L'alveare
Il romanzo è ambientato a Madrid durante la seconda guerra mondiale: è un periodo di profonda crisi economica, caratterizzato da una diffusa miseria e da un senso di «attesa senza speranza», aspettativa di un generico cambiamento insieme a un rassegnato pessimismo. Dona Visi è felice perché la figlia ha trovato un fidanzato, > uno che studia per il posto di notaio , il marito > si rigira fra le lenzuola, > Bene, aspetta a suonare le campane a festa. (...) Stiamo a vedere come va a finire , e il marito lo sa bene perché ha incontrato la figlia a prostituirsi. Madrid è una città dove tutti > camminano senza alcuna meta, con le mani nelle tasche vuote -- nelle tasche che, a volte, non sono nemmeno calde -- con la testa vuota, con gli occhi vuoti e nel cuore, senza che nessuno se lo spieghi, un vuoto profondo e implacabile. (...) La notte si chiude (...) sullo strano cuore della città. Migliaia di uomini dormono abbracciati alle loro donne, senza pensare al duro, crudele giorno che forse li aspetta in agguato, come un gatto selvatico, tra poche ore. Centinaia e centinaia di studenti cadono nel vizio solitario. E alcune dozzine di ragazze aspettano -- che aspettano, Dio mio? Perché le illudi così? -- con la mente piena di sogni dorati.... Se La famiglia di Pascual Duarte > (si veda la recensione in questo sito) ruota intorno a un personaggio dominato da un'inclinazione sanguinaria, da un destino cui non si può resistere, qui abbiamo una serie di episodi, aneddoti e figure, in una successione disordinata che rende difficile ritrovare un filo unitario. D'altra parte a che serve approfondire la vicenda di Elvira, già stanca prostituta, o quella di Celestino, che parla da solo, o capire meglio chi sia realmente > il poeta del rione, (che) ha i pomelli rossi e qualche volta, quando è in vena, sviene nel Caffè e devono portarlo al gabinetto. Sono tante figure, fisiche e quindi contestualizzate, ma anche allegoriche di una condizione umana; ed è inutile entrarvi dentro, tanto è simile il loro destino. Se si vogliono proprio trovare due riferimenti, questi si possono individuare in Dona Rosa e in Martin. La prima > va e viene tra i tavoli del Caffè, urtando i clienti con il suo enorme sedere , al centro di un caleidoscopio di sconfitti e di rassegnati, > con i gomiti sul vecchio, crostoso marmo dei tavoli, (...) un tempo lapidi mortuarie (immagine stupenda di un mondo nel quale tutto è venuto meno). E lei, la grande ostessa, > si palpa il ventre (...) Vada, vada....Ciascuno al suo posto. (...) I peluzzi dei suoi baffi si agitarono in atto di sfida, solennemente, come i cornetti di un grillo innamorato e orgoglioso. Martin è un giovane intellettuale che vive di qualche articolo sul giornale, dei pasti della sorella, che gli mette da parte qualcosa all'insaputa del marito, e delle generosità di una tenutaria di bordello, che gli permette di dormire in un letto caldo accanto a una giovane prostituta. > Sente i capelli della giovane sulla sua faccia, sente il suo corpo nudo sotto le lenzuola, sente il respiro che, a volte, è un pochino roco, in maniera quasi impercettibile , e le recita una poesia melanconica, sogna di essere assunto all'Istituto di Previdenza Sociale, di andare sulla tomba della madre, e non si accorge neppure che la polizia franchista lo sta ricercando. > Martin, per un vago presentimento, non vuole affrettarsi..... E' vero che siamo nella Spagna degli anni '40, ma questa attesa senza speranza" non è forse il sentimento che ci pervade in questo momento, dinanzi ad annunci di clamorose svolte (la pace in Ucraina, la fine del genocidio a Gaza) per poi ritrovarci sempre nell'immobilismo più feroce? Non siamo noi come i personaggi di questo alveare, metafora della nostra condizione? Non ci sentiremo vicini a quanto racconta Cela se l'autore non si fosse affidato a uno stile asciutto, essenziale e intenso, così distante dalle circonvoluzioni di scrittori spagnoli contemporanei, come Cercas, Marìas e Aramburu (si vedano le numerose recensioni dei loro romanzi in questo sito). La scrittura di Cela, intrisa di crudo realismo magico, ricorda Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda la recensione in questo sito). Il limite del romanzo risiede proprio nella dispersione dei tanti aneddoti, nella confusione della narrazione; elementi che rendono difficile orientare la lettura, darle un senso complessivo. Occorre lasciarsi andare senza cercare una trama complessiva. Perché leggerlo? Splendida la scrittura, metafora della condizione attuale
L'amica geniale
Per gran parte del romanzo lʼamica geniale pare essere Lila; è intelligente, capace di apprendere qualsiasi argomento (persino il latino) senza andare a scuola; è coraggiosa, creativa, intraprendente; con lʼadolescenza diviene anche una splendida ragazza. Elena, lʼio narrante ed una delle protagoniste insieme con Lila, ne è soggiogata sin dalle elementari, vorrebbe assomigliarle, nel fisico e nella mente. > Mi fissai con Lila, che aveva gambette magrissime, scattanti, e le muoveva sempre, scalciava anche quando era seduta accanto alla maestra (...) Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. (...) Mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie . Attraverso le parole di Elena seguiamo, un pò invidiosi, lʼinfanzia e lʼadolescenza delle due amiche, e dei loro tanti coetanei, in un rione popolare di Napoli, violento, crudele, ma vitale ed autentico. Il romanzo è, quindi, la narrazione di unʼamicizia, tra Lila e Elena, e con essa di un ambiente sociale? Verso la fine del libro ci accorgiamo che il tema è un altro: lʼautrice parla del distacco dal proprio mondo, come effetto dellʼistruzione, dellʼapertura verso altri orizzonti culturali e linguistici. Quando Lila, ancora adolescente, sposa il ricco salumiere del quartiere, conquistandosi una posizione agli occhi della gente del rione, le due amiche hanno un colloquio chiarificatore, per loro ed anche per il lettore. Elena frequenta brillantemente il liceo, e dichiara, con «un risolino nervoso», che abbandonerà gli studi, una volta presa la licenza. Lila le risponde, secca e decisa: > tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine (...) devi studiare sempre . In quel momento Elena realizza come fossero finite «in due mondi diversi», pur abitando nello stesso rione, pur avendo avuto la stessa infanzia. Elena aveva ricavato da Lila lʼenergia per studiare, ma la scuola era diventata una sua personale ricchezza. > Ero cresciuta con quei ragazzi (i coetanei del rione), ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo auto degradarmi. (...) Ma proprio quella festa (il matrimonio dellʼamica) ratificava che Lila, lʼunica persona che sentivo ancora necessaria malgrado le nostre vite divergenti, non ci apparteneva più e, venendo meno lei, ogni mediazione tra me e quei giovani (...) si era esaurita. La storia dellʼamicizia di Lila ed Elena è lʼoccasione per una rara riflessione. Nel sentire comune la scuola svolge sempre una funzione positiva, di emancipazione e di elevazione spirituale. Lo è senza dubbio, si spera, ma troppo spesso si trascura come lʼistruzione ci renda estranei al nostro mondo di provenienza, facendoci perdere le radici antropologiche e disperdendo valori ed attitudini non sempre totalmente negativi. Cosa resterà di Napoli in una società che ci vuole tutti omologati? Il cambiamento è, poi, difficile e tormentato per chi lo compie. Elena, infatti, non si sente superiore allʼamica e ai suoi coetanei; tuttʼaltro, vive il distacco con sorpresa e con sofferenza, fa fatica ad acquisire una consapevolezza, che per molto tempo ha negato a sé stessa. Le medesime vicende sentimentali riflettono questo intimo conflitto: è innamorata di Nino, anche lui brillante liceale, ma si è fidanzata con Antonio, un bravo giovane, ma ahimè così ignorante. Perché soprattutto non mi ero fermata per dire a Nino resta, vieni al ricevimento (...) parliamo tra noi, scaviamoci una tana che ci tenga fuori da questo modo di guidare di Pasquale, dalla sua volgarità, dalle tonalità violente di Carmela e di Enzo, anche - sì, anche - di Antonio? " Il tema del distacco non viene affrontato con un approccio falso - narrativo, ma di fatto sociologico - normativo. Lʼautrice sviluppa un articolato sistema di personaggi, ciascuno di essi tratteggiato con efficacia e profondità psicologica. Parimenti, il rione è descritto con vivacità e coinvolgimento, pur non nascondendo la sua natura chiusa, immobile e violenta. Non si esprimono giudizi dallʼalto di una presunta superiorità sociale e culturale né, peraltro, si assumono toni giustificativi e populistici. I pregi letterari, i personaggi, Lila in particolare, lʼambientazione e la scrittura semplice ed elegante, rendono indulgenti verso le debolezze del racconto: un lento ritmo narrativo, a tratti ripetitivo, ed una trama che resta sospesa, forse per preannunciare ulteriori libri. Ma i romanzi a puntate si dovrebbero chiudere con unʼatmosfera di suspense, e non semplicemente con puntini di sospensione. Perché leggerlo? È affascinante la figura di Lila, fine ed elegante la scrittura.
L'amore ucciso
Immaginate qualche cosa di simile al romanzo di Anna Premoli ( «Ti prego lasciati odiare»): una storia dʼamore, delicata, leggermente ironica, fatta di fitti dialoghi e di riflessioni giovanili. Potrebbe essere una tenera favola, se non fosse che siamo in Giordania, per la maggior parte delle donne > unʼopprimente prigione, la cui atmosfera è resa ancora più tesa dal rischio di morire per mano dei propri congiunti. La Giordania è la mia casa. Amo la sua aspra bellezza, la sua storia travolgente. Ma, forse, non potrò farvi mai più ritorno . Non ci può essere lieto fine in una storia dʼamore impossibile, in una società nella quale > alla donna che infrange una qualsiasi delle norme che è tenuta a rispettare non è concesso il lusso del perdono . Noi lettori intravediamo sin dallʼinizio la drammatica conclusione del romanzo. Ciò ci crea unʼansietà crescente, che ci impedisce di perderci e di assaporare fino in fondo la bella amicizia tra Norma e Delia. Pur appartenendo a religioni differenti, sono cresciute insieme con gli stessi sogni di libertà e di emancipazione da una millenaria condizione femminile. > I nostri genitori insinuavano nella vita di tutti i giorni lʼidea che gli uomini fossero superiori alle donne. Non eravamo ridotte in schiavitù con frusta e catene, ma piuttosto persuase da parole e insegnamenti vecchi di secoli a metterci in quella condizione di nostra spontanea volontà . Se le loro madri credevano «nello stile di vita arabo», Norma e Dalia si uniformano agli opprimenti costumi della tradizione per paura. Ma > la paura può essere superata.... per questo, prima o poi, le cose dovranno cambiare . Per costruirsi un proprio spazio di libertà, le due ragazze si inventano unʼattività economica, quella di parrucchiera, un lavoro tipicamente femminile, che non minaccia la tradizione, una sorta di attesa del matrimonio combinato, al quale sono inesorabilmente destinate. Una volta lasciate nel negozio dal fratello «di turno», al quale è stato affidato il compito di sorvegliarle, Norma e Delia si sentono libere, di parlare, di scambiarsi confidenze, di leggere riviste femminili, di sognare. Questo rifugio in un «insidioso mare di norme religiose» viene stravolto dallʼarrivo di un giovane, che le costringe «a comportar(si) come non avremmo dovuto». Dʼaltra parte, > dovevamo affidarci al sotterfugio e al raggiro per ottenere ciò che volevamo, e lasciare che un salone di bellezza di periferia, teatro di pettegolezzi, definisse i confini delle nostre vite, confini che avrebbero potuto essere ben più estesi? Potevamo rischiare la pelle per una storia dʼamore? . Le due ragazze non hanno dubbi, pur sapendo che Delia, di fede mussulmana, non potrà mai sposare il giovane, perché questʼultimo è cattolico. Le regole della società giordana impediscono i matrimoni tra persone di diversa religione. Sanno i rischi che corrono. Frequentando un giovane senza il permesso del padre, la ragazza disonora la famiglia ed è permesso ai congiunti punirla con la morte. Non siamo, tuttavia, dinanzi allʼennesimo racconto di innamorati, ai quali è proibito di amarsi. Norma e Delia rifiutano il loro inesorabile destino. > Sebbene il tutto si fosse limitato a qualche dolce e a un caffè, il gusto di quella normale libertà era troppo delizioso per potervi rinunciare. Ci eravamo spostate di pochi chilometri, ma eravamo entrate in un altro mondo . Man mano che ci si avvicina al tragico epilogo, lʼassassinio di Delia da parte del padre, cambia lo stile narrativo, dapprima in modo impercettibile. I sempre più imprudenti incontri tra Delia e il giovane sono narrati ancora con apparente leggerenza, che non vela tuttavia la paura e lʼangoscia delle due ragazze. Poi improvvisamente il racconto diviene denso e drammatico. Con la morte dellʼamica, Norma é adulta di colpo. Capisce che i suoi legami con la Giordania e con le sue tradizioni sono morti con Delia. Tuttavia, nel momento in cui fugge dal suo paese, coglie, come non le era mai accaduto, il profondo dolore della madre, la barriera > che aveva retto per proteggere la propria anima dalla durezza della vita... i brandelli che ancora sopravvivevano di quella persona, unica e indipendente . Non lasciarsi intrappolare dalla pena per sua madre, pur sentendosi come non mai a lei vicina, rende Norma libera come persona, prima ancora che come donna. Il romanzo può essere letto da tanti punti di vista: una fotografia sociologica ed antropologica della Giordania, paese che sotto una patina di modernità nasconde una crudele ed imperante tradizione tribale; una denuncia appassionata della diffusa accettazione del delitto dʼonore e più in generale della condizione femminile nei paesi arabi; la narrazione di una dolce amicizia, di un legame spezzato; un romanzo di formazione, un doloroso sentiero verso lʼetà adulta. Quando Norma ascolta il saggio suggerimento della madre, ossia di chiedere scusa al padre di Delia, che eppure aveva ucciso lʼamica, la ragazza accetta cinicamente la menzogna, riconosce come solo con il sotterfugio e lʼinganno la donna possa sopravvivere. Rischia, come successe a sua madre, di illudersi, di «intravedere fantasmi di occasioni perdute nel suo cuore», o si apre ad una nuova vita, realmente libera ed autonoma? È sufficiente fuggire dalla Giordania per essere riconosciuta come persona? Perché leggerlo? Un romanzo prima ironico e leggero, poi, nelle ultime pagine, intenso e drammatico. Un libro che fa riflettere sulla condizione femminile.
L'armata dei sonnambuli
Il contesto è la rivoluzione francese. > La rivoluzione è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri sono divisi a metà, una diritta e lʼaltra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta . In questa giravolta il popolo, chiamalo massa, coscienza di classe o «calca pulciosa», è quello che crede in un mondo nuovo, dove pensa di essere protagonista per poi ritrovarsi usato dal potere, come un sonnambulo collettivo. La rivoluzione, insomma, è una «Grande Parodia». Per raccontarla gli autori perseguono quattro filoni narrativi, dapprima distinti e sul finale ricondotti in uno solo. Il primo è costituito dalla storia di Marie, una donna del > popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza . In questo modo gli autori possono parlare dei sanculotti e nel contempo del ruolo svolto dalle donne nella rivoluzione francese: un ruolo spesso dimenticato ed invece importante per il grande sommovimento e per la storia dellʼemancipazione femminile. Fu la prima volta che furono posti con chiarezza i diritti delle donne. Per narrare il popolo e i suoi protagonisti gli autori si inventano una lingua, mostrando creatività e grande padronanza letteraria. La scrittura è un misto di forme dialettali bolognesi e di strutture sintattiche e linguistiche, che richiamano lo stile di Beppe Fenoglio. È senza dubbio la parte più accattivante e meno scontata del romanzo. Il secondo filone narrativo riguarda le vicende di un attore italiano della commedia dellʼarte: Leo, il quale si accorge che durante la rivoluzione il vero teatro è la realtà. > Come sarebbe stato possibile tornare a recitare un vecchio copione al chiuso di una sala, quando il teatro si era fatto storia sotto il cielo di Francia? . Ed infatti Leo diviene «attore e spettatore al tempo stesso», trasformandosi in Scaramouche, vendicatore e combattente per la libertà. Il terzo percorso parla del magnetismo, una teoria e pratica scientifica largamente diffusa nel settecento. Essa ritiene che ci sia un fluido universale che attraversa tutti gli esseri viventi. Utilizzarlo permetterebbe di curare malattie e disturbi, facendo del bene. Ma il magnetismo può essere usato per perseguire il male? Per soggiogare altri uomini, rendendoli automi, una sorta di «armata di sonnambuli»? È ciò che scopre il terzo protagonista del romanzo, il medico DʼAmblanc. Come tutti gli scienziati «non cerca giustizia, ma la conferma di unʼipotesi» e ciò lo conduce a sacrificare la vita di un ragazzo, di cui si era preso cura, pur di verificare se il magnetismo poteva essere utilizzato con finalità malvagie. Infine cʼè la parte maggiormente intrisa di riferimenti filosofici e psicoanalitici: il manicomio, il mondo rovesciato per definizione. > Il padiglione dei folli era una parodia di rione cittadino... tutto quanto avviene qui dentro è parodia del mondo là fuori... a breve giro, passando di bocca in bocca, le notizie si trasmutavano in dicerie incontrollate, a misura che gli alienati le arricchivano delle loro angosce e le piegavano alla tortuosità dei loro codici indecrittabili... studiare il delirio di chi vive nella Grande Parodia in modo manifesto può aiutare a capire chi, in apparenza più dotato di senno, vi affonda senza esserne conscio . Nello sviluppo delle quattro linee narrative il romanzo procede lento e tortuoso. È faticoso ma stimolante, ricco di scene interessanti e di spunti di riflessione. Ad un certo punto il racconto accelera, diviene avventura, colpi di scena e improvvisi mutamenti di direzione. Si legge più facilmente, ma diviene ovvio, assimilandosi ai tanti romanzi moderni, che mescolano suspense con il paranormale. Spetta al lettore scoprire la conclusione inattesa. Possiamo solo dire che il potere è vinto dallʼ umanità più fragile, una donna ormai rassegnata alla miseria e allʼalcolismo. Il popolo comunque avanza e sarà alla fine vincitore? È un grande romanzo storico, ben documentato, capace di narrare in modo coinvolgente un episodio epocale della nostra storia. Lʼidea di raccontare la rivoluzione francese da differenti punti di vista non è solo un efficace espediente letterario. Permette di affrontare temi universali e contemporanei, quali: la questione di quanto il popolo sia massa e quanto invece forza cosciente della trasformazione, i rapporti tra uomini e donne, che, pur in un momento di grande trasformazione, vengono rapidamente ricondotti al dominio dei primi sulle seconde, la scienza come progresso per il bene dellʼumanità e come strumento per lʼoppressione, la follia come esplicitazione dei paradossi della normalità, la lotta politica e sociale divenuta recitazione, teatro. Il limite del romanzo sono i personaggi: è carente il mondo dei sentimenti e delle relazioni interpersonali, con la conseguenza che i protagonisti risultano degli stereotipi, delle figure emblematiche di una filosofia della storia e non invece personaggi vivi ed autonomi. La creatività, che traspare soprattutto nella scrittura, è messa al servizio di un approccio intellettualistico. Perché leggerlo? Un ottimo romanzo storico, una riflessione sul mondo contemporaneo, una scrittura accattivante. Si legge molto bene.
L'attentatrice
> Come accettare di restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a se stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?... non si restituisce la grazia alla rosa che si trapianta in un vaso, la si snatura; si crede di abbellire il salotto, in realtà non si fa che sfigurare il proprio giardino . Amin, un arabo israeliano, è un brillante chirurgo, felicemente integrato nella buona società di Tel Aviv. Dopo un devastante attentato ad un ristorante, nel quale muoiono numerosi civili, tra cui molti bambini, Amin scopre che il kamikaze è sua moglie, Sihem, la donna, che > ha cullato i miei anni più teneri, abbellito i miei progetti di ghirlande luccicanti, colmato la mia anima di dolci presenze. Non ritrovo più niente di lei in me e neanche nei miei ricordi . Come è possibile che sua moglie sia una fanatica omicida? Per alcune pagine sembra che il romanzo prenda una piega intimistica: i segreti che si celano nei rapporti di coppia. Poi, il racconto riprende la direzione maggiormente esistenziale e sociale. Amin vuole conoscere chi ha convinto sua moglie, sicuro che Sihem sia stata plagiata da qualcuno. Va nei territori occupati, in mezzo alla guerra tra Palestina ed Israele, dalla quale ha cercato disperatamente di sfuggire. Come gli dice un terrorista, > il signor dottore vive accanto a una guerra, solo che non vuole sentirne parlare. Pensa che nemmeno sua moglie debba preoccuparsene.... Bene, il signor dottore ha torto . I sogni di Amin si infrangono sulla spietata constatazione che sua moglie ha agito per una sua decisione, perché > doveva covare odio dentro di sé da sempre, da prima di conoscermi..... aveva dentro di sé una ferita così brutta e atroce che provava vergogna a confidarmela; il solo modo di liberarsene era distruggersi con quella . Ma forse, molto più razionalmente, la verità sta in ciò che scrive Sihem nella lettera di addio: > a che cosa serve la felicità quando non è condivisa. Nessun bambino è al sicuro senza una patria . Il viaggio nei territori occupati è per Amin anche un ritorno alla infanzia, alla sua gente. Il racconto non ci dice se anche Amin prenda consapevolezza del dramma del suo popolo, sappiamo solo che muore, casualmente o volutamente?, in una carneficina commessa da un drone israeliano per uccidere un leader religioso. Con grande abilità narrativa, il romanzo si apre e si chiude con la carneficina nella quale trova la morte il protagonista. Secondo alcuni critici, la morte di Amin, inesplicabile nella trama del racconto, sarebbe la metafora di un conflitto senza fine e della distruzione di un popolo, quello palestinese. È una chiave di lettura troppo semplice per un romanzo complesso, che non vuole prendere posizione, né contro né a favore dei due popoli in lotta. Conferma questo giudizio la positività di alcuni personaggi israeliani, come la tenera amica di Amin, e lʼalternarsi di un linguaggio familiare con quello poetico e, per lunghi tratti, predicatorio. Il ritmo narrativo è serrato, i dialoghi sono fitti ed efficaci, lʼambiente israeliano e i suoi personaggi sono illustrati in modo convincente. Disturbano invece i soliloqui di carattere politico, come quelli del leader religioso e del capo terrorista, che emergono falsi e convenzionali. Anche lʼambiente palestinese risulta artefatto. È evidente che lʼautore si trovi più a suo agio in un ambiente urbano, di carattere occidentale. Perché leggerlo? La lettura è avvincente.
Le avventure di Héctor Belascoaràn
Il libro raccoglie tre romanzi, che hanno come protagonista Héctor Belascoaràn. Il primo romanzo, Giorni di battaglia del 1986, racconta il cambiamento di vita del protagonista: da ingegnere, sposato e funzionario di una grande azienda a detective alla ricerca di clienti e, di propria iniziativa, alla caccia di uno strangolatore. In realtà, la ricerca dello strangolatore è un modo per trovare sé stesso, per fuggire da una vita che era sprofondata > piano piano nellʼoblio di una corsa accelerata, una corsa automobilistica in cui gareggiava pur senza saperlo, una maratona di coglioni che percorrevano i quarantadue chilometri prescritti lungo strade che non erano neppure asfaltate di recente . Si tratta di un romanzo apparentemente di genere «noir» ma in realtà introspettivo, in qualche modo un percorso di liberazione da una condizione borghese e perbenista diventata ormai troppo stretta. E sullo sfondo compare già il vero soggetto dei romanzi: il Messico ed in particolare città del Messico, una città violenta, che «si nutre di carogne». Nel secondo romanzo, Il Fantasma di Zapata del 1992, lo scrittore, e il protagonista, hanno preso sicurezza. Il ritmo narrativo si è fatto più veloce, le frasi sono diventate secche ed essenziali, e Héctor è ora un detective che combatte una società ingiusta, dove tutti, cominciando dai poliziotti, sono corrotti e violenti. Il protagonista è trascinato suo malgrado in tre vicende: cercare Emiliano Zapata che sarebbe ancora vivo, indagare sullʼomicidio di un importante dirigente dʼazienda in pieno scontro sindacale ed evitare che una adolescente si suicidi. Ed Héctor svolge questi incarichi > con la voglia di credere a tutto, desideroso di vedere Zapata, che doveva avere ormai novantasette anni, irrompere al galoppo nella tangenziale in sella a un cavallo bianco, in mezzo a una raffica di proiettili . Nel terzo romanzo, Qualche nuvola del 1992, Héctor si riposa in un isola caraibica, quando vede sua sorella e capisce che > sarebbero arrivati cambiamenti e lui era stanco, svogliato, arruffato, trasandato, desideroso di birre, di boleri e di rumore dellʼandirivieni delle onde. Voleva la sua palma solitaria, i tramonti e qualche rara nuvola rotonda, bonacciona in cielo . Il suo senso di giustizia è più forte della pigrizia e si trova coinvolto in una storia di mafie, di criminalità e di poliziotti corrotti, contro i quali combattere come un guerriero solitario. Il riferimento è senza dubbio Raymond Chandler, anche se Héctor non è cinico come Marlowe. Soprattutto fa senza pretese, così per caso, il detective solitario e giusto. > Ascolta, vecchio Paco, disse Héctor spegnendo la sua ultima Delicado nel portacenere di latta, io, non sono poi questo gran detective. Lʼunica cosa certa è che non sapendo scrivere storie, mi infilo in quelle degli altri. Io da solo, contro il sistema, figurati! Sono cinque anni che affino la mira, e con la calibro 38 non prendo un elefante a dieci metri. Sono sciancato, quando piove zoppico, ieri mi sono trovato in testa i primi capelli bianchi, sono più solo di un cane randagio. Mi incazzo come te, mi rode il pensiero di come si è ridotta questa nazione. Sono messicano come chiunque altro . Cosa mi dici adesso? Faccio il detective perché mi piace la gente". Perché leggerlo? Il primo romanzo è pesante ma gli altri due si leggono con piacere. E soprattutto piace la passione civile del protagonista, senza retorica, come qualsiasi messicano.
Berlin
Nel sito abbiamo già pubblicato la recensione del primo racconto della grande saga di Berlino, scritta tra gli anni 2015 e 2018 da Fabio Geda e Marco Magnone (si veda «I fuochi di Tegel»). In una «Berlino logora e fatiscente», un'epidemia aveva sterminato tutti gli adulti e solo i minori di diciott'anni erano sopravvissuti: erano precipitati in un > mondo violento, primordiale, oltre al tempo, (che) stava rubando loro anche le parole . Devono continuare a vivere anche se > erano certi che qualcosa di orrendo sarebbe saltato loro addosso da un balcone, o da dentro una macchina, cogliendoli alla sprovvista . Si sono raggruppati in gruppi con valori e dinamiche differenti, all'interno di un muro che circonda tutta Berlino, una sorta di prigione che li protegge ma li obbliga ad un destino claustrofobico, vivendo pur sapendo che moriranno a diciott'anni. Se in «I fuochi di Tegel» gli autori avevano introdotto il contesto e i personaggi, i libri successivi narrano la vita in questo mondo selvaggio: nel «L'alba di Alexanderplatz» è la lotta contro una pantera, una bestia feroce che si nasconde nelle gallerie abbandonate della metropolitana; nel «La battaglia di Gropius» in un inverno glaciale, ormai esaurite le enormi quantità di cibo e di materiale da ardere dei supermercati e degli edifici abbandonati, sono la fame e il freddo a spingere ad una grande battaglia tra quelli di Tegel, guidati dalla selvaggia Wolfrun, e quelli di Gropius, con a capo l' esitante Jacob; nei «I lupi di Brandeburgo» i nostri eroi dovranno avventurarsi oltre il muro per salvare la piccola Nina; ed infine negli ultimi due libri ( «Il richiamo dell' Havel» e «L'isola degli Eroi») la grande saga si conclude in uno scontro tra adulti e ragazzi, in un finale inquietante benché rischiarato da un epilogo hollywoodiano. Il racconto è caleidoscopico, ricco di sfaccettature e angoli di visuale, permettendo ad ogni lettore di seguire l'aspetto che più l'attrae, se non si vuole limitare all'avventura, sempre sorprendente ed affascinante. Trovare un filone conduttore sembra difficile ma è possibile se si seguono le vicende di un personaggio. Il sedicenne Jacob si è ritrovato suo malgrado ad assumere la guida del gruppo di Gropius; Sven, il precedente leader, è stata una figura carismatica, sicura nelle sue scelte perché sempre ispirato da valori di solidarietà e di pace. Jacob, invece, vorrebbe vivere ancora la sua adolescenza (i primi amori, le amicizie, la nostalgia, la malinconia), ma non può, deve assumere le sue responsabilità. E lo fa a modo suo, non sempre rispecchiando l'immagine che si ha della leadership: è esitante, pensa spesso a ciò che avrebbe fatto Sven o suo padre, prende non sempre decisioni che si riveleranno giuste. E' la sua coscienza a fargli fare la scelta fondamentale di tutta la grande saga. In un paesaggio ghiacciato ed ostile alcuni coraggiosi si sono avventurati oltre il muro, alla ricerca di Nina. Si imbattano in Wolfrun, la selvaggia condottiera del gruppo di Tegel, una nemica senza pietà mossa dall'odio verso la vita. Con il suo cavallo Wolfrun è caduta nell'acqua ghiacciata e morirebbe di certo se Jacob non decidesse di salvarla. > Jacob pensò a quell'idea di mondo che un giorno dopo l'altro avevano cercato di costruire, un mondo in cui non bastava salvare la propria vita per sentirsi salvi, e senza darsi altro tempo per riflettere tornò indietro . E saranno Jacob e Wolfrun, così diversi ma ora alleati e forse già innamorati, a guidare le ragazze e i ragazzi ad affrontare l'ultima e più impegnativa sfida. Abilmente costruito sotto il profilo stilistico e narrativo, pare di leggere un poema epico, una sorta di Eneide e Iliade messi insieme. Accanto alle grandi battaglie traspare il senso di umanità reciproca, una pietà virgiliana, radice di sentimenti familiari di cura e di amicizia. Certo il racconto descrive meccanismi di potere e di dominio sino all'atteggiamento razzistico degli adulti verso i giovani, ma i tanti personaggi positivi fanno sempre scelte in contrasto con il delirio della sopraffazione. Dispiace che gli autori abbandonino ad un certo punto la struttura portante della narrazione, ossia la riedificazione di una società libera dal peso e dagli errori dei «grandi», per andarsi a intrappolare (chissà perché) in una vicenda che richiama gli orrori del nazismo, appesantendo la narrazione in modo inutile e ridondante. Perché leggerlo? Cattura per l'ambiente e i personaggi
Borders no Borders
Borders (2022) e No Borders (2023) sono due romanzi che sviluppano la stessa storia e vanno letti e recensiti insieme. Il comune filo conduttore può essere identificato in uno dei tanti riferimenti letterari presenti nei due libri: il racconto «I sette messaggeri» di Dino Buzzati. Il principe, partito a esplorare il regno di suo padre, dopo anni di viaggio, riconosce che > non esiste, io sospetto, frontiera. (...) Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro (vedi la recensione dei Sessanta Racconti di Buzzati in questo sito). I confini sono quelli tra i popoli così come le barriere che creiamo tra di noi. Dopo un' epidemia scatenata dalla rivolta dell'ambiente contro lo sfruttamento dell'uomo, i sopravvissuti si sono costruiti una città tecnologica, chiusa tra alte mura e circondata da un vasto deserto di cemento. In questa metropoli, chiamata Magnolia per evocare la crudeltà della Natura, > il passato è stato cancellato e così la letteratura del passato. (...) A Magnolia c'è solo una versione della nostra storia! Con cibo e assistenza premurosa hanno fatto diventare i cittadini dei servi fedeli incapaci di pensare! (...) tutto è ecosostenibile, riciclabile e interconnesso, dove la società civile è soddisfatta e la gioventù è forte delle proprie credenze, sprezzante delle antiche credenze. In questo mondo dove è vietata l'Utopia, continua a vivere un' anziana poetessa, che ha assunto il nome metaforico di Olmo. Ha adottato quattro ragazzi. Hanno i nomi di dimenticati scrittori: Lindgren è una ragazza di colore, dai tanti capelli cespugliosi, e come Pippi Calzelunghe guarda il mondo dal suo punto di vista, volitiva e testarda; Dickens, come lo scrittore inglese, è un grande affabulatore > ma è così affascinante che te ne dimentichi ; Alcott, come l'autrice di «piccole donne», > è così serio, sempre pensieroso eppure sempre disponibile ad ascoltare ; Verne > vede oltre , capace di prefigurare il futuro in sintonia con gli animali e le piante. Tra i quattro c'è una forte fratellanza: sono cresciuti insieme, si sentono diversi rispetto ai coetanei e li guida Olmo, cantora di un mondo differente, di una Terra rigenerata a nuova vita, che lei è convinta che ci sia ancora da qualche parte. E così quando Olmo li invita a lasciare Magnolia senza di lei, i ragazzi si sentono abbandonati. > Vuoi fare di noi degli esploratori! In fondo a noi non tiene nessuno. Non valiamo nulla. Poi, capiscono che sono > i figli di Olmo, (...) Magnolia non può accettare la presenza di quattro giovani con la forza e il potere di Olmo. (...) Certo, hanno immagazzinato tutte le sue conoscenze , ma saprebbero usarle?. Come la protagonista del film «Povere Creature», che deve all'allontanarsi dal suo creatore per appropriarsi da sola del mondo, così i figli di Olmo sentono che devono andarsene. E' tempo di superare i confini, di andare verso l'ignoto, ripetendo un viaggio che hanno già intrapreso i grandi esploratori, e, più indietro ancora, gli Argonauti: la ricerca di una Terra Promessa, il perseguimento di un' Utopia. Lindgren, Dickens, Alcott e Verne abbandonano la sicurezza di Magnolia e si mettono sulla strada, come il padre e il figlio in «The Road» di Comac McCarthy (vedi recensione in questo sito); li aspetta una realtà desolata e mortifera prima, e poi una natura lussureggiante e selvaggia che si è riappropriata del pianeta; e infine una comunità di donne e uomini che cercano disperatamente di custodire il passato, per esempio i libri, pur in una vita regredita a livelli primitivi, mancando della tecnologia e della scienza. Che cosa è meglio? La città super avanzata dove tutto è regolato e non esistono più le malattie, oppure tornare ai primordi dell'umanità, quando ci si batteva per sopravvivere e garantire la riproduzione della specie? E' qui l'Utopia: lottare per un mondo dove si realizzi l'equilibrio tra Tecnologia e Natura, tra Progresso e Libertà, e dove la Poesia possa tornare a essere la forza propulsiva dell'Umanità. Accanto alla «Grande Storia» in cui si contendono le fondamentali forze materiali e ideali, c'è anche la vicenda dei quattro giovani. Uscire dall'ala protettiva di Olmo e di Magnolia li porta a incontrare altri giovani e a incrinare in tal modo i rapporti di fratellanza. Lindgreen scopre lentamente di essersi innamorata proprio del nipote del Dittatore di Magnolia, ma a differenza del Corsaro Nero (vedi recensione in questo sito) supera le barriere in un percorso graduale di crescente fiducia; Alcott incontra una giovane, che > cammina dritta come una regina, (...) usa parole insolite, (...) allevata dai personaggi dei suoi romanzi custoditi nella grande biblioteca del Faro dove vive in solitudine; Dickens si innamora, non sa perché, di una ragazza, che vuole vivere a Magnolia, là dove le donne non sono costrette a fare figli, come nel suo villaggio primitivo; ed infine Verne trovanella società tornata primitiva quel rapporto di amore con gli animali che ha sempre desiderato. Dapprima, gli intrusi sono accolti con diffidenza, rischiano di rompere la fratellanza, poi, l'affetto, la voglia di aiutarsi, la comprensione dell'altro li conducono a evolversi da gruppo chiuso a comunità aperta, dove i confini sono labili e in continuo movimento. Come dice il personaggio di Dino Buzzati, > Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti.... Non bisogna pensare che sia un romanzo di prevalenti disgressioni filosofiche. Il racconto è ricco di avventure, anche se prevale una dimensione lirica che sopravanza sempre la trama. La struttura narrativa è simile a quella di «The Road»; brevi capoversi quasi sé stanti, occasioni di descrizioni suggestive della natura e di approfondimenti psicologici dei personaggi, analisi peraltro sempre sospese; i colloqui, molto ben costruiti, sono alternati da rappresentazioni dettagliate ma fantastiche dell'ambiente: si pensi, al fascino del Faro sulla costa della Bretagna, uno dei momenti più intensi dell'intero romanzo. La scrittrice non riesce a creare colpi di scena, svolte drammatiche o momenti di vera tensione. Forse è un libro più rivolto agli adulti che agli adolescenti. Perché leggerlo? Piacevole, interessante, bella la figura di Lindgren.
