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3012
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3012

Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un «progetto di pace perpetua», che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse? Se fosse la guerra la condizione ideale per lʼumanità? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. Lʼautore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra lʼavvento del Profeta, colui il quale predicò «la guerra perpetua». Secondo lʼanonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella «Capitale del Mondo», una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo dʼ oggi, in particolare dellʼItalia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. > Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, lʼamore per la giustizia e la pietà verso i deboli . Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei «detti memorabili», con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: > la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere lʼalbero per farlo scendere, perché lʼalbero non è un mio nemico . Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra «bella, giusta, santa e necessaria», poco rimase. Gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice . E quindi è giusto come concluse lʼanonimo, > e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dallʼuomo. (...) Amen . È bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. È un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nellʼera della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, «un pesce fuor dʼacqua» nella > Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva allʼumanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che lʼutopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui. La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare lʼessenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti allʼItalia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che lʼautore abbia voluto togliersi tanti sassolini". Perché leggerlo? È sorprendente.

Sebastiano VassalliGiulio Einaudi
Abito da sera
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Abito da sera

Il romanzo è ambientato in Giappone negli anniʼ 60, quando lʼalta e media borghesia si americanizza, civetta con i costumi occidentali, protesa ad allacciare relazioni internazionali. Ayako è la figlia di un piccolo ma rampante imprenditore farmaceutico: ha dei lineamenti «amabili». > Su quei lineamenti, anche con un trucco alla moda, aleggiavano armonia e freschezza, e il suo viso, in alcun modo paffuto, dava lʼimpressione che vi affiorasse qualcosa dʼinteriore Ha un carattere pacato, composto e razionale, > ma Ayako non era affatto ottusa, era solo che le mancava lʼinclinazione a entusiasmi momentanei e a enfatizzare le passioni . La giovane frequenta un circolo ippico alla moda, dove conosce Donna Takigawa, vedova di un esponente dellʼalta burocrazia giapponese. Con un espediente la donna le fa conoscere il figlio, Toshio, che lei stessa descrive come > egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone . Ed invece Toshio ha una rappresentazione di sé totalmente differente, una sorta di robot, rigido e in qualche modo eterodiretto dalla madre. Si combina il matrimonio, accettato di buon grado dai due ragazzi, in parte perché si piacciono ed in parte per ubbidire al desiderio dei genitori. La luna di miele rafforza il loro legame, che si evolve da semplice simpatia a passione, vero e proprio innamoramento. Sembrerebbe quindi una bella favola, sulla quale irrompe Donna Takigawa, insinuando un presunto tradimento di Toshio: insinuazione che sconvolge Ayako. Ma chi è Donna Takigawa?. È quella che veniva chiamata una vedova «allegra», ricca e potente, ama smisuratamente il bel mondo, i ricevimenti e le relazioni sociali. Dietro un volto tenero ed affettuoso si nasconde un «innocente malanimo, (...) una donna sgradevole», una doppia personalità. Una sera i due ragazzi sono invitati ad un ricevimento da Donna Takigawa. Ma proprio sulla porta di casa Toshio scopre lʼincredibile menzogna e decide di ribellarsi e di non andare dalla madre; Ayako cerca di opporsi, poi ubbidisce al marito e lo segue a mangiare in una modesta trattoria. È uno scandalo; offesa, umiliata e piena di rabbia, Donna Takigawa pretende che divorzino, accusando la nuora di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Come si risolve la questione? Non certo mandando a quel paese lʼintrigante suocera né facendo spallucce e continuando per la propria strada. Siamo in un mondo di convenzioni ed anche di interessi, Donna Takigawa è ricca e potente. Toshio va da una principessa della Corte Imperiale, chiedendole se si può fare accompagnare dalla madre in un viaggio alʼestero. > In quel tipo di conversazioni, Toshio giocava in casa, un gioco che i giovani di oggi non saprebbero mai imitare La principessa sa benissimo i motivi della visita, ma > il suo sembiante rimase imperturbabile, tinto di una tenera comprensione, incantevole come un cielo allʼalba, poi con tono chiaro e deciso , accondiscende alla richiesta del giovane, ad una sola condizione: i due ragazzi debbono mostrare verso Donna Takigawa > una tenerezza sincera, (...) chiedendo perdono con garbo, anche se sua madre lo reputasse inaccettabile . Insomma le convenzioni vanno sempre rispettate, anche se si è usato lʼinganno per aggirarle. Il racconto si presta a molte interpretazioni. Quello che è chiaro è che i due giovani subiscono una trasformazione: pur appartenendo entrambi ad una classe sociale dominata dalla forma, prima del matrimonio erano due giovani schietti e sinceri; per sopravvivere diventano anchʼessi due «sembianti» e a cambiarli sono le inquietudini e la paura. > Forse il matrimonio era una scuola dove si insegna la menzogna della vita , perché bisogna > prevedere le reazioni del mondo esterno da ogni angolazione, come se le porte su tutti i lati di una stanza, prima ermeticamente chiusa, si fossero spalancate . Dʼaltra parte non cʼè alternativa per la povera Ayako, > avrebbe potuto diventare un uccellino che vola via, affidando la sua ombra a quella pianura, Ma lì cʼera il vuoto e le faceva paura, neanche un ramo dʼalbero su cui far riposare le ali . Il racconto è elegante e sottile, ma superficiale: si aprono molte finestre sui protagonisti, che piacerebbe approfondire, ma restano soltanto spiragli; lʼautore corre subito via verso qualche cosʼaltro. Preso dalla critica alla società giapponese, alla sua esasperata americanizzazione, lʼautore trascura quelli parti del romanzo, che più attirano il lettore: come le convenzioni sociali facciano perdere lʼautenticità e la gioia spensierata di vivere. Perché leggerlo? Si legge con grande piacere, per lo stile narrativo e perché ci si affeziona subito ad Ayako.

Yukio MishimaOscar Mondadori
Accabadora
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Accabadora

Maria é una fillus de anima, > è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna ( che li cede) e dalla sterilità di unʼaltra ( che li accoglie e li alleva). Nel nostro caso Maria è stata «adottata» da Tzia Bonaria, una anziana vedova. La prima parte del romanzo, la più riuscita, narra lʼinfanzia e lʼadolescenza di Maria, ed in particolare la graduale conoscenza con la madre adottiva, una donna sempre vestita di nero, severa, chiusa, che apparentemente svolge lʼattività di sarta. Tzia Bonaria offre una relativa agiatezza alla bambina, la fa studiare e soprattutto costruisce intorno a Maria una fragile normalità, comportandosi «come se la creatura le fosse nata in grembo». Per Maria il rapporto filiale e lʼaccettazione della doppia appartenenza a due famiglie sono una graduale conquista, che lʼabitua ad essere al centro dellʼattenzione della gente, ad accettare situazioni anomale e a modellare, da sola e in modo autonomo, la propria vita. La capacità di affrontare lʼindicibilità del mondo e della natura umana si scontra, tuttavia, con una scoperta sconcertante ed inquietante. Tzia Bonaria è una accadabora, ossia una donna che dà la dolce morte (lʼeutanasia) a chi glielo chiede. In un drammatico colloquio, Maria, «con un singhiozzo senza pianto di una bestia strozzata» vorrebbe che lʼanziana vedova le spiegasse «questa cosa necessaria», dare la dolce morte. E la giustificazione di Tzia Bonaria è incredibile, al di là della comprensione di Maria. > Ho imparato da sola, dice la Tzia Bonaria, che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e lʼho fatta.... Io sono stata lʼultima madre che alcuni hanno visto....Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora . La ragazza non regge lʼidea di vivere con una donna che dà la morte e fugge lontano dalla Sardegna, trovando un lavoro presso una famiglia di Torino. È la seconda parte del romanzo, un interludio, che è anche uno snodo, non chiarissimo peraltro, della vicenda. Uno dei ragazzi, che le sono stati affidati nella sua funzione di governante, è un adolescente taciturno, ostile, autoritario, ma lʼabitudine di Maria a misurarsi con lʼindescrivibile permette alla ragazza di farsi aprire lʼanimo del giovane e di scoprire un terribile segreto: il ragazzo ha subìto un abuso sessuale quando era piccolo. La condivisione di un fatto così orribile porta allʼamore, perché il legame tra le persone è tanto più forte quanto più si appoggia sui misteri profondi dellʼanimo umano. Nella terza parte del romanzo, Maria ritorna in Sardegna ad assistere Tzia Bonaria nella sua lenta agonia. Si va gradualmente, ma anche stancamente, allʼepilogo, senza, tuttavia, che ci sia la conclusione che dovremmo aspettarci. Perché Tzia Bonaria muore un momento prima che Maria stia per compiere lʼeutanasia? È la dolce morte un limite che non riusciamo a superare? Qualche cosa che non riusciamo comunque ad accettare? Affrontando un tema così complesso, esisteva il rischio di una prosa ridondante, ricca di incisi e di passaggi enfatici. Lʼautrice si è mossa, invece, con uno stile leggero, sobrio, a tratti ironico, affidandosi a ritratti gustosi e a episodi tipici della vita agreste della Sardegna. La prima parte del romanzo è senza dubbio quella migliore sia dal punto di vista della scrittura che per quanto riguarda la trama. La narrazione si sviluppa di intensità via via che ci si avvicina alla scena finale: il colloquio chiarificatore tra Maria e Tzia Bonaria. Nelle parti successive la narrazione diviene gonfia, perde quellʼessenzialità e quella levità che avevano caratterizzato le pagine precedenti. Ed anche la trama narrativa si dissolve frantumandosi e privando il lettore di una chiara visione del percorso verso la conclusione, che anche per questo delude. Perché leggerlo? Il tema è interessante, la scrittura piacevole.

Michela MurgiaGiulio Einaudi
Le affinità elettive
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Le affinità elettive

Nella Germania dellʼinizio dellʼ800 Edoardo e Carlotta sono due ricchi possidenti. Pur amandosi da giovani, si sono sposati avanti negli anni, dopo essere rimasti entrambi vedovi. Hanno differenti caratteri, che sembrano completarsi perfettamente: Edoardo è «nel fiore dellʼetà virile», impetuoso, generoso ma superficiale e talvolta sconsiderato; Carlotta è riflessiva, paziente, oculata nella gestione della casa e del patrimonio. La vita scorre serena, godendo «indisturbati la felicità finalmente raggiunta», quando irrompono due ospiti. Il Capitano, amico di Edoardo, è un uomo posato, di grande esperienza, che mette a disposizione le sue competenze di progettista, ingegnere ed organizzatore. Non può che trovarsi in sintonia con Carlotta. Ottilia, nipote di Carlotta, è una giovane graziosa, sensibile, introversa, apparentemente tranquilla. Quel qualcosa di fanciullesco che cʼè in Edoardo non può che corrispondere alla giovinezza di Ottilia. E ben presto > la segreta attrazione e la forza della fantasia affermarono i loro diritti sopra la realtà , con una prepotenza tale che nellʼoscurità, nei momenti più intimi dei due sposi, > non era altri che Ottilia colei che Edoardo teneva fra le sue braccia; il fantasma del Capitano aleggiava o da presso o da lungi allʼanima di Carlotta, e così sʼavvinsero, lʼassente e il presente in soavissima mescolanza di voluttuosa eccitazione . Cogliendo lʼoccasione della partenza del Capitano, Carlotta saggiamente propone di mandare Ottilia in collegio, ma Edoardo, di impeto, lascia la casa, rinunciando apparentemente alla felicità di amare la ragazza. Le due donne restano insieme, in una calma apparente, senza però ritornare ad «una piena ed aperta armonia». A risolvere la crisi matrimoniale, con un nuovo vincolo, potrebbe provvedere la nascita di un bambino, che ha tuttavia gli occhi di Ottilia e le fattezze del Capitano. È la prova fisica dellʼadulterio, ed infatti è stato procreato proprio nella notte, in cui facendo allʼamore i due sposi pensavano ai propri amanti. Lʼaffetto e la cura per il bambino riuniscono Carlotta ed Ottilia: > tutto sembra andare per la sua solita via, come accade anche nelle circostanze più straordinarie, quando tutto è in gioco, che pure si continua ancora sempre a vivere come se nulla fosse . Nuovi personaggi entrano in scena, come un giovane e valente architetto, che avvolge di attenzione Ottilia. Scompiglia la vita quotidiana la briosa figlia di Carlotta, allegra, tumultuosa, anche troppo. Le due donne completano i progetti già avviati dal Capitano: il riordino del grande parco, lʼunificazione di diversi stagni in un lago, la costruzione di una nuova dimora in un meraviglioso punto panoramico, la ristrutturazione della chiesa parrocchiale. La ricerca della perfezione pervade lʼazione dei personaggi e li spinge, persino, a ricostruire mirabilmente famosi dipinti con scene viventi, nelle quali si fa ammirare Ottilia. Carlotta, per affetto per Ottilia o per un segreto desiderio di ricongiungersi con il Capitano, sarebbe disponibile ad accettare il divorzio e lʼunione di Edoardo con Ottilia. Ma è la ragazza a rifiutarsi, con una scelta tutta spirituale, ma solo apparentemente convinta. In questa parte del romanzo, al narratore esterno si affianca il diario della giovane: brevi annotazioni che alternano massime morali e romantiche riflessioni con la manifestazione del profondo struggimento di un giovanile animo innamorato. Ed è la sconsiderata irruenza di Edoardo a far precipitare una situazione così fragile.Sorprende Ottilia in riva al lago in una sera autunnale, i due innamorati si abbracciano e > per la prima volta si baciarono apertamente, liberamente, e si staccarono con uno sforzo doloroso . La ragazza rimane «imbarazzata e agitata». Per ritornare al castello compie lʼimprudenza di utilizzare la barca, malgrado fosse insieme al bambino. Per una serie di fortuite circostanze il bambino cade in acqua ed annega. A questo punto il racconto giunge al suo inesorabile epilogo. Ottilia, pur nellʼapparente serenità ed esprimendo idee di operosa espiazione, si dà la morte per inedia. Goethe, che non era affatto religioso, chiude il romanzo con una sorta di santificazione della ragazza, ad indicare probabilmente una sua spiritualizzazione, la morte di Ottilia come elevazione morale. Thomas Mann ha definito il romanzo > la più chiara fusione tra Eros e Logos, tra sensualità e moralità, tra immediatezza e riflessione... opera tedesca di altissima civiltà morale . La morte per inedia di Ottilia esprimerebbe > lʼobbedienza prestata alla legge dello spirito, che paga il suo tributo, con virile tragicità, alla norma etica . Le affinità elettive sarebbero «una costruzione spirituale», un testo filosofico nella forma del romanzo, una sorta di manifesto della «missione moralizzatrice» della Germania, il suo «imperioso istinto». Forse la Merkel ha troppo letto le affinità elettive quando chiede a noi italiani di fare i nostri compiti a casa: impersona lʼintento educativo della Germania verso i gaudenti popoli mediterranei. Senza nulla togliere al grande scrittore, lʼinterpretazione di Mann immobilizza il libro nel passato, come testimonianza della storia del pensiero tedesco, mettendo in secondo piano ciò che ancora lo rende così moderno: «la storia della magica attrazione» tra anime affini che irrompe disastrosamente nellʼamicizia, nella stima reciproca, nelle istituzioni più sacre, come il matrimonio, e nel mondo ordinato ed elegante che cerchiamo disperatamente di costruire. Ed Ottilia, prendendo il tutto troppo sul serio, è la vittima della superficialità e dellʼegoismo di alcuni, come Edoardo, e della noiosa sapienza di altri, come Carlotta, che, spesso, per troppa sicumera, non colgono in tempo il dramma delle persone come Ottilia, fragili e sensibili. Accanto ai personaggi, un altro protagonista è il paesaggio. In esso e nel continuo tentativo di ricostruirlo secondo un disegno umano si esprime la contraddizione tra presente e passato. Il presente vorrebbe dare a tutto un ordine maggiormente armonioso e razionale, il passato ci riporta la spontaneità della natura, mezzo anche per la trasmissione dei ricordi. Dando una nuova e più adeguata sistemazione al cimitero, Carlotta offende senza volerlo la devozione dei defunti, perché i parenti erano abituati a visitarli sepolti in altri luoghi, anche se dispersi in modo disordinato nel campo santo. È come se si perdesse la nozione del tempo e con essa la memoria, così legata ai luoghi conosciuti e al loro tradizionale disordine. Il limite del romanzo risiede nelle frequenti dissertazioni di carattere filosofico e morale. Soprattutto nella seconda parte del racconto, dopo che Edoardo ha lasciato la casa, le divagazioni appesantiscono e frammentano la lettura, scomponendo lʼunità complessiva, danneggiando il ritmo narrativo e lʼapprofondimento psicologico dei personaggi. Anche Goethe ha fallito nel costruire lʼopera perfetta. Perché leggerlo? La storia e i personaggi sono estremamente moderni, se ci si lascia avvincere dalla trama.

Wolfgang GoetheGiulio Einaudi
Aniko
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Aniko

I Nenec sono un popolo di poco più di 40 mila individui, stanziati nella parte nord orientale della regione degli Urali: la loro economia si basa fondamentalmente sull'allevamento delle renne. Come molti giovani Nenec, Aniko è andata a studiare lontana dalla propria terra: prima in un convitto nella città più vicina, poi più distante ancora, a studiare geologia all'Università. Ha assimilato la lingua e la cultura russa tanto da dimenticare le sue origini. Deve tornare dal vecchio padre perché le è giunta la notizia della morte della madre e della sorellina, uccise da un lupo soprannominato Diavolo zoppo. Il ritorno è scandito prima dalla ripugnanza ( > quando il padre le era ormai vicino: fece involontariamente un passo indietro: emanava un puzzo di alcol, fumo e sporcizia ), poi si riappropria lentamene della lingua e dei costumi, ed infine sopraggiunge la rimembranza dell'infanzia perduta: «Era calata la sera, insieme alla madre, aveva acceso un fuoco vicino al»cum > . Giocava con le sue bambole di pezza che avevano becchi d'uccello al posto della faccia. La mamma era intenta a cucire una nuova jaguska per una delle bambole. Per un istante Aniko credette di rivedere davvero il volto concentrato della madre. Ma trascorso quell'istante, per quanto si sforzasse, non riuscì più a ridisegnare i suoi lineamenti nei ricordi. Erano svaniti, forse per sempre . E' confusa, fino allora «non aveva fatto altro che provare a vivere». Deve accettare l'invito intriso di rimprovero di Aleska, il compagno d'infanzia, a restare per migliorare le condizioni dei Nenec? O deve lasciarsi sommergere dal fascino della tundra e di una società ancestrale, immobile e apparentemente armoniosa? E' ciò che attrae Pavel, un giovane geologo non Nenec, a desiderare di restare per abbandonare «i soliti pensieri ordinari» e «scoprirsi all'improvviso più maturi, sinceri e buoni!» Non sappiamo cosa farà Aniko, lascia la tundra ma tornerà un giorno? Che sarà di lei? Aniko è un personaggio esile e la sua storia è troppo sfumata per trasmetterci i sentimenti contradditori della ragazza, in bilico tra l'affetto per il padre, solo ormai eppure protetto dal villaggio, e la voglia di essere parte di una società ricca di stimoli culturali e professionali. Estraendo dall'ambiente specifico e se sostituissimo il russo con l'inglese, lo stato di attesa e nostalgia di Aniko è la condizione di molti giovani d'oggi. Ma non era questo lo scopo della scrittrice: legata profondamente alla propria terra, l'autrice ci porta in un mondo di serena concordia dove gli uomini, i cani, le renne e persino i lupi vivono «in una immobilità di gioia inesauribile», come dice Ungaretti parlando della sua città natale, Alessandria d'Egitto. Si pensi alla renna Temujko, che è stata allattata dalla mamma di Aniko e torna sempre sulla tomba della padrona, al cane Buro, il fedele amico del vecchio padre, e come questi accetta con dolorosa rassegnazione l'abbandono della figlia, forse definitivo. E che dire di Diavolo zoppo? La descrizione del lupo, della sua solitudine e del suo rancore, dà inizio all'intero racconto, e impronta di sé alcune della pagine più belle del romanzo. La società dei Nanec pare perfetta, nella sua secolare armonia, ma non è così. Come dice Pavel ad Aniko, > i nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi. imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli. (...) E se non li aiutiamo adesso... E se l'intera storia fosse una fiaba, e come una fiaba va bene per tutte le latitudini, pure una metafora della nostra misera Italia, un invito a liberarci dalla passività? La scrittura è melodiosa e fluida come l'intera storia: dolce e leggiadra, evocativa e naturalistica ad un tempo quando descrive la tundra e i suoi abitanti, sintetica ed efficace nei dialoghi, nell'eterna conversazione tra i Nenec ed invece contratta quando parla Aniko, come a riflettere la sofferenza dinanzi a scelte di vita che deve affrontare, suo malgrado. La trama è debole nel ritmo narrativo (pare che nulla succeda), ma la scrittura è splendida, con assonanze provenienti da altre lingue. Perché leggerlo? Dolce e leggiadro.

Anna NerkagiUtopia
Le Anime Morte
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Le Anime Morte

> Felice lo scrittore che, lasciando in disparte i caratteri noiosi, ripugnanti, quelli che colpiscono per la loro triste realtà, affronta i caratteri in cui si rivelano le più alte qualità dellʼuomo..... Eccelso, universale poeta lo acclamano.... ben altro è il destino dello scrittore, che osa evocare alla luce tutto quello che abbiamo sempre sottʼocchi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose, che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri, di cui ribolle, amaro a tratti e tedioso, il nostro viaggio terreno .Gogolʼ sviluppa unʼanalisi caustica ma gioiosa della società del suo tempo, con una ispirazione che lo rende unico tra i grandi scrittori realisti dellʼOttocento, come Zola, Flaubert e Verga. Lʼidea geniale di Gogolʼ è quella di fare emergere la sordidezza e la vacuità dei suoi contemporanei mettendoli dinanzi ad un fatto inverosimile. Il protagonista del romanzo, il prosaico Cicikov ( > né troppo giovane né troppo vecchio, né troppo grosso né troppo snello, né troppo elevato né troppo umile ) viaggia per la vasta provincia russa proponendosi di acquistare i servi morti ( da qui il titolo del romanzo), sui quali i proprietari continuano a pagare una tassa. E ciò che é paradossale é che non solo i proprietari accettano la compravendita, ma che le istituzioni e la stessa buona società non intravedono lʼassurdità e lʼimmoralità di questo commercio. Ben altri sono gli ostacoli che deve incontrare il protagonista nel suo cammino! Le visite ai proprietari lo costringono a subire le particolarità, talvolta stravaganti ma spesso fastidiose, dei diversi caratteri e stili di vita: il possidente vanitoso e vacuo, la zitellona bigotta ma avida, il proprietario affarista, lʼubriacone anche violento. Si tratta di una carrellata di personaggi e di ambienti, che permettono allʼautore di disegnare con poche pennellate la vita, meschina ma anche dispendiosa, della piccola e media proprietà russa. Se i caratteri sono tratteggiati in modo ironico e brioso, la descrizione dei villaggi è sociologica, anche se manca in Gogolʼ qualsiasi indignazione per la condizione dei contadini. Quando poi scoppia lo scandalo nella piccola città di provincia in cui si trova Cicikov, il nostro protagonista è travolto da pettegolezzi, supposizioni e false accuse, che niente hanno a che fare con la truffa che sta portando avanti, ma che lo costringono alla fuga. Ma come tutti i russi, anche Cicikov ama la velocità della vettura che lo porta correndo sulla strada e si lascia travolgere da una sensazione di esaltazione e di abbandono. > È come se una potenza ignota ti prendesse sullʼala con sé, e tu voli, e tutto vola... Non così anche tu, Russia, come unʼardita insorpassabile troika, voli via? Con la partenza di Cicikov si conclude la prima parte del libro, lʼunica compiuta e approvata dallʼautore. Il piano complessivo dellʼopera prevedeva altri due parti, di cui la seconda ci è pervenuta incompleta mentre la terza è stata distrutta dallo stesso Gogolʼ. Se si legge la seconda parte emerge chiaramente come il tema di fondo dellʼintera opera dovesse essere il viaggio, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E dice Gogolʼ con un accento pirandelliano, > il lettore non deve irritarsi con lʼautore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Cicikov; qui egli é padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci . La capacità di Gogolʼ di tratteggiare i personaggi e gli ambienti borghesi della società russa costituisce il pregio fondamentale del romanzo. Dalla lettura emerge, tuttavia, una sensazione di superficialità e di incompiuto, quasi che la scrittura richiedesse ancora miglioramenti ed approfondimenti. Perché leggerlo? È un romanzo attuale ( soprattutto per lʼItalia), in quanto racconta la facilità con cui una società vacua e superficiale accetta qualsiasi fatto, anche se inverosimile ed improbabile.

NikolajOscar Mondadori
Anime scalze
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Anime scalze

La storia prende le mosse dal momento in cui troviamo Ercole insieme al fratellino Luca sul tetto di un centro commerciale, con la polizia che grida di scendere. Dal racconto scopriamo che Ercole ha quindici anni, vive con Asia, la sorella più grande, e con un padre assente, che lavora come capita e spesso si mette nei guai. Ercole sa bene che Asia «era forte, sì, coraggiosa, ma non indistruttibile, Legata a me, ma non con me» Quando la sorella gli comunica che andrà a vivere con il fidanzato Ercole comprende che «le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano». Con una vecchia bicicletta va a cercare la madre in un piccolo paese in montagna. Buca la gomma, è costretto a farsi dare un passaggio, deve chiedere i soldi per il biglietto del treno, quando arriva al paese dove vive la madre, gli è difficile trovare dove abita perché la madre sta in una casa isolata. Ercole, testardo e coraggioso, affronta tutti gli ostacoli, vince le paure,  ma non debella i mostri che ha dentro. Non riesce a fare alla madre le domande che vorrebbe. > Perché sei andata via esattamente? (...) Perché non mi chiedi se mi sei mancata? (...) Le cose vanno così. Ercole. E non puoi farci nulla diceva Asia. Sopraggiunge una svolta. > Appeso a uno spuntone del muro esterno c'era un casco da football americano, giallo, con il numero dieci in rosso . E' di Luca, suo fratello di sei anni. > La vita è una palla di biliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque . Adesso Ercole ha qualcuno di cui prendersi cura, da proteggere, anche rispetto al mondo degli adulti. E quando al compleanno di Luca, gli amici del padre del bambino cercano di ubriacare il piccolo senza che la madre lo difenda, è Ercole a intervenire e poi a portare in salvo il fratellino. Con audacia e vincendo la paura, si mette alla guida di un' auto. Lo sorprende la polizia. > Mi avrebbero creduto se avessi spiegato cos'era successo, che lo facevo per Luca? Avrebbero creduto a me o agli adulti? (...) E se mi avessero creduto, Luca dove lo avrebbero mandato? A chi l'avrebbero affidato? (...) Ho sentito la voce di Obi-Wan sussurrarmi: usa la forza, Luke. Segui l'istinto. Ho sentito le crepe sbriciolarsi e i mostri uscire dai muri. Ho ingranato la prima. Ho premuto a manetta sull'acceleratore. E sono fuggito. Se nei romanzi dell'Ottocento l'adolescente diviene adulto affrontando prove sempre più ardite, conquistando in tal modo la propria autonomia dai grandi, oggi il ragazzo resta sempre in qualche modo legato all'aiuto degli adulti. Si pensi alla differenza tra l'Isola del Tesoro di Stevenson, dove Jim affronta da solo i pericoli, dalla tempesta al pirata Silver, e la vicenda di Harry Potter che vince il male per il ruolo salvifico del super mago Dumbledore (si vedano le recensioni in questo sito: Treasure Island" e «Harry Potter& the Philosopher's Stone»). In «Anime scalze» non entra in gioco la magia, per fortuna; ma il quindicenne Ercole riesce a non scivolare «dalla confusione alla disperazione» perché trova saldi punti di appoggio nella sorella maggiore Asia e nella fidanzata Viola, coetanea eppure così salda e determinata. Al filone conduttore fondamentale, quello di romanzo di formazione, si aggiungono altri ingredienti: la fragilità e la distanza degli adulti, il tenersi dentro i sentimenti e non cercare aiuto, l'abbandono, l'amore come ancora di salvezza; troppi temi che si sovrappongono senza mai entrare nel dettaglio, quasi che l'autore volesse toccare tutti gli aspetti del disagio adolescenziale: insieme con frequenti pillole di saggezza la dispersione narrativa rende spesso prolisso e scontato il racconto. Un punto di debolezza del racconto è lo stile letterario. A differenza dei romanzi scritti insieme a Marco Magnone (vedi su questo sito le recensioni di «Berlin» e di "Il lato oscuro della Luna) manca il ritmo narrativo, se si escludono le ultime pagine; pure la scrittura è spesso prosaica, senza il contesto perché Torino é distante nella sua desolazione di città post industriale, mentre il ricorso frequente a dialoghi serrati e di poche parole pare un' ancora di salvataggio per una narrazione che fa fatica ad andare avanti, invece che un modo efficace per esprimere l'incomunicabilità. Perché leggerlo? E' scorrevole e indaga il disagio giovanile.

Fabio GedaGiulio Einaudi
L'Arminuta
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L'Arminuta

> Mia madre del mare è morta al piano superiore del letto a castello, una di quelle notti. A vederla non sembrava malata, forse solo un poʼ più grigia del solito. (...) Al funerale mi accompagnava lʼaltra madre. Poveradalgisa poveradalgisa, ripeteva torcendosi le mani. Ma poi lʼhanno cacciata via, aveva le calze di filanca tutte smagliate e non poteva assistere alla celebrazione in quello stato. Questo sogno perseguita le notti dellʼArminuta, la «ritornata»: una tredicenne rimandata alla famiglia di origine, dalla «madre per forza», dopo aver trascorso lʼinfanzia presso una zia, la «madre del mare». Cresciuta come figlia unica in una casa ordinata e tranquilla, si ritrova catapultata in una famiglia povera e numerosa, con genitori rozzi e apparentemente indifferenti, fratelli chiassosi e sempre pronti allo scherzo anche pesante, un fratellino un poʼ ritardato, e una sorella più piccola, invadente, già esperta dei lavori di casa, e che si fa la pipì addosso. > Verso sera sono rientrati i ragazzi più grandi, uno mi ha salutato con un fischio, un altro non si è nemmeno accorto di me. Si sono precipitati in cucina sgomitando (...). Si sono riempiti i piatti tra schizzi di sugo, al mio spigolo è arrivata solo una polpetta spugnosa sopra un poʼ di condimento. (...) I miei primi genitori si sono ricordati dopo cena che in casa mancava un letto per me. Stanotte tʼaddormi con tua sorella, tanto siete secche, ha detto il padre . Che nostalgia per la vita di prima, per la «madre del mare» e quanta vergogna per una famiglia così ignorante, trasandata e misera! Ma ciò che è inspiegabile per lʼArminuta sono le ragioni per cui è stata rimandata dai genitori «per forza», e così frettolosamente. Che la madre del mare sia malata? E se fosse morta nel frattempo? Con animo in subbuglio e pieno di malinconia lʼ Arminuta si inoltra in un mondo per lei sconosciuto: trova un appoggio nel fratello più grande (il suo primo innamorato?), impara ad aiutare in casa, da piccoli segnali scopre lo scontroso amore materno, anche se non lo accetta. > Avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata un poco. Mi vergognavo di lei, delle dita screpolate, il lutto sbiadito addosso, lʼignoranza che le sfuggiva di bocca a ogni parola. Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito . È la sorella Adriana («indossava vestiti striminziti, scarpe sporche, capelli unti») a rompere la solitudine borghese dellʼArminuta, a farle comprendere la ricchezza affettiva che deriva dalla sorellanza, da unʼamicizia che trova forza nella consuetudine, nellʼessere gettate insieme nel mondo, nel salvarsi insieme nella complicità. E non poteva che essere Adriana a dirle bruscamente la verità: lʼArminuta è stata abbandonata dalla madre del mare perché questʼultima aspettava un figlio e non cʼera più posto per lei, voluta soltanto perché non si riusciva ad avere una propria creatura. Alla fine del romanzo lʼArminuta ritrova la madre del mare e dallʼincontro capisce sé stessa: > come un fiore improbabile, cresciuto in un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia . Cʼè una parola che sintetizza questo breve romanzo: autenticità. Si è veri se non si guarda il mondo attraverso le forme, le regole e le sembianze, ma si cercano i sentimenti profondi; si è veri se la cultura, lʼistruzione, i libri, le conoscenze acquisite a scuola, non sono uno schermo, ma servono a meglio calarsi nella vita reale, a ricercare il senso reciproco di umanità, al di là delle appartenenze di classe, etnia, religione e genere; si è veri se non si ha vergogna della propria lingua, ma non ci si rinchiude in una dimensione localistica e folcloristica. Ritorna il tema già trattato nel romanzo di Elena Ferrante («Lʼ amica geniale»), anche se in questo caso la ricerca di una vita autentica viene portata avanti allʼinterno della famiglia, nei rapporti tra figlia e madre e nelle relazioni fra sorelle. La domanda che ci si può porre è la seguente: per quale ragione in questi anni si sente tanto il bisogno di tornare alle fonti primordiali della società italiana, la famiglia e lʼamicizia? Perché sentiamo che la cultura sia insufficiente a farci apprendere «la resistenza»? La trama è gracile e i personaggi sono tratteggiati e non approfonditi, cominciando dallʼArminuta, improbabile narratrice. Il pregio fondamentale è la scrittura: si abbandona finalmente la banalità, lo stile da sceneggiato televisivo, si lavora in direzione di una nuova lingua, fatta di frasi brevi ma non spezzettate, di una giusta mescolanza dellʼ italiano standard con parole dialettali e locali, con risonanze antiche ben collocate in un periodare moderno. Perché leggerlo? Una storia interessante anche se solo abbozzata, una scrittura interessante e piacevole.

Pietrantonio Donatella DiGiulio Einaudi
L'arte della gioia
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L'arte della gioia

Nelle ultime pagine del libro, Modesta, la protagonista del romanzo, é accusata dal figlio di non averlo amato, > perché hai vissuto per tutti, sempre in giro, maledetta, a parlare e a dare confidenza a tutti . E Modesta gli risponde indirettamente poche pagine dopo confessando che «nellʼansia di vivere ho corso troppo con la mente». Il racconto della vita di Modesta assomiglia ad una lunga corsa appassionata, che non ha un momento di quiete, ma anzi trae sempre rinnovato vigore dagli ostacoli che incontra, dalle nuove amicizie ed amori, e da una famiglia allargata, senza confini, gerarchie e ruoli definiti. Alla fine il lettore stesso si ritrova stanco e confuso, travolto da tanta energia. Il romanzo è ambientato in Sicilia, a Catania. Modesta nasce nel 1900 e il racconto attraversa la storia italiana del novecento, con una particolare attenzione alle vicende della sinistra: il partito socialista e quello comunista. Cresciuta in una poverissima famiglia contadina, Modesta è violentata allʼetà di sedici anni da un uomo, che è forse suo padre. Per carità viene accolta in un convento. Se ciò le permette di appassionarsi alla lettura e allo studio, deve subire lʼambiente bigotto e ipocrita delle suore ed accettare regole, che mortificano lʼ intelligenza ed una sessualità fresca e curiosa. Diviene la protetta della madre superiore e per una serie di fortuite circostanze, colte da Modesta con notevole astuzia, va a vivere presso una famiglia aristocratica, i Brandiforti. Modesta non è una eroina alla Jane Austen. Non si fa scrupolo di togliere di mezzo tutti gli ostacoli alla sua volontà di > non essere una donnetta. Come la principessa volevo diventare, quella sì che era una donna forte e volitiva come un uomo . Uccide la madre superiore e la principessa tanto ammirata, sposa il principe erede, malgrado sia mongoloide, e porta avanti due relazioni amorose: con Carmine, il forte e prepotente fattore, e Beatrice, la delicata e dolce principessina. Modesta accetta gioiosamente e senza sensi di colpa la bisessualità, così come è determinata a rendersi padrona del proprio destino. Dʼaltra parte sullo sfondo cʼè sempre «lʼantica paura» della miseria, materiale e morale, delle sue origini contadine. > Non dovevo dimenticare... il passato, ma anzi ricordarlo sempre tutto, così da tenerlo sotto controllo e farmene una forza contro i nuovi incontri che sicuramente mi aspettavano al varco . Ancora molto giovane, Modesta è già allʼapice della società catanese, biasimata per la vita trasgressiva, ma rispettata per le capacità e la cultura. Potrebbe fermarsi. > Ma anche adesso, mentre scrivo, il sole tramonta, qualcuno bussa alla porta, una macchina attende al cancello . Lʼincontro con Carlo, medico settentrionale imbevuto di idee socialiste, trascina Modesta nel mondo delle ideologie, delle aspirazioni astratte, delle grandi illusioni. Per la Modesta concreta e carnale, cʼè troppo di moraleggiante in Carlo, anche se la protagonista ne apprezza la coerenza e la rettitudine. Più travagliata è invece la relazione con Joice, a sua volta figura irrequieta, oppressa da sensi di colpa, che cerca di superare con la psicoanalisi. Il rapporto sentimentale tra Modesta e Joice è scandito dai tentativi di suicidio di questʼultima, da discussioni acide e cattive, nelle quali Joice accusa lʼamica di superficialità, le rimprovera la sensualità gioiosa e trasbordante, che non distingue tra uomini e donne, tra amanti occasionali e relazioni più profonde. > Eh Joice, a che ti è servita tanta intelligenza, tanta scienza se non sei riuscita a scalfire neanche un millimetro del vizio della colpevolezza? Per fortuna che ci sono il mare, il sole, le lunghe nuotate ed «una folla di bambini eccezionali», che Modesta accoglie con affetto, senza tener conto della loro nascita e delle loro relazioni di parentela. A dare una brusca cesura ad una storia sentimentale ormai stanca, troppo imbevuta di intellettualismi e di recriminazioni, irrompe la prigione. Modesta viene arrestata, accusata di finanziare ed aiutare i comunisti e rinchiusa in carcere. In cella incontra Nina ed è un ritorno ad un amore gioioso, fatto di baci e di carezze, affettuoso e sensuale ad un tempo. Con Nina, Modesta può abbandonarsi nuovamente > alla vita sempre senza paura.... Vorrei seguirla... e continuare a sognare..., ma brusii di voci, sferragliare di treni, rumore sordo di folle accalcate si staccano dal mio futuro e invadono la stanza immobilizzandomi alla poltrona . La fine del fascismo e il dopoguerra travolgono Modesta. Il partito comunista vorrebbe utilizzare il fascino e le capacità della donna, ma le sue idee non sono allineate a > quel sorriso accattivante, democratico... che deve rassicurare lʼopinione pubblica... Non si può improvvisamente parlare di libero amore, di aborto, di divorzio, bisogna andare per gradi, come dice il compagno Giorgio ( Amendola) . Modesta è troppo trasgressiva per il perbenismo borghese del partito comunista. La politica è una delusione, non è tuttavia una sorpresa. La vera novità, che destabilizza la protagonista, è il timore verso i giovani. Modesta scopre che i bambini, così amati, sono diventati degli adulti, che lʼaccusano, le chiedono le ragioni della loro vita, del perché sono stati educati in modo così inconsueto. Si sentono imbarazzati dallo stile di vita di Modesta, non lo capiscono. Ed > anchʼio con stupore mi accorgo di avere paura del loro giudizio . Lʼincontro con un nuovo amore, Marco già compagno di Nina, le dà la forza per raccontare la sua straordinaria vita, spiegando a sé stessa e agli innumerevoli «figli» i motivi di tanta gioiosa ansia di vivere. Il romanzo è stato scritto tra il 1967 e il 1976, quando Goliarda aveva superato i quarantʼanni. È un > viaggio a ritroso nei boschi sotterranei dei ricordi apparentemente dimenticati, ma che riportati alla luce, riordinati, liberati da muffe e croste, rivelano mosaici di gemme splendenti per la comprensione della vita propria e degli altri . È una sorta di analisi freudiana, nella quale gli elementi autobiografici si mescolano ad un mondo immaginato, in parte trasposizione dei tratti più profondi del carattere di Goliarda ed in parte narrazione di nostalgie ed aspettative: la grande famiglia, i bambini, la terra di Sicilia. Come è stato osservato da Domenico Scarpa, > questo romanzo è una vittoria continua sulla paura e lʼincertezza . Narrare non sembrò aver dato serenità a Goliarda, se gli avvenimenti degli anni successivi portarono la scrittrice ad un atto disperato ed auto distruttivo: il furto di gioielli ad una amica, il carcere, il disonore e la povertà. Forse cʼè troppo egocentrismo in Goliarda, tantʼè vero che il sistema dei personaggi assomiglia al sistema solare, con un astro centrale ( Modesta) ed innumerevoli pianeti ( i personaggi), che non hanno una vita propria, se non quella che si dirama dal centro. Il mondo di Goliarda è complesso ed articolato ma le figure che lo compongono non sono altro che creazioni, porzioni di un territorio esistenziale e psicologico, che è solo quello della scrittrice. La struttura narrativa si appoggia fondamentalmente su dialoghi tra Modesta e gli altri personaggi: dialoghi nei quali non sono sempre chiari il contesto, la funzione narrativa e talvolta gli stessi partecipanti. Assomigliano più a lunghi soliloqui e danno lʼimpressione che gli interlocutori siano uno solo: la protagonista. Poiché manca anche una trama narrativa ben delineata, la lettura risulta faticosa e si giunge con un notevole sforzo alla conclusione. Lʼeditore Feltrinelli si rifiutò, a suo tempo, di pubblicare il libro, chiedendo allʼautrice, che non accettò, di ridurlo e di renderlo meno dispersivo e prolisso. Il successo clamoroso al di fuori dellʼItalia ha in qualche modo ridicolizzato il severo giudizio della casa editrice. Ma oggi, perdendo di novità la trasgressività di Modesta, la valutazione di allora appare senza dubbio corretta. Perché leggerlo? Se ci si arma di coraggio e di pazienza, lʼansia di vivere di Modesta dà una scossa di energia in un mondo contemporaneo così grigio e monotono.

Goliarda SapienzaGiulio Einaudi
Ascension
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Ascension

Per la mitologia greca Sisifo è costretto a spingere per l'eternità un enorme masso fino alla vetta per vederlo rotolare giù a valle, e doverlo poi riportare in cima. Per Albert Camus, il mito di Sisifo ci dice come > la lotta verso la cima basti a riempire il cuore dell'uomo. (...) In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, (...) contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte (Il mito di Sisifo in Opere Bompiani pagine 318-9). Visto in questo modo, il mito di Sisifo può essere la chiave interpretativa di un romanzo che sarebbe banale definirlo di fantascienza. Harold, un uomo schivo e solitario, è scomparso da molti anni, quando il fratello viene a sapere che è ricoverato per evidenti disturbi mentali; scopre anche delle lettere che Harold ha scritto alla nipote, in cui racconta di un monte comparso misteriosamente in cielo, e della sua esplorazione da parte di un gruppo di scienziati, tra cui Harold. > Mi sono chiesto talvolta perché ti ho indirizzato queste lettere, Hattie, che cosa a che fare questa esperienza con te. (...) Dapprima, mi dissi che le lettere erano poco più che una cronaca, un registro di eventi che mi permettessero processarli in un qualche livello subconscio, più profondo. (...) Ciò è falso. (...) Passai la vita a nascondermi da me stesso, a negare il mio passato, ad occultare la mia identità sotto nuove sfide e nuovi misteri. Come intuì Camus, sete di conoscenza e fuga da sé stessi s'intrecciano inestricabilmente. Il gruppo di scienziati è formato da differenti competenze, alcune scientifiche, tutte delle scienze naturali, un alpinista esperto e alcuni militari. Fa eccezione la presenza di un antropologo, di cui non si comprende la necessità. Dopo essere stati trasportati in elicottero al campo base, comincia l'ascensione verso la vetta del monte. La salita è fatta di difficoltà tipiche di scalate in alta quota: forti venti e temperature siderali, valanghe di ghiaccio e neve, burroni e crepacci. Gli esploratori sono anche aggrediti da mostri tentacolari e risentono di fenomeni paranormali, come la perdita della dimensione del tempo: poche ore possono divenire mesi, il passato e il futuro si sovrappongono al futuro nella mente. La narrazione è piena di avventure, di colpi di sorpresa, di ricordi di Harold, che faticosamente riesce, o pare riuscire, a liberarsi dei sensi di colpa, così da perdonarsi. Solo due uomini arrivano in vetta: Harold, ormai distrutto fisicamente, e Bettan, la guida alpina. In un ambiente solare, sopra le nuvole, sorprendentemente non più battuto dai venti, compare l'antropologo. Non è un uomo, è un Essere Superiore (forse Dio?) e la loro spedizione è stato un esperimento ( > sentii l'intera mia esistenza ridursi all'ampiezza di una gabbia per topi ); un esperimento per verificare le capacità degli esseri umani. E' per volontà dell'Essere Superiore che la scimmia è divenuta un ominide, poi da qui in Homo Sapiens ed infine gli è stato dato il dono della Ragione. Sempre intervenne l'Essere Superiore; adesso è il momento di fare un altro salto, chi sarà il fortunato? Non può che essere Bettan, il nostro Harold è in fondo un debole. Appena l'Essere Superiore pose la pietra miracolosa sul petto, il suo corpo > cominciò a risplendere, prima in un blu profondo, come quello dell'oceano, poi giallo come il sole. (...) Una pulsione di energia esplose da lui come un tuono. (...) E' fatto, disse l'Essere Superiore, (...) Benvenuto, «Uomo Altro», nella nuova era dell'umanità. E proprio in quel momento di trasformazione, Bettan si spara in testa uccidendosi, gridando: > Io sono il padrone del mio destino, (...) Io sono il capitano della mia anima. L'Essere Superiore si ritira sconsolato, per sempre speriamo. Adamo preferì lasciare il Paradiso Terrestre per essere libero. Alcuni angeli si ribellarono a Dio, preferendo la maledizione eterna che essere i cortigiani plaudenti della divinità.   Nel romanzo s'immagina che le lettere di Harold abbiano suscitato un grande dibattito nel pubblico e nella critica: un'opera confusa e delirante, la conferma che esiste un complotto planetario, un resoconto di un fenomeno possibile dal punto di vista della fisica teorica, indizi veritieri per la presenza di personaggi realmente scomparsi senza lasciare traccia, una costruzione onirica di un uomo sofferente che ha voluto metabolizzare le proprie colpe. E' difficile dire quale di queste interpretazioni è quella giusta: forse, un po' di tutte. Ed è questo il limite del romanzo: voler dire troppo senza essere umilmente un buon romanzo di fantascienza. La scrittura è lineare e leggibile; per un tema così complesso ci sarebbe voluta una scrittura maggiormente evocativa, capace di creare suggestioni e fantasie nel lettore; una lingua come quella di Paul Lynch in " Prophet Song (si veda la recensione in questo sito). La trama è confusa, per aver voluto mettere insieme il genere d'avventura con quello d'introspezione psicologica, con troppe intrusioni dell'autore nella fisica di Einstein e più in generale nella metafisica. Perché leggerlo? E' interessante ma non aspettatevi un romanzo di fantascienza.

Nicholas BingeHarper Voyager
Attesa sul mare
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Attesa sul mare

Lo stimolo a leggere Biamonti mi è venuto da una poesia di Montale: Riviere. In questo capolavoro il paesaggio ligure è lʼoccasione per i ricordi, per il rammarico ed anche per nuovi sogni. Ed anche Pietrabruna, il paese arroccato tra monti e mare dove ritorna il protagonista, evoca sentimenti contrapposti: > le colline tremavano a contatto della cupola del cielo, scosse da un blu denso e luminoso. Ma cʼerano terre che volgevano le spalle al sole, sconfortate ( da ragazzo lo avevano fatto sognare). I raggi scendevano dai picchi senza toccarle. Terre in perpetuo desiderio . Edoardo è un capitano di nave che ritorna alla sua casa, in attesa di un nuovo imbarco. Ad accoglierlo ci sono > frane aggrappate alla collina e uliveti dentro voragini luminose... luce di mare (che) si saldava alle cime, ai crinali, sino a Pietrabruna : paese sempre uguale, «ma la vita dovʼera, fuori dalle sciabolate del cielo, fuori dal vento?». Ad aspettarlo cʼè anche Clara, che da anni attende che Edoardo si fermi. Il loro è un amore inconsueto tra un uomo senza radici ( come tanti marinai) e una donna solo apparentemente placida e rassegnata: > nel suo volto sinuoso e ossuto, di una dolcezza irregolare, si accordavano inquietudine e sogno . Clara è la tipica donna ligure, costretta ad essere indipendente, e rimane nel romanzo un personaggio misterioso, incomprensibile, ricco di sfaccettature. Edoardo è invece lineare: dietro i problemi economici nasconde il desiderio di fuga. Ed infatti accetta un imbarco rischioso. Deve consegnare un carico di armi in Bosnia. Si trova a comandare una vecchia carretta. Ben presto il viaggio si rivela una trappola, in quanto perdono i contatti con lʼarmatore e quando arrivano a destinazione Edoardo è costretto a cercare, da solo, i compratori, pur in mezzo ai cecchini e agli scontri tra le diverse bande. Il paese bosniaco può essere simile a Pietrabruna, ma «le colline dal crinale bianco erano blu ombra dove non batteva il sole». Ed anche la donna, che incontra e con la quale si accompagna, può essere Clara, ma aveva «occhi lievi, distanti... i segni di una isterilita dolcezza». Che il paese bosniaco, di cui non cʼè detto il nome, sia lo specchio rovesciato di Pietrabruna e che, quindi, il viaggio di Edoardo non si sia svolto nello spazio, ma nella propria anima? È una interpretazione in quanto il romanzo resta sospeso in unʼultima riflessione ermetica di Edoardo: > cʼè in ogni terra il seme della morte, si vede bene in piena luce..... ci sono colpi di sole su terre appese . Biamonti ha una scrittura accentuatamente lirica, più consona alla poesia che alla prosa. Quando descrive paesaggi e personaggi della sua terra, la Liguria, il suo stile trova un equilibrio spesso felice tra narrazione e ricerca delle parole e dello consonanze. La prima parte del romanzo ha un fascino notevole, soprattutto per chi è innamorato della Liguria, nella seconda parte lo scrittore perde di slancio e di armonia: si capisce che non è a suo agio. Dʼaltra parte non sono lʼattualità e la storia gli interessi dellʼautore, che è invece tutto orientato a scavare nel suo mondo, nel rapporto tra luminosità del paesaggio e tormenti delle coscienze. Perché leggerlo? È una splendida lettura, ma non bisogna aspettarsi una trama narrativa interessante.

Francesco BiamontiGiulio Einaudi
Augustus: a Novel
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Augustus: a Novel

John Williams ha scritto tre romanzi di grande successo: «Butcher's Crossing» nel 1960, «Stoner» nel 1965 e questa biografia di Augusto nel 1972 (con questa scheda i libri sono tutti recensiti in questo sito). Williams è uno scrittore di grande talento che innova continuamente lo stile adattandolo alla storia e ai personaggi. In questo caso l'autore costruisce la trama mediante le lettere scritte da diversi personaggi; Augusto interviene solo alla fine in prima persona e così noi possiamo conoscere alcuni passaggi fondamentali, politici e personali, della sua vita da differenti punti di vista. E' un raffinato espediente letterario che tuttavia frammenta il racconto e presuppone che si conoscano, almeno a grandi linee, le complesse vicende che portarono al Principato prima e  all'insediamento di Tiberio poi.  Chi era veramente Ottaviano, poi Augusto? Quando muore lo zio Cesare che lo fa suo erede, Ottaviano è un giovane di diciott'anni: viene a sapere la notizia in Grecia dove si trova insieme con i suoi amici: Mecenate, Agrippa e Salvidienio Rufo. Nel suo diario questi racconta che Ottaviano esprime le sue incertezze sulle reale fedeltà delle legioni di Cesare e rivolgendosi agli amici dice che egli parlerà dei suoi timori solo con loro tre, > che siete realmente miei amici, (...) una fredda tristezza era sopraggiunta e lo allontanava da noi . E' come se il giovane Ottaviano si fosse reso conto che l'adolescenza era finita e che su di lui incombe il grave compito di porre fine alle guerre civili e di assicurare pace e prosperità a Roma: per far questo deve divenire un abile e spregiudicato uomo politico, mettendo gli affetti in secondo piano e usando tutto e tutti, persino i vecchi amici e l'amata figlia Giulia. Parafrasando il mito di Euridice e Orfeo, Orazio racconta il destino di Ottaviano. > Il suo amore non era una donna; la sua Euridice era la conoscenza, un sogno del mondo, al quale cantava la sua canzone. Ma il mondo di luce che era il suo sogno di conoscenza venne distrutto da una guerra civile; (...) e il suo sogno svanì, come se evaporasse, nell'oscurità del tempo e delle circostanze. Vide il mondo, e capì che era solo, senza padre, senza proprietà, senza speranza, senza sogni..... Fu solo allora che gli dei gli diedero la loro lira d'oro, e gli permisero di suonare non come essi volevano ma come desiderava lui . E' una splendida sintesi del destino di Ottaviano, che lo eleva a un ruolo immortale e unico nella storia, a perseguire un fine al quale tutto è subordinato, pure la felicità di Giulia. Ed è qui che ci inoltriamo pure noi nell'oscurità dell'animo umano. Con un colpo di genio letterario Williams riporta il diario di Giulia nell'isola di Ponza dove è stata esiliata. Il triste e rassegnato racconto di Giulia è preceduto dai pettegolezzi sulla sua vita dissoluta, quasi a giustificare la tremenda decisione del padre. Eppure non possiamo che avere simpatia per questa ancora giovane donna, la quale fu costretta a sposare Agrippa, ben più vecchio di lei, e poi l'inquietante Tiberio. Può darsi che sia vero che il padre l'abbia esiliata per i suoi costumi immorali per non farla condannare a morte per complotto contro lo stato; è certo che la crudele e fredda severità di Augusto contrasta con la dolce malinconia di Giulia. Sono pagine bellissime che giustificano da sole la lettura del romanzo: lo svanire dei ricordi perché ormai inutili e portatori solo d'infelicità, e per contrasto la precisione del racconto dell'incontro tra Ottaviano e Giulia, tra padre e figlia. > Il suo viso era smagrito, e c'erano rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi pallidi; ma nella luce incerta della stanza, la faccia poteva essere quella di lui che mi ricordavo da bambina . Giulia apprende che la cospirazione è stata scoperta da Tiberio e il padre non può fare altro che condannarla per salvaguardare la sua autorità. > Mia bambina, disse, ciò non ha niente a che fare con l'amore. Si volse di nuovo via da me e prese alcune carte sulla scrivania. (...) Non ho visto mio padre d'allora. Capisco che egli non dirà (più) il mio nome .   L'eleganza della scrittura, la ricostruzione romanzata ma sapiente di vicende ancora non chiare agli storici, la ricchezza del lessico e la capacità di rendere le peculiarità dei diversi protagonisti (da Marco Antonio a Cicerone sino a quelli minori) sono qualità letterarie che abbagliano il lettore. In molte recensioni è paragonato a «Io Claudio» di Robert Graves; ebbene è un'altra cosa. Svolazzando con superficialità nella storia e nei protagonisti Williams non riesce a trasmettere passione e mistero; il romanzo finisce per essere distaccato e rigido come immaginiamo che sia stato Ottaviano Augusto. Perché leggerlo? Un po' di fatica ma il diario di Giulia è veramente bello.

John WilliamsVintage
Le avventure di Pinocchio
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Le avventure di Pinocchio

Appena si inizia a leggere il libro di Collodi la mente va subito ad un capolavoro: «le avventure di Cipollino» di Gianni Rodari. Per la nostra sensibilità il racconto di Pinocchio è moraleggiante, con un tema di fondo così distante da noi: > oggi (ma troppo tardi!) mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o collʼingegno della propria testa , cosi dice il Pappagallo a Pinocchio nel Campo dei Miracoli. Quanto è più divertente ed ammaliante il romanzo di Rodari, che parla di libertà, di lotta ai potenti, di ardita immaginazione! Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ci si accorge come «le avventure di Pinocchio» e quelle di Cipollino trattino lo stesso argomento: il mondo è rovesciato e bisogna metterlo in piedi, sulla strada giusta. È chiaro come il racconto di Collodi sia un romanzo di formazione: un bambino, tanto zuccone da essere un burattino, impara dalla vita a divenire adulto, a capire il bene e il male. Ma tutti i personaggi sono ben particolari, cominciando da Geppetto, il padre generoso e premuroso. il quale vuole fabbricarsi un «bel burattino» per > girarsi il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino , e giustamente «la vocina» nascosta commenta: «Bravo Polendina!». E che dire della Fatina «dai capelli turchini», la mamma amorosa e dolente! Perché non aiuta Pinocchio e lo lascia invece nel bosco oscuro, in balia degli assassini? Pinocchio affronta da solo le peripezie, che lui stesso provoca non volendo rispettare le regole sociali: invece di andare a scuola va con il burattinaio, si lascia ingannare per avidità dalla Volpe e dal Gatto, dimentica Geppetto in miseria, promette di essere diligente e poi se ne dimentica per correre con gli altri monelli, e così va in prigione, rischia di essere fritto in padella, sino a lasciarsi abbindolare ed andare nel Paese dei Balocchi, e divenire un somarello. Che cosʼ è che lo redime? Le buone azioni. Quando il cagnaccio Alidoro, che lo aveva inseguito per mangiarselo, rischia di affogare, dopo un momento di esitazione Pinocchio lo salva: ed infatti, > il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai . Ed allora, per incanto, i vari personaggi, gli stessi animali, si rivelano generosi e disponibili. Quando Pinocchio, alla ricerca di Geppetto, è ingoiato dal terribile Pesce- cane, e lì in fondo allʼenorme stomaco trova il suo «babbino», è un Tonno che li aiuta ad uscire dalla bocca del grande animale: e > Pinocchio (...) gli posò un affettuosissimo bacio in bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non cʼera avvezzo, si sentì talmente commosso, che (...) ricacciò il capo sottʼacqua e sparì . Come capitò che Carlo Lorenzini, il vero Collodi, > un provinciale implacabile, miticamente pigro, lunatico ed imprevedibile , abbia deciso di scrivere «le avventura di Pinocchio» è una questione che lasciamo agli studiosi. Forse perché, come scrisse nel bozzetto «Una lettera al Fanfulla», «il nascer toscano è una disgrazia che può accader a tutti». Ed è proprio la toscanità provinciale che rende vivo e moderno un romanzo, diversamente perbenista e noioso. Lontano dallʼitaliano aulico, la lingua riesce a dare vigore e brio al racconto: Pinocchio è un discolo e ricorda tutti i bambini del mondo, la loro voglia di giocare e divertirsi, la loro ingenua apertura agli altri, il loro desiderio ad non essere rinchiusi nelle barbose regole sociali degli adulti. Tutto questo rende eterno il racconto di Pinocchio, al di là del suo contesto ottocentesco. Perché leggerlo? È il racconto del bambino, che eravamo.

