecchia un bambino inginocchiato su uno strato di sacchi stava scrivendo il compito su un mastello capovolto . La guerra è violenza e crudeltà ma gli uomini devono continuare a sopravvivere, devono cercare di conviverci. È questa la più profonda violenza della guerra. Il romanzo è splendido: lo stile è essenziale ma nel contempo suggestivo ed evocativo, soprattutto a motivo della descrizione del paesaggio e dell’ambiente.

Beppe FenoglioGarzanti
The Quiet Game
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The Quiet Game

Penn Cage, ex magistrato ed oggi scrittore di successo, ha perso da poco la moglie. Per ritrovare sé stesso decide di trascorrere un periodo di tempo presso i suoi genitori, nella sua città natale, un piccolo centro del Mississippi. È come ritrovarsi > sul confine sottile di un universo di vita vivace e di misteriosa morte, di segreti nascosti e di brillanti facciate, e di razze inestricabilmente legate da sangue e lacrime, geografia e religione e soprattutto tempo . Nella cittadina, da molti anni in forte declino economico, prevalgono lʼomertà e il silenzio, perché, bianchi e neri, vogliono stare in pace, «tenere le cose tranquille, adorabili e facili» così da attrarre nuovi investimenti sul territorio. Casualmente Penn si trova coinvolto in un crimine accaduto ventʼanni prima ( un nero fu misteriosamente ucciso) proprio quando un potente uomo locale, il giudice Marston, accusò suo padre, apprezzato medico condotto, di avere compiuto gravi errori nellʼesercizio della sua professione. Intuendo un legame tra Marston e lʼomicidio, Penn decide di indagare sul fatto di sangue per il desiderio di vendicarsi delle accuse, peraltro false, di Marston contro suo padre. In realtà si sente ancora in colpa per quanto avvenne molti anni prima: ebbe infatti una storia di amore con la figlia di Marston, lʼaffascinante Livy, ed è convinto che il giudice abbia voluto punire suo padre per la sua relazione. Il passato può essere cambiato? > Chi di noi, se gli viene offerta lʼopportunità, non vorrebbe rivivere il giorno o lʼora in cui per la prima volta conoscemmo lʼamore o fatto una scelta che per sempre ha cambiato il nostro futuro, negando una vita che avremmo potuto avere? Ma questa sensazione è una trappola perché Penn > realizza con sopresa soffocata (che) lʼintimità con Livy non é una nuova esperienza. È come camminare attraverso un checkpoint in un paese che ho visitato molto tempo fa e al quale ritorno, più vecchio e, spero, più saggio . Infatti, man mano che procede nellʼindagine, ricca di colpi di scena e di fatti di sangue, Penn scopre che lʼomicidio di un povero uomo di colore coinvolgeva complotti nazionali ( la politica dellʼallora potente capo della FBI e gli assassini di Bob Kennedy e di Martin Luther King), e che le motivazioni di Marston erano molto più prosaiche di quelle che lui pensava:era lʼeterna bramosia di denaro. Ma soprattutto deve accettare che Livy è una figura arida ed egoista, ormai rinchiusa nel suo squallido passato. Rompere la tranquillità della cittadina della sua infanzia permette a Penn di liberarsi del ricordo e della sofferenza della memoria e riprendere la vita, non andando indietro nel tempo ma verso il futuro. I pregi fondamentali del romanzo sono lʼambientazione e lo stile, elegante e ricercato nelle parole. Per dare un esempio della scrittura basta riportare la dolcezza, tutta meridionale e contadina, del paesaggio cittadino descritto dallʼautore: > la strada alberata è cosparsa di caravan e piccole case, ma come mi avvicino alla chiesa episcopale, vecchia di duecento anni, che caratterizza lʼinsediamento, gli alberi recedono, e i terreni contornati da splendide piantagioni si stendono da entrambi i lati della strada. Oltre i cedri ricoperti di muschio e le bianche recinzioni, i cigni gironzolano maestosi tra gli stagni tanto da sembrare di essere in Inghilterra . Il problema è che la ricercatezza letteraria va a scapito della struttura narrativa, spesso lenta e ricca di episodi marginali rispetto alla trama centrale. Ci si avvicina troppo a rilento alla conclusione tanto da annoiare. Perché leggerlo? E piacevole, elegante ed è interessante la ricostruzione dellʼambiente.