I Buddenbrook decadenza di una famiglia
Il titolo e lʼimpianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dellʼalta borghesia mercantile. Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche allʼautore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte. Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica. Lʼadolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte «una delle sue improvvisazioni». Esegue un motivo > semplicissimo, (...) unʼinvenzione di poco respiro, unʼinvenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo . Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da «scale movimentate», vigorose, quasi che incitassero a «sforzi sempre nuovi». Poi il primo > motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso , prende il sopravvento. > Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, sʼarrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quellʼistante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile. E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo! Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori. Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877. La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è allʼapice della ricchezza e del prestigio. Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas. Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi allʼamore per fedeltà alla «ditta», per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia. Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dovʼè riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente > come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo. Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia . Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese. Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con lʼelezione al senato cittadino. > Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte. Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, unʼespressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, unʼespressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook . Sin dallʼaspetto è evidente lʼintima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere. > Egli sentiva un vuoto nellʼanima. (...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio . Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare. > Onde lunghe come vengono e sʼinfrangono, lʼuna dopo lʼaltra, senza fine, senza scopo, folli e deserte . La sorella ammutolisce: > ma queste cose non si dicono! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello . E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, lʼappartenenza ad una grande dinastia. Lʼattesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione. Allʼinizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti. Eppure siamo nellʼottocento trionfante! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento. Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi. Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti. È la scrittura a parlarci, a rendere lʼatmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo. Perché leggerlo? È lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.
By the sea (sulla riva del mare)
> Il mio nome è Rajab Shaaban. Non è il mio vero nome, ma l'ho preso in prestito. (...) Apparteneva a qualcuno che conoscevo molti anni fa . Già da questa frase, che introduce uno dei due protagonisti, possiamo cogliere alcuni tratti distintivi del romanzo: la bugia, come sotterfugio e gusto di raccontare storie; il destino e l'assoluzione dalle colpe perché Shaaban è l'ottavo mese dell'anno, > quando sono decisi i destini dell'anno che viene e i peccati del vero penitente sono assolti ; la fuga dalla memoria, > prima che essa diventi così solida da tenerci in pugno e sovrastare ogni altro pensiero . Siamo pure dinanzi a un crocevia di civiltà e lingue: Shaaban è in Inghilterra e parla inglese, il luogo e la lingua del colonizzatore, proviene da Zanzibar e dall'Africa Orientale ma tutto il racconto è impregnato di cultura araba e della vicina India meravigliosa. Shaaban ha finto di non conoscere l'inglese, c'è bisogno di un interprete ed è interpellato Latif, un giovane professore di letteratura, pure lui originario dello Zanzibar. Si dà il caso che il padre di Latif si chiami come Rajab Shaaban; è una coincidenza o dietro a questo nome si nasconde qualcun altro, forse persino Saleh Omar, che ha portato la sua famiglia alla rovina? Il lungo colloquio tra Shaaban e Latif, dal titolo indicativo di «Silenzi», è preceduto da due parti propedeutiche. La prima, «Relitti», narra l'arrivo di Shaaban in Inghilterra, la spoliazione della cultura di origine e del suo passato, come un vecchio mobile, residuo inutile di una vita che non c'è più e non potrà tornare. Non bisogna lasciarci ingannare dal fine ritratto ironico della società inglese né dalle considerazioni sul colonialismo britannico: i temi sono lo spaesamento e la rimembranza. Nella misera stanza della casa di accoglienza c'è uno specchio, > troppo largo in quella piccola camera buia, (...) in quella luce opprimente, la mia immagine riflessa pareva quella di una creatura sospesa in una crescente oscurità, il cerchio della luce che s'infilava nell' ombra, incombente sulle mie spalle come un nodo scorsoio non stretto . Ma l'oscurità gli era preziosa perché era piena di «mormorii e sussurri» mentre prima (i rumori) erano stati così paurosamente evidenti. (...) I momenti scivolano tra le dita. Anche se li racconto a me stesso, posso sentire gli echi di ciò che sto sopprimendo, di qualcosa che ho dimenticato di ricordare. > La seconda parte si caratterizza sin dal titolo per realismo narrativo: Latif è il nome con il quale viene chiamato il giovane nella Germania dell'Est, dove è andato a studiare, fuggendo il declino sociale ed economico della famiglia. In modo lucido e quasi distaccato Latif racconta le vicende della famiglia: il padre inetto e ingenuo, la madre che usa la propria bellezza per intrecciare scandalose relazioni amorose, l'affetto per il fratello maggiore e la sua perdizione sino alla scomparsa, e la figura di Hussein, personaggio mefistofelico, manipolatore e furfante. E' una società commerciale, fatta di affari, traffici, trattative, di sali e scendi, dove occorre essere accorti e dove la reputazione è fondamentale. Prosperoso transito di commerci tra l'India e il mondo arabo mussulmano, Zanzibar è travolto, e impoverito, dall'opprimente e ottuso dominio britannico; eppure resiste, sempre alla ricerca di nuovi commerci e fonti di ricchezza. Non saranno i colonialisti a travolgere la famiglia di Latif, saranno le rivalità familiari, gli inganni di Hussein e la bramosia di rivalsa patrimoniale di Saleh Omar, agli occhi di Latif il vero colpevole. Eppure, in questo lungo racconto sociale s'introduce qualcosa di magico. Nella razionalista Germania dell'Est, nella culla del marxismo leninismo, Latif è stato ingannato: credeva di avere avuto un legame epistolare con una giovane tedesca, ma scopre che è una signora cinquantenne, che ha costruito delle storie, desiderosa di sognare e raccontare qualcosa di inconsueto. Ed eccoci alla parte fondamentale del romanzo. Latif va da Shaaban per capire cosa è successo, per completare quelle storie che mancano, (...) come un bambino o qualche cosa di simile, quando i tuoi genitori ti dicono cosa facevi e dicevi, e non hai nessuna memoria di ciò«. Tuttavia»alcune cose non vale la pena conoscere.«E perché Shaaban accetta di narrare?»Avevo bisogno di essere liberato. Non di essere perdonato e di essere pulito dei miei peccati. (...) Avevo bisogno di essere liberato del peso di eventi e di storie che non ero stato capace di dire, e che dicendo avrei colmato il forte desiderio che io sentivo di essere ascoltato e compreso > . Shaaban non è interessato a dire la verità, anzi la sua narrazione dei fatti lo trasforma da colpevole a vittima, destabilizzando Latif. Shaaban ha bisogno di dire storie, come i narratori di Le Mille e una notte«(si veda recensione in questo sito), come»Bartleby lo scrivano«di Herman Melville,» l'imperturbabile autorità della sconfitta di quell'uomo, della nobile futilità della sua vita > : un fabbricatore di parole insomma. Come nell'Odissea (si veda recensione in questo sito), il lettore non si chiede più se Ulisse racconti la verità o menta spudoratamente: ci si lascia scivolare nell'incanto del racconto, in un mondo affascinante e magico di litigi familiari, di amori e tradimenti, di affetti perduti e di vendette, fino a che il povero Latif perde ogni certezza sul proprio passato; solo così è possibile iniziare una nuova vita, dimenticare di ricordare. E' un errore inseguire la trama, cercare inutilmente di ricostruire la storia, di mettere ordine ai personaggi e ai legami reciproci. Per apprezzare il romanzo bisogna lasciarsi trascinare dalla fluidità della narrazione, come quando, in un mare splendido, salino e profondo, ci si lascia guidare dalle correnti, solo talvolta nuotando per riprendere la direzione. Come nei Canti Orfici di Dino Campana, il racconto gira e rigira su se stesso, abbandona e riprende, vede lo stesso episodio da differenti punti di vista; solo talvolta apre delle parentesi sulla storia e sulla società, ma non è quello che interessa; ciò che preme all'autore è parlare dei fascini e dei pericoli della rimembranza, della necessità di abbandonare la memoria, come cronaca di ciò è stato, per inoltrarsi nel presente. A questo scopo è pure utile la bugia. Il difetto del romanzo non è la confusione o la frammentazione; è che alla fine è così lungo da divenire prolisso e ridondante. La contaminazione della lingua inglese può avvenire in tanti modi. Si pensi a Nadime Godimer, al grande Achebe (si veda la recensione di Things fall apart«) e ad Adichie Chimamanda (»Half of a Yellow Sun > in questo sito) in cui le lingue locali si innervano in quella inglese, che mantiene la sua compostezza pur arricchendosi di un nuovo lessico; alla talentuosa Bulawayo Noviolet che passa agevolmente dall'inglese dello Zimbabwe a quello gergale degli adolescenti americani (si veda We need new names > ), e infine al dannunziano Ruschdie Salman, con i suoi neologismi magnificenti (si veda il suo capolavoro Midnight's Children" sempre in questo sito). In Gurnah ci troviamo dinanzi ad uno stile elegante e pulito, che trova proprio nella fluidità del narrare l'impronta dell'arabo e delle lingue africane orientali. Perché leggerlo? è bello farsi catturare, un po' troppo lungo.
Cacao
Questo breve romanzo ricorda una novella di Giuseppe Verga: «La Varanisa» (vedi la recensione di «Le novelle» in questo sito). Lo scrittore siciliano sintetizza mirabilmente la condizione contadina descrivendo i piedi di una misera ragazza: > quei piedi abituati ad andare nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto essere belli . Così Amado sottolinea più volte i grandi piedi prodotti dal lavoro di raccolta e lavorazione del cacao nelle grandi «fazendas» brasiliane. > Il cacao veniva rovesciato nei truogoli a fermentare per tre giorni. (...) Poi, liberato dal miele, il cacao veniva messo a seccare al sole nelle vasche. Anche li ci ballavamo sopra e cantavamo. I nostri piedi si allargavano, le dita divaricate. (...) Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum- e loro si avventavano. (...) I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme, per la jaca e la terra che mangiavano . Il giovane Amado racconta la vita dei braccianti nelle grandi aziende di coltivazione del cacao: > quel frutto giallo, dai semi dolci, che li rendeva prigionieri di una vita di carne essiccata e di jaca ; «un romanzo proletario» che immagina scritto da un giovane ridotto in povertà dall'avidità di uno zio capitalista; sfruttato e umiliato nel lavoro di fabbrica, persegue un confuso destino di riscatto tra i braccianti, tra gli «affittati», costretti a lavorare come schiavi per i grandi latifondisti. Che cosa lo spinge? Far parte dei dannati della terra, rompere radicalmente con le ambiguità della borghesia per scoprire che il futuro risiede solo nella solidarietà tra i poveri, nella loro disperata e determinata resistenza allo sfruttamento e alle prepotenze. La narrazione ha il timbro da romanzo sociale: una sorta di Emile Zola brasiliano, Amado intende descrivere freddamente, «naturalmente» direbbe Boccaccio, la condizione contadina e la trasformazione del giovane narratore e protagonista in bracciante esperto e miserevole. Le tappe di questo cambiamento, fisico e mentale, sono scandite dai grandi temi dell' uomo: l'ambiente, splendido e violento, la vita in comune, anche con i suoi momenti di festa, le amicizie e gli amori, il disgusto per il padrone, spietato e avido, e per la sua arrogante e amorale famiglia, la progressiva conquista di una coscienza di classe, e infine la definitiva scelta di campo. Il protagonista frequenta la figlia del proprietario, la quale vorrebbe sposarlo. > Faremo l'irrimediabile. (...) Diventerai padrone. Chinai la testa a fissare il suolo. Ammucchiavo foglie con la mano. (...) No Maria. Continuo a lavorare. Se vuoi diventare moglie di un affittato . Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stile asciutto, quasi da inchiesta sociale. Aleggia un non so che di fantastico, d' irreale, che si alimenta in un rapporto ambiguo con il cacao, come se in tanta meraviglia sia inevitabile il riscatto sociale. > L'oscurità avvolgeva tutto. Piangevano le chitarre, gli uccelli cinguettavano. I frutto d'oro del cacao e i serpenti. Le stelle brillavano in cielo. Le lanterne per strada sembravano anime levate in volo. La notte in fazenda è triste, cupa, dolorosa. E di notte che la gente pensa...(...) Guardavamo la piantagione di cacao e non trovavamo la soluzione. La domanda che viene spontanea dalla lettura di Cacao è se la condizione umana dei poveri non sia sempre la stessa in tutte le latitudini. Che differenza c'è tra i personaggi di questo romanzo e i protagonisti di Malavoglia di Verga, di Terra e Germinal di Zola, di Furore di Steinbeck (si vedano le recensioni in questo sito)? Sempre la stessa disperata lotta per la sopravvivenza sotto il peso avido e spietato dei ricchi? Pare non esserci speranza e all'intellettuale non resta che un rassegnato distacco, talvolta si assume una retorica socialista (si veda la parte «manifesto» di Furore), in altri casi ci si limita a descrivere adducendo giustificazioni letterarie, come per il verismo di Verga, in altri casi ancora ci si rinchiude in una malinconica ironia, come nei libri successivi di Jorge Amado. E' come se lo scrittore e il poeta abbiano accettato la sconfitta affidando al giornalismo il compito di rammentarci, senza esagerare, che esiste la sofferenza sociale nel mondo, e non solo i tormenti borghesi. Ho letto il libro dopo la grande sbornia lessicale e immaginativa di Grande Sertao (si veda la recensione in questo sito), per cui lo stile essenziale e lineare di Amado è aria fresca, come immergersi in acque limpide su un fondale di sabbia, senza le luci e le ombre dei mari profondi e scogliosi. Le frasi sono brevi, gli aggettivi pochi, il fascino della narrazione si affida alle vicende come se queste parlino di per sé. Certo, quanta nostalgia per la scrittura di Joao Guimares Rosa! Perché leggerlo? un grande romanzo sociale.
Il cappotto del turco
> Vorrei che fosse lei a scrivere di me. A radunare i pensieri su quegli anni lontani secoli. A giustificare la mia vigliaccheria, il mio bisogno di certezze... sono una cercatrice di pepite dʼoro, colleziono frammenti preziosi, intersezioni della mia vita con la sua, pensieri su di lei, emozioni improvvise che interrompevano anni di silenzio del mio cuore, anni di assenza. Dilato il tempo per non arrivare allʼepilogo di cui non so darmi pace . La protagonista e narratrice, Maria, racconta la sua vita, ma soprattutto parla della sorella, lʼindecifrabile Isabella, dalla pelle bianchissima, dai > sottili capelli di un colore indefinito tra il castano e il rosso, occhi verdastri come il fondo di un lago . Le sorelle hanno «opposte nature», ma proprio per questo il legame tra loro è profondo e travagliato, un continuo inseguimento, fatto di parole non dette, di incomprensioni e soprattutto di rimpianti. Lʼinfanzia le vede strettamente unite, con Maria piena di paura per i guai che potrebbe combinare Isabella, la quale si rivela subito avventurosa, incosciente e irrispettosa a fronte della sorella maggiore, prudente, meticolosa e razionale. È naturale che sia Isabella la prima ad interessarsi ai movimenti del sessantotto, trascinando in questa vicenda politica una recalcitrante sorella e Marco, il fidanzato di Maria. Rapidamente le parti si rovesciano. Lʼincostante Isabella abbandona i gruppi rivoluzionari per girare per il mondo, mentre Maria e Marco diventano convinti attivisti.Il giudizio di Maria su quegli anni, così importanti per la storia del nostro paese, è impietoso. > Non hanno cambiato profondamente il corso della mia vita. Mi sembrano lontani, vuote le parole. Volevamo calzare il mondo in unʼidea vecchia di un secolo. Altre in giro non ce nʼerano . Eppure per Maria sono anni importanti: si sposa con Marco, ha un figlio, si separa e va a vivere da sola. Ma allora perché è un periodo insignificante? Pesa lʼassenza della sorella, un vuoto che non riesce a colmare completamente con la cura del bambino, con il lavoro e lo studio. E Isabella si rifà viva in modo singolare, come è nella sua natura imprevedibile. Si presenta a casa di Maria un turco, mandato da Isabella. Mehmet è un uomo, > massiccio come un armadio.. gli occhi neri e i baffi spioventi.. con un soprabito militare di un colore indefinibile . Nasce una storia dʼamore.«Ho parlato con lui come mi succedeva con te», dirà un giorno Maria ad Isabella, che le ha appena confessato che anche lei ha avuto una relazione con il turco. > Solo che Mehmet si era dato a tuttʼe due presentandosi in modo opposto. Con me aveva finto di essere un bravo marito, dicendomi che ero una donna forte.. e a lei, che invece amava tuffarsi, aveva offerto le sue esperienze e le sue fantasie di avventuriero . E quindi il cappotto del turco è la metafora del rapporto tra le due donne, unite ma distanti, sempre alla ricerca reciproca ma incapaci di trovare una serena stabilità nella loro relazione. Basta poco per travolgere un fragile equilibrio e portare le due sorelle a dirsi e farsi cose di cui pentirsi. Isabella torna a casa incinta proprio quando Maria è a sua volta in attesa di una bambina da Marco, con il quale è ritornata insieme. Prima Isabella in un momento di rabbia verso la sorella provoca un incidente automobilistico, che porta Maria ad un parto prematuro. Poi Maria scopre che Isabella e Marco si sono baciati. Lʼindignazione è tale da portare Maria a scrivere una lettera piena di insulti: «Stai lontana da me, puzzi, mi fai schifo». Si pente subito di quello che ha scritto, ma non riesce a raggiungere Isabella, la quale affoga durante una gita in barca. > Piegai in quattro il cappotto di Mehmet e lo infilai in un grande sacco di plastica, insieme agli abiti vecchi... in questa stanza anonima, sul mio tavolo, le sue fotografie si sono moltiplicate. Ora qui vive solo lei, io mi sento morta. Non era quello che volevo . Il romanzo parla di una relazione spesso non investigata: quella tra fratelli. Gli amanti e gli amici in qualche modo si scelgono, i fratelli si trovano «già dati». Eppure è un rapporto che dura per tutta la vita, anche se dallʼintensità dellʼinfanzia poi scema in una relazione più distante, spesso anche molto lontana. «Non ci siamo nascoste niente, almeno fino a un certo punto». Queste parole, che lʼautrice fa pronunciare ad Isabella, sintetizzano molto bene un percorso di vita tra fratelli così come lʼimmagine del cappotto,ripiegato in un sacco di plastica per essere buttato via, simboleggia la conclusione, forse inevitabile, di una «eredità» dellʼinfanzia. La nuova famiglia, creata con un compagno o una compagna, diviene più importante. La scrittura è essenziale ma espressiva, ricca di spunti poetici. La trama narrativa è intensa, appoggiandosi più alla descrizione delle vicende e delle situazioni, che ai dialoghi, quasi ad indicare lʼincomunicabilità che caratterizza le relazioni tra i personaggi, in particolare tra Maria ed Isabella. Le riflessioni sono affidate ai sogni, inserendo saltuarie ma suggestive viste oniriche. Perché leggerlo? Un bellissimo romanzo, breve ma complesso.
Le città del mondo
Il viaggio, la fuga, la ricerca del cambiamento costituiscono i temi di questo romanzo, ambientato nell’arido ambiente siciliano e tra mille città, reali nei nomi ma fantasiose e immaginarie nella loro descrizione. Due pastori, padre e figlio, una ragazza in fuga, che trova asilo presso una vecchia prostituta itinerante, due giovani sposi, sempre in viaggio per motivi che non è possibile sapere, un padre, che cerca di abbandonare il figlio presso una città accogliente. A questi personaggi sempre in viaggio si contrappone un contesto apparentemente immobile, ma in realtà in attesa di grandi cambiamenti sociali ed economici: una vecchia signora, in attesa di una morte che si fa attendere, osserva con il cannocchiale la campagna e le città vicine, sperando in un cambiamento che possa stravolgere la società. I personaggi si incrociano lungo il racconto ma non esiste di fatto un filo conduttore se non il viaggio tra le tante città. Si tratta di un romanzo particolare, che lascia il desiderio del cambiamento e un senso di freschezza, che deriva proprio dalla presenza di giovani che cercano, comunque, qualche cosa nel futuro.
Il cuore delle cose
Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento alla fine della Restaurazione o Rinnovamento Meiji: il lungo periodo tra il 1867 e il 1912 che era iniziato con l'affermazione del potere imperiale sullo Shogunato Tokugawa. Questo riferimento storico è opportuno non solo per contestualizzare il racconto, centrato sull'ambiguo e complesso rapporto tra due generazioni, ma per renderlo anche attuale; così come oggi, siamo in una fase di transizione negli assetti politici e sociali così come nelle coscienze e nel modo di sentire. Un giovane studente conosce una persona più anziana, identificata solo con il termine di «maestro». Ne è affascinato; è attratto dai modi taciturni e burberi, dal suo stile di vita solitario, distaccato dalla società e dagli altri esseri umani, dalle sue riflessioni, sempre criptiche, sull'amore, l'onestà, il denaro. In modo ambiguo il maestro esercita sul ragazzo una sorta di ricatto, l'attesa di un tradimento. > Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? (...) Tu, incontrando me, probabilmente senti una certa solitudine. Ma perché io non ho la forza di aiutarti a liberartene, tu ora ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me. (...) Lei può pensare che io possa allontanarmi (risponde il ragazzo). (...) Il maestro pareva non ascoltarmi. Eppure dovrai stare attento, perché nell'amore c'è colpa. Se rimarrai con me, non avrai soddisfazione, ma nemmeno correrai pericoli. Pochi indizi fanno intravedere ciò che c'è dietro alla misantropia del maestro: va spesso sulla tomba di un amico, la cui morte avrebbe cambiato il carattere dell'uomo, senza che si voglia spiegare le ragioni e gli antefatti di questo mutamento. Dopo la laurea il ragazzo torna dai genitori, in attesa di trovare un lavoro. Il padre è gravemente malato, ormai è alla fine. > La mia malinconia tendeva a trasformarsi con il trasformarsi del frinire delle cicale, come se il destino che mi avvolgeva si muovesse per gradi dentro un immenso ciclo di diverse esistenze. Il ragazzo è combattuto tra l'affetto e il dovere filiale, che vorrebbe che restasse presso il capezzale del padre, e il desiderio di non interrompere il rapporto con il maestro. > Per me, il maestro era una figura in ombra, e non sarei stato contento fino a quando non mi si fosse rivelato del tutto. Una lunga lettera, preceduta da insistenti telegrammi, spinge il ragazzo a compiere un atto imperdonabile; abbandona il padre morente per correre a Tokyo dal maestro. Che cosa scrive il maestro in questa sorta di testamento morale? E come se il ragazzo avesse svolto una funzione ermeneutica. > Preferirei vedere il mio passato annullato con la mia vita, piuttosto che offrirlo a qualcuno che non lo desidera. In verità, se non ci fosse stata una persona come te, il mio passato non sarebbe mai stato conosciuto da nessuno, nemmeno indirettamente. Solo a te, dunque, fra milioni di giapponesi, intendo raccontare il mio passato, perché tu sei sincero. E' inutile inoltrarsi nella estesa confessione del maestro, che scarica le sue colpe sulle fragili spalle del ragazzo. Possiamo solo dire che si è comportato in modo disonesto, lui che si sentiva pieno di virtù. Ha spinto un amico al suicidio, rendendogli evidenti le contraddizioni tra le aspirazioni spirituali per una vita ascetica e l'attrazione amorosa verso una giovane donna, amata anche dal maestro. > E così, pur desiderando seguire in tutta sincerità la vita dell'onestà, me ne allontanai. Ero uno sciocco, se vuoi, un astuto arrogante. (...) Dentro di me nacque, come in un vortice, la sensazione di aver vinto barando e di essere stato sconfitto come uomo. Nella bella prefazione, dal titolo espressivo «Soseki: la solitudine come arte», Gian Carlo Calza ripercorre la biografia umana e letteraria dell'autore e definisce «Il cuore delle cose» «un resoconto fedele della vita o del destino stesso dell'autore». Se pensiamo come nessuno dei protagonisti del romanzo abbia un nome e che già in un'opera del 1905 («Io sono un gatto» vedi recensione in questo sito) Soseki avesse giocato sui due personaggi (il gatto narratore e il noioso professore d'inglese) per descrivere le diverse facce della stessa personalità, si può suggerire che il giovane studente, il maestro e l'amico, siano differenti punti d'indagine del carattere dell'autore: il ragazzo rappresenta la fragilità della giovinezza ricca di attese, l'amico suicida sta per la ricerca di ancoraggi spirituali in una fase di transizione, e infine il maestro è Soseki orami disilluso, rinchiuso nell'individualismo e in una visione pessimistica della vita e del Giappone. Se ci distacchiamo dalla biografia dell'autore e ci trasferiamo in modo ardito nell'Italia di oggi, ecco che il rapporto tra il ragazzo e il maestro pare ben qualificare la crisi intergenerazionale che caratterizza il nostro Paese. Noi, «baby boomers», siamo i cattivi maestri che distillano pillole di saggezza, belle frasi retoriche, ma come il maestro di Soseki siamo disonesti perché manipolatori, protetti dalle nostre pensioni, con comportamenti ben lontani da quanto pomposamente affermiamo. I giovani sono il ragazzo, ingenui, pieni di aspirazioni, in fuga dai cattivi maestri, ai quali non credono più! Questa trasposizione al presente è suggerita anche dalla rappresentazione teatrale del «Il cuore delle cose» da parte di Kenzaburo Oe ( si veda la recensione di«La foresta d'acqua» ) dove il maestro è visto come un «falso educatore» dai giovani liceali che assistono alla rappresentazione. In modo elegante e nitido l'autore indaga l'intrigo psicologico e morale tra il maestro e il giovane, cosi come tra il primo e l'amico suicida. La narrazione procede lenta e talvolta ripetitiva; la lunga lettera ha troppo i tratti del soliloquio da non essere prolissa. Perché leggerlo? Sollecita numerose riflessioni sul presente.
D'amore e ombre
Il romanzo è ambientato in Cile a dieci anni dal colpo di stato che portò al potere Pinochet e la giunta militare, instaurando una crudele dittatura: il Cile, > una macchia sulla carta geografica, immerso in un vasto e prodigioso continente dove il progresso arriva con secoli di ritardo, (...) un territorio nel cui humus eterno si trascinano animali mitologici e vivono esseri umani immutabili dall'origine del mondo , dove un élite dorata e potente convive con una massa emarginata e silenziosa. Francisco fa parte di una famiglia fuggita dalla Spagna a seguito dell'avvento del franchismo; lavora come fotografo, s'impegna nel sociale e aiuta di nascosto l'espatrio dei numerosi perseguitati dal regime militare. Ed è proprio cercando un impiego che conosce Irene: > dalla strana chioma scarruffata sulle spalle,(...) indossava una sottana troppo lunga di stoffa artigianale, camicetta di colore grezzo, (...) con anelli a tutte le dita e una sonagliera di braccialetti di bronzo e d'argento al polso, (...) con un sorriso civettuolo, ultimo requisito per concludere che quella giovane poteva rubargli ogni pensiero, perché l'aveva vista così com'era nelle sue letture dell'infanzia e nei sogni dell'adolescenza. La ragazza appartiene però a quell'élite che vive protetta da «porte sorvegliate fino al segnale del coprifuoco». Francisco percepisce che li separano tante cose, dallo stato sociale ai legami familiari sino alla cultura, e non vuole mettere in pericolo la loro amicizia dichiarando il proprio amore, preferisce che l'amore «la ricolmasse dolcemente, così com' era accaduto a lui». Un episodio straordinario provoca un cambiamento radicale nelle loro vite, in particolare in quella di Irene. Si sparge la voce che una ragazza possiede poteri miracolosi nei momenti di tranche e molta gente corre a chiedere miracoli e aiuti alla giovane; l'affollamento e la curiosità inducono i militari a intervenire, ma la ragazza, dotata di una forza prodigiosa quando è nel suo stato di estasi, scaglia l'ufficiale, l'arrogante e criminale Ramirez, in una porcilaia dove l'uomo sprofonda nel lerciume, dinanzi agli occhi sbigottiti dei suoi soldati, della gente e di un maiale. E' un'offesa che non può non essere vendicata; dopo alcuni giorni la ragazza viene prelevata e scompare nel nulla. Irene non si accontenta delle versioni ufficiali, inizia a investigare e in tal modo prende coscienza della realtà in cui vive, ed insieme del suo amore per Francisco. Dinanzi alle salme tumefatte e irriconoscibili, nell'orrida scoperta di una cava dove vengono nascosti i corpi martoriati delle vittime della violenza dei militari, Irene non si rassegna e rivela, lentamente ma inesorabilmente, il suo carattere deciso a conoscere e denunciare l'orrore indicibile della violenza. Irene non è più la stravagante e variopinta rampolla della buona borghesia, la crisalide si è fatta dolorosa e consapevole combattente. Il principale filone narrativo, la storia d'amore e di ombre di Francisco ed Irene, è immerso in un racconto corale di un popolo, in un intreccio di vicende, personaggi, situazioni e contesti, narrati in un'atmosfera fantastica e quasi surreale, sia quando si parla di microcosmi, sia quando ci si inoltra nella violenza, senza pudori e sotterfugi, ma in modo esplicito, perché il lettore deve impallidire come è successo a Irene. Pervade un senso soffuso di rassegnazione come se non sia possibile liberare l'America Latina dal sopruso e dalla violenza, e non resti che la fuga o perdersi negli splendidi paesaggi, tra le grandi cime della cordigliera, o più semplicemente nell'esplosione di chiasso e di colore dei mercati: > pile di frutta di stagione, pesche, meloni, angurie, (...) banchi di speroni, staffe, selle e cappelli di paglia, sfilze di stoviglie rosse e nere, gabbie di galline e di conigli, in mezzo a un bailamme di grida e di mercanteggiamenti . La scrittura scorre fluida, con quel discorrere ricco di incisi e digressioni tipico della letteratura sudamericana; talvolta ci si perde, è forse un po' banale nella seconda parte, si allunga troppo, ma è sempre attraente e suggestivo. Perché leggerlo? Affronta la violenza dal punto di vista dell'amore.
Dracula
La figura di Dracula ha dato origine a una produzione letteraria e cinematografica che ne ha esaltato gli aspetti legati all'orrore travisando il tal modo la complessità del romanzo di Stoker. L'avvio della narrazione rispecchia l'idea che abbiamo della storia di Dracula. Jonathan Harker, un giovane agente immobiliare, va nei Carpazi per concludere la vendita di un immobile al conte Dracula, il quale intende trasferirsi a Londra. Come in Cuore di Tenebra di Conrad il viaggio fra queste montagne in gran parte sconosciute è un'immersione nell'ignoto della coscienza umana, che il giovane Jonathan stenta ad accettare. Basti pensare alla descrizione fisiognomica, come piaceva agli antropologi dell'Ottocento, del viso di Dracula: > aveva una marcata, molto marcata, faccia aquilina, con un naso sottile e fortemente sporgente e narici particolarmente arcate. (...) Le sopracciglia erano eccezionalmente larghe così quasi da essere sopra il naso.(...) La bocca, per quanto la potevo vedere sotto i folti baffi, era penetrante e piuttosto crudele alla vista, con denti particolarmente bianchi e aguzzi . Con crescente paura il giovane Jonathan si rende conto di trovarsi in un incubo, in un castello nel quale è prigioniero e dove potrebbe essere preda del bisogno di sangue di Dracula e di quattro vampire. Jonathan riesce miracolosamente a salvarsi (non è chiaro come faccia e lacune di questo tipo sono frequenti nel romanzo). Il racconto si sposta in Inghilterra con un inizio alla Jane Austen. Mina, la futura sposa di Jonathan, incontra Lucy, la quale «appariva più dolce e deliziosa che mai»: segue una descrizione paradisiaca della campagna inglese. Il lettore rimane un attimo sconcertato, ma poi abilmente Stoker ci prepara all'arrivo di Dracula su un veliero fantasma e alla trasformazione della graziosa Lucy. E' difficile capire cosa stia accadendo, è qualcosa di inspiegabile per una mentalità imbevuta di scientismo e razionalismo. Svelerà il mistero uno scienziato olandese chiamato in soccorso da un suo discepolo psichiatra, amico di Lucy. Lentamente ma ostinatamente il professore capisce che il conte Dracula ha bisogno di sangue per assicurarsi l'immortalità ed è venuto a Londra per creare nuovi vampiri, conquistando in tal modo il mondo. Il professore capisce anche i punti di debolezza di Dracula e dei vampiri in genere: la loro forza è solo di notte, di giorno giacciono in una bara, e si ritraggono dinanzi alla Croce e all'ostia. Per liberarsi dei vampiri bisogna spaccare il cuore e decapitarli. Il gruppo tenta di salvare Lucy. In una scena drammatica, che da sola merita la lettura del libro, di notte, con in braccio un bambino a cui ha succhiato il sangue, Lucy cerca riparo nella sua tomba, non prima di aver tentato di sedurre il fidanzato così da trasformarlo anche lui in vampiro. Sarà il professore a fermarla e sarà il fidanzato, prima incredulo poi sconvolto, a spaccarle il cuore, salvando l'anima della ragazza. Il messaggio è chiaro: il vero amore vuole un atto estremo e ciò che conta è lo spirito, il Bene da salvaguardare dal Male. Da questo momento è una lotta tra il coeso gruppo di amici, guidati dal professore, e il conte Dracula. Protagonista di questo scontro è Mina, la moglie di Jonathan, anch'essa preda di Dracula e che corre il rischio di divenire una vampira, come l'amica. Sarà la determinazione di Mina, insieme con la sua ferma visione razionale, a condurre il gruppo alla scontata vittoria, per ora. Si legge il romanzo tutto di un fiato, gli episodi si susseguono con un ritmo non sempre incalzante perché intercalati da lunghe dissertazioni del professore, figura fondamentale nella trama, ma troppo scontata nella sua sapienza. Il lettore è affascinato dall'atmosfera tenebrosa e dai personaggi minori ma in realtà centrali per la storia, in particolare Mina. Via via che si prosegue nel racconto Dracula è sempre più nello sfondo, mostro spaventoso, ma «infantile» nei ragionamenti e quindi facilmente prevedibile nei comportamenti (nonostante tutto noi europei siamo superiori sotto il profilo etico e razionale). Si possono individuare tre filoni narrativi: l'impronta gotica tipica del romanzo inglese dell'Ottocento, amante dell'esotico, del mistero e del sangue; la riflessione su una scienza che deve essere pronta ad accettare l'incomprensibile e sappia fare i conti con la religione, ed infine l'amicizia e l'amore, non solo in chiave romantica ma come forze che riescono a spingere gli esseri umani a lottare e a sacrificarsi. Occorre accennare alla struttura narrativa. Questa è basata sul racconto dei diversi protagonisti, tramite diari e lettere. I 'io narrativo cambia di continuo permettendo così di comprendere i diversi punti di vista: l'amico psichiatra che stenta a credere a quanto sta accadendo e per molta parte del romanzo accetta gli avvenimenti in ossequio al professore; Jonathan che riesce a lasciare testimonianza del suo viaggio nei Carpazi ed esprime poi il suo amore per Mina controllandola nei suoi impulsi vampireschi e rendendosi pronto all'estremo sacrificio, ossia di spaccarle il cuore; ed infine Mina, che lotta disperatamente per non divenire vampira, aiuta il gruppo accettando come donna un ruolo subalterno (dattilografa i diari del marito rendendoli disponibili al gruppo), sempre preoccupata di non essere un inconsapevole veicolo di informazioni per Dracula. Sottile è il ragionare di Mina (stupefacente per una donna dice il professore!): valuta le diverse alternative di percorso di Dracula per tornare al suo castello dove trovare rifugio; in tal modo individua ciò che farà il mostro: splendido esempio di pensiero strategico! Come succede spesso la narrazione a più mani appesantisce il ritmo narrativo, rendendolo talvolta ripetitivo e ridondante. Perché leggerlo? Affascinante e suggestivo.
