E non disse nemmeno una parola
Siamo nella Germania degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Le ferite della guerra sono ancora evidenti, fisiche e psicologiche: distruzioni, miserie, ricordi degli orrori del conflitto e nessuna speranza per il futuro. Fred, telefonista presso lʼarcivescovado della città, ha lasciato il tetto domestico, dove abitano sua moglie, Kate, e i suoi bambini, dopo che si è trovato a scaricare la propria rabbia sui figliuoli, picchiandoli. Non regge più, infatti, la ristrettezza e la desolazione dellʼunica camera in cui vivono. Dedito al bere, vaga per la città ed organizza incontri clandestini con la moglie, in squallide camere dʼalbergo, in parchi e tra cortili abbandonati. Il racconto è appunto costruito intorno ad uno di questi incontri, mediante la narrazione intervallata di Fred e di Kate. In tal modo è possibile conoscere i due differenti punti di vista: la disperazione di Fred e la stanchezza di Kate. Malgrado lʼamore reciproco, li separa ormai il modo diverso con il quale hanno reagito alle angustie. Kate è sostenuta da una profonda religiosità, basata su un rapporto diretto con Dio. > Dio solo parve rimanere con me in quel malessere che mi sommergeva il cuore, mi riempiva le vene, circolava dentro di me come il mio stesso sangue..... fui presa da una grande indifferenza verso tutti loro e con me non rimase più altro che la parola di Dio . In Fred la religione non è conforto ma anzi ulteriore prova della falsità e della vacuità che domina il mondo; per lui non rimangono che un male oscuro, una cupa disperazione esistenziale, un monotono succedersi di visite allʼosteria, di pranzi frettolosi e di ricerca disperata di soldi, da spendere spesso nel bere. Sono ormai due estranei o lʼamore è più forte della desolazione? La conclusione del romanzo fa propendere per il primo esito. In alcune pagine di grande efficacia, lʼautore rappresenta magnificamente il senso di una lontananza crescente. Dopo una notte nella quale Kate ha comunicato a Fred lʼintenzione di lasciarlo, lʼuomo, chiuso in una sorda rassegnazione e in una passività angosciante, cammina senza meta e scorge una donna > non più giovane, ma bella, vedevo le sue gambe, la gonna verde, la consunta giacchetta bruna, vedevo il cappello verde, ma soprattutto il profilo mesto e soave..... e a un tratto seppi che era Kate. Poi mi riapparve estranea..... era lei, ma era diversa da come la ricordavo.... così ce ne andavamo lʼuno dietro lʼaltra, pensando entrambi ai bambini, e io non avevo il coraggio di raggiungerla, di rivolgerle la parola . Il romanzo è stato interpretato in vari modi: un racconto erotico, dove il lettore aspetta con suspense la scena dʼamore tra marito e moglie, ritornati amanti clandestini; una riflessione sulla perdita di senso della religione e in generale dei valori dopo una guerra; la descrizione di una città martoriata, dove i sopravvissuti vagano in una lotta continua per vivere e quindi la rappresentazione della Germania mutilata. A questʼultima interpretazione farebbe convergere la narrazione impastata fino allʼinscindibile della follia, le visioni, i rumori, la pubblicità e le canzonette della grande città in cui vivono i protagonisti. A me sembra, invece, che il romanzo vada letto nel modo più semplice. È una storia dʼamore che non sopravvive, malgrado tutto, alla miseria, perché Fred e Kate reagiscono con una differente forza morale alla desolazione propria e a quella della società. Kate guarda ancora al futuro pur allʼinterno di un profondo malessere, Fred si lascia trascinare, compiacendosi, in un atteggiamento vittimistico e auto distruttivo. La trama narrativa, esile e povera, è sorretta da uno stile estremamente efficace. Le parole, scarne ma incisive, e la struttura sintattica essenziale sono la prova evidente di come si possa costruire un complesso racconto senza perdersi nella ridondanza del linguaggio. Perché leggerlo? È molto attuale, in quanto descrive il senso di spaesamento dinanzi ad una società che si va dissolvendo e ancora non si vedono le tracce di quella emergente.
Ebano
Ebano è una raccolta di appunti di viaggi compiuti in Africa nell'arco di trent'anni: dall'indipendenza di questo continente sino alle vicende più recenti, come il genocidio nel Ruanda. Il libro racchiude in sé la natura del saggio e quella del racconto di una esperienza di vita, profondamente coinvolgente per l'autore. Reporter squattrinato di un quotidiano di Varsavia altrettanto privo di soldi, Kapuscinski si ammala di tubercolosi e spiega al dottore che non può tornare in patria. «Il sogno della mia vita, lavorare in Africa, sarebbe svanito per sempre». Da questa passione per il viaggio e per l'Africa ha origine una peregrinazione da una parte all'altra del continente: dal Ghana nella costa occidentale all'isola di Zanzibar ad oriente, nell'Africa sub-sahariana e in quella tropicale, sino al Corno d'Africa e ai grandi Laghi. Il lettore saltella e > tutto si confonde, si accavalla, sbiadisce. (...) Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un'immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. (...) L'unità mondiale, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa . Non diversamente dal superficiale uomo d'affari che del mondo conosce solo gli aeroporti, i buoni ristoranti e gli alberghi di lusso, il curioso reporter rischia la vita per darci lo stesso ritratto: un' Africa eguale nel tempo e nello spazio, e sempre senza speranza perché tutte le parti del grande continente sono accumunate «dalla stessa sventura, dalla stessa sorte e dalla stessa incertezza». Certo, Kapuscinzki leva alta e vigorosa la voce contro «l'internazionale della marmaglia predatrice», così come si sente parte della «vita tormentosa, del penoso vegetare sempre al limite della morte» del popolo oppresso e violentato, e per questo sempre esule. Eppure, dopo tanti anni in viaggio, lo splendido capitolo conclusivo, dal titolo suggestivo e sfuggente «All'ombra di un albero, in Africa», ci lascia un messaggio di amara rassegnazione. Lo schiavismo, il colonialismo rapace e crudele, l'ingordigia delle classi dirigenti, la desertificazione e la rapina ambientale, la morte e la fuga di intere popolazioni hanno distrutto «l'ombra dell'albero» al riparo della quale si tramandavano storie e tradizioni: senza quest'ombra l'africano > perderebbe ogni nozione e persino la memoria del suo ieri, diventando gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero tutto ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. L'Africa ha una superficie di 30,37 milioni di chilometri quadrati, così grande da contenere gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa ed altre nazioni. Ha 54 stati e 1.500 lingue. C'è da chiedersi perché guardiamo sempre l'Africa come qualcosa di uniforme e non cerchiamo di cogliere le diversità, e in tal modo pure i cambiamenti e le potenzialità del grande continente. Pur benevolo e attento, Kapuscinski cade nella stessa visione eurocentrica ed esotica che ha caratterizzato le relazioni tra l'Occidente e l'Africa. Da qui, e non solo dalla disorganizzazione della struttura del libro (appunti di viaggio lasciati così senza una trama complessiva), nasce un senso di ripetitività: ogni resoconto sembra identico all'altro, solo raramente emergono gli incontri e le storie mentre i giudizi, tutti condivisibili, paiono preconfezionati. In Orientalismo > Edward Siad sosteneva che l'Occidente vede l'Oriente come uno specchio di sé stesso: ricerca ciò che fantastica sia l'Oriente ( un'idea vagheggiata, sedimentatesi nella sua storia) senza studiare realmente i popoli e le culture che compongono l'Oriente di oggi; con lo stesso procedimento noi vediamo l'Africa: è sempre Cuore di Tenebra", terra vitale e affascinante certo, ma sempre lontana dalla modernità e di conseguenza destinata ad essere sottomessa, a subire sofferenze inaudite dalle quali non può sfuggire. Perché leggerlo? Vale la pena per l'ultimo capitolo.