Greg IlesDutton
Quinchotte
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Quinchotte

> Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente (Camillo Sbarbaro). In un mondo che va in frantumi è possibile salvarsi con la fantasia, creandosi un'altra realtà? E così facendo sfuggire alla morte? Rushdie cerca di rispondere a questa domanda con un grande affresco: al centro ci sono le fonti dell'illusione della nostra epoca, quelle che ci fanno credere che «tutto possa accadere»: la televisione, il cinema, i nuovi media e così via; c'è poi un racconto di un modesto autore di thriller: un anziano venditore di farmaci oppiacei è un moderno Don Chischiotte, dal nome evocativo Quinchotte, che si mette in marcia  per le strade d'America per conquistare il cuore di una star della televisione; dopo c'è l'Autore, guarda caso uno scrittore anglo indiano, il quale via via che costruisce la storia capisce che Quinchotte, > il solitario in cerca dell'amore, il perdente nessuno che credeva capace da solo di vincere il cuore di una regina, era stato con lui tutta la vita, un ombra di se stesso, intravista talvolta di sbieco con la quale non aveva avuto coraggio di confrontarsi ; ed infine Rushdie stesso, che cerca di estraniarsi dal presente, così inquietante ed ambiguo, per legare passato e futuro e vincere in tal modo la morte. Nella cornice esterna di questo affresco a cerchi concentrici si rinnova la «grande partizione», tema dominante dell'autore indiano: il cambiamento climatico distrugge la terra e pregiudica la sopravvivenza, il populismo avanza vittorioso con le sue facili ricette, il razzismo e la violenza si diffondono, la Gran Bretagna si sta disgregando, città un tempo aperte e tolleranti come Londra si chiudono rancorose e diffidenti, gli ancoraggi di un esule come Rushdie si dissolvono: > il mondo non ha più a lungo un fine eccetto che tu debba finire il tuo libro. Quando lo hai fatto, le stelle inizieranno a svanire . Questo grande affresco, una sorta di testamento, non poteva che andare a scapito del racconto: esso si frammenta in mille rivoli, ci si perde nelle parentesi anche filosofiche, si è oppressi da una prolissità tipica di Rushdie, ma in questo caso non sostenuta da una scrittura sorprendente. Il filone narrativo più intrigante è quello costituito da Quinchotte. Mentre viaggia per le strade d'America gli si affianca il figlio che avrebbe voluto, Sancho, prima in forma incorporea, poi con una sua materialità per l'intervento della Fata Turchina e del Grillo Parlante. Nuovo Pinocchio, Sancho ha una sua individualità ma deve farsi una coscienza; non vorrà e quindi svanirà nel nulla: ossia solo l'etica ci dà vera vita. Nel frattempo un miliardario stravagante propone in televisione una «porta» verso un' altra dimensione per salvarsi dal disastro climatico. Quinchotte ha quindi uno scopo: portare la donna amata in un altro mondo, salvarla. Ma tutto questo è reale pur nella finzione o solo il frutto degli oppiacei che pervadono ormai nella nostra società? Probabilmente sono allucinazioni con le quali si crede di sopravvivere, di poter non fare nulla mentre si va verso la catastrofe. Insieme con la donna amata, Quinchotte si getta con coraggio  attraverso la porta, ma si ritrova nella realtà irrealtà dell'Autore, realtà destinata a scomparire con la fine del libro, come succede a tutte le storie di fantasia. > L'uomo microscopico, la creatura dell'immaginazione dell'Autore, aveva brillantemente fatto l'impossibile e aveva congiunto i due mondi, aveva attraversato dal mondo della fantasia al mondo reale dell'Autore (...) Fermati gridò l'Autore, sapendo che cosa sarebbe accaduto subito dopo, la cosa che non poteva fermare, poiché l'aveva già scritta; era già accaduta, così non poteva impedire che accadesse. Il suo cuore batteva, come se potesse separarsi dal petto. Ogni cosa stava arrivando ad una conclusione. Rushdie > non poteva impedire la fine del mondo né la morte dell'Autore né la fine di due preziose, anche se piccole, vite umane . Quanti argomenti vuole trattare il grande scrittore indiano! E' come se tutta la sua vita gli sia davanti e lui abbia voluto ripercorrerla con una storia sbalorditiva: la grande letteratura che l'ha ispirato, le vicende della sua famiglia e del suo paese, l'angoscia dell'esistente, il piacere della fiction, anche televisiva. E' come se volesse strappare un velo e mediante il reale - irreale metterci dinanzi al nostro destino, l'estinzione della specie umana, la morte individuale. Certo ci prende la nostalgia per ciò che il racconto non è riuscito a dare, l'incredibile storia del Don Chisciotte moderno: quanti di noi vorremmo avere il coraggio di questo strambo vecchietto, tele dipendente ed eppure saggio, per gettarci anche noi in una inverosimile storia d'amore con una star! Se tutto può accadere.... Siamo stati abituati ad una scrittura barocca, dannunziana e travolgente; invece siano dinanzi ad uno stile piatto, facilmente leggibile ma prosaico e banale, come quello di altri scrittori. Talvolta ritorna il grande Rushdie. Dinanzi all'eventualità prospettata da Sancho che la donna amata non voglia il vecchio scapolo, così si indigna Quinchotte, gridando. > Che domanda è questa? (...) E' la domanda di un ignorante. E' l'inchiesta di un mandrillo cercando di parlare inglese. E' lo sputacchio di un pesce fuori dall'acqua. E' il ballo di una ameba che pensa di essere un essere umano. E' un insulto alla grandezza della mia ricerca...

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