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7-7-2007
RecensioneItaliano

7-7-2007

In quattro anni, dal 2013 ad oggi, lʼautore ha pubblicato 6 romanzi, tutti con la figura di Rocco Schiavone come protagonista. Forse, la fretta non ha favorito la cura necessaria: la narrazione è confusa, intreccia il genere noir con storie di vita e ricostruzioni di contesti sociali senza arrivare ad una sintesi efficace. Siamo ad Aosta, una donna è stata uccisa nellʼ appartamento del protagonista. Nel lungo interrogatorio che ne segue il vice questore Rocco chiarisce gli antefatti, anche se non del tutto. A Roma ha condotto unʼindagine su un brutale omicidio di due ragazzi. Cʼè di mezzo la droga, ma non entreremo nei dettagli per lasciare che sia il lettore a scoprire come Rocco riesca a dipanare la vicenda. Accanto alla storia principale si aprono numerose finestre narrative, le principali delle quali sono la tormentata storia dʼamore con la moglie e la stretta amicizia con tre compagni dʼinfanzia. Marina > era bella. Con gli occhi concentrati, i denti che mordevano appena il labbro superiore, i capelli raccolti in una crocchia tenuta da una matita, o era una bacchetta cinese? Bella, col camice bianco immacolato che rifletteva la luce della lampada e le creava un alone tuttʼintorno. I capelli parevano più biondi e i pochi granelli di polvere che danzavano intorno al viso sembravano stelle e comete . Marina è andata via da casa quando ha saputo che Rocco è un disonesto: ha approfittato del suo ruolo di vice questore per arricchirsi. Responsabili di questi piccoli traffici sono gli amici dʼinfanzia: una sorta di tre moschettieri, simpatici, grandi mangiatori e bevitori, sempre pronti ad aiutare lʼamico, ma veri e propri furfanti, una cattiva compagnia per un poliziotto. Sarà Marina a tornare a casa, perché ama Rocco e lo accetta così comʼè. La conciliazione tra i due è una delle tante delusioni del romanzo. Leggiamo questo dialogo: > Marina gli carezzò il petto. Veramente per tornare a casa hai dovuto chiudere gli occhi? ( Rocco) Un poʼ. Ora ce li ho belli aperti e vedo accanto a me lʼuomo che amo e che con molta probabilità amerò sempre (Marina). Ho unʼerezione (Rocco). Potresti per una volta pensare ad altro? (Marina) Tipo? (Rocco) . Insomma, per Rocco era tutta una questione di sesso! Perché condurci in una storia dʼamore se tutto si riduce nella banale e rassegnata accettazione da parte della donna? Rocco riesce a trovare i colpevoli; dietro agli omicidi cʼè una potente organizzazione malavitosa, la quale, cerca di assassinare Rocco, uccidendo invece Marina. Quel luglio del 2007 > erano stati giorni strani. Giorni di caldo e improvvisi acquazzoni, di ansia e soprattutto di puzza. Puzza di scantinato, puzza di morti violente, di gente schifosa, acquattata nelle fogne, pronta a colpire... Un romanzo noir richiede un intenso ritmo narrativo; il lettore deve essere avvinto dalla trama, partecipare allʼinvestigazione o farsi travolgere dagli eventi, dalla loro tensione. Tutto ciò manca nel libro: lento, spesso scontato, ricco di personaggi e vicende inutili, il racconto è banale e noioso. Inutilmente i «tre moschettieri» fanno da spalla al protagonista: Rocco, diciamo la verità, è un Marlowe non riuscito, un personaggio che non regge il ruolo affidato, quello del poliziotto corrotto ma buono, giustiziere per conto suo. Al fallimento del romanzo contribuisce anche la scrittura; lʼuso eccessivo del punto e il frequente ricorso ai dialoghi spezzettano la narrazione, rendendola più simile ad una sceneggiatura che al periodare di un racconto, nel quale è necessario allargarsi in descrizioni e in approfondimenti psicologici. Come è possibile che questo romanzo sia da settimane in testa alle classifiche dei libri italiani più venduti? Perché non leggerlo? È noioso e banale.

Antonio ManziniSellerio Editore
L'Adalgisa
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L'Adalgisa

Il libro è costituito da 10 racconti, che sono altrettanto bozzetti della vita della borghesia milanese degli anni ʼ30. Il tratto comune è una lieve ironia di una società soddisfatta di sè stessa, attenta ai soldi, ai buoni matrimoni, alle occasioni mondane, ma anche alla cultura tecnica, «allʼingegnere». Le scene della vita lombarda sono, poi, lʼoccasione per Gadda per una esplosione di parole, modi di dire, neologismi, sovrapposizioni di forme dialettali a italianismi, che confonde il lettore, il quale perde, spesso, il senso del racconto ma anche il filo del discorso. Sembra, quasi, che lo scrittore abbia lavorato in piena libertà con il linguaggio ed è, quindi, impossibile riferirsi ad una trama, a personaggi, ad episodi, ma la lettura si perde in una serie di impressioni, alcune felici, molte noiose e ripetitive. In uno dei racconti più briosi ( > Quando il Girolamo ha smesso...) Gadda racconta le vicende di una onorata ditta che fallisce in quanto ha dato i soldi ad un finanziere creativo: per levar di tasca, a certi bamboloni con la bocca aperta, lʼanima di quei quattro ruspi o ovverosia sudati risparmi che gli son costati una vita; per spennarli a modino, sti cocchi di mamma, senza gli abbino a strillar troppo forte, e arrivare a farli finalmente contenti dʼun bellʼuscio chiuso, sigillato in piena regola dallʼautorità giudiziaria, per raggiungere questa suprema meta del credito e dellʼattività creditizia, si può bene ingegnarsi adoperare una Croce, la Patria, poi, neanche a parlarne«. In un bozzetto felicissimo sulle abitudini della borghesia milanese (» I ritagli di tempo«), lʼautore racconta il sonnellino durante la lettura del giornale:»bello è il vedere un ingegnere Caviggioni seduto, e quieto, una volta tanto, onninamente immemore del 263.890 e delle filettature normali (dei bulloni Withworth): seduto, dico, anzi nobilmente abbandonato sulla poltroncina del sabato, in attitudine pregustante, indi poco di poi assaporante«. In un altro racconto (» un concerto di centoventi professori), viene tratteggiata con benevole sarcasmo lʼabitudine a frequentare il teatro, dove > la società musogonica della città industre, aja di laboriosi pupilli, dopo le molte buone opere, sʼaduna a purgare le sue indigestioncelle farisaiche, i suoi peccatuzzi stitici, col porger orecchio a quegli altri peccati, un pò più cipperimerli per fortuna, di Luigi Dallapiccola e di Igor Strawinski . Perché non leggerlo? Singoli frammenti sono anche deliziosi, ma per gustarli bisogna soffrire per 284 pagine.

Carlo Emilio GaddaGarzanti
Adua
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Adua

Lʼeditore presenta il libro come un romanzo a due voci, «quella di un padre e di una figlia». Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare unʼattrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo ventʼanni si ritrova donna matura, «Vecchia Lira», come i nuovi immigranti chiamano «le donne della diaspora». Un poʼ per compassione e un poʼ per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che > bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che lʼItalia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta . Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, unʼinfanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa nʼè dei sogni di Adua? > Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni . Lʼautrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in unʼaltra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con questʼultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per lʼItalia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie lʼinfibulazione, perché > dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda . È un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. > Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore . Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non sʼincontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore. > Mi piace Roma dʼestate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa . Le parole di Adua «si sciolgono e si perdono». Guarda la negra, parla da sola«. E Zoppe cammina per la Roma fascista e»la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore... lʼodore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu > . Ecco ciò che lega padre e figlia: lʼamore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di unʼ Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani. Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per lʼautrice. È difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; unʼoccasione persa. Perché non leggerlo? È confuso e alla fine noioso.

Igiaba ScegoGiunti
Almarina
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Almarina

> Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. (...) Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall'altra parte del cancello, l'onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano... . Con questo incipit il lettore si illude di pregustare il mondo surreale di Anna Maria Ortese (si vedano «Il mare non bagna Napoli» e il Cardillo Addolorato > ); ed invece ci si trova dinanzi ad una storia d'amore sospesa in aria, perché travolta da un flusso di coscienza incontrollato in quanto totalmente interiore. Cinquantenne professoressa di matematica, Elisabetta Maiorano insegna nel carcere di Nisida. Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa, lo sente) che sta passando da un'altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine > . Ma  essere detenuti, vivere in una quotidianità ripetitiva e nel contempo protettiva, che crea una sensazione di isolamento o sono invece le rimembranze di una vita, le speranze e le disillusioni, le scelte sbagliate e gli amori incompresi? A seguire l'effluvio senza sosta della protagonista narratrice viene a pensare che il carcere sia solo un grimaldello per fare uscire il mondo interiore, e pure per piangersi addosso: il marito non amato, il figlio disperatamente cercato con l'inseminazione artificiale e poi con le richieste di adozione, la noia dell'insegnamento, la vecchiaia che avanza. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze > . Ma se per il carcerato, di cui parla apparentemente la protagonista, c'è la luce della vita normale, come può una persona imprigionata in sé stessa fuggire dalla propria esistenza, prosaica e triste? Solo se irrompe l'Amore. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore. (...) Io non so nuotare, lei mi ha detto, allora.«Leggendo Valeria Parrella viene in mente Alda Merini, quando scrive»e forse staccherò dalle radici/la rimossa speranza dell'amore,/ricorderò che frutto d'ogni/limite umano è assenza di memoria,/tutta mi affonderò nel divenire...". In entrambe le autrici si è in presenza di una irrequieta e inappagabile ricerca di un Amore che permetta di rimuovere la memoria, o almeno sospenderla. Il carcere, così come il manicomio per la Merini, è una metafora della prigione dell'animo umano, un momento di quiete, un luogo di incontri inaspettati. Ogni pagina di Parrella è un cammeo, simile a un breve e intenso componimento poetico. Ma se in Merini il lirismo, il parlare di sé stessi, i sentimenti accennati, la preziosità lessicale sono al loro posto perché tipici di un sonetto, soprattutto secondo la tradizionale poesia italiana, in Parrella questi tratti stilistici e narrativi compromettono il racconto complessivo, tolgono movimento alla storia, inaridiscono i personaggi, in particolare quello di Almarina, di fatto incomprensibile. L' io specchiante non si addice al romanzo, il quale richiede comunque una trama. Perché non leggerlo? Un effluvio elegante ma avulso da una struttura narrativa.

Valeria ParrellaGiulio Einaudi
L'anno della morte di Ricardo Reis
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L'anno della morte di Ricardo Reis

Ricardo Reis é uno dei tanti nomi, con i quali firmava le sue opere Fernando Pessoa, massimo scrittore portoghese del novecento. Lʼautore immagina che un Ricardo Reis, dopo sedici anni trascorsi in Brasile, ritorni a Lisbona, proprio nellʼanno della morte di Pessoa, il 1935. È inutile cercare una trama nel romanzo; come nellʼUlisse di Joice, il vero soggetto del racconto sono le peregrinazioni nella Lisbona degli anni ʼ30 e il susseguirsi di pensieri sulla realtà e su sé stessi: pensieri che non trovano mai nelle parole una esauriente espressione. > Sopra la nudità forte della verità il manto diafano della fantasia, sembra chiara la sentenza, chiara, chiusa e conclusa, anche un bambino sarà capace di capirla e andarla a ripetere allʼesame senza sbagliarsi, ma questo stesso bambino capirebbe e ripeterebbe con ugual convinzione una nuova frase, Sopra la nudità forte della fantasia il manto diafano della verità, e questa frase sì, dà molto più da pensare, e immaginare con gusto, solida e nuda la fantasia, diafana appena la verità, se le sentenze capovolte diventassero leggi, che mondo faremmo con loro, è un miracolo che gli uomini non impazziscano ogni volta che aprono bocca per parlare . Nellʼabile capovolgimento letterario con il quale la certezza della realtà si trasforma in vaghezza, e prende il sopravvento lʼimmaginazione, si rivela il tema di fondo del romanzo; non è più possibile «leggere» il mondo, quello interiore così come il contesto esterno. Ricardo Reis cammina per Lisbona come se fosse in un labirinto, senza trovare le vie di uscita. È in parte «uno spettatore dello spettacolo del mondo» ed in parte è travolto dai suoi stessi pensieri: non è lui > che pensa questi pensieri né uno di quegli innumerevoli che vivono dentro di lui, è forse il pensiero stesso che sta pensando, o semplicemente pensando, mentre lui assiste, sorpreso allo srotolarsi di un filo che lo conduce per strade e corridoi ignoti... Ma è Ricardo Reis che è confuso o è invece la realtà stessa che diviene rappresentazione, non verità? Le pagine più interessanti del libro riguardano il viaggio del protagonista a Fatima e la descrizione di una sorta di simulazione di guerra da parte del regime dittatoriale di Salazar: una voglia di partecipare alla grande mattanza degli anni ʼ30 (guerra di Spagna e poi conflitto mondiale). Alla vista dello sfruttamento senza ritegno delle speranze di una guarigione, del commercio piccolo e grande intorno al santuario, la religione diviene superstizione, occasione di festa, disprezzo della spiritualità. Nello stesso modo le parate militari, le celebrazioni di vittorie mai avvenute, le false notizie, la propaganda sono lʼinquietante parodia di un disastro morale e fisico che incombe sullʼEuropa. Il protagonista cerca, senza grande convinzione, solidi ancoraggi alla propria vita, interiore e politica, ma è tutto inutile: > il tempo si trascina come unʼonda lenta e vischiosa, una pasta di vetro liquido sulla cui superficie ci sono miriadi di scintillii che attraggono gli occhi e deviano il significato, mentre in profondità traspare il nucleo fulvo e inquietante, motore in movimento (...) Manca a Ricardo Reis un cagnolino da cieco, un bastone, una luce davanti, che questo mondo e questa Lisbona sono una nebbia scura dove si perdono il sud e il nord, lʼest e lʼovest, dove lʼunica via aperta va verso il basso, se un uomo si abbandona precipita giù, manichino senza gambe né testa . Non cʼè quindi da stupirsi che quando il fantasma di Pessoa fa visita al protagonista, Ricardo Reis decida di seguirlo nel mondo dei morti, laddove la lettura è la prima facoltà che si perde. «Qui (a Lisbona), dove il mare è finito e la terra attende». Si possono dare molte interpretazioni al romanzo: la narrazione di un percorso verso la morte; il desiderio di parlare di una Lisbona ormai scomparsa; il contrasto tra lʼamore vagheggiato ed idealizzato (la figura di Marcenda, figlia di un notaio) e lʼamore sensuale e concreto (la relazione con la cameriera Lidia); la sottile ironia della società portoghese; ed altri significati ancora. Il filo unitario di tante spiegazioni è la frantumazione della coscienza europea, consapevole e spaventata ma inerte e pavida dinanzi al disastro verso il quale va, come se fosse trascinata da un destino illeggibile e inarrestabile. > Tutti abbiamo avuto padre e madre, ma siamo figli del caso e della necessità, qualsiasi cosa questa frase significhi, lʼha pensata Ricardo Reis, che la chiarisca lui . Durante la lettura del romanzo ci si imbatte in frasi eccezionali dal punto di vista letterario. Non si può non essere invidiosi, ed affascinati, del seguente periodo. > Solo una vaga pena inconseguente indugia un poco alla porta del mio animo e dopo avermi un attimo fissato passa, sorridendo di nulla, ha mormorato (Ricardo Reis). Ma in generale lo stile narrativo è pesante e noioso. La frase è complessa, con numerosi cambi di soggetto, i periodi sono lunghi con la dominanza della virgola, la punteggiatura non aiuta la lettura, le riflessioni, spesso di carattere filosofico, prevalgono rispetto alla trama, ai personaggi e alle descrizioni. Mancano totalmente i dialoghi, che potrebbero dare respiro e vivacità alla narrazione. È un Ulisse, nel quale non cʼè Mr Bloom. Perché non leggerlo? È noioso e prolisso.

José SaramagoLa Repubblica
L'anulare
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L'anulare

Se nell'antico Egitto era praticata l'imbalsamazione per conservare un defunto per l'eternità, la visione scintoista e una certa dose di feticismo portano in Giappone a preservare e custodire oggetti e esseri viventi, importanti nella propria vita. Nel romanzo si parta di un «esemplare» e la tecnica usata è forse simile a quella seguita per la conservazione di reperti liquidi, ricorrendo all'aldeide formica. Comunque il metodo non è spiegato nel libro, forse per lasciare un'atmosfera magica e misteriosa. Questo lungo preambolo è stato necessario per inquadrare la storia. La protagonista è una ragazza che ha abbandonato l'impiego in una fabbrica di bibite dopo un incidente sul lavoro: l'ingranaggio di una macchina le ha asportato la punta dell'anulare, > un'immagine mi ossessionava; quel pezzetto di carne a forma di conchiglia, rosa come un petalo di ciliegio, tenera come la polpa di un frutto maturo, che cade al rallentatore nella gazzosa ghiacciata per poi restare sul fondo, fluttuando tra le bollicine, (...) avevo perso una parte del mio corpo. Va a lavorare in città, in una palazzina semi abbandonata. Qui il signor Deshimaru prepara e custodisce degli esemplari di tutti i tipi. > Tutto era impeccabile in lui. Il colore della pelle, i capelli, la forma delle orecchie, la lunghezza delle braccia e delle gambe, la linea delle spalle, la voce risultavano perfettamente armoniosi. (...) I raggi del sole avvolgevano il camice bianco disegnandovi intorno un'aureola di luce. Un giorno, il signor Deshimaru le mette delle scarpe nuove e le ordina di calzarle sempre; poi la spoglia, lasciandole le scarpe indosso, e fanno all'amore. > Sbottonò la camicetta con ordine dall'alto e aprì la cerniera lampo della gonna svasata. (...) Alla fine  mi ritrovai nuda. Avevo addosso solo le scarpe nere di pelle. (...) Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia-- non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi --come se avesse voluto farmi aderire tutto a sé. (...) Ebbi la sensazione di essere stata trasformata in un esemplare incorporato a lui. Da qui la storia è un lento scivolamento fino alla domanda inevitabile: > non potrei affidarmi a te e diventare anch'io uno dei tuoi esemplari? (...) Il liquido conservante doveva essere caldo e tranquillo. Non era freddo e frizzante come la gazzosa. Avrebbe avvolto completamente l'anulare, dalla punta all'angolo fino alle sottilissime linee del polpastrello, mentre il tappo di sughero l'avrebbe preservato dalla polvere e dai rumori esterni. Il racconto è inquietante se lo si vede come una vicenda reale; diviene sostenibile se lo si considera come una metafora della privazione di una parte del corpo. Aver visto staccarsi e disperdersi un piccolo anulare ha creato una ferita profonda nella coscienza della ragazza. E' come se fossimo in un sogno, in cui una sorta di sciamano, tenebroso e lucente a un tempo, attira a sé la ragazza offrendole un mondo protettivo è claustrofobico. Divenire un «esemplare» è un modo per fuggire dalla realtà. La scrittura è limpida e semplice, ben rispecchia il disorientamento della ragazza; piacevole e fluida, lo stile contribuisce a un senso generale di inverosimiglianza, che neanche l'eccentricità della cultura giapponese può superare. Tutto è in superficie, non esiste approfondimento psicologico in un racconto in cui solo i contorni fisici e gli oggetti sono descritti in dettaglio e acquistano in tal modo una parvenza reale. La storia fluisce troppo lineare. Perché non leggerlo? E' troppo inverosimile

Yoko OgawaCorriere della Sera
Articolo 353 del codice penale
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Articolo 353 del codice penale

«Volgare caso di truffa, signor giudice, niente di più». Kermeur si trova dinanzi al giudice: ha confessato di avere ucciso un uomo d'affari, Antoine Lazenec. «Ce lo siamo visti spuntare come un fungo ai piedi di un albero», ma in un piccolo paese tranquillo, senza idee e senza lavoro, > quando arriva uno come lui con un'espressione così determinata sulla faccia, (...) c'è qualcosa in lui che sembra come una mano tesa per tirarci fuori anche l'anima, con tutte quelle idee di cambiamento, con tutti quei grandi progetti . La gente ci casca, a cominciare dal sindaco; il pensionato Kermeur investe la sua liquidazione, avvinto dai sogni di ricchezza dell'avventuriero Lazenec. Il bello è che il truffatore non lascia il paese dopo che è ormai evidente che i grandi progetti non diventeranno mai realtà, che i soldi se li è intascati lui, dopo che il sindaco si è suicidato; no, lui resta lì a mettere in mostra il suo dispendioso stile di vita, a propagare ottimismo e fandonie: > un tipo del genere, signor giudice, un tipo del genere, l'ho capito dopo: se non lo fai sparire tu, non sparirà mai. Tornerà . E' questa la motivazione dell'omicidio: un pover uomo, rovinato da un truffatore, si è caricato come «una pila elettrica» e alla fine è esploso, liberando sé stesso e tutto il paese di un vanaglorioso mascalzone. Che bisogno c'è di un lungo interrogatorio? E' quello che ci chiediamo anche noi. In realtà il racconto è un lento soliloquio, in cui Kermeur, l'io narrante, parla con «l'io specchiante», impersonato da un laconico giudice.  E' come lo specchio sul caminetto, davanti al quale il protagonista è solito passare molte ore. > E non perché voglio vedere quello che ci si riflette sopra, ho detto al giudice, ma è più forte di me, a forza di guardarlo mi trovo come impigliato nello spessore del vetro, il cervello catturato dalla nebbia che si potrebbe confondere con qualunque mattino infernale quando il sole tenta inutilmente di rifletterci dentro, ma come impallidito o ingannato dalla grana opaca dello specchio . Veniamo così a conoscenza di tutta la vita del pensionato: l'abbandono della moglie, la crescita del figlio, da bambino sino ad essere un adolescente precocemente finito nei guai con la giustizia, la nostalgia del lavoro e i pochi amici, la passione per la pesca e il contesto di un paese sull'Atlantico, dove pareva che  > i pini e le felci e l'erba grassa delle dune (...) fossero a conoscenza di un segreto e sussurrassero contro di me, accanto a me, fieri di abitare nel loro mondo particolare, un mondo senza frasi e senza pensieri maligni . E' , insomma, il racconto di una depressione. C'è niente di peggio di aspettarsi qualcosa e trovarsi dinanzi ad altro. Nel prendere in mano il libro si sperava in un intrigo poliziesco o  in una storia di provincia abilmente raccontata; ed invece siamo andati incontro ad una sbrodolata di parole, ben scritta bisogna dire, talvolta con riflessioni interessanti, come quando lo scrittore osserva come «un figlio non sia programmato per provare compassione per te», verità che noi genitori dovremmo avere ben presente! E tuttavia non è lo stile brillante e brioso a salvarci, siamo ben lontani dal Dottor Zivago, caro Viel. Il susseguirsi delle frasi, la mancanza di azione, l'eccessiva introspezione, il troppo raccontarsi sono tutti elementi che rendono il romanzo estremamente noioso e pedante. Perché non leggerlo? E' insopportabile.

Tanguy VielNeri Pozza
L'attore
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L'attore

Mario Soldati è stato definito «il primo, grande media-man della cultura italiana» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 2016). Infatti, fu romanziere, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. I suoi numerosi romanzi (si possono leggere le recensioni in questo sito: «A cena con il Commendatore», «Lo smeraldo» e «El Paseo dei Gracia») riflettono la grande esperienza come autore cinematografico, sia nello stile come nei contenuti narrativi. Per Soldati ciascuno di noi indossa una maschera, anche se non se ne accorge perché il travestimento fa parte della nostra più profonda coscienza; di conseguenza le nostre relazioni con gli altri sono ambigue, spesso piene di futili inganni, a noi piace vivere come in un sogno, come se fossimo in una soap opera.  Viviamo, insomma, in una bolla. A differenza degli altri racconti questo romanzo muove da una vicenda dello scrittore che potrebbe essere reale. Soldati, il narratore, incontra un vecchio amico, un modesto attore, che non vede da molti anni. Enzo è in una difficilissima condizione finanziaria perché sua moglie continua a perdere somme cospicue al Casino: chiede a Soldati un lavoro. Il nostro scrittore cerca di trovargli una parte in una serie televisiva, anche se il momento non è facile perché nuovi dirigenti sono subentrati ai vecchi con cui Soldati aveva un ottimo rapporto. Per informare l'amico di cosa sta facendo va a Bordighera dove vive Enzo con sua moglie. In questo modo Soldati si trova intrappolato in un' intricata ed equivoca relazione familiare: la moglie di Enzo, a suo tempo una bella donna, oggi obesa e malata, è gelosa del marito, che la tradirebbe con la loro cameriera; Giovanna, la cameriera, padroneggia Enzo e la moglie con il suo fascino misterioso e seduttivo; e infine Enzo con convinzione sostiene di amare la moglie ma gioca la parte dell'infedele cercando in modo manifesto di conquistare la sfuggente Giovanna, esasperando la moglie e spingendola a uccidere la cameriera. Perché Enzo finge di tradire la moglie con Giovanna? E perché gli altri stanno al ruolo dato da Enzo, come se fossero a teatro e non interrompono questa crudele e falsa soap opera? > Ogni uomo é, sempre, un po' attore,. (...) ogni essere umano deve, qualche volta, per sentirsi vivo, potersi immaginare un po' . Questo romanzo ebbe un grande successo quando fu pubblicato nel 1970 e vinse il Premio Campiello di quell'anno. In realtà, la storia è noiosa e banale; specialmente se la leggiamo da un punto di vista psicologico: la qualità della narrativa è molta al di sotto di quella degli altri romanzi di Soldati. Restano le splendide descrizioni, cinematografiche nel dettaglio e nei colori. Un esempio. > Giovanna è piccola, magra, solida, bruna. Un viso strano, stretto: gli occhi scuri e ravvicinati, le labbra sottili e non dipinte: un viso dall'espressione chiusa immobile, insensibile, come di pietra. (...) Aveva un tailleur di velluto amaranto, di un'eleganza piuttosto volgare, e molto vistoso. (...) Si guardò a lungo rimirandosi, camminando avanti e indietro come una modella, tirandosi e lisciandosi la giacca del tailleur sulle natiche, voltandosi a guardare ancora al di sopra di una spalla. Perché non leggerlo? Dispiace dirlo: è noioso.

Mario SoldatiBompiani
La bambinaia francese
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La bambinaia francese

La narrativa dellʼottocento ha un grande fascino ed induce ad una sua rivisitazione in chiave moderna. È questo il caso della Bambinaia Francese, che riscrive un grande romanzo classico: Jane Eyre di Charlotte Bronte. In questo caso, la protagonista è una giovane ragazza francese. Il romanzo si può distinguere sostanzialmente in due parti. La prima è ambientata a Parigi. Sophie è una povera bambina e ha perso il padre nelle gloriose giornate del 1830, che portarono al potere Luigi Filippo, il re borghese. Tramite le società operaie di mutuo soccorso, Sophie ha imparato a leggere e a scrivere, diventando da «Orso» una «Scimmia», termini che nel linguaggio degli operai tipografici distinguono tra chi è analfabeta, e non può lavorare che in attività manuali, e chi invece può applicarsi alla composizione, in quanto ha ricevuto una istruzione. La lettura dei grandi romanzi, dei giornali e delle riviste, dà a Sophie un ruolo sociale nella piccola comunità e, soprattutto, le stimola lʼimmaginazione e le eleva gli ideali e le aspirazioni. È questa la parte migliore del libro, in quanto lʼautrice si discosta da molta narrativa ottocentesca adottando un approccio realista ( alla Zola) e non pietista. Sophie perde anche la mamma, ma fortunosamente viene accolta da una celebre artista di teatro, Celine, sposata, o meglio crede di esserlo, al perfido Edward Rochester. Sophie diviene la bambinaia e lʼamica di Adele, la figlia della coppia. In casa di Celine, Sophie conosce un ragazzo di colore, Tùssi, e il padrino di Celine, un anziano illuminista francese. Lʼautrice approfitta di questo eccentrico aristocratico per descriverci la scuola che vorrebbe, dove lʼapprendimento è ricerca e tutti, ricchi e poveri, vi possono accedere in ugual misura e senza distinzione di classe. Poiché Tùssi è ancora ufficialmente uno schiavo, questa è anche lʼoccasione per parlarci della schiavitù e delle condizioni delle colonie, anche se bisogna dire che il tema, che travagliò tutto lʼottocento, è trattato in modo superficiale, restando per tutto il romanzo una nota stonata e forzata. La situazione di Celine, e quindi di Sophie, precipita, quando muore il padrino e gli avidi parenti fanno imprigionare Celine e cacciano Sophie ed Adele. Tùssi viene messo a servitù presso la famiglia di uno dei parenti. Ci si aspetterebbe un intervento del ricco Rochester, al contrario questʼuomo egoista e spietato rivela che il matrimonio con Celine fu una messa in scena e si porta via Adele, che peraltro rinnega come figlia. Nella seconda parte ci trasferiamo in Inghilterra nella cupa casa di Thornfield. Sophie riesce a seguire Adele e si fa assumere al servizio come bambinaia francese, fingendo di non conoscere la lingua inglese. Ciò le permette di narrarci, dal suo punto di vista, le vicende del grande romanzo di Charlotte Bronte. È inutile dire che la storia si chiude con un lieto fine per i nostri protagonisti, che potranno ritrovarsi in Francia, di nuovo ricchi, in quanto Celine può appropriarsi della legittima eredità ricevuta dal padrino. Un tratto peculiare del romanzo è lʼapproccio narrativo. Nella prima parte le lettere di Sophie e di Tùssi a Celine, già in carcere, vengono affiancate dal racconto in terza persona delle vicende di Sophie sino alla sua partenza per lʼInghilterra. È una modalità che vivacizza la narrazione riuscendo a far convivere tre punti di vista: quello dellʼautrice e le considerazioni dei due principali protagonisti. Nella seconda parte prevale il romanzo epistolare. La corrispondenza tra Sophie e Tùssi ci racconta le vicende di Thornfield. Occorre dire, tuttavia, che questo approccio narrativo risulta ripetitivo e noioso, anche perché cʼè poco di intimo e di sentimento nelle lettere. Dinanzi a fredde e formali descrizioni di ciò che avviene il lettore resta deluso perché si aspetterebbe che i nostri due protagonisti scavassero nei loro sentimenti e alla fine dichiarassero il loro amore, del quale siamo certi sin dallʼinizio del romanzo. Nelle ultime pagine lʼio narrante è Sophie ma il racconto è un semplice resoconto dei fatti. Il romanzo è chiaramente una mescolanza di romanzi ottocenteschi. La rivisitazione del libro di Charlotte Bronte è banale e rispecchia una lettura romantica e tradizionale di Jane Eyre. Ciò che pesa sul racconto sono soprattutto il ritmo narrativo lento, la mancanza di azione e di approfondimenti dei personaggi. Ad una partenza incoraggiante subentra una noia crescente. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.

Bianca PitzornoOscar Mondadori
La briscola in cinque
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La briscola in cinque

Massimo gestisce un bar in un immaginario paese della costa vicino a Livorno. Come tanti locali di provincia il bar è frequentato da un gruppo di vecchietti che passano il tempo a giocare a briscola e a parlare ( o sparlare) dei fatti del mondo e di quelli del piccolo villaggio. Quando un avvenimento straordinario viene a movimentare il tram - tram quotidiano: in un cassonetto dellʼimmondizia viene ritrovato il cadavere di una ragazza. È inutile dire che Massimo si improvvisa detective, commettendo anche alcuni errori, ma alla fine contribuendo in modo determinante alla scoperta dellʼassassino. Per non essere accusato di svelare il colpevole e come ci si arriva, non dirò nulla sulla trama limitandomi a osservare come sia banale e scontata. Allʼinizio lʼattenzione di Massimo per alcuni indizi apparentemente insignificanti invoglia la lettura, ma poi il desiderio dello scrittore di dare un finale a sorpresa rovina la costruzione graduale delle prove, dei moventi e della stessa struttura logica del noir. Lʼambientazione potrebbe schiudere intriganti prospettive se, per esempio, i vecchietti avessero un ruolo significativo nella storia poliziesca o , invece, lo scrittore fosse capace di raffigurare il clima del bar. Niente di tutto questo! Se si esclude lʼuso del vernacolo livornese, il bar e i suoi avventori restano sullo sfondo, piatti, insipidi e superficiali. Lʼunico pregio del romanzo è la scrittura, semplice, facile e chiara. Il lettore corre piacevolmente lungo le pagine senza essere costretto ad un particolare sforzo di concentrazione, ma nello stesso tempo non cadendo nella noia. Perché non leggerlo? È il classico romanzo da viaggio, ma non lascia nulla.

Marco MalvaldiL'Espresso
The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)
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The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)

Il romanzo narra le vicende di donne giapponesi mandate negli Stati Uniti a sposare compatrioti, già da tempo immigrati. > Alcune di noi erano di un piccolo villaggio di montagna in Yamanashi e solo di recente avevano visto il loro primo treno. Altre di noi erano di Tokyo, e avevano visto ogni cosa, e parlavano uno splendido giapponese. (...) Molte più di noi venivano da Kagoshima e parlavano in uno stretto dialetto del Sud che quelle di Tokyo pretendevano di non riuscire a comprendere. (...) Sulla nave eravamo vergini per la maggior parte. (...)  Avevamo lunghi capelli neri e larghi piedi piatti e non eravamo molto alte. Che cosa pensarono quando videro il marito, ben diverso dalle foto per età ed aspetto? «Il passato era dietro di noi, e non c'era modo di tornare indietro». Il romanzo segue queste donne in una realtà nella quale dovono dire > Yes, sir, o No sir, e fare quanto le veniva detto, Meglio ancora, non dire niente. Tu appartieni al mondo invisibile . Imparano a ubbidire, a lavorare duramente, a parlare l'inglese, o almeno le parole sufficienti per sopravvivere, e persino si fanno degli amanti o trovano marito tra gli americani: sono lavoratrici e docili come piacciono agli uomini. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, da bravi immigrati  i giapponesi diventano dei traditori, spie e nemici, da internare in campi di concentramento. E così le donne giapponesi, pure quelle sposate con americani, si ritrovano rinchiuse. «I giapponesi erano scomparsi dalle nostre città. E presto,» puoi ancora vedere gli avvisi ufficiali attaccati ai pali del telefono, (...) ma già stanno iniziando ad essere a brandelli e a sbiadire. (...) Quali fossero esattamente queste istruzioni nessuno può ricordare chiaramente. (...) In autunno non c'è nessuna festa del raccolto buddista..(...) Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo«. Per dare un senso complessivo al romanzo si può partire dal titolo»The Buddha in the attic«, tradotto banalmente in italiano con»venivamo tutte dal mare > . L'identità giapponese, una miscela di buddismo e scintoismo, è messa in soffitta nel momento in cui le donne giungono in America: bisogna assimilare la nuova cultura, occorre essere americane. E' una semplice sospensione perché quando vengono destinate ad un luogo ignoto, un non luogo > , queste donne scompaiono, non ci sono più, è come se non ci fossero mai state. Ci sono due capitoli da leggere: Venite giapponesi! > il viaggio di queste donne:  la nostalgia e la perdita dei legami, il timore e l'attesa. Sono le componenti dell'esilio, quale sia la provenienza e la destinazione, sentimenti comuni a tanti migranti. La scomparsa > narra l'evaporazione dei giapponesi e la mente corre ad un evanescente romanzo di Coetzee (si veda in questo sito The childhood of Jesus > ). L'autrice ha voluto dare alla narrazione un'impronta corale. Per raggiungere questo scopo è ricorsa ad un espediente letterario: l'uso del noi" quando racconta la vita delle donne e della forma impersonale quando si narra la scomparsa del popolo giapponese. Non aver voluto seguire la storia di alcune donne, rendendole protagoniste nella loro individualità, le ha rese massa, appesantendo la narrazione e rendendo il romanzo prolisso e ripetitivo. Perché non leggerlo? E' noioso.

Julie OtsukaPenguin Books
Canale Mussolini
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Canale Mussolini

> Noi due però, signore mio, non possiamo andare avanti così. (...) Io non ho capito bene che cosa le serve, ma (...) se io dico che hanno fatto una cosa, hanno fatto una cosa e basta, mi deve credere, se no è meglio che lasciamo stare. Io non mi invento niente. Al massimo posso ricordare male . Immaginando di parlare con un interlocutore Pennacchi adotta un tono colloquiale per raccontare la storia dei Peruzzi, mezzadri del rovighese costretti a lasciare la terra perché sommersi dai debiti e che vanno nell'Agro Pontino a colonizzare le aree bonificate dal governo fascista. E' una lunga narrazione che si sviluppa dalla fine dell'ottocento all'inizio degli anni 2000: un' abbuffata di storia e di vicende familiari che ci piacerebbe fosse il prolungamento del «Mulino del Po» di Riccardo Bacchelli, ma purtroppo non lo è (si veda la recensione del romanzo di Bacchelli in questo sito). I Peruzzi sono una tipica grande famiglia contadina: con una figura centrale costituita dalla madre e una estesa figliolanza fatta di maschi irrequieti e di femmine alle quali occorre trovare il giusto marito. Se negli altri la «furia» ereditaria si stempera nel rispetto delle norme sociali e delle opportune convivenze (con il padrone, le autorità e gli altri contadini), Pericle, l'amato secondogenito, non riesce a contenersi, soprattutto dopo l'esperienza del fronte nella prima guerra mondiale. Si ribella alle leghe bracciantili, che ancora dominavano nelle campagne, si mette insieme con gli squadristi al punto di uccidere un prete antifascista, innamoratosi di Armida, una affascinante coltivatrice di api, anche se respinto la fa propria e la sposa. L'adesione attiva al fascismo permette a Pericle di ricorrere a un potente gerarca per trovare una sistemazione alla famiglia nell'Agro Pontino. L'insediamento dei Peruzzi nelle terre ancora paludose, la scoperta di un'altra realtà agreste (con la funzione importante svolta dalle vacche), la costruzione di Littoria sono le parti più interessanti di questo lungo romanzo, anche perché si vede che Pennacchi conosce bene la storia del territorio e in particolare dei canali, tra cui il Canale Mussolini. Se avesse approfondito le vicende della colonizzazione dell'Agro Pontino partendo dal punto di vista di una famiglia contadina, il romanzo avrebbe assunto uno spessore sociale di rilievo; ed invece, chi sa perché?, l'autore ha voluto attraversare tutta la storia d'Italia: la guerra d'Etiopia, il conflitto nel Nord Africa, la lotta partigiana e chi più ne ha più ne metta. L'approccio colloquiale diviene un soliloquio di considerazioni banali e imprecise, un polverone nel quale Pennacchi mette tutto il suo vissuto ideologico; malgrado gli sconvolgimenti sociali e politici i Peruzzi sono immobilizzati come «statue di marmo», sempre uguali a sé stessi e ossequiosi delle regole ancestrali. Anche quando Armida tradisce Pericle tutto si ricompone all'interno dell'ala protettiva della grande madre, sempre pronta a salvaguardare l'unità della famiglia. Si percepisce una sorta di nostalgia per un mondo duro ma ordinato; ma forse è solo il desiderio del lettore di trovare un sentimento in una narrazione, che pare essere solo l'occasione di prolisse esternalizzazioni. Il romanzo è stato trasformato in un graphic novel da Graziano e Massimiliano Lanzidei e Mirka Ruggeri. Al di là del segno grafico che non sono in grado di valutare, la traduzione in «fumetto» dà movimento alla trama, dando risalto ad alcune figure:  Armida (la passione carnale accesa dal giovane nipote, lo sciame impazzito di api quando si addensa la disgrazia), Adelchi, trasformato dalla guerra di Etiopia in un fascista razzista, e i giovani Pericle e Iseo, vittime designate di un'adesione qualunquista al fascismo.  Il graphic novel riscatta il romanzo, ma esalta le rigidità dei personaggi, forse volutamente, mentre l'Agro Pontino svanisce, non riuscendo la matita a creare l'atmosfera delle terre bonificate, così come peraltro non lo fa la penna dello stesso scrittore. Perché non leggerlo? E' prolisso, meglio comprarsi il «fumetto».

