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Sabbia nera
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Sabbia nera

> La Muntagna s'era risvegliata quella mattina. Una nube nera densa di cenere incombeva sulla città avvolgendola. (...) La sabbia veniva giù senza requie, formando per terra un tappetto scricchiolante e scivolando sugli ombrelli aperti... E come il cielo oscurato dalle ceneri dell'Etna così il vice questore Guarrasi deve dipanare il mistero di una sconosciuta trovata incartapecorita in un montavivande di una villa sulle pendici dell'Etna. Trasferita dalla squadra anti mafia di Palermo alla sezione omicidi di Catania, Guarrasi ha la «scorza palermitana» e anche se tenta di assimilare i costumi e la lingua della città etnea si sente sempre palermitana: > e un palermitano a Catania è convinto di non poterci stare bene, anche se in realtà non è così . La vice questore è una leggenda nella polizia avendo salvato un magistrato da un attacco della mafia uccidendo i killer; è determinata, intelligente e intuitiva, ama i casi complessi, oscuri e difficili da risolvere. Il corpo incartapecorito è per molti aspetti un mistero. Innanzitutto bisogna identificarne le generalità e capire quando è avvenuta la morte della donna. Risalendo lungo i fili della vicenda Guarrasi scopre che c'è un legame tra questo corpo e l'omicidio di Gaetano Burrano, avvenuto una ventina di anni prima e il cui assassinio fu fatto risalire alla mafia, che si sarebbe vendicata dell'uomo perché non voleva piegarsi alle richieste dell'organizzazione criminale.  Ma «Gaetano Burrano era stato definito»uno che arriminava (si rimescolava), macari nell'acqua lorda certe volte > . E' possibile che ci fosse dell'altro? E perché la vedova, ricca e potente, ha abbandonato la villa dalla morte del marito e ostacola le indagini in tutti i modi? Incutto«, si direbbe in siciliano per una persona fastidiosa come la vedova Burrano,»uno dei termini dialettali che il vice questore Guarrasi si sforzava di apprendere, e che annotava in una nota creata apposta nel suo iPhone, e intitolata «Catanesate». Guarrasi scopre che Gaetano finanziava un bordello di cui la donna ritrovata era la tenutaria, oltre che la sua amante, e dalla quale ebbe una figlia di cui si sono perse le tracce. La relazione scandalosa  «i na fatta morta» la vedova: potrebbe essere lei l'assassina? E > se il vento del sud che aveva liberato la città dalla pioggia vulcanica avesse iniziato a dissolvere anche la caligine nera che avvolgeva quell'indagine ? E' forte  la suggestione che la scrittrice abbia voluto  emulare Camilleri con la vice questore Guarrasi, proponendo una figura femminile ambientata in Sicilia come il commissario Montalbano. I difetti risiedono proprio nel contesto e nel profilo della protagonista. Catania è disegnata in modo superficiale: banale è l'idea della nube di ceneri così come poco significativi sono i rari squarci del caotico traffico cittadino; più accattivante è il ricorso al dialetto siciliano, suggestivo e incomprensibile alle nostre orecchie. Nel delineare il suo personaggio l'autrice ha avuto forse presente Pedra Delicado di Alicia Gimenez Bartlett (si veda nel sito le recensioni di «Il silenzio dei chiostri» e di «Serpenti nel Paradiso: Riti di Morte»); malgrado il tentativo di dare spessore a Guarrasi con i riferimenti al padre ucciso e all'amore per il magistrato al quale ha salvato la vita, nonostante la descrizione di una vita solitaria e disordinata, in parte mitigata dalle cure di una vicina di casa, la personalità del vice questore non arricchisce la narrazione, restando sullo sfondo e pare spesso stereotipata. Solo la trama sorregge la storia e non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' banale.

Scalia Cristina CassarGiulio Einaudi
Sardinia Blues
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Sardinia Blues

Tre ragazzi, Davide il protagonista, Licheri e Corda, trascinano la propria vita in una Sardegna ben diversa da quella conosciuta dai turisti: ci sono il sole e il mare, ma ci sono soprattutto la noia e la voglia di evadere dalla provincia per vivere nel mondo. Tutti tre i ragazzi hanno trascorso diverso tempo allʼestero innamorandosi di donne fantastiche, delle ballerine, ma poi sono tornati delusi alla propria terra per trascorre il tempo tra discoteche e furtarelli. Il protagonista, Davide, è talassemico ed è quindi costretto a continue trasfusioni di sangue. Ma la sua malattia non è la causa del suo male di vivere: ciò che soprattutto incide sono la morte della madre e la distruzione della sua famiglia, con il nuovo matrimonio del padre e la lontananza, anche spirituale, della sorella. Il romanzo galleggia per gran parte tra la descrizione della vita notturna dei tre ragazzi,i ricordi di Davide della sua adoloscenza e della sua vita a Londra, le fugaci relazioni amorose , gli episodi di piccola furfanteria: tutto è portato avanti con leggerezza e rassegnazione, senza rabbia, quasi accettando lʼinutilità della vita. Poi la vicenda precipita: Davide va a letto con Daniela, una delle ragazze più belle della discoteca, i due ragazzi vengono sorpresi dal fidanzato, che li uccide. Il tema fondamentale del romanzo è lʼessere sardi: > sovente abbiamo cenato e fumato io e i miei amici, disquisendo dellʼamore e dellʼarte, dellʼessere sardi e del significato o meno di questo fortuito elemento della nostra esistenza, della nostra voglia di viaggiare e di capire il mondo, delle nostre fobie e della nostra inconcludenza . Ed è proprio la necessità di superare il localismo, «le paranoie identitarie e antidentitarie», che costuisce il tratto più interessante del libro: in una Italia sempre più resa piccola e provinciale dalla retorica del territorio questo romanzo è un inno, forse non voluto dallʼautore, alla globalizzazione, allʼapertura verso il mondo, al fatto di «accettare che siamo come gli altri». Non è un caso che Davide faccia sempre riferimento a stranieri, quando racconta degli altri talassemici: la malattia accumuna e non divide. La prosa di Sorigo è molto particolare e innovativa: la narrazione si sviluppa senza punteggiatura ( o con la punteggiatura sbagliata), come se le parole si susseguissero senza controllo, giocando tutto sulla musicalità e sugli accostamenti verbali. Il riferimento è la poesia piuttosto che la prosa. Questo approccio stilistico è talvolta efficace, ma rende la lettura frammentaria facendo perdere il senso complessivo del romanzo, che diviene, alla fine, un insieme di episodi e di impressioni.

Flavio SorigaBompiani
La scimmia dell'assassino
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La scimmia dell'assassino

> Per chi non mi conosce, sarà bene dire anzitutto che non sono un essere umano. Sono una scimmia antropomorfa. (...) Come sono finita tra gli uomini non lo so, e verosimlmente non lo saprò mai. Sally Jones, la scimmia narratrice di questo romanzo, è intelligente, le manca solo la parola, ma comprende il linguaggio degli umani, sa scrivere (e così che comunica), è bravissima a riparare oggetti meccanici, dai motori di una nave agli strumenti musicali sino a una vecchia macchina da scrivere, con cui presumibilmente ha scritto «le sue memorie». Le sue doti (abilità tecniche, impegno sul lavoro, profondo senso dell'amicizia) l'hanno resa la compagna indispensabile di un solitario uomo di mare, proprietario di un vecchio battello. Trovandosi a Lisbona, in attesa di un carico da trasportare, Sally Jones e il suo capo s'imbattono in Alphonse Morro, ( > aveva la faccia magra e pallidissima e uno sguardo tormentato), che noleggia la nave per andare a ritirare un carico, ufficialmente delle piastrelle, in realtà casse piene di armi. In una successione di eventi imprevedibili (l'affondamento del battello, l'incontro inaspettato con Alphonse Morro ( > gli occhi sembravano fuori dalle orbite dal terrore ) e la scomparsa di quest'ultimo in mare, il capitano è accusato di avere ucciso Morro, il cui cadavere non viene trovato. Mentre l'uomo è portato in prigione, Sally Jones fugge in una Lisbona ostile e oscura. Si ripara tremante e affamata in un sotto tetto, quando le arriva, come in sogno, un canto, > una voce triste e bellissima, (...) e di colpo, senza capire il motivo, mi sentii pervadere da una sensazione di calore. (...) La donna era seduta davanti alla finestra aperta di un abbaino. Cantando lavorava a qualcosa che teneva sulle ginocchia. Portava uno scialle e i capelli scuri erano raccolti in una crocchia spettinata. Da questo punto in poi il racconto si sviluppa in una serie di avventure, che portano Sally Jones in fuga da Lisbona nella lontana India per poi tornare nella città portoghese, sempre determinata a dimostrare l'innocenza del suo capitano. Sarebbe lungo ripercorrere le vicende, sempre contraddistinte da colpi di scena, da nuovi personaggi e da una soffusa atmosfera di malinconica speranza. Da dove nasce la dolce forza di Sally Jones, questa strana scimmia? Nasce dall'Amore, il quale si esprime nel profondo legame che unisce la scimmia con le persone che incontra, che l'aiutano e che lei aiuta: la triste Anna, povera operaia e meravigliosa cantante di Fado, Fidardo lo scontroso riparatore di strumenti musicali, il custode del cimitero dove Sally Jones scopre la tomba della fidanzata di Morro e la sua triste storia d'amore, l'eccentrico maharajah, verso cui Sally Jones non è cortigiana ma sinceramente amica, e infine lo stesso Alphonse Morro, in realtà vittima sofferente, attanagliata dal rimorso. Ci sono anche i cattivi, chiaramente più forti della povera scimmia; quante volte Sally Jones si rannicchia sul letto, sente venire le lagrime, sovrastata dalla paura e dalla nostalgia! Caparbia, apparentemente fragile ma sicura nei suoi valori, Sally Jones è messaggera di speranza, in un momento in cui ne abbiamo molto bisogno, adolescenti e adulti. Il romanzo è articolato in tre parti: la prima e l'ultima ambientate a Lisbona, la seconda in India. C'è da chiedersi per quale motivo l'autore abbia dedicato tante pagine al soggiorno di Sally Jones presso il maharajah, dissipando in banali descrizioni l'atmosfera affascinante di Lisbona. Leggendo le pagine ambientate nella città portoghese, ci si sente pervasi da quel senso malinconico di vivere che distingue Lisbona; ed è stato molto bravo l'autore a dare colori differenti alle strade e al cielo, nella prima parte cupi, nell'ultima solari, quando Sally Jones torna dai suoi amici e ai suoi luoghi. E' che dire del canto, il Fado, che attraversa l'intera narrazione, e che riesce a trasmettere persino al maharajah la dolce tristezza della musica portoghese, capace di trasformare un uomo egocentrico in un animo generoso e benigno, almeno una volta nella sua vita. La trama non sarebbe stata sufficiente a dare spessore alla storia. E' la scrittura a connotare l'intera narrazione: fluida, apparentemente semplice, con un'alternanza di dialoghi, riflessioni e stati d'animo della scimmia, e di abili descrizioni d'ambiente; lo stile avvince il lettore, anche nelle parti sinceramente prolisse e ridondanti. Perché leggerlo? Sally Jones pare personificare gli imperativi categorici di Kant: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Jakob WegeliusIperborea
Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
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Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio

Lʼedizione italiana è una revisione, sempre a cura dellʼautore, della prima pubblicazione in arabo del 2003, che aveva un altro titolo: «come farti allattare dalla lupa senza che ti morda». I due titoli, in italiano e in arabo, costituiscono due possibili chiavi di lettura del libro. Lʼambiente è piazza Vittorio a Roma, luogo multiculturale per eccellenza, ed in particolare un condominio, dove vivono diversi personaggi: dalla portinaia napoletana ad un triste professore universitario di Milano sino ad un giovane olandese, appassionato del neo realismo italiano. Intorno al condominio si muove una umanità multiforme, che, pur nelle incomprensioni reciproche e nelle differenze culturali e linguistiche, condivide un unico giudizio: la stima e la fiducia in Amedeo. Egli appare, e ci appare, come lʼitaliano che tutti vorremmo che fossimo in una società multiculturale: colti, gentili, educati, tolleranti e pronti ad aiutare a prescindere dal colore della pelle, dalla religione e dalla nazionalità di provenienza. Sono questi i motivi per cui tutti rifiutano lʼidea che Amadeo possa avere commesso un omicidio, e per giunta nellʼascensore del condominio, che non usava per rispetto verso la portinaia. > Mi ha guardato con un sorriso e mi ha detto: ho cambiato idea, vado a piedi. Non credevo alle mie orecchie e mi sono domandata: ancora ci sono degli uomini che rispettano le femmine in questo paese? . Ma è ancora più incredibile è che tutti, italiani e stranieri, si stupiscono che Amedeo non sia italiano. In fondo gli stranieri sono tutti maleducati ed ignoranti. Ma chi è Amedeo? E questa è la seconda chiave di lettura. Amedeo, con il suo perfetto italiano, con la sua vasta conoscenza di Roma, è in realtà Ahmed, un algerino, che è fuggito dal suo paese dopo che gli è stata trucidata la fidanzata. La sua è una fuga dallʼorrore del passato, da un mondo che vuole abbandonare, anche con la mente. A Roma ha trovato Stefania, ingenua, idealista e curiosa, e si è innamorato di piazza Vittorio, della suo scontro di civiltà. > A Roma cʼè la Stazione Termini. Termini vuol dire che il viaggio è finito. Questa città ha qualcosa di strano. È molto difficile andarsene. Forse lʼacqua delle sue fontane si è mescolata con una sostanza particolare che ha origini stregonesche . Ma Roma ti può anche far del male, con le sue regole burocratiche, con la freddezza e la violenza di una società in decadenza, ormai priva di solidarietà umana. Ahmed, in fondo, non vuole essere né italiano né algerino: vorrebbe essere solo Ahmed. Dʼaltra parte solo sua è la memoria del passato, le cui ferite si devono curare in solitudine. > Oh mia ferita aperta che non guarirai mai! Non ho consolazione al di fuori dellʼululato . Il pregio fondamentale del libro è la scrittura. Intanto un idea felice è lʼalternanza tra la descrizione delle vicende da parte dei diversi personaggi, così da mettere in risalto i differenti punti di vista, e le note autobiografiche, in forma di diario, di Amedeo/Ahmed. Esse sono introspettive, quasi la narrazione di un percorso personale, di liberazione dal passato e di scoperta del futuro. Inoltre, lo stile affettuosamente ironico contribuisce non poco a non cadere in moralismi o in pseudo analisi sociologiche, quando vengono narrati il razzismo latente negli italiani ( secondo la classica piramide Nord - Sud dʼItalia - Sud del mondo), la disperazione e la nostalgia degli stranieri, nonché la freddezza e la durezza della vita italiana. Il profilo dei personaggi è tratteggiato in modo così attento alla specificità di ciascuno, sia esso italiano che straniero, da far emergere una moltitudine di luci e di ombre, piuttosto che quel bipolarismo ( italiano - straniero, buono - cattivo) che tanti media vorrebbero imporre alla società italiana, pur refrattaria. Perché leggerlo? Leggero, divertente, ma profondo.

Amara LakhousEdizioni e/o
Il Secondo Cerchio
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Il Secondo Cerchio

Il libro raccoglie quattro racconti di giovani scrittori russi, che erano bambini quando è crollata lʼUnione Sovietica e sono, quindi, del tutto estranei ai temi ereditati dal crollo dellʼimpero. I racconti hanno stili e contenuti totalmente differenti, ma hanno un comune oggetto: «la ricerca di qualche cosa che ci manca», come conclude Vladim, il protagonista della breve storia di Savelyev, la più riuscita delle quattro. «Salam Dalgat» di Alisa Ganieva è ambientato in una città del Caucaso. Dalgat, un giovane studente «magro come uno stecco», è alla ricerca di un parente e ciò lo porta attraverso la città: al mercato, nelle squallide periferie, ad un matrimonio. Dappertutto si imbatte nella desolazione, nella violenza gratuita e nel costante contrasto tra tradizione e modernità. Quanto è lontano tutto questo dalla retorica ufficiale che vorrebbe dare unʼimmagine luminosa e virtuosa delle terre e del popolo del Caucaso! Nel suo errare Dalgat incontra un uomo che gli vuole far leggere un libro che parla di come è stata distrutta la nazione caucasica, le sue lingue, i suoi canti, le sue poesie secolari. Ma quando il giovane gli chiede di che cosa parla il libro, lʼuomo risponde con un sorriso: «niente di speciale, sciocchezze». Se lo stile di Ganieva è ancora profondamente russo, quello di Igor Savelyev, è minimalista, essenziale. La sua «Città Pallida» parla del mondo dellʼautostop. I protagonisti sono dei giovani che vagano per la grande Russia senza un vero scopo, se non quello di fuggire dai genitori, dalla vita borghese. Vladim, nel suo peregrinare, trova ospitalità per la notte ad Ufo, una delle tante città al limite degli Urali, presso uno studente fuori corso. Qui incontra una ragazza, Nastja, anchʼessa autostoppista. Nasce una breve storia dʼamore, che il ragazzo vorrebbe continuare, ma Nastja > si accalorava.... non mi importa dove andare (dice), purché sia lontano da casa... ho bisogno di posti nuovi dove fermarmi poco.... conoscenze occasionali, persone che appaiono e spariscono . Ed allora non resta che rimettersi sulla strada alla ricerca di quellʼ «acuto senso di solitudine che non è possibile trovare nella vita normale». «Il bambino perduto» di Anna Lavrinenko è un racconto delicato, sentimentale, anche psicologico, ma dietro lʼapparente normalità narrativa si nasconde un paradosso: il protagonista, un operatore di call center, è convinto di essere stato abbandonato da sua madre allʼetà di cinque anni. Questo pensiero, ma è vero che è stato lasciato?, lo ha perseguitato per trentʼanni, ma forse non è necessario un fatto così grandioso per dare un senso alla vita. > Forse basta semplicemente dimenticarsi le chiavi, sedersi in una tromba delle scale deserta . Infine, «Alta pressione» di Aleksej Lukjanov ci riporta, in modo surreale, allo squallore della vita politica attuale. Alcuni operai lavorano stancamente in una officina ferroviaria, quando si accorgono, giorno dopo giorno, che non funzionano più i telefoni, internet e tutti i mezzi di comunicazione. Il governo cerca di rimediare con un progetto assurdo: la radiodiffusione a vapore. Ma ciò non arresta il disfacimento, anche le parole importanti ( «sacramentali») cominciano a mancare. Tutti vogliono scappare in occidente, ma i treni sono troppo affollati.Il futuro potrebbe essere di desolazione, di povertà e di solitudine, se non fosse che il ciclo delle stagioni continua. > Era tornato il verde e alcune reti commerciali si erano autoliquidate in tutta fretta.... e così la fame non arrivò . Ad un certo punto, il governo, tramite la radiodiffusione a vapore, comunica che si è stancato dei cittadini, troppo ignoranti per comprenderlo, e ha deciso di abbandonarli al loro destino. Esplode la radiodiffusione a vapore ma ritornano le parole e si è finalmente liberi. Ma siano in Italia o in Russia? I racconti sono scritti molto bene e affrontano temi generali, tipici della società odierna: il disorientamento della gioventù ma anche la volontà di costruirsi da soli il futuro, autonomamente e con le proprie forze. Le storie non si concludono, restano sospese ed incerte, ma è ciò che abbiamo dinanzi: non ci sono più sicurezze. Perché leggerlo? La lettura è piacevole e i temi sono convincenti ed intriganti.

Il segreto del bosco vecchio
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Il segreto del bosco vecchio

All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro  succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore;  con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che  è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .

Dino BuzzatiOscar Mondadori
Il segreto del Bosco Vecchio
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Il segreto del Bosco Vecchio

All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro  succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore;  con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che  è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .

Dino BuzzatiOscar Mondadori
Sei Quattro
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Sei Quattro

Mikami lavora nel dipartimento di polizia di una città di provincia, indicata genericamente dall'autore con D. Dopo molti anni trascorsi nella squadra mobile, Mikami è stato trasferito alla direzione amministrativa, responsabile dell'ufficio stampa. Insieme con il nuovo incarico si verificano due fatti che rappresentano i capisaldi dell'intera storia. Da Tokio è previsto la visita del capo della polizia che vuole commemorare l'uccisione di una bambina rapita quattordici anni prima e di cui non si erano trovati i colpevoli. E' stato un grave smacco per D e ufficialmente il capo della polizia intende riaffermare la volontà di trovare gli assassini. Spetta a Mikami organizzare la conferenza stampa e convincere il padre della bambina a presenziare: due compiti difficili perché sono tese le relazioni con i media e perché la famiglia è indispettita dal fallimento della polizia. Da bravo poliziotto che non ha perso il gusto dell'indagine, Mikami scopre che un fitto mistero circonda il caso Sei Quattro, così chiamato nel gergo di D; la squadra mobile ha nascosto un grave errore degli inquirenti: non essere riusciti a riconoscere la voce del rapitore per un banale guasto tecnico. Poi, Mikami viene a sapere che la visita del capo della polizia è l'occasione per commissariare la scuola mobile di D, per farla dipendere direttamente da Tokio. Lotte di potere, errori nell'indagine, omertà e mancanza di trasparenza, rapporti difficili con i mezzi di informazione, sono i filoni conduttori di un romanzo poliziesco ambientato in Giappone ma che potrebbe svolgersi in Italia. Mikami è dinanzi a un dilemma: è ancora un poliziotto, e quindi parte della squadra mobile, o è ormai un funzionario amministrativo e deve diligentemente organizzare la trappola in cui si vuol far cadere il suo vecchio corpo di appartenenza? Mikami risolve il dilemma nell'unico modo che conosce: ritorna ad essere un poliziotto per scoprire cosa c'è dietro all'errore di molti anni prima e per individuare chi era il rapitore che aveva ucciso la bambina. Insieme al nuovo incarico, l'unica figlia di Mikami è scappata di casa e non è stata ancora ritrovata. L'autore ci offre alcuni squarci di una famiglia in cui il padre è sempre dedito al lavoro e la moglie svolge pienamente le sue funzioni di madre e consorte; peccato che non si sono accorti, o non hanno voluto vedere, il crescente malessere della figlia. > Forse eravamo proprio noi a non andare bene >. Parole che ogni genitore dovrebbe scolpire nella mente e nel cuore! Ed allora, sommessamente, sotto un velo di non detto, scopriamo che Mikami ha una faccia particolarmente brutta, tanto che spesso la gente ride di nascosto a guardarlo, e che la figlia assomiglia al padre, soffre della stessa bruttezza. > Si rifiutava di uscire insieme al padre. (...) faceva in modo che i genitori non potessero vedere il suo volto. (...) Con la testa dall'altra parte (...) disse: (...) voglio cambiare tutto, qualsiasi cosa. (...) Gli era sembrato che dicesse: smetto di essere tua figlia >. C'è anche qui un mistero, che porta Mikami a chiedersi perché la moglie, da tutti considerata molto bella, l'abbia voluto sposare. A questa questione il romanzo non dà una risposta, perché l'animo umano è ben più indecifrabile di una vicenda poliziesca.  La vicenda familiare è sommersa dal racconto di un grande intrigo, in cui la parte più interessante è data dai rapporti tra la polizia e i mezzi d'informazione. L'autore descrive in modo minuzioso la difficile gestione dell'ufficio stampa, stretto tra le richieste dei giornalisti e le direttive di scarsa o nulla trasparenza. Il gusto del dettaglio e l'analisi introspettiva caratterizzano l'intera narrazione, con rari colpi di scena, allungandosi nei ragionamenti spesso tortuosi del protagonista. Se ne esce come chi è sommerso da una massa di terra e solo qualche volta intravede un bel fiorellino. Al di là della metafora il romanzo è prolisso e noioso. Perché non leggerlo? E' intrigante la storia, ma la narrazione è noiosa.