Echo Mountain (la ragazza dell'eco)
Siamo nel Maine nel 1934: a seguito della grande depressione una famiglia ha dovuto lasciare la città per trasferirsi ai piedi di una montagna, ai limiti della foresta, adattandosi a vivere in un ambiente totalmente differente rispetto a quello urbano. Confessa la madre alla figlia Ellie, ancora adolescente: > guardò alle mani rovinate. Mi sento una straniera in questa nuova pelle. Mi lasciai dietro troppo di chi io ero sempre stata. Ellie, invece, è affascinata dalla nuova vita, vuole conoscere e adattarsi. In questo l'ha aiutata il padre, riferimento fondamentale per la giovane ragazza. > Questo legame con mio padre e la natura selvaggia crearono un solco tra me e mia madre, e con mia sorella specialmente, perché entrambe parevano pensare che io le avessi in qualche modo tradite sentendomi felice quando esse non lo erano . Per comprendere quale sia per la ragazza «l'eco della montagna» si può riportare l'episodio dell'incontro con l' orso. > Ma allora feci l'errore di leggere, nei suoi occhi, quel primitivo che io ammiravo. Di sentire, in lui, un amore di cose che io amavo: giacere in un prato con l'erba che cresce alta tutto intorno, nascondermi da ogni cosa tranne che dal cielo e da stormi di api, ricchi di polline di fiori, che annuiscono verso di me (splendida espressione!) saltellando come volano le api. O il rosa del tramonto. O il limpido sussurro di un tordo del bosco . Siamo in piena idealizzazione romantica della natura! In Ellie convivono sentimenti contradditori: una solitudine sofferta perché non si riconosce più parte della famiglia e un senso di libertà in un ambiente nel quale può girovagare, andare alla scoperta della foresta imparando a raccogliere il miele e facendo lavori pratici con l' insegnamento paterno. Questa labile situazione precipita quando il padre ha un grave incidente che lo riduce in coma. Ellie se ne assume la colpa tacendo la verità su quanto era accaduto: era stato il fratellino che, correndo dietro un coniglio mentre il padre segava un albero, aveva spinto l'uomo a spostarsi facendosi colpire dalla pianta mentre cadeva. > Parte di me voleva dirle che era stata colpa di Samuel (il fratellino), se il piccolo potesse essere accusato di qualche cosa. Ma quando pensai di dire queste parole, mi sentii fragile e triste.(...) Decisi che sarebbe stato peggio scaricare la colpa che assumerla. Se avevo imparato qualche cosa dalla montagna, e da mio padre, era che mi sarei sentita più forte e più felice se fossi stata capace di affrontare le avversità e di farlo bene. Così rimasi in silenzio. Ed essi presero il silenzio per una confessione. Come farà Ellie a vincere l'angoscia che la sovrasta: la lontananza dalla madre e dalla sorella, la vista del padre paralizzato, il non più sereno rapporto con il fratellino, la vita difficile in un ambiente selvaggio, le privazioni materiali di una famiglia impoverita e sola. Ci riuscirà inoltrandosi nella natura misteriosa, scoprendone i segreti magici e salvifici. Di certo è un romanzo di formazione, anche se bisogna dire che Ellie pare già una ragazza forte e determinata sin dall'inizio della storia. E' come se le difficoltà della vita e le forze della natura abbiano fatto uscire fuori qualche cosa che Ellie aveva già. Ciò che grava sull'intera narrazione, ricca di personaggi e di avventure, è la banale raffigurazione di una natura benigna, sogno di una fuga dalla vita urbana e industriale. E' troppo facile! Il bosco, la montagna, gli animali selvaggi non sono amici ma forze primordiali che rispondono alle cieche regole del mondo primitivo. Apparentemente Ellie va alla scoperta del nuovo ambiente, in realtà quest'ultimo è solo lo specchio di ciò che noi vagheggiamo sia la natura. Per capire i limiti del romanzo, occorre rivolgersi all'Isola del Tesoro (si veda recensione in questo sito), dove Jim affronta da solo i pericoli, sfugge al fascino del male, che esiste nonostante quello che pensiamo, e in tal modo diviene realmente adulto. La scrittura è elegante, alternando dialoghi serrati e belle descrizioni, ricche di espressioni lessicali musicali e affascinanti. In una carrellata troppo lunga, la trama si sfilaccia, diviene prolissa e perde d'efficacia rispetto all'avvio del racconto. Perché non leggerlo? E' banale.
Educazione siberiana
Nicolai Lilin viene dalla Transnistria ( terra di nessuno tra la Moldavia e lʼUcraina) e scrive in italiano. Appartiene a quegli autori dellʼimmigrazione, che stanno dando un contributo significativo al rinnovo della nostra letteratura, spesso così esangue. Ed infatti il romanzo trasborda di energia, di una vitalità e di una brutalità a stento controllate dai canoni e dai percorsi educativi che si generano allʼinterno delle comunità di appartenenza, al di là e al di fuori dello Stato. Il racconto si apre con alcune pagine, intense e sconvolgenti. Siamo in Cecenia e i soldati russi sono sfiniti: «andavamo avanti come le onde dellʼacqua.... combattevamo sempre, sempre». E proprio laddove massimo dovrebbe essere il rispetto delle regole e della gerarchia, un soldato, > appena il capitano gli ha girato la schiena... facendo una faccia strafottente ha sparato al prigioniero in testa e sul petto. Aveva sonno ed era stanco, come tutti noi . Seguono due lunghi capitoli, «il Cappello e il Coltello» e «Quando la pelle parla», nei quali lʼautore descrive, con puntiglio antropologico, le norme di convivenza e le modalità di comunicazione della comunità criminale siberiana, che fu costretta a trasferirsi dalla Siberia alla Transnistria. Traspare con forza la nostalgia di un mondo, reale o semplicemente vagheggiato: > sapevo con certezza che stavo vivendo la morte della nostra società e quindi cercavo di sopravvivere, passando attraverso questo grande vortice di anime, storie umane, da cui mi allontanavo ogni giorno sempre di più . Ad una narrazione che dà ancora sicurezza ( così come in un territorio governato dalla mafia ci si sente salvaguardati per quanto riguarda la piccola criminalità) seguono due capitoli nei quali lo scontro tra bande diviene pura violenza. In «Il giorno del mio compleanno», il protagonista, insieme con un amico, deve portare un messaggio ad un esponente di unʼaltra comunità criminale. È una semplice ambasciata, ma si traduce in scontri, combattimenti, tranelli, il tutto in un ambiente urbano degradato e abbandonato a sé stesso. E laddove ci sono coercizione, promiscuità e corruzione, come nel «Carcere Minorile», la violenza diviene sopraffazione morale, fisica e sessuale. Dallʼavvio del successivo capitolo ( quello decisivo per la formazione del protagonista) ci si aspetterebbe una nota di speranza, e forse di amore. Ksjusa è una fragile ragazza autistica, protetta dalla comunità siberiana in quanto donna e perché disabile. Ma subisce uno stupro di gruppo ed allora inizia la caccia ai violentatori: una lunga corsa per tutti i quartieri della città sino alla vendetta, inesorabile e sanguinolenta. Ma per il giovane protagonista è > impossibile sentire la pace. Era giusto punirli per quello che hanno fatto, però punendoli non abbiamo aiutato Ksjusa. Quello che mi tortura ancora è il suo dolore, contro il quale tutta la nostra giustizia è stata inutile . Lʼepilogo è «una caduta libera». Sembra che il protagonista sia riuscito a crearsi un futuro diverso, fuori dalla comunità criminale. Quando, arruolato a forza nellʼesercito russo, si trova risucchiato in una nuova spirale di violenza. Ma allora ciò che veramente serve nella vita è lʼeducazione siberiana. Non è chiaro quanto il romanzo sia autobiografico e quanto invece pura invenzione. Alcune battaglie tra le bande ricordano quelle narrate da altri autori russi contemporanei, come Elizarov di Il bibliotecario, così come le violenze sessuali nel carcere minorile rispondono a luoghi comuni sulla vita delle prigioni ed alcune descrizioni in questo contesto sono decisamente pornografiche ed esagerate. Ma che sia realtà o fantasia poco conta. Il messaggio è chiaro: la frammentazione della società moderna, le cui regole di convivenza sembrano radicarsi sempre più nelle comunità familiari e nelle logiche di clan piuttosto che nelle istituzioni statuali. In questa discesa verso un mondo medioevale ci sono rari momenti di serenità: il rapporto con la natura ( le scene di pesca sono le più suggestive), le amicizie tra i coetanei, il rapporto con la saggezza dei vecchi, il rispetto delle regole e dei rituali. È un mondo anti illuministico che si chiude in sé stesso. La descrizione minuziosa delle regole e delle diverse comunità criminali, la ripetitività degli episodi, alla fine scontati, la carenza nel ritmo narrativo e nellʼapprofondimento dei personaggi, in fondo stereotipi e spesso simili, sono tutti fattori che rendono noiosa la lettura. Si arriva a fatica alla conclusione del romanzo. Perché leggerlo? Stimola la riflessione sulla società moderna ma non avvince.