Il Duca
> Erano ormai dieci anni che vivevo quassù a Vallorgàna da solo, nella villa dei miei avi. (...) Io ero certo di trovarmi nella sorte migliore che potessi desiderare. Nulla di importante avveniva nelle mie giornate. Nulla di complesso ingarbugliava il mio sguardo. Nessuno strappo nella quotidianità. Nessuna decisione a intralciare il passo . E' questo l'incipit del racconto di colui che conosceremo solo come il Duca. Erede di una antica famiglia nobiliare, i conti Cimamonte, il Duca appartiene alla cultura dei pochi, > quella di chi, per mezzi e tradizioni, vive in un mondo di pensieri dal quale i più sono esclusi . Il Duca vive, o vorrebbe vivere, in un'isola, costituita dalla sua villa e da Vallorgàna. A disintegrare questo isolamento «spaventoso» sopravvengono due fatti. Mario Fastrèda, capo riconosciuto della piccola comunità, fa tagliare gli alberi di un bosco di proprietà del Duca; è un piccolo sopruso, che potrebbe essere lasciato passare, se non fosse che il Duca scopre un antico codice che narra la storia dei Cimamonte. Leggendo le gesta dei suoi avi, la cronaca delle prepotenze e violenze dei Cimamonte, si rende conto che le faide erano «fatue e pretenziose», ma per un nobile erano invece «obblighi di rispetto», degni della più grande attenzione. Ed è come se un drago, dormiente da secoli, > venisse su dalla terra, da radici che si stessero tendendo, da pietrame che si stesse sgretolando, da croste che si stessero spezzando . Inizia una guerra tra il Duca e Fastrèda; la impone «un passato profondissimo, (...) frutto dell'antico ordine del sopra e del sotto». Per lunghe pagine l'autore ripercorre le vicende di questa faida insensata, incomprensibile dal punto di vista razionale, ma che affonda le radici in un odio ancestrale. E' il contesto a dare fascino al racconto: la Montagna che sovrasta il paese come un monolite sacro, i boschi, incombenti e minacciosi, che avanzano a scapito dei prati, la piccola comunità, sempre più vecchia e disperatamente ancorata alle tradizioni, ai rancori e alle leggende, ed infine misteriosi ed antichi presagi, come il volo di una cornacchia dalle ali bianche. Non siamo dinanzi al bosco magico di Dino Buzzati (si veda «Il segreto del bosco vecchio» recensito in questo sito); Melchiorre è uno storico degli alberi e della loro terra e sa bene che non è vero che «i boschi e le montagne siano specchio di virtù», come vorrebbe l'ingenua mitologia naturalistica. A interrompere, per fortuna, la narrazione della faida arriva Maria, contro l'odio sopraggiunge l'amore. «Era una malia di natura straordinariamente fisica tutta rivolta al corpo:»trascinante e diversissima, indocile, lunatica, irriguardosa e con un che, per altro, d'inspiegabilmente selvatico«. Ma Maria è la nipote di Fastrèda, il nemico. Il vento d' autunno,»danzando e bisbigliando mi mostrò nel suo specchio brandelli di me stesso e frammenti di altre cose e infine, abbracciando un ceppo di faggio, diede una frustata e inizio a bisbigliare con più insistenza. Mi chiese se Maria volessi perderla o conservarla. (...) Se fossi inebriato dal suo corpo soltanto o se in lei avessi colto l'inesprimibile > . E' un dilemma che probabilmente il Duca non sarebbe riuscito a risolvere da solo. Prima una potente bufera lo caccia da Vallorgàna, creando in lui un disincanto verso il passato, la storia incombente degli avi; non vorrebbe più tornare al paese, vorrebbe abbandonare la villa allo sfacelo. Ritorna per fare l'inventario delle cose da vendere, incontra Maria e tramite gli occhi bruni di lei scopre questo luogo raro e comunque crudo e comunque chiuso, che può aprirsi soltanto aggredendo erte e salite, aggirando scogliere di boschi.... > Capisce di appartenere a Vallorgàna non per volontà dei suoi avi, ma perché questo è il suo luogo, la cui storia sovrasta e supera quella delle persone. Quando lo dice a Maria, l'affascinante Maria risponde: può darsi > . Ma perché tante elucubrazioni, non bastava dirle che restava perché l'amava? Estraniazione, furia, amore, disincanto e incanto sono le cadenze di un grande romanzo, che si sviluppa in un ambiente ristretto, sul quale incombe la storia degli uomini e della natura, storia che da passato remoto«rischia continuamente di diventare»passato presente". Alla fine sarà il presente a vincere, ma a questa attesa conclusione si arriva dopo tante pagine, numerose riflessioni filosofiche e molti incisi. La trama perde di ritmo, talvolta pare uno zibaldone nel quale l'autore ha voluto dire troppo del suo mondo a scapito della narrazione e dei personaggi. A dare piacere alla lettura è la scrittura, ricca di aggettivi che non compromettono il fluido scorrere delle parole dando anzi un senso piacevole di barocco. Perché leggerlo? Piacevole, accattivante, anche se lungo.
L'eredità Ferramonti
Chelli è un autore «minore» dellʼottocento, dimenticato e collocato ai margini della letteratura italiana. Solo Benedetto Croce lo ricordò nella sua Letteratura della Nuova Italia, storpiando per altro il cognome (lo chiamò Ghelli) e citandolo come un cronista della borghesia di Roma capitale. Chelli è invece un ottimo scrittore, per la tecnica narrativa e per il modo originale di trattare il sistema dei personaggi. Il contesto storico è la Roma della seconda metà dellʼottocento, in profonda trasformazione urbanistica e sociale da quando è diventata capitale di un grande Stato. Lʼambiente sociale è costituito dalla borghesia bottegaia e impiegatizia, i valori dominanti sono il «dio denaro» e lʼascesa sociale a tutti costi. > Da Piazza di Ponte a Campo dei Fiori, padron Gregorio Ferramonti godeva la notorietà e la considerazione di un uomo, che si ritiene quasi milionario. Aveva costruito da sé la propria fortuna . È vero che la sua ricchezza era molto chiacchierata, ma Ferramonti, > come tutti i miserabili arricchiti, navigando in acque poco limpide, conosceva gli uomini, non li stimava, e soprattutto ne diffidava . Il disprezzo include anche i figli, i due maschi Mario e Pippo e la femmina Teta. Il primo è uno scialacquone dei soldi del padre, il secondo è ignorante e rozzo, mentre la figlia ha la grave colpa di aver sposato un modesto impiegatuccio ministeriale, persino squattrinato. Padron Ferramonti rompe i rapporti con i figli, i quali sono pieni di rancore verso il padre e soprattutto temono di essere diseredati. Tuttavia, sono così superficiali, così privi di energia e di ambizione che ben difficilmente potrebbero lottare con successo per lʼeredità Ferramonti. Si assumerà questo obiettivo Irene. > Lei portava... una nota di eleganza, un fascino di sorriso ed uno splendore di bellezza, un fremito, una gioia, una ebbrezza sottile che penetravano uomini e cose, (ma) sentiva nei suoi nervi, nel suo sangue e nel suo cervello qualche cosa, che non sapeva definire: una febbre di tutta se stessa, che lʼavvertiva dʼesser nata per la ricchezza e pel dominio . Lʼeredità Ferramonti doveva essere sua! Doveva sovvertire un destino che la voleva > nata povera, tra bottegai, fra gente che lʼavrebbe creduta pazza da legare se avesse potuto conoscerla per quello che era realmente . Per raggiungere il suo obiettivo, Irene sposa Pippo, fa in modo di conciliare i tre fratelli, diviene amante di Mario, per partecipare al «gran giro» della borghesia romana ed approfittare delle fortunate speculazioni finanziarie del cognato. Ed infine attacca il suocero, il padron Gregorio, conquistandolo con la sua grazia, > con le sue mille carezze da gattina amorosa...con gentili chiacchierate, che lo crogiolavano in una ineffabile beatitudine . Quando il vecchio muore per attacco apoplettico, dovuto alle tante leccornie che gli dava la nuora così affettuosa, Irene si ritrova con una carta, che la renderebbe erede di gran parte del patrimonio. Noi lettori la seguiamo incuriositi e sbalorditi nella realizzazione del suo ambizioso e coraggioso disegno; e Chelli è così abile che non ci accorgiamo di dove vuole parare, del perché di tante mosse imprevedibili. Siamo convinti della sua vittoria perché troppo evidente è il dislivello psicologico tra Irene e gli altri personaggi. Ed invece la nostra «eroina» perde clamorosamente. Perché? Il raggiro, la spregiudicatezza, la bramosia di denaro, lʼadulterio ben celato sono tutte cose accettabili alla borghesia romana, ma non il pubblico scandalo. > Ella era infelice. Non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino, onde aveva il cuore avvelenato... (ed allora si abbandonava) alle sue audacie di donna che sfida il mondo, dopo averlo voluto ingannare collʼipocrisia . Ostenta la sua relazione con il cognato (Mario è un noto libertino), accetta di vestirsi in modo scandaloso e provocante, facendosi vedere camminare > con un molleggiar canagliesco dei fianchi, che lasciava apparire istantaneamente dallʼapertura della gonna la gamba sinistra, come nuda sotto la maglia carnicina, la giarrettiera scarlatta sulla calza bianca ed i piedini arcuati nelle scarpette di raso, allora fu unʼesplosione: era un prodigio! non sʼera visto mai nulla di simile! E dire chʼella a principio aveva voluto rifiutarsi!.. Insomma il desiderio di piacere, di sentirsi seguita da > unʼonda di pensieri osceni, come un dilagamento di sogghigni equivoci e di occhiate imprudenti , prende il sopravvento sulla fredda calcolatrice e la rovina. La sua fragilità la tradisce. È facile per gli avvocati argomentare che Irene ha abbindolato il vecchio Gregorio con le turpi arti della meretrice e, quindi, il testamento è stato carpito con lʼinganno. A vincere è proprio il disprezzato ma accorto impiegatuccio ministeriale, che si ritroverà erede di un ingente fortuna, dopo che Pippo e Mario sono morti tragicamente, disperati perché abbandonati dalla donna amata, Irene. La prudente ed opaca condotta borghese ha la meglio sul coraggio, anche trasgressivo, di chi vuol ribaltare la gerarchia sociale: un triste presagio per la nuova Italia. Dietro una trama apparentemente semplice cʼè una tecnica narrativa sofisticata. E come se ci trovassimo dinanzi ad un film, nel quale la macchina da presa cambia continuamente di prospettiva, senza concentrarsi su un solo personaggio od ambiente. Ciascuno dei protagonisti è via via il riferimento del racconto, così ciascuno sembra potersi muovere liberamente e dare alla storia uno sviluppo diverso rispetto a quello che effettivamente si realizza. Solo a tratti emerge lʼangolo di visuale di Irene e il lettore capisce, sorpreso, che tutto lo svolgimento è parte di un disegno complessivo della donna. Ma proprio quando la macchina da presa si concentra sulla donna, emerge, contro ogni aspettativa, che ella non è,forse, una perfida ordinatrice di inganni. È anche una donna, sola e debole, con i suoi dubbi e le sue debolezze. Lʼautore si comporta come un regista che lascia che gli attori recitino a soggetto. Senza uno psicologo onnisciente, > vengono meno i ritratti ufficiali degli attori o le spiegazioni dei processi interiori del loro agire; ognuno è descritto e comprensibile solo in quanto oggetto dellʼanalisi propria o altrui, e la persuasività di queste diverse ottiche è in rapporto diretto con la perspicacia dellʼosservatore , ossia del lettore (Roberto Bigazzi prefazione allʼedizione Einaudi 1972). Perché leggerlo? Sofisticato affresco della borghesia romana, splendida figura di donna, arrampicatrice e trasgressiva.
Ettore Fieramosca
> Il padre di Fieramosca, invecchiato nelle guerre che lacerarono lʼItalia durante il secolo XV, non poté dare ad Ettore altro che una spada; e questi da giovanetto credette il mestier dellʼarme il solo degno di sé, né poté per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dellʼarmi non si impegnava che ad accrescere la riputazione e lʼavere. Ma crebbe il senno col crescer dellʼetà; e neʼ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender lʼozio in caccie, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per se stesso il mestier dellʼarme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine di arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per virtuosa cagione di difendere sé ed i suoi dalle straniere aggressioni . Questa lunga citazione, con la quale DʼAzeglio sintetizza la formazione del protagonista, rende bene lo stile e il senso del romanzo: storia di un duello in riscatto dellʼoffeso onore italiano, ma anche specchio di un grande personaggio del nostro Risorgimento, quale è stato Massimo DʼAzeglio. Letterato, pittore, scrittore, uomo dʼarmi, patriota ed infine primo ministro e mentore di Vittorio Emanuele II nei burrascosi anni, che seguirono la sconfitta della prima guerra dʼindipendenza. Con questo romanzo DʼAzeglio arricchisce con la fantasia un fatto storico effettivamente avvenuto nel 1503: la disfida di Barletta. Alcuni cavalieri italiani, che militavano al servizio della Spagna, vennero gravemente insultati da un barone francese, il quale aveva posto in dubbio il valore e la lealtà dei nostri combattenti. Ne nacque una sfida nella quale risultarono vincitori gli italiani. Lʼavvenimento storico è tuttavia di sfondo ad una intensa e sfortunata storia dʼamore. Ettore Fieramosca, > perfetto nelle forme del corpo, (che) mostrava... con un vestire stretto alla carne , è innamorato di Ginevra. La giovane è oggetto dei depravati desideri di Cesare Borgia. Ettore riesce fortunosamente a salvare Ginevra, nascondendola in un convento vicino a Barletta. Non è solo la passione amorosa, peraltro casta, a legare i due giovani. Anche Ginevra è una fervente patriota. Quando Ettore la informa della sfida, > il respiro di Ginevra diveniva più frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi dʼun vento che incalza, si alzava e sʼabbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi, ma però tutti degni di lei; gli occhi, che parevano temperarsi a seconda delle parole del giovane, sʼaccendevano, gettavan faville. Quanta ardita sensualità nelle parole di DʼAzeglio! È inutile aspettarsi un lieto fine. Siamo nellʼottocento e le storie dʼamore devono finire tragicamente. Ginevra muore, rapita e profanata nella sua virtù dal crudele Borgia. Ettore, ignaro della perdita della donna amata, vince la sfida, ma, quando sa la verità, scompare senza lasciare traccia. I montanari del Gargano parlarono per molti anni > dʼun cavaliere armato sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare . Le avventure di ardimento e di amore, gli intrighi e i tradimenti si succedono con una agilità e una maestria sorprendente e in qualche modo unica per la letteratura italiana dellʼottocento. DʼAzeglio è un precursore di Salgari. La ricchezza di episodi e di personaggi appesantisce, tuttavia, la trama, rendendo spesso difficile ritornare al filone principale. In molti casi il racconto sembra essere lʼoccasione di grandi affreschi. DʼAzeglio, da ottimo pittore, descrive con minuzia e con colori vivaci le feste, i ricevimenti e i duelli di un secolo, che amava divertirsi, pur guerreggiando continuamente. E lʼautore ricorda che lʼarte della cucina era ben difficile ai quei tempi, perché > tutti i piatti dovevano non solo piacere al palato, ma dilettare eziandio lʼocchio dei commensali... i piatti dei confetti erano formati, ora come monticelli sui quali crescevano piante cariche di frutti canditi, ora ad immagine di laghetti dʼacque stillate, neʼ quali galleggiavano barchette di zucchetto lavorato, piene di dolci: alcuni figuravano unʼalpestre montagna con un vulcano in cima, ed il fumo che nʼusciva era di gratissmi profumi . È difficile trovare il romanzo in forma integrale, in quanto lʼitaliano di DʼAzeglio è spesso arcaico, anche ampolloso. Non bisogna arrendersi. Proprio la sua scrittura dà quel senso di immaginifico e di irreale che é il fascino del libro. Perché leggerlo? È piacevole perdersi nellʼardore e nella fantasia di DʼAzeglio.
La foresta d'acqua
Un famoso scrittore settantenne, Choko Kogito, torna alla casa dell'infanzia per prendere visione della valigia dove sarebbero nascosti documenti in grado di rivelare i motivi del suicidio del padre. Siamo in una foresta sulle rive delle acque in cui il padre è annegato in una sera di tempesta. Choko visita il monumento voluto dalla madre in ricordo del tragico avvenimento. > Una grande pietra rotondeggiante spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e provai a guardarla meglio -- assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde d'acqua -- notai che recava un'iscrizione di appena cinque righe. (...) > Non hai preparato Kogii a salire nella foresta/ E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più./ A Tokyo durante la stagione arida/I ricordi mi affiorano alla mente all'incontrario/Dalla vecchiaia fino agli anni dell'infanzia . I primi due versi furono scritti dalla madre e invitavano Choko a prepararsi alla morte, ma anche a predisporre alla fine della vita il nipote, gravato da una grave disabilità. E' un primo filo conduttore dell'intero romanzo: il pensiero della Morte, l'attaccamento disperato alla vita che si esprime con la > mancanza del coraggio necessario per tentare di scrivere il suo «ultimo lavoro» e sconvolgere la sua intera opera. Gli altri versi, dello stesso scrittore, segnalano l'altro tema, anch'esso tipico della vecchiaia: ritornare indietro agli anni dell'infanzia, misurarsi con la figura del padre, indagare le tante facce della Memoria. Affiorano alla mente altri romanzi come «Il giorno del giudizio» di Salvatore Satta o lo splendido «The cold eye of heaven» di Christine Dwer Hickey (si vedano le recensioni in questo sito). Kenzaburo non vuole scrivere un «romanzo dell'io», dove il soggetto è al centro della narrazione, parlando sempre di sé stesso e l'ambiente, le vicende e gli altri, sono solo un «io specchiante». Per non cadere nell'ego narcisistico così invadente nei nostri giorni, Kenzaburo ricorre al racconto da parte di altri e a rappresentazioni teatrali, e lo scrittore è uno spettatore, stupefatto e ammirato. Come in Dante, l'io narrante protagonista è in secondo piano, sovrastato dai personaggi e dagli avvenimenti. Questo preambolo pone in secondo piano la trama, che eppure esiste e irromperà alla fine del romanzo. Choko vuole raccontare l'annegamento del padre, cui, bambino, ha assistito inerme. Perché il padre si è ucciso? E perché Kogii, l'amico immaginario, lo attirava verso le acque? Che cosa racchiude la memoria? Dapprima, ogni cosa pare chiara, poi tutto si sfuma e svanisce, tra immaginazione e realtà. > D'un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei, (...) e al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un grande corpo nudo.... mio padre! Il suo carattere fluttuava dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo, cercavo di imitare i suoi movimenti. (...) Presi una scheda e scrissi: «amo mio padre disperatamente». Nella valigia non ci sono elementi per decifrare il suicidio del padre, Choko cade nella depressione, si chiude in se stesso, tratta male il figlio, persino potrebbe uccidersi. A salvarlo è una giovane attrice, Unaiko, che lo coinvolge nella sceneggiatura di un fatto risalente a metà dell'Ottocento. E' una rivolta di contadini capeggiata da una donna, la sommossa fu repressa nel sangue e la donna subì uno stupro di gruppo prima di essere uccisa. Pare un «innocuo» episodio da celebrare, quando Unaiko decide di dichiarare nel corso della rappresentazione che da bambina è stata violentata più volte dallo zio, potente funzionario, e il tutto è stato zittito. Si annuncia uno scandalo, si rivela l'ipocrisia della società giapponese, la realtà entra in scena e salva Choko. E' difficile sintetizzare in una recensione questo complesso romanzo. Accanto ai temi già indicati ce ne sono molti altri: il declino fisico dell'uomo e dello scrittore, che ricorda «Morte a Venezia» di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito); la disabilità e quindi il peso di avere un figlio «diverso»; la funzione catartica del teatro, che permette anche di demistificare uno dei testi fondamentali della letteratura giapponese moderna, «Il cuore delle cose» di Nutsemi Soseki (recensione in questo sito); il fascino magico della natura, tema tipico giapponese, e infine le trasformazioni sociali e culturali del Giappone contemporaneo, ancora in bilico tra tradizioni e modernità. Tanti argomenti sono presenti e forse troppi. Il lettore va avanti perdendosi nei meandri della narrazione, affascinato e affaticato. Al padre che gli parlava del «Grande dizionario dei caratteri cinesi» l'adolescente Kenzaburo Choko rispose: > se tutte le parole saranno in un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove, e non ci sarà più alcun divertimento! Con un stile elegante e fluido, ricorrendo ad abili tecnicalità stilistiche, lo scrittore indaga numerose forme espressive, dall'epistolario al teatro, dalla musica alla lirismo onirico. E' un'ampia tastiera narrativa (impossibile individuare quella lessicale), di cui Kenzaburo si compiace troppo spesso, con il risultato di appesantire e allungare il racconto, facendo perdere di vista il nucleo centrale. Come dice lo scrittore stesso, sembrano «frammenti», come se non fosse più possibile l'unitarietà dell'Essere. Perché leggerlo? E' un flusso di coscienza con un "io" non invadente.
Frankenstein a Baghdad
Un vecchio rigattiere, ubriacone e ciarlatano, compone un cadavere con pezzi di corpi dilaniati dalle bombe, così frequenti a Baghdad durante lʼoccupazione americana, negli anni 2005 e 2006. Una vecchina vive in contemplazione di un quadro di San Giorgio, che le ha promesso, secondo lei, il ritorno del figlio, scomparso da venticinque anni nella guerra tra lʼIraq e lʼIran. Hasib, un giovane addetto alla sicurezza di un albergo viene ucciso dallʼesplosione provocata da un kamikaze di nazionalità sudanese. Non è possibile ricomporre il corpo e i familiari dovranno piangere una bara vuota, come avviene spesso a Baghdad, oggi. Ma lʼanima del giovane si impossessa del cadavere ricostruito dal rigattiere e gli dà nuova vita. È merito di San Giorgio, che in tal modo cerca di mantenere lʼimpegno preso con la vecchina, ingannandola a fin di bene? O > ciascun membro della famiglia sognò qualcosa riguardo Hasib, e quei sogni, assemblati e intrecciati insieme, si contemplavano a vicenda, (...) dando vita al corpo onirico di Hasib. (...) E alcuni di loro esagerarono con i sogni, spingendo con le proprie mani lʼaggrovigliata e compatta matassa onirica fino a molto lontano, più lontano di quanto potessero immaginare i familiari, gli amici, i parenti e i vicini di casa insieme, in un luogo che non sarebbe mai venuto loro in mente ? Superstizione, immaginazione, menzogne non sono altro che facce della storia, alle quali si finisce di credere, > dimenticando che erano solo bugie divenute vere in un qualche momento del passato . Quel che sia, un nuovo essere, denominato «Comesichiama» prende vita, agisce in un quartiere di Baghdad; e noi lo seguiamo nella sua vicenda: dapprima un vendicatore, che vuole > impartire punizioni esemplari, (...) per gli innocenti che non hanno alcun sostegno, a parte la propria anima che cerca di difendersi dalla morte ; alla fine un assassino, che uccide per poter rimanere in vita, rimpiazzando i pezzi in decomposizione (una mano, un occhio, le dita dei piedi...) con altre parti, ancora fresche. > Quella era la sua unica giustificazione, Non voleva decomporsi ed estinguersi. (...) Per questo si aggrappava alla vita, forse più degli altri, di quelli che gli concedevano le loro, di vita, e pezzi dei loro corpi, così, per paura . Comesichiama ha tanto da raccontare, ha i ricordi di tutti coloro che gli hanno dato pezzi di corpi, ma lʼunica persona che lo ascolta è la vecchina che crede che lui sia il fantasma del figlio scomparso. Ma anche lei non riesce a comprenderlo, è stanca, è ora di andare a dormire. > Perché non ti riposi, figlio mio? Vuoi che ti sistemi un materassino in cortile? gli disse per porre fine al suo monologo lungo e ramificato. Lui sentì che avrebbe voluto davvero (...) distendersi sul sottile materasso di cotone a guardare il quadrato del cielo e contare le stelle fino ad addormentarsi. Ma quella vita non gli era concessa . Così sintetizzato, il romanzo può sembrare una via di mezzo tra una storia macabra e un racconto metafisico, una rappresentazione dellʼodierna condizione esistenziale, in Iraq come altrove: lʼunico modo per ricomporre la propria frammentaria esistenza, individuale e collettiva, è depredare parti di altre, in un circolo vizioso che non ha fine, perché può sostenersi solo con un saccheggio continuo. Per fortuna, intorno al filone principale si sviluppano altre vicende, che non si capisce se siano di semplice contorno o se rappresentino invece il vero oggetto del libro: la vita di quartiere e i suoi abitanti; le traversie di un giovane e brillante giornalista, stritolato dagli ingranaggi del potere, delle donne e del facile guadagno; un oscuro dipartimento dei servizi segreti, che si affida ad astrologi e negromanti per fare previsioni riguardi agli attentati che insanguinano la città e scoprirne gli autori; ed infine lo scrittore stesso, casuale narratore della paura ormai diffusa, di > unʼimmagine che mutava e si moltiplicava in base al numero delle teste poggiate sui cuscini, nella notte, preoccupate e allʼerta . Molti personaggi e tante situazioni si alternano e si sovrappongono, tutte narrate con tratti ironici e paradossali, rendendo di fatto lʼintero romanzo una grande metafora del potere e di come > ci sono leggi che operano solo in circostanze precise, e quando accade qualcosa che obbedisce a queste leggi lʼuomo si stupisce e sostiene che si tratti di una cosa assurda, una superstizione o, nel migliore dei casi, un miracolo . Delicato, elegante, leggero ma non superficiale, intriso di nostalgia e di affetto per Baghdad, il romanzo è quasi perfetto; gli manca solo il ritmo narrativo. Il racconto si sviluppa lentamente, frammentandosi in troppi episodi e personaggi, confondendo il lettore, privandolo delle sorprese e nel contempo degli approfondimenti psicologici, che avrebbero dato spessore ai protagonisti. Perché leggerlo? È una lettura piacevole pur affrontando una realtà terribile.
Fuoco
Il libro fa parte di una collana che vuole trattare i temi sociali e civili attraverso il noir. In questo caso il contesto è la camorra. Leonardo è un imprenditore colluso con la criminalità. Per vendicarsi di un torto cerca di uccidere una persona protetta da un potente capo clan ed è quindi costretto alla fuga, insieme con la figlia ignara del vero lavoro del padre. Si rifugia momentaneamente in un villaggio turistico in Salento. In parallelo, si sviluppa unʼaltra storia: Lu è un ragazzo difficile, che il padre manda per alcuni giorni presso alcuni parenti, sempre in Salento, vicino al villaggio turistico, dove alloggia Leonardo con sua figlia. Tra questʼultima, di nome Cecilia, e Lu comincia una storia dʼamore. Nel frattempo, per difendersi, Leonardo prende contatto con un altro capo clan, acerrimo nemico del primo camorrista. Mentre Leonardo sprofonda sempre più nella collusione con la criminalità, tanto da partecipare al tentativo di incendio di un bosco vicino al villaggio turistico, Cecilia si rende sempre più conto della vera vita del padre, che credeva onesto. I camorristi rapiscono Leonardo e Cecilia, ma lʼintervento di Lu salverà la ragazza e lʼamore farà trovare al ragazzo un equilibrio psichico che prima gli mancava. Il romanzo intreccia molti temi: la storia criminale con il legame tra mondo degli affari e camorra, il disagio sociale dei giovani, lʼassenteismo dei genitori, sempre presi dai loro problemi e poco vicini ai figli, lʼambiente come occasione di affermazione di potenza ( sono infatti inspiegabili le ragioni di incendiare un bosco se non quelle legate al prestigio e alla ricerca della visibilità da parte della criminalità). Il racconto si sviluppa con una certa leggerezza, con ironia senza calcare i toni. Ne risulta una lettura piacevole e accattivante, anche aiutata da un stile efficace e veloce. Perché leggerlo? È un libro che tratta in modo piacevole temi importanti di rilevanza sociale.
Il giorno del giudizio
Pochi anni prima di morire, un illustre giurista ripercorre la propria infanzia, in una Nuoro senza tempo; e > come in un negativo che si sviluppa, volti remoti ricompaiono, (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria . Potrebbe essere una banale autobiografia, interessante perché racconta di una Sardegna (tra lʼOttocento e il Novecento), dove ancora cʼera > un senso magico delle cose, per cui ogni atto era un rito, ogni parola lʼeco di unʼaltra parola, ogni fatto un mistero , e lʼunica speranza era quella di «crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi». Se fosse solo questo, il libro potrebbe riposare per sempre negli scaffali polverosi, dove mettere le troppe storie familiari e descrizioni, nostalgiche e spesso folcloristiche, di una società, che non cʼè più e non potrà mai più tornare. Il romanzo vive, invece, al di là del contesto, perché parla di un altro argomento: la morte come dissolvimento della memoria. Poiché > ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dellʼesistenza , così il romanzo è composto da personaggi ed episodi, a prima vista isolati e ripetitivi; il lettore ne ricava una sensazione di frammentarietà e incompletezza, di confusa e superficiale narrazione. Si vorrebbe di più, soprattutto quando lʼ autore parla del nucleo principale del racconto: il padre patriarca, autoritario ed assente, la madre, apparentemente ai margini ma centrale nella cura della casa e dei figli, i numerosi fratelli, i tanti libri che raccolgono con amore e con i quali > la fantasia entrava nella casa austera (...) e operava silenziosamente, toccando con la bacchetta magica uomini e cose . Vorremmo sapere di più del piccolo Sebastiano (dietro il quale si nasconde lʼautore), del suo legame, gioioso ed infelice, con il fratello Peppino, della loro comune passione per la rilegatura dei libri, di «unʼindustria infantile», priva di senso forse, eppure espressione della «fantasia del gratuito». Ed invece restiamo delusi, perché le tante storie e i tanti personaggi devono convergere su un solo obiettivo, narrativo ed esistenziale: il giorno del giudizio, lʼestinzione della memoria e con essa dellʼesistenza stessa. Sebastiano è in procinto di partire da Nuoro per andare a studiare a Sassari. Lʼautore tratta questo episodio di sfuggita, quasi volesse dimenticarlo. Donna Vincenza, la madre dei numerosi figli, > gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Sebastiano lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, (...) e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri . E che dire di Pietro Catte, che era andato in continente ad arricchirsi, e che un giorno scese dalla corriera, «tra ghigni e sberleffi», e «come un autonoma si mise in corteo», seguendo il richiamo del guidatore, > il diavolo in persona, con le corna e la barba aguzza e la coda ritorta , che lo condusse ad impiccarsi ad una grande quercia. E Gonaria, che parlava con Dio, e fu tradita perché Dio lasciò morire il fratello canonico; ed allora, la povera donna chiuse per sempre la stanza del fratello, per aprirla dopo venticinque anni e scoprire che era diventata un nido di topi, i tarli avevano divorato i mobili e dal soffitto pendevano grappoli di ragnatele. > Se non si muore si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non cʼè nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale . Non è un libro facile: numerosi personaggi e tante storie si susseguono senza un ordine evidente. Spesso bisogna riprendere il filo del racconto; se ci si lascia andare invece, la mente va a sé stessi, alla propria vita, al ricordo di chi lʼha vissuta con noi, e di come questa memoria si è dissolta nel tempo, perché «se non si muore si vive». Ed allora ci si accorge che non è tanto importante fare una «cronaca» dellʼesistenza, quanto vagare nella rimembranza, perché, come dice lʼautore, non si tratta dellʼaltrui destino, ma del nostro; e cʼè un momento in cui anche noi abbiamo il nostro giudizio finale. A rendere agevole la lettura aiuta una scrittura raffinata, semplice ed elegante: si intravede il linguaggio giuridico; lungi dallʼessere un difetto dà lentezza e ponderatezza alla narrazione; è cio che ci si aspetta ed evita di banalizzare i ritratti, i loro personaggi e le loro storie. Bisogna lasciarsi invischiare nel racconto, così come la nostra memoria, ottenebrata dal tempo, corre lungo la nostra vita. Perché ricordare veramente il passato, non è meglio farsi guidare dallʼimmaginazione? Solo il mito apre i nostri cuori al mistero. Perché leggerlo? Piacevole e profondo.
A Golden Age: i giorni dell'amore e della guerra
Il romanzo è ambientato nel Bangladesh durante la breve ma cruenta guerra di liberazione dal Pakistan, dal marzo al dicembre 1971. Lʼautrice ripercorre gli avvenimenti dal punto di vista di Rehana: una donna che vorrebbe essere semplicemente moglie e madre: > aveva sposato un uomo che non si attendeva di amare; viveva una vita di compostezza, una vita con poche sorprese. Aveva chiesto a suo padre di trovarle un marito con poche ambizioni. Qualcuno le cui ricchezze non si sarebbero dissolte allʼimprovviso . Ed invece la donna si ritrova vedova, senza un reddito. Fragile e indifesa, non ha la forza per impedire di farsi portar via dal cognato i due figli, Sohail e Maya. Il desiderio disperato di riaverli la porta a compiere unʼazione inconcepibile per lei, donna religiosa e ligia alle regole della tradizione: ruba dei gioielli ad un cieco e riesce a riprendersi i figli dimostrando di avere redditi sufficienti per allevarli. Aver accettato di farsi sottrarre i bambini, anche se per poco tempo, è una ferita profonda; crea in Rehana un senso di colpa che condiziona i rapporti con i figli. È vedova, ha lasciato i ragazzi senza un padre, non ha voluto dargli un nuovo genitore. Quando il popolo in rivolta dichiara lʼindipendenza del Bangladesh, Rehana > si sentì sicura che tutto si sarebbe risolto da sé:(...) il paese sarebbe divenuto la sua casa, e i ragazzi avrebbero continuato ad essere i suoi bambini. Improvvisamente il mondo sarebbe giusto di per sé, ed essi avrebbero continuato a vivere vite ordinarie, non eccezionali . Ma, > una guerra era venuta a trovarli. Qualunque cosa stesse per accadere era già accaduto; ora avrebbero dovuto vivere nella sua ombra. Vorremmo vivere in pace, condurre unʼesistenza fatta di piccole cose (cucinare, assettare la casa, curare il giardino, allevare i figli, godere del loro amore), ma arriva la guerra e niente è più come prima. Il romanzo non affronta il grande tema della guerra e della pace; narra invece il percorso interiore, che conduce unʼesile donna trentacinquenne a partecipare con un ruolo attivo alla lotta del suo popolo per la libertà, contro una repressione crudele e spietata. Dapprima Rehana lo fa per il figlio, coinvolto nella Resistenza, poi agisce perché intende combattere per lʼindipendenza del Bangladesh. Rehana permette ai partigiani di nascondere nel suo giardino munizioni e dinamite, ospita un ufficiale dellʼesercito di liberazione rimasto gravemente ferito in un attentato, infine, coraggiosamente libera un carcerato, presentandosi da sola alla prigione, dove corrompe le guardie. Perché mette in pericolo la sua vita? > Io voglio fare la mia parte. Forse non è per mio figlio, forse è qualcosʼ altro. Tu non pensi che posso amare qualcosʼaltro che i miei figli? Io posso, posso amare altre cose. In questo percorso ci sono due momenti fondamentali, nei quali si attua una sorta di spoliazione della sua essenza più intima. Su richiesta della figlia decide di usare le sue stoffe più preziose per fare delle coperte per i partigiani: > il sari era di fronte a Rehana come immagini in un album di foto, evocative, un poco accusatorie Ma perché non farlo, se Maya si vestiva di bianco (colore della vedovanza) ad indicare il suo disprezzo per il lusso, ed anche, forse, per il lutto intramontabile per il padre? > Siamo in guerra, (...) Per provare che sono di qui. Per questo sto facendo qualche cosa . Rompe anche i legami ancestrali. Alla fine della guerra va in carcere a far visita al cognato, che aveva combattuto e torturato i partigiani e che le chiede, forte dei legami familiari, di farlo liberare. > Ella sta per pronunciare le parole, ovvie e scontate, - per rispetto a mio marito- , ma poi la vista di tutti loro, Joy e Aref e Mrs Sengupta apparvero davanti a lei. Ma persino così avrebbe potuto perdonarlo, ma poi si ricordò della sguardo di Maya quando seppe di Sharmeen (la migliore amica della figlia, stuprata e massacrata), e quei primi giorni di guerra quando capì che non ne sarebbe venuta fuori con tutto il suo mondo intatto E disse: > non ti posso perdonare, fratello. Per mia figlia io non ti posso perdonare. È un libro intenso, in certi passaggi ricco di azioni, che danno velocità e suspense alla narrazione. Lʼautrice è molto brava a muoversi su due piani: i rapporti familiari e la grande storia, che, come succede spesso, si racchiude in pochi mesi. Il perno intorno al quale ruota il racconto è il rapporto tra madre e figlia. Per Rehana è scontato che Sohail si impegni nella lotta, anche se è sopraffatta dalla paura per la sua vita. Non accetta il comportamento di Maya. Verso la figlia si sommano pregiudizi sociali e problemi di comunicazione, di comprensione reciproca. Quando Maya lascia la madre per andare oltre confine, per lottare da lì per la causa rivoluzionaria, Rehana esprime la sua angoscia e la invita a stare attenta. Ma la figlia le dice che lei è sempre preoccupata per la madre. > Rehana fu sorpresa ad ascoltare queste parole, ma capì che doveva essere vero, (...) una piccola finestra nel cuore sigillato di sua figlia. Non era che lei fosse diffidente, era oppressa. Oppressa dal padre amato, da colui che era scomparso, dalla sua propria madre vedova . È un peccato che questo splendido libro frani nel finale, confuso, frettoloso e per certi aspetti inverosimile. Il libro è sorretto da uno stile elegante, una sintassi semplice ed efficace, vocaboli ricercati dal punto di vista della lingua inglese ma nel contempo arricchiti da parole e modi di dire propri del bengalese. Siamo di fronte al tanto atteso miscuglio dellʼinglese con la lingua locale, raro negli scrittori del continente indiano. Perché leggerlo? Una splendida lettura, che supera la storia specifica del Bangladesh per divenire un racconto di tutte le guerre di liberazione.
