Archivio Libri

L'Eroina di Port-Arthur
RecensioneItaliano

L'Eroina di Port-Arthur

Emilio Salgari era molto veloce a costruire storie intorno ad avvenimenti che impressionavano il pubblico; e lo faceva mescolando un so che di esotico con guerre e storie d'amore. Così era stato per "La capitana del Yucatan" e per "Le Stragi delle Filippine" (si vedano le recensioni in questo sito), e così è in questo romanzo, pubblicato sotto falso nome nel 1904. Il contesto è la guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui > il piccolo Giappone, come lo chiamavano sprezzantemente i russi ha affrontato e vinto il grande Impero Russo. Il luogo è Port-Arthur, punto d'ingresso per la conquista della Corea e allora in possesso dei russi. Il racconto si avvia con una scena di splendore e decadenza insieme: un "daimio" (ossia un feudatario) passa tra la folla con accanto la bellissima figlia, Shima. > Non aveva che sedici, (...) non alta, di forme squisitamente modellate, con occhi di un nero intenso che nulla avevano di obliquo, (...) pelle dai riflessi alabastrini, (...) con una boccuccia bellissima, dalle labbra un po' sottili, indizio di un'energia straordinaria. Ci sarà un magnificente ricevimento a casa del daimio per il fidanzamento di Shima con Boris, un ufficiale russo. Il futuro sposo non si presenta: ha una relazione con una geisha e sa che sta per scoppiare la guerra con il Giappone, che rende impossibile il matrimonio con una giapponese. La città è immersa in un clima d'attesa, che permette alle due donne di fronteggiarsi: Shima, > cogli occhi sfavillanti ed il volto acceso, chiede alla geisha se ama veramente Boris; l'altra le implora di lasciarle il suo amore, > perché strappare a me, povera geisha, l'amor d'un solo uomo, e che è il solo che mi abbia veramente amata e che io amo? Sono un povero fiore gettato in balia del vento, destinato ad appassire se nessuno mi raccoglierà e mi esporrà alla rugiada ed al sole. Mai nei suoi tanti romanzi Salgari ha narrato un conflitto di tanta passione e risvolto sociale, tra una bella e ricca aristocratica e una povera prostituta innamorata. In uno scrittore così attento all'opinione pubblica si percepiscono echi di Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano, Gian Pietro Lucini e dei poeti “maledetti” francesi come Paul Verlaine e Charles Baudelaire. Purtroppo, il conflitto sociale e amoroso non si evolve perché irrompe la guerra; e sulle due donne s'impone un solo dovere: servire la patria, il Giappone. > La patria! , esclamò la geisha, con un improvviso slancio d'entusiasmo, (...) Il pericolo che corre la patria in quest'ora solenne, unisce popolo e nobiltà per la difesa suprema del paese e colma gli abissi che li dividono, disse Shima con voce grave. Se l'attirò fra le braccia e la baciò sulla fronte, dicendo: per la patria! E non siamo più nella lontana Port-Arthur, e come se celebrassimo i martiri di Dogali e di Adua, gli eroi che hanno difeso la Nazione dai feroci etiopi! Salgari canta l'Italia nazionalista, colonialista e irredentista, che con esultanza andrà in Libia e poi a liberare Trento e Trieste, nella grande mattanza della prima guerra mondiale. Il "piccolo" Giappone è lo specchio della nuova Italia: i suoi morti caduti in battaglia i futuri martiri, le due donne sono tutte le madri, le spose e le figlie che rinunzieranno ai propri affetti per la Patria. Attento lettore dei reportage di guerra, Salgari mostra una notevole conoscenza delle dinamiche dello scontro navale in atto a Port-Arthur, in cui la potente flotta giapponese, ben guidata ed equipaggiata, bloccò le navi russe nel porto, chiudendo poi la città in una tenaglia dal mare e dalla terra. Proprio la vastità e la durata della battaglia rendono difficile per Salgari dare chiarezza all'insieme e mettere in risalto i colpi di scena. L'autore si muove meglio quando ci sono poche navi a confrontarsi ed è facile focalizzare il lettore sui luoghi fondamentali per l'azione. Nello stesso modo, Salgari abbandona il suo modello narrativo, con una figura centrale e alcune di spalla. Qui potrebbe essere Shima, ma "l'eroina" viene travolta dalle vicende e per lei è difficile coabitare con le figure minori. E dov'è il nemico, il traditore Boris? Il sistema dei personaggi lacunoso e indecifrato è il punto debole di questo romanzo. Perché leggerlo? Per un po' si vagheggia il Salgari del "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito).

Emilio SalgariFabbri
L'idiota
RecensioneItaliano

L'idiota

Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.

Fedor DostoevskijRusskij Vestnik
L'ombra del vento
RecensioneItaliano

L'ombra del vento

L’ambiente è Barcellona nel periodo della Spagna di Franco, negli anni’50. Il figlio di un libraio viene accompagnato dal padre (libraio di testi antichi e rari) presso il Cimitero dei libri dimenticati, un deposito di tutti quei libri che nessuno mai cercherà. Qui il ragazzino prende un romanzo di un autore spagnolo. La lettura lo trascina in una vicenda che si snoda lungo la sua giovinezza, in una sorta di storia parallela: le vicende che hanno travolto la vita dell’autore (l’amicizia tradita, l’amore per una ragazza che si rivela poi essere sua sorella, la morte di questa e infine la persecuzione da parte di un ex-amico diventato un crudele poliziotto) sembrano ripetersi anche per il ragazzo. Il giovane scopre pian piano ciò che è successo all’autore, viene a sua volta perseguitato da un cattivo poliziotto e sembra dover perdere la donna amata come è successo allo scrittore. Il libro si conclude con un lieto fine: il cattivo viene ucciso e il giovane può sposarsi. L’avvio del racconto si presenta interessante con questa idea dei libri dimenticati e annuncerebbe una trama costruita tra il fascino misterioso dei libri e la scoperta della vita, che c’è dietro all’autore e alle storie raccontate. Questo avvio promettente si perde poi in una vicenda, che si fa via via sempre più scontata e dove il continuo ricorso al «raccontato» (protagonisti che ricordano alcuni episodi della vita dell’autore) rende prolisso e spesso noioso il libro. Come succede spesso il romanzo è troppo lungo, troppo ricco di temi e di personaggi (spesso inutili ai fini del racconto) e con troppa poca ambientazione. Il risultato è un po’ di noia.

Ruiz Carlos ZafònOscar Mondadori
L'ordine
RecensioneItaliano

L'ordine

Gli ambienti del romanzo sono l’inverno e la primavera della Finlandia e il contesto storico è la guerra tra le forze bianche, che difendono l’indipendenza del paese e le forze rosse che vogliono introdurre anche in Finlandia la rivoluzione comunista. La guerra, insieme con una natura selvaggia e incontaminata fanno da scenario alle vicende di una donna prigioniera e dei suoi rapporti con il giudice (uno scrittore alcolizzato e paranoico) e con il soldato, con il quale ha vissuto per otto giorni in un’isola deserta e da cui aspetta un figlio. Tutta la storia si svolge in un ex manicomio e uno dei protagonisti è un povero folle, che pensa di fare le fotografie ai fantasmi, e che evidente l’assurdità di tutti gli eventi. Infine c’è anche un bambino, orfano di un’amica della donna, che subisce la violenza del nonno e dei cugini ma poi viene salvato dalla donna. Accanto alle vicende e ai caratteri dei protagonisti si sviluppa, in brevi introduzioni ai diversi capitoli, la descrizione del comportamento dei lupi e di come gli uomini cercano di sterminarli, in una lotta che sembra senza fine. Ed allora, si capisce, forse, il significato del libro, che peraltro risulta, per certi versi, criptico e di difficile comprensione. La donna è una lupa, feroce e determinata, ma pronta a dedicarsi alla prole, al bambino e al figlio che aspetta dal soldato. In un ambiente difficile e contro un giudice, astuto e crudele, la donna, come una lupa, si muove con astuzia. Al contrario il soldato (un giovane che si è arruolato per riscattarsi sia dal proprio fallimento lavorativo che dal padre) si comporta come «un cane»: più volte salva la vita della donna, se ne innamora, le è fedele e muore per salvarla. Due eroi, quindi, la donna è l’eroe positivo, che non subisce gli eventi assurdi della guerra, ma reagisce e li affronta guardando il futuro e infine vince, ridando speranza a un bambino e portando con sé il germe di una prospettiva. Il soldato è l’eroe negativo, un debole, che viene distrutto dalla guerra, ma, a differenza degli altri, salva la propria dignità, proprio proteggendo la donna. Il libro è di grande spessore e affronta un tema di grande attualità. In una società, che si va dissolvendo, occorre affrontare il futuro con forza e tenacia.