Antonio PennacchiOscar Mondadori
Caos Calmo
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Caos Calmo

Se il premio Strega ha premiato il miglior libro dell’anno, bisogna dire che la letteratura italiana è messa molto male. Il libro ha due spunti interessanti. Il tema del lutto con la difficoltà a sentire il dolore per la morte di una persona cara. Il protagonista, infatti, ha perso la moglie ma vive in una condizione di sospensione (da qui il titolo caos calmo) in quanto non è sconvolto dal dolore ma non riesce neanche a riprendere la vita normale. Infatti, e qui è il secondo spunto interessante, decide di passare le giornate fuori dalla scuola della figlia. In questa attesa si sviluppa la sua vita con una serie di incontri: la cognata e il fratello, i colleghi di lavoro interessati dalle conseguenze di una fusione aziendale in corso, i proprietari dell’azienda e lo stesso compratore dell’azienda e altri personaggi minori. Il protagonista è indifferente rispetto a tutto ciò che succede e continua ad attendere che qualche cosa sblocchi la situazione di sospensione. Sarà poi la figlia a fargli notare che i compagni la prendono in giro per la sua continua presenza fuori dalla scuola e sarebbe quindi opportuno che ritornasse alla vita normale. Gli spunti di partenza sono quindi interessanti ma si perdono nella banalità e nella superficialità degli episodi, che tra di loro non hanno un legame chiaro tanto da rendere la storia frammentaria, prolissa e inconcludente. L’espediente narrativo di raccontare in prima persona con un rincorrersi di frasi e di parole che dovrebbero dare il senso della successione illogica dei pensieri si traduce in un ritmo noioso e pesante, che non riesce a entrare in profondità nelle situazioni e nei sentimenti. I temi si sovrappongono facendo perdere la questione centrale rappresentata dalla elaborazione del lutto.

Sandro VeronesiBompiani
Che fare ?
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Che fare ?

Cernysevskij fu un rivoluzionario russo dellʼottocento, precursore delle grandi ideologie e correnti politiche che portarono alla rivoluzione dʼottobre del 1917. Economista, filosofo, scrittore, fu incarcerato a trentaquattro anni nel 1862 e rimase in prigione sino al 1888. Scritto nei primi anni del carcere da un giovane idealista, il romanzo ha una preponderante impronta morale e politica, che compromette la componente più propriamente narrativa. Il tema è di grande attualità: la libertà e lʼeguaglianza della donna. Vera (in russo significa fede) vive in una gretta famiglia borghese ed é destinata ad un matrimonio di convenienza con un pretendente ricco e volgare. In una splendida raffigurazione che ne dà un sogno di Vera alla fine del libro (una incredibile anticipazione dello stile onirico di Nietzsche), alla giovane, rappresentata in «una donna giacente», la regina Astarte intima di essere sottomessa al suo signore. > Rallegrane gli ozii. Amalo, poiché egli ti comprò; e se non lʼami, ti ucciderà . Ma Vera risponde che non è lei > ritratta in questa scena. Allora io non esistevo. Quella donna era schiava. dove manca lʼeguaglianza, non vʼha posto per me . Ed infatti Vera rifiuta il suo destino, si ribella alla famiglia e sposa un giovane medico. Non è una semplice rivolta di una adolescente risoluta. Vera sa bene che è uscita da «un sotterraneo umido e scuro» per liberare le altre donne, le quali «ancora giacciono prigioniere ed inferme». Ormai indipendente, Vera avvia una sartoria, dove le lavoranti non solo si spartiscono gli utili e decidono loro le scelte aziendali e quale organizzazione darsi, ma si dedicano anche alla propria istruzione e allʼemancipazione delle donne. I rapporti matrimoniali tra Vera e il marito si ispirano allʼamicizia, senza rapporti affettivi e sessuali. > Sta ora bene attento: ecco come vivremo (...). Prima di tutto, avremo due camere, la tua e la mia: in una terza camera pranzeremo, riceveremo gli amici comuni. In secondo luogo, io non entrerò in camera tua (...) e tu nemmeno entrerai nella mia camera . Sempre nel sogno finale Vera immagina che questa figura di donna sia rappresentata da unʼaltra regina, la Verginità. > La brutalità primitiva dellʼuomo fu educata via via dalla bellezza muliebre.(...) Lʼuomo amò la vergine pura, inaccessibile. Ma la donna non aveva ancora una coscienza . Sembra una situazione serena, ma un profondo disagio pervade Vera. È un sogno a rivelarlo. La giovane immagina che un artista la obblighi a leggere il suo diario. > Cʼera scritto di noi due (racconta Vera al marito) e del bene che ci vogliamo, e poi di botto, al tocco della sua mano, apparivano delle brutte parole, dovʼera detto che io non ti amavo . Vera non può certo seguire la terza regina, Afrodite, che invita ad unʼapparente libertà, perché perseguita «mercanteggiando il piacere». Deve conoscere il vero amore, che si fonda sullʼeguaglianza di intelletto, di sentimenti e di sesso tra uomo e donna. Si innamora di un amico del marito, Kirsanov: la loro storia è contrastata perché entrambi vorrebbero non riconoscerla e restare fedeli, lei allo sposo, lui allʼamico. Il suicidio del marito di Vera permette di concretizzare la loro storia dʼamore, realizzando «lʼeguaglianza tra le due creature che si amano». Così parla la quarta regina nel sogno di Vera. > Riconosciuta la parità dei due sessi, lʼuomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano lʼun lʼaltro, perché così vogliono . (...) Se vuoi con una sola parola esprimere quel che io sono, chiamami eguaglianza. Il sovrastante ricorso ai dialoghi tra i personaggi, ed in particolare tra Vera, il marito e Kirsanov, dà la sensazione di trovarsi dinanzi ad un discorso socratico, che rinforza la caratteristica filosofica e moraleggiante dello scritto. È sempre Vera a condurre il ragionamento, mentre i due uomini sono stereotipi, figure schiacciate dalla personalità della donna. Vera è un carattere complesso; dapprima è semplicemente una giovane ancora incerta e spaventata; coglie in modo pragmatico lʼopportunità di un matrimonio liberatore; con la tipica sicurezza giovanile affronta una relazione priva della carezza soave, assidua, il bisogno di cullarsi voluttuosamente in un sentimento di tenerezza«. Poi, conosce»lʼimperiosità di quel sentimento soave > , anche se non sa chiamarlo amore. Il suicidio del marito la sconvolge, ma lo supera, definendo il senso di colpa che ne è seguito come un inutile melodramma". Un poʼ di egoismo non guasta! Infine, diviene una donna consapevole sino in fondo del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Può darsi che Cernysevskij si sia indentificato con Vera e che quindi il libro sia un romanzo di formazione, o un canto del cigno di una giovinezza perduta. Dal punto di vista letterario è un racconto mediocre; lo stile narrativo basato sui dialoghi, la sovrabbondanza di riflessioni, disgressioni e dichiarazioni lo rendono ampolloso, ripetitivo e prolisso. Solo i sogni aprono uno squarcio innovativo in una struttura narrativa tradizionale, poco incline ad approfondire i personaggi e le situazioni. Perché non leggerlo? È noioso.

The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)
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The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)

«In age of iron» (tra le recensioni) la madre abbandonata dalla figlia e condannata alla solitudine esclama con disperazione «lasciami andare da me stessa, (...) è un compito difficile, ma sto imparando». In Disgrace (anch'esso tra le recensioni) il protagonista, un borioso intellettuale, va verso la morte: > sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse  per il mondo defluire a goccia a goccia . E se invece noi non accettassimo la morte, anche se essa assume la forma del Paradiso? Un adulto e un bambino si ritrovano in un mondo immaginario, dove predomina la gentilezza e l' amicizia, nel quale tutto fluisce sempre uguale a sé stesso, dove tutti si sono dimenticati del proprio passato. > Niente sta mancando. Il niente che tu pensi che stia mancando è un'illusione. Tu stai vivendo in un'illusione. Per il protagonista > questa vita è troppo placida per il suo gusto, manca troppo di sù e giù, di dramma e tensione, è troppo, di fatto, come la musica alla radio. Anodina«, è questa la parola spagnola»? La storia stessa non è che una narrazione. La nostra storia non è reale. Ed allora che cos'è la nostra vita? Un racconto? Insomma, accettare il Paradiso lo si può fare solo perdendo sé stessi. Dice Dante nel canto XXXIII del Paradiso, > Qual è colui che sognando vede,/che dopo il sogno la passione impressa/rimane, e l'altro a la mente non riede, /cotal son io, ché quasi tutta cessa/mia visione, e ancor mi distilla/nel core il dolce che nacque da essa (versi 58-62).Ossia, solo se mi abbandono ad una mistica intuizione di Dio posso dissolvermi nel Paradiso ed acquisire una pace, serena ed eterna, anche se monotona  Se avessi continuato la lettura forse avrei capito il ruolo del bambino (Gesù che accompagna l'incredulo Giuseppe?); devo confessare che ho interrotto il libro in forza del diritto di tutti i lettori di poter abbandonare un racconto, se esso non piace. Ciò che mi ha disturbato sono state l'astrattezza dei dialoghi e la ripetitività della trama. Sembra, quasi, che lo scrittore stia parlando con San Tommaso o con qualche altro teologo, usando i personaggi non come soggetti vivi e ricchi di sentimenti ma come bolse controfigure di concetti. D'altra parte siamo in Paradiso. Coetzee ci ha convinto: con la morte è meglio scomparire nel nulla. Perché non leggerlo? Astratto, noioso e inconcludente.

J.M. CoetzeeHarvill Secker
Cigni Selvatici: tre figlie della Cina
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Cigni Selvatici: tre figlie della Cina

Il libro ripercorre la storia della Cina dal 1909 al 1978: dalla Cina feudale ed imperiale sino alla fine della Rivoluzione Culturale, attraverso lʼinvasione giapponese e la lotta per lʼindipendenza, la guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang, la vittoria di Mao e la nascita della repubblica popolare, i lunghi anni di perenne rivoluzione delle guardie rosse e i conseguenti sconvolgimenti sociali. Queste vicende drammatiche sono narrate dal punto di vista di tre donne: la nonna, ancora prigioniera della società tradizionale, la madre, che incarna la figura della donna cinese emancipata, ed infine la figlia Jung Chang, protagonista e narratrice, espressione della nuova Cina. Il racconto si conclude la partenza di Chang per lʼAmerica. È un grande affresco storico, talmente dettagliato da essere una sorta di resoconto (né saggio né romanzo), con la conseguenza di appiattire le vite individuali e frammentare i grandi avvenimenti politici e sociali, rendendoli inesplicabili. È inutile sintetizzare il libro; è più interessante soffermarsi su alcuni temi di fondo. Cosa significa vivere allʼinterno di un grande mito, che si dissolve lentamente ma inesorabilmente? La giovane Chang è cresciuta nel culto di Mao e sino alla fine cerca di salvarne la figura. > Che cosa era stato a trasformare la gente in mostri? Perché tutta quellʼinutile brutalità? Fu allora che la mia devozione a Mao cominciò a vacillare. (...) Nella mia mente cominciarono a insinuarsi dubbi sullʼinfallibilità di Mao, ma a quello stadio, come altre persone, attribuivo la colpa più che altro alla moglie di Mao e allʼAutorità della Rivoluzione Culturale. Mao, lʼimperatore divinizzato, era ancora al di sopra di ogni sospetto . Poi lo giustifica in qualche modo. > Mao trovava soffocante lʼidea del progresso pacifico: era un condottiero militare irrequieto, un poeta - guerriero, e aveva bisogno di azione, di azione violenta . Ed infine arriva ad una svolta definitiva: crollano le certezze travolgendo lo stesso legame con la Cina. > Ora mi chiedevo: se questo è il paradiso, allora lʼinferno che cosʼè? (...) nel mondo esisteva davvero un posto più carico di sofferenza. (...) Fu in quello stato dʼanimo che composi la poesia. Parlavo della morte del mio passato indottrinato e innocente come di foglie morte strappate a un albero da un turbine di vento e trasportate in un mondo senza ritorno. Ad incrinare la grande devozione verso Mao è anche il contrasto tra i legami familiari e i valori comunitari. La madre di Chang ha rischiato la vita per la liberazione della Cina e per lʼidea comunista, eppure per il suo carattere indipendente ed attento ai valori autentici della vita, come lʼamicizia, viene additata alla pubblica disapprovazione. Quando chiede quali sono le cose per cui deve chiedere istruzioni al Partito, le viene risposto «Tutte». Non cʼè uno spazio individuale. > Mia madre aveva diciotto anni, si era appena sposata ed era piena di speranze per una nuova vita, ma si sentiva infelice. (...) Scoprì di non riuscire a darne la colpa al Partito, che le sembrava nel giusto, così incolpò mio padre, prima per averla messa incinta e poi per non averla sostenuta quando era stata attaccata e respinta . La decisione di Chang di abbandonare la Cina è anche una fuga dal destino di sua madre, la quale ha talmente interiorizzato lʼautorità del Partito da non rendersi conto che il richiamo a valori comunitari è ipocrita e assurdo, e giustifica soltanto un potere assoluto. Nel distacco di Chang verso il suo paese natale, nel rifiuto della sua patria e nellʼ idealizzazione dellʼOccidente, incide anche il padre, la cui devozione al comunismo è assoluta, è un uomo «fedele innanzi tutto alla rivoluzione». Quando però fu costretto a bruciare i suoi libri, scoppiò in un > pianto lacerante, incerto e selvaggio, il pianto di un uomo che non era abituato a spargere lacrime . Lʼ unica reazione è lʼaffetto, una debolezza «borghese» criticata dal Partito. > Rimasi così atterrita che sulle prime non osai far nulla per consolarlo. Alla fine lo abbracciai da dietro e lo tenni stretto, ma non sapevo cosa dire. (...) Dopo il falò, ebbi la netta sensazione che nella sua mente fosse cambiato qualcosa : La pazzia è lʼunica conclusione ad una vita totalmente dedicata alla fede politica. La lunga carrellata storica ha un lieto fine per Chang (vince una borsa di studio e può andare in America), ma si conclude malamente per la Cina: un luogo non più amato dalla giovane. Sarebbe stato un bel tema se non fosse stato trattato da un libro ibrido: non è un saggio di storia perché questʼultima, per essere utile, può essere studiata solo «dallʼalto», così da fornire una visione complessiva; non è un romanzo perché avrebbe richiesto uno stile narrativo maggiormente ricco nelle parole e nelle immagini, sarebbe stato neccessario approfondire i sentimenti dei personaggi e i loro rapporti reciproci, dettagliare di meno non limitandosi a descrivere, preoccupandosi invece di esprimere e comunicare il clima culturale e sociale. Insomma, non si può parlare di un luogo se non lo si ama più. Non si può scrivere di storia partendo da un microcosmo. Perché non leggerlo? È lungo, piatto, prolisso; non aiuta a capire la storia recente della Cina.

Chang JungLonganesi
Il Cigno Nero
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Il Cigno Nero

> Continuavo a vivere e a scrivere. Senza entusiasmo a vivere e a scrivere. (...) Guardavo con suprema indifferenza le mie giovani colleghe cariche di fascino e di sacro zelo passarmi davanti senza nemmeno darmi delle gomitate. Io stessa mi mettevo da parte per far loro strada . Questo incipit del romanzo genera nellʼingenuo lettore lʼidea che ci si trovi dinanzi alla storia di una ragazza, con «una faccia come tante altre», che cerca sé stessa nella Milano degli anniʼ 80, città rampante, aggressiva e bramosa di soldi. Qualche sospetto dovrebbe venire per il nome improbabile della giovane: Arlette, la firma di una rubrica di un periodico dal titolo «Dialoghi dʼamore». Comunque, lʼabile costruzione letteraria del romanzo farebbe ben sperare: il presente è narrato da Arlette mentre le vicende che hanno portato allʼoggi, gli anni ʼ40 e ʼ50, sono scritte in terza persona, così da distinguere la scoperta da parte di Arlette della sua vita come frutto del passato dalla narrazione oggettiva dei fatti e dei personaggi, che hanno determinato questo passato. Via via che ci si inoltra nella lettura ci si accorge che questa opinione iniziale è unʼillusione, si è dinanzi ad una occasione perduta. La trama è tanto inverosimile da diventare banale. Lʼambiente è lʼalta borghesia lombarda, sempre in bilico tra Milano e la Svizzera. Allʼinizio degli anni ʼ40 Edison è un abile e spregiudicato imprenditore; con i soldi della moglie, ripetutamente e apertamente tradita, ha costruito un impero editoriale. Ha una relazione con una giovane scrittrice, che lo abbandona quando Edison rifiuta di pubblicarle un romanzo. La moglie, invece di seguire lʼesempio dellʼamante e quindi lasciare il marito, sopporta con pazienza: per amore dei figli come ogni brava madre? per interesse come ogni buona figlia della borghesia? Non lo sapremo mai perché nel romanzo manca qualsiasi approfondimento dei personaggi. Anche la moglie di Edison ha una breve storia dʼamore, ma non con una persona normale, nientedimeno con un monsignore. Quando ritorniamo al presente, veniamo a sapere che Arlette è figlia dellʼamante di Edison e ha avuto una relazione con il figlio di Edison. Non spaventatevi! Non siamo di fronte ad un incesto perché Arlette è nata da un altro uomo; anche se Casati Modignani ha una propensione per il torbido e il morboso (in un episodio alcuni bambini guardano da uno spioncino alcune donne fare pipì) cʼè un limite per una scrittrice della buona borghesia! Dalla storia dʼamore di Arlette è nata una bambina, erede del grande impero editoriale dopo il suicidio del padre, compiuto, ovviamente, in un luogo eccezionale: una suite del Gran Hotel di Rimini. Questa breve sintesi è un assaggio di una storia piena di intrighi, di quelli che dovrebbero darci delle sorprese, ma che risultano scontati, perché dopo poche pagine lʼingenuo lettore capisce che tutto è possibile. La noia subentra; ma ciò che maggiormente indispone è la visione del mondo: le figure maschili sono uomini maturi, ricchi, potenti, le figure femminili donne fragili e rassegnate ad un ruolo subalterno, sempre alla ricerca di un amante o di un marito, che dia sicurezza ed ovviamente una vita agiata. Non ci sono giovani dei quali innamorarsi? Il matrimonio è un approdo sereno, dove non si vedono > scintillanti arcobaleni ma (...) la dolce naturalezza di due coniugi collaudati da una vita vissuta insieme . Si sogna una vita banale, lontana dagli intrighi di una borghesia affamata di potere e di denaro, pur godendone i vantaggi. Non cʼè niente di male scrivere dellʼalta borghesia, forse disturba un poʼ la superficialità con la quale la scrittrice tratta di avvenimenti drammatici e importanti, quali la seconda guerra mondiale e la Resistenza, la narrazione di questʼultima intrisa di luoghi comuni. Non si possono accettare, invece, la vacuità dei personaggi e la pochezza delle ambientazioni (le descrizioni dei salotti e dei giardini sembrano quelle tipiche degli arredatori, fredde e impersonali). Casati Modignani riporta una citazione di un poeta ed educatore dellʼottocento: > così nellʼoceano della vita noi passiamo e ci parliamo. Uno sguardo e una voce. Poi di nuovo il buio . Può essere vero, ma bisogna dare voce alle persone, ai personaggi, parlare dei loro sentimenti e delle loro storie, non solo fatte di intrighi, potere, lusso e soldi. Perché non leggerlo? È veramente brutto! Insignificante, noioso e superficiale.

Modignani Sveva CasatiSperling & Kupfer
Come dio comanda
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Come dio comanda

Un brutto libro, non certo al livello dei precedenti. Un gruppo di amici abitano in provincia e ruotano intorno a un ragazzino che vive in un ambiente desolato e squallido. Il carattere e la storia dei personaggi sono portati sino all’assurdo. Il padre del ragazzo è un fanatico nazista, con il mito della forza ma in fondo buono e legato profondamente al figlio; un altro amico è un alcolista, appena separatosi dalla moglie, che muore nel tentativo di fare una rapina a una banca; un altro, ancora, è un minorato psichico che in un momento di follia uccide una ragazza per poi uccidersi. Il tema di fondo del libro è il forte legame tra il padre e il figlio: un affetto che riesce a sopravvivere e a crescere anche in un ambiente squallido e tra personaggi apparentemente dominati da miti assurdi. Un altro personaggio positivo è costituito da un assistente sociale, che aiuta il ragazzo e trova poi l’amore. Come ha scritto Francesco Troiano > Ammaniti dipinge, al di là del plot, il ritratto di un paese devastato dalla volgarità e dallʼappiattimento consumistico: gli uomini hanno capelli tinti e le donne occhiali griffati, vanno in vacanza nei villaggi Valtur o al Coral Bay«di Sharm el Sheikh, prendono i telefonini da»Cellulandia«e fanno acquisti al centro commerciale»Quattro camini > . Intorno, la miseria di chi non ce lʼha fatta, dipinta però senza indulgere a simpatie di maniera: la ferocia, magari non del tutto consapevole, dei poveri, esplode - come già avveniva in Io non ho paura > - in modi devastanti e imprevedibili, che non lasciano spazio a giustificazioni di sorta . È una melassa di episodi, di sentimenti e di temi sociali, che scade nel noioso e nello scontato.

Niccolò AmmanitiOscar Mondadori
Con le peggiori intenzioni
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Con le peggiori intenzioni

Il libro è ambientato nel contesto della borghesia romana (pariolina) degli anni’70 e ʼ80. Una famiglia ebrea, i Sonnino, conduce una vita estremamente lussuosa e dispendiosa, anche se si trova ad attraversare periodi di grande successo, la bancarotta e poi la ripresa economica. Il capostipite, il nonno Bepy, vive nella più totale sregolatezza e influenza, nel bene e nel male, il destino di tutti i suoi famigliari, i figli e i nipoti. La storia dei Sonnino si incrocia con quella dei Cittadini, il cui capostipite, Nanni, è stato socio di Bepy ma poi ha continuato ad accumulare una ricchezza sempre più grande, nobilitandosi sposando una principessa. Anche Nanni ha determinato la vita dei suoi famigliari, il figlio che si suicida, il nipote alcolista e la nipote Gaia, di cui è innamorato Daniel, il nipote di Bepy. Un primo filone conduttore del libro è la storia delle due famiglie, quasi una Buddenbrook romana. Ma le vicende famigliari sono l’occasione per la descrizione di personaggi e di ambienti paradossali, sulla falsariga di Middlesex di Jeffrey Eugenides, e per una ricerca del tempo perduto di Daniel, che ricorda in qualche modo Proust. È pure presente il tema dell’ebraismo, con accenti e richiami a Woddy Allen. Si tratta, quindi, di un libro fortemente influenzato da altre letture e lo stile stesso ricorda Saul Bellow o la versione di Barney. Il ritmo e la struttura sono all’inizio piacevoli per poi diventare sempre più noiosi, ripetitivi e scontati. L’uso eccessivo della forma interrogativa e la mescolanza di linguaggi e lingue frammentano la narrazione, la quale non si appoggia né su una descrizione approfondita del contesto (la rappresentazione della borghesia romana risulta superficiale e sotto certi aspetti falsa, tenendo conto della cultura cosmopolita del protagonista) né su un analisi dei personaggi, dei loro sentimenti e della loro evoluzione emotiva e spirituale. Forse, l’aspetto più genuino del libro è la storia di una gioventù, una visione intellettuale e ironica delle vicende di Moccia.

Alessandro PipernoOscar Mondadori
I corsari delle bermude
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I corsari delle bermude

Il libro appartiene al ciclo delle Bermude. Il contesto è la rivoluzione dʼindipendenza americana (quindi metà del settecento) e il protagonista è sir William, un nobile inglese di origine francese, che si è fatto corsaro per combattere il fratellastro, il crudele marchese Halifax, che gli vuole portare via lʼamata. Lʼamore infelice e la grande poesia del mare sembrano essere i riferimenti del romanzo: > ah! quella notte! abbracciati sulle dune di sabbia, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. È una musica divina, una musica che vale tutte quelle create dagli strumenti dʼottone, di rame, di bronzo . È allʼinizio si assiste ad una battaglia navale, come nei migliori romanzi di Salgari. In seguito la trama prende unʼaltra direzione. Lʼamata è prigioniera a Boston, città in mano agli inglesi e sotto assedio dagli americani. Sir William, insieme con i suoi prodi, Testa di Pietra e Piccolo Fiocco, si introduce nella città assediata e cercano di liberare la donna. Si susseguono una serie di avventure, ma alla fine il crudele marchese di Halifax riesce a fuggire con lʼamata di sir William. Il ritmo narrativo è lento, appesantito da continui scambi di scherzi e di battute tra Testa di Pietra e Piccolo Fiocco: i colloqui dominano mettendo in secondo piano lʼazione. Dʼaltra parte il vero protagonista del romanzo è Testa di Pietra, la sua furbizia, la sua saggezza contadina, la nostalgia per la sua terra natale. la Bretagna. Ma Salgari non riesce a dipingere i sentimenti. Senza azione e senza personaggi tenebrosi e ad un tempo eroici, il racconto perde di fascino e diviene noioso. Perché non leggerlo? Non ci sono il mare, lʼamore e il destino infelice: non cʼè quindi il vero Salgari.

Emilio SalgariFabbri
La Cotogna di Istanbul
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La Cotogna di Istanbul

La cotogna é > lʼunico frutto che con il tempo è capace di rendere più forte lʼodore anziché farlo illanguidire. È brutta, tutta piena di bitorzoli, ma con il tempo diventa più rotonda, più morbida, più bella e femminile . Il racconto è la narrazione di un amore tenace, per una terra e per una donna. La terra è la Bosnia, «la terra dei lunghi amori e dei lunghi rancori». La donna è Masa, «viso da tartara, occhi come grani di uva nera». Il destino vuole che il fidanzato della donna venga arrestato pochi giorni prima del matrimonio. Masa, > chioma fluente color rame scuro, testa dura come una partizanka e volitiva come una bosgnacca , aspetta il suo uomo per dieci anni ( in realtà nel frattempo si sposa e ha ben due figlie, ma è una parentesi di nessuna importanza nel racconto e di cui non si capisce il senso). Quando lʼuomo ritorna, dopo pochi giorni viene ucciso da una granata ed allora > per Masa la bella... finì un amore durato dieci anni dʼattesa, non so se rendo lʼidea, e dieci giorni di libera uscita . È a questo punto della storia che si inserisce Max, ingegnere austriaco, che si innamora di Masa e con lei della Bosnia e di Serajevo, perché > da nessuna parte puoi capire meglio il destino dʼEuropa... dove era morta lʼultima illusione ( della grande fratellanza universale) verso le case attorno allʼaeroporto crivellate dai segni di Armageddon . Ma anche il grande amore di Max per Masa viene distrutto, questa volta dal tumore che porterà la donna alla morte. Alla notizia della perdita di Masa. Max si convince che > soltanto una cosa avrebbe potuto fermare quel destino maledetto: era il frutto che doveva prendere, e forse non aveva preso in tempo, la misteriosa zuta dunja, la gialla meraviglia della città imperiale. E invece Masa, la bella di Bosnia, dagli occhi come grani di uva nera, era morta aman aman senza aver quella cotogna aspettata da Istanbul . Ed allora Max si mette in viaggio a piedi alla ricerca della cotogna. A questo punto la storia diviene così confusa che possiamo dire soltanto che Max muore misteriosamente in un hotel di Istanbul. Capita spesso che uno scrittore molto bravo in un genere letterario voglia misurarsi con ambiti, strutture narrative e scritture che non li sono congeniali, con il risultato di fallire. Si pensi a Ken Follett che con «la cruna dellʼago» aveva scritto un bellissimo thriller per poi dedicarsi a grandi romanzi storici, con i quali si è capito chiaramente che non era Tolstoj né Victor Hugo. Questo è il caso di Rumiz, ottimo giornalista, che ha voluto narrare una storia, già confusa di per sé, nella forma di una lunga ballata. Ne è venuta fuori una prolissa, frammentaria, noiosa, irritante canzone dʼautore. Affidarsi alle suggestioni e agli effetti evocativi può andar bene per una canzone, composta da alcune strofe, ma sopportare tutto ciò per circa duecento pagine è veramente eccessivo. La verità é che non tutti sanno creare un poema! Perché non leggerlo? È irritante, superficiale e noioso.

Paolo RumizFeltrinelli Editore
Divieto di soggiorno
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Divieto di soggiorno

Il libro è un racconto-inchiesta e si tratta di una serie di interviste a immigrati. Si passa dalla prostituta proveniente dell’Est Europa a persone che hanno avuto successo, nel campo economico e in quello sociale e politico. Ne emerge una visione molto variegata, da cui risulta che, paradossalmente, sia stato più facile integrarsi e salire nella scala sociale per gli immigrati arrivati nell’Italia degli anni ’70 rispetto a quelli di più recente provenienza. In realtà l’immigrazione rispecchia il deterioramento della società italiana: una crescente chiusura verso l’esterno, l’indifferenza verso la novità e quindi la tendenza alla politica dello «struzzo», che non vuole vedere che l’Italia sta cambiando. Ci sono due aspetti del libro di notevole interesse:il primo è sintetizzato nella citazione al libro stesso: «volevamo braccia, sono arrivate persone» (Max Frisch). Come dice l’autrice, è l’impianto culturale e ideologico alla base della normativa italiana, che non funziona: > è ancora l’utilità economica del lavoro del migrante a sancirne il diritto a vivere nel nostro Paese . O come dice con altre parole una colf somala: sono trattata > sostanzialmente bene, anche se quando raccontavo la mia storia sentivo una generale indifferenza. È un rapporto di affari: io garantisco un servizio e loro mi pagano . In termini politici, Jean-Léonard Touadi, assessore al Comune di Roma, > uscire dalla logica del sociale, smetterla di accostarsi alla categoria degli immigrati, per quanto fragile sia, con l’ottica dell’intervento sociale di emergenza. Ognuno di noi ha bisogno invece di pari opportunità, di accesso alla cultura, accesso alla casa, agevolazioni di accesso al credito . Ma questi non sono problemi anche degli italiani?il secondo aspetto riguarda la visione degli italiani vista dagli immigrati. Si tratta di una prospettiva interessante, che fa emergere un mondo triste, nel quale, per esempio, gli anziani hanno perso molto della propria autorità e prevale invece l’abitudine a viziare i bambini, una separazione di ruoli tra l’uomo e la donna, lo squallore della vita affettiva, una generale indifferenza. «C’è molta cura individuale e poca, anzi nessuna, per lo spazio di tutti». > Mi è capitato di raccontare che cosa si mangia nel mio Paese, e il più delle volte mi hanno guardato con una faccia schifata . Prevale l’arte di arrangiarsi, in quanto si scelgono i lavoratori in base alle indicazioni dei parenti e amici e quindi > il lavoratore non viene scelto in base alla qualifica e alla preparazione professionale, ma in quanto membro di una categoria di simili per provenienza . Il libro è interessante, ma si affida troppo a interviste a persone di successo e a esponenti ufficiali del mondo dell’immigrazione, trascurando l’impegno di scavare sul campo, cioè tra la gente. All’interno di uno stile pulito e di una buona costruzione del racconto, emergono una debolezza giornalistica e una fragilità dell’inchiesta, che danno l’impressione di artificiosità a quanto viene raccontato.

Rula JebrealRizzoli
Dove sei stanotte
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Dove sei stanotte

> Ha scarponi vecchi, uno aperto sulla punta, che sembra un sorriso sdentato. (...) Ma in fondo non lo vede nessuno, perché a Milano, anche se c'è l'Esposizione Universale ed è il centro del mondo, un senza-tetto che spinge un carrello con dentro la sua vita fa parte del panorama e quindi è invisibile . Con questa immagine di comune indifferenza sociale, il romanzo faceva sperare di essere un Noir d' intensa impronta sociale; in particolare,  se accompagnata da un altro luogo tipico di Milano «capitale del mondo»: il mondo della televisione e delle grandi fiere annuali, come il Salone del Mobile. Il protagonista, Carlo Monterossi, è un famoso produttore di un programma che fa schifo pure a lui, vive in uno splendido appartamento con una governante efficiente e protettiva: è una vita finta e superficiale che potrebbe durare per sempre, agiata, tra feste, fugaci relazioni e auto commiserazioni. Quando tutto viene sconvolto. Alla fine di un party si ritrova in casa un giapponese, stordito e spaventato. Chi è? E cosa ci fa in casa sua? E perché viene ucciso e la sua bella dimora messa a soqquadro? E' da qui che prende le mosse un Noir con una trama ingarbugliata e ridondante dove c'è di tutto tranne l'ingrediente fondamentale: la suspense. Come in un grande mélange di Simenon e De Cataldo (si veda la citazione di Romanzo Criminale in questo sito) abbiamo l'intrigo poliziesco, i servizi segreti, il commissario emarginato ma intelligente, lo sfondo sociale cinico e affaristico della Milano «da bere», l'emarginazione e l'immigrazione clandestina, e infine, perché no?, anche l'amore. E' uno zibaldone insomma, condito per fortuna da frequenti citazioni di Bob Dylan, di un romanticismo malinconico come in questa poesia: > Nella pioggia del primo mattino con un dollaro in mano/ E' una fitta al cuore e le tasche piene di sabbia/Sono molto lontano da casa e mi manca tanto il mio unico amore . Lo stile narrativo è mosso, fatto di un alternarsi di efficaci descrizioni e di colloqui serrati; sulla fluidità del discorso disturbano la continua entrata e uscita di scena dei vari personaggi, stancante e confusa nel suo ripetersi, e la ricorrente introspezione psicologica sull'uomo Carlo, che lentamente evolve da cicisbeo a uomo "vero". E', forse, un tentativo di introdurre un cambiamento interiore nel personaggio: mutamento che rimane in sospeso perché non approfondito, riducendosi ad essere un espediente letterario. La scrittura è elegantemente semplice, avrebbe meritata una storia robusta e meglio costruita. Perché non leggerlo? E' prolisso, la cosa peggiore per un Noir.

Alessandro RobecchiSellerio Editore
Echo Mountain (la ragazza dell'eco)
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Echo Mountain (la ragazza dell'eco)

Siamo nel Maine nel 1934: a seguito della grande depressione una famiglia ha dovuto lasciare la città per trasferirsi ai piedi di una montagna, ai limiti della foresta, adattandosi a vivere in un ambiente totalmente differente rispetto a quello urbano. Confessa la madre alla figlia Ellie, ancora adolescente: > guardò alle mani rovinate. Mi sento una straniera in questa nuova pelle. Mi lasciai dietro troppo di chi io ero sempre stata. Ellie, invece, è affascinata dalla nuova vita, vuole conoscere e adattarsi. In questo l'ha aiutata il padre, riferimento fondamentale per la giovane ragazza. > Questo legame con mio padre e la natura selvaggia crearono un solco tra me e mia madre, e con mia sorella specialmente, perché entrambe parevano pensare che io le avessi in qualche modo tradite sentendomi felice quando esse non lo erano . Per comprendere quale sia per la ragazza «l'eco della montagna» si può riportare l'episodio dell'incontro con l' orso. > Ma allora feci l'errore di leggere, nei suoi occhi, quel primitivo che io ammiravo. Di sentire, in lui, un amore di cose che io amavo: giacere in un prato con l'erba che cresce alta tutto intorno, nascondermi da ogni cosa tranne che dal cielo e da stormi di api, ricchi di polline di fiori, che annuiscono verso di me (splendida espressione!) saltellando come volano le api. O il rosa del tramonto. O il limpido sussurro di un tordo del bosco . Siamo in piena idealizzazione romantica della natura! In Ellie convivono sentimenti contradditori: una solitudine sofferta perché non si riconosce più parte della famiglia e un senso di libertà in un ambiente nel quale può girovagare, andare alla scoperta della foresta imparando a raccogliere il miele e facendo lavori pratici con l' insegnamento paterno. Questa labile situazione precipita quando il padre ha un grave incidente che lo riduce in coma. Ellie se ne assume la colpa tacendo la verità su quanto era accaduto: era stato il fratellino che, correndo dietro un coniglio mentre il padre segava un albero, aveva spinto l'uomo a spostarsi facendosi colpire dalla pianta mentre cadeva. > Parte di me voleva dirle che era stata colpa di Samuel (il fratellino), se il piccolo potesse essere accusato di qualche cosa. Ma quando pensai di dire queste parole, mi sentii fragile e triste.(...) Decisi che sarebbe stato peggio scaricare la colpa che assumerla. Se avevo imparato qualche cosa dalla montagna, e da mio padre, era che mi sarei sentita più forte e più felice se fossi stata capace di affrontare le avversità e di farlo bene. Così rimasi in silenzio. Ed essi presero il silenzio per una confessione. Come farà Ellie a vincere l'angoscia che la sovrasta: la lontananza dalla madre e dalla sorella, la vista del padre paralizzato, il non più sereno rapporto con il fratellino, la vita difficile in un ambiente selvaggio, le privazioni materiali di una famiglia impoverita e sola. Ci riuscirà inoltrandosi nella natura misteriosa, scoprendone i segreti magici e salvifici. Di certo è un romanzo di formazione, anche se bisogna dire che Ellie pare già una ragazza forte e determinata sin dall'inizio della storia. E' come se le difficoltà della vita e le forze della natura abbiano fatto uscire fuori qualche cosa che Ellie aveva già. Ciò che grava sull'intera narrazione, ricca di personaggi e di avventure, è la banale raffigurazione di una natura benigna, sogno di una fuga dalla vita urbana e industriale. E' troppo facile! Il bosco, la montagna, gli animali selvaggi non sono amici ma forze primordiali che rispondono alle cieche regole del mondo primitivo. Apparentemente Ellie va alla scoperta del nuovo ambiente, in realtà quest'ultimo è solo lo specchio di ciò che noi vagheggiamo sia la natura. Per capire i limiti del romanzo, occorre rivolgersi all'Isola del Tesoro (si veda recensione in questo sito), dove Jim affronta da solo i pericoli, sfugge al fascino del male, che esiste nonostante quello che pensiamo, e in tal modo diviene realmente adulto. La scrittura è elegante, alternando dialoghi serrati e belle descrizioni, ricche di espressioni lessicali musicali e affascinanti. In una carrellata troppo lunga, la trama si sfilaccia, diviene prolissa e perde d'efficacia rispetto all'avvio del racconto. Perché non leggerlo? E' banale.