Carlo CollodiL'Unità
La ballata del letto vuoto
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La ballata del letto vuoto

Kate vive a Dublino ed è un'insegnante universitaria di mezza età. Un giorno trova il marito morto in bagno e si scopre piena di debiti, inseguita dai creditori e dalle banche. Era un furfante l'uomo con cui ha vissuto gran parte della sua vita in una relazione sempre più stanca. > Mi sveglio questa mattina con un terribile mal di testa, il mio nuovo uomo mi aveva appena lasciata una stanza e un letto vuoto . E' il blues del letto vuoto di Bessy Smith, blues che risuona nella mente di Kate con «il sax che mugola sullo sfondo» e la voce di gola di Bessie così sensuale. Questo stato di stupefatta disperazione pare senza uscita, quando una giovane donna le mette in mano un mazzo di chiavi. Inizia da qui una storia che ha diversi filoni narrativi. Kate individua la casa alla quale appartengono queste chiavi: è un appartamento sopra Camogli, dove «il mare si mangia la terra» e dove Kate può vedere > la lucida levigatezza delle pietre appena rotolate sotto le scogliere del mare di Portofino, cristalli di mica che brillano nel sole d'inverno, (...) i caseggiati incombenti, l'arco medievale, il borgo antico, i baretti e i ristoranti illuminati da un pallido sole dorato, sottili come silhouette di cartoncino, (...) in grado di irradiare luce e calore sufficienti a scaldare un'anima o un cuore, Forse anche i miei. Nella mia testa risuona la voce del cambiamento. Insieme con lo splendido porticciolo ligure, Kate s'innamora dell'italiano, della sua musicalità ma pure delle sue forme grammaticali, che paiano riflettere la nostra esistenza, > talmente incerta o talmente complessa che anche al verbo che usiamo per esprimerla tocca saltellare freneticamente fra forme e persino radici diverse . Fa piacere apostrofare l'amante del marito chiamandola zoccola, topo di fogna, per scoprire che la desinenza maschile della parola ha molti altri significati ma non quello di prostituta. Insomma in italiano solo una donnaccia è un topo di fogna, sottile annotazione ironica che solo chi non è italiano può avere, dando noi troppe volte per scontato l'uso sessista di certe parole. Kate poi conosce Anna, un'anziana vicina di casa con la quale stringe un'amicizia sempre più profonda. Nel tratteggiare questo personaggio l'autore ci dice di aver preso come riferimento Rossana Rossanda; è certo che questa figura permette a Wall di esprimere le proprie idee di sinistra, rispecchiandosi in un'immagine di donna che viene dalla tradizione comunista e movimentista della nostra cultura politica. E' un'immagine appunto: uno stereotipo che ostacola l'approfondimento di una amicizia singolare, tra un'irlandese di mezza età, sola e tradita, e una anziana e colta signora, ancora tormentata da abbandoni e nostalgie. E allora il tema del romanzo, «questa discesa a capofitto verso l'Italia», non si arricchisce della ricchezza psicologica di un incontro, ma viene anzi appesantito da riflessioni troppo scontate per darci suggestioni e suscitare la nostra immaginazione. > E' vero che possiamo cambiare vita come i serpenti cambiano pelle? O al contrario siamo ancorati ai vecchi luoghi e ai vecchi tempi da cavi invisibili che ci stringono e ci impediscono ogni movimento . A queste domande Wall dà una risposta con la storia di Kate, che diviene una camoglina e un'italiana di adozione. E' singolare che questa domanda sia espressa nel giorno del Bloomsday. Emerge una caratteristica della narrazione di Wall: apparentemente piana e semplice, distante dal tipico stile irlandese, ma ricca di profonde e suggestive annotazioni filosofiche e letterarie, quest'ultime qualificate da citazioni dall'Ulisse di Joyce. Che l'epifania del grande scrittore irlandese, nella sua apparente prosaicità, esprima una ricerca del cambiamento, troppa intrisa del mondo di Dublino per avere successo? La scrittura scorre fluida e piacevole, disturbata dal ricorso eccessivo alle domande retoriche: espediente letterario che dà movimento alla narrazione ma che spezza e appesantisce il discorso. Il paesaggio e la gente di Camogli sono ricostruiti con grande amore ed efficacia comunicativa: interessanti e dolcemente ironiche le annotazioni sulla lingua italiana. E' debole la trama che alla fine si sfilaccia, mentre è un peccato che non si sia scavato di più sugli aspetti psicologici della relazione fra due donne, così distanti per storia e cultura. Perché leggerlo? E' il racconto di un innamoramento di un luogo e di una lingua.

Il bambino del treno
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Il bambino del treno

Troppo spesso dimentichiamo lʼimportanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se > i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità . Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei «non luoghi», come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. È con un «groppo di angoscia», che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: > quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di unʼostilità invincibile . Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive lʼisolamento come una protezione verso il mondo esterno. > Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare sʼera sollevato dando luogo allʼAppennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati. Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è unʼ illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre lʼinfanzia del piccolo Romeo: lʼambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. È un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nellʼordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando cʼè la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. > Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, cʼè significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. È cresciuto davvero, costituendo lʼavvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non cʼè nulla di più adulto che comprenderne lʼirrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi . È un romanzo sullʼinfanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli? No, se persino in uno sperduto paesino dellʼAppennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. È proprio vero? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con lʼautore che siamo tutti impotenti > a cambiare il corso delle cose, neutralizzare lʼaccanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili . E non rimangono che > lʼabbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un poʼ fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dellʼambiente appenninico; ed è questʼultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere lʼʼatmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata. Perché leggerlo? Bello anche se un poʼ noioso.

Paolo CasadioPiemme
Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo
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Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo

Immaginiamo che un marziano sia inviato sulla Terra per capire cosa stanno facendo gli Umani: se dobbiamo aspettarci la guerra o possiamo sperare nella pace, che permetta ancora i commerci interstellari. Da un lato questo visitatore, sconcertato ma indifferente (sono problemi dei Terrestri!), ne trarrebbe un'idea confusa; dall'altro sarebbe forse un viaggiatore curioso, un po' inorridito dalle nostre miserie e un po' affascinato dagli antichi monumenti e dalle belle donne. Tra metafora e storia, Barbero racconta le vicende di un gentiluomo americano, Mr. Robert Pyle, in viaggio nella Prussia del 1806, in piene guerre napoleoniche, con il compito di spedire dispacci settimanali all'ambasciatore statunitense a Londra. La prima evidenza è che viaggiando da Amsterdam a Berlino incontra di continuo tante frontiere, alcune all'interno della stessa Prussia, da far pensare che > la geografia degli stati europei ricordi un rompicapo lasciato incompiuto da un bambino capriccioso che non un prodotto della ragione umana, e non c'è da sorprendersi che la lora politica sia guidata prima di ogni altra cosa dalla paura dei vicini. Che stia parlando della nostra Europa? E poi, con > quella libertà che il viaggiatore ha di scegliere le strade da percorrere, i cibi da assaggiare, le ragazze da accarezzare ,Mr. Pyle può > passare il pomeriggio nel palazzo di un gran signore conversando in francese , e finire > la serata nel cortile dell'albergo, ascoltando le chiacchiere della padrona e osservando la sguattera che lavava i piatti in cucina alla luce della lanterna. Il nostro gentiluomo non si limita ad osservare, appena può, coglie i frutti di amori fuggitivi, che siano prostitute e giovani serve o contadine, convinte da pochi talleri, o che siano fugaci relazioni alla Byron, con nobildonne della corte berlinese.  A trattenerlo è solo il rischio di contrarre qualche malattia venerea. Ci sono altri piacevoli passatempi: le conversazioni con ufficiali prussiani, > perfino capaci di considerazioni filosofiche , le partite a carte e il nostro Pyle perde sempre un bel gruzzolo di talleri, i salotti eleganti dove si parla francese e si è per la guerra o contro di essa, sempre però ammirando il Bonaparte. Il nostro gentiluomo riesce pure a incontrare Fichte e Goethe, il primo come ci arriva dalla storia della filosofia, il secondo deludente: un logorroico ubriacone. E' la missione che gli è stata affidata? Tra bordelli, viaggi faticosi per alberghi di posta, lunghe chiacchere, il nostro Robert riesce pure a incontrare i ministri prussiani, lo stesso Federico Guglielmo III e i sonnolenti sovrani dei piccoli stati della Germania del Nord, come l'Hannover e la Sassonia. E quando non ha notizie da riportare, non importa: basta leggere il «Moniteur» parigino, anche vecchio di giorni, o inventarsi presunte informazioni da smentire o correggere nel dispaccio successivo. Per Mr. Pyle è un viaggio faticoso ma in fondo piacevole; per noi un bell'affresco della Germania di primo Ottocento, in attesa di una guerra inevitabile, perché ne va dell'orgoglio di una casta militare forgiata dal grande Federico II e dal nazionalismo nascente della nazione germanica. A distruggere il bel tour, a rendere fatue e sconsiderate le suggestioni di guerra, sono le disastrose sconfitte di Jena e Auerstedt, in cui sono evidenti l'impreparazione dell'esercito prussiano e l'arretratezza strategica dei suoi generali.  Con il dettaglio dello storico Barbero ci racconta la parte oscura della guerra: i soldati andati a morire male equipaggiati e in disordine, eppure mossi da un fatalismo ancestrale di servi ubbidienti; le case incendiate e saccheggiate, con la popolazione uccisa, violentata o disperatamente in fuga; i generali che si spostano in carrozza, ligi alle forme e attenti alle loro comodità; gli ufficiali stretti tra la disciplina e la solidarietà verso i loro soldati, ai quali non riescono a garantire neanche il pane, d'altra parte i soldati sono contadini abituati a soffrire la fame. > E' tutto scritto in un libricino rilegato in pelle , dice nel prologo Mr. Pyle, > che è rimasto a ingiallire da allora, nel cassetto di una scrivania zoppicante, esiliata da molti anni nel cassetto, (...) un deplorevole racconto di cose fatte molti anni fa, e fatte male. Già in «Romanzo russo», scritto nel 1998 e ambientato nella Russia di Gorbaciov (si veda la recensione in questo sito) si percepisce una sorta di estraniazione rispetto al dissolvimento morale e istituzionale dell'Unione Sovietica; qui la sensazione è ancora più forte, forse perché gli avvenimenti sono così distanti nel tempo. Robert Pyle è in fondo uno spettatore, persino durante la sanguinosa battaglia di Jena la sua preoccupazione è quella di salvarsi, stupito di essere rimasto coinvolto in questa tragedia, malgrado tutto. D'altra parte Barbero è innanzitutto uno storico e la sua professione lo costringe ad essere distaccato, sottilmente ironico talvolta, ma mai coinvolto nei personaggi e nelle loro dolorose vicende. Certo, sono chiare le opinioni dello scrittore: è facile parlare di guerra da lontano, bisogna viverla da parte degli umili e allora si scopre che c'è una bella differenza tra le belle ordinate manovre in un piazzale e quanto succede in un campo di battaglia. Non lasciarsi affascinare dalla tecnologia, ricordiamoci sempre che ci sono gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, e sono loro i protagonisti della guerra. Più che in «Romanzo Russo» traspare un'intensa dimensione etica, un giudizio severo sulla fatuità della classe dirigente e intellettuale, che siano Fichte e Goethe o il nostro gentiluomo americano.  Si potrebbe dire che Barbero scrive come parla: fluido, ricco di incisi, preciso ed evocativo nelle descrizioni. Si legge bene, se non fosse che troppo spesso ci si perde, in una trama ripetitiva e prolissa. La lunga descrizione della battaglia di Jena riscatta l'intera narrazione, che rischiava di sfilacciarsi sino a sbrodolarsi. Perché leggerlo? Per chi ama la storia è un gioiello, romanzo attualissimo.

Alessandro BarberoOscar Mondadori
Berlin I fuochi di Tegel
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Berlin I fuochi di Tegel

Nella Berlino ancora divisa dal muro un virus ha sterminato gli adulti. Gli unici superstiti sono le ragazze e i ragazzi di età inferiore ai diciott'anni, dopo questa età anche a loro spetta il destino dei grandi. > Il cibo se lo procuravano cacciando: avevano imparato a costruire tappe per conigli; a scavare buche in cui far cadere cinghiali e cervi. (...) Si erano impadroniti degli orti urbani e con gesti goffi e inesperti cercavano di averne cura. (...) Non era stato facile. Avevano sofferto, soprattutto il primo inverno. Ma poi avevano imparato a cavarsela . Come scrive Francesco Petrarca, «e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora»; i nuovi padroni di Berlino vivono in un continuo e sofferto oscillare tra il ricordo, sempre più evanescente e immaginato, e la realtà, il presente orfano dei genitori. > Io, quando cerco di concentrami sulla loro faccia, la vedo tutta sfocata. Però sento le loro voci. E ogni tanto, nell'aria, mi sembra ci sia il profumo dei vestiti di mia madre. Come scrive Ryszard Kapuscinski nell'ultimo capitolo di Ebano (si veda la recensione in questo sito), dissolvere la memoria del proprio ieri significa diventare > gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. In «Berlin» non c'è futuro soltanto perché sanno che tutti moriranno al compimento del diciottesimo anno d'età. Le ragazze e i ragazzi vivono senza una prospettiva perché non può esserci utopia se si è soli. Cercano nel gruppo quel legame che permetta di dare un senso all'esistenza, evitando nel contempo di interferire con gli altri clan, in particolare con quelli che hanno valori e regole profondamente differenti. Ed è per rispetto di questa norma generale di coesistenza che Sven, leader carismatico dei Gropius, decide di non aiutare le ragazze di Havel nel  riprendersi Theo, un neonato rapito dai terribili ragazzi di Tegel. > Sven guardò Nora con dolcezza, gli ricordava una sua compagna di classe, di cui si era innamorato in un'altra vita. (...) Collaborazione. Solidarietà. Non erano queste le regole? Sven strisciò gli occhi lungo le pareti macchiate, quindi a terra, e infine li agganciò ai propri piedi. Sapeva che quelle parole erano state sue, solo due anni prima. All'inizio del nuovo mondo.   Ma allora aveva ragione Tegel quando irrideva i ragazzi di Gropius che volevano replicare la società dei genitori? > Carne giovane, pericolo, eccesso: ecco la rivoluzione di Tegel, la loro risposta alla crudeltà del destino. Il loro modo di negare che il virus avesse spento una stagione straordinaria della vita, quella in cui la forza del corpo viene sostituita dalla consapevolezza e dall'esperienza . Siamo a un bivio:  dobbiamo scegliere tra un mondo di solidarietà e convivenza o scivolare pazzamente nel tunnel tenebroso della cieca forza. E' l'inizio di una battaglia dalla quale potrà nascere una nuova umanità. Il lettore non deve farsi sviare da quanto ho scritto. «Berlin» non è un saggio di filosofia morale, è un romanzo d' avventura, una sorta di storia cavalleresca, ricca di colpi di scena e di personaggi, alcuni dei quali impareremo ad amare nel proseguimento del racconto (il libro è il primo di una saga). Partendo dal punto di vista degli adolescenti, Geda e Magnone approfondiscono le forze sottostanti alla turbolenza giovanile (il continuo oscillare tra amicizia ed anarchia, il distacco e il legame con i genitori, l'attrazione e la paura del rischio) e pongono noi adulti dinanzi ad un quesito: noi latitanti e indifferenti, spetterà ai nostri figli e nipoti trovare da soli la propria strada? Saranno costretti a lottare per un mondo migliore senza di noi? E viene voglia di continuare nel racconto, per la storia e per sapere chi ha ragione: la pazzia di Tegel o la solidarietà di Gropius, o entrambi. La scrittura è pressoché perfetta, anche troppo. Non emergono peculiarità, nel lessico così come nella sintassi, capaci di affascinare e di dare ritmo inconsueto alla narrazione. I personaggi sono sospesi nel ruolo che ricoprono nel gruppo, senza personalità e storie proprie.  Perché leggerlo? Avventuroso, particolare e profondo.

Fabio Geda & Marco MagnoneOscar Mondadori
Il birraio di Preston
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Il birraio di Preston

Lo spunto iniziale è un fatto realmente accaduto nel 1875 in Sicilia. Il prefetto di Caltanissetta, un fiorentino, impose che il nuovo teatro cittadino fosse inaugurato con un opera lirica pressoché sconosciuta, appunto il birraio di Preston. Si verificarono numerosi incidenti, poco chiariti dallʼinchiesta svolta successivamente. Partendo da questo fatto realmente accaduto, Camilleri ha scritto un romanzo che può essere letto da molti punti di vista, tanto che gli stessi capitoli potrebbero essere messi in una successione differente da quella seguita dal racconto. Un percorso possibile è senza dubbio quello poliziesco, centrato sulla figura del legato di polizia, di nome Puglisi, lʼunico personaggio realmente onesto del romanzo e che può essere considerato come un precursore di Montalbano. Nellʼimmaginazione di Camilleri, il teatro viene incendiato da agitatori mazziniani la sera stessa dellʼinaugurazione. Puglisi, da vero investigatore, scopre la natura dolosa dellʼincendio, che è anche responsabilità del questore, che ha deciso, per beghe politiche e pur informato da Puglisi stesso, di non arrestare gli agitatori mazziniani al loro arrivo in città. La morte di Puglisi, ucciso da uno degli incendiari, fa comodo a molti, anche alle autorità dello nuovo stato italiano. Lʼaltra chiave di lettura del libro sono proprio la corruzione e lʼarroganza dei funzionari inviati in Sicilia, primo fra tutti lo stesso prefetto che tresca con la mafia locale: una convivenza che poco fa sperare per il futuro della Sicilia. Cʼè poi il mondo dellʼisola ed è qui che lʼautore dà il meglio di sé con ritratti suggestivi, affettuosamente ironici e talvolta paradossali, di una società, quella siciliana, che assiste, dallʼalto di una storia millenaria, alla calata dei nuovi conquistatori ( i piemontesi): pessimismo, cinismo, orgoglio e testardaggine nella difesa della propria sicilianità, ma anche abitudine a subire i potenti e la violenza. È possibile poi individuare altri percorsi e spunti narrativi, anche perché lʼautore imposta ciascun capitolo avendo come riferimento capolavori della letteratura italiana e mondiale, che, si presume, siano tra quelli più apprezzati da Camilleri. In questo senso lʼindice del romanzo può essere una guida alla lettura di altri autori. Il romanzo scorre tra continui «avanti ed indietro temporali» con il risultato di frammentare la trama narrativa in tanti bozzetti facendo perdere unitarietà al racconto. Il ricorso alla lingua siciliana, sia nei dialoghi che nella narrazione, incuriosisce, talvolta rende piacevole la lettura, ma nel complesso fa prevalere un senso di manierismo e di ricercatezza letteraria fine a sé stessa. Perché leggerlo? È una lettura piacevole anche se alla fine si rimane un pò delusi. Che cosa voleva dire lʼautore?

Andrea CamilleriSellerio Editore
La buona condotta
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La buona condotta

Il Kosovo è un piccolo stato dei Balcani, incastonato tra la Serbia e l'Albania: si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel 2008 ed è abitato in larga maggioranza da albanesi, con una minoranza serba al confine con la Serbia. Quest'ultima non ha riconosciuto il Kosovo e la comunità serba vive in uno stato di sospensione, in tensione continua con gli albanesi. A Sumor, il piccolo villaggio dove è ambientato il romanzo, > quasi tutti erano rimasti a vivere lì, sempre in bilico tra scelta e condanna. Si erano adeguati alle intemperie della Storia, sopravvivendo come potevano. Miroslav è il medico del villaggio, apprezzato da tutti, albanesi e serbi: un uomo che ha sempre cercato di stare in disparte, tranquillo ed equilibrato, lasciandosi trascinare dal fluire della vita. Così lo canzona affettuosamente Ludmila, la strana sorella del suo migliore amico: > Miroslav, Miroslav. Con questo tuo nome, /ce la farai a diventare un leone?/  O canteranno sulla tua salma, / oh Miroslav, Miroslav, gloria alla calma?. Ma è proprio questa, la mansuetudine, la vera natura dell'uomo? Spesso tornano a Miroslav le ultime parole della madre: > ho sempre pensato che tu avessi ucciso qualcuno, (...) più la gente parlava bene di te e più io capivo che nascondevi qualcosa. Il lato oscuro dell'uomo esce allo scoperto quando si fa eleggere sindaco del paese, nella speranza di ricucire i rapporti tra albanesi e serbi; pare la persona giusta ma dovrebbe mostrare un coraggio e una determinazione che purtroppo non possiede. Ne ha da vendere, invece, l'uomo inviato dalla Serbia per svolgere le funzioni di sindaco ombra. Umiliato ed emarginato, Miroslav sente per la prima volta il desiderio di uccidere. In un delirio, aiutato da qualche bicchierino di troppo, sogna di andare dall'uomo e di sparargli. > Lo sparo assordante lo sorprende, sobbalza, non registra quel che accade all'uomo al quale ha sparato, riesce solo a discernere gli schizzi di sangue sul suo pigiama. (...) Nel buio che ha davanti agli occhi si materializza la figura di sua madre nel letto d'ospedale e quell'ultima domanda che gli aveva posto prima di morire: > hai ucciso qualcuno? Lei lo sapeva già allora, era una domanda che veniva dal futuro!. E' solo un sogno di un uomo angosciato. La vicenda prenderà una piega sorprendente, che non voglio svelare. La buona condotta > di Miroslav come sindaco non cambia la condizione del piccolo villaggio, nel bene come nel male. Tutto resta bloccato in una fragile quiete, il passato torna di continuo con le sue ferite e i suoi rancori; non resta che fuggire o adeguarsi.  Il romanzo può essere visto come una metafora della realtà odierna. In effetti, viviamo tutti in un mondo claustrofobico, in attesa di un cambiamento che non arriva. Siamo inondati da informazioni apocalittiche, da dichiarazioni altisonanti, ma nulla pare mutare, tutto resta immobile. Viviamo in un' enorme distopia, al cui interno intrecciamo relazioni, sogniamo il passato con nostalgia, elaboriamo il futuro senza sapere se poi ci sarà effettivamente. La chiave di lettura della metafora dà al romanzo una dimensione universale, che va oltre al piccolo villaggio di Sumor; questo approccio pone in secondo piano il Kosovo, e il suo dramma. Con la Bosnia Erzegovina, questa piccola nazione è da decenni in uno stato di sospensione: mantenuta dall'Unione Europea, osteggiata dalla Serbia, i suoi abitanti vivono come in una prigione, oppressi da un passato che non accenna a dissolversi, in un microcosmo dimenticato e sofferente. La lieve e affettuosa ironia della scrittrice, l'abile narrazione e il sistema di personaggi nascondono il dramma in cui vive la popolazione, e mentre ne sottolinea il valore universale, ne dimentica la situazione claustrofobica che richiama i racconti di Dino Buzzati, caratterizzati da un'opprimente angoscia (si veda la recensione dei Sessanta Racconti in questo sito). > Bere la pastiglia alla fontana/ è meglio del rum dell'Avana , canticchiava la stramba Ludmila gettando la dose quotidiana di psicofarmaco. La struttura narrativa ha al centro il sistema dei personaggi: Miroslav e sua moglie, con il loro stanco matrimonio, il ritorno a casa di Zbranko, alla ricerca di un punto di gravità, l'eccentrica e intrigante figura di Ludmila (in serbo cara alla follia") e il suo amore con Nebojia, il sindaco ombra, ingenuo e screanzato piccolo delinquente. Il pregio del romanzo sta proprio nella capacità di tratteggiare questi personaggi, descrivendo abilmente le loro personalità e le loro relazioni reciproche. Sumor è sullo sfondo, scenario a storie personali che non paiono avere realmente uno sviluppo. L'approfondimento psicologico, i tratti onirici della narrazione, il profilo dei personaggi, la leggerezza sono i pregi fondamentali del romanzo. Perché leggerlo? Ben scritto ma si rimane un po' delusi: ci si aspettava che parlasse del Kosovo.

Elvira MujcicCrocetti Editore
Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner
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Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner

Sarebbe sbagliato pensare che questo romanzo tratti dell’Afghanistan, che costituisce peraltro il suo contesto di riferimento. Il tema del libro è la vigliaccheria. Amir vive in una bella casa in Afghanistan con suo padre, un uomo importante e coraggioso, e due servi, Ali e suo figlio Hassan. Questʼultimo è l’amico di infanzia di Amir, che lo tratta con superbia, anche se con amicizia fraterna, in quanto pensa di essere superiore per casta e cultura ed è geloso dell’affetto del padre per Hassan. Amir ed Hassan sono campioni di caccia agli aquiloni e proprio nel giorno di massimo trionfo di Amir, perché ha vinto la gara degli aquiloni, questi non interviene a salvare l’amico, che viene picchiato e violentato da Assaf. Amir è un vigliacco e questa colpa lo perseguita per tutta la vita, anche quando sarà costretto ad andare in America, si sposerà e diventerà un famoso scrittore. Solo tornando in Afghanistan a salvare il figlio di Hassan, Amir riuscirà a riscattare la propria vigliaccheria e scoprirà che anche suo padre, per lui figura irraggiungibile e perfetta, non è privo di colpa in quanto non gli ha mai detto che Hassan era suo fratello. Le prime cento pagine del libro, che narrano l’infanzia di Amir in un Afghanistan sereno e felice, sono molto belle, scritte in uno stile delicato e poetico. In seguito il libro perde di smalto sino a perdersi nelle ultime venti pagine, nelle quali si parla di come il protagonista riesce a portare il bambino in America. L’ultima scena, una gara di aquiloni in America, è scontata e banale e rovina in parte lo spessore spirituale e narrativo del libro. Dell’ultima parte l’unica scena di grande impatto è costituita dalla lotta di Amir con Assaf, diventato un crudele talebano che ha ridotto il bambino a suo schiavo sessuale. Assaf sta uccidendo Amir, il quale è tuttavia contento perché si sta liberando dalla colpa che lo ha perseguitato per tutta la vita: Amir verrà salvato dall’intervento del bambino che con una fionda colpisce Assaf.

Khaled HosseiniRiverhead Books
Il Calcio in giallo
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Il Calcio in giallo

Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; cʼè comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi allʼinterno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( «Progresso - Audace 3-2») è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e lʼabile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali «Giorgi gay». È un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( «stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo..»). Lʼuomo, > over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto , «in piena crisi estetica», insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena lʼira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dellʼEst Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: «troia di merda....». Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, «uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare», aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile? «Non ti devi meravigliare proprio per niente» gli disse il bidello Sciacca dallʼalto della sua saggezza, > nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne? Interviene la bidella. > Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio. La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. È come vedere un telefilm della «Signora in giallo»: ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: questʼultima è talvolta una bella sorpresa. Perché leggerlo? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.

Vari AutoriSellerio Editore
Il cardillo addolorato
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Il cardillo addolorato

Il romanzo ruota intorno ad una domanda, alla quale il lettore non riesce a dare una risposta esauriente: chi é e che ruolo ha il «Cardillo Addolorato», figura, fra tanti personaggi, onnipresente ed oscura? E che significato hanno le strofe che spesso tornano nel corso del racconto, sino alla sua conclusione apparentemente tragica: «e vola vola vola lu Cardillo! e vola vola vola... oh! oh!»? Per rispondere occorre inoltrarsi nella lettura del romanzo, lasciandosi incantare dal mistero della narrazione, che, come la vita, sta nella > freschezza, fluidità, scorrere e precipitare, sparire e risorgere continuo delle sue infinite forme . Siamo alla fine del settecento, nel pieno dellʼEtà dei Lumi. Tre amici, il principe Naville, il mercante Nodier e lʼartista Albert, giungono dal freddo Nord a Napoli, «citta strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata», che alterna «giornate di un azzurro purissimo e lucente» con altre piovose ed ombrose. I tre giovani, > splendenti di unʼallegria, unʼeccitazione, un orgoglio giustificate dallʼetà e, noi diremo, dallʼessere in una città così ricca di miraggi, fanno visita ad un noto guantaio. È nella casa del mercante che si verificano i fatti che determineranno il destino dei tre amici. Innanzitutto incontrano Elmina. «Forme piene, per quanto delicate, braccia stupende», sguardo > grave e riservato... una freddezza... una distanza, un abisso... che si poteva vincere (pensa Naville)... che non si sarebbe mai potuto superare , pare ad Albert. Lʼimpressione è così intensa da trattenere il respiro, da creare «uno stordimento dellʼanima», più banalmente, da far innamorare i tre giovani in modo repentino e fulmineo. La loro vita è segnata per sempre. Ma proprio in questo momento dʼincanto si verifica un episodio inquietante. La sorellina di Elmina paragona Albert «al loro vecchio cardillo», lasciato morire per trascuratezza, non cambiandogli lʼacqua e non rifornendolo di miglio. Da una duplice e contradditoria emozione, di stupore estasiato e di crudeltà gratuita, si sviluppa una storia apparentemente senza senso. Come in un eterno ritorno, i personaggi sono sempre gli stessi, le vicende sembrano ripetersi uguali, ma continuamente assumono nuove forme e significati: lʼunica costante è la presenza del Cardillo, il misterioso uccello, «del tutto invisibile e nascosto». Dʼaltra parte, è possibile dare > un nome legittimo alle persone e cose di questo mondo, tutte poco chiare... e che si perdono lentamente ? Albert sposa Elmina, la quale si è data una missione, che trascende qualsiasi amore e legame, persino quello materno: deve prendersi cura di un bambino, che potrebbe essere un suo segreto fratello, ma, ovviamente, non lo è. Un folletto, uno spirito maligno o unʼanima innocente? In questa situazione il povero Albert, personalità fragile e indifesa, non può che soccombere. Nordier, invece, anche lui innamorato di Elmina, dopo aver vagheggiato di sposarla, da uomo pragmatico e superficiale qualʼé, si ritira di buon ordine, quando appare evidente lʼincomprensibile missione che si è affidata la ragazza. Non può accettare questa facile soluzione Naville, anche lui invaghito di Elmina, ma, illuminista e cosmopolita, tenta testardamente di dare una spiegazione a fatti incredibili e misteriosi, di offrire una sistemazione definitiva ed adeguata ad Elmina, inondandola di regali, sempre rifiutati, progettando di sposarla e di portarla via da Napoli. Tutti i suoi sforzi sono vani, non solo perché gli avvenimenti si susseguono in modo sempre più indecifrabile (i personaggi non sono mai quelli che lui pensava che fossero, riemergono persino i defunti a dire la loro..), ma soprattutto perché, nei momenti decisivi, irrompe la voce del Cardillo, lʼangoscioso ritornello: > Oh non avesse mai abbandonato la sua casa e la noiosa vita mondana della ricca, solida, fredda, ragionevole e molto perbene società in cui era nato! Una sorta di destino lo ha trascinato a Napoli e contro di esso il povero Naville ha disperatamente lottato, per restare poi sconfitto. Il principe torna in patria nel maestoso palazzo di Liegi. A chi «gli vantasse il famoso benché ancora neonato Progresso» il non più mondano e divertito principe chiedeva se > avesse sentito il silenzio assoluto del mondo, la gioia imperiale dellʼalba.... la presenza del Cardillo giustiziere . Finché una sera, proprio nel momento di partire nuovamente per Napoli, gli viene annunciato il Cardillo. Risuonò dappertutto il noto ritornello e il principe > (benedì) il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia, che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita . Ma allora chi è il Cardillo Addolorato? È il mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Per cogliere il significato della voce del cardillo bisogna essere un > lettore paziente, privo di senso comune e fornito invece di una sua antenna privata per raccogliere il silenzio glaciale dellʼUniverso, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime, i nein... nein delle loro implorazioni . Solo nella Napoli, fantastica e dolorosa, generosa e crudele, poteva svolgersi un libro che narra la sconfitta della Ragione. Il pregio principale del romanzo è lo stile, affascinante anche se non facile. Il lettore si immerge in una sintassi involuta, ricca di incisi, rappresentativa della complessità e della vaghezza della vita. È una scrittura che preannuncia il sogno, il mistero, un mondo che non vuole farsi ricondurre a schemi narrativi troppo semplici e lineari. Il difetto è la confusione della trama e del sistema dei personaggi. Dapprima lʼautrice riesce a mantenere un ordine ed uno sviluppo logico, da un punto in poi il disordine irrompe vittorioso. Il lettore si perde e sopraggiungono il fastidio e la noia. Perché leggerlo? Il fascino è la scrittura, ma bisogna avere la pazienza di andare avanti nelle ultime cento pagine.

La cartella del professore
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La cartella del professore

Immaginiamo una giovane donna, tra i ʼ30 e i ʼ40 anni. Non è stata una studentessa brillante, svolge un monotono lavoro di ufficio, ha avuto alcune relazioni sentimentali che però non sono andate a buon fine. È sola. > Da sola prendevo lʼautobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa (...). Una vita allegra. Triste. Piacevole. Dolce. Amara. Aspra. Stimolante. Irritante. Calda. Fredda. Tiepida. Insomma, in che modo ho vissuto per tanto tempo? Un giorno, per caso, al bar dove va a bere (sembra che sia il suo unico passatempo) incontra il suo vecchio professore di giapponese. Dapprima è una vaga sensazione di sentirsi a proprio agio, «a posto», come quando si compra un libro e si preferisce non togliere la fascetta intorno. Poi subentra qualche cosʼaltro. > Con il professore non ci vediamo sovente. È normale, non è che stiamo insieme. Però non lo sento mai lontano, neppure quando non è accanto a me . Infine emerge lʼamore. > A partire da quando, avvicinandomi a lui, ho cominciato a sentire il calore che emanava dal suo corpo? Attraverso la sua camicia inamidata, percepivo la sua presenza. (...) Una presenza che non sono mai riuscita ad afferrare saldamente. Quando sto per prenderla, mi sfugge. Quando la sento lontana, di nuovo si avvicina . In un sogno la ragazza cerca il professore, ma non lo trova. > Ah ecco, lʼho già messo nella scatola! Ora ricordo. Lʼho chiuso nella grande scatola (...) che tengo in fondo allʼarmadio a muro. (...) Ormai non posso più tirarlo fuori. Perché lʼarmadio è troppo profondo . Ma chi rappresenta il professore, con la sua cartella, la sua voce e il suo corpo, il suo passato, denso di misteriosi significati? È come la luna che deve indicare il cammino ad una ragazza che non conosce sé stessa? È la coscienza che non vuole emergere dalla profondità dellʼanimo? O più semplicemente un amico più anziano al quale aggrapparsi per diventare adulti e fuggire alla solitudine dellʼesistenza? Non lo sapremo mai perché il romanzo non ha una conclusione. Sappiamo soltanto che quando lʼanziano professore morirà, «nelle sere cosìʼ», la ragazza aprirà la cartella e guarderà allʼinterno. > Ma nella cartella non cʼè nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa . Per definire in qualche modo questo racconto, che peraltro non vuol farsi etichettare, potremo dire che il romanzo esprime la sofferenza esistenziale, non solo giovanile. Lungo la narrazione scopriamo che anche il professore ha sofferto per vicende a lui incomprensibili, come la fuga e la morte improvvisa della moglie. Lʼanziano amico non è quindi una fonte di saggezza e di sicurezze, ma è pure lui, come la ragazza, un intreccio di certezze e dubbi, di aspettative e delusioni. La loro relazione, anche intima e non solo spirituale, è il frutto di due anime affini, che cercano di appoggiarsi vicendevolmente, di affrontare insieme lʼesistenza. Non si riconduca il senso del racconto alla storia banale di una relazione tra una giovane e il suo vecchio professore.La lenta accettazione del loro amore nasce dal timore di aprirsi allʼaltro, di riconoscere che si è una persona solo attraverso unʼaltra persona. Tipicamente giapponese, il romanzo assume in tal modo una valenza universale. Il fascino di questo breve romanzo risiede nello stile narrativo: delicatamente ironico, pensosamente gentile, i due protagonisti, i meravigliosi paesaggi giapponesi, ed infine la scrittura ci conducono soavemente e piacevolmente lungo un percorso che poteva rivelarsi cupo e pesante. Dispiace che la trama sia fragile, sovente dispersiva e ripetitiva. Una curiosità: leggendo il romanzo scopriremo come la cucina giapponese non sia solo sushi e pesce crudo, possiamo imparare molte interessanti ricette. Perché leggerlo? Tipicamente giapponese e quindi unico.

Hiromi KawakamiGiulio Einaudi
Una casa fuori dal tempo
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Una casa fuori dal tempo

> S'avvia tra i muri, e preda della luce..../forse eri tu, ora è un'apparizione/o forse è tutto ciò che non ha pace/ (...) E' una figura, non ha requie.../è nostra la credevo una chimera ( da «S'avvia tra i muri» della raccolta Avvento notturno di Mario Luzi).  Vengono in mente questi versi leggendo questo romanzo, che parla di presenze fuori dal tempo, ombre e luci che vivono d'inverno nel regno dei morti e d'estate in quello dei vivi, come nel mito di Persefone.  Di certo Vera, questa timida ragazza inglese del primo Ottocento, non si sarebbe aspettata di avere un'esperienza incredibile: divenire l'amica di Ginestra, cui spetta vivere per l'eternità come Persefone, in bilico tra l'oltre tomba e il mondo dei vivi. La storia inizia in Inghilterra. Vera è orfana di entrambi i genitori e ha solo un fratello maggiore, Caspian, appassionato di archeologia. Vera studia italiano nelle scuole londinesi fondate dall'esule Mazzini (ho apprezzato questo riferimento a un ruolo importante e dimenticato del fondatore della Giovine Italia). Caspian decide di portare la sorella con sé a Pompei, dove è impegnato negli scavi.  Vera si muove libera tra le pietre della città romana, quando le compare a fianco Ginestra. Come nella poesia di Luzi Vera si accorge dell' improvvisa presenza di Ginestra > non dal rumore, perché non ne fa: a farla voltare è un risucchio, un vuoto d'aria, come quando stai volando troppo in alto su un'altalena. Ginestra è > alta come lei, (...porta sandali piatti, di cuoio rosso un po' sbucciato... , ma è inutile descriverla, è meglio ammirare il ritratto che ha fatto la disegnatrice Elisabetta Stoinich delle due ragazze, insieme, con le mani affettuosamente intrecciate come due amiche, sbarazzine, piene di vita, sorridente Vera, leggermente malinconica Ginestra nella sua tunica romana e i suoi capelli ribelli, così somigliante ma così diversa da Vera, col suo composto abbigliamento vittoriano. Ma perché si percepisce in Ginestra una lieve malinconia? La ragazza sa che perderà Vera all'arrivo dell'inverno così come non potrà più vivere come i mortali. C'è una svolta nel racconto; gli archeologi riescono a riprodurre in un calco la figura di una donna morta nella grande eruzione del Vesuvio, questa donna è la madre di Ginestra. L'attesa eterna di Ginestra è divenuta inutile, ha potuto rivedere la madre, può abbandonare il regno dei morti. Chiede alla Dea il permesso di lasciare l'allegra e vacua comunità delle compagne; in cambio della libertà la Dea vuole Vera. Prevale l'amore e Ginestra si condanna alla prigione eterna. > Sono scivolate via l'una dall'altra, le mani strette si sono separate, l'intreccio delle dita si è sciolto. La terra si è spaccata davanti a loro, allontanandole. (...) Invece di far cadere Vera nella voragine (...) Ginestra l'ha guardata negli occhi per un lungo istante. Tornando nella fredda Londra, Vera si ricorderà dell'amica e del suo sacrificio? Beatrice Masini ha scritto un romanzo delicato, soffuso, quasi evanescente. La passione per la mitologia greca e l'archeologia l'hanno spinta a intrecciare il percorso di formazione di Vera, una vera e propria rinascita, con la storia dei primi scavi di Pompei, tra conservazione e avidità di guadagno, tra nuove tecnologie e il faticoso e pericoloso lavoro degli operai. Si pensi alla bella figura del piccolo Nico, costretto a lavorare ancora bambino, e alla descrizione dei calchi, un metodo largamente diffuso nell'Ottocento anche per divulgare e mantenere le opere dell'antichità. Questi riferimenti realistici sono il contorno di una storia di forte impronta filosofica: il tempo, > che erode e non lascia nulla intatto. Il tempo che ha sempre fame, e mangia tutto. Invece prima -- prima, adesso, dopo, quando era, quando è stato, quando sarà -- di là, prima, era, è tutto così perfetto e levigato. Sovrastata da cotanta metafisica la trama ne risulta schiacciata, indebolita, fragile; i protagonisti non sono approfonditi in termini esistenziali e psicologici, a cominciare da Vera e Ginestra.  La scrittura è elegante e musicale, ben corredando la lieve malinconia della storia. Le frasi sono sinteticamente perfette, il lessico è ricco eppure moderno. Il lettore scivola leggero attraverso il bell'italiano, ma ad un certo punto si chiede: dov'è il fuoco in tanta virtuosità stilistica? Perché leggerlo? La trama è fragile ma è piacevole da leggere.

Beatrice MasiniOscar Mondadori
Chicago
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Chicago

Il libro è un insieme di storie di egiziani che lavorano e studiano a Chicago, presso lʼuniversità di medicina. In alcuni casi si tratta di persone ormai avanti negli anni, che si sono affermate e apparentemente integrate nella società americana. In altri casi sono giovani ricercatori, che hanno ricevuto una borsa di studio dal governo egiziano e che , quindi, dipendono per il successo della loro carriera dalle autorità del proprio paese. Devono impegnarsi duramente per ottenere ottimi risultati accademici, ma devono anche stare molto attenti a non assumere atteggiamenti critici o semplicemente irriverenti del regime egiziano, allora quello di Mubarak. Le storie si sviluppano autonomamente, intrecciandosi solo a tratti. Shaima è una giovane molto devota, che > a dispetto delle sue eccezionali doti scientifiche, era di unʼignoranza abissale per quanto concerne gli strumenti utili per sedurre un uomo . Già sulla trentina, incontra un collega egiziano, del quale si innamora e con il quale scopre le delizie del sesso. Questa vicenda sembra evolversi verso un lieto fine, quando Shaima si ritrova incinta e, dinanzi al diniego spaventato del giovane ( un figlio disturberebbe la sua carriera accademica), è costretta ad abortire, pur contro le sue convinzioni religiose. Marwa ha sposato, prima di trasferirsi in America, un giovane allʼapparenza brillante e serio. In realtà il marito si rivela uno squallido individuo: avido, autoritario,infido, con gusti sessuali perversi e violenti, e per di più spia dei servizi segreti egiziani. Marwa vorrebbe divorziare ma trova lʼopposizione dei genitori ed allora, furbescamente, crea una situazione per la quale la separazione diviene inevitabile: il marito è disponibile a concederla ad un potente personaggio dei servizi segreti, pur di aver garantita la carriera accademica, pregiudicata dalla sua totale insipienza come ricercatore. Se i giovani sono costretti a muoversi, chi ingenuamente e chi con astuzia, negli spazi ristretti concessi da una società repressiva ed ipocrita, a questo destino non sfuggono gli stessi adulti. Saleh ha preferito fuggire dallʼEgitto abbandonando la donna amata, della quale soffre, ancora dopo tanti anni, il pesante rimprovero: «È proprio un peccato che tu sia un vigliacco!» esclamò la ragazza dicendogli addio. Saleh si è sposato con una americana ma è stato per lui un matrimonio di convenienza, tantʼè vero che la nostalgia per la madre patria diviene ad un certo punto irrefrenabile e assume persino aspetti feticistici, come indossare i suoi vecchi abiti egiziani. Vorrebbe riabilitarsi rispetto dimostrando alla donna amata di essere un uomo coraggioso che rischia per le sofferenze del suo popolo. Non ci riesce, perché in fondo è un codardo, e quindi si uccide. Anche Rafat si è sposato con una donna americana, dalla quale è nata una figlia. In un drammatico incontro tra padre e figlia ( in un ultimo tentativo di salvarla dalla droga) la ragazza svela con violenza la finzione su cui Rafat ha appoggiato tutta la vita: > sei un impostore ( gli grida), un attore fallito, che recita una parte cretina che non convince nessuno. Cosa sei? Egiziano o Americano? Naghi è un idealista, aperto alle nuove esperienze che gli concede la società americana, convinto che occorra lottare per la libertà e la democrazia del proprio paese. Si muove al di fuori degli schemi, spesso esponendosi in un ambiente infido, quale quello degli egiziani allʼestero. Incontra una ragazza ebrea, con la quale ha una relazione sentimentale, fatta di passione, di affetto e di scoperta reciproca. Riceve la visita di un esponente dei servizi segreti egiziani, che lo invita ad abbandonare le velleità rivoluzionarie e gli fa sapere che è in possesso di riprese dei suoi amplessi focosi con la giovane ebrea. Chi può aver collocato una telecamera nascosta nel suo appartamento? Paradossalmente Naghi accusa lʼamica, tanto profonde sono la diffidenza e le barriere tra i due popoli. > Per quanto forte sia il tuo amore ( dice la ragazza) non ti scorderai mai che sono ebrea. Posso essere sincera con te finché voglio, la tua fiducia in me sarà sempre fragile . Anche Naghi, che vorrebbe essere un poeta, non sfugge al destino di finzione e di sospetto generato da una società repressiva. Tutte le storie si sviluppano in parallelo creando un caleidoscopio di vite, voci ed immagini, tale che è difficile cogliere un comune filone narrativo. I bozzetti di cultura egiziana, costruiti con sottile ironia, gli abili tratteggi dei personaggi e delle loro vicende, nonché la descrizione dettagliata delle propensioni erotiche dei personaggi e delle coppie, sono una trappola che rinchiude il lettore nelle particolarità facendogli perdere il senso complessivo del romanzo. Senza dubbio cʼè una critica alla società egiziana. Ma è probabile che il significato nel libro risieda nellʼinfelicità creata dagli schemi repressivi della società. Esiste un legame tra sistema sociale ed istituzionale ( la mancanza di democrazia) e il destino individuale, anche quello appartenente ai sentimenti intimi e familiari. E che questo non sia solo una caratteristica del mondo egiziano appare evidente dallʼunica storia, nella quale i personaggi non sono del paese nord africano. Graham è un professore sessantenne, libertario ed eccentrico. Incontra Carol, una donna di colore, con la quale porta avanti una meravigliosa relazione dʼamore. Ma Carol, perché nera, non trova lavoro, finisce a fare la modella ed è spinta a concedersi ad un importante dirigente di una azienda. Si amano, eppure la segregazione sociale distrugge il loro rapporto, perché non si sfugge agli effetti devastanti di una società ineguale, anche se formalmente democratica. Aswani è un abile scrittore, ma la struttura narrativa basata su racconti multipli e paralleli non si può prolungare a lungo senza appesantire la narrazione e disperderla in troppi rivoli. Dʼaltra parte non esiste una trama complessiva che permetta di riprendere il filo del romanzo, per cui alla fine la narrazione risulta prolissa e poco avvincente. Perché leggerlo? È un insieme di bozzetti piacevoli e intriganti.

al-Aswani AlaFeltrinelli Editore
La Ciociara
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La Ciociara

Per Moravia La Ciociara > era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo . Lʼambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra lʼottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nellʼavanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola «la burina». Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre allʼinizio del racconto: > aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente ; in seguito dovrà ammettere > che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda . Per Cesira la guerra è lontana ( > sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra? ). E come dirà un altro personaggio, > la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene . Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo lʼ8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, lʼeterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dellʼarrivo degli alleati, che dovrebbero portare «lʼabbondanza». Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza allʼignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dellʼoppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta lʼItalia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dellʼattesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: > lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare lʼamore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E dʼora in poi sarò sempre così . Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare lʼoriginaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che «si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo», ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra? Quali che fossero le intenzioni, lʼautore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce allʼaccettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dallʼultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. È una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a «mignotta», è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro?), sa di morboso e rispecchia lʼidea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere «le cose brutte» del mondo. Dʼaltra parte > lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza . Da momento catartico lo stupro diviene lʼinesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione allʼ intera storia. La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore. Perché leggerlo? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.

Alberto MoraviaBompiani
Con gli occhi del nemico
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Con gli occhi del nemico

Questo libro raccoglie quattro conferenze tenute da Grossman tra il 2004 e il 2006. Due di queste riguardano la natura dello scrivere, le altre affrontano la situazione «spaventosa e ambigua e complessa» di Israele. Ciò che unisce la riflessione sulla letteratura con quella sulla politica è la missione della scrittore: per Grossman consiste nel rifiuto alla > rinuncia alla possibilità di capire cosa io pensi veramente... Sicché, forse, sarebbe meglio non pensare, non sapere, affidare il compito di pensare, di agire e di stabilire norme morali a chi certamente ne sa più di me . Grossman condivide quanto sostiene Vargas Llosa, nella prefazione a «la Zia Julia e lo scribacchino»: la letteratura prende le mosse dal dissenso di chi scrive rispetto al mondo, da > quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Il punto di partenza è, tuttavia, una ricerca interiore, che richiama a Pamuk, per il quale > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi («la valigia di mio padre»). Per lʼautore israeliano,infatti, > lʼimpulso primario che innesca e muove la scrittura è il desiderio di inventare e raccontare una storia, e conoscere se stessi. Del resto, più scrivo e più mi rendo conto della forza di un secondo impulso, che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dallʼinterno, da dentro... sentire che cosa significa essere unʼaltra persona . E quindi il movente fondamentale > è lʼaspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dallʼaltro , per superare > lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con lʼaltro... per preservare...il telaio in cui è contenuta, a volte imprigionata, la nostra multiforme ed erratica psiche . Il perno di questo passaggio dalʼ io agli altri è costituito dai personaggi. > Scrivere un romanzo significa, in larga misura, essere totalmente responsabili di qualche decina di personaggi . Per spiegare questa affermazione, rilevante alla luce della povertà descrittiva e psicologica di tanti romanzi moderni, Grossman si affida ad una indovinata metafora. Lo scrittore è come qualcuno che tiene decine di persone imprigionate in cantina. > Ogni tanto gli converrà far quattro chiacchiere con loro...provare a calmare le tensioni... ascoltare le loro storie e i loro ricordi, a rammentare loro tutto quello che resta ancora da sognare, da rimpiangere, affinché dimentichino per un momento la fossa soffocante in cui si trovano . Dallʼattenzione sui personaggi discendono i compiti, che Grossman affida alla politica. > Se cʼè una cosa che vorrei sperare che politici e uomini di governo possano prima o poi imparare dalla letteratura, è proprio questo modo di votarsi a una situazione, e alle persone che vi sono intrappolate , a causa in misura non irrilevante delle trappole che gli stessi politici e uomini di governo hanno contribuito a creare. Lʼaccenno alla responsabilità della politica conduce alle conferenze che parlano della drammatica situazione di Israele. Non si può non ammirare il coraggio, ma anche la dignità, di Grossman nellʼaccusare frontalmente le responsabilità del governo di Israele nel perseguimento di una politica di aggressione, che sta conducendo ad uno snaturamento dei fondamenti stessi dello stato di Israele, delle sue istituzioni, della stessa legalità, mettendo in moto un processo, che sembra irreversibile, di «smarrimento e di smembramento.. del corpo pubblico, sociale». Tuttavia, la riflessione più interessante di Grossman riguarda un aspetto che spesso non viene sottolineato: la graduale scomparsa del > modello dellʼebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale , sostituito dallʼutilitarismo, dalla forza e dalla competitività aggressiva. Se la terra di Israele doveva essere negli ideali del sionismo un modo per porre fine alla Diaspora, rendendo il popolo ebreo finalmente «uguale» agli altri popoli, la paura e lʼostilità verso gli altri (innanzitutto verso i palestinesi) perdurano gli schemi psicologici e spirituali della Diaspora, questa volta in chiave aggressiva. Da oppresso il popolo ebraico diviene oppressore. È inutile cercare nelle conferenze di Grossman la leggerezza e la sottile ironia di Pamuk o di Vargas Llosa. Non è solo lo stile dello scrittore, sempre serioso, complesso e meditativo. È il dramma dellʼuomo, come persona (innanzitutto come padre per la perdita del figlio), come israeliano, che assiste al dissolvimento del proprio popolo, come ebreo, dinanzi al tradimento di valori millenari, che impedisce a Grossman di lasciarsi lontano le tinte cupe e drammatiche. Lʼangoscia che trasuda dalle parole, il taglio filosofico delle considerazioni, il senso di un destino ineluttabile, al quale si può contrapporre solo lʼutopia, rendono la lettura pesante ed impegnativa, a tratti ripetitiva. Solo in alcuni momenti ci si immedesima emotivamente con lo scrittore. È quando, nella splendida commemorazione di Rabin, chiede con dignità di non giudicarlo con commiserazione ed indulgenza perché mosso da un «sentimento di rabbia e di vendetta» per la terribile tragedia della morte del figlio. Anche il dolore può essere usato dal potere per far tacere il dissenso e la critica! Perché leggerlo? Le riflessioni sullo scrittore e sulla letteratura sono particolarmente interessanti.

David GrossmanOscar Mondadori
Le Confessioni d'un italiano
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Le Confessioni d'un italiano

Carlino è il figlio naturale della contessina di Fratta e cresce presso gli zii, lasciato alla cura dei servi e considerato come un «parente di serie B». Presso il castello di Fratta, vive anche la cugina, una bambina più piccola di Carlino, di nome Pisana. Carlino si innamora sin da ragazzo della Pisana, una ragazza sempre più vivace e imprevedibile, che ha con Carlino un rapporto controverso: ne ricerca la protezione e l’affetto quando ne ha bisogno per poi ferirlo nei sentimenti frequentando altri ragazzi e trattandolo male. Il romanzo (fine ‘700 metà ‘800) è la storia di questo amore, accompagnata dalla nostalgia di un’infanzia, povera e trascurata, ma felice e spensierata. Le vicende politiche (la vecchia società feudale di provincia, la decadenza di Venezia, il periodo napoleonico, la restaurazione ecc. ) sono importanti ma di contorno a questo rapporto travagliato ma profondo che lega Carlino e la Pisana. I due si mettono assieme e poi si lasciano per ritrovarsi infine in un continua lotta di sentimenti e di ruoli reciproci, che prescinde da tutti gli sconvolgimenti che li circondano e nei quali sono profondamente immersi. Emergono due temi, tipicamente romantici ma di grande attualità:la nostalgia per l’infanzia: > eravamo felici senza fatica, felici senza saperlo... per me gli è vero ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e vorrei volentieri girarlo ancora per riavere l’innocente felicità di una di quelle sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana . Ma il ricordo dell’infanzia e delle persone si perde lentamente in una lunga vita: > ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me... la gioventù rimase viva nella mente dell’uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l’esperienza della virilità . Domina quindi una diffusa tristezza, una rassegnazione che nasce dalla consapevolezza che tutto scompare come il grande amore: > perdonami di averti amato alla mia maniera, dice la Pisana in punto di morte, di aver sacrificato te a un mio ghiribizzo strano e inconcepibile, di non aver cercato nella tua vita altro che un occasione di appagare le mie strane fantasie!... Tu non dovevi capirmi, tu dovevi odiarmi, e invece mi hai sopportato! . Incomprensibilità dell’amore, dell’affetto che lega due persone e le spinge a volersi bene nonostante tutto. E il romanzo si chiude proprio con un inno all’amore per la Pisana: > ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna (siamo in pieno romanticismo)... sperammo ed amammo insieme... senza di te che sarei io mai? . Un altro tema del romanzo è costituito dal trapasso dalla società aristocratica a quella borghese, dalle speranze di unʼItalia libera e dalla crescente delusione di questo disegno. Un altro tema è senza dubbio rappresentato dal pessimismo sull’animo degli italiani, sulla loro strutturale incapacità di essere un popolo libero ed «etico». Si tratta, come già detto, di contorni, di contesti all’interno dei quali si sviluppano i veri filoni conduttori del romanzo. Se è vero come dice Goffredo Bellonci che il romanzo non è solo il romanzo della Pisana, in quanto l’autore intende descrivere il percorso verso una crescente consapevolezza dell’individuo e di un popolo che trova in sé la forza della rinascita, è pur vero che la rete dei sentimenti è quella che dà modernità ed attualità al romanzo. Il romanzo è molto lungo e prolisso. Le prime duecento pagine (l’infanzia nel castello di Fratta) sono molto belle, veloci, fresche, briose e ironiche. Si leggono tutte di un fiato. Poi il romanzo assume un ritmo discontinuo, spesso lento e pesante, talvolta inutile. Il lettore ci si perde e a fatica prosegue nella lettura.

Ippolito NievoLe Monnier
A conquistare la rossa primavera
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A conquistare la rossa primavera

Scritto nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, questo libro è un romanzo autobiografico, ricordo di > cose vissute, e ancora vive dentro, prima che il tempo abbia placato il tumulto dei sentimenti ( Giorgio Amendola nota introduttiva allʼedizione del 1975). Lajolo, nome di battaglia Ulisse, ha partecipato, credendoci, a tutte le guerre fasciste. Il 25 luglio 1943, giorno delle dimissioni di Mussolini, lo sorprende attonito. > È la fine... la gente grida di contentezza... ho il gelo sulla fronte, la camicia dʼordinanza mi stringe alla gola come un laccio.... ora cominciano i lunghi giorni di tristezza . Cosa fare? Da un lato la sua storia personale lo spinge ad impegnarsi nella repubblica di Salò, dallʼaltro lato sente dentro > qualcosa di inconciliabile ( che) mi diceva di non accettare. Non sapevo ancora bene distinguere cosa fosse.... ma capivo, anche se in modo indefinito, che in quel posto sarei stato sulla falsa strada, non avrei fatto del bene al paese... (e) uscivo per la campagna. La terra incrostata ed arida pareva si fosse ritirata in se stessa, gelosa e paurosa di vedersi scoperta . Per un uomo dʼazione, come Lajolo, il tormento spirituale non può durare a lungo e non si risolve con la meditazione. Saranno i giovani del suo paese ( Vinchio dʼAsti) e la sua terra ( le Langhe) a fargli scegliere la via. > Quei ragazzi miei, che al buio sʼerano tutti alzati al cenno di chiamata, pronti a dare la vita, mʼavevano detto che quello era lo spirito patriottico vero... ( sono) gli stessi ragazzi che erano partiti tante volte a far la guerra . > La mia terra! Non potevo tradirla perché la sentivo dentro la mia carne. La mia terra, con i suoi paesi e le case basse multicolori, coi tetti corrosi e splendenti, e le cascine con gli orti circondati da canneti sottili... forse mai come in questi tempi avevo conosciuto da vicino la mia terra . E sono proprio la solidarietà tra combattenti, scandita da un elenco minuzioso di nomi dei compagni partigiani, e le immagini della «cara terra astigiana» a costituire i pregi distintivi del romanzo. Lʼautore non ci si può soffermare a lungo perché le azioni si susseguono con un crescendo di intensità e drammaticità sino al terribile inverno 1944-45. In quei mesi i nazifascisti sviluppano il massimo sforzo per distruggere le forze partigiane, che erano riusciti a costituire nelle zone adiacenti ad Asti quella che è stata chiamata la repubblica del Monferrato. È un inseguimento partigiano per partigiano, che porta anche a crudeli rappresaglie contro la popolazione civile. Lajolo, ormai uno dei capi della Resistenza, si nasconde, con alcuni compagni, in tane e cascinali, nascosti nella boscaglia. La narrazione ricorda le pagine del Partigiano Jonny, ambientato sempre nelle Langhe e nello stesso periodo. Ma il racconto di Lajolo è freddo, scarno, minuzioso, e proprio per questo emozionante e coinvolgente. Sempre prevale in Lajolo la fraternità con i compagni, un legame intriso di ammirazione, affetto e comprensione, anche verso quelli che, ad un certo punto, si danno alla fuga Talvolta affiora la retorica, ma essa viene decisamente ricacciata indietro da uno stile asciutto, quasi da resoconto militare. Dʼaltra parte Lajolo è ben cosciente di combattere una guerra civile. > Sono i tristi pensieri che ci schiude in cuore la crudeltà della guerra civile, quando sei costretto a far la guerra tra le tue case . E sorgono allora domande angosciose. > Perché, mi domando, hanno imparato a soffrire, perché dopo tanti anni di guerra hanno sentito il bisogno di combattere ancora? Durante la guerra partigiana Lajolo diviene comunista. Per nostra fortuna, lʼautore dà poco spazio alla discussione politica così come raramente approfondisce la sua maturazione ideologica. Quando lo fa, rapidamente il racconto scivola in frasi scontate, tante volte lette ed ascoltate. A noi, delusi e pessimisti, impressiona la grande speranza, che anima il mondo ideale dei protagonisti. Fa riflettere la sicurezza con la quale pensano al futuro: un grande cambiamento nella cultura, nellʼetica e nella struttura sociale. Che dire di questa convinta affermazione: > nessuno più ci intontirà con le parole. Noi abbiamo appreso a giudicare dai fatti, freddamente, passando tutti e tutto al vaglio della nostra coscienza . Perché leggerlo? Un ricordo «a caldo» della Resistenza, senza retorica.

