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24 racconti
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24 racconti

Con il titolo «La Rinascita» nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. LʼItalia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, questʼultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dellʼItalia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, «Le Terre del Sacramento», che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto «La morte del patriarca», pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e lʼintera comunità: non approfitta dellʼassenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. È un baluardo e una figura mitica. > Nelle notti dʼestate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando cʼera il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino. Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca? > Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sullʼultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio. In «il mondo salvato a spalle», pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. «Correte, gente, lʼacqua straripa lungo tutto lʼargine» Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini«. E grida il bottegaio del villaggio,» E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané? > Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. Volete fare la rivoluzione disgraziati! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così comʼera, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo lʼagrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette«. Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti (»un altro destino > 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni > , Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso di nomi e di libri alla moda«, Renato»leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo > . Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura.«E se avesse dovuto sposarla?»Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e lʼaltro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena". I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dellʼItalia provinciale, estranea alla cultura europea. È singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà lʼItalia: intimistica, melliflua ed ipocrita. Viene un poʼ di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano dʼaltro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse lʼormai stucchevole crisi della sinistra? Perché leggerlo? È interessante per ricordarci qualʼ era la cultura di sinistra.

Vari AutoriL'Unità
3012
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3012

Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un «progetto di pace perpetua», che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse? Se fosse la guerra la condizione ideale per lʼumanità? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. Lʼautore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra lʼavvento del Profeta, colui il quale predicò «la guerra perpetua». Secondo lʼanonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella «Capitale del Mondo», una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo dʼ oggi, in particolare dellʼItalia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. > Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, lʼamore per la giustizia e la pietà verso i deboli . Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei «detti memorabili», con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: > la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere lʼalbero per farlo scendere, perché lʼalbero non è un mio nemico . Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra «bella, giusta, santa e necessaria», poco rimase. Gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice . E quindi è giusto come concluse lʼanonimo, > e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dallʼuomo. (...) Amen . È bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. È un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nellʼera della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, «un pesce fuor dʼacqua» nella > Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva allʼumanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che lʼutopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui. La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare lʼessenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti allʼItalia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che lʼautore abbia voluto togliersi tanti sassolini". Perché leggerlo? È sorprendente.

Sebastiano VassalliGiulio Einaudi
7-7-2007
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7-7-2007

In quattro anni, dal 2013 ad oggi, lʼautore ha pubblicato 6 romanzi, tutti con la figura di Rocco Schiavone come protagonista. Forse, la fretta non ha favorito la cura necessaria: la narrazione è confusa, intreccia il genere noir con storie di vita e ricostruzioni di contesti sociali senza arrivare ad una sintesi efficace. Siamo ad Aosta, una donna è stata uccisa nellʼ appartamento del protagonista. Nel lungo interrogatorio che ne segue il vice questore Rocco chiarisce gli antefatti, anche se non del tutto. A Roma ha condotto unʼindagine su un brutale omicidio di due ragazzi. Cʼè di mezzo la droga, ma non entreremo nei dettagli per lasciare che sia il lettore a scoprire come Rocco riesca a dipanare la vicenda. Accanto alla storia principale si aprono numerose finestre narrative, le principali delle quali sono la tormentata storia dʼamore con la moglie e la stretta amicizia con tre compagni dʼinfanzia. Marina > era bella. Con gli occhi concentrati, i denti che mordevano appena il labbro superiore, i capelli raccolti in una crocchia tenuta da una matita, o era una bacchetta cinese? Bella, col camice bianco immacolato che rifletteva la luce della lampada e le creava un alone tuttʼintorno. I capelli parevano più biondi e i pochi granelli di polvere che danzavano intorno al viso sembravano stelle e comete . Marina è andata via da casa quando ha saputo che Rocco è un disonesto: ha approfittato del suo ruolo di vice questore per arricchirsi. Responsabili di questi piccoli traffici sono gli amici dʼinfanzia: una sorta di tre moschettieri, simpatici, grandi mangiatori e bevitori, sempre pronti ad aiutare lʼamico, ma veri e propri furfanti, una cattiva compagnia per un poliziotto. Sarà Marina a tornare a casa, perché ama Rocco e lo accetta così comʼè. La conciliazione tra i due è una delle tante delusioni del romanzo. Leggiamo questo dialogo: > Marina gli carezzò il petto. Veramente per tornare a casa hai dovuto chiudere gli occhi? ( Rocco) Un poʼ. Ora ce li ho belli aperti e vedo accanto a me lʼuomo che amo e che con molta probabilità amerò sempre (Marina). Ho unʼerezione (Rocco). Potresti per una volta pensare ad altro? (Marina) Tipo? (Rocco) . Insomma, per Rocco era tutta una questione di sesso! Perché condurci in una storia dʼamore se tutto si riduce nella banale e rassegnata accettazione da parte della donna? Rocco riesce a trovare i colpevoli; dietro agli omicidi cʼè una potente organizzazione malavitosa, la quale, cerca di assassinare Rocco, uccidendo invece Marina. Quel luglio del 2007 > erano stati giorni strani. Giorni di caldo e improvvisi acquazzoni, di ansia e soprattutto di puzza. Puzza di scantinato, puzza di morti violente, di gente schifosa, acquattata nelle fogne, pronta a colpire... Un romanzo noir richiede un intenso ritmo narrativo; il lettore deve essere avvinto dalla trama, partecipare allʼinvestigazione o farsi travolgere dagli eventi, dalla loro tensione. Tutto ciò manca nel libro: lento, spesso scontato, ricco di personaggi e vicende inutili, il racconto è banale e noioso. Inutilmente i «tre moschettieri» fanno da spalla al protagonista: Rocco, diciamo la verità, è un Marlowe non riuscito, un personaggio che non regge il ruolo affidato, quello del poliziotto corrotto ma buono, giustiziere per conto suo. Al fallimento del romanzo contribuisce anche la scrittura; lʼuso eccessivo del punto e il frequente ricorso ai dialoghi spezzettano la narrazione, rendendola più simile ad una sceneggiatura che al periodare di un racconto, nel quale è necessario allargarsi in descrizioni e in approfondimenti psicologici. Come è possibile che questo romanzo sia da settimane in testa alle classifiche dei libri italiani più venduti? Perché non leggerlo? È noioso e banale.

Antonio ManziniSellerio Editore
Abito da sera
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Abito da sera

Il romanzo è ambientato in Giappone negli anniʼ 60, quando lʼalta e media borghesia si americanizza, civetta con i costumi occidentali, protesa ad allacciare relazioni internazionali. Ayako è la figlia di un piccolo ma rampante imprenditore farmaceutico: ha dei lineamenti «amabili». > Su quei lineamenti, anche con un trucco alla moda, aleggiavano armonia e freschezza, e il suo viso, in alcun modo paffuto, dava lʼimpressione che vi affiorasse qualcosa dʼinteriore Ha un carattere pacato, composto e razionale, > ma Ayako non era affatto ottusa, era solo che le mancava lʼinclinazione a entusiasmi momentanei e a enfatizzare le passioni . La giovane frequenta un circolo ippico alla moda, dove conosce Donna Takigawa, vedova di un esponente dellʼalta burocrazia giapponese. Con un espediente la donna le fa conoscere il figlio, Toshio, che lei stessa descrive come > egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone . Ed invece Toshio ha una rappresentazione di sé totalmente differente, una sorta di robot, rigido e in qualche modo eterodiretto dalla madre. Si combina il matrimonio, accettato di buon grado dai due ragazzi, in parte perché si piacciono ed in parte per ubbidire al desiderio dei genitori. La luna di miele rafforza il loro legame, che si evolve da semplice simpatia a passione, vero e proprio innamoramento. Sembrerebbe quindi una bella favola, sulla quale irrompe Donna Takigawa, insinuando un presunto tradimento di Toshio: insinuazione che sconvolge Ayako. Ma chi è Donna Takigawa?. È quella che veniva chiamata una vedova «allegra», ricca e potente, ama smisuratamente il bel mondo, i ricevimenti e le relazioni sociali. Dietro un volto tenero ed affettuoso si nasconde un «innocente malanimo, (...) una donna sgradevole», una doppia personalità. Una sera i due ragazzi sono invitati ad un ricevimento da Donna Takigawa. Ma proprio sulla porta di casa Toshio scopre lʼincredibile menzogna e decide di ribellarsi e di non andare dalla madre; Ayako cerca di opporsi, poi ubbidisce al marito e lo segue a mangiare in una modesta trattoria. È uno scandalo; offesa, umiliata e piena di rabbia, Donna Takigawa pretende che divorzino, accusando la nuora di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Come si risolve la questione? Non certo mandando a quel paese lʼintrigante suocera né facendo spallucce e continuando per la propria strada. Siamo in un mondo di convenzioni ed anche di interessi, Donna Takigawa è ricca e potente. Toshio va da una principessa della Corte Imperiale, chiedendole se si può fare accompagnare dalla madre in un viaggio alʼestero. > In quel tipo di conversazioni, Toshio giocava in casa, un gioco che i giovani di oggi non saprebbero mai imitare La principessa sa benissimo i motivi della visita, ma > il suo sembiante rimase imperturbabile, tinto di una tenera comprensione, incantevole come un cielo allʼalba, poi con tono chiaro e deciso , accondiscende alla richiesta del giovane, ad una sola condizione: i due ragazzi debbono mostrare verso Donna Takigawa > una tenerezza sincera, (...) chiedendo perdono con garbo, anche se sua madre lo reputasse inaccettabile . Insomma le convenzioni vanno sempre rispettate, anche se si è usato lʼinganno per aggirarle. Il racconto si presta a molte interpretazioni. Quello che è chiaro è che i due giovani subiscono una trasformazione: pur appartenendo entrambi ad una classe sociale dominata dalla forma, prima del matrimonio erano due giovani schietti e sinceri; per sopravvivere diventano anchʼessi due «sembianti» e a cambiarli sono le inquietudini e la paura. > Forse il matrimonio era una scuola dove si insegna la menzogna della vita , perché bisogna > prevedere le reazioni del mondo esterno da ogni angolazione, come se le porte su tutti i lati di una stanza, prima ermeticamente chiusa, si fossero spalancate . Dʼaltra parte non cʼè alternativa per la povera Ayako, > avrebbe potuto diventare un uccellino che vola via, affidando la sua ombra a quella pianura, Ma lì cʼera il vuoto e le faceva paura, neanche un ramo dʼalbero su cui far riposare le ali . Il racconto è elegante e sottile, ma superficiale: si aprono molte finestre sui protagonisti, che piacerebbe approfondire, ma restano soltanto spiragli; lʼautore corre subito via verso qualche cosʼaltro. Preso dalla critica alla società giapponese, alla sua esasperata americanizzazione, lʼautore trascura quelli parti del romanzo, che più attirano il lettore: come le convenzioni sociali facciano perdere lʼautenticità e la gioia spensierata di vivere. Perché leggerlo? Si legge con grande piacere, per lo stile narrativo e perché ci si affeziona subito ad Ayako.

Yukio MishimaOscar Mondadori
Accabadora
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Accabadora

Maria é una fillus de anima, > è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna ( che li cede) e dalla sterilità di unʼaltra ( che li accoglie e li alleva). Nel nostro caso Maria è stata «adottata» da Tzia Bonaria, una anziana vedova. La prima parte del romanzo, la più riuscita, narra lʼinfanzia e lʼadolescenza di Maria, ed in particolare la graduale conoscenza con la madre adottiva, una donna sempre vestita di nero, severa, chiusa, che apparentemente svolge lʼattività di sarta. Tzia Bonaria offre una relativa agiatezza alla bambina, la fa studiare e soprattutto costruisce intorno a Maria una fragile normalità, comportandosi «come se la creatura le fosse nata in grembo». Per Maria il rapporto filiale e lʼaccettazione della doppia appartenenza a due famiglie sono una graduale conquista, che lʼabitua ad essere al centro dellʼattenzione della gente, ad accettare situazioni anomale e a modellare, da sola e in modo autonomo, la propria vita. La capacità di affrontare lʼindicibilità del mondo e della natura umana si scontra, tuttavia, con una scoperta sconcertante ed inquietante. Tzia Bonaria è una accadabora, ossia una donna che dà la dolce morte (lʼeutanasia) a chi glielo chiede. In un drammatico colloquio, Maria, «con un singhiozzo senza pianto di una bestia strozzata» vorrebbe che lʼanziana vedova le spiegasse «questa cosa necessaria», dare la dolce morte. E la giustificazione di Tzia Bonaria è incredibile, al di là della comprensione di Maria. > Ho imparato da sola, dice la Tzia Bonaria, che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e lʼho fatta.... Io sono stata lʼultima madre che alcuni hanno visto....Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora . La ragazza non regge lʼidea di vivere con una donna che dà la morte e fugge lontano dalla Sardegna, trovando un lavoro presso una famiglia di Torino. È la seconda parte del romanzo, un interludio, che è anche uno snodo, non chiarissimo peraltro, della vicenda. Uno dei ragazzi, che le sono stati affidati nella sua funzione di governante, è un adolescente taciturno, ostile, autoritario, ma lʼabitudine di Maria a misurarsi con lʼindescrivibile permette alla ragazza di farsi aprire lʼanimo del giovane e di scoprire un terribile segreto: il ragazzo ha subìto un abuso sessuale quando era piccolo. La condivisione di un fatto così orribile porta allʼamore, perché il legame tra le persone è tanto più forte quanto più si appoggia sui misteri profondi dellʼanimo umano. Nella terza parte del romanzo, Maria ritorna in Sardegna ad assistere Tzia Bonaria nella sua lenta agonia. Si va gradualmente, ma anche stancamente, allʼepilogo, senza, tuttavia, che ci sia la conclusione che dovremmo aspettarci. Perché Tzia Bonaria muore un momento prima che Maria stia per compiere lʼeutanasia? È la dolce morte un limite che non riusciamo a superare? Qualche cosa che non riusciamo comunque ad accettare? Affrontando un tema così complesso, esisteva il rischio di una prosa ridondante, ricca di incisi e di passaggi enfatici. Lʼautrice si è mossa, invece, con uno stile leggero, sobrio, a tratti ironico, affidandosi a ritratti gustosi e a episodi tipici della vita agreste della Sardegna. La prima parte del romanzo è senza dubbio quella migliore sia dal punto di vista della scrittura che per quanto riguarda la trama. La narrazione si sviluppa di intensità via via che ci si avvicina alla scena finale: il colloquio chiarificatore tra Maria e Tzia Bonaria. Nelle parti successive la narrazione diviene gonfia, perde quellʼessenzialità e quella levità che avevano caratterizzato le pagine precedenti. Ed anche la trama narrativa si dissolve frantumandosi e privando il lettore di una chiara visione del percorso verso la conclusione, che anche per questo delude. Perché leggerlo? Il tema è interessante, la scrittura piacevole.

Michela MurgiaGiulio Einaudi
L'Adalgisa
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L'Adalgisa

Il libro è costituito da 10 racconti, che sono altrettanto bozzetti della vita della borghesia milanese degli anni ʼ30. Il tratto comune è una lieve ironia di una società soddisfatta di sè stessa, attenta ai soldi, ai buoni matrimoni, alle occasioni mondane, ma anche alla cultura tecnica, «allʼingegnere». Le scene della vita lombarda sono, poi, lʼoccasione per Gadda per una esplosione di parole, modi di dire, neologismi, sovrapposizioni di forme dialettali a italianismi, che confonde il lettore, il quale perde, spesso, il senso del racconto ma anche il filo del discorso. Sembra, quasi, che lo scrittore abbia lavorato in piena libertà con il linguaggio ed è, quindi, impossibile riferirsi ad una trama, a personaggi, ad episodi, ma la lettura si perde in una serie di impressioni, alcune felici, molte noiose e ripetitive. In uno dei racconti più briosi ( > Quando il Girolamo ha smesso...) Gadda racconta le vicende di una onorata ditta che fallisce in quanto ha dato i soldi ad un finanziere creativo: per levar di tasca, a certi bamboloni con la bocca aperta, lʼanima di quei quattro ruspi o ovverosia sudati risparmi che gli son costati una vita; per spennarli a modino, sti cocchi di mamma, senza gli abbino a strillar troppo forte, e arrivare a farli finalmente contenti dʼun bellʼuscio chiuso, sigillato in piena regola dallʼautorità giudiziaria, per raggiungere questa suprema meta del credito e dellʼattività creditizia, si può bene ingegnarsi adoperare una Croce, la Patria, poi, neanche a parlarne«. In un bozzetto felicissimo sulle abitudini della borghesia milanese (» I ritagli di tempo«), lʼautore racconta il sonnellino durante la lettura del giornale:»bello è il vedere un ingegnere Caviggioni seduto, e quieto, una volta tanto, onninamente immemore del 263.890 e delle filettature normali (dei bulloni Withworth): seduto, dico, anzi nobilmente abbandonato sulla poltroncina del sabato, in attitudine pregustante, indi poco di poi assaporante«. In un altro racconto (» un concerto di centoventi professori), viene tratteggiata con benevole sarcasmo lʼabitudine a frequentare il teatro, dove > la società musogonica della città industre, aja di laboriosi pupilli, dopo le molte buone opere, sʼaduna a purgare le sue indigestioncelle farisaiche, i suoi peccatuzzi stitici, col porger orecchio a quegli altri peccati, un pò più cipperimerli per fortuna, di Luigi Dallapiccola e di Igor Strawinski . Perché non leggerlo? Singoli frammenti sono anche deliziosi, ma per gustarli bisogna soffrire per 284 pagine.

Carlo Emilio GaddaGarzanti
L'adolescente
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L'adolescente

Arkadij Dolgorukij, lʼio narrante, è il figlio naturale di Versilov, > un uomo, asciutto e superbo, nei miei riguardi altezzoso e negligente e che..., dopo avermi generato e abbandonato tra gli estranei, non solo non mi conosceva affatto ma non se ne pentiva neanche mai . Arkadij soffre profondamente lʼindifferenza del padre, anche perché questʼultimo ha portato con sé la madre e perché ha ridotto il ragazzo in una situazione di forte disagio sociale, in quanto è noto a tutti la sua posizione di figlio illegittimo. > Ero come un escluso... e avevo deciso di ripudiarli tutti e di rinchiudermi definitivamente nella mia vita . A togliere dallʼisolamento il ragazzo, che ha ormai concluso gli studi liceali, è una lettera di Versilov, che lo invita a Pietroburgo. La prima parte del romanzo narra la conoscenza da parte di Arkadij della figura complessa e sfuggente del padre: è un rapporto difficile anche perché > quellʼuomo non era che il mio sogno, il sogno degli anni dellʼinfanzia. Così lo avevo inventato io stesso, mentre in realtà si era dimostrato diverso, caduto tanto al di sotto della mia fantasia . Ma non è solo Versilov il centro della vita di Arkadij. Il giovane si trova dentro un vero e proprio «enigma», fatto di personaggi, di relazioni e di vicende, tra i quali si trova a disagio con il suo carattere, rigido, solitario e orgoglioso. Suo malgrado, deve riconoscere che le persone hanno più facce, che i rapporti tra di esse sono spesso ambigui e che è un «assioma sacrosanto» quanto dice un famoso verso di Puskin: «del basso vero mʼè più caro/lʼinganno che ci trasfigura». Nella seconda parte del romanzo, sembra che Arkadij abbia accettato questa realtà. Conduce una vita dissipata, dedito al gioco, al bere e alle donne, e trascurando la madre e la sorella, che ha appena conosciuto. Potrebbe essere un momento normale nella vita di un adolescente, se non fosse che Arkadij porta con sé un terribile segreto: ha cucito nel cappotto un documento con il quale Katerina Nikolàevna, già amante di Versilov, formulava il progetto di fare interdire il padre, un ricco e vecchio principe, al quale, tra lʼaltro, Arkadij è profondamente legato. La scoperta di questo scritto porterebbe il principe a diseredare la figlia e favorirebbe le aspirazioni della sorellastra di Arkadij,che vorrebbe sposare il vecchio aristocratico. A complicare le cose è che Arkadij è innamorato di Katerina e non vorrebbe tradirla. È inoltre affezionato alla sorellastra, affascinato dalla sua intelligenza e dal suo forte carattere. Tutti sospettano che il giovane abbia il documento e quindi lo blandiscono con atteggiamenti e parole, interpretati dallʼingenuo Arkadij come atti di vera amicizia e persino di amore. È difficile muoversi nellʼintrigo, soprattutto quando non si ha la percezione del bene e del male e quando le persone non sono né chiaramente cattive né nettamente buone. Domina «lʼanima del ragno», ossia che lʼuomo > possa accarezzare nella propria anima un altissimo ideale accanto alla più grande bassezza, e tutto in perfetta buona fede . Ma anche Arkadij si fa catturare da «ignominiosi pensieri», per esempio, utilizzare il documento in suo possesso per conquistare lʼamore di Katerina. > Di dove mai , dunque, era venuto tutto ciò, già così pronto? E questo, perché avevo lʼanima del ragno! Vuol dire che tutto era germogliato da un pezzo e giaceva nel mio cuore corrotto, giaceva nel mio desiderio . Ed è proprio la debolezza di Arkadij, il suo lasciarsi attirare dal male, a far precipitare la situazione nella terza parte del romanzo. Il giovane si fa a sua volta ingannare da alcuni criminali, che gli rubano di nascosto il documento e cercano di ricattare Katerina. Con orrore il giovane deve poi scoprire che essi sono dʼaccordo con Versilov.. La doppia personalità di Versilov si pone dinanzi al giovane come una «immagine spezzata», tanto più dopo un intenso e tante volte atteso colloquio, nel quale Versilov aveva dichiarato al figlio il suo amore per la madre, salvo poi inviare a Katerina una richiesta ufficiale di matrimonio. Ma allora chi è veramente il padre? Forse solo un uomo spinto dal capriccio, da una vanità senza freni, pensa Arkadij. La disillusione della figura paterna si è compiuta. Arkadij non è più un adolescente. Lʼadolescente è il più contemporaneo dei romanzi dellʼautore. A ciò contribuiscono diversi elementi: la modernità del rapporto tra padre e figlio, il tema pirandelliano della doppiezza, i caratteri polizieschi della trama, piena di colpi di scena e che spesso lascia il lettore in attesa di quanto verrà in seguito. Il pregio maggiore del libro è proprio il ritmo serrato, che lascia poco spazio a considerazioni filosofiche, come spesso accade in altri romanzi dellʼautore. Al di là della nota abilità di Dostoevskij di strutturare i dialoghi, colpisce la capacità dellʼautore di richiamare la doppiezza nella struttura della frase: per esempio, i capitoli si chiudono sempre con lʼimmagine di una contraddizione, di un altro, disegnato anche con pochi tratti di parole. Perché leggerlo? È uno dei migliori romanzi di Dostoevskij, non apprezzato a sufficienza forse perché non richiama temi filosofici e religiosi.

Fedor DostoevskijRCS Libri
Adua
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Adua

Lʼeditore presenta il libro come un romanzo a due voci, «quella di un padre e di una figlia». Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare unʼattrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo ventʼanni si ritrova donna matura, «Vecchia Lira», come i nuovi immigranti chiamano «le donne della diaspora». Un poʼ per compassione e un poʼ per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che > bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che lʼItalia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta . Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, unʼinfanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa nʼè dei sogni di Adua? > Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni . Lʼautrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in unʼaltra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con questʼultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per lʼItalia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie lʼinfibulazione, perché > dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda . È un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. > Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore . Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non sʼincontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore. > Mi piace Roma dʼestate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa . Le parole di Adua «si sciolgono e si perdono». Guarda la negra, parla da sola«. E Zoppe cammina per la Roma fascista e»la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore... lʼodore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu > . Ecco ciò che lega padre e figlia: lʼamore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di unʼ Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani. Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per lʼautrice. È difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; unʼoccasione persa. Perché non leggerlo? È confuso e alla fine noioso.

