Madame Bovary
Il romanzo racconta le vicende di Madame Bovary, che, sposata ad un medico di provincia, cerca di sfuggire a unʼesistenza prosaica e noiosa inseguendo una serie di relazioni e conducendo uno stile di vita dispendioso, che la porteranno alla rovina economica, alla solitudine sentimentale e quindi al suicidio. Si tratta di un romanzo molto famoso, considerato l’origine del realismo ottocentesco e nel quale viene affrontato il tema, poi ripreso da molti altri autori, della meschinità della morale borghese. In fondo Emma Bovary insegue un sogno di felicità e cerca di non farsi rinchiudere nella mediocrità della vita quotidiana. Accanto a lei prevalgono invece l’ipocrisia, la ricerca del denaro, del successo e così via. In realtà anche Madame Bovary è figlia del suo tempo, in quanto non esistono in lei nessuna nota realmente romantica, nessun senso di colpa ed è disponibile a qualsiasi menzogna pur conseguire i propri obiettivi, che sono in realtà modesti, come poter incontrare i suoi amanti, comprare vestiti eleganti ecc. La terza parte del libro, senza dubbio la migliore, nella quale vengono descritte le vicende che porteranno alla morte di Madame Bovary, è condotta quasi in modo illustrativo. I personaggi, in realtà, emergono freddi, senza spessore e senza una ricerca minimamente introspettiva dei loro presupposti e dei loro sentimenti. In conclusione si tratta di un romanzo sociale, che ci sembra abbia goduto di una fama superiore ai suoi meriti. Risente dello spirito ottocentesco e dà poco spazio, anche nello stile e nel ritmo narrativo, a quel lirismo che è così tipico dei nostri giorni.
Il maestro e l'infanta
Nel Canto XVII del Paradiso ai versi 43-45 Dante narra che l'avo Cacciaguida ricorra alla musica per spiegargli la visione del futuro esilio del poeta: > da indi (dalla mente divina), sì come viene ad orecchia/ dolce armonia da organo, mi viene/a vista il tempo che ti s'apparecchia . Il suono delle corde di uno strumento, insieme con la dolcezza della voce, sono un dono divino concesso agli uomini per lenire le ferite del corpo e quelle dell'anima, per Dante sopportare la profezia del suo doloroso peregrinare. E' vero o la musica è solo un palliativo? Se scaviamo il romanzo di Alberto Riva al di là delle apparenze, dobbiamo concludere come la musica dia una sorta di meraviglioso stordimento ma nulla può fare per guarire la solitudine, la depressione e la follia. Siamo nel diciottesimo secolo, tra il 1720 e il 1758, Domenico Scarlatti, figlio del più noto Alessandro, giunge a Lisbona per divenire musicista in una delle corti più ricche dell'Europa di quel tempo. Domenico > è un uomo sotto la quarantina che ne dimostra qualcuno di più, gran naso nodoso, gli occhi di una nocciola mutevole, distanti, forse guastati da un leggero strabismo: la pelle è chiarissima e i vestiti neri, un nero deciso e luttuoso. (...) Il padre, per anni, lo ha tenuto piegato, quasi inginocchiato sulla tastiera ore e ore ogni giorno, soprattutto la sera . Schivo sino alla scortesia, non è certo il classico cicisbeo né uomo di belle maniere, come vorrebbe l'elegante e vacua società settecentesca. E forse proprio per il suo carattere scontroso e indipendente non è disponibile ad avallare la volontà del sovrano di reprimere le inclinazioni musicali dell'Infanta, la grassottella e bruttina Maria Barbara. Al contrario, Domenico ne diviene precettore, raffina ed esalta le qualità naturali della ragazza; si crea un legame che durerà nel tempo, anche quando Maria Barbara andrà sposa all'erede di Spagna, e diverrà poi regina. Qualsiasi compositore del tempo, da Vivaldi al cantante Farinelli, avrebbe approfittato della circostanza per avere fama e ricchezza. Non è così per Domenico Scarlati; animato da una cupa frenesia, scompare nelle taverne, dove > ascolta fantasiosi arrangiamenti traferiti sulle corde, portati da voci femminili . Frequenta, nella Spagna dell'Inquisizione, il mondo dei gitani, dove scopre che > dentro quel popolo di andalusi c'era una civiltà sepolta, e quella civiltà era la musica. Che la guitarra è il libro non scritto attraverso cui una storia viene tramandata. Ma non è solo la guitarra sono le mani, le voci, le dita, persino i piedi. (...) Ci dicono perché il nostro canto è profondo (spiega il vecchio gitano). Ci chiedono il segreto del cante.....E noi rispondiamo: il nostro canto è la ricerca, il nostro canto è il viaggio. (...) un dramma misterioso, un dramma senza finale . Per tutta la vita Domenico insegue qualcosa di indefinibile e lo trova, forse, girando nei quartieri più poveri e malfamati. > Chi avesse sorpreso il maestro in una di quelle notti, l'avrebbe visto leggermente accasciato, un gomito sul tavolo, una gamba allungata, un certo sguardo. (...) Si guarda le mani: la sua relazione è con lo strumento. (...) Quello con lo strumento è un rapporto di interrogazione. Di progressivo disvelamento . Se fosse stato per Domenico gli esercizi musicali, le famose Sonate di Scarlatti, sarebbero andate perse: forse il musicista riteneva che fosse inutile lasciare quelle composizioni incapaci a lenire il suo male oscuro. E' merito di Maria Barbara se noi le conosciamo. L'impianto del romanzo è qualcosa di intermedio tra la ricostruzione storica e l'indagine introspettiva dei due protagonisti: Domenico Scarlatti e l'Infanta Maria Barbara, nonché le peculiarità della loro relazione. La musica, l'attrazione misteriosa dei Sonetti, hanno prevalso su una narrazione che avesse messo sullo stesso piano i due protagonisti: Maria Barbara resta sullo sfondo, appiattita nei doveri e nei compiti del suo rango; al di là del fascino degli esercizi musicali composti dal maestro, che cosa ha legato veramente Maria Barbara ad un uomo così chiuso e scortese? L'unico dato significativo è la testardaggine di Maria Barbara, la sua determinazione a salvare l'opera di Scarlatti e renderlo famoso. Potrebbe avere spinto la donna un represso amore per l'uomo? Non lo sapremmo mai perché la genesi musicale e biografica dei Sonetti ha avuto il sopravvento e ha riportato Maria Barbara nell'oblio, dal quale l'autore voleva toglierla. La scrittura è piana e fluisce tranquilla, senza attrarre né respingere. Solo quando l'autore descrive scorci di Lisbona emergono suggestioni piene di vivi colori. Ecco Lisbona, forse frequentata e amata dall'autore: > qualcosa di torvo, quell'odore degli animi insoddisfatti, degli uomini infelici, (...) e poi la città, aperta su un estuario che è già mare, fatta di colori mutevoli, di salite e discese, di improvvisi azzurri, turchesi, blu oltremarini. > E la Città comprende/E s'accende/ E la fiamma titilla ed assorbe/ I resti magnificenti del sole/E intesse un sudario d'oblio/ Divino per gli uomini stanchi . (Dino Campana, Genova in Canti Orfici).