Leena LanderIperborea
L'orologiaio di Brest
RecensioneItaliano

L'orologiaio di Brest

Nella sua splendida biografia di Matteo Ricci ("Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci" editore Adelphi) Jonathan D. Spence racconta come il missionario gesuita conquistasse i mandarini cinesi con il dono di orologi che si faceva venire dall'Europa. A sbalordire l'élite confuciana erano la splendida meccanica del Seicento europeo e l'idea di poter sezionare il tempo in misure infinitamente piccole, tali da scomporre e persino fermare il flusso degli eventi. Forse, era a questo cui ha pensato de Giovanni quando ha intitolato questo romanzo: un "quasi Noir" che mescola la scoperta del proprio passato e della propria identità con le macchinazioni di una misteriosa "Entità". Ci sono due dimensioni temporali: uno sbiadito professore di storia medievale è spinto da una giovane giornalista a svelare l'irrisolto omicidio di un magistrato e del suo autista, per scoprire che l'assassino era stato suo padre, un terrorista degli ann'60, abile costruttore di dispositivi meccanici, come esplosivi e innocenti orologi; in un altro piano temporale, di molti anni prima, un'ingenua ragazza allaccia una relazione con un potente cardinale, il cui assistente, su indicazione del suo superiore, organizza l'eliminazione della giovane, servendosi di un misterioso personaggio. Come si intrecciano le due storie e come si concludono, forse, sulla costa atlantica, appunto a Brest? Non lo sveliamo per non togliere la sorpresa al lettore. Già in un romanzo del 2022, " L'equazione del Cuore", (si veda la recensione in questo sito) l'autore si era allontanato dal Noir classico all'italiana, di forte ambientazione, per indagare il dilemma tra razionalità e sentimento, ispirandosi all'equazione del fisico Dirac, per cui i legami d'amore non si evolvono, sono intrecciati per sempre. Pure qui, in questo racconto, de Giovanni fa riferimento ad un ingranaggio per dire che il passato riaffiora di continuo, legando due persone, il professore e la giovane giornalista, in un intreccio non ricercato ma indissolubile. Sotto il profilo narrativo, la trama è troppo condizionata dai disegni criminali del Potere, qui identificato nel potente Cardinale e nel suo ambizioso assistente. Perché impelagarsi in una storia così inverosimile, quando sarebbe stato sufficiente indagare il tema della Memoria non accettata, eppure necessaria se si vuole vivere un'esistenza autentica. Aver voluto mettere insieme troppe storie e troppi generi letterari l’autore ha creato un polpettone prolisso e ridondante, che solo a momenti acquista il ritmo di un Noir. A peggiorare la narrazione è la sovrapposizione di piani temporali, che solo verso la fine si chiariscono, senza dare suspense al racconto. Dispiace infine che de Giovanni abbia perso ogni riferimento con Napoli, privando il racconto dell’ambientazione che infatti resta evanescente. Perché non leggerlo? È noioso.

Maurizio de GiovanniFeltrinelli Editore
L'uomo sentimentale
RecensioneItaliano

L'uomo sentimentale

Un cantante lirico racconta un sogno nel quale ha ripercorso una storia dʼamore: alcuni anni prima ha conosciuto e frequentato a Madrid una coppia: la moglie di un importante uomo di affari e il suo accompagnatore. Il cantante si era innamorato della donna, il cui marito si era poi ucciso per disperazione. Mentre scrive i contenuti del sogno gli giunge la notizia della morte accidentale della sua ex fidanzata. L’espediente del sogno raccontato sembra voler ricreare quel contesto di incantamento, presente con maggiore forza nell’altro romanzo dell’autore, appena recensito. In realtà l’autore ha inteso raccontare una storia dʼamore per dimostrare come il sentimento > richieda sempre qualche cosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà. L’amore si basa in grande misura sulla sua anticipazione e sulla sua memoria . Da questo punto di vista il vero protagonista è il marito, che non ha optato per la realtà ma vive nell’aspirazione e quindi in unʼaspettativa dʼamore, costituita dall’accettazione da parte della moglie del suo affetto e passione. Non so perché ma il libro mi ricorda una trama pirandelliana, in quanto emerge l’impressione che la realtà non sia quella che appare ma è come si vorrebbe che fosse e la disperazione nasce proprio nel momento in cui ci si accorge della profonda diversità tra realtà e immaginazione. I vari protagonisti, la moglie, l’accompagnatore, il marito e la stessa ex fidanzata (che da viva non aveva importanza e la assume per la sua morte) sono analoghi ai sei personaggi in cerca dʼautore di Pirandello. Stanno cercando di uscire dall’irrealtà mediante il cantante lirico, che appare un soggetto passivo della vicenda, che subisce i fatti in realtà scatenandoli. La passività con la quale il cantante accetta l’abbandono da parte della donna vuole forse indicare la prosaicità della realtà rispetto alla profondità e vitalità dell’immaginazione? Il libro è scritto molto bene ma è di minore spessore, anche stilistico, rispetto al precedente.

Javier MariasGiulio Einaudi
La perla sanguinosa
RecensioneItaliano

La perla sanguinosa

Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.

Emilio SalgariFabbri
La quarta estate
RecensioneItaliano

La quarta estate

Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: > una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un > fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa. A lei, la bella ragazza, *dai capelli color albicocca*, bastava poco: > il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici. E così le piacque subito il sanatorio, > la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: > la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché > sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: > le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono. (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata? Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta d fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel suo primo romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. Perché leggerlo? È un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.

Paolo CasadioClown Bianco Edizioni
La stirpe e il sangue
RecensioneItaliano

La stirpe e il sangue

Nel XV secolo nella Transilvania, > c'è una storia che sta guadando i fiumi, volando fra i boschi frondosi e impigliandosi alle labbra dei passanti. Una storia che orripila, (...) pare si aggiri fra le campagne una creatura immortale dalla fame violenta, assetata di sangue. (...) C'è una cometa che da due mesi solca il cielo, come una ferita di coltello, da cui cola il sangue del creato. È Dracula, non il reale conte Vlad Dracula, il quale, malgrado la sua crudeltà, non fu certo immortale né si nutriva del sangue delle sue vittime. Nella nostra storia è Radu, un esile adolescente, un predatore, sempre pronto a balzare alla gola, > rapido come una pulce, ma dal morso letale, (...) una falena impazzita, zampillante. In un racconto che ha il ritmo della morte, in un ambiente sconvolto da guerre, violenze e stragi, in un'atmosfera cupa, paurosa, dove non pare mai brillare il sole, una piccola famiglia cerca di sopravvivere: Maria, la madre, grande conoscitrice delle erbe, anche di quelle che uccidono, una strega forse; Anna, la figlia che ancora bambina deve proteggere il fratellino appena nato; e Radu appunto, ancora neonato deve cibarsi del sangue non potendo attingere al latte esausto della madre. > È minuscolo, viola imbrattato di sangue e di umori di donna. Dovrebbe morire, dice la levatrice, perché > non è voluto dagli spiriti del vento, (...) Anna glielo toglie dalle mani e se lo stringe al petto, il primo vagito nasce lì, fra le sue braccia di piccola sorella. E così Radu, il futuro "vampiro", è frutto dell'amore della piccola sorella, che lo porta con sé, lo custodisce e lo nasconde, gli dà il poco cibo che può trovare. Nella foresta la piccola famiglia deve difendersi dagli animali feroci, quando sono rapiti devono salvarsi dagli uomini. È inutile inoltrarsi nella trama, di impianto fortemente gotico, così surreale da lambire il "Fantasy"; è meglio lasciarsi trascinare dall'immaginazione, e pensare che questo racconto, così lontano nel tempo, sia in fondo una metafora della nostra condizione attuale: guerre, stragi, violenze e genocidi non possono che partorire un Mostro; e ci chiediamo se Anna abbia fatto bene a salvare e nutrire Dracula, dandogli tutto il suo amore. Non ha senso accostare questo romanzo a Dracula di Bram Stoker (si veda la recensione in questo sito): un'opera intrisa di positivismo, che narra lo scontro tra la scienza e l'inconoscibile, e Dracula non è un personaggio reale, ma l'allegoria delle nostre pulsioni più profonde e inenarrabili. Forse, al di là delle suggestioni gotiche, il romanzo è il proseguimento di "La Colpa" (si veda la recensione in questo sito). Alcuni temi paiono tornare: l'ambiente selvaggio (qui la Transilvania, lì la Marecchia desertificata); in entrambi "la follia lucida di costruzioni di possibilità terribili perché plausibili, (...) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante..."; una dimensione esistenziale dove solo l'amicizia e l'amore possono salvare. In " La stirpe e il sangue", scritto dieci anni dopo "La Colpa", pare che l'autrice sia scivolata in quello strapiombo vagheggiato nel romanzo del 2012, e solo collocarsi nel Fantasy le abbia permesso di sopravvivere. Il pregio fondamentale del racconto è la scrittura: frasi brevi ma evocative, quasi dei versi in prosa, che entrano nella mente del lettore. Si percepisce l' influenza di una poetessa come Beatrice Masini. Perché leggerlo? È sanguinolento, in certe situazioni in modo esagerato, ma piace la scrittura. Così tenera è la figura di Anna.