Yokoyama HideoOscar Mondadori
Senso ed altri racconti
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Senso ed altri racconti

Camillo Boito, fratello maggiore del più famoso Arrigo, fu un esperto dʼarte, impegnandosi marginalmente nella letteratura. Eppure i suoi racconti sono incredibilmente moderni per la freddezza e lʼamoralità con le quali lʼautore affronta lʼegoismo ambiguo e inenarrabile che si nasconde dentro lʼanimo umano. Nella storia più nota, «Senso», Livia è una donna, dura, superficiale e vanesia, che affida ad uno «scartafaccio» un terribile segreto. E lo fa con la gioia di > confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ancora molto giovane, ma già sposa di un ricco ed anziano aristocratico, ha come amante un ufficiale austriaco. Pur riconoscendo che è un uomo dissoluto, cinico e di pressoché nulli principi morali, Livia è travolta dalla passione fisica. La descrizione dellʼinizio della loro relazione è una lezione di maestria letteraria. Con poche parole, leggere e velate, lʼautore esprime la profonda sensualità del rapporto tra Livia e il suo amante. La donna è in una vasca, nuda, sdraiata supina in uno stato di compiacimento della sua bellezza, della «bellezza rosea della pelle», quando, attraverso le ampie aperture che collega la vasca con lʼarea dedicata agli uomini, irrompe lʼamante. > Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo.... ritto in piedi, mezzo velato dallʼacqua, ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva ringraziare i numi e dicesse: Finalmente! Ma lʼuomo si rivela ben presto un furfante, che chiede continuamente quattrini alla ricca contessa, sino al punto di portarle via anche i gioielli per corrompere i medici ed evitare di andare in guerra. Livia vive a Trento, lʼuomo deve stare a Verona, dove è il corpo militare al quale appartiene. La lontananza permette allʼuomo di ingannare ancora lʼamante, dichiarandole la sua fedeltà mentre se la spassa con altre donne, approfittando dei soldi della contessa. Ma lʼamore cieco si può trasformare in un odio crudele. Livia si accorge del tradimento e per vendetta denunzia lʼamante, che viene fucilato. Questa infamia peserà per sempre sulla coscienza di Livia o è stata solo la conclusione infelice di un capriccio? Lʼautore non dà una risposta a questa domanda, non gli interessa esprimere un giudizio morale né tanto meno effettuare unʼanalisi sociale. In fondo lʼautore è come un pittore che deve rappresentare, con tutti i suoi chiaro scuri, un paesaggio, uno stato dʼanimo, un sistema di personaggi: niente di più. La trama narrativa è il pregio fondamentale di Boito. È lineare, semplice, ma ricca di suspense. Un altro aspetto interessante dello stile dellʼautore consiste nella descrizione dei paesaggi, soprattutto dellʼambiente premontano, che gli doveva essere particolarmente caro. Cʼè una cura attenta del dettaglio, quasi verista, accompagnata da una trasfigurazione che fa leva sulle immagini e sui colori. Si prenda ad esempio questo brano, tratto da un racconto minore, «Il demonio muto». > In mezzo a quelle due chine brulle dʼun colore cupo rossastro si vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un monte lontanissimo. Le nubi sʼerano squarciate e, sul largo campo azzurro, da quellʼangolo basso saliva saliva una nuvola bianca, illuminata dal sole. Prima sembrò una corona dʼargento posta sul culmine del monte lontano; poi si espanse, invase una gran parte del cielo. Pigliò figura di un toro immane, che si avanzasse con la sua testa cornuta... Poi, in un minuto, il toro mutò apparenza: la testa da grossa che era si allungò, divento il grugno di un porco e la figura, che prima era maestosa, diventò grottesca . Perché leggerlo? È piacevole, un intrattenimento non banale.

Camillo BoitoL'Unità
Separate flights and other stories
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Separate flights and other stories

«Voli separati» fa parte di una raccolta di racconti, con un unico tema: il disfacimento delle relazioni di coppia allʼinterno della famiglia nucleare, ormai tipica del ceto medio. È sufficiente soffermarsi sulla breve storia che dà il titolo allʼintero volume per cogliere le caratteristiche letterarie dellʼautore e fuggire, il più velocemente possibile, dalla noiosa ripetitività delle situazioni, dei personaggi e dei dialoghi. Beth non riesce a dormire e non accetta di assumere dei sonniferi: desidera sapere perché non riesce a fare una cosa così semplice, come dormire. > Così notte dopo notte andava a letto per restare sveglia. (...) non era attrezzata a risolvere un problema di questo tipo, (...) ciò di cui aveva bisogno era indagare dentro sé stessa, e ciò era un compito doloroso e destinato allʼinsuccesso. Poiché quando cercava di esplorare sé stessa trovava, oh Dio, non trovava niente. Non restava che farsi un gin. Lee, suo marito, deve andare ad un evento aziendale; come fanno spesso, i due prendono voli separati così da evitare che entrambi periscano in un eventuale incidente aereo (è la teoria del portafoglio della finanza, distribuire i rischi!). Berth incontra un uomo, con il quale ha una relazione occasionale. Ed è proprio questo rapporto fuggitivo ed intenso che porta alla luce le cause profonde del malessere: non amava più suo marito. Da tempo > sospettavi che qualche cosa fosse morto nella tua casa, così ti guardavi intorno e vedevi che era da tempo morto anche nelle case di tutti gli altri; allora eri capace di tornare e guardare sotto il tuo proprio letto e trovare, veramente, un cadavere. Lei accettava questa morte. Essa era naturale e prevedibile come una faccia piena di rughe . Ed infatti non cʼè uno sbocco alla crisi matrimoniale, alla perdita dellʼamore, perché è una cosa che «soltanto accade e noi non ci possiamo fare nulla». In una società nella quale tutto si disgrega, anche lʼamore, non resta che il ricorso allʼalcol: la solitudine è una dimensione esistenziale dalla quale non si può sfuggire perché si basa sullʼimmobilismo delle relazioni umane, sulla nostra incapacità di amare realmente o di rovesciare la nostra vita. Il profondo pessimismo dellʼautore lascia in sospeso le storie, non fa evolvere volutamente la narrazione, creando una trama statica, i personaggi sono freddi, senzʼanima, imprigionati in unʼesistenza piatta ed opaca. E fa bene la figlia di Berth a reagire con violenza agli avvertimenti della madre ( > oh mia bambina, salva te stessa. (...) è una farsa, amore, matrimonio, fedeltà..), ed urlare: oh perché sei venuta questa notte! Perché! Perché! Perché non sei rimasta di sopra ad occuparti delle tue proprie sporche faccende!" Non cʼè speranza, forse è vero; ma si avrebbe desiderato un racconto migliore, con dialoghi intensi, qualche colpo di scena e, soprattutto, con approfondimenti dei personaggi e delle situazioni. Ed invece si è dinanzi ad un ritmo narrativo noioso ed opprimente; peccato perché la scrittura è di ottimo livello. Perché non leggerlo? Opprimente e noioso.

Andre DubusOpen Road
Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte
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Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte

I romanzi, ambientati a Barcellona, hanno come protagonista l’ispettore Petra Delicado, che affronta una serie di indagini poliziesche insieme con il suo collaboratore, il vice ispettore Fermìn Garzon. I due poliziotti non esprimono grandi capacità di indagine, inseguendo molte direzioni e spesso trascurando alcuni indizi fondamentali. In realtà prevalgono sempre le vicende personali. In «Riti di Morte» viene affidata finalmente un’indagine a Petra Delicado, che, ancora sotto pressione per due matrimoni falliti, trasferisce nell’inchiesta un’aggressività tale da pregiudicare in molti casi gli interrogatori, tendendo anche a operare spesso con scarsa lucidità. Nei «Serpenti nel Paradiso» è invece la nostalgia per una vita diversa (fatta di un menage familiare ordinato, di una bella casa e soprattutto di figli) che conduce Petra Delicado a farsi irretire dal colpevole tanto da non portare avanti nessun filone di indagine e di trascurare un indizio importante. In realtà la trama poliziesca è in fondo l’occasione per dipingere vicende e situazioni sempre caratterizzate da una profonda solitudine e da una sostanziale falsità nelle relazioni personali. Si tratta d’altra parte di due lati del problema esistenziale che sembrano in contraddizione reciproca: per vivere rapporti sinceri e onesti bisogna vivere in solitudine. Barcellona è solo sullo sfondo, quasi inesistente. La scrittrice si affida ai dialoghi e a brevi descrizioni dei contesti nei quali si muovono i personaggi, ma mancano tutti quei riferimenti sociologici e quelle digressioni che sono tipiche dei libri di Montalbàn. Certe ambientazioni, il ritmo narrativo, la descrizione dei personaggi ricordano il romanzo poliziesco americano, in particolare quello di Raymond Chandler.

I sessanta racconti
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I sessanta racconti

Dino Buzzati è uno dei più affascinanti scrittori italiani del secondo Novecento: sospeso tra fantastico e realismo, ha colto l'angoscia esistenziale dell'uomo contemporaneo, la mancanza di speranza e insieme l'intenso desiderio di fuggire in un mondo migliore, di là dalla realtà; è il Kafka e il Philip Dick della nostra letteratura, spesso così prosaica e lirica. Grande scrittore da leggere a piccole dosi, è un peccato che sia stata ripubblicata questa ampia raccolta di racconti del 1958 perché mostra pure i limiti del mondo poetico e spirituale di Buzzati. Partiamo da un breve racconto, «Una goccia». In un condominio avviene un fatto strano: > una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso sul letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, tic, si ode a intermittenza. (...) Ma che cosa sarebbe poi questa goccia, (...) sarebbe per caso una allegoria? (...) O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Oppure posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo. No, è soltanto una goccia. Nella sua banalità e stranezza una goccia d'acqua saltellante sintetizza il filone narrativo di tutta l'opera di Buzzati: la bizzarria del reale, che non è quello che dovrebbe essere, lo spasmodico bisogno dell'essere umano di radicarsi a qualcosa di concreto insieme con l'attesa di qualcos'altro, il tutto, però, rinchiuso in un mondo claustrofobico dal quale non si può fuggire. Pensiamo a un altro racconto, un bozzetto ironico e gentile della buona borghesia milanese. In «Paura alla Scala» siamo alla prima di un'opera, nel grande teatro si è radunata la società più elegante e ricca di Milano. Si diffonde la voce che sta per scoppiare la rivoluzione; e allora gli spettatori restano dentro la Scala come fosse una sede diplomatica. > Tra tanta gente conosciuta, in un ambiente estraneo alla politica, (...) si sentivano protetti . Con fine psicologia Buzzati descrive le dinamiche di questo mondo «lieto, nobile e civile,» ma spaventato e incapace di reagire. > Nella piazza spuntò un ometto curvo spingendo un carrettino. Con calma estrema (...) l'ometto cominciò a spazzare. Bravo! Bastarono pochi colpi di ramazza. (...) Niente era successo . E che dovrebbe capitare? Ricordando una bellissima poesia di Caproni («Congedo del viaggiatore cerimonioso»), in «Qualcosa era successo» i viaggiatori arrivando alla stazione la trovarono vuota, > finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido. Aiuto! Aiuto! urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati . Non c'è nulla ad aspettarci oltre la nostra triste esistenza. Il tema di un mondo claustrofobico dal quale si sfugge, anche ricorrendo alla fantasia, percorre l'intera raccolta di racconti. Ciascuno di essi affascina il lettore, pur nella differente qualità stilistica e narrativa; il tutto diviene monotono e incombente nel suo pessimismo esistenziale. Il libro dovrebbe essere preso come un breviario, da leggere ogni tanto, qualche breve storia, quando si ha bisogno di ricorrere al fantasy e al paradossale, ma senza avere la pretesa di sollevare lo spirito dinanzi alle brutture del mondo. O forse, come in «Sette piani», splendida narrazione di un ricovero ospedaliero (chi di noi non ha vissuto le paure e la solitudine del malato in balia dei medici?) non resta che il fascino misterioso del paesaggio. > Guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l'impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti e piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi di convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Per apprezzare i racconti occorre fare un ampio ricorso alle citazioni. Infatti, non è la struttura narrativa che avvince, essa è anzi ripetitiva; il punto di forza di Buzzati è la scrittura. C'è da chiedersi come faccia quest' autore a mescolare lo stile fantastico e surreale, persino fantascientifico, con una prosa descrittiva, attenta ai dettagli, all'approfondimento psicologico e al contesto, come vorrebbe il buon romanzo ottocentesco; narrazione sempre elegante, fluida e ricca dal punto di vista lessicale. Perché leggerlo? Tenerlo nel comodino come un breviario, di fantasia ed eleganza.

Dino BuzzatiOscar Mondadori
La sfuriata di Bet
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La sfuriata di Bet

Il romanzo è ambientato a Torino, in questi anni di crisi economica e di disagio sociale. Elisabetta, che vuole essere chiamata Bet, è lʼio narrante di una storia neo realista a lieto fine. > Eravamo una famiglia come tutte le altre, né troppo rumorosa né troppo silenziosa, né ricca né povera, una famiglia operaia come quelle del nostro palazzo e come quelle dei palazzi accanto : una famiglia normale, quando la morte della sorellina travolge il precario equilibrio domestico: il padre abbandona la famiglia, la madre trova un nuovo compagno e Bet si ritrova arrabbiata con il mondo senza una ragione precisa: > penso che sono una ragazza del mio tempo, e che non lo sono. Che abito nel mondo, e il mondo non mi piace, e non mi sento adatta ad esso . La prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita per la sua freschezza, è la narrazione della rabbia di Bet: la solitudine, la noia dellʼambiente scolastico, il conflitto con la madre, sulla quale far ricadere tutte le colpe, lʼidealizzazione del padre, dal quale non potrà che essere delusa, e lʼincontro inaspettato con una giovane donna incinta, con la quale trovare una amicizia. A disturbare il soave e leggero realismo del racconto interviene, purtroppo, una connotazione magica: alla sera, prima di addormentarsi, Bet, se è serena e si è comportata bene ( sic!) vede delle piccole sfere luminose uscire dalle mani e salire verso il cielo ( lʼangelo custode?, lʼanima della sorellina defunta?). È già questo un segnale preoccupante del fatto che il marketing della casa editrice ha messo le mani sul racconto. Ed infatti la seconda parte del romanzo è ricca di sdolcinate e inverosimili vicende: Bet ritrova la solidarietà con la madre partecipando insieme ad una sfortunata azione sindacale ( un pizzico di lotta di classe va di moda), arrabbiata si incatena al calorifero dellʼufficio del preside e diviene famosa tanto da essere invitata in televisione, e, alla fine del racconto, si ritrova intrappolata in un ascensore con lʼamica che sta per partorire, viene a mancare la corrente elettrica, ma, malgrado questi incredibili inconvenienti, Bet riesce a far nascere il bambino, aiutata dalle piccole sfere luminose. Se ci si fermasse alla prima parte del romanzo, si potrebbe parlare di neo realismo, come hanno fatto alcuni critici. Si potrebbe apprezzare lo stile narrativo, semplice ma efficace, a tratti ironico, che dà bene il senso di ciò sorregge la gioventù attuale dinanzi ad una società paternalista ed indifferente: > lʼunica cosa che può tenermi viva, presente e vigile nel rincorrersi dei giorni che mi si dispiegano davanti non è la speranza, ma la curiosità di vedere come andrà a finire, se me la caverò e in quale modo, senza calpestare quei pochi principi che ho maturato fin qui . Cʼera bisogno di rovinare il tutto con un mix di soprannaturale e di soap opera? Perché non leggerlo? Perché siamo stanchi di sdolcinature e vorremo un pizzico di sano e vero realismo.

Christian FrascellaEinaudi ebook
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The Shadow King (il Re Ombra)

Il romanzo è ambientato in Etiopia durante l'occupazione italiana (1935-1941). La prima parte, intitolata «Invasione», parla della guerra, tra l'ottobre 1935 e il maggio 1936, che condusse alla conquista di Addis Adeba da parte delle armate italiane e alla fuga di Hailè Selassiè; le altre due parti, «Resistenza» e «Ritorno», raccontano la sanguinosa guerra partigiana, che minò profondamente le velleità italiane di colonizzazione dell'Etiopia. Infine, un breve epilogo si svolge nel 1975 quando Menghistu destituì e imprigionò Hailè Selassiè. Oltre alla ricerca storica, in particolare quella di Angelo del Boca («Gli italiani in Africa orientale», volumi I e II), l'autrice ha attinto alla documentazione fotografica, pure di fonte italiana. Ed è proprio dalla «foto come memoria», che prende le mosse la narrazione, sin dalla presentazione della protagonista: la serva Hirut.  Un fotografo francese visita nel 1935 la casa di un feudatario etiope e gli viene chiesto un ritratto della servitù. > Questa è Hirut. Questo è il suo largo viso amichevole con uno sguardo curioso. Gli occhi pieni di luce sono sospettosi ma tranquilli, (...) una ragazza graziosa con un collo sottile e attraente e spalle leggermente curve. (...) Guarda lontano dall'obiettivo, e cerca di non socchiudere gli occhi, il viso rivolto al sole accecante. (...) Nessun'altro modo per ricordare il corpo incontaminato che una volta portò con la leggerezza di una bambina . La descrizione della società feudale etiope e della condizione femminile è impietoso: sfruttamento bestiale dei contadini, sottomissione totale della donna, anche quella appartenente alla casta feudale, violenze e abusi sessuali. Hirut è una giovane orgogliosa,  conserva la spada lasciata dal padre, per affetto e per affermare il rango al quale ritiene di appartenere; l'arma le viene tolta dal padrone perché alle donne non è concesso combattere. Le continue disubbidienze di Hirut vengono represse violentandola e le altre donne, invece di esprimerle solidarietà, la condannano all'emarginazione. Il suo destino non è poi così diverso da quello della sua padrona: l'aristocratica Aster, anch'ella costretta a riconoscere la superiorità del marito, umiliandosi. Quando Aster chiede di combattere riceve un netto rifiuto. > Torna indietro qui con le tue donne. (...) Lei lo guarda a lungo, un tempo sufficiente a far sì che il risentimento scompaia dal viso. Lascia che scivoli tra loro come un sipario calato su un palcoscenico. Poi annuisce e va via. La condizione femminile cambia radicalmente quando, dopo la sconfitta, inizia la resistenza e il ruolo delle donne è fondamentale per una lotta che richiede il coinvolgimento di tutta la popolazione. Sappiamo da Angelo del Boca che ci furono numerose e famose donne partigiane; stiamo parlando di protagonisti realmente vissuti, anche se trasfigurati dall'immaginazione. L'esilio di Hailè Selassiè scoraggia il popolo etiope nella lotta contro gli italiani;  si ricorre ad un stratagemma: si sfrutta la somiglianza di un mendicante con il Negus per diffondere la voce che il sovrano sia tornato. L'uomo deve farsi vedere tra i villaggi; ad accompagnarlo è una splendida amazzone: Hirut. Da serva umiliata e sottomessa la giovane diviene una combattente, essenziale per dare verosimiglianza all'inganno, ma lei stessa è un'eroina per gli atti di valore e di coraggio A questo punto irrompe nel racconto un nuovo personaggio: Ettore, un fotografo italiano di origine ebrea, il quale, per paura di essere denunciato e perché è un pusillanime, si presta a fotografare i più orrendi crimini commessi dagli italiani. Siamo a pagine drammatiche e di alta qualità narrativa. L'autrice attinge alle foto di questo dimenticato soldato  per documentare la ferocia dei nostri connazionali. Vengono condotti continui rastrellamenti e le persone catturate, generalmente vecchi, donne e bambini, vengono gettati in un burrone e, mentre volano nel vuoto, urlano i loro nomi, per dire che hanno avuto una vita, erano esseri umani. > Ciò non può essere annientato: che ripeta il suo nome fino a quella caduta finale, (...) e l'eco della sua voce è il lamento funebre del mondo, la terra maledicendo questa crudeltà. (...) Aveva trovato il modo di non ascoltare le loro preghiere e maledizioni quando si agitavano, con l'eleganza di una danza, sul crinale del precipizio per quell'ultima fotografia. (...) Ogni fotografia è divenuta un giuramento non mantenuto con sé stesso, una rottura nelle difese che si è creato per ignorare ciò che egli realmente é: l'archivista di oscenità, il raccoglitore del terrore, una testimonianza di tutto ciò che ci penetra e dissolve la nostra autostima e lascia morti gli esseri umani. Il lungo romanzo ha raggiunto il suo apice, drammaticamente epico; poi, spossato da tante immagini orrende e disumane, si ripiega su sé stesso in un inverosimile legame tra la virile e determinata Hirut e il fragile e ipocrita Ettore. Liberiamoci di un possibile equivoco: il romanzo non è un atto d'accusa contro il nostro Paese. L'autrice narra un destino delle donne: ad esse vengono riconosciute indipendenza e prestigio solo quando danno un contributo alla lotta per la liberazione, in questo caso contro l'italiano invasore. Hirut si conquista un ruolo combattendo e rischiando di essere torturata, violentata e uccisa; in questo modo si riscatta dello stupro subito, quasi che questo fosse una sua colpa. C'è in lei una forza che ci affascina, in particolare perché si contrappone alla debolezza caratteriale e valoriale di Ettore. Nel contempo l'autrice desidera raccontare la tragedia dell'Etiopia, aggredita, sconfitta perché avvelenata dall'uso criminale di gas nervini (con decine di migliaia, forse centinaia, di morti tra la popolazione civile), soggetta poi ad una repressione che non risparmiò nessuno. Purtroppo, Maaza Mengiste non è Chimamanda Ngozi Adichie ( si veda su questo sito «half of a yellow sun»): non riesce a muovere dai personaggi per narrare una storia di popolo; i protagonisti restano stereotipi sui quali, tuttavia, l'autrice scarica troppi temi esistenziali (si pensi alla relazione tra Ettore e suo padre); la tragedia dell'Etiopia è un poema epico, anche per il ricorso ad alcuni espedienti, come il coro e i momenti di sospensione su Hailè Selassiè, sinceramente ridondanti. I due livelli restano separati, è evidente che  l'autrice si trovi maggiormente a suo agio quando assume toni lirici e drammatici. Sotto il profilo della scrittura il romanzo si avvia un po' stentato; poi la scrittrice assume sicurezza e crescente capacità stilistica, con un ricco lessico e con forme sintattiche sempre più espressive. L'eccessiva lunghezza non aiuta l'efficacia complessiva della narrazione e si fa fatica ad arrivare alla fine Perché leggerlo? Per noi italiani è indispensabile fare i conti con il colonialismo.