I Malavoglia
L’ambiente è un villaggio di pescatori della Sicilia della fine Ottocento. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori, proprietaria di una barca (La Provvidenza) e di una dimora con una piccola campagna (la casa del nespolo). La vita trascorre serena e dignitosa in una comunità che rispetta i Malavoglia in quanto economicamente sono in grado di sostenersi. In breve tempo una serie di disgrazie scaraventano la famiglia nella povertà e nel dolore: la Provvidenza subisce un naufragio dove muore Bastianazzo il figlio di padron Ntoni, e viene perso un carico di lupini. La famiglia è costretta a indebitarsi per riparare la barca e ripagare il prestito contratto per l’acquisto dei lupini. Poi uno dei figli, Luca, muore soldato e un nuovo naufragio costringe a vendere anche la casa del nespolo. Ntoni, l’altro nipote di padron Ntoni, si dà al contrabbando,viene sorpreso dalla polizia e nella colluttazione ferisce gravemente un poliziotto. Per salvarlo dall’ergastolo l’avvocato tira in ballo la corte che il poliziotto faceva a una delle ragazze dei Malavoglia, la quale, presa dal disonore, fugge dal paese. Dopo questa serie di disgrazie, il libro sembra chiudersi con una nota positiva: Alessi, l’altro nipote di padron Ntoni, riesce a riacquistare la casa del nespolo. In realtà la nota positiva sta a testimoniare la ciclicità della storia, la continua lotta per sopravvivere, fatta di momenti positivi e di altri negativi, questʼultimi più frequenti. Insieme con la famiglia Malavoglia, l’altro soggetto del libro è costituito dalla comunità, rappresentata da una serie di personaggi, dai loro legami reciproci, dalla loro logica utilitaristica, ma anche da una sovrapposizione continua di temi economici con il pettegolezzo, la ricerca dei mariti, il perbenismo e infine l’indifferenza verso la disgrazia. Nessuno aiuta i Malavoglia, se non altri disgraziati, mentre le famiglie possidenti, o che si ritengono tali, li abbandonano, in quanto la sfortuna è in fondo la testimonianza di una colpa. Si tratta di un libro complesso, nel quale si sovrappongono molti temi. Nel sottofondo un totale fatalismo, che rispecchia un destino già segnato dalla gerarchia sociale e dall’utilitarismo economico: > che hai, gli domandava, nulla ho, ho che sono un povero diavolo. E che cosa vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati . «Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione si sa». Sarebbe, tuttavia, limitativo ridurre il libro a una mera rappresentazione di uno specchio della società nè a ricondurlo a una sorta di filosofia della storia. In realtà l’animazione dei diversi personaggi, il ritmo narrativo e soprattutto la lingua, molto particolare perché non dialettale e così rappresentativa del contesto, sono tutti fattori che collocano il racconto in una dimensione non reale, immaginativa ed espressiva di sentimenti universali. Se si confronta il libro di Verga con quelli di Emile Zola , in particolare Terre, emerge in modo evidente una profonda differenza. Il libro di Verga non vuole impressionare o spingere alla rivolta o alla desolazione, si muove invece sul terreno della «leggerezza», ricco di ironia nei confronti di una società che vive chiusa nelle sue regole e non comprende lo spirito eroico con il quale si muovono i Malavoglia. La contrapposizione tra eroismo individuale (e famigliare) e gretto conservatorismo della società costituisce un tema tutto italiano e quindi emblematico di una cultura e di un paese.
Malombra
Benedetto Croce ha stroncato questo romanzo, il primo di Fogazzaro, osservando come manchi «lʼintuizione centrale che domini tutte le altre» e prevalga invece una irritante confusione. Si è tentati di dargli ragione se ci si lascia condurre dalla storia, con i suoi innumerevoli episodi secondari. Se si legge invece il libro assumendo il punto di vista di uno dei protagonisti, Corrado Silla, appare evidente come ci si trovi dinanzi alla narrazione di un travagliato percorso spirituale, che si sviluppa tra irrequietudini esistenziali e ricerca della fede, lʼunica che può dare equilibrio e serenità. Silla, dietro il quale si nasconde lo scrittore, è un > ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per nerbo suo proprio e costante.. aveva idee poco definite, poco pratiche, ardente spiritualista.... amava, anche in tenue materie, appoggiarsi a qualche grande principio generale . Ha scritto un breve racconto, ignorato dal pubblico e dalla critica, ma che ha trovato notevole interesse in Marina di Malombra, giovane aristocratica, orfana e povera, accolta per questo da un ricco zio. Lo scrittore la descrive dinanzi allo specchio: > dallʼampio accappatoio usciva, come da una nuvola bianca, il collo sottile, elegante, e fra due fiumi di capelli biondi-scuri, ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti per lʼimpero e per la voluttà... si gittò alle spalle con una scrollata di testa i due fiumi di capelli e chi sa quanti pensieri torbidi . Silla e Marina hanno molte affinità comuni, soprattutto una irrequietezza che si esprime in comportamenti impulsivi e in meditazioni disordinate e allucinanti, ma il povero Corrado, debole e insicuro, è travolto dalla donna, la quale lo caccia, lo ricerca, lo chiama disperatamente, gli dichiara il suo amore ed infine lo uccide. Dʼaltra parte Marina è dominata dai fantasmi del passato, ossia dalla folle determinazione di vendicare lʼassassinio di una sua antenata, la prima moglie del padre dello zio. Ella vede in Corrado la reincarnazione dellʼomicida e, pur amandolo, deve comunque punirlo con la morte. La storia della coppia Silla e Marina non ha una matrice razionale, per esempio psicologica, ma appartiene al mondo del magico, del fantastico, del sogno. La colpa di Silla è di lasciarsi prendere dal fascino oscuro di uno spiritualismo non ancorato alla fede, alla razionalità e allʼordine della religione cattolica. Al contrario lʼaltro filone narrativo, la coppia Silla ed Edith, si sviluppa intorno alla ricerca della fede. Edith è una ragazza tedesca, giunta in Italia per ricongiungersi al padre, vecchio esiliato che aveva trovato ospitalità presso lo zio di Marina. > Era graziosa nel suo abito nero, semplicissimo, corto ma non troppo, con un mazzolino di viole alla cintura.... nel viso delicato, leggermente roseo, la bocca e gli occhi avevano una espressione più spiccata di fermezza. È strano come quegli occhi esprimessero intelligenza della vita reale, contemperata di bontà..... quale se un altro spirito infuso al suo, uno spirito malinconico si ravvivasse qualche poco nella gaiezza di lei . La fede domina la personalità di Edith e ne guida i sentimenti e i comportamenti. «Lʼelegante forma bruna di Edith, che egli vestiva di poesia», conquista Silla, che vagheggia di trovare in lei quellʼequilibrio a lui così necessario. > E sentiva in se stesso una luce serena, un calore così lontano, gli pareva, dallʼindifferenza come dalla passione, un sorgere di non so quale indefinibile fede . Ma il richiamo del fascino oscuro di Marina è troppo forte per Silla, così come Edith è troppo rinchiusa in una religione fatta di sacrifici e di doveri da combattere con la necessaria passione per lʼamore, che eppure sente per Corrado. E «il demonio della voluttà tetra» conduce Silla alla morte. Ad Edith non resta solo che il ricordo di ciò che poteva essere la sua vita, il cui destino accetta con cristiana rassegnazione. Magra consolazione e ben ipocrita giustificazione per un amore esangue, incapace di lottare per il proprio amato! E che religione è quella che conduce ad una pavida attesa, ad essere spettatori della propria vita e di quella degli altri? Al di là della dispersione sottolineata da Croce, il difetto fondamentale del libro risiede nella trattazione meramente letteraria dei personaggi, che assumono raramente vita reale. Dʼaltra parte lʼintero romanzo è intriso, ed appesantito, da lunghe divagazioni filosofiche e religiose, altrettanto astratte quanto la rappresentazione dei protagonisti. La caratteristica più interessante del libro è costituita dai paesaggi. La natura viene descritta a tinte forti, talvolta tetre e tempestose, in altre occasioni luminose e quiete. E soprattutto la natura ha «unʼanima», lei sì viva e reale: unʼanima che riflette ed amplifica i sentimenti dei personaggi, dando loro in tal modo un minimo di vitalità. Come gli uomini la natura è piena di contraddizioni, che vengono sintetizzate mirabilmente nella descrizione del paesaggio, come la seguente: > piccolo lago di misura e di fama, appassionato, mutabile; ora violetto, ora verde, ora plumbeo; talvolta, verso la pianura anche azzurro . La contemplazione del paesaggio racchiude lʼeterna aspirazione dellʼanimo umano: > oh furia amorosa di fiori protesi al sole onnipotente, erbe tripudianti, ubbriache di vento, qual ristoro esser voi, viver la vostra vita dʼun giorno, sentirsi tacere la memoria, il cuore, quel tumulto faticoso di pensieri assidui a lottar insieme, a fare e disfare lʼavvenire . Perché non leggerlo? È un libro noioso, prolisso, inconcludente.