El Paseo de Gracia
Eugenio è un noto scenografo e costumista italiano, che vive a Los Angeles. Una telefonata dallʼItalia lo riporta allʼorigine della sua carriera e alla figura di Olga. Molti anni prima, quando era ancora in Italia, Eugenio aveva avuto una relazione con unʼamica della moglie, appunto Olga: > piccola, carina, bruna, frangetta e tirabaci alla Louise Brooks (...) aveva uno sguardo sfuggente, ambiguo . Eugenio amava sua moglie, donna intelligente, colta e raffinata, ma era avvinto dalla ripetitiva scansione degli incontri con lʼamante: un lungo periodo di indifferenza, un amplesso furtivo, tacito, violento, veloce , e di nuovo lʼindifferenza, come niente fosse accaduto. Qualʼ è il gusto di un tradimento così avaro di erotismo e di sentimenti? > Eugenio si sentiva superiore a Olga, (...) al punto di godere soltanto se rischiava, oh, impunemente! la commedia di fingersi inferiore e di adorare lei appunto come se lei gli fosse davvero superiore (...) (ma) Eugenio sapeva sempre che Olga era una miserabile schiava . Era il piacere di ingannare sé stesso, anche se solo per cinque minuti (il tempo dellʼamplesso) la molla del desiderio di Eugenio, il quale, nel suo egoismo, si compiaceva che Olga si illudesse di essere la padrona, sapendo comunque che era un gioco. Ovviamente non era così, la donna non voleva essere la futile occasione dellʼego smisurato dellʼuomo, di una «doppia bugia» sempre uguale a sé stessa. > Eugenio non si accorgeva mai, e gli faceva comodo non accorgersi, e nemmeno sospettare, che lei poteva anche avere unʼanima, poteva anche, dai e dai, incominciare a volergli bene . Olga fuggì, scomparendo, ma rimase nella fantasia di Eugenio: lʼaspirazione di una donna suddito, che diviene sovrana per pochi minuti. Il romanzo riprende «nel presente». Eugenio è tornato in Italia a girare un film, ma il soggiorno in Europa non è altro che una ricerca di Olga. E quando deve andare a Barcellona, dove si dice che viva la donna, Eugenio ripercorre più volte El Paseo de Gracia nella speranza di incontrare Olga, la quale, > stranamente, miracolosamente, gli sarebbe apparsa identica a come era quindici anni prima: con il suo casco lucido alla Louise Brooks, col suo musetto sciocco e furbo, con il suo sorriso imbronciato . E lui gli avrebbe detto, > con la massima possibile tranquillità: Certo, che tutto è finito. Ma... ma forse, si potrebbe provare ancora una volta... una sola . Lo sfondo è il mondo meraviglioso ma falso del cinema. Lʼautore sviluppa anche una serie di intrighi, che dovrebbero dare un minimo di ritmo narrativo ad una trama fatta essenzialmente di sensazioni e riflessioni. Un primo significato del romanzo risiede nella narrazione della trasgressione, tanto più accattivante quanto più distante dalla vita normale. Come dice lʼautore, > astinenze lunghe (...).Poi, improvviso, sottile risvegliarsi del desiderio ma, per la durata di qualche giorno, solo un richiamo distratto, un memento apparentemente innocuo. Infine, di botto, una smania che non gli dava pace (...) E tutto si ripeteva più o meno come nella volta precedente . Esiste, poi, una chiave di lettura più profonda, esistenziale e filosofica, bene espressa dal brano sullʼ ossessione delle piastrelle. Eugenio vede nelle piastrelle del bagno lo stesso disegno, continuamente ripetuto, ma con infinite piccole differenze. Guardando le piastrelle da differenti punti di vista emergono due figure ricorrenti: il Bravo, che lo si riconosceva > sempre di profilo e se ne vedeva subito il volgare, massiccio naso adunco, la bocca crudele, lʼocchio acuto di belva che spia; e la Soubrette, una faccetta piccola e graziosa (...) e con la minuta boccuccia che a sua volta sorrideva . La Soubrette era il Bravo visto alla rovescio: il dominatore può diventare il dominato, il violento il docile e così via; noi tutti possiamo essere contemporaneamente, nelle varie circostanze, lʼuno e lʼaltro. Già nello «Lo Smeraldo», romanzo fantastico, Soldati sviluppa il tema del doppio, ricorrendo allʼespediente del sogno. Esistono altri mondi dentro di noi? Nel più tradizionale «A cena col commendatore» ritorna sulla complessità dellʼanimo umano: la maschera dentro la quale ci nascondiamo non è un artificio, ma fa parte intrinseca della coscienza. In questi due romanzi il racconto è sorretto dalla scrittura; nel primo dannunziana e immaginifica, nel secondo semplice e ottocentesca. In questo libro, invece, lo stile è «spezzato», faticoso, prolisso, mal sorretto da una trama esile e inconcludente. Perché non leggerlo? Non rispecchia lo scrittore Soldati. È una caduta di qualità
Elias Portolu
Nel prendere in mano questo romanzo di Grazia Deledda la mente va immediatamente a «Canne al Vento» (si veda la recensione in questo sito) e si spera di ritrovare la stessa magica atmosfera del capolavoro della scrittrice sarda. E medesimo il contesto ambientale e sociale, si parla anche qui del dolore come destino, della vita come cammino verso la morte, ma manca quella natura vivente, magica e indecifrabile, che è il tratto distintivo di «Canne al Vento». Al contrario, il paesaggio sardo è di contrappunto ad una vicenda umana irrimediabilmente segnata sin dall'inizio. Ecco come la scrittrice descrive la tanca, il terreno dedicato al pascolo. > I pascoli lussureggianti, al cader della primavera, prendevano un verde dorato luminoso: i cardi aprivano i loro fiori d'oro e di viola, i rovi sbattevano le loro rose selvatiche. (...) Il corso d'acqua in certi punti scorreva fra boschetti di sambuchi, dove il sole appena penetrava, formando laghetti verdi e misteriosi, circondati e tramezzati di roccie, sulle quali l'acqua infrangevasi mormorando . Paiono risuonare i versi del Petrarca, ma non siamo in Provenza, siamo nella dura, selvaggia, ancestrale Sardegna. Può darsi che la verdeggiante e luminosa tanca non sia reale, sia invece un vaneggiamento di Elias Portolu, un modo per dare serenità ad un'anima inquieta. A differenza dei fratelli e del padre, «bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri», Elias «era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato». E' tornato dalle carceri del Regno, e questa esperienza l'ha cambiato profondamente, fisicamente e spiritualmente: > la lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia, (...) il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; (...) sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualcosa di particolare, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali . In carcere ha imparato a leggere e scrivere, si è portato con sé libri di chiesa, che studia di nascosto. «Confuse visioni» gli ondeggiano nel sonno. Nel sogno gli pareva che > strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente . Quando un uomo gli fa incontro. E' zio Martinu, una specie di gigante, che tutti chiamano il padre della selva. A lui, sempre in sogno, Elias confessa che è debole, che non ne può più. E con la sua voce possente il gigante gli dice che «se tu non vuoi aver fastidi va' a farti prete!». Ed ancora a zio Martinu che Elias si rivolge, non più in sogno, quando si accorge di essersi innamorato della futura cognata, la bella Maddalena; non accetta il consiglio del vecchio di palesare ufficialmente il suo amore, ha paura di offendere il fratello, di far deflagrare un matrimonio deciso dalle famiglie da tempo, teme lo scandalo, non ha coraggio. Ma > immancabilmente Maddalena gli appariva in sogno. Ed erano sogni che lo turbavano e lo eccitavano dolorosamente. Soprattutto si rinnovava continuamente nel sogno la scena del ballo con Maddalena, > giacché le sue spalle, la sua vita, la sua mano serbavano intatta l'impressione fisica del corpo e della mano di Maddalena: e la mente, ricordando le parole di lei, si smarriva ancora in una vertigine di piacere e d'angoscia . La sua pusillanimità lo perderà e toccherà alla Morte decidere per lui. Dinanzi al corpicino senza vita del bambino avuto da Maddalena sentirà «calare un tenue velo di pace e quasi di gioia», solo e libero di ogni umana passione. Se ci estraniamo dal contesto sardo la figura di Elias è emblematica di chi non riesce ad uscire dagli schemi della società, dalle regole non scritte, delle quali è di fatto prigioniero. E' così difficile esprimere i propri sentimenti ed essere autentici! Andando forse oltre alle intenzioni di Grazia Deledda, nel romanzo paiono esserci tre mondi: quello semplice della povera gente che accetta con rassegnazione la morte e le sofferenze, e sarebbe pronto a riconoscere l'amore tra Elias e Maddalena, quello ipocrita e superstizioso della religione, che reprime i sentimenti salvo tollerare i peccatucci carnali pur che restino sotto una coltre di silenzio, e la figura del sapiente selvaggio, che non crede in Dio ed invita a scelte coraggiose. E' una interpretazione che renderebbe interessante il romanzo se questo non fosse sommerso da un tono melodrammatico e penitenziale. Perché non leggerlo? Melodrammatico e melenso, una delusione.