Maaza MengisteCanongate Books
Shanghai Baby
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Shanghai Baby

Resterà deluso chi si aspetta la Cina quotidianamente propinata dai mass media, per denigrarla od esaltarla. Questo romanzo è ambientato a Shanghai ( > una metropoli epicurea, che produceva schiume euforiche, esseri umani di nuova generazione, e che era intrisa, per le strade e nelle viuzze, di unʼatmosfera frivola, triste e misteriosa ), ma il racconto potrebbe parlare di New York, Londra, di qualsiasi altra metropoli. La protagonista, Ni Ke, «ma gli amici mi chiamano Coco», è una ragazza ventiquattrenne, che fa parte di > un gruppo di giovani benestanti e viziosi che ricorrono a parole sempre più esagerate e sempre meno controllabili per procurarsi un piacere sfrenato... siamo un nugolo di bruchi disorientati, con ali fantasiose più virtuali che reali, sentimentali e dipendenti lʼuno dallʼaltro; un nugolo di larve attaccate allo scheletro della nostra città, sensuali e pieni di dolce dinamismo . Quando uscì nel 1999, il libro fu proibito dalle autorità cinesi in quanto descriveva ed esaltava il modo di vivere della «Mian Mian», la beat generation cinese, considerata «immondizia da spazzare via», da mettere al bando ed eliminare. Da questo punto di vista il romanzo è senza dubbio datato, in quanto lʼimpetuoso sviluppo ha imposto > lʼabbigliamento, acconciatura, modo di parlare e di fare lʼamore di Coco, così simile alle giovani abbienti ed istruite di tutti i paesi del mondo. Cʼè, tuttavia, un tema che lo rende ancora interessante: può esistere un amore senza sesso? > Dovevo mantenere una certa distanza fra lʼuomo e la donna, non doveva esserci contatto fisico intimo? O dovevano finire a letto, diventando due amanti inseparabili? Coco ha appena pubblicato un volume di racconti, che lʼha resa famosa ( > ho ricevuto dai lettori di sesso maschile molte lettere dʼamore, corredate quasi tutte di fotografie porno ), lavora come cameriera presso un bar, dove conosce Tiantian, un ragazzo di una > bellezza indescrivibile, che lasciava trapelare stanchezza della vita e desiderio dʼamore. Eravamo due persone diametralmente opposte: io ambiziosa, piena di vitalità, pronta a mordere il mondo come fosse un frutto maturo; e lui taciturno, triste, depresso, che considerava la vita una torta cosparsa di polvere di arsenico . Inizia una storia dʼamore, una relazione profonda, che appagherebbe totalmente Coco se non fosse che Tiantian è impotente, non riesce ad avere un rapporto sessuale completo. Coco è«come un bruco deciso a entrare in una grande mela», vuole vivere intensamente, senza perdersi nulla. Conosce Mark, un tedesco, biondo ed aitante, con il quale tradisce apertamente Tiantian. Gli incontri tra Coco e Mark sono sempre tumultuosi, sfrenati, fisici e violenti, compensati dalle dolcezze amorose e lascive che la ragazza continua a intrattenere, con grande soddisfazione, con Tiantian. Nello sfondo si rincorrono caoticamente i party, le feste, i personaggi, tutti trasgressivi ed esagerati, di una Shanghai cosmopolita e giovanilistica. Tutto sembra naturale: parlare di arte e di letteratura, fare sesso, eterosessuale ed omosessuale, fumare spinelli, ubriacarsi, e far visita ai genitori, sempre pronti ad accogliere nella sicurezza della famiglia tradizionale, con gioia e senza troppe domande, ma con molte preoccupazioni, come i genitori di tutte le parti del mondo. In questo ambiente non ci può essere senso di colpa in Coco, anche quando Tiantian si lascia morire di overdose, travolto dalla sua inadeguatezza come amante ed incapace di liberarsi dagli incubi che lo attanagliano sin dallʼinfanzia. Dietro la personalità di Tiantian si nasconde, infatti, un dramma esistenziale, che nasce dalla convinzione che la madre, unʼ ambiziosa imprenditrice cinese, abbia ucciso il padre. Coco non fa nulla per aiutare lʼamico, perché troppo occupata a vivere pienamente la sfrenata società di Shanghai. Mentre va a consegnare il manoscritto del suo nuovo romanzo, che narra appunto la sua storia con Mark e Tiantian, Coco si sente molto stanca. > Il taxi correva come impazzito lungo la tangenziale, con me e una mia amica a bordo, che sbadigliavamo di continuo . Ed è la noia lʼimpressione prevalente nel lettore. La narrazione si sviluppa lenta, prolissa, in qualche modo scontata. Troppo lontana appare Shanghai per lasciarsi intrigare da questa grande metropoli, così come le riflessioni e le divagazioni di Coco sono spesso banali, letterarie e generiche. Domina una grande superficialità. Perché non leggerlo? Il tema di fondo è interessante, ma il romanzo è noioso.

Weihui ZhouOscar Mondadori
Signoria
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Signoria

Siamo nella Spagna nel 1799. Don Rafel è il potente cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona. Lʼautore lo descrive sinteticamente come un uomo > la cui vita era caratterizzata da una bramosia costante e dallʼinquietudine dellʼinsoddisfazione, che lo spingeva a sognare senza essere poeta, a innamorarsi senza essere un dongiovanni, a scalare posizioni sempre superiori agli altri, sperando di raggiungere la felicità. Ma, siccome era intelligente, sapeva mantenere le posizioni conquistate, pur a costo dellʼodio e dellʼinvidia altrui . La sua abilità e la sua spregiudicatezza gli avevano permesso di salire nella scala sociale sino ad arrivare ad una posizione impensabile, lui non aristocratico, e ad un patrimonio ragguardevole. Potente e temuto sembrava inattaccabile e si faceva chiamare con il titolo di Sua Signoria, preludio ad una baronia. Un episodio apparentemente marginale, lʼomicidio di una cantante, lo trascina nel baratro. La donna è stata assassinata dopo avere avuto un rapporto dʼamore con un giovane poeta, Andreu, che viene accusato del delitto. A casa del giovane viene trovato un documento, dove emerge che don Rafel ha ucciso la sua amante.Il potente cancelliere fa in modo che il giovane, pur innocente, venga condannato rapidamente e mandato al supplizio. Ma la situazione precipita: il delitto di don Rafel è a conoscenza di altre persone, che o lo ricattano o cercano di vendicarsi della morte del giovane. Don Rafel non ha rimorsi ma teme lo scandalo e «si chiedeva quando avrebbero iniziato a gettarglisi addosso per toglierli tutto». Preso dalla disperazione, va a confessarsi ma rivela davanti al confessore tutto il suo cinismo: dinanzi alla richiesta del prete di consegnarsi alla giustizia dice candidamente che > la legge è un insieme di arbitrarietà raccolte in un Codice e la giustizia è ingiusta per definizione . Neanche Dio può accoglierlo e a quel punto non gli resta che il suicidio. È una società decadente quella descritta dal libro: bramosia di denaro e di potere, abusi e violenze verso i più deboli, vita fatta di apparenze e di squallide vicende sessuali. Sembra lʼItalia di oggi!! Anche i rapporti autentici vengono distrutti in una società corrotta e contribuiscono a creare le vittime predestinate: lʼamore di Teresa per Andreu ha portato a regalargli il medaglione che sarà la prova della condanna; le lettere, ingenue e piene di affetto per Andreu, di Nando, lontano da Barcellona e ignavo della sorte dellʼamico, diventano crudeli e insulse alla luce della situazione del giovane condannato. La scrittura è piacevole ma la storia si sviluppa lentamente, girando intorno alla figura di don Rafel senza mai investigarla a sufficienza,tanto che la drammaticità della conclusione appare scontata e improvvisa nello stesso tempo, quasi a voler chiudere un racconto troppo lungo. Perché non leggerlo? Ha la lunghezza di un trhiller senza esserlo.

Jaune CabréLa Nuova Frontiera
Il silenzio dei chiostri
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Il silenzio dei chiostri

Petra Delicado, la protagonista dei romanzi della Bartlett, si è sposata con un architetto che ha ben quattro figli. Petra si trova quindi a barcamenarsi tra la sua attività di poliziotta, unʼesperienza matrimoniale che desidera disperatamente che vada a buon fine, e i rapporti con i figliastri, che hanno alle spalle le colleriche ex mogli del marito. In questo difficile menage familiare si inserisce una vicenda complessa e misteriosa: in un convento di suore viene ucciso un frate e viene trasfugato il corpo di un beato, venerato come reliquia. Petra non riesce a trovare un senso al delitto e quindi persegue numerose piste, aiutata, ma si potrebbe meglio dire, indirizzata da una suora del convento, che nasconde un terribile segreto. Il romanzo procede lentamente, un poʼ fiacco, alternando le vicende poliziesche con lunghi colloqui di Petra con la madre superiore, con la descrizione dellʼambiente del commissariato e con le tensioni familiari che via via si trasformano in un ambiente sereno ed allegro. Alla fine la soluzione del delitto nasce in modo fortuito e lascia, più che sorpresi, delusi e stanchi. Come in tutti i suoi romanzi, la Bartlett affronta anche temi al di fuori di quelli polizieschi: in questo caso sono le astrusità della vita conventuale e più in generale della chiesa cattolica, nonché le difficoltà di una vita in comune, in una famiglia allargata e complessa. Per quanto riguarda il suo anticlericalismo, la scrittrice chiarisce subito la propria opinione definendo i cattolici > quelli che non si sono ripresi dai traumi dellʼeducazione cattolica, quelli che vivono sempre prigionieri dei sensi di colpa. In una parola: i poveracci . Per quanto riguarda la vita in comune, vengono così sintetizzati i problemi di una relazione di coppia, > Marcos ed io eravamo lì, uniti davanti alla legge ma separati dalla differenza incommensurabile dei mondi in cui ci muovevamo . Perché non leggerlo? Come storia poliziesca è debole e noiosa, come racconto di ambienti e di sentimenti i contenuti sono troppo superficiali per attirare interesse nella lettura. Il suo unico pregio è una scrittura piacevole, anche se troppo centrata sui dialoghi, soprattutto tra Petra e il collega Garzòn, ma perché non si sposano tra di loro?

Alicia Giménez-BartlettSellerio Editore
Il silenzio dell'onda
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Il silenzio dell'onda

Roberto ed Emma vengono da due storie differenti: Roberto è un carabiniere in congedo, ha lavorato per molti anni come infiltrato nelle organizzazioni criminali; Emma è unʼ ex attrice, una mamma single di un ragazzino di dodici anni. Le loro vite si incontrano perché sono in cura dallo stesso psichiatra; entrambi devono riuscire a liberarsi > dai pensieri o dai ricordi. Quando arrivano bisogna osservarli con distacco e lasciarli scivolare via . Il racconto è centrato sulla figura di Roberto. Nato negli Stati Uniti, dopo il suicidio del padre (un poliziotto corrotto) è tornato in Italia con la madre. La mancanza del padre non è la sola ferita da rimarginare. Entra nellʼarma dei carabinieri e ben presto viene impegnato, con successo, in operazioni di copertura. > Il mio lavoro era essere un altro. E non è affatto male essere un altro, di tanto in tanto: fa sentire liberi.(...) Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso . Lʼinganno ti porta ad accettare la violenza, anche su bambine, e a tradire la fiducia della donna che si ama, perché figlia di un boss della criminalità. > Sono un vigliacco e una carogna. (...) Mi riusciva così bene di lavorare con i delinquenti perché sono come loro : è un tormento che spinge Roberto sullʼorlo del suicidio. Al confronto, la storia di Emma è prosaica; dopo una ennesima lite coniugale a causa dei tradimenti della donna, il marito si allontana per diverse settimane, senza dare notizie e senza vedere il figlio. La morte dellʼuomo in un incidente automobilistico crea profondi sensi di colpa nella donna, perché si sente responsabile di aver privato il figlio di un ultimo incontro con il padre. Roberto ed Emma affrontano la loro relazione con molta prudenza, anche se entrambi hanno lʼimpressione che tutto si stia muovendo, finalmente, intorno a loro. Ad accelerare la loro storia dʼamore e portarla ad un lieto fine, è il figlio di Emma, il quale rivela il sospetto del coinvolgimento di una compagna in un giro di prostituzione minorile. Lʼintervento di Roberto è, ovviamente, decisivo per porre fine allʼattività criminale e salvare lʼadolescente. Carofiglio è un autore di successo, con una scrittura semplice ed elegante. Ci si domanda per quale motivo abbia scritto una storia così vacua e superficiale: non cʼè azione, i personaggi sono malamente delineati, la trama è scontata. Ad aggravare la già fragile struttura narrativa contribuisce il frequente ricorso ai sogni, premonitori e rivelatori di una verità nascosta nellʼinconscio: una banalità «new age», oggi troppo ricorrente nella letteratura e in molti telefilm americani. Perché non leggerlo? Inutile, vuoto, inconcludente.

Sindrome da panico nella Città dei Lumi
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Sindrome da panico nella Città dei Lumi

Il romanzo si avvia con una scena paradossale e divertente: uno strano editore convoca i suoi autori in un caffè parigino per una «lettura dal vivo» dei loro manoscritti. Li leggeva «esprimendosi»: > era capace di mordersi la lingua, di digrignare i denti, di fischiare...(...) le sue labbra erano in continuo movimento, in un continuo massacro, (...) pure il naso aveva un ruolo nel corso di queste letture, (...) riusciva a imprimere alle narici una sorta di vibrazione, e persino ad aumentare le dimensioni del naso come se soffiasse in un palloncino . Con un inizio così sorprendente ci aspettava un proseguo di altrettanta effervescenza, un racconto ironico e pungente delle vicissitudini di un poeta senza editore: uno scrittore rumeno fuggito a Parigi dopo aver scritto un'unica poesia di successo, fortemente caustica verso l'allora regime comunista. Ci aspetteremo scene esilaranti di autori in competizione per vedere pubblicato il proprio libro; ed invece il nostro poeta è travolto da un susseguirsi confusionario di personaggi e di episodi senza una apparente finalità narrativa. Al centro, tessitore di fili invisibili, sta l'editore visionario e prepotente: vuole abolire l'io narcisista con l'obbligo della terza persona (non si può che dargli ragione!), vuole creare un libro collettivo, frutto di spezzoni del lavoro di ogni suo autore, vaga per Parigi alla ricerca di personaggi improbabili che potrebbero essere scrittori, ripercorre i luoghi degli autori famosi che vivono ancora nella sua mente, mentre i loro libri sono ormai abbandonati negli scaffali polverosi delle biblioteche. I libri sono «morti»: ciò che si può fare è correre ad aprirli e leggerne qualche pagina per renderli vivi almeno un momento; le parole si sovrappongono in un disordine cosmico, non è chiara la distinzione tra realtà e finzione al punto che gli oggetti acquistano vita in una sorta di metamorfosi artistica. Forse, il romanzo vuole essere una metafora di un mondo frammentato, dove non è più possibile trovare un'unità epistemologica e quindi narrativa; non resta che la nostalgia del grande romanzo ottocentesco. Se si scorrono le recensioni di questo sito si possono trovare numerosi romanzi che hanno come protagonista il libro.  «Il gatto che voleva salvare i libri» di Natsukawa Susuke narra il cammino di un giovane eroe che deve superare diverse prove per assicurare un futuro ai libri. In «I miei giorni alla libreria Morisaki» di Satoshi Yagisawa una ragazza ritrova serenità tra i libri per capire poi che la vita è un'altra cosa. In una Russia devastata e violenta «Il Bibliotecario» di Michail Elisarov narra di un gruppo di sopravvissuti che difendono i propri libri come un patrimonio intangibile da preservare. Sono tutti romanzi che hanno una visione positiva del libro, e della letteratura. Dà invece una connotazione negativa alla cultura «Io sono un gatto» di Soseki Natsume; dove un gatto randagio si uccide per sfuggire al chiacchiericcio degli esseri umani, letterati e scienziati. Il tema del romanzo non è quindi originale e poteva essere interessante se inquadrato in una trama narrativa unitaria e si fosse dato risalto a Parigi, ai fasti della città un tempo capitale mondiale della cultura. Predominano il disordine e l'occasionalità rendendo incomprensibile la storia, faticosa da seguire, prolissa e intellettualistica. Perché non leggerlo? Intellettualistico e noioso.

Matei VisniecVoland
Lo smeraldo
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Lo smeraldo

L’autore incontra a New York uno strano personaggio, un esperto di pietre o forse un mago, che lo convince ad andare in un paese francese, dove potrà trovare uno smeraldo che gli svelerà il suo futuro. L’autore si convince, in parte incuriosito da quanto gli racconta questo strano personaggio, in parte perché spera di ritrovare un suo antico amore, Mariolina, e di potersi presentare con un gioiello di grande valore. Arrivato nel villaggio francese, va ad alloggiare in un vecchio albergo, dove si addormenta e gli pare di fare uno strano sogno. Vede il paese dove vive, Tellaro, vicino a La Spezia, molto diverso da quanto si ricorda e non riconosce più la gente: > è come se fossero tutti nuovi: degli altri. Ed è come se fossi un altro io stesso . Nel sogno è in realtà un pittore, che si chiama Andrea Tellarini, e vive in una casa isolata con un cane. Una persona che viene a fargli visita gli porta il messaggio che in un villaggio francese (lo stesso dove in realtà alloggia), ha avuto un’eredità e deve quindi andarci. Si rende sempre più conto che vive in uno strano mondo, dove, a seguito della terza guerra mondiale, il globo è diviso in due confederazioni, quella del Nord, dominata dai russi, tecnologica ed efficientista, e quella del Sud, dominata dagli arabi e dai cinesi, levantina e contadina. Entrambe le due confederazioni sono dittature, due stati polizieschi nei quali predominano le forze militari e i servizi segreti. Tra le due confederazioni c’è una Linea, che passa tendenzialmente per la Toscana del Sud e per Roma, che non si può superare perché è inquinata e quindi mortale. Il pittore vive nel Nord in uno stato dittatoriale, dove tutti sono stipendiati dallo Stato, non possono muoversi e non esiste più il cinema. Ottiene il permesso per andare nel villaggio francese, dove riceve in eredità un grande smeraldo, che decide di usare per andare a cercare Mariolina. Essa però vive nel Sud e si deve quindi superare la Linea. Si mette in viaggio insieme con il figlio (nel sogno ha scoperto di avere un figlio). La Linea non è più inquinata e a Roma incontra degli zingari che raccolgono i tesori della città abbandonata e li vendono a un camionista (in realtà una spia), che li porta al Sud, a Napoli. Il pittore riesce ad arrivare a Napoli insieme con il camionista, con il quale è indotto ad avere un rapporto omosessuale. A Napoli incontra nuovamente Mariolina ma scopre anche che lo smeraldo è falso. Il suo progetto di diventare ricco e di riconquistare Mariolina è fallito e anzi viene coinvolto in uno scontro di potere tra gli amici di Mariolina e i nemici di quest’ultima, di cui il camionista è una spia. La stessa Mariolina si rivela una donna avida e assettata di potere. Catturato dai nemici di Mariolina viene condotto a Roma e viene coinvolto in uno scontro di fuoco con gli zingari: il sogno si interrompe improvvisamente in quanto la moglie, chiamata dall’albergatore, lo sveglia. Di fatto non avrebbe dormito e sognato, ma avrebbe scritto il sogno per quindici giorni senza dormire e senza mangiare. Si tratta di un romanzo fantastico, che è tutto giocato sull’espediente del sogno, come occasione per unʼesplosione degli incubi, dei desideri e delle paure verso il futuro. > Io, questo sogno, lo stavo costruendo, complicando, imbrogliando, sdoppiando: un sogno capzioso avventuroso fantastico ferico: io, questo sogno, lo stavo sognando solo per toccare un frammento della mia meschina realtà, del mio piccolo io. Chissà, forse non era nemmeno un sogno: ma un delirio pieno di contraddizioni insuperabili e tormentose . Il sogno era comunque la scoperta su una vita bollente. > Nel mio sogno di scoperta non volevo andare oltre. Meglio fermarsi qui, mi dicevo. Meglio svegliarsi in tempo e ridormire, dopo, senza sogni o con blandi sogni che non si ricordano e che non vale la pena di ricordare . Nel romanzo sono presenti diversi temi:un futuro crudele, dominato da dittature militari o banditesche: la tecnologia ha condotto, infine, alla distruzione del sistema politico occidentale e al suo travolgimento in stati non di diritto. Questo sconvolgimento può essere l’inizio di un nuovo rinascimento, proprio perché ha distrutto una cultura che era ormai in disfacimento. Sono interessanti, a questo proposito, le considerazioni sul cinema. > Tutta quella sovrapposizione di tecniche, quell’impasto, quel miscuglio elaborato di recitazione, danza, dramma, scenografie, luci, colori, gemiti: quel colossale imbroglio manieristico, pubblicitario, volgarmente scientifico si è rivelato, oggi, come un prodotto tipico, anzi emblematico ed esclusivo, della defunta società industriale e consumistica . > Se c’è una speranza di pace e di affratellamento col Sud, questa speranza è riposta nel nostro rinato e inconsapevole senso dell’arte ;il recupero di un mondo primitivo e semplice, che è quello degli zingari. Non è un caso che essi vivano in una Roma, spettrale eppure viva. > Mi fermavo sul ciglio e guardavo intorno intorno, vicino e lontano, altre valli e altri colli; contemplavo, impaurito e affascinato, quelle orribili alpe dalle pareti tutte sforacchiate, quella strana natura, e quella materia… Erano gusci di vecchie conchiglie, erano occhiaie vuote di teschi, da cui si fosse ritratta per sempre la mollezza, la mobilità, l’intelligenza della vita. Ed a un tratto capii. Erano le cavità dove entrava il desiderio della vita e da cui la vita stessa usciva: morte, però, adesso, morte; immagini materiali di un finale sarcasmo . All’interno di un stile D’annunziano, l’autore riflette sulla trasformazione della vita, che trova nella distruzione della città da parte della natura, nel suo abbandono, gli elementi di partenza per la rinascita. Ma non è la società che la farà rivivere, sarà quella degli uomini semplici, di un popolo, quello degli zingari, che ha rifiutato la società industriale e consumistica;le diverse dimensioni di vita. In realtà l’autore sta vivendo in un’altra dimensione, non tanto in ciò che avrebbe voluto essere, ma nella realtà e nel personaggio, che poteva essere. Esiste la possibilità di un’altra vita? Esistono altri mondi dentro di noi, nei quali gli incubi ma anche le aspirazioni potrebbero essere realizzate? Il sogno dell’autore è la costruzione dell’altro mondo, dell’altra vita che l’autore poteva vivere. Il sogno si è interrotto proprio > per non vedere più, per non sapere quello che c’era in fondo a tutta la mia storia . Per Paolo Pasolini, la scrittura di Soldati > è priva di ogni vischiosità, cioè a tenere attaccato a sé il lettore, a possederlo, ad esercitare su di lui un’inconfessata autorità . Pasolini parla di leggerezza e di continuo rimando a qualcosʼaltro, a un’alternativa. L’espediente del sogno permette all’autore di giocare senza spiegare: per esempio, che cosa significava lo smeraldo? Che senso aveva tutta la vicenda rispetto all’avvio del racconto? Come ha scritto nella lettera a Soldati l’amico Enzo Giachino, > sono persuaso che lettore più colto e sottile saprebbe svelare il senso celato di tanti episodi, che a me sfugge .