Lauren WolkPuffin Books
L'eredità delle dee
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L'eredità delle dee

> La regione di Kopanice si trova al confine tra Moravia (zona sud orientale dellʼattuale Repubblica Ceca) e Slovacchia ed è composta da vari paesi dislocati sui pendii dei Carpazi Bianchi. Si tratta di una regione che ha pienamente conservato le sue tradizioni folcloristiche, anche perpetuate in una forma arcaica, soprattutto perché è un luogo quasi isolato dal mondo circostante . Le donne chiamate dee sono > soggetti che possiedono, secondo quanto si crede diffusamente, specifiche capacità che permettono loro di curare malattie, di vedere il passato, di prevedere il futuro e di scoprire informazioni di solito inaccessibili alla gente comune . Così si legge in documenti della Gestapo, impegnata a confermare la teoria secondo cui in Moravia si sarebbe conservato un nucleo di popolazione germanica e quindi sarebbero giustificate le pretese del Terzo Reich sullʼEuropa Centrale. Non sono motivazioni politiche che inducono Dora, giovane ricercatrice in etnografia, a studiare le dee. Lei stessa è stata cresciuta da una dea, la zia Surmena, da quando, ancora bambina, ha scoperto il corpo della madre massacrato dal padre a colpi dʼaccetta. > Per lungo tempo aveva pensato che fosse quello il principio di tutte le sue sofferenze. Ma non era vero. (...) Dora non era stupida, e i volti sconvolti dei paesani parlavano chiaro: la sciagura sua e di suo fratello aveva origine molto prima, un tempo che la sua breve memoria non poteva ricordare . Con il piglio della scienziata e con la tensione di chi è personalmente coinvolta, Dora recupera e studia documenti dʼarchivio, risalendo lungo il corso della storia: dalla caccia alle streghe alle scrupolose indagini dei nazisti sino al periodo socialista, con le sue teorie razionalistiche e complottistiche. Non si limita ad analizzare e comparare rapporti di polizia, ricerche di antropologi ed etnografi, lettere e resoconti; ritorna spesso nei luoghi della sua infanzia per raccogliere le testimonianze delle donne e vivere nuovamente > i boschi pieni di faggi e querce, (...) i prati che brulicano dʼestate di rare orchidee, concordie e anemoni, inframmezzati da strisce di campi coltivati, con delle basse casupole abbarbicate al terreno, (...) con quei mattini freddi di unʼestate torrida, (...) e con quei rigidi inverni. (...) Con quella luna tonda, gigantesca, che spunta sopra le cime addensate delle montagne. (...) E davanti alla soglia di casa, sul crinale della collina, pare di stare in cielo, col mondo intero che si apre ai nostri piedi. Ma perché tornare al passato? Riportare alla luce i mostri? Sulla famiglia di Dora incombe la maledizione di una dea cattiva, contro la quale Surmena aveva combattuto tutta la vita. Se non si affida a «quelle occulte mani che mʼintridono» (come dice Ungaretti) come può spiegare Dora i tragici eventi: il truce omicidio della madre, il fratello minorato in coma per un attacco epilettico, la zia Surmena rinchiusa in manicomio a morire come una povera pazza, il suicidio del padre? > Appoggiò la testa al muro di piastrelle dellʼospedale e chiuse gli occhi. (...) E se fosse davvero colpa della maledizione che si era trascinata fino a loro? Cosa avrebbe significato per lei crescere con quella consapevolezza? Il romanzo può essere letto da molti punti di vista: un thriller storico, un conflitto tra scienza e superstizione, unʼimmersione romantica in un mondo ancestrale di donne, la ricerca di radici comuni dellʼEuropa Centrale, germaniche e slave ad un tempo perché intrise dello stesso paganesimo indoeuropeo; e soprattutto la vicenda di Dora, della sua solitudine, del suo disperato bisogno di avere una famiglia, della sua forza dʼanimo che non si arrende ai misteri. Non accetta Dora che venga infamata lʼamata zia Surmena, accusata di collaborazionismo con i nazisti e per questo perseguitata ingiustamente dal regime socialista. Lʼautrice ha voluto affrontare tanti argomenti: il risultato è una sovrabbondanza che stanca la lettura, dissolve la trama, frammenta la narrazione. E al lettore resta una domanda: chi è Dora? La protagonista è sommersa da troppi fatti e da troppi personaggi e noi non abbiamo capito chi sia, dopo oltre quattrocento pagine. Perché non leggerlo? È intrigante allʼinizio, ma poi si rivela prolisso e noioso.

Katerina Tuckova'Keller Editore
L'esame
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L'esame

> Pubblico oggi questo vecchio racconto poiché mi piace irrimediabilmente il suo linguaggio libero, la sua favola senza morale, la sua malinconia portena (tipica degli abitanti di Buenos Aires) e anche perché lʼincubo in cui nacque è ancora sveglio e vaga per le strade . Con questa annotazione Cortazar introduce un racconto scritto nel 1950, negli anni del primo peronismo, tra il 1945 e il 1955. Fu un periodo di grandi cambiamenti sociali: uscita ricca dalla seconda guerra mondiale, sotto la guida di Peron lʼArgentina sembrava avere dinanzi un futuro di sviluppo. Eppure, crescevano il disagio e il pessimismo tra gli intellettuali e nel ceto urbano; una malattia morale e psicologica che nasceva dalla soffusa e tacita consapevolezza della contraddizione tra una città cosmopolita, come era Buenos Aires, e un regime ottusamente ostile alla cultura e alle libertà individuali. I personaggi del racconto, i due fidanzati Juan e Clara, Andrés, Clara e il cronista, vagano nella notte in una città irreale, immersa nella nebbia. Il loro è un parlare apparentemente senza senso, che ruota costantemente intorno allʼinutilità dellʼintellettuale. > Tutto questo parlare, passarci fogli, questi tavolini dei caffè dove libri e libri e libri e prime e mostre.... Credimi, qui cʼè una fregatura, un tradimento. Non ti resta che unire tradimento alla realtà, alla vita, allʼazione, e con questo e uno stemma sul risvolto della giacca sei pronto a intraprendere qualsiasi carriera . Il gruppo non ha una meta né le vicende che lo coinvolge danno una trama alla narrazione; alternando prosa e poesia, citazioni letterarie argentine, latino americane ed europee, i giovani continuano a parlare dello stesso tema, in modo ossessivo e chiaramente inutile: > un bravo biologo riderebbe a crepapelle sentendo il nostro squittire. Perché non gridiamo nemmeno, il nostro è un versetto da topi . > Così assurdo parlare a vanvera, pensò Juan mentre uscivano, sentirsi parlare e sapere che non si ha mai abbastanza ragione. Questa è unʼaltra, forse la peggiore, delle nostre vigliaccherie . Juan, hai veramente ragione! Purtroppo siamo stanchi di tanto chiacchiericcio, vorremmo avere un poʼ di realtà, di sano pragmatismo. È per questo motivo, insieme con la mancanza di trama e la pochezza dei personaggi, che ho deciso con sofferenza di abbandonare la lettura alla fine del primo capitolo. Può darsi che il racconto prosegua cambiando radicalmente ritmo narrativo, non lo saprò mai, pazienza! «Il linguaggio libero» va bene se è in piccole dosi. La domanda che viene spontanea a noi italiani del secondo millennio è la seguente: quanto di questo racconto ritroviamo nel nostro Paese? > La creazione nasce dalla morale, non dallʼingegno (dice Juan), Ahi, Ahi, fece Clara, siamo mosci. Giusto, mosci, senza tensione. (...) Intendo dire che siamo carenti di spirito di sistema (che sia la libertà o per la libertà), e questo è soprattutto un difetto morale . Perché non leggerlo? È profondamente noioso.

Julio CortazarVoland
La Ferocia
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La Ferocia

Il libro ha vinto il premio Strega 2015 ed è stato presentato da molte recensioni come una sorta di Buddenbrook allʼitaliana: ci si aspetterebbe un bel romanzo con un forte connotato sociale. Niente di tutto questo. È un pessimo romanzo, scritto male, intimistico - esistenziale, che riflette una percezione della realtà tipica degli anniʼ90. Annoiato dalla trama, disgustato dello stile narrativo, ho interrotto la lettura a pagina 237 e posso quindi raccontare la trama sino ad un certo punto. Inizia con il suicidio di Clara, viziata ed eccentrica rampolla di una arrampicatrice famiglia imprenditoriale di Bari: un padre affarista e avido, tipico costruttore edile del Sud; una madre assente, serenamente soddisfatta dellʼagiatezza raggiunta, e tre fratelli; un medico affermato, una ventenne sulla buona strada per diventare altrettanto viziata come la sorella, e Michele, il figlio di unʼamante del padre, morta durante il parto. Il legame tra Clara e Michele è particolarmente intenso, anche per la fragilità del ragazzo, il quale trova nella sorella, così sicura di sé, un punto di appoggio e forse un oggetto dʼamore. Il romanzo vuole scavare soprattutto questa relazione e lo fa con continui salti temporali, dal presente (Clara morta) al passato, con la giovane suicida ancora nei panni di una vivace ragazza, dalla sfrenata vita sessuale. Intorno a Clara e Michele, nelle diverse dimensioni temporali, ruotano gli altri familiari, tutti apparentemente indifferenti alla terribile disgrazia accaduta o ai contenuti sempre più morbosi dei rapporti tra i due giovani. Forse perché > noi non siamo noi, (...) siamo guidati da forze di cui non siamo consapevoli, agiamo senza sapere perché, diciamo cose il cui movente è ignoto, crimini senza colpa e morti senza causa apparente . La nostra vita si ripete secondo il ciclo delle stagioni, con una fatalità che noi vorremmo propria della natura, ma è anche nostra. > Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili dʼerba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta lʼimmagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito ad evitare lʼimpatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò lʼinformazione sovrapponendola allʼalfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni . Non è certo un romanzo sociale né un racconto psicologico, che vuole approfondire i sentimenti e le motivazioni. Lʼautore si muove su un piano metafisico, nella convinzione, profondamente meridionale, dellʼimmutabilità dellʼessere umano e del contesto sociale e politico. Da qui forse viene il titolo: la Ferocia. Si poteva dare comunque un ritmo narrativo! Una trama comprensibile! A peggiorare il risultato letterario è lʼimpronta minimalista, che si riflette nellʼesagerato ricorso al punto e alla quasi completa assenza del punto e virgola e dei due punti. È difficile in questo modo non spezzettare il discorso, rendendolo pesante e incomprensibile. Un esempio: > Michele tornò in camera sua. Fece per stendersi a letto. Si arrestò. Da destra verso sinistra. Il comodino. Lʼarmadio. Guardò intorno con aria preoccupata. La finestra mezza aperta. Il battito cardiaco accelerò. Rimani calmo. Non può essere saltata già dalla finestra. Si sedette sul bordo del letto. E così continuando, adesso si capisce perché non ho più continuato a leggere. Perché non leggerlo? È un romanzo brutto, noioso e vecchio.

Nicola LagioiaGiulio Einaudi
Figlie di una nuova era
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Figlie di una nuova era

Rudi, l'ingenuo e sognante marito di  Kathe, una delle protagoniste, sintetizza con una poesia il senso complessivo del romanzo: > ho visto in controluce/che il ponte è caduto/e la debole luce/ormai ho perduto/e mi abbandono/alla corrente che mi conduce . Quattro giovani donne sono amiche per la vita, si innamorano, si sposano, alcune di esse diventano madri, restano vedove o divorziano, insomma conducono una vita apparentemente normale nella Germania tra 1919 e il 1945; attraversano la crisi economica e sociale del primo dopoguerra, l'inflazione iperbolica, la turbolenza politica della repubblica di Weimar (con la repressione dei comunisti da parte dei socialdemocratici), l'ascesa del nazismo, le leggi per la purezza della razza (con la segnalazione dei bambini nati con malformazioni), la graduale ma inesorabile emarginazione degli ebrei sino alla Shoah, la catastrofe della seconda guerra mondiale. Come è possibile avere una vita normale dinanzi a così drammatici avvenimenti? > Ma adesso cosa restava da fare, se non ritirarsi nella sfera del privato? il mondo non era più un posto affascinante . (pensa Bunge, il padre spendaccione di Ida, un'altra protagonista).  Ed infatti il romanzo sviluppa le storie di Henny, Kathe, Lina e Ida in un'ottica profondamente intimistica, lambita solo esteriormente dalle terribili vicende che hanno interessato il popolo tedesco. Henny e Kathe sono amiche dall'infanzia e decidono di comune accordo di intraprendere la professione dell'ostetrica, di mettere al mondo bambini proprio quando non si sa cosa attendersi dal futuro (una metafora?). Mentre Henny persegue l'idea della famiglia, Kathe fa altre scelte. La prima si sposa ancora giovane perché rimane incinta, ha una figlia, perde il marito e ne sposa un altro, dal quale avrà un altro figlio, per scoprire che il secondo marito è stato un delatore per i nazisti, Kathe  non vuole avere figli, è comunista e spinge il marito a impegnarsi politicamente, travolgendo in tal modo la vita di entrambi. Ida, invece, è nata e cresciuta nel lusso,  il padre, ormai sull'orlo della bancarotta, la dà in moglie ad un ricco e potente banchiere, destinandola all'infelicità, solo in parte ripagata da una lunga storia d'amore con un bel cinese. Lina scopre presto di essere lesbica e va a vivere insieme con la sua compagna, in una situazione sempre più precaria perché l'omosessualità è condannata dal nazismo. Ci sono molti altri personaggi, ma già da questa breve esposizione delle protagoniste si può dedurre la fragilità dell'intero racconto. E' vero che la guerra irrompe nella pace e fino in fondo si cerca di vivere nell'indifferenza, non ci si aspetta «Guerra e Pace», ma si poteva attendere una trama ed un'analisi dei personaggi che cogliesse le profonde ferite dell'animo umano dinanzi al pericolo e agli orrori. La pace in attesa della guerra crea una sorta di sospensione e si cerca disperatamente di stare aggrappati al privato, ai pallidi sentimenti, alle consuetudini, alle amicizie e agli affetti familiari. Due splendidi romanzi vengono subito in mente: «Nessuno torna indietro» di Alba De Cespedes, con le sue ragazze rinchiuse e nel contempo difese dentro un collegio,  e «Neve sottile» del giapponese Tanizaki, racconto nel quale la descrizione minuta  della famiglia giapponese degli anni'30  vuole essere una critica al familismo inerte e, ad un tempo, all'imperialismo guerrafondaio ed aggressivo, così lontano dal sentire comune della gente. Niente c'è di tutto questo nel nostro romanzo, tanto che le drammatiche vicende della Germania paiono essere solo l'occasione per dare brio ad una trama troppo piatta e banale se calata in un contesto di normalità. E' l'inizio di una trilogia, che lasciamo ad altri lettori. A indurre ad un giudizio negativo sono pure la struttura narrativa e la scrittura. Le storie delle quattro giovani donne sono portate avanti in parallelo con brevi paragrafi all'interno di una articolazione dei capitoli di carattere cronologico. Di conseguenza la narrazione è confusa, è difficile al lettore recuperare il racconto complessivo, e la trama risulta in definitiva prolissa e ripetitiva. I troppi personaggi contribuiscono a compromettere la chiarezza complessiva.  La scrittura, a sua volta, è piatta, basata su brevi frasi e su dialoghi, mancano le descrizioni dell'ambiente (Amburgo) e del contesto sociale e politico. Perché non leggerlo? Inutile, mal scritto e sgradevole, se si pensa a quanto è successo in Germania fra le due guerre.

Carmen KornFazi
Il figlio del Mare
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Il figlio del Mare

Immaginiamo che in un mondo, il nostro, imprigionato in una struttura sociale cristallizzata, avvenga un fatto straordinario che sconvolge gli assetti precostituiti permettendo al povero di ascendere la scala sociale. Forse, solo a seguito di una guerra o di una catastrofe naturale, è possibile una rivoluzione. Con una storia esile, questo romanzo introduce il tema del cambiamento, e lo fa in un'epoca lontana da noi: il 452 dopo Cristo quando gli Unni invasero l'Italia. Siamo a Atesis, l'attuale Este, città allora lambita dal fiume Adige, che cambiò il suo corso nel 589 a seguito di una disastrosa alluvione. E' una pigra città, controllata da una potente famiglia romana e dai maggiorenti, i così detti curiali. Pietro è un ragazzone dai capelli rossi e fa il guardiano di maiali; un quattordicenne grande e grosso, timido, chiuso, analfabeta, nato da una notte d'amore della madre con un barbaro «che veniva da mar, dalle terre che stanno di là della grande acqua». Essersi prestato stupidamente alle curiosità di Giustina, la graziosa e irrequieta figlia del padrone, porta Pietro a subire una sonora bastonatura, giusta punizione per aver osato parlare con la ragazza: guardiano dei maiali sei e devi restare, piuttosto accompagnati alla prosperosa Galla, anche lei del basso popolo! Tutto muta quando arrivano gli Unni, accolti con terrore perché guerrieri feroci e invincibili: > sembravano molto alti e robusti, fisici compatti (...), i loro destrieri avevano la bocca schiumante di bava e gli occhi pieni di follia . In realtà con Pietro e Giustina, che si ritrovano insieme prigionieri, non si comportano male come ci si potrebbe aspettare: gli concedono salva la vita, ne permettano il rientro a casa dove Pietro parteciperà valorosamente all'epica e inutile battaglia per la salvezza di Atesis. La città è saccheggiata, la campagna è attraversata dai barbari e dai banditi, non c'è più cibo e riparo; non resta che fuggire per trovare rifugio nelle lagune dove gli Unni non vogliono andare per timore delle pestilenze. Iniziano un viaggio pieno d'insidie, soli, brutalizzati dalla paura e dalla fame, due adolescenti, Pietro e Tito, una ragazzina abituata alle comodità e alle difese di una ricca casa, Giustina, e una vecchia cavallina nera. E' inutile seguirli lungo le pianure e i canali che portano alle lagune venete: la storia è banale, precorre le «Avventure di Tom Sawyer», senza averne il ritmo e la suspense, riducendosi pian piano a un racconto melenso, con molti aspetti inverosimili, e avulso dall'ambiente storico e naturale. «Non c'è viaggio più lungo di quello che ti riporta a casa», dichiara l'autore nei Ringraziamenti. Dopo tanti romanzi ambientati in giro per il mondo, Morosinotto vuole parlare della sua terra, avviando una saga che, si suppone, vorrebbe seguire le vicende di Pietro e di Giustina, e dei loro eredi?, nella costruzione della futura e splendida Venezia. Ebbene, avrebbe potuto metterci più impegno, non affidandosi a banalità adolescenziali senza tempo (siamo sicuri che le ragazze e i ragazzi del 500 dopo Cristo fossero come i nostri?) e cercando di creare un'atmosfera che partisse dall'ambiente vallivo delle lagune. Bisogna ammettere, a malincuore, che la guerra è un bell'espediente per dare ritmo al racconto: la difesa di Atesis, con i suoi combattimenti e colpi di scena, attrae il lettore, gli ricorda l'Iliade in breve. La scrittura fluisce leggera e facile, senza asprezze: piacevole da leggere ma contribuisce a dare quel senso di superficialità frettolosa che contraddistingue il romanzo. Sottolineo una particolarità: in quasi quattrocento pagine la punteggiatura è costituita solo da punti e virgole, c'è un solo due punti, non ci sono punti e virgola; virtuosismo alla Cesare Pavese, o stilo giornalistico tanto di moda, oppure compiacimento verso un lettore adolescente, che si presume poco abituato a una sintassi articolata? Perché non leggerlo? E' banale e noioso.

Davide MorosinottoOscar Mondadori
Fuoco su Napoli
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Fuoco su Napoli

Lʼoggetto del romanzo è Napoli: «un cadavere in avanzato stato di decomposizione». Diego Ventre è un avvocato brillante e raffinato, ma in realtà un camorrista. Viene a sapere da un vulcanologo che una eruzione distruggerà gran parte della città. Diego vede in questa catastrofe la possibilità di rinnovare Napoli, di interromperne il declino, ma anche capisce che si possono fare dei grandi affari. Tiene nascosta la notizia e inizia una serie di operazioni speculative. Nel frattempo si innamora di Luce, figlia di una grande famiglia di aristocratici. Inizia un corteggiamento, con il quale Diego può esprimere tutta la sua cultura classica e i suoi gusti raffinati. Ciò non gli impedisce di continuare la sua azione criminale, a tessere trame affaristiche, a corrompere e a minacciare. Napoli viene distrutta dalla furia della natura, Diego e Luce si sposano, ma proprio nel giorno del matrimonio Luce scopre di aver sposato un mafioso e un violento. Fugge, viene catturata dal nemico di Diego, violentata più volte come sfregio, ma proprio nel momento dello stupro arriva Diego che uccide il nemico e poi punta la pistola al petto della ragazza. La vuole uccidere secondo un codice mafioso, che non può accettare che la propria donna sia stata di un altro uomo, o è solo un gesto protettivo? Non lo sapremo mai perché in quel momento Diego viene ucciso dal fratello. Lʼautore riprende uno spunto di Curzio Malaparte nella Pelle (lʼeruzione del Vesuvio come distruzione e creazione di una nuova Napoli) ma questa idea resta solo sullo sfondo. In realtà, tutto il romanzo sviluppa intorno a Diego, eroe negativo ma ammirato in fondo e mezzo per un compiacimento estetizzante del bello e del brutto di Napoli. La debolezza della trama, la povertà di analisi dei personaggi, i continui richiami ad una città irreale, perché fatta solo di monumenti, i soliloqui del protagonista, pedanti e inconcludenti, sono tutti fattori che riducono il racconto ad una serie di immagini, di bozzetti. Come ha scritto lʼautore riferendosi a Napoli, > è un romanzo senza storia, un romanzo senza capitoli. Le parole sembrano montate a caso, senza un vero prima e senza la speranza di un dopo . Perché non leggerlo? È inutile.

Ruggero CappuccioFeltrinelli Editore
Genova sembrava d'oro e d'argento
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Genova sembrava d'oro e d'argento

Il libro non parla di Genova, malgrado il titolo. La città è solo un luogo, senza immagini e senza spessore, dove raccontare la vita di un poliziotto. Il protagonista è un giovane, che non ha speranze e pensa che la vita sia > solo uno schema del sistema, uno dei tanti, ma non sono gli uomini a controllarlo, neanche quelli riuniti a Palazzo Ducale. Il sistema è una macchina senza testa, una macchina autonoma . Quello che conta è il gruppo, lʼappartenenza ad azioni coraggiose e violente. Tutta la vita di questo giovane poliziotto è un susseguirsi di esercitazioni, libere uscite, straordinari ed interventi contro tifosi e manifestanti. Viene inserito in un gruppo speciale che viene addestrato per il G8 a Genova. Le esercitazioni, pesanti e finalizzate ad azioni anti guerriglia, rafforzano lo spirito di corpo. A Genova le convinzioni del giovane vengono messe a dura prova non tanto da ciò che succede ma dallʼamore per una ragazza, che, forse, riuscirebbe a convincerlo che il destino è nelle nostre mani, che non è vero che «lʼessere umano è quello che é». Poi tutto precipita: il poliziotto partecipa allʼazione di Via Diaz e scopre che la misteriosa ragazza, conosciuta a Genova, è lì tra i giovani picchiati e sanguinanti. Ancora una volta è stato il destino a decidere: > ero fottuto, lo ero sempre stato, piangevo perché aveva ragione Sara, avevo avuto la mia possibilità di scegliere, piangevo per me, perché capivo che adesso davvero era finita . Il grande tema del romanzo è il cinismo come conseguenza di una vita senza speranze. Il racconto, tuttavia, si sviluppa monotono e lento senza ritmo narrativo e senza che lʼautore riesca a dare profondità psicologica ai personaggi, cominciando dal protagonista. La delusione maggiore viene poi da Genova, che non cʼè ( é mai stato lʼautore nelle strade dove sono avvenuti gli scontri del G8?) con il risultato che tutta la vicenda appare fredda ed artificiosa. Perché non leggerlo? È noioso ed inutile.

Giacomo GensiniOscar Mondadori
Il gioco dell'angelo
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Il gioco dell'angelo

David Martin eʼ un giovane giornalista, che comincia a scrivere alcuni racconti a puntate sul suo giornale. Questi racconti hanno un notevole successo e quindi viene stipendiato da un editore per scrivere una serie di romanzi, di un ciclo chiamato La città dei maledetti. Con i soldi guadagnati prende in affitto una casa misteriosa, da molti anni abbandonata, e posseduta prima da uno strano personaggio Diego Malasca. Nel frattempo si intrecciano diverse vicende: David eʼ innamorato di Cristina, che lo convince a scrivere un libro, di nascosto, per un ricco amico, che vorrebbe diventare un famoso scrittore. Viene contattato da un editore francese, che si rivelerà poi essere il diavolo o la personificazione del male, che lo convince, per un lauto compenso, ad elaborare una nuova religione. Su richiesta di un amico libraio, assume come assistente una giovane ragazza (Isabella), che vorrebbe diventare una scrittrice. David, pur continuando a scrivere il libro commissionato, avvia unʼindagine per capire chi eʼ lʼeditore francese e perché vuole elaborare una nuova religione. Si succedono a questo punto una serie di orrendi omicidi e David viene coinvolto in vicende surreali e inverosimili, tutte, però, caratterizzate dal mistero. Invano Isabella cerca di riportarlo alla realtà, David insegue disperatamente il mistero e con esso lʼamore infelice per Cristina. Tutte le persone a lui vicine, amiche e nemiche, muoiono in modo orrendo e misterioso: Cristina, per esempio, diventata pazza, muore affogata in un lago gelato dinanzi agli occhi dellʼamico. Dopo una serie di vicende tenebrose e di morti terribili, David riesce a fuggire in un paese straniero e lontano per incontrare un giorno, molti anni dopo, il diavolo, che gli affida Cristina bambina, aprendo in tal modo una prospettiva di futuro. La scena rispecchia fedelmente una fotografia, che David aveva trovato molti anni prima e che riportava il diavolo a passeggio mano nella mano con Cristina bambina. Il mistero domina incontrastato. Qualʼeʼ il significato di questo libro? Esistono, senza dubbio, molte ipotesi interpretative: la costruzione di una religione di morte che viene tuttavia sconfitta dallʼamore, una infelice storia di amore, un "noir > inspiegabile, un labirinto di idee e di situazioni di cui non si capisce il filo conduttore. A me piace pensare che il motivo comune sia costituito dal libro. Sono i libri i veri protagonisti del romanzo e con essi la fantasia e lʼimmaginazione. Allʼinizio del romanzo, quando lʼautore parla di sé bambino, David ricorda che dove i miei amici vedevano tracce dʼinchiostro su pagine incomprensibili, io vedevo luce, strade, persone. Le parole e il mistero della loro scienza occulta mi affascinavano e mi sembravano una chiave con cui aprire un mondo infinito > . In un altro punto del romanzo, Samperi, il libraio amico, prevede che David diventerà un nuovo Edgar Poe. E sembra proprio essere questo scrittore il punto ispiratore del romanzo. Le vicende narrate sono vere o il frutto dellʼimmaginazione e della fantasia? Non sono sempre le Cittàʼ dei maledetti a dominare la scena? David potrebbe avere inventato tutto, in una forma di delirio e dentro la casa maledetta, oppure essere lui stesso lʼesecutore di tanti delitti? Da questo punto di vista, trova un senso la figura di Isabella, che costituisce la realtà, la concretezza, la pedanteria in una situazione nella quale la fantasia più sfrenata ha preso il sopravvento. Come dice il diavolo, Tutto è racconto, narrazione, una sequenza di eventi e personaggi che comunicano un contenuto emotivo". Un libro complesso, che si rivela, tuttavia, prolisso e sempre alla ricerca di situazioni di effetto, che non riescono a creare,tuttavia, un vera suspense neʼ una reale azione. Le vicende si susseguono scontate e in alcuni casi eʼ evidente il ricorso ad immagini prelevate di petto da immagini letterarie. Secondo me, il romanzo non ha vita, è formale e letterario.

Carlo Ruiz ZafonOscar Mondadori
I giorni innocenti della guerra
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I giorni innocenti della guerra

Durante la seconda guerra mondiale, si sviluppano una serie di vicende personali in una piccola città di provincia, vicino Roma, e nella grande Londra. Stefano, appassionato di diritto e impiegato presso il Tribunale, sposa in seconde nozze Nina, una ragazza irrequieta, che accetta un marito molto più anziano per accontentare la famiglia, ma è in realtà innamorata di Sergio. Nello stesso tempo Ally è un pilota inglese, omosessuale, che è legato da una profonda amicizia con Edna, unʼeccentrica ragazza inglese. Stefano e Sergio partecipano alla lotta partigiana, alla quale dà un importante contributo anche Nina come staffetta. La ragazza conduce una relazione clandestina con Sergio, ad insaputa di Stefano, che peraltro ha una relazione con una prostituta. La situazione precipita, quando Ally cade con il suo aereo e viene nascosto da Sergio: i due ragazzi vengono sorpresi in atteggiamenti affettuosi da Nina e da Stefano, il quale si accorge dalla reazione della ragazza che Sergio era il suo amante. Stefano torna a casa e le dà fuoco uccidendosi nell’incendio. Nina si accorge, troppo tardi, di amare Stefano, mentre Edna capisce il profondo legame con Ally, malgrado la sua omosessualità. La guerra è solo uno sfondo, che chiarisce i rapporti tra le persone, che sono tuttavia sempre basati sulla complessità e ambiguità dei sentimenti umani. Come dice l’autore: > la vita non è altro che una gran confusione. Un disordine e un rimescolio di cose e di sentimenti, che però alla fine è tutto quanto ci lega agli altri e ce li fa amare .

Mario FortunatoBompiani
Giustizia
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Giustizia

Il romanzo descrive una vicenda paradossale. Un consigliere cantonale uccide un suo amico in un ristorante davanti a una folla di testimoni. Una volta in carcere, assolda un avvocato (l’autore del manoscritto) per individuare un diverso assassino. L’avvocato recupera una serie di informazioni che permettono di fare assolvere in corte di assise il consigliere cantonale. L’avvocato, convinto di essere stato una pedina del consigliere (che è in realtà il vero assassino) cerca di ucciderlo ma manca l’obiettivo. Il romanzo si conclude molti anni dopo, quando lo scrittore (lo stesso Durrenmatt) viene a conoscenza delle motivazioni alla base dell’assassinio e della reale successione delle vicende che hanno condotto al delitto. Il tema dominante del romanzo è costituito dall’incomprensibilità del reale e dal suo possibile rovesciamento in situazioni assurde, prive di logica e di qualsiasi forma di senso sociale e storico. Come scrive lo scrittore, > la storia che è diventata reale soltanto nella mia fantasia e che ora, descritta, si allontana da me, è forse più assurda della storia del mondo, meno solida del suolo su cui edifichiamo le nostre città? . Questo tema filosofico viene tradotto in un ritmo narrativo incalzante, che da una struttura tradizionale (da romanzo ottocentesco) si evolve in una successione di personaggi e di avvenimenti che si sovrappongono e si intrecciano, anche su piani temporali differenti. Anche lo stile diviene convulso, fatto di frasi brevi e tronche, così da manifestare l’eccitazione dell’autore e l’assurdità o la mancanza di logica delle vicende e delle situazioni descritte. È tuttavia un romanzo tutto ripiegato in se stesso: non esiste di fatto una trama che dia un minimo di suspense e di interesse a seguirla, i personaggi appaiono privi di un proprio spessore e carattere, quasi marionette in mano al destino, le descrizioni degli ambienti sono ripetitive. È di fatto un romanzo noioso, intellettualistico, che non riesce a esprimere in forma d’arte il tema filosofico che ne è alla base. Una conferma deriva dal fatto che le parti più interessanti e leggibili sono quelle che assumono le caratteristiche del saggio.

The Glass Palace
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The Glass Palace

È un libro insignificante. È ambientato in Birmania dopo il 1886, quando lʼInghilterra trasformò questo vasto regno in una provincia dellʼIndia britannica, esiliando lʼultimo sovrano. Il palazzo di vetro, titolo del romanzo, è la metafora di un mondo travolto dallʼimperialismo e dal capitalismo, ai quali ci si deve adeguare, pena lʼestinzione o, nel caso migliore, lʼoblio. Il protagonista, Rajkumar, è un ragazzino, > uno straccioso indiano... con una sorta di vigile determinazione.. non cʼera alcuna semplicità nel suo viso, nessuna innocenza: i suoi occhi era pieni di concretezza, curiosità, appetito. Era come doveva essere . Tradizione, radici culturali, valori ideali non possono avere dimora quando tutto viene sconvolto e bisogna sopravvivere e possibilmente arricchirsi. Eppure anche in Rajkumar, già adulto quando era ancora ragazzino, cʼè spazio per i legami di affetto e lealtà, che non siano > relativi a se stesso e alle sue immediate esigenze, ciò era quasi incomprensibile . Proprio durante il saccheggio del palazzo reale, il protagonista conosce Dolly, dodicenne damigella delle piccole principesse, figlie dei sovrani sconfitti e umiliati. Si accende un amore che non abbandonerà più Rajkumar. La storia si sviluppa in parallelo, permettendoci di seguire la scalata sociale del protagonista e la vita della famiglia reale, isolata e controllata strettamente dagli inglesi. Nello sfacelo della casa regnante, Dolly matura in una donna riservata, apparentemente timida, ma sicura, colta e indipendente. Si sposa con Rajkumar, diventato nel frattempo un ricco uomo dʼaffari, giovane ma già pingue. Ma lo fa per amore o semplicemente perché vuole fuggire da una sorta di clausura dorata? Non posso rispondere alla questione se il matrimonio di Rajkumar e di Dolly sia frutto di un vero amore o più semplicemente del desiderio di entrambi di abbandonare il vecchio per il nuovo, la tradizione per la cultura del dominante imperialismo inglese. Quando mi sono accorto che ero ancora al 40% del romanzo dopo ore di noiosa lettura, ho riposto il libro, sconfitto dalla pochezza della trama, dalla superficialità dei personaggi e dalla prosaicità della scrittura. Leggendo il libro di Ghosh viene voglia di rileggere Kim di Kipling: un bieco cantore dellʼimperialismo inglese, ma ben altro scrittore! Perché non leggerlo? È noioso, inutile, banale.

Amitav GhoshRandom House
The glassmaker (la maestra del vetro)
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The glassmaker (la maestra del vetro)

In questo romanzo Tracy Chevalier, autrice del bestseller «Girl with a Pearl Earring» (si veda la recensione in questo sito) si misura con Venezia, la «Città dell'Acqua», e con uno dei suoi tesori immortali: Murano, «l'Isola del Vetro».  Nella prefazione Chevalier si chiede > se gli artigiani della Città dell'Acqua e dell'Isola del Vetro paiono invecchiare più lentamente di quanto avviene nel mondo esterno. (...) Pittori, scrittori, intagliatori, maglieristi, tessitori e, perché no?, artigiani del vetro: i creatori vivono spesso in uno stato sospeso che i psicologi chiamano flusso, in cui le ore passano senza che loro le notano. L'ammirazione per l'arte ha condotto l'autrice a elaborare un racconto, che pretende di seguire la storia di Murano nei secoli, da uno stato primigenio di perfezione e isolamento alla realtà attuale, intrisa di consumo e qualità artigianali insieme. E' un grande affresco storico che induce Chevalier a ricorrere a un espediente ardito: la storia di Orsola e della sua famiglia torna nei secoli, con gli stessi personaggi, passioni e vicissitudini, in un contesto sempre diverso. Partiamo dal 1486, in una Venezia ancora potente e ricca, per andare poi all'inizio del Settecento, quando è ormai evidente la decadenza della Serenissima, e quindi passare alla cessione all'Austria nel 1797, quando Venezia perse la sua indipendenza, sino alla prima guerra mondiale e agli anni a noi più vicini. Dicevo un espediente ardito perché Orsola non invecchia con i tempi della Storia, ma lo fa più lentamente; e se ciò può essere rappresentativo dell'immobilismo di Venezia, questo accorgimento letterario rende inverosimile il racconto. E' meglio, quindi, non seguire la scrittrice lungo l'intero romanzo, ma soffermarsi sulla prima parte «Calici, Perle e Delfini»: ambientata nel 1486 essa racchiude il senso del libro. Orsola è una bambina, poi ragazza, appartenente a una famiglia di artigiani del vetro a Murano. Lei desidera ardentemente imparare l'arte. > La vita di Orsola si svolgeva intorno a una pila senza fine di panni da lavare, di cura dell'orto e di lavori di pulizia, ma, quando poteva, trovava i modi per andare nel laboratorio, con la scusa di consegnare messaggi o portare dei biscotti ai lavoranti. (...) Allora si sarebbe voluta intrattenere a guardarli fare vasi o bicchieri e ornare i calici. Di nascosto, va da una famiglia concorrente, da una donna, famosa artigiana e mercante. Questa donna le insegna a creare delle perle di vetro e le consiglia di lavorarle in cucina, lontano dal laboratorio. Pare un piccolo sotterfugio ma saranno le perle a salvare economicamente la famiglia alla morte improvvisa del padre di Orsola, con il quale si perde gran parte delle maestrie del laboratorio. Chevalier è abile a dipingere il contesto e le relazioni familiari, a spiegare le modalità di lavorazione del vetro, e a descrivere i commercianti veneziani che si arricchiscono sull'isolamento cui è condannato Murano dai regolamenti della Repubblica. L 'incompetenza del fratello maggiore, che ha assunto il ruolo di capo famiglia e non comprende l'importanza delle relazioni commerciali, costringe Orsola ad andare a Venezia, a scoprire la «Città dell'Acqua», con i suoi canali e gondolieri, le osterie e i bordelli, la magnificenza dei palazzi e i quartieri malfamati. > Sembrava che ogni gondoliere sul canale imprecasse allegramente insulti, quasi cantando: > Buzaròn, Mona!, Magnamerda!, Visdecasso!, Copri le orecchie, gridava Giacomo, e lei rideva delle volgarità Insieme con la città, e con i mercanti, Orsola conosce anche il bel pescatore, di cui si innamora, rompendo, anche qui, le rigide regole della società di Murano, che voleva che ci si sposasse tra le stesse famiglie, per conservare i segreti dell'arte e l'isolamento dell'isola. Con malizia, forse, il bel pescatore > si fa assumere come garzone nel laboratorio, impara l'arte del vetro e poi fugge all'estero, portando con sé  le conoscenze e le capacità così ben custodite. E' stato quindi un amore a porre fine a un monopolio che garantiva ricchezza e prestigio a Murano, e a Venezia? Ci vogliamo credere; resta il fatto che Orsola rimane in attesa di un amore vagheggiato, la cui unica testimonianza sarà un delfino di vetro > , che le verrà spedito lungo i secoli. Dobbiamo ammettere che Chevalier non è Ken Follett, se vogliamo inquadrarla nell'ambito dei thriller storici: le manca la capacità di dare ritmo alla storia, di creare le sorprese e i cambi di direzione alla trama (di Ken Follett si possono leggere in questo sito le recensioni di A place called freedom" e «World without end»). Come nello scrittore inglese i personaggi non sono approfonditi in termini psicologici: per esempio, la figura di Orsola, eroina tenace e infelice (qual è il mistero di questa donna?), non è analizzata nei suoi aspetti umani e sociologici. D'altra parte come era possibile che ciò avvenisse, se l'autrice si muove nei secoli, quasi che un'artigiana del Quattrocento esprimesse lo stesso vissuto di una donna del Settecento e del Novecento! Chevalier ha una scrittura elegante, un inglese piacevole con una sintassi lineare e limpida; un lessico vasto ma comprensibile rende facile la lettura, senza impoverirla. L'attenzione al parlato veneziano, le descrizioni precise dell'ambiente (si pensi agli stessi percorsi tra l'isola e la città), le spiegazioni delle modalità di lavorazione del vetro e dei meccanismi commerciali, indicano come la scrittrice si sia immersa nella storia e soprattutto nella stessa «Città dell'Acqua». Distrutta dal turismo e dall'abbandono dei suoi abitanti, Venezia conserva un fascino incredibile, attira e si fa amare, nonostante ci impegniamo a distruggerla. Perché non leggerlo? Alla fine è prolisso e inverosimile.