Lorenza GhinelliBompiani
La vergine eterna
RecensioneItaliano

La vergine eterna

L'autore immagina che un compagno di scuola, divenuto produttore cinematografico, gli proponga di scrivere la sceneggiatura di un film su Michael Kohlhaas, un racconto del 1810 di Heinrich von Kleist. La trama si presta ad un tema particolarmente caro a Kenzaburo Oe: quello della libertà e della rivolta contro i soprusi del Potere. Ambientato nel sedicesimo secolo, il romanzo di Von Kleist narra la storia di un commerciante di cavalli che non accetta di essere derubato e umiliato da un potente feudatario e, testardamente e disperatamente, lotta per avere Giustizia. È naturale per Kenzaburo di trasferire questa tragica vicenda nelle sommosse contadine che sconvolsero il Giappone nella seconda metà dell'Ottocento, e che interessarono proprio il villaggio natale dello scrittore, come già descritto in "La Foresta dell'acqua" (si veda la recensione in questo sito). Fin qui è il contesto; ma sin dalle prime pagine si intuisce che c'è qualcos'altro al di sotto della trama, quasi che la sceneggiatura scateni forze primordiali che provengono dal sottosuolo dell'animo umano. A differenza di "Memorie del sottosuolo" di Fedor Dostoevskij (si veda la recensione in questo sito), o non è la malvagità, ma quel sottile, ambiguo e svergognato desiderio di fantasie erotiche che può ancora travolgere un vecchio. Il romanzo si articola infatti in due momenti della vita di Kenzaburo: nel primo è già scrittore affermato ma fortemente depresso e in grave crisi creativa, nel secondo è un anziano signore ormai in declino fisico. L'indizio di un tema "nel sottosuolo" della trama ufficiale si trova nella citazione di una poesia di Edgar Allan Poe, scritta nel 1849, anno della morte di Poe (quanti riferimenti "allegorici" nel grande autore giapponese!): "or sono molti e molti anni/che in un regno in riva al mare/viveva una fanciulla che col nome/conoscerete d'Annabel Lee; /e viveva questa fanciulla senz'altro pensiero/che amarmi ed essere amata". Questi sono i versi ricchi di evocazioni erotiche di Poe; ma chi è Annabel Lee per Kenzaburo Oe? È Sakura-san, un'attrice giapponese famosa ad Hollywood e che il produttore vorrebbe che fosse la protagonista del film su Michael Kohlhaas. Coincidenza vuole che Kenzaburo abbia già visto la giovanissima Sakura, e ne era stato "rapito", in un cortometraggio su Annabel, dove Sakura, ancora bambina, era la protagonista dell'ultima scena, nelle vesti di una > fanciulla dalla veste candida e fluente, che sotto la purezza dell'immagine aveva > un che di ambiguo e misterioso. La trama del romanzo si dipana intorno "al sottosuolo" di Sakura, al di là dei suoi modi calmi e sicuri. Innanzitutto, l'attrice è determinata a porre al centro del film la donna che condusse la rivolta dei contadini nella seconda metà dell'Ottocento, e che prima di essere uccisa subì uno stupro di gruppo: la vicenda della donna, chiamata nella leggenda la madre di Meisuke, fu oggetto di una rappresentazione teatrale organizzata dalla nonna e dalla madre di Kenzaburo, cui ha partecipato lo scrittore ancora bambino. Poi, lo scrittore viene a sapere che Sakura è chiamata la "Vergine eterna": ancora bambina Sakura fu portata in America da un soldato che divenne suo marito e la iniziò alla carriera cinematografica; un uomo che l'amò quindi, con cui però Sakura non riuscì mai ad avere un rapporto sessuale completo. E da qui che ha origine un incubo ricorrente di Sakura: > nel sogno provavo una paura indicibile, ma non sapevo bene perché, non riuscivo a mettere a fuoco. Eppure in quel cortometraggio su Annabel Lee, diretto proprio dal marito, traspariva una tale purezza nell'immagine di Sakura bambina adagiata su un tronco sulla riva del fiume, come nella poesia di Poe. Ma c'era dell'altro, qualcosa di orrendo nel finale del cortometraggio, una conclusione tenuta nascosta e che inconsapevolmente Sakura voleva ripercorrere come protagonista dello spettacolo teatrale della tragica storia della madre di Meisuke. > Grazie a un passaggio estremamente pacato e bucolico, sono riuscito persino a immaginare la madre di Meisuke incamminarsi lungo un sentiero di montagna che si addentrava nella foresta. (...) Ho provato un profondo rammarico pensando di aver vissuto tanti anni senza riflettere a fondo su cosa potesse celarsi realmente oltre questo sentiero; sono diventato un vecchio settantenne e non ho fatto altro che ascoltare quella melodia così semplice e pura (la Sonata per pianoforte Opus 111 di Beethoven di accompagnamento al cortometraggio su Annabel Lee), che mi trascinava inesorabilmente verso l'ignoto. Non riuscivo e non riuscirò mai a liberarmi dall'immagine di quel pollice grosso e tozzo che s'insinuava a forza in quella piccola fessura.... > Mi risveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (..) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. Così scrive Kenzaburo Oe in "Il grido silenzioso" (si veda la recensione in questo sito), quasi ad esprimere ciò che abbiamo rimosso tutta la vita, ma che torna nella vecchiaia, più forte che mai. In "La vergine eterna" sono le pulsioni erotiche di un vecchio, in un racconto che ruota intorno ad una donna, affascinante proprio per i suoi più profondi segreti, tanto nascosti "nel sottosuolo" dell'anima da essere da lei stessa sconosciuti. È necessaria la creazione artistica per riportare in superficie il dolore di tutta una vita. Il romanzo è un inno alla letteratura, alla sua capacità di mescolare avvenimenti storici, riferimenti letterari, riflessione su sé stessi e capacità terapeutiche. Si percepisce un senso di rammarico per quanto non si è riuscito a fare, e a vivere. È un romanzo perfetto! Certo, con fine ironia, Kenzaburo scherza sulla sua inclinazione a perdersi nella storia, ad essere spesso prolisso e dispersivo. Non lo si può dire per questo romanzo: la trama si sviluppa senza sbavature e conduce con sicurezza il lettore verso il centro oscuro della storia. La riuscita della narrazione dipende, forse, da essersi focalizzato su un personaggio, che cresce e si afferma, lentamente ma inesorabilmente, lungo il romanzo, alla ricerca di sé stessa, della sua volontà di essere autentica, come una Anna Karenina giapponese (si veda la recensione del capolavoro di Tolstoij in questo sito). La scrittura fluisce elegante e precisa, con tanta abilità stilistica da sbalordire. Perché leggerlo? È un capolavoro.

Oe KenzaburoMondadori
Le lacrime dell'assassino
RecensioneItaliano

Le lacrime dell'assassino

I bambini sono sempre più le vittime innocenti di guerre, violenze e morte. Basta pensare a cosa assistiamo oggi, in Ucraina e Palestina. Per un bambino che ha visto uccidere i propri genitori, è ancora possibile ricostruire la propria vita? E si può creare con l'assassino una relazione tale da salvarne l'anima?  Questo romanzo è rivolto agli adolescenti, eppure affronta temi importanti, purtroppo tramite un approccio narrativo che richiama «Il piccolo Principe» di Antoine Saint -Exupery: insipido, moralistico, inverosimile. (si veda la recensione del «piccolo Principe» in questo sito). Pablo vive con i genitori in una piccola casa nell'estremo Sud del Cile, > dove nessuno arriva per caso. Angel è un assassino. Quando è accolto dai genitori di Pablo, non può fare a meno di ucciderli perché è l'unica cosa che sa fare. Mentre Pablo non è in casa, > là fuori, dal mare, risalivano nubi dense di pioggia.(...) Angel tirò fuori un coltello e lo piantò in gola all'uomo, poi in quella della donna. Sul tavolo, il vino e il sangue si mescolarono, tingendo di rosso tutte le profonde crepe del legno. Angel non uccide Pablo. > Risparmiare il moccioso lo faceva sentire sollevato. E, in più, lui lo avrebbe mandato al pozzo a prendere l'acqua. Nel tempo, si crea una relazione complessa tra Angel e Pablo; è un rapporto di mutua dipendenza: per Angel è la prima volta che sente un affetto per qualcuno, per Pablo > Angel è l'unica persona che si è preso cura di lui, l' ha nutrito, gli ha dato la volpe (che avevano accolto ancora piccola), (...) in un mondo dove solo i morti possono riposare, i viventi, essi, devono stringere i denti e sopportare la propria esistenza.   Un giorno, camminando nella larga e desolata campagna del Cile, Pablo e Angel s' imbattono in una casa isolata, in una foresta, dove vive un vecchio boscaiolo. Qui, potrebbero vivere in pace; la bontà, che è in ogni uomo, potrebbe pure esprimersi in Angel. > Esistono metamorfosi molto discrete, disse il vecchio, quelle che accadono alla nostra anima, per esempio, non sempre sono visibili. (...) Angel afferrò il coltello nascosto nella sua tasca; sentì il manico tra le dita. (...) Avanzò verso Pablo. (...) Posò gli occhi su Pablo. (...) «Tieni, disse è per te». Il silenzio era totale. La lama del coltello rifletteva i bagliori delle candele. Possiamo ritrovare pace e fratellanza se il peggiore assassino può amare un bambino. Un tema importante è portato avanti in modo superficiale e ambiguo. Innanzitutto, non è verosimile che un bambino abbia assistito all'uccisione dei suoi genitori e possa superare il trauma come ha fatto Pablo, così facilmente: è un modo per banalizzare il Male, per renderlo una cosa poco seria. In secondo luogo, l'amore non salva l'anima di un malvagio se questi non riconosce le proprie colpe e chiede perdono. Non è sufficiente piangere e compiere un bel gesto. Perché non leggerlo? E' falso.