Emma
Emma è una giovane donna, determinata, indipendente, ma incline «a pensare un poʼ troppo bene di sé stessa». Vive in una cittadina della campagna inglese insieme con il padre: un vedovo fragile, timoroso delle novità e soprattutto di essere abbandonato dallʼadorata figlia. Dʼaltra parte perché sposarsi? > Se dovessi innamorarmi, in verità, sarebbe una cosa differente! Ma non mi sono mai innamorata; non è nel mio modo di essere o nella mia natura; e non penso che dovrei. E, senza amore, sono convinta che sarei una folle a cambiare una situazione come la mia; (...) e mai, mai potrei aspettarmi di essere così veramente amata e importante; così sempre prima e unica negli occhi di qualsiasi uomo come lo sono in quelli di mio padre . Non sono solo lʼorgoglio e il voler essere padrona di sé stessa, è anche il suo ideale di marito: alta integrità, aderenza alla verità e ai principi, disprezzo dellʼinganno e delle piccolezze. Si manterrà fedele a questi criteri, con tanta sicurezza affermati e vissuti? In parte. La storia inizia con la decisione della governante, Mrs. Weston, di sposarsi e di lasciare la casa dove per tanto tempo è stata al servizio. Se il padre è sconvolto, per Emma significa perdere lʼunica persona con la quale ha potuto confidarsi, lʼunica che riusciva in qualche modo a frenare il carattere della ragazza, sensibile, riflessivo ma anche caparbio e deciso ad imporsi agli altri. Ci sarebbe anche il cognato, Mr. Knightely, la conosce fin da bambina, ma con lui è un continuo battibecco, un perenne confrontarsi da differenti punti di vista. Emma incontra Harriet Smith, con la quale stringe una intensa amicizia. Ma se > Mrs. Weston era oggetto di rispetto , che aveva le basi nella gratitudine e nella stima, Harriet sarebbe stata amata come una alla quale lei poteva essere utile. Per Mrs. Weston non cʼera niente da farsi; per Harriet ogni cosa . Harriet è priva di dote e proviene da un basso ceto sociale, ma non per questo si deve degradare a sposare qualsiasi pretendente! Con una bella dose di presunzione e di imprudenza Emma convince la docile Harriet a non sposare Martin (un modesto fittavolo!) e ad ambire alla mano di Mr. Elton, il vicario della piccola città. Quando Mr. Elton, rifiutato dalla stessa Emma (ma allora perché è il giusto marito per lʼamica?) si sposa con una ragazza vacua e superficiale, ma con un bel patrimonio, Emma consola Harriet, facendole presente che Elton non era poi un uomo così affidabile. Compaiono due nuovi personaggi: Jane, una bella ma sofferente ragazza, la quale viene a vivere con la zia ed ha come unica prospettiva quella di andare a fare la governante presso famiglie benestanti; Frank, figlio del marito di Mrs. Weston, e che vive presso una zia, ricca e autoritaria. Emma cerca di stringere amicizia con Jane (unʼaltra ragazza da gestire?), ma viene in qualche modo respinta e tenuta distante. Nei pochi giorni che sta presso il padre, Frank riesce a fare la corte ad Emma e poi ad Harriet. Se Emma, dapprima compiaciuta ed intrigata dal giovane intuisce che cʼè qualcosa di falso nel comportamento di Frank, sembra la volta buona per Harriet, almeno così pensa Emma, la quale convince in tal senso lʼamica. Inutilmente Mr. Knightley la mette in guardia, facendole presente il debole carattere di Frank, ma ancora una volta Emma testardamente non si attiene al ben più saggio giudizio dellʼamico. Proprio durante uno di questi colloqui, spesso puntigliosi e contrastati, avviene un fatto premonitore. > Con un piccolo movimento, ben diverso dalla comune amicizia, (...) Mr. Knightley le prese la mano, se non era stata lei stessa a fare il primo gesto non lʼavrebbe potuto dire, ella poteva, forse, averla piuttosto offerta . Muore la zia di Frank ed allora il giovane, libero da costrizioni, confessa che era segretamente fidanzato con Jane e che il suo presunto corteggiamento per Emma e per Harriet era stata solo un modo per distogliere lʼattenzione dal vero oggetto del suo affetto. Ecco il motivo del malessere di Jane, la falsa situazione nella quale si trovava. Emma è dispiaciuta per Harriet e si rende conto di aver sbagliato ancora una volta nelle sue valutazioni, ma è profondamente offesa per il comportamento nei confronti di Jane, si è dovuta prestare allʼinganno per la mancanza di coraggio e di dignità di Frank. Dʼaltra parte > si potrebbe ben dire che il mondo non è della donna, le sue regole non sono le sue . Per Emma cʼè una sorpresa. Quando va ad informare Harriet della vicenda, scopre che lʼamica è innamorata di Mr. Knightley ed è convinta di essere ricambiata. Emma dovrebbe essere felice, perché allora sente un senso di dispetto, di sottile gelosia, di perdita dellʼoggetto amato? > Quale cecità, quale pazzia lʼaveva condotta! Ciò la colpì con una forza di travolgente sofferenza! Emma scopre di amare e di aver sempre amato lʼamico, e quindi qualʼ è la gioia quando Mr. Knightley, dapprima timidamente e poi sempre più sicuro, le confessa che lʼama anche lui e che la vuole sposare. Ma Harriet è di nuovo ingannata? Nessun problema, Emma con un sotterfugio la manda a Londra dalla sorella, per togliersela di torno, e poi, quando infine la deve affrontare, apprende che Harriet lʼha sempre ingannata, ha sempre amato Martin, che ha continuato a vedere, nonostante Emma. Tutto finisce bene, ma cosa resta dellʼindipendente ed orgogliosa Emma? Andrà ad abitare con il padre e con Mr. Knightley, chiudendosi nella dimensione familiare, tipica della donna. Ed anche le amicizie femminili, quella per Harriet in particolare, si muteranno in semplici superficiali conoscenze, è difficile portarle avanti quando si ama un uomo. È un romanzo molto articolato, anche troppo lungo e complesso, nella trama così come nella scrittura. Il fulcro è sempre lʼindipendenza della donna, con alcuni elementi distintivi rispetto ad altri romanzi dellʼautrice. Se negli altri libri il contesto, la cittadina, la piccola borghesia del primo ottocento, la campagna inglese, sono di sottofondo, qui sono al centro della narrazione. Basti pensare al secondo volume: le conversazioni superficiali, gli incontri salottieri e le scampagnate forniscono lʼimmagine di una società vacua, bigotta, molto attenta alle apparenze e ai patrimoni. Sembra di leggere i «Guermantes» di Marcel Proust e, come in questo volume della Ricerca, i dialoghi senza fine sono altrettanto noiosi, prolissi e inconcludenti. Un altro aspetto che accumuna il romanzo allʼopera di Proust è il tema della discrepanza tra ciò che si immagina e la realtà. «Me stesso creai ciò che vidi», cita ad un certo punto Mr. Knightley; ed infatti Emma immagina situazioni che si rivelano ben diverse da quelle costruite dalla sua fantasia. Rivolgendosi ad Harriet, esclama Emma «o Dio! come non lʼho mai vista!». La storia si sviluppa lentamente, senza ritmo narrativo, senza azioni. Predominano i dialoghi, spesso ripetitivi. Solo a tratti sono approfonditi i personaggi, i quali ruotano tutti intorno ad Emma, senza però completarla e spiegarla. La sintassi è estremamente difficile e tortuosa, quasi che lʼautrice abbia voluto mostrare la sua abilità nella scrittura e nel possesso dellʼinglese «colto». Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo se si vuole avere una visione completa degli splendidi personaggi di Austen; in caso contrario è meglio non prenderlo in mano perché è lungo, difficile e prolisso.
The enchantress of Florence
Siamo in Oriente nel magico impero di Akbar il grande. > Se il mondo lacerato dalla guerra era una dura verità allora Sikri (la capitale dellʼimpero) era una splendida bugia . È un mondo magico dove il mistero del grande sovrano «incanta tutta la terra, e il futuro, e tutta lʼeternità». In questa terra meravigliosa compare un viaggiatore, che proviene dallʼOccidente, che si fa chiamare Mogor dellʼAmore. Egli incanta il sovrano e tutta la corte con le storie di una città incredibile, Firenze: > per lui la conoscenza non era di alcun uso, eccetto per ricordargli di ciò che non dovrebbe mai dimenticare, che la stregoneria non richiede pozioni, spiriti familiari, o bacchette magiche. Il linguaggio fatto di parole dʼargento è sufficiente allʼincanto . Mogor dellʼAmore racconta di tre giovani fiorentini: uno di essi lascia la città natale per cercare lʼavventura e diviene un grande generale dellʼesercito ottomano. In una guerra con i persiani incontra una principessa, che diviene sua sposa. Con questa donna ritorna a Firenze per diventarne il capitano dellʼesercito. Questa principessa è «lʼincantatrice di Firenze», che utilizza i suoi poteri magici per ammaliare lʼintera città. Ma il confine tra stregoneria ed incanto è estremamente labile e ben presto la superstizione si scatena contro la donna. Che differenza tra il mondo magico di Sikri e la pochezza di Firenze! La principessa fugge nel nuovo mondo, ma > la sua magia non era più a lungo così forte da aiutare a resistere alle forze temporali, così come non era forte a sufficienza per cambiare la geografia della terra. Nessun passaggio di mezzo fu trovato e lei si trovò intrappolata nel nuovo mondo finché decise di morire . Ma anche il mondo magico di Sikri deve scomparire per lasciare il posto alla forza della realtà. > Sono tornata a casa dopo tutto ( disse la principessa al grande imperatore), tu mi hai permesso di ritornare, e così io sono qui, alla fine del mio viaggio. Fine a quando non sei, disse il grande regolatore dellʼuniverso, mio amore, fino a quando non esisti . Tutto può essere nellʼimmaginazione, anche al di fuori del tempo, niente può sopravvivere nella realtà. Con uno stile immaginifico e barocco, lʼautore racconta una storia incredibile, totalmente di fantasia, che, tuttavia, con il tono della fiaba sviluppa tre considerazioni: a) lʼoriente è meglio dellʼoccidente, in quanto nellʼoriente si esprime la ricchezza dellʼimmaginazione; b) la fantasia è un mondo incantato che permette di raggiungere la perfezione c) il passaggio della storia dallʼoriente allʼoccidente ( da Sikri a Firenze sino al nuovo mondo) corrisponde ad un lento ed inesorabile declino della civiltà. Le singole parole e la costruzione delle frasi affascinano i lettore ma le vicende sono troppo inverosimili ma anche eccessivamente reali per avvincere e convincere. Le digressioni, che sembrano rispondere più ad una forma di narcisismo letterario che alle esigenze della trama narrativa, appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso. Perché non leggerlo? Alcune pagine sono piacevoli,, lo spunto del libro è interessante ma è troppo frammentario e prolisso per rendere la lettura complessivamente attraente.