Tracy ChevalierHarperCollins
Gotico Americano
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Gotico Americano

Il romanzo è ambientato a New York e racconta la vita di Bruna, un' italiana, docente in scienze politiche, trapiantata negli Stati Uniti per seguire il marito Tom, medico italo americano. Con due figli, Minerva e Mario, si innamora di un suo studente afroamericano, Yunus, che andrà poi a combattere con l'Isis e morirà nella difesa di Mosul. Già così ci sarebbero tanti temi, ma l'autrice ci mette molto altro: il declino dell'America, le lacerazioni razziali e sociali, l'integrazione di diverse culture, il terrorismo e l'islamofobia. Nelle note alla fine del libro Farinelli cerca di dare un filone interpretativo unitario e lo propone nell'identità e nelle sue diverse facce: religiosa, politica, di classe, di orientamento sessuale, di conflitto generazionale. > Io credo che al di là dei confini nazionali e delle differenze etniche, culturali e religiose che ci contraddistinguono e spesso separano, siamo anzitutto cittadini del mondo e mi auguro un giorno anche cittadini della stessa democrazia cosmopolita . E brava la professoressa! Ma dov'è Bruna? Nonostante tutto, il romanzo non è un saggio politico, è il racconto della vita della protagonista. Ed allora partiamo da Bruna. La narrazione prende avvio dalla fine: Bruna ha appena saputo che il suo amante studente è un combattente dell'Isis; è il giorno della vittoria di Trump; per addormentarlo Bruna ha raccontato al piccolo Mario un episodio del Corano, laddove Yunus fu scaraventato nel ventre della balena e salvato da Dio perché era un uomo giusto. Perché Dio non salva ogni uomo, come cantavano gli schiavi neri d'America? Dovrebbe rispondere al figlio ma > le parole le soffocano in gola. (...) Con il pugno continua a stringere il lembo di seta nera come se tentasse di schiacciare quell'oscurità. Mario allora le prende il viso tra le mani e dolcemente le accarezza le guance, lì dove le lacrime hanno cominciato a scendere scavando dei rivoli chiari sul trucco pesante...(...) Ho mentito a tutti . La sua vita è in frantumi; convinta di potercela fare da sola, si è scontrata con la famiglia italo americana di Tom, combattendo i loro pregiudizi e la loro invadenza, poteva essere più conciliante e remissiva; ha cercato di rendere Tom un uomo forte e autonomo non accettando la sua natura di eterno bambino; non è stata ambiziosa e competitiva rinunciando alla carriera universitaria; e poi è arrivato Yunus e se n'è andato, poteva dirgli che era rimasta incinta, ma > il silenzio aveva inghiottito tutte le parole, forse perché nessuna delle cose che avrebbero voluto dirsi aveva la forza di cambiare il corso della loro vita. (...) Possiamo levigare la superficie, addolcire le asperità, riempire qualche crepa ma cambiare no, neppure per amore . Eppure, c'è un ancoraggio in questa desolata  rassegnazione. Minerva > infila le mani fredde sotto la camicia da notte della madre. Le appoggia sulla sua pancia calda, come per sentire. (...) Non ti preoccupare di nulla, ti aiuterò io . E il fragile Mario, diventato Maria, > l'aveva abbracciata e poi aveva messo la testa sulle sue gambe con la faccia schiacciata contro il suo grembo . Cara professoressa cosmopolita, dopo tutto è il nostro italico familismo che ci salva! Il romanzo è un'occasione mancata. Il grande tema dell'amore resta sullo sfondo. Intravediamo come sia difficile amare quando tanti idealismi ci sommergono e restiamo sospesi, insoddisfatti, incapaci di chiarire le relazioni con le persone della nostra vita. Travolta dagli avvenimenti e dalle novità Bruna avrebbe potuto approfondire le ragioni dei suoi presunti fallimenti e forse scoprire che aveva conquistato una migliore conoscenza di sé stessa, di ciò che era e che avrebbe voluto essere. Mossa da alte finalità politiche l'autrice non ha approfondito ciò che veramente contava nel racconto e che lo avrebbe reso interessante. E la vita di Bruna scivola così come sassolini in un pendio; come dice il poeta, > nulla mutaron nella vostra vita/gli anni che sguscian facili nell'ombra/quando una teda basta alla penombra/e la discesa è quasi una salita . (Marino Moretti «La Madonna del Sassoferrato» da Poesie Scritte col lapis, 1919). A pregiudicare il racconto sono pure la scrittura e lo stile narrativo. La prima si sviluppa incerta; dapprima caratterizzata da periodi brevi con un ampio ricorso alla punteggiatura, in seguito maggiormente ariosa, però sempre banale, scialba e scolastica. Il ritmo narrativo è lento, con lunghe prolusioni ideologiche e una ripetizione frequente di poche azioni, non sufficienti a dare dinamicità e suspense al romanzo. La descrizione dei personaggi è fragile: anch'essi non hanno un'evoluzione nel corso del libro, tutto è scontato e già detto. Perché non leggerlo? Prolisso e inutile.

Arianna FarinelliBompiani
Hotel Bosforo
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Hotel Bosforo

A differenza del più riuscito «Appuntamento a Istanbul» in questo romanzo non è chiaro dove lʼautrice voglia andare a parare: libro giallo, racconto di ambientazione o storia di una quarantenne, simpatica ma ancora alla ricerca di sé stessa? Ciò che sappiamo per certo è che la protagonista, e narratrice in prima persona, ha una libreria specializzata in genere noir, ama vivere fuori casa, nei tanti locali di Istanbul (attenzione! annotarseli per chi ha intenzione di visitare la città) e soprattutto sogna di scrivere nel suo biglietto da visita: > Kati Hirschel libraia - detective, consulente della squadra omicidi . Ad innescare la storia e scuotere la svogliata Kati è lʼarrivo di Petra, amica dʼinfanzia e presto coinvolta, come possibile indiziata, nellʼassassinio del regista del film, al quale lavora come attrice. È stata lʼamica, per gelosia o per qualche segreto della sua vita? È stato qualcuno della troupe, forse per prendere il posto del regista? O invece, lʼuomo era coinvolto in qualche traffico criminale ed è stato eliminato dalla mafia turca? Lʼinvestigazione di Kati procede lentamente e fiaccamente, senza che i tasselli del delitto si mettano a posto secondo un percorso logico. Mancano anche i colpi di sorpresa. La conclusione arriva alla fine, per caso. Il lettore viene, invece, travolto da un turbinio di personaggi ai quali la protagonista pone le stesse domande in modo testardo e monotono. Qualche scena erotica condisce malamente il racconto. Sinceramente è un brutto romanzo. Non si riesce a trovare un elemento di qualità. Non è un buon noir, perché non ha una trama. La vita personale di Kati è tratteggiata superficialmente e noi non riusciamo a capire chi sia veramente questa tedesca, innamorata di Istanbul. Lʼatmosfera della città resta sullo sfondo. Le annotazioni sono infatti banali e scontate, del tipo: > su dieci milioni di persone, pare che nessuno torni mai a casa. Le strade pullulano di gente e di auto a qualsiasi ora del giorno e della notte . Quante metropoli non rispondono a questa descrizione? Si salva solo la lieve ironia della narratrice, ma non è sufficiente a farci gustare il racconto. Perché non leggerlo? È noioso: una perdita di tempo.

Esmahan AykolSellerio Editore
L'idiota di famiglia
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L'idiota di famiglia

Negli ultimi anni della sua vita Emanuel Kant fu malato di demenza: espulso dall'università, isolato dalla società, il grande filosofo scrisse migliaia di pagine nel delirante tentativo di arrivare alla verità del reale, e non fermarsi alla sua interpretazione. Con una felice intuizione, l'autore immagina che ad "Herr Professor", così chiamato dai figli e dai suoi alunni, sia toccata la stessa sorte di Kant: perdere le capacità cognitive e scivolare nella demenza, dopo anni di severo e algido insegnamento di storia e filosofia, sempre all'interno dei rigidi e razionali schemi del marxismo. Per assistere il padre malato, il figlio lascia Roma per tornare a Viareggio; tra le carte del padre scopre un manoscritto che narra in forma di romanzo le "Tre Giornate di Viareggio", una violenta insurrezione popolare del maggio 1920, repressa nel sangue dal governo italiano. Sono appunti scritti in una calligrafia confusa che costringe il figlio ad una faticosa trascrizione. Ciò che è sorprendente, conoscendo il rigido marxismo del padre, sono l'esaltazione dell'anarchismo e il titolo del racconto: "indifeso fervore": un celebre verso di Sandro Penna, un poeta distante nella sua poesia trasgressiva dalla visione morale di "Herr Professor", così come lo aveva conosciuto il figlio. Chi era veramente "Herr Professor"? Questo padre sempre pronto a disapprovare il figlio, da come giocava a tennis (più attento a tenersi in ordine i capelli che muoversi sul campo) alla sua scelta di abbandonare il corso di laurea di Filosofia per divenire traduttore, per di più dall'inglese, lingua disprezzata dal padre. Poteva essere l'occasione per rendere la Demenza, il declino cognitivo e fisico di un uomo, l'occasione per riscoprirne la figura e la vita, per meglio conoscerlo e pure per decifrare finalmente se stessi, in una delle relazioni fondamentali della nostra esistenza. Ed invece, come dice l'autore nella postfazione: >. La malattia del padre, il ritorno a Viareggio e l'abbandono di Roma sono pretesti per arguti dialoghi tra i personaggi, per sottili ironie sulle dinamiche sociali e culturali della nostra società, per digressioni, talvolta interessanti, più delle volte inutili e ridondanti. Un fastidioso schema intellettualistico pervade l'intero racconto, facendogli perdere spessore psicologico e rendendolo prolisso e dispersivo. Il romanzo può essere lo spunto per una riflessione generale sulla letteratura italiana. Spesso assistiamo ad autrici ed autori che hanno una notevole visibilità e incontrano giudizi positivi da parte della critica e dei grandi lettori. "L'idiota di famiglia", per esempio, è stato presentato a "Petrarca", un importante programma televisivo dedicato alla cultura e ai libri in particolare. Si pensi a romanzi molti diversi da loro ma sempre oggetto di riconoscimenti, come, per esempio, "Alma" di Federica Manzon, "Almarina" di Valeria Parrella, "La Ferocia" di Nicola Lagioia, "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno (si vedano in questo sito le recensioni dei libri citati): tutti acclamati ma fragili per la trama e la scrittura, soprattutto rinchiusi all'interno di schemi letterari precostituiti, che non rispecchiano la realtà italiana sotto il profilo sociologico e non approfondiscono veramente i sentimenti e le psicologie dei personaggi. Predomina un oscillare tra nostalgia e pessimismo, le trame sono spesso inconsistenti e i personaggi scivolano facilmente in stereotipi. C'è da chiedersi se nelle valutazioni prevalga l'appartenenza a certi ambienti editoriali rispetto all'effettiva qualità narrativa. A forza di romanzi di “nicchia” c’è il rischio che la nostra letteratura vada verso l’inconsistenza, portandosi con sé anche la lingua. Perché non leggerlo? Questo romanzo è fastidioso.

Dario FerrariSellerio Editore
Il segreto della Hudson Queen
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Il segreto della Hudson Queen

È singolare commentare questo romanzo subito dopo aver letto "La perla sanguinosa" di Emilio Salgari (si veda la recensione in questo sito): una strana coincidenza, quasi che le perle siano portatrici di avventure e disgrazie. Ed infatti quando Sally Jones e il Capo trovano una collana di perle nascosta in uno scomparto segreto nella ruota del timone della loro nave, Sally, con la sua saggezza di scimmia intelligente, prova > una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco. (...) Le perle della collana (...) sembravano emanare dall'interno una luce tenue e misteriosa. A differenza del fantastico ambiente salgariano, qui le perle ci conducono nel "sottosuolo" delle città marinare: bassifondi violenti e pericolosi per la nostra scimmia, apparentemente fragile e indifesa. La storia riprende dal punto in cui l'abbiamo lasciata nel romanzo precedente (si veda la recensione di "La scimmia dell'assassino" in questo sito); ma qui manca la sorpresa perché già conosciamo Sally, e non abbiamo il fascino della Lisbona marinara e piratesca né assaporiamo l'intrigo del Noir. Il racconto si svolge a Glasgow. Sally e il Capo vanno alla ricerca della presunta proprietaria delle perle, l'orfana Rose, abbandonata bambina dal padre e alla quale quest'ultimo voleva donare il gioiello per riscattarsi. Si trovano immersi nella malavita della città inglese: il Capo è costretto a comandare una nave che fa contrabbando di alcol con l'America, Sally è tenuta prigioniera come ostaggio da una banda criminale. Vessazioni, scontri tra gruppi malavitosi, vita notturna con la sua violenza, persino spettacoli di boxe si susseguono, coinvolgendo la povera e impaurita Sally, oggetto di curiosità, irrisione e sfruttamento. Sally è custodita da Bernie il Macellaio: grosso ragazzone un po' stupido, noto per le sue rabbie improvvise e incontrollate, lui stesso vittima delle beffe e delle angherie degli altri criminali, persino della stessa sorella. Ed è l'amicizia tra Sally e Barnie il fulcro della storia. Sally ha molte occasioni per fuggire ma resta per aiutare il povero Bernie, per non lasciarlo solo, per difenderlo e salvarlo. Dinanzi all'incendio della casa dove poteva morire la sorella, Bernie prese lo slancio per gettarsi anche lui nel fuoco, ed allora > lo cinsi con le mie lunghe braccia, (...) lo presi subito per un braccio e lo ricondussi sul ponte, lontano dall'edificio in fiamme. La saggia e buona Sally si riscopre non più fragile, ma madre del grosso Barnie. Quanto siamo distanti dall'atmosfera misteriosa e malinconica de "la scimmia dell'assassino"! Tutto il fascino del precedente romanzo si è dissolto in una trama prolissa, in cui i colpi di scena non riescono a dare ritmo alla narrazione. Si va avanti lentamente, sperando di ritrovare i personaggi, le vicende e la scrittura che ci avevano ammaliato così tanto. È una ricerca vana; solo l'amicizia tra Sally e Bernie ci salva da una completa delusione, ma è un rapporto solo accennato, poco approfondito, che non coinvolge. Perché non leggerlo? È noioso.

Jakob WegeliusIperborea
Il soccombente
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Il soccombente

>. Se si vuole cercare di comprendere questo racconto, per molti versi delirante, conviene andare su YouTube a vedere e ascoltare le "Variazioni di Goldberg" di Bach, suonate al piano dal "leggendario" Glenn Gould. Lo si deve fare perché Bernhard parla del "genio" e di cosa succede a chi incontra una personalità irraggiungibile per qualità artistiche: non si può che essere "soccombenti". >. L'io narratore, Whertheimer e Glenn si ritrovano a Salisburgo, allievi di un noto insegnante di pianoforte. I primi due sono giovani pianisti virtuosi, che potrebbero avere una buona carriera concertistica; ma l'incontro con il genio è fatale perché entrambi comprendono che non potranno mai essere all'altezza del "leggendario" Glenn, mai sarebbero capaci di suonare le "Variazioni di Goldberg", come riesce all'amico. Entrambi, l'io narratore e Whertheimer, abbandonano la musica: il primo regala persino il suo splendido Steinway e si ritira a Madrid a scrivere su Glenn, in un'affannosa e inconcludente revisione dell'opera del grande pianista; il secondo si rinchiude in un solitario casino di caccia, strimpellando un pianoforte scordato. Alla notizia della morte improvvisa di Glenn, Whertheimer si uccide. L'io narratore vuole capire i motivi più profondi del suicidio dell'amico. Era sempre stato un infelice, come quei depressi che si portano dentro di sé "il male di vivere"? È un destino dei "soccombenti", >? O >? Per capire il mistero dietro al suicidio dell'amico, l'io narratore si fa aprire l'ultima dimora di Wertheimer, dove si era rintanato, e scopre un pianoforte a coda di nessun valore, >, su cui c'è lo spartito delle Variazioni di Goldberg"; e l'io narratore, pure lui, vorrebbe riprendere il pianoforte dopo anni, per misurarsi con il genio, e forse anche lui si perderà nel tentativo di emulare il leggendario Glenn. Dopo aver letto questo racconto, potremmo esclamare "viva la mediocrità". Quale sofferenza c'è in ogni artista che non può emulare il genio! Forse, la depressione di Francesco Petrarca nacque dalla gelosia per Dante, come affettuosamente gli fece notare l'amico Boccaccio; e per questo cercò con i "Trionfi" e "Africa" di scrivere due poemi che contendessero il primato con la Divina Commedia, e drammaticamente non ci riuscì. E che dire di Dante che nel Canto XXV dell'Infermo getta un grido contro Ovidio rivendicando una sua superiorità nelle creazioni delle metamorfosi: "Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio, /ché se quello in serpente e quella in fonte/ converte poetando, io non lo 'invidio (versi 97-99). Per consolarci, non ci resta che ingabbiare i grandi uomini >. Per il leggendario Glenn la condanna è un video su YouTube, lui, fuggito dai concerti in una isolata casa di campagna, sarà costretto a farsi ascoltare per l'eternità come un pianista "prigioniero" della sua stessa fama; noi, uomini mediocri, saremo veramente liberi perché anonimi. La trama del racconto è inesistente, è come un soliloquio, con un periodare fluido ma in certi tratti senza senso, con un ritmo che richiama il teatro invece che la prosa: tutto si è scomposto, niente ha senso, si può solo riportare il ricorrere dei pensieri e dei ricordi; anche in questo caso con molti dubbi, con la formula retorica "così diceva, pensai". Perché non leggerlo? È tremendamente faticoso. Può stare bene in una libreria per fare bella figura della nostra cultura.

Thomas BernhardLa Repubblica
Iliade
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Iliade

LʼIliade si sviluppa in un periodo breve di tempo ma illustra i fatti più salienti della guerra di Troia. L’incipit è la lite tra Agamennone e Achille per il possesso di una schiava ma in realtà Achille mette in dubbio l’autorità di Agamennone. L’eroe decide di non partecipare più alla guerra e quindi si succedono una serie di scontri, che, pur tra alterne vicende, tendono a concludersi con la sconfitta degli Achei, sino al punto che i Troiani riescono a incendiare una nave dei greci. L’assemblea dei capi Achei invia più volte ambasciate ad Achille perché rientri in battaglia; va invece a combattere Patroclo, l’amico carissimo dell’eroe, che viene ucciso da Ettore. Achille entra in guerra per vendicare Patroclo, compie una strage e uccide Ettore. Priamo riesce, tuttavia, a placare l’ira di Achille e a prendere il cadavere di Ettore per dargli una giusta sepoltura. La storia è relativamente semplice ma è resa più complessa per la presenza di diversi livelli narrativi: ciascuno dei temi viene portato avanti su tre piani: la comunità degli dei, la comunità degli uomini e i sentimenti individuali, che sono sempre subordinati alla volontà e alle ferree regole della comunità, prima ancora che alla volontà della divinità. Il primo tema è lo scontro per il governo della comunità e quindi il potere. Il poema inizia proprio con il conflitto tra Agamennone e Achille, ma la tensione per l’affermazione dell’autorità costituisce una costante. Basti pensare che Ettore decide di non ritirarsi entro le mura di Troia e di combattere su campo aperto solo per affermare la sua autorità nei confronti di Polidamante che lo consigliava in tal senso: > ora, mentre a me diede il figlio di Crono pensiero complesso d’acquistar gloria presso le navi, respingere al mare gli Achei, stolto, tali consigli non devi aprire fra il popolo, nessuno ti obbedirà dei Troiani, io non vorrò . Ma lo stesso scontro per il potere è presente fra gli dei: dice Poseidone a Era preoccupata che Achille possa soccombere a un dio, > andiamo a sederci, piuttosto, in disparte alla vedetta... se poi Ares comincia la lotta o Febo Apollo, o trattengono Achille, subito allora da parte nostra sorgerà lite di guerra; e molto presto, io penso, battuti, torneranno all’Olimpo, in mezzo agli altri numi, vinti sotto le nostre mani per forza . Lo stesso tema del potere emerge in modo evidente nell’assemblea del libro XIX, nella quale Achille vorrebbe rientrare subito in battaglia, per vendicare Patroclo e dargli degna sepoltura, mentre gli altri capi vogliono che Achille accetti ufficialmente i doni di Agamennone, affermandone in tal modo la sua autorità. Il secondo tema è, ovviamente, la guerra: è il tema più scontato e anche il più noioso, se si eccettua la battaglia fra gli dei, che raggiunge elementi evidenti di comicità e di derisione delle divinità. Le vicende militari si frammentano e sembrano finalizzate a esaltare la grandezza degli eroi e degli uccisi. Il terzo tema è costituito dai sentimenti familiari: l’affetto per gli amici, l’amore filiale, il rispetto per gli anziani, il dolore per la perdita dei cari. È questo il tema più vicino alla sensibilità dei moderni e l’epica si traduce in pathos in alcuni passaggi: il colloquio tra Ettore e Andromaca, l’amore di Teti per Achille e il dolore di quest’ultimo per Patroclo: Ettore > mise in braccio alla sposa il figlio suo: ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla, l’accarezzò con la mano ... ma le regole della comunità sono più forti dei sentimenti individuali, > su, torna a casa, e pensa alle opere tue, telaio, e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio ( libro VI). A questi temi si inseriscono altri filoni narrativi (parentesi all’interno del poema) come il bellissimo libro XVIII (la fabbricazione delle armi di Achille) e il libro XXI, in particolare la difesa dei Troiani da parte del fiume Xantos e la sua sconfitta da parte del fuoco. In complesso, il poema è noioso e frammentato e non è sicuramente all’altezza dell’Odissea.

Io sono un gatto
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Io sono un gatto

Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: > io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare . Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse > il libro distrattamente, convinto che si trattasse di unʼopera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe . Siamo in Giappone allʼinizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. È una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun allʼapertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo dʼaffari, bramoso di arricchirsi. Al centro cʼè il professore: misantropo, chiuso come «unʼostrica», egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante > Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita? Niente, se ne sta lì in ozio. È possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe. Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe «mille esperienze», e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed allʼimprovviso emerge un > un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai lʼuguaglianza . E che dire del narcisismo? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che > quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non cʼ è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha unʼimmediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E questʼ improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile allʼessere umano che la percezione della propria stupidità . Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. > Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie . Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona? Il saggio e lʼottuso? Il partecipe e l indifferente? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dellʼambivalenza dellʼanimo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese. Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, lʼunico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla. Perché non leggerlo? È noioso.

Natsume SosekiNeri Pozza
L'ombra del vento
RecensioneItaliano

L'ombra del vento

L’ambiente è Barcellona nel periodo della Spagna di Franco, negli anni’50. Il figlio di un libraio viene accompagnato dal padre (libraio di testi antichi e rari) presso il Cimitero dei libri dimenticati, un deposito di tutti quei libri che nessuno mai cercherà. Qui il ragazzino prende un romanzo di un autore spagnolo. La lettura lo trascina in una vicenda che si snoda lungo la sua giovinezza, in una sorta di storia parallela: le vicende che hanno travolto la vita dell’autore (l’amicizia tradita, l’amore per una ragazza che si rivela poi essere sua sorella, la morte di questa e infine la persecuzione da parte di un ex-amico diventato un crudele poliziotto) sembrano ripetersi anche per il ragazzo. Il giovane scopre pian piano ciò che è successo all’autore, viene a sua volta perseguitato da un cattivo poliziotto e sembra dover perdere la donna amata come è successo allo scrittore. Il libro si conclude con un lieto fine: il cattivo viene ucciso e il giovane può sposarsi. L’avvio del racconto si presenta interessante con questa idea dei libri dimenticati e annuncerebbe una trama costruita tra il fascino misterioso dei libri e la scoperta della vita, che c’è dietro all’autore e alle storie raccontate. Questo avvio promettente si perde poi in una vicenda, che si fa via via sempre più scontata e dove il continuo ricorso al «raccontato» (protagonisti che ricordano alcuni episodi della vita dell’autore) rende prolisso e spesso noioso il libro. Come succede spesso il romanzo è troppo lungo, troppo ricco di temi e di personaggi (spesso inutili ai fini del racconto) e con troppa poca ambientazione. Il risultato è un po’ di noia.

Ruiz Carlos ZafònOscar Mondadori
L'orologiaio di Brest
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L'orologiaio di Brest

Nella sua splendida biografia di Matteo Ricci ("Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci" editore Adelphi) Jonathan D. Spence racconta come il missionario gesuita conquistasse i mandarini cinesi con il dono di orologi che si faceva venire dall'Europa. A sbalordire l'élite confuciana erano la splendida meccanica del Seicento europeo e l'idea di poter sezionare il tempo in misure infinitamente piccole, tali da scomporre e persino fermare il flusso degli eventi. Forse, era a questo cui ha pensato de Giovanni quando ha intitolato questo romanzo: un "quasi Noir" che mescola la scoperta del proprio passato e della propria identità con le macchinazioni di una misteriosa "Entità". Ci sono due dimensioni temporali: uno sbiadito professore di storia medievale è spinto da una giovane giornalista a svelare l'irrisolto omicidio di un magistrato e del suo autista, per scoprire che l'assassino era stato suo padre, un terrorista degli ann'60, abile costruttore di dispositivi meccanici, come esplosivi e innocenti orologi; in un altro piano temporale, di molti anni prima, un'ingenua ragazza allaccia una relazione con un potente cardinale, il cui assistente, su indicazione del suo superiore, organizza l'eliminazione della giovane, servendosi di un misterioso personaggio. Come si intrecciano le due storie e come si concludono, forse, sulla costa atlantica, appunto a Brest? Non lo sveliamo per non togliere la sorpresa al lettore. Già in un romanzo del 2022, " L'equazione del Cuore", (si veda la recensione in questo sito) l'autore si era allontanato dal Noir classico all'italiana, di forte ambientazione, per indagare il dilemma tra razionalità e sentimento, ispirandosi all'equazione del fisico Dirac, per cui i legami d'amore non si evolvono, sono intrecciati per sempre. Pure qui, in questo racconto, de Giovanni fa riferimento ad un ingranaggio per dire che il passato riaffiora di continuo, legando due persone, il professore e la giovane giornalista, in un intreccio non ricercato ma indissolubile. Sotto il profilo narrativo, la trama è troppo condizionata dai disegni criminali del Potere, qui identificato nel potente Cardinale e nel suo ambizioso assistente. Perché impelagarsi in una storia così inverosimile, quando sarebbe stato sufficiente indagare il tema della Memoria non accettata, eppure necessaria se si vuole vivere un'esistenza autentica. Aver voluto mettere insieme troppe storie e troppi generi letterari l’autore ha creato un polpettone prolisso e ridondante, che solo a momenti acquista il ritmo di un Noir. A peggiorare la narrazione è la sovrapposizione di piani temporali, che solo verso la fine si chiariscono, senza dare suspense al racconto. Dispiace infine che de Giovanni abbia perso ogni riferimento con Napoli, privando il racconto dell’ambientazione che infatti resta evanescente. Perché non leggerlo? È noioso.

Maurizio de GiovanniFeltrinelli Editore
Le lacrime dell'assassino
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Le lacrime dell'assassino

I bambini sono sempre più le vittime innocenti di guerre, violenze e morte. Basta pensare a cosa assistiamo oggi, in Ucraina e Palestina. Per un bambino che ha visto uccidere i propri genitori, è ancora possibile ricostruire la propria vita? E si può creare con l'assassino una relazione tale da salvarne l'anima?  Questo romanzo è rivolto agli adolescenti, eppure affronta temi importanti, purtroppo tramite un approccio narrativo che richiama «Il piccolo Principe» di Antoine Saint -Exupery: insipido, moralistico, inverosimile. (si veda la recensione del «piccolo Principe» in questo sito). Pablo vive con i genitori in una piccola casa nell'estremo Sud del Cile, > dove nessuno arriva per caso. Angel è un assassino. Quando è accolto dai genitori di Pablo, non può fare a meno di ucciderli perché è l'unica cosa che sa fare. Mentre Pablo non è in casa, > là fuori, dal mare, risalivano nubi dense di pioggia.(...) Angel tirò fuori un coltello e lo piantò in gola all'uomo, poi in quella della donna. Sul tavolo, il vino e il sangue si mescolarono, tingendo di rosso tutte le profonde crepe del legno. Angel non uccide Pablo. > Risparmiare il moccioso lo faceva sentire sollevato. E, in più, lui lo avrebbe mandato al pozzo a prendere l'acqua. Nel tempo, si crea una relazione complessa tra Angel e Pablo; è un rapporto di mutua dipendenza: per Angel è la prima volta che sente un affetto per qualcuno, per Pablo > Angel è l'unica persona che si è preso cura di lui, l' ha nutrito, gli ha dato la volpe (che avevano accolto ancora piccola), (...) in un mondo dove solo i morti possono riposare, i viventi, essi, devono stringere i denti e sopportare la propria esistenza.   Un giorno, camminando nella larga e desolata campagna del Cile, Pablo e Angel s' imbattono in una casa isolata, in una foresta, dove vive un vecchio boscaiolo. Qui, potrebbero vivere in pace; la bontà, che è in ogni uomo, potrebbe pure esprimersi in Angel. > Esistono metamorfosi molto discrete, disse il vecchio, quelle che accadono alla nostra anima, per esempio, non sempre sono visibili. (...) Angel afferrò il coltello nascosto nella sua tasca; sentì il manico tra le dita. (...) Avanzò verso Pablo. (...) Posò gli occhi su Pablo. (...) «Tieni, disse è per te». Il silenzio era totale. La lama del coltello rifletteva i bagliori delle candele. Possiamo ritrovare pace e fratellanza se il peggiore assassino può amare un bambino. Un tema importante è portato avanti in modo superficiale e ambiguo. Innanzitutto, non è verosimile che un bambino abbia assistito all'uccisione dei suoi genitori e possa superare il trauma come ha fatto Pablo, così facilmente: è un modo per banalizzare il Male, per renderlo una cosa poco seria. In secondo luogo, l'amore non salva l'anima di un malvagio se questi non riconosce le proprie colpe e chiede perdono. Non è sufficiente piangere e compiere un bel gesto. Perché non leggerlo? E' falso.

Anne-Laure BondouxEdizioni San Paolo
Leone
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Leone

Le convenzioni sociali vorrebbero che i genitori fossero le solide fondamenta della famiglia e  le fragili pareti i figli, bisognosi di guida e sostegno. In questo strano romanzo non è così. Katia, una madre divorziata, vive nell'incertezza, > si sentiva un po' al confine, tra città e campagna, tra il mondo com'era stato e il nuovo che cominciava. Ci stava bene, così a metà. (...) Non aveva chissà quali desideri o speranze. Era solo l'idea che magari un bel giorno le cose si sarebbero messe a girare in un altro modo per lei . Invece, Leone, un bambino di sei anni, ha una salda certezza: prega, perché crede in Gesù, anche se è una statuina in ceramica. Che c'è di male? Osservano, un po' incredule e affettuosamente ironiche, le amiche di Katia: ma il bambino va verso una direzione inaspettata, e, diciamolo pure, poco convenzionale nella nostra società falsamente credente. Katia è preoccupata, si sente in colpa; proprio Leone, così spaesato. > Un bambino che sembrava essersi sperduto in mezzo a qualcosa, un bosco di notte nell'era dei dinosauri. (...) A volte gli sembra un angelo, che è finito in quella loro cucina e cerca di svolazzare senza cielo . Da un singolare punto di vista, il bisogno di pregare, l'autrice indaga il legame tra madre e figlio. Lei > si sentiva traboccare di tenerezza, per quel bambino che le era nato così, senza averlo mai deciso. Come un fungo, un fiore. (...) Un fiore può anche non averne, di passanti, se capita in un pezzo di terra dove non va nessuno a camminare. Un fiore può capitare che nasce e non lo vede mai nessuno. E i figli? E Leone, che «si muoveva in diagonale invece che dritto», che cercava di > esistere il meno possibile. (...) Esercizi di inesistenza, potremmo dire. (...) Gesù, per piacere, fa' che la smettano di parlare di me . L'autrice evita ogni possibile deviazione psicologica, verso l'analisi delle relazioni tra genitori e figli, non le interessa cogliere la vicenda per offrire spunti di inutile saggezza e di banali considerazioni: descrive dolcemente gli avvenimenti e non giudica la madre né gli altri adulti. E' un pregio, che ci porterebbe ad apprezzare il racconto se l'autrice fosse stata in grado di dare ritmo narrativo alla storia e non si fosse lasciata trascinare da un lento e noioso svolgimento. Forse perché si è accorta, ad un certo punto, che la narrazione si sfilacciava nel nulla,  l'autrice è ricorsa al miracolo e persino ad un nuovo diluvio. La preghiera diviene salvifica delle colpe dell'umanità e Leone un piccolo Gesù moderno. Non è proprio così, perché, peggiorando ancora di più la qualità del racconto, Mastrocola non si espone, mantiene un atteggiamento ipocrita, falsamente laico. Il lettore ne esce amareggiato. Poteva essere una storia interessante, si è rivelato un racconto stucchevole: se l'intenzione era di mostrare che c'è in noi, sin da bambini, un bisogno di sacro, e che la preghiera è parte intrinseca dell'esistenza, questa questione teologica viene banalizzata con una narrazione troppo inadeguata rispetto alla complessità dell'argomento. A peggiorare il tutto è lo stile letterario: una scrittura ripetitiva, costruita su un periodare piatto, contrassegnato dall'uso eccessivo del «punto», dalle frasi compiute senza verbo, insomma un approccio che scivola volentieri nell'italiano semplicistico  della narrazione giornalistica o televisiva: niente di male se il romanzo fosse sorretto da una trama intensa e da una analisi approfondita e suggestiva dei personaggi e delle situazioni. Perché non leggerlo? E' inutile e in fondo stucchevole.

PaolaGiulio Einaudi
Il Leone di Damasco
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Il Leone di Damasco

Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di «Capitan Tempesta», un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: > bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo . Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, «mangiatori di morti», sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. > I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah!, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu?..Eppure io ti ucciderò! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio. (...) Finisci la tigre dʼHussiff! , gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente. Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano. È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere «nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio»! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore. Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911: lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa. Perché non leggerlo? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.

Emilio SalgariRBA Italia
Il Leopardo
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Il Leopardo

Lʼautore viene presentato come un maestro del thriller, superiore anche a Stieg Larsson. In realtà ne è un pallido erede. Harry Hole è un detective dellʼanticrimine norvegese, specializzato in serial killer. Dopo unʼindagine, nella quale il criminale ha cercato di uccidere la moglie e il figlio, Harry ha lasciato la polizia ed è andato a sprofondare nella disperazione ad Hong Kong, tra alcol, droga e gioco dʼazzardo. Qui lo va a cercare una detective, Kaja, per convincerlo ad aiutare la polizia in un altro caso di serial killer. Il thriller si sviluppa, affidandosi soprattutto a fitti dialoghi, intorno a diversi filoni narrativi: la ricerca del criminale ( con diverse piste investigative), la lotta tra i diversi settori della polizia norvegese per assumere la guida della lotta alla criminalità, e la vicenda personale di Harry, alla ricerca di un proprio equilibrio. Come dice uno dei possibili colpevoli, > non puoi svilire i tuoi sentimenti così. Cerchi di scantonare il fatto che tu, come chiunque altro, sei guidato dai concetti di giusto e sbagliato . Ed Harry è in fondo un cavaliere alla ricerca della verità, ma continua a «vagare in tondo», non riesce a trovare la sua radice. È durante il racconto compie sempre le scelte giuste, ma queste non lo portano a trovare «il posto cui appartiene». È il romanzo si chiude con Harry, vittorioso sul crimine, ma che ritorna ad Hong Kong alla ricerca di sé stesso. Il libro è lunghissimo nel senso che sembra chiudersi per poi riaprirsi di nuovo sino ad estenuare il lettore. Il problema è che manca di suspense e i protagonisti, in particolare Harry e Kaja, restano in superficie, senza che si capiscano bene le motivazioni e lo sviluppo delle loro vicende personali. Perché non leggerlo? È un libro inutile, che si può leggere solo in spiaggia

Jo NesboGiulio Einaudi
La libreria sulla collina
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La libreria sulla collina

Alba Donati vive a Milano e lavora presso l'ufficio stampa di un importante editore. Come le è venuta l' idea di trasferirsi in uno sperduto paese della Lunigiana ad aprire una libreria? Il romanzo ruota attorno a questa domanda, e lo fa in forma di diario, giorno per giorno. La risposta immediata della scrittrice è che > le cose non vengono in mente, le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo, (...) e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte ad essere ascoltate .  Fra le pieghe del racconto si può ritracciare un altro motivo, intimo e famigliare: tornare alla casa dove era cresciuta da bambina: una casa «metà abitabile e metà sprofondata nel nulla», con due porte, una > andava alle cantine, luogo che ha aggiunto almeno un paio d'anni all'analisi con la dottoressa Lucia , ed una saliva alla soffitta per una scala nuova costruita dal padre, ma che proseguiva poi con una in legno, perché «l'amore paterno si era interrotto». Per chi ha vagheggiato il sogno di aprire una libreria per vivere tra questi oggetti misteriosi e affascinanti, e nello stesso tempo vorrebbe capire perché il libro ci sostiene nell'infanzia così come nella vecchiaia, il diario di Alba Donati pare promettere mondi inesplorati nell'inconscio e nella funzione serenatrice della letteratura. Ed invece prende il sopravvento l' editor che ha vissuto nel mondo editoriale, tra critici, editori e intellettuali: più che un cammino verso sé stessa e le sue origini, il diario assume i contorni di una carrellata tra i libri amati dalla scrittrice. Numerosi sono gli spunti di lettura, le proposte interessanti, ma dov'è la storia della libraia neofita? La Lunigiana si dissolve, la figlia, la madre e il padre restano sullo sfondo, solo accennati, e pure lo stuolo di amici e benefattori rimane senza parola; ma ciò che è più grave che è senza voce la libreria, quel particolare negozio di difficile avviamento e gestione oggi, dinanzi a tanta caleidoscopica confusione. Al di là del Crowdfunding e delle vendite «per corrispondenza» ha avuto successo? Quanta fatica è stata necessaria? Su che cosa ha fatto leva? La forma del diario pone al centro l'io ed è quindi un modo per esprimere angosce, dubbi, sensazioni e sentimenti. Con il diario ci si apre lentamente, un passo alla volta. In questo racconto il diario è solo un espediente che appesantisce la narrazione rendendola ripetitiva, frammentata e prolissa. Perché non leggerlo? E' noioso e banale, è interessante solo una carrellata di proposte.