Igiaba ScegoGiunti
The Adventures of Tom Sawyer
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The Adventures of Tom Sawyer

Tom Sawyer è un ragazzino che vive con la zia in un piccolo paese di campagna sulle rive del Mississippi.   Mark Twain lo introduce in questo modo: > era tornato a casa appena in tempo utile per aiutare Jim, il piccolo ragazzo di colore, a tagliare la legna per l'indomani e spaccare i fuscelli per la cena.-- almeno aveva il tempo per raccontare a Jim le sue avventure mentre Jim faceva tre quarti del lavoro. (...) Se egli fosse stato un grande e saggio filosofo, come l'autore di questo libro, avrebbe adesso compreso che il Lavoro consiste in qualunque cosa una persona è obbligata a fare, e che Giocare consiste in qualunque cosa una persona non è obbligata a fare. Tom non ha chiara questa differenza e prende per cosa seria una vita spensierata e libera, passando dalla malinconia, che lo spinge a desiderare di morire temporaneamente, per far sentire la sua mancanza, a un mondo fantastico, in cui sogna di essere un pirata o un bandito. E così con i suoi amici fedeli, in particolare il vagabondo Huckleberry Finn, detto Huck, s' inoltra in una serie d'imprese, dalla vita da pirati in un'isola in mezzo al fiume a vagare di notte nel cimitero, assistendo a un omicidio, sino a mettersi alla ricerca dei tesori, che sicuramente bande di ladroni hanno nascosto. Questa vorticosa attività non impedisce a Tom di fare la corte a Becky, una ragazzina di buona famiglia, coinvolta anch'essa nelle sconsiderate avventure di Tom. E' inutile raccontare la storia, a tratti involuta e banale ma mai noiosa: è più interessante soffermarsi su due peculiarità del romanzo. La prima è l'ambiente contadino; con lieve e affettuosa ironia Mark Twain descrive la scuola, dove domina l'autoritarismo del maestro, le riunioni religiose con i sermoni noiosi e moraleggianti del pastore, l'esilarante rituale del saggio annuale, quando gli allievi migliori presentano un loro componimento all'intera comunità. Si può sorridere, come fa Mark Twain, dell'inglese forbito, fatto di parole che i più probabilmente non capiscono, dei valori puritani e bigotti, dell'istruzione imposta a forza; emerge, comunque, un forte spirito comunitario, che pare superare anche le differenze di classe. E' una società bianca, placida nei propri valori, con un unico e chiaro confine: la discriminazione verso i neri, i quali restano sullo sfondo, pur contribuendo all'economia agricola del piccolo paese; si può essere solidali con il vagabondo Huck, non con il servo Jim. L'altro aspetto interessante è dato dalle capacità affabulatorie di Tom. A differenza dei protagonisti di altri romanzi di formazione, Gian Burrasca o Jim dell'Isola del Tesoro (si vedano le recensioni del «Giornalino di Gian Burrasca» e di «Treasure Island» in questo sito), sorprende la dialettica di Tom, di come riesce a gestire la zia, profittando del suo amore ingenuo, di come circuisce gli amici, convincendoli ad avventure e vincendo la loro ritrosia, di come persuade Becky a seguirlo in situazioni pericolose e intime, paradossali per una società così bigotta. E quando Mark Twain dice che può fermarsi a scrivere la storia di un Ragazzo, perché > il racconto non potrebbe andare molto avanti senza divenire la storia di un Uomo. (...) Quando si scrive di giovani, ci si deve fermare dove è meglio , forse intende dire che l' innocente astuzia di Tom diverrebbe una colpevole capacità di ingannare, come spesso succede tra gli adulti. Nel mondo fantastico di Twain è meglio continuare a giocare con i piccoli sotterfugi degli adolescenti. Di là del personaggio e della storia, il valore letterario di Tom Sawyer risiede nella scrittura, attenta al dettaglio, magicamente realista, lievemente ironica. Si prenda come esempio questo brano, che descrive il risveglio di Tom nell'isola dei pirati immaginari: > quando Tom si svegliò all'alba, si chiese dov'era. (...) Ora, lontano tra gli alberi un uccello chiamava; un altro rispondeva; adesso si udivano distanti i colpi di un boscaiolo. (...) Un piccolo verme verde veniva strisciando sopra una soffice foglia, sollevando due terzi del suo corpo in aria di tanto in tanto e «annusando in giro», (...) poi procedendo di nuovo, (...) e quando il verme gli si avvicinò, spontaneamente, lui rimase immobile come una pietra, (...) poi (...) quando cominciò un viaggio sopra di lui, il suo cuore era tutto contento. (...) Ora una processione di formiche apparve da chi sa dove. (...) Una coccinella a macchie marrone saliva la vorticosa altezza di un filo d'erba (...) e Tom si chinò giù vicino e disse, > coccinella, coccinella, vola via a casa, la tua casa è in fiamme, i tuoi bambini sono soli. Sono prodigi di un mondo abitato di notte dagli spiriti e la Natura pare ancora dotata di un'anima. E che dire della descrizione della scuola, scandita da quel ripetitivo showing off«(in italiano ostentare o vantarsi)? Tutti gli insegnanti»se la tirano"

Le affinità elettive
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Le affinità elettive

Nella Germania dellʼinizio dellʼ800 Edoardo e Carlotta sono due ricchi possidenti. Pur amandosi da giovani, si sono sposati avanti negli anni, dopo essere rimasti entrambi vedovi. Hanno differenti caratteri, che sembrano completarsi perfettamente: Edoardo è «nel fiore dellʼetà virile», impetuoso, generoso ma superficiale e talvolta sconsiderato; Carlotta è riflessiva, paziente, oculata nella gestione della casa e del patrimonio. La vita scorre serena, godendo «indisturbati la felicità finalmente raggiunta», quando irrompono due ospiti. Il Capitano, amico di Edoardo, è un uomo posato, di grande esperienza, che mette a disposizione le sue competenze di progettista, ingegnere ed organizzatore. Non può che trovarsi in sintonia con Carlotta. Ottilia, nipote di Carlotta, è una giovane graziosa, sensibile, introversa, apparentemente tranquilla. Quel qualcosa di fanciullesco che cʼè in Edoardo non può che corrispondere alla giovinezza di Ottilia. E ben presto > la segreta attrazione e la forza della fantasia affermarono i loro diritti sopra la realtà , con una prepotenza tale che nellʼoscurità, nei momenti più intimi dei due sposi, > non era altri che Ottilia colei che Edoardo teneva fra le sue braccia; il fantasma del Capitano aleggiava o da presso o da lungi allʼanima di Carlotta, e così sʼavvinsero, lʼassente e il presente in soavissima mescolanza di voluttuosa eccitazione . Cogliendo lʼoccasione della partenza del Capitano, Carlotta saggiamente propone di mandare Ottilia in collegio, ma Edoardo, di impeto, lascia la casa, rinunciando apparentemente alla felicità di amare la ragazza. Le due donne restano insieme, in una calma apparente, senza però ritornare ad «una piena ed aperta armonia». A risolvere la crisi matrimoniale, con un nuovo vincolo, potrebbe provvedere la nascita di un bambino, che ha tuttavia gli occhi di Ottilia e le fattezze del Capitano. È la prova fisica dellʼadulterio, ed infatti è stato procreato proprio nella notte, in cui facendo allʼamore i due sposi pensavano ai propri amanti. Lʼaffetto e la cura per il bambino riuniscono Carlotta ed Ottilia: > tutto sembra andare per la sua solita via, come accade anche nelle circostanze più straordinarie, quando tutto è in gioco, che pure si continua ancora sempre a vivere come se nulla fosse . Nuovi personaggi entrano in scena, come un giovane e valente architetto, che avvolge di attenzione Ottilia. Scompiglia la vita quotidiana la briosa figlia di Carlotta, allegra, tumultuosa, anche troppo. Le due donne completano i progetti già avviati dal Capitano: il riordino del grande parco, lʼunificazione di diversi stagni in un lago, la costruzione di una nuova dimora in un meraviglioso punto panoramico, la ristrutturazione della chiesa parrocchiale. La ricerca della perfezione pervade lʼazione dei personaggi e li spinge, persino, a ricostruire mirabilmente famosi dipinti con scene viventi, nelle quali si fa ammirare Ottilia. Carlotta, per affetto per Ottilia o per un segreto desiderio di ricongiungersi con il Capitano, sarebbe disponibile ad accettare il divorzio e lʼunione di Edoardo con Ottilia. Ma è la ragazza a rifiutarsi, con una scelta tutta spirituale, ma solo apparentemente convinta. In questa parte del romanzo, al narratore esterno si affianca il diario della giovane: brevi annotazioni che alternano massime morali e romantiche riflessioni con la manifestazione del profondo struggimento di un giovanile animo innamorato. Ed è la sconsiderata irruenza di Edoardo a far precipitare una situazione così fragile.Sorprende Ottilia in riva al lago in una sera autunnale, i due innamorati si abbracciano e > per la prima volta si baciarono apertamente, liberamente, e si staccarono con uno sforzo doloroso . La ragazza rimane «imbarazzata e agitata». Per ritornare al castello compie lʼimprudenza di utilizzare la barca, malgrado fosse insieme al bambino. Per una serie di fortuite circostanze il bambino cade in acqua ed annega. A questo punto il racconto giunge al suo inesorabile epilogo. Ottilia, pur nellʼapparente serenità ed esprimendo idee di operosa espiazione, si dà la morte per inedia. Goethe, che non era affatto religioso, chiude il romanzo con una sorta di santificazione della ragazza, ad indicare probabilmente una sua spiritualizzazione, la morte di Ottilia come elevazione morale. Thomas Mann ha definito il romanzo > la più chiara fusione tra Eros e Logos, tra sensualità e moralità, tra immediatezza e riflessione... opera tedesca di altissima civiltà morale . La morte per inedia di Ottilia esprimerebbe > lʼobbedienza prestata alla legge dello spirito, che paga il suo tributo, con virile tragicità, alla norma etica . Le affinità elettive sarebbero «una costruzione spirituale», un testo filosofico nella forma del romanzo, una sorta di manifesto della «missione moralizzatrice» della Germania, il suo «imperioso istinto». Forse la Merkel ha troppo letto le affinità elettive quando chiede a noi italiani di fare i nostri compiti a casa: impersona lʼintento educativo della Germania verso i gaudenti popoli mediterranei. Senza nulla togliere al grande scrittore, lʼinterpretazione di Mann immobilizza il libro nel passato, come testimonianza della storia del pensiero tedesco, mettendo in secondo piano ciò che ancora lo rende così moderno: «la storia della magica attrazione» tra anime affini che irrompe disastrosamente nellʼamicizia, nella stima reciproca, nelle istituzioni più sacre, come il matrimonio, e nel mondo ordinato ed elegante che cerchiamo disperatamente di costruire. Ed Ottilia, prendendo il tutto troppo sul serio, è la vittima della superficialità e dellʼegoismo di alcuni, come Edoardo, e della noiosa sapienza di altri, come Carlotta, che, spesso, per troppa sicumera, non colgono in tempo il dramma delle persone come Ottilia, fragili e sensibili. Accanto ai personaggi, un altro protagonista è il paesaggio. In esso e nel continuo tentativo di ricostruirlo secondo un disegno umano si esprime la contraddizione tra presente e passato. Il presente vorrebbe dare a tutto un ordine maggiormente armonioso e razionale, il passato ci riporta la spontaneità della natura, mezzo anche per la trasmissione dei ricordi. Dando una nuova e più adeguata sistemazione al cimitero, Carlotta offende senza volerlo la devozione dei defunti, perché i parenti erano abituati a visitarli sepolti in altri luoghi, anche se dispersi in modo disordinato nel campo santo. È come se si perdesse la nozione del tempo e con essa la memoria, così legata ai luoghi conosciuti e al loro tradizionale disordine. Il limite del romanzo risiede nelle frequenti dissertazioni di carattere filosofico e morale. Soprattutto nella seconda parte del racconto, dopo che Edoardo ha lasciato la casa, le divagazioni appesantiscono e frammentano la lettura, scomponendo lʼunità complessiva, danneggiando il ritmo narrativo e lʼapprofondimento psicologico dei personaggi. Anche Goethe ha fallito nel costruire lʼopera perfetta. Perché leggerlo? La storia e i personaggi sono estremamente moderni, se ci si lascia avvincere dalla trama.

Wolfgang GoetheGiulio Einaudi
The age of Innocence (l'età dell'innocenza)
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The age of Innocence (l'età dell'innocenza)

Il romanzo è ambientato a New York alla fine dell'Ottocento, quando la vecchia élite newyorkese, con i suoi oppressivi rituali sociali, fu travolta da una nuova borghesia rampante, pregiudicata e aggressiva; reagì cercando di ignorare i cambiamenti, > finché li piombarono addosso. L'importante era preservare la «tradizionale piacevolezza» del vivere sociale. Non è un caso che il racconto si avvia con la prima all'Opera, descritta minuziosamente dalla scrittrice: la sistemazione delle famiglie nei palchi, secondo una rigida gerarchia sociale, la posizione delle persone al loro interno, nel rispetto dei ruoli familiari, i vestiti eleganti all'ultima moda parigina, le chiacchiere sommesse che devono interrompersi quando è cantato l'assolo; un'atmosfera aristocratica imbevuta di puritanesimo americano, e quindi superiore al frivolo mondo europeo. In una platea di personaggi minori, compaiono sin dall'inizio i tre protagonisti. Archer è un giovane avvocato, appassionato di letteratura con un vissuto di usuali trasgressioni borghesi (un amante, forse qualche signorina), ma ben consapevole che deve fare un «buon matrimonio». Le letture sconsiderate lo portano a fare dichiarazioni non conformiste ( > le donne devono essere libere come lo siamo noi ), ma > era un giovane uomo quieto e dotato di un forte self control. L'aderenza alla disciplina di una piccola società era divenuta quasi una sua seconda natura. Si agita però in lui un'inquietudine che lo porta a sentirsi come > se venisse seppellito vivo sotto il suo futuro. Sempre all'Opera, nel palco di famiglia in una posizione defilata, come vuole la rigida etichetta, siede la giovanissima May, che > proprio quel pomeriggio gli aveva permesso di pensare che ci fosse da parte sua «un'attenzione» (la frase ufficiale a New York da parte di una ragazza per dichiarare un interesse) ; una perfetta rappresentante della sana società americana, che > sarebbe probabilmente andata attraverso la vita affrontando ciascun' esperienza al meglio delle sue capacità, ma mai anticipando ciò che sta per accadere anche solo con uno sguardo fuggitivo. Forse questa incoscienza era ciò che dava agli occhi quell' innocenza, e al viso la sembianza di un tipo invece che di una persona. Accanto a May c'è > un'esile giovane donna, (...) con capelli castani che si sviluppano in fitte ciocche intorno alle tempie, racchiuse da una stretta fascia di diamanti, (...) con una gonna di velluto blue scuro esaltata sotto il seno da una cintura con un'ampia chiusura vecchio stile. Il portamento e l'abbigliamento inusuale attirano l'attenzione di Archer: è la «povera Ellen Olenska», la cugina di May, tornata in America dopo essersi separata da un aristocratico polacco: passi essere accolta dalla famiglia, ma portarla in pubblico, alla prima dell'Opera, dinanzi a tutte le più importanti famiglie di New York! Da questa scena iniziale, così voluttuosamente barocca, si dirama la storia: Archer è attirato dalla misteriosa e inebriante contessa Olenska, per lui promessa di una vita diversa, intravista dalla letteratura e ora realizzabile nell'innamoramento per la bella e malinconica Ellen. Se guardiamo oltre la nebbia del sogno, intravediamo che la figura di Ellen > si è costruita dentro di lui come una forma di santuario in cui lei troneggiava tra i suoi segreti pensieri e desideri. A poco a poco, questa immagine divenne la scena della sua vita reale, di ogni sua attività razionale. (...) Fuori di qui, nella scena della sua vita effettiva, egli si muoveva con un crescente senso di irrealtà e insufficienza, comportandosi in modo maldestro, contro i pregiudizi familiari e i tradizionali punti di vista, come un demente va in collisione con l'arredamento della sua propria stanza. Eppure, lui stesso s' imprigiona in un'esistenza borghese: anticipa il matrimonio con May, consiglia Ellen di non chiedere il divorzio dal marito, conduce una vita ordinaria, accanto ad una giovane moglie affettuosa e comprensiva, frequentando i tradizionali luoghi sociali di New York e ottemperando agli obblighi della famiglia di May. Lentamente e silenziosamente gli si crea attorno una cortina soffusa di protezione: ufficialmente nessuno conosce l'infatuazione di Archer per Ellen, crescente innamoramento scandito da piccole bugie, da improvvisi viaggi di lavoro, da incontri fugaci e apparentemente nascosti, come capita per tutti gli amanti. Poi, all'improvviso, esce allo scoperto May, prima offuscata dalla vitalità della splendida contessa Olenska; in un colloquio fatto di sottintesi, di verità dette e non dette, May anticipa l'irreparabile confessione di Archer dichiarandogli di aspettare un bimbo e di avere usato, sfrontata e cinica, l' ancora non certa gravidanza per indurre Ellen ad abbandonare l'America. L'innocente May si è rivelata una consorte astuta, non perché dotata di un'intelligenza particolare, ma perché si è attenuta a schemi collaudati della società cui appartiene. In un ricevimento d'addio per la contessa Olenska, (perché le forme vanno sempre rispettate!) Archer capisce che tutti conoscevano la relazione e hanno agito solidalmente per evitare lo scandalo di una separazione: nella vecchia New York tutto deve andare avanti > senza effusioni di sangue: il modo di agire di gente che temeva lo scandalo più che la malattia, che metteva la decenza sopra il coraggio. E dall'altra parte anche Archer condivideva questi valori, anche se > gli pareva di assistere alla scena in uno stato di strana mancanza di peso, come se fluttuasse da qualche parte tra il candeliere e il soffitto, niente meravigliandolo quanto la sua parte (da spettatore) in ciò che stava accadendo. Scritto dopo la prima guerra mondiale, «L'età dell'innocenza» racconta la fine di un'epoca, narra la perdita dell'innocenza della borghesia americana. Se nei libri di Alcott (si vedano in questo sito le recensioni di «Piccole Donne» e «Piccole Donne Crescono») la famiglia è la destinazione naturale della donna, concretizzandosi così il suo ruolo sociale, nel romanzo di Wharton il matrimonio è una gabbia, luogo di rinuncia e di doveri. Da questo punto di vista la contessa Olenska è la figura vagheggiata, capace di vivere fuori dagli schemi, come una farfalla tra un fiore e un altro. Questa interpretazione, enfatizzata dal film di Martin Scorsese del 1993, non racchiude il senso più vero del racconto. Dobbiamo metterci dal punto di vista di Archer e della visione conservatrice di Warthon.  Nella sua introduzione Sarah Blackword riporta come siano state trovate due conclusioni differenti rispetto al finale del libro. In entrambe è previsto che si rompa il matrimonio e Archer possa andare a vivere a Parigi con la bella contessa Olenska. Perché la scrittrice ha deciso che Archer dovesse ripiegarsi in una piatta vita borghese, nei doveri sociali e coniugali della vecchia New York? Il tema principale del romanzo è il peso delle regole sociali, la cui forza risiede nel fatto che sono interiorizzate all'interno della coscienza, sono una prigione che traccia il nostro destino, di là dei nostri «segreti pensieri e desideri».  E com' è accaduto per Archer, non ci resta che vivere nella fantasia, ancorarci al sogno e all'immaginazione, creare una realtà parallela nella nostra mente. Sempre nuovi Don Chisciotte di Cervantes o Quinchotte di Rushdie (si vedano le recensioni in questo sito) ci muoviamo smarriti e prigionieri in un mondo che vorremo diverso, finché, come Archer, ci adeguiamo, adagiati nel quieto vivere. Per quanto tempo lo potremo fare? Ricca, influente e circondata da artisti nella sua vita parigina, Wharton aveva anche la passione di «designer di arredi»; e ciò spiega le descrizioni dettagliate degli ambienti e dell'abbigliamento, vere e proprie rappresentazioni teatrali, già cinematografiche, così ricche di immagini, suggestioni e simboli. E' una scrittura minuziosa e all'apparenza realistica, che emana un fascino sognante, sospeso ed evanescente. Non so se la Wharton abbia conosciuto Joyce o Proust; ma è evidente che siamo dinanzi ad una narrazione innovativa, a un non romanzo, dietro alla patina ottocentesca e superficiale. Il lessico è ricco, di forte impronta americana, insieme a una struttura sintattica articolata e raffinata; senza dubbio un bell'Inglese! Perché leggerlo? Interessante e moderna la figura di Ascher, splendidamente barocco.

Edith WhartonPenguin Random House
Age of iron
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Age of iron

Il romanzo è ambientato in Sud Africa a metà degli anniʼ 80, nei tempi dellʼapartheid. Una anziana insegnante di materie classiche viene a sapere di avere un tumore incurabile. Decide allora di raccontare gli ultimi giorni della vita alla figlia, che ha lasciato il paese da molti anni: > ti racconto la storia non perché tu abbia compassione per me ma perché tu possa apprendere come sono le cose. Sarebbe più facile, lo so, che la storia venisse da qualcunʼaltro, se fosse una voce di un estraneo a risuonare nelle tue orecchie. Ma il fatto è, non cʼè nessunʼaltro. Io sono sola, la sola a scrivere. Non passarci sopra, non perdonare facilmente. Leggi tutto con un occhio distante . In questa dichiarazione della protagonista si racchiudono i molteplici significati del romanzo: gli avvenimenti, e soprattutto le compagnie, degli ultimi giorni di vita della vecchia signora, la solitudine e la nostalgia del passato, lʼesilio dalla figlia. Un vagabondo alcolizzato e un cane randagio trovano riparo presso la dimora della protagonista, che dapprima diffidente ma poi sempre più fiduciosa li accoglie trovando sostegno e amicizia. Nel frattempo le vicende di due ragazzi di colore coinvolgono lʼanziana insegnante nelle pesanti condizioni di vita della popolazione negra e soprattutto nella crudele repressione della polizia afrikaner. Sconvolta dai fatti che travolgono una vita sino allora tranquilla, la lettera alla figlia cambia di senso: doveva essere un modo per rafforzare il legame e invece la donna si trova trascinata nella confusione e nellʼincertezza: lʼamore verso la figlia diviene più astratto e lontano mentre sono sempre più forti i sentimenti verso chi le è più vicino nel male e dinanzi alla morte: il vagabondo, il cane e i due ragazzi di colore. E una richiesta di amore si eleva dalla vecchia insegnante: > e questa lunga lettera, lo dico adesso, è una richiesta verso il tramonto, verso lʼoccidente ( la figlia vive negli Stati Uniti) per te di ritornare da me. Vieni e nascondi la testa sul mio grembo come fa un bambino, come tu eri solito fare. Non posso vivere senza un bambino, non posso morire senza un bambino. Ciò che io sopporto, in tua assenza, è pena. Io produco dolore. Tu sei il mio dolore. È questa una accusa. Si io ti accuso. Ti accuso di avermi abbandonato . È un romanzo potente ed ancestrale, dominato da temi classici, tipici della tragedia greca, di quella di Eschilo e di Sofocle. Il rapporto tra madre e figlio viene investigato non in termini psicologici ma rimandandolo ad un destino ineluttabile, del distacco della progenie dai genitori. La fuga della figlia dal Sud Africa genera lʼesilio della madre, la sua solitudine ed insieme la consapevolezza che non sarà ricordata dopo la morte > lasciami andare da me stessa, lasciami andare via da te, lasciare andare via da una casa ancora viva di ricordi: è un compito difficile, ma sto imparando . > Non avere paura, dice la protagonista,non ti cercherò. Non è la mia anima che resterà con te ma lo spirito della mia anima, il respiro, il movimento dellʼaria intorno a queste parole, lʼesilissima turbolenza tracciata nellʼaria dal passaggio extra terreno della mia penna sopra la pagina che le tue dita adesso tengono . Perché leggerlo? Non è facile la lettura, anche perché lʼautore apre spesso parentesi filosofiche, ma la profondità cosmica del romanzo e le suggestioni di molte pagine valgono la fatica.

J.M. CoetzeePenguin Books
L'Agnese va a morire
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L'Agnese va a morire

Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, «LʼAgnese va a morire» parla della guerra partigiana di pianura, dove > i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano lʼazione dove nessuno lʼaspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano. La pianura, ed in particolare lʼambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. > Una sera di settembre lʼAgnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango . Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da > un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi , a diventare > responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni . Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: «se sono buona»; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nellʼambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera allʼinverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. > Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da unʼinferriata, e bruciava sullʼacqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) È un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) LʼAgnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato . Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui > verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano allʼaccampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari... . Con lʼinverno e la pressione crescente dei tedeschi, > via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quellʼacqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi . Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, > pur di arrivare a riva, di essere fuori dallʼacqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava . Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania > Comʼè dura, vero? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora lʼora di liberarsi, Agnese. (...) LʼAgnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quellʼonda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui cʼera un altro, e un altro, e un altro. Lʼultimo richiuse piano la porta. Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo unʼintellettuale! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dellʼambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia unʼepopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici. Perché leggerlo? Un capolavoro nei contenuti e nello stile!