Enduring Love
Come gran parte dei racconti di McEwan all’inizio si è in presenza di un avvenimento eccezionale (in questo caso la morte di una persona che cade da un pallone aerostatico) che porta enormi cambiamenti a una vita che sembrava tranquilla e consolidata: entrano in crisi i rapporti di coppia, emerge un substrato di paranoia e di instabilità nel protagonista e vengono riconsiderate le sue scelte lavorative. E fino ad un certo punto il romanzo segue questo percorso, con alcune pagine molto belle ed efficaci sulla crisi del rapporto coniugale; sembra quasi che tutte le vicende vissute dal protagonista (in particolare la persecuzione da parte di un fanatico religioso) sia frutto della sua immaginazione e quindi il risultato di un sempre più accentuato processo depressivo e paranoico. Il protagonista si scopre differente da quello che pensava di essere. Poi, quando la storia sembra arrivata ad un punto morto, emerge il lieto fine, quasi da storia poliziesca, ma nasce anche la delusione nel lettore. McEwan scrive molto bene con un inglese semplice, fluido e comunque molto ricco in termini espressivi: singole pagine sono molto belle, l’insieme un po’ meno.
Eneide
Il poema racconta il viaggio di Enea verso lʼ Italia e la guerra che dovette affrontare > per poter fondare la sua città e introdurre nel Lazio i Penati, dando origine alla stirpe latina, ai padri albani e alle mura eccelse di Roma ( libro primo). Il poema si divide in due parti. La prima, che parla della peregrinazione sino allʼarrivo sulle coste laziali, riprende la struttura dellʼOdissea, mentre la seconda, che narra dello scontro con i Latini, ha come riferimento lʼIliade. Il poema è molto complesso, in quanto esistono diverse chiavi di lettura, che coesistono sovrapponendosi. Innanzitutto lʼEneide è il canto di un destino già scritto: porre le basi per lʼedificazione di Roma. A questo disegno devono sottostare tutti, sia gli uomini che gli dei. A differenza di quanto avviene nei poemi omerici, la dinamica che si sviluppa tra gli dei, ed in particolare lo scontro tra Giunone, nemica di Enea, e Venere, madre protettiva dellʼeroe, è solo apparente. Nellʼultimo libro, il dodicesimo, Giove si rivolge a Giunone: > quale sarà la fine, sposa mia? che resta? Sai bene, e devi sapere, che nume tutelare della patria, Enea al cielo è dovuto e dai fati elevato alle stelle. Che vuoi? Con quale speranza ti aggrappi alle gelide nubi? LʼEneide è il poema della storia dellʼumanità ( in termini filosofici potremo dire dellʼEssere che si fa nella storia) e non degli individui. Al di sotto della provvidenza, la vita freme, tuttavia, e vuole uscire allo scoperto. A rompere gli schemi sono soprattutto le figure femminili. Didone, le donne troiane che rifiutano di continuare il viaggio, Amata, madre di Levinia, la sposa destinata ad Enea, Camilla, la donna guerriera, e Giuturna, sorella di Turno, il nemico che deve soccombere. Sono donne che rifiutano il destino con un furore che cresce e si diffonde attraverso una progressiva perdita di controllo sino allʼautodistruzione. La furia di Amata viene descritta da Virgilio con la celebre metafora della trottola ( «come, scagliata da una frusta, scorazza una trottola» nel libro settimo), mentre le grida di Didone urlano il tradimento dellʼamore e della fiducia: > speravi dunque di poter nascondere il misfatto, maledetto, e allontanarti senza cenno dalle mie terre? Non valgono lʼamor mio o la mano che un giorno ti diedi a trattenerti? O Didone, che di una fine atroce morirà? . ( libro quarto); e Giuturna, che, riconoscendo la sua impotenza a salvare il fratello, chiede di morire, lei immortale: > ma quale mai bene dolce mi sarà, fratello, senza di te? Vʼé voragine tanto profonda che per me possa aprirsi, sommergendo una dea nei mortali abissi? Detto questo, tra lunghi gemiti, sʼavvolse il capo nel ceruleo mantello e in fondo al fiume si nascose .( libro dodicesimo). Enea stesso, talvolta, esce dal suo ruolo, di eroe ubbidiente al dovere, per mostrare di avere una individualità sua propria. Quando Vulcano gli regala una splendida armatura, già ornata delle future imprese di Roma, Enea si comporta, finalmente, come qualsiasi essere umano: > tutto ciò ammira Enea nello scudo di Vulcano, donato da sua madre e, ignaro degli eventi, si bea delle immagini, sollevando sulle spalle la gloria e i fati della stirpe ( libro ottavo). Un altro tema importante, e particolarmente moderno, è la guerra. Virgilio, a differenza di quanto avviene nellʼIliade, si sofferma sulla crudeltà della guerra anche mediante una descrizione minuziosa degli effetti sui corpi dei colpi impressi dai guerrieri. Ma ciò che interessante è che la guerra viene spiegata come la conseguenza della debolezza del re Latino, che, pur consapevole dellʼesigenza di allearsi con Enea, accogliendolo come genero, si ritrae in disparte lasciando che gli eventi vadano per conto proprio. > Travolti dalla tempesta, in balìa del destino ahimè siamo. Di tutto ciò con sacrilego sangue, esclama, voi, voi, sciagurati, pagherete il fio. Per me si approssima la quiete: in vista dellʼultimo porto di tutto mi spoglierà una felice morte. Altro non disse, si chiuse nel palazzo e degli eventi abbandonò le redini . ( libro ottavo). La guerra è sempre dovuta alla debolezza di chi vuole la pace ma non sa opporsi. La prima chiave di lettura, quella della realizzazione di un destino già segnato, è così dominante da rendere spesso pesante e noiosa la lettura.La traduzione di Mario Ramous è splendida, così come è molto interessante il commento di Gianluigi Baldo. Perché leggerlo? Vale la pena per il profilo delle figure femminile e per alcuni episodi, apparentemente marginali, come lʼamicizia eroica di Niso ed Eurìalo.