Anne-Laure BondouxEdizioni San Paolo
La lanterna di Diogene
RecensioneItaliano

La lanterna di Diogene

Si tratta di un racconto che si può suddividre in due parti. Nella prima l’autore narra il suo viaggio in bicicletta da Milano alla costa romagnola, anche se, in realtà, si ferma sui monti modenesi. Nella seconda parte viene illustrato il soggiorno a Bellaria. La prima parte è molto bella e vivace. Si percepisce un senso di evasione, di fuga dalla città e dalla società industriale; il paesaggio, le locande e le persone incontrate vengono descritte con uno stile ironico ma nello stesso tempo affettuoso. In queste pagine prevale anche un compiacimento letterario, nelle parole e nei riferimenti, che va a scapito della spontaneità della narrazione. Nella seconda parte si accentua questa caratteristica insieme con un lirismo, che ricerca l’effetto in se stesso ed è comunque ridondante rispetto ai contenuti del racconto. L’oggetto è infatti la Romagna all’inizio del Novecento con la durezza della sua vita, la sua povertà e miseria. Molto bello è il viaggio a Comacchio: il difficile percorso in bicicletta, la città alla sera, il pernottamento e così via. Ha quasi dei connotati veristi la descrizione della famiglia che vive in un capanno sulla spiaggia: il pasto famelico dell’uomo, la curiosità dei bambini e i poveri vestiti della donna. Il forte connotato di queste pagine si perde però in un moralismo generico e conservatore, quando lo scrittore ricorda che le disgrazie possono essere di tutte le classi sociali: il suo compagno ha una grave malattia che lo costringe a una dieta ferrea!Come scrive l’Enciclopedia Treccani del 1935 (epoca non sospetta sotto il profilo politico), l’opera di Panzini tende, > nonostante le premesse classicistiche e le sue intenzioni di obiettività, di compostezza... , verso la confessione lirica, la notazione impressionistica, il soliloquio interiore variato di cadenze melodiche e di vere e proprie aperture di canto ; tutte caratteristiche che hanno reso insopportabile la lettura di un altro racconto «Viaggio di un povero letterato».

Alfredo PanziniTreves
Il lato oscuro della Luna
RecensioneItaliano

Il lato oscuro della Luna

> Vieni a questo muro se odi il tuo posto/e affronta un assaggio di spazio cosmico/dove nessuna forma di vita può esistere/e gli oggetti non fanno che cadere (Joseph Brodsky «La canzone del muro di Berlino» 1983 dall'inserto speciale dell'Internazionale 2019). Questa poesia sintetizza bene il racconto che andiamo a commentare, ambientato nel 1975 a Berlino. Non è un caso che la prima immagine è quella di un uccello che cade, come dal nulla, ai piedi di uno dei protagonisti, il sedicenne Sven. Il ragazzo si è appena innamorato di una coetanea: Cloe dai capelli verdi. > Vorrei ricordare di cosa abbiamo parlato. Lo vorrei. E invece niente. Ciò che ricordo è che la scarpa destra di Cloe e la mia scarpa sinistra si sfioravano (...); ricordo la sua pelle, sul polso, quasi trasparente, e le braccia tese e la testa incassata nelle spalle. I capelli. (...) Ogni tanto Cloe si voltava e mi guardava strano . Sembrerebbe una tipica storia adolescenziale e per molto tempo il racconto si sviluppa lento e prosaico intorno ai due ragazzi, i quali si alternano nella narrazione, con una cadenza un po' ripetitiva. Capiamo da alcuni indizi che la situazione di Sven e Cloe è profondamente diversa. Il primo vive in una famiglia «normale»: i genitori, piccoli commercianti, vorrebbero ancora controllare il ragazzo ma sono troppo impegnati a litigare e a separarsi. Cloe è stata abbandonata dalla madre, ha un padre strambo, fragile e con lavori precari, e deve badare alla nonna, malata di Alzheimer. Subisce un tentativo di stupro, talvolta è presa da istinti di suicidio, si accaparra di una pistola per vendicarsi dell'aggressione, data l'inerzia pusillanime del padre; e irride tra sé e sé il romantico Sven perché la vuole aiutare. > Fiducia a catinella. In quello che fa. In chi è. In cosa lo aspetta. Probabilmente, ha fiducia anche in me. (...) Una roba da voltastomaco . Ma si vive a Berlino, dove un Muro divide la città e chi, come Cloe e Sven, vivono nella parte Ovest quella dell'Est pare un luogo misterioso, anche se tanto simile: > strade e palazzi, e ancora strade e altri palazzi, proprio come qua. Forse, a guardare più vicino, sarebbe stato diverso, ma non ero mai stato a Berlino Est. Non c'era mai stato motivo . Kurt, il migliore amico di Sven, vuole liberare Frida, amata sin dall'infanzia e che vive a Berlino Est. Il piano fallisce perché Kurt e Frida sono fatti prigionieri da una banda criminale; quando viene a saperlo, Sven vuole andare a liberarli; e Cloe decide di aiutarlo. Perché? Lo ama in fondo? Niente di tutto questo. > Berlino è ai nostri piedi e brucia nel tramonto, (...) è una promessa. E brucia l'Est, dove invece non sono mai stata, ma anche solo a vederlo da qua, (...) è una promessa. (...) Una promessa di avventure come quelle di quando ero piccola, ma più eccitanti. E folli. (...) La mia mano che stringe una pistola. Nulla è reale. Ecco perché voglio godermi tutto, e voglio succhiare ogni istante fino al midollo . In un'avventura che ha il sapore del trhiller e non ha un lieto fine, Cloe si perde definitivamente, ma Sven non capisce e la cerca inutilmente. Viene da chiedersi se sia una storia di adolescenti, o invece questo racconto parli di noi stessi, di quella «terra di nessuno», di quel > tempo doloroso che per me e te e tutti noi  con pena si consuma (Arrigo Bertolucci il tempo si consuma" da Viaggio d'inverno). E se il poeta ritrova il figlio nella folla della messa di mezzogiorno, così non è per Sven: con irrequieto occhio ingenuo cerca Cloe nella Berlino tumultuosa e indifferente, credendo che l'amore da solo la possa salvare, ci possa redimere. Cupo è il nostro destino! E' un bel romanzo: chiara e precisa la scrittura, intensi i protagonisti e ben articolata la trama, che da un certo punto in poi ci avvince creando suspense. Talvolta si ha l' impressione di qualcosa di artefatto, di costruito a tavolino, ma questa sensazione è superata dal paesaggio di Berlino, profondamente amato dai due scrittori, e dal tenersi lontano dalla conclusione attesa, il lieto fine. Perché leggerlo? Molto bello, affascinante la figura di Cloe!

Fabio Geda & Marco MagnoneOscar Mondadori
Le Notti Bianche
RecensioneItaliano

Le Notti Bianche

> Sono un Sognatore...vivo talmente poco nella vita reale! Ho vissuto così raramente, nella realtà, momenti come questi, che spero di farli rivivere nei miei sogni. Vi sognerò tutta la notte, tutte le settimane, tutti i mesi, tutto l'anno.... È così che si esprime l'io narratore quando una notte incontra una ragazza piangente, che si definisce anch'essa una "sognatrice". Di lui non conosceremo mai il nome, di lei sappiamo che si chiama Nasten'ka e vive con la nonna, la quale la tiene legata al suo abito con una spilla per evitare che si allontani. È una strana clausura se Nasten'ka esce tranquillamente nella notte e ha allacciato una relazione con un giovane vicino, che le ha promosso di sposarla; una storia inverosimile e "strappa lacrime", che non avrebbe sedotto nessuno se non il nostro ingenuo Sognatore. D'altra parte, è un giovane disilluso dalla vita, con *una fantasia malata d'angoscia*, in attesa di una > scintilla dalla quale far divampare un fuoco per scaldare il cuore gelato, dalla quale far rinascere quello che prima era tanto caro, che toccava l'animo e faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e che ingannava così maestosamente. E se per Nasten'ka l'incontro è un modo per consolarsi e, se vogliamo, un atteggiamento civettuolo e vittimistico per farsi ammirare e giocare con i sentimenti, per il Sognatore la fanciulla è il proseguimento del Sogno, di una fantasia d'Amore. > Oh Nasten'ka, Nasten'ka, se sapessi quanto sono solo. esclama il Sognatore come se la ragazza potesse, o volesse, riempire il suo vuoto. Povero Sognatore! Il gioco sottile della seduzione è condotto fino al punto che il nostro Sognatore è pronto a sposarla, visto che il fidanzato di Nasten'ka non si è fatto vivo per onorare la promessa di portarla all'altare. Meglio un Sognatore che restare zitella attaccata alla gonna della nonna! > L'avevo guardata...S'era appoggiata a me più pesantemente. In quell'istante c'era passato accanto un giovanotto. (...) Dio che grido! che fremito! Come si era staccata dalle mie braccia per corrergli incontro. (...) Ero rimasto lì, a lungo, a guardarli... Alla fine, entrambi erano scomparsi dalla mia vista. Nella sua bella introduzione Sarah Tardino chiama in causa l'amor lontano del poeta provenzale Jaufrè Rudel; in questa ottica Nasten'ka sarebbe una Fantasia d'Amore, una figura idealizzata e reale, che come cantò Giosué Carducci, "tre volte la bocca tremante/co 'l bacio d'amore baciò". Troppa grazia per l'infelice Sognatore! Questa interpretazione pone l'attenzione sulla relazione tra i due giovani, dimenticando il centro del racconto: il Sogno. All'interno di una struttura narrativa imperniata sul dialogo, il racconto è un lungo soliloquio, in cui la parte raccontata da Nasten'ka non è che lo specchio deformato della sofferenza del Sognatore e del suo bisogno di costruirsi una storia di cui lui sia il protagonista, il salvatore della dolente fanciulla. In questo dialogo frutto della fantasia del Sognatore, Nasten'ka si chiede > perché non possiamo essere tutti come fratelli? (...) Perché non si può dire schiettamente quello che si ha nel cuore...? Perché il Sogno non può divenire reale, aggiungo io? Perché non si può incontrare qualcuno o qualcuna con cui confidarsi, e innamorarsi, con cui fuggire dalla solitudine? O forse, è meglio continuare a sognare. Perché leggerlo? Un fragile racconto di difficile comprensione, ma mirabilmente scritto.