Manoscritto trovato a Saragozza
La migliore introduzione a questo strano libro è la figura del suo autore: il conte Potocki, vissuto tra il 1761 e il 1815, quando morì suicida. Grande viaggiatore, etnografo, archeologo, geografo, filologo, Potocki fu il tipico esponente dellʼilluminismo settecentesco: la sua curiosità e la sua enorme erudizione furono al servizio di un approccio razionale alla realtà. Osservatore attento delle religioni e dei costumi, Potocki fu pure attratto dallʼesoterismo, dallo spiritualismo e in generale dal mondo fantastico. La complessa interrelazione tra ragione e mistero è il filone conduttore del manoscritto, le cui vicende sono anchʼesse oscure ed incredibili: scritto in francese, andò perduto, comparve in una traduzione da una presunta versione in polacco ed infine fu ritrovato il testo forse originale in francese. Costruito nella forma del Decamerone, una serie di novelle suddivise in giornate, il romanzo racconta le avventure di Alfonso, che deve attraversare la Sierra Morena per recarsi a Madrid. Di fatto il giovane protagonista, e narratore, non fa molta strada, in quanto si trova risucchiato in un ricircolo infernale e misterioso tra le forche di due impiccati e una locanda abbandonata: al mattino si risveglia tra i corpi in decomposizione, di giorno è in viaggio verso la locanda e di notte viene visitato da due splendide donne, che si dicono sue cugine. In questo continuo avanti e indietro incontra altri personaggi, che gli raccontano le loro storie, piene di apparizioni, di scheletri e di castighi soprannaturali. Malgrado situazioni ossessivamente inspiegabili razionalmente, Alfonso cerca continuamente di trovarne una ragione e di non accettare lʼesistenza del mistero. > Forse alla locanda mi era stata data una bevanda per addormentarmi, dopodiché niente era più facile che trasportarmi durante il sonno sotto la forca fatale. Pacheco ( un pazzo o indemoniato nel quale si imbatte Alfonso) poteva aver perso un occhio per tuttʼaltro incidente che per il suo legame amoroso con i due impiccati, e la sua storia spaventosa poteva essere una favola.... Ma lentamente viene preso da una sorta di «annientamento di tutte le mie facoltà».....( comincia a rendersi conto di una potente associazione) > che sembra non avere altro fine che quello di nascondere non so quale segreto, o quello di incantarmi con magie che qualche volta riesco in parte a penetrare ma che poi, per altre circostanze, non tardano a farmi piombare nel dubbio. È chiaro che anchʼio faccio parte di questa catena invisibile . La ragione vacilla dinanzi allʼinspiegabile e la vasta erudizione può essere al massimo «una compagnia gradevole» ma rischia di finire come i cento volumi di un altro personaggio del romanzo: rosicchiati e distrutti dai topi. La struttura narrativa è fondata sulla singolare ripetizione della stessa profezia: una situazione sempre identica, riprodotta e moltiplicata con una serie di combinazioni fantastiche che sembrano avere una sola finalità: aggredire la stabilità dellʼinterpretazione razionale. La ripetitività, che potrebbe rendere noiosa la lettura, è sorretta da unʼesplosione di invenzioni narrative e da una forma piacevole, immaginosa e spesso ironica. Avido di esperienze e di sapere, Potocki ci ha voluto dire, con questo romanzo incompiuto, che la vita è meravigliosa. Perché leggerlo? È un libro piacevole e fantastico.
Mansfield Park
Una bambina di 10 anni, una parente povera, viene accolta dallo zio, Sir Thomas Bertram, un ricco possidente, autorevole membro del parlamento e della comunità. Sin dallʼinizio devono essere chiare le regole: > senza mortificarla troppo, farle ricordare che non è una Miss Bertram ; e Fanny Price risponde bene alle aspettative: piccola per la sua età, senza una particolare bellezza, eccessivamente timida, ritrosa e schiva, > la coscienza di essere una parente povera si accresceva di pari passo con la convinzione che per un essere insignificante come lei fosse giusto non essere felice . In un colloquio con il cugino Edmund, con il quale entra in sintonia sin dalla prima adolescenza, Fanny afferma: > non potrò mai essere importante a qualcuno, che cosa lo impedisce? (chiede perplesso il cugino), ogni cosa, la mia situazione, la mia mancanza di giudizio, la mia bruttezza . Ma sono proprio la solitudine, la sensazione di essere unʼestranea, di dover sempre essere attenta alla forma e alle norme sociali, che contribuiscono a creare una forte personalità, indipendente, impregnata di saldi valori etici. Tutto ciò non le fa perdere la «bussola» nel momento in cui lʼintera famiglia si lascia travolgere dal fascino del teatro; approfittando della mancanza di Sir Thomas, lontano per lungo tempo a causa di affari nelle Antille, decidono di mettere in scena una commedia allora famosa, Loverʼs Vows (Giuramenti di innamorati). È un periodo di «generale follia», come dirà in seguito Edmund, nel quale tutti escono dai rigidi ruoli sociali, ai quali si devono attenere, per assumere i panni dei diversi protagonisti della commedia, considerata allora licenziosa per la trama e i personaggi. Lʼunica che si rifiuta con ostinazione a non partecipare è Fanny; ciò le permette di osservare il comportamento degli altri, ed in particolare quello di Edward Crawford, un brillante giovane, che corteggia senza ritegno la cugina più grande di Fanny, malgrado sia già fidanzata. Al ritorno di Sir Thomas tutto sembra tornare nella normalità, con Fanny maggiormente apprezzata dallo zio per il virtuoso contegno tenuto durante la «generale follia». Arriviamo ad un punto di svolta. Sino a questo momento Fanny appare come una ragazza un poʼ bigotta, unʼacqua cheta, anche leggermente opportunista e servile; la sua personalità emergerà pienamente quando dovrà misurarsi con un grave pericolo, per lei così indipendente: un uomo vuole decidere il suo destino. Edward intende «espugnare» Fanny, lui abituato a essere cercato dalle donne ne ha trovato una che lo tiene a distanza, e tutto ciò lo intriga, forse è un capriccio ma lʼuomo sembra avere intenzioni serie: è generoso, affabile, con le sue conoscenze ha fatto in modo che il fratello di Fanny fosse nominato luogotenente di marina, è un buon partito, che darebbe agiatezza e sicurezza alla povera ragazza. Ma lei, ormai diciottenne, non lo può accettare. > Stava soffrendo, pensando, tremando, intorno ad ogni cosa, agitata, felice, miserabile, infinitamente grata, enormemente arrabbiata. (...) No, no, no, ella gridò, nascondendo il viso, tutto questo non ha senso, (...) Non voglio, non posso sopportarlo. Non devo ascoltare queste cose. No, no, non pensi a me. Ma lei non sta pensando a me. So bene che tutto questo è niente . Se riesce a resistere facilmente allʼassalto di Edward, è ben più difficile contrastare lo zio. Sir Thomas, forte della sua autorevolezza, cerca di convincere Fanny; stupefatto ed anche adirato, per la mancanza di gratitudine e di rispetto, si imbatte in un drastico rifiuto della ragazza. > Con gli occhi fissi intensamente su una delle finestre, ascoltava lo zio, nel più grande turbamento e sgomento . E alla domanda sconcertata dello zio sulle ragioni del rifiuto, la risposta di Fanny è semplice ma rivoluzionaria per i tempi: > non posso amarlo, Sir, abbastanza per sposarlo. (...) Hai qualche ragione, bambina, per pensare male del carattere di Crawford? (chiede gentilmente lo zio). No, sir, (...) e avrebbe voluto agggiungere, ma ne ho dei suoi principi, e le mancò il cuore di raccontare al padre della cattiva condotta di Crawford verso la cugina. I problemi di Fanny non sono finiti. Prima deve confrontarsi con Edmund ed anche lui cerca di convincerla, poi viene mandata per alcuni mesi presso i genitori; è uno stratagemma di Sir Thomas per farle vedere quali sono le misere condizioni sociali nelle quali potrebbe vivere in futuro, qualora venisse a mancare lʼappoggio dello zio; è opportuno che accetti lʼofferta di Edward, il matrimonio con un ricco giovane. La questione si risolve da sola, la commedia non è stato solo un periodo di «generale follia», ha scatenato le forze sottostanti alla rigida vita borghese. La famiglia di Sir Thomas si sgretola, in particolare la cugina abbandona il marito e fugge con Edward. Per Fanny la storia ha un lieto fine: torna a Mansfield trionfalmente e sposa il cugino Edmund. Affrontare il romanzo dal punto di vista di Fanny è forse una prospettiva ovvia e riduttiva, se si considerano i numerosi personaggi, le problematiche sociali affrontate sotto traccia, ed in particolare il ruolo del teatro nel racconto, la sua funzione demoniaca e liberatrice: tema che ha attirato lʼattenzione della maggior parte dei critici, tanto da far dire che non sarebbe possibile leggere il libro senza conoscere Loverʼs Vows. Al di là del contesto storico, la questione è di grande attualità: quanto può essere scossa lʼesperienza di una diciottenne? Le traversie di Fanny lʼhanno rafforzata, è certo, dandole quella personalità che le ha permesso di governare il destino; ma tutto questo è giusto? Non si sarebbe dovuto proteggere la ragazza, lasciarle la possibilità di crescere serenamente? Sono queste le questioni che rendono ancora attuale il romanzo. Il romanzo è molto lungo e non sempre regge il ritmo narrativo; la scrittura è quella tipica di Jane Austen, involuta e complessa. Per essere apprezzato i libro va letto con attenzione e pazienza, ricercando il suo valore nel dettaglio, negli scorci inattesi e sempre puntuali sulla psicologia dei personaggi, nello spirito di indipendenza che anima lʼintero libro, nei giudizi taglienti e sempre azzeccati sugli uomini e sulla società. Perché leggerlo? Un poʼ lungo ma vale la pena leggerlo, con pazienza ed attenzione.