Davide LajoloRizzoli
Cortocircuito
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Cortocircuito

Il libro è costituito da una serie di racconti, che trattano di storie di migranti stranieri in Italia. Nel primo, il Turbante, un sikh arriva nel nostro paese fuggendo la miseria e trova lavoro presso una fattoria in Toscana. Inizia un processo di avvicinamento, culturale e personale, tra la padrona di casa e lʼimmigrante, che condurrà la prima alla scoperta di un mondo e il secondo ad integrarsi gradualmente nei costumi del nostro paese: lʼabbandono del turbante e la rasatura della barba rappresentano lʼespressione visibile della frattura rispetto al paese di origine. Nel secondo racconto, il Cortocircuito, lʼinterruzione della corrente elettrica in un quartiere di Roma permette alla protagonista di scoprire un accampamento di migranti rumeni in un campo abbandonato, limitrofo al condominio Sono loro la causa del cortocircuito in quanto si sono collegati abusivamente alla rete elettrica; lʼintervento di riparazione comporterà anche la distruzione della squallida dimora ( una catapecchia senzʼacqua e servizi igienici), nella quale viveva questa povera gente. Il terzo racconto, Scuolabus, è senza dubbio il più bello, in quanto congiunge il tema dellʼimmigrazione con quello dellʼinfanzia. Una bambina ha come baby sitter una ragazza filippina. Di solito è la mamma ad accompagnarla al pulman della scuola, un bus giallo. Un giorno, però, la mamma si ammala ed è la ragazza filippina a portare la bambina alla fermata e, malgrado le proteste, la carica su un altro bus, di colore blu. La bambina si trova quindi a passare alcuni giorni in un altro asilo nido, con altre maestre e compagni. Cerca disperatamente di dire alla mamma dello sbaglio ma non viene creduta ed, anzi, alimenta nei genitori preoccupazioni crescenti per queste fantasie e presunte bugie. Alla fine la mamma si accorge dello sbaglio ma lʼerrore della ragazza filippina ha permesso alla bambina di scoprire un nuovo mondo. Il quarto racconto, Sospetti, parla di due migranti, unʼucraina ed una filippina, che badano a due donne anziane, tutte due sulle sedie a rotelle. Per una disattenzione delle due ragazze, si verifica un incidente mortale: le due donne muoiono, si apre unʼinchiesta della polizia che scagionerà le ragazze. Infine lʼultimo racconto, Il Gabbiano, prende il titolo dallʼomonimo scritto di Cechov. La vicenda è molto triste: la donna ucraina, che si accompagna con un italiano, vorrebbe ricongiungersi con il figlio, che è rimasto nel paese di origine. Riceve una proposta di matrimonio da un anziano, presso il quale lavora come badante. I figli si oppongono e la cacciano lasciandola senza lavoro. Inoltre lʼamico italiano reagisce con violenza e la donna decide di lasciarlo ritrovandosi di nuovo sola. I racconti rappresentano un percorso stilistico e contenutistico. Sotto il profilo del ritmo narrativo e della struttura della lingua, lʼautrice prende sempre più confidenza, passando da uno stile ancora incerto e basato su riflessioni a modalità narrative sempre più efficaci, che fanno emergere il senso delle vicende dal narrazione piuttosto che dalle considerazioni. Parimenti, lʼautrice passa dalla scoperta alla consapevolezza crescente di una desolazione e di una solitudine, che non è più sociologica ma esistenziale. Nel primo racconto prevale ancora la questione culturale e sociale, anche se allʼinterno di una sensibilità da scrittrice. > Il motivo per cui trattengo le domande sulla punta della lingua, non è solo la difficoltà di comunicare, quanto la convinzione di invadere con unʼindiscrezione troppo disinvolta, di stampo sfacciatamente occidentale, il suo mondo privato, distante anni luce dal nostro, e perciò pressoché inafferrabile . Alla fine del libro la risposta a questa ricerca di comunicazione è la solitudine, che abbraccia tuttavia sia il migrante che lʼitaliano. > Tu ricorda parole Cechov? Trigòrin dice lui sente come volpe che cani corre dietro, così sente io. Io corre, corre, corre, e cani corre anche dentro gambe. E Mascia dice che quando amore entra dentro cuore, meglio no, meglio caccia via, meglio dimentica. Io meglio senza, io meglio sola . Ma forse la risposta va ricercata nella disponibilità alla scoperta che anima la bambina di Scuolabus: lʼerrore della ragazza filippina le fa scoprire due asili nido profondamente differenti, uno moderno ed un di stampo tradizionale-religioso, ma alla bambina piacciono tutte e due e il suo vero problema è lʼaffetto della mamma. Perché leggerlo? È un libro apparentemente esile ma in realtà profondo. È piacevole da leggere e ha al suo interno un vero piccolo capolavoro: il racconto della bambina con il Scuolabus.

Un cuore così bianco
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Un cuore così bianco

Il romanzo si apre con un mistero (il suicidio della presunta prima moglie del padre di Juan, il protagonista e io narratore) e si chiude con la soluzione dell'enigma, che non dirò per non privare il lettore della sorpresa. Tra questi due lati del racconto, il segreto si svela lentamente, perché è in fondo sempre conosciuto, o sospettato: come Lady Macbeth nella tragedia shakespeariana, Juan vorrebbe conservarsi innocente, non sapere, anche se ha vergogna di avere «un cuore così bianco». E' vero che gli episodi che riaffiorano nella mente del protagonista paiono profetizzare lo svelamento del mistero. E' una successione di fatti, reali o immaginati; un susseguirsi sempre più confuso perché ribollente nella coscienza: durante il viaggio di nozze a Cuba la mulatta intravista dalla finestra dell'albergo (mentre la giovane sposa è a letto malata), lo confonde con l'amante che non arriva e gli urla > Io ti ammazzo ; la nonna racconta a Juan, ancora bambino, la leggenda di un serpente che ingoierebbe le giovani spose; il lungo racconto sull'amica Berta, che cerca incontri occasionali e lo costringe a guardare i video di un certo Bill, che non rileva il volto e fa richieste oscene, ben accolte perché > la condizione ideale è quella dell'attesa e dell'ignoranza ; persino la ragazza della cartoleria che ha fatto sognare l'adolescente Juan, perché lo rendeva > felice pensare al futuro astratto, era tutto rimandato, lei era lì un pomeriggio dopo l'altro, sempre localizzabile e non c'era motivo per concretizzare il futuro e farlo smettere di essere futuro.  Se il tema fosse quello di come noi rifiutiamo di riconoscere la «verità», il romanzo oscillerebbe tra il raffinato «Open City» di Cole Teju, in cui il protagonista analizza la propria vita non ricordando un episodio ignobile della propria giovinezza, perché non vuole sapere, e l'affascinante racconto di Salvatore Satta, «Il giorno del giudizio», in cui l'unica speranza è quella «di crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi» (si vedano le recensioni in questo sito).  In realtà c'è dell'altro. In uno dei capitoli più intriganti, Juan, per il suo lavoro d'interprete, deve tradurre la conversazione di due statisti: uno spagnolo e l'altro inglese. Stanco del difficoltoso procedere del dialogo, decide d'inventarsi quanto si dicono i due, portandoli a parlare dei loro sentimenti, anche quelli intimi. > Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera e quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero. (...) L'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto e si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato. E allora quando alla fine del romanzo Juan vede e ascolta il colloquio rivelatore del segreto, e lo fa solo attraverso uno spiraglio di una porta, la scoperta lo spinge a raccontare per nascondere disperatamente la verità in un frastuono di parole e immagini, perché il mistero sia «come pitture e nient'altro», come dice Shakespeare. Nell'appendice al romanzo Marìas sottolinea come solo la letteratura e le arti possono narrare l' enorme zona d'ombra della nostra esistenza,. Se però in «Domani nella battaglia pensa a me» questo approccio aveva creato una specie d'incantamento dentro cui si muovevano i personaggi all'interno di una trama strutturata, qui Marìas si è abbandonato a un fluire confuso di ricordi , al fascino del continuo ritorno, allo scorrere del tempo dove neanche le parole creano un pur esile ancoraggio (si vedano le recensioni del libro già citato e del «L' uomo sentimentale» in questo sito). Citando Ungaretti si potrebbe dire che il mistero in noi è indicibile, ma è compito della letteratura dare un ordine alla sua espressione, per evitare che ci perdiamo in una moltitudine di vocali e consonanti, di sillabe ed eleganti strutture sintattiche. Perché leggerlo? E' prolisso ma interessante.

JavierGiulio Einaudi
Dal Vero
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Dal Vero

Il libro è una raccolta di racconti, pubblicati da una giovanissima Matilde Serao, allʼetà di 22 anni. Nel 1883 lʼautrice ventiseienne, dopo «quattro anni di vita artistica militante», avrebbe voluto «cambiare tutto», trovando questi scritti giovanili scorretti nella forma, di «poca profondità di impressioni» e confusi da un «intralcio delle idee». Leggendoli ad oltre un secolo di distanza, questo giudizio appare troppo severo: Serao si avvicina al mondo con una lucidità sorprendente ed una dirompente e canzonatoria voglia di vivere. Nel racconto intitolato «Per i bagni», lʼautrice immagina che unʼamica scriva a Lulù e le esprima un sospetto: > il tuo costume da bagno è troppo elegante. Di tela azzurra oscura, è ricamata col filo rosso, (...) il grande cappello di paglia col suo gruppo di papaveri; le scarpettine di tela di paglia, legate con i nastri di croce, troppa eleganza, perché rimanga inoperosa ed inefficace. (...) Il tuo costume da bagno è troppo grazioso, perché tu non voglia farlo vedere a qualcuno con la personcina dentro. Nevvero? (...) Non sorridere, disgraziata creatura, non distrarti nel tuo sogno: ti aspetta la più crudele disillusione, la più orribile realtà. (...) Se vedi un uomo in costume da bagno nellʼacqua, separato dai suoi antipatici indumenti, ti sembra la cosa più lamentevole, più compassionevole che sia sul globo terraqueo. (...) O Lulù che non sei americana, emancipata, vecchia zitella, moglie sorvegliata o sorvegliatrice, ma semplicemente una creatura bianca e adorabile, (...) O Lulù bionda, azzurra e soave, o mia donnina, non andare a nuotare con quei signori e con quelle signore! Lontana dalle apparenze, avversa al destino borghese della donna, la giovane Matilde non vuole un > amore fine, leggero, profumato, sottile, lasciato, ripreso; (...) ma niente più che unʼombra, amore palliduccio . Né, tuttavia, intende lasciarsi trascinare dalla passione, rendersi sottomessa alla volontà di un uomo; e si chiede, insieme alla protagonista del suo racconto intitolato «Fulvia», se potrà e saprà amare. In realtà la scrittrice vuole vivere intensamente gli avvenimenti sociali e culturali, invece di rinchiudersi in un limitato mondo domestico. Anche quando tratteggia le «fugaci e dolci impressioni» della campagna campana e dei confortevoli ambienti borghesi, persino dinanzi al tramonto su Pompei, la scrittrice riconosce che > noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con lʼardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti. (...) E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra lʼidea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, (...) noi siamo intimamente felici . Dove stare? Si chiede Serao nel racconto «Alla decima Musa». > Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dallʼambiente dolcemente caldo. Una lampada lascia piovere la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore, le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; (...) lʼandare, il venire, lʼincontro, lʼurto di una folla fitta, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla. (...) Allora colui che legge, è preso dalla nostalgia della strada, della nebbia, dellʼagitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede: e con un soffio gigantesco, la strada vince la stanzetta . Forse, come disse la stessa Serao, cʼè troppo «intralcio delle idee», come è ovvio in una adolescente; i racconti sono, tuttavia, piacevoli perché traspirano, nei personaggi, nella descrizione degli ambienti e nelle stesse parole, di una sensualità incontenibile, di un desiderio di fresca trasgressione. Lo stile narrativo è vario, passando da dialoghi serrati a descrizioni minuziose, sempre con lʼaiuto di un lessico ricco ed elegante. La sintassi non è sempre sicura, la punteggiatura è talvolta approssimativa,ma la prosa è efficace, va diritta al segno. Perché leggerlo? È una bella scoperta.

Matilde SeraoMadella
Demetrio Pianelli
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Demetrio Pianelli

Il romanzo è ambientato a Milano, alla fine dellʼottocento: città con i > grandi rettilinei e le botteghe di lusso, (...) il movimento dei tram e il viavai della gente affaccendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime ; nel sottofondo delle vicende umane predomina un gran frastuono, eppure non così distante cʼè anche la serena campagna, persino la vista del Monte Rosa. Che può fare un poverʼuomo in una città > più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma dove (...) chi non sa fingere non sa regnare ? Demetrio Pianelli è un impiegatuccio, con «la fronte bassa coperta dai capelli», che conduce una vita scandita da ferree abitudini e da piccole felicità. Ecco come descrive De Marchi lʼ arrivo di Pianelli al posto di lavoro. > Aprì il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondo, (...) e lo collocò nella sua vestina sullʼometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida chʼegli metteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi, accartocciando tutte le rughe della faccia . Le tre stanzucce dove vive hanno un terrazzino, dal quale Pianelli può ammirare i fiori, e più ancora «le erbe, le erbe semplici, vestite soltanto di verde»; e quando vuol pigliarsi una boccata dʼaria, gli è sufficiente andare a spasso, > a poche miglia fuori di porta Romana, (...) la terra classica del verde, delle marcite, delle praterie color smeraldo, lunghe, larghe, distese a perdita dʼocchi, sprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti . La vita di questʼuomo è travolta dal suicidio del fratello minore, Cesarino detto Lord Cosmetico: bello ed elegante si è goduto la vita, e la giovane moglie (soprannominata «la Bella Bigotta»), è vissuto al di sopra delle proprie risorse, ha contratto molti debiti, incapace di affrontare il disonore e il carcere, ha preferito togliersi la vita, affidando a Demetrio la moglie e i tre figli, due bambini e una ragazzina. Dapprima Demetrio non vuole farsi carico della famiglia del fratello e di onorare i debiti; successivamente, dietro le insistenze della nipote, accetta di correre in aiuto. > Demetrio (...) sentiva al di sotto della roccia indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di uscire. (...) Demetrio si contrasse nella sua scontrosità coma una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. (...) Perché non dovrei aver la volontà di aiutarvi? Ah dunque, (...) Lʼho provata anchʼio la miseria e so che sapore ha: ma contro la miseria non cʼè che un rimedio: volontà di lavorare e risparmio, risparmio e volontà di lavorare . Povero Demetrio! Pensa che sia così semplice, che basti essere un gran lavoratore ed una persona seria, per essere apprezzato e conquistarsi, perché no?, anche lʼaffetto della bella cognata e costruirsi in tal modo la famiglia che non ha mai avuto. Ci vuole ben altro! È necessaria una solida posizione economica, come quella del cugino proprietario terriero, lui sì che può ambire alla «Bella Bigotta». E quindi Demetrio è un vinto? Quando viene a sapere che il capo ufficio, il potente cavalier Balzalotti, ha tentato di sedurre la cognata, Demetrio si ribella alla gerarchia, al posto fisso, al suo destino di povero impiegatuccio, e urla al furfante tutto il suo disprezzo, dinanzi ai colleghi stupefatti. > La gente che giudica allʼingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri, cioè i potenti e i furfanti , anche contro le intenzioni dellʼautore, noi crediamo che abbia vinto un galantuomo. Per la maggior parte dei critici, il tema del romanzo è la rassegnazione, di manzoniana memoria. In un contesto piccolo borghese, ipocrita, attento al soldo e alle proprietà, intriso di una religiosità bigotta e superstiziosa, a chi sta in basso della scala sociale non resta che arrendersi, vivacchiare nel proprio cantuccio. Al di fuori del «guscio», nel mondo, cʼè solo posto per chi conosce lʼarte del vivere, che > consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le manda e nel lasciarla andare come il diavolo le porta (secondo la saggezza del cavalier Balzalotti). Ed è così che si muovono i diversi personaggi del romanzo, tanto che appaiono degli stereotipi, persino caricaturali, verniciati di una sottile ironia. Ma non è cosi per Demetrio: è vero è un orso, «un oggetto fuori dʼuso», eppure proprio per questo esprime un caparbio e indomito coraggio, un distacco dal vociare rumoroso e futile; ci invia in tal modo un messaggio di «resistenza», nonostante tutto. Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è lʼironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. In tal modo lo scrittore si allontana radicalmente da Manzoni; contamina lʼitaliano e ci riporta con i piedi per terra, nella lingua parlata. È un uso folcloristico del dialetto, purtroppo, il quale precorre ciò che verrà molto più avanti, nel secondo novecento; basti pensare a Camilleri e a De Cataldo. De Marchi, lui sì è timoroso, non ha il coraggio di andare fino in fondo, il dialetto resta un espediente lezioso e fine a sé stesso. Perché leggerlo? Una Milano piccolo borghese deliziosamente descritta, un piccolo e inconsapevole eroe.

Marchi Emilio DeEditrice Torinese
Divorzio all'islamica a viale Marconi
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Divorzio all'islamica a viale Marconi

Issa è in realtà un ragazzo italiano di nome Christian. Conosce perfettamente lʼarabo. I servizi segreti decidono, quindi, di arruolarlo ed inviarlo in Viale Marconi a Roma sotto le vesti di un immigrato tunisino. La sua missione è raccogliere informazioni su una presunta cellula terroristica, che si nasconderebbe presso un call center. Sofia, o meglio Safia, è unʼegiziana che ha sposato un connazionale a seguito di un matrimonio combinato. Il marito fa il pizzaiolo a Roma, è molto religioso e costringe Sofia a portare il velo. Le vicende di Issa e di Sofia si sviluppano in parallelo. Ciascuno dei due racconta la propria storia: un espediente letterario che non riesce a dare animazione ed attrattiva alla narrazione, rendendola anzi superficiale per il poco spazio dato ai protagonisti. Per Issa essere un immigrato tunisino comporta la scoperta del mondo dellʼimmigrazione: precarietà, paura, appartamenti sovra affollati, affittuari e datori di lavoro prepotenti, contrasto di nazionalità e soprattutto tra praticanti e non praticanti. Per Sofia la vita a Roma è lʼopportunità per trovare spazi di libertà e per perseguire il proprio sogno, quello di fare la parrucchiera. Sofia è religiosa ma autonoma nei suoi giudizi e mal sopporta i pregiudizi e lʼautoritarismo del marito, di cui non è innamorata. Issa e Sofia si incontrano casualmente e solo per brevi momenti, ma si capisce, dagli sguardi e dallʼattenzione reciproca, che tra di loro è nato qualche cosa. Il rapporto potrebbe passare da uno stato di sospensione, tipica degli innamorati segreti, a qualche cosa di più concreto ed intimo. Issa riceve dal marito di Sofia la richiesta di sposare la moglie, che è stata ripudiata in uno scatto dʼira. Secondo la legge islamica Sofia e il marito si possono risposare solo dopo che lʼex moglie si sia maritata con un altro uomo, abbia consumato il matrimonio e poi abbia divorziato. A Sofia lʼidea piace, non perché voglia ritornare con il marito ma in quanto è innamorata di Issa. Ma il giovane non sa decidersi, perché non se la sente di ingannare Sofia: lui infatti non è né tunisino né mussulmano. Il finale è una sorpresa, che non può essere svelata. Ma resta la domanda: Issa e Sofia si metteranno insieme? Lakhous è uno splendido scrittore: frasi breve, piccoli ritratti e una lieve ironia sono i pregi fondamentali della sua scrittura. In questo romanzo, tuttavia, la voglia di dilungarsi in considerazioni sociali e culturali ( sul mondo mussulmano e su quello degli immigrati e degli italiani) va a scapito del ritmo narrativo. Il racconto è talvolta noioso e scontato, risultando un pò artefatto. Solo a sprazzi ritornano lʼautenticità e il brio che avevano caratterizzato il precedente libro dellʼautore. Perché leggerlo? È piacevole, interessante e per molti aspetti istruttivo. Ci si affeziona ai due personaggi tanto che si vorrebbe conoscere la fine della loro storia dʼamore, come in una telenovela.

Amara LakhousEdizioni e/o
Le due Tigri
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Le due Tigri

L’ambientazione è l’India e i crudeli Thugs, che hanno rapito la figlia di Tremal-Naik per renderla la «vergine della pagoda» al servizio della crudele divinità, Kalì. Sandokan e Yanez intendono liberare la bambina e iniziano una spedizione che li porterà nel delta del Gange, in una zona paludosa infestata da animali feroci e dominata dal colera, nei sotterranei dove vivono i Thugs sino a Delhi nel pieno dello scontro tra indiani e inglesi durante l’insurrezione del 1857. Sono presenti tutti gli ingredienti dei grandi romanzi di Salgari: l’ambiente ostile, il tradimento, il coraggio e la forza di Sandokan, i temi dell’amicizia e dell’onore. Emerge, tuttavia, con forza un tema, spesso sotteso nei romanzi di Salgari ma mai esplicitato fino in fondo: il tema del colonialismo e della crudeltà del conquistatore nei confronti del popolo indiano. Da questo punto di vista Sandokan assume una posizione ambigua: non sta, ovviamente, con gli inglesi, anche se si salva grazie a un salvacondotto dell’esercito britannico e grazie anche allʼamicizia con un ufficiale francese; ma non prende neanche posizione per i rivoltosi e rimane indifferente dinanzi all’uccisione di massa di donne e di bambini. > Urla spaventevoli s’alzavano da tutte le vie, accompagnate da scariche tremende... Fuggiamo anche noi, disse Sandokan . La Tigre di Monpracem non è il Corsaro Nero: è una figura rinchiusa nel proprio mondo di pirata e ancorato a rapporti di amicizia, che non si evolvono verso una reale coscienza politica. È come sospeso tra l’ostilità verso l’oppressore e l’idea di poter risolvere la propria lotta individuale da solo e con gli amici. È paradossale che la Tigre dell’India, il crudele Suyodhama, capo dei Tughs, che viene ucciso da Sandokan, senta maggiormente il tema dell’indipendenza del continente indiano rispetto al pirata di Monpracem, eppure valoroso e onesto. La posizione di Salgari sembra essere diversa, in quanto conclude il romanzo con una nota di ammirazione verso il capo dei rivoltosi: > ormai l’insurrezione era domata e sole il prode Tantia Topi, colla bellissima e fiera Rani di Jhansie, e un pugno di valorosi, teneva ancora alta la bandiera della libertà, fra le folte jungle e le numerose foreste del Bundelkund . Perché non ha scritto un romanzo su questo grande personaggio?

Educazione siberiana
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Educazione siberiana

Nicolai Lilin viene dalla Transnistria ( terra di nessuno tra la Moldavia e lʼUcraina) e scrive in italiano. Appartiene a quegli autori dellʼimmigrazione, che stanno dando un contributo significativo al rinnovo della nostra letteratura, spesso così esangue. Ed infatti il romanzo trasborda di energia, di una vitalità e di una brutalità a stento controllate dai canoni e dai percorsi educativi che si generano allʼinterno delle comunità di appartenenza, al di là e al di fuori dello Stato. Il racconto si apre con alcune pagine, intense e sconvolgenti. Siamo in Cecenia e i soldati russi sono sfiniti: «andavamo avanti come le onde dellʼacqua.... combattevamo sempre, sempre». E proprio laddove massimo dovrebbe essere il rispetto delle regole e della gerarchia, un soldato, > appena il capitano gli ha girato la schiena... facendo una faccia strafottente ha sparato al prigioniero in testa e sul petto. Aveva sonno ed era stanco, come tutti noi . Seguono due lunghi capitoli, «il Cappello e il Coltello» e «Quando la pelle parla», nei quali lʼautore descrive, con puntiglio antropologico, le norme di convivenza e le modalità di comunicazione della comunità criminale siberiana, che fu costretta a trasferirsi dalla Siberia alla Transnistria. Traspare con forza la nostalgia di un mondo, reale o semplicemente vagheggiato: > sapevo con certezza che stavo vivendo la morte della nostra società e quindi cercavo di sopravvivere, passando attraverso questo grande vortice di anime, storie umane, da cui mi allontanavo ogni giorno sempre di più . Ad una narrazione che dà ancora sicurezza ( così come in un territorio governato dalla mafia ci si sente salvaguardati per quanto riguarda la piccola criminalità) seguono due capitoli nei quali lo scontro tra bande diviene pura violenza. In «Il giorno del mio compleanno», il protagonista, insieme con un amico, deve portare un messaggio ad un esponente di unʼaltra comunità criminale. È una semplice ambasciata, ma si traduce in scontri, combattimenti, tranelli, il tutto in un ambiente urbano degradato e abbandonato a sé stesso. E laddove ci sono coercizione, promiscuità e corruzione, come nel «Carcere Minorile», la violenza diviene sopraffazione morale, fisica e sessuale. Dallʼavvio del successivo capitolo ( quello decisivo per la formazione del protagonista) ci si aspetterebbe una nota di speranza, e forse di amore. Ksjusa è una fragile ragazza autistica, protetta dalla comunità siberiana in quanto donna e perché disabile. Ma subisce uno stupro di gruppo ed allora inizia la caccia ai violentatori: una lunga corsa per tutti i quartieri della città sino alla vendetta, inesorabile e sanguinolenta. Ma per il giovane protagonista è > impossibile sentire la pace. Era giusto punirli per quello che hanno fatto, però punendoli non abbiamo aiutato Ksjusa. Quello che mi tortura ancora è il suo dolore, contro il quale tutta la nostra giustizia è stata inutile . Lʼepilogo è «una caduta libera». Sembra che il protagonista sia riuscito a crearsi un futuro diverso, fuori dalla comunità criminale. Quando, arruolato a forza nellʼesercito russo, si trova risucchiato in una nuova spirale di violenza. Ma allora ciò che veramente serve nella vita è lʼeducazione siberiana. Non è chiaro quanto il romanzo sia autobiografico e quanto invece pura invenzione. Alcune battaglie tra le bande ricordano quelle narrate da altri autori russi contemporanei, come Elizarov di Il bibliotecario, così come le violenze sessuali nel carcere minorile rispondono a luoghi comuni sulla vita delle prigioni ed alcune descrizioni in questo contesto sono decisamente pornografiche ed esagerate. Ma che sia realtà o fantasia poco conta. Il messaggio è chiaro: la frammentazione della società moderna, le cui regole di convivenza sembrano radicarsi sempre più nelle comunità familiari e nelle logiche di clan piuttosto che nelle istituzioni statuali. In questa discesa verso un mondo medioevale ci sono rari momenti di serenità: il rapporto con la natura ( le scene di pesca sono le più suggestive), le amicizie tra i coetanei, il rapporto con la saggezza dei vecchi, il rispetto delle regole e dei rituali. È un mondo anti illuministico che si chiude in sé stesso. La descrizione minuziosa delle regole e delle diverse comunità criminali, la ripetitività degli episodi, alla fine scontati, la carenza nel ritmo narrativo e nellʼapprofondimento dei personaggi, in fondo stereotipi e spesso simili, sono tutti fattori che rendono noiosa la lettura. Si arriva a fatica alla conclusione del romanzo. Perché leggerlo? Stimola la riflessione sulla società moderna ma non avvince.

Nicolai LilinGiulio Einaudi
Emma
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Emma

Emma è una giovane donna, determinata, indipendente, ma incline «a pensare un poʼ troppo bene di sé stessa». Vive in una cittadina della campagna inglese insieme con il padre: un vedovo fragile, timoroso delle novità e soprattutto di essere abbandonato dallʼadorata figlia. Dʼaltra parte perché sposarsi? > Se dovessi innamorarmi, in verità, sarebbe una cosa differente! Ma non mi sono mai innamorata; non è nel mio modo di essere o nella mia natura; e non penso che dovrei. E, senza amore, sono convinta che sarei una folle a cambiare una situazione come la mia; (...) e mai, mai potrei aspettarmi di essere così veramente amata e importante; così sempre prima e unica negli occhi di qualsiasi uomo come lo sono in quelli di mio padre . Non sono solo lʼorgoglio e il voler essere padrona di sé stessa, è anche il suo ideale di marito: alta integrità, aderenza alla verità e ai principi, disprezzo dellʼinganno e delle piccolezze. Si manterrà fedele a questi criteri, con tanta sicurezza affermati e vissuti? In parte. La storia inizia con la decisione della governante, Mrs. Weston, di sposarsi e di lasciare la casa dove per tanto tempo è stata al servizio. Se il padre è sconvolto, per Emma significa perdere lʼunica persona con la quale ha potuto confidarsi, lʼunica che riusciva in qualche modo a frenare il carattere della ragazza, sensibile, riflessivo ma anche caparbio e deciso ad imporsi agli altri. Ci sarebbe anche il cognato, Mr. Knightely, la conosce fin da bambina, ma con lui è un continuo battibecco, un perenne confrontarsi da differenti punti di vista. Emma incontra Harriet Smith, con la quale stringe una intensa amicizia. Ma se > Mrs. Weston era oggetto di rispetto , che aveva le basi nella gratitudine e nella stima, Harriet sarebbe stata amata come una alla quale lei poteva essere utile. Per Mrs. Weston non cʼera niente da farsi; per Harriet ogni cosa . Harriet è priva di dote e proviene da un basso ceto sociale, ma non per questo si deve degradare a sposare qualsiasi pretendente! Con una bella dose di presunzione e di imprudenza Emma convince la docile Harriet a non sposare Martin (un modesto fittavolo!) e ad ambire alla mano di Mr. Elton, il vicario della piccola città. Quando Mr. Elton, rifiutato dalla stessa Emma (ma allora perché è il giusto marito per lʼamica?) si sposa con una ragazza vacua e superficiale, ma con un bel patrimonio, Emma consola Harriet, facendole presente che Elton non era poi un uomo così affidabile. Compaiono due nuovi personaggi: Jane, una bella ma sofferente ragazza, la quale viene a vivere con la zia ed ha come unica prospettiva quella di andare a fare la governante presso famiglie benestanti; Frank, figlio del marito di Mrs. Weston, e che vive presso una zia, ricca e autoritaria. Emma cerca di stringere amicizia con Jane (unʼaltra ragazza da gestire?), ma viene in qualche modo respinta e tenuta distante. Nei pochi giorni che sta presso il padre, Frank riesce a fare la corte ad Emma e poi ad Harriet. Se Emma, dapprima compiaciuta ed intrigata dal giovane intuisce che cʼè qualcosa di falso nel comportamento di Frank, sembra la volta buona per Harriet, almeno così pensa Emma, la quale convince in tal senso lʼamica. Inutilmente Mr. Knightley la mette in guardia, facendole presente il debole carattere di Frank, ma ancora una volta Emma testardamente non si attiene al ben più saggio giudizio dellʼamico. Proprio durante uno di questi colloqui, spesso puntigliosi e contrastati, avviene un fatto premonitore. > Con un piccolo movimento, ben diverso dalla comune amicizia, (...) Mr. Knightley le prese la mano, se non era stata lei stessa a fare il primo gesto non lʼavrebbe potuto dire, ella poteva, forse, averla piuttosto offerta . Muore la zia di Frank ed allora il giovane, libero da costrizioni, confessa che era segretamente fidanzato con Jane e che il suo presunto corteggiamento per Emma e per Harriet era stata solo un modo per distogliere lʼattenzione dal vero oggetto del suo affetto. Ecco il motivo del malessere di Jane, la falsa situazione nella quale si trovava. Emma è dispiaciuta per Harriet e si rende conto di aver sbagliato ancora una volta nelle sue valutazioni, ma è profondamente offesa per il comportamento nei confronti di Jane, si è dovuta prestare allʼinganno per la mancanza di coraggio e di dignità di Frank. Dʼaltra parte > si potrebbe ben dire che il mondo non è della donna, le sue regole non sono le sue . Per Emma cʼè una sorpresa. Quando va ad informare Harriet della vicenda, scopre che lʼamica è innamorata di Mr. Knightley ed è convinta di essere ricambiata. Emma dovrebbe essere felice, perché allora sente un senso di dispetto, di sottile gelosia, di perdita dellʼoggetto amato? > Quale cecità, quale pazzia lʼaveva condotta! Ciò la colpì con una forza di travolgente sofferenza! Emma scopre di amare e di aver sempre amato lʼamico, e quindi qualʼ è la gioia quando Mr. Knightley, dapprima timidamente e poi sempre più sicuro, le confessa che lʼama anche lui e che la vuole sposare. Ma Harriet è di nuovo ingannata? Nessun problema, Emma con un sotterfugio la manda a Londra dalla sorella, per togliersela di torno, e poi, quando infine la deve affrontare, apprende che Harriet lʼha sempre ingannata, ha sempre amato Martin, che ha continuato a vedere, nonostante Emma. Tutto finisce bene, ma cosa resta dellʼindipendente ed orgogliosa Emma? Andrà ad abitare con il padre e con Mr. Knightley, chiudendosi nella dimensione familiare, tipica della donna. Ed anche le amicizie femminili, quella per Harriet in particolare, si muteranno in semplici superficiali conoscenze, è difficile portarle avanti quando si ama un uomo. È un romanzo molto articolato, anche troppo lungo e complesso, nella trama così come nella scrittura. Il fulcro è sempre lʼindipendenza della donna, con alcuni elementi distintivi rispetto ad altri romanzi dellʼautrice. Se negli altri libri il contesto, la cittadina, la piccola borghesia del primo ottocento, la campagna inglese, sono di sottofondo, qui sono al centro della narrazione. Basti pensare al secondo volume: le conversazioni superficiali, gli incontri salottieri e le scampagnate forniscono lʼimmagine di una società vacua, bigotta, molto attenta alle apparenze e ai patrimoni. Sembra di leggere i «Guermantes» di Marcel Proust e, come in questo volume della Ricerca, i dialoghi senza fine sono altrettanto noiosi, prolissi e inconcludenti. Un altro aspetto che accumuna il romanzo allʼopera di Proust è il tema della discrepanza tra ciò che si immagina e la realtà. «Me stesso creai ciò che vidi», cita ad un certo punto Mr. Knightley; ed infatti Emma immagina situazioni che si rivelano ben diverse da quelle costruite dalla sua fantasia. Rivolgendosi ad Harriet, esclama Emma «o Dio! come non lʼho mai vista!». La storia si sviluppa lentamente, senza ritmo narrativo, senza azioni. Predominano i dialoghi, spesso ripetitivi. Solo a tratti sono approfonditi i personaggi, i quali ruotano tutti intorno ad Emma, senza però completarla e spiegarla. La sintassi è estremamente difficile e tortuosa, quasi che lʼautrice abbia voluto mostrare la sua abilità nella scrittura e nel possesso dellʼinglese «colto». Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo se si vuole avere una visione completa degli splendidi personaggi di Austen; in caso contrario è meglio non prenderlo in mano perché è lungo, difficile e prolisso.

Jane AustenAnthem Classics Edition
Eneide
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Eneide

Il poema racconta il viaggio di Enea verso lʼ Italia e la guerra che dovette affrontare > per poter fondare la sua città e introdurre nel Lazio i Penati, dando origine alla stirpe latina, ai padri albani e alle mura eccelse di Roma ( libro primo). Il poema si divide in due parti. La prima, che parla della peregrinazione sino allʼarrivo sulle coste laziali, riprende la struttura dellʼOdissea, mentre la seconda, che narra dello scontro con i Latini, ha come riferimento lʼIliade. Il poema è molto complesso, in quanto esistono diverse chiavi di lettura, che coesistono sovrapponendosi. Innanzitutto lʼEneide è il canto di un destino già scritto: porre le basi per lʼedificazione di Roma. A questo disegno devono sottostare tutti, sia gli uomini che gli dei. A differenza di quanto avviene nei poemi omerici, la dinamica che si sviluppa tra gli dei, ed in particolare lo scontro tra Giunone, nemica di Enea, e Venere, madre protettiva dellʼeroe, è solo apparente. Nellʼultimo libro, il dodicesimo, Giove si rivolge a Giunone: > quale sarà la fine, sposa mia? che resta? Sai bene, e devi sapere, che nume tutelare della patria, Enea al cielo è dovuto e dai fati elevato alle stelle. Che vuoi? Con quale speranza ti aggrappi alle gelide nubi? LʼEneide è il poema della storia dellʼumanità ( in termini filosofici potremo dire dellʼEssere che si fa nella storia) e non degli individui. Al di sotto della provvidenza, la vita freme, tuttavia, e vuole uscire allo scoperto. A rompere gli schemi sono soprattutto le figure femminili. Didone, le donne troiane che rifiutano di continuare il viaggio, Amata, madre di Levinia, la sposa destinata ad Enea, Camilla, la donna guerriera, e Giuturna, sorella di Turno, il nemico che deve soccombere. Sono donne che rifiutano il destino con un furore che cresce e si diffonde attraverso una progressiva perdita di controllo sino allʼautodistruzione. La furia di Amata viene descritta da Virgilio con la celebre metafora della trottola ( «come, scagliata da una frusta, scorazza una trottola» nel libro settimo), mentre le grida di Didone urlano il tradimento dellʼamore e della fiducia: > speravi dunque di poter nascondere il misfatto, maledetto, e allontanarti senza cenno dalle mie terre? Non valgono lʼamor mio o la mano che un giorno ti diedi a trattenerti? O Didone, che di una fine atroce morirà? . ( libro quarto); e Giuturna, che, riconoscendo la sua impotenza a salvare il fratello, chiede di morire, lei immortale: > ma quale mai bene dolce mi sarà, fratello, senza di te? Vʼé voragine tanto profonda che per me possa aprirsi, sommergendo una dea nei mortali abissi? Detto questo, tra lunghi gemiti, sʼavvolse il capo nel ceruleo mantello e in fondo al fiume si nascose .( libro dodicesimo). Enea stesso, talvolta, esce dal suo ruolo, di eroe ubbidiente al dovere, per mostrare di avere una individualità sua propria. Quando Vulcano gli regala una splendida armatura, già ornata delle future imprese di Roma, Enea si comporta, finalmente, come qualsiasi essere umano: > tutto ciò ammira Enea nello scudo di Vulcano, donato da sua madre e, ignaro degli eventi, si bea delle immagini, sollevando sulle spalle la gloria e i fati della stirpe ( libro ottavo). Un altro tema importante, e particolarmente moderno, è la guerra. Virgilio, a differenza di quanto avviene nellʼIliade, si sofferma sulla crudeltà della guerra anche mediante una descrizione minuziosa degli effetti sui corpi dei colpi impressi dai guerrieri. Ma ciò che interessante è che la guerra viene spiegata come la conseguenza della debolezza del re Latino, che, pur consapevole dellʼesigenza di allearsi con Enea, accogliendolo come genero, si ritrae in disparte lasciando che gli eventi vadano per conto proprio. > Travolti dalla tempesta, in balìa del destino ahimè siamo. Di tutto ciò con sacrilego sangue, esclama, voi, voi, sciagurati, pagherete il fio. Per me si approssima la quiete: in vista dellʼultimo porto di tutto mi spoglierà una felice morte. Altro non disse, si chiuse nel palazzo e degli eventi abbandonò le redini . ( libro ottavo). La guerra è sempre dovuta alla debolezza di chi vuole la pace ma non sa opporsi. La prima chiave di lettura, quella della realizzazione di un destino già segnato, è così dominante da rendere spesso pesante e noiosa la lettura.La traduzione di Mario Ramous è splendida, così come è molto interessante il commento di Gianluigi Baldo. Perché leggerlo? Vale la pena per il profilo delle figure femminile e per alcuni episodi, apparentemente marginali, come lʼamicizia eroica di Niso ed Eurìalo.

VirgilioMarsilio
La Festa del Caprone
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La Festa del Caprone

Quali sono i meccanismi che sorreggono una dittatura? Varga Llosa prende le mosse dalla storia, da protagonisti e vicende reali, per indagare il fascino oscuro del despota, e lo fa partendo da un personaggio crudele, nel quale si sono distillati le peculiarità della tirannide, senza il paravento delle ideologie e delle buone maniere. Leggiamo dall'Enciclopedia Treccani che Trujillo governò dal 1930 al 1961 la Repubblica Domenicana > con metodi dittatoriali fino alla morte, grazie al controllo sulle forze armate, a quello esercitato (direttamente o tramite i membri della sua famiglia) sull'economia nazionale e al ricorso sistematico a metodi terroristici contro i suoi oppositori ; e, aggiungo, per l'appoggio degli Stati Uniti e della Chiesa, che lo vedevano come un baluardo contro il comunismo. Siamo nella fase finale: le atrocità del regime hanno spinto gli Stati Uniti e la Chiesa ad abbandonare Trujillo, strozzando il piccolo paese con sanzioni ed isolando il dittatore a livello internazionale. Tre sono i filoni narrativi, che corrono in parallelo per poi intrecciarsi, sempre intorno alla malefica figura di Trujillo. Urania, giovane donna di successo che vive a New York, torna a Santo Domingo a visitare il vecchio padre, ridotto a letto in uno stato quasi vegetativo. Per molte pagine non comprendiamo tanto astio contro il padre, sappiamo solo che Urania > non è giunta a vincere il rifiuto insormontabile, lo schifo che le ispirano gli uomini...non avevi mai voluto curarti . Nel secondo filone narrativo la scena è quella dove verrà ucciso Trujillo e dove attendono ansiosi i cospiratori (quelli prima chiamati giustizieri e poi patrioti): sono un gruppo eterogeneo di personaggi, mossi dalla vendetta o dal rigetto di un regime crudele, sono stati beneficiati dal dittatore e sono legati a lui da un rapporto di odio-amore: una > paralisi, l'addormentamento della volontà, del raziocinio e del libero arbitrio che quell'infimo personaggio azzimato fino al ridicolo, con la vocina flautata e gli occhi da ipnotizzatore, esercitava sui domenicani poveri o ricchi, colti o incolti, amici o nemici . Il suo assassinio è una catarsi, una liberazione da un tragico fascino, non un atto politico. Ed infine siamo dinanzi a Trujillo e alla sua corte: i figli depravati e sadici, la moglie avida e mille volte tradita, il presidente fantoccio, il capo della polizia, esecutore delle più atroci torture e delitti, l'abile azzeccagarbugli e tanti altri. Tutti vivono in una continua angoscia: e' un'abitudine del Capo destituirli, espropriarne le ricchezze, metterli in prigione, farli uccidere, così per un capriccio, per affermare il suo potere di vita e di morte. E loro subiscono, se cadono in disgrazia, anelano a tornare nelle grazie del tiranno, sono pronti a tutto, come il padre di Urania, prima ascoltato presidente del senato e poi messo da parte, senza una ragione. Il paese è a rotoli, dilagano inflazione e povertà, il regime si sta incrinando, ma a poche ore dal suo assassinio, Trujillo è preoccupato di una sola cosa: non riesce ad usare  «la parte del corpo che non voglio nominare»(Patrizia Valduga «la tentazione»). Il racconto si sviluppa lentamente, talvolta è prolisso, quando si giunge ad alcuni splendidi capitoli, solo per i quali vale la pena leggere il libro. La cospirazione fa capo al comandante delle Forze Armate, che avrebbe dovuto intervenire con rapidità e decisione alla notizia della morte di Trujillo. Ed invece attende, tergiversa, > immerso in quella specie di ipnosi pensò che forse la sua indolenza fosse dovuta al fatto che, sebbene il corpo del Capo fosse morto, la sua anima, il suo spirito o come altro si chiamava continuasse a tenerlo schiavo . E come i congiurati del 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo destituì di fatto Mussolini, il nostro cospiratore scivola nelle sabbie mobili del supplizio. Poi, seguiamo nella sua presa del potere il presidente fantoccio, > ometto disarmato che scriveva versi e sembrava così poca cosa in questo mondo di uomini veri con pistole e mitragliatrici , e, con le dovute differenze, la mente corre a Dino Grandi o allo stesso Pietro Badoglio, complici della dittatura fascista ed eppure suoi affossatori. Ed infine, nell'ultimo e drammatico capitolo, capiamo il tanto rancore di Urania. Ancora bambina, il padre l'ha venduta al dittatore pur di riconquistare le grazie del Capo. E lui, > prendendola per un braccio, la rovesciò accanto a sé. (...) Quella massa di carne la schiacciava, la soffocava contro il materasso. (...) Ma l'asfissia non le evitò di accorgersi della rudezza di quella mano, di quelle dita che esploravano, frugavano ed entravano in lei con forza . Tante possono essere le parole per descrivere una tirannide, ma essa si sintetizza nella manifestazione più ancestrale e brutale: lo stupro. Non sono a conoscenza se ci sia un grande romanzo sulla dittatura fascista,  in grado di scavare il fascino oscuro della tirannide, così come ha fatto Vargas Llosa. Se ci fosse questo racconto uscirebbe dall'ombra la ricca corte che ha circondato il dittatore: i suoi squadristi a doppio petto, i tanto egregi eredi della classe liberale, i magniloquenti e pavidi intellettuali, ingenui o semplicemente ruffiani, i codardi generali compiacenti, e le tante donne, che Mussolini ha usato e gettato poi via, o le ha portato con sé alla morte. Se fossi l'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, affiderei a Varga Llosa il compito di darci questo affresco, per rispondere alla domanda: > chi è stato? (...) Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visto morire, è stato inutile...sentì che era stupidamente per piangere (Mario Tobino «Il Clandestino» vedi recensione su questo sito). Magistralmente tradotto, il romanzo è troppo lungo ed in particolare l'ampio ricorso ai dialoghi, spesso dei soliloqui, appesantisce la narrazione, non incanta e non alimenta l'immaginazione, resta qualcosa di freddo e distante. Lo scrittore è lontano dalla realtà della Repubblica Domenicana, è uno spettatore di un dramma, interessato ad indagare i meccanismi della crudeltà e del dominio, senza lasciarsi coinvolgere ed anzi mosso da una mal celata ironia. Questo approccio impedisce al lettore di sentirsi addosso le drammatiche e dolorose vicende dei personaggi, la tragedia di un paese. Perché leggerlo? Una grande indagine sulla tirannide.

Llosa Mario VargasGiulio Einaudi
Il Fu Mattia Pascal
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Il Fu Mattia Pascal

Mattia Pascal vive in una cittadina di provincia e si è trovato, quasi per caso, sposato, povero e bibliotecario.Soffre lʼimmobilità della sua esistenza ed è terrorizzato dallʼidea di vivere «così, sempre, fino alla morte, senzʼalcun mutamento, mai..». Per trovare una momentanea evasione fugge a Montecarlo dove gioca al casinò e vince unʼ ingente somma. Scopre poi che nel suo paese è stato trovato il corpo irriconoscibile di un suicida, che si pensa sia lui, Mattia. È questa la parte più felice del romanzo, veloce nel ritmo, ironica, ricca di ritratti ben costruiti e di una rappresentazione efficace della vita provinciale e dellʼambiente dei giocatori del casinò. Alla notizia della sua presunta morte, Mattia decide di scomparire, di essere un altro, libero da tutti i vincoli del passato, > come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile del mio nuovo io . Si tratta, tuttavia, di unʼillusione, in quanto nellʼinganno non riesce a vivere in modo autentico. Di ciò diviene pienamente cosciente quando si innamora di una donna, alla quale non può dichiararsi. In realtà a Pirandello non interessa tanto il dramma dellʼuomo Mattia Pascal quanto il paradosso di un personaggio che è riuscito ad ingannare anche la morte. La vita non è forse un enorme mistero, si chiede Pirandello, e «tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi» e > se la morte non esistesse, ma fosse soltanto lʼestinzione dello sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa ? Nella seconda parte del romanzo lʼautore perde dʼinteresse per lo studio dei personaggi e delle situazioni, che divengono via via sempre più scontate e banali, e si concentra invece sul tema a lui così caro: la vita come illusione, come una serie di specchi della coscienza, peraltro falsa e ingannevole, dellʼio. Il ritmo narrativo diviene lento e ripetitivo, i dialoghi sono in molti casi ridondanti e il libro perde la freschezza e lʼoriginalità delle prime pagine. Non sorprende la conclusione del romanzo. Mattia Pascal si trova imprigionato tra le menzogne e decide di simulare un nuovo suicidio, ossia di morire unʼaltra volta, e di ritornare ad essere Mattia Pascal. Ma la moglie si è risposata, credendo giustamente di essere vedova, e quindi Mattia Pascal, anche ritornato alla vita «vera», deve continuare a vivere nellʼinganno e nella menzogna. Egli, ormai, è il Fu Mattia Pascal. Il desiderio di «evaporare», come dicono i giapponesi, è una delle aspirazioni, mai veramente espresse, di ogni essere umano. Si può ritornare sui prossimi passi? Si può vivere unʼaltra vita? Pirandello sembra rispondere in modo negativo, ma non perché ritenga che ciò che contino siano i rapporti autentici che abbiamo con le persone e con lʼambiente in cui viviamo, ma in quanto è convinto che tutto è un illusione ed un inganno. È il tema delle grandi opere teatrali di Pirandello, che, dal punto di vista stilistico, fanno perno sulla dialettica tra i personaggi, strumento estremamente efficace per realizzare una sorta di svelamento della menzogna nella quale viviamo. Trasferito questo approccio al romanzo, esso lo rende pesante, contribuendo a ridurre il piacere della lettura. Perché leggerlo? Lo slancio e lʼironia della prima parte del romanzo compensano la lentezza della seconda parte.

Luigi PirandelloEditore San Paolo
Il funerale di zia Stana
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Il funerale di zia Stana

>. La narratrice, una tale nullità che non ci viene detto neanche il nome, è una giovane donna che passa il tempo davanti alla TV a guardare le amate serie televisive. Come fanno i giapponesi a barricarsi in casa, non l'hanno una madre? Ed essa costringere la nostra protagonista a lasciare la propria cuccia, così confortevole e protettiva, per andare al funerale della zia Stana, che si è strozzata con un ossicino di pollo. Si ritrova scaraventata dentro le ancestrali e corrose relazioni familiari, nel villaggio della propria infanzia, dove riaffiorano le dinamiche dell'adolescenza, da tanto tempo rimosse o solo seppellite nel più profondo dell'animo. Il racconto è causticamente ironico e insieme così violento da richiedere alla narratrice di fermarsi spesso >. I parenti sono figure estreme, caricature dei ruoli che s'incontrano in ogni famiglia: le personalità forti e quelle remissive, gli odii e i disprezzi reciproci solidificatesi negli anni, la ripetitività dei comportamenti e dei gesti, l'avidità per un eventuale eredità. E al centro lei, la narratrice, invisibile, come quando >. Gli avvenimenti precipitano. Una pioggia torrenziale travolge tutto, trascina la nostra protagonista in una fossa di fango dove finalmente potrebbe marcire in pace; anche se, per la sua sfortuna, è probabile che degli scavi archeologici la riesumeranno dopo secoli: >! Quando per un colpo di fortuna trova un bel rotolo di euro, nascosto in un cappotto. >. Il romanzo è ambientato in Bosnia, ma il contesto potrebbe essere il Giappone, l'Italia, qualsiasi parte del mondo. Il fascino e il limite di molti scrittori dell'Europa dell'Est sono l'universalità delle loro storie. Come in "Melanconia della resistenza" di Làslò Krasznahorkai e in "La buona condotta" di Elvira Mujcic (si vedano le recensioni in questo sito), anche in questo caso l'autrice si muove in una dimensione astorica, surreale e kafkiana. Se da un lato ci si ritrova nella narrazione (chi di noi non è stato a un funerale tra parenti sconosciuti?), dall'altro non si percepisce il dramma di un Paese, come la Bosnia Erzegovina, da anni lacerato da differenze religiose, linguistiche e nazionali, sempre in bilico sulla guerra civile. O è questa una fuga da una realtà difficile e angosciante, che permette di raccontare storie incredibili, come dice l’autrice postfazione? Sotto il profilo narrativo la lettura scorre piacevole all'interno di una trama ben costruita, anche se alla fine ripetitiva e scontata. È vero che la narratrice è una "comparsa", ma il racconto diviene più interessante proprio quando lei emerge, con suggestive finestre sulla sua vita e con evasioni oniriche, troppo brevi scorci sulla sua personalità. Perché leggerlo? Per la sua rappresentazione ironica e surreale di una famiglia.

Il giornalino di Gian Burrasca
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Il giornalino di Gian Burrasca

Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, immagina di aver scoperto il «Giornalino di Gian Burrasca,»da una portinaia moglie d'un usciere del Tribunale mentre lo leggeva a' suoi figliuoli«; infatti il diario di Giannino Stoppani era rimasto lungamente»dimenticato fra gli incarti della Cancelleria giudiziaria, ciò che non farà certo maraviglia a chi sa come tutto della Giustizia italiana sia lungo e oblioso, (...) faticoso e costoso... > Il giornalino di Gian Burrasca inizia il 20 settembre (giorno della conquista di Porta Pia) e si conclude il 2 marzo dell'anno successivo; gli anni non sono indicati ma verosimilmente dovrebbero essere il 1907 e il 1908, quando il racconto fu pubblicato a puntate sul Giornalino della Domenica. Il contesto è la tipica famiglia borghese dell'inizio del Novecento, di modesto benessere, sempre in attesa di un'eredità e preoccupata di trovare un buon marito per le tre figlie ormai grandi. Giannino è il più piccolo e possiamo presumere che abbia circa dieci anni: discolo, ribelle, sempre pronto a nuove birichinate, delle quali non comprende la portata, perché ingenuo o troppo furbo. Dopo che l'avvocato Maralli, futuro marito della sorella Ada, rischia di perdere un occhio per l'ultima bravata di Gian Burrasca, alla mamma che gli dice piangente: lo vedi, Giannino mio, quanto dispiaceri, quante disgrazie per colpa tua!... «Giannino le risponde»per consolarla, (...) ma se son disgrazie, scusa, che colpa ci ho io? > Il diario si divide in due parti. Nella prima, di circa 200 pagine, si susseguono le trovate di Giannino, alcune esilaranti, altre sinceramente esagerate, spesso ripetitive nella struttura narrativa. Vamba non ha alcun intento pedagogico, com'è per Cuore di De Amicis e Pinocchio di Collodi (di quest'ultimo si veda la recensione in questo sito). Il gusto dello scherzo prevale su tutto. Nella seconda parte Giannino è mandato in collegio, dove il ragazzino conosce la solidarietà tra i compagni e il significato della rivolta come sfida all'autorità. Di grande efficacia sono le figure del Direttore e della Direttrice: lui secco secco e lungo lungo«, lei»bassa bassa e grassa grassa«e che chiama il marito»imbecille > . D'altra parte è la proprietaria del collegio, fondato dallo zio. E qui si innesca uno degli episodi più divertenti dell'intero racconto. I ragazzi si accorgono che i due amano le sedute spiritiche nelle quali invocano lo spirito del fondatore; con un espediente Giannino e suoi amici simulano le risposte dall'oltre tomba, ma non riescono a trattenere le risa e finiscono per essere scoperti. Il diario termina con un tono amaro. Umiliato dal Direttore e dalla Direttrice perché collegiale povero che non poteva pagare la retta, sentendosi indegno verso i compagni l'amico Barozzo fugge dal collegio: si rivolse a me e mi avvinghiò con le braccia, e mi tenne stretto stretto; mi baciò e le nostre lacrime si confusero insieme sui nostri visi, (...) e quando ritornai in me io ero solo, appoggiato al portone dell'istituto, chiuso". Si sarebbe potuto concludere il diario con questo sentimento di dolore e sorpresa per una amicizia persa a causa di un orgoglio ferito; ed invece, testardo, Vamba vuole aggiungere un'ulteriore bravata di Giannino, in questo modo inchiodando l'intero diario ai suoi aspetti caricaturali. Con l'occhio di oggi l'atmosfera e gli episodi del Giornalino di Gian Burrasca paiono appartenere ad un'altra società, distante dalla nostra. Per noi adulti il diario può essere un'interessante rappresentazione della borghesia del primo Novecento, quella descritta con ironia da Guido Gozzano; una struttura sociale che è continuata per tutto il fascismo e per i primi decenni del secondo dopoguerra, quando è stata travolta dal consumismo e dalla rivoluzione sessuale. Penso che agli adolescenti Giannino appaia un ragazzino incomprensibile, anche se può piacere il suo spirito di rivolta verso gli adulti, visti come una controparte ostile, rigida, e pure ipocrita. Senza volerlo Vamba ha raccontato il conflitto tra generazioni, benché l'abbia fatto in modo paradossale e per questo inverosimile. Gli accenti toscani della lingua rendono il diario di Giannino una testimonianza di un italiano vivo, popolare e vissuto. Ed è per questo che è piacevole leggere il Giornalino di Gian Burrasca. Perché leggerlo? Offre uno spaccato di un'Italia che non c'è più.

VambaOscar Mondadori
The Grass Harp (l'arpa d'erba)
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The Grass Harp (l'arpa d'erba)

«Lʼarpa dʼerba» è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, «unʼarpa di voci che raccontano una storia» E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel «Giorno del Giudizio» di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi > per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dallʼuno allʼaltro è stato un salto, non un cambiamento graduale . In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, lʼaltra sorella, è bizzarra, con gli occhi di > una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta . E poi cʼè lʼunica amica di Dolly, Catherine. > Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano lʼuna allʼaltra: appoggiando lʼ orecchio ad una trave potevo ascoltare lʼaffascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore . Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: > spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni. È un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro lʼintera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto lʼalbero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai «rivoluzionari», i quali a loro volta permettono che si accampi vicino allʼalbero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. Lʼordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, allʼazione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e lʼaffetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. È tempo per Collin di andarsene. Che cosa simboleggia lʼalbero? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. > Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità . Ma come andavo avanti nello scrivere > noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente dʼacqua che per un istante unʼisola ha diviso . Come si era già visto nel Grande Gatsby lʼocchio del giovane narratore, un adolescente, illumina con lʼimmaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sullʼalbero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici. Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con lʼingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un poʼ per le lunghe, non riuscendo a sviluppare lʼidea geniale della casa sullʼalbero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nellʼ atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia! Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.

Truman CapoteVintage
Il grido silenzioso
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Il grido silenzioso

> Mi sveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca  di un'ardente sensazione di attesa. (...) In ogni parte del mio corpo percepisco separatamente i diversi pesi della carne e delle ossa, come sensazioni che si fondono in un dolore sordo nella mia coscienza, riluttante a riaffiorare alla luce. (...) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. E' questo l'incipit del romanzo; esso racchiude i tratti essenziali di un racconto onirico eppure fortemente radicato nella realtà: il rifugio nel sogno per fuggire alla sofferenza,  quest'ultima espressa nei corpi, spesso descritti in modo grottesco; la memoria come prigione che rinchiude il destino umano, già condannato; l'ambiguità delle relazioni familiari e sociali,  ispessite da rassegnati silenzi e da indicibili ricordi. Siamo dinanzi a un flusso di coscienza in un ambiente rappresentato in modo naturalistico e fiabesco a un tempo. Mitsui, l'io narrante, è sconvolto dal suicidio tragicomico di un amico. La sua vita è già segnata dalla mostruosa disabilità del figlio e dall'alcolismo della moglie; pesano poi su di lui tragici avvenimenti famigliari, il cui ricordo è rimosso ma sempre presente nella sua coscienza. Forse per dare una svolta alla sua vita accetta l'invito del fratello Taka  di tornare al villaggio ai bordi della foresta «possente», dove era la casa della famiglia e dove sono cresciuti da bambini. E' un ritorno al passato: per Mitsui la disperata speranza di cambiamento, che si traduce nella definitiva consapevolezza della sua estraneità dal mondo, per Taka il desiderio di autopunirsi ripercorrendo vicende drammatiche che hanno coinvolto la famiglia. Nel 1860, alla caduta dello Shogunato, il fratello del bisnonno aveva guidato una rivolta contadina, repressa poi nel sangue; alla fine della seconda guerra, sempre nel villaggio, era morto un fratello in uno scontro tra giapponesi e coreani, quest'ultimi prigionieri di guerra. Volendo ripercorrere le gesta dello zio e del fratello, Taka decide di condurre gli abitanti del villaggio a saccheggiare il locale supermercato, di proprietà di un coreano, detto «L'imperatore» (forse per dargli un valore sacrale, lui coreano!).  Mitsui si tiene estraneo agli avvenimenti, raggomitolandosi ancora di più nel suo torpore, Taka emerge invece come un leader vigoroso e astuto; è invece una  messinscena con cui Taka vuole punirsi per una grave colpa: ancora ragazzo, ha violentato la sorella disabile, spingendola così al suicidio. Taka confessa un omicidio non commesso e poi, non creduto da Mitsui, si uccide. > Sembrava un fantoccio di gesso di statura naturale, completamente rosso e vestito solo di pantaloni. Grida la moglie a Mitsui, che cerca di giustificarsi. > Tu rifiuti le persone e le lasci morire e l'unica cosa che sai fare per rimediare é gridare in sogno: «Vi ho abbandonati!» (...) Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente. (...) Mentre li contemplavo nell'oscurità, gli occhi del mio gatto, compagno di lunghi anni, diventarono gli occhi di Taka, gli occhi del fratello del bisnonno che non avevo conosciuto e gli occhi di mia moglie, rossi come susine; e tutti si unirono in un cerchio luminoso che stava rapidamente affermandosi come una parte innegabile del mio essere. (...) E io sarei sopravvissuto in un'agonia di vergogna, sotto la luce di quelle stelle, scrutando con il mio unico occhio e la timidezza di un topo un mondo esterno vago e buio... L'ambiente è simile a quello di «La foresta d'acqua» (vedi la recensione in questo sito), alcuni riferimenti storici sono analoghi, come le rivolte contadine del 1860, ma profondamente diversa è la struttura narrativa. A differenza di quanto avviene in «La foresta d'acqua», qui l'io è ridondante così come sono intricate le relazioni familiari, che si sviluppano su due assi: il rapporto tra Mitsui e Taka, un misto di affetto e ribrezzo, la relazione del primo con la moglie, apparentemente in secondo piano. > Rimanendo in silenzio per un po' e poi, fissandomi con occhi pieni di disperata ostilità e questa volta rossi per le lacrime invece che per il whisky, mia moglie mi disse: > Quando verrà il momento in cui, come dici tu, dovremo riconoscere che non si può più tornare indietro, forse allora saremo un po' più gentili l'uno con l'altro! . Pur nel complesso intreccio di temi e livelli narrativi, forse il senso unitario del romanzo è l'accettazione del figlio disabile, unica possibilità per ricostruire una relazione lacerata dal destino impietoso. La narrazione si sviluppa lentamente, con numerosi rimandi e incisi, come se l'autore abbia avuto timore di scoperchiare troppo in fretta il fondo della coscienza. Si rimane avvinti dal fascino delle parole, capaci di suggestioni psicologiche e sociali; sovrasta una sensazione di oppressione claustrofobica, non s' intravedono sviluppi e conclusioni, la lettura diviene pesante e si arriva con fatica alla fine del romanzo. Perchè leggerlo? Una scrittura splendida, il fascino del dolore e della morte.