Leone
RecensioneItaliano

Leone

Le convenzioni sociali vorrebbero che i genitori fossero le solide fondamenta della famiglia e  le fragili pareti i figli, bisognosi di guida e sostegno. In questo strano romanzo non è così. Katia, una madre divorziata, vive nell'incertezza, > si sentiva un po' al confine, tra città e campagna, tra il mondo com'era stato e il nuovo che cominciava. Ci stava bene, così a metà. (...) Non aveva chissà quali desideri o speranze. Era solo l'idea che magari un bel giorno le cose si sarebbero messe a girare in un altro modo per lei . Invece, Leone, un bambino di sei anni, ha una salda certezza: prega, perché crede in Gesù, anche se è una statuina in ceramica. Che c'è di male? Osservano, un po' incredule e affettuosamente ironiche, le amiche di Katia: ma il bambino va verso una direzione inaspettata, e, diciamolo pure, poco convenzionale nella nostra società falsamente credente. Katia è preoccupata, si sente in colpa; proprio Leone, così spaesato. > Un bambino che sembrava essersi sperduto in mezzo a qualcosa, un bosco di notte nell'era dei dinosauri. (...) A volte gli sembra un angelo, che è finito in quella loro cucina e cerca di svolazzare senza cielo . Da un singolare punto di vista, il bisogno di pregare, l'autrice indaga il legame tra madre e figlio. Lei > si sentiva traboccare di tenerezza, per quel bambino che le era nato così, senza averlo mai deciso. Come un fungo, un fiore. (...) Un fiore può anche non averne, di passanti, se capita in un pezzo di terra dove non va nessuno a camminare. Un fiore può capitare che nasce e non lo vede mai nessuno. E i figli? E Leone, che «si muoveva in diagonale invece che dritto», che cercava di > esistere il meno possibile. (...) Esercizi di inesistenza, potremmo dire. (...) Gesù, per piacere, fa' che la smettano di parlare di me . L'autrice evita ogni possibile deviazione psicologica, verso l'analisi delle relazioni tra genitori e figli, non le interessa cogliere la vicenda per offrire spunti di inutile saggezza e di banali considerazioni: descrive dolcemente gli avvenimenti e non giudica la madre né gli altri adulti. E' un pregio, che ci porterebbe ad apprezzare il racconto se l'autrice fosse stata in grado di dare ritmo narrativo alla storia e non si fosse lasciata trascinare da un lento e noioso svolgimento. Forse perché si è accorta, ad un certo punto, che la narrazione si sfilacciava nel nulla,  l'autrice è ricorsa al miracolo e persino ad un nuovo diluvio. La preghiera diviene salvifica delle colpe dell'umanità e Leone un piccolo Gesù moderno. Non è proprio così, perché, peggiorando ancora di più la qualità del racconto, Mastrocola non si espone, mantiene un atteggiamento ipocrita, falsamente laico. Il lettore ne esce amareggiato. Poteva essere una storia interessante, si è rivelato un racconto stucchevole: se l'intenzione era di mostrare che c'è in noi, sin da bambini, un bisogno di sacro, e che la preghiera è parte intrinseca dell'esistenza, questa questione teologica viene banalizzata con una narrazione troppo inadeguata rispetto alla complessità dell'argomento. A peggiorare il tutto è lo stile letterario: una scrittura ripetitiva, costruita su un periodare piatto, contrassegnato dall'uso eccessivo del «punto», dalle frasi compiute senza verbo, insomma un approccio che scivola volentieri nell'italiano semplicistico  della narrazione giornalistica o televisiva: niente di male se il romanzo fosse sorretto da una trama intensa e da una analisi approfondita e suggestiva dei personaggi e delle situazioni. Perché non leggerlo? E' inutile e in fondo stucchevole.

PaolaGiulio Einaudi
Il Leone di Damasco
RecensioneItaliano

Il Leone di Damasco

Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di «Capitan Tempesta», un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: > bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo . Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, «mangiatori di morti», sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. > I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah!, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu?..Eppure io ti ucciderò! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio. (...) Finisci la tigre dʼHussiff! , gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente. Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano. È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere «nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio»! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore. Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911: lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa. Perché non leggerlo? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.

Emilio SalgariRBA Italia
I leoni di Sicilia
RecensioneItaliano

I leoni di Sicilia

Il romanzo ripercorre la storia imprenditoriale e umana della famiglia Florio lungo un secolo, dal 1799 al 1869, quando il successo economico e sociale verrà pienamente raggiunto; e lo fa strutturando il racconto secondo i prodotti che sono stati alla base del successo: Spezie, Seta, Cortice (da cui deriva il chinino), Zolfo, Pizzo, Tonno e Sabbia. Forse, sotto il profilo storico sarebbe stato opportuno dare maggiore evidenza agli altri capisaldi dell'ascesa: la flotta di navi a vapore e quindi la tecnologia, le concessioni ottenute dai Borboni e poi dal nuovo Regno, i prestiti a usura all'indebitata aristocrazia palermitana e le relazioni spregiudicate con il potere politico. E' una grande saga famigliare, con forti figure maschili mentre quelle femminili hanno un ruolo di comprimarie. Se si volesse trovare un'unica chiave interpretativa, si potrebbe individuare nella citazione di John Milton che l'autrice pone in apertura: > Fero desio, quell'immortal rancore/E quel coraggio che non mai s'abbatte, /Che mai non si sommette .  I Florio sono originari di un piccolo borgo calabrese e la decisione di Paolo di aprire un negozio di spezie a Palermo crea una spaccatura all'interno della famiglia: lite che è alla base di uno spietato rancore che non verrà mai superato e condiziona gli stessi rapporti tra madre e figlio. Un altro elemento che peserà sull'intera storia è Palermo: > strana città, misera, lercia e regale al tempo stesso, (...) non si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili dei palazzi nobiliari. (...) Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi . Le radici calabresi, di «bagnaroti», pesano sui Florio e li danno una durezza di carattere negli affari così come nei rapporti umani. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, s'innamora di Giulia, la fa sua amante perché la giovane non appartiene all'aristocrazia palermitana; dopo due figlie illegittime, la sposerà solo quando Giulia gli darà un figlio maschio e nessuna rampolla della nobiltà lo vuole come marito, perché è sempre un «bagnaroto», anche se ricco. Così Ignazio, figlio di Vincenzo, sceglie di non seguire la donna amata per sposare una giovane aristocratica, finalmente. In un momento di sospensione, fuori dal ruolo nel quale è condannato, Ignazio guarda sua madre. > Ed è in quel momento che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la fronte segnata. Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo? Per rispondere a queste domande sarebbe necessario svelare il mondo interiore, quello dei sentimenti tra madre e figlio, tra marito e moglie. E invece c'è una > frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare. La confidenza, già. Non quella dei sentimenti... Il libro si potrebbe definire una biografia romanzata: ricostruzione del contesto storico, indagine della documentazione disponibile (non è chiaro quanto ampia anche perché non sono state citate le fonti) e narrazione dei personaggi e delle vicende filtrata probabilmente dall'immaginazione dell'autrice. C'erano ampi margini per dare spessore ai protagonisti, soprattutto quelli femminili. Prendiamo, per esempio, Giulia. E' presentata come una figura ricca di personalità; cresciuta all'interno di una famiglia imprenditoriale milanese, è colta e conosce le dinamiche del mondo degli affari. Com' è possibile che si sia appiattita così facilmente al ruolo di amante e poi a quello di moglie ubbidiente, che solo nella stanza da letto fa valere la sua forza? Perché non «inventarsi» una relazione maggiormente complessa e conflittuale tra Vincenzo e Giulia? Nello stesso modo la sonnolente ed affascinante  Palermo rimane sullo sfondo; solo raramente emergono i colori e i suoni di una città certamente conosciuta ed amata dall'autrice. Limitata dall'albero genealogico, la scrittrice non ha dato spazio alla fantasia e troppo spesso ha ricondotto la narrazione a una cronaca. Per chi come me ama la scrittura ricca, aggettivata, quasi barocca, prevale all'inizio un senso di rifiuto per uno stile narrativo secco, spezzettato, lessicalmente povero, semplicistico. Poi, sarà che la scrittrice diviene più sicura di se stessa, si comincia ad apprezzare la scrittura: si capisce che la semplicità è intenzionale. Si vuole raggiungere la platea più ampia di lettori e ci si vuole concentrare sulla storia, non perdendosi in voli pindarici e retorici di carattere sintattico e lessicale. Resta una nostalgia per uno stile più vaporoso e accattivante. Perché leggerlo? Si legge bene ed è interessante, anche se non avvincente.