Il grande colpo di Crimson City
Crimson City > aveva una sola strada polverosa che a un certo punto si sdoppiava in un solo incrocio polveroso. Una chiesa, una lavanderia, un ufficio postale, un emporio, una banca, un albergo, un saloon. Tutto aveva un aspetto malandato, sporco, scolorito dal sole, come se il deserto che c'era intorno stesse cercando di mangiarsi il paese un morso per volta, (...) come se nello spazio di venti case e tre strade ci avessero infilato tutta una serie di relitti e rimasugli di una città vera, con un piano, un'intenzione, un futuro. Roy era arrivato alcuni anni fa. > E' un bravo ragazzo disse lo sceriffo in fretta. > Pensate: è smontato dal treno tutto solo otto anni fa, e da allora sta qui. (...) Lavora sodo, mai una lamentela. E' diventato uno dei nostri. Un giorno, sono arrivate due persone dal deserto: un uomo, che tutti pensarono che fosse il famoso sceriffo Pickett, e una ragazza mezzosangue, che si presentò come sua sorella. Piper > era così spavalda, dura, levigata, con le due pistole legate alle cosce, e le ossa sottili, i muscoli scattanti, e quel qualcosa d' infernale che le brillava negli occhi. Avevano ricevuto una lettera dall'unico sopravvissuto della banda criminale dei fratelli Gordon, uccisi dallo sceriffo Pickett, evidentemente tranne uno di essi, che adesso cercava vendetta con un duello, in questa miniatura di città. Mentre gli abitanti del villaggio, tremanti ma eccitati, aspettavano l'arrivo dell'assassino, tra Roy e Piper nacque l'amore: il ragazzo pareva timido e timoroso dinanzi alla spavalda ragazza, usa alle armi, una pistolera; Piper iniziò a essere attratta dalla delicatezza e dall' ingenuità di Roy, apparentemente fragile e senza difesa. Siamo dinanzi alla tipica storia di un ragazzo romantico che si è innamorato di una misteriosa, strana e splendida ragazza, in attesa di essere salvata da un cavaliere? Roy capirà che la passione non è sufficiente a salvare l'amata? Come succede in «Il lato oscuro della Luna» di Fabio Geda e Marco Mugnone (vedi la recensione del romanzo in questo sito). Quando, all'improvviso, veniamo a sapere che Roy è molto diverso da chi noi pensiamo che sia. Il ragazzo è l'unico supestite dei fratelli Gordon, ed è venuto a Crimson City per uccidere chi ha distrutto la sua famiglia: lo sceriffo Pickett e sua figlia. L'amore sarà più forte della vendetta, o Roy continuerà nel suo scopo, cercando di uccidere anche Piper? Lascio ai lettori scegliere cosa preferiscono. A me piacerebbe lo stesso finale del Corsaro Nero, che s' innamorò della figlia del suo nemico e continuò nella vendetta, abbandonando l'amata in una barca in mezzo al mare. > Fra i gemiti del vento e il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! il Corsaro Nero piange! ( puoi leggere la recensione del romanzo di Emilio Salgari in questo sito). Siamo sicuri che Roy sia venuto a Crimson City per fare vendetta, o aveva altri obiettivi? La trama è ben costruita, Nella prima parte, è interessante l'idea di una miniatura di città, lontana da tutto, dove l'unico collegamento con il mondo civilizzato è il passaggio di un treno ogni due settimane: una piccola comunità con le sue dinamiche, in attesa d' improbabili cambiamenti. Tuttavia, la narrazione è un po' noiosa e banale. Poi, c'è una svolta imprevedibile, e la novella diviene ricca di suspense, come in un thriller. Forse il finale sarebbe dovuto essere meno dolciastro, ed è invece come nei film di Hollywood, «vivranno felici e contenti». La scrittura è molto semplice, forse troppo, anche se il romanzo è rivolto ad adolescenti; la struttura narrativa è basata principalmente su dialoghi ed eventi, il tutto a scapito di descrizioni ed analisi approfondite dei personaggi, le cui scelte e i cui sentimenti non sono ben spiegate. Perché leggerlo? Avvincente dopo un avvio noioso.
The Grapes of Wrath (Furore)
> Nella polvere c'erano piccoli crateri dov'era caduta la pioggia, e c'erano limpide chiazze sul mais, e ciò era tutto. (...) L'aria polverosa sovrastava ogni cosa con un suono più soffuso di quanto facesse la nebbia. (...) Gli uomini tacevano e non si muovevano spesso. E le donne uscivano dalle case per stare accanto ai loro uomini - per vedere se questa volta gli uomini sarebbero crollati . Dinanzi alla distruzione del raccolto i contadini e le loro famiglie sono ammutoliti e rassegnati: è un destino inesorabile contro il quale bisogna combattere, tuttavia. L'avvio, evocativo e intenso, preannuncia i due livelli del romanzo: il manifesto politico che chiama i lavoratori all'unità, all'organizzazione e alla lotta; una famiglia travolta dalla crisi economica e comunque determinata a perseguire un sogno, mettendosi in cammino verso la terra promessa, la California. > Le stelle scomparvero, a poco a poco, verso occidente. Ed ancora la famiglia indugiava come viaggiatori sognanti, gli occhi rivolti al tutto, senza vedere i dettagli, ma l'alba intera, la terra intera, la completa tessitura della campagna, in un solo sguardo . Nella recensione seguirò l'esodo di questa famiglia, perché è questo il cuore del romanzo. Possiamo articolare la trama in quattro blocchi: l'abbandono, il viaggio, i campi e il lavoro, la catastrofe finale. Il primo, dal 1 al decimo capitolo, è una sorta di preambolo: con grande efficacia vengono descritte la disperazione, lo sfratto incombente e violento, con i bulldozer a distruggere la casa, la frettolosa decisione di partire, l'affannosa vendita dei pochi beni e l'uccisione del maiale e delle galline, per crearsi le necessarie provviste per il viaggio, ed infine l'attesa della partenza, con sentimenti frammisti di paura e fiducia. «L'abbandono» permette all'autore di presentare i personaggi: i vecchi, testardi e fragili ad un tempo, il capo famiglia, già in difficoltà a assumere pienamente il suo ruolo, lo zio, sempre in procinto di crollare per senso di colpa (ha lasciato morire la moglie), la numerosa figliolanza (quattro maschi e due femmine, una delle quali incinta), uno strano prete che ha deciso di non pregare più perché non serve («tutta questa santità, tutto ciò che non capii»). Poi c'è la Madre: eroina tragica e possente. > Era pesante, ma non grassa. (...) Le braccia robuste e abbronzate erano nude sino al gomito, e le mani erano rotonde e delicate, come quelle di una bambina paffuta. Il viso pienotto non era dolce; era controllato, con gentilezza. Gli occhi del colore delle foglie sembravano aver vissuto ogni possibile tragedia e di averle sostenute con pena e sofferenza come passaggi verso una infinita serenità e una sovrumana comprensione. Sembrava sapere, accettare, e volentieri assumere il suo ruolo, la cittadella della famiglia, roccaforte inespugnabile. E sarà lei che emergerà come un pilastro durante il «viaggio», il grande esodo (capitoli da 11 a 18). > La gente in movimento, in cerca, erano migranti ora. Queste famiglie che avevano vissuto su un piccolo pezzo di terra, che erano vissuti e morti in quaranta acri, avevano mangiato o erano morti per fame su quaranta acri, avevano adesso l'intero Ovest da percorrere . Sulla strada si compie una trasformazione antropologica: non tutti riescono ad affrontare il cambiamento, un figlio fugge, il marito della figlia incinta abbandona la ragazza, i vecchi muoiono e vengono seppelliti lontano dalla loro terra, miseramente come tutti i poveri che non hanno più patria, i figli più grandi, Tom ed Al, reagiscono in modo differente, il primo agognando la rivolta e il secondo cercando le ragazze, come se niente stesse succedendo. E' sempre più difficile per la Madre tenere insieme la famiglia, ma lei combatte indomita e indistruttibile, anche se spesso è sommersa dai ricordi. > Ritorno alle cose tristi - quella notte che il nonno è morto e noi lo abbiamo seppellito. Ero tutta concentrata sulla strada, e lottando e muovendoci, e non era così male. Ma adesso sono qui. E la nonna - e Noah che si allontana così! (...) Posso ricordare come erano le montagne, aguzze come denti vecchi accanto al torrente dove Noah se ne andò. Posso ricordare come erano gli sterpi dove giace il nonno. Posso ricordare il ceppo davanti alla porta di casa colla piuma incastrata, tutto attraversato da tagli, e nero per il sangue delle galline . Finalmente la famiglia è arrivata in California. «I campi e il lavoro» (capitoli da 19 a 29) sono ben differenti da ciò che attendevano i migranti: i campi dove sostare con i carri sono isolati, putridi, invivibili ; manca il lavoro e i salari sono da fame, tutti i tentativi dei contadini di organizzarsi vengono repressi. Si muore letteralmente di fame; la Madre lotta disperatamente per sostenere la famiglia e tenerla insieme, è spinta da una convinzione: > la donna tiene tutta la vita nelle sue braccia. (...) La donna è tutta un unico flusso, come un fiume, qualche roccia, qualche cascata, ma il fiume continua ad andare nella direzione giusta. La donna guarda a ciò in questo modo. Non vogliamo scomparire. La gente continua ad andare avanti - cambiando un poco, forse, ma continua ad andare nella direzione giusta . La determinazione e la pazienza del proletariato si personificano nella Madre, la quale rispecchia nella sua forza tutte le donne. Ed infine siamo alla catastrofe (capitolo 30). Non è più l'uomo ad opprimere, è la natura, che si scatena in tutta la sua violenza, prendendosela con i più deboli, con quelli che vivono in campi esposti all'acqua in piena. Una pioggia torrenziale, una vera e propria alluvione, investe il campo dove si sono stanziati i poveri migranti. Si cerca di fare un argine, viene travolto dai legni trascinati dalla corrente. E' la fine per la famiglia, corrono disperati a cercare salvezza sulla strada e poi a trovare un riparo. Entrano in un fienile, ma quando si inoltrano nel buio si fa avanti un emaciato ragazzino, urla che suo padre sta morendo di fame. Ed allora la figlia, che aveva appena perso il bimbo di cui era in attesa, si avvicina all'uomo morente. > Poi lentamente giacque accanto a lui. (...) Si denudò il seno. (...) Scivolò più vicino e gli avvicinò la testa. Eccomi, disse, eccomi, La mano si mosse dietro la testa dell'uomo per sorreggerla. Le sue dita gli accarezzarono gentilmente i capelli. Lei alzò lo sguardo in alto e sul fienile, e le labbra si unirono in un sorriso misterioso. Medea, Antigone, Cornelia, tutte le grandi donne della tragedia ritornano alla mente durante la lettura di questo intenso romanzo. Certo, c'è il tema sociale, siano dinanzi ad un affresco di ciò che accadde negli anni '30 negli Stati Uniti, si parla di proletariato e di migrazione, si analizzano molto bene i meccanismi dello sfruttamento di classe: la concentrazione della ricchezza, la meccanizzazione e l'espulsione della manodopera, la creazione di un esercito di riserva di disperati per comprimere i salari e imporre condizioni durissime di lavoro e di vita, la repressione della polizia, il razzismo. Tanti possono essere i punti di vista; io dò la mia particolare interpretazione: la storia drammatica della famiglia riflette un cupo pessimismo di fondo, il quale si riscatta solo perché è la donna a resistere come una «roccia», a combattere senza mai piegarsi. Il finale, così magico e misterioso, nel quale la figlia, piagnucolosa per tutto il racconto, si fa carico di un uomo morente, ci indica che il romanzo è «un inno all'eroina femminile». E' ingenua e semplicistica come interpretazione? E' probabile, per me è questo il fascino del romanzo. Steinbeck adotta «la lingua dei parlanti», usando un termine di Pasolini. Ciò rende difficile la traduzione perché bisogna calarsi in un linguaggio senza dubbio distante dall'inglese classico. D'altra parte lo scopo dello scrittore era proprio di fare emergere l'America contadina, in contrapposizione alla lingua dell'alta borghesia. E' un romanzo rivoluzionario anche nella scrittura: peccato, quindi, che sia stato appesantito dal filone saggistico e per molti aspetti declamatorio ed inutile. Da alcuni critici è stato detto che la struttura del romanzo è simile a quella di Moby Dick, nel quale le lunghe digressioni sulla vita baleniera completano la storia di Ismael e di Achab. Non sono d'accordo: in Furore il filone saggistico è ridondante, mentre il romanzo sarebbe stato maggiormente efficace se ci si fosse limitato alla storia della famiglia, così da renderlo compatto e meno dispersivo. Perché leggerlo? Intenso, magico e realistico ad un tempo, una scrittura innovativa.
Io non mi chiamo Miriam
> Si vede seduta nel suo bel soggiorno, nella bella villa che Olof ha ereditato, con i bei mobili che ha comprato perché guadagna bene. (...) La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo, (...) e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere. Non è solo perché riaffiora di continuo il ricordo di Ravensbruck e di Auschwitz, Miriam porta con sé il peso della menzogna, e del tradimento. Per tutti, anche per il figlio e la nipote, Miriam è un'ebrea che ha trovato accoglienza nell'ospitale e ordinata società svedese; in realtà prese l'identità di una ragazza morta, che portava impresso un marchio simile a quella di Malika, di lei giovane rom; nessuno avrebbe accolto la deportata Malika, appartenente ad un popolo considerato il più infimo tra tutti i paria del mondo (ladro, spergiuro, rapitore di bambini, violento e così via). Ha ottantacinque anni, le viene regalato un bracciale che è un pezzo di artigianato zingaro. > Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, (...) poi lascia che quelle parole le affiorino alle labbra . La verità, immediatamente sconfessata, mette in moto un racconto che si dipana su due filoni narrativi: la lunga passeggiata con la nipote, la quale vuole indagare cosa ci sia dietro l'oscura dichiarazione della nonna, e il disumano dei campi di concentramento che deve essere scacciato dall'animo per non essere travolti. > Non si può parlare di tutto! (grida Miriam) Devi capirlo. Non, se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata, (...) Lo capisci o no? E' successo davvero. Era tutto reale. Era un altro mondo e io non ci voglio tornare . Ed ecco irrompere nella mente Auschwitz dove viene subito uccisa la cugina e dove il fratellino viene usato come cavia umana, e dove il popolo rom si rivolta e verrà sterminato in massa nelle camere a gas; il campo di lavoro di Ravensbruck, dove, insieme con la spietatezza delle sorveglianti, incontra, lei così diffidente, l'amicizia e la solidarietà. Ma i morti tornano sempre, sono dietro a porte che è facile aprire. > E va bene. Che vengano pure. Sarà anche vecchia, ma è ancora in grado di uccidere qualche fantasma del passato. (...) Si, è lei, è proprio Anuscha (la cugina uccisa). Ha dieci anni e non è ancora successo niente di male. (...) Quando allunga la maniglia la mano si muove maldestra e in gola è in agguato il pianto, ma ecco che la porta si apre, si spalanca e compare Else (l'amica del campo di concentramento). E' ancora alta e magrissima come uno stecco, ma sembra sana e sazia e indossa vestiti integri. (...) Siamo destinati a perdere tutto, anche le persone che hanno più importanza per noi. E per questo non tenta più di trattenere il pianto, per questo allungandosi verso la quinta porta lascia scorrere le lacrime. Dentro la sta aspettando Didi (il fratellino ridotto a cavia). (...) E' una traditrice. (...). Di qui la sua vergogna. Ha tradito i morti. Ha tradito il suo popolo e la sua lingua. (...) Da un lato ci sono loro. Dall'altro però restano quelli che non ha mai tradito. Anuscha. E Didi. (...) Mi mancate ancora, ogni giorno. Scrive Elsa Morante in «Menzogna e sortilegio» (vedi la recensione in questo sito), > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. A che serve sondare questa reggia della morte? > No, disse suo padre con una voce che veniva da un luogo lontano. No, Non ricordare. Dimentica e guarda avanti . Per far questo bisogna ingannare e tradire. Ed ancora Morante: > una lucida insonnia s'impadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare d'ora innanzi che la mia vera memoria .Conservare per tutta la vita il proprio segreto, ritrarsi dalla tentazione di rivelare la verità sono l'unico modo di custodire il proprio dolore, l'enorme sofferenza che le deriva dalla perdita dei suoi cari e insieme con essi dall'appartenenza di un popolo, quello rom, disprezzato e calpestato. La struttura narrativa ha una trama circolare: l'autrice torna sugli stessi temi, situazioni e personaggi così da portare avanti un'indagine sociale e introspettiva per approssimazioni successive. La parte relativa alla vita nei campi di concentramento si appoggia su fonti documentali e assume spesso i connotati della cronaca; non poteva che essere così, forse, perché l'autrice non racconta una storia vera né ha vissuto l'esperienza del lager. Le interviste con sopravvissuti le permettono di dare spessore al racconto, in particolare quando parla della vita delle detenute e delle relazioni che si intrecciano tra di loro. In altre pagine, come nella rivolta dei rom, la narrazione risulta piatta e scontata. Diversa pare invece la parte relativa alla vita di Miriam in Svezia: la finzione dà libertà di movimento alla narrazione, la quale assume colore e spessore perché l'autrice conosce molto bene il contesto sociale e culturale. Emerge una lieve ironia dei costumi della società svedese, valorizzati dalle capacità mimetiche di Miriam: giovane donna capace di interpretare i segni del corpo, l'intonazione della voce e i comportamenti di un popolo, quello svedese, per lei così lontano. A creare confusione sono i continui andata e ritorno tra il presente e il passato, tra la realtà e la rimembranza: forse una maggiore linearità della struttura narrativa avrebbe aiutata la lettura. Perché leggerlo? libro importante e innovativo, va oltre alla storia dell'Olocausto.
Io sono dio
> Le guerre finiscono. Lʼodio dura per sempre. Lʼodio covato per anni aveva portato un uomo a disseminare una città di bombe. Lʼodio ne aveva portato un altro a farle esplodere . Le conseguenze di quel gioco insano che è la guerra costituiscono il contesto ideale di un thriller. Lʼantefatto del libro è il ritorno di un reduce dal Vietnam, sopravissuto ma mostruosamente sfigurato dal napalm, la bomba incendiaria largamente usata dagli americani nella guerra. Come si direbbe oggi in modo elegante, è stato il «fuoco amico» a ridurre lʼuomo nelle terribili condizioni in cui si trova: fatto prigioniero dai vietcong e usato come scudo umano, è stato colpito da reparti del suo stesso esercito, malgrado lo avessero chiaramente riconosciuto. Lʼodio e la vendetta si riversano contro i suoi stessi concittadini, come dice allʼunico amico > credo che ci vogliamo le vite di molti uomini per provare il dolore che ho provato io in quei pochi mesi di ospedale . Devono passare molti anni, quando a New York si verificano alcune esplosioni, con molte vittime. Lʼindagine viene affidata ad una giovane detective, Vivien, al quale viene affiancato Russell, uno scrittore fallito, ma di ricca famiglia, che era venuto in possesso di informazioni rilevanti per la ricerca del colpevole. Come succede nel thriller, il romanzo si sviluppa secondo due filoni narrativi paralleli: il dipanarsi delle vicende poliziesche, ricche di colpi di scena e di intrecci, e le storie personali dei due protagonisti, che finiscono per innamorarsi. Tra i tanti rivoli del racconto, cʼè anche un sacerdote che avrebbe avuto la confessione degli omicidi da parte dellʼassassino: il condizionale è necessario perché è proprio questa confessione il passaggio fondamentale del romanzo, che potrebbe far scoprire ad un attento lettore ( non certo il sottoscritto che non ha capito) chi sia il colpevole. Il romanzo è senza dubbio il migliore scritto da Faletti: la storia è ben costruita, la trama è ricca di vicende e di personaggi che tuttavia si intrecciano bene nel racconto complessivo. La scrittura è piana e tranquilla, semplice ma efficace nel contempo. Se una critica va fatta, riguarda il finale del romanzo, che come succede in molti thriller, non è sviluppato a sufficienza e arriva senza tensione e suspense. Forse lo scrittore avrebbe dovuto curare maggiormente la conclusione anche riducendo parti ridondanti del libro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e la vicenda cattura lʼattenzione.
Io uccido
Il romanzo tratta di una serie di delitti avvenuti a Montecarlo, commessi da uno psicopatico, che uccide una serie di personaggi famosi in preda a un delirio di vendetta e per ridare una faccia a suo fratello, nato infelice e ucciso dal padre. Un agente americano si trova a dirigere le indagini in un groviglio di vicende collaterali e di colpi di scena. Si tratta del classico romanzo, che riprende lo stile e il ritmo narrativo dei libri di Ludlum, Le Carrè e così via: racconto poliziesco, che non si affida all’ambientazione (in realtà ridotta all’essenziale) né a un approfondimento dei caratteri dei personaggi né infine alla suspense. Ci si affida alla velocità della narrazione e, in questo caso, a una scrittura piacevole e piana. È un bel libro, forse troppo lungo (come tutti i romanzi di questo genere), ridondante (per esempio, dopo la scoperta dell’identità dell’assassino sino alla sua cattura), frettoloso (come il protagonista scopre l’identità dell’assassino) e infine poco verosimile per quanto riguarda l’ultimo colloquio tra il protagonista e il generale «cattivo». Altre pagine catturano l’interesse e l’attenzione: il primo assassinio nella barca, le telefonate alla stazione radio, la ricerca del commissario francese ad Aix en Provence e infine la cattura dell’assassino. Finalmente anche la letteratura italiana è entrata in un genere letterario che ha avuto e ha una grande fortuna all’estero e in Italia.
Manoscritto trovato a Saragozza
La migliore introduzione a questo strano libro è la figura del suo autore: il conte Potocki, vissuto tra il 1761 e il 1815, quando morì suicida. Grande viaggiatore, etnografo, archeologo, geografo, filologo, Potocki fu il tipico esponente dellʼilluminismo settecentesco: la sua curiosità e la sua enorme erudizione furono al servizio di un approccio razionale alla realtà. Osservatore attento delle religioni e dei costumi, Potocki fu pure attratto dallʼesoterismo, dallo spiritualismo e in generale dal mondo fantastico. La complessa interrelazione tra ragione e mistero è il filone conduttore del manoscritto, le cui vicende sono anchʼesse oscure ed incredibili: scritto in francese, andò perduto, comparve in una traduzione da una presunta versione in polacco ed infine fu ritrovato il testo forse originale in francese. Costruito nella forma del Decamerone, una serie di novelle suddivise in giornate, il romanzo racconta le avventure di Alfonso, che deve attraversare la Sierra Morena per recarsi a Madrid. Di fatto il giovane protagonista, e narratore, non fa molta strada, in quanto si trova risucchiato in un ricircolo infernale e misterioso tra le forche di due impiccati e una locanda abbandonata: al mattino si risveglia tra i corpi in decomposizione, di giorno è in viaggio verso la locanda e di notte viene visitato da due splendide donne, che si dicono sue cugine. In questo continuo avanti e indietro incontra altri personaggi, che gli raccontano le loro storie, piene di apparizioni, di scheletri e di castighi soprannaturali. Malgrado situazioni ossessivamente inspiegabili razionalmente, Alfonso cerca continuamente di trovarne una ragione e di non accettare lʼesistenza del mistero. > Forse alla locanda mi era stata data una bevanda per addormentarmi, dopodiché niente era più facile che trasportarmi durante il sonno sotto la forca fatale. Pacheco ( un pazzo o indemoniato nel quale si imbatte Alfonso) poteva aver perso un occhio per tuttʼaltro incidente che per il suo legame amoroso con i due impiccati, e la sua storia spaventosa poteva essere una favola.... Ma lentamente viene preso da una sorta di «annientamento di tutte le mie facoltà».....( comincia a rendersi conto di una potente associazione) > che sembra non avere altro fine che quello di nascondere non so quale segreto, o quello di incantarmi con magie che qualche volta riesco in parte a penetrare ma che poi, per altre circostanze, non tardano a farmi piombare nel dubbio. È chiaro che anchʼio faccio parte di questa catena invisibile . La ragione vacilla dinanzi allʼinspiegabile e la vasta erudizione può essere al massimo «una compagnia gradevole» ma rischia di finire come i cento volumi di un altro personaggio del romanzo: rosicchiati e distrutti dai topi. La struttura narrativa è fondata sulla singolare ripetizione della stessa profezia: una situazione sempre identica, riprodotta e moltiplicata con una serie di combinazioni fantastiche che sembrano avere una sola finalità: aggredire la stabilità dellʼinterpretazione razionale. La ripetitività, che potrebbe rendere noiosa la lettura, è sorretta da unʼesplosione di invenzioni narrative e da una forma piacevole, immaginosa e spesso ironica. Avido di esperienze e di sapere, Potocki ci ha voluto dire, con questo romanzo incompiuto, che la vita è meravigliosa. Perché leggerlo? È un libro piacevole e fantastico.
Il marchese di Roccaverdina
Lʼambiente è la campagna siciliana della seconda metà dellʼottocento. Rabbàto è una piccola città, in attesa ormai da tempo della pioggia, che ponga fine alla siccità, che sta portando lʼintero paese alla miseria e alla fame. Il marchese di Roccaverdina è un ricco possidente, che vive come se il mondo fosse immutabile e riconoscesse un suo potere senza limiti, sulle cose e sulle persone. Da tempo aveva come amante una contadina, Agrippina Solmo. Per salvare le apparenze, decide di darla sposa al suo fattore con lʼimpegno che il matrimonio non si sarebbe dovuto consumare. La gelosia lo spinge ad uccidere il fattore e poi ad agire per fare condannare un povero contadino, che morirà in carcere. Non sente un vero e proprio rimorso di queste infamie ( lʼabbandono dellʼamante, lʼuccisione del fattore e la condanna di un innocente), in quanto, in fondo, sono povera gente e al marchese di Roccaverdina è permesso tutto. Percepisce, piuttosto, un senso di paura, «la solita apprensione di pericoli appiattiti nellʼombra». Lʼamante abbandonata e il fattore ucciso «apparivano improvvisamente e allo stesso modo sparivano» ed > egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento allʼaltro sprofondarglisi sotto i piedi . È la viltà la molla che porta il marchese, prima così sicuro di sé stesso e del suo ruolo sociale, a dubitare, a riflettere sulla stessa esistenza di Dio e sulla validità della religione, sugli uomini e su sé stesso. Invano, cerca di trovare conforto in unʼattività febbrile, gettandosi nella politica, avviando un progetto di sviluppo della lavorazione del vino, sposandosi con una nobildonna locale. Solo la vista della campagna, bagnata dalla pioggia, gli dà un pò di serenità: > lasciamo, per ora, questo discorso. Guardate. Le campagne sembrano un giardino! Unʼimmensa stesa di verde, di mille toni di verde, dal tenero al cupo che sembrava quasi nero; un trionfo, una follia di vegetazione fin nei terreni più ingrati, che non avevano mai prodotto un filo dʼerba! Il suicidio di un contadino, al quale aveva tolto la terra con le minacce e le prepotenze, scatena la follia, che porta il marchese alla demenza e poi alla morte. Nel momento della malattia, solo lʼamante è al suo capezzale ad assisterlo, a dimostrazione di un amore che supera i ruoli sociali. Ma le apparenze sono più forti degli affetti: la povera donna non può restare al momento del trapasso del marchese ed essa > si lasciò trascinare via, senza opporre resistenza, umile, rassegnata comʼera stata sempre, convinta anche lei che non poteva restare più là, perchè il suo destino aveva voluto così! È un romanzo complesso: da un lato, un contesto sociale rigido e immutabile allʼinterno del quale i protagonisti si muovono secondo schemi predefiniti, dallʼaltro lato la figura del marchese di Roccaverdina, che vorrebbe rompere questi schemi sociali, sia dal punto di vista economico ( nuove colture, modalità di lavorazione moderne, innovazione tecnica, forme associative tra i produttori), che da quello degli affetti e dei sentimenti. Non ama, il marchese, il suo ambiente sociale, mentre si trova più a suo agio con i contadini, con la vecchia serva che lo ha allevato, con lʼamante, per la quale ha ammazzato. La follia trova proprio origine nella contraddizione tra la volontà senza limiti, quasi da «superuomo», e lʼincapacità di liberarsi dei condizionamenti culturali e sociali, delle superstizioni e della paura della punizione divina. Perché leggerlo? Si legge con piacere e si tratta di un romanzo molto moderno. La figura del marchese di Roccaverdina è emblematica di un conflitto interiore, tipico della nostra epoca.
Mastro Don Gesualdo
Il romanzo è ambientato in Sicilia, nella prima metà dellʼOttocento: una terra ancestrale ed arida, > una landa bruciata dal sole, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi . Mastro Don Gesualdo sin da ragazzo ha lavorato duramente per arricchirsi e > difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse, nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto . Dʼaltra parte è un popolano, fuori dal giro dei possidenti locali, è quindi deve > celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, lʼimpeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, lʼocchio vigilante, la bocca seria! Ha la possibilità di uscire dallʼemarginazione alla quale lo condanna la nascita contadina: può sposare Bianca, appartenente allʼantica ma decaduta stirpe aristocratica dei Trao. In un ricevimento offerto da unʼesponente della nobiltà locale, Don Gesualdo ( > raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina ) fa il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese per accorgersi che non sarà il matrimonio a permettergli di abbassare la guardia. Ed è proprio per vendicarsi dellʼaccoglienza algida e sprezzante del suo matrimonio da parte dei parenti della moglie che Mastro Don Gesualdo rompe tutte le tradizioni locali prendendo in gestione da solo, e ad un canone altissimo, le terre comunali. La descrizione dellʼasta è una delle pagine migliori del romanzo, con i possidenti che cercano di respingere lʼassalto di Don Gesualdo, poi di fare invalidare lʼasta ed infine di cercare un accordo, facendo pressione anche su Bianca e quindi sui legami di parentela, prima ripudiati. Ma il nostro protagonista va avanti per la sua strada, fermo nella sua posizione > con il suo risolino sciocco, lʼunico che non perdesse la testa in quella baraonda . La vittoria, innanzitutto sociale, di Don Gesualdo conclude la prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita, per il distacco con la quale Verga narra, con dialoghi serrati e rapidi, le dinamiche, di denaro e di relazioni, della piccola aristocrazia locale. I protagonisti sembrano dei burattini rinchiusi nel proprio ruolo sociale: non cʼè introspezione psicologica ma sono i freddi fatti che parlano da soli. In seguito, si attua un cambiamento ideologico e stilistico: il romanzo decade in un sentimentalismo zuccheroso assumendo le caratteristiche di un romanzo di appendice. Bianca si rivela una sposa ubbidiente ma distante, che non dà affetto e confidenza a Don Gesualdo, confermando in tal modo le differenze di origine sociale. Lʼunica figlia, Isabella, forse frutto di una precedente relazione di Bianca, cresce viziata e sprezzante verso il padre, che considera anche lei un rozzo contadino e di cui non comprende i sacrifici e le fatiche. Don Gesualdo, ormai vecchio e malato, vede dissipato dalla figlia e dal genero il patrimonio così faticosamente accumulato e muore nellʼindifferenza e nella solitudine. Eppure, anche nel punto di morte, raccomanda a sua figlia > la sua roba, di proteggerla, di difenderla.... Spiegava quel che gli erano costati i suoi poderi... li passava tutti in rassegna amorosamente.... li descriveva minutamente, zolla per zolla, gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lacrime agli occhi . Solo per scrupolo di coscienza implora la figlia di dare qualche cosa («farai conto di essere una regalìa») ai figli illegittimi che ha avuto da una serva, lʼunica persona che lo ha veramente amato. Numerosi critici ritengono che il romanzo sia la > demistificazione dellʼarrampicatore sociale.... implicitamente rivolta a colpire i valori dellʼessenza stessa della società borghese ( Romano Luperini 1968) e la narrazione > delle lacerazioni indotte nel tessuto di unʼeconomia arcaica e di una società contadina da unʼeconomia e da una società capitalistico - borghesi, rette da un brutale esclusivo codice economico, dalla logica alienante della ricchezza e del possesso ( Vitilio Masiello 1972). Questa chiave di lettura è superficiale e riduttiva rispetto alla complessità del pessimismo di Verga. Se è vero che lo scrittore fa dire al suo personaggio che «ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via», è pure vero che lʼaccumulazione della roba è percepita da Don Gesualdo come una missione, di cui può solo lamentarsi ma dalla quale non può sfuggire. E così gli altri personaggi sono tutti fissati in un destino sociale, che li costringe a vivere in unʼinfelicità esistenziale e talvolta fisica. Si pensi alla stessa figura di Bianca, ma ce ne sono altre nel romanzo, che deve sposare un uomo che non ama e vive tutta la sua vita debole e malata. Ed allora, forse, la vera chiave di lettura del romanzo è lʼeffetto sulla personalità umana di una struttura sociale immobile, statica, che non permette né lʼascesa né la fuga. Uno dei primi commentatori del romanzo notò come Verga non mostri mai > i suoi personaggi nelle ragioni interne dellʼanimo loro: li fa agire, non li mostra in atto di pensare (Guido Mazzoni 1890). Questo approccio dellʼautore scivola nella superficialità e nellʼoscurità nella seconda parte del romanzo, quando il ritmo narrativo diviene disteso, fluido ma tradizionale. Nella prima parte, sino alla magnifica scena dellʼasta per la gestione delle terre comunali, il soverchiare del dialogo sulla narrazione e il ricorso a brevi ritratti sono espedienti letterari estremamente originali per allontanare lo scrittore e fotografare i protagonisti, mettendo in risalto il loro abbandonarsi al ruolo sociale e facendo scomparire il lavorio interno del pensiero: non sono soggetti coscienti ma marionette della società. Perché leggerlo? Talvolta è faticoso alla lettura, ma la prima parte del romanzo vale la fatica.