Enrico di Ofterdingen
> Quando numeri e figure non saranno più la chiave dʼogni creatura, quando quelli, che cantano o baciano, ne sapranno più dei dotti, quando il mondo tornerà alla vita libera, e tornerà nel mondo, quando poi luce e ombra sʼuniranno di nuovo in autentico chiarore, e si conosceranno, in favole e poesie, le eterne storie del mondo, allora davanti a una sola parola segreta, sparirà lʼesistenza assurda . Questi versi esprimono «nel modo più dolce lo spirito che anima» il libro di Novalis: un percorso spirituale, prima ancora che fisico, conduce un giovane a comprendere come solo la poesia sappia portare a sintesi le dicotomie che travagliano il mondo (bene e male, luce e ombra, pace e guerra, uomo e natura); a quel punto «irromperà la libertà», ma con essa avrà fine unʼesistenza, che ha senso solo se è alla continua ricerca di un equilibrio con sé stessa e con il mondo. Contemporaneo di Goethe e di Kant, al culmine dellʼilluminismo, Novalis è un animo irrequieto, che non si appaga delle vecchie e delle nuove verità. Per esprimere questo bisogno di qualcosʼaltro, lʼautore immagina che nella Germania medioevale il giovane Enrico intraprenda un viaggio, dalla casa paterna a quella dei genitori della madre, dalla Tubingia fredda, industriosa e banale, alla Svevia, calda, piena di lusinghe e di passioni. In un sogno propiziatore Enrico si ritrova immerso in una natura magica, nella quale > nuove immagini, mai viste prima, (...) sembravano un dissolversi di affascinanti fanciulle. (...) Lo assalì un dolce torpore, (...) Ciò che però lo attrasse fu un fiore alto dʼun azzurro luminoso, (...) questo iniziò a muoversi e a trasformarsi; le foglie si fecero più scintillanti, (...) il fiore si chinò verso di lui e i petali mostrarono unʼampia corolla azzurra in cui fluttuava un tenero viso . Che cosa rappresenta il fiore azzurro, irraggiungibile e tuttavia avvolgente? Unʼaspettativa, che si potrà specificare solo attraverso le diverse tappe del viaggio ed i suoi personaggi: i mercanti, che lo accompagnano prendendolo a tutela e raccontandogli storie fantastiche; i crociati con la loro esaltazione della guerra; la giovane schiava orientale e le ingiustizie subite; il minatore, che gli fa capire la complessità e la grandezza della natura; ed infine lʼeremita, la cui saggezza dimostra come solo nella solitudine sia possibile conseguire la pace interiore. In ciascuno di questi episodi e personaggi cʼè ancora una bivalenza di opposti sentimenti e contrastanti situazioni: lo spirito non si è ancora ricomposto in unità. Ciò avviene allʼarrivo in Svevia, dove non solo Enrico incontra lʼamore, la giovane Matilde, ma soprattutto ascolta una lunga fiaba. Ricca di spunti mitici e simbolici, di disgressioni oniriche e speculative, la fiaba parte dalla distruzione dellʼarmonia celeste ad opera dello scrivano del re, una sordida personificazione dellʼintelletto. Lo scrivano ha conquistato il dominio del mondo, liberandosi di Sofia (la saggezza) e di Eros (lʼamore). Spetterà a Favola, personificazione della poesia, riportare pace e ordine nel mondo, congiungendo Eros e Sofia, amore e saggezza. > Non tarderà a lungo il bello straniero. Il calore sʼavvicina, lʼeternità inizia. (...) La fredda notte lascerà questi luoghi solo quando Favola otterrà lʼantico diritto. (...) Fondato è il regno dellʼeternità, nellʼamore e nella pace termina la lotta, trascorso è il lungo sogno di dolore. Sofia è, in eterno, sacerdotessa dei cuori . Lʼopera non è poesia né prosa, ma si colloca al confine tra i due generi letterari; è un opera giovanile e incompiuta, in quanto Novalis è morto nel 1801 a solo trentʼ anni. Ha avuto una grande influenza nella letteratura tedesca, perché premonitrice del romanticismo, con il suo stile intenso ed evocativo e per la sua concezione quasi panteista della natura. Al di là di queste considerazioni, cosa resta di questa opera così particolare? Proprio il messaggio di fondo, ossia lʼidea che senza un sentimento forte non sia possibile dare armonia al Mondo. Per esempio, cosa manca oggi allʼUnione Europea, una costruzione istituzionale complessa e pure di successo, visto che ha garantito la pace allʼEuropa? Proprio la mancanza di una visione, di grandi aspirazioni, insomma della poesia. La solidarietà e la saggezza non sono sufficienti a rompere gli steccati nazionalistici se non sono sostenuti da una grande spinta ideale. Ricca di disgressioni poetiche lʼopera di Novalis si perde spesso in dialoghi e narrazioni a forte connotato filosofico; tutto ciò fa perdere ritmo allʼintero racconto, il quale si riduce spesso a riflessioni sul mondo e sulla vita. Tanta è la voglia di dire e così forte il ricorso al mito, ai simboli, persino allʼesoterico, che la lunga fiaba, perno centrale del libro, risulta di difficile comprensione in tutti i suoi risvolti narrativi ed espressivi. Perché leggerlo? È breve, affascinante e dà molti spunti di meditazione.
L'equazione del cuore
Massimo, un anziano professore di matematica in pensione, vive in solitudine in un'isola del golfo di Napoli: ha perso da alcuni anni la moglie Maddalena; la figlia Cristina si è sposata con un ricco imprenditore del Nord e torna solo d'estate per un breve soggiorno, insieme con il figlio Checco di otto anni. In sogno Massimo immagina di raccontare alla moglie degli alberi da frutto e > che le spigole e i cefali si prendevano dagli scogli tutto l'anno, mentre le mormore e le orate solo in primavera. (...) Maddalena, che aveva una voce talmente bassa che era strano che si percepisse in mezzo al soffiare del vento e alle urla dei gabbiani , gli chiedeva di Cristina e il vecchio professore le rispondeva che aveva tante cose da fare e soprattutto poteva dedicarsi alla matematica, > seguire le onde cicliche del mare e calcolarne le variabili col vento e con la luna ; e Maddalena, prima di scomparire, gli ricordava che dietro una figlia, anche se adulta, «bisogna vedere un bambino che non finisce mai.» Lo stato di beatitudine nel quale pare vivere il vecchio professore è interrotto in modo brusco da una telefonata, che comunica la morte della figlia e del genero in un incidente d'auto, nel quale è rimasto coinvolto anche Checco, in ospedale in gravissime condizioni. Massimo è costretto a lasciare il suo paradiso terrestre e andare, malvolentieri, in una fredda e nebbiosa cittadina del Nord. Per un po' il racconto pare voler parlare della piccola Italia industriosa, del suo sottofondo di intrighi, maldicenze e di noioso e fragile benessere; poi prende la direzione del Noir, anche se appiccicato ad una storia che di «giallo» ha poco. Il vero tema del libro è un altro: come conciliare razionalità e sentimento? L'approccio razionale porterebbe a interrompere la vita di Checco dinanzi alla prospettiva che il bambino resti in coma o ne esca gravemente disabile. E così farebbe il professore (potrebbe tornare subito al suo paradiso terrestre!) se non irrompesse con furia Alba, la tata del bimbo. > Chi cazzo sei tu, inutile eremita, che nemmeno sai quanto ti ama...? (...) Massimo restò immobile dov'era, nella stessa posizione. All'improvviso ebbe freddo, un freddo immenso. (...) Si forse non ho tenuto conto di qualcosa di importante, dottore . L' urlo di Alba, nel suo primordiale ed infinito amore, spinge il vecchio professore a reagire. Lo fa a suo modo. Deve capire come mai un ordine apparentemente perfetto, un insieme di benessere, prestigio sociale e forti legami familiari, si sia spezzato riducendo Checco in fin di vita. «Domani parto, se non ho nulla da capire». Non è chiaro se il vecchio professore voglia indagare le cause e le dinamiche dell'incidente per una reale empatia o lo fa solo per individuare una regola che «renda comprensibile il disordine», dando pace alla sua mente matematica. Caro professore, non sempre c' è un rapporto di causa ed effetto, talvolta non è possibile trovare un metodo che dia equilibrio agli esseri umani; spesso i sentimenti irrompono improvvisi laddove la ragione vorrebbe diversamente. Nell'ultimo capitolo de Giovanni cita l'equazione di Paul Dirac, erroneamente definita l'equazione dell'amore: essa indicherebbe che due particelle che hanno interagito tra loro per un certo di tempo, continueranno a farlo anche dopo che se sono state separate. E' come dire che i legami d'amore si distruggono e non si evolvono, in quanto due persone che si sono amate sono indissolubilmente legate. In realtà l'equazione dei fisico Dirac dice il contrario: descrive il moto di una particella libera che non interagisce né con campi esterni né con altre particelle. E' triste che uno scrittore come de Giovanni ricorra in modo superficiale ad una leggenda popolare che serve a vendere tatuaggi agli innamorati; non si capisce neanche perché lo debba fare, rinunziando a meglio approfondire la storia di un vecchio eremita che scopre la vera personalità della figlia e comprende finalmente il suo legame profondo con il nipote. Il romanzo è scritto molto bene, la narrazione scorre piacevole e fluida. Di grande intensità sono le prime cinquanta pagine, successivamente la trama si evolve con fatica, quasi che lo scrittore abbia perso la direzione. Il cambio del soggetto narrante, sempre più frequente nel corso del racconto, il ricorso al colloquio con il nipote in coma, sono espedienti che mostrano le abilità narrative di de Giovanni, ma fanno anche intravedere la debolezza strutturale della storia: essa non regge se lasciata alla sua evoluzione naturale: come Noir e come analisi psicologica. Perché leggerlo? E' piacevole.