Oe KenzaburoGarzanti
Guerra e pace
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Guerra e pace

Il libro tratta delle guerre napoleoniche e in particolare dell’invasione dei francesi della Russia, del saccheggio di Mosca e della sconfitta di Napoleone. Nelle prime parti del romanzo la guerra è qualche cosa di lontano, una questione dei potenti, dei loro giochi diplomatici, mentre > la vita, la vera vita degli uomini, con le sue necessità fondamentali concernenti la salute, la malattia, il lavoro, il riposo... , si svolgeva, come sempre, indipendentemente e al di fuori dell’amicizia e dell’ostilità politica con Napoleone Bonaparte e al di fuori di tutte le possibili riforme . Esistono quindi diversi piani di narrazione:i grandi fatti politici e militari, le battaglie e le rivalità politiche, narrando le quali Tolstoj esprime sin dall’inizio uno dei temi fondamentali del libro. La sua filosofia della storia è che tutto si compie sulla base di un fine, che è non è dato agli uomini comprendere, perché opera della Provvidenza Divina. Questa concezione filosofica contrasta, poi, con l’evidente rappresentazione della guerra come distruzione, sofferenza e morte, ossia una catastrofe, che non salva né vinti né vincitori;la vacua vita della corte e degli aristocratici, rinchiusi nel loro sistema di relazioni, nei piccoli piaceri mondani e negli intrighi: tutti comportamenti che continuano durante lo stesso saccheggio di Mosca, noncuranti del pericolo che incorre sul paese;la ricerca di una spiegazione dell’esistenza, che viene rappresentata da Pierre (la massoneria e le idee della democrazia francese), dai tormenti del principe Andrea (che coglie sin dall’inizio l’assurdità della guerra e fugge inorridito), dalla fiducia nella religione della principessa Maria;la vita familiare dei Rostov, fatta di piccoli fatti autentici, della scoperta dell’amore di Nastascia, dell’affetto infelice di Sonja per Nicola, delle prime infatuazioni, delle feste e dei ricevimenti. Questa struttura del romanzo si rompe con l’invasione dei francesi, quando la guerra entra nella vita civile. Come dice il principe Andrea, > anche mio padre faceva costruire a Lissia Gori e credeva che quello fosse il suo posto, là fosse la sua terra, la sua aria, fossero i suoi contadini; ma venne Napoleone e, senza sapere della sua esistenza, lo urtò, gettandolo, come una scheggia, fuor dalla strada e crollarono Lissia Gori e tutta la sua vita . La guerra rimescola i diversi piani narrativi del romanzo e sconvolge la vita dei protagonisti, aprendo percorsi che sembravano impossibili, ma sono resi possibili dalla sofferenza, dalla necessità e dall’autenticità che viene richiesta dai fatti eccezionali. Maria viene salvata da Nicola e se ne innamora, Pierre capisce nella prigionia, a contatto con le privazioni, la morte e le persone semplici, le radici della serenità e della felicità, Natascia conosce l’amore assistendo Andrea e coglie gli aspetti veri, e non superficiali, del rapporto di amore e quindi si prepara ad accettare l’affetto di Pierre. Tutto si conclude nella scoperta della valori fondamentali (la famiglia, il matrimonio, il piacere della campagna e della buona gestione, la religione) in un «osanna» della tradizione e del bene. La forte impronta religiosa e filosofica va a detrimento della profondità e complessità dei personaggi e delle vicende narrate. I protagonisti sono stereotipi di ruoli sociali e familiari e non emergono tormenti reali, effettive evoluzioni e cambiamenti. Il ritmo della narrazione è veloce, se si escludono le digressioni filosofiche, ma ciò è dovuto a una successione di episodi, che, in certi casi, decadono in flash estemporanei rispecchiando, paradossalmente, la struttura di una fiction moderna. Si salvano alcune pagine: la visita di Nicola all’ospedale militare con la visione degli infermi in condizioni igieniche spaventose, la battaglia di Borodinò, la mescolanza tra soldati russi e prigionieri francesi, ricondotti a un unico destino, la morte di Andrea e i tormenti di Maria e di Natascia. Da questo punto di vista non si può condividere l’opinione espressa nell’Enciclopedia Treccani, che volge in positivo ciò che è invece il più profondo limite dell’opera. > Ciò che maggiormente colpì e colpisce in questa epopea a motivi ricorrenti e pur sempre nuovi, è l’assenza in essa di ogni arbitrio d’arte, il fondersi completo dell’arte con la vita. Sostenute da una prosa tutta sostanza e senza ombre di orpelli, le diverse fila del racconto si annodano e disciolgono con spontaneità assoluta. Vi si celebrano con la stessa devozione, umile e solenne, la vita e la morte. Dai protagonisti alle comparse, tutti hanno una loro inconfondibile individualità, e tutti, a loro volta, sono come assorbiti da una umanità che è in essi e sopra di essi. Soltanto verso la fine del romanzo si avverte la presenza dell’autore che ha una tesi da difendere e da predicare. E questa presenza sarebbe invero urtante, se essa non ci riportasse all’essenza stessa dell’opera: l’uomo non crea nulla, non domina nulla, egli segue la marcia inevitabile dei fatti che si svolgono dinanzi ai suoi occhi . L’attualità del romanzo sta nella dolorosa rappresentazione della guerra, nei suoi effetti devastanti sui soldati e sulla società civile. In questo senso il tema dicotomico della guerra come un insieme di eventi lontani, che non toccano le coscienze, e della guerra come ingresso violento nella vita quotidiana costituisce un elemento di riflessione valido anche per l’attuale situazione politica. Tolstoj non condanna la guerra in se stessa (è evidente il suo apprezzamento della guerra partigiana e la concezione romantica della guerra come liberatrice dei valori autentici), ma sembra, soprattutto, condannare la guerra come «gioco» diplomatico e politico, che trascura l’impatto di sofferenza e di dolore sul popolo.

Lev TolstojRusskij Vestnik
L'ha ucciso lei
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L'ha ucciso lei

Mohamed è emigrato dal Marocco in Francia per lavorare in fabbrica, una vita dura che gli ha permesso di crescere cinque figli. Essi gli sono ormai estranei perché integrati nella società francese, mentre lui è rimasto legato alle proprie tradizioni, sentendosi marocchino piuttosto che francese. La quotidiana fatica di unʼintensa vita lavorativa gli ha permesso di nascondere, innanzitutto alla propria coscienza, il disagio di una cultura che non condivide e il rifiuto dellʼintegrazione, della rassegnazione ai costumi occidentali. Giunge, però, lʼetà della pensione e non può più sfuggire ad una sensazione di malessere che ha sempre avuto: di essere «uno che non ha mai trovato il proprio posto». La maggior parte del breve romanzo è la narrazione di un percorso interiore. Mohamed cerca in tutti modi di dare un senso alla vita da pensionato francese, ma dovrebbe trascorrere le sue giornate al bar, > bere birra? Neanche per sogno. Guardare la Tv, seguire i risultati delle corse, fantasticare su quelle ragazze seminude che popolano i telefilm americani? O seguire il consiglio di un compaesano: trasferirsi al paese e prendersi una bella ragazza come seconda moglie. Nessuna delle due soluzioni è possibile. È troppo forte in lui il legame con la propria tradizione, la religione, la terra, i costumi del suo Marocco. La sua rettitudine e il suo senso del dovere famigliare non gli permettono, neanche, di offendere la moglie e di mettersi in contrasto con i figli. > Mohamed si incamminò, con i pugni chiusi nelle tasche. Pensava ai propri figli ed ebbe la sensazione di averli persi. Si sentì precipitare nel vuoto, scaraventato nel nulla come un sacco di macerie. Un sacco pieno di cose che non servono più. In questo sacco cʼera un ratto morto da tempo. E ne emanava un fetore insopportabile. Si disse, Io sono il sacco e il ratto, sono le pietre e il ferro arrugginito, sono lʼanimale che nessuno ama... Mohamed non esiste più. Più nessuno pensa a lui, invoca la sua presenza. È finita, è giunto al termine del lungo cammino . Ed allora Mohamed reagisce a questa angoscia nellʼunico modo che è immaginabile per lui, emigrato ed estraneo alla nuova patria: ritornare al proprio paese, costruire una grande casa in grado di accogliere tutta la sua famiglia. Ma come gli disse unʼombra che gli comparve dinanzi, questo edificio sarà > un luogo di penitenza per anime perse come te, stranieri che non sanno più chi sono né da dove vengono . Lʼultima parte del romanzo è, appunto, il racconto di questo percorso, che non può finire che con una morte solitaria, seduto in una poltrona che > sprofondava ogni giorno di più... solo la testa sporgeva ( sino a che) il quarantesimo giorno la terra inghiottì la testa.. (e) in pochi giorni la tomba si ricoprì dʼerba verdissima . E come se il Marocco lo riprendesse dopo una vita di esilio: un immagine tenebrosa ma bellissima. Il romanzo affronta alcuni temi tradizionali della condizione dellʼemigrato, in bilico tra la terra dʼorigine e il paese di accoglienza. La pensione è lʼelemento scatenante per uomini che nel lavoro hanno trovato il modo per nascondersi quel profondo disagio esistenziale, che deriva da una condizione sempre più isolata, se non in contrasto, con le nuove generazioni. È molto interssante che tutto il racconto ruoti intorno al rapporto intergenerazionale, piuttosto che affrontare scontate problematiche culturali e sociologiche. Lʼelemento peculiare del romanzo è la figura di Mohamed. Non cerca scappatoie e mezze misure, ma affronta, caparbiamente e miseramente, la propria estraneità rispetto alla società francese e il sogno di un ritorno alla propria cultura. Ma allora a chi si riferisce lʼautore con quel Lei del titolo: alla nostalgia per la sua terra che lo ha ucciso o, invece, proprio alla rettitudine di Mohamed che lo porta a non accettare compromessi? Scritto molto bene, è un peccato che si senta unʼimpronta intellettualistica, che toglie sincerità alla narrazione. È troppo forte il salto tra gran parte del libro, fatto di introspezioni psicologiche, e la parte finale, onirica e surreale. Perché leggerlo? È scritto molto bene, lʼautore si perde, tuttavia, nei meccanismi psicologici del protagonista.

Jelloun Tahar BenGiulio Einaudi
L'impostore
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L'impostore

Dal 1975 al 2005 la Spagna è stata ingannata da un grande impostore. Eric Marco, un oscuro titolare di un'autofficina, s'inventò di essere un antifranchista e di essere stato deportato per questo nel campo di concentramento di Flossemburg, insieme con altri ottomila repubblicani spagnoli inviati in Germania a morire nei campi di sterminio. Facendo leva sull'aureola che gli veniva dal suo falso passato, Marco fu prima segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro, e poi presidente degli Amici di Mauthausen. Per merito di un oscuro storico l'enorme bugia di Marco fu scoperta pochi giorni prima che parlasse in una cerimonia a Mauthausen dinanzi al presidente del governo spagnolo. Vargas Llosa ha definito Marco «spaventoso e geniale». Quando per la prima volta Cercas incontra l'uomo, non può fare a meno di urlare > un orrore! Un autentico orrore!. A trattenerlo a scrivere un libro su di lui, non era solo le infamie commesse da Marco, dal dolore inflitto agli altri deportati e ai loro parenti sino ai tanti giovani che lo avevano ascoltato, affascinati e trepidanti; Cercas temeva di lasciarsi invischiare nei tentacoli del sublime bugiardo, si chiedeva se era disposto > a scrivere un libro su Enric Marco senza scendere a patti con il diavolo. (...) perché non tentare di salvare il grande impostore e il grande maledetto, quella grandissima canaglia che è già più che condannato?. Chi ha letto «Soldati di Salamina» (si veda la recensione in questo sito) sa che Cercas gioca un po' su queste sue resistenze a scavare la «verità». Anche in questo caso Cercas supera gli scrupoli morali, dimentica facilmente ciò che diceva Primo Levi, ossia che capire è già giustificare; s'inoltra con l'usuale impegno da giornalista d'inchiesta a ricostruire le torbide vicende e i subdoli inganni che hanno condotto Marco a dominare la scena nazionale negli anni del post franchismo. Lasciamo al lettore entrare nei dettagli di una vicenda ingarbugliata che attraversa la storia recente della Spagna. Diciamo solo che Cercas individua la fonte del successo di Marco in una mescolanza di piccole verità, fatti storici, fascino personale e menzogne spudorate. E' vero! Marco è stato veramente un infame; ma come fu Limonov per Carrère e  Don Chisciotte per Don Alonso Quijano (si vedano le recensioni dei due libri in questo sito), Marco > si diede (,,,) una nuova identità e una nuova vita eroica, (...) ormai oltrepassato il culmine della vita, vuole continuare a vivere quando ormai non gli tocca vivere, o meglio che vuole vivere ancora, contro tutto e tutti, tutto ciò che non ha vissuto fino ad allora. Non è come uno scrittore cui è permesso mentire per raccontare la verità?  Povero Cercas! Non sa che questa indulgenza verso la bugia è una falla in cui s'inserirà Marco in modo spietato, ricordando come il personaggio finale dei Soldati di Salamina, l'oscuro eroe soldato, fosse una finzione dello scrittore; finzione con la quale Cercas ha ingannato tanti lettori che, dopo aver letto il romanzo, hanno scritto alla casa di riposo di Digione, dove lo scrittore aveva raccontato vivesse l'oscuro eroe. E quindi anche Cercas è un impostore: > lei è un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virtù, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. (...) Questa è la verità, Javier. La verità è che lei è me. Il punto centrale del romanzo è il colloquio che l'autore dichiara immaginario, una volta tanto. In un lungo dialogo tra Marco e Cercas le certezze del secondo si smontano dinanzi alle serrate argomentazioni dell'impostore, esaltato dal ruolo di inquisitore affidatogli dall'autore spagnolo. Le uniche pagine espressamente di fantasia paiono capovolgere l'intera narrazione. Dov'è il confine tra invenzione e verità nella memoria storica? E perché le menzogne non possono essere accettate se rivolte a far conoscere le pagine buie della storia, creando coscienze consapevoli? Ma in questo modo, come nei Fratelli Karamazov, a noi non tocca che inchinarci al mistero del passato, sperando che sia un mistero giusto e buono? (si veda la recensione dei Fratelli Karamazov in questo sito). Il pregio fondamentale del romanzo è proprio la vicenda di Marco, la quale si racconta da sé, tanto è incredibile. Cercas aggiunge una trama dispersiva e prolissa, che spesso si involve in sé stessa, ricca di digressioni che rendono pesante la lettura. A compensare le circonvoluzioni della narrazione è il solito periodare fluido e chiaro dell'autore: stile che sa un po' troppo di giornalismo. Perché leggerlo? E' interessante la storia.

Javier CercasGuanda
In viaggio con Erodoto
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In viaggio con Erodoto

Kapuscinski è un grande reporter, che ha scritto numerosi libri di viaggio. In questo caso narra di come è diventato reporter e di alcuni suoi viaggi in Cina, India e Africa. Ma soprattutto parla del suo grande amore letterario, Erodoto. Quando viaggia si porta con sé le Storie di Erodoto. I viaggi di Kapuscinski sono a un tempo viaggi reali e viaggi nel mondo di Erodoto, al punto che è difficile distinguere la realtà attuale da quella del tempo di Erodoto. > Più tempo passavo a leggere Erodoto, più provavo un sentimento d’amicizia e quasi d’affetto nei suoi confronti. Mi era sempre più difficile fare a meno non tanto del libro, quanto del suo autore . Lo affascina > per il suo modo di essere e di rapportarsi agli altri: una persona che, dovunque vada, diventa immediatamente un centro di aggregazione . Che cosa dice Erodoto al mondo moderno? > Per Erodoto la pluralità culturale del mondo è un tessuto vivo e pulsante dove niente è dato e stabilito una volta per tutte, ma che continuamente si trasforma creando nuove relazioni e contesti . E poi > un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati . > La storia è un ininterrotto succedersi di presenti e quindi il mondo non è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato . La lettura di Erodoto permette all’autore di esprimere i suoi sentimenti sul mondo e sulla storia: diversità, viaggio non come evasione ma conoscenza e ascolto degli altri, la storia non come descrizione di eventi trascorsi e ormai messi nella spazzatura, ma come presenza immanente «perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate».

Ryszard KapuscinskiFeltrinelli Editore
L'isola degli idealisti
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L'isola degli idealisti

> Molti anni fa, in una minuscola isola di un lago d'Italia, vivevano alcune persone delle quali s'interessa la presente storia .  Carla > aveva i capelli già molto grigi, in questo millenovecentotrenta, ma il volto era dolcemente fresco, giovanile, e conoscendola ci si spiegava lo stile dei suoi romanzi . Il padre, il vecchio Antonio, la rimproverava spesso perché non approvava i libri della figlia, malgrado fossero di grande successo; criticava pure il figlio Celestino, «troppo alto e grosso e forte». > Tu sei tutto intelligenza, come i tenori famosi sono tutta voce. Per il resto non hai altro, ti manca persino il buon senso. C'erano poi altri ospiti: un cugino e sua moglie, Jole e Vittorio, parenti poveri e giovani, il custode Giovanni e due domestiche, il cane Pangloss al quale Celestino cercava disperatamente di insegnare a riconoscere i numeri. Non accadeva mai nulla. > Era una terra, rarissima, senza avvenimenti. Si viveva soltanto, e questo era già molto; (...) ma questa storia non esisterebbe se un certo fatto non fosse accaduto, cominciando una certa sera di maggio di quell'anno. Arrivano sull'isola, a trovarvi rifugio, due furfantelli, che vivevano di rapine negli alberghi, di gioco d'azzardo e di piccoli imbrogli. Guido e Beatrice non nascondono di essere inseguiti dalla polizia; e tuttavia Celestino decide di accoglierli, in parte già intrigato dalla donna, di una dolcezza morbida e serena e talvolta sguaiata, e perché ha un obiettivo: insegnare ai due ad essere onesti. Celestino elabora un programma scientifico, d'altra parte, come dice il vecchio Antonio, > qui si prendono le cose troppo sul serio. L'eternità, la verità, l'infinito, la matematica . Come c'era da aspettarsi il programma fallisce miseramente: Guido e Beatrice  rubano soldi e gioielli, poi, una volta scoperti, se ne vanno a riprendere la solita vita. «E' passato un anno, tutto sembra come prima: ma non è vero». L'isola è in quarantena per la scarlattina, portata da un piccolo orfanello accolto dalla famiglia; Guido e Beatrice si ripresentano nell'isola, ma ben diversi dal tono che avevano la volta precedente. > Gli abiti che indossavano gli mostrarono subito la decadenza, la sfortuna. Dovevano aver attraversato un brutto periodo, davvero, e stavano davanti a lui (Celestino), senza vergogna, ma anche senza spavalderia. I modi non erano disinvolti come una volta, stavano quasi impacciati e consci del loro impaccio, ma senza volontà di reagire all'abbattimento . Questa volta sembra più facile il programma di Celestino: ha dinanzi due alunni, umili, rassegnati, disponibili ad apprendere valori morali e un mestiere onesto. C'è qualcosa di più: la generosità di Carla e Celestino diviene prima compassione, poi affetto e quindi amore, Carla per Guido e Celestino per Beatrice. E quindi potremmo dire che non sono la scienza o la virtù a cambiare gli uomini, ma l'amore. Sarebbe un bel finale, romantico e rassicurante, se non capitasse un altro avvenimento: Jole e Vittorio, da quattro anni nell'isola, hanno sistematicamente rubato alla famiglia che li aveva accolti; scoperti, lasciano l'isola con il maltolto per poi tradire tutti, denunziando alla polizia Guido e Beatrice e mettendo nei guai giudiziari anche il vecchio Antonio, in quanto ha dato rifugio a due ricercati. Mi rifiuto di svelare il finale. E' una favola, scritta con elegante leggerezza, la quale trasmette tre messaggi importanti: è inutile chiudersi in una isola in una mediocre sicurezza, gli avvenimenti sono più grandi di noi e ci travolgono; i mascalzoni si nascondono dietro alle persone  rispettabili ed amiche, in una sorta di «mondo rovesciato»; ed infine senza l'empatia (pietà, solidarietà, simpatia) non si va da nessuna parte. Sono messaggi attuali: lascio al lettore giudicare. Il romanzo riporta la data del 1942; in realtà non fu mai pubblicato, anche se probabilmente commissionato dal Corriere della Sera. Ciò spiega in parte la fragilità della trama, esile e scontata, e la superficialità dei personaggi,  solo un abbozzo e più stereotipi che reali figure (soprattutto Celestino); il racconto è anche uno spartiacque tra i numerosi racconti pubblicati sino al 1940 (di letteratura rosa e che risentono del clima fascista) e i grandi romanzi polizieschi del dopoguerra: l'autore è in cammino verso uno nuovo stile, maggiormente incisivo. Perché leggerlo? Elegante, intriso di dolce malinconia.

Giorgio ScerbanencoLa Nave di Teseo
Istanbul
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Istanbul

> Io so che la mia ispirazione trae vigore dallʼattaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa città... questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona . In questo libro Pamuk racconta di come è diventato uno scrittore, ma nel farlo non può non parlare della sua Istanbul, la città degli anniʼ 50 e ʼ60, in pieno declino, non a caso narrata e fotografata in bianco e nero. È talmente stretto lʼintreccio tra la storia della città, racchiusa nei «dettagli del passato», e la storia della propria identità come scrittore ed individuo, che è appare evidente come la convulsa trasformazione di Istanbul abbia inesorabilmente invecchiato lo stesso Pamuk, non rendendolo più interprete del tempo contemporaneo. Il romanzo non ha una trama vera e propria, ma è un insieme di microcosmi, di episodi, di riflessioni e suggestioni. Per dare un senso generale al racconto, si possono individuare tre filoni narrativi. Innanzitutto, quello biografico parla dellʼinfanzia e dellʼadolescenza, della grande famiglia Pamuk, della case, della crisi coniugale dei genitori. Il percorso formativo di Pamuk non coinvolge la pagina scritta. Non ci sono incauti ed infantili tentativi di scrittura né grandi libri, che «hanno cambiato la vita». I libri, letti e riletti dal giovane Pamuk, sono «la collezione di fatti e curiosità», possibilmente arricchiti da disegni e fotografie, che siano > una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosità, eventi e personaggi bizzarri . Da qui è naturale il passaggio alla pittura: essa permette di contemplare e rappresentare il panorama di Istanbul, dapprima «considerato unanimemente bello», poi contrassegnato dai segni del declino. > Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli archi bizantini di cui si vedeva solo una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni . Nel dipingere Pamuk conosce il piacere della creazione artistica. > Solo ora realizzavo, con un salto spirituale più complesso e più scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso.... talvolta perdevo il controllo del disegno... e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a moʼ di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un poʼ . Per capire perché Pamuk decida di diventare scrittore, abbandonando la facoltà di architettura e la passione per la pittura, occorre rivolgersi al secondo filone narrativo: la rassegna dei grandi scrittori turchi ed occidentali che hanno parlato di Istanbul. È necessario conoscere questa letteratura per apprezzare le pagine ad essa dedicate. Si coglie, comunque, come Pamuk guardi alla sua città attraverso le parole degli osservatori occidentali, al punto tale che le descrizioni di Istanbul da parte di questʼultimi sembrano > un ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dellʼaffollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la città era solitaria e vuota . Si ritorna sempre ad Istanbul, a > questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia . Il terzo filone narrativo è costituito dalla descrizione della città, dalla contemplazione del Bosforo e dalle peregrinazioni tra > i resti del vecchio tessuto della città fatto di legno e pietra . Chi ha avuto occasione di perdersi nei quartieri armeni e greci o di scendere da Taksim verso le rive sul Bosforo può apprezzare quanto scrive Pamuk e capire che > forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo . È inutile sperare di trovare nel libro una guida ad un soggiorno ad Istanbul. Troppo distante e limitata è la città di Pamuk rispetto a quella attuale, multiforme, giovane, dinamica e gigantesca. Il libro parla del profondo legame che tutti noi abbiamo con i luoghi della nostra vita e che spesso diamo per scontati, come un fatto ovvio. È un rapporto reciproco, che va difeso e costruito giorno per giorno e che si alimenta nello sforzo quotidiano di > accordare il proprio stato dʼanimo ai panorami che la città offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerità, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della città ai sentimenti più profondi e sinceri, al dolore, alla tristezza e di tanto in tanto alla felicità, alla gioia di vivere e allʼottimismo. Se impariamo a guardare una città in questo modo, e se ci viviamo così a lungo da trovare lʼoccasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti più veri e profondi, dopo un poʼ... le strade, le immagini, i paesaggi della nostra città si trasformano, uno dopo lʼaltro, in realtà che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati dʼanimo . Perché leggerlo? Dimentichiamoci di Istanbul, parliamo del legame con la nostra città, e dei ricordi e dei sentimenti.

Orhan PamukGiulio Einaudi
Italia in Giallo
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Italia in Giallo

Il quotidiano La Stampa ha offerto con il giornale una serie di racconti di Noir: Macchiavelli, De Silva, Fois, Lucarelli, Manzini, Carlotto, Simi, Robecchi, Malvaldi, Fantini e Pariani, Cassar Scalia, Pastor, Recami, de Giovanni, De Cataldo e Savatteri. E' stata un'ottima iniziativa: ha permesso di passare in rassegna i principali scrittori italiani del genere. Emerge come il Noir italiano sia di ambientazione, quest'ultima costruita intorno ad un personaggio, in generale un commissario di polizia; la trama è in secondo piano e spesso scontata. Negli autori del Nord il contesto è realisticamente crudo, specchio di un'Italia amorale e senza prospettive; laddove si parla del Sud l'ambiente è trasfigurato in una fantasia di fuga dalla desolazione della società meridionale, aspirazione resa sognante dall'uso civettuolo del dialetto, secondo lo stile di Camilleri. Mi soffermo su alcuni di questi racconti. La «febbre» di Maurizio de Giovanni ci porta a Napoli e già dal titolo ricorda «Il Paese di Cuccagna» di Matilde Serrao (si veda recensione su questo sito). La febbre è il gioco del lotto e la vittima è «l'assistito», ossia colui che dà i numeri ricevuti dall'al di là. Non possiamo non avere simpatia per un commissario così coinvolto con la sorte dell' ucciso. > Nell'immagine che si presentava allo sguardo della mia anima, e di cui la mia anima condivideva la sofferenza, il sangue scendeva come una lunga, ininterrotta lacrima verso il basso, imbrattando la guancia, il collo e il davanti della vestaglia . Il racconto trasuda di napoletanità: arioso, raffinato nella lingua e nella sintassi, con una trama ben costruita, la breve storia dell'«assistito» ci invita a leggere altri lavori di de Giovanni.  In «Romanzo Criminale» (vedi recensione in questo sito) Giancarlo Cataldo aveva fornito un affresco desolante e rassegnato dell'Italia e di Roma in particolare, lasciando in secondo piano i personaggi, di fatto stereotipi criminali. Nel racconto dal titolo emblematico di «Medusa» è la protagonista il centro della narrazione. Oggi anziana insegnante in pensione, conosciuta per la sua severità, la professoressa Blasi ha trascorso la vita in una singolare relazione con un barone omosessuale. E quando questi fu ucciso, > al Caffè centrale non si parlava d'altro. E se ne parlava all'uso salentino, con poca o nulla pietà , ma se > al barone, in fondo in fondo, tutto si poteva perdonare: era nato così, e così doveva finire. Ma a lei, a lei no, quell'ostinazione senza causa gliel'avrebbero rimproverata per l'eternità . Bisogna ammetterlo: De Cataldo ha un passo in più rispetto agli altri autori italiani di Noir, nello stile e nei contenuti. Immaginiamo un anziano in una Milano «con quel cielo giallo che non faceva presagire niente di buono», che cosa può pensare quando gli suonano il campanello? In questa piccola chicca, «Ottobre in giallo a Milano», Francesco Recami sviluppa una vicenda surreale, eppure verosimile. L'anziano pensionato colpisce con una chiave inglese un intruso, presentatosi come commissario di polizia; preso dalla paura per quello che ha fatto, non si rivolge alle forze dell'ordine come avrebbe dovuto fare un bravo cittadino, invece con l'aiuto di un conoscente manigoldo getta il corpo sanguinante e privo di conoscenza davanti al Pronto Soccorso e poi si rifugia nei bassifondi della società con l'aiuto di un nipote furfantello, un po' pusher e molto avido. Che fine farà il nostro vecchietto in una Milano, > dove sembrava che fosse scoppiata la bomba nucleare, almeno così nei film colorano il cielo postatomico ?  Avevo conosciuto Recami in un altro racconto «Progresso-Audace 3-22» (vedi recensione in questo sito in «Il Calcio in giallo»), ed avevo apprezzato l'elegante narrazione di paradossi inquietanti del nostro tempo: credo che sia interessante approfondire l'autore con veri e propri romanzi. Quanto mi piace Gaetano Savatteri! La trama è inconsistente ma c'è ironia da vendere! Come in «La segreta alchimia» (vedi recensione in questo sito in «Viaggiare in giallo»), il protagonista è un disoccupato giornalista, continuamente preso in giro da un amico fraterno e da una forse fidanzata, architetta innamorata dell'opera d'arte, splendida e superflua. La città è Gibellina, dove il terremoto del Belice ha prodotto una ricostruzione fatta di urbanistica razionalista e di edifici e monumenti di grandi artisti; peccato che il paesaggio è un deserto, un abbandono surreale, lasciato com'è dagli abitanti, in fuga al Nord e all'estero. La fine ironia, l'affettuosa descrizione del contesto, la retorica dei riti istituzionali, la conferenza annuale, il buffet e la visita al museo, i personaggi rinchiusi nei propri ruoli, sono tutti elementi alla base di una denuncia politica e sociale, esposta con leggerezza e quindi non banale. E' un racconto da leggere. Perché leggere questi racconti? Sono interessanti e piacevoli.

Vari AutoriLa Stampa
Kafka sulla spiaggia
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Kafka sulla spiaggia

> Stavo per entrare nel mondo spietato degli adulti, e lì dovevo sopravvivere da solo. Dovevo diventare più duro di chiunque altro . Il libro è innanzitutto un romanzo di formazione, che prende lo spunto da un racconto di un grande autore della letteratura giapponese: Natsume Soseki. Egli narra la storia di uno studente, che scappa di casa e va a lavorare in una miniera, compiendo una «esperienza di vita e di morte» per poi ritornare al mondo di prima. La singolarità dello scritto di Soseki è che non dice se il giovane sia cambiato. Leggendolo si ha la sensazione di «non capire che cosa voglia dire». Analogamente il quindicenne Tamura Kafka, uno dei due protagonisti del romanzo di Haruki, lascia lʼodiata casa paterna per fuggire al dolore di essere stato abbandonato dalla madre. Lo sovrasta una enorme ferita spirituale, che può essere superata solo accettando il rifiuto della madre, senza aspettarsi spiegazioni. Deve semplicemente perdonarla. È un difficile passaggio esistenziale, anche perché farlo lo porterebbe definitivamente alla maturità, a riconoscere che noi tutti siamo come una maschera della tragedia greca: > luce e ombra, speranza e disperazione, riso e tristezza, fiducia e solitudine . Non è un caso che in un libro ricco di metafore la biblioteca e la foresta siano le costruzioni simboliche più importanti del percorso interiore di Tamura.Fuggito da casa, Tamura trova accoglienza in una biblioteca privata, dove fa amicizia con il segretario, una sorta di filosofo, un poʼ uomo e un poʼ donna, e soprattutto conosce quella che potrebbe essere sua madre, la signora Saeki, con la quale fa allʼamore. Ma la biblioteca è il simbolo della sistemazione ordinata dei ricordi, senza la quale non potremmo sopravvivere. > Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti... vivere significa anche questo ma ognuno di noi nella propria testa ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi . Camminare nella foresta simboleggia invece la ricerca di un mondo a parte, immobile, sereno perché senza memoria. Ed infatti Tamura si inoltra sempre più nel bosco per arrivare > ad un luogo particolare del mio essere, alla sorgente luminosa dove si producono le tenebre e si creano echi senza suono . Lì in un villaggio irreale potrà trovare quella pace interiore che non riesce ad avere perché continuamente si chiede: > perché non mi ha amato? Se mia madre non mi ha amato, non sarà stato per qualche mia grave mancanza di fondo? . Ma come ha fatto Tamura ad entrare in questo mondo, > dove il tempo non è più necessario e ( quindi) non sono necessari neanche i ricordi ? Qui subentra lʼaltra storia che percorre in parallelo la vicenda di Tamura. Nakata ha subìto gli effetti di un misterioso fenomeno, verificatesi durante la seconda guerra mondiale. Ancora bambino è rimasto in coma per diversi giorni e poi, tornato cosciente, ha perso ogni ricordo, ha dimenticato tutto, anche saper leggere e scrivere. Da allora è rimasto un poʼ minorato, con strani ed apparentemente inutili poteri:per esempio sa parlare con i gatti, in quanto conosce la lingua di tutti gli esseri viventi. Anche in questo caso lʼautore riprende una antica leggenda giapponese, che vuole che ci siano «spiriti viventi», che hanno la prerogativa di uscire dal corpo, di recarsi in luoghi lontanissimi e di vivere ai confini del mondo. Ebbene, Nakata sembra possedere queste qualità. La sua tranquilla vita di un uomo ormai anziano, un pò strambo ma innocuo, si interrompe bruscamente perché è costretto a uccidere una persona che taglia la testa ai gatti ( questʼuomo non è altro che il padre di Tamura). Nakata si mette in viaggio anche perché sente che deve compiere una missione: cercare la pietra dellʼentrata, ossia permettere a Tamura di entrare nel mondo senza tempo. E ciò è fondamentale per il ragazzo perché superare i confini del mondo reale permette di incontrare sua madre, perdonarla e accettare di crescere. > Mi trovo stretto fra un vuoto e un altro vuoto. Non so distinguere il giusto dallo sbagliato. Non so nemmeno cosa cerco..... ma da qualche parte mi arriva la voce della signora Saeki, che dice, con tono fermo: non importa, devi tornare comunque. Sono io che lo voglio. Che tu sia lì . Narrare fatti e circostanze al limite dellʼassurdo permette allʼautore di non rispettare i criteri di verosimiglianza e di portarci in un mondo onirico, proprio del sogno più che della realtà. Allʼinizio il racconto è strutturato come un classico romanzo, poi man mano che si procede il lettore non si stupisce più delle vicende e dei personaggi, convincendosi che lʼautore stia narrando un sogno, un percorso dentro la coscienza, nella quale i diversi piani, razionale ed irrazionale, in qualche modo si fondono ed acquisiscono una concezione unitaria. Si è dinanzi ad un libro con forti connotati filosofici, con un frequente ricorso al simbolismo, alle parole evocative di tanti significati. È un peccato. Restando in bilico tra lʼapprofondimento psicologico e il racconto fantastico, troppo spesso incline alle divagazioni filosofiche, il racconto perde di sintesi, si dissolve la direzione di marcia della narrazione, rimane alla fine sospeso senza una conclusione definitiva. Resta la sensazione di aver letto qualcosa di affascinante ma evanescente, > come lʼacqua che in un mattino dʼestate indugia in una piccola fossa del terreno prima di evaporare al sole . Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo ma non ci si deve aspettare una facile lettura né una chiara conclusione.

Haruki MurakamiGiulio Einaudi
Kaijin l'ombra di cenere
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Kaijin l'ombra di cenere

Per Giuseppe Ungaretti c'è in noi un mistero, inconoscibile e indicibile, e lo scopo della poesia non è svelarlo ma permetterci di trovare un equilibrio, come dice il protagonista di questo racconto, Momokushi, > fra ciò che si mostra al mondo e ciò che si tiene nascosto; fra ciò che è apparente e ciò che è intimo e reale. Misurarsi con questo mistero è in fondo ciò che perseguono tutti gli artisti; se per alcuni, come Javier Marias, significa inoltrarsi dentro il labirinto delle relazioni contemporanee, come in «Domani nella battaglia pensa a me» (si veda la recensione in questo sito),  Linda Lercari ha preferito indagare i segreti dell'animo in un ambiente a lei caro e conosciuto: il Giappone medievale. Siamo alla fine dell'era Kamakura nel 1330; dopo il tentativo dei mongoli di invadere il Giappone, il paese è travagliato da continue guerre fra i diversi feudatari. Momokushi è un potente castellano e guerriero, che ha al suo servizio numerosi samurai. Il racconto prende le mosse dalla morte in battaglia di Haka, il samurai a lui più vicino per coraggio, valore in combattimento e fedeltà. In punto di morte Haka gli confessa qualcosa, che mette in subbuglio Momokushi. Abilmente la scrittrice non ci svela cosa gli abbia detto l'amico: e un segreto che Momokushi, e noi con lui, dobbiamo scoprire lentamente. Ha inizio una sorta di romanzo «giallo» in un ambiente per noi fiabesco, ma reso verosimile da dettagli concreti, che rivelano la profonda conoscenza di Lercari del Giappone medievale.  Momokushi si reca dalla concubina di Haka per chiederle se sa qualcosa e gli viene dato un bauletto, che contiene oggetti dell'amico. In esso trova una poesia dalle parole evocative ma oscure ( > mille stagioni/inverno dell'anima, /il cuore muore. Scopre una «tusba», una piccola placca metallica a difesa della mano, che capisce che gli apparteneva per la decorazione di una libellula: sconcertato, nota pure che è stata aggiunto il disegno di una carpa, sicuramente per iniziativa dell'amico. Nella cultura giapponese la carpa è simbolo della libertà di seguire la propria via e della forza di superare le avversità. Insieme con gli indizi materiali riaffiorano alla mente di Momokushi ricordi disordinati della vita insieme a Haka, in particolare un episodio: i due amici si erano allontanati dagli altri samurai quando Haka > improvvisamente gli afferrò una mano e se la portò al cuore. Il volto rosso scarlatto, più rosso dei fiori di ciliegio illuminati dalle lanterne. Nel ricordo > un lieve senso di colpa attraversò Momokushi. Se fosse stato più attento, forse avrebbe potuto indovinare quale malessere corrodesse l'anima dell'amico, ma temeva di conoscere la risposta e per questo era sempre stato schivo. Saranno i fiori di mandorlo decorati sulla spada dell'amico a svelargli il segreto della loro vita insieme e le parole pronunziate da Haka in punto di morte. E' troppo tardi! Come nel finale di «Grande Sertao» di Joao Rosa Guimares (si veda recensione in questo sito) non resta che il senso doloroso della perdita per ciò che non è stato. > Su questo prato/fra alberi antichi/un sorso di vino,/ un canto, un cuscino,/niente rumori/di fuoco e tempesta,/nessuna minaccia,/illusione di festa. Il racconto ha il passo lento del poema in prosa. Si percepisce una dolcezza malinconica, con un'alternanza di momenti guerrieri, di descrizioni suggestive della natura e dell' ambiente dei samurai, insieme con i mormorii per un'amicizia così intensa, quale quella tra Momokushi e Haka. Solitario si staglia il castellano Momokushi: è lui il protagonista orgoglioso e sofferente. Ha sconvolto il palazzo adottando Haka bambino, ha coltivato l'intimità con l'amico contro le maldicenze, ha sopportato il lutto, prendendo lentamente coscienza di ciò che era nascosto dietro la relazione con l'amico, solo apparentemente simile a quella tra guerrieri. Se i particolari sono ricchi di suggestioni la trama è spesso ridondante, i frequenti «flash back» confondono e appesantiscono il flusso narrativo a scapito del ritmo. Una maggiore essenzialità avrebbe senza dubbio giovato al romanzo. La scrittura è elegante e piacevole: si nota una notevole maestria nelle descrizioni della natura e della società giapponese. L'attenzione al dettaglio dà verosimiglianza all'intero racconto, evitando di scivolare nelle banalità ricorrenti sul Giappone. Forse, sarebbe stato utile un maggiore approfondimento della figura di Haka, e delle sue scelte di vita. Perché leggerlo? Interessante la storia, ben descritti gli ambienti.

Linda LercariIdrovolante Edizioni
L'idiota
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L'idiota

Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.

Fedor DostoevskijRusskij Vestnik
I leoni di Sicilia
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I leoni di Sicilia

Il romanzo ripercorre la storia imprenditoriale e umana della famiglia Florio lungo un secolo, dal 1799 al 1869, quando il successo economico e sociale verrà pienamente raggiunto; e lo fa strutturando il racconto secondo i prodotti che sono stati alla base del successo: Spezie, Seta, Cortice (da cui deriva il chinino), Zolfo, Pizzo, Tonno e Sabbia. Forse, sotto il profilo storico sarebbe stato opportuno dare maggiore evidenza agli altri capisaldi dell'ascesa: la flotta di navi a vapore e quindi la tecnologia, le concessioni ottenute dai Borboni e poi dal nuovo Regno, i prestiti a usura all'indebitata aristocrazia palermitana e le relazioni spregiudicate con il potere politico. E' una grande saga famigliare, con forti figure maschili mentre quelle femminili hanno un ruolo di comprimarie. Se si volesse trovare un'unica chiave interpretativa, si potrebbe individuare nella citazione di John Milton che l'autrice pone in apertura: > Fero desio, quell'immortal rancore/E quel coraggio che non mai s'abbatte, /Che mai non si sommette .  I Florio sono originari di un piccolo borgo calabrese e la decisione di Paolo di aprire un negozio di spezie a Palermo crea una spaccatura all'interno della famiglia: lite che è alla base di uno spietato rancore che non verrà mai superato e condiziona gli stessi rapporti tra madre e figlio. Un altro elemento che peserà sull'intera storia è Palermo: > strana città, misera, lercia e regale al tempo stesso, (...) non si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili dei palazzi nobiliari. (...) Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi . Le radici calabresi, di «bagnaroti», pesano sui Florio e li danno una durezza di carattere negli affari così come nei rapporti umani. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, s'innamora di Giulia, la fa sua amante perché la giovane non appartiene all'aristocrazia palermitana; dopo due figlie illegittime, la sposerà solo quando Giulia gli darà un figlio maschio e nessuna rampolla della nobiltà lo vuole come marito, perché è sempre un «bagnaroto», anche se ricco. Così Ignazio, figlio di Vincenzo, sceglie di non seguire la donna amata per sposare una giovane aristocratica, finalmente. In un momento di sospensione, fuori dal ruolo nel quale è condannato, Ignazio guarda sua madre. > Ed è in quel momento che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la fronte segnata. Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo? Per rispondere a queste domande sarebbe necessario svelare il mondo interiore, quello dei sentimenti tra madre e figlio, tra marito e moglie. E invece c'è una > frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare. La confidenza, già. Non quella dei sentimenti... Il libro si potrebbe definire una biografia romanzata: ricostruzione del contesto storico, indagine della documentazione disponibile (non è chiaro quanto ampia anche perché non sono state citate le fonti) e narrazione dei personaggi e delle vicende filtrata probabilmente dall'immaginazione dell'autrice. C'erano ampi margini per dare spessore ai protagonisti, soprattutto quelli femminili. Prendiamo, per esempio, Giulia. E' presentata come una figura ricca di personalità; cresciuta all'interno di una famiglia imprenditoriale milanese, è colta e conosce le dinamiche del mondo degli affari. Com' è possibile che si sia appiattita così facilmente al ruolo di amante e poi a quello di moglie ubbidiente, che solo nella stanza da letto fa valere la sua forza? Perché non «inventarsi» una relazione maggiormente complessa e conflittuale tra Vincenzo e Giulia? Nello stesso modo la sonnolente ed affascinante  Palermo rimane sullo sfondo; solo raramente emergono i colori e i suoni di una città certamente conosciuta ed amata dall'autrice. Limitata dall'albero genealogico, la scrittrice non ha dato spazio alla fantasia e troppo spesso ha ricondotto la narrazione a una cronaca. Per chi come me ama la scrittura ricca, aggettivata, quasi barocca, prevale all'inizio un senso di rifiuto per uno stile narrativo secco, spezzettato, lessicalmente povero, semplicistico. Poi, sarà che la scrittrice diviene più sicura di se stessa, si comincia ad apprezzare la scrittura: si capisce che la semplicità è intenzionale. Si vuole raggiungere la platea più ampia di lettori e ci si vuole concentrare sulla storia, non perdendosi in voli pindarici e retorici di carattere sintattico e lessicale. Resta una nostalgia per uno stile più vaporoso e accattivante. Perché leggerlo? Si legge bene ed è interessante, anche se non avvincente.

Stefania AuciCasa Editrice Nord
Il libro nero
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Il libro nero

Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.

Orhan PamukFrassinelli
Limonov
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Limonov

In un «Diario di un fallito (2004)» Eduard Limonov immagina che > verranno tutti. I delinquenti e i timidi (...). Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e di film porno. (...) Verranno i pensionati che al supermercato fanno la coda nella fila riservata a chi compra meno di cinque articoli. (...) Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno. Questo brano, riportato da Carrère, sintetizza bene chi fosse Limonov (1943-2020);  questo D'Annunzio russo che ha attraversato il secondo Novecento come un superuomo, non volendo costruire qualcosa (che fosse letteratura o partito politico), ma perseguendo solo l'azione per l'azione, fuori da ogni schema, con un ideale di estetismo narcisistico. Per Carrère, Limonov è ciò che lui non ha mai osato essere (così la sorella descrive lo scrittore da piccolo: > mio fratello è molto serio, non fa mai sciocchezze, legge tutto il giorno libri da grandi ), e allora per vivere un po' da superuomo Carrère scrive un romanzo «reale» che ha il grosso difetto di attingere fondamentalmente agli stessi racconti autobiografici del personaggio. Ed è una fortuna per noi lettori che tutta la narrazione sia filtrata dall'aureola dell'immaginazione. Sin dall'inizio, quando Carrère lo incontra nel 2007,  sessantacinquenne impegnato con Kasparov in un movimento liberal democratico, Limonov pare un personaggio eccezionale agli occhi dell'intellettuale francese: > è ancora asciutto: pancia piatta, linea da adolescente, pelle liscia e bruna da mongolo, (...) un po' il d'Artagnan invecchiato di Vent'anni dopo (...). O si diverte, lui, il bandito, la canaglia, a impersonare il ruolo del democratico virtuoso,,,? (...) Sotto sotto ci gode  a fare il lupo nell'ovile?.Carrère ripercorre con leggerezza l'intera vita del nostro personaggio: il mito del padre ufficiale del glorioso esercito sovietico, mito poi distrutto dal declassamento sociale subito dalla famiglia; l'adolescente selvaggio, sempre con un coltellaccio in tasca, e comunque giovane poeta; il soggiorno a Mosca in piena era brezneviana tra intellettuali passivamente insofferenti del regime; e poi New York e Parigi dove riesce a pubblicare i suoi romanzi americani; ed ancora il ritorno a Mosca, la frequentazione con Aleksandr Dugin, il presunto ideologo di Putin, e insieme fondano il partito nazional bolscevico, che lo porterà in carcere da cui uscirà trionfante. Bisessuale, sempre contornato da bellissime e sensualissime donne, tra scene di sesso sfrenato e sottili conversazioni intellettuali, senza farsi mancare crimini e violenze nell'ex Iugoslavia (d'altra parte anche D'Annunzio ha conosciuto la guerra «rinnovatrice»), la vita di Limonov passa senza pentimenti, da vero superuomo; o è quella che l'ingannatore Eduard ci ha voluto raccontare e l'ingenuo intellettuale se l'è bevuta? Quali che fossero le intenzioni di Carrère c'è da chiedersi perché non ha elaborato una storia originale, frutto della sua creatività, e ha voluto invece raccontare un personaggio reale. Questo approccio ha due difetti principali. Innanzitutto, si subisce la rappresentazione che di se stesso dà lo stesso Liminov, creando una sorta di lente distorta, che porta tuttavia ad esaltare personaggi così estremi, ma che piacciono molto all'industria mediatica perché innocui e magnificenti a un tempo. In secondo luogo la narrazione ha un decorso oscillante: incisiva quando si può attingere ai romanzi di Liminov (gli anni fino a Parigi e il carcere) per poi appiattirsi a cronaca quando si è dovuto usare altre fonti. Non è un caso che i colloqui si concentrano dove si usano le autobiografie di Liminov, ed è in quelle parti che la narrazione diviene più viva. Supponiamo che Carrère abbia voluto descrivere  il declino dell'Europa e degli Stati Uniti e le cause dell'ascesa di Putin e dei sovranisti, perché non farlo con un'analisi storica secondo metodologie consolidate, o porsi un obiettivo più ambizioso: essere un nuovo Hugo o Dostoevskij capace di vera letteratura? Nella nostra mente Limonov sarà sempre rinchiuso nella sua epoca senza divenire universale ed eterno come Jean Valijean dei Miserabili o come i personaggi dei Fratelli Karamazov. Il pregio del romanzo è lo stile narrativo, elegante e lievemente ironico. Ben costruito, anche se troppo ricco di nomi, la lettura procede piacevolmente, in particolare nella prima parte, senza dubbio la migliore sotto il profilo narrativo. La tensione cala già nel periodo parigino, che risente di un certo compiacimento tipicamente francese, per calare progressivamente sino a creare una certa insofferenza. Perché leggerlo? Ben scritto e un'interessante rappresentazione del declino dell'Europa.

Emanuel CarrèreAdelphi
La linea del colore
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La linea del colore

Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva.  Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > .  Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi.  E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo?  E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica

Igiaba ScegoBompiani
Il maestro e l'infanta
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Il maestro e l'infanta

Nel Canto XVII del Paradiso ai versi 43-45 Dante narra che l'avo Cacciaguida ricorra alla musica per spiegargli la visione del futuro esilio del poeta: > da indi (dalla mente divina), sì come viene ad orecchia/ dolce armonia da organo, mi viene/a vista il tempo che ti s'apparecchia . Il suono delle corde di uno strumento, insieme con la dolcezza della voce, sono un dono divino concesso agli uomini per lenire le ferite del corpo e quelle dell'anima, per Dante sopportare la profezia del suo doloroso peregrinare. E' vero o la musica è solo un palliativo? Se scaviamo il romanzo di Alberto Riva al di là delle apparenze, dobbiamo concludere come la musica dia una sorta di meraviglioso stordimento ma nulla può fare per guarire la solitudine, la depressione e la follia. Siamo nel diciottesimo secolo, tra il 1720 e il 1758, Domenico Scarlatti, figlio del più noto Alessandro, giunge a Lisbona per divenire musicista in una delle corti più ricche dell'Europa di quel tempo. Domenico > è un uomo sotto la quarantina che ne dimostra qualcuno di più, gran naso nodoso, gli occhi di una nocciola mutevole, distanti, forse guastati da un leggero strabismo: la pelle è chiarissima e i vestiti neri, un nero deciso e luttuoso. (...) Il padre, per anni, lo ha tenuto piegato, quasi inginocchiato sulla tastiera ore e ore ogni giorno, soprattutto la sera . Schivo sino alla scortesia, non è certo il classico cicisbeo né uomo di belle maniere, come vorrebbe l'elegante e vacua società settecentesca. E forse proprio per il suo carattere scontroso e indipendente non è disponibile ad avallare la volontà del sovrano di reprimere le inclinazioni musicali dell'Infanta, la grassottella e bruttina Maria Barbara. Al contrario, Domenico ne diviene precettore, raffina ed esalta le qualità naturali della ragazza; si crea un legame che durerà nel tempo, anche quando Maria Barbara andrà sposa all'erede di Spagna, e diverrà poi regina. Qualsiasi compositore del tempo, da Vivaldi al cantante Farinelli, avrebbe approfittato della circostanza per avere fama e ricchezza. Non è così per Domenico Scarlati; animato da una cupa frenesia, scompare nelle taverne, dove > ascolta fantasiosi  arrangiamenti traferiti sulle corde, portati da voci femminili . Frequenta, nella Spagna dell'Inquisizione, il mondo dei gitani, dove scopre che > dentro quel popolo di andalusi c'era una civiltà sepolta, e quella civiltà era la musica. Che la guitarra è il libro non scritto attraverso cui una storia viene tramandata. Ma non è solo la guitarra sono le mani, le voci, le dita, persino i piedi. (...) Ci dicono perché il nostro canto è profondo (spiega il vecchio gitano). Ci chiedono il segreto del cante.....E noi rispondiamo: il nostro canto è la ricerca, il nostro canto è il viaggio. (...) un dramma misterioso, un dramma senza finale . Per tutta la vita Domenico insegue qualcosa di indefinibile e lo trova, forse, girando nei quartieri più poveri e malfamati. > Chi avesse sorpreso il maestro in una di quelle notti, l'avrebbe visto leggermente accasciato, un gomito sul tavolo, una gamba allungata, un certo sguardo. (...) Si guarda le mani: la sua relazione è con lo strumento. (...) Quello con lo strumento è un rapporto di interrogazione. Di progressivo disvelamento . Se fosse stato per Domenico gli esercizi musicali, le famose Sonate di Scarlatti, sarebbero andate perse: forse il musicista riteneva che fosse inutile lasciare quelle composizioni incapaci a lenire il suo male oscuro. E' merito di Maria Barbara se noi le conosciamo. L'impianto del romanzo è qualcosa di intermedio tra la ricostruzione storica e l'indagine introspettiva dei due protagonisti: Domenico Scarlatti e l'Infanta Maria Barbara, nonché le peculiarità della loro relazione. La musica, l'attrazione misteriosa dei Sonetti, hanno prevalso su una narrazione che avesse messo sullo stesso piano i due protagonisti: Maria Barbara resta sullo sfondo, appiattita nei doveri e nei compiti del suo rango; al di là del fascino degli esercizi musicali composti dal maestro, che cosa ha legato veramente Maria Barbara ad un uomo così chiuso e scortese? L'unico dato significativo è la testardaggine di Maria Barbara, la sua determinazione a salvare l'opera di Scarlatti e renderlo famoso. Potrebbe avere spinto la donna un represso amore per l'uomo? Non lo sapremmo mai perché la genesi  musicale e biografica dei Sonetti ha avuto il sopravvento e ha riportato Maria Barbara nell'oblio, dal quale l'autore voleva toglierla. La scrittura è piana e fluisce tranquilla, senza attrarre né respingere. Solo quando l'autore descrive scorci di Lisbona emergono suggestioni piene di vivi colori. Ecco Lisbona, forse frequentata e amata dall'autore: > qualcosa di torvo, quell'odore degli animi insoddisfatti, degli uomini infelici, (...) e poi la città, aperta su un estuario che è già mare, fatta di colori mutevoli, di salite e discese, di improvvisi azzurri, turchesi, blu oltremarini. > E la Città comprende/E s'accende/ E la fiamma titilla ed assorbe/ I resti magnificenti del sole/E intesse un sudario d'oblio/ Divino per gli uomini stanchi . (Dino Campana, Genova in Canti Orfici).

Alberto RivaNeri Pozza
Il mare non bagna Napoli
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Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese ritorna a Napoli, città dalla quale manca da molti anni. Ufficialmente ha avuto lʼincarico di intervistare i giovani scrittori napoletani, alcuni già noti, altri che lo diventeranno: Prisco, Rea, Incoronato e La Capria. Un lungo capitolo descrive, appunto, la visita a questi autori e noi capiamo come il risveglio culturale e politico della città dellʼimmediato dopoguerra si sia ormai dissolto, lasciando delusione, rassegnazione e pessimismo, e spingendo alla fuga, verso Roma e Milano. Quando incontra Prunas, lʼanimatore della rivista Sud, ormai chiusa, ma intorno alla quale tanti intellettuali si erano raccolti pieni di ardore e di speranza, Ortese percepisce > un dolore e una curiosità infinita: devi avere pietà, dicevano quegli occhi spenti, devi evitare di guardare. È vero che siamo morti?, chiedeva, è vero che siamo stati assorbiti dalla città, e ora siamo in pace? (...) La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura (Napoli e la sua gente) non poteva tollerare la ragione, e di fronte allʼuomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, dʼincanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Lʼinchiesta giornalistica è solo un espediente: lʼautrice vuole perdersi, spaesarsi, ricercare una «visione dellʼintollerabile», possibile solo in una città, come Napoli, nella quale tutto è > pensato, immaginato, sognato, e anche realizzato artisticamente, ma non vero: una inquietante rappresentazione . Il libro si apre con alcuni bozzetti di vita napoletana, dei quali il più riuscito è senza dubbio il primo, «Un paio di occhiali». In un putrido e maleodorante rione il sole non tocca che i balconi più alti e il resto non è che ombra e immondizia; eppure la gente saluta con gioia la giornata di sole, come se > quellʼaria, quella festa e tutto quellʼazzurro chʼerano sospesi sul quartiere dei poveri fossero anche cosa loro. Una povera ragazza, pressoché cieca, è in trepida attesa degli occhiali, che la famiglia le ha comprato con i pochi risparmi. Ma chi non ha mai visto comʼè veramente la realtà ne può sopportate la vista? Non è meglio vedere tutto sfocato? > Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone. (...) Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti (...) i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano lʼaria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata. (...) Tanti buchi, tante formiche ; le prese uno smarrimento, la realtà era troppo intensa per sopportarla. Ai bozzetti, brevi, eleganti e suggestivi, segue la narrazione di una visita ad un grande fabbricato, nel quale trovano alloggio famiglie che non sono più in grado di permettersi un appartamento decente. Lʼautrice viene guidata per i lunghi corridoi, dal primo piano, composto di antri oscuri e maleodoranti, sino al terzo piano, dove ci sono dimore più pulite e luminose. La strada di chi entra nel palazzo è sempre la stessa: dapprima va ad abitare nel piano più elevato, per discendere poi, inesorabilmente, più in basso. > I bambini, una volta lindi e sereni, in quel buio si coprivano dʼinsetti e i loro volti diventavano sempre più gravi e pallidi, le ragazze si mettevano con uomini sposati, gli uomini si ammalavano. Non risaliva più nessuno, da giù. (...) Cʼera qualcosa che chiamava da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine . Il grande caseggiato è la metafora della condizione antropologica, sociale ed esistenziale di Napoli, dove plebe e borghesia convivono tra loro indifferenti, come > ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza . Nella prefazione allʼedizione del 1994 Ortese ammette che > la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nellʼallucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di troppo: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica nevrosi . Questo giudizio è la diagnosi perfetta del libro: le singole pagine, le frasi e le parole sono spesso splendide, ricche e capaci di rendere pienamente le situazioni e i sentimenti; ma lʼinsieme risulta disordinato, confuso e sospeso, tanto che le conclusioni bisogna trarle dalle parole stesse dellʼautrice. E ʼun grido, una disperata indignazione contro una realtà, per Ortese «incomprensibile e allucinante»: la fine del sogno della rinascita di Napoli, e pertanto è una sconfitta. Perché leggerlo? È scritto molto bene e soprattutto la visita al grande caseggiato è di una vivezza impressionante: un vero capolavoro.