La manutenzione dei sensi
> Bisbigliano tra le luci al neon/sotto la pensilina. Vogliono/che tenda l'orecchio/e li riconosca uno alla volta/mentre arrivano i treni notturni/alla stazione della memoria. Chi siete? /Da dove venite? vorrei chiedere,/ ma sbanda la mia ombra/sul marciapiede di tante partenze/improvvise, il cuore si rattrappisce, /manca l'aria...: Mia moglie è con voi? /Fatemi ascoltare ancora la sua voce/ supplico spalancando le braccia/nel sogno ormai spento (Stefano Simoncelli da Terza copia del gelo 2014). Il protagonista/narratore è un reporter, sempre all'estero; e lo era quando sua moglie Chiara è morta all'improvviso. > Non c'ero. Ero lontano, per un lavoro. Le foto di Chiara sono dappertutto, quasi che la volesse ancora presente, ma non ne parla mai, > il dolore si è autofecondato, si è espanso. Gravato dalla perdita e dalla colpa perché era assente al momento della morte della moglie, si lascia andare, trascura il lavoro, abbandona le amicizie, si sente > un usuraio dei sentimenti. E' in questo stato di crisi esistenziale che irrompe Martino: un bambino di otto anni, con la sindrome di Asperger, una delle tante forme di autismo. Glielo porta la figlia Nina, che lascia il padre ad affrontare da solo la gestione del bambino. E' un incontro insolito: un uomo che si faceva trascinare dal fluire dell'esistenza, è un bambino cui bastava sedersi accanto, accendere un computer, senza dover necessariamente interloquire o farsi coinvolgere, > sempre senza scambiarci troppe confidenze, ma anche senza patemi. Da qui nasce un'esile storia, in cui un adulto e un bambino si aiutano a vicenda nella scoperta di un legame che superi la dimensione della responsabilità, della solidarietà e dei sentimenti. Non c'è un finale eclatante e salvifico, qualcosa che ci dia una morale, un insegnamento: la storia si conclude con un abbraccio. > Avrei voluto abbracciarlo, alzare la mano e poi il braccio e infine afferrargli piano la spalla e stringerlo. (...) «A cosa stai pensando?», mi aveva chiesto, proprio quando il mio pensiero stava per essere archiviato nel cassetto della rassegnazione. «Al fatto che mi piacerebbe abbracciarti». (...) Lui non aveva risposto, rimanendo con le labbra serrate per un po'. Poi mi si era premuto contro, puntando la testa sotto la mia ascella e cominciando a dare piccoli colpi. E allora i morti possono tornare, > lasciandosi dietro solo frammenti senza più un posto nella memoria. Ciò che ci dà la forza per andare avanti non è il ricordo, ma la cura verso gli altri: chiamasi Amore. Il titolo del romanzo non rispecchia il significato del racconto: più che «manutenzione dei sensi», si dovrebbe intitolare «scoperta dei sensi»: non di quelli cui pensiamo ormai normalmente: il sesso o la relazione sentimentale (in realtà il protagonista s'imbatte in alcune fugaci storie); mi riferisco a quel legame fisico che usa l'intero spettro dei nostri sensi, senza aspettarsi nulla, che sia gioco o soddisfazione. Peccato che Faggiani abbia affrontato un argomento così importante, quello della scoperta dei sensi, collocandolo in una fuga dalla città, in un ambiente eccezionale quale è la montagna. Chi di noi può permettersi di andare a vivere in uno chalet tra i boschi? E chi si può permettere di vivere > come volevamo vivere , liberi, guardando > la Terra girare senza sentirne i rumori?. Non è chiaro se sia una vicenda autobiografica; di certo, è troppo fragile il contesto per dare spessore alla storia, al di là di spunti interessanti, ma frammentari e occasionali. La scrittura è il pregio fondamentale del romanzo, anche se talvolta lo stile è giornalistico, con l'uso sovrabbondante del «punto» , del gerundio e della frase senza il verbo. Si prenda questo esempio: > Ma non mi aveva risposto (già il correttore di Word avrebbe messo come errore il "ma > dopo il punto), probabilmente stava trattando, rincuorando, sostenendo qualcuno. Qualcun altro, invece del sottoscritto. Non era sufficiente una virgola prima di qualcun altro"? E poi tre gerundi di seguito non sono troppi? La narrazione si sviluppa lentamente, senza colpi di scena, i personaggi restano sospesi, senza che si capisca veramente il loro travaglio interiore: tanti sentimenti si affollano, sempre in superficie. Perché non leggerlo? Troppo fragile.
Il marchese di Roccaverdina
Lʼambiente è la campagna siciliana della seconda metà dellʼottocento. Rabbàto è una piccola città, in attesa ormai da tempo della pioggia, che ponga fine alla siccità, che sta portando lʼintero paese alla miseria e alla fame. Il marchese di Roccaverdina è un ricco possidente, che vive come se il mondo fosse immutabile e riconoscesse un suo potere senza limiti, sulle cose e sulle persone. Da tempo aveva come amante una contadina, Agrippina Solmo. Per salvare le apparenze, decide di darla sposa al suo fattore con lʼimpegno che il matrimonio non si sarebbe dovuto consumare. La gelosia lo spinge ad uccidere il fattore e poi ad agire per fare condannare un povero contadino, che morirà in carcere. Non sente un vero e proprio rimorso di queste infamie ( lʼabbandono dellʼamante, lʼuccisione del fattore e la condanna di un innocente), in quanto, in fondo, sono povera gente e al marchese di Roccaverdina è permesso tutto. Percepisce, piuttosto, un senso di paura, «la solita apprensione di pericoli appiattiti nellʼombra». Lʼamante abbandonata e il fattore ucciso «apparivano improvvisamente e allo stesso modo sparivano» ed > egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento allʼaltro sprofondarglisi sotto i piedi . È la viltà la molla che porta il marchese, prima così sicuro di sé stesso e del suo ruolo sociale, a dubitare, a riflettere sulla stessa esistenza di Dio e sulla validità della religione, sugli uomini e su sé stesso. Invano, cerca di trovare conforto in unʼattività febbrile, gettandosi nella politica, avviando un progetto di sviluppo della lavorazione del vino, sposandosi con una nobildonna locale. Solo la vista della campagna, bagnata dalla pioggia, gli dà un pò di serenità: > lasciamo, per ora, questo discorso. Guardate. Le campagne sembrano un giardino! Unʼimmensa stesa di verde, di mille toni di verde, dal tenero al cupo che sembrava quasi nero; un trionfo, una follia di vegetazione fin nei terreni più ingrati, che non avevano mai prodotto un filo dʼerba! Il suicidio di un contadino, al quale aveva tolto la terra con le minacce e le prepotenze, scatena la follia, che porta il marchese alla demenza e poi alla morte. Nel momento della malattia, solo lʼamante è al suo capezzale ad assisterlo, a dimostrazione di un amore che supera i ruoli sociali. Ma le apparenze sono più forti degli affetti: la povera donna non può restare al momento del trapasso del marchese ed essa > si lasciò trascinare via, senza opporre resistenza, umile, rassegnata comʼera stata sempre, convinta anche lei che non poteva restare più là, perchè il suo destino aveva voluto così! È un romanzo complesso: da un lato, un contesto sociale rigido e immutabile allʼinterno del quale i protagonisti si muovono secondo schemi predefiniti, dallʼaltro lato la figura del marchese di Roccaverdina, che vorrebbe rompere questi schemi sociali, sia dal punto di vista economico ( nuove colture, modalità di lavorazione moderne, innovazione tecnica, forme associative tra i produttori), che da quello degli affetti e dei sentimenti. Non ama, il marchese, il suo ambiente sociale, mentre si trova più a suo agio con i contadini, con la vecchia serva che lo ha allevato, con lʼamante, per la quale ha ammazzato. La follia trova proprio origine nella contraddizione tra la volontà senza limiti, quasi da «superuomo», e lʼincapacità di liberarsi dei condizionamenti culturali e sociali, delle superstizioni e della paura della punizione divina. Perché leggerlo? Si legge con piacere e si tratta di un romanzo molto moderno. La figura del marchese di Roccaverdina è emblematica di un conflitto interiore, tipico della nostra epoca.