Alba DonatiGiulio Einaudi
Malombra
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Malombra

Benedetto Croce ha stroncato questo romanzo, il primo di Fogazzaro, osservando come manchi «lʼintuizione centrale che domini tutte le altre» e prevalga invece una irritante confusione. Si è tentati di dargli ragione se ci si lascia condurre dalla storia, con i suoi innumerevoli episodi secondari. Se si legge invece il libro assumendo il punto di vista di uno dei protagonisti, Corrado Silla, appare evidente come ci si trovi dinanzi alla narrazione di un travagliato percorso spirituale, che si sviluppa tra irrequietudini esistenziali e ricerca della fede, lʼunica che può dare equilibrio e serenità. Silla, dietro il quale si nasconde lo scrittore, è un > ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per nerbo suo proprio e costante.. aveva idee poco definite, poco pratiche, ardente spiritualista.... amava, anche in tenue materie, appoggiarsi a qualche grande principio generale . Ha scritto un breve racconto, ignorato dal pubblico e dalla critica, ma che ha trovato notevole interesse in Marina di Malombra, giovane aristocratica, orfana e povera, accolta per questo da un ricco zio. Lo scrittore la descrive dinanzi allo specchio: > dallʼampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile, elegante, e fra due fiumi di capelli biondi-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per lʼimpero e per la voluttà... si gittò alle spalle con una scrollata di testa i due fiumi di capelli e chi sa quanti pensieri torbidi . Silla e Marina hanno molte affinità comuni, soprattutto una irrequietezza che si esprime in comportamenti impulsivi e in meditazioni disordinate e allucinanti, ma il povero Corrado, debole e insicuro, è travolto dalla donna, la quale lo caccia, lo ricerca, lo chiama disperatamente, gli dichiara il suo amore ed infine lo uccide. Dʼaltra parte Marina è dominata dai fantasmi del passato, ossia dalla folle determinazione di vendicare lʼassassinio di una sua antenata, la prima moglie del padre dello zio. Ella vede in Corrado la reincarnazione dellʼomicida e, pur amandolo, deve comunque punirlo con la morte. La storia della coppia Silla e Marina non ha una matrice razionale, per esempio psicologica, ma appartiene al mondo del magico, del fantastico, del sogno. La colpa di Silla è di lasciarsi prendere dal fascino oscuro di uno spiritualismo non ancorato alla fede, alla razionalità e allʼordine della religione cattolica. Al contrario lʼaltro filone narrativo, la coppia Silla ed Edith, si sviluppa intorno alla ricerca della fede. Edith è una ragazza tedesca, giunta in Italia per ricongiungersi al padre, vecchio esiliato che aveva trovato ospitalità presso lo zio di Marina. > Era graziosa nel suo abito nero, semplicissimo, corto ma non troppo, con un mazzolino di viole alla cintura.... nel viso delicato, leggermente roseo, la bocca e gli occhi avevano una espressione più spiccata di fermezza. È strano come quegli occhi esprimessero intelligenza della vita reale, contemperata di bontà..... quale se un altro spirito infuso al suo, uno spirito malinconico si ravvivasse qualche poco nella gaiezza di lei . La fede domina la personalità di Edith e ne guida i sentimenti e i comportamenti. «Lʼelegante forma bruna di Edith, che egli vestiva di poesia», conquista Silla, che vagheggia di trovare in lei quellʼequilibrio a lui così necessario. > E sentiva in se stesso una luce serena, un calore così lontano, gli pareva, dallʼindifferenza come dalla passione, un sorgere di non so quale indefinibile fede . Ma il richiamo del fascino oscuro di Marina è troppo forte per Silla, così come Edith è troppo rinchiusa in una religione fatta di sacrifici e di doveri da combattere con la necessaria passione per lʼamore, che eppure sente per Corrado. E «il demonio della voluttà tetra» conduce Silla alla morte. Ad Edith non resta solo che il ricordo di ciò che poteva essere la sua vita, il cui destino accetta con cristiana rassegnazione. Magra consolazione e ben ipocrita giustificazione per un amore esangue, incapace di lottare per il proprio amato! E che religione è quella che conduce ad una pavida attesa, ad essere spettatori della propria vita e di quella degli altri? Al di là della dispersione sottolineata da Croce, il difetto fondamentale del libro risiede nella trattazione meramente letteraria dei personaggi, che assumono raramente vita reale. Dʼaltra parte lʼintero romanzo è intriso, ed appesantito, da lunghe divagazioni filosofiche e religiose, altrettanto astratte quanto la rappresentazione dei protagonisti. La caratteristica più interessante del libro è costituita dai paesaggi. La natura viene descritta a tinte forti, talvolta tetre e tempestose, in altre occasioni luminose e quiete. E soprattutto la natura ha «unʼanima», lei sì viva e reale: unʼanima che riflette ed amplifica i sentimenti dei personaggi, dando loro in tal modo un minimo di vitalità. Come gli uomini la natura è piena di contraddizioni, che vengono sintetizzate mirabilmente nella descrizione del paesaggio, come la seguente: > piccolo lago di misura e di fama, appassionato, mutabile; ora violetto, ora verde, ora plumbeo; talvolta, verso la pianura anche azzurro . La contemplazione del paesaggio racchiude lʼeterna aspirazione dellʼanimo umano: > oh furia amorosa di fiori protesi al sole onnipotente, erbe tripudianti, ubbriache di vento, qual ristoro esser voi, viver la vostra vita dʼun giorno, sentirsi tacere la memoria, il cuore, quel tumulto faticoso di pensieri assidui a lottar insieme, a fare e disfare lʼavvenire . Perché non leggerlo? È un libro noioso, prolisso, inconcludente.

Antonio FogazzaroVallecchi
La manutenzione dei sensi
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La manutenzione dei sensi

> Bisbigliano tra le luci al neon/sotto la pensilina. Vogliono/che tenda l'orecchio/e li riconosca uno alla volta/mentre arrivano i treni notturni/alla stazione della memoria. Chi siete? /Da dove venite? vorrei chiedere,/ ma sbanda la mia ombra/sul marciapiede di tante partenze/improvvise, il cuore si rattrappisce, /manca l'aria...: Mia moglie è con voi? /Fatemi ascoltare ancora la sua voce/ supplico spalancando le braccia/nel sogno ormai spento (Stefano Simoncelli da Terza copia del gelo 2014). Il protagonista/narratore è un reporter, sempre all'estero; e lo era quando sua moglie Chiara è morta all'improvviso. > Non c'ero. Ero lontano, per un lavoro. Le foto di Chiara sono dappertutto, quasi che la volesse ancora presente, ma non ne parla mai, > il dolore si è autofecondato, si è espanso. Gravato dalla perdita e dalla colpa perché era assente al momento della morte della moglie, si lascia andare, trascura il lavoro, abbandona le amicizie, si sente > un usuraio dei sentimenti. E' in questo stato di crisi esistenziale che irrompe Martino: un bambino di otto anni, con la sindrome di Asperger, una delle tante forme di autismo. Glielo porta la figlia Nina, che lascia il padre ad affrontare da solo la gestione del bambino. E' un incontro insolito: un uomo che si faceva trascinare dal fluire dell'esistenza, è un bambino cui bastava sedersi accanto, accendere un computer, senza dover necessariamente interloquire o farsi coinvolgere, > sempre senza scambiarci troppe confidenze, ma anche senza patemi. Da qui nasce un'esile storia, in cui un adulto e un bambino si aiutano a vicenda nella scoperta di un legame che superi la dimensione della responsabilità, della solidarietà e dei sentimenti. Non c'è un finale eclatante e salvifico, qualcosa che ci dia una morale, un insegnamento: la storia si conclude con un abbraccio. > Avrei voluto abbracciarlo, alzare la mano e poi il braccio e infine afferrargli piano la spalla e stringerlo. (...) «A cosa stai pensando?», mi aveva chiesto, proprio quando il mio pensiero stava per essere archiviato nel cassetto della rassegnazione. «Al fatto che mi piacerebbe abbracciarti». (...) Lui non aveva risposto, rimanendo con le labbra serrate per un po'. Poi mi si era premuto contro, puntando la testa sotto la mia ascella e cominciando a dare piccoli colpi.  E allora i morti possono tornare, > lasciandosi dietro solo frammenti senza più un posto nella memoria. Ciò che ci dà la forza per andare avanti non è il ricordo, ma la cura verso gli altri: chiamasi Amore. Il titolo del romanzo non rispecchia il significato del racconto: più che «manutenzione dei sensi», si dovrebbe intitolare «scoperta dei sensi»: non di quelli cui pensiamo ormai normalmente: il sesso o la relazione sentimentale (in realtà il protagonista s'imbatte in alcune fugaci storie); mi riferisco a quel legame fisico che usa l'intero spettro dei nostri sensi, senza aspettarsi nulla, che sia gioco o soddisfazione. Peccato che Faggiani abbia affrontato un argomento così importante, quello della scoperta dei sensi, collocandolo in una fuga dalla città, in un ambiente eccezionale quale è la montagna. Chi di noi può permettersi di andare a vivere in uno chalet tra i boschi? E chi si può permettere di vivere > come volevamo vivere , liberi, guardando > la Terra girare senza sentirne i rumori?.  Non è chiaro se sia una vicenda autobiografica; di certo, è troppo fragile il contesto per dare spessore alla storia, al di là di spunti interessanti, ma frammentari e occasionali. La scrittura è il pregio fondamentale del romanzo, anche se talvolta lo stile è giornalistico, con l'uso sovrabbondante del «punto» , del gerundio e della frase senza il verbo. Si prenda questo esempio: > Ma non mi aveva risposto (già il correttore di Word avrebbe messo come errore il "ma > dopo il punto), probabilmente stava trattando, rincuorando, sostenendo qualcuno. Qualcun altro, invece del sottoscritto. Non era sufficiente una virgola prima di qualcun altro"? E poi tre gerundi di seguito non sono troppi? La narrazione si sviluppa lentamente, senza colpi di scena,  i personaggi restano sospesi, senza che si capisca veramente il loro travaglio interiore: tanti sentimenti si affollano, sempre in superficie. Perché non leggerlo? Troppo fragile.

I miei giorni alla libreria Morisaki
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I miei giorni alla libreria Morisaki

La spinta a leggere questo breve romanzo nasce dal desiderio di capire perché si leggono i libri, e di conseguenza per quale motivo si è avvinti dalla libreria, questo singolare negozio dove negli scaffali sono riposti volumi di carta, grandi e piccoli, ma sempre affascinanti e accoglienti. Chi di noi amanti dei libri non vorrebbe lavorare in una libreria! In questo caso parliamo di una rivendita di libri usati, alcuni di valore altri commerciali, in un quartiere di Tokyo, dove su entrambi i lati della strada si vedono solo librerie. «Un parco giochi per gli amanti dei libri», mormora Takako, la protagonista narratrice, dopo che è uscita dalla stazione della metropolitana. Ha lasciato un lavoro sicuro dopo una fallimentare storia d'amore e vive da tempo rinchiusa in casa, a dormire tutto il giorno. Le ha telefonato uno zio, uno strambo individuo che ha ereditato la libreria del bisnonno e le ha proposto di dargli una mano nella conduzione del negozio, offrendole pure un piccolo alloggio, zeppo di libri, polveroso, con un fortissimo odore di muffa, una tana perfetta per una depressa come Takako. C'è il rischio che la vita quotidiana non cambi veramente; dopo alcune ore in libreria può infilarsi sotto le coperte a dormire. Ma ci sono i libri. > Quei vecchi libri nascondevano storie per me inimmaginabili. E non mi riferisco solo a ciò che raccontavano. In ognuno ritrovai tracce del passato . In particolare la ragazza rimase colpita da una frase di Kajii Motojiro (scrittore giapponese vissuto nella prima parte del Novecento): > che significa guardare? Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima, se non la sua totalità . E' un evidente approccio scintoista, tipico della cultura giapponese, che rivela il nostro rapporto con il libro: nella lettura si sente un'affinità con lo scrittore e nel contempo si capisce meglio sé stessi, in un coinvolgimento misterioso che si alimenta delle parole ed anche dell'odore e del tatto dell'inchiostro e della carta. Il libro è come un albero, dei fiori e i loro insetti, degli animali, un paesaggio, un' opera d'arte,: è qualcosa che parla tramite segni fisici. Presto però Takako percepisce i limiti del libro. > In libreria avevo trovato calore e serenità, ma non potevo accontentarmi, o non sarei mai cresciuta. Sarei rimasta fragile. Dovevo andarmene, riprendere in mano la mia esistenza . Siamo a pagina 59, fin qui il racconto è intrigante: da qui in poi scivola in una storia banale e dolciastra di una ragazza in cerca di sé stessa. Di certo sarebbe stato esagerato aspettarsi un libro sulla letteratura come quello di Nafisi Azar («Reading Lolita in Tehran» vedi la recensione in questo sito);  ci saremmo accontentati del «Il gatto che voleva salvare il libro» di Natsukawa Sosuke (si veda la recensione in questo sito), racconto prolisso e talvolta banale, eppure accattivante nella sua atmosfera vaporosa e misteriosa. Trattare il nostro indecifrabile legame con il libro e la libreria come ha fatto l'autore agita in noi delusione e indignazione ad un tempo. Perché non leggerlo? E' superficiale.

Satoshi YagisawaFeltrinelli Editore
Il mostro del Casoretto sei storie della casa di ringhiera
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Il mostro del Casoretto sei storie della casa di ringhiera

Lessi tutto di un fiato «La Casa di Ringhiera» di Recami (vedi recensione in questo sito), trovandolo uno dei migliori Noir della vasta letteratura italiana: la felice congiunzione di un romanzo di costume con il ritmo tipico del miglior giallo. E' per questo che appena ho letto la recensione del «Il mostro del Casoretto» sono corso a comprarlo, prefigurando il piacere che avevo avuto con «La Casa di Ringhiera». Forse perché avevo aspettative così alte, la delusione è stata dolorosa. Il libro è una raccolta di racconti, che, tranne l'ultimo, hanno come protagonista il pensionato Amedeo Consonni, il nonnino detective. Nella prima storia, «Il mostro del Casoretto», Consonni è accusato di molestie sessuali a una bambina; per punirlo i parenti della piccola l' imprigionano in un cascinale abbandonato per fargliela pagare. Consonni riesce a liberarsi, ma viene convinto da Angela, che scopriamo essere la sua attempata fidanzata, a tornare nel luogo in cui era stato rinchiuso per far cogliere sul fatto i torturatori dalla polizia. E' una trama fragile, giocata su situazioni scabrose più che su sorprese e ambientazioni sociali. Il secondo racconto, «Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane», è senza dubbio il più piacevole tra le storie del libro. Ritornano alcuni personaggi e situazioni, che avevamo già conosciuto nella «La Casa di Ringhiera»: il signor De Angelis c'è l'ha con il cane di un vicino che fa sempre la pipì sulle ruote della sua BMW, decide di chiudere l'animale nella cella frigorifera abbandonata negli scantinati del palazzo. Saranno Gianmarco e Margherita, i due bambini del condominio, a liberare inavvertitamente il cagnetto e ad evitare a De Angelis un'accusa di sottrazione e maltrattamento di animali. E' una storia lieve e ironica, in cui Consonni torna ad essere il bravo nonnino. Poi, forse non sapendo cosa ancora sviluppare intorno alla casa di ringhiera, Recami si allontana dall'ambiente lombardo e i racconti si svolgono a Firenze, in Sardegna, con un Consonni vittima di equivoci. Di queste storie è inutile parlarne. Il giudizio non può che essere severo. Nei racconti mancano la trama e i personaggi. Consonni ne esce ridotto alla figura di un vecchietto lubrico e un po' scemo, che prende il Viagra per avere un rapporto sessuale, con l'unico risultato di essere sorpreso in mutande con l'organo maschile eretto (ma perché insistere in queste volgarità?). La sua fidanzata Angela è una corpulenta signora ancora in cerca di sesso, e il rapporto tra Amedeo e la donna non ha nulla delle poesie del vecchio Ungaretti ancora capace di innamorarsi: > sei comparsa al portone/in un vestito rosso(...) era di lunedì/per stringerci le mani/e parlare felici/non si trovò rifugio/che in un giardino triste/della città convulsa . (12 settembre 1966 dalla raccolta Ungà 1966-1968). E' difficile narrare gli affetti e i sogni di noi vecchi! Perché leggerlo? E' una delusione.

Francesco RecamiSellerio Editore
Mrs. Dalloway
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Mrs. Dalloway

Il romanzo si sviluppa a Londra nello spazio di una giornata, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: per la maggior parte del tempo i personaggi si muovono, riflettono e sognano nelle vie e nei parchi della capitale inglese, luoghi facilmente riconoscibili. La mente va immediatamente all' Ulisse di Joyce, accostamento valido solo per la natura di «antiromanzo» del libro di Woolf così com'è quello dello scrittore irlandese.  Se quest'ultimo vuole scrivere un «poema omerico» e quindi mitico su un'istanza fortemente realistica (Dublino e i suoi abitanti sono in carne e ossa dinanzi a Bloom), Woolf agisce all'interno di un flusso di coscienza in uno spazio e tempo interiore, al di là del contesto esterno, del presente e del passato. Come disse la scrittrice  in un saggio del 1919 > la vita non è una specie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci circonda dai primordi della coscienza sino alla fine . (da introduzione di Sergio Perosa Edizione Oscar Mondadori 1979). E' > una magica attesa simile a quella di un nuotatore prima di tuffarsi nel mare profondo e brillante sotto di lui, con le onde che minacciano di infrangersi,  ma gentilmente dividono solo la superficie, la fanno muovere, la nascondono e la coprono come se stessero stendendo perle sopra le ninfee acquatiche. Non dobbiamo aspettarci una trama, dobbiamo invece ricercare lampi di suggestione e di poesia nell'ambito di una storia semplice, banale ed intensa ad un tempo, perché parla del riconoscimento di sé stessi. C'è un primo nucleo, costituito da Clarissa Dalloway, nobildonna inglese sulla cinquantina, ben maritata con prole, la quale attende il ritorno dall'India di un vecchio innamorato. E' il momento di riflettere sul proprio passato, sulle occasioni mancate? Solo in parte, in realtà a Clarissa, tutta nel suo ruolo, la disturba particolarmente che il marito l'abbia lasciata a casa per andare ai famosi ricevimenti di Lady Bruton. Camminando per le vie di Londra rumorose e affollate e per questo da lei così amate, Clarissa > si sentiva stranamente di essere invisibile; non vista; non conosciuta; di non essere più  sposata, di non avere più figli ora, ma soltanto questo sorprendente e alquanto solenne progredire con tutti gli altri, su per Bond Street, essere la signora Dalloway, non più Clarissa, solo la moglie di Richard Dalloway . In quei momenti la coglie un sentimento contradditorio: di estraniazione dalla vita e nel contempo di immersione in essa, nei suoi rumori di sottofondo senza il filtro dell'immaginazione e della poesia:  in questo stato d'animo, chiusa nella propria coscienza in un autismo sconcertante, Clarissa riconosce sé stessa, il suo prosaico appagamento in una vita solida e socialmente accettata. In fondo, cosa ha sofferto? La lontananza di un antico presunto innamorato. Ben più drammatico è il secondo nucleo, purtroppo solo abbozzato. E' il racconto della pazzia di Semptimus e del disperato amore della moglie Rezia. L'uomo ha partecipato alla prima guerra mondiale, ha assistito a stragi, è stato presente alla morte del suo più caro amico. Ha profondamente sofferto, che senso ha vivere ancora? > Rezia si metteva il cappello, e correva per campi di grano, dove poteva mai essere?, su per una collina, in qualche parte vicino al mare, perché si vedevano delle navi, dei gabbiani e delle farfalle; ed erano seduti in cima ad una scogliera, (...) e la carezza del mare, che pareva accoglierli nel cavo d'una conchiglia, e le mormorava all'orecchio; ed ella era distesa sulla spiaggia, sparsa le pareva di essere, come dei fiori disseminati su una tomba. E' morto, diceva sorridendo alla povera vecchia che la vegliava . Lo stile narrativo è altamente poetico e costituisce il tratto peculiare del romanzo. La trama e i personaggi si polverizzano all'interno della coscienza e sono in tal modo solo occasione per una scrittura fortemente evocativa, ricca di metafore, con un ampio ricorso al sogno. Woolf non riesce  a dare spessore realistico alla narrazione e quando abbandona lo stile poetico scivola facilmente nel melodramma, come nella conclusione citata del vaneggiamento di Rezia. La scrittrice rifiuta il coinvolgimento, persegue, purtroppo, finalità filosofiche e psicologiche molto diffuse nel suo tempo, intende essere estranea ai personaggi e alla loro storia, così facendo polverizza e rende sterile l'intero racconto. Perché non leggerlo? Noioso, prolisso, inconcludente.

Virginia WoolfDuckworth & Co. London
Narratori meridionali dell'Ottocento
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Narratori meridionali dell'Ottocento

Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto «La Taglia» dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un «paesello sconsolato» sul quale gravitava «un silenzio di morte»: oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, > senza romore di giudizio, senzʼavvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato . Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. > Il marmocchio era arrivato sotto lʼuscio a carponi. (...) Lʼaltro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sullʼorlo dellʼorciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante... La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: > lʼammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata! Tata!, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti voʼ!...Oi , tata! Sʼimpazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce!... > Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto Le tre Maruzze > , una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano maruzza > è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan beate gli amanti e a un volger dʼocchio mescere a voglia lor la terra e il mare > . E infatti il bravʼuomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era lʼunico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse spifferato > una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, lo sdolcinato verseggiatore, > sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core . Ed ora come fare? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché lʼuomo non ha saputo resistere e «domani dirà la bugiuzza». Ma alla domanda del Sovrano: «che fan le mie maruzze?» Don Peppino risponde: > Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; mʼoffrì quel chʼio chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, comʼio vʼho detto il ver vi attesteranno . Che morale trarre da questa fiaba? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero? «...Cuccurucù...». Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. Lʼunico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto («La Paura») ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. È la morte, > acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge. È una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dellʼOttocento. Perché non leggerlo? Niente di suggestivo e stimolante.

Vari AutoriUTET
La nave faro
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La nave faro

> Una nave faro non ha un'elica, non ha un motore, sul ponte di comando non c'è un timone: non può far altro che ondeggiare, un po' sconsolata, un animale che tira invano una catena In questa nave che non navigherà e non vedrà terre lontane, gli uomini dell'equipaggio scompaiono > nel labirinto oscuro dove tutti i giorni della loro vita lavorativa venivano digeriti in un ammasso di ricordi quasi inestricabili . In questa sorta di prigione, in un equilibrio fragile di vite e di ricordi irrompe un capretto. Lo porta a bordo il cuoco con l'intenzione di macellarlo per farne un piatto gustoso. > Un animale così su una nave (gli gridò la contadina), sta' attento perché vorrà scappare. (...) Una capra vuole sempre andar via , ma sulla nave siamo tutti prigionieri, dice il cuoco. Viene naturale chiedersi perché il cuoco abbia voluto portare il capretto a bordo; certo è una carne squisita ma le ragioni culinarie non sono rilevanti, nell'infanzia dell'uomo riposa un'immagine che riaffiora di continuo. Ancora bambino un servo della casa lo indusse a sgozzare una gallina. > Dal collo sgorgò il sangue, il pollo batté con forza le ali. (...)  corse dentro alla ricerca di sua madre. (...) Si mise il pollice in bocca e posò il capo sul suo petto. Il dito aveva il sapore dolce del sangue del pollo. (...) Chiuse gli occhi . Il cuoco non ha una grande esperienza nella macellazione, tanto meno di capre, ma non importa: nel suo inconscio vuole ripetere il rito infantile con il quale ha vinto la paura e ha ritrovato la madre. Il cuoco non si rende conto che non è il solo a subire il fascino oscuro del capretto.  Arrivano alcuni giorni di una nebbia densa che, > smorzò il vento, dissipò i suoni, pietrificò il moto delle onde, circondò la nave faro. (...) Ora era un animale inerme, incatenato, accerchiato, (...) invisibile per le navi in transito . Il rischio dello schianto è palpabile, la tensione nell'equipaggio è altissima, non si può che attendere, scrutando il buio della nebbia. A chi non si è rafforzato in anni di attesa e non è capace di reprimere la paura, il capretto, animale saltellante e irrequieto, può sembrare il diavolo, che ha portato il disordine in una vita così regolare come quella della nave faro. C'è un marinaio, che > a volte sentiva cose che non c'erano e faceva fatica a scrollarsi di dosso i pensieri che lo assillavano . Il suo compito a bordo è di fare le rilevazioni per il Servizio Meteorologico, ma le annotazioni meticolose e dettagliate sono diventate «una contabilità ombra della sua inquietudine e del suo disagio». Si convince che sia il capretto l'origine dei mali che affliggono l'equipaggio, di quella nebbia oscura che avvolge la nave: una situazione che non gli permette di riempire il suo quaderno giornaliero. Decide di dare la morte al capretto con un rito che esorcizzi il male. Ma se l'animale è il diavolo come si può sperare che un semplice marinaio salvi la piccola comunità?    Non si capisce se per la scarsa conoscenza dell'autore della vita marittima o per le difficoltà della traduttrice di trasferire in italiano un eventuale linguaggio marinaresco, comunque la nave faro resta sullo sfondo del racconto; è possibile riportarla alla luce solo come una metafora del male e della fragilità dell'animo umano. Ad un certo punto il cuoco si ammala di malaria e precipita in una sospensione della coscienza a causa della febbre. Finalmente una tregua alla memoria, dice l'autore!. Che cos'è questa passione per i ricordi, mai veri ma sempre immaginati? Non sarebbe meglio svanire nel vuoto del presente, senza passato e futuro?  Diceva Sant'Agostino che non esiste che il presente, perché il passato è la memoria nel presente e il futuro non è che l'attesa di oggi per ciò che accadrà. Dando al racconto un'interpretazione filosofica potremmo concludere che il capretto è il grimaldello per trascinare il passato nel presente, tutto ciò che di oscuro c'è nell'animo umano e che ha origine nella memoria. La scrittura è essenziale: frasi brevi con un frequente ricorso al punto con la conseguente frammentazione della narrazione, personaggi abbozzati e in qualche modo sospesi, una trama semplice persino banale. Pare una cronaca fredda e giornalistica di una vicenda che non deve avere una spiegazione, se non ci si limita ad alcuni tratti psicologici, peraltro poco sviluppati. E' assente il fascino del mondo marittimo, nel linguaggio e nelle situazioni, se si escludono le descrizioni della nebbia oscura e paurosa. Perché non leggerlo? E' fragile Sotto il profilo narrativo, inutile per quanto riguarda i contenuti.

Mathijs DeenIperborea
Nel mare ci sono i coccodrilli
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Nel mare ci sono i coccodrilli

Il romanzo ha come sottotitolo «Storia vera di Enaiatollah Akbari». E', infatti, Akbari che racconta a Geda il suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Che sia un espediente letterario o una reale intervista poco importa, la forma del reportage giornalistico dà la necessaria attendibilità alle peripezie del ragazzo, al suo sogno di libertà e di pace. Akbari vive nel nord dell'Afghanistan ai confini con il Pakistan: appartiene a una etnia scita perseguitata dai talebani. Ancora bambino deve assistere alla fucilazione del maestro, che testardamente voleva tenere aperta la scuola. Per sfuggire alla repressione talebana la madre di Akbari lo porta a Kandahar e lo affida a un conoscente che lo fa arrivare a Quetta in Pakistan. In questa città Akbari deve trovare il modo di sopravvivere, accettando anche lavori immondi come sturare la fogna, immerso nei liquami. Quetta è una sorta di luogo di formazione, dove Akbari impara a farsi largo tra le difficoltà, apprende nuovi mestieri, come quello di piccolo ladro di strada, e conosce altri ragazzini con cui giocare a pallone e sognare un futuro migliore. Ha sentito di un > un sacco di ragazzini che andavano in Iran. (...) Sentivo queste voci nell'aria, come irradiate da un altoparlante al posto della preghiera dei muezzin; le percepivo nel volo degli uccelli, e ci credevo, perché ero piccolo, e quando sei piccolo cosa puoi sapere del mondo? Ascoltare e credere erano la stessa cosa. Credevo a tutto quello che mi dicevano. E soprattutto, quando si è ancora ragazzini, si pensa che l'amicizia dia una tale forza da poter affrontare qualsiasi difficoltà. Purtroppo, poi, si scopre, che «nel mare ci sono i coccodrilli». Akbari se ne accorgerà andando in Iran e poi in Turchia, sempre pensando di aver trovato il posto giusto dove vivere. Se le pagine dedicate a Quetta sono ancora pervase da un senso di avventura, i luoghi, le persone e le vicende rappresentate come in un sogno di realtà, da cui si potrà fuggire tornando a casa, poi, in Iran, Turchia e Grecia, tutto diviene più crudo e cattivo, e pure Akbari diviene più duro, disilluso e pronto a salvarsi anche abbandonando gli amici.  Si pensi all'attraversata in mare sul gommone per arrivare sulle coste della Grecia, quando, tra le onde, hanno perso un amico:. > abbiamo continuato a remare e a gridare il nome di Liaqat. E a remare. E a gridare. (...) Nulla. Liaqat se l'era preso il buio. A quel punto -- non so bene come sia successo: sarà stata la fatica, sarà stato lo sconforto, sarà stato che ci sentivamo troppo piccoli, già, infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò -- a quel punto è successo che ci siamo addormentati. Ormai solo, Akbari riesce ad arrivare in Italia, un'Italia meravigliosa, ancora accogliente, dove un minore era assistito e dato in affido, ed erano soltanto quindici anni fa! «In anime scalze» (si veda la recensione in questo sito) Geda scrive che > la vita è una palla di bigliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque. Di là del resoconto del viaggio, in cui la parte più interessante è il ruolo dell'Iran come paese di cerniera e d'immigrazione, la storia di Akbari è un romanzo di formazione che trascende le specifiche vicende. Si diviene adulti affrontando e superando le difficoltà, sapendo apprendere dalle circostanze, anche con una certa dose di opportunismo e pragmatismo. E' il lieto fine che banalizza il racconto, dandogli un senso di dolciastro e pregiudicando in tal modo la drammaticità dell'immigrazione minorile. Il romanzo fa conoscere gli itinerari dei migranti ma tutto è troppo facile, senza sofferenze se non quelle fisiche. La separazione dalla famiglia, il distacco dagli amici, lasciati al loro destino, l'abbondono delle proprie radici paiono agevoli, semplici da superare. Perché non leggerlo? Alla fine è banale.

Fabio GedaBaldini & Castoldi
Non avevo capito niente
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Non avevo capito niente

Un avvocato di scarso successo e squattrinato partecipa, quasi da spettatore e senza rendersene conto, a una serie di vicende, sentimentali e lavorative, che lo coinvolgono pesantemente. Continua la relazione con l’ex moglie, diviene l’oggetto dell’amore di una brillante e bellissima avvocatessa, viene a sapere, senza reagire, che il figlio frequenta «cattive compagnie» ed è incline all’omosessualità, diviene il difensore di un noto pregiudicato della camorra, ottiene una serie di successi processuali, per lui inattesi, in quanto referente della camorra, scopre alla fine che non aveva capito di essere stato lo strumento, in mano alla magistratura, per incastrare il suo difeso. Il narrante è l’avvocato stesso, il cui nome, Malinconico, ne sintetizza bene la personalità: una tristezza di base, che tuttavia si accompagna a una forte auto ironia e a una filosofia della vita che gli permette di accettare il mondo così com’è. In un colloquio con l’amante, quest’ultima gli rinfaccia che lui non sa perché fa le cose: > il che è verissimo, anche se non ci trovo niente di strano. Siccome però non ho il coraggio di dirlo, ma allo stesso tempo non ho alcuna idea originale, al momento, pesco fra le informazioni più recenti. No, è che non mi vedo mentre le faccio. Come? Che le cose le capisco solo quando le ho fatte . Per l’autore, la vita è un rotolarsi di avvenimenti sui quali non si può incidere e tutti si muovono come fossero ripresi da una cinepresa, comportandosi in modo falso e non autentico. La stessa camorra è una realtà che si deve accettare per quella che è e di cui si possono apprezzare certi aspetti del suo codice di comportamento: ciò che sarebbe opportuno è «una camorra sostenibile». Il romanzo si apprezza di più per le digressioni dell’autore, spesso felici e puntuali, sulla vita di oggi. Come dice lo stesso autore: > il fatto è che io sono un narratore incoerente. Mi interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un’altra parte. Quando racconto sono come uno che cerca una bolletta nel cassetto delle ricevute. Prima tasto un poʼ, tanto per prendere confidenza con il materiale organico, poi pesco a casaccio, sperando di prenderci . La trama è tuttavia fragile senza un reale ritmo narrativo, affidata, com’è, più a dei bozzetti, sempre incompleti, che a una struttura minimamente organica del racconto. La frammentazione dominante, la vacuità narcisistica delle situazioni, l’inverosimiglianza dei comportamenti e degli ambienti (per esempio, il locale dove l’avvocato ha lo studio, la benevolenza curiosa della camorra nei suoi confronti) non sono sufficientemente compensati dallo stile, senza dubbio elegante e agile, e dalla leggerezza ironica dello scrivere. Alla fine, il romanzo risulta noioso, poco pregnante e irritante per il modo, troppo superficiale e rassegnato, con il quale viene affrontato il tema della camorra. È un romanzo specchio della nostra Italia: rassegnata, richiusa nella dimensione amicale e familiare, pronta a cogliere le opportunità così come si presentano.

Silva Diego DeGiulio Einaudi
Olive comprese
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Olive comprese

Siamo nellʼItalia degli anniʼ30 in piena era fascista. In un piccolo paese del lago di Como, quattro balordi trascorrono il tempo in osteria e a fare scherzi. Un giorno, per fare un piacere alla prostituta del villaggio, avvelenano i piccioni che normalmente stazionano nelle piazze e nelle vie. Uno di questi piccioni viene regalato ad una vecchia signora, che muore avvelenata. Da questo episodio prendono le mosse tutta una serie di avvenimenti che hanno come protagonista il maresciallo del paese. Si tratta della classica figura del carabiniere: ligio allʼordine, severo ma nel contempo pragmatico e di buon senso, cerca di risolvere i problemi della gente del paese operando come un «buon padre di famiglia». Il racconto corre veloce, anche perché aiutato da uno stile brioso ed essenziale, tra vicende un poʼ paradossali, come quella del fratello che si preoccupa che la sorella, magrolina e devota, non sposi un amico dotato di attributi sessuali particolarmente esagerati, e personaggi singolari, come la moglie del podestà, che crede di essere tre persone in una e cambia continuamente personalità. Lʼatmosfera ricostruita dallʼautore è quella tipica che ci è stata tramandata riguardo allʼItalia fascista: un regime assurdo, non amato ma subìto, ma nello stesso tempo paternalistico e accondiscendente. Il maggior pregio del libro è che si legge molto bene, ma sia i personaggi che gli ambienti restano superficiali e lontani. I primi diventano quasi delle macchiette, i secondi (il lago di Como e la vita del villaggio) risultano alla fine irrilevanti. lʼabile ritmo narrativo non compensa la vacuità dei contenuti. Perché non leggerlo? Perché ha senso leggerlo solo in treno, quando si è molto stanchi.

Andrea VitaliGarzanti
Oltre il fiume
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Oltre il fiume

Geeʼs Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove lʼacqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i «benders» devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto dʼora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anniʼ60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: > non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) lʼabbiamo chiuso perchè se lʼerano dimenticati, che erano neri . Geeʼs Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; lʼisolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando questʼultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i «benders» andarono «oltre il fiume», come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché > per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada . Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente lʼisolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Geeʼs Bend. > Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente lʼinizio. (...) Ha passato lʼintera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto lʼetà a scovarla? Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Geeʼs Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. È una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, cʼè tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee > è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare) , ma perché > una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. È la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce lʼhanno battezzata nellʼacqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie. Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui lʼAlabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei «dannati della terra» non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano. Perché non leggerlo? Banale, meglio il Mulino del Po.