L'eredità delle dee
> La regione di Kopanice si trova al confine tra Moravia (zona sud orientale dellʼattuale Repubblica Ceca) e Slovacchia ed è composta da vari paesi dislocati sui pendii dei Carpazi Bianchi. Si tratta di una regione che ha pienamente conservato le sue tradizioni folcloristiche, anche perpetuate in una forma arcaica, soprattutto perché è un luogo quasi isolato dal mondo circostante . Le donne chiamate dee sono > soggetti che possiedono, secondo quanto si crede diffusamente, specifiche capacità che permettono loro di curare malattie, di vedere il passato, di prevedere il futuro e di scoprire informazioni di solito inaccessibili alla gente comune . Così si legge in documenti della Gestapo, impegnata a confermare la teoria secondo cui in Moravia si sarebbe conservato un nucleo di popolazione germanica e quindi sarebbero giustificate le pretese del Terzo Reich sullʼEuropa Centrale. Non sono motivazioni politiche che inducono Dora, giovane ricercatrice in etnografia, a studiare le dee. Lei stessa è stata cresciuta da una dea, la zia Surmena, da quando, ancora bambina, ha scoperto il corpo della madre massacrato dal padre a colpi dʼaccetta. > Per lungo tempo aveva pensato che fosse quello il principio di tutte le sue sofferenze. Ma non era vero. (...) Dora non era stupida, e i volti sconvolti dei paesani parlavano chiaro: la sciagura sua e di suo fratello aveva origine molto prima, un tempo che la sua breve memoria non poteva ricordare . Con il piglio della scienziata e con la tensione di chi è personalmente coinvolta, Dora recupera e studia documenti dʼarchivio, risalendo lungo il corso della storia: dalla caccia alle streghe alle scrupolose indagini dei nazisti sino al periodo socialista, con le sue teorie razionalistiche e complottistiche. Non si limita ad analizzare e comparare rapporti di polizia, ricerche di antropologi ed etnografi, lettere e resoconti; ritorna spesso nei luoghi della sua infanzia per raccogliere le testimonianze delle donne e vivere nuovamente > i boschi pieni di faggi e querce, (...) i prati che brulicano dʼestate di rare orchidee, concordie e anemoni, inframmezzati da strisce di campi coltivati, con delle basse casupole abbarbicate al terreno, (...) con quei mattini freddi di unʼestate torrida, (...) e con quei rigidi inverni. (...) Con quella luna tonda, gigantesca, che spunta sopra le cime addensate delle montagne. (...) E davanti alla soglia di casa, sul crinale della collina, pare di stare in cielo, col mondo intero che si apre ai nostri piedi. Ma perché tornare al passato? Riportare alla luce i mostri? Sulla famiglia di Dora incombe la maledizione di una dea cattiva, contro la quale Surmena aveva combattuto tutta la vita. Se non si affida a «quelle occulte mani che mʼintridono» (come dice Ungaretti) come può spiegare Dora i tragici eventi: il truce omicidio della madre, il fratello minorato in coma per un attacco epilettico, la zia Surmena rinchiusa in manicomio a morire come una povera pazza, il suicidio del padre? > Appoggiò la testa al muro di piastrelle dellʼospedale e chiuse gli occhi. (...) E se fosse davvero colpa della maledizione che si era trascinata fino a loro? Cosa avrebbe significato per lei crescere con quella consapevolezza? Il romanzo può essere letto da molti punti di vista: un thriller storico, un conflitto tra scienza e superstizione, unʼimmersione romantica in un mondo ancestrale di donne, la ricerca di radici comuni dellʼEuropa Centrale, germaniche e slave ad un tempo perché intrise dello stesso paganesimo indoeuropeo; e soprattutto la vicenda di Dora, della sua solitudine, del suo disperato bisogno di avere una famiglia, della sua forza dʼanimo che non si arrende ai misteri. Non accetta Dora che venga infamata lʼamata zia Surmena, accusata di collaborazionismo con i nazisti e per questo perseguitata ingiustamente dal regime socialista. Lʼautrice ha voluto affrontare tanti argomenti: il risultato è una sovrabbondanza che stanca la lettura, dissolve la trama, frammenta la narrazione. E al lettore resta una domanda: chi è Dora? La protagonista è sommersa da troppi fatti e da troppi personaggi e noi non abbiamo capito chi sia, dopo oltre quattrocento pagine. Perché non leggerlo? È intrigante allʼinizio, ma poi si rivela prolisso e noioso.
L'eredità Ferramonti
Chelli è un autore «minore» dellʼottocento, dimenticato e collocato ai margini della letteratura italiana. Solo Benedetto Croce lo ricordò nella sua Letteratura della Nuova Italia, storpiando per altro il cognome (lo chiamò Ghelli) e citandolo come un cronista della borghesia di Roma capitale. Chelli è invece un ottimo scrittore, per la tecnica narrativa e per il modo originale di trattare il sistema dei personaggi. Il contesto storico è la Roma della seconda metà dellʼottocento, in profonda trasformazione urbanistica e sociale da quando è diventata capitale di un grande Stato. Lʼambiente sociale è costituito dalla borghesia bottegaia e impiegatizia, i valori dominanti sono il «dio denaro» e lʼascesa sociale a tutti costi. > Da Piazza di Ponte a Campo dei Fiori, padron Gregorio Ferramonti godeva la notorietà e la considerazione di un uomo, che si ritiene quasi milionario. Aveva costruito da sé la propria fortuna . È vero che la sua ricchezza era molto chiacchierata, ma Ferramonti, > come tutti i miserabili arricchiti, navigando in acque poco limpide, conosceva gli uomini, non li stimava, e soprattutto ne diffidava . Il disprezzo include anche i figli, i due maschi Mario e Pippo e la femmina Teta. Il primo è uno scialacquone dei soldi del padre, il secondo è ignorante e rozzo, mentre la figlia ha la grave colpa di aver sposato un modesto impiegatuccio ministeriale, persino squattrinato. Padron Ferramonti rompe i rapporti con i figli, i quali sono pieni di rancore verso il padre e soprattutto temono di essere diseredati. Tuttavia, sono così superficiali, così privi di energia e di ambizione che ben difficilmente potrebbero lottare con successo per lʼeredità Ferramonti. Si assumerà questo obiettivo Irene. > Lei portava... una nota di eleganza, un fascino di sorriso ed uno splendore di bellezza, un fremito, una gioia, una ebbrezza sottile che penetravano uomini e cose, (ma) sentiva nei suoi nervi, nel suo sangue e nel suo cervello qualche cosa, che non sapeva definire: una febbre di tutta se stessa, che lʼavvertiva dʼesser nata per la ricchezza e pel dominio . Lʼeredità Ferramonti doveva essere sua! Doveva sovvertire un destino che la voleva > nata povera, tra bottegai, fra gente che lʼavrebbe creduta pazza da legare se avesse potuto conoscerla per quello che era realmente . Per raggiungere il suo obiettivo, Irene sposa Pippo, fa in modo di conciliare i tre fratelli, diviene amante di Mario, per partecipare al «gran giro» della borghesia romana ed approfittare delle fortunate speculazioni finanziarie del cognato. Ed infine attacca il suocero, il padron Gregorio, conquistandolo con la sua grazia, > con le sue mille carezze da gattina amorosa...con gentili chiacchierate, che lo crogiolavano in una ineffabile beatitudine . Quando il vecchio muore per attacco apoplettico, dovuto alle tante leccornie che gli dava la nuora così affettuosa, Irene si ritrova con una carta, che la renderebbe erede di gran parte del patrimonio. Noi lettori la seguiamo incuriositi e sbalorditi nella realizzazione del suo ambizioso e coraggioso disegno; e Chelli è così abile che non ci accorgiamo di dove vuole parare, del perché di tante mosse imprevedibili. Siamo convinti della sua vittoria perché troppo evidente è il dislivello psicologico tra Irene e gli altri personaggi. Ed invece la nostra «eroina» perde clamorosamente. Perché? Il raggiro, la spregiudicatezza, la bramosia di denaro, lʼadulterio ben celato sono tutte cose accettabili alla borghesia romana, ma non il pubblico scandalo. > Ella era infelice. Non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino, onde aveva il cuore avvelenato... (ed allora si abbandonava) alle sue audacie di donna che sfida il mondo, dopo averlo voluto ingannare collʼipocrisia . Ostenta la sua relazione con il cognato (Mario è un noto libertino), accetta di vestirsi in modo scandaloso e provocante, facendosi vedere camminare > con un molleggiar canagliesco dei fianchi, che lasciava apparire istantaneamente dallʼapertura della gonna la gamba sinistra, come nuda sotto la maglia carnicina, la giarrettiera scarlatta sulla calza bianca ed i piedini arcuati nelle scarpette di raso, allora fu unʼesplosione: era un prodigio! non sʼera visto mai nulla di simile! E dire chʼella a principio aveva voluto rifiutarsi!.. Insomma il desiderio di piacere, di sentirsi seguita da > unʼonda di pensieri osceni, come un dilagamento di sogghigni equivoci e di occhiate imprudenti , prende il sopravvento sulla fredda calcolatrice e la rovina. La sua fragilità la tradisce. È facile per gli avvocati argomentare che Irene ha abbindolato il vecchio Gregorio con le turpi arti della meretrice e, quindi, il testamento è stato carpito con lʼinganno. A vincere è proprio il disprezzato ma accorto impiegatuccio ministeriale, che si ritroverà erede di un ingente fortuna, dopo che Pippo e Mario sono morti tragicamente, disperati perché abbandonati dalla donna amata, Irene. La prudente ed opaca condotta borghese ha la meglio sul coraggio, anche trasgressivo, di chi vuol ribaltare la gerarchia sociale: un triste presagio per la nuova Italia. Dietro una trama apparentemente semplice cʼè una tecnica narrativa sofisticata. E come se ci trovassimo dinanzi ad un film, nel quale la macchina da presa cambia continuamente di prospettiva, senza concentrarsi su un solo personaggio od ambiente. Ciascuno dei protagonisti è via via il riferimento del racconto, così ciascuno sembra potersi muovere liberamente e dare alla storia uno sviluppo diverso rispetto a quello che effettivamente si realizza. Solo a tratti emerge lʼangolo di visuale di Irene e il lettore capisce, sorpreso, che tutto lo svolgimento è parte di un disegno complessivo della donna. Ma proprio quando la macchina da presa si concentra sulla donna, emerge, contro ogni aspettativa, che ella non è,forse, una perfida ordinatrice di inganni. È anche una donna, sola e debole, con i suoi dubbi e le sue debolezze. Lʼautore si comporta come un regista che lascia che gli attori recitino a soggetto. Senza uno psicologo onnisciente, > vengono meno i ritratti ufficiali degli attori o le spiegazioni dei processi interiori del loro agire; ognuno è descritto e comprensibile solo in quanto oggetto dellʼanalisi propria o altrui, e la persuasività di queste diverse ottiche è in rapporto diretto con la perspicacia dellʼosservatore , ossia del lettore (Roberto Bigazzi prefazione allʼedizione Einaudi 1972). Perché leggerlo? Sofisticato affresco della borghesia romana, splendida figura di donna, arrampicatrice e trasgressiva.