Il mare non bagna Napoli
Anna Maria Ortese ritorna a Napoli, città dalla quale manca da molti anni. Ufficialmente ha avuto lʼincarico di intervistare i giovani scrittori napoletani, alcuni già noti, altri che lo diventeranno: Prisco, Rea, Incoronato e La Capria. Un lungo capitolo descrive, appunto, la visita a questi autori e noi capiamo come il risveglio culturale e politico della città dellʼimmediato dopoguerra si sia ormai dissolto, lasciando delusione, rassegnazione e pessimismo, e spingendo alla fuga, verso Roma e Milano. Quando incontra Prunas, lʼanimatore della rivista Sud, ormai chiusa, ma intorno alla quale tanti intellettuali si erano raccolti pieni di ardore e di speranza, Ortese percepisce > un dolore e una curiosità infinita: devi avere pietà, dicevano quegli occhi spenti, devi evitare di guardare. È vero che siamo morti?, chiedeva, è vero che siamo stati assorbiti dalla città, e ora siamo in pace? (...) La città lo aveva distrutto. E perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Tutti erano caduti, qui, quelli che avevano desiderato pensare o agire, tutte le lingue si erano confuse ed erano andate ad incrementare la dolorosa vegetazione umana. Questa natura (Napoli e la sua gente) non poteva tollerare la ragione, e di fronte allʼuomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, dʼincanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso. Lʼinchiesta giornalistica è solo un espediente: lʼautrice vuole perdersi, spaesarsi, ricercare una «visione dellʼintollerabile», possibile solo in una città, come Napoli, nella quale tutto è > pensato, immaginato, sognato, e anche realizzato artisticamente, ma non vero: una inquietante rappresentazione . Il libro si apre con alcuni bozzetti di vita napoletana, dei quali il più riuscito è senza dubbio il primo, «Un paio di occhiali». In un putrido e maleodorante rione il sole non tocca che i balconi più alti e il resto non è che ombra e immondizia; eppure la gente saluta con gioia la giornata di sole, come se > quellʼaria, quella festa e tutto quellʼazzurro chʼerano sospesi sul quartiere dei poveri fossero anche cosa loro. Una povera ragazza, pressoché cieca, è in trepida attesa degli occhiali, che la famiglia le ha comprato con i pochi risparmi. Ma chi non ha mai visto comʼè veramente la realtà ne può sopportate la vista? Non è meglio vedere tutto sfocato? > Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone. (...) Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti (...) i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano lʼaria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata. (...) Tanti buchi, tante formiche ; le prese uno smarrimento, la realtà era troppo intensa per sopportarla. Ai bozzetti, brevi, eleganti e suggestivi, segue la narrazione di una visita ad un grande fabbricato, nel quale trovano alloggio famiglie che non sono più in grado di permettersi un appartamento decente. Lʼautrice viene guidata per i lunghi corridoi, dal primo piano, composto di antri oscuri e maleodoranti, sino al terzo piano, dove ci sono dimore più pulite e luminose. La strada di chi entra nel palazzo è sempre la stessa: dapprima va ad abitare nel piano più elevato, per discendere poi, inesorabilmente, più in basso. > I bambini, una volta lindi e sereni, in quel buio si coprivano dʼinsetti e i loro volti diventavano sempre più gravi e pallidi, le ragazze si mettevano con uomini sposati, gli uomini si ammalavano. Non risaliva più nessuno, da giù. (...) Cʼera qualcosa che chiamava da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine . Il grande caseggiato è la metafora della condizione antropologica, sociale ed esistenziale di Napoli, dove plebe e borghesia convivono tra loro indifferenti, come > ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza . Nella prefazione allʼedizione del 1994 Ortese ammette che > la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nellʼallucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di troppo: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica nevrosi . Questo giudizio è la diagnosi perfetta del libro: le singole pagine, le frasi e le parole sono spesso splendide, ricche e capaci di rendere pienamente le situazioni e i sentimenti; ma lʼinsieme risulta disordinato, confuso e sospeso, tanto che le conclusioni bisogna trarle dalle parole stesse dellʼautrice. E ʼun grido, una disperata indignazione contro una realtà, per Ortese «incomprensibile e allucinante»: la fine del sogno della rinascita di Napoli, e pertanto è una sconfitta. Perché leggerlo? È scritto molto bene e soprattutto la visita al grande caseggiato è di una vivezza impressionante: un vero capolavoro.
Mastro Don Gesualdo
Il romanzo è ambientato in Sicilia, nella prima metà dellʼOttocento: una terra ancestrale ed arida, > una landa bruciata dal sole, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi . Mastro Don Gesualdo sin da ragazzo ha lavorato duramente per arricchirsi e > difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse, nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto . Dʼaltra parte è un popolano, fuori dal giro dei possidenti locali, è quindi deve > celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, lʼimpeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, lʼocchio vigilante, la bocca seria! Ha la possibilità di uscire dallʼemarginazione alla quale lo condanna la nascita contadina: può sposare Bianca, appartenente allʼantica ma decaduta stirpe aristocratica dei Trao. In un ricevimento offerto da unʼesponente della nobiltà locale, Don Gesualdo ( > raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina ) fa il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese per accorgersi che non sarà il matrimonio a permettergli di abbassare la guardia. Ed è proprio per vendicarsi dellʼaccoglienza algida e sprezzante del suo matrimonio da parte dei parenti della moglie che Mastro Don Gesualdo rompe tutte le tradizioni locali prendendo in gestione da solo, e ad un canone altissimo, le terre comunali. La descrizione dellʼasta è una delle pagine migliori del romanzo, con i possidenti che cercano di respingere lʼassalto di Don Gesualdo, poi di fare invalidare lʼasta ed infine di cercare un accordo, facendo pressione anche su Bianca e quindi sui legami di parentela, prima ripudiati. Ma il nostro protagonista va avanti per la sua strada, fermo nella sua posizione > con il suo risolino sciocco, lʼunico che non perdesse la testa in quella baraonda . La vittoria, innanzitutto sociale, di Don Gesualdo conclude la prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita, per il distacco con la quale Verga narra, con dialoghi serrati e rapidi, le dinamiche, di denaro e di relazioni, della piccola aristocrazia locale. I protagonisti sembrano dei burattini rinchiusi nel proprio ruolo sociale: non cʼè introspezione psicologica ma sono i freddi fatti che parlano da soli. In seguito, si attua un cambiamento ideologico e stilistico: il romanzo decade in un sentimentalismo zuccheroso assumendo le caratteristiche di un romanzo di appendice. Bianca si rivela una sposa ubbidiente ma distante, che non dà affetto e confidenza a Don Gesualdo, confermando in tal modo le differenze di origine sociale. Lʼunica figlia, Isabella, forse frutto di una precedente relazione di Bianca, cresce viziata e sprezzante verso il padre, che considera anche lei un rozzo contadino e di cui non comprende i sacrifici e le fatiche. Don Gesualdo, ormai vecchio e malato, vede dissipato dalla figlia e dal genero il patrimonio così faticosamente accumulato e muore nellʼindifferenza e nella solitudine. Eppure, anche nel punto di morte, raccomanda a sua figlia > la sua roba, di proteggerla, di difenderla.... Spiegava quel che gli erano costati i suoi poderi... li passava tutti in rassegna amorosamente.... li descriveva minutamente, zolla per zolla, gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lacrime agli occhi . Solo per scrupolo di coscienza implora la figlia di dare qualche cosa («farai conto di essere una regalìa») ai figli illegittimi che ha avuto da una serva, lʼunica persona che lo ha veramente amato. Numerosi critici ritengono che il romanzo sia la > demistificazione dellʼarrampicatore sociale.... implicitamente rivolta a colpire i valori dellʼessenza stessa della società borghese ( Romano Luperini 1968) e la narrazione > delle lacerazioni indotte nel tessuto di unʼeconomia arcaica e di una società contadina da unʼeconomia e da una società capitalistico - borghesi, rette da un brutale esclusivo codice economico, dalla logica alienante della ricchezza e del possesso ( Vitilio Masiello 1972). Questa chiave di lettura è superficiale e riduttiva rispetto alla complessità del pessimismo di Verga. Se è vero che lo scrittore fa dire al suo personaggio che «ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via», è pure vero che lʼaccumulazione della roba è percepita da Don Gesualdo come una missione, di cui può solo lamentarsi ma dalla quale non può sfuggire. E così gli altri personaggi sono tutti fissati in un destino sociale, che li costringe a vivere in unʼinfelicità esistenziale e talvolta fisica. Si pensi alla stessa figura di Bianca, ma ce ne sono altre nel romanzo, che deve sposare un uomo che non ama e vive tutta la sua vita debole e malata. Ed allora, forse, la vera chiave di lettura del romanzo è lʼeffetto sulla personalità umana di una struttura sociale immobile, statica, che non permette né lʼascesa né la fuga. Uno dei primi commentatori del romanzo notò come Verga non mostri mai > i suoi personaggi nelle ragioni interne dellʼanimo loro: li fa agire, non li mostra in atto di pensare (Guido Mazzoni 1890). Questo approccio dellʼautore scivola nella superficialità e nellʼoscurità nella seconda parte del romanzo, quando il ritmo narrativo diviene disteso, fluido ma tradizionale. Nella prima parte, sino alla magnifica scena dellʼasta per la gestione delle terre comunali, il soverchiare del dialogo sulla narrazione e il ricorso a brevi ritratti sono espedienti letterari estremamente originali per allontanare lo scrittore e fotografare i protagonisti, mettendo in risalto il loro abbandonarsi al ruolo sociale e facendo scomparire il lavorio interno del pensiero: non sono soggetti coscienti ma marionette della società. Perché leggerlo? Talvolta è faticoso alla lettura, ma la prima parte del romanzo vale la fatica.