Renata ViganòGiulio Einaudi
All Our Names
RecensioneInglese

All Our Names

Il protagonista è un giovane etiope; il desiderio adolescenziale di lasciare il proprio sperduto villaggio lo spinge a scegliersi uno scopo ed una città: diventare un grande scrittore a Kampala, che, pur essendo capitale dellʼ Uganda, come lui «non apparteneva a nessuno e nessuno la poteva reclamare». È quindi un non luogo, dove il ragazzo nasconde, dimentica o semplicemente abbandona i venticinque nomi con i quali veniva chiamato nel suo villaggio. A Kampala conosce lʼamico. > Isaac ed io diventammo amici come due cani randagi si trovano insieme seguendo la stessa traccia ogni giorno alla ricerca di cibo e di compagnia . Entrambi sono inesperti della vita urbana, ma Isaac ostenta sicurezza e prende sotto la sua ala protettiva il protagonista, ingenuo, fragile e troppo sognatore per sopravvivere da solo in una metropoli violenta e caotica. Non avendo più nomi, Isaac dà al ragazzo diversi nomignoli (ben tredici), tutti legati alla sua aria di intellettuale e di letterato. Dapprima i due giovani frequentano il campus universitario, una sorta di "oasi > in un paese sempre più dilaniato dagli scontri tra opposte fazioni, che sfociano presto nella dittatura e nella repressione. Se prima agli studenti era permesso esprimere il dissenso, poi le manifestazioni vengono proibite e soffocate nel sangue. Per il protagonista la situazione è particolarmente grave perché è uno straniero; Isaac deve intervenire più volte a salvarlo e a nasconderlo in posti sicuri. La lotta politica è ormai una guerra tra bande. Isaac, sempre più misterioso per la vita che conduce e le amicizie che frequenta, si mette al servizio di un capo clan. Il protagonista assiste inorridito a violenze, fucilazioni, veri e propri eccidi. Ma soprattutto è sconvolto dalla trasformazione dellʼ amico: da ragazzo un poʼ provocatore e un poʼ goliardico, Isaac si rivela un cinico assassino, un abile manipolatore di uomini, un opportunista senza scrupoli, forse persino un doppiogiochista. Ma chi è veramente Isaac? Cosa sappiamo di lui, del suo passato? La situazione precipita ed allora Isaac fornisce al protagonista un passaporto e un biglietto dʼaereo, per fuggire negli Stati Uniti. In questo modo gli dà anche un nome: il suo. Il ragazzo, ora Isaac, ha un visto provvisorio come rifugiato politico e viene seguito dai servizi sociali, in particolare da una giovane assistente, Helen. Nasce una storia dʼamore, ma si può amare qualcuno del quale non si conosce il passato? Durante la loro tormentata relazione Isaac le chiede che cosa può fare per lei: si, le dissi, promettimi che non scomparirai un giorno > . Ma così avverrà perché questo è il destino dei migranti, senza luogo e senza nomi: ciò che possono dire soltanto, promettendo di tornare un giorno, è che nessuno si sarà mai amato più di quanto abbiamo fatto noi. Per semplicità espositiva la trama è stata presentata secondo una possibile sequenza logica: prima le vicende dellʼUganda, poi la relazione dʼamore in America. In realtà lʼautore non sviluppa il romanzo in questo modo; la narrazione è portata avanti mediante due storie parallele: nella prima il narratore è il protagonista e lʼoggetto lʼamicizia con Isaac, nella seconda il narratore è Helen, che racconta il suo rapporto con il protagonista. Solo nelle ultime righe le due vicende si sovrappongono, quando scopriamo che la frase che il falso Isaac dice ad Helen nel momento dellʼaddio fu scritta dal vero Isaac in un foglietto per il protagonista. Ci viene il dubbio che lʼamore per Helen sia della stessa pasta dellʼamicizia tra Isaac vero e quello falso: legami straordinari in un epoca in cui le relazioni tra esseri umani sono come quelle di due uomini che si incontrano inaspettatamente nel mezzo di un deserto dopo aver viaggiato così a lungo da cominciare a credere che il mondo sia inabitato > .. Ma che cosa vuol dire questo strano romanzo? Comunica un senso di sradicamento, quella speciale solitudine che viene dal fatto di non avere niente che sia veramente tuo«, che spinge Helen a frugare nella stanza di Isaac per»cercare prove della sua esistenza > . Questo sradicamento ha un suo fascino oscuro perché ci dà un mondo senza peso«, che permette di affrontare una realtà che»ti rompe a pezzi lentamente«e di superare la paura di»ciò che verrà dopo. È un libro interessante. È tuttavia rovinato da un eccesso di intellettualismo, che si intravede in molti passaggi del romanzo e nella sua stessa impostazione complessiva: il ricorso alle due storie parallele frammenta il racconto, lo appesantisce inutilmente, facendo perdere ritmo narrativo e tensione emotiva. Il gioco quasi pirandelliano dei due Isaac è portato avanti in modo esasperato, senza peraltro riuscire a sorprendere il lettore, quando scopre che lʼIsaac di Helen non è il vero Isaac. Lʼautore ha voluto dare troppi contenuti ad una vicenda e ai suoi personaggi, quando sarebbe stato sufficiente narrarli nella loro spontaneità, nella loro vita reale di migranti del mondo". Perché non leggerlo? È noioso.

Dinaw MengestuHodder & Stoughton
All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)
RecensioneInglese

All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)

Due ragazzi, Grady di sedici anni e Rawlins di diciassette, si riposano sulle loro coperte da sella, dopo essere smontati dai cavalli. > La notte era fredda e chiara e le scintille emesse dal fuoco diffondevano calore e bagliori rosseggianti tra le stelle. Potevano ascoltare i camion là fuori sullʼautostrada e potevano vedere le luci della città riflettersi lontano nel deserto quindici miglia a nord. Cosa pensi di fare? chiese Rawlins. Non so. Niente , rispose Grady. Dopo trecento pagine, anche di difficile lettura, alla stessa domanda («dove è il tuo paese?) Grady risponde;» non so. Non so dove sia. (...) Toccò il cavallo con i suoi speroni e si mosse. Cavalcava mentre il sole gli rendeva il viso color di rame e il vento rossastro soffiava da ovest sulla pianura al tramonto e i piccoli uccelli del deserto cantavano tra le aridi felci; cavallo e cavaliere avanzavano e le loro lunghe ombre procedevano insieme come lʼombra di un solo essere. Passavano e impallidivano nella pianura al tramonto, verso il mondo a venire > Non cʼè un luogo dove fermarsi, non resta che muoversi, avendo due sole certezze: i cavalli e la grande pianura selvaggia. Il romanzo narra lʼavventura di un adolescente. profondamente solo e alla ricerca di sé stesso nelle grandi vastità di un West ormai travolto dalla moderna società americana. Noi siamo come erano i Comanches duecento anni fa. Non sappiamo cosa si mostrerà con la luce del giorno. Non sappiamo persino di quale colore sarà > . Così gli disse il padre, quasi ad invitare Grady a partire, forse a fuggire. E il ragazzo intraprende un lungo viaggio a cavallo, insieme a Rawlins. Si inoltrano nelle grandi distese verso il Messico, dentro un nugolo di stelle, così che cavalcavano non sotto ma tra di esse (...), come ladri nuovamente liberi in quel nero elettrico, come giovani ladri in un giardino luminoso, male equipaggiati contro il freddo e diecimila mondi da scegliere > . Durante il percorso incontrano Blevins, un ragazzino di tredici anni, a cavallo, solitario, forse in fuga. Si rendono conto che potrà essere fonte di guai: è impulsivo, testardo, senza giudizio, ancora un bambino. Lo accolgono tra di loro e dopo averlo sfamato, Blevins cominciò a togliersi i vestiti e a camminare nudo sul prato, e, passando accanto ai cavalli, si immerse nellʼacqua. (...) I cavalli lo guardavano > . Il ragazzino si ubriaca e si fa rubare il cavallo da un gruppo di messicani; poi coinvolge i due amici per cercare di recuperare lʼanimale e il tutto finisce in una sparatoria e in un inseguimento, dal quale Grady e Rawlins si salvano a stento, perdendo comunque le tracce di Blevins. I due giovani sembrano trovare un posto sicuro e un lavoro in una grande hacienda > ; Grady si fa apprezzare per le sue eccezionali doti di domatore di cavalli selvaggi, conosce anche la figlia del padrone, con la quale ha una storia dʼamore. È una situazione piena di rischi, lui povero vaccaro innamorato di una ricca ereditiera. Ed infatti Grady e Rawlins vengono arrestati dalla polizia messicana e vengono accusati di essere complici di Blevins, che incontrano nuovamente in carcere e che avrebbe ucciso un uomo. Nel trasporto dal posto di polizia al carcere Blevins viene ucciso; nella orrida prigione messicana i due giovani vengono aggrediti e pugnalati, e solo lʼ intervento della zia della ragazza, della quale si è innamorato Glady, li salva dallʼinferno nel quale si sono cacciati. Sembrerebbe che siamo giunti alla fine dellʼavventura, ma Grady vuole riprendere i cavalli e di conseguenza il romanzo si conclude con uno scontro a fuoco, nel quale il giovane recupera gli animali. Dʼaltra parte cosa cʼè di più bello e di più vero di un cavallo? Quella notta sognò di cavalli in un terreno su unʼalta pianura dove le piogge primaverili avevano fatto crescere il prato e i fiori di campo e i fiori si diffondevano tutti blu e gialli per quanto poteva vedere nel sogno era tra i cavalli in corsa e nel sogno lui stesso poteva correre con i cavalli (...) ed essi correvano lui e i cavalli insieme fuori nellʼalta terra dove il terreno risuonava sotto gli zoccoli al galoppo (...) in una risonanza che era come una musica..." È una storia circolare, nella quale la trama non ha un vero sviluppo, ma ritorna sempre su stessa, ossia sulla figura di Grady, la sua solitudine e disperazione. I personaggi sono descritti in modo superficiale, in alcuni casi sono incomprensibili. Se si vuole apprezzare il romanzo, bisogna focalizzarsi sul contrasto tra lʼessenzialità dei dialoghi tra Grady e Rawlins, scarni e minimalisti e per questo espressivi della loro condizione esistenziale, e la descrizione dei cavalli e dei magici paesaggi della grande pianura selvaggia. Predomina sempre, tuttavia, un livello di dettaglio, che appesantisce la narrazione e annoia il lettore. Per quanto riguarda le prolusioni sulla storia messicana stendiamo un velo pietoso. Perché non leggerlo? È prolisso, lungo e sconclusionato.

Cormac McCarthyPicador
Alma
RecensioneItaliano

Alma

Questo romanzo riporta la mente ad un altro libro, apparentemente così lontano nel tempo e nei contenuti: «Le Confessioni d'un italiano» di Ippolito Nievo (vedi la recensione in questo sito). Come per Alma, il grande racconto di Nievo è una storia d'amore, che prende le mosse dall'infanzia in quella terra marginale che è il Nord Est dell'Italia. Carlino, il protagonista narrato da Nievo, è innamorato della bella cugina Pisana, che solo nel punto di morte riconoscerà di averlo sempre amato, così Alma rincorre Vili, quel > bambino magro, gli occhi neri e una frangia scura da teppisti , che ha fatto irruzione inspiegabilmente in una famiglia in strano e incerto equilibrio, portandosi via l'attenzione del padre. E come per i protagonisti delle «Confessioni», la vita di Alma > è sempre stata immersa fino al collo nelle questioni che il passato o la memoria e perfino le ossa sotto terra proiettavano nel presente, e lei non aveva fatto altro che camminare sul filo di una ragnatela sforzandosi di evitare le trappole della Storia, quando invece ci stava camminando sopra. Se, però, la storia d'amore di Nievo si sviluppa dentro la grande e gloriosa cavalcata del Risorgimento, quella di Alma è segnata e travolta dalle tragiche vicende del «di là», quel mondo sconosciuto oltre Vienna e Trieste, quelle terre sempre rimosse dall'immaginario collettivo, il dissolvimento della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, e oggi la guerra in Ucraina. Alma vive ormai da molti anni a Roma, apprezzata giornalista, ricercata dagli uomini per quel fascino che hanno quelli «di là», ma non può confessare, perché non sarebbe capita, che > solo un esule da quei mondi è in grado di suscitare in lei qualcosa di simile a un innamoramento. L'occasione per tornare «di là» è la morte di suo padre che le ha lasciato «una scatola», in cui dovrebbero esserci i segreti della sua famiglia, insieme con quelli della grande Storia. L'attende confuse combinazioni di sensazioni in cui presente e passato si mescolano insieme, ma non c'è mai il futuro: la nostalgia per i nonni materni, per la bella e solida casa mitteleuropea; la villetta sul Carso dove sono andati a abitare i genitori, per stare lontani dai nonni e dalla buona borghesia; gli arrivi e le partenze improvvise del padre, sempre coinvolto nelle grandi vicende; la madre anch'essa distante perché sempre occupata nella «Città dei Matti»; i bagni e i giochi sulla riviera di Barcola; e poi i morti, gli stupri, le stragi delle guerre balcaniche, immortalate dalle foto di Vili: > una fossa piccola, una fossa enorme, una fossa con dei corpi, il viso di una ragazza tenuta per i capelli. Scoprirà che nella scatola non c'è niente d'importante, come nel grande romanzo di Kenzaburo Oe («La foresta d'acqua», vedi la recensione in questo sito). Ciò che troverà sarà lo svelamento del mistero di Vili: fotografo delle stragi perpetrate dai serbi per dare testimonianza dei crimini commessi durante le guerre balcaniche. Se questa rivelazione potrà dare sollievo all'animo di Alma, non sarò possibile ritrovare l'amore per chi ha sempre amato. > I loro destini si sono incrociati, pensa Alma. e questo è tanto, i tentativi di fuga non contano. (...) Si guardano. E' così sexy, pensano. La solitudine e le incomprensioni, tutto l'amore e tutti quei morti, (...) quei loro teneri anni, e anche tutti quei pensieri sul caos delle loro vite lontane. Ci sono romanzi che vogliono dire troppo, che mescolano grandi affreschi della storia con le vite familiari, senza però riuscire a approfondire a sufficienza le diverse dimensioni dell'esistenza; e tutto resta in superficie. La relazione privilegiata del padre con Vili (quelle passeggiate insieme che escludevano Alma) non è analizzata nei suoi risvolti psicologici ed emotivi: è come il contenuto della scatola che non dice nulla di intimo. Lo stesso legame tra Alma e Vili, che attraversa tanti anni della loro vita, è trattato con spicchi d'esistenza, certamente meglio nella seconda parte del romanzo, nella Belgrado sotto la guerra, ma mai portato fino in fondo. Chi era Vili, una comparsa della Storia, obbligata, come dice lui stesso, > a essere uno che mente, un falsario, un vigliacco, ad alzare il calice a brindisi disgustandosi illudendomi che così avrei salvato qualcuno? E perché Alma perde sempre l'occasione per rompere il guscio entro cui si appaga Vili? Perché non li dice semplicemente che l'ama e lo porta con sé a Roma, lontano da «di là»? O c'è un mistero indicibile (la rigidezza degli affetti familiari, le stragi e le morti, il mondo dei Matti) che impedisce di dispiegare il senso di umanità reciproca? Troppe domande rimaste senza risposta! Sotto il profilo stilistico il romanzo si avvia faticosamente per salire di livello nella seconda parte, quella della guerra, senza dubbio la migliore. Il continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio confonde il lettore che deve di continuo riprendere le fila della narrazione. E' vero che il flusso dei ricordi e delle sensazioni non ha tempo, e tutto ritorna senza mai andare avanti, ma è pur vero che non seguire una sequenza disorienta il lettore, lo confonde inutilmente. La scrittura è di alta qualità, nei dialoghi così come nelle descrizioni: manca tuttavia di mordente, non lascia il segno, anche per l'uso di un italiano standard, scolastico sotto il profilo lessicale. Perché leggerlo? Interessante la sovrapposizione della Storia con le vicende familiari.

Federica ManzonFeltrinelli Editore
Almarina
RecensioneItaliano

Almarina

> Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. (...) Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall'altra parte del cancello, l'onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano... . Con questo incipit il lettore si illude di pregustare il mondo surreale di Anna Maria Ortese (si vedano «Il mare non bagna Napoli» e il Cardillo Addolorato > ); ed invece ci si trova dinanzi ad una storia d'amore sospesa in aria, perché travolta da un flusso di coscienza incontrollato in quanto totalmente interiore. Cinquantenne professoressa di matematica, Elisabetta Maiorano insegna nel carcere di Nisida. Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa, lo sente) che sta passando da un'altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine > . Ma  essere detenuti, vivere in una quotidianità ripetitiva e nel contempo protettiva, che crea una sensazione di isolamento o sono invece le rimembranze di una vita, le speranze e le disillusioni, le scelte sbagliate e gli amori incompresi? A seguire l'effluvio senza sosta della protagonista narratrice viene a pensare che il carcere sia solo un grimaldello per fare uscire il mondo interiore, e pure per piangersi addosso: il marito non amato, il figlio disperatamente cercato con l'inseminazione artificiale e poi con le richieste di adozione, la noia dell'insegnamento, la vecchiaia che avanza. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze > . Ma se per il carcerato, di cui parla apparentemente la protagonista, c'è la luce della vita normale, come può una persona imprigionata in sé stessa fuggire dalla propria esistenza, prosaica e triste? Solo se irrompe l'Amore. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore. (...) Io non so nuotare, lei mi ha detto, allora.«Leggendo Valeria Parrella viene in mente Alda Merini, quando scrive»e forse staccherò dalle radici/la rimossa speranza dell'amore,/ricorderò che frutto d'ogni/limite umano è assenza di memoria,/tutta mi affonderò nel divenire...". In entrambe le autrici si è in presenza di una irrequieta e inappagabile ricerca di un Amore che permetta di rimuovere la memoria, o almeno sospenderla. Il carcere, così come il manicomio per la Merini, è una metafora della prigione dell'animo umano, un momento di quiete, un luogo di incontri inaspettati. Ogni pagina di Parrella è un cammeo, simile a un breve e intenso componimento poetico. Ma se in Merini il lirismo, il parlare di sé stessi, i sentimenti accennati, la preziosità lessicale sono al loro posto perché tipici di un sonetto, soprattutto secondo la tradizionale poesia italiana, in Parrella questi tratti stilistici e narrativi compromettono il racconto complessivo, tolgono movimento alla storia, inaridiscono i personaggi, in particolare quello di Almarina, di fatto incomprensibile. L' io specchiante non si addice al romanzo, il quale richiede comunque una trama. Perché non leggerlo? Un effluvio elegante ma avulso da una struttura narrativa.

Valeria ParrellaGiulio Einaudi
L'alveare
RecensioneItaliano

L'alveare

Il romanzo è ambientato a Madrid durante la seconda guerra mondiale: è un periodo di profonda crisi economica, caratterizzato da una diffusa miseria e da un senso di «attesa senza speranza», aspettativa di un generico cambiamento insieme a un rassegnato pessimismo.  Dona Visi è felice perché la figlia ha trovato un fidanzato, > uno che studia per il posto di notaio , il marito > si rigira fra le lenzuola, > Bene, aspetta a suonare le campane a festa. (...) Stiamo a vedere come va a finire , e il marito lo sa bene perché ha incontrato la figlia a prostituirsi. Madrid è una città dove tutti > camminano senza alcuna meta, con le mani nelle tasche vuote -- nelle tasche che, a volte, non sono nemmeno calde -- con la testa vuota, con gli occhi vuoti e nel cuore, senza che nessuno se lo spieghi, un vuoto profondo e implacabile. (...) La notte si chiude (...) sullo strano cuore della città. Migliaia di uomini dormono abbracciati alle loro donne, senza pensare al duro, crudele giorno che forse li aspetta in agguato, come un gatto selvatico, tra poche ore. Centinaia e centinaia di studenti cadono nel vizio solitario. E alcune dozzine di ragazze aspettano -- che aspettano, Dio mio? Perché le illudi così? -- con la mente piena di sogni dorati.... Se La famiglia di Pascual Duarte > (si veda la recensione in questo sito) ruota intorno a un personaggio dominato da un'inclinazione sanguinaria, da un destino cui non si può resistere, qui abbiamo una serie di episodi, aneddoti e figure, in una successione disordinata che rende difficile ritrovare un filo unitario. D'altra parte a che serve approfondire la vicenda di Elvira, già stanca prostituta, o quella di Celestino, che parla da solo, o capire meglio chi sia realmente > il poeta del rione, (che) ha i pomelli rossi e qualche volta, quando è in vena, sviene nel Caffè e devono portarlo al gabinetto. Sono tante figure, fisiche e quindi contestualizzate, ma anche allegoriche di una condizione umana; ed è inutile entrarvi dentro, tanto è simile il loro destino.  Se si vogliono proprio trovare due riferimenti, questi si possono individuare in Dona Rosa e in Martin. La prima > va e viene tra i tavoli del Caffè, urtando i clienti con il suo enorme sedere , al centro di un caleidoscopio di sconfitti e di rassegnati, > con i gomiti sul vecchio, crostoso marmo dei tavoli, (...) un tempo lapidi mortuarie (immagine stupenda di un mondo nel quale tutto è venuto meno). E lei, la grande ostessa, > si palpa il ventre (...) Vada, vada....Ciascuno al suo posto. (...) I peluzzi dei suoi baffi si agitarono in atto di sfida, solennemente, come i cornetti di un grillo innamorato e orgoglioso. Martin è un giovane intellettuale che vive di qualche articolo sul giornale, dei pasti della sorella, che gli mette da parte qualcosa all'insaputa del marito, e delle generosità di una tenutaria di bordello, che gli permette di dormire in un letto caldo accanto a una giovane prostituta. > Sente i capelli della giovane sulla sua faccia, sente il suo corpo nudo sotto le lenzuola, sente il respiro che, a volte, è un pochino roco, in maniera quasi impercettibile , e le recita una poesia melanconica, sogna di essere assunto all'Istituto di Previdenza Sociale, di andare sulla tomba della madre, e non si accorge neppure che la polizia franchista lo sta ricercando. > Martin, per un vago presentimento, non vuole affrettarsi..... E' vero che siamo nella Spagna degli anni '40, ma questa attesa senza speranza" non è forse il sentimento che ci pervade in questo momento, dinanzi ad annunci di clamorose svolte (la pace in Ucraina, la fine del genocidio a Gaza) per poi ritrovarci sempre nell'immobilismo più feroce? Non siamo noi come i personaggi di questo alveare, metafora della nostra condizione? Non ci sentiremo vicini a quanto racconta Cela se l'autore non si fosse affidato a uno stile asciutto, essenziale e intenso, così distante dalle circonvoluzioni di scrittori spagnoli contemporanei, come Cercas, Marìas e Aramburu  (si vedano le numerose recensioni dei loro romanzi in questo sito). La scrittura di Cela, intrisa di crudo realismo magico, ricorda Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda la recensione in questo sito).  Il limite del romanzo risiede proprio nella dispersione dei tanti aneddoti, nella confusione della narrazione; elementi che rendono difficile orientare la lettura, darle un senso complessivo. Occorre lasciarsi andare senza cercare una trama complessiva. Perché leggerlo? Splendida la scrittura, metafora della condizione attuale

L'amante palestinese
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L'amante palestinese

È possibile che una storia di amore possa colmare il solco ineluttabile fra due popoli? Il romanzo dà una risposta negativa a questa domanda, forse troppo ingenua. E lo fa ripercorrendo una vicenda sconcertante: la relazione tra Golda Meir, autorevole primo ministro israeliano nei primi anni ʼ70, e Albert Pharaon, discendente di una ricca famiglia palestinese. Il libro ripercorre la storia del nascente stato di Israele dal 1917 ( anno della dichiarazione Balfour con la quale lʼimpero britannico si dichiarò favorevole alla creazione «in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico») e la guerra del 1948, in conseguenza della quale venne costituito lo stato di Israele e iniziò lʼesilio di oltre settecentomila palestinesi. Lʼavvio del romanzo è estremamente suggestivo. Da un lato cʼè Golda, ancora ragazza, nel kibbutz. Lʼideale sionista della vita dura e comunitaria si sintetizza mirabilmente nella vigoria e nel coraggio della giovane Golda: > così luminosa, così sicura di sé e così fiduciosa, ulivo cresciuto rigoglioso in una terra sterile . Dallʼaltro lato cʼè Albert, «uomo di mondo squisitamente educato» per il quale «nulla è abbastanza attraente nella vita sociale da strapparlo al suo dolce ozio». Se Golda personifica la forza inarrestabile di una idea, alimentata dalla disperazione e dal ricordo delle persecuzioni, Albert rappresenta molto bene una casta di possidenti, che contemplano sbalorditi e increduli lʼimmigrazione degli ebrei, con la loro pazza convinzione di crearsi uno stato, e sono soprattutto preoccupati dellʼideologia socialista, che potrebbe alimentare «strane aspirazioni» nei contadini palestinesi, da sempre sfruttati. Pur così diversi, Golda ed Albert si incontrano, si sentono attratti e portano avanti per alcuni anni una relazione nascosta, profondamente carnale. Alla base del loro rapporto cʼè tuttavia un fraintendimento. Per Albert il loro legame è logico e possibile. Il fatto di essere lʼuno un palestinese e lʼaltra una ebrea non è un problema per chi è vissuto da sempre in una terra, nella quale tante comunità hanno convissuto senza difficoltà. Per Golda la barriera di nazionalità è insormontabile. In un colloquio determinante per il futuro del loro rapporto, ad Albert, che la invita a riconoscere che gli ebrei saranno obbligati a vivere con i palestinesi, Golda grida piena di rabbia: > noi siamo venuti qui per non dipendere più da nessuno, capisci? Non ci sono altri noi allʼinfuori di noi . Le parole sacre del sionismo ( «diventare padroni del nostro destino») sono più forti di qualsiasi amore. Ed allora i due amanti > si gettano allʼassalto lʼuno dellʼaltra, si urtano, si stringono disperatamente, abbandonati a una voglia irresistibile di farsi a pezzi, e che non rimanga più niente di loro né della loro relazione impossibile . La storia di amore tra Golda ed Albert è la metafora delle vicende drammatiche di due popoli. La parte più suggestiva del romanzo è quella sino allʼincontro di Golda ed Albert. Fino a questo punto il racconto è aperto ad imprevedibili sviluppi. Il lettore si aspetta che lʼautore voglia investigare la personalità di Golda: moglie, madre, amante di molti uomini, vigorosa idealista, personalità politica, condottiera del suo popolo. La relazione con Albert era solo il passatempo di una donna profondamente carnale o rispondeva, invece, ad un bisogno inconscio di uscire dagli schemi culturali e sociali del suo essere ebrea? Cʼerano contraddizioni nel mondo di Golda o solo capricci di una donna di potere? Tramite Albert Golda poteva essere «il principe azzurro» che gettava il popolo palestinese «nella modernità come gamberi nellʼacqua bollente», creando tuttavia una eventuale convivenza? La narrazione abbandona questa possibile evoluzione, forse per mancanza di informazioni o perché non vuole forzare più di tanto la storia. Si concentra invece sulla figura di Albert, languida, pigra e insignificante. Ed è un peccato perché il racconto perde di attrattiva e diviene il resoconto di un declino di un uomo, il cui epilogo era già scritto nel preambolo, nella sua stessa figura. Perché non leggerlo? È un racconto fragile: non aggiunge elementi alla comprensione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi, non è intrigante perché non approfondisce il personaggio centrale, quello di Golda.