Melanconia della resistenza
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Melanconia della resistenza

E' singolare iniziare la recensione di un romanzo ungherese richiamando «Tokyo Soundrack» di Hideo Fukukawa (si vede la recensione in questo sito).  E' proprio la lontananza geografica e culturale a rendere interessante l'accostamento. Se il racconto giapponese narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo, qui lo stesso tema è sviluppato in una cittadina magiara travolta da un lento e inspiegabile disordine, come se > quella micidiale realtà, molto terra terra, sembrava irreversibilmente destinata a svaporare.  Numerosi erano i segnali inequivocabili: la spazzatura che si accumulava per le strade senza che qualcuno la raccogliesse, le sempre più frequenti mancanze dell'elettricità, alberi secolari che crollavano, trasporto pubblico nel caos, poche e spaventate persone in giro, persino orde di gatti, > bestie enorme, inselvatichite, (...) tornate al primitivo istinto dei predatori, testimoni e imperatori di un tramonto annunciato -- ma apparentemente rimandato all'infinito --- , simili ai cani e ai corvi di Tokyo Soundrack, e ai cinghiali, nutrie, lupi e altri animali selvaggi che scorrazzano ormai per le nostre strade, insieme alla trionfante popolazione di ratti. > Un pantano sulla palude (...) era il fondamento ideale per la situazione, (con) la sensazione che le case, gli alberi, i lampioni e le colonne delle affissioni pubblicitarie vi sprofondassero dentro. E' una profezia, se pensiamo al nostro mondo che pare scivolare in un futuro subdolo, con noi che viviamo in «un'attesa senza speranza». Non è facile identificare i fili narrativi di un racconto imperniato di realismo magico, volutamente confuso e frammentario (e come potrebbe essere diversamente se quanto succede non è più razionale?), caratterizzato da lunghe digressioni anche filosofiche, da un tono ironico e paradossale, che ricorda Kafka.  Cerco di farlo partendo dai protagonisti, i quali, come diceva un grande studioso tedesco, Erich Auerbach, per i personaggi di Dante, sono una «rappresentazione figurale»: esseri umani, con la loro sorte personale, e allegorie di idee atemporali del declino e del disordine.  Prendiamo il primo personaggio, la signora Pflaum; la conosciamo in una scena esilarante: il viaggio su un treno affollato, accanto a gente sporca e maleducata, lei così precisa e ordinata. Altrettanto divertente è la descrizione della piccola casa  tra > gli oggetti immacolati dell'appartamento, e tutto le parve perfettamente in ordine, (...) era chiarissimo che tutti quelli che come lei vivevano nel loro piccolo silenzioso nido , avrebbero evitato le cose terribili che accadevano fuori. Quante signore Pflaum conosciamo che sono sicure che la cura delle piante, la pulizia dei mobili, le piccole routine quotidiane le preservino da sventure devastanti! C'è poi Valuska, > questo eccezionale artista della vita in estasi , convinto di avere trovato l'armonia nella perfezione delle costellazioni; guarda in cielo per non vedere ciò che succede in terra. Non si accorge, o gli va bene così, che i compagni d'osteria lo prendono in giro, quando ricostruisce con figure viventi la rotazione della Luna intorno alla Terra. Quanti di noi ci rifugiamo in ideali astratti per evitare di misurarci con la realtà? C'è pure il musicista Etszter: si è dimesso da Direttore del Conservatorio quando si è accorto che l'accordatura del pianoforte appiattiva i suoni in un'astratta e innaturale armonia, ed ora vive chiuso nel suo appartamento, a suonare un piano scordato, a pontificare sull'irrazionalità del reale con il suo unico allievo: il buono e sempliciotto Valuska. Quante volte siamo costretti ad ascoltare autorevoli filosofi sulla crisi dell'Occidente, anzi sull'Apocalisse che attende la terra, perché la nostra europea «Città dei Lumi» non sa difendere i valori dell'illuminismo e del cristianesimo! Ed infine c'è la signora Etszter, dal corpo enorme e sensuale, > sentendosi padrona del futuro, guardava la città con gli occhi di un'audace ereditiera, convinta di trovarsi alle soglie di un'era radicalmente nuova, gravida di promesse, che avrebbe spazzato via tutto. Ma come successe nel primo decennio del Novecento, quando molti segnali facevano presagire la fine di un mondo apparentemente lieto e sicuro, ma ci volle l'irrompere della prima guerra mondiale a travolgere quell'età felice, così è l'arrivo di un circo, che espone il corpo mummificato di un'enorme balena, a rompere il fragile e declinante equilibrio; e niente è più come prima. Per fermare il saccheggio e le brutalità, dirette forse da una figura misteriosa, chiamato il Principe (il diavolo, la personificazione del Male?)  non è più possibile girare in tondo, ripararsi nella piccola pace domestica, o fantasticare di mondi lontani o filosofeggiare se «il reale è razionale»; ci vuole la mano ferma ed energica di chi sa comandare. La città dà volentieri il potere alla signora Etszter, personificazione del potere autoritario. Ci potremmo tristemente fermare qui: è innegabile, pare, che solo la dittatura può darci la bramosa serenità, le piccole e amate abitudini domestiche. Ma, forse, > gli operai della distruzione (comandati dal Principe?) sono ancora in opera. Come nei Buddenbrook di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito), l'ultimo capitolo è dedicato al disfacimento del corpo con la morte: una descrizione dettagliata e precisa che ci ricorda come l'uomo, nella sua lunga evoluzione, abbia visto > miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuna per proprio conto; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza. In una recente intervista (La Stampa 25 ottobre 2025) Orhan Pamuk afferma che > troppa etica uccide la letteratura. (...) La letteratura non è fatta per giudicare moralmente. E' un'arte delle connessioni, della comprensione. Ci permette di entrare nella mente di persone che non ci piacciono . E io aggiungerei: risponde al bisogno dell'uomo di ascoltare e raccontare storie, di appassionarsi ai personaggi, di amarli e detestarli; la letteratura ci insegna la complessità dell'uomo. Tutto questo manca in Krasznahorkai. Certo, i personaggi sono descritti come essere umani, con le loro debolezze e tratti caratteristici; ma non c'è approfondimento psicologico, sono trattati in modo ironico, senza empatia, presupposto della comprensione. Ciò è particolarmente vero per Valuska, in fondo il protagonista. La sua descrizione resta sempre in superficie, non va oltre a una sua rappresentazione paradossale: > il pastrano delle poste, con relativa borsa a tracolla in cuoio, berretto, un paio di scarponi. Ma chi è questo ragazzo, già destinato al manicomio come l'idiota del villaggio? Quali sono i suoi sentimenti? Perché il suo legame fiducioso con il Direttore del Conservatorio? Tutto resta sospeso.  Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: un periodare lungo, ricco di incisi, che si sviluppa senza interruzioni, un fluire di parole e frasi che avvince il lettore. E' una lettura faticosa, bisogna leggere molte pagine di seguito, per entrare dentro lo stile narrativo, farsi condurre dallo scrittore nelle tante storie del racconto; ma dopo una cinquantina di pagine bisogna fermarsi, prendere fiato, ritrovare la forza e la volontà di continuare. Alla fine la fatica ha il sopravvento, e, bisogna ammetterlo, non si vede l'ora di arrivare alla fine. Perché leggerlo? Inebriante la scrittura, a tratti molto divertente.

Memoriale
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Memoriale

Albino è un giovane contadino, che abita sopra un lago insieme con la madre, alcolizzata, taciturna e anaffettiva. Dagli scarni cenni sulla sua vita precedente apprendiamo che ha trascorso l'infanzia in Francia, è rimasto orfano del padre appena la famiglia è tornata in Italia, è andato soldato nella seconda guerra mondiale, è stato in un campo di prigionia, dove ha contratto probabilmente la tubercolosi. Ci sono in Albino la nostalgia di un tempo felice, il bisogno di punti di riferimento (la madre, la religione), la ferma convinzione di essere perseguitato, (dagli ufficiali, dai medici, domani dai capi reparto), insieme con un confuso anarchismo che nasce dal mondo contadino in cui è cresciuto. Il lago è la rappresentazione allegorica di una solitaria inquietudine. > Sul lago erano sospese, né alte né basse, delle nebbie azzurre; solo sul lago, come un fumo. Il cielo era sereno e già aveva alta, sotto i veli del giorno, una piccola luna: > vedi Albino, pensavo, se tutti i tuoi mali fossero come quelle nebbie che la luna a mezzanotte avrà sicuramente consumato. (...) Toccavo le mie spalle come da ragazzo durante la malattia e masticavo un sapore di me stesso, un filo della mia gioventù. E' il 1946 quando Albino si presenta all'Ufficio del Personale di una grande fabbrica per essere assunto come operaio fresatore. Da qui si diramano due filoni narrativi, che si sviluppano intrecciandosi: uno sociologico e l'altro esistenziale. Volponi, con la sua esperienza di dirigente industriale, descrive molto bene l'ambiente alienante della fabbrica: dinanzi al posto di lavoro > tutti avevano un muscolo tirato, o le labbra strette, o gli occhi socchiusi o le sopracciglia aggrottate. Vuol dire che tutti avevano un pensiero che batteva dentro le loro teste e rimbalzava su tutta la fabbrica e ancora batteva. (...) Il lavoro stesso non dava alcun aiuto; non richiedeva l'accompagnamento del pensiero, andava avanti per conto suo tirando le nostre mani perché nella fabbrica non era possibile fare altro. A differenza di quanto emerge dal romanzo di Ermano Rea ( La dimissione > si veda la recensione in questo sito), non si percepisce un senso di appartenenza al prodotto, alle macchine e all'organizzazione del lavoro: la fabbrica è un corpo ostile, Albino fa parte a sé stesso, non si sente solidale con gli altri né accetta la gerarchia aziendale, che gli propone persino di fare la spia. Gli dice un amico sindacalista, > ma tu stai sempre per conto tuo. Mi attaccavano dunque perché ero solo? , si chiede Albino. Malgrado la malattia e le accuse verso i medici di fabbrica, Albino è protetto dalla Direzione (chi sa perché?), che gli dà un lavoro tranquillo, quello del piantone. Proprio dall'entrata della fabbrica Albino assiste ad uno dei primi scioperi del dopoguerra e corre ad avvisare gli addetti alla mensa di astenersi dal lavoro, per favorire la lotta degli operai (per noi è oggi difficile capire l'importanza della mensa). Quest'atto di insubordinazione non è accettabile per la Direzione, e lo licenzia. Se la storia fosse solo questa, il romanzo sarebbe un affresco dell'Italia industriale degli anni' 50. Ma Volponi vuole esprimere un malessere esistenziale, che va oltre al contesto storico, al tema dell'alienazione, problematica così diffusa nella pubblicistica marxista degli anni '60. Lo scrittore immagina che Albino scriva una sorta di confessione, con cui pare volere definitivamente accettare il suo stato di abbandono. > Guardavo, come sempre, il lago crescere a poco a poco sotto i miei occhi, nella salita verso casa mia. Nel nitore del pomeriggio il lago era senza sfumature, senza bracci verso la campagna e gli alberi; chiuso dentro le sue sponde. E il suo colore non brillava e non si spandeva all'intorno. (...) A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto: non la fabbrica, non i compagni, non i medici, furfanti o meno, né tanto meno la madre: > io sono una goccia/la prima o l'ultima di un acquazzone/caduta dalla grondaia/quando nell'aria/non s'aspettava pioggia,/nemmeno quella goccia./la mia goccia s'è perduta, /nessuno l'ha goduta. Nella sua bella prefazione Giuseppe Lupo vede il romanzo come un'elegia della fabbrica, di un mondo scandito dal ritmo delle macchine che si è andato selvaggiamente sostituendo al ciclo delle stagioni e dei suoi lavori che caratterizzavano la vita dei campi. Di questo passaggio Albino, pare dire Giuseppe Lupo, ne è la vittima e il cantore ad un tempo; da qui il ritmo solenne ed onirico del romanzo. E' singolare che un dirigente industriale dell'Olivetti, qual era Paolo Volponi, abbia scritto un racconto così realistico ed esistenziale insieme, con tratti che paiono scivolare verso la psicoanalisi. Se pensiamo che Memoriale" è la prima opera di Volponi, dobbiamo perdonargli la confusione narrativa, le inutili ripetizioni o divagazioni; e lo dobbiamo fare perché il malessere di Albino pare riflettere quello di Volponi, stretto tra la razionalità manageriale e la tensione poetica. Scritto in forma di confessione, l'io narrante è lo stesso Albino. Le tante letture in sanatorio, il tempo libero passato in biblioteca debbono avere insegnato molto al povero contadino se il romanzo è scritto così bene: un periodare fluido, anche se talvolta involuto, le conversazioni serrate, intrise di simbolismo le descrizioni del paesaggio agreste (si sentono rimembranze pascoliane) a fronte di un realismo onirico quando si parla della fabbrica. Al romanzo fa difetto la trama: si allunga inutilmente per molte pagine, perdendo di sintesi e divenendo prolissa. Perché leggerlo? E' interessante il connubio tra razionalità industriale e magia del mondo contadino.

Paolo VolponiIl Sole 24 ore
Microcosmi
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Microcosmi

Microcosmi è un insieme di > frammenti che a poco a poco si compongono in un romanzo ordinato, la cui struttura e il cui senso (gli) si rivelano alla fine, come accade nella vita . E la vita è un insieme di luoghi, > luoghi e cose, difficilmente separabili dalle persone amate e dallʼimmagine del mondo che le avvolge . Il primo frammento è il Caffè San Marco a Trieste, che dà il segno alla narrazione: un viaggio dove non ci si muove mai. > Seduti al caffè, si è in viaggio; come in treno.... non si può apporre a nulla una vanitosa impronta personale, non si è nessuno. In quel familiare anonimato ci si può dissimulare, sbarazzarsi dellʼio come di una buccia . E che cosa cʼè di più immobile e nel contempo vitale delle lagune e dei grandi boschi? Il racconto procede con la descrizione ricca di suggestioni e di ricordi del mare di Grado e delle foreste del Monte Nevoso. Qui il bosco non è un luogo naturale o fantastico, ma è > insieme esaltazione e cancellazione di confini, una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve . il capitolo successivo, dedicato alle colline torinesi, crea una placida e dolce atmosfera ( forse anni sereni e felici dellʼautore), che ci fa pensare che > anche sparire potrebbe essere una festa, come perdersi fra le colline che di sera sembrano un mare, grandi e calme onde del respiro lungo, possente . E viene voglia di «salire in camera e lasciare che il mondo si arrangi». I capitoli seguenti ( Assirtidi, che riguarda le isole della Croazia, in particolare Lussino e Cherso) e Antholz ( una valle dei Tirolo) portano a luoghi ( non detti esplicitamente) di vacanza dellʼautore. Sono le pagine meno felici del libro, troppo ricche di citazioni storiche e di ambienti difficilmente identificabili dal lettore. Con il capitolo dedicato al «Giardino pubblico» ( una vera chicca letteraria), Magris ci porta bruscamente alla propria infanzia facendola emergere in un bambino, che porta un pesce rosso agonizzante nel piccolo lago del giardino per cercare di farlo sopravvivere. Il Giardino è un luogo di svago, ma anche di proibizioni. Inoltrarsi nel giardino è per il bambino come immergersi nellʼacqua profonda, trovarsi «oltre tutte quelle porte che di solito sbarrano lʼingresso nel suo cuore segreto». Il Giardino pubblico rispecchia la complessità e la varietà dellʼanimo umano. Lʼio è come il Giardino una foresta oscura, un insieme di luoghi aperti, di grandi alberi secolari, di anfratti: > la foresta è tuttʼintorno, ma non si è dentro la foresta, soglie invisibili sbarrano il cammino... si è fuori, esclusi dal bosco, che forse incomincia un metro più avanti, ma la porta per entrare e arrivare dove cʼè quel rosicchiare e borbottare non si trova . Il ritorno del bambino a casa introduce al capitolo finale, dal misterioso titolo «la volta», che finalmente parla esplicitamente di un episodio della vita dellʼautore, facendo emergere con estrema tenerezza la figura della madre. Come in un sogno, il bambino ricorda un bombardamento aereo e la fuga in un rifugio, dentro una chiesa. Il bambino ha paura ma è insieme con gli altri («in tutta la chiesa, ci si salutava, ci si dava la mano, qualcuno si abbracciava») ed allora > non si stupì di vedersela accanto... mettiti a dormire, gli disse, ti sveglio io quando è il momento . Ha paura ma sente delle voci che lo rassicurano. Sono > due voci, quasi identiche alla sua, i figli, che avevano riempito la casa, i giorni, la vita, e gli dicevano di non aver paura . Il ciclo della vita si chiude, dallʼinfanzia alla vecchiaia, tra le persone amate. Microcosmi ha diverse qualità: lʼespediente letterario dellʼautore di narrare luoghi e persone della propria vita senza mai ricorrere allʼio, una scelta felice in una era, come la nostra, così narcisistica; la scrittura estremamente elegante, che sovente si innalza a livello della poesia; la profondità e lʼacutezza di molti pensieri, messi lì con noncuranza, dei veri e propri aforismi. È difficile individuare un senso complessivo a frammenti di narrazione. Si può dare, forse, una lettura psicoanalitica: riandare ai luoghi più significativi della sua vita permette allʼautore di ritornare alla propria infanzia, alla madre e di trovare un legame tra i diversi momenti della vita. Ricorre poi la metafora della porta, ossia della difficoltà di entrare, ma dove?, forse nella propria coscienza. I pregi del libro sono anche i suoi difetti: non cʼè una trama, i riferimenti e le disgressioni sono spesso noiose, lo stile narrativo scivola facilmente nella ricercatezza erudita, perdendo di schiettezza. Si sente il colto germanista, un pò snob e poco accogliente. Perché leggerlo? Leggere tutto il libro è pesante. Vale la pena di soffermarsi solo sui capitoli dedicati al Caffè San Marco, alle colline torinesi e al giardino pubblico, questʼultimo un vero e proprio capolavoro.

Claudio MagrisGarzanti
Mille anni che sto qui
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Mille anni che sto qui

Il tempo si riempie «di gallerie lunghissime e comunicanti», un labirinto che non è detto porti da qualche parte. Alla base del libro cʼè un idea esistenziale: la vita è un insieme di bivi imprevedibili e può trovare solidità e certezza solo nella ricerca delle radici, la propria terra e i propri antenati. Gioia è una ragazza di Matera che è scappata per cercare una libertà, che mai sua madre, sua nonna e lei stessa sarebbero state capaci anche solo di immaginare. Percorre > una breve stagione di libertà e di appartenenza, confusa nella folla, nelle piazze italiane, Roma, Bologna, Firenze Ponte Vecchio, dorme con un ragazzo svizzero con la pelle liscia come una ragazza.... grida gli slogan P38 ti spunta un foro in bocca, si commuove alla vista delle bandiere rosse, usa le loro aste come mazze, si cala il fazzoletto rosso sul viso, pensa di avere il futuro fra le mani . Coinvolta, suo malgrado, nel terrorismo fugge a Parigi, dove fa lʼattrice, lavora in un call center erotico e si perde tra molti uomini, il più delle volte facendosi usare. Ma quando > era diventata una giovane donna perfetta come la materia inorganica, sottratta allʼimprevedibilità del tempo si chiede > a che serve?, a chi ne avrebbe reso conto? Ora che poteva essere chiunque, non era più nessuno . Allora sente il bisogno di ripercorrere allʼindietro, > momento per momento, tutto quello che portava lì. Così senza accorgertene ti perdi nella storia . Gioia risale la storia dei suoi antenati, a Grottole, piccolo paese della Basilicata. Il punto di partenza è il 1861, lʼanno dellʼUnità dʼItalia, e da lì parte per narrare le vicende della sua famiglia, in particolare delle donne che sono stati determinanti, con la loro forza e il loro carattere. Ne risulta un racconto sociale e familiare ad un tempo: un affresco di una Italia povera e abbandonata, immobile per un secolo per poi trasformarsi rapidamente negli anni del boom economico, dopo il 1960: il dissolvimento dei legami familiari, di una vita comunitaria che rappresentava la gabbia ma anche la forza della società contadina. È emblematica, da questo punto di vista, la triste quotidianità dei genitori di Gioia, Rocco ed Alba, che guardano lo stesso programma televisivo in stanze diverse, se questa incomunicabilità viene messa a confronto con la vita dei loro nonni e bisnonni, che lavoravano, mangiavano, litigavano, vivevano tutti insieme. Non cʼè più quel mondo, così saldo e sereno.Gioia, partendo nuovamente, vede dal treno che > la campagna ondulata che aveva cullato la sua nostalgia, nostalgia di un dolore carissimo, di lacrime, di curiosità insoddisfatte, di prigionia, adesso aveva perso la verginità. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime . Il libro può essere distinto in due parti. La prima, ambientata a Grottole, è la ricostruzione, quasi unʼindagine storica, di una struttura sociale e familiare. Il ritmo narrativo risente proprio di questo approccio descrittivo, che solo a sprazzi si alza di livello, verso la trasfigurazione della storia e lʼapprofondimento dei personaggi. La seconda parte, che descrive le vicende di Gioia negli anni ʼ 60 e ʼ 70, presenta uno stile moderno, talvolta confuso ma efficace nel dare il senso del «deragliamento» del personaggio. Particolarmente efficaci sono le pagine nelle quali lʼautrice persegue una sorta di storia parallela: la Gioia che poteva essere una brava ragazza, laureata, ben maritata e con i figli e invece la Gioia reale che si è persa nella ricerca di sé stessa. Lʼesigenza, forse, di dire troppo in poche pagine conduce ad un racconto disordinato, ad una sorta di accozzaglia di azioni e situazioni. Il lettore ne resta disorientato non comprendendo appieno la storia di Gioia. Perché leggerlo? Si legge in modo piacevole, è interessante per la ricostruzione storica e fornisce un efficace contrasto tra modernità e tradizione.

Mariolina VeneziaGiulio Einaudi
Le mille e una notte volume II
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Le mille e una notte volume II

Se i racconti del primo volume (vedi recensione in questo sito), hanno un'impronta fiabesca, trasportandoci in un mondo popolato di spiriti e di magiche invenzioni, qui le novelle hanno un taglio realistico; la lettura è meno avvincente ma ne traiamo una rappresentazione della società abbaside, del potere del califfo e dei suoi emiri, degli intrighi della corte, della rassegnata ubbidienza dei sudditi. Nel racconto, «La forza dell'amore», l'infelice Ghanin è severamente punito per la falsa accusa di aver sedotto la favorita del califfo. La cieca gelosia spinge «l'emiro dei credenti» a perseguitare il giovane e la sua famiglia. Quando il califfo si ravvede del tremendo errore e chiede che cosa può fare per lui, Ghanin risponde che > il servo non può rimproverare il padrone in alcun modo per come questo ha creduto bene di comportarsi con lui. (...) Il servitore resta il servitore, e il padrone resta il padrone ; è la madre del giovane, coraggiosamente, a invitare il califfo a pensare a quanto sia fragile la natura umana, > a quanto sia spesso incline all'inganno e alla simulazione. E pensa a come queste cattive disposizioni possano essere aggravate dalla gelosia, cui le donne sono fin troppo esposte. Non bisogna credere che siamo dinanzi a una sorta di «Decameron» arabo o a «le Anime morte» di Gogol in salsa medio orientale (vedi le recensioni in questo sito); anche nelle novelle di questo secondo volume la prosa è intrecciata alla poesia, i racconti s'incastrano l'uno dentro l'altro, predomina la bellezza degli uomini e delle donne, si fugge dalla realtà verso l'inverosimile. Ciò che raccontiamo è un'illusione? Nell'avvio del lunghissimo racconto, «I volti dell'amore», dove è descritto un mondo favoloso senza confini che ci rimanda a «The Enchantress of Florence» di Salman Rusdhie o a «Paradise» di Abdulrazak Gurnah (vedi recensioni in questo sito), la bellezza del giovane principe è tratteggiata con versi intrisi di narcisistico desiderio: > E' il cerbiatto della gazzella dal passo esitante!/Basta che prenda per mano uno specchio:/fedele e adulatore, rifletterà/l'idea assoluta di bellezza che il suo sogno vi proietta. Le novelle più belle sono quelle che hanno come protagonista il califfo Harun al Rashid (regnato tra il 766 e l'809). Pare che questo sovrano fosse > ghiotto di aneddoti, di fatti di cronaca e di pettegolezzi ; per cui travestito da semplice cittadino andava a scoprire come viveva la gente comune e a compiere scherzi alle loro spalle. Ben noiosa doveva essere la vita nei palazzi di Bagdad! In «Il dormiente che non dorme», il califfo, fingendosi un mercante, si introduce nella casa dell'onesto Hasan, dopo averlo ubriacato, gli fa bere un potente sonnifero; portato nel palazzo Hasan vive una notte da califfo, credendo che sia la realtà: è preso per pazzo ed è rinchiuso in manicomio. Quando ne esce continua a vivere non sapendo più se sta in un sogno o nella realtà. > Perché hai instillato la confusione nella mia mente, perché mi hai messo sottosopra il cervello?. E «il successore del profeta» risponde candidamente che lo fa per diletto. Nella novella «Il califfo e il pazzo» al Rashid vuole capire se una persona rinchiusa in manicomio sia veramente un pazzo; ne scaturiscono una serie di racconti, a incastro, in un'atmosfera pirandelliana, in cui l'arguzia del gran visir, personaggio sempre presente in «Le mille e una notte», mette alla prova il povero demente; si scoprirà poi che più di arguzia bisogna parlare d'inganno, perché il gran visir voleva impedire il matrimonio tra la figlia e il presunto pazzo.  Lasciamo al lettore scoprire la trama di «Il saggio persiano». Qui ci limitiamo a dire che un bellissimo «rosticciere», > egli è lo stallone/di ogni grazia , riesce a conquistare la splendida principessa per merito di un infuso d'amore del sapiente mago. Appaghiamoci di questi versi deliziosamente erotici: > Stretti fianco a fianco, coi miei occhi/li ho visti, mi sarebbe piaciuto/vederli dormire insieme/sulle mie stesse palpebre./Erano due gazzelle del deserto,/e due stelle fulgenti nella notte,/due astri mattinieri, ramoscelli perfetti,/e due incarnazioni della diva Bellezza. René R. Khawan, il curatore di questa edizione di «Le mille e una notte», ha ritenuto, dopo lunghe ricerche, che i due libri di questo secondo volume, «Passioni vagabonde» e «Il gusto dei giorni», completino quelli più noti riportati nel primo volume: «Illustri dame e galanti servitori» e «Cuori disumani». Ovviamente non sono in grado di discutere le scelte del curatore, tra l'altro su una problematica estremamente scivolosa per la difficoltà di mettere ordine in questa importante testimonianza della poesia araba del Califfato di Bagdad.  E' difficile pensare che siamo dinanzi ad una successione di racconti notturni, sia per la lunghezza delle novelle che per il loro impianto così  realistico;  anche la poesia perde di peso rispetto alla prosa e la narrazione non ha più quel ritmo serrato delle novelle riportate nel primo volume. Si percepisce una certa stanchezza, un non so che di formalistico e ripetitivo, come se la decadenza politica e militare del grande impero si rifletta nel suo canto, nostalgico e disperato. Mentre nelle novelle del primo volume c'è sempre una conclusione che proietta a un futuro felice, qui ogni novella finisce con un richiamo alla Morte, a > Colei che distrugge i piaceri e disperde le adunanze, (...) Possa Dio esserci benigno nel giorno di quell'appuntamento. Perché leggerlo? A tratti è prolisso, si fa fatica ma vale la pena.

Vari AutoriRCS / Rizzoli
A modo nostro
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A modo nostro

Il romanzo ha inizio con lʼarrivo a Parigi di Xie Qing, un uomo modesto e senza ambizioni, un camionista che ha sempre vissuto a Wenzhou, una citta di provincia, vicina al Mar Cinese Orientale. Si ritrova in Francia perché chiamato a riconoscere il corpo della sua ex moglie, Yan Hong, morta in un incidente stradale. La polizia francese vorrebbe che Xie Qing compisse diligentemente le pratiche burocratiche, intascasse lʼassicurazione e lasciasse il Paese al più presto. Xie Qing si rifiuta, in parte perché vuole capire cosa sia realmente successo (la moglie ha fatto una misteriosa telefonata prima di morire), ed in parte perché vorrebbe conoscere meglio Yan Hong. Dal momento della separazione, improvvisa e per lui inspiegabile, Xie Qing > non era più riuscito a liberarsi dal rancore di chi si sente raggirato . Al lettore sembra prospettarsi una storia di intrigo, quasi un thriller, arricchito dalla ricerca di un legame interrotto ma radicato nellʼinfanzia e nella giovinezza. Purtroppo il romanzo ha una svolta. Una ricca e potente cinese, la quale ha preso sotto la sua protezione lʼingenuo e spaesato Xie Qing, lo convince a cambiare radicalmente vita. > Non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, hai avuto lʼopportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E unʼopportunità come questa è stata la tua fortuna! (...) Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano . Così il camionista senza ambizione si trova coinvolto nel traffico di esseri umani prima, e poi in grandi speculazioni immobiliari nella sua città natale. Partecipa, per caso e senza grandi meriti, al «grande arricchimento», fatto di azioni criminali, di corruzione, di dispregio per la vecchia Cina, eppure vagheggiata con una falsa nostalgia. > Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni . La strage, della quale è in parte responsabile, accelera il processo di arricchimento ed insieme trasforma il protagonista in un cinico uomo dʼaffari. Non è nata una farfalla ma un moscone! A latere della storia di Xie Qing, e della sua metamorfosi, viene narrata la vita di Yan Hong. > Era solitaria, senza amici, al di fuori del lavoro leggeva, scriveva o semplicemente stava lì a riflettere, Xie Qing non era mai riuscito a scoprire se in quel suo misterioso mondo interiore regnassero le tenebre più fitte o una luce invisibile . Noi lettori sappiamo dalle sue dolorose vicende che cʼè in Yan Hong una tensione verso valori autentici, i quali si alimentano continuamente con la memoria del padre, uomo e rivoluzionario integerrimo, suicida pur di non tradire la fiducia in lui riposta da un alto generale dellʼArmata Rossa. Splendidi versi esprimono il mondo interiore di Yan Hong, il legame con il padre e nel contempo la forza dei suoi valori. > Ma uno solo ha amato lʼanima pellegrina e la tortura del tuo trascolorante volto. Curvati dunque su questa tua griglia di brace e dì a te stessa a bassa voce Amore ecco come tu fuggi sulle montagne e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle. Questa tensione sempre rinnovata per ciò che è autentico spinge Yan Hong ad andare volontariamente nei campi di rieducazione per «giovani istruiti» durante la rivoluzione culturale, a cercare con caparbietà i documenti segreti del padre per consegnarli ai figli del generale e non pregiudicare la loro carriera nella Cina moderna, ad accettare, stupita ed incuriosita, la proposta di trasferirsi a Parigi (madre di tutte le rivoluzioni!) da parte di un club «patetico» e potente di nostalgici rivoluzionari, infine a rifiutare di vivere in una villa, decidendo invece di fare lʼoperaia in una fabbrica tessile e poi lʼambulante sulla costa atlantica. Vuole vivere come i suoi connazionali, immigrati e clandestini! E come Anna Karenina Yan Hong non accetta di essere lʼamante parigina di un alto funzionario del governo cinese, ma pretende lʼamore per sé e il figlio, avuto dallʼuomo. E come Anna nella ricerca di una vita autentica trova la morte. Il romanzo narra due storie, modi diversi di concepire la Cina moderna: lʼarricchimento senza scrupoli e il disperato rifiuto di questa scelta di vita, lʼaffermazione di valori differenti, eticamente potenti. È la ricerca di una nuova visione morale, la quale non può radicarsi nei vecchi riferimenti rivoluzionari,che erano stati alla base della liberazione e della rinascita della Cina. Sullo sfondo lʼautore racconta le vicende dei clandestini, di come arrivavano in Europa e di come vivono e lavorano nel nostro continente. Nel contempo, cʼè un richiamo continuo alla vecchia Cina: tenera malinconia per una società ormai solo nellʼimmaginario. A compromettere il romanzo, per altro ben scritto, è lo spazio eccessivo dato alla parte apparentemente più accattivante: quella del traffico di esseri umani; non perché non sia interessante, ma perché resta in superficie, con connotati di narrazione poliziesca e criminale, senza entrare in profondità nelle storie dei protagonisti: i clandestini appunto. È una parte che risulta artefatta, e non vissuta. Perché leggerlo? Interessante, avvincente la figura di Yan Hong.

He ChenSellerio Editore
I Moncalvo
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I Moncalvo

Il romanzo è ambientato a Roma alla fine dell'Ottocento. E' ancora forte la rottura tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano, ma la frattura si va lentamente ricomponendo nel crescente clima di affarismo e nazionalismo che pervade la classe dirigente. Di umili origini, un tempo rinchiusi nel ghetto, «all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile», i due fratelli Moncalvo, Giacomo e Gabrio, si sono affermati nella società, seguendo però strade differenti: Giacomo ha fatto una brillante carriera in campo scientifico, ottenendo riconoscimenti accademici anche se non economici, Gabrio si è arricchito enormemente in Egitto per tornare a Roma e divenire un esponente importante dell'alta finanza. Sono diversi approcci alla vita, ereditati da Giorgio e Marianina. Il primo è il figlio di Giacomo e, come il padre, è dedito allo studio e all'insegnamento, indifferente alla ricchezza, morigerato e intriso di valori morali. Marianina, figlia di Gabrio, è ambiziosa, amante del lusso e dei salotti dell'alta borghesia, pronta a tutto pur di ascendere nella scala sociale. Domina un comune «indifferentismo» religioso. I Moncalvo si sentono ebrei più per tradizioni familiari che per fede e pratica. E' un tratto ricorrente in molta borghesia ebrea, desiderosa di integrarsi e influenzata dai valori positivistici, nazionalisti e affaristici di fine Ottocento. A pregiudicare la fragile unità familiare è la conversione di Marianina al cattolicesimo per poter sposare un esponente dell'aristocrazia "nera > , così definita perché legata al Vaticano, e acquisire in tal modo il rango di principessa, entrando a far parte dell'alta società. E' un progetto dei genitori, ma è la ragazza a perseguirlo con determinazione e consapevolezza sorprendenti per una  viziata e ricca ereditiera. Nel corso del romanzo Marianina è definita come un Lucifero«, una»Sfinge > , una personalità misteriosa e sconcertante per gli stessi genitori. Per tentare di comprenderne il carattere bisogna soffermarsi su un colloquio tra i due cugini. Giorgio è sconvolto dalla passione, ella gli avrebbe dato un'ora di ebbrezza, ed egli, il rigido scienziato, travolto da un vento di follia, chiedeva a sé stesso se per avere quest'ora non convenisse sacrificare tutta la vita«. Nella sua presunzione Giorgio pensa di dare con il suo amore»una tavola di salvamento«ed evitare che la cugina si getti»in un baratro di viltà e di menzogna, comprando «un misero blasone a prezzo del tuo corpo e della tua anima». > Ella si strinse nelle spalle. Tu vaneggi (disse). (...) Il mio cuore non è di nessuno. (...) Dovevamo crescere nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie, entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza, (...) ristretti di ambizioni d'idee, fidenti solo nella missione del nostro popolo....Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici.... Oggi è impossibile . Emblema di un femminismo audace, Marianina è una personalità dell'avvenire, figura moderna e libera. Il romanzo termina con le amare considerazioni di Giacomo sull'intera società italiana di fine Ottocento. > Quasi da per tutto era un abbassamento dei caratteri (pensa l'austero professore), un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata verso gli effimeri onori e le improvvise ricchezze... Era probabilmente questa la finalità di Castelnuovo nello scrivere la storia dei Moncalvo, e questa impronta moraleggiante ha portato molti critici a definire come «ideologico» il romanzo: una contrapposizione tra gli eredi dei valori risorgimentali, ormai in dissoluzione, e la nuova classe sociale, cinicamente rampante; il tutto intriso di toni melodrammatici (si pensi alla figura di Giorgio) e di timbri dannunziani (quanto Marianina assomiglia a Sibilla Aleramo!). E' una interessante rappresentazione dell'Italia giolittiana; inoltre, il romanzo spiega l'attitudine della borghesia ebraica ad accettare i valori dominanti sino a non vedere gli elementi razzistici del fascismo. Solo per questo sarebbe interessante leggere il libro. La figura enigmatica di Marianina dà qualcosa di più, ci fa intravedere un carattere complesso e affascinante. Lo stile letterario è asciutto, distinguendosi dalla prevalente retorica della letteratura italiana di fine Ottocento. E' un pregio da non sottovalutare. Perché leggerlo? Interessante dal punto di vista storico, splendida la figura di Marianina.

Enrico CastelnuovoInterlinea Edizioni
Le navi dei vichinghi
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Le navi dei vichinghi

Siamo nel 900 dopo Cristo. I vichinghi, popolo originario della Scandinavia, vivevano di raccolti, di pesca delle aringhe e, per i più impazienti, di scorrerie sul mare, soprattutto verso lʼInghilterra e lʼIrlanda, dove ebbero fortuna con le armi, e molti poi vi si fermarono. Cominciavano ad essere interessati dalla predicazione di preti, «uomini col capo rasato», che cercavano di convertirli alla religione cristiana e di addolcire i costumi, ancora rozzi e violenti. Il romanzo narra le vicende di Orm il rosso: il più giovane dei figli di un ricco contadino, il quale, appena > giungeva la primavera e lʼodore del catrame cominciava a impregnare lʼaria , volgeva lo sguardo al mare e, per la gioia di partire, «arrivava persino a comporre qualche verso». Orm era il pupillo della madre, che non voleva che partisse con il padre in navigazioni pericolose, a causa delle tempeste e dei nemici. Le circostanze vollero diversamente. Nel tentativo di difendere il suo gregge fu catturato da una nave di vichinghi, che navigavano «verso mezzogiorno», verso il regno dei Franchi e la ricca Andalusia. Comincia in questo modo la prima parte del libro, che narra il lungo viaggio di Orm. Fu una spedizione verso mondi ancora ignoti ma in parte già vagheggiati: terre ricche da depredare. I vichinghi non avevano una meta, e quindi il libro non è una versione nordica delle Argonautiche come ritiene Michael Chabon nellʼintroduzione. Erano gli avvenimenti a trascinare i viaggiatori, i quali dimostrarono coraggio, vigore, capacità di cogliere le opportunità e desiderio di conoscere nuovi luoghi e costumi. Il racconto del lungo viaggio è anche la narrazione della formazione di Orm, da ragazzo viziato e impulsivo divenne un uomo esperto e un condottiero. E così quando ritornò a casa, Orm era ormai un adulto, che pretendeva di governare il proprio destino. Il racconto dellʼarrivo in patria si apre con uno dei capitoli più interessanti: le feste per il natale alla corte del re. La contraddizione tra tradizione e cristianesimo, tra valori ancestrali e nuovi ideali, emerge in modo brutale. Il lungo pranzo in onore del natale si concluse con una serie di sanguinosi duelli, nei quali venne coinvolto anche Orm, per difendere la collana donata dal Califfo di Cordova. E fu proprio durante la lunga guarigione che sbocciò lʼamore tra Orm e la figlia del re: amore, che spinse il ragazzo, ormai adulto, ad unʼulteriore crescita spirituale. Pur di conquistare la donna amata, Orm decise di rinunziare alla collana e di convertirsi al cristianesimo. Fu una grave scelta, perché lo costrinse a rifugiarsi vicino alle grandi foreste, > dove i re non arrivano mai. Sarà là che costruirò la mia chiesa . Si possono dare tante interpretazioni al romanzo: miscuglio di narrativa fantastica e resoconto sociale, narrazione della trasformazione dei vichinghi in normanni, conquistatori dellʼInghilterra e protagonisti dellʼultima fase del medioevo; diffusione della cristianità e quindi questioni etiche e culturali ; nostalgia della società dei vichinghi, rozza ma autentica; peregrinazione di giovani alla ricerca del proprio destino e allʼinseguimento del nuovo; rappresentazione della lunga e travagliata vita di un uomo. Il senso più vero del romanzo è, tuttavia, lʼavventura, condita da una sana e disincantata ironia, un distacco che permette di non prendere troppo sul serio le figure degli eroi, le imprese incredibili e le meravigliose scoperte. Come dice Michael Chabon in conclusione alla sua introduzione, > lʼavventura è un piatto che è meglio consumare nel conforto di casa propria . Perché leggerlo? La storia è a tratti episodica, ma è un affascinante racconto epico e popolare.

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Ninfa Plebea

> Tengo una figlia, bella e cianciosa,/zetella e ffresca, comm'a 'na rosa;/sempre vicina, da peccerella,/ ll'aggio tenuta pella vunnella. . Così cantava Nunziata della sua bambina Miluzza, cercandole i pidocchi in testa. E Miluzza era bella davvero e tutti i maschi del paese > studiavano le caviglie sottili di cavallino da corsa, il seno germogliante come un mazzolin di fiori, il capo da quattordicenne di un fascino oscuro . Che cosa volessero Miluzza lo sapeva «per memoria prenatale», ed anche perché era nata e cresciuta in una povera famiglia dei bassi: il padre sciancato, impotente e cornuto, la madre nota per darsi a tutti i soldati di passaggio, facendolo con gioia e passione come Bocca di Rosa della canzone di Fabrizio De André. Figlia della puttana del quartiere, Miluzza conosce il sesso ancora bambina: che sia la compagna di gioco o la vecchia negoziante, o invece il parroco e l'austero professore. Non è vero rapporto carnale, sono perlustrazioni lascive della piccola vagina; d'altra parte «non si va in giro con certe gambe di fuori e senza mutandine». E' possibile che Miluzza avrebbe avuto lo stesso destino della madre Nunziata, puttana accettata dalla piccola città di provincia, quando la morte dei genitori (e quindi il venir meno della modesta sartoria con la quale vivevano) e il lavoro di operaia in un'azienda locale di cartonato, cambiano radicalmente la vita di Miluzza. Il padrone si invaghisce della ragazza e senza ritegno la fa la sua amante. Sperando di nascondere la relazione e per sorprendere Miluzza, la conduce a Napoli, ospitandola in grandi alberghi e facendole frequentare i migliori ristoranti.  Ma è proprio la vita elegante nella grande città che porta Miluzza a realizzare la sua condizione di mantenuta, di «Sisina, Sisina elegante, (...) e pe' 'na lira fa zuchetuzù», come recita un macchiettista insolente. Ascoltandolo tra le risate generali, > Miluzza ebbe un riso freddo. (... Il mondo napoletano, così sbracato, era il contrario del suo umore . Per lei il sesso è un fatto naturale, malinconico, soffuso e delicato da consumare in un ambiente discreto, tra la gente del quartiere, senza offendere chicchessia. Anzi, Miluzza rischia di essere travolta dallo scandalo, di doversi chiudere in casa tra il vituperio generale, di dover lasciare la cittadina dove è sempre vissuta. A salvarla giunge la guerra e come l'angelo della Resurrezione arriva un soldato in fuga. Il finale felice stona con il tono complessivo del racconto, lezioso e spumeggiante, ma sempre impregnato di uno sconsolato pessimismo. La vita della povera gente è e sempre sarà così: ritagliarsi spazi di sopravvivenza e di semplice divertimento tra le miserie e le fatiche quotidiane. Ma è veramente una vita così triste o invece si va avanti sereni e sicuri perché parte di una umanità rigogliosa e festante? Non è un caso che sia la grande città a scoperchiare lo squallore, di cui prima non si era consapevoli quando si viveva nel proprio ambiente. La scrittura è il pregio fondamentale del racconto. Rea crea una nuova lingua, un misto di italiano e di napoletano; in tal modo dà brio e suggestione all'intera narrazione, mostrando pure come si può usare la «lingua dei parlanti» senza renderla un espediente civettuolo o, peggio ancora, una specie protetta. Perché leggerlo? Brioso e accattivante.

Domenico ReaLeonardo Editore
La notte della cometa
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La notte della cometa

Nell'inserto «Tuttolibri» della «Stampa» del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben «La Follia di Holderlin»: libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva «assunto le maniere esteriori di chi è pazzo»? Holderlin era > lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca . Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come «Genova» (da Canti Orfici): > Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe:   Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. > Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i «Canti Orfici», che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, «La Chimera». La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un «camminante», di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012 > , sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché fuori dal coro«, spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore.»Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie«. Per loro,»il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta«. (Alda Merini da»La Terra Santa«). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana,»Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera«. (La Chimera da Canti Orfici»). «La notte della cometa» è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i «vociani», quando Dino disprezzava la rivista «La Voce»), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che > non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana? Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta «strambo»: non pazzo ma strano. Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.

Le Novelle
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Le Novelle

Il libro raccoglie le novelle di Giovanni Verga, scritte tra il 1874 e il 1894. Lʼautore sente il bisogno di un raccoglimento dallʼintensa vita mondana di Milano, desidera «rivedere» la sua Sicilia, > lʼimmenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dellʼEtna . Dallʼ esigenza di ritornare alle proprie radici ha origine il primo racconto, che racchiude tutti i grandi temi della narrativa di Verga. Nedda, «la varanisa» è una misera ragazza; il suo destino è già segnato dalla sua nascita: > lʼimmaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad unʼaspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli; (...) la miseria lʼavea schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, lʼanima e lʼintelligenza - così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia . Quanto è distante da questa realtà immutabile e crudele lo sguardo del privilegiato, che contempla «sbadatamente» lʼaffascinante paesaggio siciliano ed ascolta > con singolare interesse i discorsi di quella gente posta così in basso al piede delle sue torri .( Le storie del Castello di Trezza nella raccolta Primavera ed altri racconti). Da questa contraddizione tra il mondo degli umili e quello dei privilegiati, tra la visione romantica della natura e lʼaspra durezza dellʼambiente, ha origine il progetto di Verga, espresso chiaramente in apertura alla raccolta intitolata Vita dei Campi: > ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma (...) di cui il nodo debba consistere in ciò - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dellʼignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace comʼè, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui . È singolare che lʼautore abbia intitolato Fantasticheria questa sorta di manifesto, quasi ad indicare come lui stesso non ci credesse sino in fondo. Ed infatti se ci inoltriamo nei tanti racconti ci accorgiamo come essi perdono di efficacia narrativa quando si allontanano dalla Sicilia. Ne è consapevole anche lʼautore. Nel racconto di chiusura alle Novelle Rusticane, dal titolo emblematico «Di là dal mare», Verga narra la partenza di due innamorati dallʼisola e, > quando lo assaliva la dolce mestizia di quelle memorie, egli ripensava agli umili attori degli umili drammi con unʼaspirazione vaga e incosciente di pace e di obblio . È uno spartiacque: di qua le raccolte Vita dei Campi e Novelle Rusticane, dalle quali traspare un pessimismo sì profondo ma reso protesta sociale dal forte coinvolgimento dellʼautore con le sue storie e i suoi personaggi; di là una serie di raccolte (Per le Vie, Vagabondaggio, I ricordi del capitano dʼArce, Don Candeloro e C), nelle quali la narrazione degli umili perde di energia, diviene pietismo, commiserazione, rassegnazione, sconfitta. I racconti più belli sono quelli di Vita dei Campi. I personaggi sono eccezionali, devianti dalla norma: Jeli, Turdiddu, Gramigna, La Lupa, Rosso Malpelo, si collocano > fra tanti matti che hanno avuto il giudizio nella calcagna, e hanno fatto tutto il contrario di quel che suol fare un cristiano il quale voglia mangiarsi il suo pane in santa pace . (Verga nella prima stesura poi eliminata di Pentolaccia, citato nellʼintroduzione di Carla Riccardi pag. XIII). Prendiamo la storia di Jeli. Si apre con la rievocazione dellʼamicizia infantile tra lʼingenuo guardiano di cavalli ed Alfonso, il figlio del padrone. Tra i due bambini non ci sono differenze di classe e di cultura: godono insieme delle meraviglie di una natura primordiale. Ma diventando grande Jeli subisce lʼurto con la realtà, sempre tragica in un rapido crescendo, culminante col tradimento del valore più alto: lʼamicizia. È infatti Alfonso che gli prende la moglie come amante. > Sua moglie lo lascia a infradiciare dietro lʼuscio, dicevano i vicini, quando in casa cʼè il tordo! Ma Jeli non sapeva nulla, chʼera becco. Quando però vede che Alfonso, > colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella dʼoro sul panciotto, prese Mara (sua moglie) per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto . La violenza cieca ed improvvisa dellʼumile, che troppo ha sopportato, è spesso la conclusione delle storie. Lo è anche nel celebre racconto «La Lupa». > Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiano . Non è una donna che subisce, la volontà e la sensualità la rendono dominatrice. Per avere lʼuomo che ama le dà la figlia in sposa, per portarselo a letto nella stessa casa, contro ogni convenienza. Allora lʼuomo per liberarsene > lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure sullʼolmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri . È unʼ immagine straordinaria e di grande impatto, che lascia sospeso il racconto: lʼuomo lʼha uccisa o si è gettato nuovamente fra le braccia della Lupa? Nelle Novelle Rusticane la narrazione si irrigidisce. I personaggi di Il Reverendo, Cosʼè il Re, Don Lucciu Papa, Malaria, Libertà, non sono che lʼincarnazione delle leggi della società siciliana. In fondo la vita è come quella dellʼasino di San Giuseppe, dellʼomonimo racconto:è inutile ribellarsi e non è detto che gli animali stiano peggio di tanti esseri umani. Il destino inevitabile di tutti gli umili: > compro soltanto la legna, perché lʼasino ecco cosa vale! E diede una pedata sul carcame, che suonò come un tamburo sfondato . La qualità stilistica e narrativa dei racconti è discontinua, in quanto > lʼitinerario del Verga novelliere si può definire come una serie di tappe di avvicinamento ai romanzi (Introduzione di Riccardi pag. XXIV). Nei racconti Verga si nasconde di meno dietro il verismo, lʼapparente distacco dai personaggi e dalle situazioni: le novelle sono una sorta di laboratorio, nel quale lo scrittore lavora > in più direzioni e contemporaneamente su più versanti, anche il teatro (introduzione di Riccardi pag. XXV), ma raggiunge la sua espressione migliore laddove è più evidente il coinvolgimento, il legame con la sua terra e la protesta implicita per le condizioni disumane del popolo meridionale. Sotto questo profilo i racconti, in particolare di Vita nei Campi, hanno una vita autonoma rispetto a quella dei romanzi e sono spesso dei capolavori. Perché leggerlo? Nedda, Vita dei Campi e Novelle Rusticane sono grandi racconti, che danno una visione realistica e coinvolgente del nostro Meridione.

Giovanni VergaI Meridiani Mondadori
L'orecchio di Kiev
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L'orecchio di Kiev

Nel 1919 Kiev era contesa da diverse forze: l'esercito bianco di Anton Denikin, sostenuto dall'Intesa, cercava di sovvertire i bolscevichi; i cosacchi sotto la guida dell' «atamano» Simon Pertljura combattevano per l'indipendenza dell'Ucraina; l'Armata Rossa lottava per fermare le azioni contro rivoluzionarie e respingere le pretese della Polonia sulla Galizia. Malgrado che il romanzo sia ambientato in un preciso momento storico, il racconto pare sospeso in un mondo senza tempo, proiettato in una realtà dispotica, dominata dal disordine e dalla violenza, come se conflitti , devastazioni e crimini siano il tratto inesorabile e immutabile delle terre di mezzo tra l'Occidente e la Grande Russia. Un atto sanguinolento avvia il racconto: la stessa sciabola che aveva ucciso il padre tronca di netto l'orecchio destro del giovane Samson; orecchio che il ragazzo riesce miracolosamente a raccogliere e a riporre in una scatola di caramelle. Samson è spaventato e disorientato; rimasto solo, si organizza per andare avanti in una città dove mancano il riscaldamento e il cibo e dove la vita di ciascuno è appesa a un filo, tra soprusi e uccisioni. In quel momento Kiev è controllata dall'Armata Rossa ed è incredibile come continui la vita ordinaria e come la nuova autorità si adoperi a perseguire i furti e gli omicidi (ma non ci sono gli «investigatori di una volta»), spenda energie per censire la popolazione («trecento a interpellare i residenti»), perseveri nella meticolosa burocrazia del regime zarista (ma manca la carta!), assicuri l'energia elettrica, anche se la legna sta per finire. > E' la cacofonia della rivoluzione, questa: troppe armi in giro, zero sicurezza e cento volte più banditi e rapinatori! (...) Sono rimaste solamente le firme sui verbali!. E' proprio la burocrazia a salvare il giovane Samson, dando non solo un pranzo quotidiano, ma anche uno scopo alla sua vita solitaria. Si rivolge alla milizia per protestare per la requisizione dei suoi mobili, in particolare la scrivania del padre dove aveva riposto la scatola di caramelle con dentro il suo orecchio. La bella calligrafia e la chiarezza espositiva del suo esposto lo fanno assumere nel settore investigativo. E da qui parte un thriller perché il giovane Samson è determinato a scoprire gli autori di un atroce delitto. L'indagine poliziesca s'intreccia con una storia d'amore; un'addetta al censimento viene a vivere con Samson, ma tra loro c'è solo un sussurro del ragazzo, «Sposami»; parola timidamente pronunciata mentre la giovane dorme o fa finta di dormire. Con una punta d' ironia, Karkov scrive come la > la vicinanza senza fretta alcuna di passione rompa la solitudine del giovane Samson, il quale si sente in sogno come > un eroe esausto, (...) mentre una ninfa seminuda vegliava su di lui.   L'abile trama e l'agile scrittura non nascondono la debolezza del thriller e soprattutto non evitano una delusione nel lettore. Dal titolo sembrerebbe che l'orecchio troncato sia al centro del romanzo. Tramite l'orecchio, per un fenomeno miracoloso,  il giovane Samson può ascoltare da lontano, nitidi e precisi, gli intrighi e i pericoli che incombono su di lui. Questa idea non è sfruttata sino in fondo; e questo perché l'autore non intende ricorrere a elementi magici, volendo restare ben piantato in un realismo narrativo, a sua volta carico di una «attesa malinconica» di un qualcosa che cambi il destino dell'Ucraina.  Perché leggerlo? Con lieve ironia racconta la storia sofferta dell'Ucraina.

Andrei KurkovMarsilio
Paese d'ombre
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Paese d'ombre

Il romanzo è ambientato nella seconda metà dellʼottocento in Sardegna a Norbio, una piccola città circondata da boschi secolari. Angelo è rimasto orfano sin da bambino: > tutta la sua vita è un lento passaggio dalla condizione contadina alla condizione borghese, o, come si diceva a Norbio, alla condizione signorile . Questo percorso, che è appunto il filone conduttore del libro, non è un tradimento delle radici contadine, ma anzi è la narrazione di un destino di una persona complessa. Il protagonista è cosciente della realtà pastorale ed istintivamente si inserisce nellʼordine degli istituti borghesi per adoperarli a vantaggio della comunità. La vita di Angelo è la ricerca di un difficile equilibrio tra la salvaguardia dei beni comuni (il bosco innanzitutto) e i diritti di proprietà. Ancora bambino riceve in eredità alcuni possedimenti, che amministra saggiamente insieme alla madre. Ormai ragazzo conquista la fiducia di un ingegnere minerario e diviene il supervisore del taglio dei boschi,effettuato per trarne carbone di origine vegetale. Ed è proprio il profondo disagio che gli deriva dalle modalità di sfruttamento del bosco che spinge Angelo ad una operazione imprenditoriale arrischiata: prendere lui in gestione i tagli dei boschi. Nel frattempo crea una sua propria famiglia, sposandosi prima con una giovane contadina, che sarà il suo unico amore ma che muore dandogli alla luce una bambina, e poi con lʼerede di una delle più ricche ed altolocate famiglie locali. Ricco possidente, stimato da tutto il paese, viene chiamato dai maggiorenti alla carica di Sindaco. In questa posizione Angelo dimostra le sue qualità di ottimo amministratore e il suo attaccamento ai beni comuni: compie infatti unʼ operazione incredibile per la mentalità dei proprietari locali decidendo di fare acquistare al Comune un grande bosco in vendita, così da permettere a tutti i cittadini di usufruire delle ricchezze dellʼeconomia pastorale. Paradossalmente Angelo, ormai vecchio ma ancora Sindaco, muore in mezzo al suo popolo nel tentativo di frenare gli eccessi durante una festa locale, così a sintetizzare la sua lotta per lʼemancipazione della propria gente. La storia si sviluppa lentamente quasi che gli avvenimenti non abbiano niente di straordinario. In un Italia, quella post risorgimentale, deludente, dominata dal malgoverno e dallo sfruttamento dei poveri, «solo le comparse erano uomini autentici». Non sono quindi i grandi uomini e i grandi fatti a fare la storia, ma le «piccole» persone come Angelo, le quali con il duro lavoro, lʼattaccamento alla propria terra e la voglia di imparare, costruiscono la speranza di un futuro migliore. Dʼaltra parte lʼesistenza dellʼuomo si apre e si chiude allʼinterno di un ambiente (i boschi, la campagna, le case del paese) che è «una clessidra di cui si poteva percepire lo scorrere lento della sabbia». Nella descrizione di questo ambiente, più che nellʼanalisi dei personaggi ( troppo stereotipati) e nella critica sociale scontata e generica, la scrittura raggiunge i migliori risultati, rendendo con efficacia lʼascolto e la riscoperta costante del mondo circostante, sempre uguale e sempre differente. > Ma il silenzio della campagna era diverso da quello del giorno prima. Ad ascoltarlo bene, e ogni tanto Angelo si fermava con lʼorecchio teso, si distinguevano tanti piccoli rumori simili alle bollicine dʼaria in un bicchiere di acqua limpida: rotolìo di carri, colpi lontani di unʼaccetta o di una zappa, il su e giù ritmato di una sega, e un alitare di voci umane, invisibili presenze nel fruscìo della pioggia. Poi le voci sparse si fusero ed ebbe lʼimpressione di una folla, di una processione che si avvicinasse a piedi scalzi. Poco dopo, a una svolta, si trovò di fronte i tetti scagliosi di Norbio.... ore le voci suonavano chiare nellʼaria umida; e si udiva anche il rumore sordo e continuo delle piccole mole di pietra.... azionate dagli asinelli bendati che eternamente girano in tondo . Perché leggerlo? Si legge con piacere soprattutto per la narrazione del paesaggio sardo. Delude la trama, che è scontata soprattutto nella parte conclusiva del romanzo, e i personaggi risultano piatti e vaghi. La stessa figura di Angelo non è approfondita nelle sue contraddizioni, tra vocazione contadina e scelte di vita.