Stefania AuciCasa Editrice Nord
Il Leopardo
RecensioneItaliano

Il Leopardo

Lʼautore viene presentato come un maestro del thriller, superiore anche a Stieg Larsson. In realtà ne è un pallido erede. Harry Hole è un detective dellʼanticrimine norvegese, specializzato in serial killer. Dopo unʼindagine, nella quale il criminale ha cercato di uccidere la moglie e il figlio, Harry ha lasciato la polizia ed è andato a sprofondare nella disperazione ad Hong Kong, tra alcol, droga e gioco dʼazzardo. Qui lo va a cercare una detective, Kaja, per convincerlo ad aiutare la polizia in un altro caso di serial killer. Il thriller si sviluppa, affidandosi soprattutto a fitti dialoghi, intorno a diversi filoni narrativi: la ricerca del criminale ( con diverse piste investigative), la lotta tra i diversi settori della polizia norvegese per assumere la guida della lotta alla criminalità, e la vicenda personale di Harry, alla ricerca di un proprio equilibrio. Come dice uno dei possibili colpevoli, > non puoi svilire i tuoi sentimenti così. Cerchi di scantonare il fatto che tu, come chiunque altro, sei guidato dai concetti di giusto e sbagliato . Ed Harry è in fondo un cavaliere alla ricerca della verità, ma continua a «vagare in tondo», non riesce a trovare la sua radice. È durante il racconto compie sempre le scelte giuste, ma queste non lo portano a trovare «il posto cui appartiene». È il romanzo si chiude con Harry, vittorioso sul crimine, ma che ritorna ad Hong Kong alla ricerca di sé stesso. Il libro è lunghissimo nel senso che sembra chiudersi per poi riaprirsi di nuovo sino ad estenuare il lettore. Il problema è che manca di suspense e i protagonisti, in particolare Harry e Kaja, restano in superficie, senza che si capiscano bene le motivazioni e lo sviluppo delle loro vicende personali. Perché non leggerlo? È un libro inutile, che si può leggere solo in spiaggia

Jo NesboGiulio Einaudi
Lettere di una novizia
RecensioneItaliano

Lettere di una novizia

Il libro è articolato in forma epistolare, un insieme di lettere che vengono scambiate tra i vari protagonisti. La figura centrale è costituita da una giovane ragazza, Rita, che, al momento di farsi monaca, scrive una lettera a un sacerdote per confessare che le manca la vocazione. Dapprima, le argomentazioni sembrano razionali e semplici; via via il racconto della ragazza, e degli altri protagonisti, diviene ambiguo, palesando sempre più la complessità dell’animo umano. Rita è una giovane che vorrebbe sinceramente ambire alla bontà, alla chiarezza, ma che in realtà è dominata da una passione languida, da fantasie e aspirazioni ben più materiali. C’è in lei un senso di rivalsa verso un destino che l’ha costretta sin da bambina a vivere in convento, contro la propria sensualità, la propria aspirazione alla vita. La contraddizione tra l’apparire (la buona e devota fanciulla) e il suo vero essere (desiderio di cogliere il piacere della vita, cominciando dall’amore) la spinge all’astuzia e all’inganno: la vera personalità emerge, tuttavia, nel corso delle lettere, quando, di fronte ai fatti, è costretta a un progressivo svelamento. L’altra protagonista è la madre. Si tratta di una personalità più chiara rispetto a quella della figlia. È evidente che si tratta di una donna frustrata e fragile, che vorrebbe appoggiarsi alla figlia coinvolgendola nelle pene d’amore. Quando si accorge che la figlia rifiuta questo ruolo e anzi la inganna, esplode un odio profondo, che ha origine nel fastidio di dover curare una bambina, poi adolescente: da qui anche la decisione di spingerla a diventare monaca. Accanto alla vicenda di queste due donne, ci sono poi i sacerdoti e le monache: il mondo ecclesiastico si muove con ipocrisia, cercando di nascondere lo scandalo che via via emerge (Rita ha ucciso un uomo e la superiora del convento ne è a conoscenza) e in alcuni casi facendosi coinvolgere dalla ragazza stessa in unʼaffinità di rapporti, che sembra indicare anche una relazione d’amore (è il caso di don Paolo). Come dice lo scrittore nella sua prefazione, > i personaggi del mio libro possiedono questa intima diplomazia, ma volta a cattivo scopo e a esclusivo profitto della loro pigrizia e del loro egoismo , ma, > la morale fanatica della chiarezza interiore non è utile all’arte in quanto combatte e distrugge il mondo dei sentimenti rendendoli fittizi, in quanto inquadrati all’interno di regole estranee alla complessità dell’animo umano . La trama è molto semplice. Rita sin da bambina viene mandata in collegio. L’abbandono della casa di campagna costituisce un trauma, perché l’allontana dai nonni e dalla natura, il paesaggio veneto, da lei profondamente amato. La ragazza vive tutto ciò come un atto di crudeltà, alla quale deve adeguarsi. In vacanza presso la casa materna, Rita crede di aver ritrovato un rapporto di affetto con la madre, per poi accorgersi che quest’ultima vuole soltanto un appoggio alla sua fragilità e alle sue pene d’amore. Nel frattempo conosce un giovane del quale si innamora e con cui vorrebbe scappare. Quando il giovane le dice che non intende fuggire con lei, Rita, presa d’ira, lo uccide. A questo punto la madre, d’accordo con la madre superiora, decide di farla monaca in modo da nascondere il delitto e lo scandalo. Ma la volontà di Rita di non accettare questo destino affidandosi a una serie di lettere, anche anonime, piene di menzogne e di mezze verità, porta a far emergere il delitto commesso. Ormai abbandonata da tutti, considerata una squilibrata, la povera ragazza finisce in prigione, dove muore di polmonite. L’ingrato giudizio del mondo è sintetizzato dal sacerdote, che dà notizia della sua scomparsa: > oggi ho riflettuto a lungo e ho constatato che Rita non era buona, sebbene simpatica a tutti. E per questo diciamo con speciale cordoglio: Dio ne abbia pietà! . Il libro si può dire perfetto. L’espediente della lettere, la prosa dolce e piana, il diradarsi progressivo della descrizione dei paesaggi veneti, che sono sempre momenti di serenità e di dolcezza, la capacità di far emergere pian piano la complessità dei caratteri sono tutti elementi che rendono la lettura piacevole e ricca di suggestioni.

Guido PioveneBompiani
La lettrice scomparsa
RecensioneItaliano

La lettrice scomparsa

Vince, un insegnante di lettere eternamente precario, si è inventata una nuova professione: la biblioterapia, dare consigli di lettura che possano aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e psicologici. Ma i libri hanno questo potere terapeutico, che «allontana l'attrazione del vuoto e dell'umor nero» come pensavano gli antichi greci? O umilmente leggere di narrativa ci porta a fantasticare un'altra vita, con un altro finale? Con una trama esile e personaggi inconsistenti, il romanzo cerca, forse, di rispondere a queste domande, perseguendo due filoni narrativi. Nel primo noi assistiamo ai colloqui di Vince con le sue pazienti: donne che vengono a raccontare le proprie storie a uno squattrinato inesperto terapeuta, sedendosi nel divano letto di un misero monolocale. Alcune se ne vanno indignate senza pagare, altre accettano i consigli di lettura, anche se non sapremo mai se hanno letto i libri suggeriti. Ci si potrebbe aspettare scene divertenti o paradossali, in realtà i colloqui sono l'occasione per uno sfoggio della cultura libresca del nostro autore. Anche per le citazioni in francese nello incipit di ogni capitolo, di là dal vuoto narrativo, la mente non va a «Lezioni Americane» di Italo Calvino ma a «Sindrome da panico nella città dei Lumi» di Visniec Matei, in cui un susseguirsi confusionario di personaggi e autori sovrasta il lettore senza un'unità narrativa (si veda la recensione in questo sito). Perché tanto bisogno di darci una bibliografia sotto mentite spoglie, così come avviene in un altro racconto noioso e inutile, quello di Alba Donati («La libreria sulla collina» recensita in questo sito)? Il secondo filone riguarda la scomparsa di una vicina di casa, un'anziana signora che ha lasciato come testimonianza un elenco di libri preso in prestito da una libreria di vicinato. Che cosa hanno in comune tutti questi autori: da Paul Auster a Raymond Chandler e John Updike (in questo sito ci sono numerose recensioni di quest'autore: «Rabbit Redux», «Terroriste», «Villages») sino a John Fante (in questo sito puoi leggere le recensioni di «One of us and Sweet Home», «The brotherhood of the grape», «Wait until spring, Bandini»), ed altri ancora? > Inevitabilmente anche di loro mi chiesi quali problematiche relazionali avrebbero potuto illuminare, e a quali percorsi di autoconsapevolezza e di ricostruzione della personalità introducevano. Ne fui spaventato. Avrei più letto soltanto per esclusivo e infantile piacere? E' difficile trovare una chiave interpretativa del romanzo, di là dalla fragile indagine investigativa, appiccicata per dare un minimo di ritmo alla narrazione. Certo, c'è il grande tema dei rapporti tra letteratura e vita, con il desiderio o la speranza di rendere reale ciò che sogniamo. Forse, è possibile trovare un significato a tanti libri citati tornando al luogo dell'autore: Roma. > Giù in basso, dice Stassi, la città era tornata a essere un anagramma da risolvere, una sciarada di strade dalla direzione confusa. (...) Camminare a Roma è andare verso qualcosa senza avere nessuna destinazione precisa. In certe ore, questo pendolarismo involontario è il luogo di una solitudine perfetta, che non dà dolore né pena . Senza una personalità marcata, la scrittura scorre piacevole all'interno di un'abile costruzione sintattica, come se le frasi scorressero fluide, senza intoppi e troppa fatica. Ne emerge una sensazione di narrazione artefatta, a tavolino senza vita: «Emozioni letterarie» come confessa l'autore. Perché non leggerlo? Inutile e prolisso.