Il meccanico delle rose
Il romanzo, scritto in italiano, è ambientato in un paese mai nominato, ma facilmente identificabile con lʼIran, prima e dopo la rivoluzione khomeinista. Cʼè forse un protagonista, Reza, ma è una figura solamente «sfiorata», di cui sappiamo poco perché il suo carattere e il suo destino sono determinati dalle vicende e dalle personalità degli altri personaggi. O forse non ha bisogno di esprimersi perché " lui > è ben saldo, con la giusta dose di opportunismo e di egoismo per sopravvivere, mentre chi gli è intorno è troppo fragile per resistere in un mondo difficile e crudele. Il romanzo è strutturato in cinque capitoli, che corrispondono ai personaggi che determinano il destino di Reza. Nel primo capitolo Akbar approfitta della credulità della gente per sostituire il figlio nato morto con un neonato, Khodadad, abbandonato sulle scale di casa. Per fare questo deve, però, gridare al miracolo, offendendo in tal modo la fede e determinando il destino di Khodadad, che da quel momento verrà segnato come un prediletto da Dio, come colui che può risuscitare i morti. Akbar compie poi un altro peccato: fa lʼamore con la cognata, che darà poi alla luce Reza. Lʼintero racconto prende, quindi, le mosse da un duplice inganno ed è come se incombesse una maledizione su tutte le vicende successive. Nel secondo capitolo, Khodadad, non sopportando più il ruolo di miracolato > , fugge insieme con Reza, per cercare una nuova vita nella grande città. Per convincere lʼamico a seguirlo Khodadad lo conduce al cimitero, dove cʼè una fossa vuota, già scavata per non essere impreparati dallʼinevitabile chiamata di Dio. Andare in città, dice il ragazzo, è lʼunica maniera che abbiamo per salvarci da quella fine lì«. Ma il pratico e prosaico Reza gli risponde giustamente,» se non è lì, sarà altrove > . La vita in città risulta ben più difficile di come se lʼaspettavano, anche se bisogna dire che Reza riesce ad adattarsi molto meglio di Khodadad. Durante una lite con il padrone che non li vuole pagare, Khodadad viene colpito mortalmente mentre Reza uccide lʼuomo. I due ragazzi scappano decidendo di separarsi. E così Khodadad si spegne da solo, con lʼunica consolazione dellʼangelo della morte, Ezrail, che lo dondolò, cantandogli nellʼorecchio, in un bisbiglio,la ninna nanna dellʼoblio, lʼunica che conoscesse > . Nel terzo capitolo, il romanzo narra la triste storia di Donya, che, bisogna dire, ricalca un poʼ troppo la vicende di tanti romanzi strappa lacrime dellʼottocento. Dopo una misera adolescenza a causa di una crudele matrigna, la ragazza si innamora del classico signorino > di buona famiglia ed è obbligata a sposarsi con un uomo che non ama, appunto Reza, nel frattempo diventato un abile e fortunato meccanico. Tra i due non cʼè amore né tanto meno passione, ma mentre Donya soffre profondamente per una vita coniugale incompleta, agiata, rallegrata da una figlia, ma affettivamente deludente, Reza sembra trovarsi bene, accettando, forse con troppa remissività, la freddezza della moglie. Lʼunico momento di relativa felicità per Donya è costituito dalla visita al cimitero di un vicino santuario, dove la donna immagina di pregare sulla tomba della madre morta: si siede per terra, e con un sassolino batte per tre colpi per richiamare lʼattenzione di sua madre e avvertirla che è lì a pregare per la sua anima > . La vita di Donya potrebbe concludersi prosaicamente in un matrimonio rassegnato ma sereno ( in fondo Reza è un bravʼuomo), quando a sconvolgerla, portandola al suicidio, è la tragica fine di Mathab, lʼamata figlia. Il quarto capitolo è senza dubbio il più drammatico, per molti aspetti sconvolgente. La ragazza viene arrestata dalla polizia khomeinista, torturata e strangolata. La sua unica colpa è di essere fidanzata con un avvocato, che difende i suoi clienti, spesso povere prostitute, con troppo fervore. E nel momento della morte Mathab si rifugia nei meravigliosi ricordi dellʼinfanzia, immaginando di ascoltare le parole del padre. Il buio e il silenzio privo di crepe la cullarono. Una voce calda e dolce le coccolò i timpani con parole che le giungevano liquide, leggere > . Nellʼultimo capitolo scopriamo che Reza ha avuto una lunga relazione con una prostituta, Laleh. È lei anzi che ha finanziato lʼattività di Reza, permettendogli di diventare un ricco meccanico. Sul punto di morte vorrebbe che Reza venisse a salutarla, lei che lo aveva sempre aiutato. Ma lui non viene. Se guarisce, lui viene e la porta via, così le ha detto. Tanto dolore? Lui non viene. Ma non si rassegna. La notte sembra ancora molto lunga. Il sonno non la culla. Ma arriverà mai la fine? > Per molti commentatori il significato di questo libro sta nella citazione dei versi di un grande poeta iraniano, che dicono abbiamo giocato qui in mezzo per un poʼ, poi siamo finite, una dopo lʼaltra, nella cesta dellʼoblio > . Non siamo noi a fare il nostro destino, che per altro è poca cosa rispetto a Dio. Senza dubbio il romanzo è intriso di una profonda religiosità, di una sorta di rassegnazione esistenziale, che trova pace solo nellʼidea che tutta la vita è volontà di Dio. Ma si percepisce anche, lungo tutto il libro, un costante desiderio di fuga dalla prosaicità dellʼesistenza: una fuga che alla fine non si può realizzare che con la morte. Resuscitare più leggera e con le ali, si dice. Deve diventare più leggera, con le ali, e volare lontano. Lontano da lì. Lassù. Ma poi? Come orientarsi? Quale bussola guardare? Di quale ghebleh fidarsi? E se poi si perde di nuovo? Il pregio principale del libro è la scrittura: semplice, elegante, delicata. I numerosi dialoghi non impoveriscono la narrazione, anzi permettono di approfondire i personaggi. Emerge molto bene la complessità della società iraniana, tra una profonda religiosità e moderne aspirazioni. Soffermarsi troppo nel dettaglio, prolungando le storie dei diversi personaggi, fa cadere la tensione e non favorisce la focalizzazione sui temi fondamentali, non facilmente individuabili e non totalmente sviluppati. Perché leggerlo? Splendida scrittura, storia interessante e in alcuni momenti avvincente.
La Mennulara
> Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se lʼavessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti . Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta allʼetà di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa «criata» (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. > La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi dʼacqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cosʼè?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava... La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle allʼestero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una «criata», li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dallʼodio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dellʼ eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure «il muto testimone» della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per lʼarte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una «criata» in una Sicilia senza tempo? No di certo. La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, lʼaccettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare («si era estraniata dalla gente sua pari») senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di unʼesistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e allʼimmobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non cʼè futuro civile per la Sicilia. Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, lʼautrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra lʼaltro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. È stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. È stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto. Perché leggerlo? È piacevole, interessante, «un divertimento maestoso» (Aldo Busi)
Menzogna e sortilegio
Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere > una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa , non una santa: «piuttosto una strega». È proprio per spiegare il sortilegio, che lʼha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è «unʼapparenza di ombre», un «morbo fantastico», che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: «di te Finzione, mi cingo, fatua veste». Il romanzo si può articolare in due parti. Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi. Dʼ altra parte, > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. (...) A che serve sondare questa reggia della morte? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio . Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di «fuoco e splendore» la persona amata. Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata. I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere unʼancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo > . Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie. E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per lʼambiguo piacere di divertirsi. Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna. E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, questʼultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera. A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice. Finito è dʼora innanzi il mio privilegio dʼassistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti. (...) Una lucida insonnia sʼimpadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare dʼora innanzi che la mia vera memoria. Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone > . Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria. I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri > . Lʼesperienza dellʼElisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dallʼaltro il fantasma di Edoardo, morto di tisi. Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino. Che virtù aveva questa finta corrispondenza? Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sullʼamara sua voluttà. Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità > . Ma chi era veramente lʼautore di questo carteggio? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai timbri infernali > delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, ibrido frutto dʼuna povera mente morbosa«. Se così fosse,»il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui lʼamato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi. (...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà. E infine, sullʼEpistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dellʼinsania, e lʼinforme noia della morte > . Ed allora lʼEpistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una strofa dʼamore«, un modo disperato con il quale»lo spirito che presiede alle fanciullaggini«cerca di vincere la morte,»almeno per gioco. Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza. Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi lʼha preceduta. Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa? Esso non può essere frutto della sua mente malata? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa. Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e sʼincrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili sʼinseguono nei dolci deliri". Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann. Siamo nel Meridione dʼItalia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure cʼè la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte. Dispiace lʼeccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad unʼopera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta. Perché leggerlo? Una splendida scrittura e viva la fantasia!
La miglior vita
Il romanzo è ambientato in un piccolo villaggio dellʼIstria, in un arco di tempo che va dallʼinizio del novecento agli anniʼ70. Il racconto attraversa le grandi vicende del secolo appena trascorso: gli ultimi anni dellʼimpero austriaco, la prima guerra mondiale, lʼannessione allʼItalia, la guerra partigiana ed infine la collocazione nella Jugoslavia, a seguito del trattato di pace del 1947. Sono avvenimenti storici di grande impatto per una comunità ai confini, composta di croati e di italiani: i primi in maggioranza e generalmente poveri contadini, i secondi una minoranza di ricchi proprietari. Ma non è il tema sociale che interessa lʼautore, anche se, ovviamente, traspare continuamente lungo la narrazione, soprattutto nel frequente ricorso alla mescolanza linguistica di croato e di italiano, uno dei tratti più attraenti del libro. Il tema del racconto è tutto interiore e può essere ricondotto ad un argomento: la religione e la sua funzione per lʼindividuo e per una piccola comunità. Tomizza immagina che un anziano sagrestano narri la sua vita, e quella dei suoi compaesani, attraverso la storia dei parroci, che si sono succeduti nel corso degli anni. > Con quanti preti non avevo avuto a che fare: preti con madri, con sorelle, con perpetue, e preti soli. Nelle ore insonni mi giravano davanti agli occhi come una giostra che specchiava me e al tempo stesso la situazione politica del loro periodo. Arzigogolavo nel buio che ognuno avrebbe potuto mostrarmisi migliore e ognuno peggiore, a seconda dei tempi ma anche in virtù di un mio diverso modo di essere e di valutarli. (...) Perché rimanevo? Difficile rispondere oggi, perché difficile è trovar credito. Sentivo di servire la chiesa e con essa di servire la comunità, non i preti destinati tutti a passare. Mi ero sposato con quel servizio, con quel dovere, prima ancora che con Palmira, e tutto il resto veniva dopo, Palmira compresa. Ma intendevo assolutamente aprire unʼaltra strada a nostro figlio, e questo impegno anche agli occhi di lei in parte mi riscattava . Questa citazione sintetizza il lungo percorso del protagonista - narratore, che lo porta ad allontanarsi dalla religione, mentre assiste alla decadenza della parrocchia, che serve per tutta la vita. > La chiesa è un edificio come un altro, finirà comʼè prevedibile, senza destare grandi impressioni: in cima alle colline si vedono ancora muri di chiesette dei secoli passati, avvolte dai rovi. Ma da allora ci fu una ripresa, e la gente ritornò anche nei campi. Succederà ancora? Ne dubito. Nato da un sagrestano, lo diviene ancora giovane. I preti che si susseguono sono profondamente diversi tra loro: alcuni ignoranti e rozzi, altri prepotenti ed arroganti, altri ancora fragili individui, pronti a peccare con il vino e le donne. Solo uno, un giovane prete croato, sembrò rispecchiare ciò che ci si aspetta da un sacerdote. Ma poi, quando lo rivedrà vescovo, si accorgerà che anche lui è diventato falso ed ipocrita. > Da lui mi sarei aspettato di sentire, o perlomeno di leggergli in volto, il disinganno, le ulcerazioni che non potevano non essersi prodotte. (...) In altri tempi non sarebbe stato più fiero, se non più pietoso? . Ed allora al vecchio sagrestano, senza più un parroco da servire, non rimane che essere il cronista della sua gente. Nelle ultime pagine del libro, estremamente suggestive, il protagonista racconta le vicende di alcun suoi compaesani, come la gnagna Zvana Zuncolin, «donnetta curva e nera», o Michelin, un tempo «un bellʼuomo scuro con gli occhi da zingaro», che ha trascorso una vita da ubriacone per dimenticare la donna amata: è rimasto famoso per una frase, «per lʼuomo non ci sono pezzi di ricambio». Lo stile narrativo non è sempre facile, ma la lettura è spedita perché si rimane avvinti dalla storia di una comunità, prima isolata e nascosta, poi sempre più coinvolta dai grandi avvenimenti. Nel racconto di Tomizza, mai folcloristico e nostalgico, la religione si mescola con le ancestrali usanze pagane e con i nuovi costumi, apparentemente laici ed anticlericali. È la chiesa è sempre lì, «in qualche modo presente e basta», con i suoi registri, di nati e di morti, scritti un poʼ in croato e un poʼ in italiano, con calligrafie chiare ed oscure: una presenza, dalla quale il protagonista vorrebbe sfuggire, ma non può, perché > aderiva perfettamente a quella che da sempre avevo imparato a conoscere e per comodità uso chiamare (vita) ordinaria, ma non vi combaciava del tutto pur incantandomi, pur aiutandomi a scoprire tratti nascosti o non rilevati della vita vera . Ma in questo accontentandosi del «proprio pieno potere», la religione non risolve il mistero della morte, lasciando lʼindividuo solo e dubbioso nel momento più grave della vita. > Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo . Perché leggerlo? Lasciatevi incantare dalla storia di una vita ordinaria, in un piccolo villaggio dellʼIstria, tra Croazia ed Italia.
Il Mulino del Po
Il Mulino del Po è definito dallʼautore come un romanzo storico, che racconta le vicende di una famiglia di mugnai ferraresi tra il 1815 e la prima guerra mondiale. Il fine di Bacchelli è di narrare la storia dʼItalia dal punto di vista degli umili, > acquisire alla poesia un secolo, un momento della possente umiltà del popolo minuto, civile in Italia dʼuna sua civiltà a volte evasiva e segreta e sempre inconfondibile e non mai soppressa da tanto e sì illustre e anche greve carico di storia . Nel primo volume, «Dio ti salvi», Lazzaro Scacerni si é trovato, suo malgrado, nella grande disfatta dellʼesercito napoleonico in Russia. Durante la disastrosa ritirata, un ufficiale italiano svela, in punto di morte, come recuperare un tesoro di preziosi oggetti religiosi, rubati dalle chiese ferraresi durante il periodo giacobino. Scacerni, ritornato in Italia, con i soldi ricavati dalla vendita degli oggetti si fa costruire un Mulino ad acqua, il San Michele, e diventa così un mugnaio o molinaro del Po. Sino al 1860 il Po faceva da confine tra lo Stato Pontificio e lʼAustria ed era luogo di contrabbando e frequentato da ladri e furfanti. Scacerni viene ricattato da un ricettatore e capo banda, il Raguseo, al quale aveva venduto gli oggetti preziosi. Proprio quando ha deciso di uccidere il Raguseo, questo viene assassinato. Scacerni salva sé stesso e la propria anima. > La domanda, nelle lunghe ore pensierose accanto alle macine della bianca e della gialla, sorgeva esplicita, ripensando quanto aveva operato Iddio per salvarlo: e perché lʼha fatto? Ma capiva non esservi risposta, se non in un atto di grazia . Il secondo volume, «La miseria viene in barca», ha come protagonisti Giuseppe, detto Coniglio Mannaro, figlio di Lazzaro e Cecilia, figlia del Matto di Paneparso, un mugnaio del Po. In una giornata di tempesta il mulino di Cecilia è trascinato dalla corrente tumultuosa e viene salvato da Lazzaro, che in qualche modo adotta la ragazza come figlia. Coniglio Mannaro rifiuta il lavoro del padre e, avido di denaro, intraprende lʼattività di sensale, spesso in modo disonesto e spregiudicato. Cecilia, invece, è rude, selvaggia e integra, ama i mulini e il Po. Coniglio Mannaro riesce con lʼinganno a sposare Cecilia dalla quale avrà 7 figli. I due coniugi resteranno sempre distanti perché troppo lontani nei valori e nei legami, Cecilia legata al fiume e ai figli, Giuseppe alla terra e al denaro. Soprattutto la disgusta la disonestà del marito nei rapporti personali e negli affari. Ma il castigo > sarebbe venuto dal fiume; della cosa lei era certa, da nata in una terra dove tutto, e la terra stessa, e il bene e il male, dal fiume era dato e ritolto, sì che fiume e fortuna vʼerano una cosa sola . Infatti nella grande piena del 1872 ( alcune delle pagine più sconvolgenti del libro), Coniglio Mannaro perde le sue terre, sommerse per sempre dalle acque del grande fiume. In una scena drammatica, Cecilia salva in piena tempesta il marito, che, ormai impazzito, era rimasto sullʼargine e stava per essere travolto dalla furia della acque. Nel terzo volume, «Mondo vecchio sempre nuovo», Cecilia, che combatte contro la miseria e la fame, è costretta a mandare due figlie a servizio. Una di queste, la bella ed onesta Berta, va presso una famiglia di contadini, dove un giovane, Orbino, é da sempre innamorato della ragazza. In uno splendido capitolo, «I giorni della ghirlanda», che andrebbe letto in tutte le scuole, Bacchelli ripercorre il ciclo della vita agreste durante lʼanno, sino alla festa del raccolto. Si manifesta in queste pagine il grande amore dellʼautore per la campagna e per la vita dei contadini. Ma insieme con il tempo delle stagioni progredisce lʼamore tra Berta e Orbino, un amore pudico e ben difeso, perché i due giovani hanno deciso di «fare la prova» ( come si diceva allora quando si faceva lʼamore prima del matrimonio) solo quando il loro legame fosse stato approvato dalle famiglie. Sul destino dei Scacerni grava una maledizione, che deriva dallʼoriginario peccato. È tempo di lotte nella campagna ferrarese tra i padroni e la lega dei contadini. Cecilia è con i padroni, solo perché è donna del fiume, legata alle tradizioni e non accetta ordini dai contadini. Non solo i due giovani si devono dividere, ma lʼodio per i Scacerni porta a sparlare di Berta a tal punto che in un momento di pazzia il fratello uccide Orbino. Come in una tragedia greca si assiste, sulle rive del Po, alla purificazione del cadavere del povero giovane da parte della mancata e casta sposa. Per Bacchelli ciò è una metafora della vita e della morte. > Il mondo non é più se non disgrazia, contro cui ribellarsi é più inutile che soffrire. Nascere non é altro che un venirci a morire, vano come lʼandar del fiume.... simile al fiume che rende salme, lʼora dellʼuomo sʼannulla nel tempo che la reca. Vi cade la speranza, la carità vi muore, é perduta la fede . Così come si chiude tragicamente la vicenda della famiglia Scacerni, così anche la storia dei Mulini del Po finisce, soppiantati dai mulini a vapore. E con loro si dissolve la speranza dellʼuomo Bacchelli e del suo mondo, quello contadino. > Una famiglia, una gente, una terra, non li inventai, li invenni.... chi lʼha narrata, sente dʼun tratto il vuoto . È un grande libro, che può avere molte chiavi di lettura. Innanzitutto ci sono il grande fiume e lʼambiente ferrarese. È questa la parte più interessante non solo come testimonianza storica ma anche per la capacità dellʼautore di rappresentare il mondo delle acque e quello contadino. In secondo luogo, Bacchelli compie un grande affresco storico della storia italiana, basato sulla contrapposizione tra il declino dei valori del risorgimento e la forza del popolo italiano, forza che lʼautore riconduce alla fede cattolica. E qui emerge evidente la nostalgia di Bacchelli per un mondo che la modernità ha indebolito, travolto e mutato radicalmente: quel regno temporale dei papi, che era forse ipocrita, pieno di privilegi e vecchio, ma che permetteva alla povera gente di sopravvivere e di non essere schiacciata da un padrone troppo esoso, dalle tasse e dalle stesse leghe sindacali, fortemente criticate dallʼautore. Infine cʼè il tema religioso: la misericordia di Dio é misteriosa ma opera sempre per dare ai giusti quello che gli spetta. Perché leggerlo? La lettura completa del libro è molto pesante, in quanto Bacchelli non riesce a tenere il ritmo narrativo, ma alcune parti, soprattutto quelle legate allʼambiente, sono molto belle e interessanti. Va letta una raccolta di alcuni brani.
Acqua sporca
> Neela in Italia aveva un lavoro, una figlia, una casa -- in quest'ordine, ma senza che nessuna delle tre cose le appartenesse davvero. (...) Si era applicata con inesausta costanza per costruirsi un guscio nuovo, certe cose non si apprendono con gli occhi, ma con lo stomaco. Dietro quella colata di cerone, Neela si sentiva abitata da un sottomondo mostruoso che premeva per emergere e che sempre ricacciava indietro. Dopo tanti anni in Italia, dopo una vita di fatica, aveva un po' di soldi, che a Ceylon, il suo paese natale, le davano una solida posizione economica. Decide, allora, di tornare a casa. Questa scelta pare incomprensibile ai parenti di Ceylon, un Paese devastato dalla guerra civile, dalla repressione militare, dalla crescente povertà e dagli effetti del cambiamento climatico: Paese ben diverso da quello lasciato da Neela, ormai trasformato da modelli di consumo occidentali e da nuove credenze e costumi. Alla scrittrice non interessa il futuro di Neela, la cui vita pare determinata dal destino immutabile dell'emigrata. Il tema del romanzo è l'impatto di questa partenza su Ayesha, la figlia di Neela, "l'acqua sporca", perché ormai italianizzata, e nel contempo alla ricerca di un legame con il passato, il suo e della sua famiglia. Questi due lati esistenziali non sono affrontati in una scontata chiave sociologica, che ruoti intorno al tema dell'identità. Con grande abilità narrativa la scrittrice racconta in parallelo la storia della famiglia di Neela e quella di Ayesha; a differenza della madre, Ayesha non può tornare, diversamente dalle zie e dalle cugine, non può affidarsi ad antichi rimedi, alla saggezza di un mondo magico, ancora abitato da spiriti e pratiche buddiste, o affidarsi a ideologie anti colonialiste e rivoluzionarie. Dove sono le radici di un' "acqua sporca", che deve sopravvivere all'interno di una società post capitalista? Amante delle metafore, la scrittrice ricorre all'immagine di alberi tropicali, che crescono da semi > che si insinuano nelle crepe delle cortecce di altri alberi, soffocando l'ospite con le proprie radici. (...) Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un'esistenza che cresceva su un'altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l'altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume. Mi sentivo una Persefone che divideva il suo tempo tra due mondi. Lei si era venduta per sei chicchi di melograno, per che cosa mi ero venduta io? Sorge spesso il dubbio se Uyangoda stia parlando dell'Italia, usando Ceylon come Montesquieu scriveva della Francia immaginandosi una Persia che esisteva solo nelle sue "Lettere Persiane". La stessa impressione si trae leggendo Igiaba Scego, in particolare l'ultimo libro recensito in questo sito: "Cassandra a Mogadiscio". È vero che la parte più affascinante del romanzo sono i capitoli dedicati a Ceylon, ma sempre l'autrice ci riporta con crudezza al dramma esistenziale e psicologico di Ayesha, una donna così vicina a noi, eppure tanto lontana perché è un "acqua sporca". Ed è proprio in questo "andare e tornare", tra un'isola vagheggiata e la nostra alienazione quotidiana, che risiede l'importanza del romanzo sotto il profilo dei contenuti. La struttura narrativa è ben costruita, con il ricorso all' io quando si parla di Ayesha, passando invece alla terza persona quando si raccontano le storie familiari: questo approccio crea una strana alternanza tra il soggettivismo tipico del romanzo contemporaneo, e l'oggettivismo che deriva dal voler parlare del mondo e delle esistenze "universali”: La scrittura è fluida ma densa, si percepisce un'impronta filosofica, in particolare in alcuni passaggi spesso ricchi di meditazioni e astrazioni. Tutto ciò accresce il fascino della lettura. La trama non può che essere fragile, visto che tutto è stato già detto dalle prime frasi del libro. Perché leggerlo? romanzo difficile, ma affascinante.
Non dire notte
«Su tutto è steso un sorriso fiacco sbiadito dolente». Questo verso di Ezra Zussman «in una poesia sulle sere autunnali» può sintetizzare il significato di questo libro, denso, grigio e apparentemente banale. Theo e Noa vivono una convivenza normale, fatta di piccole abitudini, di silenzi e di amori fugaci. Entrambi hanno avuto una vita solitaria e difficile. Incontratisi per caso, si sono rifugiati, alla ricerca di una fragile serenità, in una cittadina nel deserto israeliano, dove sembrava che > i massi pallidi, il pendio, le alture a oriente, persino lʼaspro lucore delle stelle, tutto fosse in attesa di un cambiamento. Imminente, fra un istante, quando tutto sarà chiaro . Ad incrinare la loro uggiosa quotidianità irrompe la morte per overdose di un alunno di Noa e la volontà del padre del ragazzo di affidarle la realizzazione di un centro per il recupero dalla tossicodipendenza. Noa si getta nel progetto con entusiasmo: trova finalmente uno scopo alla vita e soprattutto afferma in questo modo la sua indipendenza da Theo, più anziano ed esperto di lei. Ad animarla è anche un sentimento di rimorso per non aver colto i segnali di aiuto che in qualche modo le aveva mandato il ragazzo. La città è diffidente ed ostile al progetto. Theo la vorrebbe mettere in guardia, ma capisce che > lʼunica via per aiutarla è non cercare di aiutarla... Sto in agguato, fermo, la fisso nel buio con gli occhi pietrificati, in attesa che crolli sfinita? Allora potrò piegarmi e prendermi cura di lei come allʼinizio. Sin dallʼinizio. Cʼè in Theo un sentimento protettivo, quasi paterno, che, tuttavia, rinchiude Noa in una sorta di crisalide, dalla quale non riesce ad uscire: è troppo fragile, troppo forte è il bisogno di sentirsi difesa e di correre a stringersi > nella grotta buia dei peli del petto ( di Theo) come fosse stato gravido di me . E, > come acqua che lenta scorre sul fronte interno delle palpebre chiuse per la stanchezza , il progetto finisce nel nulla. Noa stessa si stanca di perseguirlo e il tutto scivola nella prosaica vita quotidiana, in > un sogno silenzioso, beato, lontani da se stessi, lontani dal dolore e dalla sofferenza, intenti ad ascoltare le raffiche del vento che soffia da sud e smette e di nuovo agita le fronde dei pini sciancati nel giardino del rudere e di lì prosegue travolgendo tutta la città e fino a tastare da fuori le persiane che abbiamo chiuso.... fra due settimane e mezzo finiscono le vacanze estive . Non è la storia al centro del racconto, il quale è tutto giocato intorno al mondo esistenziale dei personaggi. Lo scrittore non ha, tuttavia, un intento psicologico, anzi i sentimenti restano tratteggiati, raffigurati in modo leggero e quindi misteriosi. Anche lʼespediente letterario della doppia narrazione ( Theo e Noa sono i narratori degli stessi episodi) non conduce ad una interpretazione delle vicende dai due differenti punti di vista. Tuttʼaltro, ciascun capitolo sembra fine a se stesso tantʼè vero che il lettore quasi non si accorge di leggere la stessa storia, vista da differenti angolazioni. Il vero tema è esistenziale, cosmico e filosofico. Il vero protagonista è il deserto, sempre uguale a sé stesso e sempre diverso, travolto da un vento impetuoso e caratterizzato da un ambiente arido, dove a fatica riesce ad insediarsi la vegetazione. La città stessa è fatta di ampi spazi vuoti, come «strisce di deserto», una idea mal riuscita di città giardino > macchiettata di rottami e qualche arbusto che ha varcato la linea di confine fra vegetali e minerali . Lʼelemento distintivo del romanzo risiede nellʼattenzione alla dimensione urbanistica dellʼesistenza umana. Spesso ci dimentichiamo che le strade, lʼarchitettura degli edifici, i monumenti, le zone di verde e lʼambiente esterno alla zona urbana ( dove le forze della natura riprendono il sopravvento) plasmano la nostra esistenza, ci danno il carattere che siamo. Ed allora lʼirrompere di un cambiamento ( un centro di tossicodipendenza, diventare periferia di una grande città e così via) non solo dissolve un fragile tessuto urbano, ma travolge anche, snaturandola, la nostra essenza. E non è rinchiudendoci nella «quiete normalità» delle pareti domestiche che possiamo difenderci dal disfacimento sociale e dallʼatomizzazione esistenziale, che deriva anche dalla caduta di senso del contesto nel quale viviamo. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: essenziale e poetica ad un tempo. Frasi brevi accompagnate da lunghi periodi, una punteggiatura tal volta ridondante e in altri casi inesistente, un uso parsimonioso ed attento degli aggettivi contribuiscono in misura determinante a creare un clima narrativo denso, difficile ma affascinante, dove prevalgono i colori grigi ed opachi: unʼatmosfera di dolce melanconia. Perché leggerlo? Anche se ambientato in Israele, è un romanzo che rispecchia molto bene lo stato dʼanimo degli italiani in questo momento.
Norwegian Wood
Sono passati diciottʼanni. Lo scrittore ricorda un grande amore,quello per Naoko. Il romanzo è la ricerca della sua memoria, ma anche un percorso di liberazione da una persona che ha dominato la sua vita. La figura di Naoko è scomparsa dalla memoria, ma poi pian piano riaffiorano le sue sembianze: > le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo... la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo) . È questo lʼavvio del romanzo e già sin dallʼinizio è chiara la delicatezza dello stile, impalpabile e dotato di una notevole potenzialità simbolica: un approccio narrativo che rispecchia molto bene la fragilità e la sensibilità del protagonista: Watanabe. Watanabe, Naoko e il fidanzato di questa, Kisuki, sono tre grandi amici. Ma Kisuki si uccide e il rapporto si interrompe momentaneamente. Watanabe va a studiare a Tokio e vive in collegio, conducendo una vita solitaria, con pochi amici e con la grande passione per la letteratura. Un giorno, incontra nuovamente Naoko e si accende lʼamore: i due ragazzi fanno lunghe passeggiate, in silenzio, Naoko davanti e Watanabe dietro, > guardando la sua schiena e i capelli lisci e neri, trattenuti da un grande fermaglio marrone in modo che quando si girava da un lato lasciavano intravvedere il suo piccolo orecchio bianco . Nel frattempo Watanabe conosce Midori, una ragazza piena di vita ma anchʼessa oppressa dalla morte, in quanto ha perso la mamma e deve curare un padre morente. Anche con Midori, Watanabe intreccia un rapporto che è fatto soprattutto di disponibilità e di ascolto da parte del ragazzo: rapporto sempre in bilico tra amicizia, attrazione sessuale ed amore. Naoko scompare ma poi si scopre che è stata ricoverata in una casa di cura per malattie psichiatriche. Watanabe trascorre alcuni giorni in questa casa di cura, tra le montagne, dove riallaccia la relazione con Naoko e sente crescere un forte amore per la ragazza. Watanabe vive «in una palude» tra la forte amicizia per Midori e lʼamore vagheggiato per Naoko: il ragazzo vive come in una terra di nessuno, sempre disponibile verso gli altri ma mai capace di vivere fino in fondo la propria vita. Il suicidio di Naoko lo trascina nella disperazione, da cui esce solo quando si rende conto che deve vivere anche per sé stesso. Scena centrale di questo passaggio dalla disponibilità alla consapevolezza, dallʼadolescenza allo stato adulto è lʼincontro con un pescatore che, per aiutarlo, gli racconta della morte di sua madre: > ma cosa sta dicendo? pensai. E a un tratto fui assalito da una rabbia insensata che avrei voluto mettergli le mani al collo e strozzarlo. Io ho perso Naoko! Quel suo corpo meraviglioso non esiste più, e tu mi vieni a parlare di tua madre! Il romanzo può essere interpretato come un racconto adolescenziale: un ragazzo diviene adulto attraverso la sofferenza. In realtà ci sono altri due aspetti importanti: il tema della morte, che, come dice lʼautore, è parte integrante della vita ma da cui si esce solo con la sofferenza; il tema della letteratura e quello della musica, come momenti di accompagnamento della vita. La morte, il suicidio di Hisuki, incombe sul racconto, da cui i protagonisti non riescono a liberarsi: è un passato di dolore dal quale si può uscire solo con la sofferenza. Non è un caso, poi, che nella prima parte del romanzo Watanabe legga, e rilegga, il Grande Gatsby, un personaggio eroico e solitario, mentre nella seconda parte del libro, quando Watanabe si deve misurare con la morte e con la sofferenza, la lettura è la Montagna Incantata, il racconto dellʼuomo che attende la morte come destino fatale. Perché leggerlo? La delicatezza dello stile, la bellezza dei personaggi e soprattutto del protagonista, i temi esistenziali trattati sono tutti motivi per leggerlo. È un libro che si legge con estremo piacere.
Orlando Furioso
Il poema narra le vicende della guerra tra Carlo Magno e gli arabi illustrando il percorso di Ruggiero, capostipite della famiglia degli Estensi, verso la fede cristiana e la scelta di campo a favore del re carolingio. Accanto a Ruggiero si sviluppano le vicende degli altri personaggi e vengono narrate storie innumerevoli, alcune delle quali si innestano nella trama principale mentre altre rappresentano digressioni apparentemente anche casuali. Dalla lettura del poema, estremamente gradevole e divertente, emergono alcune considerazioni di rilievo: la sua modernità. Il ritmo incalzante della narrazione, la chiusura di ciascuno dei Canti (che lascia l’aspettativa su quanto verrà detto nel successivo), l’intreccio tra le diverse vicende (da telenovelas), il gusto dell’immaginazione e dei fatti meravigliosi e incredibili (una successione straordinaria di effetti speciali). L’Orlando Furioso sembra essere il precursore del prevalente approccio alla letteratura e al cinema e la dimostrazione tangibile di come la qualità della narrazione permetta di immaginare e creare nella mente scene e ambientazioni a differenza di quanto avviene nel cinema attuale che vuole uno spettatore passivo. Uno studio attento dell’Orlando Furioso in una chiave moderna fornirebbe elementi utili per una riflessione e una revisione dell’attuale letteratura e della produzione cinematografica; il divertimento dell’immaginazione. Nell’Orlando Furioso si è spesso letto un atteggiamento ironico dell’autore nei confronti della letteratura cavalleresca: si tratta della famosa ironia ariostea. A mio avviso tuttavia ciò che colpisce è soprattutto il valore dell’illusione e dell’immaginazione. Si percepisce in tutto il poema (soprattutto nei primi trenta canti) come l’autore si stia divertendo a creare situazioni fantastiche, paradossali e incredibili. Ed è proprio da questa ricerca del divertimento (dello scrivere come evasione per se stessi) che nasce la freschezza e l’originalità dell’intero poema; la donna e la femminilità. I veri protagonisti del poema sono le donne che esprimono sempre un carattere forte, tipicamente femminile. Si pensi alle figure delle donne guerriere (Bradamante e Marfisa) che pur essendo molto più brave degli uomini nei campi di battaglia manifestano un senso della cura e sentimenti di affetto, che sono tipicamente femminili. La scelta stessa di Angelica di sposare un oscuro pastore preferendolo a Orlando, scatenando la pazzia di quest’ultimo, sembra marcare la contraddizione tra la profondità dei sentimenti della donna e la vacuità alla base dei comportamenti degli uomini (nei quali prevalgono l’orgoglio e il senso dell’onore). È evidente che l’autore prende le parti delle donne, spesso anche in modo esplicito, in altri casi facendo emergere la sua preferenza con la descrizione del personaggio e delle vicende; il realismo verso la politica. Si parla spesso di discrezione dell’Ariosto che evita di fare pesare sul poema le proprie vicende personali e le proprie idee. Malgrado la sua riservatezza appare evidente come l’Ariosto abbia una visione realistica e malinconica, ma non cinica, della situazione italiana e in particolare dell’incapacità dei governanti di dare una soluzione alla frammentazione del paese e alla sua conseguente dipendenza dallo straniero. In questo senso le idee di Ariosto come «funzionario pubblico» emergono al di là delle intenzioni dell’autore e fanno intravedere un personaggio di grande valore, che, a differenza del Machiavelli, affronta il tema della politica con realismo ma anche con una grande passione civile. È quindi probabile che i personaggi e le loro vicende simboleggino anche idee politiche e costituiscano quindi anche messaggi ancora da interpretare. Lo stile letterario è molto bello con un verso di evidente derivazione dal Petrarca ma senza dubbio più facile alla lettura. Forse è proprio il suo ritmo così armonioso che lo rende talvolta un po’ ripetitivo soprattutto quando le vicende e il ritmo della narrazione non concentrano l’attenzione del lettore.