Giuseppe DessìClub degli Editori
Palazzo Yacoubian
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Palazzo Yacoubian

Palazzo Yacoubian è un luogo rappresentativo dell’Egitto di oggi, dominato da un regime corrotto e anti-democratico, dove il sopruso, l’astuzia e l’inganno sembrano essere i tratti dominanti. Una giovane ragazza è costretta a subire le avances dei datori di lavoro ma si innamora di un depravato e vecchio possidente, che rischia di essere cacciato di casa dalla sorella. L’ex fidanzato della ragazza non viene accettato dall’Accademia di polizia in quanto figlio di un portiere e, all’università, entra a far parte dei Fratelli Mussulmani. Viene arrestato, violentato e torturato dalla polizia, e, una volta rilasciato, va a vivere in un campo di addestramento e si sposa con una vedova di un altro martire. Viene ucciso durante l’assassinio del commissario di polizia, che lo ha torturato in carcere. Un ricco omosessuale si innamora di un ragazzo, che lo uccide durante una lite. Un affarista si sposa per avere una donna che soddisfi le pulsioni sessuali da vecchio, ma, quando viene a sapere che la donna aspetta un bambino, la fa abortire di forza e poi la ripudia. A sua volta, l’affarista è costretto a pagare una lauta tangente a potenti uomini politici. Con uno stile apparentemente leggero e ironico e con un ritmo narrativo da «romanzetto» in realtà lo scrittore muove una critica feroce sia alla società egiziana che agli stessi Fratelli Mussulmani. In un mondo incombente, i singoli cercano di sopravvivere e di trovare una propria strada: in alcuni casi ciò li porta alla rovina (l’ex fidanzato che viene torturato e ucciso, l’omosessuale che viene assassinato dall’amante, la donna che si sposa con l’affarista e viene ripudiata), altri si salvano, perché trovano l’affetto malgrado le differenze di età (la ragazza e il vecchio depravato). Il romanzo viene portato avanti in modo leggero, tanto da sembrare artefatto e quindi fornire una falsa rappresentazione della società egiziana. Per gran parte del libro non c’è vigore ma lo scrittore sembra far leva sugli aspetti più scabrosi delle vicende. Nell’ultima parte, il racconto assume maggiore forza ed emergono anche sentimenti autentici e non costruiti ad arte.

al-Aswani AlaFeltrinelli Editore
Paradise
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Paradise

Il romanzo ha due principali filoni narrativi. Il primo è un grande affresco storico del Sultanato di Zanzibar poco prima della spartizione dell'Africa Orientale avvenuta nel Congresso di Berlino del 1885. Come spiega un amico di origine indiana al sedicenne Yusuf, agli europei > non interessa il commercio, ma la terra stessa. E ogni cosa che c'è in essa....noi. (...) Perderemo tutto, incluso il nostro modo di vivere . Sarebbe stato facile per Gurnah presentarci la civiltà araba- swahili, che controllava le coste dell'Africa Orientale sin dalla metà del Settecento, come un'era felice prima della conquista europea. La coesistenza di lingue differenti, sedimentatesi nel corso dei secoli, i costumi raffinati dei mercanti, lo splendore dei palazzi e dei giardini, i profumi, le vesti e i gioielli delle ricche matrone, l'osservanza delle regole religiose, sono tutti fattori che ci spingerebbero ad esaltare il mondo precoloniale rispetto al dominio europeo, in questo caso tedesco. Ancora una volta Gurnah ci stupisce, e lo fa, tra l'altro, in modo imprevedibile, raccontando i viaggi dei mercanti verso l'interno dell'Africa, verso i grandi laghi e le montagne, alla ricerca di avorio, oro e schiavi. A ragione, da molti commentatori le spedizioni all'interno descritte nel romanzo sono state comparate a «Cuore di Tenebra» di Joseph Conrad, in cui il viaggio nella malsana foresta fluviale è come una discesa in un mondo oscuro, dove le forze primordiali dell'uomo hanno la meglio sulla civiltà; nello stesso modo in Paradise, partecipando alle incursioni all'interno, il giovane Yusuf diverrà «un uomo lupo»,   > sentii che il bandolo della vita gli stava scivolando tra le mani, ed egli lasciava scorrere il bandolo senza resistenza. (...) Non c'era niente che potesse pensare di fare che lo avrebbe liberato dalle catene della condizione nella quale viveva. E qui giungiamo al secondo filone narrativo. Yusuf è ancora bambino quando viene sottratto alla famiglia per onorare un debito contratto dal padre con un ricco mercante. Lo sradicamento è brusco e definitivo ed è sancito dalla perdita della collanina datagli dalla madre. Si ritrova a crescere in una ricca dimora, imparando il commercio sotto la tutela di un giovane, pure lui, insieme alla sorella, prelevato a pagamento di impegni finanziari non saldati. Nella nuova casa Yusuf è attratto da un meraviglioso giardino nascosto da un alto muro: è un luogo tanto ricco di profumi e di colori che Yusuf > sognava che di notte le fragranze si diffondevano nell'aria e lo spaesavano. Nella sua sensazione intensa di piacere immaginava di ascoltare della musica . E' il Paradiso descritto dal Corano? Il giardino nasconde un segreto: separata dal mondo esterno, vive la moglie pazza del mercante padrone; si è invaghita della bellezza di Yusuf che ha potuto ammirare tramite specchi appesi agli alberi. Ed è proprio per allontanarlo dalle mire della donna che il mercante coinvolge Yusuf nelle spedizioni verso l'interno, da cui il giovane tornerà adulto e determinato a non farsi fermare: vuole scoprire sino in fondo il mistero del giardino. Cosi comprenderà che l'Inferno e il Paradiso si sovrappongono, sono la stessa prigione: come nella Messa di Requiem di Mozart i toni infernali si alternano a quelli paradisiaci, la magnificenza nasconde l'infelicità. Dietro la parvenza di un romanzo storico Gurnah affronta un problema universale ed eterno: quello della libertà. I personaggi sono dominati dalla figura mefistofelica del mercante, sempre calmo, pronto a proteggere così come a cacciare, vero simbolo del potere, che solo un'altra forza può soppiantare. Non facciamoci illudere dai modi, l'essenza del potere è sempre la stessa.  Yusuf preferisce la supremazia dell'europeo, forse più spietata ma senza sotterfugi. Il viso dell'ufficiale tedesco > era la faccia di un cadavere, e Yusuf fu sconvolto dalla sua bruttezza e dallo sguardo crudele. (...) La colonna in marcia era ancora visibile quando sentii un rumore come una porta che si chiudeva dietro di lui nel giardino. Si guardò intorno rapidamente e poi corse dietro la colonna con occhi luccicanti. La scrittura è più composta rispetto a quella di «Sulla riva sul mare», censito in questo sito; è come se l'autore abbia inteso scrivere una cronaca, in cui gli elementi fiabeschi e le digressioni sono limitate perché bisogna concentrarsi sugli aspetti essenziali del racconto. Non ci si perde nella lettura restando sempre vigili su quanto accade; e allora pesa la lunghezza della narrazione, interrotta troppo bruscamente dall'arrivo dello straniero, come se l'autore abbia voluto finire il romanzo in qualche modo. Perché leggerlo? Splendido affresco di una civiltà a noi sconosciuta.

Abdulrazak GurnahBloomsbury
La patria delle visioni celesti
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La patria delle visioni celesti

Il libro raccoglie 12 racconti, ambientati nel deserto libico: > in quella distesa desolata, impenetrabile, in cui aleggiavano spiriti e misteriosi enigmi . Il passato è dʼobbligo, perché il mondo originario del deserto è ormai scomparso, distrutto dal colonialismo crudele degli italiani, dalla dominante siccità e dalle guerre.Le storie sono differenti come contenuti e stili, ma emerge un comune percorso, storico ed umano, della fine della civiltà dei beduini e quindi di una perdita per lʼumanità. Il racconto, che dà il titolo alla raccolta, è senza dubbio il più affascinante ed anche il più misterioso. Padre e figlio avanzano nel deserto: > da quando si erano messi in viaggio il deserto aveva continuato a dilatarsi e ingrandirsi.... generava alla fine un orizzonte spietato, che a sua volta, percorso un ennesimo tratto, ne originava un altro... e in quel limbo che si allungava tra la distesa di sabbia e lʼorizzonte tremolava il miraggio . A che cosa mirava un cammino che sembrava «eterno»? Il padre ha prelevato il figlio, ancora bambino, dallʼoasi. Lo ha fatto perché vuole che il ragazzo sia un «uomo del deserto», perché «chiunque impugni una zappa e ferisca la terra è un schiavo», mentre > il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo . Il viaggio sembrerebbe la narrazione dellʼiniziazione, ma il padre sta cercando qualche cosa: la sua patria, il ritorno alla dimora dei nomadi del deserto. Ma alla fine del racconto scopriamo, con sorpresa, che questa patria è la terra definitiva dellʼoblio: la morte. > Non rimpiangere il viaggio di passaggio che hai dovuto compiere, perché rimanere nella memoria dellʼarcano è meglio che scivolare nel deserto del ricordo . Saranno i racconti successivi a farci capire le ragioni di una scelta così drastica. Pian piano, lʼautore ci conduce alla guerra, narrandoci le vicende terribili, e che noi italiani abbiamo rimosso, della conquista della Libia da parte dellʼesercito fascista e della resistenza eroica e disperata dei libici. Non cʼè acredine, è una cronaca, capace, tuttavia, di darci il senso della distruzione di un popolo. Dove va, ormai, il beduino? «Lʼuomo che si è assuefatto alla guerra non può più farne a meno». Non è corretto dire che il soggetto dei racconti sia il deserto, anche se precisa, quasi naturalistica, risulta la descrizione dellʼambiente, degli animali, dei frutti e delle piante. In realtà il vero tema è la nostalgia. > Tutti noi amiamo lʼorizzonte e piangiamo di nostalgia, vagheggiando ciò che si nasconde al di là del deserto . Ma allora il tema è universale, perché «anche tu come me hai nostalgia dellʼignoto?» La scrittura è estremamente ricca e versatile, passando da uno stile elegiaco e poetico ad uno realista e freddo. Da questo punto di vista il racconto più compiuto è «il voto della vergine». La vita delle giovani del deserto viene descritta con tratti sociologici. Le due ragazze che portano le greggi al pascolo parlano di amori e di sogni, dello sposo promesso, come le ragazze di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Il sole, lʼarsura e il calore sono così intensi da fare impazzire anche i capretti, rendendoli ribelli ed aggressivi. Una delle due ragazze non vive nellʼattesa del cavaliere del deserto che la prenda in sposa: lei sogna lʼacqua, essa è il suo vero innamorato. E quando arriva improvvisa, si getta nella corrente del torrente in piena e si lascia trascinare: > cominciò a spogliarsi... si inginocchiò e lui la strinse tra le braccia. Si avventò sul suo corpo nudo di vergine e lo sommerse delicatamente. Scivolò libera insieme con la corrente.... in fuga verso lʼignoto insieme alla sua bella innamorata . Perché leggerlo? Non si devono cercare la trama, il ritmo narrativo e gli approfondimenti sociali e psicologici. È la narrazione della fine di una civiltà e implicitamente è un atto di accusa.

Koni Ibrahim Al-Edizioni e/o
Per le Antiche Scale
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Per le Antiche Scale

Il libro è ambientato in un manicomio e il narratore (e protagonista) è un medico psichiatra. Nella prima parte del libro viene descritto il carattere di un precedente medico dell’ospedale, grande personalità e uomo di scienza. L’approfondimento della sua figura permette di cogliere tutta una serie di singolarità (non esce mai dal manicomio, ha paura dei temporali, non tocca mai le porte che conducono ai diversi reparti e così via) che fanno emergere una mente piena di paure e comunque animata da un delirio di onnipotenza. Nella seconda parte il romanzo è costituito da una serie di ritratti di malati di mente, dai quali emergono l’ineluttabilità della malattia e nel contempo la profonda umanità dei protagonisti, che sono anch’essi in grado di dare e ricevere amore e con i quali è possibile instaurare un dialogo se si riesce a comprendere il linguaggio. Il vero protagonista è comunque costituito dal manicomio, che sembra dominare sia i sani che i malati. La struttura chiusa determina dei confini invalicabili, che sono innanzitutto psicologici (prima che fisici) tant’è vero che gli stessi medici spesso sono portati a vivere all’interno. Il manicomio non è il paradigma della vita moderna, che, pur apparentemente così libera e aperta, è in realtà chiusa in schemi precostituiti e in una serie di vincoli? E il malato di mente, nei suoi deliri e nel suo peregrinare con la mente, non rappresenta di fatto la vera, e unica, libertà?Lo stile è asciutto, privo di qualsiasi retorica e si sviluppa in modo piano e sereno, contrassegnato da una lieve ironia e da accenti di tenerezza.

Mario TobinoOscar Mondadori
Le perfezioni provvisorie
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Le perfezioni provvisorie

Guido Guerrieri è un avvocato penalista, al quale un collega chiede di verificare se sia possibile riaprire le indagini sulla scomparsa di una ragazza. Anche se di malavoglia, Guerrieri si improvvisa investigatore e scopre una storia di consumo e di spaccio di droga, della quale è rimasta vittima la ragazza. Il giallo è ben costruito. Il lettore viene condotto abilmente alla conclusione, che non è una sorpresa, pur essendo non scontata ci si arriva con la stessa curiosità e ingenuità dellʼautore. Come tutti i romanzi di Carofiglio, alla storia poliziesca si affiancano le vicende personali dellʼavvocato: un quarantenne maturo che vive in qualche modo «sospeso» nel presente, con un passato che si sta perdendo nellʼoblio e una vita sentimentale dal futuro incerto. Ma in fondo in questa sospensione il protagonista ci vive bene perché «solo quello che è provvisorio è perfetto» e anche il passato fa parte di una «specie di presente esteso, simultaneo e accogliente». I pregi principali del romanzo sono costituiti dalla scrittura, leggera ed elegante, e dalla parte investigativa, ben costruita e chiaramente frutto di una esperienza reale sul campo. Il punto di debolezza è il ritratto del personaggio, che appare un pò evanescente e senza che le sue vicende personali, in realtà poco interessanti, si intreccino in modo efficace con il racconto investigativo. Non è un caso che il personaggio assume un suo spessore solo quando si parla di diritto e di legge. Perché leggerlo? La scrittura e la trama rendono il libro molto piacevole alla lettura.

Gianrico CarofiglioSellerio Editore
Pietra di pazienza
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Pietra di pazienza

In Afghanistan una donna si ritrova accanto al corpo del marito, gravemente ferito e apparentemente in coma. > Fuori un poʼ si spara, un poʼ si prega, un poʼ si tace... la camera è piccola. Rettangolare. È soffocante, nonostante le pareti chiare... la camera è vuota. Vuota di ogni ornamento . In una situazione claustrofobica, isolata dal mondo e nel contempo immersa nel turbinio della guerra, la donna, da sempre silenziosa e sottomessa, comincia a parlare, a raccontare i suoi segreti al marito. E lo può fare > perché tu non potevi rispondermi nulla, non potevi fare nulla contro di me... io ero rasserenata . Si realizza una sorta di scambio. Da un lato la donna cura il marito e in tal modo ne possiede il corpo, ormai totalmente dipendente da lei. Dallʼaltro il marito si appropria dei segreti della moglie > Nessuno può crederci, nessuno! Non mangi, non bevi, e sei ancora qui! Infatti è un miracolo. Un miracolo per me, grazie a me, il tuo respiro è legato al racconto dei miei segreti. Si alza, leggera. Poi si blocca in un gesto pieno di grazia come per dire: ma non ti preoccupare, i miei segreti non hanno fine . Fuori il mondo è sconvolto: una vecchia pazza vaga per le macerie, soldati irrompono nella casa e la donna si finge una prostituta per non essere stuprata, ma poi (per compassione?) si concede più volte ad un adolescente balbuziente. Dentro, nel chiuso soffocante della camera, impariamo che la donna si è dovuta sposare ancora bambina, senza conoscere lo sposo, sempre in guerra. Apprendiamo che aveva le mestruazioni quando ha avuto il primo rapporto sessuale, ed è stata una fortuna perché in tal modo ha dimostrato di essere arrivata vergine alla consumazione del matrimonio. Veniamo a conoscenza che la donna, per non essere ricusata, ha avuto le figlie da un altro uomo, perché il marito era sterile. > Questa voce che erompe dalla mia gola è la voce sepolta da migliaia di anni... se ogni religione è la storia di una rivelazione, la rivelazione di una verità, allora, mia sang-e sabur ( mia pietra di pazienza, che ascolti), anche la nostra storia è una religione Una religione che si esprime nel corpo. Noi lettori vorremo che dallʼincontro eccezionale di un corpo maschile con i segreti di una vita femminile nascesse una comunanza tra uomo e donna, perché > quando è difficile essere donna, diventa difficile anche essere uomo! . Ma non è così. Il marito si risveglia dal coma ( o era sempre stato vigile) e si scaglia con furia sulla donna, uccidendola per essere a sua volta ucciso. La fragile unità è andata in frantumi. Questo racconto non è una storia afgana, ossia concepibile solo in quel particolare contesto sociale e culturale. Lʼ autore tratta un tema universale, in una situazione possibile, con le dovute differenze, in tutte le latitudini: la distanza tra uomo e donna, la loro incomunicabilità reciproca, si elide solo eccezionalmente, in un momento di grande sofferenza: accanto al letto di un malato terminale, nella solidarietà per la perdita di un figlio, in mezzo a guerre o distruzioni. Da questo punto di vista è un romanzo tipicamente occidentale, del quale riprende problematiche esistenziali, argomenti narrativi e persino espedienti letterari: per esempio la contrapposizione tra dentro e fuori. Ed è proprio questʼimpronta intellettualistica che delude e rende scontato lʼintero racconto. Lo stile narrativo rende efficacemente la contrapposizione tra dentro e fuori. Gli avvenimenti esterni sono raccontati in modo oggettivo, estraniante, come se fossero indifferenti alla donna. La narrazione dei segreti e del rapporto della donna verso il corpo del marito sono affidati ad una scrittura ricca di suggestioni, di evocazioni religiose e di effetti poetici. La differenza di stili narrativi riflette lʼaccettazione della violenza come un dato e nel contempo la volontà della donna di liberarsi, raccontando i suoi segreti al corpo inerte del marito. Perché leggerlo? Breve ed efficace.

Atig RahimiGiulio Einaudi
La Più Grande
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La Più Grande

> Colei che un giorno sarebbe diventata La Più Grande inciampò in uno sgabello lasciato in mezzo. (...) Tre ciotole finirono in terra rompendosi di schianto. La quarta invece rimase sospesa a un palmo dal pavimento: un bambino allungò la gamba e riuscì a fermarla, in equilibrio perfetto, nell'incavo tra il piede e la caviglia. Fu così che Shi Yu vide per la prima volta Li Wei. In queste poche e chiare parole si sintetizzano le fondamentali linee narrative del romanzo. Come Oliver Twist (si veda la recensione in questo sito) Yu è una piccola orfana che ancora bambina lavora come serva in una misera e lurida locanda: un luogo cui tornerà nel sogno anche quando diventerà una potente e temuta pirata, la nostalgia dell'anfratto dove risiede «la carità feroce del ricordo», come dice Giuseppe Ungaretti (da «Ultimi cori per la terra promessa»). > Era molto tempo che Yu non tornava alla locanda che sorgeva in fondo alla sua anima. (...) Sentiva un grande dolore dentro ma non ricordava perché. Lì, Yu era ancora innocente, sfruttata ma felice; poi dovrà imparare ad essere una comandante di pirati, godendo la libertà dei mari, il piacere dei combattimenti, ma dovendo assumere decisioni difficili, dure e sofferte, come lasciare morire la figlia in battaglia. «La Piu Grande» è un romanzo di formazione, scandito dalla stessa articolazione del racconto, che segue le fasi della vita di Yu. A differenza di Jim di Treasure Island di Stevenson (si veda la recensione in questo sito), Yu non deve divenire adulta; lo è già a sei anni, deve imparare invece ad affrontare le tappe che la renderanno una leader: lottare contro i nemici ed imporsi in un mondo di maschi, comandare degli uomini ( > dovrai imparare a mettere gli interessi della ciurma davanti ai tuoi , le dice l'amico cuoco), subire la prigione e la tortura, liberarsi e condurre la sua flotta alla vittoria contro le navi imperiali, contro l'Avversario, il potente principe eunuco. > Devi essere fiera di te, Yu, mormorò. (...) Allora perché certe volte le veniva voglia di scappare via? (...) A che cosa è servito tutto questo? (...) Voglio solo sprofondare. Nel blu. Nel freddo cuore del mare. Nella pace. Come per i personaggi dell'Isola del Tesoro, il mare, la vita dei pirati, l'avventura, la lotta eterna del bene contro il male la spingono a continuare un'esistenza di lotta, senza che si intravedano la serenità e la quiete. Nell'equilibrismo di Li Wei risiede il terzo filone narrativo: le arti marziali. Il ragazzino è il nipote di un potente maestro dello stile detto dell'Aria e dell'Acqua, con cui è possibile saltare come si volasse e muoversi con leggerezza nell'acqua. Yu impara queste tecniche, potendo anche leggere un libro misterioso, depositario della saggezza di secoli di questa arte marziale. Se Morosinotto avesse dovuto rivolgersi agli adolescenti di inizio Novecento, o ancora a noi ragazzi degli anni'50, avrebbe probabilmente ambientato il romanzo nella favolosa India, tra i pirati di Mompracem, o nelle acque dei Caraibi, tra i corsari. Poiché siamo negli anni duemila e le forme orientali di combattimento emanano un grande fascino, i luoghi del racconto sono i mari della Cina, le città di Shanghai, Macao, Canton e Hong Kong, e il contesto storico è il decadente impero di Pechino, prima dell'aggressione imperialista delle potenze occidentali. Tutto è meticolosamente preciso. ma anche tutto è un po' scontato, al punto che non ci stupiamo quando Yu vola sulle acque né siamo attratti dalla sequenza di movimenti dai nomi suggestivi ma inesplicabili. Per trovare la magia delle tecniche marziali orientali consigliamo di leggere «Kaijin l'ombra di cenere» di Linda Lercari (si veda la recensione in questo sito). E infine c'è l'incontro con Li Wei, l'Amore inseguito da Yu per tutta la vita. «La Più Grande» sa che lo ha sempre amato ma Li Wei pare essere ormai un nemico, al servizio dell'Avversario. E come il Corsaro Nero (si veda la recensione in questo sito) piange davanti ai suoi corsari perché deve abbandonare in una scialuppa la donna amata, perché figlia del nemico cui ha giurato vendetta, così Yu > si asciugò le lacrime con la manica della maglia. Il comandante non può lasciarsi andare davanti ai suoi uomini. > Sapeva che dalle navi tutti la stavano guardando chiedendosi cosa fosse accaduto. Morosinotto è un grande costruttore di trame, come ha mostrato mirabilmente in «Il grande colpo di Crimson City» (si veda la recensione in questo sito); in questo caso la lunghezza non aiuta a dare ritmo alla narrazione, che si disperde in ripetizioni, in una moltitudine di nomi, in un turbinio continuo di digressioni. Yu e Li Wei restano abbozzati senza che il loro amore sia approfondito e arricchito da incontri che non siano frettolosi, da espressioni di sentimenti, anche se tormentati. Finito di leggere il racconto, il lettore pensa quanto sarebbe stato bello sforbiciare un po' alcune parti ridondanti e invece studiare maggiormente i due innamorati, eternamente legati tra loro dall'infanzia, ma eternamente resi distanti da una vita così diversa: Yu pirata, Li Wei funzionario imperiale. La scrittura è incisiva, fatta di frasi brevi e chiare, con uno stile che ricorda Emilio Salgari. I dialoghi sono efficaci così come le descrizioni delle battaglie e dei combattimenti. Alcune scene, come la lotta tra Yu e l'Avversario o le cavalcate sul mare della ragazza, sono estremamente suggestive e lasciano il lettore senza fiato. Perché leggerlo? Avventuroso, anche se talvolta prolisso.

A place called freedom
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A place called freedom

Ken Follett immagina di aver trovato una scatola sepolta nel giardino della casa dove si è trasferito. Dentro trova incisa su un collare  questa scritta: > quest' uomo è proprietà di Sir George Jamisson, anno 1767.(...) se il collare d'acciaio potesse parlare,(...) che storia racconterebbe? Da questo incipit, che ricorda la scoperta di un tesoro, si avvia un racconto che vorrebbe essere storico e sociale, all'Emile Zola, ma diviene presto un fumettone. Siamo nell'Inghilterra della metà del Settecento e già dalla metà del XVI secolo era iniziato lo sfruttamento dei giacimenti di ferro e di carbone del «Black Country», nelle Midlands occidentali inglesi. Le condizioni di lavoro erano durissime, per le rudimentali tecniche minerarie e per l'avidità dei padroni, ai quali i minatori erano persino legati da un vincolo settennale. Uomini, donne e bambini scendevano nelle profondità della terra, numerose e frequenti erano le vittime, dovute principalmente alle esplosioni conseguenti alle perdite di gas. Non restava ai minatori che sognare la libertà in un futuro al di là della vita. > Non guardare più con gli occhi della pietà/vedi la nostra vittoria/quando noi edifichiamo quella città paradisiaca/tutti gli uomini saranno liberi .  In queste parole ci sono la rassegnazione e il riscatto, l'incrollabile volontà alla libertà. Ed è quest'ultima che spinge Mack, un giovane e carismatico minatore, a porsi a capo della sua gente. Pure nella nascente borghesia ci sono impulsi verso la libertà, più vista come una insofferenza verso le strette regole sociali che per una consapevolezza delle condizioni di bestiale sfruttamento del popolo. Lizzie appartiene ad una famiglia un tempo benestante oggi impoverita: la ragazza potrebbe sposare uno dei giovani Jamisson perché è graziosa, di belle maniere anche se troppo indipendente, e soprattutto possiede un terreno particolarmente ricco di carbone. Questa Lizzie è un carattere particolare: ama indossare abiti maschili per potersi muovere più liberamente, cavalcare come un uomo, conoscere la vita dei minatori; ed è inoltre attratta dal magnetismo di Mack, dal fascino che emana: > con orgoglio muoveva il suo corpo potente, la sicurezza con la quale piegava la testa, lo sguardo intenso nei suoi verdi occhi lucenti. Ella si sentiva attratta . Lizzie non vuole riconoscere la passione per Mack, anche quando scende nelle miniere e vede il giovane all'opera, indomito e forte, a salvare la gente durante un'esplosione di gas, quando lo ammira per il suo coraggio di reclamare migliori condizioni di lavoro, e quando infine lo vede nudo emergere dalle fredde acque del torrente, nella fuga verso Londra. Ci vuole tempo perché Lizzie riconosca l'amore per Mack, e insieme il desiderio di libertà. Sposerà uno dei due giovani Jamisson, bugiardo, rammollito e ottuso, con lui andrà in Virginia in una piantagione di caffè, dove incontrerà di nuovo Mack, portato schiavo dall'Inghilterra, ed è con lui che troverà la libertà nel selvaggio West. C'è da chiedersi cosa intenda Ken Follett per libertà: i costumi indipendenti e trasgressivi di una giovane borghese, aspirazioni più vicine alle nostre che a ciò che una ragazza potesse avere nell' Inghilterra del XVI secolo, o invece l'emancipazione di un popolo che inizia un  cammino verso i diritti e la giustizia sociale della classe operaia? Se pensiamo che lo scrittore è simpatizzante del partito laburista, il romanzo testimonia, sotto traccia, l'involuzione del pensiero socialista: da movimento operaio a liberalismo di sinistra. Dov'è la libertà? Solo nel selvaggio West, lontano dai vincoli borghesi della società. Non sarebbe stato meglio approfondire la vita sociale e individuale di un nascente mondo operaio nell' industria mineraria e metallurgica, che avrà un'importanza determinante nella rivoluzione industriale e nella nascita di una coscienza di classe?  Scritto, come in tutti suoi racconti, in un bell'inglese, elegante e arricchito anche da parole gergali, una trama articolata e talvolta avvincente (come nella visita di Lizzie alle miniere), il romanzo presenta i soliti difetti di Ken Follett: tante vicende che si sovrappongono (lo sfruttamento dei minatori, la lotta dei portuali londinesi, lo schiavismo e l'aspirazione d'indipendenza  dei coloni americani), e personaggi poco approfonditi, in particolare Lizzie, che dovrebbe essere il perno dell'intera storia. Quale nostalgia per le ragazze di Jane Austen! Perché leggerlo? Si legge agevolmente, anche se alla fine risulta piatto e prolisso.

Follett KenPan Macmillan books
Il prato in fondo al mare
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Il prato in fondo al mare

Stanislao è il nipote di Ippolito Nievo: scrittore, poeta e grande patriota del Risorgimento, morto all'età di 29 anni. Si deve ad Ippolito uno dei capolavori della nostra letteratura dell'Ottocento: «Le Confessioni di un italiano», la cui recensione è disponibile in questo sito. Il 4 marzo del 1861 il battello a vapore Ercole, partito da Palermo per Napoli con a bordo Ippolito, scomparve nel tratto di mare tra Capri e la penisola Sorrentina. Morirono tutti: con Nievo si perse anche la contabilità dell'esercito garibaldino e quindi la prova della correttezza della gestione finanziaria della spedizione, oggetto di calunnie e accuse da parte del governo piemontese. Fu un naufragio dovuto alle condizioni del mare o fu una bomba che mise fine alla vita di Ippolito e sotterrò negli abissi documenti di fondamentale importanza? Stanislao ricostruisce questa vicenda e indaga sui misteri che circondano la scomparsa della nave. Non bisogna aspettarsi una storia poliziesca: è la ricerca > di qualcuno perduto e avvolto da una strana luce che talvolta confondeva la verità . > Elegante, distaccato, viso morbido, occhi marroni, mobilissimi, (...) romantico, razionale nell'azione , Ippolito è un mito; di lui e della sua morte non se ne parlava nella famiglia Nievo, quasi che solo il silenzio potesse immortalare un personaggio che non desiderava altro che l'oblio.  La ricerca di Stanislao prende le mosse da una visione. Guardando un francobollo dedicato allo zio, d'improvviso > il mare si ingrandì, diventò enorme, in grandezza naturale. Il volto si allargò e divenne chiarissimo poi si dissolse riapparendo di colore naturale e allontanandosi nel mare che lo avvolgeva. Nel bollo l'uomo aveva una macchia rossa sul petto. Era un berrettino da guerra, rosso. Rimase il colore e cambiò la forma che si mise a pulsare. (...) Scomparve tutto nel mare che era diventato una porta azzurra . E' una allucinazione; essa dà l'impronta all'intero romanzo, apparentemente costruito intorno ad una trama razionale, in realtà scandito da una serie di ritratti, alcuni di essi di grande suggestione. Pensiamo al capitolo «l'ultimo minuto», capitolo che da solo vale la lettura del libro. Con un realismo inquietante e affascinante l'autore ripercorre il naufragio, immaginando anche i pensieri dell'ultimo minuto, quando «apparve ad ognuno la vecchiaia che non avrebbe mai vissuto», fino a quando > si accesero alcune luci. Erano creature del fondo ad organi elettrici. Nessun altro assisté all'arrivo sul fondo del vascello napoletano. Si adagiò con una carezza silenziosa e chiuse dentro il suo misero carico . Viene in mente una delle poesie di Ippolito ( «le lucciole» citata nel libro): > la mia mente somiglia un praticello/Pieno di lucciolette all'ora bruna/ Dove il chiaror in questo lato o in quello/ Tremulo guizza senza posa alcuna . L'adagiarsi sul fondo del vascello evoca gli ultimi capitoli, nei quali l'autore racconta le immersioni in profondità per rintracciare il battello o almeno alcuni resti di esso. E' una descrizione realistica e dettagliata: tra numerose imbarcazioni adagiate sul fondo (quanto è immenso il mare! e quanta umanità è seppellita nelle sue profondità!) Stanislao realizza come la sua indagine fosse > un'onda che mi trasportava senza direzione e senza leggerezza. Dove? (...) La solitudine pian piano si svuotò delle sue immagini. Tutto divenne estraneo, leggero. Mi sentivo una galleria dove il vento scuoteva le strutture. E mi conduceva lontano, nel nulla. (...) Fui gettato nella memoria di solitudine  del naufrago che cercavo. Ippolito, una settimana prima di sparire, scrisse: «morirò per morire e tutto sarà finito»  E' inutile la ricerca: Ippolito Nievo vuole restare un mito e un mistero deve essere la sua scomparsa. Come si fa a raccontare la vita e la morte di uno zio, di un padre o di un nonno? Come si riesce a dare il senso di una devozione? Stanislao dà una risposta sconcertante: lo si fa cercando sé stessi, in un turbine di ritratti e riflessioni, nel quale il ricordo della persona venerata resta lì sospeso, nella memoria e nell'immaginazione. Come è scomparso Ippolito Nievo? Non lo sapremo mai, ma per un nipote che importanza ha? Non deve scrivere una biografia né portare avanti un'indagine storica: deve riscostruire nella sua mente, anche affidandosi alla fantasia, il carattere essenziale dell'uomo. Per Ippolito era la solitudine, d'altra parte, diceva: > le lucciole brillano nel mio cervello all'ora bruna, scintillando tra dense ombre . Come il capolavoro dello zio anche il romanzo di Stanislao è discontinuo: a capitoli di grande efficacia narrativa e persino esilaranti (pensiamo alla parte intitolata «le stalle di Augia» dove si racconta la peregrinazione negli archivi di stato), si susseguono pagine confuse e ridondanti, come gli incontri con chiromanti ai quali chiedere lumi su dove trovare il battello, inutili digressioni sull'efficacia delle pseudo scienze. La scrittura sorregge il romanzo, con frasi brevi, dialoghi serrati e un parsimonioso ma efficace uso degli aggettivi; tuttavia l'autore non riesce ad evitare che il ritmo diventi prolisso e dispersivo. Se lo zio Ippolito ha avuto la giustificazione di non aver potuto rivedere il suo capolavoro prima che andasse alle stampe, caro Stanislao! Tu non hai alcuna scusa: alcune belle sforbiciate avrebbero fatto bene al racconto. Perché leggerlo? Per il capitolo «l'ultimo minuto» e per riscoprire le Confessioni di un italiano.

Stanislao NievoMarsilio
Quaderno proibito
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Quaderno proibito

Se in «Balzac e la piccola sarta cinese» di Dan Sijie (si veda la recensione in questo sito) una ragazza di campagna > ha imparato da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo , per Valeria è l'acquisto di un quaderno con cui una madre di famiglia, per tutti ormai «mammà», può esaurire > senza colpa il suo segreto di essere ancora Valeria. Non è un semplice diario ma un ripostiglio «proibito», d'altra parte > tutte le donne nascondono un quaderno nero, un diario proibito. E tutte debbono distruggerlo. E' dall'angolo di visuale di un quaderno, prospettiva singolare e magica, che si sviluppa una storia ambientata negli anni' 50, in un Italia povera e tradizionale, ma già in trasformazione per l'incipiente sviluppo economico. L'io narrante è Valeria stessa, ovviamente; efficiente e impegnata madre di famiglia, scopre che > imparare a comprendere le cose minime che accadono tutti i giorni, è forse imparare a comprendere davvero il significato più riposto della vita. Ma non so se è un bene, temo di no. (...) Questo quaderno, con le sue pagine bianche, mi attrae e allo stesso tempo mi sgomenta. Tramite il diario proibito Valeria si accorge che il marito, alla superficie così premuroso, l'ha incapsulata in uno stereotipo di brava moglie e madre, nascondendole, anche lui, di aver scritto un romanzo e di sperare di pubblicarlo. Pure i due figli, la ribella Mirella e il fragile Riccardo, la vedono nello stesso ruolo, non immaginando che sia possibile un'altra vita per «mammà». Si accorge come in famiglia, > pur volendoci tanto bene, ci difendiamo l'uno dall'altro come nemici. Alla figlia che la vede stanca e la vorrebbe aiutare, Valeria le dice: > non ti occupare di queste cose, Mirella. (...) Poi più piano, ho aggiunto: «Vattene», (...) temo che qui ci siano molte brutte cose, molte bugie. Forse non te lo dirò più, ma ricordati che te l'ho detto stasera: salvati, tu che puoi farlo. Vattene, fa presto. (...) No, io sono una piccola borghese e sono più familiare col peccato che col coraggio e con la libertà. Come dice Maria Luisa Spaziani nella poesia «Il presente», > ora so cos'è vivere: un gioco crudele che inchioda profonda ogni fibra alla ruota del tempo. In «Nessuno torna indietro», lasciando il collegio e prendendo strade diverse, tutte le amiche in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, rassegnandosi al ruolo, tradizionale o trasgressivo, che affidiamo alla donna. In «Dalla parte di lei» solo un atto estremo, l'uccisione del marito, salva Alessandra da una vita che non appaga la profondità dell'animo femminile. (si vedano le recensioni di questi due romanzi in questo sito). In «Quaderno proibito» non c'è una via d'uscita: la famiglia è una gabbia troppo potente e crudele per permettere a una donna di realizzarsi come individuo, fuori dal ruolo di moglie e di madre. Come dice Nadia Terranova, > scrivere è sempre un atto sovversivo, è riapparizione dei conflitti anche quando si vogliono azzerare. Al di là della storia e dei personaggi, in fondo banali, è questo il senso più vero del romanzo; > la scrittura non è mai innocente, non sa stare al suo posto ed è tutto tranne che astratta, tracima sui corpi, riverbera sui visi. Solo gettando nel fuoco «il libro», è possibile impedire alle donne e agli uomini di conquistare la libertà. La scrittura di de Cèspedes è elegante e ariosa. La trama torna spesso su sé stessa, in attesa di una soluzione che arriva, forse, troppo in là; l'amore del dettaglio spinge spesso l'autrice a ripetersi, in approfondimenti e vicende ridondanti e inutili ai fini della narrazione. E' il punto di vista, «il quaderno proibito», che impedisce al romanzo di essere una tipica storia familiare, dandole unitarietà e originalità che altrimenti mancherebbero. Perché leggerlo? E' il desiderio di tutti noi scrivere un diario, ma ne abbiamo paura. , Mire

Céspedes Alba deOscar Mondadori
Quando Teresa si arrabbiò di Dio
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Quando Teresa si arrabbiò di Dio

È la storia degli antenati di Alejandro, dalle loro origini ebraico-europee alle loro traversie sudamericane. Sono tutti personaggi incredibili con vicende di vita altrettanto inverosimili. Il romanzo si sviluppa dalle storie dei bisnonni sino all’incontro dei genitori secondo un percorso che va da un irrealismo delirante a una crescente verosimiglianza delle vicende e dei protagonisti. Non è possibile sintetizzare in poche parole i contenuti del romanzo: si possono chiarire i temi fondamentali con le stesse parole dell’autore: > noi non siamo gli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Nulla potrà cambiare il corso dell’Era industriale... l’importante è sopravvivere e per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia . La storia, la realtà attuale, gli uomini, tutto il mondo (presente, passato e futuro) devono essere visti tramite l’immaginazione e il mito, che esalta le caratteristiche delle persone rendendo possibile situazioni e vicende che, ricondotte a un concreto realismo, renderebbero estremamente pesante vivere; > non chiederti chi sei, perché non sei nessuno. Non sei mai esistito. Come me... Siamo degli impostori, in questo mondo che non è autentico, dove non c’è nulla di vero e il reale è un miraggio. Uniformi da ogni parte, copie di copie di copie, ogni vestito, ogni corpo, ogni anima è un travestimento... siamo morti fin dall’inizio dei tempi. Nessuno è mai nato... Strangolami, liberami da questa menzogna ; > non so se i ricordi precedenti alla mia nascita corrispondano al vero o siano semplici sogni. Non ha importanza. Comunque la realtà è la trasformazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico . Lo stile e il ritmo narrativo corrispondono ai contenuti espressi: si sviluppa in modo veloce e convulso, senza dubbio attraente ma alla fine talmente delirante da diventare in certi tratti noioso e superficiale.

Alejandro JodorowskyFeltrinelli Editore
Ragazzi di vita
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Ragazzi di vita

> Faceva caldo che non era scirocco e non era arsura, ma era soltanto caldo. Era come una mano di colore data sul venticello, sui muri gialletti della borgata, sui prati, sui carretti, sugli autobus coi grappoli agli sportelli. Una mano di colore chʼera tutta lʼallegria e la miseria delle notti dʼestate del presente e del passato. (...) E nei centri delle borgate, nei bivi, come lì al Tiburtino, la gente si ammassava, correva, strillava, (...) pure nei posti più solitari cʼera della confusione, con file di maschi che andavano in cerca di qualche zoccoletta, (...) tutto un gran accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno, con centinaia di vite umane che brulicavano tra i lotti, le loro casette di sfrattati, o i loro grattacieli. E tutta quella vita, non cʼera solo nelle borgate della periferia, ma pure dentro Roma, nel centro della città, magari sotto il Cupolone . In una Roma dei primi anni ʼ50, ma in realtà senza tempo, Pasolini racconta lʼesistenza quotidiana di ragazzi di borgata, poveri e cenciosi, i quali, > in disordine come uno sciametto di mosche sʼun tavolo sporco (...) volevano (...) prender di petto, così, il mondo in generale, con tutta la razza degli uomini che non se la sapevano divertire come loro . È una «compagnia paracula» di maschi, narrata nel loro romanesco volgare, così lontano dallʼitaliano artefatto della borghesia. > E mo qqua che famo? - disse Alduccio. Famose na camminata a ppiedi, va! - disse il Begalone. (...) Continuarono a sganassare per un poʼ pure quando le mignotte non li potevano più sentire, piegandosi sulle ginocchia, appoggiandosi al muretto o dandosi caracche: più che ridere facevano dei versacci con la bocca e sputavano. (...) Erano tutti e due ingrifati, che avrebbero fatto pure con una vecchia di settantʼanni. (...) Quanto ssoʼbbone! - gridò il Bègalo. Bòne erano due ragazze sedute sugli scalini del tempietto: due bionde gajarde su tutte le ròte, con delle sottane alla cercamarito che sfondavano, e con la scollatura che gli si vedevano mezze zinne di fuori. (...) Quale te manneresti pellʼossa, - chiese Begalone - ʼa bionda o ʼa roscia? - Tuttʼe ddue, - fece lʼaltro. (...) O tuttʼe ddue o nissuna pecché si no lʼaltra pija dʼaceto . Ovviamente rimangono entrambi in bianco perché le due non se li filano. Il libro è un insieme di brevi storie con protagonisti gli stessi ragazzi; non cʼè una trama, sono spicchi di vicende umane. Il più bello è «Il bagno sullʼAniene», legato al racconto finale: la Comare Secca. Su un fiume putrido, pieno di immondezza e degli scarichi di una vicina fabbrica, un brulicare di giovani e di ragazzini si spogliano ignudi, togliendosi i lerci e miserevoli vestiti, prendono il sole, giocano e si fanno scherzi e prepotenze, si gettano in acqua, per trovare refrigerio, per lavarsi e per dimostrare di essere uomini, nuotando tra le pericolose correnti del fiume. Sono scappati da miseri ed angusti alloggi, per fuggire ad un padre violento ed ubriacone, per allontanarsi dalle grida delle madri, da sorelle adolescenti ma già incinte: cercano la libertà. Come un gruppo di gatti randagi se la prendono con il più debole, al quale viene dato fuoco, mentre «i ragazzini continuavano a calciare gridando». Spavaldi, annegano attraversando a nuoto il fiume; dinanzi alla morte si reagisce con indifferenza. > Si sentivano da sotto Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio; e già cominciavano a salire aiutandosi con le mani su per la scarpata. \- Tajamo, è mejo - disse tra sé il Riccetto . I racconti rimangono sempre in sospeso, senza uno sviluppo perché non cʼè un futuro per il sottoproletariato urbano; e forse è meglio così, perché, se emergessero dalla loro condizione miserevole, questi ragazzi perderebbero il loro fascino, la loro veracità, così da non permettere di fare > lʼesperienza immediata, umana, come si dice, vitale, (...) (laddove) il bombardamento ideologico non ha ancora toccato se non genericamente i problemi del sesso. (...) Quindi, placatisi la necessità sociologica, io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia . Così scriveva Pasolini nel 1958 in un articolo sulla rivista Città Aperta. In questa rappresentazione estetizzante del sottoproletariato non cʼè il gusto intellettuale di «una regressione momentanea» dalla cultura alta alla sotto cultura? E poi la libertà cercata dai «ragazzi di vita» sulle acque dellʼAniene, nelle notti romane a Villa Borghese, non si è poi evoluta comunque nella violenza gratuita e criminale degli anni ʼ80? Non sono questi i precursori della Banda della Magliana? Dietro a giustificazioni biografiche e sociologiche Pasolini nasconde un profondo pessimismo sullʼItalia, una visione conservatrice e una totale incomprensione della società moderna. La peculiarità del romanzo di Pasolini risiede nellʼuso della lingua dei «parlanti» della periferia romana. Pasolini riprende le tracce di Fogazzaro, di Verga e di Gadda cercando di narrare con il linguaggio effettivamente parlato. Se questo è il pregio fondamentale, in quanto riesce a dare spessore ai personaggi e alle situazioni, il limite del libro sta nella sua staticità: non cʼè trama e alla fine annoia. Perché leggerlo? È un romanzo originale dal punto di vista stilistico.

Pier Paolo PasoliniGiulio Einaudi
Rapsodia irachena
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Rapsodia irachena

> Le parole che sopravvivono al loro autore vivono di vita propria. Si spostano, prendono nuove forme, generano nuovi significati. E mantengono sempre la loro intrinseca ambiguità . Questa riflessione di Ibn Khaldun, vissuto nel ʼ300 e considerato uno dei massimi filosofi arabi, introduce il senso di questo breve racconto. Siamo nellʼIraq degli anniʼ80, durante la sanguinosa guerra tra il paese di Saddam Hussein e lʼIran. La repressione della dittatura è particolarmente dura ed investe tutti gli aspetti della società, anche la sfera più personale. Lʼautore immagina che venga ritrovato il manoscritto di un giovane detenuto di nome Farat, il quale è stato incarcerato e torturato senza un vero motivo, se non quello di non conformarsi alle idee e alle regole del regime, perché crede che «la fantasia combatte la realtà». In prigione gli vengono offerti dei fogli bianchi ed una matita. > Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò il silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in essere mitologici, che si scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tuttʼattorno a me per guardarci attraverso . Il foglio bianco è un dono, che sembra dire: «prendimi e faʼ di me ciò che vuoi!» E il giovane comincia a narrare episodi della sua vita, ritrovandosi «qua(la)ggiù», dentro e fuori dal carcere nello stesso tempo. Ed anche il lettore, come il giovane narratore, si lascia trascinare nella delicata freschezza della quotidianità: lʼaffettuoso rapporto di Farat con la nonna, unica parente rimastagli, le piccole astuzie per sfuggire ai penosi e ridicoli rituali del regime, il diffuso sarcasmo con cui si esprime la rabbia verso un potere indifferente alle esigenze del suo popolo, la ricerca di letture autentiche, il desiderio di poesia e di verità ed infine la scoperta dellʼamore e del corpo femminile. In questo peregrinare tra i ricordi e le parole poco importa se ci si dimentica di apporre i segni diacritici, lasciando spazio allʼambiguità propria di una lingua come lʼarabo, ricca di radici semantiche e di possibili variazioni e combinazioni delle lettere dellʼalfabeto. Ciò che interessa a Farat sono lʼingenua dolcezza e la lieve ironia che hanno contraddistinto la sua breve vita, prima del carcere. Il «laggiù» permette di sopportare il «quaggiù», ma è come accovacciarsi «davanti al muro di questo vasto incubo». > Generati dal bianco dei fogli, dei soli squarciano le tenebre di questa notte e richiamano unʼaltra galassia. Ma sono soli prigionieri, anche loro intrappolati dietro a file di sbarre . Quando in pieno vaneggiamento il giovane narratore racconta della sua liberazione, anche noi lettori ci crediamo, ma poi ci ricordiamo che siamo nel 1989. «Questo è il mio ultimo foglio... Sì voglio scrivere ancora». Per apprezzare pienamente il racconto bisogna estraniarsi dalla realtà irachena e dal crudele destino di Farat. Bisogna lasciarsi immergere nei vari e sparsi episodi della sua vita, nei tanti deliziosi frammenti del romanzo. Farat si innamora: > quel giorno stavi sfogliando una rivista. Eri sola, ferma come unʼisola di silenzio in mezzo al fragore degli applausi e degli slogan, incurante di quel circo abietto che ti circondava. A lezione tentavo sempre di sedermi vicino a te e, mentre gli studenti cercavano di declinare i verbi francesi nei vari tempi, io cercavo di declinare al presente i dettagli del tuo corpo. Li leggevo con la voracità di un bimbo che impara una nuova lingua . Lontano dalla filosofia del linguaggio, in fuga dalle dittature sanguinarie e ottuse, rimane impressa lʼeterna storia della giovinezza, aperta al mondo, irriverente, irrequieta e ingenua. Perché leggerlo? Un delizioso racconto, se ci si dimentica del contesto.

Antoon SinanFeltrinelli Editore
La regina dei castelli di carta
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La regina dei castelli di carta

Il libro prende le mosse dalla scena conclusiva del precedente volume di Larsson: la ragazza che giocava con il fuoco. Lisbeth Salander, dopo aver ferito gravemente il padre, è stata salvata dallʼamico Mikael Blomkvist. È tuttavia molto grave e viene operata e ricoverata in ospedale. Nel frattempo unʼunità speciale dei servizi segreti cerca di far rinchiudere nuovamente Lisbeth in manicomio per evitare che si vengano a sapere le trame ordite per molti anni, ai danni anche di importanti uomini politici, e che si basavano sulla figura del padre di Lisbeth. Questʼultimo viene ucciso da uno dei servizi segreti, vengono compiuti altri omicidi e soprattutto si costruiscono le prove per incolpare nuovamente la ragazza. Complementare alla vicenda principale si sviluppa lʼazione di Mikael, un vero giornalista, che raccoglie informazioni e riscontri per salvare la ragazza e smascherare i servizi segreti «deviati». Si mette poi in moto anche una azione da parte dei servizi segreti «buoni», che operano, congiuntamente a Mikael, per smascherare lʼunità deviata e recidere il «cancro» che rischia di distruggere la democrazia svedese. Come è abitudine dellʼautore si aprono altre vicende, una delle quali vede protagonista la socia, ed amante, di Mikael, che va a dirigere un giornale importante, subisce diffamazioni di carattere sessuale ed è costretta poi a dare le dimissioni quando scopre che il proprietario del giornale sfrutta lavoro minorile in un paese del estremo oriente: ciò non evita, come vorrebbe il vero giornalismo, di pubblicare lʼinchiesta e rovinare lʼavido presidente. Il tutto, poi, si conclude felicemente con la liberazione di Lisbeth e il trionfo del giornalismo dʼassalto e di un paese, lui sì, che possiede robusti anticorpi. Il tema di fondo del libro sembra essere la contrapposizione tra il bene e il male: al medico cattivo si contrappone quello buono e preparato, al procuratore superficiale e facilmente manovrabile si contrappongono poliziotti e giudici onesti e così via. Il conflitto è troppo evidente ed talmente privo di ambiguità da divenire scontato. È un thriller, ma più ancora dei due primi libri dellʼautore, la trama si sviluppa in modo lento e talvolta noioso, è appesantita da una moltitudine di personaggi e da una ridondanza di dialoghi rispetto allʼazione vera e propria. Appare, poi, totalmente inverosimile la forza di unʼunità operativa costituita da pensionati dei servizi segreti, e quindi fin dallʼinizio appare evidente che la minaccia verrà sventata facilmente. Inoltre, la molteplicità dei temi trattati ( la deviazione dei servizi segreti, la capacità reattiva delle istituzioni democratiche, i doveri di un vero giornalismo ,che deve investigare e dire la verità, le intimidazioni di carattere sessuale, la fatica delle donne di affermarsi) generano un senso di dispersione che contribuisce a far perdere un filone comune nella lettura. Ci si perde nelle parentesi con il risultato di una minore efficacia del racconto. Ciò che rimane è lʼinvidia per un giornalismo investigativo ed onesto così lontano da quello italiano: se ci fosse anche nel nostro paese una rivista come Millenium!!

Stieg LarssonMarsilio
Romanzo Criminale
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Romanzo Criminale

Siamo nella Roma degli anniʼ70 e 80, in unʼ Italia che si affaccia alla società dei consumi ed è attraversata dal terrorismo e da disegni eversivi. Alcuni giovani della periferia romana decidono di > affermare in modo indiscutibile una signoria destinata a durare per sempre sulla Vecchia Mignotta . Da sbandati si fanno banda e diventano i padroni di Roma: sono la famosa Banda della Magliana. A dare forza al gruppo sono lʼamicizia, un leader (il Libanese) e > il sogno di contare finalmente qualcosa, tutti insofferenti dei vecchi capi e degli stranieri che vengono a spadroneggiare in casa nostra. Tutti accesi dalla fantasia di prendersi una buona volta la vecchia mignotta eterna con tanto de lupa e gemellini. (...) Ma neanche questo era del tutto vero. Di là da tutti i programmi, ben oltre la ragione, il cemento di ogni cosa era lʼazione . Non cʼè quindi da stupirsi se la loro ideologia politica sia quella fascista, se il gruppo graviti intorno allo squadrismo nero. Nella loro corsa verso il dominio criminale della città, la banda fa i conti, e si allea suo malgrado, con una serie di organizzazioni e personaggi di contorno: la mafia e la camorra, che riconoscono alla banda il controllo di Roma, ma ne decidono i confini e se ne servono per i loro fini criminali; gli intermediari, che permettono di riciclare il denaro sporco in affari puliti o quasi; le istituzioni (la polizia, la magistratura, gli avvocati, il carcere), che in qualche modo favoriscono le azioni criminali della banda, talvolta inconsapevolmente per una visione legalistica della giustizia e molto più spesso perché sono colluse, corrotte ed acquiescenti. Ma sopra il tutto cʼè il Vecchio, che > comandava unʼunità informativa (dei Servizi Segreti) dal nome neutro (e giocava) a disordinare il mondo . È il grande burattinaio e la banda uno dei burattini: > prendi un deviante o supposto tale, lo fai deviare, lo afferri mentre sta deviando. (...) E adesso teneva il Libanese e i suoi ragazzi. Per farne cosa? Per giocarci, naturalmente . Lʼunico ad accorgersi della trappola è il Freddo, il "puro«della banda, che urla al Libanese:»così adesso stiamo sotto padrone! E che padrone, poi! Lo Stato! Lo Stato sporco! > Nellʼapatia e codardia generale lʼunico a contrapporsi alla banda è un commissario di polizia: Nicola Scialoja. A lui è chiaro, sin dallʼinizio, che si è di fronte ad unʼorganizzazione criminale, e non semplicemente ad una banda di piccoli delinquenti, che la droga era la chiave di tutto. (...) Chi controlla il mercato della droga controlla la città. I ragazzi del Libanese controllavano la città > ; e lentamente capisce che dietro alla banda cʼè un burattinaio, il quale manovra da un oscuro ufficio dei Servizi Segreti. Scialoja è lʼeroe positivo: caparbiamente combatte la banda; viene sconfitto, tradito, denigrato, ma non abbandona la presa. Assiste al disfacimento della banda della Magliana. Il Libanese viene ucciso e da quel momento si rompono i legami che tenevano unito il gruppo: i ragazzi andavano su strade diverse. (...) La lealtà del gruppo diventava lealtà dei gruppi > . Scialoja sa che la banda diviene più fragile, cerca di colpirla in tutti i modi, ma finché il Vecchio la protegge, tutti i suoi sforzi si infrangono sul muro dellʼomertà, della corruzione e della collusione. Scialoja sconfigge la Banda della Magliana solo dopo che il Vecchio, ormai morente, lo designa come suo erede, cooptandolo come capo del suo oscuro ma potentissimo ufficio. Lui aveva il diario del Vecchio! Era il depositario della storia segreta della Repubblica. (...) Poteva praticamente tutto. Aveva il potere. (...) Ma mentre si infilava in ascensore, (...) provò una piccola, dolorosa fitta in fondo al cuore. Nel momento del trionfo, da quali mai oscuri recessi del passato affiorava questo incomparabile senso di sconfitta? > Il racconto può essere letto da differenti punti di vista: cronaca romanzata di vicende reali, affresco desolante della società italiana e di Roma in particolare, dolorosa e rassegnata denuncia del male oscuro dellʼItalia: la perversa connessione tra politica, malavita, imprenditori marci, Servizi segreti deviati.... quando questo cancro sarà estirpato... se sarà estirpato... > . Cʼè una chiave di lettura più semplice: la storia di un gruppo di ragazzi, del loro desiderio di ribellione e di libertà, e di come i loro sogni, e la loro amicizia, si infrangono nella palude romana del denaro, della droga, dei compromessi. Quando Roberta, dopo aver fatto lʼamore, gli chiese per lʼennesima volta perché facesse tutto questo, (il Freddo) riuscì a trovare la risposta sincera: perché così me sento libero > . Nel prologo, un superstite della banda, dopo aver ucciso a sangue freddo un piccolo delinquente, indifferente ai pianti, al rumore dei passi, alle sirene che sʼavvicinavano, gli volse le spalle, e puntata lʼarma contro la luna bastarda urlò, con quanto fiato aveva in corpo: io stavo col Libanese!" Il contesto è il pregio fondamentale del libro. I difetti sono i personaggi e la trama. I primi sono degli stereotipi, esaminati in modo superficiale, forse perché lo scrittore non privilegia le vicende di alcuni rispetto a quelle di altri: tutti si affollano sullo stesso piano e tutti scompaiono e ricompaiono facendo perdere al lettore il filo dello loro peripezie e dei loro sentimenti. La trama si evolve lentamente, senza sorprese, in modo ripetitivo: passano gli anni, si evolve la banda, ma i fatti sembrano sempre gli stessi, come se gli atti criminali siano monotoni, perché sempre uguali a sé stessi; se non cʼè un grande scrittore, che li dà spessore e ritmo, sopraggiunge la noia. Perché leggerlo? È una parte della nostra storia, ma il romanzo è alla fine prolisso e noioso.

Giancarlo De CataldoGiulio Einaudi
Rossovermiglio
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Rossovermiglio

> Mi pare di essermi persa in una grotta sotterranea piena di anfratti pericolosi e labirintiche cavità che non conosco, altrettanti crepacci in cui posso scivolare. Questo mi succede adesso, quando guardo avanti e mi accorgo che non cʼè più strada, e allora mi volto indietro e vedo che di strada non ce nʼè neanche lì . La protagonista, lʼio narrante, è ormai unʼanziana signora, che vive in un podere in Toscana dove è riuscita a produrre un vino di grande qualità, Rossovermiglio. Con la mente ritorna ormai spesso a tempi lontani e il romanzo si sviluppa, infatti, nella continua alternanza tra presente e passato. Nata in unʼaristocratica famiglia torinese, va sposa molto giovane ad un uomo del suo stesso ceto sociale. È un matrimonio combinato che non porterà che infelicità alla giovane donna. Tradita, offesa nei suoi sentimenti più profondi, respinta dalla freddezza del marito e di una classe sociale formale e vuota, la protagonista decide di rifugiarsi in Toscana in un podere che ha ricevuto in eredità dal fratello. E qui conduce una vita isolata, con i suoi amati cavalli e la crescente passione per la terra. Quando si ripresenta un uomo di cui si era a suo tempo invaghita. Nasce una relazione e la giovane si trova incinta. Ma lʼuomo scompare e la donna, per salvare le convenienze, decide di far apparire il proprio figlio come il bambino dei fattori. Come mai lʼuomo è scomparso? Sino a questo momento la protagonista appare come una «bella addormentata»: giovane ricca, irrequieta, un pò eccentrica, sulla quale scivolano i grandi cambiamenti della storia, come il fascismo, la guerra mondiale, la lotta partigiana, lʼavvento della repubblica. Ma proprio alla fine della sua vita, la protagonista scopre che lʼuomo amato è scomparso perchè ha ricevuto una lauta somma dal marito, il quale, pur lontano, si è ulteriormente intromesso nella sua vita. È stata condannata a vivere come volevano gli altri. Dal suo ceto sociale non ha ricevuto che dolori ed inganni, mentre è circondata dallʼaffetto e dalla lealtà della gente del luogo. Solo la terra (le viti, gli olivi, il bosco) è qualche cosa di fermo e di vero. > A volte smonto da cavallo e mi siedo su un sasso, e resto lì a guardare questa terra sempre uguale nel tempo, con questi colori e questi odori, lenta e silenziosa come lʼho conosciuta . Ma dʼaltra parte «noi non viviamo tragedie, abbiamo solo dispiaceri». Allʼinizio del romanzo il lettore rimane un pò sconcertato della vacuità delle vicende, degli ambienti e dei personaggi. Ma che ci importa di nobili che disperdono il proprio patrimonio in ricevimenti eleganti e raffinati? Prima la scrittura, molto squisita e accurata, e poi la crescente scoperta che la superficialità e la non attualità della vita aristocratica sono la chiave interpretativa del romanzo. Noi viviamo una vita, spesso, «fatta di niente» e quindi ci troviamo trascinati dal caso e dagli altri. Perché leggerlo? È scritto in un bellʼitaliano.