J.R. MoehringerPiemme
Il piccolo principe
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Il piccolo principe

Il Piccolo Principe è, forse, uno dei libri più famosi e letti nel mondo. Il racconto prende lʼavvio da un episodio dellʼinfanzia del narratore, un pilota come Saint Exupéry. Allʼetà di sei anni aveva disegnato un «boa che aveva digerito un elefante» con la forma apparente di un cappello, per chi, come gli adulti, non hanno immaginazione. Infatti, essi > mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, allʼaritmetica e alla grammatica . Da allora il narratore trascorse «la vita solo, senza nessuno cui poter parlare» fino a quando, caduto con lʼaereo nel deserto ( un vero episodio della vita di Saint - Exupéry) non incontra un «ometto» ( il piccolo principe), arrivato dallo spazio. Il piccolo principe viveva in un piccolissimo mondo, talmente piccolo che > bastava spostare la tua sedia di qualche passo e guardavi il crepuscolo tutte le volte che lo volevi In questo pianeta il piccolo principe aveva cura di un fiore, il solo del suo mondo,«ma era troppo giovane per saperlo amare». E, come succede spesso a chi non si rallegra di ciò che gli è vicino, si mette in viaggio alla ricerca di qualche cosʼaltro. Nel suo peregrinare incontra sei mondi piccolissimi, sempre con un unico abitante: un re che «esigeva da ciascuno quello che ciascuno poteva dare»; un vanitoso, che voleva essere ammirato come lʼuomo più bello del pianeta, anche se ne era il solo abitante; un ubriacone, che beveva per dimenticare di aver vergogna di bere, un uomo dʼaffari, che contava continuamente; un tizio che accendeva e spegneva continuamente un lampione, perché il suo pianeta girava talmente in fretta che si passava in un istante dal giorno alla notte; ed infine un un geografo che non aveva mai esplorato i fiumi, i monti e i mari che disegnava sulla cartina geografica. Infine arriva sulla Terra e anche qui il piccolo principe compie alcune scoperte interessanti, come una volpe, che gli ricorda che «lʼessenziale é invisibile agli occhi» e, quindi, il suo fiore è unico non perché non ci siano altri fiori ( ed infatti il piccolo principe aveva già incontrato un prato di fiori), ma perché si è preso cura di quel fiore: > gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato , ossia ciò a cui ti sei legato con un atto di cura. > Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile ed è la fedeltà a qualche cosa, ad una idea, a qualcuno.Ed infatti Il piccolo principe abbandona la terra perché deve tornare a curare il suo piccolo fiore. Dopo che è andato via, il narratore ( Saint Exupéry) si accorge di aver dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio alla museruola della pecora disegnata per il piccolo principe. Ma allora la pecora potrà mangiare anche il fiore!! > Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia... Ci si deve porre domande imprevedibili che sono irrazionali ma vogliono sondare i misteri dellʼuniverso e dellʼanimo umano: solo la ricerca dellʼimpossibile può evitare che la vita cada nella prosaicità dellʼesistenza. Il racconto è autobiografico e parla di una vita eccezionale e incompresa. Lʼespediente della favola permette, senza in vincoli della verosimiglianza, di affermare la necessità di avere un sogno, che nel caso di Saint Exupéry sono il volo, lʼesplorazione e lʼavventura. Al di là della dolcezza della narrazione e della soave leggerezza con la quale sono affrontati diversi temi esistenziali ( il fascino della natura e del mistero, lʼamicizia e la fedeltà, i difetti dellʼuomo e la grandezza dellʼuniverso, lʼimmaginazione e la razionalità economica), in realtà emerge una enorme presunzione: lʼidea di essere unici nellʼuniverso, ossia che la ricerca dei propri sogni non deve avere limiti e, quando mi accorgo che non li posso più raggiungere, è meglio la morte. La carrellata dei piccoli mondi é lʼoccasione per fare dellʼironia su figure detestate dallʼautore, ma rispecchia anche una visione individualistica, in quanto solo quando siamo soli la nostra personalità si può pienamente esprimere. Nello stesso modo lʼambientazione nel deserto racchiude il desiderio di una solitudine, nella quale lʼautore sembra compiacersi: é più facile parlare con un bambino ( «lʼometto») che con adulti che non ci capiscono. Il piccolo principe, pur nella sua soavità e delicatezza, é la metafora di un delirio di onnipotenza di un uomo, e di una umanità, che non vuole avere limiti: il canto del cigno del super eroe della cultura del novecento. Perché non leggerlo? Si può leggere perché è molto breve, anche se inutile. Ma mi raccomando: non farlo leggere ai bambini perché non è educativo.

I pirati delle montagne
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I pirati delle montagne

Secondo Daniel Pennac il secondo diritto del lettore è di non terminare un libro. «Il libro ti cade dalle mani? Lascialo cadere». E continua dicendo che ci sono migliaia di ragioni per abbandonare un libro, la principale è la seguente: non abbiamo mai tempo, è meglio spendere il poco tempo che abbiamo leggendo quello che ci piace. Nel passato ho cercato di finire un romanzo o un saggio, anche se non mi piacevano. Che tortura! Il maggiore dei miei figli persevera in questo errore; per esempio, caparbiamente vuole terminare «All the Pretty Horses», malgrado lo trovi pesante e noioso (si veda la recensione in questo sito del romanzo di Cormac McCarthy). Alcuni anni fa ho deciso che avrei gettato un libro «dalle mie mani» dopo ottanta pagine, se avessi trovato la sua storia non interessante, i suoi personaggi malamente descritti e la sua scrittura poco piacevole, o soltanto se avessi preferito leggere un altro libro. Ho applicato queste superficiali regole in questo caso. Siamo durante la Resistenza. Tra colline non identificate, ma probabilmente nel confine Nord-Est d'Italia, un piccolo contingente di partigiani combatte contro i nazi-fascisti: sono di differenti nazionalità, uniti dalla comune necessità di sopravvivere piuttosto che dall'odio verso i tedeschi e i fascisti. C'è pure un ragazzo di nove anni: Giorgio, soprannominato il Mozzo perché i partigiani immaginano di essere i favolosi pirati della Tortuga e la loro banda simile ai Bucanieri veleggiando per i mari dei Caraibi. Realmente una strana metafora giacché sono in montagna! Perché non un gruppo di alpinisti verso la conquista di una cima o gli alpini nella prima guerra mondiale? Non è chiaro perché Giorgio abbia lasciato la sua casa e i genitori; leggendo veniamo a sapere che > era cominciato, per lui, con dei fascisti collaborazionisti che lo rincorrevano. (...) Con lui che correva come una lepre sul sentiero che, superata Capodistrada, va ancora su ottocento passi, novecento se sei affaticato, prima di infilarsi attraverso le sterpaglie e dentro l'intrico dei rovi, per venir fuori, già a carponi, al fienile e raggiungere così quel nascondiglio. Qui il ragazzo è stato adottato da un gruppo di uomini e donne, già usi alla guerra e alla morte: leali, coraggiosi, profondamente onesti, e protettivi verso Giorgio, come se fossero le Tigri di Mompracem. Giorgio impara a vivere come un partigiano, apprendendo passo per passo a sopportare il freddo e la fame, a nascondersi, a stare all'erta per un improvviso attacco tedesco, a dimenticare la propria famiglia, e infine a combattere. > Stringeva gli occhi, Giorgio detto il Mozzo e, cercando di recuperare quella sensazione di invisibilità, si arrotolava nella coperta di lana ruvida, aspettando l'alba quando > i contorni delle cose sono di più sotto il controllo della mente e quelle stesse cose si ingigantiscono meno. Le prime pagine del romanzo promettevano una storia interessante: un adolescente che diviene adulto affrontando una vita dura e combattendo per la libertà. Sfortunatamente, rapidamente la vicenda è rientrata all'interno delle tre regole auree. Innanzitutto, la narrazione è noiosa, senza colpi di scena e momenti di tensione, una scontata e ripetitiva successione di eventi di guerra e di vita partigiana. In secondo luogo, i personaggi non sono analizzati in profondità, soprattutto la personalità di Giorgio, il quale sembra accettare le nuove e drammatiche esperienze troppo facilmente. Infine, la scrittura è piena di dialoghi inutili e banali, a scapito della descrizione dei luoghi e della creazione di quell' atmosfera, che vorrebbe essere immaginaria, ma è piattamente prosaica. Di conseguenza, ho deciso di far cadere il libro, ne avevo un altro da leggere, e il tempo è così poco! Perché non leggerlo? E' noioso.

Carlo GreppiRizzoli
Probabilmente mi sono persa
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Probabilmente mi sono persa

La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nellʼarco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dellʼex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino allʼasilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. > Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà... Erano amiche dʼinfanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme lʼhanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade lʼabitacolo dellʼauto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: > Cick, Cick, Cick...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se lʼuomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). Lʼangelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita... Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. > Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre.... Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con lʼamica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. > Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me... tutta la mia vita... mi viene da ridere... . Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso lʼuomo che entrambe hanno amato. > Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar allʼasilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso . È la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. > Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) È come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan . Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare allʼinfanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà lʼamore materno? > Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... . Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e lʼIran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per lʼuso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con lʼimpressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto. Perché non leggerlo? Inconcludente e inutile.

Sara SalarPonte 33
Proletkult
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Proletkult

Aleksandr Bogdanov, pseudonimo del rivoluzionario bolscevico Aleksandr Malinovskij, scrisse nel 1906 Stella Rossa, un romanzo di fantascienza, in cui il socialismo reale era stato realizzato pienamente sul pianeta Marte. Con una capacità profetica eccezionale, immagina che la nuova società modellata secondo l'utopia marxista non si era rivelata estranea all'imperialismo, volendo colonizzare la Terra dopo averne sterminata la popolazione. Leonid, il protagonista di Stella Rossa, si oppone al progetto ed è spedito sulla Terra per punizione; finisce in manicomio. Il collettivo Wu Ming prefigura un possibile sviluppo. Denni, l'esile figlia di Leonid, scende sulla Terra per cercare il padre e va proprio da Bogdanov, il quale, oltre che scrittore, è filosofo e scienziato. L'uomo si trova dinanzi a una > strana ragazza che sembra un ragazzo. Denti bianchissimi e perfetti. Le orecchie molto piccole, ben sagomate. Pallida, forse troppo. Siamo nel 1927 e Bogdanov si è rinchiuso nella sua clinica e non vuole più essere coinvolto in vicende rischiose per le prime purghe staliniane. Si ripara dietro la finzione: sulla base di allucinazioni del povero Leonid, ha inventato una storia di fantascienza, ambientata su Marte perché é il pianeta rosso. Da qui il romanzo potrebbe prendere tante direzioni: libro nostalgicamente ideologico di una utopia, quella comunista, che si può costruire solo in un altro pianeta; ricerca di Denni del padre in questa Terra sconvolta dalle guerre, dalle repressioni e dalle carestie; presa di coscienza di Bogdanov che Leonid non era matto e il suo libro rispecchiava una società reale. Quest'ultima strada sarebbe stata la più interessante e avrebbe portato alle visioni inquietanti di Philip Dick. E invece i Wu Ming proseguono tra disgressioni storiche e un'esile trama, non sorretta da colpi di scena e da efficaci descrizioni degli ambienti e dei personaggi.  Dispiace che nel 2018 questi bravi scrittori siano ancora inviluppati dentro le delusioni della mancata rivoluzione mondiale e avvinti dal fascino di protagonisti ormai svaniti dopo un secolo di storia. Il collettivo Wu Ming è formato da cinque scrittori: in molti casi riescono ad amalgamarsi, dando origine a una narrazione unitaria sotto il profilo storico e narrativo (si veda la recensione in questo sito di «L'Armata dei Sonnambuli»). Qui l'operazione non è riuscita, forse perché le vicende e i personaggi sono troppo vicini a noi in termini emotivi e politici rispetto a quelli narrati nell' Armata dei Sonnambuli, racconto ambientato durante la rivoluzione francese. Il pregio del romanzo è di spingerci a leggere Stella Rossa. Perché non leggerlo? Noioso.

MingGiulio Einaudi
I Promessi Sposi
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I Promessi Sposi

I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dallʼInnominato: > Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma vʼha anche fatto vedere che non aveva levato lʼocchio da voi, che non vʼaveva dimenticata. Vʼha rimessa in salvo; e sʼè servito di voi per una grandʼopera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo . La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una «morale», di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dellʼintervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I allʼVIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne dʼItalia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dellʼintero libro. > Addio, monti sorgenti dallʼacque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia lʼaspetto deʼ suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia queʼmonti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con lʼimmaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Se avessimo un poʼ di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare lʼimmigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dallʼodio! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata allʼempietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dellʼInnominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dallʼXI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. È una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, > per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo... Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dellʼInnominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, > significava qualcosa dʼirresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari . I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con lʼ Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi allʼincontro. Dʼaltra parte la crisi dellʼInnominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. > Invecchiare! morire, e poi? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nellʼanima lʼidea confusa, ma terribile, dʼun giudizio individuale, dʼuna ragione indipendente dallʼesempio, (...) il sentimento dʼuna solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però . Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dellʼInnominato: affermare che Dio esiste. Attenzione! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. Lʼastratto moralismo sottostante allʼincontro tra Federigo e lʼInnominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov «il Grande Inquisitore»; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che > non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure lʼamore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza . Torniamo ai Promessi Sposi. > Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina . È la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dellʼepidemia (la carestia, la guerra, lʼindifferenza e lʼincapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono > un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia , nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è lʼoccasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. > Scendeva dalla soglia dʼuno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno dʼaverne sparse tante; cʼera in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava unʼanima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse novʼanni, morta, ma tutta ben accomodata, coʼ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani lʼavessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro . Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere lʼalgido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nellʼuniversale, al di là del tempo e dello spazio, come unʼidea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma > la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore . È proprio vero? Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa allʼobbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto allʼuso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua lʼalterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti. Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati. Perché non leggerlo? Noioso, arido, insopportabile.

Alessandro ManzoniEdizioni Ares
Quattro indagini a Màkari
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Quattro indagini a Màkari

Saverio Lamanna era il portavoce di un importante uomo politico ed è stato licenziato brutalmente dopo che aveva scritto un comunicato stampa secondo il quale il suo capo era d'accordo con la liberalizzazione della cannabis. Fu un errore o Saverio desiderava lasciare un lavoro che non gli piaceva più? Non sappiamo, comunque fu costretto a lasciare Roma per tornare a vivere in Sicilia, nella casa dei genitori nel piccolo e tranquillo villaggio di Màkari, vicino alla più famosa località di San Vito Lo Capo. E' la casa dove aveva trascorso la sua infanzia, casa amata dalla madre venuta a mancare alcuni anni prima. Il libro è formato da quattro racconti, già pubblicati da Sellerio in precedenti raccolte; brevi storie che hanno lo stesso filo conduttore: «spesso cerchiamo il gioco grande, ma invece il gioco a volte è piccolo».  Se pensiamo all'idea che abbiamo della Sicilia dove qualsiasi cosa è ricondotta alla mafia, Saverio ci parla di una Sicilia più vicina a noi di quanto potremmo supporre. E' lo stesso approccio di altri scrittori siciliani, come Andrea Camilleri e Cristina Cassar Scalia (si veda la recensione di «Sabbia Nera» in questo sito). C'è da chiedersi se la ricerca di crimini normali non contribuisca a distrarre l'attenzione dalla lotta alla mafia, anche se si comprende l'insofferenza verso stereotipi e grossolane letture della Sicilia. Nel primo racconto, «Il lato fragile», un noto protagonista della guerra contro la mafia è stato ucciso da un ragazzo, un fragile giovane che vive presso un sacerdote, anche lui antagonista della società mafiosa. Potrebbe sembrare un crimine di mafia o a sfondo sessuale. Sarà vero? In «Il fatto viene dopo», un amico di Saverio è stato licenziato dall'impresa dove lavorava da molti anni; chiede a Saverio, divenuto nel frattempo un noto scrittore, se può raccontare la sua triste vicenda: > c'è ancora qualcuno che crede nei libri, proprio ora che non servono quasi più a niente . Ma una cosa è fare letteratura ed un'altra cosa è la vita reale dove i fatti possono finire male. Nel terzo racconto («La regola dello svantaggio») la casa di Saverio è stata affittata per l'estate a sua insaputa: vuole andare a fare una denuncia alla polizia, ma l'astuto agente immobiliare gli fa presente che è meglio non applicare la regola dello svantaggio, così come avviene nel calcio quando il gioco continua dopo un fallo. Saverio dovrebbe spiegare perché si è fatto dare i soldi in nero, i turisti francesi dovrebbero testimoniare e avrebbero un cattivo ricordo delle vacanze siciliane, ne avrebbe un danno il turismo dell'isola se si sapesse della truffa: è meglio non fare nulla «così tutti sono contenti». Insieme con questa tipica vicenda italiana Saverio scopre che un ricco e anziano signore non è morto per cause naturali ma è stato ucciso con una overdose di insulina: è stato il figlio o la bella e giovane moglie? Il titolo dell'ultima novella («E' solo un gioco») potrebbe essere volto in domanda perché dietro una innocente squadra di calcio si nasconde un torbido segreto che può condurre al delitto. Savatteri è uno scrittore penetrante e ironico. Il crimine è un' occasione per parlarci con leggerezza dell'Italia, senza prendersi sul serio e non sperando di cambiare qualcosa. I personaggi sono descritti molto bene, l'ambiente siciliano (Palermo, Màkari e la sua spiaggia, la mitica cucina dell'isola) è descritto in modo affascinante, forse ci sono troppi dialoghi. spesso ripetitivi e noiosi. Il limite di fondo è che non ci sono suspense e mistero, gli ingredienti di base di qualsiasi intrigante racconto di Noir. Perché non leggere i racconti? Noiosi, lunghi e senza suspense, anche se a tratti divertenti.

Gaetano SavatteriSellerio Editore
Questione di Costanza
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Questione di Costanza

Costanza è una madre single di Messina con una laurea in medicina e specializzazione in anatomia patologica. Disoccupata, vince un concorso per un contratto annuale di ricerca presso l'Università di Verona in paleopatologia. > Ignorante come una capra per tutto quel che concerne il Sacro Romano Impero, le Signorie e le mummie precolombiane, (...) la verità è che sono interessata a questa borsa di studio né più né meno come a un bancomat . Il romanzo si presenta come un giallo storico, oggi molto di moda: una ricerca di laboratorio e di archivio portata avanti sulla base di resti umani del 1200 appartenenti ad un cavaliere di rango. In realtà ci sono tre filoni narrativi che male coesistono insieme. Il racconto prevalente riguarda le vicende di una giovane madre: l'inserimento della figlia in una scuola materna di Verona, il senso di colpa verso la bambina, nata da un rapporto occasionale e costretta a crescere senza la figura paterna, la ricerca del padre (un facoltoso architetto di Milano), il quale, una volta rintracciato, riaccende i desideri di Costanza. E' un racconto banale e sorretto da una scrittura infantile: esce dalla monotona ordinarietà solo quando Costanza parla dei sogni erotici, > che non si possono raccontare a nessuno, nemmeno a uno di quegli psicoterapeuti fissati con i messaggi subliminali dell'inconscio . Un po' di coraggio! Cara Costanza non limitarti a dirci che al risveglio sei confusa e sconcertata; comunque ci affideremo  a Patrizia Valduga: > in questa maledetta notte oscura/con una tentazione fui assalita/che ancora in cuore la vergogna dura./Io così pudica, così compita,/ vedevo un uomo a me venire piano/e avvolgermi quasi avido la vita;/un altro ne veniva e con la mano/oh delicatamente lui mi apriva;... (Da La Tentazione 1985). Il secondo filone narrativo è quello più propriamente poliziesco. Partendo da ciocche di capelli rossi Costanza e i suoi colleghi risalgono sino a Biancofiore, figlia di Federico II, vissuta in un monastero francese dove avrebbe estratto dalla rosa un profumo, le cui tracce sono state identificate nei resti umani ritrovati a Verona. Come mai finì in convento una principessa di rango imperiale normalmente destinata ad andare sposa a casate utili ad alleanze? L'autrice immagina che Biancofiore fosse zoppa, per questo inutile a fini matrimoniali, e si fosse inoltre innamorata di un cavaliere di parte guelfa che tradì Federico II e quindi fu assassinato. Con il terzo filone narrativo ci spostiamo nel 1200 alla corte dell'imperatore e poi del signore di Verona: il crudele Ezzelino. Prima si parla di Selvaggia, figlia naturale di Federico II, andata sposa ad Ezzelino, che l'avrebbe assassinata, secondo la leggenda: in realtà morì di parto. Poi si sviluppa la triste storia di Biancofiore, alla fine protagonista del romanzo poliziesco. Come si mettono insieme i tre filoni narrativi? E' difficile dirlo. Facendo affidamento alla fantasia possiamo dire che Selvaggia e Biancofiore sono un po' simili a Costanza; ancora innamorata del padre ritrovato della figlia, anch'essa deve accettare che lui si sposi con un'altra donna. Le tre ragazze insieme non possono che rassegnarsi al destino accettandolo: > non mostrerò  disappunto, Non mostrerò disappunto. Non mostrerò disappunto. (...) Ma dentro mi sento liquefatta. Le mie speranze nascoste, liquefatte. Il piccolo, grande, depauperante innamoramento, liquefatto . La scrittura è troppo puerile per sostenere un racconto privo di trama e quindi da reggere con uno stile articolato, capace di dare spessore ai personaggi e al contesto. Perché non leggerlo? E' troppo banale.

Alessia GazzolaLonganesi
Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna
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Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna

E' difficile non lasciarsi influenzare dalla notizia della grave depressione che ha colpito Cognetti (si veda il sito del Corriere della Sera 20 dicembre 2024). Il lungo «quaderno di montagna», (sottotitolo del racconto) pare annunciare quella «sindrome bipolare con fasi maniacali», che ha richiesto un trattamento sanitario obbligatorio.  O invece di lasciare la città, andare a vivere in una baita isolata, è stato l'ultimo illusorio tentativo di superare un vuoto che > non avevo mai sperimentato?. Il racconto è scritto in forma di diario, che segue il ciclo delle stagioni, a ognuna delle quali corrisponde uno stato d’animo di Cognetti: l’inverno la solitudine, la primavera la compagnia degli altri, l’estate l’esplorazione e la fine dell’avventura, l’autunno il rientro in città. La prima tappa di questo viaggio salvifico è la solitudine, in una casa nel bosco, lontano dai rumori degli altri esseri umani. Vennero poi dei vicini, i pastori e le bestie degli alpeggi, > così avevo qualcosa da osservare, oltre alle nuvole che portavano piogge interminabili. (...) Se mi svegliavo presto la mattina potevo spiare il pastore anziano che spostava i confini del pascolo, avanzando i paletti di qualche metro al giorno in modo da razionare l'erba. (...) E allora sette vitelli e una trentina di mucche adulte si precipitavano giù, verso la nuova striscia di erba alta. (...) Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, fu provocato dai cani, (...) avevano un campanello appeso al collo grazie a cui li sentivo arrivare da lontano. (...) Dopo quasi due mesi alla baita, insieme alla primavera stava per finire la mia stagione di solitudine. Questi vicini, i pastori, i cani, le capre, e le «baracche», ossia le mucche, sono descritte in modo minuzioso ma senza che si crei una qualsiasi atmosfera, paiono corpi estranei alla psicologia dell'autore narratore, dei comprimari inutili di un dramma interiore. Infatti, con l'estate Cognetti fa un passo ulteriore. > Volevo spingermi più in là della zona che conoscevo, scoprire che cosa c'era a due e tre giorni di cammino. Partivo bello carico, eppure chiudendomi la porta alle spalle mi sembrò di liberarmi di un peso. (...) Da che altro scappiamo se scappiamo da casa? Addio, disse il ragazzo selvatico al domestico, poi gli girò le spalle e prese di nuovo il sentiero che saliva. Ecco ancora la trappola della montagna! Immaginare che ci sia qualcosa di magico là in alto, che ci possa liberare dal mistero che è in noi. Non è così! Il lago vagheggiato a 2.700 metri di altezza è solo un banale specchio d'acqua, > potevi pure passare senza accorgerti di lui. (...) Fu allora che sentii un groppo salirmi in gola, gli occhi che si appannavano. E piangi, pensai, non ti vede nessuno. Mi misi a singhiozzare sdraiato su quel sasso perché ero stanco, mi mancavano tutti quanti e non sapevo più dov'ero. (...) Più che a una capanna nel bosco; la solitudine assomigliava a una casa degli specchi: dovunque guardassi trovavo la mia immagine riflessa, distorta, grottesca, moltiplicata infinite volte.   Perché è così diffusa l'idea che la montagna elevi lo spirito umano e dia equilibrio e serenità? I pascoli, i laghi alpini, i sentieri tra i boschi, le alte cime sono solo dei luoghi che noi mitizziamo per romanticismo, o perché siamo disperati, immersi come siamo nel chiacchiericcio della città, o più banalmente perché ci muove uno spirito competitivo, di esaltazione della nostra potenza. Cognetti narra il fallimento di questo miraggio, non c'è pace se non lavorando su se stessi. La scrittura è piana, facile e fluida. Sono pregi indiscutibili che tuttavia non sono in grado di scavare il mondo interiore dell'autore né riescono a stimolare l'immaginazione del lettore. Si va avanti per inerzia, senza essere coinvolti. Perché non leggerlo? E' inutile.

Paolo CognettiGedi Passioni
Rosso come una sposa
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Rosso come una sposa

Il libro è di una scrittrice albanese, che scrive in italiano. Nella prima parte del romanzo, la scrittrice ripercorre le vicende della sua famiglia in un piccolo villaggio sulle montagne. È una storia di personaggi femminili, ed in particolare della nonna della scrittrice: Saba. > È una vita incastrata nel reticolo di silenzio senza confine della montagna. Disturbata soltanto dal brusio degli alberi mossi dal vento. La gente si occupava delle faccende di sempre. Si occupava di storie passate che continuamente tornavano a rivivere come fossero accadute la sera prima . In questo mondo immobile e senza tempo, i dolori e il peso della vita sono a carico delle donne: coraggiose, dure, determinate a difendere la propria famiglia, ma anche spietate con le altre donne, quando alcune di esse non rispettano le rigide regole della comunità. In questo mondo, «che inizia e finisce qui», il destino delle donne è inesorabile ed ad esse non è concesso di vivere lʼamore. Solo la morte crea un legame forte tra gli uomini e le donne. Dinanzi al marito morente, che non ha mai saputo amarla, Saba > piange così, per il tempo giusto o sbagliato che è passato... si corica vicino a lui, prende il suo viso tra le mani. Accarezza le sue rughe, accarezza gli anni perduti senza amore . La prima parte del romanzo è senza dubbio la più efficace anche perchè la scrittrice non lʼha vissuta direttamente e quindi il ricordo dà fiato alla fantasia e ad uno stile lirico, molto evocativo. La seconda parte è più autobiografica e racconta della dissoluzione della vecchia Albania, di come un paese di forti tradizioni perda la propria identità al contatto con la società occidentale, in particolare con quella italiana. La perdita della lingua madre, lʼalbanese, a favore dellʼitaliano sintetizza questo dissolvimento e rende impossibile dialogare con il passato. La scrittrice vorrebbe parlare con Saba, la nonna amata, ma non ci riesce più. > Io parlo un idioma a lei sconosciuto e così ci rincorriamo da una parte allʼaltra. Ma la sua lingua, azzurra, verde, gialla, come le stagioni dei suoi campi, quella che vorrebbe sentire da me, non è più la mia . È un romanzo fatto di tanti bozzetti, spesso molto belli, ma che vanno a scapito del racconto complessivo. La ricerca, anche stilistica, dei singoli frammenti fa perdere il senso del romanzo. Mentre nella prima parte, il lettore è affascinato dalle singole storie, dalle forti emozioni che scaturiscono dalla descrizione di una società dura ed atavica, nella seconda parte del libro le vicende risultano scontate, talvolta banali e non si capiscono le profonde trasformazioni sociali e personali che hanno caratterizzato la società albanese. In fondo cʼè un salto, anche nellʼefficacia del racconto, tra un mondo contadino, ormai lontano e offuscato dalla nostalgia, e la nuova vita urbana ed industriale, che non può che essere italiana. Perché non leggerlo? Alcuni frammenti del racconto sono molto belli. In generale, tuttavia, il racconto non riesce a creare interesse proprio quando si passa a descrivere i cambiamenti della società albanese verso la società occidentale: come risultato anche la rappresentazione del mondo contadino rimane sospesa, ricondotta ad una sorta di antropologia folcloristica.

Anilda IbrahimiGiulio Einaudi
Il rumore del mondo
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Il rumore del mondo

Il romanzo è ambientato tra il 1838 e il 1848 nella Torino sabauda, in bilico tra restaurazione e valori risorgimentali, tra conservazione e desiderio di cambiamento, anche economico. In quegli anni la Gran Bretagna, in particolare Londra, era un punto di riferimento, per le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo del commercio e della manifattura, e  per la diffusione di nuove idee, che coinvolgevano anche la condizione femminile. L'autrice immagina che Anne, giovane figlia di un ricco mercante di stoffe, vada in sposa a Prospero, nobiluomo piemontese, allevato all'interno delle più rigide e tradizionali regole sabaude: disciplina militare, ottusa fedeltà alla corona e alle convenzioni sociali, disprezzo per le questioni economiche, per lo stesso patrimonio terriero, dal quale ricava peraltro ricche rendite. E' un matrimonio improbabile, diremmo noi; permette all'autrice di investigare come «riconoscere qualcosa di sé in un paese che non è il proprio», come essere sé stessi pur essendo costretti ad adattarsi ad altre consuetudini e a lingue così diverse dall'inglese, l'italiano e il dialetto piemontese. Anne, tra l'altro, è cresciuta frequentando magazzini e negozi, abituata a riconoscere la qualità di prodotti tessili provenienti da tutto il mondo, a parlare di stoffe, di innovazioni e di commercio. Sono valori moderni, esaltati da un nonno con idee giacobine e da una governante che lascia la massima libertà di idee alle sue pupille, Anne e sua sorella, spiriti indipendenti ed aperti al nuovo. La prima domanda del padre di Anne a Prsopero fu la seguente. > Allora ditemi, vi interessa la seta? (...) Nello sguardo di Prospero si affacciò un'espressione di sdegno. Se di commercio non s'intendeva affatto, s'intendeva però di educazione e non sapeva come prendere la volgarità del suocero. (...) A Torino, pensò, i fornitori entrano dalla porta di servizio e attendono in anticamera . Non è il vaiolo, quindi, che colpisce Anne nel viaggio verso Torino e le compromette la pelle, a rovinare il matrimonio; sono le differenze culturali tra lei, costretta ad adattarsi, e Prospero, ottuso e distante. In una lettera alla sorella, Anne confessa che > sono dovuti passare alcuni mesi perché io arrivassi a comprendere che il viaggio che mi avrebbe consegnata a Prospero non era un avvicinarsi ma un allontanarsi, sia da quello che avevo immensamente caro sia dalla persona che ero stata fino a quel momento. Nessuno si separa volentieri da ciò che ama e conosce, per cui puoi immaginarti il mio stato d'animo adesso che ho compreso che la persona che mi accingevo ad abbandonare definitivamente ero io stessa. Separarsi da sé è il dolore più profondo . Eppure, nel Piemonte degli anni' 40, attraversato da una ricerca di innovazioni in campo agricolo e manifatturiero, Anne, concreta, tenace, esperta di cose economiche e immensamente ricca, potrebbe trovare la sua strada; e per un momento ci speriamo, quando intreccia un'amicizia con Enrico, un avventuroso imprenditore, e quando l'ottuso Prospero muore sul campo di battaglia nel 1948. Ed invece l'esile e troppo fedele Anne > da quando è arrivata in Piemonte ha avuto un solo desiderio: essere lasciata tranquilla, sbiadire. Come accade alle amarezze, generosamente stemperate dal tempo .  Anne appartiene alla folla di personaggi che hanno contraddistinto il passaggio dalla restaurazione alla nuova Italia: > le loro opinioni, le loro speranze spesso ingenuamente grandi, i loro desideri e i loro fallimenti appartengono a quella terra di penombre che è la letteratura . Il libro presenta numerosi difetti, di contenuto e di struttura narrativa, che ne hanno compromesso la qualità, pur partendo da un'idea interessante e da un personaggio potenzialmente intrigante. L'autrice ha voluto dire troppo: dare un affresco del Piemonte degli anni'40, ricostruire il fascino dell'Italia nell'immaginazione degli inglesi, introducendo il tema del «Grand Tour», sviluppare le differenze tra Londra e il Piemonte con un minuzioso dettaglio che fa perdere il senso complessivo, infittire di personaggi, i quali sovrastano la protagonista, rigidamente immobile nel suo triste destino. La struttura narrativa non ha ritmo: si sviluppa lenta e prolissa, frammentata da continui salti nel tempo e nello spazio, e soprattutto appesantita dal ricorso eccessivo all'espediente letterario della corrispondenza, non solo della protagonista ma pure degli altri personaggi. Alla fine il tutto diviene ridondante; il romanzo andrebbe riscritto con grandi forbiciate. Perché non leggerlo? Lo spunto è interessante, la struttura narrativa lo rende prolisso e noioso.

Benedetta CibrarioMondadori Libri Spa
Sabbia nera
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Sabbia nera

> La Muntagna s'era risvegliata quella mattina. Una nube nera densa di cenere incombeva sulla città avvolgendola. (...) La sabbia veniva giù senza requie, formando per terra un tappetto scricchiolante e scivolando sugli ombrelli aperti... E come il cielo oscurato dalle ceneri dell'Etna così il vice questore Guarrasi deve dipanare il mistero di una sconosciuta trovata incartapecorita in un montavivande di una villa sulle pendici dell'Etna. Trasferita dalla squadra anti mafia di Palermo alla sezione omicidi di Catania, Guarrasi ha la «scorza palermitana» e anche se tenta di assimilare i costumi e la lingua della città etnea si sente sempre palermitana: > e un palermitano a Catania è convinto di non poterci stare bene, anche se in realtà non è così . La vice questore è una leggenda nella polizia avendo salvato un magistrato da un attacco della mafia uccidendo i killer; è determinata, intelligente e intuitiva, ama i casi complessi, oscuri e difficili da risolvere. Il corpo incartapecorito è per molti aspetti un mistero. Innanzitutto bisogna identificarne le generalità e capire quando è avvenuta la morte della donna. Risalendo lungo i fili della vicenda Guarrasi scopre che c'è un legame tra questo corpo e l'omicidio di Gaetano Burrano, avvenuto una ventina di anni prima e il cui assassinio fu fatto risalire alla mafia, che si sarebbe vendicata dell'uomo perché non voleva piegarsi alle richieste dell'organizzazione criminale.  Ma «Gaetano Burrano era stato definito»uno che arriminava (si rimescolava), macari nell'acqua lorda certe volte > . E' possibile che ci fosse dell'altro? E perché la vedova, ricca e potente, ha abbandonato la villa dalla morte del marito e ostacola le indagini in tutti i modi? Incutto«, si direbbe in siciliano per una persona fastidiosa come la vedova Burrano,»uno dei termini dialettali che il vice questore Guarrasi si sforzava di apprendere, e che annotava in una nota creata apposta nel suo iPhone, e intitolata «Catanesate». Guarrasi scopre che Gaetano finanziava un bordello di cui la donna ritrovata era la tenutaria, oltre che la sua amante, e dalla quale ebbe una figlia di cui si sono perse le tracce. La relazione scandalosa  «i na fatta morta» la vedova: potrebbe essere lei l'assassina? E > se il vento del sud che aveva liberato la città dalla pioggia vulcanica avesse iniziato a dissolvere anche la caligine nera che avvolgeva quell'indagine ? E' forte  la suggestione che la scrittrice abbia voluto  emulare Camilleri con la vice questore Guarrasi, proponendo una figura femminile ambientata in Sicilia come il commissario Montalbano. I difetti risiedono proprio nel contesto e nel profilo della protagonista. Catania è disegnata in modo superficiale: banale è l'idea della nube di ceneri così come poco significativi sono i rari squarci del caotico traffico cittadino; più accattivante è il ricorso al dialetto siciliano, suggestivo e incomprensibile alle nostre orecchie. Nel delineare il suo personaggio l'autrice ha avuto forse presente Pedra Delicado di Alicia Gimenez Bartlett (si veda nel sito le recensioni di «Il silenzio dei chiostri» e di «Serpenti nel Paradiso: Riti di Morte»); malgrado il tentativo di dare spessore a Guarrasi con i riferimenti al padre ucciso e all'amore per il magistrato al quale ha salvato la vita, nonostante la descrizione di una vita solitaria e disordinata, in parte mitigata dalle cure di una vicina di casa, la personalità del vice questore non arricchisce la narrazione, restando sullo sfondo e pare spesso stereotipata. Solo la trama sorregge la storia e non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' banale.

Scalia Cristina CassarGiulio Einaudi
Sei Quattro
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Sei Quattro

Mikami lavora nel dipartimento di polizia di una città di provincia, indicata genericamente dall'autore con D. Dopo molti anni trascorsi nella squadra mobile, Mikami è stato trasferito alla direzione amministrativa, responsabile dell'ufficio stampa. Insieme con il nuovo incarico si verificano due fatti che rappresentano i capisaldi dell'intera storia. Da Tokio è previsto la visita del capo della polizia che vuole commemorare l'uccisione di una bambina rapita quattordici anni prima e di cui non si erano trovati i colpevoli. E' stato un grave smacco per D e ufficialmente il capo della polizia intende riaffermare la volontà di trovare gli assassini. Spetta a Mikami organizzare la conferenza stampa e convincere il padre della bambina a presenziare: due compiti difficili perché sono tese le relazioni con i media e perché la famiglia è indispettita dal fallimento della polizia. Da bravo poliziotto che non ha perso il gusto dell'indagine, Mikami scopre che un fitto mistero circonda il caso Sei Quattro, così chiamato nel gergo di D; la squadra mobile ha nascosto un grave errore degli inquirenti: non essere riusciti a riconoscere la voce del rapitore per un banale guasto tecnico. Poi, Mikami viene a sapere che la visita del capo della polizia è l'occasione per commissariare la scuola mobile di D, per farla dipendere direttamente da Tokio. Lotte di potere, errori nell'indagine, omertà e mancanza di trasparenza, rapporti difficili con i mezzi di informazione, sono i filoni conduttori di un romanzo poliziesco ambientato in Giappone ma che potrebbe svolgersi in Italia. Mikami è dinanzi a un dilemma: è ancora un poliziotto, e quindi parte della squadra mobile, o è ormai un funzionario amministrativo e deve diligentemente organizzare la trappola in cui si vuol far cadere il suo vecchio corpo di appartenenza? Mikami risolve il dilemma nell'unico modo che conosce: ritorna ad essere un poliziotto per scoprire cosa c'è dietro all'errore di molti anni prima e per individuare chi era il rapitore che aveva ucciso la bambina. Insieme al nuovo incarico, l'unica figlia di Mikami è scappata di casa e non è stata ancora ritrovata. L'autore ci offre alcuni squarci di una famiglia in cui il padre è sempre dedito al lavoro e la moglie svolge pienamente le sue funzioni di madre e consorte; peccato che non si sono accorti, o non hanno voluto vedere, il crescente malessere della figlia. > Forse eravamo proprio noi a non andare bene >. Parole che ogni genitore dovrebbe scolpire nella mente e nel cuore! Ed allora, sommessamente, sotto un velo di non detto, scopriamo che Mikami ha una faccia particolarmente brutta, tanto che spesso la gente ride di nascosto a guardarlo, e che la figlia assomiglia al padre, soffre della stessa bruttezza. > Si rifiutava di uscire insieme al padre. (...) faceva in modo che i genitori non potessero vedere il suo volto. (...) Con la testa dall'altra parte (...) disse: (...) voglio cambiare tutto, qualsiasi cosa. (...) Gli era sembrato che dicesse: smetto di essere tua figlia >. C'è anche qui un mistero, che porta Mikami a chiedersi perché la moglie, da tutti considerata molto bella, l'abbia voluto sposare. A questa questione il romanzo non dà una risposta, perché l'animo umano è ben più indecifrabile di una vicenda poliziesca.  La vicenda familiare è sommersa dal racconto di un grande intrigo, in cui la parte più interessante è data dai rapporti tra la polizia e i mezzi d'informazione. L'autore descrive in modo minuzioso la difficile gestione dell'ufficio stampa, stretto tra le richieste dei giornalisti e le direttive di scarsa o nulla trasparenza. Il gusto del dettaglio e l'analisi introspettiva caratterizzano l'intera narrazione, con rari colpi di scena, allungandosi nei ragionamenti spesso tortuosi del protagonista. Se ne esce come chi è sommerso da una massa di terra e solo qualche volta intravede un bel fiorellino. Al di là della metafora il romanzo è prolisso e noioso. Perché non leggerlo? E' intrigante la storia, ma la narrazione è noiosa.