L'eroe discreto
Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa. È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale «per vigliaccheria», ha deciso di > non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi . Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i «novelli sposi» hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. Lʼuomo, un vero «eroe discreto», rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: > non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti . Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, > in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto . Non esistono spazi salvifici, ossia > lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo . Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: > tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente. Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale? Non è che la speranza venga proprio dai tanti «eroi discreti» e non da vanesi intellettuali? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente. Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili. Perché leggerlo? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.
L'esame
> Pubblico oggi questo vecchio racconto poiché mi piace irrimediabilmente il suo linguaggio libero, la sua favola senza morale, la sua malinconia portena (tipica degli abitanti di Buenos Aires) e anche perché lʼincubo in cui nacque è ancora sveglio e vaga per le strade . Con questa annotazione Cortazar introduce un racconto scritto nel 1950, negli anni del primo peronismo, tra il 1945 e il 1955. Fu un periodo di grandi cambiamenti sociali: uscita ricca dalla seconda guerra mondiale, sotto la guida di Peron lʼArgentina sembrava avere dinanzi un futuro di sviluppo. Eppure, crescevano il disagio e il pessimismo tra gli intellettuali e nel ceto urbano; una malattia morale e psicologica che nasceva dalla soffusa e tacita consapevolezza della contraddizione tra una città cosmopolita, come era Buenos Aires, e un regime ottusamente ostile alla cultura e alle libertà individuali. I personaggi del racconto, i due fidanzati Juan e Clara, Andrés, Clara e il cronista, vagano nella notte in una città irreale, immersa nella nebbia. Il loro è un parlare apparentemente senza senso, che ruota costantemente intorno allʼinutilità dellʼintellettuale. > Tutto questo parlare, passarci fogli, questi tavolini dei caffè dove libri e libri e libri e prime e mostre.... Credimi, qui cʼè una fregatura, un tradimento. Non ti resta che unire tradimento alla realtà, alla vita, allʼazione, e con questo e uno stemma sul risvolto della giacca sei pronto a intraprendere qualsiasi carriera . Il gruppo non ha una meta né le vicende che lo coinvolge danno una trama alla narrazione; alternando prosa e poesia, citazioni letterarie argentine, latino americane ed europee, i giovani continuano a parlare dello stesso tema, in modo ossessivo e chiaramente inutile: > un bravo biologo riderebbe a crepapelle sentendo il nostro squittire. Perché non gridiamo nemmeno, il nostro è un versetto da topi . > Così assurdo parlare a vanvera, pensò Juan mentre uscivano, sentirsi parlare e sapere che non si ha mai abbastanza ragione. Questa è unʼaltra, forse la peggiore, delle nostre vigliaccherie . Juan, hai veramente ragione! Purtroppo siamo stanchi di tanto chiacchiericcio, vorremmo avere un poʼ di realtà, di sano pragmatismo. È per questo motivo, insieme con la mancanza di trama e la pochezza dei personaggi, che ho deciso con sofferenza di abbandonare la lettura alla fine del primo capitolo. Può darsi che il racconto prosegua cambiando radicalmente ritmo narrativo, non lo saprò mai, pazienza! «Il linguaggio libero» va bene se è in piccole dosi. La domanda che viene spontanea a noi italiani del secondo millennio è la seguente: quanto di questo racconto ritroviamo nel nostro Paese? > La creazione nasce dalla morale, non dallʼingegno (dice Juan), Ahi, Ahi, fece Clara, siamo mosci. Giusto, mosci, senza tensione. (...) Intendo dire che siamo carenti di spirito di sistema (che sia la libertà o per la libertà), e questo è soprattutto un difetto morale . Perché non leggerlo? È profondamente noioso.
Ettore Fieramosca
> Il padre di Fieramosca, invecchiato nelle guerre che lacerarono lʼItalia durante il secolo XV, non poté dare ad Ettore altro che una spada; e questi da giovanetto credette il mestier dellʼarme il solo degno di sé, né poté per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dellʼarmi non si impegnava che ad accrescere la riputazione e lʼavere. Ma crebbe il senno col crescer dellʼetà; e neʼ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender lʼozio in caccie, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per se stesso il mestier dellʼarme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine di arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per virtuosa cagione di difendere sé ed i suoi dalle straniere aggressioni . Questa lunga citazione, con la quale DʼAzeglio sintetizza la formazione del protagonista, rende bene lo stile e il senso del romanzo: storia di un duello in riscatto dellʼoffeso onore italiano, ma anche specchio di un grande personaggio del nostro Risorgimento, quale è stato Massimo DʼAzeglio. Letterato, pittore, scrittore, uomo dʼarmi, patriota ed infine primo ministro e mentore di Vittorio Emanuele II nei burrascosi anni, che seguirono la sconfitta della prima guerra dʼindipendenza. Con questo romanzo DʼAzeglio arricchisce con la fantasia un fatto storico effettivamente avvenuto nel 1503: la disfida di Barletta. Alcuni cavalieri italiani, che militavano al servizio della Spagna, vennero gravemente insultati da un barone francese, il quale aveva posto in dubbio il valore e la lealtà dei nostri combattenti. Ne nacque una sfida nella quale risultarono vincitori gli italiani. Lʼavvenimento storico è tuttavia di sfondo ad una intensa e sfortunata storia dʼamore. Ettore Fieramosca, > perfetto nelle forme del corpo, (che) mostrava... con un vestire stretto alla carne , è innamorato di Ginevra. La giovane è oggetto dei depravati desideri di Cesare Borgia. Ettore riesce fortunosamente a salvare Ginevra, nascondendola in un convento vicino a Barletta. Non è solo la passione amorosa, peraltro casta, a legare i due giovani. Anche Ginevra è una fervente patriota. Quando Ettore la informa della sfida, > il respiro di Ginevra diveniva più frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi dʼun vento che incalza, si alzava e sʼabbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi, ma però tutti degni di lei; gli occhi, che parevano temperarsi a seconda delle parole del giovane, sʼaccendevano, gettavan faville. Quanta ardita sensualità nelle parole di DʼAzeglio! È inutile aspettarsi un lieto fine. Siamo nellʼottocento e le storie dʼamore devono finire tragicamente. Ginevra muore, rapita e profanata nella sua virtù dal crudele Borgia. Ettore, ignaro della perdita della donna amata, vince la sfida, ma, quando sa la verità, scompare senza lasciare traccia. I montanari del Gargano parlarono per molti anni > dʼun cavaliere armato sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare . Le avventure di ardimento e di amore, gli intrighi e i tradimenti si succedono con una agilità e una maestria sorprendente e in qualche modo unica per la letteratura italiana dellʼottocento. DʼAzeglio è un precursore di Salgari. La ricchezza di episodi e di personaggi appesantisce, tuttavia, la trama, rendendo spesso difficile ritornare al filone principale. In molti casi il racconto sembra essere lʼoccasione di grandi affreschi. DʼAzeglio, da ottimo pittore, descrive con minuzia e con colori vivaci le feste, i ricevimenti e i duelli di un secolo, che amava divertirsi, pur guerreggiando continuamente. E lʼautore ricorda che lʼarte della cucina era ben difficile ai quei tempi, perché > tutti i piatti dovevano non solo piacere al palato, ma dilettare eziandio lʼocchio dei commensali... i piatti dei confetti erano formati, ora come monticelli sui quali crescevano piante cariche di frutti canditi, ora ad immagine di laghetti dʼacque stillate, neʼ quali galleggiavano barchette di zucchetto lavorato, piene di dolci: alcuni figuravano unʼalpestre montagna con un vulcano in cima, ed il fumo che nʼusciva era di gratissmi profumi . È difficile trovare il romanzo in forma integrale, in quanto lʼitaliano di DʼAzeglio è spesso arcaico, anche ampolloso. Non bisogna arrendersi. Proprio la sua scrittura dà quel senso di immaginifico e di irreale che é il fascino del libro. Perché leggerlo? È piacevole perdersi nellʼardore e nella fantasia di DʼAzeglio.
