Un pappagallo volò sull'IJssel
Nel primo racconto di «Le mille e una notte», dal titolo espressivo di «Tessitrice delle notti» (si veda recensione in questo sito), Shahrazad inganna il crudele sultano ammaliandolo con storie meravigliose e intriganti. E' il miracolo della parola! Cosi in questo romanzo Pari, una donna immigrata infatuata della lingua olandese, si salverà scrivendo. Una guaritrice fiamminga le affida il compito di narrare la vita degli immigrati. > Scrivi la storia delle persone che ti circondano, la storia degli stranieri che arrivano in Olanda. (...) Liberati dalla tua angoscia scrivendo. (...) Forse è questo il tuo dovere, ora che il destino ti ha condotto in terra straniera. Con l' impianto novellistico e la soffusa leggerezza del capolavoro arabo, e nel paese dove > in ogni contrada si sente e si teme la voce dell'acqua con le sue eterne sciagure , Pari dovrebbe narrare > la storia di Mamed, di Catherina, di Lina, quella del colonnello, della moglie del colonnello, di Tala, del signor Rahimi, del pappagallo e la tua storia. Sono tutti immigrati che potrebbero rispondere alla domanda > che cosa ci fai tu qui? con una semplice parola: > Vivo. Aver posto al centro Pari non deve far pensare che essa sia la narratrice né l'unica protagonista: è Abdolah che racconta dall'alto della posizione privilegiata di osservatore invisibile e neutrale, così come il romanzo è affollato da molti personaggi; la mia scelta è giustificata dall'ostinazione di Pari di fare propria la lingua olandese e dal fatto che è la vita di questa donna, più quella di altri, a testimoniare il precario equilibrio tra integrazione e radici. Sposata ancora bambina, Pari ha seguito il marito in Olanda. Le lunghe assenze dell'uomo permettono alla donna di frequentare una scuola dove imparare l'olandese. > Sentiva che qualcosa nel profondo della sua natura si era messo in moto e voleva distruggere tutto. (...) Si rendeva conto che le parole che cercava sul vocabolario e le frasi che scriveva nella sua nuova lingua erano in realtà esplosivi che voleva piazzare sotto la sua vita familiare, sotto il suo passato, il suo presente e tutta la sua esistenza. Comincia a pubblicare brevi racconti in un giornale locale; va a vivere prima con il suo insegnante di olandese e poi con un giornalista: uomini che pretendono giochi erotico-sessuali per lei nuovi ma offensivi per la sua morale. In Olanda si fa così, è la sicura risposta alle sue timide rimostranze! Quando una notte irrompe il marito e accoltella Pari, mentre l'olandese scappa senza difenderla. Il passato è tornato violentemente. Se nel tentativo del marito di ucciderla ,dalle radici riemergono i tratti oppressivi di un mondo atavico, la sottraggano alla morte gli usi e le liturgie medio orientali. > Dodici anziani avvolti in lunghi cappotti neri, ognuno con un rosario in mano , entrano nella camera d'ospedale dove Pari è in coma irreversibile. > Le loro parole dolci danzavano come api nei raggi del sole e il mormorio delle preghiere avvolse il capo di Pari come un ronzio. (...) All'improvviso l'ago si mosse, tracciando con un rumore metallico una linea ondulata, un zigzag di vita. Come nei favolosi racconti di «Le mille e una notte», un pappagallo (un Angelo?) che volava sull'Ijssel vide > una giovane donna dai lunghi capelli dorati che montava a pelo un bizzarro cavallo bianco dalla lunga criniera, (...) un posto strano popolato da migliaia di animali ,grandi elefanti primordiali, giraffe, dinosauri, cammelli, tigri, leoni dalla vecchia criniera,e anche bestiole molto piccole: germani reali, pappagallini colorati, farfalle, insetti dorati. Nella protestante, accogliente e trasgressiva Olanda, per salvare Pari erano riaffiorate tutte le magie dell'Oriente. Il romanzo si sviluppa su due binari: le difficoltà dell'integrazione, culturali prima che politiche e istituzionali, le storie individuali che mostrano come ciascuno affronti l'assimilazione in modo differente. L'Olanda si offre come un paese accogliente, eppure emergono inesorabilmente le diffidenze, le paure e le diversità linguistiche e culturali. Se dapprima è intrigante accompagnarsi a uno straniero o a una straniera, il primo così appassionato, la seconda affascinante sotto il velo, poi la donna olandese si ritrae preoccupata e l'uomo non sa portare rispetto a tradizioni più riservate di quelle della società olandese. Pur all'interno di un quadro di difficile assimilazione, le singole vicende, distinte e parallele, mostrano come nell'incontro tutti cambino, olandesi e immigrati, ma ognuno in modo differente. E' vero che il destino ci sovrasta, sia fatta la volontà dell'Altissimo!, ma ciascuno di noi gioca con il destino in modo diverso, si costruisce una propria via; ed è qui il vero cambiamento. Al pappagallo sull'Ijssel, all'Angelo o all'Altissimo, non spetta che guardarci. Il romanzo è insieme di moduli narrativi, che si sviluppano in modo autonomo e poi s'intrecciano quasi a caso; è difficile riportare a sintesi le diverse storie, se non in alcuni passaggi topici: la tomba della piccola Tala dove tutti si raccolgono a pregare, l'unico telefono pubblico, usato dagli immigrati per comunicare a casa, il gruppo degli anziani che vivono come se fossero ancora in Oriente, e la figura misteriosa del pappagallo, forse il mitico «cacatua» di Federico II, simbolo della cultura araba antica. La scrittura è fiabesca e realista a un tempo, mai appiattita sulla mera descrizione o su inutili digressioni politiche e sociologiche, e per questo ricca di suggestioni. Perché leggerlo? E' dispersivo, ma piacevole da leggere.
Il partigiano Johnny
Le vicende tra lʼ8 settembre 1943 e il febbraio 1945 costituiscono lo sfondo storico del romanzo. Sono gli anni della guerra partigiana. Allievo ufficiale a Roma, Johnny ha lasciato lʼesercito, come molti altri dopo lʼannuncio dellʼarmistizio e la generale confusione che ne è seguita. È ritornato a casa, ad Alba. Giovane intellettuale, appassionato di letteratura inglese, appartiene ad una famiglia della piccola borghesia. I genitori vorrebbero che si nascondesse, quieto, senza esporsi. Ma il giovane decide di abbandonare > una posizione fluida, rimediabile da ogni mortale impatto mediante finzioni e sotterfugi o astuzie , per schierarsi invece > nel grande dualismo a prezzo dellʼimmediata, indisquisibile esecuzione . Ed allora > partì verso le somme colline, la terra ancestrale che lʼavrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero... in nome dellʼautentico popolo dʼItalia, ad opporsi al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente . Si imbatte in una banda garibaldina, che fa capo quindi ai comunisti. Come tanti suoi compagni, non gli interessano le idee politiche, importante è combattere il fascismo. Conosce Tito, un giovane e scaltro contadino, così lontano da lui per cultura ed origini sociali, ma così vicino per fratellanza partigiana. Era > felice ed ansioso di mischiarsi agli uomini, a tutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine... per trovarsi insieme a quella battaglia . Uccide il suo primo uomo: > il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio... Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia.... si aderse sui gomiti nellʼascensionale sospensione davanti al suo primo morto . Lo scontro con i fascisti dissolve la banda, troppo male armata per poter resistere. Johnny va alla ricerca di un altro esercito partigiano ed incontra i così detti badogliani, più vicini alle sue idee politiche. Ritrova un ambiente borghese a lui più famigliare ed è con loro, nei paesi collinari intorno ad Alba, che trascorre il lungo periodo di stallo dellʼ inverno tra il 1943 e il 1944. Anche se meglio organizzati ed equipaggiati delle squadre garibaldine, sono totalmente impreparati a resistere allʼattacco dei fascisti e dei tedeschi nellʼestate del 1944. La lotta è durissima ma impari. Johnny vede morire molti dei suoi compagni, si riduce con un piccolo nucleo, tra cui gli amici Pierre ed Ettore, con i quali si rifugia presso una fattoria. Ma Pierre si ripara in città, dove è più facile nascondersi, mentre Ettore viene catturato insieme con la contadina, che li ha accolti e rifocillati. Affronta disperato e solo il lungo e rigido inverno tra il 1944 e il 1945. Si nasconde nelle zone più selvagge del bosco, nei dirupi creati dai torrenti, cercando talvolta cibo e riparo presso i contadini, a loro volta stremati ed impauriti. > Il cuore gli si fendeva per la brama dellʼantica comunità, la faziosa, criticabile, a volte repellente comunità, e dei vecchi campi di battaglia e della compagnia dei vivi, dei morti, dei catturati... Anelava al reimbandamento, per esso avrebbe dato metà del suo sangue, Dovʼè Nord ( il soprannome del comandante partigiano)... il 31 gennaio è una data assurda per ritrovarci. Quel mattino ti alzerai e chiamerai ma ti risponderà soltanto il silenzio delle colline . Alla fine dellʼinverno, dellʼingenuo e idealista studente rimane ben poco. La perdita degli amici più cari, le stragi alle quali ha dovuto assistere, il freddo, la fame, la sporcizia lo hanno trasformato in un combattente solitario. Quando, a gennaio 1945, ritornano a riorganizzarsi ed a ingrossarsi le file partigiane ( ormai si avvicina lʼavanzata finale degli alleati), > Johnny non si trovava più, quel patch, lungi dal scancellarsi, si ampliava. Non sopportava più comunanza né routine, scapolava la collettività, la perlustrazione e la guardia . Il grido ingenuo, «Viva Noi!, sempre fino alla fine della storia umana», che aveva espresso quando si sentiva profondamente unito ai suoi compagni, si è trasformato in un senso di insoddisfazione, di delusione verso gli altri, che lo conduce a disubbidire e a cercare una morte coraggiosa e solitaria. Il romanzo è la prosecuzione ideale di Primavera di bellezza, altro capolavoro di Fenoglio. Se in quel libro lo scrittore ha narrato la maturazione politica di un giovane, che prende coscienza di che cosa è stato il fascismo e della necessità di lasciare una testimonianza individuale di rivolta, in «Il partigiano Johnny» Fenoglio racconta la storia partigiana di un ragazzo e di come le vicende della guerra e la durezza dellʼambiente abbiano lasciato una impronta indelebile, ed imprevedibile, nella sua personalità. Pur sempre convinto di «dir di no fino in fondo», di non arrendersi mai, alla fine della guerra Johnny non riesce più a sentirsi parte di una comunità più vasta, lʼesercito partigiano, ma vuole combattere da solo i fascisti, come un eroe solitario. E via via che si procede nella lettura mutano sia la lingua che il rapporto tra Johnny e lʼambiente. Se allʼinizio del romanzo la scrittura è ricca di termini inglesi, quasi ad esprimere il mondo letterario del protagonista, pian piano le parole anglosassoni si fanno più rade e si giunge al punto che Johnny tradisce lʼamata lingua inglese, rifiutando il ruolo di interprete, per preferire quello di combattente. Nello stesso modo la collina è inizialmente uno sfondo, per assumere nel proseguimento del racconto una funzione crescente di protagonista, quasi amalgamandosi con la nuova personalità di Johnny. Il bosco, i burroni, i paesi arroccati sulla montagna, la nebbia e il gelo, il mondo contadino, con le sue bestie e i suoi cani feroci o amichevoli, sono il nuovo mondo del protagonista, che, come un novello Robin Hood, porta avanti la sua battaglia solitaria contro i cattivi. Da questo punto di vista il libro di Fenoglio è una splendida narrazione della Resistenza, ma non di quella retorica, che vorrebbe esaltare la storia collettiva e la nascita di una coscienza nazionale. Paradossalmente nel romanzo il percorso è opposto: da una visione civile e politica, anche se ingenua e grezza, il protagonista perviene ad una concezione individualista e disincantata del mondo ideale della guerra partigiana. Il grande fascino di Fenoglio è la creatività espressiva della lingua: > una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità... una lingua magmatica con cui collaborare creativamente. Il risultato è una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche ( Dante Isella: la lingua del partigiano Johnny). Poteva essere una interessante direzione di sviluppo della letteratura italiana. Nessuno lʼha seguita, perdendo lʼoccasione di dare nuova ed originale linfa ad una lingua ormai stantia, quale quella italiana. Un elemento di debolezza del romanzo è la scarsa compattezza, che porta ad una trama narrativa spesso dispersiva. La focalizzazione sulla figura del protagonista non fornisce dinamicità e dialettica al sistema dei personaggi, i quali, a loro volta, non hanno sufficiente spessore ed autonomia per contrastare lʼinvadenza del personaggio Johnny. È un libro epico ed individualista per eccellenza. Perché leggerlo? È un libro affascinante, in particolare per la sua lingua.
I piccoli maestri
Questo racconto autobiografico sulla Resistenza ha lo stesso avvio di altri romanzi, che hanno narrato gli anni di guerra partigiana tra il 1943 e il 1945: come in «Primavera di Bellezza» di Fenoglio o «A conquistare la rossa primavera» di Lajolo il protagonista è un giovane ufficiale, in attesa di chi sa che cosa. > Forse ci spegneremo così, poi quando saremo spenti, si spegnerà un poʼ alla volta anche la guerra . Ed invece arriva lʼarmistizio, «come un urlo», e si ritorna a casa, a piedi, in mezzo a colonne di tedeschi. Si torna a frequentare gli amici dellʼuniversità, a Vicenza, si riprendono le vecchie discussioni, si partecipa ad un > sentimento collettivo (...) inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale . Si entra nella Resistenza, girando in città e per i paesi della pianura veneta, ma già a ottobre del 1943 si è costretti a salire in montagna, nel Bellunese e nellʼAltipiano di Asiago, i luoghi dove è in gran parte ambientato il libro. A differenza di quanto accade in Fenoglio e Lajolo, il protagonista non diviene un lupo solitario, come il «Partigiano Johnny», né acquisisce una coscienza politica, che lo conduca a schierarsi, anche dopo la liberazione. Lʼautore scrive un racconto volutamente anti eroico, ma lo fa con timore, perché > ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via . E > alla fine si estinsero anche i sensi delle parole, aggettivi, nomi, quei vigliacchi dei verbi; (...) Da ultimo restammo soli io e il non io . La scansione del racconto segue le fasi tipiche della storia partigiana: la nascita delle bande, disorganizzate ed isolate, i rastrellamenti dellʼautunno del 1943, il lungo inverno successivo e la crescita del movimento nella primavera del 1944 e quindi la nuova offensiva nazi fascista, che porta i partigiani a scendere in pianura. Il protagonista attraversa questi avvenimenti senza soffermarsi sulle azioni di guerra, le quali restano sempre sullo sfondo, ma concentrando lʼattenzione sugli uomini e sul paesaggio. Incontra vecchi amici, se ne fa dei nuovi, li perde (perché vengono fucilati o muoiono in battaglia), lambisce alcuni amori, cerca disperatamente di parlare di letteratura e di filosofia, di portarsi con sé la sua cultura umanistica. Anche lui, come il Partigiano Johnny, si ritrova solo nel lungo inverno del 1944: in fuga, affamato, senza scarpe sopravvive a stento, ma il tutto sembra un sogno. > Camminavo, col paesaggio che veniva fuori a pezzi e bocconi e faceva lʼeffetto di muoversi. (...) Poi la luna fa un lungo salto a pesce nel cielo, la sua luce color mandarino si decanta; sono in piedi e sto in piedi, cammino sulla strada tra le case di Frizzòn, batto alla prima porta. (...) In questa casa non cʼè nessuno. Sono tutti morti. Aprimi almeno tu! Sono morta anchʼio. (...) Aspetto la bara che venga a portarmi via . Pur abbandonato (sarà salvato dalla Rosina, una giovane contadina) il protagonista vive come in un lungo viaggio, reale ed ideale, per le montagne venete, al ciglio delle colline e delle pianure. E spesso lo sovrasta un sentimento di meraviglia, come quando vede dallʼalto > i torrenti, le strade, i paesi riconoscibili a uno a uno in una specie di grande lago; tutto era di smalto e dʼoro, (...) e per un poʼ mi venne una specie di emozione che non mi aspettavo, come se uno viaggiando in Cina si affacciasse a una valle remota, e gli apparisse, lì sotto Thiene, il fumo di Schio, e le montagnole sotto le quali cʼè il suo paese, casa sua . Lʼatmosfera soffusa e delicata è il pregio fondamentale del romanzo: essa è il frutto di uno stile narrativo e di un approccio, volutamente perseguito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la scrittura è di impronta umanistica, tradizionale, colta ed elitaria; ma la retorica tipicamente italiana è ripulita dei suoi fronzoli, è resa frugale ed essenziale; in tal modo si esaltano la fluidità del periodo e la ricchezza dei vocaboli e delle espressioni. Il romanzo è una sorta di rimembranza e quindi giustamente lʼautore non intende fare una cronaca degli avvenimenti, ma li vuole narrare con la lente della memoria, che dà forma a singoli pezzi, guardandoli dalla prospettiva di chi li vede ormai lontani, come in una nebbia. con un sentimento di tenerezza, ma anche di lieve distacco. Ed è questo il tratto peculiare del romanzo, che lo rende affascinante. Questa scelta, che dà più importanza alle sensazioni che agli avvenimenti, rende a tratti noioso il racconto, perché va a scapito del ritmo e dellʼapprofondimento dei personaggi. Perché leggerlo? È bello perdersi nella sua atmosfera.
Il porto dell'amore
Non so se esista nella nostra letteratura qualcosa di simile al racconto di Thomas Mann: «La morte a Venezia» (vedi la recensione su questo sito). Il breve scritto di Comisso riprende molto dell'atmosfera del capolavoro del grande scrittore tedesco. Si percepisce la medesima onirica attesa di un disfacimento, voluttuosa e malinconica. Siamo a Fiume, tra il 1919 e il 1920: la città, dolcissima del profumo del gelsomino, era illuminata > dai barbagli del mare e sui pendii i frutteti luccicavano di fiori,(...) sul mare alcune vele illuminate dal sole.(...) Il tepore del sole corrispondeva alla languidezza del corpo che il buon cibo ricreava. Godevo di piaceri indefiniti... Come non ricordare «le notti tiepidi» di piazza San Marco e la «morbida e lussuosa dolcezza» che aveva avvinto il vecchio scrittore, andato a morire a Venezia? Comisso narra con languida nostalgia la sua breve avventura fiumana, e lo fa con una serie di ritratti, pervasi da una «noia immensa» e dall'idea dannunziana che «tutto nel mondo aspira all'amore». E' un percorso metaforico per i sentieri della giovinezza: l'accoglienza tradita, l'amicizia tra uomini, la passione per la donna croata («vieni con me, l'Italia è nell'amore» le dice Comisso), la torbida attrazione per la donna in sfacelo ( > la pelle appassita, le rughe, gli occhi foschi, le mani adunche, la figura sformata, la bocca arida e i denti anneriti ) sino alla figura del gobbo, ruffiano grottesco > sorrideva alla nostra smania e godeva portarla fino a un punto esasperante.(...) Fremevo d'impazienza. L'idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all'amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d'adolescenza fossero realizzabili nella vita . E come Thomas Mann si lascia andare a visioni fantastiche, dove Venezia è > metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi fiorì un voluttuoso rigoglio, (...) note cullanti e carezzevolmente languorose , così una grotta carsica trascina Comisso > in una situazione di sogno angoscioso, immaginavo che una massa d'acqua scatenata dovesse venirmi a travolgere contro le pareti soffocandomi e stritolandomi.(...) Come potrà tale perfezione durare e come potremo trovarne d'uguali?(...) Il terreno era cosparso di innumerevoli api morte e quella strage mi dava presagio anche d'una mia fine, quale conseguenza di un'estate troppo avidamente vissuta . L'esercito italiano pose fine all'avventura fiumana e a Comisso non restò che la nausea. > Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti . Nel racconto giovanile di Comisso c'è molto dei poeti crepuscolari; leggendolo tornano in mente i versi di Guido Gozzano: > cuore che non fioristi, è vano che t'affretti/verso miraggi schietti in orti meno tristi;/tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,/gettare i sogni sparsi per una vita nuova (Da i colloqui «le due strade»). Lungi da essere premonitrice del fascismo, l'avventura fiumana fu un esperimento di libero amore, con il quale una gioventù borghese, segnata dalla violenza della prima guerra mondiale, cercava disperatamente di vivere, di non tornare all'opaca vita piccolo borghese perseguendo una sorta di rivoluzione dei costumi e delle coscienze. Comisso narra questo sogno infranto: non resta che il fascismo per illudersi di liberarsi dalla prosaica Italia giolittiana. «Il porto dell'amore» è un'opera giovanile, «pullulante di insofferenze per la grammatica» come osserva Rolando Damiani nella prefazione alla raccolta delle opere dell'autore; ed è proprio in queste improprietà grammaticali il segreto del fascino di Comisso. L'autore usa una lingua che mescola forme auliche, classicheggianti ed eleganti, con invasioni del parlato e del dialetto. Ne deriva una lettura singolare, attraente e misteriosa; come disse Montale, «un suono esatto e leggero delle parole», che dà un indecifrabile senso di grazia. Perché leggerlo? Meravigliosamente languido.
Quinchotte
> Perché a me par vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno; e che quel sonno sia la mia vita presente (Camillo Sbarbaro). In un mondo che va in frantumi è possibile salvarsi con la fantasia, creandosi un'altra realtà? E così facendo sfuggire alla morte? Rushdie cerca di rispondere a questa domanda con un grande affresco: al centro ci sono le fonti dell'illusione della nostra epoca, quelle che ci fanno credere che «tutto possa accadere»: la televisione, il cinema, i nuovi media e così via; c'è poi un racconto di un modesto autore di thriller: un anziano venditore di farmaci oppiacei è un moderno Don Chischiotte, dal nome evocativo Quinchotte, che si mette in marcia per le strade d'America per conquistare il cuore di una star della televisione; dopo c'è l'Autore, guarda caso uno scrittore anglo indiano, il quale via via che costruisce la storia capisce che Quinchotte, > il solitario in cerca dell'amore, il perdente nessuno che credeva capace da solo di vincere il cuore di una regina, era stato con lui tutta la vita, un ombra di se stesso, intravista talvolta di sbieco con la quale non aveva avuto coraggio di confrontarsi ; ed infine Rushdie stesso, che cerca di estraniarsi dal presente, così inquietante ed ambiguo, per legare passato e futuro e vincere in tal modo la morte. Nella cornice esterna di questo affresco a cerchi concentrici si rinnova la «grande partizione», tema dominante dell'autore indiano: il cambiamento climatico distrugge la terra e pregiudica la sopravvivenza, il populismo avanza vittorioso con le sue facili ricette, il razzismo e la violenza si diffondono, la Gran Bretagna si sta disgregando, città un tempo aperte e tolleranti come Londra si chiudono rancorose e diffidenti, gli ancoraggi di un esule come Rushdie si dissolvono: > il mondo non ha più a lungo un fine eccetto che tu debba finire il tuo libro. Quando lo hai fatto, le stelle inizieranno a svanire . Questo grande affresco, una sorta di testamento, non poteva che andare a scapito del racconto: esso si frammenta in mille rivoli, ci si perde nelle parentesi anche filosofiche, si è oppressi da una prolissità tipica di Rushdie, ma in questo caso non sostenuta da una scrittura sorprendente. Il filone narrativo più intrigante è quello costituito da Quinchotte. Mentre viaggia per le strade d'America gli si affianca il figlio che avrebbe voluto, Sancho, prima in forma incorporea, poi con una sua materialità per l'intervento della Fata Turchina e del Grillo Parlante. Nuovo Pinocchio, Sancho ha una sua individualità ma deve farsi una coscienza; non vorrà e quindi svanirà nel nulla: ossia solo l'etica ci dà vera vita. Nel frattempo un miliardario stravagante propone in televisione una «porta» verso un' altra dimensione per salvarsi dal disastro climatico. Quinchotte ha quindi uno scopo: portare la donna amata in un altro mondo, salvarla. Ma tutto questo è reale pur nella finzione o solo il frutto degli oppiacei che pervadono ormai nella nostra società? Probabilmente sono allucinazioni con le quali si crede di sopravvivere, di poter non fare nulla mentre si va verso la catastrofe. Insieme con la donna amata, Quinchotte si getta con coraggio attraverso la porta, ma si ritrova nella realtà irrealtà dell'Autore, realtà destinata a scomparire con la fine del libro, come succede a tutte le storie di fantasia. > L'uomo microscopico, la creatura dell'immaginazione dell'Autore, aveva brillantemente fatto l'impossibile e aveva congiunto i due mondi, aveva attraversato dal mondo della fantasia al mondo reale dell'Autore (...) Fermati gridò l'Autore, sapendo che cosa sarebbe accaduto subito dopo, la cosa che non poteva fermare, poiché l'aveva già scritta; era già accaduta, così non poteva impedire che accadesse. Il suo cuore batteva, come se potesse separarsi dal petto. Ogni cosa stava arrivando ad una conclusione. Rushdie > non poteva impedire la fine del mondo né la morte dell'Autore né la fine di due preziose, anche se piccole, vite umane . Quanti argomenti vuole trattare il grande scrittore indiano! E' come se tutta la sua vita gli sia davanti e lui abbia voluto ripercorrerla con una storia sbalorditiva: la grande letteratura che l'ha ispirato, le vicende della sua famiglia e del suo paese, l'angoscia dell'esistente, il piacere della fiction, anche televisiva. E' come se volesse strappare un velo e mediante il reale - irreale metterci dinanzi al nostro destino, l'estinzione della specie umana, la morte individuale. Certo ci prende la nostalgia per ciò che il racconto non è riuscito a dare, l'incredibile storia del Don Chisciotte moderno: quanti di noi vorremmo avere il coraggio di questo strambo vecchietto, tele dipendente ed eppure saggio, per gettarci anche noi in una inverosimile storia d'amore con una star! Se tutto può accadere.... Siamo stati abituati ad una scrittura barocca, dannunziana e travolgente; invece siano dinanzi ad uno stile piatto, facilmente leggibile ma prosaico e banale, come quello di altri scrittori. Talvolta ritorna il grande Rushdie. Dinanzi all'eventualità prospettata da Sancho che la donna amata non voglia il vecchio scapolo, così si indigna Quinchotte, gridando. > Che domanda è questa? (...) E' la domanda di un ignorante. E' l'inchiesta di un mandrillo cercando di parlare inglese. E' lo sputacchio di un pesce fuori dall'acqua. E' il ballo di una ameba che pensa di essere un essere umano. E' un insulto alla grandezza della mia ricerca...
Racconti
Il libro raccoglie i racconti di Cesare Pavese tra il 1936 e il 1946. Molti di essi sono già stati pubblicati, principalmente nel volume Fiera dʼAgosto, altri invece sono inediti, talvolta incompiuti. Sono gli anni del carcere e del confino dellʼautore, della guerra partigiana e dei primi anni del dopoguerra. I primi racconti hanno la struttura di piccoli romanzi con unʼattenzione per i personaggi e il contesto, che non si ritrova, poi, nelle narrazioni del dopoguerra, che diventano più brevi, maggiormente riflessive, sempre più introspettive. Già in «Terra dʼesilio», con il quale si apre la rassegna, il protagonista, «sbalzato per strane vicende di lavoro proprio in fondo allʼItalia», palesa uno dei filoni conduttori dei racconti: il senso di estraniamento e di attesa, che nasce dalla contemplazione della natura, del mare e della collina. > Laggiù cʼera il mare. Un mare remoto e slavato, che ancor oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. Là finiva ogni terra su spiagge brulle e basse, unʼimmensità vaga.... avrei voluto tutto vuoto oltre quella balza disumana . Lo stile è asciutto, eppure già simbolico. Via via che si prosegue con i racconti, si può seguire lʼevolversi della scrittura e del mondo espressivo dellʼautore, sino al capolavoro della rassegna: «Villa in collina». Il protagonista è stato invitato ad un ricevimento nella villa, che frequentava da ragazzo. La narrazione ruota intorno ad un suo amore mai corrisposto, quello per Ginia, fatua, incantatrice e traditrice ad un tempo, ma mai colpevole. Lʼincipit del racconto è magistrale. > Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti. Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità mi faceva ora soltanto lʼeffetto di un simbolo del passato. Ma non erano simboli la brezza della sera e lʼodore di quella terra. Qui ritrovavo corporalmente lʼatmosfera della mia gioventù, perché queste cose non le avevo mai dimenticate, ma in lontane campagne o nei viali della città, tante volte avevo fiutato lʼaria riassaporando altri tempi . Il ritorno al mondo della gioventù, così ricco di attese, si rivela una delusione, perché Ginia si muove ormai nellʼambito di una rete di relazioni a lui estranea. Non gli resta che allontanarsi > senza ricordi, rispondendo appena ai discorsi, anelando allʼistante che sarei stato solo . La memoria, la nostalgia, la ricerca della solitudine diventano, nei racconti successivi, una «dolce cattività» ( come dice Montale in Riviere), nella quale lʼautore resta imbrigliato in termini sempre più esistenziali. Un bellissimo breve racconto, «Il campo di granturco», è lʼoccasione per lʼautore per una riflessione su sé stesso, perché spesso «certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali» Un giorno doveva aver incontrato questo campo di granturco, anche se non si ricordava, ma > ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata.... cʼera in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia, seducente come le colline . Ma se in questo racconto cʼè ancora il senso di un futuro, in uno degli ultimi subentra solo la disperazione. In «Risveglio», il protagonista non risponde alla domanda dellʼamico su che cosa farà il giorno successivo. Si limita soltanto a voltarsi e a camminare, abbondonato a sé stesso. > Nulla poteva ormai abolire la realtà miserevole della mia esistenza... decisi allora di attendere il giorno per le strade.... giacché tutta la città era deserta e il cigolio di qualche carro lontano non era cosa di città ma di campagna . Come è stato notato da molti critici, i personaggi dei racconti sono dei «vinti», ai quali la sconfitta non impedisce, tuttavia, di conservarsi unʼidea mitica e smisurata della vita stessa. Essa risiede nel paesaggio delle colline e nellʼattesa vagheggiata del mare, mentre il contesto sociale e i diversi personaggi svaniscono sempre più nel sottofondo, come comprimari dellʼunico colloquio realmente importante, quello tra lʼautore e la natura. Lʼabilità stilistica di Pavese è di muoversi verso una dimensione lirica e figurativa, pur conservando una scrittura asciutta, apparentemente realista. Perché leggerlo? Non tutti i racconti sono ovviamente allo stesso livello, ma quelli riportati sono sufficienti per dedicare del tempo alla lettura.
Racconti romani
Nel racconto «Casa Luminosa» una giovane famiglia di migranti è venuta a Roma e crede di avere trovato una casa dove vivere serenamente; ma i vicini, aizzati dalle «donne-corvo», insultano e minacciano l'innocua copia di sposi. La moglie torna al paese natale e il marito resta in Italia. Va in un bar e vede un signore bere tranquillo un chinotto. > Devo dire che ero un po' stupito e anche forse un po' invidioso di uno che si sentiva così a casa in quel locale, che se ne fregava delle barriere, che non aveva paura di rompere le scatole. Osservandolo avevo capito quanto mi ero sentito, in tutta la mia vita, o un intruso o di passaggio. Il tema del viandante senza più un suo luogo è il filo conduttore di questa raccolta di racconti, che più della prosa di Moravia, che riecheggia nel titolo, richiama quella di Mario Soldati (si vedano in questo sito le recensioni dei romanzi di questo scrittore e in particolare «l'Attore») e la claustrofobica atmosfera dei «Sessanta racconti» di Dino Buzzati (pure questi recensiti in questo sito). L'intruso non è solo il migrante; siamo noi tutti, isolati e dispersi in una Roma «tra inferno e paradiso». I protagonisti dello splendido racconto «La scalinata» (snodo della raccolta) sono tutti i dispersi della nostra società. «La madre» sale la scalinata di primo mattino > e tira fuori il cellulare dalla borsa per scattare l'ennesima foto del panorama. La invia subito a suo figlio, (...) vive con i nonni in un altro continente, in una città umida piena di corvi e palme e polvere. «La vedova» > che scende la scalinata in tarda mattinata ha paura del vetro frantumato e stenta a posizionare i piedi. (...) Si sente inoltre aggredita da tutto quello che scrivono con le bombolette sui muri che fiancheggiano i gradini. «L'espatriata» > che, all'ora di pranzo, corre svelta sulla scalinata sarà operata il giorno dopo. (...) Avrebbe preferito tornate nella sua città natale, (...) ma sarebbe troppo difficile da organizzare. «La ragazza», > che scende la scalinata alle due di pomeriggio è circondata da tante altre ragazze. (...) Solo che questa ragazza non mette come le altre le minigonne che sembrano paralumi morbidi.(...) Ogni giorno, per due minuti o tre, (...) si fonde a loro insaputa all'organismo collettivo, alle braccia, alle gambe lisce e scoperte, ai capelli sciolti, e immagina temporaneamente di essere una di loro. I «due fratelli», che si siedono sulla scalinata verso il tramonto a bere una birra, scoprono che il padre va a vivere con un amico e dell'infanzia non resta che un nostalgico ricordo. «Lo sceneggiatore», che abita in un palazzo a ridosso della scalinata, e che solo d'estate (la moglie al mare) vaga per la Roma meravigliosa di Pasolini, finisce aggredito sui gradini della scalinata. Come si pone la scrittrice, che vive tra l'America e l'Italia, rispetto a questi esiliati e a una Roma lucente ma repulsiva, dove tutti si sentono stranieri? Come Manto, la «vergine cruda», cantata da Dante nel canto Ventesimo dell'Inferno, la scrittrice è condannata a «fecer malie con erbe e con imago» (verso 123 del Canto), non per profetizzare il futuro ma per restare imprigionata nella rimembranza, come gli indovini di Dante che camminano con la testa voltata all'indietro. Nel racconto finale, «Dante Alighieri» (titolo evocativo dell'amore per la nostra lingua), esce allo scoperto l'io della narratrice. Mentre l'aereo scende verso Fiumicino, la scrittrice rivede la sua vita come dall'alto, torna con la mente alla letterina ingenua e disperata del suo primo innamorato, che sulla busta scrisse «Dante Alighieri», forse a indicare che lei era la sua Beatrice. Perché, pensa la scrittrice, riaffiorano i ricordi, proprio quando > la pelle si è assottigliata? E perché proprio a Roma, > oramai piena di cose rotte, sbagliate, piagate, buttate, defunte, ma non ce la faccio a recidere i fili? Jhumpa Lahiri è una grande scrittrice angla bengalese (in questo sito si può leggere «The Nickname»); ha curato una interessante e ampia antologia di racconti italiani, che spaziano da Verga a Tabucchi (si veda la recensione di «Racconti italiani» in questo sito). Proprio dalla scelta dei racconti e degli autori, spesso non menzionati nei manuali scolastici, emerge l'attenzione dell'autrice per i «diversi» e per la «fantasticheria». E' un tratto che si ritrova pure nei «Racconti romani», che raccoglie e riordina molti scritti già pubblicati in riviste. Dapprima la scrittura di Lahiri è timida e talvolta incerta, poi diviene sempre più sicura, con una sintassi articolata e una ricca aggettivazione: uno stile che nasce senza dubbio dalla lettura attenta dei nostri classici, in particolare di Dante. D'altra parte pure in inglese Lahiri non è un'autrice essenziale e minimalista, ama invece l'eleganza e la ricerca delle parole, forse pure per questo si è innamorata della nostra lingua. Perché leggerlo? intenso e piacevole.