Mario SoldatiOscar Mondadori
Sogni all'alba del ciclista urbano
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Sogni all'alba del ciclista urbano

Il romanzo si avvia nei primi capitoli con due storie apparentemente parallele. Da un lato vengono raccontati gli episodi più significativi di un adolescente, del suo gruppo di amici e del suo quartiere di Porto Allegre. Il ragazzo ricerca continuamente il rischio, ma non riesce a dimostrare il vero coraggio: così, non aiuta un amico che viene ucciso da una banda rivale. Emerge nel ragazzo la propensione a ricercare le avventure e una vita da super eroe nel mondo della fantasia sino al punto di crearsi ferite e farsi del male così da dimostrare di essere in grado di sopportare il dolore e di avere subìto vicende straordinarie. Dall’altro lato c’è un chirurgo plastico di successo che deve partire per la conquista di una cima inviolata con un amico scalatore. Mentre va a prendere l’amico ritorna nel suo vecchio quartiere e ci si accorge che il chirurgo non è altro che l’adolescente diventato adulto. Ritornano quindi i ricordi dell’adolescenza, partecipa a una rissa per salvare un ragazzo, incontra nuovamente unʼamica, con la quale aveva condiviso le fantasie da ragazzo, e capisce che «vivere, invece, non aveva niente di eroico». Era vissuto > in un limbo permanente tra innocenza ed eroismo, abitato da proiezioni fantasmagoriche di se stesso, lievemente distorte da quello che gli sarebbe piaciuto essere stato in passato o diventare in futuro . È finalmente diventato adulto. Il romanzo affronta diversi temi. Il primo di questi è la ricerca dell’autenticità della vita, ossia di una vita veramente vissuta, solo attraverso fatti straordinari, con i quali mettere in risalto il proprio coraggio, la propria virilità. Non si vive se non si è super eroi. > Sono ragazzi che vivono l’apice dell’illusione umana dell’invincibilità, sedotti dall’opportunità di mettere a prova il loro vigore fisico e vendicarsi dell’ingiustizia cosmica di essere nati . L’evidenza della falsità di questa visione della vita emerge solo quando il protagonista non ha il coraggio di aiutare l’amico, ossia non dimostra la vera capacità di essere uomo. Il tema dominante del libro è, tuttavia, il rapporto con il proprio corpo e il processo di alienazione con il quale da protagonisti si diventa spettatori di se stessi, come al cinema. Il protagonista percepisce la realtà dei propri sentimenti solo se essi si trasferiscono in una modificazione del corpo. Questa iniziazione comincia sin da bambino quando davanti allo specchio, nel bagno di casa, utilizza dei pennarelli per simulare il sangue e le ferite sul proprio corpo, si sviluppa con veri incidenti, ricercati proprio per farsi del male, e finisce nella sua scelta professionale, ossia quella di essere un chirurgo plastico. Così come nel momento dell’iniziazione, il protagonista si vede come uno spettatore di un film. > C’è sangue sul suo volto, una ferita terribile all’occhio, un’altra al braccio, e lui che si trascina fuori dal veicolo sulla sabbia bollente, la sabbia che si incolla al suo sangue, gli spettatori correvano a prestare soccorso all’eroe del film. Il suo film. La scena rasentava la perfezione. Il trucco non avrebbe potuto essere più realistico. Che bella cosa il sangue, pensò prima di svenire . > Lui iniziò a vedere la cosa dall’esterno, come una telecamera piazzata sul soffitto. La maledetta telecamera che era la sua unica amante. A volte la telecamera spuntava fuori negli istanti cruciali della sua esistenza: era come se lui stesso, si staccasse dal corpo per diventare l’osservatore. C’era lui dietro alla telecamera, che usciva di scena, attraversava la membrana tra realtà e fantasia e sceglieva una sedia nella platea vuota di un cinema buio . Il romanzo è molto piacevole. La scrittura varia da uno stile neo modernista (periodi lunghi, quasi dei soliloqui) a una conversazione sintetica e molto efficace. Molto efficace si presenta anche la descrizione degli ambienti e dei personaggi.

Daniel GaleraOscar Mondadori
Il sogno del Celta
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Il sogno del Celta

Roger Casement è nato nel 1864, nel secolo della conquista del mondo da parte dellʼ Occidente, di ciò che si auto definiva la civiltà. È il giovane Roger crede fortemente nello spirito civilizzatore, ed avventuroso, al punto di decidere andare nel Congo, allora terra di conquista del Belgio. Ma lì la realtà gli si presenta in modo profondamente diverso: > quella povera gente frustata, mutilata, quei bambini con mani e piedi mozzati, che muoiono di fame e di malattia. Quegli esseri spremuti fino allʼestinzione e per di più assassinati. Migliaia, decine, centinaia di migliaia. Da uomini che hanno ricevuto unʼeducazione cristiana. Io li ho visti andare a messa, pregare, comunicarsi, sia prima che dopo aver commesso quei crimini. Forse in quegli anni ho perduto la ragione. E tutto quello che mi è accaduto dopo è stata lʼopera di qualcuno che, anche se non se ne rendeva conto, era pazzo . Ma Roger crede ancora nella civiltà occidentale e quindi dedica la propria vita alla denuncia dei crimini perpetrati ai danni dei popoli. Prima in Congo e poi in Brasile porta avanti una inchiesta per conto del governo inglese sulle condizioni di sfruttamento e sulle barbarie che venivano commesse. Il suo nome diviene famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti al punto che gli viene conferito il titolo di baronetto. Ma è facile stare dalla parte della giustizia quando ciò riguarda terre lontane, soggetti al dominio di altre potenze, in questo caso il Belgio e il Perù. È più difficile misurarsi con ciò che è vicino, come lʼIrlanda. Roger è irlandese e decide di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla lotta per lʼindipendenza per il proprio paese, al punto tale da portare avanti la folle idea di farsi aiutare dalla Germania, durante la prima guerra mondiale. Viene arrestato nel 1916 e condannato a morte. La vita di Roger Casement viene narrata in forma di romanzo, ma in questo caso Vargas non riesce, o non vuole, trasfigurare la storia. Risulta un resoconto ben scritto, ma che non è unʼ indagine documentata, che chiarisca i fatti e le motivazioni di un personaggio così singolare e importante, né riesce a dare al lettore il senso della sofferenza e della disillusione che deve avere in qualche modo dominato il protagonista. È senza dubbio un atto di accusa verso il colonialismo, ma resta come tale senza riuscire a muovere le coscienze. Perché leggerlo? Lʼunico motivo è scoprire un personaggio veramente singolare ed importante.

Llosa Mario VargasGiulio Einaudi
L'sola di Arturo
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L'sola di Arturo

> Uno dei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene) che Arturo è una stella: la più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!. Così inizia la lunga ricerca dell'Amore da parte di Arturo Gerace: > un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta ; ricerca che aveva bisogno per svilupparsi di un luogo fatato come Procida: > un paese d'avventure, un giardino beato! , ma anche > una magione stregata e voluttuosa. Il romanzo racchiude in sé tre diverse nature, profondamente intrecciate tra loro: la narrativa, la fantastica e l'onirica. Arturo è rimasto orfano dalla nascita ed è stato allattato con latte di capra dal balio Silvestro. Cresce solitario in un Castello in rovina. Il padre è sempre in viaggio e il bambino scorrazza per l'isola e per le marine. Arturo vive libero ma malinconico, é appagato solo quando il padre è a casa. > La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l'assoluto regnante! (...Lui che avanzava risoluto, come una vela al vento, con la sua bionda testa forestiera, le labbra gonfie, e gli occhi duri, senza guardare nessuno in faccia. E io gli tenevo dietro, girando fieramente a destra e a sinistra i miei occhi mori, come a dire: «Procidani, passa mio padre!». L'innamoramento non è scalfito dai modi bruschi e severi che il padre ha nei confronti di Arturo, né è spezzato dall'arrivo della matrigna, una ragazza poco più vecchia di Arturo (allora quattordicenne), forse sposata per capriccio. Il ragazzo ha nei confronti della matrigna un rapporto che oscilla tra la gelosia e l'attrazione, proprie di un adolescente alle prime esperienze amorose e sempre alla ricerca di una figura materna. Un giorno, il padre torna a Procida insieme a un carcerato, che viene rinchiuso nel penitenziario dell'isola. L'uomo è taciturno, non vuole più passeggiare e andare in barca con il figlio, al contrario, scompare spesso per andare a cantare una serenata d'amore sotto la cella del carcerato. L'infatuazione di Arturo per il padre si dissolve dolorosamente, soprattutto quando lo sente definire una «Parodia» dal malizioso carcerato: una pietosa riproduzione di un uomo di mondo, di un grande viaggiatore, quando > sarà molto, se è arrivato fino a Benevento, o a Roma-Viterbo!.  Arturo diviene adulto perché vede il padre nella sua vera natura, egoista e meschina: deve lasciare anche l'isola meravigliosa, troppo intrisa delle scorribande felici e delle attese trepidanti. L'adolescenza è finita, Arturo va alla scoperta del mondo, decide di andare in guerra. Fin qui siamo dinanzi a un romanzo di formazione, talvolta prolisso e banale. A renderlo originale e attraente sono gli aspetti fantastici e onirici della narrazione. Si pensi alla salita verso il Penitenziario, dietro al padre: le vie del borgo antico, le strade strette e arrampicate, le mura a picco sulle alte scogliere dell'isola, facevano apparire la Casa di Pena simile al > Castello dei Cavalieri di Siria; fiabeschi avventurieri (...) affollavano quel palazzo murato , e Arturo diveniva > un funereo Cavaliere Errante, (...) e le voci dell'abitato poco lontano (...) mi parevano voci di una stirpe infantile. Un episodio centrale del romanzo assume suggestioni fiabesche ed evocative di mondi lontani e favolosi, di storie narrate. Si pensi invece all'immagine della conchiglia, naturalismo sognante di un fenomeno celeste. > Fuori della finestra di mezzanotte, (...) si scorgeva una minuscola nube che, muovendosi sul turchino del cielo, in pochi istanti prese dapprima la forma di una conchiglia, poi d'una piccola mongolfiera, poi d'un cono gelato, poi d'una barba di vecchio, poi d'una ballerina. Realtà, fantasia e sogno si ibridano e i toni narrativi si sfumano; il romanzo assomiglia sempre meno ad un racconto di formazione (una sorta di Isola del Tesoro napoletana, si veda la recensione di Treasury Island in questo sito) e va sempre più invece assumendo le immagini e il ritmo di «Le Mille e una notte» (si veda la recensione in questo sito). Morante non cerca di dare un'impronta tradizionale al romanzo, come aveva tentato in «Menzogna e Sortilegio» del 1948 (vedi recensione in questo sito), la fantasia vola alta sin dalle prime pagine, da quell'incipit così stellato. Pur all'interno di uno stile meticoloso e apparentemente naturalistico, la narrazione è talmente onirica e fiabesca che fa sospettare un viaggio all'interno della coscienza. Già ne è una spia la scelta di Arturo come narratore, e quindi il punto di vista dell'io; poi il susseguirsi disordinato e invadente delle immagini, quasi frutto di sogni e visioni; infine i personaggi, che paiono stereotipi delle diverse parti della coscienza: la matrigna, figura animalesca ostinatamente fedele, il padre, caparbiamente egoista e ostile,  il balio Silvestro a impersonare la figura della Madre e che torna a salvarlo, la malizia cattiva del carcerato, distruttore dell'Amore Assoluto. E' come se il protagonista (la Morante?) fosse in bilico, dinanzi a differenti direzioni da prendere, e infine sceglie il distacco: separazione  anche dal luogo vagheggiato, dove si è nati e cresciuti. La narrazione procede con lentezza, attenta com'è a scandagliare l'animo del protagonista narratore dinanzi alle diverse situazioni che via via gli si pongono dinanzi. E' un continuo scavare, con descrizioni dettagliate, che sarebbero noiose se non fossero sorrette da una scrittura grammaticalmente raffinata, da un lessico vaporoso ed elegante, da una prevalente atmosfera di piacevolezza.  Perché leggerlo? Affascinante, anche se a tratti prolisso.

Elsa MoranteOscar Mondadori
Soldati di Salamina
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Soldati di Salamina

> Nel 1989 era stato pubblicato il mio primo romanzo; (...) il libro fu accolto con assoluta indifferenza. Ne seguirono una lunga depressione e la rottura del matrimonio, quando, a salvare il fallito scrittore, arrivarono la sensuale Conchi e la miracolosa vicenda di Rafael Sànchez Mazas. La prima era una chiromante, > cui piaceva da matti uscire con un giornalista (un intellettuale, diceva lei) e che danzava cantando > Terra gloriosa al mio cuore,/terra benedetta di profumi e passione,/(...) Ahimè quanto dolore,/allontanandomi, Spagna, da te,/perché mi strappano dal tuo roseto. L'episodio, famoso e incredibile, è ambientato nel 1939 alla fine della guerra civile. L'esercito repubblicano in ritirata verso la Francia portò con sé un gruppo di gerarchi falangisti per fucilarli. Sànchez, fondatore del movimento falangista e poi ministro franchista, riuscì a fuggire salvandosi, e costruì intorno a questa vicenda la sua aureola di eroe immortale. Cercas immagina che il nostro scrittore fallito venga in possesso di un taccuino in cui Sànchez aveva annotato quanto era avvenuto: il nome della famiglia contadina che lo aveva accolto e il riferimento a non precisati «amici del bosco». Notizie frammentarie, contraddizioni tra le diverse versioni e lo stato stesso del taccuino, che pareva contraffatto, portarono l'aspirante scrittore a supporre che tutto fosse falso: > una colossale fandonia minuziosamente ordita dall'immaginazione di Sànchez Mazas, (...) per riscattarsi dalla fama di codardo , per occultare qualche episodio disonorevole delle sue strane peripezie di guerra. L'indagine su documenti e sul campo porta a convalidare l'intera vicenda: la fucilazione e la fuga sono veramente avvenute e «gli amici del bosco» sono tre ragazzi renitenti alla leva che si erano nascosti tra la boscaglia e aiutarono Sànchez; presenza rimossa dal gerarca per non ammettere che era stato aiutato da giovani coraggiosi ma non fascisti, lui il grande poeta della Patria. Resta un episodio che, chi sa perché?, l'aspirante scrittore non approfondisce.  In un racconto che pare tratto da «Una nobile follia» di Ugo Igino Turchetti, cui si è ispirato probabilmente Fabrizio De André per la Canzone di Piero (si veda la recensione in questo sito), il nostro aspirante scrittore così descrive l'avvenimento. > Il soldato lo sta guardando; Sànchez Mazas lo fissa a sua volta, ma gli occhi stanchi e miopi non riescono a interpretare ciò che vedono; sotto le ciocche di capelli bagnati e l'ampia fronte e le sopracciglia grondanti, lo sguardo del soldato non esprime compassione o odio e neppure disprezzo, ma una sorta di segreta o insondabile allegria, (...) e a un certo punto urla al vento senza smetterlo di fissarlo: «Qui non c'è nessuno!». Per divenire realmente scrittore, il nostro dovrà scoprire chi era questo soldato: la narrazione abbandona la cronaca, prende slancio e mistero, e svela un vero eroe discreto, al servizio della Libertà e della Spagna, un resoconto di fatti realmente accaduti, con personaggi reali. E' inutile obiettare che ogni romanzo è reale per il lettore e quindi tanto vale inventare i personaggi di cui non si ha notizia. A differenza di Carrére, che per scrivere di Limonov, attinge a piene mani dalle biografie dello stesso scrittore e politico russo (si veda la recensione in questo sito), Cercas porta avanti un'indagine investigativa da buon giornalista.  Peccato che quando scrive un resoconto, anche se brillante, la narrazione si appiattisce, diviene noiosa e il lettore si chiede perché farlo quando ci sono gli storici. Al contrario, in tutte le pagine in cui lo scrittore si affida alla fantasia e al mistero (si pensi alla figura di Conchi e alla scoperta del soldato eroe) il racconto cambia di segno, diviene intrigante e piacevole. Alla fine si percepisce la passione quando lo scrittore esce allo scoperto e inneggia all'eroe soldato. Dovremmo trovare un confine tra fiction, cronaca e storiografia; noi viviamo nel presente ed elaboriamo il passato sui fatti del presente, ma la rappresentazione del passato condiziona le nostre visioni della realtà e quindi va trattata con cura, perseguendo la «verità» sulla base delle metodologie di ricerca storica. La scrittura scorre fluida e lievemente maliziosa. L'autore crea un'atmosfera quasi irreale, così che gli avvenimenti, anche drammatici, e i personaggi ballano una danza sulla musica della celebre canzone. Il pregio è proprio uno stile narrativo distante da quello giornalistico, capace di farci sognare. Il difetto principale è la trama, confusa e ripetitiva. Perché leggerlo? E' interessante la storia, alcune pagine sono veramente belle.