Fabio StassiSellerio Editore
Le libere donne di Magliano
RecensioneItaliano

Le libere donne di Magliano

Così come «Per le Antiche Scale», il libro è ambientato in un manicomio e il protagonista, nonché l’io narrante, è un medico psichiatra. Non esiste una trama ma si tratta di una narrazione frammentaria, costituita dalla descrizione di singoli personaggi, donne per lo più, della struttura: pazienti, infermiere, suore e contadine, che appartengono alla campagna che circonda il manicomio. Alcune di queste, come Lella, svolgono un ruolo non passeggero nel racconto, ma in generale tutte sono assorbite dalla follia, quasi che fosse difficile distinguere tra sanità e pazzia. > Con i matti che comunicano le loro leggi io con facilità mi accomodo, si cammina sullo stesso binario e se un improvviso spettatore dovesse subito giudicare chi dei due è il malato si troverebbe incerto; e tale mio esercizio,che dei giorni ripeto con frequenza, mi stanca e ritorno al mio andito con la nebbia di una vaga angoscia,quasi un convalescente, come se quei minuti che mi trasferivo nella mente del matto, abbandonando la mia, fosse come andare nell’inferno, vivere nei gironi, avere oltrepassato le fredde acque dell’Ade, e ritornassi alla vita con l’anima ancora ghiacciata dalla morte . Si tratta, quindi, di una serie di episodi, che, pur nella loro specificità e apparente disordine (quasi di diario), permettono di individuare alcuni filoni narrativi:la dolcezza e la meraviglia che traspaiono dai ritratti. Non è il medico che scrive né si è alla ricerca di un impronta ideologica; i singoli personaggi sono descritti con affetto, talvolta con ironia, ma sempre con la forte consapevolezza che dalla pazzia non si esce. Emerge il tema dell’erotismo, traspare in modo chiaro come la solitudine sia spesso alla base di un percorso che conduce alla pazzia, ma quest’ultima è anche un destino inevitabile, che accumuna poveri e ricchi. Emblematica è la figura di Lella, che sembrava essere uscita dalla malattia, ma poi basta che all’oggetto del suo desiderio (un affetto meramente sognato) sia interessata un’altra donna per ricondurla verso una crisi depressiva e quindi di nuovo nella pazzia. L’equilibrio è sempre instabile. > La donna ha il volto assai bello e stranamente, benché così implori, sembra che sia sul punto di ridere e a certi tratti ride come in una felice ebbrezza, come in quel momento toccata da una gioia amorosa . Ma la pazzia si nasconde. > È stata forse quella donna, una ultra fiorente donna bionda, esuberante e prepotente; essa da diversi giorni era garbata, accondiscendente con dolcezza ad aiutare ogni servizio del reparto; addirittura come una monaca senza peccato accudiva con ogni pietà un’altra malata bizzosissima. E stamani ho letto una sua lettera diretta al marito dove le parole dichiaravano il suo animo che brama violenza ed omicidio ;la serenità del paesaggio toscano, quasi in contrasto con la violenza e il disordine del manicomio. > La pianura di Lucca sfavilla le messi dal prorompere della primavera fino all’autunno; riposa in una profonda ellissi circondata da monti che si stagliano limpidi in cielo. La pianura lucchese d’estate è un muovere-ondeggiare di verde ridente, un conversare spiritoso con ogni frutto e gemma e la vista varia e danza e si perde e si rinfranca e per nulla i monti che lontanamente circondano ostacolano quella letizia ;il dolore esistenziale del protagonista, la cui angoscia è frutto nel contempo di se stesso e della vita del manicomio: il legame tra la sua esistenza e le vicende dei matti sembra essere l’unico motivo per superare unʼangoscia che, altrimenti, risulterebbe insopportabile. > La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono tornato. E il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare . Ma c’è una speranza, l’amore tra le creature: tutto ciò permette allo scrittore di dire che c’è, forse, una via di uscita dalla pazzia e dall’angoscia esistenziale. > E della Lellina spero di non dirne più niente essendo assai, se il cielo mi ha aiutato, le parole che ho detto . Il libro, bellissimo, è caratterizzato da uno stile elegante, un po’ da studi classici, ma che riesce in modo mirabile a rendere un clima sognante, quasi che ciò che si narra non sia vero ma frutto dell’immaginazione e del desiderio dell’autore. La costruzione delle frasi, l’uso degli aggettivi, le parole, spesso di forte impronta toscana, contribuiscono a rendere piacevole la lettura, pur valorizzando la drammaticità dei contenuti.

Mario TobinoVallecchi
La libreria sulla collina
RecensioneItaliano

La libreria sulla collina

Alba Donati vive a Milano e lavora presso l'ufficio stampa di un importante editore. Come le è venuta l' idea di trasferirsi in uno sperduto paese della Lunigiana ad aprire una libreria? Il romanzo ruota attorno a questa domanda, e lo fa in forma di diario, giorno per giorno. La risposta immediata della scrittrice è che > le cose non vengono in mente, le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo, (...) e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte ad essere ascoltate .  Fra le pieghe del racconto si può ritracciare un altro motivo, intimo e famigliare: tornare alla casa dove era cresciuta da bambina: una casa «metà abitabile e metà sprofondata nel nulla», con due porte, una > andava alle cantine, luogo che ha aggiunto almeno un paio d'anni all'analisi con la dottoressa Lucia , ed una saliva alla soffitta per una scala nuova costruita dal padre, ma che proseguiva poi con una in legno, perché «l'amore paterno si era interrotto». Per chi ha vagheggiato il sogno di aprire una libreria per vivere tra questi oggetti misteriosi e affascinanti, e nello stesso tempo vorrebbe capire perché il libro ci sostiene nell'infanzia così come nella vecchiaia, il diario di Alba Donati pare promettere mondi inesplorati nell'inconscio e nella funzione serenatrice della letteratura. Ed invece prende il sopravvento l' editor che ha vissuto nel mondo editoriale, tra critici, editori e intellettuali: più che un cammino verso sé stessa e le sue origini, il diario assume i contorni di una carrellata tra i libri amati dalla scrittrice. Numerosi sono gli spunti di lettura, le proposte interessanti, ma dov'è la storia della libraia neofita? La Lunigiana si dissolve, la figlia, la madre e il padre restano sullo sfondo, solo accennati, e pure lo stuolo di amici e benefattori rimane senza parola; ma ciò che è più grave che è senza voce la libreria, quel particolare negozio di difficile avviamento e gestione oggi, dinanzi a tanta caleidoscopica confusione. Al di là del Crowdfunding e delle vendite «per corrispondenza» ha avuto successo? Quanta fatica è stata necessaria? Su che cosa ha fatto leva? La forma del diario pone al centro l'io ed è quindi un modo per esprimere angosce, dubbi, sensazioni e sentimenti. Con il diario ci si apre lentamente, un passo alla volta. In questo racconto il diario è solo un espediente che appesantisce la narrazione rendendola ripetitiva, frammentata e prolissa. Perché non leggerlo? E' noioso e banale, è interessante solo una carrellata di proposte.

Alba DonatiGiulio Einaudi
Il libro nero
RecensioneItaliano

Il libro nero

Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.