Sélim NassibEdizioni e/o
American Pastoral
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American Pastoral

Il libro si articola in tre capitoli, che hanno ciascuno una propria identità. Nel primo, dal titolo significativo di Paradise Remembered, lʼio narrante è lo scrittore stesso. Lʼidolo della sua giovinezza è costituito da Seymour Levov, lo Svedese: bello, biondo, atletico, un grande sportivo. Il ricordo delle sue imprese sintetizza unʼera felice, dove lʼarmonia trionfa. Ormai sessantʼenne lo scrittore viene invitato a pranzo da Seymour con un pretesto. Lʼincontro si rivela banale e senza senso, ma in seguito,ad un party di vecchi compagni, lo scrittore viene a sapere che Seymour era malato di cancro ed era travolto dalle vicende di sua figlia, che aveva dato fuoco ad un supermercato uccidendo una persona. > Lʼuomo gentile con i suoi modi delicati di trattare con i conflitti e le contraddizioni, lʼex atleta fiducioso, sensibile e pieno di risorse in qualsiasi lotta con avversari corretti, si trova contro un avversario che non è corretto, un diavolo emergente dai sentimenti umani, ed è travolto. Egli impara a vivere dietro una maschera . Lo scrittore decide di scrivere un libro su Seymour, anche se si chiede con una nota profondamente autobiografica, se lʼuomo allʼinterno dellʼuomo è conoscibile, se è una «giara che tu non puoi aprire». Ma allora la storia che scrive risponde alla realtà o è solo lʼimmaginazione dellʼautore? Nei due capitoli successivi è lo scrittore che narra in terza persona. Nel secondo capitolo, intitolato The Fall, viene descritta la vicenda drammatica di Merry, la figlia balbuziente di Seymour, che allʼetà di sedici anni scompare dopo aver commesso un terribile delitto e via via sprofonda nella clandestinità e nellʼauto distruzione. Alla base del comportamento della figlia, cʼè lʼodio verso i genitori, la loro ordinata casa, la loro vita fatta di valori borghesi,ma anche verso la società americana. Ma come poteva > sua figlia essere così cieca da voler distruggere quel sistema che aveva dato alla sua famiglia tante opportunità di successo? Distruggere i suoi genitori capitalisti come se la loro ricchezza non fosse altro che il prodotto dellʼimpegno costante di tre generazioni? . Ma allora Merry è unʼanomalia inspiegabile? In realtà nellʼultimo capitolo, Paradise Lost, che per la maggior parte descrive un pranzo tra i coniugi Levov e i loro amici (pranzo che si chiude tragicamente con lʼuccisione del padre di Seymour) appare evidente che «la malattia morale» non riguarda solo la ragazza ma unʼintera società nella quale > ciò che dovrebbe esistere non esisteva. La devianza prevaleva. Tu non puoi fermarla. Indubitabilmente, ciò che non era supposto di accadere era accaduto e ciò che era supposto di accadere non era accaduto. Il vecchio sistema che creò lʼordine non funziona più. Tutto ciò che ha lasciato è la paura e lo sgomento, ma adesso nascosti dal niente . I temi di un libro senza dubbio poderoso sono sostanzialmente due: i rapporti tra generazioni e, soprattutto, il travaglio di un genitore, che si sente perfetto, che vorrebbe difendere la famiglia e non capisce perchè una figlia così amata sia cresciuta così lontana dal suo mondo; il travolgimento di una società, fatta di immigranti che hanno lavorato sodo per essere integrati ed ammessi come cittadini di successo, che vede invece esaurirsi i valori fondanti la coesione sociale. Il dramma di Seymour è quello di un padre, ma è anche la tragedia dellʼarmonia americana. La struttura narrativa di Roth è estremamente ricca ed articolata. Essa non si affida alla ricchezza degli aggettivi, come succede con Updike, nè al lungo periodare di Bellow ( tutti scrittori che trattano della crisi della società americana). È proprio la struttura sintattica il punto di forza di Roth ma ne è anche la debolezza: le frasi sono spesso troppo complesse, rendendo faticosa la lettura e favorendo una ridondanza di parole e soprattutto di costruzioni sintattiche. Una maggiore frugalità avrebbe sicuramente reso meglio gli argomenti del libro, che sono invece interessanti. Perché non leggerlo? È molto pesante, soprattutto il terzo capitolo. Andrebbe letto a piccoli bocconi.

Philip RothVintage
American Rust
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American Rust

Paul Krugman, un economista americano Premio Nobel, inizia il suo recente libro ( «End this depression now»), ricordando come la disoccupazione sia «un immenso disastro umano» non solo per le difficoltà finanziarie che ne derivano, ma perché possono essere devastanti gli effetti sulla propria dignità, sullʼauto rispetto, sul senso di controllo della propria vita. Ci si sente non più protagonisti e subentra un profondo disagio che nasce, come dice lʼautore di American Rust, «dalla pena di vedere il mondo cambiare senza te». Con questo romanzo lʼautore si è posto, appunto, questo scopo: narrare la deindustrializzazione di una città siderurgica attraverso gli occhi delle vittime, non tanto dei lavoratori che si sono trovati disoccupati, quanto dei loro figli, che hanno perso quellʼancoraggio sociale e psicologico che era stato dei loro padri. I protagonisti del libro sono due giovani, Isaac e Poe. Il primo, intelligente e sognatore, è figlio di un tecnico in pensione, che, dopo aver lavorato per molti anni in stabilimenti siderurgici, è oggi ridotto in una sedia a rotelle a seguito di un grave incidente di lavoro. Isaac ha rinunciato alle proprie aspirazioni (vorrebbe diventare un astrofisico) per assistere il padre mentre la sorella, altrettanto brillante intellettualmente, ha rotto con il passato, lasciando la città e diventando un avvocato di successo. Poe, invece, è stato un eroe a suo tempo, campione di football, ma si è ridotto a vivacchiare a carico della madre, una povera donna che vive in un caravan e mantiene la famiglia con un lavoro precario, presso una piccola sartoria. Il contesto è il declino di una città industriale, dipinto dallʼautore con tinte fosche, ma senza nostalgia, con descrizioni che mettono risalto la rovina delle fabbriche e degli edifici insieme con la riconquista da parte della natura di uno spazio non più dominato dallʼuomo. > La fabbrica era stata una piccola città... adesso stava come una antica rovina, le sue strutture sommerse da viti selvatiche.... le impronte di cervi e coyote attraversavano i terreni: cʼerano soltanto i segni umani di occasionali occupanti . Riaffiora un tema caro alla letteratura americana, anche quella contemporanea: il mito della natura selvaggia, di una società rurale, dove lʼuomo trova da sé, in piena libertà ed autonomia, i mezzi di sopravvivenza. Isaac ruba i risparmi del padre e decide di fuggire per inseguire i propri sogni, finalmente libero del passato. Prima di partire, si incontra con Poe, il suo migliore amico, che a suo tempo gli ha salvato la vita sventando un suo tentativo di suicidio. Decidono di passare lʼultima notte insieme in una fabbrica abbandonata. Ma qui si imbattono in un gruppo di teppisti, che Poe provoca con la solita sventatezza. Per salvare lʼamico, che rischia di essere assassinato o pesantemente picchiato, Isaac uccide uno degli aggressori. I due giovani si danno alla fuga. Poe viene accusato dellʼomicidio mentre Isaac fugge a piedi verso la California. Le vicende dei due giovani si dividono, senza che lʼuno e lʼaltro ne conoscono gli sviluppi, ma entrambi subiscono la violenza di una società in disgregazione. Poe conosce la legge spietata del carcere, che non accetta che non si appartenga ad un clan e viene, per questo, aggredito e ridotto in fin di vita. Isaac, ingenuo e fragile, subisce la violenza della strada, viene ingannato, derubato e costretto, a sua volta, a rubare per sopravvivere. A Poe basterebbe dire la verità, che è stato Isaac ad uccidere, ma non lo fa perché si sente colpevole di quanto avvenuto e soprattutto sa che lʼamico non sopravviverebbe alla vita della prigione. Isaac, a sua volta, capisce che la fuga non è la soluzione: deve ritornare e confessare il delitto,e soprattutto deve vivere laddove ha le sue radici. Lʼamicizia è il tema centrale del libro: essa è, infatti, il legame profondo che unisce i due giovani, così come i personaggi minori del romanzo, e li difende dalla disgregazione della società. Perché Poe non preferisce denunciare lʼamico, piuttosto che subire la violenza del carcere? Perché Isaac ritorna per denunciarsi, quando può fuggire in California? Dal punto di vista della dominante razionalità economica ( basata sulla teoria della ricerca dellʼinteresse individuale), il loro comportamento è irrazionale, inspiegabile, ma è invece la forza originaria che tiene insieme la società. Scavando in profondità nellʼimpatto tra declino economico e relazioni umane, lʼautore scandaglia i meccanismi interiori della mente umana in una fase di disgregazione sociale, trovando una base solida nei legami tra gli individui. Ma ciò ci dà speranza per il futuro? La narrazione viene portata avanti utilizzando un espediente letterario. Ciascuno dei protagonisti racconta la propria storia, con capitoli dedicati, la cui successione non segue apparentemente un ordine ma appare casuale. Di conseguenza, la trama complessiva è a conoscenza solo del lettore, che deve crearsi una propria visione dʼinsieme. Questo approccio, senza dubbio raffinato sotto il profilo letterario, chiede troppo al lettore. Orfani di una guida, ci si perde nelle analisi, spesso un pò troppo intellettualistiche e introspettive, dei personaggi. Tutto resta come sospeso, accennato, senza avvincere il lettore, senza catturarlo. Dʼaltra parte il romanzo è povero di azione, per cui solo lʼintrospezione psicologica dei personaggi e lʼanalisi delle loro relazioni potrebbero essere elementi di interesse. Ma è proprio ciò che non si conclude, in quanto lʼapprofondimento dei meccanismi interiori della mente sembra essere senza fine, senza uno sviluppo definitivo. Se lʼautore non vuole essere pervasivo e invadente, come il grande Dostoevskij, non riesce, o non vuole, diramare le vicende sino a portarle ad una conclusione, come fa magistralmente lo scrittore russo. Di conseguenza, la lentezza e la povertà della trama rendono il romanzo noioso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso.

Philipp MeyerSpiegel & Grau
L'amica geniale
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L'amica geniale

Per gran parte del romanzo lʼamica geniale pare essere Lila; è intelligente, capace di apprendere qualsiasi argomento (persino il latino) senza andare a scuola; è coraggiosa, creativa, intraprendente; con lʼadolescenza diviene anche una splendida ragazza. Elena, lʼio narrante ed una delle protagoniste insieme con Lila, ne è soggiogata sin dalle elementari, vorrebbe assomigliarle, nel fisico e nella mente. > Mi fissai con Lila, che aveva gambette magrissime, scattanti, e le muoveva sempre, scalciava anche quando era seduta accanto alla maestra (...) Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. (...) Mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie . Attraverso le parole di Elena seguiamo, un pò invidiosi, lʼinfanzia e lʼadolescenza delle due amiche, e dei loro tanti coetanei, in un rione popolare di Napoli, violento, crudele, ma vitale ed autentico. Il romanzo è, quindi, la narrazione di unʼamicizia, tra Lila e Elena, e con essa di un ambiente sociale? Verso la fine del libro ci accorgiamo che il tema è un altro: lʼautrice parla del distacco dal proprio mondo, come effetto dellʼistruzione, dellʼapertura verso altri orizzonti culturali e linguistici. Quando Lila, ancora adolescente, sposa il ricco salumiere del quartiere, conquistandosi una posizione agli occhi della gente del rione, le due amiche hanno un colloquio chiarificatore, per loro ed anche per il lettore. Elena frequenta brillantemente il liceo, e dichiara, con «un risolino nervoso», che abbandonerà gli studi, una volta presa la licenza. Lila le risponde, secca e decisa: > tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine (...) devi studiare sempre . In quel momento Elena realizza come fossero finite «in due mondi diversi», pur abitando nello stesso rione, pur avendo avuto la stessa infanzia. Elena aveva ricavato da Lila lʼenergia per studiare, ma la scuola era diventata una sua personale ricchezza. > Ero cresciuta con quei ragazzi (i coetanei del rione), ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo auto degradarmi. (...) Ma proprio quella festa (il matrimonio dellʼamica) ratificava che Lila, lʼunica persona che sentivo ancora necessaria malgrado le nostre vite divergenti, non ci apparteneva più e, venendo meno lei, ogni mediazione tra me e quei giovani (...) si era esaurita. La storia dellʼamicizia di Lila ed Elena è lʼoccasione per una rara riflessione. Nel sentire comune la scuola svolge sempre una funzione positiva, di emancipazione e di elevazione spirituale. Lo è senza dubbio, si spera, ma troppo spesso si trascura come lʼistruzione ci renda estranei al nostro mondo di provenienza, facendoci perdere le radici antropologiche e disperdendo valori ed attitudini non sempre totalmente negativi. Cosa resterà di Napoli in una società che ci vuole tutti omologati? Il cambiamento è, poi, difficile e tormentato per chi lo compie. Elena, infatti, non si sente superiore allʼamica e ai suoi coetanei; tuttʼaltro, vive il distacco con sorpresa e con sofferenza, fa fatica ad acquisire una consapevolezza, che per molto tempo ha negato a sé stessa. Le medesime vicende sentimentali riflettono questo intimo conflitto: è innamorata di Nino, anche lui brillante liceale, ma si è fidanzata con Antonio, un bravo giovane, ma ahimè così ignorante. Perché soprattutto non mi ero fermata per dire a Nino resta, vieni al ricevimento (...) parliamo tra noi, scaviamoci una tana che ci tenga fuori da questo modo di guidare di Pasquale, dalla sua volgarità, dalle tonalità violente di Carmela e di Enzo, anche - sì, anche - di Antonio? " Il tema del distacco non viene affrontato con un approccio falso - narrativo, ma di fatto sociologico - normativo. Lʼautrice sviluppa un articolato sistema di personaggi, ciascuno di essi tratteggiato con efficacia e profondità psicologica. Parimenti, il rione è descritto con vivacità e coinvolgimento, pur non nascondendo la sua natura chiusa, immobile e violenta. Non si esprimono giudizi dallʼalto di una presunta superiorità sociale e culturale né, peraltro, si assumono toni giustificativi e populistici. I pregi letterari, i personaggi, Lila in particolare, lʼambientazione e la scrittura semplice ed elegante, rendono indulgenti verso le debolezze del racconto: un lento ritmo narrativo, a tratti ripetitivo, ed una trama che resta sospesa, forse per preannunciare ulteriori libri. Ma i romanzi a puntate si dovrebbero chiudere con unʼatmosfera di suspense, e non semplicemente con puntini di sospensione. Perché leggerlo? È affascinante la figura di Lila, fine ed elegante la scrittura.

Elena FerranteEdizioni e/o
L'amore arreso
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L'amore arreso

In un precedente romanzo «La storia del giogo dʼoro» la protagonista non riesce a sfuggire ai meccanismi familiari e impazzisce, portando alla rovina sé stessa e chi le sta vicino. Nel primo dei due racconti di questo libro, «Lʼamore devastante», Liusu è altrettanto disprezzata dai parenti, ma coglie lʼoccasione di un incontro casuale per scappare da una casa, che > aveva qualcosa di simile a una dimora di fate e di spiriti: qui lo scorrere lento di un giorno era come il passare di mille anni nel mondo. Ma trascorrere mille anni qui era più o meno come un giorno, perché tutti i giorni erano ugualmente monotoni e senza senso . Ed è la noia, non la passione, a spingerla, guardinga e quasi di malavoglia, ad allacciare una relazione con un cinese occidentalizzato, dalla torbida fama di persona ricca, colta e raffinata, ma ostile al matrimonio. Sin dallʼinizio Liusu sa benissimo che legarsi a questʼuomo significa diventarne la concubina. Mentre accondiscende alle lusinghe dellʼamante pensa tra sé: > se io fossi una donna perbene fino in fondo, tu non ti saresti neanche accorto di me. Ma sorrise, inclinò la testa verso di lui e disse, Tu vorresti che io di fronte agli altri fossi una donna perbene, ma che con te non lo fossi . Con grande abilità lʼautrice ci conduce nello sviluppo di una relazione, nella quale > tutti e due (erano) troppo occupati a parlare dellʼamore, dove potevano trovare il tempo per amarsi davvero? . La conclusione è scontata: il ricco amante ospita Liusu in una casa grande e vuota, dove lei aspetterà le sue visite come una classica concubina. A cambiare questo destino è la guerra. I giapponesi bombardano Hong Kong e lʼuomo, nella città sconvolta, decide di sposare Liusu. > La caduta di Hong Kong aveva segnato la vittoria di lei. Ma in questo mondo irragionevole, chi mai sapeva distinguere quali erano le cause, quali gli effetti? Chi poteva saperlo? E forse proprio perché lei potesse vincere era dovuta cadere una intera città? Nel secondo racconto, Rosa rossa, rosa bianca > , lʼautrice si chiede se la trasgressione e il perbenismo possano convivere nella stessa personalità. Zhenbao è un tipo razionale e preciso, in tutto e per tutto il perfetto uomo cinese moderno. Partito fin dallʼinizio col piede giusto, (...) ora aveva unʼottima posizione in una famosa compagnia tessile straniera > Tutto sembra ineccepibile: la moglie laureata di buona famiglia, la figlioletta per quale sono state già accantonate le risorse per le rette universitarie, lʼattenzione premurosa verso la madre e i fratelli, lʼimpegno sul lavoro e lʼaltruismo verso gli amici. Ma è proprio vero? Dal racconto veniamo a sapere che Zhenbao ha avuto unʼintensa e appagante relazione con una donna sposata. Quando lʼamante, realmente innamorata, confessa al marito il tradimento, Zhenbao la lascia perché capisce che lo scandalo lo travolgerebbe. È sufficiente incontrare la donna dopo molti anni per sconvolgerlo e distruggere la sua opaca vita borghese: frequenta prostitute, si dà al bere e al gioco, trascura il lavoro, picchia la moglie. E tu. Stai bene, tu?, chiese lei. Mentre cercava le parole adatte per riassumere in poche, semplici frasi la perfetta felicità della sua vita, Zhenbao alzò la testa e vide la propria faccia nello specchietto a destra dellʼautista. (...) Dʼun tratto però cominciò a tremare davvero e vide nello specchio che le lacrime gli rigavano le guance. Il perché non lo capiva neanche lui. In quel genere di incontri, è sempre lei che piange, non lui. (...) Lungi da consolarlo, lei restò zitta a lungo, poi disse: Non è questa, la tua fermata? > Lʼautrice scava lʼambiguità dellʼanimo umano con un taglio fortemente occidentale. Se lʼavvio del primo racconto richiama ancora la tradizionale famiglia cinese, il proseguimento del racconto potrebbe essere ambientato in qualsiasi città europea. I contenuti e la scrittura stessa del secondo racconto riecheggiano molta letteratura occidentale, alla quale lʼautrice ha attinto largamente. Cʼè poca originalità. Ad affascinare il lettore resta la capacità di Zhang di muoversi nei chiaro scuri e di sondare lʼanimo umano, in particolare quello femminile. Jiaorui e Zhenbao sono a letto: la donna capisce che lʼuomo vuole lasciarla. Sollevando il viso gonfio e arrossato, Jiaorui lo fissò, poi balzò in piedi, quasi stupita lei stessa dʼessersi ridotta in quello stato. (...) Si asciugò gli occhi con il fazzoletto, si soffiò il naso e uscì. (...) Nel sonno gli parve qualcuno si fosse steso sopra di lui, piangendo. (...) Capì che Jiaorui era tornata. (...) Il calore di quel corpo femminile lo avvolgeva come una trapunta di piumino foderata di seta, trasmettendogli un piacevole, sensualissimo tepore. Quando Zhenbao fu sveglio del tutto, Jiaorui se ne andò senza dir niente, né lui proferì verbo". Perché leggerlo? Sono brevi racconti, la scrittura è piacevole ed alcune pagine sono particolarmente suggestive.

Ailing ZhangRizzoli
L'amore ucciso
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L'amore ucciso

Immaginate qualche cosa di simile al romanzo di Anna Premoli ( «Ti prego lasciati odiare»): una storia dʼamore, delicata, leggermente ironica, fatta di fitti dialoghi e di riflessioni giovanili. Potrebbe essere una tenera favola, se non fosse che siamo in Giordania, per la maggior parte delle donne > unʼopprimente prigione, la cui atmosfera è resa ancora più tesa dal rischio di morire per mano dei propri congiunti. La Giordania è la mia casa. Amo la sua aspra bellezza, la sua storia travolgente. Ma, forse, non potrò farvi mai più ritorno . Non ci può essere lieto fine in una storia dʼamore impossibile, in una società nella quale > alla donna che infrange una qualsiasi delle norme che è tenuta a rispettare non è concesso il lusso del perdono . Noi lettori intravediamo sin dallʼinizio la drammatica conclusione del romanzo. Ciò ci crea unʼansietà crescente, che ci impedisce di perderci e di assaporare fino in fondo la bella amicizia tra Norma e Delia. Pur appartenendo a religioni differenti, sono cresciute insieme con gli stessi sogni di libertà e di emancipazione da una millenaria condizione femminile. > I nostri genitori insinuavano nella vita di tutti i giorni lʼidea che gli uomini fossero superiori alle donne. Non eravamo ridotte in schiavitù con frusta e catene, ma piuttosto persuase da parole e insegnamenti vecchi di secoli a metterci in quella condizione di nostra spontanea volontà . Se le loro madri credevano «nello stile di vita arabo», Norma e Dalia si uniformano agli opprimenti costumi della tradizione per paura. Ma > la paura può essere superata.... per questo, prima o poi, le cose dovranno cambiare . Per costruirsi un proprio spazio di libertà, le due ragazze si inventano unʼattività economica, quella di parrucchiera, un lavoro tipicamente femminile, che non minaccia la tradizione, una sorta di attesa del matrimonio combinato, al quale sono inesorabilmente destinate. Una volta lasciate nel negozio dal fratello «di turno», al quale è stato affidato il compito di sorvegliarle, Norma e Delia si sentono libere, di parlare, di scambiarsi confidenze, di leggere riviste femminili, di sognare. Questo rifugio in un «insidioso mare di norme religiose» viene stravolto dallʼarrivo di un giovane, che le costringe «a comportar(si) come non avremmo dovuto». Dʼaltra parte, > dovevamo affidarci al sotterfugio e al raggiro per ottenere ciò che volevamo, e lasciare che un salone di bellezza di periferia, teatro di pettegolezzi, definisse i confini delle nostre vite, confini che avrebbero potuto essere ben più estesi? Potevamo rischiare la pelle per una storia dʼamore? . Le due ragazze non hanno dubbi, pur sapendo che Delia, di fede mussulmana, non potrà mai sposare il giovane, perché questʼultimo è cattolico. Le regole della società giordana impediscono i matrimoni tra persone di diversa religione. Sanno i rischi che corrono. Frequentando un giovane senza il permesso del padre, la ragazza disonora la famiglia ed è permesso ai congiunti punirla con la morte. Non siamo, tuttavia, dinanzi allʼennesimo racconto di innamorati, ai quali è proibito di amarsi. Norma e Delia rifiutano il loro inesorabile destino. > Sebbene il tutto si fosse limitato a qualche dolce e a un caffè, il gusto di quella normale libertà era troppo delizioso per potervi rinunciare. Ci eravamo spostate di pochi chilometri, ma eravamo entrate in un altro mondo . Man mano che ci si avvicina al tragico epilogo, lʼassassinio di Delia da parte del padre, cambia lo stile narrativo, dapprima in modo impercettibile. I sempre più imprudenti incontri tra Delia e il giovane sono narrati ancora con apparente leggerenza, che non vela tuttavia la paura e lʼangoscia delle due ragazze. Poi improvvisamente il racconto diviene denso e drammatico. Con la morte dellʼamica, Norma é adulta di colpo. Capisce che i suoi legami con la Giordania e con le sue tradizioni sono morti con Delia. Tuttavia, nel momento in cui fugge dal suo paese, coglie, come non le era mai accaduto, il profondo dolore della madre, la barriera > che aveva retto per proteggere la propria anima dalla durezza della vita... i brandelli che ancora sopravvivevano di quella persona, unica e indipendente . Non lasciarsi intrappolare dalla pena per sua madre, pur sentendosi come non mai a lei vicina, rende Norma libera come persona, prima ancora che come donna. Il romanzo può essere letto da tanti punti di vista: una fotografia sociologica ed antropologica della Giordania, paese che sotto una patina di modernità nasconde una crudele ed imperante tradizione tribale; una denuncia appassionata della diffusa accettazione del delitto dʼonore e più in generale della condizione femminile nei paesi arabi; la narrazione di una dolce amicizia, di un legame spezzato; un romanzo di formazione, un doloroso sentiero verso lʼetà adulta. Quando Norma ascolta il saggio suggerimento della madre, ossia di chiedere scusa al padre di Delia, che eppure aveva ucciso lʼamica, la ragazza accetta cinicamente la menzogna, riconosce come solo con il sotterfugio e lʼinganno la donna possa sopravvivere. Rischia, come successe a sua madre, di illudersi, di «intravedere fantasmi di occasioni perdute nel suo cuore», o si apre ad una nuova vita, realmente libera ed autonoma? È sufficiente fuggire dalla Giordania per essere riconosciuta come persona? Perché leggerlo? Un romanzo prima ironico e leggero, poi, nelle ultime pagine, intenso e drammatico. Un libro che fa riflettere sulla condizione femminile.