Matterhorn
Il romanzo è ambientato in Vietnam e racconta le vicende drammatiche di una compagnia dellʼesercito americano, costretta prima a presidiare un avamposto in mezzo alla giungla, poi ad abbandonarlo, perché considerato inutile dai comandi militari, ed infine a riconquistarlo in una sanguinosa battaglia. Matterhorn è una montagna, un limitato territorio,un micro cosmo, che permette allʼautore ( un ex marine multi decorato) di narrare lʼassurdità della guerra e i perversi meccanismi che la sostengono. E lo fa dal punto di vista dei soldati, tutti giovanissimi. Nella guerra un soldato non è che > la cenere di un gioco crudele... non è altro che una raccolta di vuoti eventi che finirà come una fotografia sbiadita sopra il caminetto dei propri genitori. Anchʼessi moriranno, e i parenti che non sapranno di chi era la fotografia la getteranno via . Nella guerra > la gente che si ama morirà per dare significato e vita a ciò che si è sempre pensato che fossero parole senza senso, un linguaggio di morte . Il romanzo si articola in tre parti, che possono anche essere interpretate come una sorta di percorso di vita militare di un giovane, ancora studente: dalla sua iniziazione come ufficiale al forgiarsi nella lotta epica contro il nemico sino alla disperazione esistenziale, alla perdita dellʼunico legame che vale in guerra: lʼamicizia. Mellas è un diciannovenne ufficiale, che, come vuole una assurda tradizione militare, viene inviato al fronte, pur inesperto. Mellas deve prendere decisioni determinanti per la sopravvivenza sua e dei soldati a lui affidati. Ci si muove in un ambiente ostile, in mezzo alla nebbia, alla giungla, ad insetti aggressivi e ad animali feroci. Il nemico è invisibile e spesso si spara senza sapere se cʼè veramente e se si è colpito qualcuno. Ma il giovane ufficiale non è mai solo perché i comandanti, comodamente al sicuro bevendo e fumando, lo inseguono con la radio, chiedendogli la posizione, il numero dei nemici uccisi ( spesso inventato per farli stare tranquilli) e le ragioni per cui non opera con maggiore determinazione. > Già stanco per mancanza di sonno, Mellas adesso combatteva con la fatica fisica che veniva dallʼaprirsi una strada attraverso una quasi impenetrabile boscaglia, salendo per pendii fangosi per guadagnare un costone, per cercare un sentiero, una traccia. Era bagnato sia dal sudore che dalla pioggia. Sforzo, Peso, Mosche, Tagli. Vegetazione. Egli non si curava più dovʼerano e perché.... ( ancora) trecento novanta nove giorni e poi alzarsi per andarsene . Ma anche Mellas viene preso dallʼambizione, dalla voglia di fare carriera. Si offre di andare in perlustrazione con alcuni soldati. In mezzo alla fitta foresta tropicale incontrano finalmente un vietcong, che viene mortalmente ferito. È un giovane, come lui e come i suoi compagni. Terrorizzato chiede aiuto, ma Mellas sa che il vero aiuto sarebbe quello di ucciderlo per non lasciarlo in pasto alle tigri. Non se la sente e ritorna piangendo allʼavamposto. Non si rassegna che sia questa la guerra, e > nel fare così egli scopriva se stesso alla pena di vedere gettare via i legami di quei nemici uccisi con chi li amava: madri, sorelle, amici e mogli. Il commando ha deciso che la compagnia deve abbandonare lʼavamposto e raggiungere il più rapidamente possibile unʼaltra località, sempre in mezzo alla giungla. E i marine sono costretti ad una marcia defaticante, trascinandosi dietro feriti e persino i cadaveri di soldati morti, uno sbranato da una tigre ed un altro ucciso da una forma di malaria che esiste solo in quella particolare zona del Vietnam. Poiché non hanno raggiunto nel tempo richiesto questo nuovo avamposto, altrettanto inutile quanto il precedente, la compagnia viene messa a disposizione per interventi di emergenza nei punti più delicati del fronte. Mellas vuole protestare per una decisione così ingiusta, ma lʼamico Hawke gli rammenta che bisogna essere un poʼ politici, non per sé stessi, in fondo si è ufficiali di leva, ma perché il comando per ripicca potrebbe non inviare gli elicotteri, che servono per rifornire le compagnie al fronte e per recuperare feriti e deceduti. Lʼelicottero è unʼarma di ricatto! Nella seconda parte del romanzo la compagnia, cui appartiene Mellas, viene mandata a riconquistare Matterhorn, adesso presidiata dal nemico. Non è chiaro al comando militare quanti siano i vietnamiti, ma non importa. Bisogna compiere un atto eroico, che metta in buona luce gli alti ufficiali del reggimento, favorendone la carriera. La compagnia si trova coinvolta in una battaglia terribile. È una narrazione epica, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e i suoi episodi guerreschi. Ciò che spinge i militari americani non è certo un ideale (perché siamo qui, si chiedono i soldati, il Vietnam ha dellʼoro, del petrolio o qualche altra materia prima?). Ciò che li porta a compiere atti incredibili di valore sono la fraternità e la rabbia: salvare i compagni, recuperare i feriti o almeno i cadaveri; lottare pensando di avere davanti a sé, come veri nemici, chi li ha portati in questa carneficina. E poi cʼè il gusto di uccidere per uccidere. La tensione e la paura creano un legame tra i nemici, che sono come incatenati in una rete di violenza e di morte. Nella terza parte del racconto, Mellas è ferito nel combattimento e va, quindi, in convalescenza. Ma quando ritorna scopre che durante la tregua la compagnia è interessata dal conflitto tra bianchi e neri, che caratterizza la società americana e che era transitoriamente scomparso durante le azioni di guerra. La solidarietà e lʼamicizia che si creano in combattimento sospendono soltanto le rivalità sociali e razziali. La guerra non è un momento di reale cambiamento, abitua solo alla violenza. Ed infatti lʼamico Hawke viene ucciso in un attentato organizzato da un gruppo di affiliati ai fratelli neri. Niente cambia realmente, si è solo ombre, > muovendo attraverso questo paesaggio di montagne e valli, cambiando il carattere delle cose come le ombre si muovono ma lasciando niente di mutato quando esse lasciano. Solo le ombre stesse possono cambiare . La guerra innesca una trasformazione individuale,non collettiva. È senza dubbio un libro di guerra, nel quale lʼelemento epico è prevalente. Sarebbe tuttavia limitativo ritenere questo romanzo una narrazione del conflitto del Vietnam, una sorta di poema in prosa, di moderna Iliade. Non è solo questo. È una denuncia della guerra. Già raccontarla partendo da un luogo così limitato, Matterhorn e il suo territorio circostante, permette di calarsi nella dimensione quotidiana ma tragica dellʼesperienza di singoli uomini, facendo perdere il carattere complessivo e specifico del conflitto del Vietnam. Si parla della guerra, di qualsiasi guerra. Cʼè poi la figura di Mellas, senza dubbio autobiografica. Il giovane rifiuta di accettare le inesorabili leggi della vita militare e della guerra. Ma non le respinge per la nostalgia della vita civile, che per lui, come per gli altri, è data per persa. Non accetta lʼinutilità delle decisioni, la sofferenza gratuita inflitta ai soldati e lʼuccisione di nemici, a lui sconosciuti, ma comunque esseri umani con le loro vite a casa, giovani anchʼessi con un loro futuro. È il racconto del dramma di tutte le guerre. Il libro è molto lungo, estremamente dettagliato, talvolta scivola nel resoconto. Alla fine, si è un pò stanchi di tanti trucidamenti. Ma è forse è questo lʼintento dellʼautore: stomacarci della guerra. Perché leggerlo? È uno splendido libro di guerra.