La ragazza di Bube
In una celebre ballata Guido Cavalcanti canta le pene d' amore: «questo (è) tormento disperato e fero,/ch strugg' e dole e 'incende ed amereggia». L'amore non porta la felicità, soprattutto se > Trovar non posso a cui pietate cheggia,/mercé di quel signore/che gira la fortuna del dolore . Questo stato dell'animo è descritto con malinconica dolcezza da Cassola, e lo fa dal punto di vista di una ragazzetta, in una misera famiglia operaia di una cittadina della Toscana appena liberata dai nazi-fascisti nel 1944. Non è importante l'ambiente, e più utile inoltrarsi nella scoperta dell'amore di un'adolescente, raccontata con una sensibilità sorprendentemente femminile. Mara è figlia di un muratore «scansafatiche» e di una madre affettiva, sconvolta dalla morte del figlio Sante, ucciso dai nazi-fascisti. Ed è proprio Bube, partigiano e amico del fratello, che cambia la vita di Mara, ancora ai primi corteggiamenti. Il ragazzo è venuto a far visita al padre di Mara, esponente del locale partito comunista. La ragazza è attratta dal ritroso Bube, con l'aureola di uomo già fatto ma timido e goffo. Mara > era abituata a fantasticare, e fare lunghi discorsi da sola. (...) Bube: non le piaceva troppo quel nome. (...) > lo chiamerò...Bruno, Bruno è un bel nome, e poi a lui gli sta bene, perché è bruno davvero . E quando le regala dei tacchi alti, si sente più bella, e le eccita di esser sola col fidanzato. > Allora Mara gli disse: > come sarebbe bello ballare io e te! Tutti direbbero che bella coppia! (...) Si baciarono. (...) Egli la baciò parecchie volte: ogni volta premendo più forte le labbra su quelle di lei, (...) se lui avesse voluto prenderla, avrebbe potuto farlo, perché lei era come senza forze. (...) No Bubino, no; ora, no; ora basta«. Potrebbe essere la solita languida storia tra fidanzati quando irrompe»la fortuna del dolore > . Bube, spinto dai compagni, uccide un maresciallo e il figlio di questo. Si nasconde in un casolare di campagna portandosi con sé Mara; da qui è costretto a rifugiarsi in Francia per scappare alla polizia italiana. Mara va a servire in città presso una famiglia. Il ricordo di Bube si sfuma nella mente, ma lei si sente un'altra. > Le piccole vanità di un tempo, i battibecchi con la cugina, i chiacchiericci con le amiche, la facevano sorridere di commiserazione, quando ci ripensava. (...) Si specchiava nelle vetrine: ma non più per vanità di constatare che aveva un corpo ben fatto e un viso grazioso. La figura che compariva per un attimo sulla lastra di vetro era un'immagine tragica, dolorosa. E' come se il legame con Bube, con quel ragazzo imprudente e nervoso, la trascinasse verso un inevitabile destino. E pure la relazione con Stefano, un operaio ponderato e istruito, non è sufficiente a spingere Mara a rompere con Bube, rottura che i genitori invitano a compiere. Il ragazzo è stato arrestato, è in carcere in attesa del processo. Mara va a colloquio in prigione, le è detto che deve andarci da sola. > No, sola no... rinuncio > , stava per dire Mara, ma subitamente sentì una forza straordinaria invaderla tutta; alzò fieramente la testa, e disse: Va bene, vado sola > . (...) Non avrebbe saputo darle un nome, ma sapeva che era irresistibile: che spezzava via ogni timore, ogni esitazione; che la rendeva calma e sicura di sé e indifferente a ogni cosa che non fosse l'adempimento del suo dovere... (...) Ecco, era così: lei era la ragazza di Bube. Pare che Pasolini si fosse riferito a Cassola quando nella sua orazione In morte del realismo > disse che > a quella ingratitudine (di Cassola), più che alla ferita (il pugnale di Tomasi di Lampedusa)/il realismo chinò il capo, arreso. Il romanzo di Cassola sollevò a suo tempo polemiche nel mondo culturale e forti critiche da parte della poetica neorealista; venne accusato di essere una storia dolciastra, che parlava di vicende banali e di personaggi ordinari. In realtà, il romanzo parla di piccoli sentimenti che diventano caparbiamente forti quando devono affrontare le grandi e dolorose vicende della vita. Ragazza desiderosa di un semplice e lieto amore, dinanzi agli avvenimenti, riconoscendo a Bube le sue colpe e pure la sua innocenza di ragazzo, Mara si rivela donna coraggiosa e decisa, consapevole del peso del ruolo che si è assunta. Mara è un eroe discreto > , lotta per un ideale di fedeltà sino al sacrificio. La scrittura di Cassola è stata definita nitida e comunicativa", capace di alternare dialoghi serrati ad approfondimenti psicologici raffinati ma semplici, facilmente comprensibili. La trama è costruita in forma romanzesca, senza che ci siano momenti di caduta nel ritmo. Si percepiscono, sotto il bell'italiano, uno scorrere del periodare fluido ma troppo facile, una povertà lessicale (mancano modi di dire e parole toscaneggianti), una banalizzazione della lingua, che fa trasparire un certo infantilismo letterario. Che il tutto sia voluto o no, ha poca importanza: il romanzo avrà una grande influenza sulla narrativa italiana del Secondo Novecento e verrà usato come testo di lettura nella nuova scuola dell'obbligo. Ancora oggi, è un romanzo che potrebbe essere letto dagli adolescenti. Perché leggerlo? Stilisticamente piacevole, bella la figura di Mara.
Ragionevoli dubbi
Lʼavvocato Guerrieri è stato appena abbandonato dalla fidanzata, quando viene chiesto di difendere in appello una persona, Paolicelli, già condannata in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti. Dal nome Guerrieri si ricorda che si tratta un ex-picchiatore fascista, che ha partecipato al suo pestaggio negli anni studenteschi. Per questo motivo è incerto se assumere il caso, ma lʼincontro con la splendida moglie dellʼaccusato e un pò la sensazione che la persona sia innocente, lo spinge a prenderne la difesa. Inizia la ricerca di prove che possano dimostrare che i trafficanti hanno usato la vettura del Paolicelli a sua insaputa, per il trasporto di stupefacenti. Nel frattempo Guerrieri ha una relazione con la moglie del Paolicelli e si trova in una situazione ambigua: da un lato avrebbe tutto lʼinteresse a vedere confermata la condanna del Paolicelli così da poter continuare la relazione e vendicarsi del vecchio pestaggio, dallʼaltro lato il dovere professionale e la crescente consapevolezza dellʼinnocenza del suo assistito lo spingono ad impegnarsi sempre più nella raccolta delle prove da portare a difesa. Si arriva quindi al processo in appello, dove Guerrieri manifesta tutta la sua capacità a condurre lʼinterrogatorio dei veri colpevoli e a dimostrare ai giudici che esiste il ragionevole dubbio dellʼinnocenza di Paolicelli. Il successo lascia tuttavia Guerrieri di nuovo solo. Il romanzo si sviluppa nel continuo alternarsi tra la storia poliziesca e le vicende personali del Guerrieri, con riflessioni anche amare sulla povertà esistenziale di una vita condotta tra tribunali, libri e relazioni sentimentali mai concluse con la costruzione di una famiglia. La parte migliore del libro è costituita dalle scene del processo, dove emerge in modo evidente lʼesperienza dellʼautore, che di professione è un magistrato. La mancanza di sorprese e i riferimenti un pò ritualistici ai problemi esistenziali e sentimentali del protagonista non aiutano la vivacità del racconto, che diviene, alla fine, scontato. Il dilemma morale del Guerrieri ( lasciar condannare Paolicelli o difenderlo in modo da provarne lʼinnocenza) è sviluppato in modo superficiale senza che sia chiaro il conflitto interiore del protagonista. Perché leggerlo? È piacevole, scritto molto bene e sono interessanti le pagine dedicate al dibattimento presso il tribunale.
Il Secondo Cerchio
Il libro raccoglie quattro racconti di giovani scrittori russi, che erano bambini quando è crollata lʼUnione Sovietica e sono, quindi, del tutto estranei ai temi ereditati dal crollo dellʼimpero. I racconti hanno stili e contenuti totalmente differenti, ma hanno un comune oggetto: «la ricerca di qualche cosa che ci manca», come conclude Vladim, il protagonista della breve storia di Savelyev, la più riuscita delle quattro. «Salam Dalgat» di Alisa Ganieva è ambientato in una città del Caucaso. Dalgat, un giovane studente «magro come uno stecco», è alla ricerca di un parente e ciò lo porta attraverso la città: al mercato, nelle squallide periferie, ad un matrimonio. Dappertutto si imbatte nella desolazione, nella violenza gratuita e nel costante contrasto tra tradizione e modernità. Quanto è lontano tutto questo dalla retorica ufficiale che vorrebbe dare unʼimmagine luminosa e virtuosa delle terre e del popolo del Caucaso! Nel suo errare Dalgat incontra un uomo che gli vuole far leggere un libro che parla di come è stata distrutta la nazione caucasica, le sue lingue, i suoi canti, le sue poesie secolari. Ma quando il giovane gli chiede di che cosa parla il libro, lʼuomo risponde con un sorriso: «niente di speciale, sciocchezze». Se lo stile di Ganieva è ancora profondamente russo, quello di Igor Savelyev, è minimalista, essenziale. La sua «Città Pallida» parla del mondo dellʼautostop. I protagonisti sono dei giovani che vagano per la grande Russia senza un vero scopo, se non quello di fuggire dai genitori, dalla vita borghese. Vladim, nel suo peregrinare, trova ospitalità per la notte ad Ufo, una delle tante città al limite degli Urali, presso uno studente fuori corso. Qui incontra una ragazza, Nastja, anchʼessa autostoppista. Nasce una breve storia dʼamore, che il ragazzo vorrebbe continuare, ma Nastja > si accalorava.... non mi importa dove andare (dice), purché sia lontano da casa... ho bisogno di posti nuovi dove fermarmi poco.... conoscenze occasionali, persone che appaiono e spariscono . Ed allora non resta che rimettersi sulla strada alla ricerca di quellʼ «acuto senso di solitudine che non è possibile trovare nella vita normale». «Il bambino perduto» di Anna Lavrinenko è un racconto delicato, sentimentale, anche psicologico, ma dietro lʼapparente normalità narrativa si nasconde un paradosso: il protagonista, un operatore di call center, è convinto di essere stato abbandonato da sua madre allʼetà di cinque anni. Questo pensiero, ma è vero che è stato lasciato?, lo ha perseguitato per trentʼanni, ma forse non è necessario un fatto così grandioso per dare un senso alla vita. > Forse basta semplicemente dimenticarsi le chiavi, sedersi in una tromba delle scale deserta . Infine, «Alta pressione» di Aleksej Lukjanov ci riporta, in modo surreale, allo squallore della vita politica attuale. Alcuni operai lavorano stancamente in una officina ferroviaria, quando si accorgono, giorno dopo giorno, che non funzionano più i telefoni, internet e tutti i mezzi di comunicazione. Il governo cerca di rimediare con un progetto assurdo: la radiodiffusione a vapore. Ma ciò non arresta il disfacimento, anche le parole importanti ( «sacramentali») cominciano a mancare. Tutti vogliono scappare in occidente, ma i treni sono troppo affollati.Il futuro potrebbe essere di desolazione, di povertà e di solitudine, se non fosse che il ciclo delle stagioni continua. > Era tornato il verde e alcune reti commerciali si erano autoliquidate in tutta fretta.... e così la fame non arrivò . Ad un certo punto, il governo, tramite la radiodiffusione a vapore, comunica che si è stancato dei cittadini, troppo ignoranti per comprenderlo, e ha deciso di abbandonarli al loro destino. Esplode la radiodiffusione a vapore ma ritornano le parole e si è finalmente liberi. Ma siano in Italia o in Russia? I racconti sono scritti molto bene e affrontano temi generali, tipici della società odierna: il disorientamento della gioventù ma anche la volontà di costruirsi da soli il futuro, autonomamente e con le proprie forze. Le storie non si concludono, restano sospese ed incerte, ma è ciò che abbiamo dinanzi: non ci sono più sicurezze. Perché leggerlo? La lettura è piacevole e i temi sono convincenti ed intriganti.
Sogni all'alba del ciclista urbano
Il romanzo si avvia nei primi capitoli con due storie apparentemente parallele. Da un lato vengono raccontati gli episodi più significativi di un adolescente, del suo gruppo di amici e del suo quartiere di Porto Allegre. Il ragazzo ricerca continuamente il rischio, ma non riesce a dimostrare il vero coraggio: così, non aiuta un amico che viene ucciso da una banda rivale. Emerge nel ragazzo la propensione a ricercare le avventure e una vita da super eroe nel mondo della fantasia sino al punto di crearsi ferite e farsi del male così da dimostrare di essere in grado di sopportare il dolore e di avere subìto vicende straordinarie. Dall’altro lato c’è un chirurgo plastico di successo che deve partire per la conquista di una cima inviolata con un amico scalatore. Mentre va a prendere l’amico ritorna nel suo vecchio quartiere e ci si accorge che il chirurgo non è altro che l’adolescente diventato adulto. Ritornano quindi i ricordi dell’adolescenza, partecipa a una rissa per salvare un ragazzo, incontra nuovamente unʼamica, con la quale aveva condiviso le fantasie da ragazzo, e capisce che «vivere, invece, non aveva niente di eroico». Era vissuto > in un limbo permanente tra innocenza ed eroismo, abitato da proiezioni fantasmagoriche di se stesso, lievemente distorte da quello che gli sarebbe piaciuto essere stato in passato o diventare in futuro . È finalmente diventato adulto. Il romanzo affronta diversi temi. Il primo di questi è la ricerca dell’autenticità della vita, ossia di una vita veramente vissuta, solo attraverso fatti straordinari, con i quali mettere in risalto il proprio coraggio, la propria virilità. Non si vive se non si è super eroi. > Sono ragazzi che vivono l’apice dell’illusione umana dell’invincibilità, sedotti dall’opportunità di mettere a prova il loro vigore fisico e vendicarsi dell’ingiustizia cosmica di essere nati . L’evidenza della falsità di questa visione della vita emerge solo quando il protagonista non ha il coraggio di aiutare l’amico, ossia non dimostra la vera capacità di essere uomo. Il tema dominante del libro è, tuttavia, il rapporto con il proprio corpo e il processo di alienazione con il quale da protagonisti si diventa spettatori di se stessi, come al cinema. Il protagonista percepisce la realtà dei propri sentimenti solo se essi si trasferiscono in una modificazione del corpo. Questa iniziazione comincia sin da bambino quando davanti allo specchio, nel bagno di casa, utilizza dei pennarelli per simulare il sangue e le ferite sul proprio corpo, si sviluppa con veri incidenti, ricercati proprio per farsi del male, e finisce nella sua scelta professionale, ossia quella di essere un chirurgo plastico. Così come nel momento dell’iniziazione, il protagonista si vede come uno spettatore di un film. > C’è sangue sul suo volto, una ferita terribile all’occhio, un’altra al braccio, e lui che si trascina fuori dal veicolo sulla sabbia bollente, la sabbia che si incolla al suo sangue, gli spettatori correvano a prestare soccorso all’eroe del film. Il suo film. La scena rasentava la perfezione. Il trucco non avrebbe potuto essere più realistico. Che bella cosa il sangue, pensò prima di svenire . > Lui iniziò a vedere la cosa dall’esterno, come una telecamera piazzata sul soffitto. La maledetta telecamera che era la sua unica amante. A volte la telecamera spuntava fuori negli istanti cruciali della sua esistenza: era come se lui stesso, si staccasse dal corpo per diventare l’osservatore. C’era lui dietro alla telecamera, che usciva di scena, attraversava la membrana tra realtà e fantasia e sceglieva una sedia nella platea vuota di un cinema buio . Il romanzo è molto piacevole. La scrittura varia da uno stile neo modernista (periodi lunghi, quasi dei soliloqui) a una conversazione sintetica e molto efficace. Molto efficace si presenta anche la descrizione degli ambienti e dei personaggi.
L'sola di Arturo
> Uno dei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene) che Arturo è una stella: la più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!. Così inizia la lunga ricerca dell'Amore da parte di Arturo Gerace: > un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta ; ricerca che aveva bisogno per svilupparsi di un luogo fatato come Procida: > un paese d'avventure, un giardino beato! , ma anche > una magione stregata e voluttuosa. Il romanzo racchiude in sé tre diverse nature, profondamente intrecciate tra loro: la narrativa, la fantastica e l'onirica. Arturo è rimasto orfano dalla nascita ed è stato allattato con latte di capra dal balio Silvestro. Cresce solitario in un Castello in rovina. Il padre è sempre in viaggio e il bambino scorrazza per l'isola e per le marine. Arturo vive libero ma malinconico, é appagato solo quando il padre è a casa. > La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l'assoluto regnante! (...Lui che avanzava risoluto, come una vela al vento, con la sua bionda testa forestiera, le labbra gonfie, e gli occhi duri, senza guardare nessuno in faccia. E io gli tenevo dietro, girando fieramente a destra e a sinistra i miei occhi mori, come a dire: «Procidani, passa mio padre!». L'innamoramento non è scalfito dai modi bruschi e severi che il padre ha nei confronti di Arturo, né è spezzato dall'arrivo della matrigna, una ragazza poco più vecchia di Arturo (allora quattordicenne), forse sposata per capriccio. Il ragazzo ha nei confronti della matrigna un rapporto che oscilla tra la gelosia e l'attrazione, proprie di un adolescente alle prime esperienze amorose e sempre alla ricerca di una figura materna. Un giorno, il padre torna a Procida insieme a un carcerato, che viene rinchiuso nel penitenziario dell'isola. L'uomo è taciturno, non vuole più passeggiare e andare in barca con il figlio, al contrario, scompare spesso per andare a cantare una serenata d'amore sotto la cella del carcerato. L'infatuazione di Arturo per il padre si dissolve dolorosamente, soprattutto quando lo sente definire una «Parodia» dal malizioso carcerato: una pietosa riproduzione di un uomo di mondo, di un grande viaggiatore, quando > sarà molto, se è arrivato fino a Benevento, o a Roma-Viterbo!. Arturo diviene adulto perché vede il padre nella sua vera natura, egoista e meschina: deve lasciare anche l'isola meravigliosa, troppo intrisa delle scorribande felici e delle attese trepidanti. L'adolescenza è finita, Arturo va alla scoperta del mondo, decide di andare in guerra. Fin qui siamo dinanzi a un romanzo di formazione, talvolta prolisso e banale. A renderlo originale e attraente sono gli aspetti fantastici e onirici della narrazione. Si pensi alla salita verso il Penitenziario, dietro al padre: le vie del borgo antico, le strade strette e arrampicate, le mura a picco sulle alte scogliere dell'isola, facevano apparire la Casa di Pena simile al > Castello dei Cavalieri di Siria; fiabeschi avventurieri (...) affollavano quel palazzo murato , e Arturo diveniva > un funereo Cavaliere Errante, (...) e le voci dell'abitato poco lontano (...) mi parevano voci di una stirpe infantile. Un episodio centrale del romanzo assume suggestioni fiabesche ed evocative di mondi lontani e favolosi, di storie narrate. Si pensi invece all'immagine della conchiglia, naturalismo sognante di un fenomeno celeste. > Fuori della finestra di mezzanotte, (...) si scorgeva una minuscola nube che, muovendosi sul turchino del cielo, in pochi istanti prese dapprima la forma di una conchiglia, poi d'una piccola mongolfiera, poi d'un cono gelato, poi d'una barba di vecchio, poi d'una ballerina. Realtà, fantasia e sogno si ibridano e i toni narrativi si sfumano; il romanzo assomiglia sempre meno ad un racconto di formazione (una sorta di Isola del Tesoro napoletana, si veda la recensione di Treasury Island in questo sito) e va sempre più invece assumendo le immagini e il ritmo di «Le Mille e una notte» (si veda la recensione in questo sito). Morante non cerca di dare un'impronta tradizionale al romanzo, come aveva tentato in «Menzogna e Sortilegio» del 1948 (vedi recensione in questo sito), la fantasia vola alta sin dalle prime pagine, da quell'incipit così stellato. Pur all'interno di uno stile meticoloso e apparentemente naturalistico, la narrazione è talmente onirica e fiabesca che fa sospettare un viaggio all'interno della coscienza. Già ne è una spia la scelta di Arturo come narratore, e quindi il punto di vista dell'io; poi il susseguirsi disordinato e invadente delle immagini, quasi frutto di sogni e visioni; infine i personaggi, che paiono stereotipi delle diverse parti della coscienza: la matrigna, figura animalesca ostinatamente fedele, il padre, caparbiamente egoista e ostile, il balio Silvestro a impersonare la figura della Madre e che torna a salvarlo, la malizia cattiva del carcerato, distruttore dell'Amore Assoluto. E' come se il protagonista (la Morante?) fosse in bilico, dinanzi a differenti direzioni da prendere, e infine sceglie il distacco: separazione anche dal luogo vagheggiato, dove si è nati e cresciuti. La narrazione procede con lentezza, attenta com'è a scandagliare l'animo del protagonista narratore dinanzi alle diverse situazioni che via via gli si pongono dinanzi. E' un continuo scavare, con descrizioni dettagliate, che sarebbero noiose se non fossero sorrette da una scrittura grammaticalmente raffinata, da un lessico vaporoso ed elegante, da una prevalente atmosfera di piacevolezza. Perché leggerlo? Affascinante, anche se a tratti prolisso.
Storia del nuovo cognome
Elena prosegue il racconto dellʼ amicizia con Lila. Il primo libro, «Lʼamica geniale», era terminato con il matrimonio di Lila con Stefano, il ricco salumiere. > Volevo tornare a sprofondare nel rione, essere comʼero stata. Volevo buttar via lo studio, i quaderni zeppi di esercizi. (...) Ciò che potevo diventare fuori dallʼombra di Lila non contava niente. Cosʼero al confronto con lei in abito da sposa, con lei nella decapottabile, il cappellino blu e il tailleur pastello? Questa riflessione di Elena non interrompe un percorso che conduce le due ragazze ad allontanarsi e continuamente a cercarsi. Che cosʼè per Elena la vita senza Lila? > Il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. (...) Con lei non volevo avere rapporti veri, solo ciao, frasi generiche. (...) Da un lato dicevo basta, dallʼaltro mi deprimevo allʼidea di non essere parte della sua vita, del suo modo dʼinventarsela . Elena continua a studiare, supera brillantemente la maturità classica, va alla Normale di Pisa, si laurea, scrive un romanzo, diviene una scrittrice. Tutta questa cultura non è altro che una maschera: > imparai a controllare la voce e i gesti.(...) Misi il più possibile sotto controllo lʼaccento napoletano. (...) A scuola avevo imparato a far credere che sapessi moltissimo . E soprattutto Elena si trovò «sterilizzata dallo studio», mettendo sotto controllo anche i sentimenti, le angosce, le stesse audacie. Alla ricerca del «travestimento migliore», leggendo alcuni quaderni di Lila si accorge che > la maschera portata così bene (...) era quasi faccia. Allʼimprovviso mi resi conto di quel quasi . (...) Dietro il quasi mi sembrò di vedere come stavano le cose. Avevo paura > . Sotto lʼapparente conquista della libertà si cela per Elena la perdita di una vita autentica. Per Lila, invece, le infelici vicende coniugali e sentimentali conducono ad una vita piena di avventure diverse e scriteriate > , ad una effettiva conquista della sua autonomia come persona e donna. Lila avverte subito come il matrimonio sia stato uno sbaglio: Stefano si rivela un uomo insensibile, volgare ed anche violento. La ragazza cerca disperatamente di ribellarsi e poi di accettare la vita coniugale, anche se così falsa e priva di amore. Durante una vacanza estiva incontra Nino, il giovane intellettuale, del quale è invaghita anche Elena. Se per questʼultima lʼamore per il giovane è ancora una storia adolescenziale, per Lila è una relazione travolgente, nella quale lʼattrazione fisica si intreccia con il desiderio di elevarsi culturalmente. Resta incinta, viene abbandonata da Nino e fa la follia, per il rione, di scappare, di andare a vivere da sola con il bambino, di lavorare, lei un tempo ricca e viziata, come operaia in un salumificio. Elena va a far visita allʼamica in fabbrica, vede il lurido ambiente di lavoro, è disgustata dal puzzo di grasso che (lʼamica) si portava addosso > . Vorrebbe parlarle del suo successo e invece viene a sapere che alla sera, dopo aver messo a dormire il bambino, Lila studia i linguaggi di programmazione: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni dʼogni giorno secondo due soli valori: zero e uno. Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio. Capii che ero arrivata fin là piena di superbia (...) ma lei (...) stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non cʼera alcunché da vincere, (...) e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dellʼuna echeggiare dentro il suono folle del cervello dellʼaltra". Lʼelevazione culturale di Elena, il suo italiano colto ed artefatto che sopprime il disonorevole dialetto dellʼinfanzia, i suoi amici istruiti e sofisticati sono una sorta di solvente che distilla il racconto; scompaiono gradualmente ma decisamente lʼambiente napoletano, la vivacità del rione, lʼautenticità della vita. È una perdita secca per la narrazione, tanto più che lʼautrice si prolunga, per circa 100 pagine, in un racconto minuzioso e prolisso delle vacanze estive delle due ragazze e della storia dellʼinnamoramento per Nino. È una regressione adolescenziale, non riscattata dallʼultima parte del libro: lʼintegrazione di Elena nella vita universitaria di Pisa e più in generale nella buona borghesia, la lotta di Lila per vivere compiutamente il suo amore per Nino, la rassegnazione e poi la fuga di Lila, ed infine le intense pagine finali. La scrittura, elegante, fluida, perfetta, sorregge lʼintera narrazione, troppo spesso prolissa e ridondante. Dà spessore ed originalità la sottointesa ma possente critica allʼistruzione scolastica, luogo di normalizzazione e di mascheramento. Perché leggerlo? Le due protagoniste avvincono, lo stile narrativo assolve una trama lenta e talvolta fiacca.
Le stragi delle Filippine
Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo «d'avventura e d'amore», che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di «La capitana del Yucatan» in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: > era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi. E che dire delle > svariate razze dell'Estremo Oriente: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi > di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione , ai cinesi, > colle loro facce color dei limoni maturi , sino ai malesi ( > dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere ), ai tagali, > dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al «Corsaro Nero» (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne ( > due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo ), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito. Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte. > Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella-. Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: > in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno , e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto. Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.
The Sympathizer
Non è stato facile recensire questo romanzo: i filoni narrativi sono numerosi, ricchi di riferimenti letterari, politici, filosofici, e per di più si susseguono sovrapponendosi così da creare un groviglio spesso indecifrabile, al quale è impegnativo dare un senso complessivo. E' più facile dire cosa non è il libro: l'oggetto non è la guerra del Vietnam, come hanno detto superficialmente numerosi critici (per questo bisogna leggere Matterhorn di Karl Marlantes, recensito in questo sito); l'autore non parla, o non lo fa prevalentemente, della condizione di chi fa parte di diverse storie e culture, in questo caso l'americana e la vietnamita (si legga «The Namesake» di Jumpa Lahiri, sempre in rikipedia), né, infine, il racconto è una critica politica alle tre nazioni coinvolte: gli Stati Uniti (il vinto mediaticamente vincitore), il Vietnam del Sud (la vittima) e quello del Nord, il vincitore permeato da una crudele ideologia totalitaria. Al fine di costruire un quadro unitario partiamo dalla trama. Il protagonista, e narratore, è nato da una relazione tra un prete francese e una donna vietnamita, > e stranieri e conoscenti si divertivano a ricordarmelo sin dall' infanzia, sputandomi addosso e chiamandomi bastardo, anche se talvolta, per cambiare, prima mi chiamavano bastardo e poi mi sputavano.(...) Forse non sorprendentemente io sono un uomo con due coscienze. Non sono un qualche incompreso mutante da albo a fumetti o da film dell'orrore, benché alcuni mi trattarono così. Sono semplicemente capace di vedere qualsiasi questione da entrambi i punti di vista . Questa qualità la possiamo chiamare simpatia, e si traduce in una incoerente disposizione d'animo: malinconica nostalgia per la Saigon francese, destinata a scomparire, con la sua corruzione, i mendicanti per strada, i locali notturni, le splendide ragazze disponibili, tanto da far dire all'autore che > noi non eravamo un popolo in guerra elettrizzato da marce militaresche. No, combattemmo ai ritmi di canzoni d'amore, come se fossimo gli italiani d'Asia ; riottosa ma arrendevole appartenenza ad un paese che > insisteva per la prima volta nella storia su un misterioso acronimo, USA, (...) che aveva estratto così tanti prefissi con super > dalla banca federale del suo narcisismo, (...) che non sarebbe stata soddisfatta finché non avesse bloccato ogni nazione del mondo con una presa di lotta e costretta a gridare Zio Sam ; legame ideologico con il sogno di una rivoluzione socialista che libererà, finalmente, il Vietnam dalle potenze colonizzatrici: essere un' > avanguardia che accelera i tempi verso la rivolta, regola l'orologio della storia e fa suonare la sveglia della rivoluzione . Perché scegliere fra queste differenti anime? Ed infatti il protagonista fa la spia per i Vietcong, facendo parte di una misteriosa cellula che risponde ad un altrettanto oscuro comitato, nel contempo è assistente, ed amico, di un generale del Vietnam del Sud, nazionalista, razzista e classista, ed è infine permeato di cultura americana, dall'abuso degli alcolici alla dizione perfetta della lingua. Per essere un uomo dalla duplice personalità deve costruirsi una maschera, > ma la maggior parte degli attori spendevano più tempo senza la maschera, mentre nel mio caso era il contrario. Nessuna sorpresa, allora, che talvolta sognavo di provare di togliere la maschera dalla faccia, soltanto per realizzare che la maschera era la mia faccia. Essere spia e confidente insieme è una trappola, che costringe il protagonista a compiere azioni, persino a pensare contro i propri valori: deve compiacere il generale e i suoi amici ( > niente poteva farmi più felice, dissi, anche se ero, per ragioni che non potevo dire con questa gente, totalmente infelice ), deve aiutare a farli fuggire in America, deve partecipare ad un disgustoso film di propaganda sui buoni americani e i cattivi Vietcong, deve uccidere dei presunti traditori su ordine del generale, deve collaborare ai progetti cospirativi della destra americana e dei profughi vietnamiti. Come rompere la maschera? > Che sarebbe accaduto se uno si togliesse la maschera e l'altro lo vedesse non con amore, ma con orrore, disgusto e rabbia? Il nostro protagonista continuerebbe probabilmente nell'ambiguità per tutta la vita se non accadesse una svolta traumatica. Mandato per ordine del generale nel Laos a combattere i Vietcong, viene catturato da quelli che dovrebbero essere i suoi compagni, lasciato marcire in un campo di rieducazione per un anno a scrivere la propria confessione, ed infine sottoposto ad un interrogatorio, una vera e propria tortura: legato, imbavagliato, senza poter dormire, accecato dalla luce tutto il giorno. Chi lo interroga è proprio l'amico che lo ha introdotto da giovane alla dottrina rivoluzionaria e poi è diventato il suo capo cellula. E' privo di faccia, distrutta da un bombardamento al napalm, e così un uomo con due facce viene torturato da un «viso di orrida asimmetria». Il protagonista deve svelare ciò che non ha voluto ammettere nella sua confessione: non c'è Niente, siamo intrappolati nel presente e nel passato, qui e là, esiliati e soli in un mondo frammentario e indifferente, > dove niente è stato qualcosa ora esisteva, specificatamente noi, (...) noi confessiamo di essere certi di una e soltanto una cosa, noi giuriamo di mantenere, pena la morte, quest'unica promessa: noi vogliamo vivere . Come il protagonista del romanzo di Ralph Ellison («Invisible Man» recensito in questo sito) anche il nostro riconosce che era stato «semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare», e quindi > non assegno più un ruolo a me stesso, (...) il mondo è diventato uno delle infinite possibilità . Un romanzo complesso, si diceva. Esso è sorretto da una scrittura raffinata, da grande scrittore: costruzioni sintattiche articolate, con frequenti cambi di soggetto e numerosi incisi, e tuttavia il periodo scorre agevole, arioso e intrigante; l'uso di parole e modi dire appartenenti ad un americano classico, che riesce ad essere aderente alla lingua parlata senza scivolare nella banalità; cambi di registro narrativi, alcuni propri del romanzo di spionaggio (si pensi alla fuga da Saigon), altri tipici di racconto imperniato sulle relazioni sociali, all' Andre Dubus (si veda «Separate Flights and other stories» recensito in questo sito), ed altri ancora di intensa impronta lirica. Consiglio caldamente di leggere il capitolo 14 ed in particolare la descrizione del canto di Lana, grande capolavoro stilistico. Per uscire dall'intellettualismo dilagante ed andare verso sentimenti sinceri è bene leggere le parti relative all'infanzia e al legame con la madre (capitoli 9 e 11 ma il tema riaffiora continuamente). Perché leggerlo? Un profondo e raffinato romanzo.
The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)
Come si legge in Wikipedia, Murasaki Shikibu (973-1014) è stata una poetessa giapponese famosa per il poema «Storia di Genji», scritto probabilmente intorno all'anno mille quando la donna era dama di corte. Murasaki (in giapponese viola) è il nome della protagonista femminile del romanzo; nome attribuito anche alla poetessa in quanto di lei non si conosce quello reale. La «Storia di Genji» assunse in breve tempo un'ampia diffusione tanto da fare di Murasaki un'icona, esaltata come fondatrice della lingua giapponese, finalmente portata allo stesso rango della dominante letteratura cinese: insomma, Murasaki può essere considerata una sorta di Dante giapponese. A conferma della fama popolare di Murasaki una leggenda vuole che la poetessa cominciò a scrivere l'opera in estasi dinanzi alla luna piena e, presa dalla frenesia, usò il retro delle sutra (testi sacri del buddismo giapponese) e per questo finì all'inferno. Nella sua biografia romanzata Liza Dalby ripercorre la vita di Murasaki: la giovinezza e lo studio del cinese malgrado l'esclusione delle donne dalla formazione letteraria (quando il padre elogiò la figlia agli amici, questi gli fecero notare che era tempo che si sposasse), i primi sonetti con l'invenzione di Genji, il soggiorno a Echizen, dove finalmente venne in rapporto con i marinai, i mercanti e i diplomatici cinesi, il matrimonio con un importante funzionario della corte imperiale, la vedovanza e il ruolo di dama di compagnia dell'imperatrice, ed infine il ritiro in un monastero buddista. Per noi che conosciamo poco del Giappone antico, il romanzo è di grande interesse storico: i rapporti economici e culturali con la Cina, l'approccio verso la natura, proteso a coglierne il «cuore» superando la visione naturalistica della letteratura cinese, la descrizione minuziosa del variegato e attento abbigliamento delle donne giapponesi (incredibile l'attenzione ai colori e alle stoffe), le lotte di potere all'interno della Corte imperiale. Al di là delle tante suggestioni, tramite Murasaki l'autrice affronta un tema centrale: è possibile una «poesia onesta» come diceva Umberto Saba? E' possibile una coerenza tra vita e letteratura? All'inizio del diario immaginato da Dalby, Murasaki afferma che > la vita da sola non è mai stata sufficiente. Diviene reale per me solo quando l'arricchisco nelle storie. Tuttavia, in qualche modo, malgrado tutto ciò che ho scritto, la vera natura delle cose che cercai di afferrare nel mio romanzo riesce ancora a scivolare tra le parole e stare, come mucchietti di polvere, tra le linee . E' una consapevolezza che la poetessa ha fin da giovane letterata ma che trova drammatica conferma via via che Murasaki accetta il doloroso destino delle donne. Genji è un personaggio romantico, femminile e maschile insieme, al quale la donna può affidarsi completamente, con fiducia e sicurezza. > Genji avrebbe dovuto porre fine alla brezza di volontà malata che generalmente distrugge le relazioni tra uomini e donne . E' una fantasia, elaborata per alleviare la propria malinconia e quella delle sue amiche. Le loro scelte la pongono subito dinanzi alla contraddizione tra vita e letteratura: la prima amica va sposa ad un anziano funzionario e in un'opaca solitudine svaniscono i sogni adolescenziali, la seconda si uccide pur di non fare la stessa fine, la terza, con la quale Murasaki ha un'intensa relazione intima, decide di chiudersi in monastero. Il sogno si infrange definitivamente quando Murasaki viene violentata. > Ero irritata di come poco la letteratura ci prepari alla vita reale. (...) Incerta se accadde o no, tristemente spegnendomi, a stento mi accorsi dei ridenti fiori del mattino . Potrebbe ritirarsi in un monastero come l'amica, ma ambiziosa e presuntuosa è convinta di poter governare il proprio destino. Già acclamata per il suo romanzo, entra nel palazzo imperiale come dama di corte. > C'era un lato oscuro in quel posto. Talvolta mi ricordava di uno di quelle mostruosamente grandi ragnatele che avevo visto in Echizen . Diviene l'amante del reggente, che la usa come brillante cronista di corte e non ha certo la gentilezza di Genji. Si lascia impigliare nelle lotte di potere, nelle rivalità e maldicenze delle quali è pervaso l'ambiente femminile, nelle molestie sessuali degli uomini ai quali le dame si devono rassegnare. > Mi sentivo come il bruco che sta nascosto nell'ombra, digerendo lentamente esperienze per poterle volgere in qualche cos'altro. (...) Non potevo negare che Michinaga (il reggente) avesse lentamente influenzato il carattere di Genji, ma non era a causa di qualcosa che avesse operato direttamente. Genji era cambiato da solo. Se era divenuto un po' rozzo, bene, ciò era accaduto quando ci si muove nel mondo. (...) Ero venuta alla conclusione che il mio personaggio Murasaki era vissuto più a lungo della sua utilità. Avevo creato una donna così perfetta che non c'era niente da fare per lei se non morire. Ci volle molto tempo a realizzare che avevo bisogno di sacrificarla per andare avanti. E mi ci volle ancora di più prima che realizzassi che il problema non stava in Murasaki, ma in Genji. (...) Il ragno prolifica, perso tra le spoglie canne lucenti per il gelo, incapace di prevedere quando edificherà di nuovo la sua rete . Nella prima parte del romanzo, quando Murasaki non è ancora entrata nel palazzo imperiale, si ha l'impressione che l'autrice stia scrivendo di una giovane donna di Jane Austen: determinata, indipendente, pur all'interno dei vincoli della società. Poi, lentamente, la vitalità appassisce, subentra la rassegnazione, Murasaki si piega assoggettandosi al potere degli uomini. L'attenzione dell'autrice si sposta sul contesto, la narrazione diviene dettagliata e ripetitiva, perde di ritmo, quasi che la scrittrice non sapesse, o non volesse, scandagliare l'animo di Murasaki. E' vero che la poetessa torna spesso a casa, per riposarsi e concentrarsi nella sua opera, ma perché accetta di farsi di nuovo intrappolare: non era possibile, attratta dalle lusinghe del potere, dalle capacità ammaliatrici del reggente? Sono domande alle quali sarebbe stato intrigante dare una risposta. Io ne ho una: la ricerca della gloria. La scrittura è elegante, raffinata, ricca in termini lessicali all'interno di una sintassi lineare. Il ricorso in brevi poesie, in giapponese e inglese, evoca l'atmosfera romantica e raffinata del mondo letterario giapponese, di Murasaki e della stessa Dalby: i sonetti sono di particolare bellezza e suggestione. Dispiace che nella seconda parte la narrazione perda di ritmo e diventi prolissa e noiosa. Perché leggerlo? Interessante sotto il profilo storico, affascinante la figura di Murasaki
Taras Bul'ba
Per noi che abbiamo sognato le battaglie e gli eroi dell'Iliade, Taras Bul'ba di Gogol ci ricorda il grande poema omerico (vedi recensione in questo sito). C'è un popolo guerriero, il cosacco, che sorse dall'«antico pacifico spirito slavo» come una «vampata di fuoco», > una straordinaria manifestazione della forza russa, che l'acciarino delle sventure fece sprizzare dal seno della nazione. In luogo degli antichi principati, delle minuscole città, piene di allevatori di cani e di cacciatori, in luogo dei piccoli signori che con quelle città guerreggiavano e commerciavano, sorsero stanziamenti temibili, unità militari, campi trincerati, legati al comune vincolo del pericolo e dell' odio per i predatori miscredenti , l'ottomano così come il polacco cattolico. C'è poi una città, che, come Troia, resiste all'assedio dei cosacchi, e c'è Agamennone con Achille ed Ettore: è Taras e i suoi figli, Ostap e Andrij. Con pennellate superbe Gogol ne tratta i caratteri. > Taras era uno dei vecchi colonnelli autentici. (...) Egli amava la semplice vita cosacca. (...) Perpetuamente inquieto, si considerava legittimo difensore dell'ortodossia. (...) Otsap era considerato uno dei migliori compagni. (...) Era duro a cedere a stimoli che non fossero quelli della lotta o di una allegra sfrenata bevuta. (...) Anche Andrij ardeva della sete di distinguersi in imprese di guerra, ma l'animo suo era accessibile ad altri sentimenti. (...) L'immagine della donna cominciò sempre più spesso a sorgere nella sua immaginazione ardente , tanto più dopo che a Kiev aveva conosciuto una giovane aristocratica polacca. Sullo sfondo non ci sono solo accampamenti militari, bevute collettive, saccheggi e combattimenti, Gogol canta anche la pianura ucraina, la cui natura > non aveva bellezza che si potesse eguagliare; tutta la superficie della terra appariva come un oceano verde-dorato, su cui fossero zampillati milioni di fiori variopinti. (...) Immobili, levati in cielo, si libravano gli sparvieri ad ali spiegate e gli occhi fissi sull'erba. Il grido di uno stormo di oche selvatiche in moto riecheggiava da chissà mai quale lago remoto. In un'atmosfera epica e lirica insieme, si sviluppano le tragiche vicende di Taras e dei suoi figli, una sorte di metafora del destino dei cosacchi, che scompariranno dalla storia sotto il dominio zarista. Invaghito della bella polacca, Andrji tradisce i compagni ma Taras non è Priamo. > Tradire così? Tradire la fede? Tradire i compagni? urla Taras incontrando Andrji, > stai lì fermo e non ti muovere! Io ti ho generato e io ti ucciderò!. Sovrastati dall'esercito polacco, i cosacchi soccombono, Ostap è mandato al patibolo. Dinanzi alla morte il giovane esclama, quasi a cercare un ultimo aiuto dal padre. > Babbo, dove sei? Senti tutto questo?, Lo sento, si udì nel silenzio generale e nello stesso istante migliaia di uomini rabbrividirono. La voce di Taras si perde nel nulla, nella morte, mentre il grande fiume scorre tra molte insenature e banchi di sabbia, > vi echeggia lo stridore sonoro del cigno, e la fiera anitra selvatica lo percorre veloce. Chi ha letto la recensione sino a questo punto si chiederà di cosa stiamo parlando: chi erano questi cosacchi? Chi è interessato a saperlo, può fare una ricerca sulla rete; qui è sufficiente dire che parliamo di una storia lontana nel tempo e nello spazio, quasi una leggenda. Gli avvenimenti raccontati da Gogol riguardano l'Ucraina e il Seicento; ma Taras Bul'ba parla anche di oggi. Gogol è il cantore di un popolo che vuole essere disperatamente libero, divenendo in tal modo l'araldo di tutte le genti che combattono per la propria terra e il proprio destino. Leggiamo le sue parole, squillanti di dolore sociale, allora come oggi, sotto tante violenze e oppressioni. > Ci sarà, ci sarà un suonatore di bandura dalla barba canuta sparsa sul petto; sarà forse ancora virilmente umano, vecchio soltanto per la testa canuta. (...) Così si diffonderà alta per tutta la terra la loro fama e quanti nasceranno poi alla luce del mondo, tutti parleranno di loro, poiché la voce possente del cantore giunge lontano, (...) chiamando, senza distinzione, tutti gli uomini alla santa preghiera. Gogol è conosciuto per un romanzo incompiuto, «Le Anime Morte» (si veda recensione in questo sito), in cui in tono comico grottesco e con notevole finezza psicologica l'autore descrive la provincia russa, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E' notevole la differenza di stili e di motivi rispetto a Taras Bul'ba, i cui personaggi fanno parte di una storia corale, quasi prigionieri del loro tragico destino, mentre sono un popolo e una terra al centro della scrittura; scrittura che pare riflettere echi di grandi poemi, come la stessa Commedia di Dante; per esempio in similitudini con cui Gogol si serve di episodi della vita quotidiana per descrivere la morte in battaglia. Un cosacco è trafitto mortalmente da una lancia, > a flotti sgorgò il suo giovane sangue, come vino generoso che in un recipiente di vetro servi malaccorti abbiano portato dalla cantina; (...) il padrone, accorso al rumore, si mette le mani nei capelli; aveva conservato quel vino per un buon momento della sua vita, (...) per poter ricordare (...) il passato, un altro tempo quando, in modo diverso e migliore, si divertivano gli uomini. Perché leggerlo? Libro potente, canto della libertà.