Javier CercasGuanda
I solitari dell'oceano
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I solitari dell'oceano

Salgari ha scritto oltre 80 romanzi e non tutti hanno la stessa qualità letteraria. In questo caso mancano due peculiarità della penna dello scrittore: il ritmo avventuroso e lʼaffresco, esotico ma spesso affascinante, del contesto. Lʼinizio è promettente. A metà dellʼottocento il commercio di schiavi viene sostituito dal reclutamento di cinesi, che assicurano manodopera a basso costo al Sud America. Le condizioni di trasporto di questa povera gente, illusa di trovare un lavoro dignitoso, sono ancora peggiori del traffico di schiavi dallʼAfrica. Infatti i cinesi, in quanto non oggetto di proprietà, non hanno valore patrimoniale e i super profitti portano gli armatori ad accettare una elevata mortalità. I primi capitoli potrebbero essere ambientati adesso, nella realtà degli emigranti che attraversano il Mediterraneo. Grande è lʼindignazione di Salgari per la perfidia, lʼinganno e lʼinutile malvagità degli approfittatori ( reclutatori, armatori, comandanti di nave e latifondisti) della miseria e delle aspirazioni degli esclusi del mondo, in questo caso cinesi. Siamo sullʼ Alcione, una nave in navigazione dalla Cina al Perù con un carico di oltre quattrocento cinesi, stipati nella stiva, malamente nutriti, e che devono vivere senza accedere allʼaria fresca. Scoppia la peste e Salgari dipinge, con grande efficacia, i cadaveri dei cinesi, che vengono agganciati con un uncino, tirati su dalla stiva senza essere toccati dai marinai e gettati ai famelici pescecani. È una premonizione del tema fondamentale del libro: gli antropofagi e il loro desiderio di carne bianca. Si scatena la rivolta e il capitano, non potendola domare, lascia la nave, insieme allʼequipaggio, senza non aver prima avvelenato i viveri. I cinesi muoiono tutti, tranne il loro capo, Sao - King, due peruviani e un ufficiale argentino che si erano opposti alla crudeltà del comandante della nave. I quattro uomini devono governare da soli lʼAlcione, in mezzo alle tempeste, cercare rifugio in isole abitate da popolazioni cannibali per essere, infine, catturati dai pirati, i quali si impadroniscono del veliero. Le avventure si svolgono intorno a due protagonisti, Sao-King e Ioao, il più giovane dei due peruviani. I due, evidentemente formidabili nuotatori, riescono a scappare dalla nave in navigazione e a salvarsi su una goletta da guerra. Con lʼaiuto di questʼultima ma anche tramite altre imprese eroiche, sconfiggono i pirati e salvano i loro amici. Salgari sta ripetendo un modello letterario comune a tutti i suoi libri: un eroe, Sao - King, che ha come spalla un personaggio meno esperto e vigoroso, in questo caso Ioao. I due, con molto coraggio e notevole bravura, affrontano numerose ed incredibili peripezie. Si tratta, tuttavia, di episodi non inseriti in una struttura narrativa unitaria e che procedono fiaccamente nel loro svolgimento. È evidente che Salgari è stanco, svuotato, incapace di dare forza agli episodi e trascurato nella descrizione dellʼambiente e dei protagonisti. Manca, poi, lʼanti eroe, in quanto i nemici da sconfiggere cambiano continuamente: il crudele capitano, la cui vendetta ci si aspetterebbe essere uno dei filoni conduttori, scompare per gran parte del racconto per ricomparire ormai ridotto a scheletro sulla scialuppa con la quale è fuggito dalla nave, gli antropofagi ( orridi e traditori) sono troppo selvaggi per considerarli veri nemici, il capo dei pirati, che morirà suicida, é spietato ma così gentile da lasciare in vita i nostri quattro amici. Il tema del cannibalismo, già presente in altri romanzi ma non in modo così ripetitivo, crea un clima lugubre che non induce a gustare le avventure. Ma, forse, proprio questo tema rispecchia il declino psicologico di Salgari, dalla descrizione di grandi eroi, anche se tormentati come il Corsaro Nero e ambigui come Capitan Tempesta, ad una visione tragica del mondo, nel quale è possibile solo difendersi o soccombere, dinanzi alla spietatezza. Perché non leggerlo? Non vale la pena.

Emilio SalgariVallardi Editore
La sonata a Kreutzer
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La sonata a Kreutzer

Durante un lungo viaggio in treno i passeggeri cominciano una discussione sullʼistituto del matrimonio. Ci può essere affinità spirituale nella vita coniugale o essa non è che > un inferno orripilante, per via del quale si finisce alcolizzati, ci si spara o si ammazza ? La conversazione si interrompe bruscamente quando un viaggiatore dichiara di essere «quello che, guarda un poʼ, ha ucciso la moglie». Ed inizia a narrare la sua storia. Come la maggior parte degli uomini ha condotto per molti anni una vita licenziosa, frequentando bordelli e disprezzando le donne, delle quali cercava solo il piacere sessuale. Poi, come tutte le persone della sua classe sociale, si è ammogliato, perché così si deve fare. Già nella luna di miele, > lʼinnamoramento si era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e ci ritrovavamo lʼuno di fronte allʼaltra nellʼeffettiva natura dei nostri rapporti, che erano quelli di due egoisti, assolutamente estranei lʼuno allʼaltra, che non desideravamo nulla più che trarre dallʼaltro quanto più piacere possibile . Per molte pagine la storia è lʼoccasione per parlare del matrimonio e più in generale delle relazioni tra uomo e donna: riflessioni sulle quali ritornerà più chiaramente Tolstoj nella postfazione. Dobbiamo vivere una vita autentica, dice il grande scrittore russo, al servizio di un ideale superiore: lʼamore per Dio e per il prossimo. Su questa strada il matrimonio, mera ottemperanza a regole esteriori, è un elemento di disturbo, perché > si finisce per dedicare il periodo migliore della propria esistenza, rispettivamente gli uomini ad adocchiare, ricercare e possedere i migliori oggetti dʼamore, sotto forma di relazioni amorose e matrimonio, e le donne e le ragazze ad attirare e coinvolgere gli uomini in una relazione o nel matrimonio . E a chi gli ribatte che il matrimonio legittima i rapporti sessuali senza i quali non ci sarebbe la procreazione e quindi si estinguerebbe la specie umana, Tolstoj risponde in modo drastico: > un cristiano sarebbe consapevole di non commettere peccato o di non cadere, sposandosi, solo nel caso che il necessario per lʼesistenza di tutti i bambini del mondo fosse garantito . Ma allora il racconto è un saggio morale? In gran parte sì e così lo hanno interpretato i contemporanei. Ad un certo punto, però, cʼè una svolta inattesa. Il protagonista, lʼassassino narratore, assiste al concerto della moglie, che suona, insieme con il suo amante, un pezzo di Beethoven, il primo presto della Sonata a Kreutzer. Molti autori hanno scritto della musica, il più delle volte accostando lʼascolto ad un elevazione dellʼanimo umano. Tolstoj ci stupisce ancora una volta. > Dicono che per effetto della musica lʼanima si elevi: sciocchezze, non è vero! (...) La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, del mio reale stato dʼanimo, mi trasferisce in una situazione diversa, estranea; sotto lʼeffetto della musica mi sembra di sentire quello che in realtà non sento, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. (...) Su di me, quanto meno, questo pezzo ha avuto un effetto tremendo; mi sono rivelati dei sentimenti che mi parevano del tutto nuovi, nuove possibilità che prima di allora non conoscevo. Non come avevo fino allora pensato e vissuto, ma come se una nuova voce parlasse nella mia anima . E si solleva nella coscienza del protagonista una forza irrefrenabile, che il lettore ha già incontrato nelle ultime pagine di Anna Karenina, immediatamente prima del suicidio: > un qualche demone, certo estraneo alla mia volontà, escogitava e suggeriva le ipotesi più raccapriccianti . Da questo momento in poi il racconto, prima lento e un poʼ noioso, diviene incalzante e travolgente, sino ad una scena drammatica. Tornato dʼimprovviso a casa, sorprende la moglie e il presunto amante nel salotto; prima aggredisce lʼuomo, il quale fugge, peraltro non inseguito («era ridicolo correre in calzini» anche durante un omicidio prevale la decenza borghese!); poi si scaglia sulla moglie, pugnalandola a morte. Ha pure lʼimpudenza di chiederle perdono. «Perdonarti? Sono sciocchezze. Se solo potessi non morire!» risponde la donna. Il racconto si gioca tutto nelle ultime quaranta pagine, sia dal punto di vista letterario che per quanto riguarda i contenuti. La narrazione dellʼomicidio, come atto finale di un lucido e folle odio, è di una forza espressiva incredibile: pur prevedendo lʼinevitabile conclusione, il lettore spera fino allʼultimo che succeda qualche cosa (un ravvedimento della coscienza, lʼintervento di qualcuno), poi si arrende dinanzi ad una frase terribile nella sua fredda constatazione. > Ho sentito e ricordo lʼostacolo momentaneo che frapponeva il corsetto, e sotto ancora qualcosʼaltro, poi il coltello che affondava nel morbido . La riprovazione di Tolstoj per lʼuomo è chiara e netta: la vittima è la donna, il colpevole è il marito, il quale è ben cosciente di ciò che sta facendo. I giudici decideranno diversamente e giustificheranno lʼomicida per il presunto adulterio. Non lo proscioglierà la coscienza e il racconto si chiude con una disperata richiesta di perdono. Perché leggerlo? Se si superano le prime ottanta pagine, si può leggere una storia di femminicidio, narrata da un grande scrittore.

Lev TolstojLa Repubblica
La sovrana del campo d'oro
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La sovrana del campo d'oro

Questo romanzo appartiene al ciclo del West. Influenzato dalla figura di Buffalo Bill, Salgari ha sviluppato una serie di storie che hanno come ambiente storico la mitica conquista del West, tra figure eroiche, indiani selvaggi (gli Apaches e i Navajos) e cattivi americani. Una giovane donna (la Sovrana del Campo d’oro), il cui padre è stato rapito da alcuni banditi che chiedono un ingente riscatto, decide di mettersi «allʼasta» per recuperare la cifra necessaria per liberare il padre. Il vincitore dell’asta l’avrà in sposa. All’asta partecipano un giovane ingegnere e un ricco uomo di colore, che è a capo della pesca e del commercio dei granchi, in mano ai cinesi: per questo motivo viene chiamato il Re dei Granchi. Il giovane ingegnere non ha il denaro per competere con il ricco mercante, ma riesce, con l’aiuto di un giovane scrivano, a ingannare il Re dei Granchi, a vincere l’asta e a scappare nel West con la ragazza per liberarne il padre. Ovviamente, il cattivo mercante si mette all’inseguimento. Tutti viaggiano in treno, il mezzo rivoluzionario che permette di ridurre le distanze ed è emblematico della superiorità tecnologica degli americani. Si susseguono una serie di avventure sul treno, si assiste al passaggio di unʼenorme mandria di bisonti e infine i tre giovani, la ragazza, il giovane ingegnere e lo scrivano, si mettono in marcia in territorio Apaches per arrivare al nascondiglio dove è tenuto prigioniero il padre. Con loro ci sono Buffalo Bill e alcuni valorosi. Si susseguono altre avventure, in quanto il ricco mercante, insieme con un gruppo di messicani crudeli, è sempre all’inseguimento. Mentre sono in fuga dal cattivo, i tre giovani vengono catturati dagli Apaches. Si assiste a una sorta di processo da parte dei capi indiani, nel quale la società dei bianchi viene messa sotto accusa (è la parte politica del romanzo nella quale ricompare la visione anti colonialista di Salgari). I tre giovani vengono condannati, ma il giovane ingegnere e lo scrivano riescono a fuggire (in un torrente sotterraneo), mentre la giovane rimane prigioniera. Si arriva al punto centrale del romanzo: il duello tra la giovane americana e una guerriera indiana, duello dal quale uscirà vittoriosa la prima. Dal quel momento il romanzo scivola verso una felice conclusione: arriva Buffalo Bill, viene scoperto il nascondiglio del rapitore, che nel frattempo si è alleato con il cattivo mercante, e infine viene liberato il padre e sconfitti i cattivi. La trama è molto articolata ma a differenza dei romanzi del ciclo della Malesia e del ciclo dei Caraibi, manca la tensione narrativa. Innanzitutto l’autore non riesce a creare quella suspense, quellʼattesa che contraddistingue i libri appartenenti agli altri due cicli: si percepisce qualche cosa di falso e di costruito, che viene inutilmente sostituito dall’articolazione della trama. In secondo luogo, al centro del romanzo è collocata la figura di unʼeroina, che non costituisce una novità per Salgari, se si pensa a Jolanda la figlia del corsaro nero e alla Regina dei Caraibi. In questo caso l’eroina è, tuttavia, un personaggio freddo, che persino dinanzi alla morte rimane di ghiaccio, che non esprime sentimenti verso il giovane ingegnere, innamorato. È tutta forza e tutto coraggio, forse è come si immaginava Salgari la donna americana. Ciò che condiziona, forse, l’intero romanzo è l’ammirazione per la società americana, che appare troppo convenzionale per dare spessore emotivo ai personaggi e all’ambiente. Resta solo la trama.

Spaccanapoli
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Spaccanapoli

Il libro è una raccolta di racconti scritti tra il 1943 e il 1947 ed esprime lo sforzo dell'autore di fare i conti con la realtà, con l'umanità rigogliosa, carnale, amorale e scaltra di quella «babele della storia», che è Napoli: da qui probabilmente il titolo di Spaccanapoli, l'arteria dove gravita da sempre la vita della città. Diciamo subito che i conti con la realtà non sono riusciti pienamente ed infatti la narrazione è impregnata di una speranza sognatrice e malinconica.  Nel primo racconto («La figlia di Casimiro Clarus»), in un paesino dell'Italia del nord, «dove gli uomini sono cortesi e vivono di poche parole», ormai anziano, il narratore crede di intravedere la donna amata da giovane e la chiama: nella fantasia la vorrebbe di nuovo ma non c'è, si è sbagliato. «Portava sempre un cappello giallo, a larghe falle, con le viole nel nastro.»Subito dicevo, Katy, sei qua? No, non ci sono, rispondeva. Allora rincorrevo quella farfalla > . Se ci si può permettere di scrivere ancora di tiepidi amori prima della guerra, dopo Rea sentii il bisogno di usare un sistema linguistico più aderente alla nuova realtà > . I racconti successivi sono bozzetti della società napoletana, dove il cinico istinto di sopravvivenza prevale e permette ai personaggi di tirare avanti. Si prenda L'Americano > . Un povero garzone di fornaio approfitta delle attenzioni della moglie del padrone, invaghisce di sé la duchessina  e infine, montatosi la testa, fa venire da Taranto una prostituta con la quale crea scandalo e invidia insieme. Avendo ucciso il fidanzato della duchessina fugge in America dove diviene un ganghesterro, ingravida una misera prostituta, fa i soldi e torna in Italia, abbandonando la ragazza al suo destino. Sbarcato mi recai dalla Madonna di Pompei. (...) Ché io diventi un vecchio che pare un fanciullo, perché io non ho fatto male a nessuno, ve lo dico come un figlio. (...) Io vi compro gli scarpini di brillanti. (...) Io sono un buon' uomo. (...) 'Vai, fece la Madonna con un dito > . Pare di leggere una novella di Boccaccio. L'influenza del grande scrittore del trecento si intravede in un altro racconto, L'interregno«. L'avvio della narrazione ha il timbro della peste descritta da Boccaccio.»Nel nostro mite paese, la guerra era giunta per fama«. Si temeva il ritorno della pace, perché»era anche quello della legalità commerciale e delle tasse sui profitti di guerra. (...) Molti sfaccendati dovevano all'oscurità il fiorire dei loro commerci clandestini. (...) Gli appartenenti alla mezza classe ne smaniarono. Ma essi eran pochi per numero e altresì ligi alla correttezza e alla continenza, in sacrificio delle fiere apparenze > . Ma poi irrompe la guerra, la povera gente corre nelle cantine a rifugiarsi, i ricchi, i più lesti ad accorgersi allo specchio d'aver la coscienza maculata, attraverso porticine segrete, subito la portarono ad arieggiare in campagna > . La vita dei rifugiati è tratteggiata con pennellate forti ed incisive, senza trascurare le vicende personali del protagonista,  brav'uomo con una astuta abilità di cogliere le opportunità che gli si presentano, che sia esse di amore che di soldi.  Il tratto peculiare dei racconti è la scrittura, talvolta lineare ma più delle volte in bilico tra prosa e poesia, con accenti stilistici tipici di Boccaccio. Si prenda come esempio questo passaggio di un altro racconto, I capricci della febbre > . Il protagonista è stato ricoverato in ospedale per vaiolo e lì incontra un'infermiera. Palpitarono i muscoli delle mie cosce a un nuovo soffio d'aria. Ma lei c'intese un richiamo d'amore: (...) e, a braccia levate, come si arrendesse, cadde in ginocchio, con grande rumore, davanti alla mia vergogna, che guardò esterrefatta. (...) Io sono 'na povera figliola. Io ho paura di uscire in mezzo 'a via a far peccato. Con voi lo facevo per puro amore. (...) Non riuscivo più a star fermo con la memoria: un'altra Nina, quella chiamata nel delirio, si confondeva in questa viva: incredibile ai miei occhi". Ed è proprio l'analisi di questo fugace rapporto d'amore che individua la differenza tra Rea e Boccaccio: nel primo la narrazione si sviluppa in uno stato di vagheggiata realtà (la donna ritrovata, la cinica autogiustificazione, la fantastica vita sotto le bombe), in Boccaccio la narrazione ha la stessa voluttà di linguaggio ma è sviluppata dal punto di vista di un monello, che scherza e non si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e dai personaggi. Perché leggerlo? Suggestivo anche se spesso difficile da decifrare

Domenico ReaRusconi
Una spirale di nebbia
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Una spirale di nebbia

La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano;  la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > .  Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.

Michele PriscoRizzoli
Una spirale di nebbia
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Una spirale di nebbia

La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano;  la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > .  Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.

Michele PriscoRizzoli
La stanza del Kimono
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La stanza del Kimono

Asako lavora presso una ditta che si occupa di cerimonie nuziali. La malattia del padre la costringe a lasciare un lavoro ben retribuito per dedicarsi al negozio di kimoni della famiglia. > Con il kimono lei aveva una grande familiarità sin da piccola, ma al giorno d'oggi quasi nessuno li porta, se non nelle cerimonie più importanti. Un folclore anacronistico, destinato in ogni caso alla decadenza, un lusso permesso solo a signore ricche e sfaccendate; uno strumento per darsi delle arie: ecco cosa le sembravano . La nonna fa vedere alla nipote la collezione di antichi kimoni, fino allora nascosta in numerosi cassettoni. Con il suo spirito imprenditoriale, Asako decide di aprire un altro negozio, specializzato in kimoni di antiquariato, vere e proprie rarità. Il romanzo si annuncia interessante; quando, senza alcuna apparente connessione con il titolo, la storia scivola in un racconto d'intrecci amorosi, i classici tradimenti di coppie stanche e monotone. Asako conosce il bel Masataka, agente immobiliare di successo, che la mette in contatto con famiglie pronte a liberarsi delle vecchie collezioni di kimono. Entrano in scena anche i rispettivi coniugi: il marito di Asako, apatico e ormai indifferente al sesso, e la moglie di Masataka, la quale soffre ancora degli abusi subiti nell'infanzia da parte di uno zio. I quattro intrecciano reciproche «storie d'amore», all'insaputa dei rispettivi coniugi: relazioni che scatenano sogni sadomasochistici sino allora repressi. Si smarriscono i kimoni, soppiantati da scene al limite della pornografia e da lunghi e inutili dialoghi. I protagonisti raggiungono la soddisfazione sessuale, Il lettore scivola nella noia, decidendo di abbandonare la lettura. La questione è la seguente: cosa c'entra il kimono con scene di sesso e una banale storia di tradimenti e matrimoni stanchi? Si può presumere che l'autrice abbia voluto dire come le rigide e formali tradizioni non abbiano mai realmente plasmato la società giapponese; sotto l'apparente attenzione alle regole e al dettaglio si scatenano pulsioni erotiche, tanto più irrefrenabili quanto più represse. «La stanza del kimono» è un'inutile crudele prigione, una gabbia facilmente travolta alla prima occasione, dalla quale non si riesce a liberarsi fino in fondo, si può soltanto capire meglio se stessi e chi ci circonda (si legga l'epilogo). Questo brutto romanzo è appesantito dal ricorso a un espediente letterario spesso troppo usato dagli scrittori. Ogni capitolo descrive le vicende e i sentimenti dal punto di vista di ciascuno dei protagonisti. Come succede spesso, il racconto é ripetitivo e prolisso, perdendosi l'unitarietà complessiva. Perché non leggerlo? Insulso.

Yuka MurayamaPiemme
La stanza del vescovo
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La stanza del vescovo

> Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore . Con poche parole l'autore inquadra l'atmosfera dell'intero romanzo: l'immediato dopoguerra con il desiderio di recuperare gli anni migliori, persi in guerra o nei campi di prigionia, la libertà di veleggiare senza mai far ritorno a casa, come novelli Ulisse, e l'atmosfera irreale del lago, con le sue amabili località costiere, i venti leggeri e le burrasche, la nebbia e gli alti monti, e «l'òlea fragrante nei giardini d'amarezza». (Vittorio Sereni citato in apertura del libro). In questo contesto sospeso, nelle coscienze prima che nell'ambiente, l'io narratore e il suo amico occasionale, il dottor Orimbelli, cercano di > inventarsi una nuova giovinezza, di recupero, profittando dell'età ancora fresca e di un certo vigore del corpo . Non mancano le Penelope: la moglie e la cognata di Orimbelli, la prima lo aspetta da dieci anni, ormai delusa del marito, la seconda è in attesa del coniuge, dato per perso in guerra. C'è pure Itaca, la Villa Cleofe, dimora sontuosa e decadente. Gira e rigira con la barca, la storia si sfilaccia tra belle ragazze e camere d'albergo.  L'autore cerca di dare vigore alla trama immaginando un crimine misterioso e un finale a sorpresa; è un tentativo inutile perché tutto si perde nel languido e cinico clima di una società amorale, quale sarà quella dell'Italia del secondo dopoguerra. C'è qualcosa dell'«Isola degli Idealisti» di Giorgio Scerbanenco (si veda la recensione in questo sito). Così come nel romanzo di Scerbanenco, la Villa Cleofe è un luogo di sospensione, che dà sicurezza agli uomini stanchi di troppi avvenimenti sconvolgenti; solo che in Piero Chiara la soluzione non risiede in un idealismo forse ingenuo ma carico ancora di speranza, la serenità va trovata nel vivere giorno per giorno, nel non riconoscersi ipocriti e manigoldi, quali si è in fondo. Non è un caso che l'io narratore pensi di essere moralmente superiore al dottor Orimbelli, bugiardo e mascalzone, ma continua a tenergli bordone, prestandosi alle piccole e grandi nefandezze dell'amico, come avvinto da un voluttuoso torpore. Solo la fuga pare salvarlo: appena la barca > cominciò a filare di poppa, volsi alla costa e rilevai una dopo l'altra le ville, intervallate dai loro parchi, (...) mentre il vento girava di un quarto e tra Canneto e la foce del Tresa mi si aprivano davanti le acque di casa, da solcare per l'ultima volta. Il pregio fondamentale del libro è la scrittura: tutto fila liscio, la penna scivola leggera e sicura sul foglio bianco. Manca la trama, è a tratti prolisso, ma il lettore è avvinto dalle belle parole, capaci di celare il vuoto narrativo. Perché leggerlo? Un bell' italiano.