Benedetta CibrarioFeltrinelli Editore
Sardinia Blues
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Sardinia Blues

Tre ragazzi, Davide il protagonista, Licheri e Corda, trascinano la propria vita in una Sardegna ben diversa da quella conosciuta dai turisti: ci sono il sole e il mare, ma ci sono soprattutto la noia e la voglia di evadere dalla provincia per vivere nel mondo. Tutti tre i ragazzi hanno trascorso diverso tempo allʼestero innamorandosi di donne fantastiche, delle ballerine, ma poi sono tornati delusi alla propria terra per trascorre il tempo tra discoteche e furtarelli. Il protagonista, Davide, è talassemico ed è quindi costretto a continue trasfusioni di sangue. Ma la sua malattia non è la causa del suo male di vivere: ciò che soprattutto incide sono la morte della madre e la distruzione della sua famiglia, con il nuovo matrimonio del padre e la lontananza, anche spirituale, della sorella. Il romanzo galleggia per gran parte tra la descrizione della vita notturna dei tre ragazzi,i ricordi di Davide della sua adoloscenza e della sua vita a Londra, le fugaci relazioni amorose , gli episodi di piccola furfanteria: tutto è portato avanti con leggerezza e rassegnazione, senza rabbia, quasi accettando lʼinutilità della vita. Poi la vicenda precipita: Davide va a letto con Daniela, una delle ragazze più belle della discoteca, i due ragazzi vengono sorpresi dal fidanzato, che li uccide. Il tema fondamentale del romanzo è lʼessere sardi: > sovente abbiamo cenato e fumato io e i miei amici, disquisendo dellʼamore e dellʼarte, dellʼessere sardi e del significato o meno di questo fortuito elemento della nostra esistenza, della nostra voglia di viaggiare e di capire il mondo, delle nostre fobie e della nostra inconcludenza . Ed è proprio la necessità di superare il localismo, «le paranoie identitarie e antidentitarie», che costuisce il tratto più interessante del libro: in una Italia sempre più resa piccola e provinciale dalla retorica del territorio questo romanzo è un inno, forse non voluto dallʼautore, alla globalizzazione, allʼapertura verso il mondo, al fatto di «accettare che siamo come gli altri». Non è un caso che Davide faccia sempre riferimento a stranieri, quando racconta degli altri talassemici: la malattia accumuna e non divide. La prosa di Sorigo è molto particolare e innovativa: la narrazione si sviluppa senza punteggiatura ( o con la punteggiatura sbagliata), come se le parole si susseguissero senza controllo, giocando tutto sulla musicalità e sugli accostamenti verbali. Il riferimento è la poesia piuttosto che la prosa. Questo approccio stilistico è talvolta efficace, ma rende la lettura frammentaria facendo perdere il senso complessivo del romanzo, che diviene, alla fine, un insieme di episodi e di impressioni.

Flavio SorigaBompiani
La scimmia dell'assassino
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La scimmia dell'assassino

> Per chi non mi conosce, sarà bene dire anzitutto che non sono un essere umano. Sono una scimmia antropomorfa. (...) Come sono finita tra gli uomini non lo so, e verosimlmente non lo saprò mai. Sally Jones, la scimmia narratrice di questo romanzo, è intelligente, le manca solo la parola, ma comprende il linguaggio degli umani, sa scrivere (e così che comunica), è bravissima a riparare oggetti meccanici, dai motori di una nave agli strumenti musicali sino a una vecchia macchina da scrivere, con cui presumibilmente ha scritto «le sue memorie». Le sue doti (abilità tecniche, impegno sul lavoro, profondo senso dell'amicizia) l'hanno resa la compagna indispensabile di un solitario uomo di mare, proprietario di un vecchio battello. Trovandosi a Lisbona, in attesa di un carico da trasportare, Sally Jones e il suo capo s'imbattono in Alphonse Morro, ( > aveva la faccia magra e pallidissima e uno sguardo tormentato), che noleggia la nave per andare a ritirare un carico, ufficialmente delle piastrelle, in realtà casse piene di armi. In una successione di eventi imprevedibili (l'affondamento del battello, l'incontro inaspettato con Alphonse Morro ( > gli occhi sembravano fuori dalle orbite dal terrore ) e la scomparsa di quest'ultimo in mare, il capitano è accusato di avere ucciso Morro, il cui cadavere non viene trovato. Mentre l'uomo è portato in prigione, Sally Jones fugge in una Lisbona ostile e oscura. Si ripara tremante e affamata in un sotto tetto, quando le arriva, come in sogno, un canto, > una voce triste e bellissima, (...) e di colpo, senza capire il motivo, mi sentii pervadere da una sensazione di calore. (...) La donna era seduta davanti alla finestra aperta di un abbaino. Cantando lavorava a qualcosa che teneva sulle ginocchia. Portava uno scialle e i capelli scuri erano raccolti in una crocchia spettinata. Da questo punto in poi il racconto si sviluppa in una serie di avventure, che portano Sally Jones in fuga da Lisbona nella lontana India per poi tornare nella città portoghese, sempre determinata a dimostrare l'innocenza del suo capitano. Sarebbe lungo ripercorrere le vicende, sempre contraddistinte da colpi di scena, da nuovi personaggi e da una soffusa atmosfera di malinconica speranza. Da dove nasce la dolce forza di Sally Jones, questa strana scimmia? Nasce dall'Amore, il quale si esprime nel profondo legame che unisce la scimmia con le persone che incontra, che l'aiutano e che lei aiuta: la triste Anna, povera operaia e meravigliosa cantante di Fado, Fidardo lo scontroso riparatore di strumenti musicali, il custode del cimitero dove Sally Jones scopre la tomba della fidanzata di Morro e la sua triste storia d'amore, l'eccentrico maharajah, verso cui Sally Jones non è cortigiana ma sinceramente amica, e infine lo stesso Alphonse Morro, in realtà vittima sofferente, attanagliata dal rimorso. Ci sono anche i cattivi, chiaramente più forti della povera scimmia; quante volte Sally Jones si rannicchia sul letto, sente venire le lagrime, sovrastata dalla paura e dalla nostalgia! Caparbia, apparentemente fragile ma sicura nei suoi valori, Sally Jones è messaggera di speranza, in un momento in cui ne abbiamo molto bisogno, adolescenti e adulti. Il romanzo è articolato in tre parti: la prima e l'ultima ambientate a Lisbona, la seconda in India. C'è da chiedersi per quale motivo l'autore abbia dedicato tante pagine al soggiorno di Sally Jones presso il maharajah, dissipando in banali descrizioni l'atmosfera affascinante di Lisbona. Leggendo le pagine ambientate nella città portoghese, ci si sente pervasi da quel senso malinconico di vivere che distingue Lisbona; ed è stato molto bravo l'autore a dare colori differenti alle strade e al cielo, nella prima parte cupi, nell'ultima solari, quando Sally Jones torna dai suoi amici e ai suoi luoghi. E' che dire del canto, il Fado, che attraversa l'intera narrazione, e che riesce a trasmettere persino al maharajah la dolce tristezza della musica portoghese, capace di trasformare un uomo egocentrico in un animo generoso e benigno, almeno una volta nella sua vita. La trama non sarebbe stata sufficiente a dare spessore alla storia. E' la scrittura a connotare l'intera narrazione: fluida, apparentemente semplice, con un'alternanza di dialoghi, riflessioni e stati d'animo della scimmia, e di abili descrizioni d'ambiente; lo stile avvince il lettore, anche nelle parti sinceramente prolisse e ridondanti. Perché leggerlo? Sally Jones pare personificare gli imperativi categorici di Kant: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Jakob WegeliusIperborea
Senso ed altri racconti
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Senso ed altri racconti

Camillo Boito, fratello maggiore del più famoso Arrigo, fu un esperto dʼarte, impegnandosi marginalmente nella letteratura. Eppure i suoi racconti sono incredibilmente moderni per la freddezza e lʼamoralità con le quali lʼautore affronta lʼegoismo ambiguo e inenarrabile che si nasconde dentro lʼanimo umano. Nella storia più nota, «Senso», Livia è una donna, dura, superficiale e vanesia, che affida ad uno «scartafaccio» un terribile segreto. E lo fa con la gioia di > confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ancora molto giovane, ma già sposa di un ricco ed anziano aristocratico, ha come amante un ufficiale austriaco. Pur riconoscendo che è un uomo dissoluto, cinico e di pressoché nulli principi morali, Livia è travolta dalla passione fisica. La descrizione dellʼinizio della loro relazione è una lezione di maestria letteraria. Con poche parole, leggere e velate, lʼautore esprime la profonda sensualità del rapporto tra Livia e il suo amante. La donna è in una vasca, nuda, sdraiata supina in uno stato di compiacimento della sua bellezza, della «bellezza rosea della pelle», quando, attraverso le ampie aperture che collega la vasca con lʼarea dedicata agli uomini, irrompe lʼamante. > Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo.... ritto in piedi, mezzo velato dallʼacqua, ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva ringraziare i numi e dicesse: Finalmente! Ma lʼuomo si rivela ben presto un furfante, che chiede continuamente quattrini alla ricca contessa, sino al punto di portarle via anche i gioielli per corrompere i medici ed evitare di andare in guerra. Livia vive a Trento, lʼuomo deve stare a Verona, dove è il corpo militare al quale appartiene. La lontananza permette allʼuomo di ingannare ancora lʼamante, dichiarandole la sua fedeltà mentre se la spassa con altre donne, approfittando dei soldi della contessa. Ma lʼamore cieco si può trasformare in un odio crudele. Livia si accorge del tradimento e per vendetta denunzia lʼamante, che viene fucilato. Questa infamia peserà per sempre sulla coscienza di Livia o è stata solo la conclusione infelice di un capriccio? Lʼautore non dà una risposta a questa domanda, non gli interessa esprimere un giudizio morale né tanto meno effettuare unʼanalisi sociale. In fondo lʼautore è come un pittore che deve rappresentare, con tutti i suoi chiaro scuri, un paesaggio, uno stato dʼanimo, un sistema di personaggi: niente di più. La trama narrativa è il pregio fondamentale di Boito. È lineare, semplice, ma ricca di suspense. Un altro aspetto interessante dello stile dellʼautore consiste nella descrizione dei paesaggi, soprattutto dellʼambiente premontano, che gli doveva essere particolarmente caro. Cʼè una cura attenta del dettaglio, quasi verista, accompagnata da una trasfigurazione che fa leva sulle immagini e sui colori. Si prenda ad esempio questo brano, tratto da un racconto minore, «Il demonio muto». > In mezzo a quelle due chine brulle dʼun colore cupo rossastro si vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un monte lontanissimo. Le nubi sʼerano squarciate e, sul largo campo azzurro, da quellʼangolo basso saliva saliva una nuvola bianca, illuminata dal sole. Prima sembrò una corona dʼargento posta sul culmine del monte lontano; poi si espanse, invase una gran parte del cielo. Pigliò figura di un toro immane, che si avanzasse con la sua testa cornuta... Poi, in un minuto, il toro mutò apparenza: la testa da grossa che era si allungò, divento il grugno di un porco e la figura, che prima era maestosa, diventò grottesca . Perché leggerlo? È piacevole, un intrattenimento non banale.

Camillo BoitoL'Unità
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The Shadow King (il Re Ombra)

Il romanzo è ambientato in Etiopia durante l'occupazione italiana (1935-1941). La prima parte, intitolata «Invasione», parla della guerra, tra l'ottobre 1935 e il maggio 1936, che condusse alla conquista di Addis Adeba da parte delle armate italiane e alla fuga di Hailè Selassiè; le altre due parti, «Resistenza» e «Ritorno», raccontano la sanguinosa guerra partigiana, che minò profondamente le velleità italiane di colonizzazione dell'Etiopia. Infine, un breve epilogo si svolge nel 1975 quando Menghistu destituì e imprigionò Hailè Selassiè. Oltre alla ricerca storica, in particolare quella di Angelo del Boca («Gli italiani in Africa orientale», volumi I e II), l'autrice ha attinto alla documentazione fotografica, pure di fonte italiana. Ed è proprio dalla «foto come memoria», che prende le mosse la narrazione, sin dalla presentazione della protagonista: la serva Hirut.  Un fotografo francese visita nel 1935 la casa di un feudatario etiope e gli viene chiesto un ritratto della servitù. > Questa è Hirut. Questo è il suo largo viso amichevole con uno sguardo curioso. Gli occhi pieni di luce sono sospettosi ma tranquilli, (...) una ragazza graziosa con un collo sottile e attraente e spalle leggermente curve. (...) Guarda lontano dall'obiettivo, e cerca di non socchiudere gli occhi, il viso rivolto al sole accecante. (...) Nessun'altro modo per ricordare il corpo incontaminato che una volta portò con la leggerezza di una bambina . La descrizione della società feudale etiope e della condizione femminile è impietoso: sfruttamento bestiale dei contadini, sottomissione totale della donna, anche quella appartenente alla casta feudale, violenze e abusi sessuali. Hirut è una giovane orgogliosa,  conserva la spada lasciata dal padre, per affetto e per affermare il rango al quale ritiene di appartenere; l'arma le viene tolta dal padrone perché alle donne non è concesso combattere. Le continue disubbidienze di Hirut vengono represse violentandola e le altre donne, invece di esprimerle solidarietà, la condannano all'emarginazione. Il suo destino non è poi così diverso da quello della sua padrona: l'aristocratica Aster, anch'ella costretta a riconoscere la superiorità del marito, umiliandosi. Quando Aster chiede di combattere riceve un netto rifiuto. > Torna indietro qui con le tue donne. (...) Lei lo guarda a lungo, un tempo sufficiente a far sì che il risentimento scompaia dal viso. Lascia che scivoli tra loro come un sipario calato su un palcoscenico. Poi annuisce e va via. La condizione femminile cambia radicalmente quando, dopo la sconfitta, inizia la resistenza e il ruolo delle donne è fondamentale per una lotta che richiede il coinvolgimento di tutta la popolazione. Sappiamo da Angelo del Boca che ci furono numerose e famose donne partigiane; stiamo parlando di protagonisti realmente vissuti, anche se trasfigurati dall'immaginazione. L'esilio di Hailè Selassiè scoraggia il popolo etiope nella lotta contro gli italiani;  si ricorre ad un stratagemma: si sfrutta la somiglianza di un mendicante con il Negus per diffondere la voce che il sovrano sia tornato. L'uomo deve farsi vedere tra i villaggi; ad accompagnarlo è una splendida amazzone: Hirut. Da serva umiliata e sottomessa la giovane diviene una combattente, essenziale per dare verosimiglianza all'inganno, ma lei stessa è un'eroina per gli atti di valore e di coraggio A questo punto irrompe nel racconto un nuovo personaggio: Ettore, un fotografo italiano di origine ebrea, il quale, per paura di essere denunciato e perché è un pusillanime, si presta a fotografare i più orrendi crimini commessi dagli italiani. Siamo a pagine drammatiche e di alta qualità narrativa. L'autrice attinge alle foto di questo dimenticato soldato  per documentare la ferocia dei nostri connazionali. Vengono condotti continui rastrellamenti e le persone catturate, generalmente vecchi, donne e bambini, vengono gettati in un burrone e, mentre volano nel vuoto, urlano i loro nomi, per dire che hanno avuto una vita, erano esseri umani. > Ciò non può essere annientato: che ripeta il suo nome fino a quella caduta finale, (...) e l'eco della sua voce è il lamento funebre del mondo, la terra maledicendo questa crudeltà. (...) Aveva trovato il modo di non ascoltare le loro preghiere e maledizioni quando si agitavano, con l'eleganza di una danza, sul crinale del precipizio per quell'ultima fotografia. (...) Ogni fotografia è divenuta un giuramento non mantenuto con sé stesso, una rottura nelle difese che si è creato per ignorare ciò che egli realmente é: l'archivista di oscenità, il raccoglitore del terrore, una testimonianza di tutto ciò che ci penetra e dissolve la nostra autostima e lascia morti gli esseri umani. Il lungo romanzo ha raggiunto il suo apice, drammaticamente epico; poi, spossato da tante immagini orrende e disumane, si ripiega su sé stesso in un inverosimile legame tra la virile e determinata Hirut e il fragile e ipocrita Ettore. Liberiamoci di un possibile equivoco: il romanzo non è un atto d'accusa contro il nostro Paese. L'autrice narra un destino delle donne: ad esse vengono riconosciute indipendenza e prestigio solo quando danno un contributo alla lotta per la liberazione, in questo caso contro l'italiano invasore. Hirut si conquista un ruolo combattendo e rischiando di essere torturata, violentata e uccisa; in questo modo si riscatta dello stupro subito, quasi che questo fosse una sua colpa. C'è in lei una forza che ci affascina, in particolare perché si contrappone alla debolezza caratteriale e valoriale di Ettore. Nel contempo l'autrice desidera raccontare la tragedia dell'Etiopia, aggredita, sconfitta perché avvelenata dall'uso criminale di gas nervini (con decine di migliaia, forse centinaia, di morti tra la popolazione civile), soggetta poi ad una repressione che non risparmiò nessuno. Purtroppo, Maaza Mengiste non è Chimamanda Ngozi Adichie ( si veda su questo sito «half of a yellow sun»): non riesce a muovere dai personaggi per narrare una storia di popolo; i protagonisti restano stereotipi sui quali, tuttavia, l'autrice scarica troppi temi esistenziali (si pensi alla relazione tra Ettore e suo padre); la tragedia dell'Etiopia è un poema epico, anche per il ricorso ad alcuni espedienti, come il coro e i momenti di sospensione su Hailè Selassiè, sinceramente ridondanti. I due livelli restano separati, è evidente che  l'autrice si trovi maggiormente a suo agio quando assume toni lirici e drammatici. Sotto il profilo della scrittura il romanzo si avvia un po' stentato; poi la scrittrice assume sicurezza e crescente capacità stilistica, con un ricco lessico e con forme sintattiche sempre più espressive. L'eccessiva lunghezza non aiuta l'efficacia complessiva della narrazione e si fa fatica ad arrivare alla fine Perché leggerlo? Per noi italiani è indispensabile fare i conti con il colonialismo.

Maaza MengisteCanongate Books
Signoria
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Signoria

Siamo nella Spagna nel 1799. Don Rafel è il potente cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona. Lʼautore lo descrive sinteticamente come un uomo > la cui vita era caratterizzata da una bramosia costante e dallʼinquietudine dellʼinsoddisfazione, che lo spingeva a sognare senza essere poeta, a innamorarsi senza essere un dongiovanni, a scalare posizioni sempre superiori agli altri, sperando di raggiungere la felicità. Ma, siccome era intelligente, sapeva mantenere le posizioni conquistate, pur a costo dellʼodio e dellʼinvidia altrui . La sua abilità e la sua spregiudicatezza gli avevano permesso di salire nella scala sociale sino ad arrivare ad una posizione impensabile, lui non aristocratico, e ad un patrimonio ragguardevole. Potente e temuto sembrava inattaccabile e si faceva chiamare con il titolo di Sua Signoria, preludio ad una baronia. Un episodio apparentemente marginale, lʼomicidio di una cantante, lo trascina nel baratro. La donna è stata assassinata dopo avere avuto un rapporto dʼamore con un giovane poeta, Andreu, che viene accusato del delitto. A casa del giovane viene trovato un documento, dove emerge che don Rafel ha ucciso la sua amante.Il potente cancelliere fa in modo che il giovane, pur innocente, venga condannato rapidamente e mandato al supplizio. Ma la situazione precipita: il delitto di don Rafel è a conoscenza di altre persone, che o lo ricattano o cercano di vendicarsi della morte del giovane. Don Rafel non ha rimorsi ma teme lo scandalo e «si chiedeva quando avrebbero iniziato a gettarglisi addosso per toglierli tutto». Preso dalla disperazione, va a confessarsi ma rivela davanti al confessore tutto il suo cinismo: dinanzi alla richiesta del prete di consegnarsi alla giustizia dice candidamente che > la legge è un insieme di arbitrarietà raccolte in un Codice e la giustizia è ingiusta per definizione . Neanche Dio può accoglierlo e a quel punto non gli resta che il suicidio. È una società decadente quella descritta dal libro: bramosia di denaro e di potere, abusi e violenze verso i più deboli, vita fatta di apparenze e di squallide vicende sessuali. Sembra lʼItalia di oggi!! Anche i rapporti autentici vengono distrutti in una società corrotta e contribuiscono a creare le vittime predestinate: lʼamore di Teresa per Andreu ha portato a regalargli il medaglione che sarà la prova della condanna; le lettere, ingenue e piene di affetto per Andreu, di Nando, lontano da Barcellona e ignavo della sorte dellʼamico, diventano crudeli e insulse alla luce della situazione del giovane condannato. La scrittura è piacevole ma la storia si sviluppa lentamente, girando intorno alla figura di don Rafel senza mai investigarla a sufficienza,tanto che la drammaticità della conclusione appare scontata e improvvisa nello stesso tempo, quasi a voler chiudere un racconto troppo lungo. Perché non leggerlo? Ha la lunghezza di un trhiller senza esserlo.

Jaune CabréLa Nuova Frontiera
Soldati di Salamina
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Soldati di Salamina

> Nel 1989 era stato pubblicato il mio primo romanzo; (...) il libro fu accolto con assoluta indifferenza. Ne seguirono una lunga depressione e la rottura del matrimonio, quando, a salvare il fallito scrittore, arrivarono la sensuale Conchi e la miracolosa vicenda di Rafael Sànchez Mazas. La prima era una chiromante, > cui piaceva da matti uscire con un giornalista (un intellettuale, diceva lei) e che danzava cantando > Terra gloriosa al mio cuore,/terra benedetta di profumi e passione,/(...) Ahimè quanto dolore,/allontanandomi, Spagna, da te,/perché mi strappano dal tuo roseto. L'episodio, famoso e incredibile, è ambientato nel 1939 alla fine della guerra civile. L'esercito repubblicano in ritirata verso la Francia portò con sé un gruppo di gerarchi falangisti per fucilarli. Sànchez, fondatore del movimento falangista e poi ministro franchista, riuscì a fuggire salvandosi, e costruì intorno a questa vicenda la sua aureola di eroe immortale. Cercas immagina che il nostro scrittore fallito venga in possesso di un taccuino in cui Sànchez aveva annotato quanto era avvenuto: il nome della famiglia contadina che lo aveva accolto e il riferimento a non precisati «amici del bosco». Notizie frammentarie, contraddizioni tra le diverse versioni e lo stato stesso del taccuino, che pareva contraffatto, portarono l'aspirante scrittore a supporre che tutto fosse falso: > una colossale fandonia minuziosamente ordita dall'immaginazione di Sànchez Mazas, (...) per riscattarsi dalla fama di codardo , per occultare qualche episodio disonorevole delle sue strane peripezie di guerra. L'indagine su documenti e sul campo porta a convalidare l'intera vicenda: la fucilazione e la fuga sono veramente avvenute e «gli amici del bosco» sono tre ragazzi renitenti alla leva che si erano nascosti tra la boscaglia e aiutarono Sànchez; presenza rimossa dal gerarca per non ammettere che era stato aiutato da giovani coraggiosi ma non fascisti, lui il grande poeta della Patria. Resta un episodio che, chi sa perché?, l'aspirante scrittore non approfondisce.  In un racconto che pare tratto da «Una nobile follia» di Ugo Igino Turchetti, cui si è ispirato probabilmente Fabrizio De André per la Canzone di Piero (si veda la recensione in questo sito), il nostro aspirante scrittore così descrive l'avvenimento. > Il soldato lo sta guardando; Sànchez Mazas lo fissa a sua volta, ma gli occhi stanchi e miopi non riescono a interpretare ciò che vedono; sotto le ciocche di capelli bagnati e l'ampia fronte e le sopracciglia grondanti, lo sguardo del soldato non esprime compassione o odio e neppure disprezzo, ma una sorta di segreta o insondabile allegria, (...) e a un certo punto urla al vento senza smetterlo di fissarlo: «Qui non c'è nessuno!». Per divenire realmente scrittore, il nostro dovrà scoprire chi era questo soldato: la narrazione abbandona la cronaca, prende slancio e mistero, e svela un vero eroe discreto, al servizio della Libertà e della Spagna, un resoconto di fatti realmente accaduti, con personaggi reali. E' inutile obiettare che ogni romanzo è reale per il lettore e quindi tanto vale inventare i personaggi di cui non si ha notizia. A differenza di Carrére, che per scrivere di Limonov, attinge a piene mani dalle biografie dello stesso scrittore e politico russo (si veda la recensione in questo sito), Cercas porta avanti un'indagine investigativa da buon giornalista.  Peccato che quando scrive un resoconto, anche se brillante, la narrazione si appiattisce, diviene noiosa e il lettore si chiede perché farlo quando ci sono gli storici. Al contrario, in tutte le pagine in cui lo scrittore si affida alla fantasia e al mistero (si pensi alla figura di Conchi e alla scoperta del soldato eroe) il racconto cambia di segno, diviene intrigante e piacevole. Alla fine si percepisce la passione quando lo scrittore esce allo scoperto e inneggia all'eroe soldato. Dovremmo trovare un confine tra fiction, cronaca e storiografia; noi viviamo nel presente ed elaboriamo il passato sui fatti del presente, ma la rappresentazione del passato condiziona le nostre visioni della realtà e quindi va trattata con cura, perseguendo la «verità» sulla base delle metodologie di ricerca storica. La scrittura scorre fluida e lievemente maliziosa. L'autore crea un'atmosfera quasi irreale, così che gli avvenimenti, anche drammatici, e i personaggi ballano una danza sulla musica della celebre canzone. Il pregio è proprio uno stile narrativo distante da quello giornalistico, capace di farci sognare. Il difetto principale è la trama, confusa e ripetitiva. Perché leggerlo? E' interessante la storia, alcune pagine sono veramente belle.

Javier CercasGuanda
La sonata a Kreutzer
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La sonata a Kreutzer

Durante un lungo viaggio in treno i passeggeri cominciano una discussione sullʼistituto del matrimonio. Ci può essere affinità spirituale nella vita coniugale o essa non è che > un inferno orripilante, per via del quale si finisce alcolizzati, ci si spara o si ammazza ? La conversazione si interrompe bruscamente quando un viaggiatore dichiara di essere «quello che, guarda un poʼ, ha ucciso la moglie». Ed inizia a narrare la sua storia. Come la maggior parte degli uomini ha condotto per molti anni una vita licenziosa, frequentando bordelli e disprezzando le donne, delle quali cercava solo il piacere sessuale. Poi, come tutte le persone della sua classe sociale, si è ammogliato, perché così si deve fare. Già nella luna di miele, > lʼinnamoramento si era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e ci ritrovavamo lʼuno di fronte allʼaltra nellʼeffettiva natura dei nostri rapporti, che erano quelli di due egoisti, assolutamente estranei lʼuno allʼaltra, che non desideravamo nulla più che trarre dallʼaltro quanto più piacere possibile . Per molte pagine la storia è lʼoccasione per parlare del matrimonio e più in generale delle relazioni tra uomo e donna: riflessioni sulle quali ritornerà più chiaramente Tolstoj nella postfazione. Dobbiamo vivere una vita autentica, dice il grande scrittore russo, al servizio di un ideale superiore: lʼamore per Dio e per il prossimo. Su questa strada il matrimonio, mera ottemperanza a regole esteriori, è un elemento di disturbo, perché > si finisce per dedicare il periodo migliore della propria esistenza, rispettivamente gli uomini ad adocchiare, ricercare e possedere i migliori oggetti dʼamore, sotto forma di relazioni amorose e matrimonio, e le donne e le ragazze ad attirare e coinvolgere gli uomini in una relazione o nel matrimonio . E a chi gli ribatte che il matrimonio legittima i rapporti sessuali senza i quali non ci sarebbe la procreazione e quindi si estinguerebbe la specie umana, Tolstoj risponde in modo drastico: > un cristiano sarebbe consapevole di non commettere peccato o di non cadere, sposandosi, solo nel caso che il necessario per lʼesistenza di tutti i bambini del mondo fosse garantito . Ma allora il racconto è un saggio morale? In gran parte sì e così lo hanno interpretato i contemporanei. Ad un certo punto, però, cʼè una svolta inattesa. Il protagonista, lʼassassino narratore, assiste al concerto della moglie, che suona, insieme con il suo amante, un pezzo di Beethoven, il primo presto della Sonata a Kreutzer. Molti autori hanno scritto della musica, il più delle volte accostando lʼascolto ad un elevazione dellʼanimo umano. Tolstoj ci stupisce ancora una volta. > Dicono che per effetto della musica lʼanima si elevi: sciocchezze, non è vero! (...) La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, del mio reale stato dʼanimo, mi trasferisce in una situazione diversa, estranea; sotto lʼeffetto della musica mi sembra di sentire quello che in realtà non sento, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. (...) Su di me, quanto meno, questo pezzo ha avuto un effetto tremendo; mi sono rivelati dei sentimenti che mi parevano del tutto nuovi, nuove possibilità che prima di allora non conoscevo. Non come avevo fino allora pensato e vissuto, ma come se una nuova voce parlasse nella mia anima . E si solleva nella coscienza del protagonista una forza irrefrenabile, che il lettore ha già incontrato nelle ultime pagine di Anna Karenina, immediatamente prima del suicidio: > un qualche demone, certo estraneo alla mia volontà, escogitava e suggeriva le ipotesi più raccapriccianti . Da questo momento in poi il racconto, prima lento e un poʼ noioso, diviene incalzante e travolgente, sino ad una scena drammatica. Tornato dʼimprovviso a casa, sorprende la moglie e il presunto amante nel salotto; prima aggredisce lʼuomo, il quale fugge, peraltro non inseguito («era ridicolo correre in calzini» anche durante un omicidio prevale la decenza borghese!); poi si scaglia sulla moglie, pugnalandola a morte. Ha pure lʼimpudenza di chiederle perdono. «Perdonarti? Sono sciocchezze. Se solo potessi non morire!» risponde la donna. Il racconto si gioca tutto nelle ultime quaranta pagine, sia dal punto di vista letterario che per quanto riguarda i contenuti. La narrazione dellʼomicidio, come atto finale di un lucido e folle odio, è di una forza espressiva incredibile: pur prevedendo lʼinevitabile conclusione, il lettore spera fino allʼultimo che succeda qualche cosa (un ravvedimento della coscienza, lʼintervento di qualcuno), poi si arrende dinanzi ad una frase terribile nella sua fredda constatazione. > Ho sentito e ricordo lʼostacolo momentaneo che frapponeva il corsetto, e sotto ancora qualcosʼaltro, poi il coltello che affondava nel morbido . La riprovazione di Tolstoj per lʼuomo è chiara e netta: la vittima è la donna, il colpevole è il marito, il quale è ben cosciente di ciò che sta facendo. I giudici decideranno diversamente e giustificheranno lʼomicida per il presunto adulterio. Non lo proscioglierà la coscienza e il racconto si chiude con una disperata richiesta di perdono. Perché leggerlo? Se si superano le prime ottanta pagine, si può leggere una storia di femminicidio, narrata da un grande scrittore.

Lev TolstojLa Repubblica
Spaccanapoli
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Spaccanapoli

Il libro è una raccolta di racconti scritti tra il 1943 e il 1947 ed esprime lo sforzo dell'autore di fare i conti con la realtà, con l'umanità rigogliosa, carnale, amorale e scaltra di quella «babele della storia», che è Napoli: da qui probabilmente il titolo di Spaccanapoli, l'arteria dove gravita da sempre la vita della città. Diciamo subito che i conti con la realtà non sono riusciti pienamente ed infatti la narrazione è impregnata di una speranza sognatrice e malinconica.  Nel primo racconto («La figlia di Casimiro Clarus»), in un paesino dell'Italia del nord, «dove gli uomini sono cortesi e vivono di poche parole», ormai anziano, il narratore crede di intravedere la donna amata da giovane e la chiama: nella fantasia la vorrebbe di nuovo ma non c'è, si è sbagliato. «Portava sempre un cappello giallo, a larghe falle, con le viole nel nastro.»Subito dicevo, Katy, sei qua? No, non ci sono, rispondeva. Allora rincorrevo quella farfalla > . Se ci si può permettere di scrivere ancora di tiepidi amori prima della guerra, dopo Rea sentii il bisogno di usare un sistema linguistico più aderente alla nuova realtà > . I racconti successivi sono bozzetti della società napoletana, dove il cinico istinto di sopravvivenza prevale e permette ai personaggi di tirare avanti. Si prenda L'Americano > . Un povero garzone di fornaio approfitta delle attenzioni della moglie del padrone, invaghisce di sé la duchessina  e infine, montatosi la testa, fa venire da Taranto una prostituta con la quale crea scandalo e invidia insieme. Avendo ucciso il fidanzato della duchessina fugge in America dove diviene un ganghesterro, ingravida una misera prostituta, fa i soldi e torna in Italia, abbandonando la ragazza al suo destino. Sbarcato mi recai dalla Madonna di Pompei. (...) Ché io diventi un vecchio che pare un fanciullo, perché io non ho fatto male a nessuno, ve lo dico come un figlio. (...) Io vi compro gli scarpini di brillanti. (...) Io sono un buon' uomo. (...) 'Vai, fece la Madonna con un dito > . Pare di leggere una novella di Boccaccio. L'influenza del grande scrittore del trecento si intravede in un altro racconto, L'interregno«. L'avvio della narrazione ha il timbro della peste descritta da Boccaccio.»Nel nostro mite paese, la guerra era giunta per fama«. Si temeva il ritorno della pace, perché»era anche quello della legalità commerciale e delle tasse sui profitti di guerra. (...) Molti sfaccendati dovevano all'oscurità il fiorire dei loro commerci clandestini. (...) Gli appartenenti alla mezza classe ne smaniarono. Ma essi eran pochi per numero e altresì ligi alla correttezza e alla continenza, in sacrificio delle fiere apparenze > . Ma poi irrompe la guerra, la povera gente corre nelle cantine a rifugiarsi, i ricchi, i più lesti ad accorgersi allo specchio d'aver la coscienza maculata, attraverso porticine segrete, subito la portarono ad arieggiare in campagna > . La vita dei rifugiati è tratteggiata con pennellate forti ed incisive, senza trascurare le vicende personali del protagonista,  brav'uomo con una astuta abilità di cogliere le opportunità che gli si presentano, che sia esse di amore che di soldi.  Il tratto peculiare dei racconti è la scrittura, talvolta lineare ma più delle volte in bilico tra prosa e poesia, con accenti stilistici tipici di Boccaccio. Si prenda come esempio questo passaggio di un altro racconto, I capricci della febbre > . Il protagonista è stato ricoverato in ospedale per vaiolo e lì incontra un'infermiera. Palpitarono i muscoli delle mie cosce a un nuovo soffio d'aria. Ma lei c'intese un richiamo d'amore: (...) e, a braccia levate, come si arrendesse, cadde in ginocchio, con grande rumore, davanti alla mia vergogna, che guardò esterrefatta. (...) Io sono 'na povera figliola. Io ho paura di uscire in mezzo 'a via a far peccato. Con voi lo facevo per puro amore. (...) Non riuscivo più a star fermo con la memoria: un'altra Nina, quella chiamata nel delirio, si confondeva in questa viva: incredibile ai miei occhi". Ed è proprio l'analisi di questo fugace rapporto d'amore che individua la differenza tra Rea e Boccaccio: nel primo la narrazione si sviluppa in uno stato di vagheggiata realtà (la donna ritrovata, la cinica autogiustificazione, la fantastica vita sotto le bombe), in Boccaccio la narrazione ha la stessa voluttà di linguaggio ma è sviluppata dal punto di vista di un monello, che scherza e non si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e dai personaggi. Perché leggerlo? Suggestivo anche se spesso difficile da decifrare

Domenico ReaRusconi
Una spirale di nebbia
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Una spirale di nebbia

La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano;  la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > .  Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.

Michele PriscoRizzoli
Una spirale di nebbia
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Una spirale di nebbia

La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano;  la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > .  Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.

Michele PriscoRizzoli
Stella Rossa romanzo-utopia
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Stella Rossa romanzo-utopia

In un anno imprecisato (ma supponiamo sia il 1908) un marziano si presenta al rivoluzionario e scienziato Aleksandr Bogdanov, proponendogli di venire su Marte per studiarne la società e per diffondere i superiori valori marziani sulla Terra. Il pianeta rosso ha un'organizzazione perfetta che permette, per esempio, di dare a ciascuno il lavoro più utile alla collettività e nel contempo più congeniale alla persona, realizzando l'utopia di Marx: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i bisogni". È l'ideale società comunista, che non sarà facile da accettare da parte del rivoluzionario Bogdanov, infastidito dalla cura dei marziani nei suoi confronti, supponendo che sia una forma di controllo, ed invece > la premura che avevano nei miei confronti era la medesima - forse, con meno frequenza - che mostravano quando si aiutavano a vicenda. (...) Io, che provenivo da un mondo individualistico, mi distaccavo dagli altri senza volerlo e percepivo morbosamente la loro gentilezza e il loro aiuto amichevole che, io, figlio di un mondo materialistico, non potevo permettermi di ripagare. Ed allora, > bisognava fare in fretta, bisognava sfoderare tutte le forze e le energie, perché la responsabilità era enorme! Quale colossale beneficio per la nostra vecchia e sofferente umanità, quali giganteschi progressi e quale prosperità avrebbe portato l'influenza energica e vigorosa di quella cultura superiore, potente e armonica! Ma siamo proprio sicuri che i marziani e i terrestri siamo così differenti? Siamo certi che la società socialista dissolva le pulsioni individualistiche in una sfera più elevata, in cui prevalgano solo la razionalità e la solidarietà? E se in questa società così armonica irrompesse l'amore? Netti, una marziana esile e gentile, si innamora del fragile e confuso terrestre. > Ti amo non solo come una moglie, ti amo come una madre che accompagna il proprio figlio in una nuova esistenza, estranea, piena di sforzi e pericoli. Questo amore è più forte e più profondo di qualsiasi altro in grado di legare due persone. Così scrive Netti a Bogdanov quando quest'ultimo scopre che la donna è sposata pure con Stenni, un freddo scienziato, senza cuore, capace di scomporre il tutto, ma non in grado di capire i pensieri e i sentimenti della gente. È c'è senza dubbio della gelosia e dell'antipatia, sentimenti così poco socialisti, alla base dell'assassinio di Stenni da parte di Bogdanov. E c'è pure la nostalgia per la Terra: > un nugolo di volti familiari ed eventi passati baluginavano nella mia mente (...) paesaggi terrestri, scene teatrali, immagini di favole per bambini si riflettevano silenziose nella mia anima, come in uno specchio svanivano e si scambiavano senza alcun senso di agitazione, ma solo di leggera curiosità accompagnata da una flebile sensazione di piacere. In uno stato eccitato e confuso, in cui gelosia e appartenenza alla Terra si sovrappongono, Bogdanov non può che uccidere Stenni, dopo aver letto il verbale di una riunione segreta, in cui il "freddo scienziato" invita a invadere la Terra, eliminare la sua popolazione e depredarne le risorse, di cui Marte ha enormemente bisogno. È una premonizione di quanto avverrà nel futuro, quando dietro all'utopia di classe e di razza si perpetreranno genocidi di interi popoli? Che ne sarà di Bogdanov e della sua amata Netti. L'autore immagina che Bogdanov venga rimandato sulla Terra: è stato un fallimento usarlo come possibile "ponte" tra i due mondi. Netti va sulla Terra a raggiungerlo, e poi? Resta solo > sul tavolo del salotto, con un'enorme finestra spalancata, (...) un biglietto. Alcune parole erano lì impresse in una calligrafia tremolante: "un saluto ai compagni, Arrivederci". I Wu Ming hanno immaginato il proseguimento della storia di Bogdanov e Netti (si veda la recensione di "Proletkult" in questo sito); ma, come nella prefazione a Stella Rossa, il gruppo di Bologna dà una lettura storico-ideologica, ovviamente anche dal punto di vista di quanto è avvenuto dopo. Si perde quel crogiuolo di sentimenti e relazioni che sono il perno della trama e rendono ancora così accattivante il romanzo. Perché leggerlo? Talvolta noioso, è bella la storia di Bogdanov e Netti.

Aleksandr BogdanovAlcatraz
Stoner
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Stoner

Il romanzo narra lʼignota carriera di un professore di letteratura inglese. William è lʼunico figlio di una modesta famiglia contadina. A costo di gravi sacrifici i genitori lo hanno mandato a studiare scienze agrarie, nella speranza che un giorno tornasse con quanto appreso per migliorare la gestione della terra. Allʼuniversità il giovane Stoner si innamora della letteratura, e dei libri. Soprattutto sceglie la protezione delle sicure mura dellʼuniversità. Come gli disse un amico: > nel mondo saresti stato sempre in procinto di avere successo, ma saresti stato distrutto dai tuoi fallimenti. Così hai scelto, sei stato scelto; la provvidenza.... ti ha strappato dalle morse del mondo e ti ha piazzato in salvo qui, tra i tuoi fratelli... Chi sei tu?. Un semplice figlio della terra, cosa pretendi di te stesso? Le parole sono profetiche di quella che sarà una vita banale: un progressivo ritirarsi nella mediocrità, mettendosi in un cantuccio, accettando la sconfitta prima ancora di lottare, senza pretendere molto dallʼesistenza. Si sposa per scoprire subito che non è amato, eppure non si ribella; si fa carico di un debito esorbitante per il suo modesto stipendio, pur di comprare la casa desiderata dalla moglie; ed è sempre questʼultima che decide di restare incinta, dandogli una figlia, che, tuttavia, William non può amare come vorrebbe e gli diviene ben presto estranea. Tutto accetta il nostro protagonista per il quieto vivere, per una pigra tranquillità. Si innamora di una giovane insegnante, che ricambia il suo amore. Ma quando il preside della facoltà lo invita a dare una svolta alla relazione, cosa fa il nostro «coraggioso» William? > Egli si appoggiò alla poltrona e guardò il basso, buio soffitto che era stato il cielo del loro mondo. Disse con calma: se gettassi tutto via, se smettessi e me ne andassi, tu verresti con me, non è vero? Si, ma tu sai che io non lo farò, è vero? Si lo so.... Perché allora, Stoner spiegò a se stesso,... noi entrambi diventeremmo qualche cosʼaltro, qualche cosʼaltro di noi stessi. Saremmo niente . E come tutti quelli che mettono «la testa sotto la sabbia», William è ben contento che la giovane amante se ne sia andata senza dirglielo e che > non gli abbia lasciato una nota dʼaddio per dire cose che non potevano essere dette . È meglio vivere allʼinterno delle mura dellʼUniversità di Columbia, dove William era entrato studente, era diventato professore e sarebbe andato in pensione, il più tardi possibile. Non importa se nel frattempo nella vita reale si susseguono eventi epocali, che travolgono lʼesistenza di milioni di individui: la prima guerra mondiale, la crisi degli anniʼ30, la seconda guerra mondiale e il duro dopoguerra. Come succede a molti intellettuali è sufficiente pensarli, non viverli. Non ci stupisce allora come sfiori un libro in punto di morte. I libri gli hanno dato quella sicurezza che ha cercato per tutta la vita e per la quale ha rinunziato a vivere realmente. Nella sua introduzione John McGahern afferma che Stoner è «un vero eroe» perché > egli diede testimonianza di valori che sono importanti... La cosa importante nel romanzo per me è il senso di Stoner per una missione. Insegnare per lui è una missione.... la sua missione gli diede un particolare tipo di identità e lo fece ciò che era . Per lʼinsegnamento Stoner ha rinunziato a tutto. Ma siamo sicuri che si possa essere un buono insegnante astenendosi dal lottare per le persone amate, dal combattere per il proprio paese, dallo stare vicino alla terra dei propri genitori, ossia educare gli altri senza vivere noi stessi? E non lo pensava in questo modo anche William? Alla fine della sua vita riconosce infatti che > aveva voluto essere un insegnante, e lo era diventato; tuttavia sapeva, lo aveva sempre saputo, che per la maggior parte della sua vita egli era stato indifferente... Senza passione, razionalmente, contemplava il fallimento che la sua vita deve apparire che sia stata... Che cosa ti aspettavi? Egli si chiese. Lʼambiente universitario non deve ingannare. La vera storia del romanzo è lʼeterna vicenda di chi preferisce una vita mediocre ad unʼesistenza intensa, relazioni abitudinarie e tranquille a rapporti sentimentali turbolenti ma profondi. Insomma chi sceglie lʼindifferenza e la chiusura in sé stessi (la fuga nei libri?) e non si lascia invece travolgere dagli avvenimenti e dagli affetti. Il romanzo è considerato un capolavoro, oggi dopo cinquantʼanni dalla sua pubblicazione. Che siano scaduti i diritti dʼautore? Non si capisce infatti quali siano i motivi per ritenerlo un capolavoro. Certo la scrittura è molto elegante e grammaticalmente perfetta, da ottimo professore dʼinglese. È peraltro banale così come noiosa risulta la trama. Infastidisce in particolare questo piccolo mondo accademico. Non è uno spicchio del mondo. È come se si leggesse della serafica vita di un monastero medioevale mentre i barbari imperversano: è un microcosmo inutile. È vero che siamo nellʼera degli anti eroi, ma, perdio!, un poʼ di storie vere e di personaggi ricchi di personalità! Perché leggerlo? Si legge bene, ma lascia poco.

John WilliamsRandomhouse
La Storia
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La Storia

> Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte (un sopravvissuto di Hiroshima). Elsa Morante pone questa citazione come premessa al romanzo, ad indicare come  il suo fine sia narrare le vittime in un periodo drammatico e doloroso della nostra storia recente: gli anni tra il 1941 e il 1947. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare di trovarsi dinanzi ad una versione moderna del romanzo di Riccardo Bacchelli (Il Mulino del Po recensito in questo sito), con il quale il grande scrittore bolognese intendeva narrare la storia post unitaria dal punto di vista degli umili. E come potrebbe essere se l'autrice è la stessa di Menzogna e Sortilegio (vedi recensione in questo sito)? Come potremmo pensare di essere dinanzi ad un romanzo storico, battagliero, pungente, ideologico, quando il mondo narrativo di Elsa Morante è onirico e introspettivo?  Ida, vedova Mancuso, vive a Roma: di professione maestra, di età trentasette, con un figlio irrequieto e simpatico, di nome Nino, ha un > corpo denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, la faccia di una bambina sciupatella. (...) Nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione. (...) La stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, sanno il passato e il futuro del loro destino. Chiameremo quel senso (...)  il senso del sacro (...)  il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati . Mentre rientra a casa viene violentata da un soldato tedesco, che la mette incinta e nasce Giuseppe, detto Useppe. Nino è sempre in giro, sola con il piccolo Useppe Ida subisce i bombardamenti e la distruzione della sua casa, lo sfollamento a Pietralata in un grande stanzone senza intimità, la dura occupazione tedesca, la deportazione degli ebrei, e, indirettamente tramite Nino, la lotta partigiana; poi si raccoglie in qualche modo in una piccola  stanza in affitto, sempre sola con Useppe, e convive con una famiglia in vana attesa del figlio disperso in Russia.  Infine raggiunge una decorosa sicurezza che sembra avviarla ad una vita serena. Tutti questi tragici avvenimenti  attraversano la vita di Ida ed Useppe come una fiaba; in essa il bambino pare un gnomo allegro ma saggio: > si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito . E' come se il canto di due uccelletti di bosco, le cui parole erano chiarissime agli orecchi di Useppe, esprimesse nel loro ripetitivo ritornello il senso indecifrabile di quanto stava accadendo: «è uno scherzo, uno scherzo, tutto uno scherzo!». Se non fosse che il romanzo di Anna Maria Ortese «Il Cardillo addolorato» è del 1993, e quindi Elsa Morante non può essersi ispirata alla misteriosa canzoncina ( > e vola vola vola lu Cardilo...., si veda la recensione in questo sito), comunque traspare lo stesso mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Ida, Nino ed Useppe sembrano sopravvivere così come i loro due cani, Blitz e Bella, inconsapevoli vittime; ed invece i sogni manifestano sin dall'inizio le angosce che provengono dall'inconscio, sommerso dalla paura e dal dolore, ai quali non si riesce a dare un senso né si può semplicemente assistere a tanta crudeltà. Ida cammina con suo padre, che la ripara sotto il proprio mantello; quand'ecco il mantello se ne vola via come da solo, senza suo padre. E lei si trova bambina piccola sola per certi sentieri di montagna, perdendo rivoletti di sangue dalla vagina. (...) Invece di scappare s'è fermata sul sentiero a giocare con una capretta.... Ma non s'accorge che la capretta urla, ha le doglie, sta per partorire! E frattanto là, già pronto, c'é un furiere delle macellerie elettriche....(...) Useppe, nel sogno, non si trovava a riva, ma nell'acqua del fiume-lago. E quest'acqua, sebbene chiusa in cerchio dalle colline, appariva di una grandezza infinita. (...) Useppe nuotava in quest'acqua naturalmente, come un pesciolino; e intorno a lui per tutto il tiepido lago emergevano innumeri testoline di altri nuotatori compagni a lui. (...) Ma la cosa più straordinaria di questo lago festantissimo era che il cerchio delle colline, massacrato dalla tetra bufera, là dentro si rispecchiava, invece, intatto e beato, nella piena serenità di un'estate al suo principio > .  Come raggiungere la pace, come liberarsi dal dolore? Non restano che la morte o la follia. Il lettore si allontana dal libro con un immagine di grande suggestione. Useppe si è sentito male, ha avuto un attacco epilettico, Bella corre verso casa a chiamare Ida, e lei si sveglia da un sogno ( e allora il pischello e lei, contenti, salgono insieme sulla nave«), viene presa da un»panico incoerente«e corre a salvare il figlio.»Camminavano in tre, stretti uno all'altro: Useppe accomodato su Bella come su un cavalluccio, e appoggiato con la testa al fianco di Ida, che lo cingeva col braccio per sostenerlo > . Quanta soffusa e malinconica dolcezza! Stretti tra loro, nell'unica solidarietà che conoscono, i tre sperano di salvarsi! Disse Elsa Morante in un'intervista del 1959, il romanziere (...) presenta, nella sua opera, un proprio, e completo, sistema del mondo e delle relazioni umane. Solo che, invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, è tratto, per sua natura, a configurarlo in una finzione poetica, per mezzo di simboli narrativi"(citato da Cesare Garboli nell'introduzione).  Con il fine di parlare delle vittime la scrittrice cerca di attenersi a questo canone, dà al suo romanzo un'impronta ottocentesca, con una descrizione minuziosa delle storie, dei luoghi, dei dettagli, nello sforzo di legittimare l'immaginario e di dargli coerenza. Scivola in una lunga e ridondante scena alla Dostoevskij, quasi una replica del capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov (si veda recensione in questo sito). Però, Il mondo onirico è incontenibile, l'inconscio prorompe e disintegra l'ordine complessivo del romanzo: ne esce uno zibaldone, dove si mescola la Storia con le storie in un miscuglio esagerato e prolisso; Useppe dà un moto cavalleresco alla narrazione che ci potrebbe salvare, ma non è sufficiente. Perché leggerlo? Di sicuro un grande romanzo ma non certo all'altezza di Menzogna e Sortilegio.

Elsa MoranteGiulio Einaudi
La storia del giogo d'oro
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La storia del giogo d'oro

Il romanzo è ambientato a Shanghai tra il 1911, crollo dellʼimpero cinese, e la fine degli anni ʼ30, poco prima dellʼoccupazione giapponese. La Cina tradizionale si sta sfaldando, crollano le certezze secolari sulle quali reggevano le famiglie allʼapice della gerarchia sociale: la burocrazia imperiale e le grandi proprietà terriere. È un lungo periodo di transizione, per molti aspetti simile a quello che stiamo vivendo oggi. Su questo sfondo la scrittrice tratta un tema universale: la follia generata dalle regole e dai rapporti familiari, lʼeffetto devastante della «ridondanza delle apparenze artificiali». Cao Qiqiao viene da una famiglia di bottegai e ha sposato «il secondo fratello maggiore» di un casato altolocato, anche se ormai in declino. In tal modo ha compiuto un salto sociale, diventando la «seconda Cognata», ma è entrata in un > grande clan, dove le vecchie generazioni si servono del loro prestigio per opprimere gli altri, e quelle più giovani sono come dei lupi e delle tigri . Qiqiao sa benissimo di essere disprezzata, perché di origine inferiore; deve curare il marito, invalido sin dalla nascita e con il quale ha avuto sporadici rapporti dʼamore; odia il suo stesso fratello perché lʼha ceduta in cambio di una ricca dote e le chiede continuamente soldi. È sola, si sente come prigioniera, simile ad > un esemplare di farfalla dentro una teca di vetro, smagliante e desolato . Cova dentro di sé un profondo rancore, che si esprime nella maldicenza per danneggiare le cognate, «signorine di famiglie onorate e rispettabili». Attende con ansia il momento nel quale potrà entrare in possesso dellʼeredità e divenire ricca. Ma viene defraudata dal «padrone anziano», il capo famiglia, il quale favorisce i maschi rispetto alle femmine e nella ripartizione dei beni tiene conto del rango sociale di provenienza. Qiqiao si rinchiude nella sua casa, a presidiare gli averi avuti in eredità e ad allevare i figli. Lʼodio verso sé stessa, per il suo destino amaro e per non aver saputo cogliere le poche opportunità che le si sono presentate, si traduce in una crescente pazzia. > Le sembrava di avere davanti agli occhi come un velo di perle ghiacciate che una folata di vento caldo le schiacciava sul viso; poi il vento passava, risucchiando via con sé quel velo, e lei non aveva ancora ripreso fiato quandʼecco che il vento soffiava di nuovo e lʼavviluppava tutta, la testa, la faccia, una folata fredda, una calda . Sempre più cattiva e violenta cerca conforto ed oblio nellʼoppio. La sua lucida follia è distruttiva, per sé e per chi la circonda: la figlia, alla quale brucia ogni possibilità di matrimonio e che rende oppiomane, il figlio, debole e corrotto, asservito alla volontà dispotica della madre, la nuora, disprezzata, aggredita, allontanata dal marito, costretta a ripercorrere lʼinfelice esistenza di Qiqiao; la stessa concubina del figlio, pur elevata al rango di moglie, non sopporta il clima familiare e si uccide. > Qiqiao sta sdraiata, in dormiveglia, sul letto da oppio. Da più di trentʼanni porta al collo questo giogo dʼoro, ne ha utilizzato i pesanti corni per spazzare via alcune persone, e quelli che non sono morti vivono orami solo a metà. (...) Tastandosi sul polso il bracciale di giada, se lo spinge in alto lungo il braccio ossuto, ormai esile come un fiammifero, fino a raggiungere lʼascella, e poi lo fa scendere di nuovo giù. Quasi non riesce a credere di aver avuto le braccia tornite quando era giovane. (...) Sono tutti fantasmi, fantasmi di tanti anni prima, fantasmi che non sono mai nati.... Che cosʼè la verità? Che cosʼè la menzogna? Il tema della follia allʼinterno delle chiuse pareti domestiche è un argomento largamente trattato dalla letteratura. Se non fosse per il contesto cinese la storia non è particolarmente innovativa. La narrazione della rigida e spietata gerarchia dei grandi clan cinesi si evolve rapidamente: i personaggi si muovono con maggiore libertà, potrebbero fare le loro scelte perché la tradizione si è ormai indebolita. Ed è qui il dramma. Qiqiao, i suoi figli, le altre figure minori potrebbero crearsi una propria vita, ma non lo fanno, per pigrizia, rassegnazione, voglia auto distruttiva. E come se la scrittrice criticasse il suo ambiente sociale, lʼalta borghesia di Shanghai, proponendo un romanzo tipicamente occidentale, che non permette di giustificarsi dietro le costrizioni della consuetudine. Ma Zhang Ailing non è così severa; ama «il contrasto sfumato» e lo fa tramite le descrizioni: lʼuso dei colori, il gioco della luce della luna e delle ombre, gli ambienti sovrabbondanti di oggetti ormai inutili danno unʼ idea di desolazione esistenziale, di destino irrevocabile e per questo universale. Non è la società cinese ma la generale condizione umana. > Ombre bluastre sul pavimento, e ombre bluastre sulla volta del baldacchino, e anche i suoi piedi sono immersi in quellʼombra mortale. (...) Fuori dalla finestra cʼera anche quella luna bizzarra che faceva rizzare i capelli, un piccolo sole bianco scintillante in un cielo di lacca nera. (...) Una stanza così ampia, stracolma di casse e bauli, materassi, biancheria da letto, tra cui sicuramente avrebbe trovato un lenzuolo a cui appendersi. (...) Aveva paura di questa luna ma non aveva il coraggio di accendere la luce . Perché leggerlo? Un breve racconto, affascinante per lo stile narrativo.