Il meccanico delle rose
Il romanzo, scritto in italiano, è ambientato in un paese mai nominato, ma facilmente identificabile con lʼIran, prima e dopo la rivoluzione khomeinista. Cʼè forse un protagonista, Reza, ma è una figura solamente «sfiorata», di cui sappiamo poco perché il suo carattere e il suo destino sono determinati dalle vicende e dalle personalità degli altri personaggi. O forse non ha bisogno di esprimersi perché " lui > è ben saldo, con la giusta dose di opportunismo e di egoismo per sopravvivere, mentre chi gli è intorno è troppo fragile per resistere in un mondo difficile e crudele. Il romanzo è strutturato in cinque capitoli, che corrispondono ai personaggi che determinano il destino di Reza. Nel primo capitolo Akbar approfitta della credulità della gente per sostituire il figlio nato morto con un neonato, Khodadad, abbandonato sulle scale di casa. Per fare questo deve, però, gridare al miracolo, offendendo in tal modo la fede e determinando il destino di Khodadad, che da quel momento verrà segnato come un prediletto da Dio, come colui che può risuscitare i morti. Akbar compie poi un altro peccato: fa lʼamore con la cognata, che darà poi alla luce Reza. Lʼintero racconto prende, quindi, le mosse da un duplice inganno ed è come se incombesse una maledizione su tutte le vicende successive. Nel secondo capitolo, Khodadad, non sopportando più il ruolo di miracolato > , fugge insieme con Reza, per cercare una nuova vita nella grande città. Per convincere lʼamico a seguirlo Khodadad lo conduce al cimitero, dove cʼè una fossa vuota, già scavata per non essere impreparati dallʼinevitabile chiamata di Dio. Andare in città, dice il ragazzo, è lʼunica maniera che abbiamo per salvarci da quella fine lì«. Ma il pratico e prosaico Reza gli risponde giustamente,» se non è lì, sarà altrove > . La vita in città risulta ben più difficile di come se lʼaspettavano, anche se bisogna dire che Reza riesce ad adattarsi molto meglio di Khodadad. Durante una lite con il padrone che non li vuole pagare, Khodadad viene colpito mortalmente mentre Reza uccide lʼuomo. I due ragazzi scappano decidendo di separarsi. E così Khodadad si spegne da solo, con lʼunica consolazione dellʼangelo della morte, Ezrail, che lo dondolò, cantandogli nellʼorecchio, in un bisbiglio,la ninna nanna dellʼoblio, lʼunica che conoscesse > . Nel terzo capitolo, il romanzo narra la triste storia di Donya, che, bisogna dire, ricalca un poʼ troppo la vicende di tanti romanzi strappa lacrime dellʼottocento. Dopo una misera adolescenza a causa di una crudele matrigna, la ragazza si innamora del classico signorino > di buona famiglia ed è obbligata a sposarsi con un uomo che non ama, appunto Reza, nel frattempo diventato un abile e fortunato meccanico. Tra i due non cʼè amore né tanto meno passione, ma mentre Donya soffre profondamente per una vita coniugale incompleta, agiata, rallegrata da una figlia, ma affettivamente deludente, Reza sembra trovarsi bene, accettando, forse con troppa remissività, la freddezza della moglie. Lʼunico momento di relativa felicità per Donya è costituito dalla visita al cimitero di un vicino santuario, dove la donna immagina di pregare sulla tomba della madre morta: si siede per terra, e con un sassolino batte per tre colpi per richiamare lʼattenzione di sua madre e avvertirla che è lì a pregare per la sua anima > . La vita di Donya potrebbe concludersi prosaicamente in un matrimonio rassegnato ma sereno ( in fondo Reza è un bravʼuomo), quando a sconvolgerla, portandola al suicidio, è la tragica fine di Mathab, lʼamata figlia. Il quarto capitolo è senza dubbio il più drammatico, per molti aspetti sconvolgente. La ragazza viene arrestata dalla polizia khomeinista, torturata e strangolata. La sua unica colpa è di essere fidanzata con un avvocato, che difende i suoi clienti, spesso povere prostitute, con troppo fervore. E nel momento della morte Mathab si rifugia nei meravigliosi ricordi dellʼinfanzia, immaginando di ascoltare le parole del padre. Il buio e il silenzio privo di crepe la cullarono. Una voce calda e dolce le coccolò i timpani con parole che le giungevano liquide, leggere > . Nellʼultimo capitolo scopriamo che Reza ha avuto una lunga relazione con una prostituta, Laleh. È lei anzi che ha finanziato lʼattività di Reza, permettendogli di diventare un ricco meccanico. Sul punto di morte vorrebbe che Reza venisse a salutarla, lei che lo aveva sempre aiutato. Ma lui non viene. Se guarisce, lui viene e la porta via, così le ha detto. Tanto dolore? Lui non viene. Ma non si rassegna. La notte sembra ancora molto lunga. Il sonno non la culla. Ma arriverà mai la fine? > Per molti commentatori il significato di questo libro sta nella citazione dei versi di un grande poeta iraniano, che dicono abbiamo giocato qui in mezzo per un poʼ, poi siamo finite, una dopo lʼaltra, nella cesta dellʼoblio > . Non siamo noi a fare il nostro destino, che per altro è poca cosa rispetto a Dio. Senza dubbio il romanzo è intriso di una profonda religiosità, di una sorta di rassegnazione esistenziale, che trova pace solo nellʼidea che tutta la vita è volontà di Dio. Ma si percepisce anche, lungo tutto il libro, un costante desiderio di fuga dalla prosaicità dellʼesistenza: una fuga che alla fine non si può realizzare che con la morte. Resuscitare più leggera e con le ali, si dice. Deve diventare più leggera, con le ali, e volare lontano. Lontano da lì. Lassù. Ma poi? Come orientarsi? Quale bussola guardare? Di quale ghebleh fidarsi? E se poi si perde di nuovo? Il pregio principale del libro è la scrittura: semplice, elegante, delicata. I numerosi dialoghi non impoveriscono la narrazione, anzi permettono di approfondire i personaggi. Emerge molto bene la complessità della società iraniana, tra una profonda religiosità e moderne aspirazioni. Soffermarsi troppo nel dettaglio, prolungando le storie dei diversi personaggi, fa cadere la tensione e non favorisce la focalizzazione sui temi fondamentali, non facilmente individuabili e non totalmente sviluppati. Perché leggerlo? Splendida scrittura, storia interessante e in alcuni momenti avvincente.