Yokoyama HideoOscar Mondadori
Separate flights and other stories
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Separate flights and other stories

«Voli separati» fa parte di una raccolta di racconti, con un unico tema: il disfacimento delle relazioni di coppia allʼinterno della famiglia nucleare, ormai tipica del ceto medio. È sufficiente soffermarsi sulla breve storia che dà il titolo allʼintero volume per cogliere le caratteristiche letterarie dellʼautore e fuggire, il più velocemente possibile, dalla noiosa ripetitività delle situazioni, dei personaggi e dei dialoghi. Beth non riesce a dormire e non accetta di assumere dei sonniferi: desidera sapere perché non riesce a fare una cosa così semplice, come dormire. > Così notte dopo notte andava a letto per restare sveglia. (...) non era attrezzata a risolvere un problema di questo tipo, (...) ciò di cui aveva bisogno era indagare dentro sé stessa, e ciò era un compito doloroso e destinato allʼinsuccesso. Poiché quando cercava di esplorare sé stessa trovava, oh Dio, non trovava niente. Non restava che farsi un gin. Lee, suo marito, deve andare ad un evento aziendale; come fanno spesso, i due prendono voli separati così da evitare che entrambi periscano in un eventuale incidente aereo (è la teoria del portafoglio della finanza, distribuire i rischi!). Berth incontra un uomo, con il quale ha una relazione occasionale. Ed è proprio questo rapporto fuggitivo ed intenso che porta alla luce le cause profonde del malessere: non amava più suo marito. Da tempo > sospettavi che qualche cosa fosse morto nella tua casa, così ti guardavi intorno e vedevi che era da tempo morto anche nelle case di tutti gli altri; allora eri capace di tornare e guardare sotto il tuo proprio letto e trovare, veramente, un cadavere. Lei accettava questa morte. Essa era naturale e prevedibile come una faccia piena di rughe . Ed infatti non cʼè uno sbocco alla crisi matrimoniale, alla perdita dellʼamore, perché è una cosa che «soltanto accade e noi non ci possiamo fare nulla». In una società nella quale tutto si disgrega, anche lʼamore, non resta che il ricorso allʼalcol: la solitudine è una dimensione esistenziale dalla quale non si può sfuggire perché si basa sullʼimmobilismo delle relazioni umane, sulla nostra incapacità di amare realmente o di rovesciare la nostra vita. Il profondo pessimismo dellʼautore lascia in sospeso le storie, non fa evolvere volutamente la narrazione, creando una trama statica, i personaggi sono freddi, senzʼanima, imprigionati in unʼesistenza piatta ed opaca. E fa bene la figlia di Berth a reagire con violenza agli avvertimenti della madre ( > oh mia bambina, salva te stessa. (...) è una farsa, amore, matrimonio, fedeltà..), ed urlare: oh perché sei venuta questa notte! Perché! Perché! Perché non sei rimasta di sopra ad occuparti delle tue proprie sporche faccende!" Non cʼè speranza, forse è vero; ma si avrebbe desiderato un racconto migliore, con dialoghi intensi, qualche colpo di scena e, soprattutto, con approfondimenti dei personaggi e delle situazioni. Ed invece si è dinanzi ad un ritmo narrativo noioso ed opprimente; peccato perché la scrittura è di ottimo livello. Perché non leggerlo? Opprimente e noioso.

Andre DubusOpen Road
I sessanta racconti
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I sessanta racconti

Dino Buzzati è uno dei più affascinanti scrittori italiani del secondo Novecento: sospeso tra fantastico e realismo, ha colto l'angoscia esistenziale dell'uomo contemporaneo, la mancanza di speranza e insieme l'intenso desiderio di fuggire in un mondo migliore, di là dalla realtà; è il Kafka e il Philip Dick della nostra letteratura, spesso così prosaica e lirica. Grande scrittore da leggere a piccole dosi, è un peccato che sia stata ripubblicata questa ampia raccolta di racconti del 1958 perché mostra pure i limiti del mondo poetico e spirituale di Buzzati. Partiamo da un breve racconto, «Una goccia». In un condominio avviene un fatto strano: > una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso sul letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, tic, si ode a intermittenza. (...) Ma che cosa sarebbe poi questa goccia, (...) sarebbe per caso una allegoria? (...) O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Oppure posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo. No, è soltanto una goccia. Nella sua banalità e stranezza una goccia d'acqua saltellante sintetizza il filone narrativo di tutta l'opera di Buzzati: la bizzarria del reale, che non è quello che dovrebbe essere, lo spasmodico bisogno dell'essere umano di radicarsi a qualcosa di concreto insieme con l'attesa di qualcos'altro, il tutto, però, rinchiuso in un mondo claustrofobico dal quale non si può fuggire. Pensiamo a un altro racconto, un bozzetto ironico e gentile della buona borghesia milanese. In «Paura alla Scala» siamo alla prima di un'opera, nel grande teatro si è radunata la società più elegante e ricca di Milano. Si diffonde la voce che sta per scoppiare la rivoluzione; e allora gli spettatori restano dentro la Scala come fosse una sede diplomatica. > Tra tanta gente conosciuta, in un ambiente estraneo alla politica, (...) si sentivano protetti . Con fine psicologia Buzzati descrive le dinamiche di questo mondo «lieto, nobile e civile,» ma spaventato e incapace di reagire. > Nella piazza spuntò un ometto curvo spingendo un carrettino. Con calma estrema (...) l'ometto cominciò a spazzare. Bravo! Bastarono pochi colpi di ramazza. (...) Niente era successo . E che dovrebbe capitare? Ricordando una bellissima poesia di Caproni («Congedo del viaggiatore cerimonioso»), in «Qualcosa era successo» i viaggiatori arrivando alla stazione la trovarono vuota, > finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido. Aiuto! Aiuto! urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati . Non c'è nulla ad aspettarci oltre la nostra triste esistenza. Il tema di un mondo claustrofobico dal quale si sfugge, anche ricorrendo alla fantasia, percorre l'intera raccolta di racconti. Ciascuno di essi affascina il lettore, pur nella differente qualità stilistica e narrativa; il tutto diviene monotono e incombente nel suo pessimismo esistenziale. Il libro dovrebbe essere preso come un breviario, da leggere ogni tanto, qualche breve storia, quando si ha bisogno di ricorrere al fantasy e al paradossale, ma senza avere la pretesa di sollevare lo spirito dinanzi alle brutture del mondo. O forse, come in «Sette piani», splendida narrazione di un ricovero ospedaliero (chi di noi non ha vissuto le paure e la solitudine del malato in balia dei medici?) non resta che il fascino misterioso del paesaggio. > Guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l'impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti e piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi di convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Per apprezzare i racconti occorre fare un ampio ricorso alle citazioni. Infatti, non è la struttura narrativa che avvince, essa è anzi ripetitiva; il punto di forza di Buzzati è la scrittura. C'è da chiedersi come faccia quest' autore a mescolare lo stile fantastico e surreale, persino fantascientifico, con una prosa descrittiva, attenta ai dettagli, all'approfondimento psicologico e al contesto, come vorrebbe il buon romanzo ottocentesco; narrazione sempre elegante, fluida e ricca dal punto di vista lessicale. Perché leggerlo? Tenerlo nel comodino come un breviario, di fantasia ed eleganza.

Dino BuzzatiOscar Mondadori
La sfuriata di Bet
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La sfuriata di Bet

Il romanzo è ambientato a Torino, in questi anni di crisi economica e di disagio sociale. Elisabetta, che vuole essere chiamata Bet, è lʼio narrante di una storia neo realista a lieto fine. > Eravamo una famiglia come tutte le altre, né troppo rumorosa né troppo silenziosa, né ricca né povera, una famiglia operaia come quelle del nostro palazzo e come quelle dei palazzi accanto : una famiglia normale, quando la morte della sorellina travolge il precario equilibrio domestico: il padre abbandona la famiglia, la madre trova un nuovo compagno e Bet si ritrova arrabbiata con il mondo senza una ragione precisa: > penso che sono una ragazza del mio tempo, e che non lo sono. Che abito nel mondo, e il mondo non mi piace, e non mi sento adatta ad esso . La prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita per la sua freschezza, è la narrazione della rabbia di Bet: la solitudine, la noia dellʼambiente scolastico, il conflitto con la madre, sulla quale far ricadere tutte le colpe, lʼidealizzazione del padre, dal quale non potrà che essere delusa, e lʼincontro inaspettato con una giovane donna incinta, con la quale trovare una amicizia. A disturbare il soave e leggero realismo del racconto interviene, purtroppo, una connotazione magica: alla sera, prima di addormentarsi, Bet, se è serena e si è comportata bene ( sic!) vede delle piccole sfere luminose uscire dalle mani e salire verso il cielo ( lʼangelo custode?, lʼanima della sorellina defunta?). È già questo un segnale preoccupante del fatto che il marketing della casa editrice ha messo le mani sul racconto. Ed infatti la seconda parte del romanzo è ricca di sdolcinate e inverosimili vicende: Bet ritrova la solidarietà con la madre partecipando insieme ad una sfortunata azione sindacale ( un pizzico di lotta di classe va di moda), arrabbiata si incatena al calorifero dellʼufficio del preside e diviene famosa tanto da essere invitata in televisione, e, alla fine del racconto, si ritrova intrappolata in un ascensore con lʼamica che sta per partorire, viene a mancare la corrente elettrica, ma, malgrado questi incredibili inconvenienti, Bet riesce a far nascere il bambino, aiutata dalle piccole sfere luminose. Se ci si fermasse alla prima parte del romanzo, si potrebbe parlare di neo realismo, come hanno fatto alcuni critici. Si potrebbe apprezzare lo stile narrativo, semplice ma efficace, a tratti ironico, che dà bene il senso di ciò sorregge la gioventù attuale dinanzi ad una società paternalista ed indifferente: > lʼunica cosa che può tenermi viva, presente e vigile nel rincorrersi dei giorni che mi si dispiegano davanti non è la speranza, ma la curiosità di vedere come andrà a finire, se me la caverò e in quale modo, senza calpestare quei pochi principi che ho maturato fin qui . Cʼera bisogno di rovinare il tutto con un mix di soprannaturale e di soap opera? Perché non leggerlo? Perché siamo stanchi di sdolcinature e vorremo un pizzico di sano e vero realismo.

Christian FrascellaEinaudi ebook
Shanghai Baby
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Shanghai Baby

Resterà deluso chi si aspetta la Cina quotidianamente propinata dai mass media, per denigrarla od esaltarla. Questo romanzo è ambientato a Shanghai ( > una metropoli epicurea, che produceva schiume euforiche, esseri umani di nuova generazione, e che era intrisa, per le strade e nelle viuzze, di unʼatmosfera frivola, triste e misteriosa ), ma il racconto potrebbe parlare di New York, Londra, di qualsiasi altra metropoli. La protagonista, Ni Ke, «ma gli amici mi chiamano Coco», è una ragazza ventiquattrenne, che fa parte di > un gruppo di giovani benestanti e viziosi che ricorrono a parole sempre più esagerate e sempre meno controllabili per procurarsi un piacere sfrenato... siamo un nugolo di bruchi disorientati, con ali fantasiose più virtuali che reali, sentimentali e dipendenti lʼuno dallʼaltro; un nugolo di larve attaccate allo scheletro della nostra città, sensuali e pieni di dolce dinamismo . Quando uscì nel 1999, il libro fu proibito dalle autorità cinesi in quanto descriveva ed esaltava il modo di vivere della «Mian Mian», la beat generation cinese, considerata «immondizia da spazzare via», da mettere al bando ed eliminare. Da questo punto di vista il romanzo è senza dubbio datato, in quanto lʼimpetuoso sviluppo ha imposto > lʼabbigliamento, acconciatura, modo di parlare e di fare lʼamore di Coco, così simile alle giovani abbienti ed istruite di tutti i paesi del mondo. Cʼè, tuttavia, un tema che lo rende ancora interessante: può esistere un amore senza sesso? > Dovevo mantenere una certa distanza fra lʼuomo e la donna, non doveva esserci contatto fisico intimo? O dovevano finire a letto, diventando due amanti inseparabili? Coco ha appena pubblicato un volume di racconti, che lʼha resa famosa ( > ho ricevuto dai lettori di sesso maschile molte lettere dʼamore, corredate quasi tutte di fotografie porno ), lavora come cameriera presso un bar, dove conosce Tiantian, un ragazzo di una > bellezza indescrivibile, che lasciava trapelare stanchezza della vita e desiderio dʼamore. Eravamo due persone diametralmente opposte: io ambiziosa, piena di vitalità, pronta a mordere il mondo come fosse un frutto maturo; e lui taciturno, triste, depresso, che considerava la vita una torta cosparsa di polvere di arsenico . Inizia una storia dʼamore, una relazione profonda, che appagherebbe totalmente Coco se non fosse che Tiantian è impotente, non riesce ad avere un rapporto sessuale completo. Coco è«come un bruco deciso a entrare in una grande mela», vuole vivere intensamente, senza perdersi nulla. Conosce Mark, un tedesco, biondo ed aitante, con il quale tradisce apertamente Tiantian. Gli incontri tra Coco e Mark sono sempre tumultuosi, sfrenati, fisici e violenti, compensati dalle dolcezze amorose e lascive che la ragazza continua a intrattenere, con grande soddisfazione, con Tiantian. Nello sfondo si rincorrono caoticamente i party, le feste, i personaggi, tutti trasgressivi ed esagerati, di una Shanghai cosmopolita e giovanilistica. Tutto sembra naturale: parlare di arte e di letteratura, fare sesso, eterosessuale ed omosessuale, fumare spinelli, ubriacarsi, e far visita ai genitori, sempre pronti ad accogliere nella sicurezza della famiglia tradizionale, con gioia e senza troppe domande, ma con molte preoccupazioni, come i genitori di tutte le parti del mondo. In questo ambiente non ci può essere senso di colpa in Coco, anche quando Tiantian si lascia morire di overdose, travolto dalla sua inadeguatezza come amante ed incapace di liberarsi dagli incubi che lo attanagliano sin dallʼinfanzia. Dietro la personalità di Tiantian si nasconde, infatti, un dramma esistenziale, che nasce dalla convinzione che la madre, unʼ ambiziosa imprenditrice cinese, abbia ucciso il padre. Coco non fa nulla per aiutare lʼamico, perché troppo occupata a vivere pienamente la sfrenata società di Shanghai. Mentre va a consegnare il manoscritto del suo nuovo romanzo, che narra appunto la sua storia con Mark e Tiantian, Coco si sente molto stanca. > Il taxi correva come impazzito lungo la tangenziale, con me e una mia amica a bordo, che sbadigliavamo di continuo . Ed è la noia lʼimpressione prevalente nel lettore. La narrazione si sviluppa lenta, prolissa, in qualche modo scontata. Troppo lontana appare Shanghai per lasciarsi intrigare da questa grande metropoli, così come le riflessioni e le divagazioni di Coco sono spesso banali, letterarie e generiche. Domina una grande superficialità. Perché non leggerlo? Il tema di fondo è interessante, ma il romanzo è noioso.

Weihui ZhouOscar Mondadori
Il silenzio dell'onda
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Il silenzio dell'onda

Roberto ed Emma vengono da due storie differenti: Roberto è un carabiniere in congedo, ha lavorato per molti anni come infiltrato nelle organizzazioni criminali; Emma è unʼ ex attrice, una mamma single di un ragazzino di dodici anni. Le loro vite si incontrano perché sono in cura dallo stesso psichiatra; entrambi devono riuscire a liberarsi > dai pensieri o dai ricordi. Quando arrivano bisogna osservarli con distacco e lasciarli scivolare via . Il racconto è centrato sulla figura di Roberto. Nato negli Stati Uniti, dopo il suicidio del padre (un poliziotto corrotto) è tornato in Italia con la madre. La mancanza del padre non è la sola ferita da rimarginare. Entra nellʼarma dei carabinieri e ben presto viene impegnato, con successo, in operazioni di copertura. > Il mio lavoro era essere un altro. E non è affatto male essere un altro, di tanto in tanto: fa sentire liberi.(...) Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso . Lʼinganno ti porta ad accettare la violenza, anche su bambine, e a tradire la fiducia della donna che si ama, perché figlia di un boss della criminalità. > Sono un vigliacco e una carogna. (...) Mi riusciva così bene di lavorare con i delinquenti perché sono come loro : è un tormento che spinge Roberto sullʼorlo del suicidio. Al confronto, la storia di Emma è prosaica; dopo una ennesima lite coniugale a causa dei tradimenti della donna, il marito si allontana per diverse settimane, senza dare notizie e senza vedere il figlio. La morte dellʼuomo in un incidente automobilistico crea profondi sensi di colpa nella donna, perché si sente responsabile di aver privato il figlio di un ultimo incontro con il padre. Roberto ed Emma affrontano la loro relazione con molta prudenza, anche se entrambi hanno lʼimpressione che tutto si stia muovendo, finalmente, intorno a loro. Ad accelerare la loro storia dʼamore e portarla ad un lieto fine, è il figlio di Emma, il quale rivela il sospetto del coinvolgimento di una compagna in un giro di prostituzione minorile. Lʼintervento di Roberto è, ovviamente, decisivo per porre fine allʼattività criminale e salvare lʼadolescente. Carofiglio è un autore di successo, con una scrittura semplice ed elegante. Ci si domanda per quale motivo abbia scritto una storia così vacua e superficiale: non cʼè azione, i personaggi sono malamente delineati, la trama è scontata. Ad aggravare la già fragile struttura narrativa contribuisce il frequente ricorso ai sogni, premonitori e rivelatori di una verità nascosta nellʼinconscio: una banalità «new age», oggi troppo ricorrente nella letteratura e in molti telefilm americani. Perché non leggerlo? Inutile, vuoto, inconcludente.

Sindrome da panico nella Città dei Lumi
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Sindrome da panico nella Città dei Lumi

Il romanzo si avvia con una scena paradossale e divertente: uno strano editore convoca i suoi autori in un caffè parigino per una «lettura dal vivo» dei loro manoscritti. Li leggeva «esprimendosi»: > era capace di mordersi la lingua, di digrignare i denti, di fischiare...(...) le sue labbra erano in continuo movimento, in un continuo massacro, (...) pure il naso aveva un ruolo nel corso di queste letture, (...) riusciva a imprimere alle narici una sorta di vibrazione, e persino ad aumentare le dimensioni del naso come se soffiasse in un palloncino . Con un inizio così sorprendente ci aspettava un proseguo di altrettanta effervescenza, un racconto ironico e pungente delle vicissitudini di un poeta senza editore: uno scrittore rumeno fuggito a Parigi dopo aver scritto un'unica poesia di successo, fortemente caustica verso l'allora regime comunista. Ci aspetteremo scene esilaranti di autori in competizione per vedere pubblicato il proprio libro; ed invece il nostro poeta è travolto da un susseguirsi confusionario di personaggi e di episodi senza una apparente finalità narrativa. Al centro, tessitore di fili invisibili, sta l'editore visionario e prepotente: vuole abolire l'io narcisista con l'obbligo della terza persona (non si può che dargli ragione!), vuole creare un libro collettivo, frutto di spezzoni del lavoro di ogni suo autore, vaga per Parigi alla ricerca di personaggi improbabili che potrebbero essere scrittori, ripercorre i luoghi degli autori famosi che vivono ancora nella sua mente, mentre i loro libri sono ormai abbandonati negli scaffali polverosi delle biblioteche. I libri sono «morti»: ciò che si può fare è correre ad aprirli e leggerne qualche pagina per renderli vivi almeno un momento; le parole si sovrappongono in un disordine cosmico, non è chiara la distinzione tra realtà e finzione al punto che gli oggetti acquistano vita in una sorta di metamorfosi artistica. Forse, il romanzo vuole essere una metafora di un mondo frammentato, dove non è più possibile trovare un'unità epistemologica e quindi narrativa; non resta che la nostalgia del grande romanzo ottocentesco. Se si scorrono le recensioni di questo sito si possono trovare numerosi romanzi che hanno come protagonista il libro.  «Il gatto che voleva salvare i libri» di Natsukawa Susuke narra il cammino di un giovane eroe che deve superare diverse prove per assicurare un futuro ai libri. In «I miei giorni alla libreria Morisaki» di Satoshi Yagisawa una ragazza ritrova serenità tra i libri per capire poi che la vita è un'altra cosa. In una Russia devastata e violenta «Il Bibliotecario» di Michail Elisarov narra di un gruppo di sopravvissuti che difendono i propri libri come un patrimonio intangibile da preservare. Sono tutti romanzi che hanno una visione positiva del libro, e della letteratura. Dà invece una connotazione negativa alla cultura «Io sono un gatto» di Soseki Natsume; dove un gatto randagio si uccide per sfuggire al chiacchiericcio degli esseri umani, letterati e scienziati. Il tema del romanzo non è quindi originale e poteva essere interessante se inquadrato in una trama narrativa unitaria e si fosse dato risalto a Parigi, ai fasti della città un tempo capitale mondiale della cultura. Predominano il disordine e l'occasionalità rendendo incomprensibile la storia, faticosa da seguire, prolissa e intellettualistica. Perché non leggerlo? Intellettualistico e noioso.

Matei VisniecVoland
Il sogno del Celta
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Il sogno del Celta

Roger Casement è nato nel 1864, nel secolo della conquista del mondo da parte dellʼ Occidente, di ciò che si auto definiva la civiltà. È il giovane Roger crede fortemente nello spirito civilizzatore, ed avventuroso, al punto di decidere andare nel Congo, allora terra di conquista del Belgio. Ma lì la realtà gli si presenta in modo profondamente diverso: > quella povera gente frustata, mutilata, quei bambini con mani e piedi mozzati, che muoiono di fame e di malattia. Quegli esseri spremuti fino allʼestinzione e per di più assassinati. Migliaia, decine, centinaia di migliaia. Da uomini che hanno ricevuto unʼeducazione cristiana. Io li ho visti andare a messa, pregare, comunicarsi, sia prima che dopo aver commesso quei crimini. Forse in quegli anni ho perduto la ragione. E tutto quello che mi è accaduto dopo è stata lʼopera di qualcuno che, anche se non se ne rendeva conto, era pazzo . Ma Roger crede ancora nella civiltà occidentale e quindi dedica la propria vita alla denuncia dei crimini perpetrati ai danni dei popoli. Prima in Congo e poi in Brasile porta avanti una inchiesta per conto del governo inglese sulle condizioni di sfruttamento e sulle barbarie che venivano commesse. Il suo nome diviene famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti al punto che gli viene conferito il titolo di baronetto. Ma è facile stare dalla parte della giustizia quando ciò riguarda terre lontane, soggetti al dominio di altre potenze, in questo caso il Belgio e il Perù. È più difficile misurarsi con ciò che è vicino, come lʼIrlanda. Roger è irlandese e decide di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla lotta per lʼindipendenza per il proprio paese, al punto tale da portare avanti la folle idea di farsi aiutare dalla Germania, durante la prima guerra mondiale. Viene arrestato nel 1916 e condannato a morte. La vita di Roger Casement viene narrata in forma di romanzo, ma in questo caso Vargas non riesce, o non vuole, trasfigurare la storia. Risulta un resoconto ben scritto, ma che non è unʼ indagine documentata, che chiarisca i fatti e le motivazioni di un personaggio così singolare e importante, né riesce a dare al lettore il senso della sofferenza e della disillusione che deve avere in qualche modo dominato il protagonista. È senza dubbio un atto di accusa verso il colonialismo, ma resta come tale senza riuscire a muovere le coscienze. Perché leggerlo? Lʼunico motivo è scoprire un personaggio veramente singolare ed importante.

Llosa Mario VargasGiulio Einaudi
La stanza del Kimono
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La stanza del Kimono

Asako lavora presso una ditta che si occupa di cerimonie nuziali. La malattia del padre la costringe a lasciare un lavoro ben retribuito per dedicarsi al negozio di kimoni della famiglia. > Con il kimono lei aveva una grande familiarità sin da piccola, ma al giorno d'oggi quasi nessuno li porta, se non nelle cerimonie più importanti. Un folclore anacronistico, destinato in ogni caso alla decadenza, un lusso permesso solo a signore ricche e sfaccendate; uno strumento per darsi delle arie: ecco cosa le sembravano . La nonna fa vedere alla nipote la collezione di antichi kimoni, fino allora nascosta in numerosi cassettoni. Con il suo spirito imprenditoriale, Asako decide di aprire un altro negozio, specializzato in kimoni di antiquariato, vere e proprie rarità. Il romanzo si annuncia interessante; quando, senza alcuna apparente connessione con il titolo, la storia scivola in un racconto d'intrecci amorosi, i classici tradimenti di coppie stanche e monotone. Asako conosce il bel Masataka, agente immobiliare di successo, che la mette in contatto con famiglie pronte a liberarsi delle vecchie collezioni di kimono. Entrano in scena anche i rispettivi coniugi: il marito di Asako, apatico e ormai indifferente al sesso, e la moglie di Masataka, la quale soffre ancora degli abusi subiti nell'infanzia da parte di uno zio. I quattro intrecciano reciproche «storie d'amore», all'insaputa dei rispettivi coniugi: relazioni che scatenano sogni sadomasochistici sino allora repressi. Si smarriscono i kimoni, soppiantati da scene al limite della pornografia e da lunghi e inutili dialoghi. I protagonisti raggiungono la soddisfazione sessuale, Il lettore scivola nella noia, decidendo di abbandonare la lettura. La questione è la seguente: cosa c'entra il kimono con scene di sesso e una banale storia di tradimenti e matrimoni stanchi? Si può presumere che l'autrice abbia voluto dire come le rigide e formali tradizioni non abbiano mai realmente plasmato la società giapponese; sotto l'apparente attenzione alle regole e al dettaglio si scatenano pulsioni erotiche, tanto più irrefrenabili quanto più represse. «La stanza del kimono» è un'inutile crudele prigione, una gabbia facilmente travolta alla prima occasione, dalla quale non si riesce a liberarsi fino in fondo, si può soltanto capire meglio se stessi e chi ci circonda (si legga l'epilogo). Questo brutto romanzo è appesantito dal ricorso a un espediente letterario spesso troppo usato dagli scrittori. Ogni capitolo descrive le vicende e i sentimenti dal punto di vista di ciascuno dei protagonisti. Come succede spesso, il racconto é ripetitivo e prolisso, perdendosi l'unitarietà complessiva. Perché non leggerlo? Insulso.

Yuka MurayamaPiemme
Una stella incoronata di buio
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Una stella incoronata di buio

Il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia a Brescia, una bomba uccise otto persone e ne ferì centodue. > Occhi negli occhi, lei gli fa un cenno con la mano. Proprio allora, la bomba esplode. Un boato. Poi fumo (grigio chiaro, bianco, azzurrino, pagine e pagine di deposizioni testimoniali, struggenti, defaticanti...)... Livia non deve aver sentito praticamente nulla. Lʼimmagine che si è portata via sono gli occhi azzurri e sorridenti del marito che le viene incontro . Il libro prende lʼavvio dalla drammatica e struggente descrizione della strage per concludersi idealmente con la scena, altrettanto convulsa e coinvolgente, della lettura della sentenza con la quale la Corte dʼAssise assolse tutti gli imputati, il 16 novembre 2010. La vicenda giudiziaria non si è per altro ancora conclusa: il 12 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha annullato lʼassoluzione di due dei sei imputati. Sono passati quarantʼanni e non ancora si è fatta luce su uno dei fatti più gravi degli anni ʼ70, confermando quanto dichiarò Gianfranco Fini in una trasmissione tv: «le stragi sono un mistero». Ma è ciò che non può accettare Benedetta Tobagi, e con lei Manlio Milani presidente dellʼassociazione vittime delle stragi di Brescia: non per la ricerca di una giustizia vendicativa, ma «per trasmettere la memoria di quanto era successo» e > per capire fine in fondo un periodo di amori e di odio così folle... e guardare laicamente al proprio passato . Questa operazione, di testimonianza e di comprensione ad un tempo, viene portata avanti dalla scrittrice su due livelli. Il primo, senza dubbio il più efficace dal punto di vista letterario, ripercorre lʼesistenza di quattro delle otto vittime: Livia, moglie di Manlio, la coppia Clem ed Alberto, e Giulietta. Sono quattro insegnanti, impegnati nella scuola, nella politica e nel sociale. > Abbiamo le cose che contano realmente, scrisse (Livia) a Manlio quandʼerano fidanzati : era la fiducia «di poter rimodellare il mondo a propria immagine». Con il terrorismo non si sono solo perse delle vite, si è dissolta la speranza di una generazione. Si è prodotta nella coscienza nazionale una ferita non ancora rimarginata, perché oscuri sono rimasti i mandanti, i fatti e i motivi. Il secondo livello del libro riguarda appunto il tentativo della scrittrice di dipanare, o almeno comprendere, il mondo sociale e culturale alla base delle stragi degli anniʼ70. Basandosi su una documentazione molto ricca e ricorrendo anche a interviste a protagonisti, Tobagi scandaglia, forse con troppo dettaglio, la storia della destra eversiva, da Ordine Nuovo sino al ruolo svolto dal Movimento Sociale. Il lettore ne esce ancora più confuso di quanto lo era prima, trovandosi sommerso da avvenimenti e personaggi, senza essere aiutato ad arrivare ad una sintesi. Ma è forse ciò che non cerca la scrittrice, la quale non ha tesi né certezze, ma è interessata a > rompere il cerchio delle accuse reciproche e rendere possibile la pietà, aprendo uno spazio di reale comprensione umana anche per le vittime della parte avversa, rimaste impigliate nello scontro come capri espiatori . Questo libro persegue troppi obiettivi: la narrazione delle vittime, della loro vita e di come sono arrivate inconsapevolmente alla morte; il rapporto con Manlio Milani e quindi il racconto, purtroppo solo abbozzato, del legame tra due persone così distanti anagraficamente ma entrambe coinvolte in un lutto devastante perché frutto della violenza: Benedetta figlia del giornalista Tobagi, ucciso dalle brigate rosse, e Manlio marito di Livia; la ricostruzione, appassionata e meticolosa, dei giovani che si schierarono nella destra eversiva per «la pulsione verso un fascismo esistenziale», per il «culto della forza fisica, fascinazione per le armi» e per cattivi maestri. In questo miscuglio di generi e finalità lʼinchiesta giornalistica prende il sopravvento, creando un accavallarsi di informazioni e considerazioni, che rendono noiosa la lettura. Insomma non tutti sono Roberto Saviano. Perché non leggerlo? È alla fine noioso e non aiuta la comprensione di ciò è avvenuto.

Benedetta TobagiGiulio Einaudi
Strada Provinciale tre
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Strada Provinciale tre

Lo spunto del libro è molto interessante. Vera, apparentemente moglie felice, abbandona marito, famiglia e lavoro. Comincia a camminare per una strada provinciale: > ha cominciato camminando, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro . > La strada è una strada larga che taglia una campagna distrutta. Una distruzione precisa, geometrica . > Sotto i suoi occhi la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. È il mondo visto dal basso . «Sei libera, penso. Sono libera. E sto correndo. Non c’è un ricordo». In queste frasi iniziali c’è la sintesi e la parte migliore del racconto, che poi si sviluppa in modo ripetitivo e senza una vero svolgimento. Vera incontra diversi personaggi (un vecchio, un giovane immigrato) e subisce la violenza della strada. In realtà in una questa corsa per la strada, Vera viene a conoscenza di un mondo, che prima non conosceva: i poveri, gli abbandonati, i derelitti, i violenti. Ma non si tratta di un romanzo a sfondo sociale. In realtà si tratta di una storia intimistica: un continuo oscillare tra il ricordo e l’immaginazione. Tutti i personaggi ricordano la loro vita e i sogni che hanno realizzato. Vera pensava di poter vivere di niente, sola con i suoi disegni, e poi sognava di avere dei gemelli, due figli identici. In realtà Vera vuole scappare da un incubo, da un sogno nel quale continuamente ritorna: il dolore per un aborto, per un figlio non avuto. E ricomincia a correre sapendo di restare sempre ferma, perché non c’è possibilità di scappare. > Magari potrebbe restare qui ferma, piantata come un albero, a guardare le stagioni che passano, e tornano, a guardare i camion, le automobili, tutta questa gente che passa e alla quale di lei non importa niente, nessuno che si domandi chi sia quella donna, ferma lungo la strada e perché sia lì. Solo un dettaglio insignificante di un paesaggio visto in corsa da un finestrino, con la coda dell’occhio. Un cespuglio, un albero, un muro, un sasso conficcato nell’asfalto, una staccionata nascosta dall’erba . Il romanzo è scandito come una serie di poesie: metafore e meditazioni espresse in modo efficace, ma che si perdono nella ripetitività, nella mancanza di ritmo e di azione, che contraddistingue il racconto. Non c’è svolgimento ma un continuo ritorno al tema iniziale, alla rappresentazione di una angoscia esistenziale e ambientale. La congiunzione tra le vicende individuali (le «storie» di ciascuno) e un contesto squallido e ormai distrutto nella sua identità, costituisce un tema di grande rilievo. Il modo come viene comunicato dalla scrittrice appare più consono alla forma poetica che a quella del racconto. E alla fine risulta pesante e per molti aspetti ermetico.

Simona VinciGiulio Einaudi
The Tent (Microfiction)
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The Tent (Microfiction)

Il libro è una raccolta di storie minime: da qui proviene il titolo Microfiction dellʼedizione italiana, il quale non dà tuttavia il senso complessivo dei racconti. Sin dallʼinizio la scrittrice dichiara che > sta lavorando alla storia della sua vita, (ma chi) volesse una linea narrativa avrebbe dovuto chiederlo prima. (...) Prima che scoprissi le virtù delle forbici, le virtù del mettere insieme . Le storie minime sono frammenti di vita, sono lʼespressione di una realtà che non può più essere ricomposta. Nel racconto «Versione di Orazio» Atwood prende le mosse dal dramma di Amleto per giungere ad una riflessione su se stessa come narratrice delle vicende umane. > Così andai indietro alle storie di singoli fatti. (...) La rivoluzione francese, il Terrore, il commercio degli schiavi, (...) Vietnam, il Medio Oriente, Cambogia, tu li nomini. Io ero là. Talvolta ero un venditore di mercanzie, talvolta una staffetta, talvolta uno spettatore, talvolta chi elargiva aiuti. (...) Ho parlato alle vittime della fame, agli orfani di guerra, a chi è sopravvissuto a massacri e stupri, a coloro che li hanno commessi, ogni sorta di gente, con le mani pulite e sporche. (...) Penso che sono pronta a parlare. Dire come le cose sono, adesso, in questo mondo. Finalmente, sono pronta ad iniziare . Ma cosa posso veramente dire? > Così dovresti ascoltare di fatti corporei, sanguinosi, e innaturali; di giudizi casuali, massacri senza senso; di morti perpetrate con la forza e lʼinganno; e, in sostanza, fini sbagliati, ideati dalle menti dei creatori. Tutto questo posso io veramente dare . Ma tutto ciò che avviene di terribile nel mondo non è altro che «uno specchio magico» della mente umana. > Guarda nel magico specchio, dolce lettore. Guarda nel profondo ed eterno desiderio del bene. Chiedi a te stesso. Ma Atwood, come lʼintera umanità, è persa in una «impenetrabile foresta» , nella quale si può trovare rifugio solo in una tenda, metafora dello scrivere. > Perché tu immagini questo tuo scrivere, questa grafomania in una fragile cava, questo scribacchiare di qua e di là, su e giù tra le pareti di ciò che sta cominciando a sembrare una prigione, non in grado di proteggere nessuno? È un illusione, la convinzione che il tuo scarabocchiare sia una sorta di corazza, quasi seducente, perché nessuno conosce meglio di te quanto sia fragile il tuo rifugio . Le storie minime non sono frammenti isolati, chicche stilistiche di una grande scrittrice, ma rappresentano una riflessione sul destino del genere umano e sulla funzione dellʼintellettuale, dello scrittore. Possiamo ancora rappresentare la nostra epoca mediante una grande narrazione? O, come i conflitti, le distruzioni, le morti si susseguono e si sovrappongono senza una ragione, senza poter essere nemmeno spiegate, così lo scrittore non può che rifugiarsi in una tenda, dove esprimere sprazzi di dolore e di razionalità. Non è neanche più possibile raccontare, si può solo evocare. Come succede spesso, i pregi sono anche i limiti. Atwood fa poesia con la sintassi e lo stile della prosa. Il confine tra i due generi letterari è labile, le suggestioni prevalgono sul discorso. Senza una struttura narrativa, che dia sintesi e ritmo, ogni racconto scivola nel paradosso, nelle parole ripetute, spesso senza che ne si comprenda il senso. Se si escludono alcuni sprazzi, come i bellissimi «Foresta Impenetrabile e»La Tenda", il tutto risulta prolisso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso e intellettualistico.