Norma KhouriOscar Mondadori
Aniko
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Aniko

I Nenec sono un popolo di poco più di 40 mila individui, stanziati nella parte nord orientale della regione degli Urali: la loro economia si basa fondamentalmente sull'allevamento delle renne. Come molti giovani Nenec, Aniko è andata a studiare lontana dalla propria terra: prima in un convitto nella città più vicina, poi più distante ancora, a studiare geologia all'Università. Ha assimilato la lingua e la cultura russa tanto da dimenticare le sue origini. Deve tornare dal vecchio padre perché le è giunta la notizia della morte della madre e della sorellina, uccise da un lupo soprannominato Diavolo zoppo. Il ritorno è scandito prima dalla ripugnanza ( > quando il padre le era ormai vicino: fece involontariamente un passo indietro: emanava un puzzo di alcol, fumo e sporcizia ), poi si riappropria lentamene della lingua e dei costumi, ed infine sopraggiunge la rimembranza dell'infanzia perduta: «Era calata la sera, insieme alla madre, aveva acceso un fuoco vicino al»cum > . Giocava con le sue bambole di pezza che avevano becchi d'uccello al posto della faccia. La mamma era intenta a cucire una nuova jaguska per una delle bambole. Per un istante Aniko credette di rivedere davvero il volto concentrato della madre. Ma trascorso quell'istante, per quanto si sforzasse, non riuscì più a ridisegnare i suoi lineamenti nei ricordi. Erano svaniti, forse per sempre . E' confusa, fino allora «non aveva fatto altro che provare a vivere». Deve accettare l'invito intriso di rimprovero di Aleska, il compagno d'infanzia, a restare per migliorare le condizioni dei Nenec? O deve lasciarsi sommergere dal fascino della tundra e di una società ancestrale, immobile e apparentemente armoniosa? E' ciò che attrae Pavel, un giovane geologo non Nenec, a desiderare di restare per abbandonare «i soliti pensieri ordinari» e «scoprirsi all'improvviso più maturi, sinceri e buoni!» Non sappiamo cosa farà Aniko, lascia la tundra ma tornerà un giorno? Che sarà di lei? Aniko è un personaggio esile e la sua storia è troppo sfumata per trasmetterci i sentimenti contradditori della ragazza, in bilico tra l'affetto per il padre, solo ormai eppure protetto dal villaggio, e la voglia di essere parte di una società ricca di stimoli culturali e professionali. Estraendo dall'ambiente specifico e se sostituissimo il russo con l'inglese, lo stato di attesa e nostalgia di Aniko è la condizione di molti giovani d'oggi. Ma non era questo lo scopo della scrittrice: legata profondamente alla propria terra, l'autrice ci porta in un mondo di serena concordia dove gli uomini, i cani, le renne e persino i lupi vivono «in una immobilità di gioia inesauribile», come dice Ungaretti parlando della sua città natale, Alessandria d'Egitto. Si pensi alla renna Temujko, che è stata allattata dalla mamma di Aniko e torna sempre sulla tomba della padrona, al cane Buro, il fedele amico del vecchio padre, e come questi accetta con dolorosa rassegnazione l'abbandono della figlia, forse definitivo. E che dire di Diavolo zoppo? La descrizione del lupo, della sua solitudine e del suo rancore, dà inizio all'intero racconto, e impronta di sé alcune della pagine più belle del romanzo. La società dei Nanec pare perfetta, nella sua secolare armonia, ma non è così. Come dice Pavel ad Aniko, > i nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi. imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli. (...) E se non li aiutiamo adesso... E se l'intera storia fosse una fiaba, e come una fiaba va bene per tutte le latitudini, pure una metafora della nostra misera Italia, un invito a liberarci dalla passività? La scrittura è melodiosa e fluida come l'intera storia: dolce e leggiadra, evocativa e naturalistica ad un tempo quando descrive la tundra e i suoi abitanti, sintetica ed efficace nei dialoghi, nell'eterna conversazione tra i Nenec ed invece contratta quando parla Aniko, come a riflettere la sofferenza dinanzi a scelte di vita che deve affrontare, suo malgrado. La trama è debole nel ritmo narrativo (pare che nulla succeda), ma la scrittura è splendida, con assonanze provenienti da altre lingue. Perché leggerlo? Dolce e leggiadro.

Anna NerkagiUtopia
Le Anime Morte
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Le Anime Morte

> Felice lo scrittore che, lasciando in disparte i caratteri noiosi, ripugnanti, quelli che colpiscono per la loro triste realtà, affronta i caratteri in cui si rivelano le più alte qualità dellʼuomo..... Eccelso, universale poeta lo acclamano.... ben altro è il destino dello scrittore, che osa evocare alla luce tutto quello che abbiamo sempre sottʼocchi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose, che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri, di cui ribolle, amaro a tratti e tedioso, il nostro viaggio terreno .Gogolʼ sviluppa unʼanalisi caustica ma gioiosa della società del suo tempo, con una ispirazione che lo rende unico tra i grandi scrittori realisti dellʼOttocento, come Zola, Flaubert e Verga. Lʼidea geniale di Gogolʼ è quella di fare emergere la sordidezza e la vacuità dei suoi contemporanei mettendoli dinanzi ad un fatto inverosimile. Il protagonista del romanzo, il prosaico Cicikov ( > né troppo giovane né troppo vecchio, né troppo grosso né troppo snello, né troppo elevato né troppo umile ) viaggia per la vasta provincia russa proponendosi di acquistare i servi morti ( da qui il titolo del romanzo), sui quali i proprietari continuano a pagare una tassa. E ciò che é paradossale é che non solo i proprietari accettano la compravendita, ma che le istituzioni e la stessa buona società non intravedono lʼassurdità e lʼimmoralità di questo commercio. Ben altri sono gli ostacoli che deve incontrare il protagonista nel suo cammino! Le visite ai proprietari lo costringono a subire le particolarità, talvolta stravaganti ma spesso fastidiose, dei diversi caratteri e stili di vita: il possidente vanitoso e vacuo, la zitellona bigotta ma avida, il proprietario affarista, lʼubriacone anche violento. Si tratta di una carrellata di personaggi e di ambienti, che permettono allʼautore di disegnare con poche pennellate la vita, meschina ma anche dispendiosa, della piccola e media proprietà russa. Se i caratteri sono tratteggiati in modo ironico e brioso, la descrizione dei villaggi è sociologica, anche se manca in Gogolʼ qualsiasi indignazione per la condizione dei contadini. Quando poi scoppia lo scandalo nella piccola città di provincia in cui si trova Cicikov, il nostro protagonista è travolto da pettegolezzi, supposizioni e false accuse, che niente hanno a che fare con la truffa che sta portando avanti, ma che lo costringono alla fuga. Ma come tutti i russi, anche Cicikov ama la velocità della vettura che lo porta correndo sulla strada e si lascia travolgere da una sensazione di esaltazione e di abbandono. > È come se una potenza ignota ti prendesse sullʼala con sé, e tu voli, e tutto vola... Non così anche tu, Russia, come unʼardita insorpassabile troika, voli via? Con la partenza di Cicikov si conclude la prima parte del libro, lʼunica compiuta e approvata dallʼautore. Il piano complessivo dellʼopera prevedeva altri due parti, di cui la seconda ci è pervenuta incompleta mentre la terza è stata distrutta dallo stesso Gogolʼ. Se si legge la seconda parte emerge chiaramente come il tema di fondo dellʼintera opera dovesse essere il viaggio, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E dice Gogolʼ con un accento pirandelliano, > il lettore non deve irritarsi con lʼautore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Cicikov; qui egli é padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci . La capacità di Gogolʼ di tratteggiare i personaggi e gli ambienti borghesi della società russa costituisce il pregio fondamentale del romanzo. Dalla lettura emerge, tuttavia, una sensazione di superficialità e di incompiuto, quasi che la scrittura richiedesse ancora miglioramenti ed approfondimenti. Perché leggerlo? È un romanzo attuale ( soprattutto per lʼItalia), in quanto racconta la facilità con cui una società vacua e superficiale accetta qualsiasi fatto, anche se inverosimile ed improbabile.

NikolajOscar Mondadori
Anime scalze
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Anime scalze

La storia prende le mosse dal momento in cui troviamo Ercole insieme al fratellino Luca sul tetto di un centro commerciale, con la polizia che grida di scendere. Dal racconto scopriamo che Ercole ha quindici anni, vive con Asia, la sorella più grande, e con un padre assente, che lavora come capita e spesso si mette nei guai. Ercole sa bene che Asia «era forte, sì, coraggiosa, ma non indistruttibile, Legata a me, ma non con me» Quando la sorella gli comunica che andrà a vivere con il fidanzato Ercole comprende che «le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano». Con una vecchia bicicletta va a cercare la madre in un piccolo paese in montagna. Buca la gomma, è costretto a farsi dare un passaggio, deve chiedere i soldi per il biglietto del treno, quando arriva al paese dove vive la madre, gli è difficile trovare dove abita perché la madre sta in una casa isolata. Ercole, testardo e coraggioso, affronta tutti gli ostacoli, vince le paure,  ma non debella i mostri che ha dentro. Non riesce a fare alla madre le domande che vorrebbe. > Perché sei andata via esattamente? (...) Perché non mi chiedi se mi sei mancata? (...) Le cose vanno così. Ercole. E non puoi farci nulla diceva Asia. Sopraggiunge una svolta. > Appeso a uno spuntone del muro esterno c'era un casco da football americano, giallo, con il numero dieci in rosso . E' di Luca, suo fratello di sei anni. > La vita è una palla di biliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque . Adesso Ercole ha qualcuno di cui prendersi cura, da proteggere, anche rispetto al mondo degli adulti. E quando al compleanno di Luca, gli amici del padre del bambino cercano di ubriacare il piccolo senza che la madre lo difenda, è Ercole a intervenire e poi a portare in salvo il fratellino. Con audacia e vincendo la paura, si mette alla guida di un' auto. Lo sorprende la polizia. > Mi avrebbero creduto se avessi spiegato cos'era successo, che lo facevo per Luca? Avrebbero creduto a me o agli adulti? (...) E se mi avessero creduto, Luca dove lo avrebbero mandato? A chi l'avrebbero affidato? (...) Ho sentito la voce di Obi-Wan sussurrarmi: usa la forza, Luke. Segui l'istinto. Ho sentito le crepe sbriciolarsi e i mostri uscire dai muri. Ho ingranato la prima. Ho premuto a manetta sull'acceleratore. E sono fuggito. Se nei romanzi dell'Ottocento l'adolescente diviene adulto affrontando prove sempre più ardite, conquistando in tal modo la propria autonomia dai grandi, oggi il ragazzo resta sempre in qualche modo legato all'aiuto degli adulti. Si pensi alla differenza tra l'Isola del Tesoro di Stevenson, dove Jim affronta da solo i pericoli, dalla tempesta al pirata Silver, e la vicenda di Harry Potter che vince il male per il ruolo salvifico del super mago Dumbledore (si vedano le recensioni in questo sito: Treasure Island" e «Harry Potter& the Philosopher's Stone»). In «Anime scalze» non entra in gioco la magia, per fortuna; ma il quindicenne Ercole riesce a non scivolare «dalla confusione alla disperazione» perché trova saldi punti di appoggio nella sorella maggiore Asia e nella fidanzata Viola, coetanea eppure così salda e determinata. Al filone conduttore fondamentale, quello di romanzo di formazione, si aggiungono altri ingredienti: la fragilità e la distanza degli adulti, il tenersi dentro i sentimenti e non cercare aiuto, l'abbandono, l'amore come ancora di salvezza; troppi temi che si sovrappongono senza mai entrare nel dettaglio, quasi che l'autore volesse toccare tutti gli aspetti del disagio adolescenziale: insieme con frequenti pillole di saggezza la dispersione narrativa rende spesso prolisso e scontato il racconto. Un punto di debolezza del racconto è lo stile letterario. A differenza dei romanzi scritti insieme a Marco Magnone (vedi su questo sito le recensioni di «Berlin» e di "Il lato oscuro della Luna) manca il ritmo narrativo, se si escludono le ultime pagine; pure la scrittura è spesso prosaica, senza il contesto perché Torino é distante nella sua desolazione di città post industriale, mentre il ricorso frequente a dialoghi serrati e di poche parole pare un' ancora di salvataggio per una narrazione che fa fatica ad andare avanti, invece che un modo efficace per esprimere l'incomunicabilità. Perché leggerlo? E' scorrevole e indaga il disagio giovanile.

Fabio GedaGiulio Einaudi
Anna Karenina
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Anna Karenina

Il romanzo racconta due vicende che si svolgono in parallelo e che trovano origine nel rifiuto di Kitty di sposare Levin, preferendo il bello e aitante ufficiale Vronskj. Da questo atto di vanità e di leggerezza, immediatamente sconfessato dall’innamoramento di Vronskj per Anna Karenina, prende le mosse il percorso di Levin, il suo amore per la campagna, il suo avvicinamento a Kitty sino al matrimonio e alla scoperta della fede; e si sviluppa invece la triste storia di Anna, la sua relazione con Vronskj, l’abbandono del marito, la convivenza all’estero, in campagna e a Mosca sino al tragico suicidio. Si è in presenza di una trama «ufficiale», che vorrebbe, forse, esprimere il pensiero e il messaggio di Tolstoj: solo l’attaccamento ai valori religiosi e a quelli tradizionali della Russia possono salvare l’uomo e il paese, mentre la vanità e l’ipocrisia, caratteristiche tipiche dell’aristocrazia, non possono che condurre alla distruzione personale e al disfacimento morale e sociale di un popolo. Il generoso e profondo Levin trova nelle responsabilità del matrimonio, della famiglia e della gestione della terra la risposta ai propri interrogativi sociali ed esistenziali. Non sono le nuove tecniche di produzione, le teorie economiche e i filosofi a dargli questa risposta, ma la vita stessa gli ha dato la rivelazione attraverso la coscienza del bene e del male. > Non ho acquistato il sapere, ma mi è stato dato... perché io, con le mie sole forze, non avrei potuto conquistarlo . L’elegante e colta Anna, invece, che non ha rispettato i legami con i tradizionali sentimenti religiosi e sociali della Russia, è condotta, suo malgrado, alla disperazione: > quante cose, (quando ero bambina) che a quei tempi mi parevano belle e inaccessibili ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre . Ma la contraddizione tra la ragione, che conduce alla morte, e la fede che conduce alla vita è presente sino agli ultimi momenti della vita di Anna: > Sì tutto mi disturba, mi tormenta. La ragione ci è data per liberarci da quello che ci tormenta. Dunque, bisogna che me ne liberi. Perché non spegnere la luce, se non si ha più voglia di vedere nulla, se non si prova più altro che avversione nel guardare le cose?....ad un tratto il buio che avvolgeva ora ogni cosa per lei fu squarciato e la vita le si presentò per un attimo con tutte le sue chiare gioie passate... Signore, perdonatemi tutto! proferì ancora, sentendo l’impossibilità di lottare. Il Mugik, borbottando qualche cosa, lavorava sulle fondamenta . Via via che si sviluppa il romanzo, il personaggio di Anna Karenina assume una vita autonoma, che travalica le stesse finalità dell’autore e che le dà peculiarità ben differenti da quelle richieste dalla trama ufficiale. Sembra quasi che Tolstoj si innamori di questa sua creatura e non riesca a farla stare all’interno del ruolo progettato. Dapprima è evidente che Anna è una figura vacua e vanesia, che risponde appieno ai falsi canoni dell’aristocrazia russa, ma poi lentamente cresce la complessità di questo personaggio, che ricerca l’amore assoluto e una vita autentica, al di fuori delle ipocrisie della società. Anna è agitata da un profondo senso di colpa, per l’abbandono del marito e soprattutto del figlio, ma tuttavia sente di non essere colpevole, perché vuole soltanto «vivere la sua vita» in modo sincero e vero. Da questo punto di vista non la si può definire una figura romantica, in quanto la storia di amore è importante ma costituisce in fondo il fattore scatenante di unʼaspirazione spirituale più profonda: la volontà di vivere la propria libertà senza ipocrisie e false convenzioni. Anna Karenina è un personaggio tragico, che si distrugge e distrugge gli altri, quasi spinta da un demone (il sogno del vecchio Mugik) e da un destino che è al di sopra della sua stessa volontà. Nel corso del romanzo si attua una sorta di «rovesciamento», una profonda modifica di prospettiva, che porta all’esaltazione del personaggio di Anna, apparentemente fragile e colpevole, rispetto ai più noiosi e piatti Levin e Karenin.

Lev TolstojRusskij Vestnik
Anni Lenti
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Anni Lenti

In «Patria» l'autore affronta con toni forti le conseguenze psicologiche ed esistenziali della guerra civile che ha insanguinato i Paesi Baschi dal 1968 al 2011 (si veda la recensione in questo sito). Con «Anni Lenti» Aramburu tratta gli stessi temi, ma con accenti placidi, quasi sognanti. D'altra parte > quando mi soffermo a passare in rassegna i miei ricordi di quegli anni (quelli della Spagna di Franco), mi torna una vecchia sensazione di lentezza. (...) Mi tenta, almeno in alcuni tratti del romanzo, fare uno sforzo per trasmettere mediante uno stile studiatamente lento quella sensazione di marasma storico. Per dare questa impressione di una storia > che si trascinava pigramente ,  l'autore immagina che un «informatore» gli fornisca gli elementi per costruire un romanzo, anche  > se bisognerà scostarsi dalla testimonianza dell'informatore, si farà. Prima la letteratura, poi, se rimane spazio, la verità. E quindi una persona ormai adulta racconta a Aramburu la sua vita da bambino presso alcuni parenti di San Sebastian. Lui, > uno stronzo di un navarro , come lo accoglie il cugino Julen, si ritrova a vivere in una famiglia basca: una zia autoritaria e brusca, lo zio  malinconico e assente, la cugina grassa e brutta che se la fa con tutti i ragazzi, e Julen, che vedendolo piangere lo consola prendendolo in giro: > se fossi basco non piangeresti. Hai mai visto piangere il ferro? Però, visto che sei un navarro di pasta frolla, succede quello che succede. Forte, sbruffone, sicuro di sé, viziato dalla madre, Julien ricorda Joxe Mari di Patria e, infatti, la sua vicenda ha molti tratti simili: entra nell'ETA, è costretto a fuggire in Francia, ma, a differenza di Joxe, Julien non regge la solitudine e le privazioni della vita clandestina; tradisce l'organizzazione e ritorna a San Sebastian, gettando vergogna sulla famiglia. Tutto questo è descritto con gli occhi di un bambino, che non coglie fino in fondo i pericoli connessi agli avvenimenti e il loro impatto sulla famiglia degli zii. E' vero gli veniva un brivido di paura quando vedeva passare la Guardia Civil, ma > quei baffi, se li ricorda? Quegli sguardi duri, i manganelli e i caschi. le armi che la mia immaginazione da adolescente faceva fatica a concepire fuori dai film di indiani e cowboy. Nella fantasia del bambino tutto si mescola creando come una commedia dell'arte in cui personaggi buffi o spaventosi si agitano nella stessa atmosfera surreale e comica. Si pensi alla cugina grassa, che rimasta incinta è costretta a sposare lo scemo del villaggio, anche lui obeso e malfatto. O la figura grottescamente solenne del parroco, sicuro nel suo istigare i giovani ad affiliarsi all'ETA, e tremebondo quando rischia di essere arrestato. Eppure, il racconto soffuso e divertente dell'informatore bambino non riesce a dare pace, a permettere una conciliazione,  anche quarant'anni dopo. Il romanzo si conclude con un ricordo amaro dell'autore. In autobus incontra il padre di Julien ma si volta dall'altra parte. > Mi hanno attaccato l'odio. (...) Mi piacerebbe chiedergli perdono, ma è morto. Ci sono tanti modi per parlare delle tragedie di un Paese, delle lacerazioni di una comunità e dei dolori delle persone che sono stati segnati da quegli avvenimenti. In questo romanzo Aramburu lo fa con un approccio spericolato, sempre sull'esile confine tra il comico e il drammatico; ne deriva un senso di inadeguatezza della narrazione che cresce via via che ci si inoltra nel racconto e ci si aspetterebbe una sua evoluzione verso una maggiore profondità di esposizioni e giudizi. Forse, Aramburu ha sbagliato l'informatore, che poteva fare un bambino? Non poteva che difendere la sua infanzia dietro a una visione fantastica, quasi che tutto fosse quel gioco di ciclisti di plastica, unico giocattolo del bambino informatore, che > avanzano a turno, di tanti passi quanti ne indicava il dado.   Aramburu mostra sempre una notevole creatività narrativa. Se in Patria era il cambio del narratore in corsa (dall'io al lei nella stessa frase), qui è invece l'affiancamento al racconto del bambino di una sorta di traccia dello scrittore su come deve sviluppare il romanzo: la trama, l'ambientazione, gli approfondimenti, le parole. Sono «appunti» che via via sovrastano la narrazione, perdendo il senso di una riflessione su se stesso e sul mestiere dello scrittore per divenire sempre più un altro racconto, che ammutolisce quello del bambino. All'inizio questo espediente letterario è intrigante, perché insolito, ma poi si rivela ripetitivo e rompe lo sviluppo lineare della storia. Perché leggerlo? Piacevole ma alla fine il racconto svanisce.

L'anno della morte di Ricardo Reis
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L'anno della morte di Ricardo Reis

Ricardo Reis é uno dei tanti nomi, con i quali firmava le sue opere Fernando Pessoa, massimo scrittore portoghese del novecento. Lʼautore immagina che un Ricardo Reis, dopo sedici anni trascorsi in Brasile, ritorni a Lisbona, proprio nellʼanno della morte di Pessoa, il 1935. È inutile cercare una trama nel romanzo; come nellʼUlisse di Joice, il vero soggetto del racconto sono le peregrinazioni nella Lisbona degli anni ʼ30 e il susseguirsi di pensieri sulla realtà e su sé stessi: pensieri che non trovano mai nelle parole una esauriente espressione. > Sopra la nudità forte della verità il manto diafano della fantasia, sembra chiara la sentenza, chiara, chiusa e conclusa, anche un bambino sarà capace di capirla e andarla a ripetere allʼesame senza sbagliarsi, ma questo stesso bambino capirebbe e ripeterebbe con ugual convinzione una nuova frase, Sopra la nudità forte della fantasia il manto diafano della verità, e questa frase sì, dà molto più da pensare, e immaginare con gusto, solida e nuda la fantasia, diafana appena la verità, se le sentenze capovolte diventassero leggi, che mondo faremmo con loro, è un miracolo che gli uomini non impazziscano ogni volta che aprono bocca per parlare . Nellʼabile capovolgimento letterario con il quale la certezza della realtà si trasforma in vaghezza, e prende il sopravvento lʼimmaginazione, si rivela il tema di fondo del romanzo; non è più possibile «leggere» il mondo, quello interiore così come il contesto esterno. Ricardo Reis cammina per Lisbona come se fosse in un labirinto, senza trovare le vie di uscita. È in parte «uno spettatore dello spettacolo del mondo» ed in parte è travolto dai suoi stessi pensieri: non è lui > che pensa questi pensieri né uno di quegli innumerevoli che vivono dentro di lui, è forse il pensiero stesso che sta pensando, o semplicemente pensando, mentre lui assiste, sorpreso allo srotolarsi di un filo che lo conduce per strade e corridoi ignoti... Ma è Ricardo Reis che è confuso o è invece la realtà stessa che diviene rappresentazione, non verità? Le pagine più interessanti del libro riguardano il viaggio del protagonista a Fatima e la descrizione di una sorta di simulazione di guerra da parte del regime dittatoriale di Salazar: una voglia di partecipare alla grande mattanza degli anni ʼ30 (guerra di Spagna e poi conflitto mondiale). Alla vista dello sfruttamento senza ritegno delle speranze di una guarigione, del commercio piccolo e grande intorno al santuario, la religione diviene superstizione, occasione di festa, disprezzo della spiritualità. Nello stesso modo le parate militari, le celebrazioni di vittorie mai avvenute, le false notizie, la propaganda sono lʼinquietante parodia di un disastro morale e fisico che incombe sullʼEuropa. Il protagonista cerca, senza grande convinzione, solidi ancoraggi alla propria vita, interiore e politica, ma è tutto inutile: > il tempo si trascina come unʼonda lenta e vischiosa, una pasta di vetro liquido sulla cui superficie ci sono miriadi di scintillii che attraggono gli occhi e deviano il significato, mentre in profondità traspare il nucleo fulvo e inquietante, motore in movimento (...) Manca a Ricardo Reis un cagnolino da cieco, un bastone, una luce davanti, che questo mondo e questa Lisbona sono una nebbia scura dove si perdono il sud e il nord, lʼest e lʼovest, dove lʼunica via aperta va verso il basso, se un uomo si abbandona precipita giù, manichino senza gambe né testa . Non cʼè quindi da stupirsi che quando il fantasma di Pessoa fa visita al protagonista, Ricardo Reis decida di seguirlo nel mondo dei morti, laddove la lettura è la prima facoltà che si perde. «Qui (a Lisbona), dove il mare è finito e la terra attende». Si possono dare molte interpretazioni al romanzo: la narrazione di un percorso verso la morte; il desiderio di parlare di una Lisbona ormai scomparsa; il contrasto tra lʼamore vagheggiato ed idealizzato (la figura di Marcenda, figlia di un notaio) e lʼamore sensuale e concreto (la relazione con la cameriera Lidia); la sottile ironia della società portoghese; ed altri significati ancora. Il filo unitario di tante spiegazioni è la frantumazione della coscienza europea, consapevole e spaventata ma inerte e pavida dinanzi al disastro verso il quale va, come se fosse trascinata da un destino illeggibile e inarrestabile. > Tutti abbiamo avuto padre e madre, ma siamo figli del caso e della necessità, qualsiasi cosa questa frase significhi, lʼha pensata Ricardo Reis, che la chiarisca lui . Durante la lettura del romanzo ci si imbatte in frasi eccezionali dal punto di vista letterario. Non si può non essere invidiosi, ed affascinati, del seguente periodo. > Solo una vaga pena inconseguente indugia un poco alla porta del mio animo e dopo avermi un attimo fissato passa, sorridendo di nulla, ha mormorato (Ricardo Reis). Ma in generale lo stile narrativo è pesante e noioso. La frase è complessa, con numerosi cambi di soggetto, i periodi sono lunghi con la dominanza della virgola, la punteggiatura non aiuta la lettura, le riflessioni, spesso di carattere filosofico, prevalgono rispetto alla trama, ai personaggi e alle descrizioni. Mancano totalmente i dialoghi, che potrebbero dare respiro e vivacità alla narrazione. È un Ulisse, nel quale non cʼè Mr Bloom. Perché non leggerlo? È noioso e prolisso.