Piero ChiaraOscar Mondadori
La stella dell'Araucania
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La stella dell'Araucania

La stella di Araucania è la giovane Mariquita, «dʼuna bellezza meravigliosa», che tra i due cugini, Piotre ed Alonzo, ha scelto il secondo, perché più gentile ed elegante dellʼaltro, rude e burbero. La sorte vuole che Alonzo naufraghi nelle selvagge Terre del Fuoco e solo la nave di Piotre può affrontare il mare nel terribile inverno dello stretto di Magellano. In un drammatico incontro, che si svolge nientedimeno durante la caccia ai condor, Mariquita è costretta ad un patto doloroso: promettere a Piotre di sposarlo se lʼuomo mette a disposizione la sua nave e la sua capacità di capitano per andare a salvare Alonzo. La spedizione prende le mosse da un ricatto, quello di Piotre nei confronti della giovane, che vive in unʼangoscia profonda, perché la salvezza di Alonzo la costringerà ad un matrimonio non desiderato. I sentimenti cambiano radicalmente quando Mariquita scopre il coraggio e la rettitudine di Piotre: prima nella navigazione in mezzo al mare tempestoso e ad enormi iceberg, poi nello scontro furibondo con gli antropofagi, che abitano la Terra del Fuoco. Come in tutti i libri di Salgari si susseguono i colpi di scena, ma in questo racconto si assiste anche ad un interessante rovesciamento di personalità, emblematico di come la lontananza dalla civiltà sveli il vero carattere dellʼuomo. Alonzo è diventato il capo della tribù di antropofagi e accetta che i marinai di Piotre vengano uccisi e mangiati dai selvaggi. Anzi sarebbe disponibile a dare in pasto lo stesso cugino così da liberarsi del rivale. > Io non riconosco più lʼAlonzo di un tempo, disse Mariquita,... si direbbe che al contatto continuo con questi miserabili selvaggi gli si è indurito il cuore!... Alonzo, tu mi fai paura! . È evidente che la scelta di Mariquita di rompere il fidanzamento e di sposare Piotre è adesso giustificata anche dallʼinfamia di Alonzo, il cui destino non può che concludersi con la morte in un drammatico duello con il cugino nelle fredde acque antartiche. In realtà la figura di Mariquita resta sempre sullo sfondo, trascinata dagli eventi e dal mutare dei sentimenti. Il vero protagonista del romanzo è Piotre, che viene introdotto da Salgari in modo tale da mettere in risalto il conflitto interiore di questʼuomo: > gli occhi color dʼacciaio che avevano un certo lampo selvaggio e che tradivano un non so che di ruvidezza, ma anche di tristezza . Lʼorgoglio lo porterebbe a respingere Mariquita, ma lʼamore gli fa accettare di sposarla anche senza essere ricambiato. E sono i pericoli che devono affrontare insieme ( nei quali anche Mariquita dimostra di essere una donna ardita e vigorosa) e i sempre più frequenti contatti fisici, che sciolgono lʼanimo di Piotre e pongono le basi di un innamoramento, che non è più figlio dellʼorgoglio e del rancore. Durante la fuga dagli antropofagi, Salgari scrive alcune frasi che ricordano la sensualità di DʼAnnunzio: > e si stringeva sempre più al petto Mariquita, con una specie di frenesia, correndo alla disperata... quando i capelli della giovane araucana, che si erano sciolti in quella pazza corsa, lo sferzavano in viso, o gli attortigliavano attorno al collo, alzava gli occhi e la guardava sorridendo, felice di poter stringere al petto quella donna che tanto aveva amato . Dʼaltra parte > Mariquita, appoggiata sul largo petto del baleniere, colle sue mani strette al poderoso collo di lui, lo guardava con ammirazione . La narrazione di questo innamoramento, che ha origine nel valore di Piotre e nel suo rinascimento, sarebbe banale e sdolcinata se non fosse inquadrata nella Terra del Fuoco. In questo romanzo lʼambiente non fa da scenario alle avventure, ma irrompe con prepotenza, diventando esso stesso protagonista. Non è solo lʼoccasione per pagine avvincenti, tra le più belle il passaggio della nave di Piotre tra due giganteschi iceberg che stanno congiungendosi con effetti distruttivi sullʼimbarcazione. La descrizione della Terra del Fuoco dà origine ad un racconto fantastico, incredibile, avvincente di un mondo popolato da una moltitudine di uccelli, di pianure erbose, «coperte per la maggior parte di muschio», di grandi boschi e di coste rocciose e inaccessibili. Anche gli abitanti sono mirabolanti, o giganteschi o bassissimi, ma sempre orridi. Perché leggerlo? Non so bene perché sia considerato uno dei romanzi minori di Salgari. In realtà si legge di un fiato e si conoscono terre e personaggi sconvolgenti.

Emilio SalgariFabbri
Una stella incoronata di buio
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Una stella incoronata di buio

Il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia a Brescia, una bomba uccise otto persone e ne ferì centodue. > Occhi negli occhi, lei gli fa un cenno con la mano. Proprio allora, la bomba esplode. Un boato. Poi fumo (grigio chiaro, bianco, azzurrino, pagine e pagine di deposizioni testimoniali, struggenti, defaticanti...)... Livia non deve aver sentito praticamente nulla. Lʼimmagine che si è portata via sono gli occhi azzurri e sorridenti del marito che le viene incontro . Il libro prende lʼavvio dalla drammatica e struggente descrizione della strage per concludersi idealmente con la scena, altrettanto convulsa e coinvolgente, della lettura della sentenza con la quale la Corte dʼAssise assolse tutti gli imputati, il 16 novembre 2010. La vicenda giudiziaria non si è per altro ancora conclusa: il 12 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha annullato lʼassoluzione di due dei sei imputati. Sono passati quarantʼanni e non ancora si è fatta luce su uno dei fatti più gravi degli anni ʼ70, confermando quanto dichiarò Gianfranco Fini in una trasmissione tv: «le stragi sono un mistero». Ma è ciò che non può accettare Benedetta Tobagi, e con lei Manlio Milani presidente dellʼassociazione vittime delle stragi di Brescia: non per la ricerca di una giustizia vendicativa, ma «per trasmettere la memoria di quanto era successo» e > per capire fine in fondo un periodo di amori e di odio così folle... e guardare laicamente al proprio passato . Questa operazione, di testimonianza e di comprensione ad un tempo, viene portata avanti dalla scrittrice su due livelli. Il primo, senza dubbio il più efficace dal punto di vista letterario, ripercorre lʼesistenza di quattro delle otto vittime: Livia, moglie di Manlio, la coppia Clem ed Alberto, e Giulietta. Sono quattro insegnanti, impegnati nella scuola, nella politica e nel sociale. > Abbiamo le cose che contano realmente, scrisse (Livia) a Manlio quandʼerano fidanzati : era la fiducia «di poter rimodellare il mondo a propria immagine». Con il terrorismo non si sono solo perse delle vite, si è dissolta la speranza di una generazione. Si è prodotta nella coscienza nazionale una ferita non ancora rimarginata, perché oscuri sono rimasti i mandanti, i fatti e i motivi. Il secondo livello del libro riguarda appunto il tentativo della scrittrice di dipanare, o almeno comprendere, il mondo sociale e culturale alla base delle stragi degli anniʼ70. Basandosi su una documentazione molto ricca e ricorrendo anche a interviste a protagonisti, Tobagi scandaglia, forse con troppo dettaglio, la storia della destra eversiva, da Ordine Nuovo sino al ruolo svolto dal Movimento Sociale. Il lettore ne esce ancora più confuso di quanto lo era prima, trovandosi sommerso da avvenimenti e personaggi, senza essere aiutato ad arrivare ad una sintesi. Ma è forse ciò che non cerca la scrittrice, la quale non ha tesi né certezze, ma è interessata a > rompere il cerchio delle accuse reciproche e rendere possibile la pietà, aprendo uno spazio di reale comprensione umana anche per le vittime della parte avversa, rimaste impigliate nello scontro come capri espiatori . Questo libro persegue troppi obiettivi: la narrazione delle vittime, della loro vita e di come sono arrivate inconsapevolmente alla morte; il rapporto con Manlio Milani e quindi il racconto, purtroppo solo abbozzato, del legame tra due persone così distanti anagraficamente ma entrambe coinvolte in un lutto devastante perché frutto della violenza: Benedetta figlia del giornalista Tobagi, ucciso dalle brigate rosse, e Manlio marito di Livia; la ricostruzione, appassionata e meticolosa, dei giovani che si schierarono nella destra eversiva per «la pulsione verso un fascismo esistenziale», per il «culto della forza fisica, fascinazione per le armi» e per cattivi maestri. In questo miscuglio di generi e finalità lʼinchiesta giornalistica prende il sopravvento, creando un accavallarsi di informazioni e considerazioni, che rendono noiosa la lettura. Insomma non tutti sono Roberto Saviano. Perché non leggerlo? È alla fine noioso e non aiuta la comprensione di ciò è avvenuto.

Benedetta TobagiGiulio Einaudi
Stella Rossa romanzo-utopia
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Stella Rossa romanzo-utopia

In un anno imprecisato (ma supponiamo sia il 1908) un marziano si presenta al rivoluzionario e scienziato Aleksandr Bogdanov, proponendogli di venire su Marte per studiarne la società e per diffondere i superiori valori marziani sulla Terra. Il pianeta rosso ha un'organizzazione perfetta che permette, per esempio, di dare a ciascuno il lavoro più utile alla collettività e nel contempo più congeniale alla persona, realizzando l'utopia di Marx: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i bisogni". È l'ideale società comunista, che non sarà facile da accettare da parte del rivoluzionario Bogdanov, infastidito dalla cura dei marziani nei suoi confronti, supponendo che sia una forma di controllo, ed invece > la premura che avevano nei miei confronti era la medesima - forse, con meno frequenza - che mostravano quando si aiutavano a vicenda. (...) Io, che provenivo da un mondo individualistico, mi distaccavo dagli altri senza volerlo e percepivo morbosamente la loro gentilezza e il loro aiuto amichevole che, io, figlio di un mondo materialistico, non potevo permettermi di ripagare. Ed allora, > bisognava fare in fretta, bisognava sfoderare tutte le forze e le energie, perché la responsabilità era enorme! Quale colossale beneficio per la nostra vecchia e sofferente umanità, quali giganteschi progressi e quale prosperità avrebbe portato l'influenza energica e vigorosa di quella cultura superiore, potente e armonica! Ma siamo proprio sicuri che i marziani e i terrestri siamo così differenti? Siamo certi che la società socialista dissolva le pulsioni individualistiche in una sfera più elevata, in cui prevalgano solo la razionalità e la solidarietà? E se in questa società così armonica irrompesse l'amore? Netti, una marziana esile e gentile, si innamora del fragile e confuso terrestre. > Ti amo non solo come una moglie, ti amo come una madre che accompagna il proprio figlio in una nuova esistenza, estranea, piena di sforzi e pericoli. Questo amore è più forte e più profondo di qualsiasi altro in grado di legare due persone. Così scrive Netti a Bogdanov quando quest'ultimo scopre che la donna è sposata pure con Stenni, un freddo scienziato, senza cuore, capace di scomporre il tutto, ma non in grado di capire i pensieri e i sentimenti della gente. È c'è senza dubbio della gelosia e dell'antipatia, sentimenti così poco socialisti, alla base dell'assassinio di Stenni da parte di Bogdanov. E c'è pure la nostalgia per la Terra: > un nugolo di volti familiari ed eventi passati baluginavano nella mia mente (...) paesaggi terrestri, scene teatrali, immagini di favole per bambini si riflettevano silenziose nella mia anima, come in uno specchio svanivano e si scambiavano senza alcun senso di agitazione, ma solo di leggera curiosità accompagnata da una flebile sensazione di piacere. In uno stato eccitato e confuso, in cui gelosia e appartenenza alla Terra si sovrappongono, Bogdanov non può che uccidere Stenni, dopo aver letto il verbale di una riunione segreta, in cui il "freddo scienziato" invita a invadere la Terra, eliminare la sua popolazione e depredarne le risorse, di cui Marte ha enormemente bisogno. È una premonizione di quanto avverrà nel futuro, quando dietro all'utopia di classe e di razza si perpetreranno genocidi di interi popoli? Che ne sarà di Bogdanov e della sua amata Netti. L'autore immagina che Bogdanov venga rimandato sulla Terra: è stato un fallimento usarlo come possibile "ponte" tra i due mondi. Netti va sulla Terra a raggiungerlo, e poi? Resta solo > sul tavolo del salotto, con un'enorme finestra spalancata, (...) un biglietto. Alcune parole erano lì impresse in una calligrafia tremolante: "un saluto ai compagni, Arrivederci". I Wu Ming hanno immaginato il proseguimento della storia di Bogdanov e Netti (si veda la recensione di "Proletkult" in questo sito); ma, come nella prefazione a Stella Rossa, il gruppo di Bologna dà una lettura storico-ideologica, ovviamente anche dal punto di vista di quanto è avvenuto dopo. Si perde quel crogiuolo di sentimenti e relazioni che sono il perno della trama e rendono ancora così accattivante il romanzo. Perché leggerlo? Talvolta noioso, è bella la storia di Bogdanov e Netti.

Aleksandr BogdanovAlcatraz
Le Stelle Fredde
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Le Stelle Fredde

Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici. Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa. Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che «lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi». Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: «morto». Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua. Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che > emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti . Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un «immenso vocabolario», ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile > l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro . Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: > guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio. Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi. La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto . In questo mondo immutabile > non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero . L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma «la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco». Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.

Guido PioveneClub degli Editori
Stoner
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Stoner

Il romanzo narra lʼignota carriera di un professore di letteratura inglese. William è lʼunico figlio di una modesta famiglia contadina. A costo di gravi sacrifici i genitori lo hanno mandato a studiare scienze agrarie, nella speranza che un giorno tornasse con quanto appreso per migliorare la gestione della terra. Allʼuniversità il giovane Stoner si innamora della letteratura, e dei libri. Soprattutto sceglie la protezione delle sicure mura dellʼuniversità. Come gli disse un amico: > nel mondo saresti stato sempre in procinto di avere successo, ma saresti stato distrutto dai tuoi fallimenti. Così hai scelto, sei stato scelto; la provvidenza.... ti ha strappato dalle morse del mondo e ti ha piazzato in salvo qui, tra i tuoi fratelli... Chi sei tu?. Un semplice figlio della terra, cosa pretendi di te stesso? Le parole sono profetiche di quella che sarà una vita banale: un progressivo ritirarsi nella mediocrità, mettendosi in un cantuccio, accettando la sconfitta prima ancora di lottare, senza pretendere molto dallʼesistenza. Si sposa per scoprire subito che non è amato, eppure non si ribella; si fa carico di un debito esorbitante per il suo modesto stipendio, pur di comprare la casa desiderata dalla moglie; ed è sempre questʼultima che decide di restare incinta, dandogli una figlia, che, tuttavia, William non può amare come vorrebbe e gli diviene ben presto estranea. Tutto accetta il nostro protagonista per il quieto vivere, per una pigra tranquillità. Si innamora di una giovane insegnante, che ricambia il suo amore. Ma quando il preside della facoltà lo invita a dare una svolta alla relazione, cosa fa il nostro «coraggioso» William? > Egli si appoggiò alla poltrona e guardò il basso, buio soffitto che era stato il cielo del loro mondo. Disse con calma: se gettassi tutto via, se smettessi e me ne andassi, tu verresti con me, non è vero? Si, ma tu sai che io non lo farò, è vero? Si lo so.... Perché allora, Stoner spiegò a se stesso,... noi entrambi diventeremmo qualche cosʼaltro, qualche cosʼaltro di noi stessi. Saremmo niente . E come tutti quelli che mettono «la testa sotto la sabbia», William è ben contento che la giovane amante se ne sia andata senza dirglielo e che > non gli abbia lasciato una nota dʼaddio per dire cose che non potevano essere dette . È meglio vivere allʼinterno delle mura dellʼUniversità di Columbia, dove William era entrato studente, era diventato professore e sarebbe andato in pensione, il più tardi possibile. Non importa se nel frattempo nella vita reale si susseguono eventi epocali, che travolgono lʼesistenza di milioni di individui: la prima guerra mondiale, la crisi degli anniʼ30, la seconda guerra mondiale e il duro dopoguerra. Come succede a molti intellettuali è sufficiente pensarli, non viverli. Non ci stupisce allora come sfiori un libro in punto di morte. I libri gli hanno dato quella sicurezza che ha cercato per tutta la vita e per la quale ha rinunziato a vivere realmente. Nella sua introduzione John McGahern afferma che Stoner è «un vero eroe» perché > egli diede testimonianza di valori che sono importanti... La cosa importante nel romanzo per me è il senso di Stoner per una missione. Insegnare per lui è una missione.... la sua missione gli diede un particolare tipo di identità e lo fece ciò che era . Per lʼinsegnamento Stoner ha rinunziato a tutto. Ma siamo sicuri che si possa essere un buono insegnante astenendosi dal lottare per le persone amate, dal combattere per il proprio paese, dallo stare vicino alla terra dei propri genitori, ossia educare gli altri senza vivere noi stessi? E non lo pensava in questo modo anche William? Alla fine della sua vita riconosce infatti che > aveva voluto essere un insegnante, e lo era diventato; tuttavia sapeva, lo aveva sempre saputo, che per la maggior parte della sua vita egli era stato indifferente... Senza passione, razionalmente, contemplava il fallimento che la sua vita deve apparire che sia stata... Che cosa ti aspettavi? Egli si chiese. Lʼambiente universitario non deve ingannare. La vera storia del romanzo è lʼeterna vicenda di chi preferisce una vita mediocre ad unʼesistenza intensa, relazioni abitudinarie e tranquille a rapporti sentimentali turbolenti ma profondi. Insomma chi sceglie lʼindifferenza e la chiusura in sé stessi (la fuga nei libri?) e non si lascia invece travolgere dagli avvenimenti e dagli affetti. Il romanzo è considerato un capolavoro, oggi dopo cinquantʼanni dalla sua pubblicazione. Che siano scaduti i diritti dʼautore? Non si capisce infatti quali siano i motivi per ritenerlo un capolavoro. Certo la scrittura è molto elegante e grammaticalmente perfetta, da ottimo professore dʼinglese. È peraltro banale così come noiosa risulta la trama. Infastidisce in particolare questo piccolo mondo accademico. Non è uno spicchio del mondo. È come se si leggesse della serafica vita di un monastero medioevale mentre i barbari imperversano: è un microcosmo inutile. È vero che siamo nellʼera degli anti eroi, ma, perdio!, un poʼ di storie vere e di personaggi ricchi di personalità! Perché leggerlo? Si legge bene, ma lascia poco.

John WilliamsRandomhouse
La Storia
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La Storia

> Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte (un sopravvissuto di Hiroshima). Elsa Morante pone questa citazione come premessa al romanzo, ad indicare come  il suo fine sia narrare le vittime in un periodo drammatico e doloroso della nostra storia recente: gli anni tra il 1941 e il 1947. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare di trovarsi dinanzi ad una versione moderna del romanzo di Riccardo Bacchelli (Il Mulino del Po recensito in questo sito), con il quale il grande scrittore bolognese intendeva narrare la storia post unitaria dal punto di vista degli umili. E come potrebbe essere se l'autrice è la stessa di Menzogna e Sortilegio (vedi recensione in questo sito)? Come potremmo pensare di essere dinanzi ad un romanzo storico, battagliero, pungente, ideologico, quando il mondo narrativo di Elsa Morante è onirico e introspettivo?  Ida, vedova Mancuso, vive a Roma: di professione maestra, di età trentasette, con un figlio irrequieto e simpatico, di nome Nino, ha un > corpo denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, la faccia di una bambina sciupatella. (...) Nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione. (...) La stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, sanno il passato e il futuro del loro destino. Chiameremo quel senso (...)  il senso del sacro (...)  il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati . Mentre rientra a casa viene violentata da un soldato tedesco, che la mette incinta e nasce Giuseppe, detto Useppe. Nino è sempre in giro, sola con il piccolo Useppe Ida subisce i bombardamenti e la distruzione della sua casa, lo sfollamento a Pietralata in un grande stanzone senza intimità, la dura occupazione tedesca, la deportazione degli ebrei, e, indirettamente tramite Nino, la lotta partigiana; poi si raccoglie in qualche modo in una piccola  stanza in affitto, sempre sola con Useppe, e convive con una famiglia in vana attesa del figlio disperso in Russia.  Infine raggiunge una decorosa sicurezza che sembra avviarla ad una vita serena. Tutti questi tragici avvenimenti  attraversano la vita di Ida ed Useppe come una fiaba; in essa il bambino pare un gnomo allegro ma saggio: > si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito . E' come se il canto di due uccelletti di bosco, le cui parole erano chiarissime agli orecchi di Useppe, esprimesse nel loro ripetitivo ritornello il senso indecifrabile di quanto stava accadendo: «è uno scherzo, uno scherzo, tutto uno scherzo!». Se non fosse che il romanzo di Anna Maria Ortese «Il Cardillo addolorato» è del 1993, e quindi Elsa Morante non può essersi ispirata alla misteriosa canzoncina ( > e vola vola vola lu Cardilo...., si veda la recensione in questo sito), comunque traspare lo stesso mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Ida, Nino ed Useppe sembrano sopravvivere così come i loro due cani, Blitz e Bella, inconsapevoli vittime; ed invece i sogni manifestano sin dall'inizio le angosce che provengono dall'inconscio, sommerso dalla paura e dal dolore, ai quali non si riesce a dare un senso né si può semplicemente assistere a tanta crudeltà. Ida cammina con suo padre, che la ripara sotto il proprio mantello; quand'ecco il mantello se ne vola via come da solo, senza suo padre. E lei si trova bambina piccola sola per certi sentieri di montagna, perdendo rivoletti di sangue dalla vagina. (...) Invece di scappare s'è fermata sul sentiero a giocare con una capretta.... Ma non s'accorge che la capretta urla, ha le doglie, sta per partorire! E frattanto là, già pronto, c'é un furiere delle macellerie elettriche....(...) Useppe, nel sogno, non si trovava a riva, ma nell'acqua del fiume-lago. E quest'acqua, sebbene chiusa in cerchio dalle colline, appariva di una grandezza infinita. (...) Useppe nuotava in quest'acqua naturalmente, come un pesciolino; e intorno a lui per tutto il tiepido lago emergevano innumeri testoline di altri nuotatori compagni a lui. (...) Ma la cosa più straordinaria di questo lago festantissimo era che il cerchio delle colline, massacrato dalla tetra bufera, là dentro si rispecchiava, invece, intatto e beato, nella piena serenità di un'estate al suo principio > .  Come raggiungere la pace, come liberarsi dal dolore? Non restano che la morte o la follia. Il lettore si allontana dal libro con un immagine di grande suggestione. Useppe si è sentito male, ha avuto un attacco epilettico, Bella corre verso casa a chiamare Ida, e lei si sveglia da un sogno ( e allora il pischello e lei, contenti, salgono insieme sulla nave«), viene presa da un»panico incoerente«e corre a salvare il figlio.»Camminavano in tre, stretti uno all'altro: Useppe accomodato su Bella come su un cavalluccio, e appoggiato con la testa al fianco di Ida, che lo cingeva col braccio per sostenerlo > . Quanta soffusa e malinconica dolcezza! Stretti tra loro, nell'unica solidarietà che conoscono, i tre sperano di salvarsi! Disse Elsa Morante in un'intervista del 1959, il romanziere (...) presenta, nella sua opera, un proprio, e completo, sistema del mondo e delle relazioni umane. Solo che, invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, è tratto, per sua natura, a configurarlo in una finzione poetica, per mezzo di simboli narrativi"(citato da Cesare Garboli nell'introduzione).  Con il fine di parlare delle vittime la scrittrice cerca di attenersi a questo canone, dà al suo romanzo un'impronta ottocentesca, con una descrizione minuziosa delle storie, dei luoghi, dei dettagli, nello sforzo di legittimare l'immaginario e di dargli coerenza. Scivola in una lunga e ridondante scena alla Dostoevskij, quasi una replica del capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov (si veda recensione in questo sito). Però, Il mondo onirico è incontenibile, l'inconscio prorompe e disintegra l'ordine complessivo del romanzo: ne esce uno zibaldone, dove si mescola la Storia con le storie in un miscuglio esagerato e prolisso; Useppe dà un moto cavalleresco alla narrazione che ci potrebbe salvare, ma non è sufficiente. Perché leggerlo? Di sicuro un grande romanzo ma non certo all'altezza di Menzogna e Sortilegio.