Tutti i nostri segreti
Per il versetto 41 della Sura XXIX del Corano la casa di chi non segue Allah è fragile come la tela di un ragno ( > coloro che si sono resi patroni al di fuori di Allah assomigliano a un ragno che si è dato una casa. Ma la casa del ragno è la più fragile delle case. Se lo sapessero! ). Huseyin e Emine hanno sempre osservato salde regole morali e ottemperato ai propri doveri, ma ciò non ha impedito alla loro famiglia di dissolversi. Dopo anni di duro lavoro in Germania, Huseyin si è comprato un appartamento a Istanbul, e proprio quando è pronto ad accogliere la famiglia muore d'infarto. > Solo una settimana, per passeggiare con loro sul lungomare, per offrire un cay ai tuoi figli, per prendere la mano di tua figlia e dirle quanto le vuoi bene, per dire ai tuoi figli che sei fiero di loro, per chiamare Sevda e chiederle perdono. Se Huseyin può morire credendo ancora di essere amato e rispettato (ai suoi occhi è stato un giusto e buon padre e marito!), la moglie Emine dovrà porsi impietosamente dinanzi alle proprie colpe, dopo che la scrittrice narra le storie dei quattro figli. > La telefonata è arrivata di notte. Un grido. Umit lì per lì non capiva se quel grido fosse uscito da uno dei suoi sogni, che ultimamente lo svegliavano di continuo con un nodo in gola. Umit, ancora adolescente, ha appena compreso di essere innamorato di un coetaneo e le sedute dallo psicoanalista gli hanno svelato i lati oscuri di una famiglia apparentemente serena. > E allora d'improvviso, quasi dal nulla, inizi a parlare di quando ti facevi pipì a letto, (...) e poi di quei brutti litigi sottovoce dei tuoi genitori, (...) il mormorio infinito di tua madre che cerca di calmarsi recitando le sure del Corano e ti fa paura. Sevda, che è arrivata in Germania solo a tredici anni e non è andata a scuola, è stata costretta a sposarsi ancora adolescente; quando torna dai genitori e vuole separarsi, le parole del padre sono categoriche: > «è meglio che torni da Ihsan, Sevda». «Ma io non voglio». (...) «Viene a prenderti domani». Furono le ultime parole che Sevda scambiò con suo padre. Peri è la figlia che è andata all'Università, orgoglio dei suoi genitori benché non la comprendono. E d'altra parte come possono capire una figlia che studia Nietzsche e che ha conosciuto uno strano ragazzo curdo, Ciwan, al quale riesce a confessare che nella sua famiglia > da qualche parte si è formata una crepa e ora è avvolta nel silenzio , come se ci fossero dei segreti che non si vogliono rivelare, che i suoi genitori si tengono dentro, cominciando dalla lingua, il curdo, che possono parlare solo loro. E il maschio più grande, Hakan, perché decide di andare a Istanbul in auto? Forse non vuole assistere al funerale del padre, cui rinfaccia ancora di avergli proibito di presentarsi a un casting per un film? > Hakan non ha mai avuto un'opportunità e ora si arrangia come meglio può. Le storie ci portano all'ultimo capitolo del romanzo, in cui, in un drammatico colloquio tra Sevda e la madre, si svelano i segreti della famiglia, così apparentemente perfetta sotto la guida di Allah: è una sorta di catarsi in cui la voce che in noi, la coscienza, demistifica tutte le regole che ci sovrastano, le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, per farci capire chi siamo, finalmente. > Ti chiedi chi sono io? Non è importante, Emine. La vera domanda è chi sei tu. Perché io sono solo una parte di te. Emine. Sono l'abisso tra la tua fede e le tue azioni. Sono il contrasto tra l'immagine che hai di te e la faccia che mostri agli altri. Sono il divario tra ciò che ritieni giusto e sbagliato, la crepa sottile nella tua morale, lo scarto tra come sei e come dovresti essere. E nell'appartamento dove pensavi di vivere gli anni che ti restavano ritrovando l'amore per Huseyin, appartamento in macerie sotto il terremoto, immagini, Emine, di aprire la porta. > il tuo cuore esulta. Dici: Ciwan. Pure il mistero più grande della tua vita, la tua colpa più grave, si svela, > e potrai perdonare te stessa. Sarebbe riduttivo leggere il romanzo solo nel suo contesto sociale e antropologico: una famiglia curdo-turca emigrata in Germania, risultato di un intreccio di storie, culture, lingue, e lacerazioni difficili da sanare. In tutti i personaggi, anche in quelli più istruiti e integrati come Peri, c'è l'idea di essere degli estranei, qualcuno che potrebbe essere cacciato in ogni momento; tanto più che la loro origine curda, nascosta con attenzione dai genitori, li rende dei possibili stranieri o persino nemici nella stessa Turchia. Certo c'è tutto questo; ma per apprezzare il romanzo bisogna volare più in alto, alle cose non dette all'interno di ogni famiglia, alla difficoltà di comunicare tra genitori e figli, alla pretesa dei primi di disegnare il destino dei secondi, al fatto che la casa è fragile come la tela del ragno e non la salviamo affidandoci a Dio, alle regole morali, al denaro e al consumo. La famiglia deve essere > il luogo in cui vi perdonerete sempre a vicenda. Perché solo il perdono può alleviare la nostra solitudine. Perché solo se perdoni sarai perdonata a tua volta , così parla la coscienza a Emine. Il romanzo è articolato in capitoli che corrispondono alla storia di ciascuno dei protagonisti. Dapprima, il lettore non si raccapezza e pensa a semplici biografie, legate tra loro solo dall'appartenenza dei protagonisti alla stessa famiglia. Solo alla fine, si capisce che c'è un filo conduttore, che ruota intorno a una tragedia, di abbandono e di rifiuto. La trama non conserva sempre lo stesso ritmo narrativo, in particolare nel capitolo dedicato a Hakan, un po' banale e fuori tono. La scrittura è fatta di dialoghi serrati e di approfondimenti psicologici, in alcuni casi molto efficaci, in particolare nella narrazione di Sevda, senza dubbio un personaggio centrale. E' interessante il passaggio dalla terza persona narrante al tu, usato abilmente quando la scrittrice tratta di Emine e di Huseyin, una forma letteraria che crea un misto di accusa e di comprensione, comunque sempre di vicinanza emotiva a queste due tragiche figure. Perché leggerlo? Molto bello, quasi un capolavoro.
Uomini che odiano le donne
Il romanzo è un thriller. Un giornalista viene assunto da un potente industriale, Vanger, per investigare sulla scomparsa della nipote, avvenuta vent’anni prima. Il giornalista si trasferisce quindi in una sperduta isola del nord della Svezia, dove si è ritirato l’anziano industriale. Nel frattempo si sviluppano le vicende di una ragazza, che lavora presso una società di vigilanza ed è estremamente brava nelle investigazioni via computer. La ragazza, per il suo passato violento e disturbato, subisce le violenze di un avvocato, che dovrebbe svolgere il ruolo di supervisore e tutore. Intanto il giornalista comincia a scoprire alcuni elementi, che in realtà riguardano le turbe sessuali di uno dei membri della famiglia: questa persona uccide e tortura le donne. A un certo punto il giornalista e la ragazza cominciano a lavorare insieme, intrecciano tra di loro una relazione sentimentale e vengono coinvolti in una serie di avventure, rischiando spesso la vita. La storia si conclude felicemente con la morte del serial killer, la scoperta della nipote, che era scappata in Australia per sfuggire al serial killer, che era suo fratello e abusava della sorella, e infine il ritorno trionfante del giornalista al suo giornale. In realtà la storia non si chiude completamente in modo positivo, in quanto la ragazza si era innamorata del giornalista ma lo vede andarsene via con un’altra donna. Si tratta di un thriller, ma in realtà il tema sottostante è costituito proprio dall’atteggiamento degli uomini verso le donne. Queste ultime sono le vittime, sia quando sono sottoposte a violenze fisiche, sia quando vengono ferite nei propri sentimenti. È infatti emblematica la figura del giornalista: è spinto da una forte tensione politica, passa poi in realtà da una donna a un’altra, ama le relazioni leggere e non si rende conto di avere coinvolto in un rapporto d’amore una giovane donna, che credeva di aver trovato finalmente un punto di appoggio. > Salander, sei proprio un’idiota penosa, disse la ragazza ad alta voce a se stessa. Girò i tacchi e si avviò nuovamente verso il suo appartamento fresco di pulizie . Il libro è in certi momenti banale e si sofferma in modo eccessivo sul tema sessuale. Lo stile è asciutto ed essenziale così da rendere la lettura piacevole e avvincente.
L'uomo di Elcito
Il brigantaggio fu una piaga endemica dello Stato Pontificio così come del Regno delle Due Sicilie; tra il 1860 e il 1870 il fenomeno assunse un forte connotato anti unitario, non tanto per un legame con i vecchi regimi, quanto come reazione ad uno Stato che si preannunciava centralistico, burocratico e repressivo verso le classi popolari. Lo scontro tra le bande e lʼesercito della nuova Italia fu violento; si ricorse ad esecuzioni sommarie, che coinvolsero la popolazione civile accusata di dare sostegno ai briganti. «Lʼuomo di Elcito» è ambientato nelle Marche nel 1866. Non è un romanzo storico: il contesto è lʼoccasione per parlare di come un uomo da «guscio vuoto» giunga ad avere una sua identità, non per scelta ma perché trascinato dagli avvenimenti. Il protagonista è il sergente Toschi. Con grande abilità narrativa il romanzo si apre con il racconto al colonnello Negri del colera, che infestò Ancona nel 1866. Toschi con alcuni soldati era rimasto nella città marchigiana mentre gli abitanti e gli altri militari lʼabbandonavano per timore del contagio; in realtà Toschi non aveva seguito gli altri perché lui e i suoi compagni erano stati messi in prigione. Al colonnello il sergente disse unʼaltra storia: con grande coraggio il suo drappello aveva presidiato la città. Emergono fin dallʼinizio le capacità manipolatorie del protagonista, le quali ritorneranno nella corrispondenza tra Toschi e il colonnello e poi nelle mezze verità che il nostro sergente propinerà al famoso e terribile brigante Olmo Carbonari. Ancora una volta lʼimmaginazione è una risorsa, oltre che piacere estetico nellʼinventare, raccontare ed ascoltare storie. Proprio per il senso del dovere dimostrato nelle vicende di Ancona, a Toschi e al suo drappello venne affidato un incarico importante: rintracciare, catturare e sterminare > focolai di briganti (...) che non hanno alcun interesse a vivere sotto unʼunica Nazione . È un compito che il sergente e i suoi perseguiranno con un impegno quasi fanatico, compiendo violenze, stupri e uccisioni. Perché tanto accanimento? Dai continui riferimenti al padre, capiamo che Toschi era mosso da una continua rivalsa: > sono diventato sergente a trentadue, ho difeso la Nazione in Piemonte con i Cacciatori delle Alpi e ho combattuto con Garibaldi. Ti basta questo? No, lo so che non ti basta... Durante notti tormentate da incubi Toschi percepiva che ciò che stava facendo non dava un senso alla vita. > Camminava su una strada polverosa con unʼenorme luna bianca che illuminava la notte, le colline e i campi. Incontrò la banda del brigante Colucci. Gli uomini camminavano in fila tenendosi un dito nel buco che avevano in testa. Perché tenete un dito dentro la testa?, chiese Toschi, per non fare uscire i pensieri, gli rispose uno di loro, se perdiamo i pensieri ci dimentichiamo dove dobbiamo andare . E proprio per darsi uno scopo, per «afferrare una mosca che non cʼè», il sergente decise di continuare la caccia ai briganti anche dopo il congedo, quando avrebbe potuto tornare a casa. Gli sembrava naturale farlo. Gli avvenimenti lo portarono ad essere coinvolto in una sparatoria fino ad essere accolto nella comunità costituita dal brigante Olmo Carbonari in mezzo alle montagne, in un antico insediamento di monaci. > La stanza in cui era confinato divenne la pancia vuota di un mondo rovesciato, un luogo nascosto dove (...) la sua identità non era più la sua. E malgrado ciò, il brigante gli aveva restituito il suo nome: Anselmo . Con sottile bravura, dal momento in cui Toschi venne accolto nella comunità di Elcito, il protagonista viene chiamato dallʼautore con il suo nome, quasi ad indicare come avesse finalmente acquistato la sua vera personalità. Trovò solidarietà e amicizie ancestrali e per questo profonde, viveva in una natura in perfetta sintonia con lʼuomo e scoprì anche lʼamore disinteressato; eppure mancava qualcosa, era ancora «incapace di riconoscersi». Con alcuni dei nuovi compagni Anselmo prese parte ad una spedizione che trovò rifugio presso un contadino amico dei briganti. Per un banale bisogno fisiologico e, poi, per il desiderio di andarsene e tornare a casa ( > la scelta di fuggire era sempre stata lì, timida, insonnolita ), Anselmo si allontanò durante la notte; in tal modo si salvò perché nel frattempo i soldati avevano ucciso i suoi compagni, traditi dal contadino. Che fare? > La luce radiosa del mattino rischiarava le chiome verdeggianti degli alberi, i filati che scendevano dalle colline e alcuni contadini lontani. (...) Per una volta invidiò lʼassenza di prospettive che scandiva le loro giornate... Ma come continuare a svegliarsi tutte le mattine e a dormire tutte le notti, mentre i suoi compagni erano stati traditi ed uccisi? > Il romanzo si chiude in modo interlocutorio. Gli avvenimenti finali sembrano dischiudere numerose possibilità, politiche ed esistenziali. A me piace pensare che il protagonista abbia finalmente trovato una pace interiore: equilibrio e serenità, frutto di una scelta consapevole e non soltanto mossa dalla solidarietà verso i suoi compagni o, peggio ancora, dalla vendetta. Questa auspicata conclusione deriva anche dalla parte maggiormente attraente del libro, laddove lʼautore parla della comunità di Olmo Carbonari, di un luogo meraviglioso, e forse immaginario, nel quale persone, bestie e natura vivono in perfetta sintonia, in una sorta di comunismo elementare, nel quale è stata ricomposta la coscienza, oggi frantumata dallʼoppressione degli uomini sugli uomini. O forse soltanto, il destino di Anselmo è simile a quello dei monaci dellʼantico insediamento che si erano chiusi nelle case e lasciati morire, perché «non hanno accettato lʼodio che era nato loro dentro». È un ottimo romanzo. La struttura narrativa è ben costruita e piacevole; lʼautore ricorre con maestria agli espedienti letterari ormai diffusi presso molti scrittori di successo:il protagonista descritto tramite i sogni e i ricordi, i cambi di prospettive, la narrazione allʼinterno del racconto principale, la forma epistolare, i personaggi di cornice, la sorpresa. Ricorda, per esempio, il migliore Faletti. Come succede spesso nella letteratura contemporanea del nostro Paese la scrittura è prosaica, argomentativa, non riesce a creare unʼatmosfera, che non sia radicata nella trama. Fa eccezione la descrizione della città di Elcito, ci si accorge come lʼautore stia parlando di qualcosa che sente profondamente, la semplicità della vita in un contesto naturale. Non sarebbe stato male un maggiore coraggio a descrivere le Marche dellʼottocento, a calarsi in questa terra, a trasmetterne le peculiarità, a dare più spazio al contesto. Perché leggerlo? È una storia attuale, che evoca unʼutopia.
I vecchi e i giovani
Il 1893, anno in cui si svolge gran parte del romanzo, fu denso di avvenimenti gravi per lʼItalia e la Sicilia in particolare. Il governo fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana. In Sicilia lʼesplosione rivoluzionaria del movimento dei Fasci, che aveva convogliato gran parte del sottoproletariato ( contadini e lavoratori delle solfatare) venne represso nel sangue da un corpo dʼarmata inviato dal continente. La paura di una rivoluzione sociale consolidò lʼalleanza tra le parti borboniche e quelle patriottiche della classe dirigente isolana, e tra questʼultima e la borghesia del Nord. Fu un anno determinante per la storia del Meridione, che pose fine alle ultime speranze di rinascimento del Sud, generate dallʼUnità dʼItalia. In questo contesto, Pirandello, ancora sotto lʼinfluenza del verismo, ha scritto un romanzo apparentemente storico, ma in realtà intessuto di ricordi, della propria terra e della propria famiglia, e denso di un amaro senso di avvilimento, che solo lʼestraniazione dai fatti della vita permette di sostenere. Il romanzo è distinto in due parti. La prima, senza dubbio la più felice, è ambientata ad Agrigento, che, > nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nellʼabbandono di una miseria senza riparo . Il divario tra la grandezza del passato e il decadimento del presente non è dato solo dal paesaggio ma anche dal contrasto tra i vecchi e i giovani. I primi sono rappresentati in modo emblematico dalla figure del principe Ippolito ( irriducibile borbonico) e da Mauro Mortara, un vecchio garibaldino, che vive nel ricordo glorioso delle imprese risorgimentali. Mentre i vecchi sono bloccati nel ruolo che gli è stato affidato dalla storia e quindi si muovono sicuri e convinti, i giovani sono invece incerti, oppressi da una vita presente sempre più lontana dagli ideali risorgimentali, non sapendo su quali valori mettere le radici. Tra i vecchi e i giovani si muovono gli opportunisti, quelli che per tornaconto o semplicemente per pigrizia, approfittano del decadimento morale della società italiana. Esiste, poi, un altro gruppo, che ha capito «la vanità del tempo» e si é isolato ponendosi ai bordi della follia. Man mano che si procede nella lettura, ci si rende conto dellʼattualità del racconto. Si parla della Sicilia dellʼottocento o dellʼItalia di oggi? Il divario tra i vecchi e i giovani è lʼeterno conflitto generazionale o invece la conseguenza di una eredità avvilente e sconfortante che le generazioni passate lasciano a quelle successive? > Che poteva la gioventù, se lʼavara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei lʼespiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione di ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ma fino a quando la situazione sociale è immutabile, ciascuno può agire tranquillamente secondo il ruolo che gli è stato affidato o che ha deciso di assumere: i rivoluzionari possono gridare slogan contro i potenti, questʼultimi possono tramare traffici e nefandezze, i vecchi possono restare ancorati ai propri valori mentre i giovani lasciarsi trascinare e in fondo comandare dagli opportunisti. È una commedia la cui tragicità non emerge dalla consapevolezza dei protagonisti ma dalla desolazione del paesaggio e dallʼaccecante povertà del popolo. Che differenza tra la scrittura di Pirandello, dalla quale traspare un profondo coinvolgimento con la sua terra, e quella di Camilleri, dove la Sicilia diviene occasione di folclore e di una scontata ironia! Anche questo è un segno del declino del nostro paese. La rivoluzione sociale e i fatti politici immettono in modo prepotente la realtà nel gioco delle finzioni. La seconda parte del romanzo, ambientata in gran parte a Roma, è il racconto di come si rompono i ruoli e di come ciascuno si deve misurare con la verità. Tutti i protagonisti si trovano nella situazione di Corrado Selmi, un eroe risorgimentale diventato un vacuo e corrotto deputato: > il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, sʼera tramutato in quella triste smorfia dura ed amara. Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli si era cacciato allʼimprovviso nel fondo dellʼessere e glielo scompaginava, dandogli quellʼimpressione dʼesser come squarciato dentro, irrimediabilmente . E ciascuno reagisce secondo le proprie forze, ormai fuori dalla finzione: Corrado Selmi si uccide. Nel disperato tentativo di dichiararsi estraneo agli inganni del potente Flaminio Salvo, il bravo ma succube Aurelio Costa viene trucidato dai lavoratori delle solfatare, insieme con Nicoletta Capolino, che era stata sino allora una arrampicatrice sociale, pronta ad usare le proprie grazie femminili per arrivare al successo. Dianella, lʼunica figlia del ricco Flaminio Salvo, impazzisce dinanzi alle nefandezze del padre. Lando, il figlio del principe Ippolito, riconosce, dinanzi alla violenza delle rivolte, che le sue idee socialiste erano mere aspirazioni intellettuali. Lo stesso Flaminio Salvo ammette che la sua avidità si è tradotta in nulla, in vanità. Ma allora chi ha ragione? Forse aveva ragione Don Cosmo, lo zio di Lando, quando diceva > Passerà, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita. Passerà, cari miei.... passerà . Pirandello romanziere è interamente in funzione di Pirandello autore di teatro. Questa sua caratteristica è particolarmente evidente nella seconda parte del romanzo, dove il racconto esplode in dialoghi logici, serrati e concitati tra personaggi, che sembrano recitare sul palcoscenico. Nella prima parte, se non si può parlare di un Pirandello verista né tantomeno scrittore sociale, alla Zola, la scrittura riesce mirabilmente a dare il senso tragico della Sicilia, un sentimento di tristezza infinita per una terra desolata, un tempo così sonora di vita e di cultura. Perché leggerlo? È un libro attuale, in quanto narra anche lʼItalia di oggi.
Venere Privata
Duca Lamberti è un medico espulso dall'ordine per avere dato la morte ad una malata terminale; è uscito dal carcere e gli viene proposto un singolare lavoro: liberare dall'alcolismo il giovane rampollo di un grande industriale: Davide Auseri. > Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora toccato.(...) Che espressione aveva quel viso? La cercò, e allora ricordò che espressione era: quella di un ragazzo a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale . Anche se perplesso, Lamberti accetta l'incarico perché > è il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale humour: liberare l'umanità (...) dal flagello dell'alcolismo; liberare l'umanità dalla paura della morte . C'è pure un secondo motivo, che si annida nel profondo dell'animo, in quel mondo interno dal quale cerchiamo sempre di sfuggire: > l'assalto dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo squassava sempre di più di quanto avesse temuto. E va bene avanti, Aveva sbagliato tutto . La prima parte del romanzo sembra ridondante rispetto ad un "noir > , che ci racconta della Milano della prostituzione, del ricatto immorale e della violenza spietata alle quali sono sottoposte ragazze ingenue e fragili. La premessa inquadra la figura di Duca Lamberti, ex medico che si improvvisa investigatore e trova nell'indagine poliziesca la soluzione alle cause dell'alcolismo del giovane Davide e, insieme, scopre un senso per la propria vita. Nasce un personaggio che si sprofonda nell'abisso della Milano rampante, ricca e apparentemente felice. Andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani (...) non potevano supporre, anche se tutti i giorni leggevano sul Corriere grosse storie del genere, esse appartenevano però, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del crimine, ancora più incomprensibile dell'Einstein della fisica«. A questo punto può iniziare il»noir > , del quale non racconteremo certo la trama né, tanto meno, la conclusione. Scerbanenco ricorda Raymond Chandler (si veda la recensione The Long Good- by). Come nel grande scrittore americano il noir«è un non»noir > . Non c' è l'ordine che contraddistingue il giallo, non siamo in presenza di una solida trama che si evolve in un trionfo del bene sul male. Tutto resta opaco. Pensiamo all'eroina del romanzo: Livia Ussaro. Duca ne è attratto ( segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale > ), eppure la espone al punto che la ragazza verrà fregiata dai criminali e Lamberti aspetta, non interviene a salvarla. Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, più che pensare. (...) Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare > . (...) Sta' zitta, sta' zitta, perché lui doveva mettersi sempre in storie senza via d'uscita, in eterni principi. (...) Quando uno aveva la testa malata come lui non conosceva limiti . Come scrive Luca Doninelli nella prefazione, in Duca Lamberti c' è una malinconia > che nasce da uno sguardo più disincantato (oserei dire persino: più cinico) di quello dei criminali. (...) Egli non è buono, grazie a Dio: solo, vede più lontano e non ha paura di guardare. Vede fin dove c'è da vedere. Il fascino del romanzo risiede nella scrittura: è sufficiente leggere alcune pagine per lasciarsi avvincere dall'eleganza della lingua e dalla malinconica dolcezza dell'italiano di Scerbanenco. Consiglio vivamente il racconto dell'adescamento della povera ragazza, vittima dell'azione criminale. Come dice il poeta parlando del triste destino di un ragno, adescato da una rondine, > le stelle ornate a festa,/lo chiamano pian piano,/ e fan cadere tracce/visibili al pianto,/ mentre velan l'incanto/nivale delle facce . (Enrico Cavacchioli Il ragno). Con lo stesso tono poetico Scerbanenco crea un'atmosfera soffusa, una tristezza che ci sommerge e ci affascina. (Su questo sito si può leggere la recensione dell'Isola degli Idealisti). Perché leggerlo? Lasciamoci avvincere dalla scrittura.
I ventitre giorni della città di Alba
> Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali. (...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio . La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo. > Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione . Ma perché si diviene partigiani? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione. In «Pioggia e la Sposa» un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui «bambino vestito da città») a coprirsi con il cappello del cugino prete. Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: > vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri . La solitudine diviene attesa della morte in «Lʼodore della morte»: il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo. Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì > quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo . Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana. Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive. Nel racconto «Un altro muro» Max è stato catturato dai fascisti, sogna «la faccia del suo cadavere» e al compagno di cella urla: > tu te la senti di morire per lʼidea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea? Io no. E nemmeno tu . In quel momento > odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi . Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta. Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione. E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in «Ettore va al lavoro», si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti. Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: «Gli inizi del partigiano Raoul». > Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul. Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare . Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: > a cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! O mamma, mamma! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa? Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura. > Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi. (...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani. Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati. (...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta. Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce.... È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe. La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura. Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi. A tratti pare di leggere Cesare Pavese. Perché leggerlo? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.
What a carve up: la famiglia Winshaw
Il titolo inglese del libro, «What a Carve Up» è un esplicito riferimento ad una commedia horror del 1961, nella quale i diversi personaggi si ritrovano in occasione di un testamento e vengono uccisi uno per uno. Michael, il protagonista del romanzo di Coe, è stato portato dai genitori, ancora bambino, a vederne la versione cinematografica, insieme con un documentario sul suo eroe, Yurin Gagarin. La scena di sesso del film e la morte dellʼastronauta in un misterioso incidente aereo pongono fine allʼinfanzia innocente di Michael e lo scaraventano nel mondo dei «misteri apparenti e insolubili degli adulti», dando origine ad una «storia senza un vero fine, ( di cui) dovevo presto svelarne ( i misteri)». Tabitha Winshaw, una anziana signora da tutti considerata una pazza, affida a Michael, scrittore promettente e squattrinato, il compito di scrivere la storia della sua famiglia. Il giovane scrittore si accinge ad unʼopera letteraria, nella quale la rabbia e la passione prendono il sopravvento, impedendogli di proseguire nellʼindagine e nella scrittura. Se questo libro, fa dire Coe al suo protagonista, > comunica qualche cosa, è quanto odio questa gente, come diavolo sono, quanto hanno spogliato ogni cosa, con i loro vasti interessi e la loro influenza e i loro privilegi e la loro presa su tutti i centri di potere: come ci hanno messi tutti allʼangolo, come si sono spartiti il sangue di tutto il paese . La biografia dei singoli componenti della famiglia Winshaw permette di delineare un quadro sociale estremamente duro ma purtroppo realistico dellʼera di Margaret Thatcher. Lʼidea generale, che si ha della «dama di ferro», è di una donna decisa e irremovibile, conservatrice ma rigorosa ed onesta. In realtà lʼera Thatcher è stato un assalto alla diligenza da parte di uomini di affari spregiudicati e senza scrupoli. Talvolta ridondante e prolissa, questa parte del libro è una forte denuncia di uno spregio e di un tradimento ad un intero paese. Quando viene a sapere che un componente della famiglia Winshaw è stato assassinato, un altro membro della perversa congrega dice ironicamente > Pugnalato alle spalle, come è appropriato, ciò significa che Mrs Thatcher è in casa da qualche parte? In parallelo alla narrazione sociale e politica si sviluppa la vita di Michael, con continui salti cronologici, che spesso frammentano e distraggono la lettura. È tuttavia la parte migliore del romanzo, ma anche la più indecifrabile. Michael passa le sue giornate a guardare la televisione, travolto dalle notizie e rivedendo in modo ossessivo il film che non aveva potuto vedere completamente da piccolo, in quanto i genitori, dinanzi alla scena di sesso, lo avevano trascinato via. Ma gli era rimasto > la strana sensazione che quel film non fosse mai finito, che avevo continuato a viverci dentro . Le vicende che si susseguono in modo spesso inesplicabile e i personaggi che entrano o ritornano nella vita di Michael sembrano essere > potenziali ponti al passato: un modo per rintracciare i miei passi sino a quando mi sarei trovato faccia a faccia con il bambino innocente di otto anni che amava scrivere e che adesso sembrava un così perfetto straniero . Ma se la vita, reale o immaginata?, non è altro che un continuo ritorno su sé stessi, il romanzo non poteva non concludersi che con una ripetizione della scena dellʼamato film: i membri della famiglia Winshaw si ritrovano tutti insieme alla lettura di una eredità e vengono progressivamente uccisi dal parente che credono defunto. E anche Michael non poteva che morire misteriosamente in volo, come Yurin Gagarin. Lo stesso autore, tramite il protagonista, definisce il libro > un libro tremendo, un libro senza precedenti, parte memoria personale, parte narrazione sociale, tutti legati insieme in un letale e devastante intruglio in fermentazione . Questa enunciazione esprime bene il tentativo dellʼautore di raccontare una vicenda sociale e politica mediante il filtro dellʼimmaginazione. La vita di Michael è in fondo il ritorno continuo allʼetà della libertà, quando da bambini tutto ci pare possibile, anche essere degli astronauti. La perdita di questa libertà è un fatto privato ( si diviene adulti, si affronta la realtà, ci si misura con la malattia) ma è anche un fatto sociale, ossia si assiste, spesso come spettatori inerti, ad un disastro politico, la scomparsa di una società, della sua cultura, dei suoi meccanismi di solidarietà, di una stampa onesta, della pace e del rifiuto della guerra. E che cosa ci rimane in fondo? La speranza di un avvenimento straordinario, ossia che tutti i cattivi vengano messi in una stanza e si possa perpetuare una vendetta collettiva. Ed allora si può pensare di perdersi nuovamente nella libertà, come fece Yurin Gagarin che morì da eroe. Il problema del libro è che questa mescolanza tra memoria personale e narrazione sociale non riesce pienamente, in quanto è eccessiva la tentazione dellʼautore a lasciarsi trascinare in espedienti letterari ( banale è il finale del libro), in riferimenti chiaramente psicoanalitici, in un eccessivo ricorso allʼincastro, alle storie dentro le storie. Si perde in tal modo la sintesi, i personaggi impallidiscono e lʼintero racconto si frammenta. Perché leggerlo? È senza dubbio scritto molto bene ed è piacevole ed ironico.
































