José SaramagoLa Repubblica
L'anulare
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L'anulare

Se nell'antico Egitto era praticata l'imbalsamazione per conservare un defunto per l'eternità, la visione scintoista e una certa dose di feticismo portano in Giappone a preservare e custodire oggetti e esseri viventi, importanti nella propria vita. Nel romanzo si parta di un «esemplare» e la tecnica usata è forse simile a quella seguita per la conservazione di reperti liquidi, ricorrendo all'aldeide formica. Comunque il metodo non è spiegato nel libro, forse per lasciare un'atmosfera magica e misteriosa. Questo lungo preambolo è stato necessario per inquadrare la storia. La protagonista è una ragazza che ha abbandonato l'impiego in una fabbrica di bibite dopo un incidente sul lavoro: l'ingranaggio di una macchina le ha asportato la punta dell'anulare, > un'immagine mi ossessionava; quel pezzetto di carne a forma di conchiglia, rosa come un petalo di ciliegio, tenera come la polpa di un frutto maturo, che cade al rallentatore nella gazzosa ghiacciata per poi restare sul fondo, fluttuando tra le bollicine, (...) avevo perso una parte del mio corpo. Va a lavorare in città, in una palazzina semi abbandonata. Qui il signor Deshimaru prepara e custodisce degli esemplari di tutti i tipi. > Tutto era impeccabile in lui. Il colore della pelle, i capelli, la forma delle orecchie, la lunghezza delle braccia e delle gambe, la linea delle spalle, la voce risultavano perfettamente armoniosi. (...) I raggi del sole avvolgevano il camice bianco disegnandovi intorno un'aureola di luce. Un giorno, il signor Deshimaru le mette delle scarpe nuove e le ordina di calzarle sempre; poi la spoglia, lasciandole le scarpe indosso, e fanno all'amore. > Sbottonò la camicetta con ordine dall'alto e aprì la cerniera lampo della gonna svasata. (...) Alla fine  mi ritrovai nuda. Avevo addosso solo le scarpe nere di pelle. (...) Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia-- non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi --come se avesse voluto farmi aderire tutto a sé. (...) Ebbi la sensazione di essere stata trasformata in un esemplare incorporato a lui. Da qui la storia è un lento scivolamento fino alla domanda inevitabile: > non potrei affidarmi a te e diventare anch'io uno dei tuoi esemplari? (...) Il liquido conservante doveva essere caldo e tranquillo. Non era freddo e frizzante come la gazzosa. Avrebbe avvolto completamente l'anulare, dalla punta all'angolo fino alle sottilissime linee del polpastrello, mentre il tappo di sughero l'avrebbe preservato dalla polvere e dai rumori esterni. Il racconto è inquietante se lo si vede come una vicenda reale; diviene sostenibile se lo si considera come una metafora della privazione di una parte del corpo. Aver visto staccarsi e disperdersi un piccolo anulare ha creato una ferita profonda nella coscienza della ragazza. E' come se fossimo in un sogno, in cui una sorta di sciamano, tenebroso e lucente a un tempo, attira a sé la ragazza offrendole un mondo protettivo è claustrofobico. Divenire un «esemplare» è un modo per fuggire dalla realtà. La scrittura è limpida e semplice, ben rispecchia il disorientamento della ragazza; piacevole e fluida, lo stile contribuisce a un senso generale di inverosimiglianza, che neanche l'eccentricità della cultura giapponese può superare. Tutto è in superficie, non esiste approfondimento psicologico in un racconto in cui solo i contorni fisici e gli oggetti sono descritti in dettaglio e acquistano in tal modo una parvenza reale. La storia fluisce troppo lineare. Perché non leggerlo? E' troppo inverosimile

Yoko OgawaCorriere della Sera
Appartamento a Istanbul
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Appartamento a Istanbul

La protagonista è una quarantenne tedesca, che vive in Turchia e gestisce una libreria specializzata in gialli. Si descrive in questo modo: > ho il doppio mento, i capelli arancioni, un telefono cellulare (un modello vecchio, però) e una cerchia di amiche che fanno uso di anti depressivi. Sono sempre nervosa, ma non so perché . Triste e sconfortata a seguito di un litigio con il fidanzato, si mette alla ricerca di un appartamento da acquistare. Tra quelli che le sono stati segnalati, cerca di visitarne uno, peraltro occupato abusivamente. Nel tentativo di vederlo, la protagonista, che ha un carattere impulsivo e irascibile, si scontra con lʼinquilino, che rifiuta di farle prendere visione dei locali. Vuole il caso che lʼinquilino venga ucciso: inizia una storia poliziesca, nella quale la protagonista, un pò perché sospettata e soprattutto perché le piace fare la detective, cerca di trovare lʼassassino. Bisogna dire che come noir non è particolarmente avvincente, in particolare perché manca di colpi di scena e tutto appare un pò scontato. Più interessante risulta il tratteggio di una donna che sta in bilico tra due società così differenti, quella tedesca ( dove «la gente è sempre di malumore, infelice e insoddisfatta») e quella turca, dove > gli interni delle case e i vetri delle finestre sono tirati a lucido, ma i balconi e le strade sono talmente sporchi da risultare sgradevoli a chiunque ci metta piede . È chiaro che cosa vuole la protagonista, anche perché dove può vivere, se non in una città mediterranea, una donna che preferisce che nella sua vita entri «un nuovo appartamento invece di un altro uomo?» Il libro ha un innegabile pregio: offrire ad un eventuale turista un elenco dei quartieri più interessanti di Istanbul. La figura della protagonista è descritta con tratti frettolosi e superficiali, quasi volutamente per non entrare in approfondimenti psicologici o sociologici. La vita corre veloce e non cʼè tempo per capire perché si vive ad Istanbul invece che a Berlino, perché si preferisce vivere da soli, con il piacere di fare la detective, che avere un marito e le amicizie tipiche di una tedesca progressista di mezzʼetà, come avere > amiche ossigenate che abitassero in complessi residenziali con piscina, che si lamentassero dei mariti che russavano, che portassero ballerine argentate e votassero per i socialdemocratici . Perché leggerlo? La lettura è piacevole ma il racconto è evanescente e labile. Il lavoro del traduttore deve costare molto poco per pubblicare in italiano un libro così scontato.

Esmahan AykolSellerio Editore
L'armata dei fiumi perduti
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L'armata dei fiumi perduti

Il romanzo è ambientato nel Friuli nel 1944 e tratta di una vicenda effettivamente accaduta. In quellʼanno i tedeschi trasferirono nel Friuli una armata di cosacchi, i quali si erano schierati dalla parte di Hitler nellʼillusione di poter sconfiggere i bolscevichi, loro nemici storici. Si trattava di un popolo che aveva vagato per lʼEuropa con donne e bambini alla ricerca di una terra e con la promessa di un ritorno vittorioso nei luoghi di origine, tra i grandi fiumi della Russia europea. Il racconto ruota intorno alla figura di una donna, Marta. Ella è giunta al paese con il proprio fidanzato e con Anita, la sorella di questʼultimo. Ma resta presto sola perché il fidanzato viene inviato sul confine russo e non fa più ritorno. Marta vive con una ricca vedova ebrea di origine slava, che era scappata dalla Russia a seguito delle persecuzioni anti semitiche e si era rifugiata in uno sperduto paese del Friuli. Si vive in unʼapparente serenità, che viene travolta da una retata di tedeschi che portano via la signora ebrea e con essa un gruppo di zingari, che stanziavano con la loro carovana nelle vicinanze del villaggio. Marta resta da sola con Anita, che è in attesa di un bambino, e con un vecchio zingaro, che casualmente si era salvato. Marta è una donna forte, che guarda sempre al futuro ed affronta quindi le avversità con grande coraggio. Arriva dal fronte russo un giovane, Ivos, con il quale la donna ha una breve relazione, ben presto interrotta dalla decisione del giovane di raggiungere i partigiani. Soli in una grande villa, Marta, Anita e il vecchio zingaro vivono in una stato di sospensione, di attesa, cercando di condurre una vita normale in una situazione sempre più difficile e drammatica. A questo punto arrivano i cosacchi, che travolgono la vita del villaggio, sia sotto il profilo materiale ( prima derubano e poi si installano nelle case stesse) che per quanto riguarda la vita sociale, introducendo i propri costumi e intrecciando relazioni con la gente del luogo. In realtà i friulani sembrano accettare lʼarrivo degli invasori, anche perchè si sentono accumunati con essi dal desiderio di una terra e di trovare, finalmente, una soluzione a sofferenze secolari. A casa di Marta vengono a vivere una famiglia ( una donna, un giovane e un ragazzo di dodici anni) e i due comandanti del distaccamento dei cosacchi: Gavrila e Urvan. Con questʼultimo Marta intreccia una relazione sentimentale, che, nellʼidea della donna, potrebbe concludersi con una fuga in America per vivere insieme. In questa parte del romanzo, i toni sono leggeri e malinconici: i cosacchi sono anche capaci di divertirsi e di divertire ma portano con sé una profonda nostalgia per la propria terra, per i propri costumi ed usanze. > Nellʼanima di Urvan, dentro dentro, vagavano ancora i fantasmi di quei costumi arcaici, come un ricordo attenuato e sbiancato, che aveva le sue radici in tempi consumati e disfatti da secoli. Aveva la sensazione di essere capitato chissà dove, e di essere atteso dietro il muro da eventi oscuri e imprevedibili . Sia i cosacchi che la gente del luogo si illudono che si possa continuare a vivere > dentro casa, un luogo separato dal mondo, come in una nave senza ormeggi che scivolasse su un mare privo di variazioni e di tempeste . Ad un certo punto la situazione precipita. La pace guerreggiata tra cosacchi e partigiani si trasforma in guerra aperta. Cominciano una serie di vicende sanguinose, gratuitamente crudeli. In realtà non cʼè nessun motivo per combattersi, ma è come se si rompesse il fragile legame di convivenza fra due popoli. I cosacchi, che sino a quel momento, avevano rispettato le donne i costumi locali, cominciano a compiere violenze e omicidi senza neanche sapere il perché, è come se fosse sparita la speranza di unʼisola felice, di una patria. > Ma soprattutto era la patria mentale ad essere svanita, quellʼordine di pensieri per cui un uomo aveva sempre la sensazione di trovarsi, dentro di essi, in un luogo noto e rassicurante . Ad un certo punto i cosacchi decidono di rimettersi in marcia e ritornare alla propria terra. Sarà un esodo drammatico, in quanto molti moriranno per fatiche e malattie, altri nei combattimenti con i partigiani, gli ultimi compieranno un suicidio collettivo per non essere trasferiti in Russia, dove li aspetterebbe una morte certa. Marta resta di nuovo sola, ma il romanzo va verso una conclusione naturale, perché il mondo deve continuare. Nasce il bambino di Anita e Marta ritrova Ivos e decide di vivere insieme con lui: forse non ci sarà una vera felicità, ma con coraggio si riprenderà a lottare per sopravvivere. Il romanzo si sviluppa su due temi, lʼuno sociale-collettivo, lʼaltro più intimo-familiare. Il tema sociale, che rende questo romanzo attuale, riguarda lʼincontro di due popoli, che si inquadra, tuttavia, nellʼidea che si è sempre dei naufraghi: > lʼumanità era giunta ad un punto in cui sempre più ci sarebbero state intere popolazioni senza patria, nomadi cacciati via dalle loro terre, crocifissi a situazioni dolorose e senza via di uscita, sospinti da eserciti e da guerre . A questa situazione di rinnovate barbarie lʼautore non trova una soluzione sotto il profilo sociale e politico, ma la ricerca nella forza dei rapporti familiari ed intimi e soprattutto nella donna. Marta rispecchia la terra-madre, la figura in grado di creare convivenza. > Era una donna semplice, perfino elementare, che attorno a sé, come sempre, non riusciva a vedere se non uomini, soltanto uomini, tutti simili tra loro, che parlavano lingue diverse, che avevano in mente cose differenti, ma erano tutti tartassati dalla guerra e dalle sventure, tutti dispersi nel disordine e nel buio del mondo . Il ritmo narrativo è lento, talvolta troppo, ma è la scrittura che sorregge la lettura. Si rimane affascinati e avvinti da una prosa calma e distesa, che riesce a creare una sorta di nebbia, di velo rispetto alla crudeltà del destino: in fondo è ciò che vogliono i personaggi. Come disse lʼautore, > mi piace vedere da lontano, descrivere i fatti come se già fossero storia o leggenda . Perché leggerlo? È bella la storia, il libro è scritto molto bene e poi è un romanzo attuale che parla dellʼincontro di due popoli e della forza inesorabile dellʼunica appartenenza al genere umano.

Carlo SgorlonOscar Mondadori
L'armata dei sonnambuli
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L'armata dei sonnambuli

Il contesto è la rivoluzione francese. > La rivoluzione è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri sono divisi a metà, una diritta e lʼaltra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta . In questa giravolta il popolo, chiamalo massa, coscienza di classe o «calca pulciosa», è quello che crede in un mondo nuovo, dove pensa di essere protagonista per poi ritrovarsi usato dal potere, come un sonnambulo collettivo. La rivoluzione, insomma, è una «Grande Parodia». Per raccontarla gli autori perseguono quattro filoni narrativi, dapprima distinti e sul finale ricondotti in uno solo. Il primo è costituito dalla storia di Marie, una donna del > popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza . In questo modo gli autori possono parlare dei sanculotti e nel contempo del ruolo svolto dalle donne nella rivoluzione francese: un ruolo spesso dimenticato ed invece importante per il grande sommovimento e per la storia dellʼemancipazione femminile. Fu la prima volta che furono posti con chiarezza i diritti delle donne. Per narrare il popolo e i suoi protagonisti gli autori si inventano una lingua, mostrando creatività e grande padronanza letteraria. La scrittura è un misto di forme dialettali bolognesi e di strutture sintattiche e linguistiche, che richiamano lo stile di Beppe Fenoglio. È senza dubbio la parte più accattivante e meno scontata del romanzo. Il secondo filone narrativo riguarda le vicende di un attore italiano della commedia dellʼarte: Leo, il quale si accorge che durante la rivoluzione il vero teatro è la realtà. > Come sarebbe stato possibile tornare a recitare un vecchio copione al chiuso di una sala, quando il teatro si era fatto storia sotto il cielo di Francia? . Ed infatti Leo diviene «attore e spettatore al tempo stesso», trasformandosi in Scaramouche, vendicatore e combattente per la libertà. Il terzo percorso parla del magnetismo, una teoria e pratica scientifica largamente diffusa nel settecento. Essa ritiene che ci sia un fluido universale che attraversa tutti gli esseri viventi. Utilizzarlo permetterebbe di curare malattie e disturbi, facendo del bene. Ma il magnetismo può essere usato per perseguire il male? Per soggiogare altri uomini, rendendoli automi, una sorta di «armata di sonnambuli»? È ciò che scopre il terzo protagonista del romanzo, il medico DʼAmblanc. Come tutti gli scienziati «non cerca giustizia, ma la conferma di unʼipotesi» e ciò lo conduce a sacrificare la vita di un ragazzo, di cui si era preso cura, pur di verificare se il magnetismo poteva essere utilizzato con finalità malvagie. Infine cʼè la parte maggiormente intrisa di riferimenti filosofici e psicoanalitici: il manicomio, il mondo rovesciato per definizione. > Il padiglione dei folli era una parodia di rione cittadino... tutto quanto avviene qui dentro è parodia del mondo là fuori... a breve giro, passando di bocca in bocca, le notizie si trasmutavano in dicerie incontrollate, a misura che gli alienati le arricchivano delle loro angosce e le piegavano alla tortuosità dei loro codici indecrittabili... studiare il delirio di chi vive nella Grande Parodia in modo manifesto può aiutare a capire chi, in apparenza più dotato di senno, vi affonda senza esserne conscio . Nello sviluppo delle quattro linee narrative il romanzo procede lento e tortuoso. È faticoso ma stimolante, ricco di scene interessanti e di spunti di riflessione. Ad un certo punto il racconto accelera, diviene avventura, colpi di scena e improvvisi mutamenti di direzione. Si legge più facilmente, ma diviene ovvio, assimilandosi ai tanti romanzi moderni, che mescolano suspense con il paranormale. Spetta al lettore scoprire la conclusione inattesa. Possiamo solo dire che il potere è vinto dallʼ umanità più fragile, una donna ormai rassegnata alla miseria e allʼalcolismo. Il popolo comunque avanza e sarà alla fine vincitore? È un grande romanzo storico, ben documentato, capace di narrare in modo coinvolgente un episodio epocale della nostra storia. Lʼidea di raccontare la rivoluzione francese da differenti punti di vista non è solo un efficace espediente letterario. Permette di affrontare temi universali e contemporanei, quali: la questione di quanto il popolo sia massa e quanto invece forza cosciente della trasformazione, i rapporti tra uomini e donne, che, pur in un momento di grande trasformazione, vengono rapidamente ricondotti al dominio dei primi sulle seconde, la scienza come progresso per il bene dellʼumanità e come strumento per lʼoppressione, la follia come esplicitazione dei paradossi della normalità, la lotta politica e sociale divenuta recitazione, teatro. Il limite del romanzo sono i personaggi: è carente il mondo dei sentimenti e delle relazioni interpersonali, con la conseguenza che i protagonisti risultano degli stereotipi, delle figure emblematiche di una filosofia della storia e non invece personaggi vivi ed autonomi. La creatività, che traspare soprattutto nella scrittura, è messa al servizio di un approccio intellettualistico. Perché leggerlo? Un ottimo romanzo storico, una riflessione sul mondo contemporaneo, una scrittura accattivante. Si legge molto bene.

MingGiulio Einaudi
L'Arminuta
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L'Arminuta

> Mia madre del mare è morta al piano superiore del letto a castello, una di quelle notti. A vederla non sembrava malata, forse solo un poʼ più grigia del solito. (...) Al funerale mi accompagnava lʼaltra madre. Poveradalgisa poveradalgisa, ripeteva torcendosi le mani. Ma poi lʼhanno cacciata via, aveva le calze di filanca tutte smagliate e non poteva assistere alla celebrazione in quello stato. Questo sogno perseguita le notti dellʼArminuta, la «ritornata»: una tredicenne rimandata alla famiglia di origine, dalla «madre per forza», dopo aver trascorso lʼinfanzia presso una zia, la «madre del mare». Cresciuta come figlia unica in una casa ordinata e tranquilla, si ritrova catapultata in una famiglia povera e numerosa, con genitori rozzi e apparentemente indifferenti, fratelli chiassosi e sempre pronti allo scherzo anche pesante, un fratellino un poʼ ritardato, e una sorella più piccola, invadente, già esperta dei lavori di casa, e che si fa la pipì addosso. > Verso sera sono rientrati i ragazzi più grandi, uno mi ha salutato con un fischio, un altro non si è nemmeno accorto di me. Si sono precipitati in cucina sgomitando (...). Si sono riempiti i piatti tra schizzi di sugo, al mio spigolo è arrivata solo una polpetta spugnosa sopra un poʼ di condimento. (...) I miei primi genitori si sono ricordati dopo cena che in casa mancava un letto per me. Stanotte tʼaddormi con tua sorella, tanto siete secche, ha detto il padre . Che nostalgia per la vita di prima, per la «madre del mare» e quanta vergogna per una famiglia così ignorante, trasandata e misera! Ma ciò che è inspiegabile per lʼArminuta sono le ragioni per cui è stata rimandata dai genitori «per forza», e così frettolosamente. Che la madre del mare sia malata? E se fosse morta nel frattempo? Con animo in subbuglio e pieno di malinconia lʼ Arminuta si inoltra in un mondo per lei sconosciuto: trova un appoggio nel fratello più grande (il suo primo innamorato?), impara ad aiutare in casa, da piccoli segnali scopre lo scontroso amore materno, anche se non lo accetta. > Avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata un poco. Mi vergognavo di lei, delle dita screpolate, il lutto sbiadito addosso, lʼignoranza che le sfuggiva di bocca a ogni parola. Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito . È la sorella Adriana («indossava vestiti striminziti, scarpe sporche, capelli unti») a rompere la solitudine borghese dellʼArminuta, a farle comprendere la ricchezza affettiva che deriva dalla sorellanza, da unʼamicizia che trova forza nella consuetudine, nellʼessere gettate insieme nel mondo, nel salvarsi insieme nella complicità. E non poteva che essere Adriana a dirle bruscamente la verità: lʼArminuta è stata abbandonata dalla madre del mare perché questʼultima aspettava un figlio e non cʼera più posto per lei, voluta soltanto perché non si riusciva ad avere una propria creatura. Alla fine del romanzo lʼArminuta ritrova la madre del mare e dallʼincontro capisce sé stessa: > come un fiore improbabile, cresciuto in un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia . Cʼè una parola che sintetizza questo breve romanzo: autenticità. Si è veri se non si guarda il mondo attraverso le forme, le regole e le sembianze, ma si cercano i sentimenti profondi; si è veri se la cultura, lʼistruzione, i libri, le conoscenze acquisite a scuola, non sono uno schermo, ma servono a meglio calarsi nella vita reale, a ricercare il senso reciproco di umanità, al di là delle appartenenze di classe, etnia, religione e genere; si è veri se non si ha vergogna della propria lingua, ma non ci si rinchiude in una dimensione localistica e folcloristica. Ritorna il tema già trattato nel romanzo di Elena Ferrante («Lʼ amica geniale»), anche se in questo caso la ricerca di una vita autentica viene portata avanti allʼinterno della famiglia, nei rapporti tra figlia e madre e nelle relazioni fra sorelle. La domanda che ci si può porre è la seguente: per quale ragione in questi anni si sente tanto il bisogno di tornare alle fonti primordiali della società italiana, la famiglia e lʼamicizia? Perché sentiamo che la cultura sia insufficiente a farci apprendere «la resistenza»? La trama è gracile e i personaggi sono tratteggiati e non approfonditi, cominciando dallʼArminuta, improbabile narratrice. Il pregio fondamentale è la scrittura: si abbandona finalmente la banalità, lo stile da sceneggiato televisivo, si lavora in direzione di una nuova lingua, fatta di frasi brevi ma non spezzettate, di una giusta mescolanza dellʼ italiano standard con parole dialettali e locali, con risonanze antiche ben collocate in un periodare moderno. Perché leggerlo? Una storia interessante anche se solo abbozzata, una scrittura interessante e piacevole.