Elsa MoranteGiulio Einaudi
La storia del giogo d'oro
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La storia del giogo d'oro

Il romanzo è ambientato a Shanghai tra il 1911, crollo dellʼimpero cinese, e la fine degli anni ʼ30, poco prima dellʼoccupazione giapponese. La Cina tradizionale si sta sfaldando, crollano le certezze secolari sulle quali reggevano le famiglie allʼapice della gerarchia sociale: la burocrazia imperiale e le grandi proprietà terriere. È un lungo periodo di transizione, per molti aspetti simile a quello che stiamo vivendo oggi. Su questo sfondo la scrittrice tratta un tema universale: la follia generata dalle regole e dai rapporti familiari, lʼeffetto devastante della «ridondanza delle apparenze artificiali». Cao Qiqiao viene da una famiglia di bottegai e ha sposato «il secondo fratello maggiore» di un casato altolocato, anche se ormai in declino. In tal modo ha compiuto un salto sociale, diventando la «seconda Cognata», ma è entrata in un > grande clan, dove le vecchie generazioni si servono del loro prestigio per opprimere gli altri, e quelle più giovani sono come dei lupi e delle tigri . Qiqiao sa benissimo di essere disprezzata, perché di origine inferiore; deve curare il marito, invalido sin dalla nascita e con il quale ha avuto sporadici rapporti dʼamore; odia il suo stesso fratello perché lʼha ceduta in cambio di una ricca dote e le chiede continuamente soldi. È sola, si sente come prigioniera, simile ad > un esemplare di farfalla dentro una teca di vetro, smagliante e desolato . Cova dentro di sé un profondo rancore, che si esprime nella maldicenza per danneggiare le cognate, «signorine di famiglie onorate e rispettabili». Attende con ansia il momento nel quale potrà entrare in possesso dellʼeredità e divenire ricca. Ma viene defraudata dal «padrone anziano», il capo famiglia, il quale favorisce i maschi rispetto alle femmine e nella ripartizione dei beni tiene conto del rango sociale di provenienza. Qiqiao si rinchiude nella sua casa, a presidiare gli averi avuti in eredità e ad allevare i figli. Lʼodio verso sé stessa, per il suo destino amaro e per non aver saputo cogliere le poche opportunità che le si sono presentate, si traduce in una crescente pazzia. > Le sembrava di avere davanti agli occhi come un velo di perle ghiacciate che una folata di vento caldo le schiacciava sul viso; poi il vento passava, risucchiando via con sé quel velo, e lei non aveva ancora ripreso fiato quandʼecco che il vento soffiava di nuovo e lʼavviluppava tutta, la testa, la faccia, una folata fredda, una calda . Sempre più cattiva e violenta cerca conforto ed oblio nellʼoppio. La sua lucida follia è distruttiva, per sé e per chi la circonda: la figlia, alla quale brucia ogni possibilità di matrimonio e che rende oppiomane, il figlio, debole e corrotto, asservito alla volontà dispotica della madre, la nuora, disprezzata, aggredita, allontanata dal marito, costretta a ripercorrere lʼinfelice esistenza di Qiqiao; la stessa concubina del figlio, pur elevata al rango di moglie, non sopporta il clima familiare e si uccide. > Qiqiao sta sdraiata, in dormiveglia, sul letto da oppio. Da più di trentʼanni porta al collo questo giogo dʼoro, ne ha utilizzato i pesanti corni per spazzare via alcune persone, e quelli che non sono morti vivono orami solo a metà. (...) Tastandosi sul polso il bracciale di giada, se lo spinge in alto lungo il braccio ossuto, ormai esile come un fiammifero, fino a raggiungere lʼascella, e poi lo fa scendere di nuovo giù. Quasi non riesce a credere di aver avuto le braccia tornite quando era giovane. (...) Sono tutti fantasmi, fantasmi di tanti anni prima, fantasmi che non sono mai nati.... Che cosʼè la verità? Che cosʼè la menzogna? Il tema della follia allʼinterno delle chiuse pareti domestiche è un argomento largamente trattato dalla letteratura. Se non fosse per il contesto cinese la storia non è particolarmente innovativa. La narrazione della rigida e spietata gerarchia dei grandi clan cinesi si evolve rapidamente: i personaggi si muovono con maggiore libertà, potrebbero fare le loro scelte perché la tradizione si è ormai indebolita. Ed è qui il dramma. Qiqiao, i suoi figli, le altre figure minori potrebbero crearsi una propria vita, ma non lo fanno, per pigrizia, rassegnazione, voglia auto distruttiva. E come se la scrittrice criticasse il suo ambiente sociale, lʼalta borghesia di Shanghai, proponendo un romanzo tipicamente occidentale, che non permette di giustificarsi dietro le costrizioni della consuetudine. Ma Zhang Ailing non è così severa; ama «il contrasto sfumato» e lo fa tramite le descrizioni: lʼuso dei colori, il gioco della luce della luna e delle ombre, gli ambienti sovrabbondanti di oggetti ormai inutili danno unʼ idea di desolazione esistenziale, di destino irrevocabile e per questo universale. Non è la società cinese ma la generale condizione umana. > Ombre bluastre sul pavimento, e ombre bluastre sulla volta del baldacchino, e anche i suoi piedi sono immersi in quellʼombra mortale. (...) Fuori dalla finestra cʼera anche quella luna bizzarra che faceva rizzare i capelli, un piccolo sole bianco scintillante in un cielo di lacca nera. (...) Una stanza così ampia, stracolma di casse e bauli, materassi, biancheria da letto, tra cui sicuramente avrebbe trovato un lenzuolo a cui appendersi. (...) Aveva paura di questa luna ma non aveva il coraggio di accendere la luce . Perché leggerlo? Un breve racconto, affascinante per lo stile narrativo.

Storia del nuovo cognome
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Storia del nuovo cognome

Elena prosegue il racconto dellʼ amicizia con Lila. Il primo libro, «Lʼamica geniale», era terminato con il matrimonio di Lila con Stefano, il ricco salumiere. > Volevo tornare a sprofondare nel rione, essere comʼero stata. Volevo buttar via lo studio, i quaderni zeppi di esercizi. (...) Ciò che potevo diventare fuori dallʼombra di Lila non contava niente. Cosʼero al confronto con lei in abito da sposa, con lei nella decapottabile, il cappellino blu e il tailleur pastello? Questa riflessione di Elena non interrompe un percorso che conduce le due ragazze ad allontanarsi e continuamente a cercarsi. Che cosʼè per Elena la vita senza Lila? > Il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. (...) Con lei non volevo avere rapporti veri, solo ciao, frasi generiche. (...) Da un lato dicevo basta, dallʼaltro mi deprimevo allʼidea di non essere parte della sua vita, del suo modo dʼinventarsela . Elena continua a studiare, supera brillantemente la maturità classica, va alla Normale di Pisa, si laurea, scrive un romanzo, diviene una scrittrice. Tutta questa cultura non è altro che una maschera: > imparai a controllare la voce e i gesti.(...) Misi il più possibile sotto controllo lʼaccento napoletano. (...) A scuola avevo imparato a far credere che sapessi moltissimo . E soprattutto Elena si trovò «sterilizzata dallo studio», mettendo sotto controllo anche i sentimenti, le angosce, le stesse audacie. Alla ricerca del «travestimento migliore», leggendo alcuni quaderni di Lila si accorge che > la maschera portata così bene (...) era quasi faccia. Allʼimprovviso mi resi conto di quel quasi . (...) Dietro il quasi mi sembrò di vedere come stavano le cose. Avevo paura > . Sotto lʼapparente conquista della libertà si cela per Elena la perdita di una vita autentica. Per Lila, invece, le infelici vicende coniugali e sentimentali conducono ad una vita piena di avventure diverse e scriteriate > , ad una effettiva conquista della sua autonomia come persona e donna. Lila avverte subito come il matrimonio sia stato uno sbaglio: Stefano si rivela un uomo insensibile, volgare ed anche violento. La ragazza cerca disperatamente di ribellarsi e poi di accettare la vita coniugale, anche se così falsa e priva di amore. Durante una vacanza estiva incontra Nino, il giovane intellettuale, del quale è invaghita anche Elena. Se per questʼultima lʼamore per il giovane è ancora una storia adolescenziale, per Lila è una relazione travolgente, nella quale lʼattrazione fisica si intreccia con il desiderio di elevarsi culturalmente. Resta incinta, viene abbandonata da Nino e fa la follia, per il rione, di scappare, di andare a vivere da sola con il bambino, di lavorare, lei un tempo ricca e viziata, come operaia in un salumificio. Elena va a far visita allʼamica in fabbrica, vede il lurido ambiente di lavoro, è disgustata dal puzzo di grasso che (lʼamica) si portava addosso > . Vorrebbe parlarle del suo successo e invece viene a sapere che alla sera, dopo aver messo a dormire il bambino, Lila studia i linguaggi di programmazione: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni dʼogni giorno secondo due soli valori: zero e uno. Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio. Capii che ero arrivata fin là piena di superbia (...) ma lei (...) stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non cʼera alcunché da vincere, (...) e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dellʼuna echeggiare dentro il suono folle del cervello dellʼaltra". Lʼelevazione culturale di Elena, il suo italiano colto ed artefatto che sopprime il disonorevole dialetto dellʼinfanzia, i suoi amici istruiti e sofisticati sono una sorta di solvente che distilla il racconto; scompaiono gradualmente ma decisamente lʼambiente napoletano, la vivacità del rione, lʼautenticità della vita. È una perdita secca per la narrazione, tanto più che lʼautrice si prolunga, per circa 100 pagine, in un racconto minuzioso e prolisso delle vacanze estive delle due ragazze e della storia dellʼinnamoramento per Nino. È una regressione adolescenziale, non riscattata dallʼultima parte del libro: lʼintegrazione di Elena nella vita universitaria di Pisa e più in generale nella buona borghesia, la lotta di Lila per vivere compiutamente il suo amore per Nino, la rassegnazione e poi la fuga di Lila, ed infine le intense pagine finali. La scrittura, elegante, fluida, perfetta, sorregge lʼintera narrazione, troppo spesso prolissa e ridondante. Dà spessore ed originalità la sottointesa ma possente critica allʼistruzione scolastica, luogo di normalizzazione e di mascheramento. Perché leggerlo? Le due protagoniste avvincono, lo stile narrativo assolve una trama lenta e talvolta fiacca.

Elena FerranteEdizioni e/o
Storia della bambina perduta
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Storia della bambina perduta

Prosegue la storia dellʼamicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro cʼè Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a > riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità . Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante? > Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti . Si rompe lʼincantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è «niente di alieno, dunque, molto invece di laido». Lascia lʼuomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra lʼappartamento di Lila. Il racconto sviluppa lʼamicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando allʼimprovviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La «bambina perduta» ci riporta allʼ«Amica geniale»: al centro cʼè di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. È vero > Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina . Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali? > Ebbi spesso lʼimpressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava cʼera sempre allʼorigine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bellʼedificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate . In fondo la vita non un continuo «smarginare», > uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquantʼanni, spedite un giorno ad Elena? Certo rimane ad Elena lʼimpressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila. > Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sullʼoscurità. Ancora una volta lʼautrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nellʼanimo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. Cʼè la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena. Perché leggerlo? È un poʼ noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.

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Storia di chi fugge e di chi resta
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Storia di chi fugge e di chi resta

> Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata (...). Io volevo diventare, anche se non avevo saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza unʼambizione determinata. Ero voluto diventare qualcosa, ecco il punto, solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei . Questa lunga citazione racchiude il senso di questo terzo volume della storia di una amicizia, quella tra Elena e Lila. La prima ha raggiunto > una terra di buone ragioni, governata da regole (...) che assegnavano senso a ogni cosa : già scrittrice di successo, sposata ad un giovane e brillante professore, > guidato sempre da un ordine superiore che, pur non avendo unʼorigine divina ma familiare, gli dava ugualmente la certezza di essere dalla parte della verità e della giustizia. Ma sotto una patina di traguardi borghesi, anche se di sinistra, si nasconde in Elena una profonda ed intima insoddisfazione. Le visite al rione sono sempre accolte da deferenza ed ammirazione, anche se mescolate ad unʼacredine invidiosa per chi ha abbandonato i propri luoghi di origine: ma come fare a spiegare il costo di questa incredibile arrampicata sociale, che > dallʼetà di sei anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene è rara, instabile, che dura unʼora, un pomeriggio, una notte? Per buona parte il romanzo segue un percorso scontato, con Elena donna giudiziosa e sicura e Lila nel suo ruolo di amica tormentata e disgraziata. Il lungo racconto delle disavventure dellʼ«amica geniale» (Lila), la sua malattia, senza dubbio di origine psichica, e lʼintervento risolutore di Elena paiono confermare i ruoli scontati tra le due amiche. E il lettore si aspetta nuovi trionfi letterari di Elena, una vita intensa dal punto di vista intellettuale e politico, il perseguimento della scalata sociale: niente di tutto questo. Lentamente, ma inesorabilmente, Elena si rinchiude in una opaca vita borghese. Mamma di due bambine, le pareva che le incombenze di ogni giorno testimoniassero la sua maturità di donna, > che diventare come le mamme del rione non fosse una minaccia ma lʼordine delle cose. Va bene così. mi dicevo . Che al di sotto della quieta vita familiare ci sia un sottile malessere lo dimostrano non tanto gli aridi rapporti coniugali, accettati con rassegnazione, quanto la perdita di quella autenticità che aveva sorretto Elena come giovane scrittrice. E spetta ancora a Lila dirle la verità, come è sempre accaduto. Dopo aver letto il secondo libro dellʼamica, Lila le rovescia in faccia la sua rabbia: > non farmi leggere più niente, (...) la faccia schifosa delle cose non bastava a scrivere un romanzo: senza fantasia non pareva una faccia vera, ma una maschera . Ed è appunto questo giudizio, inesorabile e crudele, con la quale Lila afferma la sua «potenza ineguagliabile», a spingere Elena ad un gesto dirompente. Incontra Nino, lʼuomo vagheggiato nellʼ adolescenza e portatole via dallʼamica, ha con lui una relazione extra coniugale che sfocia in una fuga dalla famiglia. Alla notizia Lila > cominciò a strillare. (...) Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina . Ma non era Nino lʼuomo che aveva portato Lila vicino allʼautoannientamento? Ma allora, si chiede Elena, dopo una intensa giornata dʼamore con lʼamante, «stavamo non facendo, ma rifacendo». Si potrebbe dire frettolosamente che il giudizio di Lila per il libro di Elena valga anche per questo terzo volume. Il racconto ha perso di energia, si dilunga inutile sui luoghi comuni degli anniʼ 60, su facili considerazioni sulla condizione femminile e su approfondimenti psicologici, fragili e scontati. La figura di Lila finisce sullo sfondo e, di conseguenza, il romanzo perde di originalità; Elena appare come una borghesuccia inconcludente ed annoiata; gli altri protagonisti sono vacue figure, cominciando da quella di Nino, amante capriccioso e irresponsabile, per il quale la storia dʼamore con Elena è una «ripetizione», come riconosce la stessa Elena. Lʼunica scena veramente interessante del libro è quella ambientata in un salotto di Posillipo: i Solara, boss del rione, si sono arricchiti e festeggiano i sessantʼanni della madre nel loro lussuoso appartamento. La napoletanità ritorna a dare vitalità alla narrazione, riportando tutti i protagonisti alla vita del rione. Infine la mancanza di energia si riflette nella scrittura, sempre fluida ma stanca e prosaica. Perché leggerlo? Per vedere come finisce.

Elena FerranteEdizioni e/o
La strada del Donbas
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La strada del Donbas

Questo romanzo fa parte di una trilogia, che include Mesopotamia e Il Convitto, quest'ultimo recensito in questo sito. L'ambiente è sempre il Donbas, una terra dove > tutto scompare -- le città, la popolazione, le infrastrutture. (...) Si stendeva e si levava un vuoto leggero e profondo, dipanandosi direttamente sotto i nostri piedi verso oriente e verso meridione. E' una terra di transito dove si possono incontrare carovane di zingari e pastori con le greggi, abbandonati villaggi di minatori e aeroporti in dissesto dell'era sovietica, sconosciute comunità religiose, camion e treni carichi di merci di contrabbando, bande criminali bramose di denaro e potere; pianure popolate da animali notturni: > i serpenti uscivano strisciando lungo i binari lucidi, (...) i ragni correvano per la sabbia, spingendosi in alto, dall'altra parte della luce della luna. E le fulve volpi, con un ghigno minaccioso, si avvicinavano alla ferrovia cercando di saltare l'ultimo confine che le divideva da terre sconosciute. Il Donbas è una distopia, riecheggiando il mondo perduto di Cormac McCarthy (si veda la recensione di «The Road» in questo sito), o è un luogo di purificazione, verso cui > il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a l'Oliveto il lento moto ? (si veda il Canto XI verso 10 della Gerusalemme Liberata, di cui si può leggere la recensione in questo sito). Di certo non lo sa Herman quando riceve da un amico d'infanzia una telefonata, che lo informa che il fratello è scomparso, lasciandogli sulle spalle un distributore di benzina, che con leggerezza Herman aveva accettato di intestarsi. Non sappiamo se Herman fosse già stanco della propria vita; tant'è si convince presto a restare nel Donbas, a cercare di salvare l'attività del fratello, pur tra attentati intimidatori di bande locali che vogliono impossessarsi del distributore. > Mi trovavo fra persone che conoscevo da anni e altre che non conoscevo affatto, che mi guardavano con attenzione, che volevano qualcosa da me, si aspettavano da me un gesto speciale. Alcuni erano amici e amiche della giovinezza, della stessa scuola, degli stessi campi di calcio e delle medesime bevute; altri erano nuovi personaggi e nuovi amori. A Tamara chiede se non volesse andar via dal Donbas ed ella gli risponde che c'è sempre qualcosa che ci trattiene ed è > la certezza di ieri. A volte basta questa a trattenerci. O forse, come succede spesso, sono i luoghi che ci fanno rimanere: > la valle laggiù si immergeva nel buio. A oriente il cielo si copriva di una foschia torbida, mentre da occidente, proprio sopra le nostre teste, fuochi rossi si spargevano per tutta la valle annunciando che sarebbe rapidamente arrivata la notte. (...) Se si sceglie bene il posto, a volte si può sentire tutto questo insieme: per esempio, come s'intrecciano le radici, come scorrono i fiumi, come si riempie l'oceano, come volano i pianeti per il cielo, come i vivi si muovono sulla terra e come i morti si muovono nell'aldilà.  Sarebbe un errore interpretare il romanzo alla luce degli avvenimenti successivi, che hanno fatto del Donbas un tragico campo di battaglia. Il tema è la peregrinazione tra gente amica e luoghi amati, un ritorno senza speranza, un girare insofferente nella propria terra. E' un viaggio onirico dentro la propria coscienza, come se si scorresse un vecchio album di foto, dove > uomini e donne, vecchi e giovani, studenti, militari, operai, diplomande in grembiule bianco, morti nelle bare con le monete sugli occhi, bambini con i giocattoli preferiti -- tutti in attesa che qualcuno guardasse di nuovo le loro pupille a colori o in bianco e nero, per cercare di capire cosa li tenesse insieme, cosa li unisce, di cosa erano vissuti e perché erano morti.   Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, che alterna descrizioni di grande efficacia espressiva a dialoghi serrati che riconducono ai personaggi e alle storie. In questo oscillare tra divagazioni oniriche e approccio tradizionale la narrazione si frammenta, diviene prolissa, spesso confusa, tanto che il romanzo non si conclude con un finale definito, perdendosi via via nei puntini. A tratti si percepisce una poesia prosa; aspetto che, se delizia il lettore ( riecheggiando i Canti Orfici di Dino Campana), risulta dispersivo e rende difficile ricomporre l'intera storia. I personaggi emergono dal nulla senza approfondimenti, scompaiono e ricompaiono senza se ne capisca veramente il ruolo e la psicologia. Perché leggerlo? Vale la pena ma si fa fatica.