Orhan PamukFrassinelli
Limonov
RecensioneItaliano

Limonov

In un «Diario di un fallito (2004)» Eduard Limonov immagina che > verranno tutti. I delinquenti e i timidi (...). Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e di film porno. (...) Verranno i pensionati che al supermercato fanno la coda nella fila riservata a chi compra meno di cinque articoli. (...) Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno. Questo brano, riportato da Carrère, sintetizza bene chi fosse Limonov (1943-2020);  questo D'Annunzio russo che ha attraversato il secondo Novecento come un superuomo, non volendo costruire qualcosa (che fosse letteratura o partito politico), ma perseguendo solo l'azione per l'azione, fuori da ogni schema, con un ideale di estetismo narcisistico. Per Carrère, Limonov è ciò che lui non ha mai osato essere (così la sorella descrive lo scrittore da piccolo: > mio fratello è molto serio, non fa mai sciocchezze, legge tutto il giorno libri da grandi ), e allora per vivere un po' da superuomo Carrère scrive un romanzo «reale» che ha il grosso difetto di attingere fondamentalmente agli stessi racconti autobiografici del personaggio. Ed è una fortuna per noi lettori che tutta la narrazione sia filtrata dall'aureola dell'immaginazione. Sin dall'inizio, quando Carrère lo incontra nel 2007,  sessantacinquenne impegnato con Kasparov in un movimento liberal democratico, Limonov pare un personaggio eccezionale agli occhi dell'intellettuale francese: > è ancora asciutto: pancia piatta, linea da adolescente, pelle liscia e bruna da mongolo, (...) un po' il d'Artagnan invecchiato di Vent'anni dopo (...). O si diverte, lui, il bandito, la canaglia, a impersonare il ruolo del democratico virtuoso,,,? (...) Sotto sotto ci gode  a fare il lupo nell'ovile?.Carrère ripercorre con leggerezza l'intera vita del nostro personaggio: il mito del padre ufficiale del glorioso esercito sovietico, mito poi distrutto dal declassamento sociale subito dalla famiglia; l'adolescente selvaggio, sempre con un coltellaccio in tasca, e comunque giovane poeta; il soggiorno a Mosca in piena era brezneviana tra intellettuali passivamente insofferenti del regime; e poi New York e Parigi dove riesce a pubblicare i suoi romanzi americani; ed ancora il ritorno a Mosca, la frequentazione con Aleksandr Dugin, il presunto ideologo di Putin, e insieme fondano il partito nazional bolscevico, che lo porterà in carcere da cui uscirà trionfante. Bisessuale, sempre contornato da bellissime e sensualissime donne, tra scene di sesso sfrenato e sottili conversazioni intellettuali, senza farsi mancare crimini e violenze nell'ex Iugoslavia (d'altra parte anche D'Annunzio ha conosciuto la guerra «rinnovatrice»), la vita di Limonov passa senza pentimenti, da vero superuomo; o è quella che l'ingannatore Eduard ci ha voluto raccontare e l'ingenuo intellettuale se l'è bevuta? Quali che fossero le intenzioni di Carrère c'è da chiedersi perché non ha elaborato una storia originale, frutto della sua creatività, e ha voluto invece raccontare un personaggio reale. Questo approccio ha due difetti principali. Innanzitutto, si subisce la rappresentazione che di se stesso dà lo stesso Liminov, creando una sorta di lente distorta, che porta tuttavia ad esaltare personaggi così estremi, ma che piacciono molto all'industria mediatica perché innocui e magnificenti a un tempo. In secondo luogo la narrazione ha un decorso oscillante: incisiva quando si può attingere ai romanzi di Liminov (gli anni fino a Parigi e il carcere) per poi appiattirsi a cronaca quando si è dovuto usare altre fonti. Non è un caso che i colloqui si concentrano dove si usano le autobiografie di Liminov, ed è in quelle parti che la narrazione diviene più viva. Supponiamo che Carrère abbia voluto descrivere  il declino dell'Europa e degli Stati Uniti e le cause dell'ascesa di Putin e dei sovranisti, perché non farlo con un'analisi storica secondo metodologie consolidate, o porsi un obiettivo più ambizioso: essere un nuovo Hugo o Dostoevskij capace di vera letteratura? Nella nostra mente Limonov sarà sempre rinchiuso nella sua epoca senza divenire universale ed eterno come Jean Valijean dei Miserabili o come i personaggi dei Fratelli Karamazov. Il pregio del romanzo è lo stile narrativo, elegante e lievemente ironico. Ben costruito, anche se troppo ricco di nomi, la lettura procede piacevolmente, in particolare nella prima parte, senza dubbio la migliore sotto il profilo narrativo. La tensione cala già nel periodo parigino, che risente di un certo compiacimento tipicamente francese, per calare progressivamente sino a creare una certa insofferenza. Perché leggerlo? Ben scritto e un'interessante rappresentazione del declino dell'Europa.

Emanuel CarrèreAdelphi
La linea del colore
RecensioneItaliano

La linea del colore

Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva.  Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > .  Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi.  E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo?  E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica

Igiaba ScegoBompiani
La lunga vita di Marianna Ucrìa
RecensioneItaliano

La lunga vita di Marianna Ucrìa

Siamo nella Sicilia del ʼ700. Marianna appartiene ad una ricca famiglia aristocratica di Palermo. È sordomuta, ma la sua menomazione non le ha impedito di essere una donna decisa, colta, corteggiata e alla fine indipendente, capace di non tener conto delle regole e dei costumi della società del suo tempo. Anzi, > la menomazione lʼha resa più attenta a sé e agli altri, tanto da riuscire talvolta a carpire i pensieri di chi le sta accanto . Vorrebbe > scrollare la testa per liberarsi di quei pensieri inopportuni, appiccicosi come il succo delle carrube... da ultimo ci casca dentro, alle persone, attratta da un certo sfarfallìo brioso dei loro pensieri che promettono chissà quali soprese . La vita di Marianna si svolge proprio allʼinterno della gabbia che le deriva dalla sua invalidità: da un lato deve costringere gli altri a scriverle, in biglietti ai quali risponde con altrettanti foglietti, e quindi è una relazione filtrata, resa difficile dalla cattiva padronanza della parola scritta da parte dei suoi interlocutori ( la stessa classe aristocratica è spesso quasi analfabeta); dallʼaltro lato Marianna possiede una sorta di potere telepatico, che è ad un tempo lettura labiale, sensibilità dei sensi, immaginazione di una personalità melanconica e solitaria. Si tratta, tuttavia, di una comunicazione invasiva, che non ha rispetto dellʼintimità della persona. Apparentemente, la vita di Marianna non ha niente di eccezionale, per quei tempi: si sposa ancora bambina con uno zio, che diventa «il marito zio», ha molti figli, si dedica alla gestione delle sue immense proprietà, preferisce la lettura dei libri alla vita mondana, alla quale partecipa per dovere. Il matrimonio si consuma in una serie di accoppiamenti senza amore, ma non ha un particolare astio verso il marito zio, anche quando scopre che è stato lui a violentarla quando aveva cinque anni. Ma è al padre, amato ed ammirato, che Marianna, ormai vedova e donna matura, imputa la sua mutilazione, perché a lui che deve il silenzio su ciò che le è capitato da piccola e un matrimonio raccapricciante, con il suo stesso violentatore. > Capisce con limpidezza adamantina che è lui, suo padre, il responsabile della sua mutilazione... è lui che le ha tagliato la lingua ed é lui che le ha riempito le orecchie di piombo fuso perché non sentisse nessun suono e girasse perpetuamente su se stessa nei regni del silenzio e dellʼapprensione . Ed è alla fine della sua lunga vita, quando ha scoperto sia lʼamore sensuale che quello letterario, che Marianna abbandona Palermo, sola con una serva pazza. In giro per lʼItalia si accompagna ad un gruppo di attori e finalmente Marianna > gustava la libertà: il passato era una coda che aveva raggomitolato sotto le gonne... il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravvedevano delle luci da giostra. E lei stava lì, mezza volpe e mezza sirena, per una volta priva di gravami di testa, in compagnia di gente che se ne infischiava della sua sordità e le parlava allegramente contorcendosi in smorfie generose e irresistibili . Enzo Siciliano, un grande critico letterario, colloca il libro nella tradizione di Verga, De Roberto e Lampedusa. È un accostamento sbagliato. Il contesto storico, così come la sagra familiare, sono espedienti per narrare dellʼaltro: la solitudine della donna, esasperata dalla sordità e dal mutismo, la lotta per liberarsi, per conquistarsi un proprio spazio in una società gretta, rozza ed ipocrita. È un romanzo intimistico e contemporaneo, anche per la funzione di redenzione, ma anche di chiusura su sé stessi, che viene affidata alla fantasia. Ad un certo punto Marianna «legge con il mento appoggiato alla mano» una frase di David Hume in un quaderno, forse dimenticato da un viaggiatore nella sua biblioteca: > lʼintelletto, dice il filosofo inglese, distrugge del tutto sé stesso... noi ci salviamo da questo scetticismo per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia ( di entrare) negli aspetti più reconditi delle cose . Lʼimmaginazione è la chiave di comprensione delle cose e il romanzo può essere interpretato, nello stile barocco e nelle descrizioni ricercate e senza tempo, come una fuga continua dalla durezza della vita quotidiana, alla quale ci si ritroverebbe rinchiusi se si facesse affidamento alla sola ragione. Romanzo, quindi, filosofico, sotto lʼapparenza della storia familiare e del racconto storico? A questa chiave di lettura inducono anche la struttura narrativa, fatta di bozzetti e di episodi, e la scrittura talvolta ampollosa, immaginifica e affettata. E sono queste caratteristiche che rendono il racconto prolisso, lento e noioso. Perché non leggerlo? È noioso.

Dacia MarainiRizzoli