Pietrantonio Donatella DiGiulio Einaudi
L'arte della gioia
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L'arte della gioia

Nelle ultime pagine del libro, Modesta, la protagonista del romanzo, é accusata dal figlio di non averlo amato, > perché hai vissuto per tutti, sempre in giro, maledetta, a parlare e a dare confidenza a tutti . E Modesta gli risponde indirettamente poche pagine dopo confessando che «nellʼansia di vivere ho corso troppo con la mente». Il racconto della vita di Modesta assomiglia ad una lunga corsa appassionata, che non ha un momento di quiete, ma anzi trae sempre rinnovato vigore dagli ostacoli che incontra, dalle nuove amicizie ed amori, e da una famiglia allargata, senza confini, gerarchie e ruoli definiti. Alla fine il lettore stesso si ritrova stanco e confuso, travolto da tanta energia. Il romanzo è ambientato in Sicilia, a Catania. Modesta nasce nel 1900 e il racconto attraversa la storia italiana del novecento, con una particolare attenzione alle vicende della sinistra: il partito socialista e quello comunista. Cresciuta in una poverissima famiglia contadina, Modesta è violentata allʼetà di sedici anni da un uomo, che è forse suo padre. Per carità viene accolta in un convento. Se ciò le permette di appassionarsi alla lettura e allo studio, deve subire lʼambiente bigotto e ipocrita delle suore ed accettare regole, che mortificano lʼ intelligenza ed una sessualità fresca e curiosa. Diviene la protetta della madre superiore e per una serie di fortuite circostanze, colte da Modesta con notevole astuzia, va a vivere presso una famiglia aristocratica, i Brandiforti. Modesta non è una eroina alla Jane Austen. Non si fa scrupolo di togliere di mezzo tutti gli ostacoli alla sua volontà di > non essere una donnetta. Come la principessa volevo diventare, quella sì che era una donna forte e volitiva come un uomo . Uccide la madre superiore e la principessa tanto ammirata, sposa il principe erede, malgrado sia mongoloide, e porta avanti due relazioni amorose: con Carmine, il forte e prepotente fattore, e Beatrice, la delicata e dolce principessina. Modesta accetta gioiosamente e senza sensi di colpa la bisessualità, così come è determinata a rendersi padrona del proprio destino. Dʼaltra parte sullo sfondo cʼè sempre «lʼantica paura» della miseria, materiale e morale, delle sue origini contadine. > Non dovevo dimenticare... il passato, ma anzi ricordarlo sempre tutto, così da tenerlo sotto controllo e farmene una forza contro i nuovi incontri che sicuramente mi aspettavano al varco . Ancora molto giovane, Modesta è già allʼapice della società catanese, biasimata per la vita trasgressiva, ma rispettata per le capacità e la cultura. Potrebbe fermarsi. > Ma anche adesso, mentre scrivo, il sole tramonta, qualcuno bussa alla porta, una macchina attende al cancello . Lʼincontro con Carlo, medico settentrionale imbevuto di idee socialiste, trascina Modesta nel mondo delle ideologie, delle aspirazioni astratte, delle grandi illusioni. Per la Modesta concreta e carnale, cʼè troppo di moraleggiante in Carlo, anche se la protagonista ne apprezza la coerenza e la rettitudine. Più travagliata è invece la relazione con Joice, a sua volta figura irrequieta, oppressa da sensi di colpa, che cerca di superare con la psicoanalisi. Il rapporto sentimentale tra Modesta e Joice è scandito dai tentativi di suicidio di questʼultima, da discussioni acide e cattive, nelle quali Joice accusa lʼamica di superficialità, le rimprovera la sensualità gioiosa e trasbordante, che non distingue tra uomini e donne, tra amanti occasionali e relazioni più profonde. > Eh Joice, a che ti è servita tanta intelligenza, tanta scienza se non sei riuscita a scalfire neanche un millimetro del vizio della colpevolezza? Per fortuna che ci sono il mare, il sole, le lunghe nuotate ed «una folla di bambini eccezionali», che Modesta accoglie con affetto, senza tener conto della loro nascita e delle loro relazioni di parentela. A dare una brusca cesura ad una storia sentimentale ormai stanca, troppo imbevuta di intellettualismi e di recriminazioni, irrompe la prigione. Modesta viene arrestata, accusata di finanziare ed aiutare i comunisti e rinchiusa in carcere. In cella incontra Nina ed è un ritorno ad un amore gioioso, fatto di baci e di carezze, affettuoso e sensuale ad un tempo. Con Nina, Modesta può abbandonarsi nuovamente > alla vita sempre senza paura.... Vorrei seguirla... e continuare a sognare..., ma brusii di voci, sferragliare di treni, rumore sordo di folle accalcate si staccano dal mio futuro e invadono la stanza immobilizzandomi alla poltrona . La fine del fascismo e il dopoguerra travolgono Modesta. Il partito comunista vorrebbe utilizzare il fascino e le capacità della donna, ma le sue idee non sono allineate a > quel sorriso accattivante, democratico... che deve rassicurare lʼopinione pubblica... Non si può improvvisamente parlare di libero amore, di aborto, di divorzio, bisogna andare per gradi, come dice il compagno Giorgio ( Amendola) . Modesta è troppo trasgressiva per il perbenismo borghese del partito comunista. La politica è una delusione, non è tuttavia una sorpresa. La vera novità, che destabilizza la protagonista, è il timore verso i giovani. Modesta scopre che i bambini, così amati, sono diventati degli adulti, che lʼaccusano, le chiedono le ragioni della loro vita, del perché sono stati educati in modo così inconsueto. Si sentono imbarazzati dallo stile di vita di Modesta, non lo capiscono. Ed > anchʼio con stupore mi accorgo di avere paura del loro giudizio . Lʼincontro con un nuovo amore, Marco già compagno di Nina, le dà la forza per raccontare la sua straordinaria vita, spiegando a sé stessa e agli innumerevoli «figli» i motivi di tanta gioiosa ansia di vivere. Il romanzo è stato scritto tra il 1967 e il 1976, quando Goliarda aveva superato i quarantʼanni. È un > viaggio a ritroso nei boschi sotterranei dei ricordi apparentemente dimenticati, ma che riportati alla luce, riordinati, liberati da muffe e croste, rivelano mosaici di gemme splendenti per la comprensione della vita propria e degli altri . È una sorta di analisi freudiana, nella quale gli elementi autobiografici si mescolano ad un mondo immaginato, in parte trasposizione dei tratti più profondi del carattere di Goliarda ed in parte narrazione di nostalgie ed aspettative: la grande famiglia, i bambini, la terra di Sicilia. Come è stato osservato da Domenico Scarpa, > questo romanzo è una vittoria continua sulla paura e lʼincertezza . Narrare non sembrò aver dato serenità a Goliarda, se gli avvenimenti degli anni successivi portarono la scrittrice ad un atto disperato ed auto distruttivo: il furto di gioielli ad una amica, il carcere, il disonore e la povertà. Forse cʼè troppo egocentrismo in Goliarda, tantʼè vero che il sistema dei personaggi assomiglia al sistema solare, con un astro centrale ( Modesta) ed innumerevoli pianeti ( i personaggi), che non hanno una vita propria, se non quella che si dirama dal centro. Il mondo di Goliarda è complesso ed articolato ma le figure che lo compongono non sono altro che creazioni, porzioni di un territorio esistenziale e psicologico, che è solo quello della scrittrice. La struttura narrativa si appoggia fondamentalmente su dialoghi tra Modesta e gli altri personaggi: dialoghi nei quali non sono sempre chiari il contesto, la funzione narrativa e talvolta gli stessi partecipanti. Assomigliano più a lunghi soliloqui e danno lʼimpressione che gli interlocutori siano uno solo: la protagonista. Poiché manca anche una trama narrativa ben delineata, la lettura risulta faticosa e si giunge con un notevole sforzo alla conclusione. Lʼeditore Feltrinelli si rifiutò, a suo tempo, di pubblicare il libro, chiedendo allʼautrice, che non accettò, di ridurlo e di renderlo meno dispersivo e prolisso. Il successo clamoroso al di fuori dellʼItalia ha in qualche modo ridicolizzato il severo giudizio della casa editrice. Ma oggi, perdendo di novità la trasgressività di Modesta, la valutazione di allora appare senza dubbio corretta. Perché leggerlo? Se ci si arma di coraggio e di pazienza, lʼansia di vivere di Modesta dà una scossa di energia in un mondo contemporaneo così grigio e monotono.

Goliarda SapienzaGiulio Einaudi
Artemisia e I colori delle stelle
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Artemisia e I colori delle stelle

Ci sono artisti che rimangono inchiodati per sempre a un'idea che abbiamo di loro e che ci impedisce di apprezzarli veramente. Si pensi a Dino Campana, il poeta matto, e come alla presunta pazzia sia stata ricondotta la sua poesia, mettendo in secondo piano le qualità stilistiche e le fonti d'inspirazione (si veda la recensione in questo sito di «La notte della cometa» di Sebastiano Vassalli). Lo stesso è accaduto per Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta tra il 1593 e il 1653. Benché fu autrice di circa 50 dipinti e divenne famosa in tutta Europa, la memoria di questa grande artista resta legata allo stupro e al successivo processo che subì nel 1612. > Eppure niente di tutto questo sarà sufficiente a far brillare il mio valore agli occhi del mondo. Come una maledizione che mi porto addosso, per tutti, collezionisti e biografi, sarò sempre la pittora dello scandalo, dello stupro e della vendetta. Così l'autore di questo romanzo immagina che Artemisia rifletta sulla sua vita, quando è ormai donna affermata, ben inserita nella società del suo tempo. In Artemisia riaffiora di continuo quel ritornello che le cantavano all'uscita del tribunale, assolta da ogni colpa, > tra sorrisetti ammiccanti, proposte oscene, lazzi impietosi, (...) Pittora, pittoressa, piglia 'sto pennello e scaldalo a la fessa. E come potrebbe essere altrimenti se ammiriamo le sue Giuditte, impressionati dal realismo feroce delle immagini: il primo quadro («Giuditta che decapita Oloferne»del 1612) in cui l'episodio biblico è trasformato in una rappresentazione della vendetta della donna offesa, e il secondo alla fine della sua vita («Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne» del 1650), in cui le due donne fuggono con la testa dell'uomo dopo averlo decapitato. Quanta profonda è la ferita in una donna abusata da emergere anche dopo tanti anni! Il piacere della negazione non è concesso alla donna, come dice Tjeu Cole in «Open City» (si veda la recensione in questo sito). Tanto più se lo stupro è stato permesso dal padre Orazio, che si è servito della bella e giovane figlia per ingraziarsi i potenti e stringere relazioni d'affari; e ancora di più se con la denuncia, che ha disonorato per sempre la figlia, il padre non voleva punire lo stupratore, ma intendeva riavere un quadro di cui si era appropriato lo stupratore: quadro la cui ideazione il padre riteneva sua, ma era invece di Artemisia ventenne. Parliamo della prima Giuditta, con cui Artemisia si vendicava per l'eternità dell'uomo e rappresentava la solidarietà femminile contro la società maschile.  Così tre volte tradita dal padre, Artemisia subì un processo e il disonore, in una Roma papalina, corrotta, violenta e lussuriosa. Nel romanzo Artemisia non è una vittima piangente, è una ragazza forte e disincantata, che sa che la donna deve combattere da sola. Difende. disperatamente e con orgoglio, il suo futuro di pittrice, cosciente del suo valore. Quando torna a casa, dopo aver subito la tortura, non le disturbano le insolenze degli uomini (è abituata!), è invece preoccupata delle sue mani, di poter ancora dipingere. Se la prima parte del romanzo racconta l'intrigo intorno alla vicenda di Artemisia, nella seconda parte, ambientata a Napoli nel 1648, Artemisia è ormai una donna affermata ed è difficile trovare nella narrazione la drammaticità che aveva caratterizzato la prima parte. Di fatto non ci sono vicende rilevanti, la narrazione procede placida, anche se emerge sempre l'irrequietudine di Artemisia, la sua inclinazione a preferire le scene violente, scandalose e turpi, proprie dei quartieri plebei di Napoli, in contrasto con l'opulenza manifesta del governo spagnolo, lontano dai bei ritratti eseguiti per gli uomini illustri, sempre affondando nella melma della sofferenza. Vogliamo discostarci dalle Giuditte, ma sono sempre loro a dominare la nostra visione di Artemisia. E' difficile individuare un filone narrativo in una trama fatta di troppi episodi tra loro poco legati dallo svolgimento della storia. Lo stesso salto temporale e la differente ambientazione, Roma e poi Napoli, non favoriscono l'unitarietà del racconto. Il pregio del romanzo sta, invece, in alcune descrizioni dell'ambiente; descrizioni dai colori forti, dal frasario scurrile e dalla sottile ironia, tratti che richiamano Boccaccio, rendendo il racconto quasi un romanzo sociale.  Si coglie l'influenza dei grandi scrittori napoletani del secondo dopoguerra, come Domenico Rea (si vedano le recensioni di «Spaccanapoli» e «Ninfa plebea» in questo sito). Per dare un'idea dello stile di Raffaele Messina si prenda come esempio una delle pagine più felici del romanzo:  «All'osteria della fontana», dove gli avventori insinuano che sia stato il padre stesso a sverginare la figlia. > Buttata lì, su quella frattina intrisa di grasso animale, l'ipotesi catturò l'attenzione di tutti gli occupanti. I dadi, lanciati tra continue bestemmie, esaurirono il tintinnio entro il boccale rovesciato; le carte, scoperte sul tavolo o ancora rivoltate, non passarono più di mano di mano. (...) > Ebreo d'un oste, dacci er tuo parere! (...) Con un piatto fumante di minestra di farro e cotenne, retto in alto con la mano destra, si voltò lentamente verso il suo interlocutore e gli rispose con sorriso rubicondo: E' bello il fottere come il bere vino. Di chi sia il buco o quale il vitigno, non è questione d'oste ma cavillo d'avvocato! > . La scrittura scorre fluida, inframezzata da abili citazioni degli atti del processo per stupro o delle lettere della stessa Artemisia; divagazioni che danno  veridicità e colore alla narrazione, pur all'interno di un stile tipicamente contemporaneo, con scivolate anche giornalistiche, come per esempio l'abuso del punto" e il conseguente periodo non sostenuto dal verbo. Perché leggerlo? Belle le descrizioni dell'ambiente

Raffaele MessinaColonnese Editore
Articolo 353 del codice penale
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Articolo 353 del codice penale

«Volgare caso di truffa, signor giudice, niente di più». Kermeur si trova dinanzi al giudice: ha confessato di avere ucciso un uomo d'affari, Antoine Lazenec. «Ce lo siamo visti spuntare come un fungo ai piedi di un albero», ma in un piccolo paese tranquillo, senza idee e senza lavoro, > quando arriva uno come lui con un'espressione così determinata sulla faccia, (...) c'è qualcosa in lui che sembra come una mano tesa per tirarci fuori anche l'anima, con tutte quelle idee di cambiamento, con tutti quei grandi progetti . La gente ci casca, a cominciare dal sindaco; il pensionato Kermeur investe la sua liquidazione, avvinto dai sogni di ricchezza dell'avventuriero Lazenec. Il bello è che il truffatore non lascia il paese dopo che è ormai evidente che i grandi progetti non diventeranno mai realtà, che i soldi se li è intascati lui, dopo che il sindaco si è suicidato; no, lui resta lì a mettere in mostra il suo dispendioso stile di vita, a propagare ottimismo e fandonie: > un tipo del genere, signor giudice, un tipo del genere, l'ho capito dopo: se non lo fai sparire tu, non sparirà mai. Tornerà . E' questa la motivazione dell'omicidio: un pover uomo, rovinato da un truffatore, si è caricato come «una pila elettrica» e alla fine è esploso, liberando sé stesso e tutto il paese di un vanaglorioso mascalzone. Che bisogno c'è di un lungo interrogatorio? E' quello che ci chiediamo anche noi. In realtà il racconto è un lento soliloquio, in cui Kermeur, l'io narrante, parla con «l'io specchiante», impersonato da un laconico giudice.  E' come lo specchio sul caminetto, davanti al quale il protagonista è solito passare molte ore. > E non perché voglio vedere quello che ci si riflette sopra, ho detto al giudice, ma è più forte di me, a forza di guardarlo mi trovo come impigliato nello spessore del vetro, il cervello catturato dalla nebbia che si potrebbe confondere con qualunque mattino infernale quando il sole tenta inutilmente di rifletterci dentro, ma come impallidito o ingannato dalla grana opaca dello specchio . Veniamo così a conoscenza di tutta la vita del pensionato: l'abbandono della moglie, la crescita del figlio, da bambino sino ad essere un adolescente precocemente finito nei guai con la giustizia, la nostalgia del lavoro e i pochi amici, la passione per la pesca e il contesto di un paese sull'Atlantico, dove pareva che  > i pini e le felci e l'erba grassa delle dune (...) fossero a conoscenza di un segreto e sussurrassero contro di me, accanto a me, fieri di abitare nel loro mondo particolare, un mondo senza frasi e senza pensieri maligni . E' , insomma, il racconto di una depressione. C'è niente di peggio di aspettarsi qualcosa e trovarsi dinanzi ad altro. Nel prendere in mano il libro si sperava in un intrigo poliziesco o  in una storia di provincia abilmente raccontata; ed invece siamo andati incontro ad una sbrodolata di parole, ben scritta bisogna dire, talvolta con riflessioni interessanti, come quando lo scrittore osserva come «un figlio non sia programmato per provare compassione per te», verità che noi genitori dovremmo avere ben presente! E tuttavia non è lo stile brillante e brioso a salvarci, siamo ben lontani dal Dottor Zivago, caro Viel. Il susseguirsi delle frasi, la mancanza di azione, l'eccessiva introspezione, il troppo raccontarsi sono tutti elementi che rendono il romanzo estremamente noioso e pedante. Perché non leggerlo? E' insopportabile.

Tanguy VielNeri Pozza
Ascension
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Ascension

Per la mitologia greca Sisifo è costretto a spingere per l'eternità un enorme masso fino alla vetta per vederlo rotolare giù a valle, e doverlo poi riportare in cima. Per Albert Camus, il mito di Sisifo ci dice come > la lotta verso la cima basti a riempire il cuore dell'uomo. (...) In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, (...) contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte (Il mito di Sisifo in Opere Bompiani pagine 318-9). Visto in questo modo, il mito di Sisifo può essere la chiave interpretativa di un romanzo che sarebbe banale definirlo di fantascienza. Harold, un uomo schivo e solitario, è scomparso da molti anni, quando il fratello viene a sapere che è ricoverato per evidenti disturbi mentali; scopre anche delle lettere che Harold ha scritto alla nipote, in cui racconta di un monte comparso misteriosamente in cielo, e della sua esplorazione da parte di un gruppo di scienziati, tra cui Harold. > Mi sono chiesto talvolta perché ti ho indirizzato queste lettere, Hattie, che cosa a che fare questa esperienza con te. (...) Dapprima, mi dissi che le lettere erano poco più che una cronaca, un registro di eventi che mi permettessero processarli in un qualche livello subconscio, più profondo. (...) Ciò è falso. (...) Passai la vita a nascondermi da me stesso, a negare il mio passato, ad occultare la mia identità sotto nuove sfide e nuovi misteri. Come intuì Camus, sete di conoscenza e fuga da sé stessi s'intrecciano inestricabilmente. Il gruppo di scienziati è formato da differenti competenze, alcune scientifiche, tutte delle scienze naturali, un alpinista esperto e alcuni militari. Fa eccezione la presenza di un antropologo, di cui non si comprende la necessità. Dopo essere stati trasportati in elicottero al campo base, comincia l'ascensione verso la vetta del monte. La salita è fatta di difficoltà tipiche di scalate in alta quota: forti venti e temperature siderali, valanghe di ghiaccio e neve, burroni e crepacci. Gli esploratori sono anche aggrediti da mostri tentacolari e risentono di fenomeni paranormali, come la perdita della dimensione del tempo: poche ore possono divenire mesi, il passato e il futuro si sovrappongono al futuro nella mente. La narrazione è piena di avventure, di colpi di sorpresa, di ricordi di Harold, che faticosamente riesce, o pare riuscire, a liberarsi dei sensi di colpa, così da perdonarsi. Solo due uomini arrivano in vetta: Harold, ormai distrutto fisicamente, e Bettan, la guida alpina. In un ambiente solare, sopra le nuvole, sorprendentemente non più battuto dai venti, compare l'antropologo. Non è un uomo, è un Essere Superiore (forse Dio?) e la loro spedizione è stato un esperimento ( > sentii l'intera mia esistenza ridursi all'ampiezza di una gabbia per topi ); un esperimento per verificare le capacità degli esseri umani. E' per volontà dell'Essere Superiore che la scimmia è divenuta un ominide, poi da qui in Homo Sapiens ed infine gli è stato dato il dono della Ragione. Sempre intervenne l'Essere Superiore; adesso è il momento di fare un altro salto, chi sarà il fortunato? Non può che essere Bettan, il nostro Harold è in fondo un debole. Appena l'Essere Superiore pose la pietra miracolosa sul petto, il suo corpo > cominciò a risplendere, prima in un blu profondo, come quello dell'oceano, poi giallo come il sole. (...) Una pulsione di energia esplose da lui come un tuono. (...) E' fatto, disse l'Essere Superiore, (...) Benvenuto, «Uomo Altro», nella nuova era dell'umanità. E proprio in quel momento di trasformazione, Bettan si spara in testa uccidendosi, gridando: > Io sono il padrone del mio destino, (...) Io sono il capitano della mia anima. L'Essere Superiore si ritira sconsolato, per sempre speriamo. Adamo preferì lasciare il Paradiso Terrestre per essere libero. Alcuni angeli si ribellarono a Dio, preferendo la maledizione eterna che essere i cortigiani plaudenti della divinità.   Nel romanzo s'immagina che le lettere di Harold abbiano suscitato un grande dibattito nel pubblico e nella critica: un'opera confusa e delirante, la conferma che esiste un complotto planetario, un resoconto di un fenomeno possibile dal punto di vista della fisica teorica, indizi veritieri per la presenza di personaggi realmente scomparsi senza lasciare traccia, una costruzione onirica di un uomo sofferente che ha voluto metabolizzare le proprie colpe. E' difficile dire quale di queste interpretazioni è quella giusta: forse, un po' di tutte. Ed è questo il limite del romanzo: voler dire troppo senza essere umilmente un buon romanzo di fantascienza. La scrittura è lineare e leggibile; per un tema così complesso ci sarebbe voluta una scrittura maggiormente evocativa, capace di creare suggestioni e fantasie nel lettore; una lingua come quella di Paul Lynch in " Prophet Song (si veda la recensione in questo sito). La trama è confusa, per aver voluto mettere insieme il genere d'avventura con quello d'introspezione psicologica, con troppe intrusioni dell'autore nella fisica di Einstein e più in generale nella metafisica. Perché leggerlo? E' interessante ma non aspettatevi un romanzo di fantascienza.

Nicholas BingeHarper Voyager
Ask the dust
RecensioneInglese

Ask the dust

Il terzo libro della sagra di Bandini rappresenta un ulteriore passaggio sia sotto il profilo dei contenuti narrativi che per quanto riguarda gli aspetti stilistici ed espressivi. Arturo è a Los Angeles dove sbarca il lunario cercando di scrivere e di far pubblicare i propri racconti. All’inizio, il romanzo mantiene gli elementi caratterizzanti quello precedente: una forte prevalenza dell’immaginazione, un ritmo narrativo ancora basato sulle espressioni soggettive e con un stile caratterizzato da forti accenti lirici e pieni di suggestioni. Arturo si innamora di Camilla, una ragazza messicana che lavora in un bar e inizia una tormentata storia d’amore, caratterizzata da scontri verbali, da messaggi scritti da parte di Arturo e da una gita sulla riva del mare, nella quale il ragazzo non riesce a tradurre il suo sentimento in un rapporto sessuale, pur atteso dalla ragazza. Arturo vive ancora in una sorta di delirio, nel quale passa da fasi di esaltazione a situazioni depressive. Si verifica, tuttavia, un episodio (immaginato o reale?), che sembra costituire la svolta nella struttura narrativa e stilistica del romanzo: una donna cerca Arturo per avere con il ragazzo una storia dʼamore. Da questo momento i rapporti con Camilla si rovesciano: la ragazza cerca Arturo per essere aiutata e gli confessa di essere innamorata di un altro uomo, che tuttavia non la vuole. Arturo accetta la situazione, anche perché si è accorto che Camilla si droga e vorrebbe aiutarla. Si sviluppa una relazione complessa, durante la quale Arturo matura, diventando un adulto. Il ragazzo vorrebbe portare la ragazza in una casa al mare, ma Camilla fugge e scompare nel deserto: > attraverso il deserto c’è una estrema indifferenza, il ritmo della notte e di un altro giorno, e tuttavia la segreta intimità di queste colline, il loro mistero, segreto e consolante, rendeva la morte di non grande importanza. Potevi morire, ma il deserto avrebbe nascosto il segreto della tua morte, sarebbe rimasto dopo di te, a coprire la tua memoria con venti, calore e freddo senza età…. portai il libro un centinaio di metri nel deserto, verso sud est. Con tutta la mia forza lo gettai lontano là nella direzione nella quale era andata. Poi andai in macchina, accesi il motore e ritornai indietro verso Los Angeles . Imbattersi con la vita reale dei sentimenti, e non solo con il delirio delle proprie aspirazioni e delle proprie immaginazioni, fa compiere ad Arturo la maturazione da ragazzo ad adulto. Anche lo stile si evolve in questo senso. Conserva sempre la ricchezza del linguaggio, una costruzione della frase e utilizzo dei vocaboli particolarmente attenti agli aspetti fonetici e alla suggestione del ritmo. Lo stile, tuttavia, diviene più asciutto, meno lirico e ridondante, la struttura narrativa è contraddistinta da dialoghi, prima praticamente assenti perché non c’erano personaggi di particolare rilevanza.