Serhij ZadanVoland
Strada Provinciale tre
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Strada Provinciale tre

Lo spunto del libro è molto interessante. Vera, apparentemente moglie felice, abbandona marito, famiglia e lavoro. Comincia a camminare per una strada provinciale: > ha cominciato camminando, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro . > La strada è una strada larga che taglia una campagna distrutta. Una distruzione precisa, geometrica . > Sotto i suoi occhi la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. È il mondo visto dal basso . «Sei libera, penso. Sono libera. E sto correndo. Non c’è un ricordo». In queste frasi iniziali c’è la sintesi e la parte migliore del racconto, che poi si sviluppa in modo ripetitivo e senza una vero svolgimento. Vera incontra diversi personaggi (un vecchio, un giovane immigrato) e subisce la violenza della strada. In realtà in una questa corsa per la strada, Vera viene a conoscenza di un mondo, che prima non conosceva: i poveri, gli abbandonati, i derelitti, i violenti. Ma non si tratta di un romanzo a sfondo sociale. In realtà si tratta di una storia intimistica: un continuo oscillare tra il ricordo e l’immaginazione. Tutti i personaggi ricordano la loro vita e i sogni che hanno realizzato. Vera pensava di poter vivere di niente, sola con i suoi disegni, e poi sognava di avere dei gemelli, due figli identici. In realtà Vera vuole scappare da un incubo, da un sogno nel quale continuamente ritorna: il dolore per un aborto, per un figlio non avuto. E ricomincia a correre sapendo di restare sempre ferma, perché non c’è possibilità di scappare. > Magari potrebbe restare qui ferma, piantata come un albero, a guardare le stagioni che passano, e tornano, a guardare i camion, le automobili, tutta questa gente che passa e alla quale di lei non importa niente, nessuno che si domandi chi sia quella donna, ferma lungo la strada e perché sia lì. Solo un dettaglio insignificante di un paesaggio visto in corsa da un finestrino, con la coda dell’occhio. Un cespuglio, un albero, un muro, un sasso conficcato nell’asfalto, una staccionata nascosta dall’erba . Il romanzo è scandito come una serie di poesie: metafore e meditazioni espresse in modo efficace, ma che si perdono nella ripetitività, nella mancanza di ritmo e di azione, che contraddistingue il racconto. Non c’è svolgimento ma un continuo ritorno al tema iniziale, alla rappresentazione di una angoscia esistenziale e ambientale. La congiunzione tra le vicende individuali (le «storie» di ciascuno) e un contesto squallido e ormai distrutto nella sua identità, costituisce un tema di grande rilievo. Il modo come viene comunicato dalla scrittrice appare più consono alla forma poetica che a quella del racconto. E alla fine risulta pesante e per molti aspetti ermetico.

Simona VinciGiulio Einaudi
Le stragi delle Filippine
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Le stragi delle Filippine

Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo «d'avventura e d'amore», che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di «La capitana del Yucatan» in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: > era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi.  E che dire delle > svariate razze dell'Estremo Oriente: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi > di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione , ai cinesi, > colle loro facce color dei limoni maturi , sino ai malesi ( > dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere ), ai tagali, > dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al «Corsaro Nero» (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne ( > due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo ), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito.  Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte.  > Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella-.   Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: > in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno , e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto. Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.

Emilio SalgariRBA Italia
La strangera
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La strangera

Beatrice, detta Bea, è una ragazza torinese, cresciuta in una tipica famiglia borghese, amante della montagna, delle palestre di roccia, delle ascensioni alle grandi cime, di quel vedere l'alpinismo come una performance, una competizione con se stessi e con gli altri. Di lei sappiamo poco perché l'autrice non indaga la storia di Bea prima della sua scelta: quella di andare a lavorare in un rifugio. Intravediamo un'anima solitaria e inquieta che cerca una vita autentica, che non trova più nella città così come nelle alte vette. Quando è già a lavorare nel rifugio e ha iniziato un' esile storia d'amore con Elbio, «il bel pastore», Dea racconta al ragazzo, meravigliato e innamorato, di un suo incontro con uno sherpa, cui chiese che cosa si provava a stare sull'Everest. L'uomo rispose semplicemente che è bello. > Io mi aspettavo una rivelazione sulla vita, non lo so. Rimasi delusa, ma probabilmente fu più deluso lui, perché ero l'ennesima persona che della montagna non ci aveva capito nulla. (...) In realtà non c'è nulla. Solo ghiaccio, roccia e tantissimo cielo. Il romanzo parla, invece, dei boschi di larici, dei rifugi ai piedi delle vette, degli alpeggi e delle malghe, di luoghi spesso visitati ma per noi semplici accessori dei sublimi panorami. Aidala racconta la vita di questi ambienti in modo minuzioso: c'è il Barba, il gestore del rifugio, burbero e caparbio come deve essere un uomo che vive in alta montagna; ci sono i compagni di lavoro, tutti maschi che accolgono Bea tra loro come se fosse un ragazzo, solo con un pizzico di affettuosa galanteria; ci sono gli escursionisti, numerosi nei fine settimana, chiassosi, esigenti e spesso maleducati come sono troppe volte i turisti. E ci sono pure le donne e gli uomini degli alti alpeggi, dove si portano le bestie al pascolo durante l'estate. Ancora l'occhio di Bea si accende alla vista delle alte cime, ma è già attratto dalla prosaica e dura vita della montagna. > Il rifugio si trovava all'ingresso di un altopiano che apriva su un anfiteatro di cime, le più alte di tutta la valle. (...) La Becca (vetta di 3000 metri di altezza nei contrafforti del Monte Rosa) si stagliava di fronte a me con le sue guglie mozzate, su cui la presa bianca del ghiaccio aveva allentato gli artigli. Dal terrazzo del rifugio sembravano stringermi in un abbraccio che in quel giorno di nubi fosche si era trasformato in una morsa. (...) Nella nebbia, che le vacche si stessero avvicinando si intuiva dal vibrare dei campani, dai richiami dei pastori, dall'abbaiare dei cani. La stessa orchestra arrivata quassù all'inizio di giugno adesso si stava spostando altrove: il freddo calava come un falco in picchiata, i pascoli futuri orizzonti di terra brulla. Sospesa tra tanti mondi (la nostalgia del frastuono della città, il fascino ancora intenso delle cime, la sottile attrazione della natura della montagna e dei suoi veri abitanti), Bea pare aver trovato un equilibrio nel faticoso lavoro del rifugio, nell'amicizia, nella figura severa e paterna del Barba. Tanta è la convinzione di avere scoperto la propria dimensione di vita che Bea rimane con il Barba pure nel lungo inverno, quando il rifugio è frequentato da pochi visitatori o persino isolato dalla neve. Quando un episodio irrompe a travolgere questa sicurezza. Rimasta sola nel rifugio, perde la testa nel momento in cui il Pronto Soccorso Alpino le chiede di chiamare il Barba e comunque di presidiare il rifugio: due alpinisti si sono persi sulla Becca. > Che la gente lassù muore lo devi accettare come una mela che cade dall'albero. (...) Furono per me giorni di confusione. Il rifugio mi appariva distante, fluttuavo senza meta. Avevo creduta di essere riuscita a ricavarmi uno spazio tra gomitate e spintoni, notti insonni, servizi estenuanti. (...) Tutto mi era familiare, eppure non mi apparteneva più nulla. Per la prima volta mi sentii davvero «strangera», senza patria, senza una casa a cui tornare. Bea decide di lasciare il rifugio e di cercare una nuova vita, in montagne lontane dalle grandi cime, da quelle vette, splendide e misteriose, crudeli e assassine. Se il tema centrale del romanzo è il rapporto con la montagna, così importante da offuscare l'analisi della personalità di Bea e dei suoi esili amori, c'è un altro argomento che attraversa il racconto: è il rapporto tra la ragazza e il Barba. Questi ci appare all'inizio come un uomo duro, con quegli ordini precisi, con quelle parole taglienti, che parevano avere > un incidere diverso, una cadenza sospetta. (...) Il Barba aveva (...) il volto severo, i movimenti sgarbati, una tenerezza spigolosa. Se fosse stato un albero, sarebbe germogliato noce. Di solito il noce non cresce in quota, non si trova in mezzo ai boschi ed è sempre solitario. La sua interlocuzione con Bea, questa cittadina sprovveduta!, si sintetizza in una frase sprezzante: > Tu non capisci niente di qui. Pian piano, dietro questa scorza di montanaro burbero, si rivela un vecchio paziente e fiducioso, che dà spazio alla ragazza: piccoli cambiamenti nella routine del rifugio, due gatti voluti da Bea per tenere lontani i topi, la presenza di Elbio, con le effusioni tra innamorati, le richieste di Bea che il ragazzo possa fermarsi per la notte, richieste tanto più sconcertanti per il Barba perché il povero ragazzo è sempre spedito a casa. D'altra parte solo Bea può decidere se fare all'amore o meno! Lentamente, veniamo a conoscere la storia del Barba, della sua solitudine: un desiderio di vivere appartato che l'uomo condivide con Bea, quasi che sia l'io specchiante della ragazza. Nel lungo inverno del rifugio, Bea non è più la cittadina ignara della vita di montagna, la ragazza è per il Barba una sorta di figlia, di tutto ciò che l'uomo non ha avuto, o non ha voluto per il rifiuto sprezzante degli altri. Ed allora, quando Bea le rivela la decisione di tornare in città, forse per alcuni giorni, forse per sempre, l'impostore Barba la inganna, chiedendo di attendere alcuni giorni pur sapendo dell'arrivo della neve e quindi dell'impossibilità di lasciare il rifugio. E' una debolezza da vecchio solo, per Bea è un tradimento, che rompe definitivamente il legame con il Barba. > Se la montagna fosse stata viva, anche io e lei in quel momento saremmo stati affini. Mi sentivo spoglia come un pendio da cui si è appena staccata una valanga. I pochi brani riportati danno l'idea dello stile di Aidala; lo possiamo definire un approccio lirico, che descrive gli stati d'animo della protagonista mediante una descrizione dei paesaggi, delle situazioni e delle vicende. In un gioco ambiguo e sospeso di frasi eleganti e fluenti, Bea non si rivela al lettore, resta nascosta dietro le ombre e le luci delle montagne. Tutto pare etereo e distante; questa sensazione deriva anche dalla debolezza della trama e dall'evanescenza dei personaggi: sbiadite figure che avrebbero desiderato una scrittrice più disponibile ad approfondire le personalità, a vivere anche dal punto di vista degli altri, e non solo dal suo. Perché leggerlo? Mette al centro una montagna raramente narrata.

Marta AidalaGuanda
Suite francese
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Suite francese

Dopo la disfatta dell'esercito francese nel 1940 i tedeschi hanno occupato la Francia sino al 1944, al Nord direttamente e al Sud tramite la repubblica collaborazionista di Vichy. Pur in una condizione molto difficile (Némirovsky e suo marito sono ebrei) la scrittrice s' impegna in un grande affresco della Francia sconfitta, non tanto per capirne le ragioni o analizzarne le vicende, quanto per rispondere a una domanda: la guerra, la disfatta, la fuga e la convivenza con l'invasore hanno cambiato il popolo francese? La risposta è che > nulla cambiava, che tutto restava uguale, che non si stava assistendo a un cataclisma straordinario, alla fine del mondo come si era creduto, ma a una serie di relazioni umane, limitate nel tempo e nello spazio. La scrittrice ha potuto completare solo le due prime parti della Suite francese, prima di essere deportata in un campo di sterminio. La prima parte, «Tempesta in giugno», narra l'esodo affannoso e spaventato dei parigini nel giugno del 1940, e lo fa partendo da microcosmi che rispecchiano la struttura sociale della borghesia francese: la ricca famiglia Pericand, solida nel suo patrimonio e nella sua adesione all'autorità, Gabriel Conte, letterato di fama, sicuro di sé ma disgustato da tanta plebaglia in fuga, i coniugi Michaud, fedeli impiegati di banca traditi dal cinico banchiere Corbin, e infine Charlie Langelet, vanesio ed avaro collezionista, pronto a tutto pur di salvare le sue porcellane.  Sono chiaramente degli archetipi, trattati con affettuosa ironia nella loro lotta per la sopravvivenza, per salvare se stessi, la famiglia e la roba. Sono patrioti ma con buon senso, caritatevoli con giudizio, pragmatici nei principi morali, pronti ad adattarli alle circostanze. Chi crede ingenuamente che la guerra sia l'occasione per redimersi farà la fine di Philippe Pericand, ucciso in modo crudele dai giovani orfani che gli erano stati affidati. E' meglio non sollevare il coperchio dell'animo umano perché potremmo scoprire che siamo «tra Satana e Dio, immersi in tenebre profonde». La seconda parte della Suite francese, «Dolce», è ambientata in un villaggio del centro della Francia, cittadina occupata dai tedeschi. La scrittrice racconta i rapporti tra la popolazione e l'invasore prendendo le mosse da piccole vicende. Prevalgono i grigi rispetto al nero e al bianco. La truppa è composta di giovani soldati, spaesati e desiderosi di essere accettati, la popolazione si dichiara ostile ma cerca di convivere, talvolta cercando benefici se non persino collaborando. Nèmirovsky abbandona l'ironia e le grandi pennellate, s'immerge invece in dettagliate descrizioni degli ambienti, in una rappresentazione realistica ma severa d'una ottusa borghesia contadina. C'è un lieve disprezzo, mitigato solo nella figura di Lucile. Sposa di un uomo gretto e infedele, ora in prigionia, la giovane donna vive tristemente con l'arcigna suocera. S'innamora di un giovane ufficiale tedesco; in lui Lucile non vede solo un uomo gentile, colto e raffinato, così diverso dal marito; intravede l'occasione di un cambiamento: > essere libera, interiormente, scegliere la mia strada, seguirla, non accodarmi allo sciame. (...) Sono una povera donna inutile, non so niente ma voglio essere libera! . E romanticamente il giovane ufficiale, anche lui prigioniero delle convenzioni, delle Idee e dello Stato, sognava per Lucile un > abito bianco con grandi volant di mussola, sfasato come una corolla così che ballando con lei (...) ogni tanto avrebbe sentito intorno alle gambe il fruscio spumeggiante dei suoi pizzi . Sono sogni, vane speranze. L'uccisione di un tedesco da parte di un partigiano, nascosto poi dalla stessa Lucile, riconduce entrambi alla dura realtà: > quei tranquilli contadini dal volto impenetrabile, quelle donne che il giorno prima sorridevano, (...) non erano altro che una massa di nemici! Grida Lucile > Mai, no! No!, Mai! Mai sarebbe stata sua. (...) Ciò che li rendeva nemici non erano né la ragione né il cuore, ma quegli impulsi oscuri del sangue sui quali avevano contato per unirsi, e sui quali non avevano alcun potere . Il romanzo è stato pubblicato postumo nel 2004 con un grande successo di pubblico e di critica. La vicenda umana della scrittrice ha forse favorito un giudizio troppo lusinghiero. La prima parte ha un ritmo vivace e intrigante, ma la storia non conduce a niente, resta come sospesa, con epiloghi anche grotteschi, che ricordano i racconti paradossali e inquietanti di Dino Buzzati (si pensi a «Paura alla Scala» in «I sessanta racconti» di Dino Buzzati recensito in questo sito). La seconda parte, senza dubbio più robusta sotto il profilo psicologico, rammenta Terra di Emile Zola, è una descrizione anche scontata della grettezza e pavidità della borghesia contadina. Le figure di Lucile e del bell'ufficiale sono troppo intrise di romanticismo, talvolta dolciastro, da risultare interessanti. Perché leggerlo? Piacevole: la scrittura è elegante e fluida.

IrèneAdelphi
The Sympathizer
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The Sympathizer

Non è stato facile recensire questo romanzo: i filoni narrativi sono numerosi, ricchi di riferimenti letterari, politici, filosofici, e per di più si susseguono sovrapponendosi così da creare un groviglio spesso indecifrabile, al quale è impegnativo dare un senso complessivo. E' più facile dire cosa non è il libro: l'oggetto non è la guerra del Vietnam, come hanno detto superficialmente numerosi critici (per questo bisogna leggere Matterhorn di Karl Marlantes, recensito in questo sito); l'autore non parla, o non lo fa prevalentemente, della condizione di chi fa parte di diverse storie e culture, in questo caso l'americana e la vietnamita (si legga «The Namesake» di Jumpa Lahiri, sempre in rikipedia), né, infine, il racconto è una critica politica alle tre nazioni coinvolte: gli Stati Uniti (il vinto mediaticamente vincitore), il Vietnam del Sud (la vittima) e quello del Nord, il vincitore permeato da una crudele ideologia totalitaria. Al fine di costruire un quadro unitario partiamo dalla trama. Il protagonista, e narratore, è nato da una relazione tra un prete francese e una donna vietnamita, > e stranieri e conoscenti si divertivano a ricordarmelo sin dall' infanzia, sputandomi addosso e chiamandomi bastardo, anche se talvolta, per cambiare, prima mi chiamavano bastardo e poi mi sputavano.(...) Forse non sorprendentemente io sono un uomo con due coscienze. Non sono un qualche incompreso mutante da albo a fumetti o da film dell'orrore, benché alcuni mi trattarono così. Sono semplicemente capace di vedere qualsiasi questione da entrambi i punti di vista . Questa qualità la possiamo chiamare simpatia, e si traduce in una incoerente disposizione d'animo: malinconica nostalgia per la Saigon francese, destinata a scomparire, con la sua corruzione,  i mendicanti per strada, i locali notturni, le splendide ragazze disponibili, tanto da far dire all'autore che > noi non eravamo un popolo in guerra elettrizzato da marce militaresche. No, combattemmo ai ritmi di canzoni d'amore, come se fossimo gli italiani d'Asia ;  riottosa ma arrendevole appartenenza ad un paese che > insisteva per la prima volta nella storia su un misterioso acronimo, USA, (...) che aveva estratto così tanti prefissi con super > dalla banca federale del suo narcisismo, (...) che non sarebbe stata soddisfatta finché non avesse bloccato ogni nazione del mondo con una presa di lotta e costretta a gridare Zio Sam ; legame ideologico con il sogno di una rivoluzione socialista che libererà, finalmente, il Vietnam dalle potenze colonizzatrici: essere un' > avanguardia che accelera i tempi verso la rivolta, regola l'orologio della storia e fa suonare la sveglia della rivoluzione . Perché scegliere fra queste differenti anime? Ed infatti il protagonista fa la spia per i Vietcong, facendo parte di una misteriosa cellula che risponde ad un altrettanto oscuro comitato, nel contempo è assistente, ed amico, di un generale del Vietnam del Sud, nazionalista, razzista e classista, ed è infine permeato di cultura americana, dall'abuso degli alcolici alla dizione perfetta della lingua. Per essere un uomo dalla duplice personalità deve costruirsi una maschera, > ma la maggior parte degli attori spendevano più tempo senza la maschera, mentre nel mio caso era il contrario. Nessuna sorpresa, allora, che talvolta sognavo di provare di togliere la maschera dalla faccia, soltanto per realizzare che la maschera era la mia faccia. Essere spia e confidente insieme è una trappola, che costringe il protagonista a compiere azioni, persino a pensare contro i propri valori: deve compiacere il generale e i suoi amici ( > niente poteva farmi più felice, dissi, anche se ero, per ragioni che non potevo dire con questa gente, totalmente infelice ), deve aiutare a farli fuggire in America, deve partecipare ad un disgustoso film di propaganda sui buoni americani  e i cattivi Vietcong, deve uccidere dei presunti traditori su ordine del generale, deve collaborare ai progetti cospirativi della destra americana e dei profughi vietnamiti. Come rompere la maschera? > Che sarebbe accaduto se uno si togliesse la maschera e l'altro lo vedesse non con amore, ma con orrore, disgusto e rabbia? Il nostro protagonista continuerebbe probabilmente nell'ambiguità per tutta la vita se non accadesse una svolta traumatica. Mandato per ordine del generale nel Laos a combattere i Vietcong, viene catturato da quelli che dovrebbero essere i suoi compagni, lasciato marcire in un campo di rieducazione per un anno a scrivere la propria confessione, ed infine sottoposto ad un interrogatorio, una vera e propria tortura: legato, imbavagliato, senza poter dormire, accecato dalla luce tutto il giorno. Chi lo interroga è proprio l'amico che lo ha introdotto da giovane alla dottrina rivoluzionaria e poi è diventato il suo capo cellula. E' privo di faccia, distrutta da un bombardamento al napalm, e così un uomo con due facce viene torturato da un «viso di orrida asimmetria». Il protagonista deve svelare ciò che non ha voluto ammettere nella sua confessione: non c'è Niente, siamo intrappolati nel presente e nel passato, qui e là, esiliati e soli in un mondo frammentario e indifferente, > dove niente è stato qualcosa ora esisteva, specificatamente noi, (...) noi confessiamo di essere certi di una e soltanto una cosa, noi giuriamo di mantenere, pena la morte, quest'unica promessa: noi vogliamo vivere .  Come il protagonista del romanzo di Ralph Ellison («Invisible Man» recensito in questo sito) anche il nostro riconosce che era stato «semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare», e quindi > non assegno più un ruolo a me stesso, (...) il mondo è diventato uno delle infinite possibilità . Un romanzo complesso, si diceva. Esso è sorretto da una scrittura raffinata, da grande scrittore: costruzioni sintattiche articolate, con frequenti cambi di soggetto e numerosi incisi, e tuttavia il periodo scorre agevole, arioso e intrigante; l'uso di parole e modi dire appartenenti ad un americano classico, che riesce ad essere aderente alla lingua parlata senza scivolare nella banalità; cambi di registro narrativi, alcuni propri del romanzo di spionaggio (si pensi alla fuga da Saigon), altri tipici di racconto imperniato sulle relazioni sociali, all' Andre Dubus (si veda «Separate Flights and other stories» recensito in questo sito),  ed altri ancora di intensa impronta lirica. Consiglio caldamente di leggere il capitolo 14 ed in particolare la descrizione del canto di Lana,  grande capolavoro stilistico. Per uscire dall'intellettualismo dilagante ed andare verso sentimenti sinceri è bene leggere le parti relative all'infanzia e al legame con la madre (capitoli 9 e 11 ma il tema riaffiora continuamente). Perché leggerlo? Un profondo e raffinato romanzo.

Viet Thanh NguyenAtlantic Monthly Press