La strangera
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La strangera

Beatrice, detta Bea, è una ragazza torinese, cresciuta in una tipica famiglia borghese, amante della montagna, delle palestre di roccia, delle ascensioni alle grandi cime, di quel vedere l'alpinismo come una performance, una competizione con se stessi e con gli altri. Di lei sappiamo poco perché l'autrice non indaga la storia di Bea prima della sua scelta: quella di andare a lavorare in un rifugio. Intravediamo un'anima solitaria e inquieta che cerca una vita autentica, che non trova più nella città così come nelle alte vette. Quando è già a lavorare nel rifugio e ha iniziato un' esile storia d'amore con Elbio, «il bel pastore», Dea racconta al ragazzo, meravigliato e innamorato, di un suo incontro con uno sherpa, cui chiese che cosa si provava a stare sull'Everest. L'uomo rispose semplicemente che è bello. > Io mi aspettavo una rivelazione sulla vita, non lo so. Rimasi delusa, ma probabilmente fu più deluso lui, perché ero l'ennesima persona che della montagna non ci aveva capito nulla. (...) In realtà non c'è nulla. Solo ghiaccio, roccia e tantissimo cielo. Il romanzo parla, invece, dei boschi di larici, dei rifugi ai piedi delle vette, degli alpeggi e delle malghe, di luoghi spesso visitati ma per noi semplici accessori dei sublimi panorami. Aidala racconta la vita di questi ambienti in modo minuzioso: c'è il Barba, il gestore del rifugio, burbero e caparbio come deve essere un uomo che vive in alta montagna; ci sono i compagni di lavoro, tutti maschi che accolgono Bea tra loro come se fosse un ragazzo, solo con un pizzico di affettuosa galanteria; ci sono gli escursionisti, numerosi nei fine settimana, chiassosi, esigenti e spesso maleducati come sono troppe volte i turisti. E ci sono pure le donne e gli uomini degli alti alpeggi, dove si portano le bestie al pascolo durante l'estate. Ancora l'occhio di Bea si accende alla vista delle alte cime, ma è già attratto dalla prosaica e dura vita della montagna. > Il rifugio si trovava all'ingresso di un altopiano che apriva su un anfiteatro di cime, le più alte di tutta la valle. (...) La Becca (vetta di 3000 metri di altezza nei contrafforti del Monte Rosa) si stagliava di fronte a me con le sue guglie mozzate, su cui la presa bianca del ghiaccio aveva allentato gli artigli. Dal terrazzo del rifugio sembravano stringermi in un abbraccio che in quel giorno di nubi fosche si era trasformato in una morsa. (...) Nella nebbia, che le vacche si stessero avvicinando si intuiva dal vibrare dei campani, dai richiami dei pastori, dall'abbaiare dei cani. La stessa orchestra arrivata quassù all'inizio di giugno adesso si stava spostando altrove: il freddo calava come un falco in picchiata, i pascoli futuri orizzonti di terra brulla. Sospesa tra tanti mondi (la nostalgia del frastuono della città, il fascino ancora intenso delle cime, la sottile attrazione della natura della montagna e dei suoi veri abitanti), Bea pare aver trovato un equilibrio nel faticoso lavoro del rifugio, nell'amicizia, nella figura severa e paterna del Barba. Tanta è la convinzione di avere scoperto la propria dimensione di vita che Bea rimane con il Barba pure nel lungo inverno, quando il rifugio è frequentato da pochi visitatori o persino isolato dalla neve. Quando un episodio irrompe a travolgere questa sicurezza. Rimasta sola nel rifugio, perde la testa nel momento in cui il Pronto Soccorso Alpino le chiede di chiamare il Barba e comunque di presidiare il rifugio: due alpinisti si sono persi sulla Becca. > Che la gente lassù muore lo devi accettare come una mela che cade dall'albero. (...) Furono per me giorni di confusione. Il rifugio mi appariva distante, fluttuavo senza meta. Avevo creduta di essere riuscita a ricavarmi uno spazio tra gomitate e spintoni, notti insonni, servizi estenuanti. (...) Tutto mi era familiare, eppure non mi apparteneva più nulla. Per la prima volta mi sentii davvero «strangera», senza patria, senza una casa a cui tornare. Bea decide di lasciare il rifugio e di cercare una nuova vita, in montagne lontane dalle grandi cime, da quelle vette, splendide e misteriose, crudeli e assassine. Se il tema centrale del romanzo è il rapporto con la montagna, così importante da offuscare l'analisi della personalità di Bea e dei suoi esili amori, c'è un altro argomento che attraversa il racconto: è il rapporto tra la ragazza e il Barba. Questi ci appare all'inizio come un uomo duro, con quegli ordini precisi, con quelle parole taglienti, che parevano avere > un incidere diverso, una cadenza sospetta. (...) Il Barba aveva (...) il volto severo, i movimenti sgarbati, una tenerezza spigolosa. Se fosse stato un albero, sarebbe germogliato noce. Di solito il noce non cresce in quota, non si trova in mezzo ai boschi ed è sempre solitario. La sua interlocuzione con Bea, questa cittadina sprovveduta!, si sintetizza in una frase sprezzante: > Tu non capisci niente di qui. Pian piano, dietro questa scorza di montanaro burbero, si rivela un vecchio paziente e fiducioso, che dà spazio alla ragazza: piccoli cambiamenti nella routine del rifugio, due gatti voluti da Bea per tenere lontani i topi, la presenza di Elbio, con le effusioni tra innamorati, le richieste di Bea che il ragazzo possa fermarsi per la notte, richieste tanto più sconcertanti per il Barba perché il povero ragazzo è sempre spedito a casa. D'altra parte solo Bea può decidere se fare all'amore o meno! Lentamente, veniamo a conoscere la storia del Barba, della sua solitudine: un desiderio di vivere appartato che l'uomo condivide con Bea, quasi che sia l'io specchiante della ragazza. Nel lungo inverno del rifugio, Bea non è più la cittadina ignara della vita di montagna, la ragazza è per il Barba una sorta di figlia, di tutto ciò che l'uomo non ha avuto, o non ha voluto per il rifiuto sprezzante degli altri. Ed allora, quando Bea le rivela la decisione di tornare in città, forse per alcuni giorni, forse per sempre, l'impostore Barba la inganna, chiedendo di attendere alcuni giorni pur sapendo dell'arrivo della neve e quindi dell'impossibilità di lasciare il rifugio. E' una debolezza da vecchio solo, per Bea è un tradimento, che rompe definitivamente il legame con il Barba. > Se la montagna fosse stata viva, anche io e lei in quel momento saremmo stati affini. Mi sentivo spoglia come un pendio da cui si è appena staccata una valanga. I pochi brani riportati danno l'idea dello stile di Aidala; lo possiamo definire un approccio lirico, che descrive gli stati d'animo della protagonista mediante una descrizione dei paesaggi, delle situazioni e delle vicende. In un gioco ambiguo e sospeso di frasi eleganti e fluenti, Bea non si rivela al lettore, resta nascosta dietro le ombre e le luci delle montagne. Tutto pare etereo e distante; questa sensazione deriva anche dalla debolezza della trama e dall'evanescenza dei personaggi: sbiadite figure che avrebbero desiderato una scrittrice più disponibile ad approfondire le personalità, a vivere anche dal punto di vista degli altri, e non solo dal suo. Perché leggerlo? Mette al centro una montagna raramente narrata.

Marta AidalaGuanda
Suite francese
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Suite francese

Dopo la disfatta dell'esercito francese nel 1940 i tedeschi hanno occupato la Francia sino al 1944, al Nord direttamente e al Sud tramite la repubblica collaborazionista di Vichy. Pur in una condizione molto difficile (Némirovsky e suo marito sono ebrei) la scrittrice s' impegna in un grande affresco della Francia sconfitta, non tanto per capirne le ragioni o analizzarne le vicende, quanto per rispondere a una domanda: la guerra, la disfatta, la fuga e la convivenza con l'invasore hanno cambiato il popolo francese? La risposta è che > nulla cambiava, che tutto restava uguale, che non si stava assistendo a un cataclisma straordinario, alla fine del mondo come si era creduto, ma a una serie di relazioni umane, limitate nel tempo e nello spazio. La scrittrice ha potuto completare solo le due prime parti della Suite francese, prima di essere deportata in un campo di sterminio. La prima parte, «Tempesta in giugno», narra l'esodo affannoso e spaventato dei parigini nel giugno del 1940, e lo fa partendo da microcosmi che rispecchiano la struttura sociale della borghesia francese: la ricca famiglia Pericand, solida nel suo patrimonio e nella sua adesione all'autorità, Gabriel Conte, letterato di fama, sicuro di sé ma disgustato da tanta plebaglia in fuga, i coniugi Michaud, fedeli impiegati di banca traditi dal cinico banchiere Corbin, e infine Charlie Langelet, vanesio ed avaro collezionista, pronto a tutto pur di salvare le sue porcellane.  Sono chiaramente degli archetipi, trattati con affettuosa ironia nella loro lotta per la sopravvivenza, per salvare se stessi, la famiglia e la roba. Sono patrioti ma con buon senso, caritatevoli con giudizio, pragmatici nei principi morali, pronti ad adattarli alle circostanze. Chi crede ingenuamente che la guerra sia l'occasione per redimersi farà la fine di Philippe Pericand, ucciso in modo crudele dai giovani orfani che gli erano stati affidati. E' meglio non sollevare il coperchio dell'animo umano perché potremmo scoprire che siamo «tra Satana e Dio, immersi in tenebre profonde». La seconda parte della Suite francese, «Dolce», è ambientata in un villaggio del centro della Francia, cittadina occupata dai tedeschi. La scrittrice racconta i rapporti tra la popolazione e l'invasore prendendo le mosse da piccole vicende. Prevalgono i grigi rispetto al nero e al bianco. La truppa è composta di giovani soldati, spaesati e desiderosi di essere accettati, la popolazione si dichiara ostile ma cerca di convivere, talvolta cercando benefici se non persino collaborando. Nèmirovsky abbandona l'ironia e le grandi pennellate, s'immerge invece in dettagliate descrizioni degli ambienti, in una rappresentazione realistica ma severa d'una ottusa borghesia contadina. C'è un lieve disprezzo, mitigato solo nella figura di Lucile. Sposa di un uomo gretto e infedele, ora in prigionia, la giovane donna vive tristemente con l'arcigna suocera. S'innamora di un giovane ufficiale tedesco; in lui Lucile non vede solo un uomo gentile, colto e raffinato, così diverso dal marito; intravede l'occasione di un cambiamento: > essere libera, interiormente, scegliere la mia strada, seguirla, non accodarmi allo sciame. (...) Sono una povera donna inutile, non so niente ma voglio essere libera! . E romanticamente il giovane ufficiale, anche lui prigioniero delle convenzioni, delle Idee e dello Stato, sognava per Lucile un > abito bianco con grandi volant di mussola, sfasato come una corolla così che ballando con lei (...) ogni tanto avrebbe sentito intorno alle gambe il fruscio spumeggiante dei suoi pizzi . Sono sogni, vane speranze. L'uccisione di un tedesco da parte di un partigiano, nascosto poi dalla stessa Lucile, riconduce entrambi alla dura realtà: > quei tranquilli contadini dal volto impenetrabile, quelle donne che il giorno prima sorridevano, (...) non erano altro che una massa di nemici! Grida Lucile > Mai, no! No!, Mai! Mai sarebbe stata sua. (...) Ciò che li rendeva nemici non erano né la ragione né il cuore, ma quegli impulsi oscuri del sangue sui quali avevano contato per unirsi, e sui quali non avevano alcun potere . Il romanzo è stato pubblicato postumo nel 2004 con un grande successo di pubblico e di critica. La vicenda umana della scrittrice ha forse favorito un giudizio troppo lusinghiero. La prima parte ha un ritmo vivace e intrigante, ma la storia non conduce a niente, resta come sospesa, con epiloghi anche grotteschi, che ricordano i racconti paradossali e inquietanti di Dino Buzzati (si pensi a «Paura alla Scala» in «I sessanta racconti» di Dino Buzzati recensito in questo sito). La seconda parte, senza dubbio più robusta sotto il profilo psicologico, rammenta Terra di Emile Zola, è una descrizione anche scontata della grettezza e pavidità della borghesia contadina. Le figure di Lucile e del bell'ufficiale sono troppo intrise di romanticismo, talvolta dolciastro, da risultare interessanti. Perché leggerlo? Piacevole: la scrittura è elegante e fluida.

IrèneAdelphi
Tarabas
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Tarabas

Siamo nelle terre orientali ( lʼUcraina?) negli anni della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa. È un periodo di violenze e di sconvolgimenti, ma lʼautore descrive questi tempi anche con nostalgia, perché i vagabondi > possono vivere (ancora) della misericordia degli uomini. Sebbene le macchine abbiano iniziato, con puntuale passo dʼacciaio, la loro marcia sinistra verso lʼEuropa orientale, gli uomini guardano benevoli alla miseria altrui . Prevale ancora uno spirito comunitario, ma Tarabas, uomo brillante e violento, conduce una vita sua propria mentre gli uomini delle terre orientali ne sopportano una in comune. Il romanzo si sviluppa in due parti, con una cesura significativa costituita da un pogrom contro gli ebrei. Nella prima parte Tarabas, cacciato dalla famiglia, vive nella guerra, che é > la sua grande, sanguinosa patria. Arrivava in regioni pacifiche, metteva in fiamme i villaggi, lasciava dietro di sé le rovine di piccole e meno piccole città, donne in lacrime, bambini orfani, uomini bastonati, impiccati e ammazzati . Non si preoccupa della storia, dei motivi di questa continua guerra, lʼimportante é continuare la sua vita soldatesca. Gli viene affidato il compito di costituire un reggimento nella città di Koropta, dove cʼé un importante insediamento ebraico. Tutti lo temono: i poveri contadini, gli ebrei e i suoi stessi soldati ed ufficiali, che > non parlavano, sussurravano. Perché in mezzo, come su unʼisola di silenzio, come circondato da un muro di muto e lucido ghiaccio, sedeva solo al suo tavolo il temuto colonnello Tarabas. Beveva . Ed é proprio durante una gigantesca ubriacatura, che nellʼosteria di un ebreo della piccola cittadina, i soldati cominciano a sparare contro il muro del cortile facendo cadere lʼintonaco: emerge lʼimmagine di una Madonna, che tutti credono che sia stata profanata e nascosta dagli ebrei. «Scesero dai carri, armati di fruste e bastoni» e si gettarono contro gli ebrei che stavano uscendo dalla sinagoga e proprio > nella scura solennità dei loro lunghi caftani aperti... i contadini credettero di riconoscere lʼorigine veramente infernale di quel popolo che si nutriva di commercio, dʼincendio, di rapina e di ladrocinio . Si scatena una caccia allʼebreo, che gli uomini di Tarabas non riescono a fermare. È il momento migliore del romanzo, lʼautore rende in modo epico, come se fosse un fenomeno naturale, la furia omicida e senza senso del popolo contro gli ebrei. Forse lʼautore condivide quanto diceva Pascal, ossia che il sopravvivere e la miseria del popolo ebraico «sono ugualmente necessari a dimostrare la verità di Cristo». Ciò che è avvenuto è ineluttabile ( «é stata la volontà di Dio» dice un ebreo a Tarabas), ma è anche colpa di Tarabas, che ha bevuto la sera prima ed è rimasto in caserma troppo tempo senza controllare i suoi soldati. Al senso di colpa reagisce nellʼunico modo con cui sa fare un uomo violento, con ulteriori brutalità. Una sera si imbatte in un povero ebreo che cerca di nascondere i sacri libri della Torah. In preda allʼira Tarabas picchia lʼebreo e gli strappa i ciuffi rossi della barba. È un atto di gratuita brutalità verso un poverʼuomo. È il fondo per Tarabas, che ha sempre avuto la percezione, nella profondità della coscienza, di essere un uomo violento e nel contempo ha sempre sentito la nostalgia della sua infanzia, del suo desiderio di «fuggire dal presente, indietro, nel passato si salvava il potente Tarabas». Decide di abbandonare tutto per espiare iniziando una sorta di pellegrinaggio, di discesa verso la miseria e la solitudine. Il lungo peregrinare lo riporta a Koropta a chiedere in qualche modo perdono al povero ebreo. Solo così può morire in pace. La critica si sofferma sulla figura di Tarabas, come emblematica di un uomo senza radici, «un ospite di questa terra», come recita il sotto titolo del romanzo. Ritengo, invece, che il libro si sviluppa su un tema di grande attualità: come la guerra possa trasformare gli uomini, che si abituano alla crudeltà e allʼindifferenza come se il male chiama altro male, in una discesa verso gli inferi. Che cosʼè in fondo la devastazione della piccola e innocua comunità di ebrei un lasciarsi abbandonare al male, un modo di sfogare la furia che lʼignoranza e il sopruso reprimono ma alimentano? Lʼespiazione di Tarabas è in fondo una reazione a tutto questo, la non accettazione di ciò che sembra ineluttabile. Lo stile narrativo, essenzialmente di carattere epico, trasforma il racconto in una leggenda, è molto efficace nei singoli brani ma rende fragile lʼintera struttura narrativa, che sinceramente risulta spesso superficiale e scontata. Perché leggerlo? Si legge molto bene anche se con scarso coinvolgimento.

Joseph RothAdelphi
Le Tigri di Mompracem
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Le Tigri di Mompracem

Sandokan > ha la fronte ampia, ombreggiata da stupende sopracciglia dallʼardita arcata, una bocca piccola, che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, dʼun fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo . È la «Tigre della Malesia», «capo dei feroci pirati di Mompracem», acerrimo nemico degli inglesi, vendicatore dei popoli oppressi, ma anche assassino, crudele, feroce, tremendo. E così sarebbe rimasto se non gli fosse giunta voce di una donna bellissima, chiamata la perla di Labuan. Una «forza irresistibile» lo spinge verso questa fanciulla. Parte con alcune navi e si imbatte in un incrociatore inglese; la sua flotta viene distrutta, i suoi uomini vengono uccisi o periscono annegati, lui stesso, gravemente ferito, riesce a salvarsi a stento. > Guarirò (...) e pronunziò quella parola con tanta energia da credere che egli fosse lʼarbitro assoluto della propria esistenza , poi la paura ( > le tenebre (...) Io non voglio morire!...) ed infine la pazzia. Completamente fuori di sé, si precipitava innanzi allʼimpazzata. (...) Credeva di vedere nemici dappertutto. (...) Degli esseri umani sorgevano dal suolo gementi, urlanti, chi colle teste sanguinanti, chi colle membra tronche e coi fianchi squarciati. Tutti ridevano, sghignazzavano, come se si beffassero dellʼimpotenza della terribile Tigre della Malesia > . Il delirio di Sandokan è il prodotto della febbre e dello sfinimento fisico; gli incubi nascono pure dal riemergere nella coscienza tutto il male che ha fatto, la sua spietatezza, i tanti morti della sua esistenza. A impedirgli di discendere negli abissi della terra > è lʼamore. Dopo aver perso i sensi, torna in sé nella casa di Lord James, dove viene curato da Marianna, la perla di Labuan, della quale si innamora perdutamente: una passione subito corrisposta. Il romanzo, che sembrava scivolare su una china di ricerca interiore, riprende il ritmo tipico dei grandi libri di Salgari: scoperto, Sandokan fugge, per tornare poi a liberare Marianna e portarla con sé; ci riesce per merito dellʼamico Yanez, il quale convince con lʼinganno Lord James a mettersi in viaggio, esponendosi quindi allʼassalto dei pirati. Finalmente insieme, Sandokan e Marianna si rifugiano a Mompracem; per riprendersi la giovane il potente Lord James mette insieme una flotta poderosa, che assale e conquista la roccaforte dei pirati, dopo una grande battaglia. È vero, che per quella creatura celeste, per lei dovrò perdere tutto, tutto, perfino questo mare che chiamavo mio e consideravo come sangue delle mie vene. (...) Tutto è morto o sta per morire qui > . Marianna chiede a Sandokan se rimpiange la sua passata potenza e se lei stessa debba impugnare la scimitarra«, il pirata le risponde nettamente:»Tu! tu!, esclamò egli, No, non voglio che tu diventi una donna simile. Sarebbe una mostruosità«. Bisogna scegliere, anche perché»due felicità (Marianna e Mompracem) sarebbero troppo e non le voglio, (...) e quellʼuomo, che non aveva mai pianto in vita sua, scoppiò in singhiozzi mormorando: La Tigre è morta e per sempre!" Il libro ha avuto cinque versioni, dalla prima edizione del 1883 allʼultima del 1891, a dimostrare una stesura tormentata: lʼautore non riusciva a trovare il registro giusto per un pubblico in buona parte costituito da ragazzi. In particolare mancano quegli espedienti narrativi che danno ritmo e sorpresa ai racconti di Salgari. Ci sono alcuni episodi divertenti (per esempio, quando Sandokan e Yanez si nascondono in una grande stufa e per pura fortuna non vengono scoperti), altri sembrano un poʼ appiccicati e inverosimili, come lo scontro tra uno scimmione ed una pantera, altri ancora riportano alle intense battaglie navali di Salgari senza quelle tensioni e quei colpi di scena che le contraddistinguono. Lʼautore non riesce a coinvolgere il lettore perché il racconto si focalizza troppo sulla figura di Sandokan, affascinante di certo, ma rigida e costruita con lʼaccetta; essa, tra lʼaltro, non è alleggerita da altri personaggi, come avverrà in seguito, quando Yanez assumerà un ruolo più ampio, quasi da protagonista. La tecnica salgariana non è ancora a punto e per farlo lʼautore dovrà nascondere maggiormente le proprie angosce esistenziali, per muoversi solo in un mondo più superficiale ma più attraente: quello dellʼ avventura. Perché leggerlo? Malgrado i suoi limiti, lʼeroe Sandokan ha una grande attrattiva.

Emilio SalgariFabbri
Tokyo Soundtrack
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Tokyo Soundtrack

Il libro narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo dal punto di vista di due adolescenti. Se questa storia fosse narrata da uno scrittore occidentale, essa sarebbe impregnata di un violento realismo o di un intenso soggettivismo. Si pensi alla saga di Berlin (si veda la recensione in questo sito), in cui una città abbandonata per l'epidemia è teatro di lotte e amori in un ambiente distopico ma caratterizzato da tinte fortemente naturalistiche. Invece, Hideo è uno scrittore giapponese e non sfugge a quel realismo magico che tanto ci fa amare la letteratura del paese del Sol Levante (si vedano le numerose recensioni di romanzi giapponesi in questo sito). A sorpresa, il lungo racconto prende le mosse da un'isola dove sono naufragati due bambini, la piccola Hitsujiko e il più grandicello Touta. I due devono sopravvivere in un ambiente selvaggio, dominato da capre insalvatichite. > Il loro mondo era lì, sull'isola, non esisteva altro posto dove andare e d'altra parte che fiducia potevano avere negli esseri umani: Hitsujiko salvatasi per caso da una madre che si è annegata portandola con sé per porre fine anche alla vita della figlia; Touta coinvolto dal padre in un motoscafo in corsa folle per mostrare il coraggio e la forza di un vero giapponese. E' con odio che accolgono la spedizione inviata ad abbattere le capre e che con stupore si accorge dei due bambini. > Sì, erano pronti a sfidare tutti, dal primo all'ultimo. Dall'altro del promontorio lanciavano la loro sprezzante provocazione al funzionario di Tokyo, agli uomini con il fucile e a tutti gli altri. E qualcosa brillava nella mano destra di uno dei due. Una lama. C'è nei due bambini una furia distruttiva che va oltre uno spirito ribelle: sono profondamente convinti che la «buona e ordinata società giapponese» sia ostile e solo un rivolgimento apocalittico li potrà salvare, non farli scivolare di nuovo nell'abbandono.  Questo sentimento li legherà per sempre, anche quando i due sono separati. Hitsujiko è adottata da una coppia che la porta a Tokyo, in uno dei più eleganti quartieri della città, Nishi Ogikubo; è iscritta a una scuola esclusiva e può studiare danza, arte nella quale eccelle. Touta, invece, ormai maggiorenne, va a vivere nel quartiere di Kagurazaka, popolato da locali a luce rossa, dalla prostituzione e da una malavita che si mescola con la crescente immigrazione clandestina. Non è necessario conoscere Tokyo per apprezzare il romanzo: la complessa topografia, con un affratellarsi di quartieri, descritti in modo minuzioso, il dedalo di autostrade, viadotti, metropolitane, in superficie e sotterranee, vogliono darci un'immagine tentacolare della grande città, immaginifica, affascinante e spaventosa. E' tanto più terribile Tokyo perché è in atto una sua tropicalizzazione: scompaiono i magnifici ciliegi che lasciano spazio a piante esotiche, che portano batteri e virus sconosciuti e mortiferi; sono morte le carpe nei canali avvelenati, animali selvaggi vagano per le vie, in alcuni casi sono i cani abbandonati dai padroni. Il caldo famoso, condizionatori al massimo, piogge torrenziali e infine un'epidemia, travolgono la difficile coesistenza delle diverse Tokyo: quella dei "veri > giapponesi, come gli abitanti di Nishi Ogikubo, che si difendono dagli immigrati con milizie private; i non giapponesi > venuti da fuori, che si sono insediati principalmente a Okubo e Kagurazaka, e la città sotterranea, popolata dai Korpokkur, i primi abitatori del Nord del Giappone, prima che arrivassero gli Ainu, i giapponesi odierni. Il governo trasferisce la popolazione puramente > giapponese nei monti, dove l'acqua è ancora pura e non è infestata dagli effetti della tropicalizzazione: che Heido abbia previsto profeticamente l'ideologia degli oligarchi tecnologici vicini a Trump? Truppe specializzate spargeranno il DDT e insetti mutanti nel sottosuolo, mentre i poveri, gli infettati e gli immigrati sono lasciati al loro destino di morte. In questo scenario la preoccupazione dell'autore non è di approfondire le vicende dei due protagonisti: essi sono inseriti all'interno di un rivolgimento apocalittico, in cui emergono antichi incubi e nuove paure. I due adolescenti sono solo il detonatore di questo sconvolgimento: Hitsujiko con la sua danza affascinante e misteriosa, che conduce le brave allieve alla rivolta; Touta con la forza guerriera, l' astuzia e la sua volontà distruttiva. Numerosi altri personaggi affollano il romanzo, un corvo e un ragazzo-ragazza ci portano nei sotterranei, tanti episodi si susseguono senza che si riesca sempre a trovare il filo, si usano armi impensabili, come la danza e il cinema. In un caleidoscopio disordinato il lettore intravede una luce di speranza, che non sia la fuga in un altro pianeta, ancora incontaminato: è possibile ribellarsi, creare un caos da cui nasca un nuovo mondo; ma questa impresa è affidata agli umili e agli animali. Come dice l'autore nella postfazione all'edizione italiana: non smetterò mai di credere che cantare tutti insieme sia il modo migliore per benedire questo nostro secolo e gioire". E in questa nuova armonia forse Hitsujiko e Touta si ritroveranno nell'isola dell'infanzia. Il romanzo si sviluppa in modo tradizionale nella prima parte, sino alla separazione dei due ragazzi: il naufragio, la vita nell'isola selvaggia, l'inserimento, ovviamente difficile, nella piccola scuola e nella comunità di una delle isole Ogasawara. Pare intravedere un racconto di formazione, pur con le peculiarità giapponesi. Il trasferimento nella grande Tokyo poteva essere il proseguimento di una storia di crescita, e anche d'amore. E invece la trama prende un'altra direzione: il quadro politico-ambientale ha il sopravvento, i mostri oscuri del Giappone, nascosti da una coltre di perbenismo culturale, emergono devastanti. La mente va ai grandi romanzi di Kenzaburo Oe, come il Cuore Silenzioso e la Foresta d'acqua (si vedano le recensioni in questo sito). Tutto rotola confuso, quasi delirante, e il lettore fa meglio a perdersi, a non chiedersi perché un corvo capisce il linguaggio umano, perché esistono dei piccoli uomini nel sottosuolo, e perché la danza e il cinema muto possono essere armi letali, strumenti di una rivoluzione. E' affascinante, ma certo le lunghe digressioni, i tanti personaggi, gli ambienti surreali contribuiscono a spaesarci, rendendo faticosa la lettura.  Forse, un po' di buon romanzo ottocentesco europeo avrebbe dato ordine a una narrazione troppo spesso confusa. Resta impressa la profezia del tempo moderno, profezia incredibile nella sua preveggenza se si tiene conto che il romanzo è stato scritto nel 2003. Perché leggerlo? E' un'altra faccia del Giappone.

Hideo FurukawaRCS / Rizzoli
Il treno dei bambini
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Il treno dei bambini

Tra il 1945 e il 1952 furono ospitati da famiglie contadine del Centro Nord circa 70.000 bambini, in gran parte del Sud; e ciò grazie al Partito Comunista, ai Comitati di Liberazione locali, all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, ai Comuni e alla popolazione. Fu una grande prova di solidarietà nazionale, che prese il nome di «Treni della Felicità». Come dice nel romanzo Maddalena, una combattente delle quattro giornate di Napoli, per convincere le mamme a lasciare andare i figli, > quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scesi in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un'altra battaglia, ma contro i nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri! Il tema sociale e politico di questa gloriosa esperienza, spesso dimenticata, resta  sullo sfondo e permette all'autrice di sviluppare un altro argomento. Verso la fine del racconto, il protagonista e narratore, esprime il senso complessivo della sua storia: «ho lasciato che il tempo passasse e adesso è tardi». Per comprendere questa frase dobbiamo ripercorrere la vicenda di Amerigo Speranza, figlio di Antonietta Speranza e di padre sconosciuto, ufficialmente andato in America a cercare fortuna. > Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri Spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe non ne ho avuto mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male . Amerigo vive come una cosa naturale la miseria dei bassi e l'apparente freddezza di Antonietta, troppo impegnata a sbarcare il lunario per dare affetto al figlio. Quando irrompe, non desiderato, il «Treno della Felicità». Con tanti altri bimbi Amerigo lascia Napoli per andare al Nord. > Mia mamma Antonietta resta in un angolo della stazione che diventa sempre più lontano, con le braccia incrociate sopra al mio cappotto. Come se mi tenesse stretto sotto i bombardamenti. (...) Guardo fuori dal finestrino, penso al mio posto nel letto di mamma. (...) Penso alle strade dove me ne andavo girando tutto il giorno a fare le pezze, col sole e con la pioggia. Penso alla Pachiochia, che a quest'ora si è coricata nel basso con l'immagine del re baffino sulla colonnetta. Penso alla Zabagliona e mi pare di sentire l'odore della sua frittata di cipolle. Penso ai vicoli dove abitavo io, più stretti e più corti di questo treno . Queste immagini sono troppo distanti dalla bella favola che aspetta Amerigo al Nord: una stanza tutta per sé, nuovi vestiti e tanto cibo, l'affetto di Derna, la donna che lo ha accolto, e soprattutto la scoperta del violino e della musica. «Ormai siamo spezzati in due metà». Per Amerigo è impossibile ricomporre le due metà perché Antonietta fa di tutto per annichilire tutto ciò che ha attinenza con la vita del Nord, sino al punto di vendere il violino. > fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina ancora di più e mi stringe con tutte e due le braccia. (...) Tu ti devi svegliare da quel sogno, Amerì, la vita tua sta qua. (...) io l'ho fatto per il bene tuo. (...) Mi libero dal suo abbraccio, mi alzo dal letto . Amerigo vorrebbe dire tante cose ma non riesce che a esprimere il rancore per la perdita del suo violino. «Sei una bugiarda» e fugge prendendo il treno verso il Nord. Molti anni dopo Amerigo torna a Napoli per il funerale della madre: ha un altro cognome, è un famoso musicista, è un estraneo alla madre e alla sua città.  O almeno vorrebbe perché > le grida dei mercati, le chiacchiere infinite delle comari sulle porte dei bassi, i bambini che si rincorrono per strada, e poi una voce conservata nel nocciolo più antico della memoria. Amerigo, Amerì! Scendi, fa' presto, va' a cercà due lire dalla Pachiochia... Vorrebbe riprendersi la vita ma è troppo tardi. > Scomparsi. Distrutti da febbri spietate,/consunti da un male ignoto, lontani, non so./Né so se torneranno, né quando, né come/gli amici, i giorni, la più chiara stagione,/se tornerà la vita/perduta per disattenzione. (Luciano Erba «Lo svagato» da il nastro di Moebius). La lettura lascia una sensazione singolare, quasi incomprensibile. Il romanzo tratta di un grande tema, la trama si sviluppa lineare, la scrittura è fluida, anche se a tratti banale. Eppure non si riesce a farsi coinvolgere come se i tanti argomenti (i Treni della Felicità, il rapporto con la madre, la napoletanità, il finale agro-dolce un po' piccolo borghese) si mescolassero in modo talmente superficiale da lasciare il lettore distante, freddo e pure sconcertato. La verità è che i protagonisti non hanno spessore psicologico così come gli ambienti, in particolare  il mondo contadino del Nord, appaiono letterari, costruiti a tavolino, non vissuti. Perché leggerlo? E' scritto bene.

Viola ArdoneGiulio Einaudi
L'uomo dell'istante
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L'uomo dell'istante

> La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per il quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato . Dalager immagina che con questa frase Soren Kierkegaard sintetizzi la diagnosi del suo male, e il suo destino, nel momento in cui si fa ricoverare in ospedale a Copenaghen, nel 1855. È un uomo finito: solo, ridotto in miseria, disprezzato e deriso dai concittadini, perseguitato dalla chiesa luterana, che lo considera un pazzo ed un eretico. Nella sua breve vita, era nato nel 1813, Kierkegaard ha prodotto una mole enorme di scritti, i quali ruotano intorno ad un concetto rivoluzionario, per allora e pure per oggi: lʼessenza dellʼuomo sta nella scelta e nellʼ «ardore di libertà» che la sottintende. > Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dellʼattimo della scelta, se potesse cessare di essere un uomo, se nel suo essere più profondo fosse solo un aereo pensiero, (...) sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché, nel senso più profondo, non si potrebbe parlare di una scelta . Tuttavia lʼuomo > corre costantemente in avanti e pone ora in un modo ora nellʼaltro i termini della scelta, sì che la scelta nellʼattimo seguente diventa più difficile, (...) perché quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze . Per evitare di essere trascinati occorre scegliere sé stessi, > come spirito libero (...) nato dal principio fondamentale della contraddizione, nato per il fatto di aver scelto se stesso. (...) Questo lo preoccupa eppure deve essere così: infatti quando lʼardore della libertà si è risvegliato in lui,(...), egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso come per la propria suprema salvezza, e questa è la sua suprema salvezza . (Aut - Aut pagine 39, 40 e 93 Ed. Mondadori 1956). Non era facile romanzare la vita di un filosofo apparentemente estraneo al suo tempo, quasi fuori della realtà, che si interessa di un altro mondo, la coscienza. Dalager ci riesce brillantemente perché Kierkegaard è colto in una situazione di estrema debolezza, nei giorni che precedono la morte, quando il coraggio di vivere è ormai solo legato al ricordo, non allʼistante. > Per lui il ricordo è estremamente giovane, come acqua che scorre serpeggiando attraverso il deserto della vita, racconta sempre la stessa cosa e lenisce le sue pene, (...) ma il suo rammentare non è quello dei vecchi, quello delle cose lontane nel tempo. Per me (scrive Kierkegaard alla sua amata, Regine) ogni contatto armonico tra lʼidea e la vita si trasfigura istantaneamente nel ricordo. (...) Nel ricordo (aggiunge Dalager) cʼè qualcosa di lontano che ha perso il bruciore della pena e mantenuto la dolcezza della malinconia . Ormai moribondo, debole, costretto a subire umiliazioni come tutti i malati terminali, ridotto alla sua fragile natura corporale, con la mente Kierkegaard ripercorre le tappe fondamentali della vita: il padre severo ed autoritario, una madre affettuosa che morirà troppo presto, i tanti fratelli e sorelle che non arriveranno ai trentʼanni; gli studi promettenti ma che già indicano un allievo indipendente e troppo brillante; il fidanzamento con Regine e la decisione di romperlo (lʼepisodio centrale della sua vita e al quale tornerà continuamente con il ricordo); il soggiorno a Berlino, ufficialmente per seguire delle lezioni di filosofia tedesca, ma in realtà per scrivere disperatamente e in solitudine; ed infine lʼultimo periodo di vita, sempre più intriso di spiritualità e di fede, ma sempre più critico verso le autorità ecclesiastiche e la religione ufficiale. Alle lunghe digressioni biografiche, spesso sostenute da testi delle opere di Kierkegaard, si alternano scorci della vita di ospedale, che ci riportano alla condizione di malato terminale e sofferente. > Nel buio sente una mano che lo soccorre e lo aiuta a sollevare il suo corpo gracile quel tanto che basta, (...) per un attimo pensa di nuovo di essere prossimo alla morte. Invece cede ad un sonno profondo che lo conduce in una recondita stanza dellʼanima, simile alla camera della sua infanzia (...) ma diversa, perché lungo le pareti ci sono i letti di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle (...) voci e risate si confondono. finché allʼimprovviso appare la madre che canta loro qualcosa per addormentarli. (...) Dove stai andando? gli chiede la madre. Verso la mia morte. E già qui, risponde lei, sei nellʼeternità. Il racconto è scritto molto bene ed è questo il suo pregio fondamentale. Il suo difetto consiste nella natura spuria dellʼopera: non è una biografia, perché cʼè troppo di romanzato, cominciando dal brillante espediente letterario di Kierkegaard morente; non è una sintesi del pensiero del filosofo danese, anche se spesso Dalager si inoltra nellʼillustrazione dei principali scritti, e ciò rende il racconto prolisso e complesso; non è un romanzo, perché è carente lʼanalisi psicologica del protagonista e i personaggi sono appiattiti nella loro dimensione storica. In particolare non è approfondito un tema di grande interesse: dalla narrazione emerge come Kierkegaard rimpianga le scelte compiute, in particolare la rottura del fidanzamento con Regine. Voler scegliere crea angoscia ed è meglio farsi trascinare dagli avvenimenti, ciò è parte del pensiero del filosofo danese. Ma perché Kierkegaard ha compiuto certe scelte, che poi in qualche modo percepisce come sbagliate per la sua felicità? Che cosa gli ha impedito di dare concretezza allʼamore per Regine? Gli era sufficiente fantasticare e scriverne, come fece nel Diario del Seduttore, peraltro senza alcun rispetto per Regine? Non cʼè in Kierkegaard un narcisistico desiderio di manipolazione e di compiaciuta superiorità che lo rende più simile ad un cinico seduttore che alla nobile figura morale che pretenderebbe di essere? Sarebbe stato interessante indagare questi aspetti del carattere e della vita di Kierkegaard, perché ne sarebbe risultata una personalità ben più complessa di quella che emerge da questo romanzo. Perché non leggerlo? Non è unʼ introduzione a Kierkegaard, è una via di mezzo che lascia insoddisfatti.

Stig DalagerIperborea
La valigia di mio padre
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La valigia di mio padre

> Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così dice nel romanzo «La nuova vita» il padre del protagonista, riferendosi al libro alla cui ricerca è dedicato il vorticoso viaggio del figlio attraverso la Turchia. E in un altro passo dello stesso romanzo Pamuk chiarisce come > un buon libro sia un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Sono riflessioni cupe e disperate, che sembrano condurre, tramite la letteratura, alla solitudine, allʼincomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti, ad un mondo, dove ci si segrega, «nascondendo le chiavi» ( da Il libro nero). Si può congiungere il racconto con la vita o ciò è possibile solo nella immobilità dei manichini, così brillantemente favoleggiati nellʼultimo capitolo dellʼ Il Libro nero? È con la speranza di chiarire cosa pensa veramente Pamuk che si affronta la lettura di questo libretto, il quale riporta alcune conferenze dellʼautore. Ed ancora una volta Pamuk ci sorprende. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel, lʼautore affronta il tema della letteratura narrando un emblematico episodio della sua vita, una sorta di metafora, ma reale. Racconta come il padre avesse custodito in una valigetta alcune pagine scritte durante un soggiorno giovanile a Parigi. Per lungo tempo Pamuk ha avuto paura di aprire la valigetta > e leggere i suoi taccuini perché sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, alla folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia... In realtà ero arrabbiato con mio padre perché non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato... ( e solo talvolta) mio padre si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei suoi pensieri, nei sogni . Nelle differenze tra il padre, conciliato con il mondo, ed il figlio, in rotta con sé stesso e con il contesto che lo circonda, sta lʼinfelicità, o meglio la ricerca di una felicità irraggiungibile: > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità . Lo scrivere è come una medicina, che «sa di inchiostro e carta», che se non è possibile prenderla, > sento che lʼinfelicità mi trasforma in una specie di uomo di cemento . Chiudersi in una stanza a scrivere è > riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni . I romanzi > sono modellati per portare con felicità i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Così come regalano felicità al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli può fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata . Scrivere e leggere sono una fuga dalla realtà, in un mondo da noi stessi creato, > pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora più reale di tutto il resto . > Ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo ( da Il mio nome è rosso). La letteratura è un continuo ritorno allo stesso sogno tenero e nostalgico: desiderare essere felici senza trasformare realmente il mondo. Perché leggerlo? Chiarisce bene il pensiero di Pamuk

Orhan PamukGiulio Einaudi
Il vecchio al mare
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Il vecchio al mare

> Stavo andando in spiaggia, (...) pensavo ai fatti miei quand'ecco che tutto si è fermato: il vento, il mare, gli arbusti, il battito del cuore e delle ciglia, (...) e in quell'attimo di immobilità disorientata l'unica cosa a muoversi è stata una figurina dai contorni d'oro: non un corpo, non una piroetta di polvere, non un guizzo di luce ma una presenza che è corsa lungo il legno del gradino e si è infilata nella sabbia poco più avanti. Per l'io narratore, l'ottantaduenne in vacanza al mare, questa figurina > è uscita dal di dentro del mio corpo , come la «chimera» cantata da Mario Luzi?. («s'avvia tra i muri, è preda della luce.../ forse eri tu, ora è un'apparizione»). O è invece una delle ragazze di Giorgio Caproni?( > ragazze appena visibili/ma acutamente sensibili/nell'aria nera che brilla/lucida come una pupilla ). La risposta di Starnone non è univoca, ci lascia in sospeso. > Del so e non so (...) che dovrei tentare di scrivere. Ma è difficile, ci vorrebbero energia e fiducia, non l'attuale spossatezza dubbiosa che sfuma nel colpo di sonno. Il vecchio scrittore s'impegna comunque a costruire una storia, esile ed elegante come una poesia. La figurina è Lu,  atletica, piena di energia e di giovanile autorità. Ci sono poi altre donne, da Evelina, proprietaria di un negozio di abbigliamento, alle sue amiche-clienti: tutte amanti del marito di Evelina, Silvestro l'ingannatore. Sono personaggi reali o rimembranze affioranti? In Lu, come nelle altre donne, lo scrittore non proietta un senile desiderio erotico, cerca invece di estrarre dal corpo della ragazza > una madre viva, vivissima, (...) una madre senza malattia, sotto i trent'anni, di radiazione benevola, capace di suscitare invidia e poi addomesticarla mutandola in simpatia e affetto. (...) Tuttora, da vecchio, il rischio è quello. Comincio con Rosa (è il nome della madre) e voglio più Rosa, sempre più Rosa, troppa Rosa, sicché mi perdo quel poco di vero -- una risata mentre lei si sistema i capelli con entrambe le mani -- e scivolo nel falso. E come succede spesso quando ci si lascia inviluppare dalla memoria si ritorna con la mente a un frammento ricorrente della vita della persona ricordata, così è per il scrittore nella scena più affascinante dell'intero racconto, scritta mirabilmente in bilico tra realtà e fantasia. Rosa era una sarta e riceveva le clienti a casa dinanzi al figlio ancora bambino. Invitato nel negozio di Evelina, riaffiorano tutte le sensazioni di quelle sedute quando assiste alla scelta dei vestiti da parte delle amiche-clienti. > Io non mi sono perso nemmeno un battito di ciglio. (...) Ho avvertito con violenza l'odore vitalissimo di quel vestirsi e rivestirsi, modellarsi e rimodellarsi e l'ho riconosciuto. Era lo stesso delle clienti di mia madre. Il vecchio scrittore chiede di provare alcuni vestiti indosso a Lu, fino a quel momento presente solo nel ruolo di commessa. E' un crescendo di sensualità e rimembranza. > La ragazza non aveva più occhi di serva affaticata, ma pupille lucenti. (...) I corpi evaporano, c'è poco da fare, si disperdono le ambizioni ,s'assottigliano le possibilità. Ma almeno per ora non è quello che sta accadendo a Lu. Si è chiusa definitivamente a mia madre moribonda e abito dietro abito, gesto compiaciuto dietro gesto compiaciuto, ha recuperato il colorito sano, è di nuovo forte, sprigiona luce di chi vuole compiere a tutti i costi un salto strepitoso fin sopra la cima del mondo. L'immagine di un vecchio malato dinanzi al mare richiama «Morte a Venezia» di Thomas Mann; ed è forse a quest'opera che si è ispirato Starnone invece che al  «Il vecchio e il mare» di Ernst Hemingway, richiamato dal titolo del romanzo. Non c'è il vigore del capolavoro dello scrittore americano mentre si respira quell'atmosfera sensualmente decadente del racconto di Mann. Di certo il tema principale è il pensiero della morte: nostalgie, rimembranze, immagini dell'infanzia si affollano nella mente, portate in superficie dagli abituali frequentatori della spiaggia dove trascorre le sue giornate l'ottantaduenne, in vista al mare. Sotto traccia è presente un tema caro a Starnone, quello della professione dello scrittore. Avvicinandosi alla fine della vita ci si accorge che > manipolare la realtà dei fatti, servirmene per cavarne invenzioni con sprazzi di verità, da giovane è stato ingannevolmente facile, da vecchio un tentativo fiacco sempre a un passo dallo sgomento. Che senso ha ancora la fantasia, credersi vivi inventandosi delle storie?  Starnone è uno dei più raffinati scrittori italiani. Ogni singola frase andrebbe insegnata per l'uso sapiente della sintassi, per l'eleganza del lessico, pur all'interno di un linguaggio contemporaneo e comprensibile a tutti. Questa ricerca del dettaglio va a scapito della trama complessiva, esile e inconcludente. L'attenzione sull'io narrante appiattisce i personaggi, potenzialmente interessanti, e fa scivolare il racconto in una sorta di compiacimento narcisistico. Perché leggerlo? Una lezione di splendido italiano.

Domenico StarnoneGiulio Einaudi
Le veglie alla fattoria di Dikanka
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Le veglie alla fattoria di Dikanka

> Come è inebriante e magnifica una giornata d'estate nella Piccola Russia! (...) Le querce altissime stanno immobili con aria pigra e spensierata, come individui a spasso senza scopo. (...) Gli orti variopinti sono ingemmati dallo smeraldo, dal topazio e dallo zaffiro degli insetti nell'aria, e ombreggiati dagli slanciati girasoli. (...) Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo: esso scorre libero e maestoso, gonfio di acque, fra boschi e alture, senza un fruscìo né un mormorìo In questo ambiente radioso, così amato da Gogol, giace un piccolo villaggio, Dikanka, felice nel ciclo eterno delle stagioni, una povera e serena vita contadina. Nei freddi e lunghi inverni sono le narrazioni dei vecchi, i balli e le feste con le belle ragazze, le baldorie dei cosacchi a far trascorre il tempo in allegria, «un'allegria disinvolta, senza smancerie e affettazioni», come scrisse Puskin (si veda la citazione nella prefazione di Vittorio Strada). Eppure, i paesaggi così ricchi di sentimento, il brio e la magia delle piccole storie sono pervase da una soffusa tristezza per la scomparsa della società cosacca. Siamo nella seconda metà del Settecento, al tempo di Caterina La Grande (imperatrice di Russia dal 1762 al 1796), quando l'indipendenza dei fieri cosacchi fu sottomessa all'autorità di Mosca.  Non c'è il disperato grido di dolore di Taras Bul'ba, dinanzi alla sconfitta e al tradimento del figlio (si veda la recensione in questo sito), qui la distruzione che incombe è rappresentata dai «demoni e dalle streghe», figure tradizionali dell'immaginario contadino, usate da Gogol per dare un senso tenebroso al destino. Nel racconto «La tremenda vendetta», uno stregone usa tutta la sua potenza diabolica per portare morte e sangue tra la gente cosacca, uccidendo il nobile atamano e la stessa figlia Caterina; e richiamando l'Apocalisse di Giovanni > un inaudito prodigio s'era verificato presso Kiev (...): l'orizzonte s'era improvvidamente tanto allargato, che si vedevano gli estremi limiti del mondo. (...) Le nubi si sollevarono dalla montagna più alta, e in vetta a questa apparve un individuo a cavallo in completo assetto di cavaliere, (...) pauroso e immenso, (...) lanciò lo stregone nell'abisso , e tutti i morti > gli si scagliarono addosso e l'afferrarono, addentandolo. Cosa ci sia di allegria in questa profezia angosciante sarebbe bello chiederlo a Puskin, se si potesse. Non tutti i racconti hanno questa impronta apocalittica, difficile da interpretare. In tutte le novelle, però, le piccole storie della gente di Dikanka mescolano due piani dell'esistenza: quella degli esseri umani, fatta di debolezze, sotterfugi, intrallazzi, e avidità, e quella dei diavoli, che operano per sconvolgere e dirigere la vita degli uomini. Fingendosi un apicoltore narratore, lo scrittore vuole raccogliere le chiacchiere che si fanno intorno ai focolari, nelle lunghe notti d'inverno, quando si è stanchi della musica, delle canzoni e delle baldorie, quasi che fosse un semplice trascrittore di narrazioni orali; e forse quindi, sono io che mi sono ficcato in testa chi sa quali fantasie di mortifere profezie! Nel romanzo del 1842 «Le Anime Morte» (si veda la recensione in questo sito) Gogol dice che vuole narrare > l'irritante sedimento delle piccole cose, che impastano la nostra vita ; se lì l'ambiente è la società di provincia, qui è invece l'umile gente, come in «Terra» di Emile Zola e in «I Malavoglia» di Giovanni Verga (si vedano le recensioni in  questo sito). Particolarmente riuscito è il racconto centrale della raccolta, per l'articolazione dei personaggi e della trama: «La notte prima di Natale». Si prenda, per esempio, la scena in cui i notabili del villaggio vengono nascosti in sacchi per non essere sorpresi presso la loro amante: pare di trovarsi in una rappresentazione della Commedia dell'Arte o in un'opera di Moliere. Oppure, sempre in questo racconto, l'incontro dei capi cosacchi con l'imperatrice Caterina, in presenza del famoso principe amante, il fondatore della Piccola Russia e del porto di Odessa (che sia lui lo stregone?). Con fine ironia, e senza esporsi politicamente, Gogol descrive la sottomissione dei capi cosacchi; tanto più sottolineata dalla furbizia dell'umile fabbro del villaggio, che riesce a farsi regalare dalla zarina un paio di scarpette, che aveva promesso alla ragazza, di cui era innamorato. Solo per questo racconto vale la pena leggere il libro. Perché leggerlo? E' dolce perdersi in un mondo magico e ancestrale.

Nikolaj GogolGiulio Einaudi
Vento largo
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Vento largo

Varì vive ad Aùrno, «paese di arenaria che muore», sulla costa ligure, al confine con la Francia. Gli ulivi, ormai vecchi, non offrono più da vivere e Varì fa il «passeur», ossia accompagna i clandestini in Francia attraverso i sentieri della montagna. In paesi pieni di sole e di salino, tra il vento e il profumo intenso delle mimose, hanno cercato un nascondiglio, dagli altri e da sé stessi, molti personaggi: un vecchio professore olandese, sua figlia che si accompagna con un contrabbandiere, un raccoglitore di farfalle, un cercatore dʼoro. I vecchi contadini, ultimi abitanti di queste zone, e i nuovi abitanti vivono come sospesi, in attesa di un amore, di una vita diversa, della morte. Un vecchio passeur viene ucciso e una ragazza amata da Varì, Sabèl, scompare: è andata a nascondersi in unʼisola presso un convento per cercare serenità e un nuovo equilibrio. Ha ucciso lei il vecchio passeur quando ha scoperto di essere sua figlia? Varì lʼattende invano nel suo paese ormai abbandonato fino a quando si rende conto che il suo destino é vivere e morire nascosto: «che vita cʼé su quei sentieri? nessuna». È probabile che lʼargomento del libro sia lʼangoscia esistenziale dellʼuomo moderno, che si manifesta nella solitudine e nella coscienza di non avere un futuro. In realtà, tuttavia, ciò che affascina del libro è la descrizione di una natura magica, irreale, immutata nei secoli e oggi in disfacimento. > Aùrno, sei case, aveva grandi scalinate di terrazze, fra le rocce... una fontana gorgogliava tutto lʼanno.... Aùrno era ventosa; ma i venti, che la flagellavano, passavano sul mare che li mitigava....Aùrno era morta. Luminosa per via dellʼaltura, delle rocce e del sole; ma ormai tenuta in mano dai signori delle tenebre . Il pregio fondamentale del libro è il paesaggio, rappresentato con uno stile asciutto e nel contempo cromatico, quasi di un pittore che contempli i colori e le sensazioni della natura. Lʼangoscia esistenziale dei personaggi si perde nella ricerca dellʼeffetto pittorico e la loro storia resta misteriosa, incomprensibile, quasi metafisica. Perché non leggerlo? Per leggerlo con piena soddisfazione bisognerebbe essere in Liguria, su quelle montagne: lontano da quel contesto la storia è troppo esile da risultare interessante.

Francesco BiamontiGiulio Einaudi
Via delle Oche
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Via delle Oche

Siamo a Bologna nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni del 1948, in un clima di duro scontro tra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare. Il vice commissario De Luca è stato appena trasferito a Bologna per seguire la Buoncostume, lui che era stato il più giovane commissario d'Italia ed era noto per aver risolto numerosi delitti. E' stato declassato, in qualche modo salvato dall'epurazione se non dalla fucilazione, colpevole di aver lavorato all'investigativa della famigerata brigata Muti. Non conosce bene la «geografia politica» della questura, dove convivono un vice questore democristiano e un capo di gabinetto comunista; ma De Luca è caparbiamente legato alla sua missione di poliziotto, a prescindere dal contesto. Al maresciallo Pugliese, l'unico amico a Bologna, che lo invita alla prudenza, dichiara con enfasi che non gli importa se lo usano, > io sono un poliziotto, Pugliese, faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! Un morto in Via delle Oche  il quartiere dei bordelli, gli permette di mettere in campo le capacità investigative. Il corpo è del buttafuori della casa di tolleranza e De Luca  capisce subito che si tratta di un omicidio. Non si ferma anche dopo che il delitto viene derubricato come «suicidio intenzionale» e il vice gabinetto lo invita a non uscire dalle sue competenze. > Gli sconfinamenti d'ufficio, da noi, non sono graditi. (...) Vice commissario aggiunto, pensi alle puttane che sono importanti anche quelle . Continua l'indagine e si imbatte in altri assassinii e nella scomparsa di una giovane prostituta, trovata pure lei morta ammazzata. La testimone chiave è una tenutaria di bordelli, «Tagliaferri Claudia in arte Tripolitina, signorina e non signora»; De Luca potrebbe perdersi nelle braccia della prostituta esperta, trovare momenti di pace nella «pelle, calda e un po' umida di sudore» della donna, ma il poliziotto non dimentica mai la sua missione. Quale legame c'è tra i diversi delitti? Perché il vice questore è così interessato ad insabbiare e il capo gabinetto ad incitare De Luca ad andare avanti? Respinta, «con un sorriso duro, che le fece tornare le rughe agli angoli della bocca», la Tripolitina grida, > non sei così forte, commissario, non lo siamo nessuno dei due. Tu sei solo un poliziotto e io sono solo una puttana . De Luca sa che è uno sconfitto, eppure, come un «eroe discreto», continua testardo nella sua indagine sino a svelare il legame tra i diversi delitti e la > geografia politica che ne é dietro. La nuova Italia è come quella vecchia, fatta di torbidi e inconfessabili segreti, e come De Luca vorremmo correre in bagno, chiuderci dentro, aprire tutti i rubinetti e singhiozzare forte senza che nessuno possa sentirci piangere. Il passato è il presente che vive di memoria > , diceva Sant'Agostino. Nella figura del vice commissario De Luca, in un mondo politico già cinico, in un'autorità già prona ai dettati del potere, ritroviamo l'Italia di oggi, quella delle stragi occultate, dell'asservimento a propositi inconfessabili, della decadenza morale e civile. De Luca è ricattabile, farebbe meglio ad accettare gli inviti dell'affascinante meretrice, e anche lui sognare, come il giovane Dino Campana, tra le vie della Bologna invitante; ed invece sospirò e si alzò dal letto«: scivolò nella solitudine e nella sconfitta pur di restare»eroe discreto«. Il presente è così invadente che pone in secondo piano Bologna,»la città turrita" di Campana; malgrado tutto le ombre e le luci, i rumori di fondo e la variegata fauna umana affiorano di continuo in un affresco di una Bologna ormai svanita. La trama, che vorrebbe essere quella del noir, la struttura dialogica spesso ridondante e i personaggi un po' stereotipati, ad eccezione di De Luca e della Tripolitina, non compromettono un stile narrativo suggestivo e preciso, in grado di creare l'atmosfera di fondo del romanzo: forse meritava una storia più ampia e articolata. Perché leggerlo? Bella la figura di De Luca, suggestiva la descrizione di Bologna degli anni'40

Carlo LucarelliGiulio Einaudi
I Viceré
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I Viceré

I Viceré sono una edizione ottocentesca della serie televisiva Brothers & Sisters. Gli Uzeda sono una antica famiglia nobiliare di Catania, che annoverano tra gli antenati persino una santa. > La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un frattacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Come nella famosa serie televisiva, i membri della grande famiglia litigano, si insultano, tramano ma vivono sempre insieme, ritornano sempre nella grande casa principesca. Siamo nel 1850, dopo la rivoluzione siciliana del 1848- 1849, conclusasi nel sangue. La principessa madre, una donna avida e cattiva, muore lasciando due eredi: il figlio maggiore, che assume il titolo di principe, e il figlio amato, il contino Raimondo. Il principe opera subito per prendere in mano tutta lʼeredità mediante intrighi e sotterfugi. Nel frattempo la storia cammina e la «nuova Italia» permette alla famiglia, pur profondamente borbonica e reazionaria, di trovare vantaggio dalle cariche pubbliche, adesso elettive, e dalla confisca dei beni ecclesiastici. Si arriva al conflitto tra il principe e il figlio Consalvo, la cui colpa è di ferire il principe nel «sentimento più forte di tutti gli altri», la «sua borsa». Ma Consalvo è anchʼegli un Uzeda. Se > il principe aveva lottato tutta la vita per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie , Consalvo non pensava che > al proprio interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto . Erano in fondo entrambi i rappresentanti > degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini . Ed è forse la vera conclusione del romanzo. Quando Consalvo diviene deputato fingendosi democratico e va dalla zia Ferdinanda, che esclama con ira «Tempi obbrobriosi... Razza degenere!», il nuovo principe, e membro del Parlamento del Regno, le risponde con una verità profondamente pessimistica ma spesso vera: > la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa . I Vicerè sono un romanzo corale. I singoli protagonisti sono stereotipi di un ruolo sociale al quale sono condannati. Il lettore non riesce ad appassionarsi ai personaggi né alla vicende, anchʼesse ripetitive e spesso scontate. Il romanzo, come tutti i grandi libri dellʼOttocento, scorre piano senza salti e rapide, come un grande fiume. È facile da leggere ma anche monotono. Perché leggerlo? Perché si legge bene sotto lʼombrellone.

Il violinista
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Il violinista

Christian e Noemi sono due ragazzi con unʼestrazione sociale molto differente (Christian molto povero, Noemi di una ricca famiglia ebrea), ma sono entrambi animati da una forte ambizione e da una ricerca di una «vita straordinaria». Un episodio drammatico della loro infanzia, l’incendio e la distruzione della casa di Noemi, spezza anche una tenera amicizia e divide, irrimediabilmente, la vita dei due ragazzi. Il meraviglioso giardino dove si sono conosciuti non esiste più: la felicità dell’infanzia si è dissolta. Nella prima parte, la più suggestiva anche per la descrizione della cultura rurale danese, vengono narrate le vicende di Christian, la nascita della sua vocazione di violinista, la fuga del padre, la nuova famiglia e la solitudine, la vita del mare, l’educazione presso una nuova famiglia. Prevale un sottofondo tragico ma il ragazzo affronta le disgrazie con una forte speranza verso il futuro. Particolarmente bella è la descrizione dell’ambiente umano e naturale che si sviluppa intorno a una fonte, la cui acqua è considerata in grado di guarire le malattie. Il rapporto con la natura assume connotati magici, animistici e fiabeschi, collocando gli animali, in particolare gli uccelli, su un piano di intensa relazione con gli uomini. Quanto è lontana la società di Andersen rispetto alla nostra ed è chiaro il passaggio da una società rurale a una industriale!Anche nella prima parte, il tema del Sud appare uno dei riferimenti fondamentali del libro: le migrazioni delle cicogne e degli uccelli sono appunto il legame tra il Nord e il Sud dell’Europa, un meridione sognato e vissuto come terra del sole, del caldo e della cultura. L’ultima parte del libro si concentra su Noemi, ormai bella fanciulla, prima innamorata di un fantino e poi sposa a un ricco aristocratico francese. Vienna, Roma e Parigi sono gli ambienti nei quali vive Noemi, mentre Christian rimane in Danimarca a sognare e a vivere poveramente. La vita dei due ragazzi è molto differente ma la conclusione è drammaticamente simile. Christian muore deluso e stanco, Noemi ritorna in Danimarca, ricca ed elegante, ma anch’essa conscia di non avere raggiunto nessuna delle aspirazioni della propria gioventù. Valeva la pena? Non era forse meglio che i due ragazzi accettassero fin dall’inizio una vita routinaria e tranquilla; oppure esisteva un’alternativa che avesse le sue basi in sentimenti più profondi rispetto alla ricerca di qualche cosa di meraviglioso?Non si capisce quale sia la morale di Andersen: forse il filo conduttore del libro è la lotta per la sopravvivenza e per lo sviluppo, nel quale emerge soltanto il più forte. La cicogna amica di Christian viene uccisa dai suoi compagni di migrazione perché non è più in grado di fare il lungo viaggio verso il Sud. Il ritmo narrativo è molto efficace nella prima parte del libro per poi disperdersi e diventare farraginoso e noioso.