John FanteHarperCollins
L'assassinio del Commendatore
RecensioneItaliano

L'assassinio del Commendatore

Dopo la separazione dalla moglie un modesto pittore di ritratti su commissione compie una peregrinazione per il Giappone. In un motel rischia di strangolare una ragazza, di cui non conosce neanche il nome. > Basta che fai finta, mi aveva detto lei. Ma sarei riuscito a cavarmela con così poco, ne ero sicuro?. (...) Perché obbediva a un mio impulso interiore...(...) Ecco cos'era a farmi veramente paura, nel profondo della mia coscienza . Come in altri romanzi dell'autore (si vedano in questo sito le recensioni di «Kafka sulla spiaggia» e «Norwegian Wood»), da un fatto traumatico, sul bordo del baratro, inizia un intricato viaggio nella coscienza, durante il quale la trama e i personaggi si dissolvono in un mondo onirico e metafisico. Questa volta al centro della riflessione abbiamo la funzione dell'arte, come un «segno implicito, segreto, incomprensibile», capace di farci «sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà». Stanco di peregrinare, il protagonista trova rifugio nella casa di montagna del padre di un amico, il grande artista, Amada Tomohiko. La dimora è abbandonata perché il vecchio pittore è ricoverato in una struttura per anziani. In soffitta, il protagonista scopre un quadro, «L'assassinio del Commendatore», che raffigura un omicidio, riprendendo una scena del Don Giovanni di Mozart. Malgrado Tomohiko avesse adottato il tradizionale stile giapponese, apparentemente poco adatto ad esprimere forti emozioni, il quadro raffigura un duello cruento: un giovane uccide sanguinosamente un vecchio, il Commendatore, dinanzi agli sguardi attoniti di una dama in elegante abito bianco e di un rozzo e volgare individuo; da una botola emerge la testa di un misterioso testimone. Mi sono soffermato a illustrare questo dipinto in quanto è da questo che si diramano i diversi filoni narrativi del romanzo. E' come se ci trovassimo dinanzi ad una successione di metafore nelle quale i segni del dipinto, dalla scena sino agli spazi, si rappresentano nella trama e nei personaggi. Com'è abitudine in Haruki avvengono molti fatti inverosimili, indecifrabili e ricchi di simbolismo: tanti e tali che il lettore, e con lui il modesto pittore, si ritrova rinchiuso in una trappola di metafore. Come tornare alla realtà e trovare sé stessi? E' necessario che la scena del quadro prenda vita: dinanzi a Tomohiko, demente e nondimeno vigile, il protagonista uccide l'anziano commendatore, fugge per la botola, compie un viaggio in uno stretto cunicolo buio, viene aiutato dalla dama bianca del dipinto (la fata turchina o Beatrice?),si salva ed esce in una misteriosa buca presso un tempietto buddista. Un viaggio dantesco? Può darsi, ma la conclusione non è il Paradiso,  è una prosaica vita da modesto pittore. Forse, il protagonista si è liberato dai propri sensi di colpa dando un equilibrio alla propria esistenza, anche se la vita è come «la fune di un funambolo». L'estremamente lungo e confuso romanzo pare il testamento di un autore che non ha saputo trattenere sé stesso. C'è da chiedersi se Haruki avesse chiaro sin dall'inizio dove volesse andare a parare, o invece il mondo delle idee abbia preso il sopravvento e così i personaggi si sono evoluti senza mai delinearsi veramente, restando in sospeso, mentre le vicende si  accavallavano così come venivano nella mente dell'autore, senza un senso o una direzione di marcia. Durante la narrazione lo stile è sempre rimasto preciso e dettagliato, quasi che l'autore abbia voluto fare la cronaca di ciò che di reale ha ben poco: romanzo di stampo ottocentesco di una visione onirica. Questa contraddizione emerge evidente nel modo con il quale l'autore descrive il lavoro del pittore protagonista: meticoloso, attento, quasi fotografico e tuttavia tutte le opere restano incompiute e proprio nella loro inconcludenza sta il fascino. Accompagna il racconto il suono di opere di lirica e di musica classica; una circostanza paradossale se si pensa quanto questo tipo di musica sia ordinata e razionale, e quindi non certamente congeniale ad una mente confusa, quale quella dell'autore. Perché non leggerlo? E' lunghissimo e noioso.

Murakami HarukiCorriere della Sera
L'attentatrice
RecensioneItaliano

L'attentatrice

> Come accettare di restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a se stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?... non si restituisce la grazia alla rosa che si trapianta in un vaso, la si snatura; si crede di abbellire il salotto, in realtà non si fa che sfigurare il proprio giardino . Amin, un arabo israeliano, è un brillante chirurgo, felicemente integrato nella buona società di Tel Aviv. Dopo un devastante attentato ad un ristorante, nel quale muoiono numerosi civili, tra cui molti bambini, Amin scopre che il kamikaze è sua moglie, Sihem, la donna, che > ha cullato i miei anni più teneri, abbellito i miei progetti di ghirlande luccicanti, colmato la mia anima di dolci presenze. Non ritrovo più niente di lei in me e neanche nei miei ricordi . Come è possibile che sua moglie sia una fanatica omicida? Per alcune pagine sembra che il romanzo prenda una piega intimistica: i segreti che si celano nei rapporti di coppia. Poi, il racconto riprende la direzione maggiormente esistenziale e sociale. Amin vuole conoscere chi ha convinto sua moglie, sicuro che Sihem sia stata plagiata da qualcuno. Va nei territori occupati, in mezzo alla guerra tra Palestina ed Israele, dalla quale ha cercato disperatamente di sfuggire. Come gli dice un terrorista, > il signor dottore vive accanto a una guerra, solo che non vuole sentirne parlare. Pensa che nemmeno sua moglie debba preoccuparsene.... Bene, il signor dottore ha torto . I sogni di Amin si infrangono sulla spietata constatazione che sua moglie ha agito per una sua decisione, perché > doveva covare odio dentro di sé da sempre, da prima di conoscermi..... aveva dentro di sé una ferita così brutta e atroce che provava vergogna a confidarmela; il solo modo di liberarsene era distruggersi con quella . Ma forse, molto più razionalmente, la verità sta in ciò che scrive Sihem nella lettera di addio: > a che cosa serve la felicità quando non è condivisa. Nessun bambino è al sicuro senza una patria . Il viaggio nei territori occupati è per Amin anche un ritorno alla infanzia, alla sua gente. Il racconto non ci dice se anche Amin prenda consapevolezza del dramma del suo popolo, sappiamo solo che muore, casualmente o volutamente?, in una carneficina commessa da un drone israeliano per uccidere un leader religioso. Con grande abilità narrativa, il romanzo si apre e si chiude con la carneficina nella quale trova la morte il protagonista. Secondo alcuni critici, la morte di Amin, inesplicabile nella trama del racconto, sarebbe la metafora di un conflitto senza fine e della distruzione di un popolo, quello palestinese. È una chiave di lettura troppo semplice per un romanzo complesso, che non vuole prendere posizione, né contro né a favore dei due popoli in lotta. Conferma questo giudizio la positività di alcuni personaggi israeliani, come la tenera amica di Amin, e lʼalternarsi di un linguaggio familiare con quello poetico e, per lunghi tratti, predicatorio. Il ritmo narrativo è serrato, i dialoghi sono fitti ed efficaci, lʼambiente israeliano e i suoi personaggi sono illustrati in modo convincente. Disturbano invece i soliloqui di carattere politico, come quelli del leader religioso e del capo terrorista, che emergono falsi e convenzionali. Anche lʼambiente palestinese risulta artefatto. È evidente che lʼautore si trovi più a suo agio in un ambiente urbano, di carattere occidentale. Perché leggerlo? La lettura è avvincente.

Yasmina KhadraOscar Mondadori
Attesa sul mare
RecensioneItaliano

Attesa sul mare

Lo stimolo a leggere Biamonti mi è venuto da una poesia di Montale: Riviere. In questo capolavoro il paesaggio ligure è lʼoccasione per i ricordi, per il rammarico ed anche per nuovi sogni. Ed anche Pietrabruna, il paese arroccato tra monti e mare dove ritorna il protagonista, evoca sentimenti contrapposti: > le colline tremavano a contatto della cupola del cielo, scosse da un blu denso e luminoso. Ma cʼerano terre che volgevano le spalle al sole, sconfortate ( da ragazzo lo avevano fatto sognare). I raggi scendevano dai picchi senza toccarle. Terre in perpetuo desiderio . Edoardo è un capitano di nave che ritorna alla sua casa, in attesa di un nuovo imbarco. Ad accoglierlo ci sono > frane aggrappate alla collina e uliveti dentro voragini luminose... luce di mare (che) si saldava alle cime, ai crinali, sino a Pietrabruna : paese sempre uguale, «ma la vita dovʼera, fuori dalle sciabolate del cielo, fuori dal vento?». Ad aspettarlo cʼè anche Clara, che da anni attende che Edoardo si fermi. Il loro è un amore inconsueto tra un uomo senza radici ( come tanti marinai) e una donna solo apparentemente placida e rassegnata: > nel suo volto sinuoso e ossuto, di una dolcezza irregolare, si accordavano inquietudine e sogno . Clara è la tipica donna ligure, costretta ad essere indipendente, e rimane nel romanzo un personaggio misterioso, incomprensibile, ricco di sfaccettature. Edoardo è invece lineare: dietro i problemi economici nasconde il desiderio di fuga. Ed infatti accetta un imbarco rischioso. Deve consegnare un carico di armi in Bosnia. Si trova a comandare una vecchia carretta. Ben presto il viaggio si rivela una trappola, in quanto perdono i contatti con lʼarmatore e quando arrivano a destinazione Edoardo è costretto a cercare, da solo, i compratori, pur in mezzo ai cecchini e agli scontri tra le diverse bande. Il paese bosniaco può essere simile a Pietrabruna, ma «le colline dal crinale bianco erano blu ombra dove non batteva il sole». Ed anche la donna, che incontra e con la quale si accompagna, può essere Clara, ma aveva «occhi lievi, distanti... i segni di una isterilita dolcezza». Che il paese bosniaco, di cui non cʼè detto il nome, sia lo specchio rovesciato di Pietrabruna e che, quindi, il viaggio di Edoardo non si sia svolto nello spazio, ma nella propria anima? È una interpretazione in quanto il romanzo resta sospeso in unʼultima riflessione ermetica di Edoardo: > cʼè in ogni terra il seme della morte, si vede bene in piena luce..... ci sono colpi di sole su terre appese . Biamonti ha una scrittura accentuatamente lirica, più consona alla poesia che alla prosa. Quando descrive paesaggi e personaggi della sua terra, la Liguria, il suo stile trova un equilibrio spesso felice tra narrazione e ricerca delle parole e dello consonanze. La prima parte del romanzo ha un fascino notevole, soprattutto per chi è innamorato della Liguria, nella seconda parte lo scrittore perde di slancio e di armonia: si capisce che non è a suo agio. Dʼaltra parte non sono lʼattualità e la storia gli interessi dellʼautore, che è invece tutto orientato a scavare nel suo mondo, nel rapporto tra luminosità del paesaggio e tormenti delle coscienze. Perché leggerlo? È una splendida lettura, ma non bisogna aspettarsi una trama narrativa interessante.

Francesco BiamontiGiulio Einaudi
L'attore
RecensioneItaliano

L'attore

Mario Soldati è stato definito «il primo, grande media-man della cultura italiana» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 2016). Infatti, fu romanziere, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. I suoi numerosi romanzi (si possono leggere le recensioni in questo sito: «A cena con il Commendatore», «Lo smeraldo» e «El Paseo dei Gracia») riflettono la grande esperienza come autore cinematografico, sia nello stile come nei contenuti narrativi. Per Soldati ciascuno di noi indossa una maschera, anche se non se ne accorge perché il travestimento fa parte della nostra più profonda coscienza; di conseguenza le nostre relazioni con gli altri sono ambigue, spesso piene di futili inganni, a noi piace vivere come in un sogno, come se fossimo in una soap opera.  Viviamo, insomma, in una bolla. A differenza degli altri racconti questo romanzo muove da una vicenda dello scrittore che potrebbe essere reale. Soldati, il narratore, incontra un vecchio amico, un modesto attore, che non vede da molti anni. Enzo è in una difficilissima condizione finanziaria perché sua moglie continua a perdere somme cospicue al Casino: chiede a Soldati un lavoro. Il nostro scrittore cerca di trovargli una parte in una serie televisiva, anche se il momento non è facile perché nuovi dirigenti sono subentrati ai vecchi con cui Soldati aveva un ottimo rapporto. Per informare l'amico di cosa sta facendo va a Bordighera dove vive Enzo con sua moglie. In questo modo Soldati si trova intrappolato in un' intricata ed equivoca relazione familiare: la moglie di Enzo, a suo tempo una bella donna, oggi obesa e malata, è gelosa del marito, che la tradirebbe con la loro cameriera; Giovanna, la cameriera, padroneggia Enzo e la moglie con il suo fascino misterioso e seduttivo; e infine Enzo con convinzione sostiene di amare la moglie ma gioca la parte dell'infedele cercando in modo manifesto di conquistare la sfuggente Giovanna, esasperando la moglie e spingendola a uccidere la cameriera. Perché Enzo finge di tradire la moglie con Giovanna? E perché gli altri stanno al ruolo dato da Enzo, come se fossero a teatro e non interrompono questa crudele e falsa soap opera? > Ogni uomo é, sempre, un po' attore,. (...) ogni essere umano deve, qualche volta, per sentirsi vivo, potersi immaginare un po' . Questo romanzo ebbe un grande successo quando fu pubblicato nel 1970 e vinse il Premio Campiello di quell'anno. In realtà, la storia è noiosa e banale; specialmente se la leggiamo da un punto di vista psicologico: la qualità della narrativa è molta al di sotto di quella degli altri romanzi di Soldati. Restano le splendide descrizioni, cinematografiche nel dettaglio e nei colori. Un esempio. > Giovanna è piccola, magra, solida, bruna. Un viso strano, stretto: gli occhi scuri e ravvicinati, le labbra sottili e non dipinte: un viso dall'espressione chiusa immobile, insensibile, come di pietra. (...) Aveva un tailleur di velluto amaranto, di un'eleganza piuttosto volgare, e molto vistoso. (...) Si guardò a lungo rimirandosi, camminando avanti e indietro come una modella, tirandosi e lisciandosi la giacca del tailleur sulle natiche, voltandosi a guardare ancora al di sopra di una spalla. Perché non leggerlo? Dispiace dirlo: è noioso.

Mario SoldatiBompiani
Recensione

Augustus

Autore Sconosciuto
Augustus: a Novel
RecensioneItaliano

Augustus: a Novel

John Williams ha scritto tre romanzi di grande successo: «Butcher's Crossing» nel 1960, «Stoner» nel 1965 e questa biografia di Augusto nel 1972 (con questa scheda i libri sono tutti recensiti in questo sito). Williams è uno scrittore di grande talento che innova continuamente lo stile adattandolo alla storia e ai personaggi. In questo caso l'autore costruisce la trama mediante le lettere scritte da diversi personaggi; Augusto interviene solo alla fine in prima persona e così noi possiamo conoscere alcuni passaggi fondamentali, politici e personali, della sua vita da differenti punti di vista. E' un raffinato espediente letterario che tuttavia frammenta il racconto e presuppone che si conoscano, almeno a grandi linee, le complesse vicende che portarono al Principato prima e  all'insediamento di Tiberio poi.  Chi era veramente Ottaviano, poi Augusto? Quando muore lo zio Cesare che lo fa suo erede, Ottaviano è un giovane di diciott'anni: viene a sapere la notizia in Grecia dove si trova insieme con i suoi amici: Mecenate, Agrippa e Salvidienio Rufo. Nel suo diario questi racconta che Ottaviano esprime le sue incertezze sulle reale fedeltà delle legioni di Cesare e rivolgendosi agli amici dice che egli parlerà dei suoi timori solo con loro tre, > che siete realmente miei amici, (...) una fredda tristezza era sopraggiunta e lo allontanava da noi . E' come se il giovane Ottaviano si fosse reso conto che l'adolescenza era finita e che su di lui incombe il grave compito di porre fine alle guerre civili e di assicurare pace e prosperità a Roma: per far questo deve divenire un abile e spregiudicato uomo politico, mettendo gli affetti in secondo piano e usando tutto e tutti, persino i vecchi amici e l'amata figlia Giulia. Parafrasando il mito di Euridice e Orfeo, Orazio racconta il destino di Ottaviano. > Il suo amore non era una donna; la sua Euridice era la conoscenza, un sogno del mondo, al quale cantava la sua canzone. Ma il mondo di luce che era il suo sogno di conoscenza venne distrutto da una guerra civile; (...) e il suo sogno svanì, come se evaporasse, nell'oscurità del tempo e delle circostanze. Vide il mondo, e capì che era solo, senza padre, senza proprietà, senza speranza, senza sogni..... Fu solo allora che gli dei gli diedero la loro lira d'oro, e gli permisero di suonare non come essi volevano ma come desiderava lui . E' una splendida sintesi del destino di Ottaviano, che lo eleva a un ruolo immortale e unico nella storia, a perseguire un fine al quale tutto è subordinato, pure la felicità di Giulia. Ed è qui che ci inoltriamo pure noi nell'oscurità dell'animo umano. Con un colpo di genio letterario Williams riporta il diario di Giulia nell'isola di Ponza dove è stata esiliata. Il triste e rassegnato racconto di Giulia è preceduto dai pettegolezzi sulla sua vita dissoluta, quasi a giustificare la tremenda decisione del padre. Eppure non possiamo che avere simpatia per questa ancora giovane donna, la quale fu costretta a sposare Agrippa, ben più vecchio di lei, e poi l'inquietante Tiberio. Può darsi che sia vero che il padre l'abbia esiliata per i suoi costumi immorali per non farla condannare a morte per complotto contro lo stato; è certo che la crudele e fredda severità di Augusto contrasta con la dolce malinconia di Giulia. Sono pagine bellissime che giustificano da sole la lettura del romanzo: lo svanire dei ricordi perché ormai inutili e portatori solo d'infelicità, e per contrasto la precisione del racconto dell'incontro tra Ottaviano e Giulia, tra padre e figlia. > Il suo viso era smagrito, e c'erano rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi pallidi; ma nella luce incerta della stanza, la faccia poteva essere quella di lui che mi ricordavo da bambina . Giulia apprende che la cospirazione è stata scoperta da Tiberio e il padre non può fare altro che condannarla per salvaguardare la sua autorità. > Mia bambina, disse, ciò non ha niente a che fare con l'amore. Si volse di nuovo via da me e prese alcune carte sulla scrivania. (...) Non ho visto mio padre d'allora. Capisco che egli non dirà (più) il mio nome .   L'eleganza della scrittura, la ricostruzione romanzata ma sapiente di vicende ancora non chiare agli storici, la ricchezza del lessico e la capacità di rendere le peculiarità dei diversi protagonisti (da Marco Antonio a Cicerone sino a quelli minori) sono qualità letterarie che abbagliano il lettore. In molte recensioni è paragonato a «Io Claudio» di Robert Graves; ebbene è un'altra cosa. Svolazzando con superficialità nella storia e nei protagonisti Williams non riesce a trasmettere passione e mistero; il romanzo finisce per essere distaccato e rigido come immaginiamo che sia stato Ottaviano Augusto. Perché leggerlo? Un po' di fatica ma il diario di Giulia è veramente bello.

John WilliamsVintage
Le avventure di Cipollino
RecensioneItaliano

Le avventure di Cipollino

> Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli. (...) Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa . Così inizia il libro. Con poche e semplici parole lʼautore introduce il protagonista, appunto Cipollino, il mondo del romanzo, dove i personaggi sono verdure e frutta, e la lieve ironia, che caratterizza lʼintero racconto. Non ci sono gli uomini né le figure tipiche della vita contadina; in modo geniale lʼautore sviluppa la storia intorno agli alimenti che nellʼinfanzia siamo richiamati continuamente a mangiare e lo facciamo di malavoglia. In tal modo Rodari rovescia la questione: nessuna morale per i bambini, lʼodiato cibo diviene il protagonista di incredibili e bellissime storie, che sono lʼoccasione per farci riflettere sulla libertà. Cosa ci dice Cipollino con gli altri incredibili personaggi? La libertà è lottare per una vita autentica, non fatta di apparenze, una vita nella quale ciò che conta sono gli amici e non le gerarchie sociali, le convenzioni, il rispetto del potere. È un invito ad essere sé stessi, però senza pretese, lasciando al bambino, e a noi adulti, il piacere di divertirci. Il racconto prende le mosse da un sopruso: sor Zucchina si è costruita una casa minuscola, dove > la mano destra sta in cucina, la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto . Pomodoro vuole confiscare la casina, perché sostiene che è stata costruita sul terreno delle Contesse del Ciliegio. Cipollino si ribella e da lì si sviluppa la storia: la gente del villaggio (Mister Uvetta, Fagiolino, Pero Pera ed altri) nasconde la casina presso sor Mirtillo, che «abitava in un riccio di castagna» e aveva appeso un cartello invitando i > signori ladri, prima di entrare il campanello vogliate suonare . Il racconto ci introduce poi al Castello del Ciliegio, dove vive Ciliegino, un bambino solo e malinconico perché, dice Rodari, «o che brutta malattia essere senza compagnia». Cipollino e Ciliegino diventano amici, una verdura tra le più vili, un frutto tra i più gustosi. Alla faccia delle barriere sociali! Insieme combattono per liberare gli amici, nel frattempo rinchiusi in prigione, per salvare la casina di sor Zucchina, e sconfiggere i cattivi della storia, ma senza acredine, quasi con commiserazione. Le avventure sono tante e non sempre finiscono bene. Ci sono due personaggi minori, che indicano più di altri la sottigliezza di Rodari. Sor Pisello è il classico azzeccagarbugli, pauroso e servile. Malgrado sia stato salvato da Cipollino, tradisce i nostri amici per farsi benvolere dal potere: è il classico intellettuale italiano sempre pronto a far voltagabbana secondo come vanno i potenti? Mister Carotino è un famoso detective, il quale ovviamente non scopre mai nulla. Ciò che dice Mister Carotino viene ripetuto, ma rafforzato, dal fedele cane Segugio; per esempio: > Siamo in pericolo - costatò Carotino, senza battere il ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle - Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco il cane . Se pensiamo alle inchieste poliziesche del nostro paese che spesso non conducono a nulla, ma creano un grande frastuono, forse Rodari ha voluto demitizzare lʼapparato poliziesco, come per dire: non abbiate paura sono tutti come Carotino! Alla fine vincono i buoni ma soprattutto il mondo risulta capovolto. > Gli avvenimenti precipitano e noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono lʼuno sullʼaltro come i foglietti di un calendario, passano le settimane a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere niente, come quando al cinema la macchina impazzisce, e appena torna a girare abbastanza piano perché noi si possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato. Con Rodari è facile cadere nella trappola di cercare significati reconditi nei suoi personaggi e nelle sue storie, ma si è spinti inesorabilmente in questa direzione perché il mondo descritto è troppo simile al nostro, troppe volte ci ritroviamo dentro ai meccanismi della nostra società, assurdamente oppressivi ed ingiusti. Che il mondo non sia una grande matrioska, nella quale tutte le distorsioni sociali ed etiche si ripetono a tutti i livelli della natura? A distoglierci da questa amara conclusione e a ricordarci che siamo dinanzi ad uno splendido racconto per ragazzi è lo stile narrativo: elegante, arguto, apparentemente semplice, lieve ma profondo. Sono le parole la vera magia di Rodari, tanto che solo leggendolo ad alta voce il racconto acquisisce il suo fascino ed anche il suo vero senso: un volo nellʼimmaginazione, nella fantasia dove tutto è possibile, dove anche le cipolle hanno unʼanima. Perché leggerlo? Riflessivo, divertente, inebriante.

Gianni RodariEditori Riuniti
Le avventure di Héctor Belascoaràn
RecensioneItaliano

Le avventure di Héctor Belascoaràn

Il libro raccoglie tre romanzi, che hanno come protagonista Héctor Belascoaràn. Il primo romanzo, Giorni di battaglia del 1986, racconta il cambiamento di vita del protagonista: da ingegnere, sposato e funzionario di una grande azienda a detective alla ricerca di clienti e, di propria iniziativa, alla caccia di uno strangolatore. In realtà, la ricerca dello strangolatore è un modo per trovare sé stesso, per fuggire da una vita che era sprofondata > piano piano nellʼoblio di una corsa accelerata, una corsa automobilistica in cui gareggiava pur senza saperlo, una maratona di coglioni che percorrevano i quarantadue chilometri prescritti lungo strade che non erano neppure asfaltate di recente . Si tratta di un romanzo apparentemente di genere «noir» ma in realtà introspettivo, in qualche modo un percorso di liberazione da una condizione borghese e perbenista diventata ormai troppo stretta. E sullo sfondo compare già il vero soggetto dei romanzi: il Messico ed in particolare città del Messico, una città violenta, che «si nutre di carogne». Nel secondo romanzo, Il Fantasma di Zapata del 1992, lo scrittore, e il protagonista, hanno preso sicurezza. Il ritmo narrativo si è fatto più veloce, le frasi sono diventate secche ed essenziali, e Héctor è ora un detective che combatte una società ingiusta, dove tutti, cominciando dai poliziotti, sono corrotti e violenti. Il protagonista è trascinato suo malgrado in tre vicende: cercare Emiliano Zapata che sarebbe ancora vivo, indagare sullʼomicidio di un importante dirigente dʼazienda in pieno scontro sindacale ed evitare che una adolescente si suicidi. Ed Héctor svolge questi incarichi > con la voglia di credere a tutto, desideroso di vedere Zapata, che doveva avere ormai novantasette anni, irrompere al galoppo nella tangenziale in sella a un cavallo bianco, in mezzo a una raffica di proiettili . Nel terzo romanzo, Qualche nuvola del 1992, Héctor si riposa in un isola caraibica, quando vede sua sorella e capisce che > sarebbero arrivati cambiamenti e lui era stanco, svogliato, arruffato, trasandato, desideroso di birre, di boleri e di rumore dellʼandirivieni delle onde. Voleva la sua palma solitaria, i tramonti e qualche rara nuvola rotonda, bonacciona in cielo . Il suo senso di giustizia è più forte della pigrizia e si trova coinvolto in una storia di mafie, di criminalità e di poliziotti corrotti, contro i quali combattere come un guerriero solitario. Il riferimento è senza dubbio Raymond Chandler, anche se Héctor non è cinico come Marlowe. Soprattutto fa senza pretese, così per caso, il detective solitario e giusto. > Ascolta, vecchio Paco, disse Héctor spegnendo la sua ultima Delicado nel portacenere di latta, io, non sono poi questo gran detective. Lʼunica cosa certa è che non sapendo scrivere storie, mi infilo in quelle degli altri. Io da solo, contro il sistema, figurati! Sono cinque anni che affino la mira, e con la calibro 38 non prendo un elefante a dieci metri. Sono sciancato, quando piove zoppico, ieri mi sono trovato in testa i primi capelli bianchi, sono più solo di un cane randagio. Mi incazzo come te, mi rode il pensiero di come si è ridotta questa nazione. Sono messicano come chiunque altro . Cosa mi dici adesso? Faccio il detective perché mi piace la gente". Perché leggerlo? Il primo romanzo è pesante ma gli altri due si leggono con piacere. E soprattutto piace la passione civile del protagonista, senza retorica, come qualsiasi messicano.

II Paco Ignacio TaiboIl Saggiatore