Margaret AtwoodAnchor Books
Il testamento di Nobel
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Il testamento di Nobel

Annika è una giornalista, sposata con un noioso e antipatico funzionario pubblico. Il loro matrimonio è in crisi. Casualmente Annika è lʼunica persona che ha intravisto lʼassassino, o meglio lʼassassina, della presidente del comitato che designa i vincitori dei Nobel. Da questo episodio dipartono numerosi filoni narrativi, forse anche troppi: le rivalità e i segreti della comunità scientifica svedese, una serie di delitti atroci perseguiti per liberarsi di possibili concorrenti al premio Nobel, i soprusi commessi dai governi europei per compiacere la Cia nella lotta al terrorismo, il tentativo di limitare le libertà personali rendendo legali le intercettazioni telefoniche, la crisi del giornalismo e della stampa, la fatica di una vita familiare tutta a carico della donna. In questo intreccio di vicende si inserisce anche il richiamo ad una storia del ʼ 500 ( una ragazza aveva atrocemente ucciso il padre che lʼabusava sessualmente): storia che aveva affascinato Alfred Nobel a suo tempo e che ha ispirato lʼassassino, un ambizioso e sadico scienziato. I diversi filoni narrativi si sovrappongono, senza giungere ad una vera conclusione, se si esclude la scoperta del colpevole, come in tutti i «noir» che si rispettano. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a dare ritmo alle vicende né a creare unʼ atmosfera di suspense. Le pagine scorrono noiose, talvolta anche ripetitive e i momenti migliori del romanzo si riducono alla prima scena, quella dellʼuccisione della presidente del comitato, e a quella conclusiva, nella quale la protagonista sfugge miracolosamente ad un incendio doloso. Perché non leggerlo? È lungo e sembra scritto più per aiutare il sonno che per avvincere i lettore.

Liza MarklundMarsilio
Tira fuori la lingua
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Tira fuori la lingua

> Il cielo era talmente azzurro e trasparente che sembrava non esserci aria. (...) In lontananza, ai piedi di una montagna, vedevo il villaggio (...). Un centinaio di case di fango allineate lungo le pendici, e su ogni tetto una bandierina di preghiera. Più su, a metà strada dalla vetta, cʼera un piccolo tempio buddhista con i muri dipinti a righe rosse e bianche e una striscia di azzurro sotto le gronde. (...) Tutto ciò che si muoveva: nuvole, pecore, cani, bandiere di preghiera, donne con bambini in braccio e io, un cinese alla deriva appena arrivato da oriente, lo faceva al rallentatore . Il protagonista e narratore ha intrapreso il viaggio in Tibet nella speranza di ritrovare la voglia di vivere, una nuova energia spirituale. Ma > in questa terra sacra sembrava che Buddha non riuscisse a salvare se stesso, come potevo aspettarmi che salvasse me? Il Tibet si rivela un incubo, dove > la gente sopporta durezze che sono al di là della possibilità di comprensione del mondo moderno. Scrivo questa storia nella speranza di poter cominciare a dimenticarla . Il libro è un insieme di racconti, di una tale brutalità selvaggia da lasciare nel lettore «un rigurgito cattivo, acre, fino in bocca». Prendiamo lʼultimo racconto della raccolta: il nostro viaggiatore cinese narra la vicenda di una bambina che viene prescelta come il nuovo Buddha vivente. Siamo dinanzi alla massima spiritualità della religione tibetana. La bambina diviene adolescente nel monastero, dove studia e si prepara allʼalto incarico. Come tutte le ragazze sente i primi brividi dellʼamore, di un amore da fanciulla, romantico, pudico e fatto di sguardi, di pensieri e sensazioni. Ma giunge il momento dellʼiniziazione, della Cerimonia dei Pieni Poteri: in che cosa consiste? Prima viene violentata da un monaco dinanzi a tutta la comunità; poi, secondo il rituale, deve meditare nel ghiaccio per tre giorni prima che la sua natura di Buddha si manifesti. La ragazza muore la seconda notte nel fiume gelato e diviene > un corpo di ghiaccio adagiato sul ghiaccio. (...) Tutti guardavano gli organi che fluttuavano nel corpo trasparente. (...) Ora il teschio riposa sulla mia scrivania. (...) Accetterò qualsiasi offerta purché sufficiente a coprire le spese dei miei viaggi a nord - est . La censura è sempre da condannare: non si può proibire la pubblicazione di un libro, quali siano il contenuto e il valore artistico. Condivido, tuttavia, il giudizio delle autorità cinesi: il libro è «volgare e osceno». È vero che idealizzare i tibetani «equivale a negare la loro umanità», ma la descrizione dei costumi del Tibet da parte dellʼautore riflette in modo eccessivo il punto di vista di chi si crede superiore e non cerca di indagare le peculiarità di un popolo, soffermandosi soltanto sugli aspetti più brutali e incomprensibili. Perché non leggerlo? È inutile per la conoscenza del Tibet e giustifica implicitamente la soppressione di questa civiltà da parte dei cinesi. È un libro neo colonialista.

Jian MaFeltrinelli Editore
La treccia della nonna
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La treccia della nonna

Il tema di questo romanzo é affine a quello di Domenico Starnone in «Vita mortale e immortale della bambina di Milano», recensito recentemente in questo sito. Come il racconto dello scrittore napoletano verte sulla figura della «nonna serva» e del suo amore, poi tradito, per il nipote, anche qui è una nonna al centro della narrazione: una nonna pronta a mettersi al servizio del piccolo orfano: fragile, malaticcio, un po' tonto, e per questo una palla al piede. > Quando arrivammo in Germania, per prima cosa la nonna mi portò dal pediatra. In realtà, mi spiegò per strada, era quello il vero motivo per cui eravamo emigrati: farmi finalmente curare da un medico come si deve, che magari potesse darci la speranza (...) che un giorno avrei raggiunto l'età adulta . Il nipote si adagia sotto l'ala materna della nonna, con la quale instaura una relazione d'amore, densa di un inconfessabile erotismo. Ed è per questo che è il piccolo, ancora bambino, ad accorgersi per primo che il nonno, il «bell'asiatico», si è innamorato di un'altra donna. Il romanzo inizia con questa scoperta. > Per me era già un vecchio bacucco (...) e il suo nuovo, tenero segreto mi travolse con un'ondata di ammirazione mista a gongolamento , cosi si esprime il ragazzo, narratore e protagonista insieme al personaggio della nonna. Se il racconto avesse indagato la relazione complessa e forse incestuosa tra una madre sovrabbondante (autoritaria, invadente e sovrastante) e una personalità che per crescere non poteva che emanciparsi, il romanzo sarebbe stato senza dubbio intrigante e da leggere. Invece l'autrice si concentra sul personaggio della nonna sino a renderla una figura caricaturale. Rinchiusa nel suo ruolo matriarcale, una volta che si accorge del tradimento del marito, la donna non si adira, non lo caccia né pare soffrirne: al «bell'asiatico» è permesso tutto, è nella sua natura. Va oltre. Si fa carico del bambino nato dalla relazione dell'uomo con una giovane donna, accoglie quest'ultima, caduta in una grave depressione; apre una scuola di ballo e assume la gestione della ditta del marito alla morte di quest'ultimo. E' troppo per essere verosimile. Dinanzi a tanta ridondanza l'emancipazione del nipote assume la forma del tradimento. Il ragazzo taglia la meravigliosa treccia della nonna. > Avvolgila nel giornale. Portala come ricordo. Tra poco te ne andrai. Fiuto i traditori a un chilometro di distanza controvento.(...) Avvicinò la faccia alla mia, tanto che distinsi il mio riflesso sulle sue pupille. Lo vedo, ripeté con veemenza e mi spinse via . Nonostante sia scritto bene, scorra fluido e leggero, delizioso e arguto (si pensi alla vergogna del nipote per la presenza della nonna a scuola), il romanzo è insignificante. L'autrice, per esempio, non approfondisce il tema della lingua: la nonna che continua a parlare russo nonostante viva in Germania, e il nipote che si emancipa anche tramite l'acquisizione del tedesco; tema identitario affascinante trattato da Starnone nel romanzo già citato, e da altri autori: vengono in mente «The Namesake» di Lahiri Jhumpa e lo splendido «We Need New Names» di Bulawayo Noviolet (due libri recensiti in questo sito). Al contrario, le implicazioni sociali, politiche e antropologiche della lingua sono sviluppate in questo romanzo in modo superficiale e banale. Perché non leggerlo? Insignificante.

Alina BronskyKeller Editore
Un Amore Socialista
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Un Amore Socialista

> Qui vivo come vivevo dappertutto cioè come Kuliscioff: citata in una bella pubblicazione a cura di Vittorina Maestroni e Thomas Casadei (" Medicina, politica, emancipazione. Anna Kuliscioff e noi" Mucchi editore 2024), questa frase sintetizza bene la personalità di Anna Kuliscioff: tante professioni, tanti impegni e tante nazionalità, ma sempre sé stessa. Non è un caso che questa affermazione orgogliosa è riportata da una lettera ad Andrea Costa, allora suo compagno di vita e padre dell'unica figlia Andreina. Anna si trova a Napoli a studiare medicina e la loro storia si sta sfilacciando, per finire a breve. Ma chi era Anna Kuliscioff? Nata Anja Rosenstein fra il 1853 e il 1857 in Russia da una ricca famiglia di commercianti ebrei, è dapprima anarchica, "ridenominandosi" per questo Anna Kuliscioff per richiamare il sostantivo "kules" : la zuppa che era allora l'unico pasto dei poveri. Conosce poi, nel 1877, Andrea Costa, con il quale ha un'intensa relazione sentimentale e con cui fonda il Partito Socialista italiano. Costa è il classico romagnolo, bei baffi, irruento e temerario. Fin qui capiamo il fascino del giovane rivoluzionario sull'esile, elegante e poliglotta aristocratica. Tutti i ritratti di Anna concordano nel presentarla come > una giovane donna bionda con la fronte alta, la carnagione chiarissima e gli occhi azzurri, e come disse Filippo Turati > appena la vidi, Anna era bellissima. Un'apparizione di luce. Meno chiaro che cosa abbia trovato Anna in Filippo Turati quando nel 1885 lo incontra ed avvia con lui una relazione "more uxorio", che durerà tutta la vita, sino alla morte di Anna nel 1925. Filippo stesso si definisce *un fauno*, grande e grosso, impacciato, oppresso da disturbi nervosi, talmente legato alla madre da dormire presso di lei tutte le notti, e non nella dimora comune che Anna e Filippo avevano a Milano. E' da questa complessa relazione che una biografia romanzata sarebbe dovuta partire per comprendere la contradditoria personalità di Anna: al centro di uno dei salotti più esclusivi di Milano, ben accolta dall'aristocrazia lombarda per i suoi modi raffinati, scienziata tanto da essere apprezzata dallo stesso Cesare Lombroso, "medico dei poveri" con il suo studio sempre aperto alle donne lavoratrici, e per questo femminista che pose al centro la condizione femminile nel mondo del lavoro, anche in contrasto con altre importanti femministe del tempo, ispiratrice della prima legislazione a protezione delle donne in maternità e dei loro bambini, ed infine la più cosmopolita dei leader socialisti di allora, capace di dialogare con Engels e con la socialdemocrazia tedesca. > L'armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono di Turati, così scrive Anna a Napoleone Colajanni nel 1885; e dunque trova in Filippo un uomo buono, che seppe fare da padre alla piccola Andreina senza essere invasivo: un rapporto filiale che doveva essere stato intenso se la figlia di Anna presentò il suo fidanzato a Filippo prima di affrontare la madre, che sapeva sarebbe rimasta dispiaciuta che Andreina avesse scelto il rampollo di una ricca e tradizionale famiglia imprenditoriale. Ma Anna è una donna ambiziosa e realista ad un tempo; sa che non potrà contare in politica come donna e quindi "si serve" di Turati, un uomo dolce e innamorato, per portare battaglie politiche in parlamento e nella società. Filippo il più delle volte non è d'accordo, talvolta non ascolta la moglie, spesso però sostiene le idee di Anna, tra le maligne ironie dei colleghi. Fin qui verrebbe fuori un'immagine di una donna strumentalmente legata a Filippo, quasi un'approfittatrice della posizione di Turati. Se si studiano, però, le lettere tra i due al di là della chiave politica, emerge un grande amore da parte di Anna. Nella famosa "polemica in famiglia" Anna accusa apertamente Turati di conservatorismo e di essere succube della dirigenza del partito che non vuole estendere il suffragio universale alle donne; ma subito dopo si preoccupa che Filippo si metta la maglia di lana perché è cagionevole di salute e lo chiama con un affettuoso nomignolo milanese. Quanto disperato amore si percepisce in queste parole: > Ti giuro che forse mai nessuno ti abbia voluto bene quanto te ne voglio io, e forse è questa la mia disgrazia. Lontana da te, avendo già radicato il dubbio, che forse meglio sarebbe per te ch’io scompaia, e che tu possa incontrare ancora una donna che sapesse renderti veramente felice, la minima tua indifferenza verso di me s’ingigantisce e si pianta là fra noi due come uno scoglio insormontabile. (Lettera di Kuliscioff a Turati nel 1900 da Salsomaggiore). Scrivere una biografia "romanzata" è molto difficile: bisogna inquadrare storicamente la vita del personaggio e nel contempo essere capaci di dare spessore a figure spesso complesse. Si prenda, per esempio, "La notte della Cometa" di Sebastiano Vassalli in cui Dino Campana è narrato nelle sue sfaccettature più segrete, contestualizzando la vita del grande poeta nell'ambiente della Marradi primo novecento, nelle dinamiche familiari di una borghesia provinciale e alla luce della legge manicomiale del 1904. L'immagine del "poeta pazzo" si dissolve sotto la penna appassionata di Vassalli. Senza chiamare in causa un grande scrittore, si pensi a "Artemisia e i colori delle stelle" di Raffaele Messina, il quale si prende la libertà di immaginare che la famosa pittrice rifletta sulla sua vita e sulla condanna che si porta dietro per sempre, di essere ricordata per il famoso stupro, e non per la sua arte. Quest'idea narrativa dà ritmo alla biografia, insieme con l'ambiente napoletano così ben descritto dall'autore (si vedano le recensioni di questi due libri su questo sito). Tutto ciò manca in "Un Amore Socialista", non c'è la passione, manca il coraggio d'inventare, di volare con l'immaginazione, e bisogna dire che non c'è pure la scrittura. È una cronaca piatta, tanto più difettosa perché presuppone che i lettori riescano a contestualizzare da soli gli avvenimenti, e parliamo di fatti tra l' Ottocento e il Novecento. Perché non leggerlo? È deludente, soprattutto per noi innamorati di Anna Kuliscioff

Gli uomini pesce
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Gli uomini pesce

Antonia Nevi è una giovane geografa dell'Università di Padova e ha ereditato da suo zio, Ilario Nevi, una casa a Focomorto nel ferrarese, un terreno a Isola di Ariano nel Polesine e un cospicuo gruzzolo di denaro. Siamo nel Delta del Po, un vasto territorio, che, come descrive la stessa Antonia in un suo saggio, il grande fiume > ha scavato, modificato e nutrito, ma anche terrorizzato e devastato , ed è stato definitivamente travolto nel secondo dopoguerra, dalla cementificazione della costa ai prosciugamenti, che hanno lasciato un ambiente lacerato e ampi spazi spopolati. Per Antonia è l'occasione per tornare in un luogo amato dopo dolorose esperienze personali (ha perso due gemelli che portava in grembo) e una relazione sentimentale in crisi; ma è soprattutto un modo per rievocare la memoria dello zio, figura per lei importante. Da chi le è venuta la passione per il Delta del Po se non da Ilario Nevi, che prima ha vissuto questa terra come partigiano, poi ne ha documentato la povertà e la devastazione, e infine vi è andato a rintanarsi nei lunghi anni della vecchiaia? Ilario Nevi > non aveva mai dimostrato la sua età. A settant'anni sembrava un cinquantenne, a quasi cento gliene avresti dati ottanta. Capelli ancora in discreto numero, fisico asciutto giusto un poco largo ai fianchi, andatura diritta, sguardo attento. Fino all'ultimo impeccabile nel vestire -- sempre in completo, mai visto con indosso una tuta-- e, naturalmente, ben rasato. Durante la perlustrazione del terreno avuto in eredità Antonia scopre in un capanno > statuette e statue di varie dimensioni. (...) Disegni a matita, a carboncino, acquarelli... Tutte repliche della stessa creatura. L'essere era vagamente antropomorfo, le sue posizioni più o meno quelle dell'uomo vitruviano, ma la testa, bianca e priva di collo era quella di un pesce. (...) La pelle del dorso e delle membra era coperta di scaglie dorate, mentre il ventre era bianco, come la testa, e diafano. (...) L'essere aveva branchie, e i quattro arti terminavano con dita palmate e artigli adunchi. Tra le gambe, o quel che erano, si vedevano, ben tratteggiati, ora un pene, ora una vulva, ora entrambi. La storia suscita grandi attese: siamo dinanzi a un testimone di un passato in cui la terra e l'acqua convivevano, dando origine a esseri ibridi? Ci aspettiamo che Antonia voglia indagare questo mistero, ricostruendo gli ultimi anni di vita dello zio: anni dedicati all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente. Alcune pagine paiono andare in questa direzione; e invece, come succede quando si vuol dire troppo, l'autore ci conduce in una storia partigiana, nelle vicende di Ilario Nevi nella Roma cinematografica degli anni'80, e soprattutto l'Uomo Pesce non è un essere ibrido: banalmente lo zio era una donna, che ha vissuto tutta la vita nascosto/a nelle sembianze di un maschio. Tanta è stata la delusione che ho abbandonato la lettura a pagina 309, seguendo la regola di Daniel Pennac: «un libro ci cade dalle mani? lasciamo che cada» (da «Come un Romanzo» 1993).   Quando sono andato alla presentazione del libro, si era creato un grande polverone. Diverse istituzioni di Ravenna avevano rifiutato la sala allo scrittore; pareva che Wu Ming 1 volesse incolpare le disastrose alluvioni del 2023 e del 2024 alla pessima gestione del territorio (come negarlo?) e quindi alle Amministrazioni regionali e locali. Avevo, anzi, supposto, sbagliando, che con «Gli uomini pesce» si intendesse criticare le bonifiche e prefigurare una riconquista del territorio da parte dell'acqua: tesi, forse irrealistica, ma senza dubbio stimolante. Il romanzo non è niente di questo. Ci scandalizziamo ancora di un «transgender»?  Un altro motivo che mi ha indotto a «far cadere» il libro sono state la scrittura e la struttura narrativa. La prima è spezzettata in frasi brevi, con un ricorso all'uso ormai imperante di periodi senza verbo tra due punti come segni di interpunzione; ma perché non usare il punto e virgola e i due punti? La trama è prolissa e confusa, anche per la sovrapposizione di diverse vicende, che contribuiscono a disperdere il filone principale, che dovrebbe ruotare attorno ad Antonia, il suo amore per il Delta del Po, il suo affetto per lo zio. Perché non leggerlo? Noioso e prolisso.

Ming 1 WuGiulio Einaudi
Vai all'inferno, Dante!
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Vai all'inferno, Dante!

Vasco Guidobaldi, di antica e ricca famiglia fiorentina, è un adolescente viziato, strafottente ed egoista, abituato ad averle tutte vinte, a casa, a scuola e con gli amici. Ha perso da poco la mamma e il padre si è rinchiuso in un profondo isolamento; sotto la patina di spensierato ragazzo si nasconde una acuta sofferenza, un misto di rimpianti e di rassegnazione. Sfoga la rabbia con Fortnite, un videogioco, un campo di battaglia virtuale, dove è spesso vincitore.  > A separare nettamente la mia vita vera da Fortnite non c'è un fiume, non c'è una montagna, ma solo una frontiera immaginaria che spesso attraverso senza accorgermene....) A me il gioco piace, perché l'adrenalina che mi entra nella pancia scaccia il leone che mi morde il cuore, come fa l'odio quando gioco a Fortnite. Almeno per quell'ora. Quando all'improvviso irrompe in Fortnite un nuovo giocatore che sbaraglia Vasco; si fa chiamare Dante e lancia un avvertimento: > fatto non fosti per killare B.R.U.T.O./ma per soccomber sempre contro Dante./Presto saprai perché son venuto . Forse troppo presto per la suspense del racconto, scopriamo che il nuovo concorrente è proprio Dante Alighieri, sceso in terra su richiesta della mamma di Vasco, preoccupata per il figlio. > Nel cielo bello d'anime beate/a me si avvicinò ombra gentile/con l'eleganza che usano le fate./(...) fagli da guida come fu Virgilio, /insegnagli l'amore e la sapienza,/come fosse tuo e non mio figlio. (...) Questa cosa  mi fa impazzire di gioia, ma anche impazzire e basta. E' come se la vedessi al di là di un vetro infrangibile; le nostre mani possono avvicinarsi, ma non toccarsi veramente . E se è ovvio che l'amore materno compia il miracolo della redenzione, è interessante il rovesciamento del personaggio Dante, che, da ignaro viaggiatore che va verso la beatitudine per amore di Virgilio e Beatrice, diviene qui Guida lui stesso del cammino di un adolescente: la relazione con Vasco, di cui è mentore e amico ad un tempo, umanizza il grande poeta, spesso rappresentato altero, distante e già vecchio. Sarebbe stato un bel messaggio per tanti dantisti e professori noiosi, ma questa geniale intuizione  non viene sviluppata dall'autore: come l'innominato di Manzoni (si veda la recensione su «I Promessi Sposi» in questo sito) Vasco si converte senza resistenze, divenendo un bravo ragazzo, studioso, gentile, pronto a dare solidarietà e amore. Seguono trecento pagine inutili. Siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, nel quale ambienti tipicamente giovanili, come i videogiochi, il calcio e la musica rap, si mescolano efficacemente con la Divina Commedia, raccontata in questo modo agli adolescenti. L'autore deve essere un lettore attento di Dante Alighieri, del cui poema coglie aspetti profondamente attuali, come quando fa dire al poeta: > Impara che l'amor non è denaro. /Non mille baci ti faranno ricco/se poi di sentimenti resti avaro.(...) Io invece amai come insegna il sole/che sulla luna mai le mani ha messo/(...) A ogni tramonto, le regala il cielo . Si sente tutto il Paradiso dove l'amore per Beatrice, e per il sommo Bene, fa «trasumanar» Dante  e lo rende «colui che sognando vede» (Canto I verso 70 e Canto XXXIII verso 58 del Paradiso). Ancora una volta, come in Harry Potter (vedi recensione di «Harry Potter e la pietra filosofale» in questo sito) il passaggio dall'adolescenza all'età adulta richiede l'intervento di una forza esterna, dotata di poteri magici, e non implica uno sviluppo autonomo della consapevolezza, come avviene invece nell' Isola del Tesoro (si veda recensione su «L'Isola del Tesoro» in questo sito): se pensiamo che questo libro è rivolto alle ragazze e ai ragazzi con dispiacere dobbiamo constatare come ancora una volta il messaggio sia paternalistico e protettivo, non favorendo di fatto una crescita effettiva dell'individuo. Perché non leggerlo? E' noioso.

Luigi GarlandoOscar Mondadori
Verità e Menzogna
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Verità e Menzogna

Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di «Lettere di una novizia» del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di «Le stelle fredde» del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in «Diana, risveglio», > nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno . Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre  da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale > c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire . Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). > Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile? A questo punto il suicidio è avvenuto . Solo con la morte > il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto . Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di «esistenze innumerevoli» (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse «non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga», tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come «una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima»; o come dice Luzi in "Anno" > tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota .  Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare  nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, > tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa. Vicino alla morte, estenuato dalla «delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito»,Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte.  Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' un delirio.

Guido PioveneOscar Mondadori
La verità sul caso Harry Quebert
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La verità sul caso Harry Quebert

Marcus è un giovane scrittore di successo, ma ha perso lʼispirazione.È nel panico e decide di rivolgersi al suo mentore: Harry Quebert, un celeberrimo scrittore che negli anni ʼ70 aveva venduto oltre quindici milioni di copie con il suo secondo libro, Le origini del male. I suggerimenti di Harry sono rassicuranti, anche se inquietanti alla luce della conclusione del romanzo: > le pagine bianche sono una stupidaggine, esattamente come le débacles sessuali dovute ad ansia da prestazione e consiglia Marcus di venire a vivere presso di lui, nella tranquilla città di Aurora. Il giovane accetta ma si viene a trovare al centro di un indagine poliziesca, che coinvolge in prima persona Harry. Vengono rinvenuti i resti di una quindicenne, scomparsa nel 1975, e numerosi indizi fanno pensare che sia Harry lʼassassino: il cadavere è stato ritrovato nel giardino della sua casa con accanto il manoscritto del celebre romanzo, Harry aveva avuto una storia dʼamore con la ragazza ed è probabile che lʼabbia uccisa per evitare che scoppiasse uno scandalo. Marcus non accetta le conclusioni della polizia e si mette in moto per confutare le accuse e trovare il vero assassino. Lentamente, anche troppo, si dipanano i fatti che portarono alla tragica fine della quindicenne. La ricostruzione della verità si sviluppa su due livelli narrativi, incastonati lʼuno nellʼaltro. Il primo livello racconta lʼindagine di Marcus e quindi la graduale scoperta di ciò che avvenne realmente tanti anni prima. Il racconto di Harry e degli altri personaggi permette anche di sviluppare il secondo livello, ossia la narrazione al presente delle vicende di allora. Se il primo livello ha maggiormente i connotati del classico «noir» di provincia , i «flash back» sembrano voler sondare soprattutto le storie individuali dei personaggi, in particolare di Harry e della ragazza. Perché lʼamico ha voluto farsi coinvolgere in una storia dʼamore con una quindicenne: per superficialità, perché veramente innamorato o perché era alla ricerca di materiali per un romanzo? Come Marcus si serve dei segreti, per tanti anni gelosamente custoditi, dellʼamico e degli altri personaggi, così Harry aveva «rubato» il libro di un altro per diventare uno scrittore di successo. > Ero terrorizzato, Marcus! Quellʼestate facevo una fatica enorme a scrivere. Pensavo che non ce lʼavrei mai fatta... e avevo in mano il manoscritto originale di quello che consideravo un capolavoro. Allora ho deciso di farlo mio. Ecco, così ho fondato la mia carriera e la mia vita su una menzogna . Come dice un proverbio «il troppo stroppia». Lʼautore ha caricato il romanzo di un numero eccessivo di finalità: costruire una storia poliziesca; ricostruire, con un esasperato uso della tecnica «avanti e indietro», la vita di provincia, con i suoi misteri sotto la tetra serenità quotidiana; parlare delle sfrenate ambizioni degli scrittori, pronti a tutto pur di aver successo nellʼavido e spietato mondo editoriale. Il risultato è un racconto troppo lungo, povero di suspense ma anche dei necessari approfondimenti psicologici ed ambientali: insomma, un noir troppo noioso per avvincere e una ricerca interiore e sociale eccessivamente superficiale per interessare. La struttura del romanzo su due livelli, a matrioska, è un sofisticato espediente letterario, che rende tuttavia la narrazione ripetitiva e confusa, se non apporta innovazioni tematiche e caratteriali al racconto e non è inserita in una riconoscibile scansione formale: due regole che non sono seguite nel libro dando spesso lʼimpressione al lettore di rileggere inutilmente le stesse vicende. La prevalenza eccessiva dei dialoghi rispetto alla parte espositiva non aiuta a creare momenti di suspense, come vorrebbe il genere «noir», né a meglio qualificare le situazioni e i personaggi, come vorrebbero le finalità non poliziesche del romanzo. Perché non leggerlo? È noioso, faticoso e inconcludente. Cʼè da chiedersi perché abbia avuto tanto successo.

Joel DickerBompiani
Via delle Camelie
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Via delle Camelie

Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sullʼuscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che lʼhanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia? Forse suo padre era un musicista oppure «doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale». Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. > Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere dʼinverno o per farli ridere, secondo come viene . Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché «ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero lʼinnamorato». Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare lʼamante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un «vivere fino alla morte». Ed è proprio la stanca consapevolezza dellʼinutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti lʼhanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante «aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia». Nei romanzi di Mercé Rogoreda cʼè sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, lʼangoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto? È un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non cʼè mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice lʼautrice, é fatta di «tanti giorni». Perché non leggerlo? È così surreale e criptico da essere noioso.

MercèLa Nuova Frontiera
La via per Kabul
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La via per Kabul

Siamo nel 1939. Annemarie, uscita da una cura di disintossicazione dalla droga, compie un viaggio sino a Kabul con lʼamica Ella Mailart. Il viaggio, che doveva essere unʼoccasione di rinascita per Annemarie e doveva rafforzare il legame con lʼamica, fallisce da tutti i punti di vista. Sarebbe, tuttavia, sbagliato aspettarsi riferimenti alla droga e alla storia sentimentale tra Annemarie ed Ella (il nome di questʼultima compare pochissime volte nel racconto), così come sarebbe illusorio ricercare unʼanalisi dei luoghi e delle diverse società, che le due amiche incontrano. I veri soggetti del libro sono lʼauto, una Ford, e il viaggio come fuga. I diversi bozzetti, che compongono il racconto, descrivono un ambiente sociale e una natura, sempre dura e talvolta affascinante, che restano tuttavia di sfondo e spesso risultano ripetitivi e caratterizzati da un dominante estetismo. > Mi stupisco delle annotazioni prese durante il viaggio. Ho dimenticato la maggior parte dei nomi. Non voglio nemmeno raccontare le leggende che ho raccolto . Lʼunico punto reale è lʼauto, che fatica per salite impossibili, che viene sommersa dalla sabbia, con il motore che bolle per le alte temperature e non parte per il freddo, che deve essere costantemente riparata da meccanici locali, sempre gentili e disponibili. Tutto lʼaltro è illusione! Ma anche il viaggio come fuga è unʼillusione. In un bellissimo brano Annemarie così sintetizza il suo viaggio verso Kabul: > a dire il vero, ero semplicemente stanca di viaggiare e volevo tornare a casa. Temevo di essermi spinta troppo oltre e di aver varcato, senza volerlo, il limite dello spazio assegnato allʼessere umano... Ecco perché ho voluto un giorno liberarmi, non so esattamente da quale destino... Ma quando ancora una volta scende la magia del crepuscolo, quando si spegne il giorno senzʼombra, e i caprioli stanno sul pendio erboso già avvolto nella nebbia; quando ancora una volta mi è riservata unʼora così innocente, sono pronta a chinare gli occhi e a pentirmi e a non indulgere più alla tentazione, ad ammettere che noi siamo radicati in uno spazio ristretto e possiamo percorrere solo un brevissimo tratto, mentre al di là, in una lontananza incalcolabile, le navi approdavano ai lidi della morte . Dalla lettura di questo brano appaiono evidenti i limiti del racconto: è fatto di piccole elegie (quasi delle poesie in prosa), che poco hanno a che fare con le vicende del viaggio, con lʼambiente e la natura. Il racconto è di fatto introspettivo ma, poiché il dramma della protagonista ( la droga e la disperazione) non emerge mai se non dietro le righe, esso risulta alla fine troppo esangue per appassionare la lettura. Perché non leggerlo? È ripetitivo, noioso e inconsistente.

Annemarie SchwarzenbachIl Saggiatore
Viaggiare in giallo
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Viaggiare in giallo

Lʼeditore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con «Calcio in giallo» ed adesso si affronta lʼargomento del viaggio. È unʼottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non «tirando via», piuttosto cercando di valorizzare il legame tra lʼargomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sullʼunico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, «La segreta alchimia», Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con lʼamico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di unʼofferta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città «magica», insieme con lʼamico Pippo e con la fidanzata che lʼattende nella città ceca. Lʼalgoritmo che assegna a caso i posti (un «dio elettronico», un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; > come diceva lʼingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o lʼeffetto che dir si voglia dʼun unico motivo, ma sono come un vortice , Larisa («una escort dʼalto bordo o una spia di Putin...?») travolge il giovane siciliano, con > il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate , lo porta a pensare > al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin... , ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di > stare serenamente seduto accanto allʼottima compagna bolscevica Larisa . Ma «il dio del low cost» può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere dʼalbergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, lʼindifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non cʼè grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso. Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire? Le regole dʼingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce lʼimmaginazione e la creatività. Perché non leggerlo? È noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.

Vari AutoriSellerio Editore
La vita non é in ordine alfabetico
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La vita non é in ordine alfabetico

> Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo lʼaltra ha cominciato a tirare fuori le lettere dellʼalfabeto... con ventuno lettere... si può costruire e distruggere il mondo . Le lettere si possono mettere in ordine secondo lʼalfabeto. A ciascuna delle lettere corrisponde una parola in grado di descrivere e qualificare, ma, a differenza dellʼalfabeto, non cʼè alcuna successione logica o causale tra le parole. Per esempio, Bandiera e Buio sono vocaboli che cominciano entrambi con la lettera b, ma che legame cʼè tra di essi? E così è la vita: gli episodi, i sentimenti, le relazioni si affollano e si succedono senza una ragione, senza una regola. Il libro è un insieme di storie brevissime, di poche righe, che, prendendo lo spunto da una parola, colgono lʼessenza di uno stato dʼanimo, di un contesto sociale e familiare, di una condizione esistenziale. Entrata è un vocabolo banale. Partendo da esso, proprio dalla sua ovvietà, lʼautore descrive il profondo legame tra madre e figlio: > lei ti sente, dentro i pantaloni, e ride, e nella stanza in cui ogni sera torni al mondo, insieme a lei sorridi tu . Quanto volte si è andati in pasticceria, a sorseggiare un caffè con una buona pasta? Eppure, la parola Pasticceria racchiude il senso di una golosità proibita, ma sempre nuovamente gustata: > quindi bevi un caffè al banco, senza mai staccare gli occhi dalla pasta prescelta, prigioniera a occhi bassi dietro la vetrina. E pensi....quando potrai entrare in pasticceria, fendere la folla, liberarla. E poi offrirla in sacrificio alle tue voglie . Che cosa lega lʼavverbio Senza alla nostalgia? Quando il bambino esce da scuola e > non trova soltanto la madre ma anche dei padri che aspettano i suoi compagni di classe.... il bambino capisce che dentro la sua scatola cʼera un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. È così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state... soprattutto sente la malinconia di quando ci si rende conto che si è smesso di cercare una cosa, di quando ci si accorge che fra le tante cose imparate, si è imparato a vivere senza . Se si legge il romanzo una seconda volta, con maggior distacco rispetto alla prima, quando ci si era lasciati incantare dalle delicate e soffuse immagini delle breve storie, si avverte come sia un espediente letterario la contrapposizione tra disordine della vita e ordine dellʼalfabeto, questʼultimo emblematico delle regole che ci sovrastano. Le brevi storie, che compongono il libro senza una apparente logica, sono attraversate da una unica visione di base: la tristezza. Ci può essere un profondo affetto, come quello materno, così come si possono dissolvere le famiglie, dopo liti e silenzi, ma sempre prevalgono la malinconia, un dolce male di vivere, il senso di destini ineluttabili ed infelici. Ma allora la vita risponde ad una sua regola; ha solo un ordine differente da quello dellʼ alfabeto. È difficile racchiudere in poche righe stati dʼanimo e situazioni di vita. Si corre il rischio di scivolare nelle immagini evocative ma estemporanee, necessariamente superficiali. La narrazione rimane sospesa. Il lettore si aspetta sempre altro, alla conclusione della brevissima storia. È un esercizio letterario, che compiace più lʼautore, e gli scrittori, che i lettori. Essi si aspetterebbero uno svolgimento approfondito ed articolato, degno della complessità della condizione esistenziale. Perché non leggerlo? È superficiale.

Andrea BajaniGiulio Einaudi
You, Me & other People
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You, Me & other People

Terminata con fatica la lettura di questo libro, mi pongo la domanda: noi maschi siamo così narcisi da pensare a noi stessi anche quando dichiariamo il nostro amore e chiediamo perdono? A conclusione del romanzo, dinanzi alle rimostranze vittimistiche di Adam, il marito infingardo (i miei genitori «non mi amarono a sufficienza ed ultimamente neanche tu»), Beth, la moglie tradita, dichiara, prendendogli la mano, > ti amai con tutto il mio cuore. (...) Il problema non fu mai quanto, o se ti amassi. Era il modo con il quale tu ricambiavi lʼamore. Metti prima te stesso, non me . Tradimenti, segreti e bugie attraversano lʼintera narrazione. Beth ha scoperto che Adam la tradiva da tempo con unʼaltra donna, più giovane e di grande fascino erotico. Lo caccia di casa: Adam si dispera, ma non fa nulla per riconquistare la moglie, non abbandona lʼamante. Adam ha avuto una relazione molti anni prima: a suo dire un incontro fuggitivo, dal quale, tuttavia, è nato un figlio. Non ha ritenuto di dire nulla alla moglie perché, così dirà una volta scoperto, la madre del bambino voleva crescerlo da sola. A parte il fatto che questa donna è la principale cliente del suo fondo dʼinvestimento (tanto occasionale non poteva essere la relazione!) Adam è costretto a svelare il segreto: il bambino è affetto da leucemia e solo un trapianto di midollo della sorellastra (la figlia di Adam e Beth) può dare qualche speranza di salvezza. Adam ha sempre detto alla moglie che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale: ovviamente non è vero, si sono suicidati. Ricapitoliamo: ha tradito Beth, non le ha detto che aveva un figlio, ha tenuto nascosto la verità sulle vere ragioni per le quali è rimasto orfano. Non basta! Beth ha deciso di vendere la casa coniugale; nel fare il trasloco trova tra le cose del marito fotografie e regali per il bambino, dimostrano come Adam avesse sempre seguito la vita del figlio. È lʼennesima bugia! E ce ne sarebbero altre, che risparmiamo al povero lettore! Accanto ai segreti e alle bugie di Adam ci sono le storie di altri personaggi, a cominciare dalle vicende e dai sentimenti di Beth. Mentre gli altri si evolvono, cambiano, liberandosi dal passato e trovando nuove strade, Adam è sempre lì: dichiara il suo amore, dà per scontato il perdono, si stupisce di non essere nuovamente accolto. E Beth? Si è vero, si è fatta unʼaltra vita, ma respinge lʼex marito con dolcezza materna, quasi con colpa. Ed allora mi chiedo: non è che noi maschi siamo fatti così, fatui, egocentrici, fragili e sempre pronti a farci compatire, perché immenso è lʼaffetto delle donne per noi? La storia è esageratamente densa di vicende, anche inverosimili, a scapito dellʼapprofondimento dei personaggi, ripetitivi e scontati. La struttura rende particolarmente pesante il romanzo: i capitoli si susseguono alternando lʼio narrante: una volta Beth, unʼaltra Adam, e così per tutto il racconto. Questo espediente letterario, apparentemente originale, non dà ritmo narrativo; inoltre, prevalgono i dialoghi, di fatto soliloqui, con gli interlocutori meri megafoni dellʼio narrante. Sembra, quasi, che lʼautrice non sia stata in grado di analizzare i personaggi così come il contesto (totalmente carente) e si affidi alla forma del colloquio: modalità che non può reggere la narrazione quando si tratta di prosa, e non di teatro, dove ci sono gli attori che danno forza ai personaggi. Perché non leggerlo? Storia inverosimile e superficiale, ritmo narrativo noioso, racconto prolisso.

Fionnuala KearneyHarperCollins