Melanconia della resistenza
E' singolare iniziare la recensione di un romanzo ungherese richiamando «Tokyo Soundrack» di Hideo Fukukawa (si vede la recensione in questo sito). E' proprio la lontananza geografica e culturale a rendere interessante l'accostamento. Se il racconto giapponese narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo, qui lo stesso tema è sviluppato in una cittadina magiara travolta da un lento e inspiegabile disordine, come se > quella micidiale realtà, molto terra terra, sembrava irreversibilmente destinata a svaporare. Numerosi erano i segnali inequivocabili: la spazzatura che si accumulava per le strade senza che qualcuno la raccogliesse, le sempre più frequenti mancanze dell'elettricità, alberi secolari che crollavano, trasporto pubblico nel caos, poche e spaventate persone in giro, persino orde di gatti, > bestie enorme, inselvatichite, (...) tornate al primitivo istinto dei predatori, testimoni e imperatori di un tramonto annunciato -- ma apparentemente rimandato all'infinito --- , simili ai cani e ai corvi di Tokyo Soundrack, e ai cinghiali, nutrie, lupi e altri animali selvaggi che scorrazzano ormai per le nostre strade, insieme alla trionfante popolazione di ratti. > Un pantano sulla palude (...) era il fondamento ideale per la situazione, (con) la sensazione che le case, gli alberi, i lampioni e le colonne delle affissioni pubblicitarie vi sprofondassero dentro. E' una profezia, se pensiamo al nostro mondo che pare scivolare in un futuro subdolo, con noi che viviamo in «un'attesa senza speranza». Non è facile identificare i fili narrativi di un racconto imperniato di realismo magico, volutamente confuso e frammentario (e come potrebbe essere diversamente se quanto succede non è più razionale?), caratterizzato da lunghe digressioni anche filosofiche, da un tono ironico e paradossale, che ricorda Kafka. Cerco di farlo partendo dai protagonisti, i quali, come diceva un grande studioso tedesco, Erich Auerbach, per i personaggi di Dante, sono una «rappresentazione figurale»: esseri umani, con la loro sorte personale, e allegorie di idee atemporali del declino e del disordine. Prendiamo il primo personaggio, la signora Pflaum; la conosciamo in una scena esilarante: il viaggio su un treno affollato, accanto a gente sporca e maleducata, lei così precisa e ordinata. Altrettanto divertente è la descrizione della piccola casa tra > gli oggetti immacolati dell'appartamento, e tutto le parve perfettamente in ordine, (...) era chiarissimo che tutti quelli che come lei vivevano nel loro piccolo silenzioso nido , avrebbero evitato le cose terribili che accadevano fuori. Quante signore Pflaum conosciamo che sono sicure che la cura delle piante, la pulizia dei mobili, le piccole routine quotidiane le preservino da sventure devastanti! C'è poi Valuska, > questo eccezionale artista della vita in estasi , convinto di avere trovato l'armonia nella perfezione delle costellazioni; guarda in cielo per non vedere ciò che succede in terra. Non si accorge, o gli va bene così, che i compagni d'osteria lo prendono in giro, quando ricostruisce con figure viventi la rotazione della Luna intorno alla Terra. Quanti di noi ci rifugiamo in ideali astratti per evitare di misurarci con la realtà? C'è pure il musicista Etszter: si è dimesso da Direttore del Conservatorio quando si è accorto che l'accordatura del pianoforte appiattiva i suoni in un'astratta e innaturale armonia, ed ora vive chiuso nel suo appartamento, a suonare un piano scordato, a pontificare sull'irrazionalità del reale con il suo unico allievo: il buono e sempliciotto Valuska. Quante volte siamo costretti ad ascoltare autorevoli filosofi sulla crisi dell'Occidente, anzi sull'Apocalisse che attende la terra, perché la nostra europea «Città dei Lumi» non sa difendere i valori dell'illuminismo e del cristianesimo! Ed infine c'è la signora Etszter, dal corpo enorme e sensuale, > sentendosi padrona del futuro, guardava la città con gli occhi di un'audace ereditiera, convinta di trovarsi alle soglie di un'era radicalmente nuova, gravida di promesse, che avrebbe spazzato via tutto. Ma come successe nel primo decennio del Novecento, quando molti segnali facevano presagire la fine di un mondo apparentemente lieto e sicuro, ma ci volle l'irrompere della prima guerra mondiale a travolgere quell'età felice, così è l'arrivo di un circo, che espone il corpo mummificato di un'enorme balena, a rompere il fragile e declinante equilibrio; e niente è più come prima. Per fermare il saccheggio e le brutalità, dirette forse da una figura misteriosa, chiamato il Principe (il diavolo, la personificazione del Male?) non è più possibile girare in tondo, ripararsi nella piccola pace domestica, o fantasticare di mondi lontani o filosofeggiare se «il reale è razionale»; ci vuole la mano ferma ed energica di chi sa comandare. La città dà volentieri il potere alla signora Etszter, personificazione del potere autoritario. Ci potremmo tristemente fermare qui: è innegabile, pare, che solo la dittatura può darci la bramosa serenità, le piccole e amate abitudini domestiche. Ma, forse, > gli operai della distruzione (comandati dal Principe?) sono ancora in opera. Come nei Buddenbrook di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito), l'ultimo capitolo è dedicato al disfacimento del corpo con la morte: una descrizione dettagliata e precisa che ci ricorda come l'uomo, nella sua lunga evoluzione, abbia visto > miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuna per proprio conto; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza. In una recente intervista (La Stampa 25 ottobre 2025) Orhan Pamuk afferma che > troppa etica uccide la letteratura. (...) La letteratura non è fatta per giudicare moralmente. E' un'arte delle connessioni, della comprensione. Ci permette di entrare nella mente di persone che non ci piacciono . E io aggiungerei: risponde al bisogno dell'uomo di ascoltare e raccontare storie, di appassionarsi ai personaggi, di amarli e detestarli; la letteratura ci insegna la complessità dell'uomo. Tutto questo manca in Krasznahorkai. Certo, i personaggi sono descritti come essere umani, con le loro debolezze e tratti caratteristici; ma non c'è approfondimento psicologico, sono trattati in modo ironico, senza empatia, presupposto della comprensione. Ciò è particolarmente vero per Valuska, in fondo il protagonista. La sua descrizione resta sempre in superficie, non va oltre a una sua rappresentazione paradossale: > il pastrano delle poste, con relativa borsa a tracolla in cuoio, berretto, un paio di scarponi. Ma chi è questo ragazzo, già destinato al manicomio come l'idiota del villaggio? Quali sono i suoi sentimenti? Perché il suo legame fiducioso con il Direttore del Conservatorio? Tutto resta sospeso. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: un periodare lungo, ricco di incisi, che si sviluppa senza interruzioni, un fluire di parole e frasi che avvince il lettore. E' una lettura faticosa, bisogna leggere molte pagine di seguito, per entrare dentro lo stile narrativo, farsi condurre dallo scrittore nelle tante storie del racconto; ma dopo una cinquantina di pagine bisogna fermarsi, prendere fiato, ritrovare la forza e la volontà di continuare. Alla fine la fatica ha il sopravvento, e, bisogna ammetterlo, non si vede l'ora di arrivare alla fine. Perché leggerlo? Inebriante la scrittura, a tratti molto divertente.
Memoriale
Albino è un giovane contadino, che abita sopra un lago insieme con la madre, alcolizzata, taciturna e anaffettiva. Dagli scarni cenni sulla sua vita precedente apprendiamo che ha trascorso l'infanzia in Francia, è rimasto orfano del padre appena la famiglia è tornata in Italia, è andato soldato nella seconda guerra mondiale, è stato in un campo di prigionia, dove ha contratto probabilmente la tubercolosi. Ci sono in Albino la nostalgia di un tempo felice, il bisogno di punti di riferimento (la madre, la religione), la ferma convinzione di essere perseguitato, (dagli ufficiali, dai medici, domani dai capi reparto), insieme con un confuso anarchismo che nasce dal mondo contadino in cui è cresciuto. Il lago è la rappresentazione allegorica di una solitaria inquietudine. > Sul lago erano sospese, né alte né basse, delle nebbie azzurre; solo sul lago, come un fumo. Il cielo era sereno e già aveva alta, sotto i veli del giorno, una piccola luna: > vedi Albino, pensavo, se tutti i tuoi mali fossero come quelle nebbie che la luna a mezzanotte avrà sicuramente consumato. (...) Toccavo le mie spalle come da ragazzo durante la malattia e masticavo un sapore di me stesso, un filo della mia gioventù. E' il 1946 quando Albino si presenta all'Ufficio del Personale di una grande fabbrica per essere assunto come operaio fresatore. Da qui si diramano due filoni narrativi, che si sviluppano intrecciandosi: uno sociologico e l'altro esistenziale. Volponi, con la sua esperienza di dirigente industriale, descrive molto bene l'ambiente alienante della fabbrica: dinanzi al posto di lavoro > tutti avevano un muscolo tirato, o le labbra strette, o gli occhi socchiusi o le sopracciglia aggrottate. Vuol dire che tutti avevano un pensiero che batteva dentro le loro teste e rimbalzava su tutta la fabbrica e ancora batteva. (...) Il lavoro stesso non dava alcun aiuto; non richiedeva l'accompagnamento del pensiero, andava avanti per conto suo tirando le nostre mani perché nella fabbrica non era possibile fare altro. A differenza di quanto emerge dal romanzo di Ermano Rea ( La dimissione > si veda la recensione in questo sito), non si percepisce un senso di appartenenza al prodotto, alle macchine e all'organizzazione del lavoro: la fabbrica è un corpo ostile, Albino fa parte a sé stesso, non si sente solidale con gli altri né accetta la gerarchia aziendale, che gli propone persino di fare la spia. Gli dice un amico sindacalista, > ma tu stai sempre per conto tuo. Mi attaccavano dunque perché ero solo? , si chiede Albino. Malgrado la malattia e le accuse verso i medici di fabbrica, Albino è protetto dalla Direzione (chi sa perché?), che gli dà un lavoro tranquillo, quello del piantone. Proprio dall'entrata della fabbrica Albino assiste ad uno dei primi scioperi del dopoguerra e corre ad avvisare gli addetti alla mensa di astenersi dal lavoro, per favorire la lotta degli operai (per noi è oggi difficile capire l'importanza della mensa). Quest'atto di insubordinazione non è accettabile per la Direzione, e lo licenzia. Se la storia fosse solo questa, il romanzo sarebbe un affresco dell'Italia industriale degli anni' 50. Ma Volponi vuole esprimere un malessere esistenziale, che va oltre al contesto storico, al tema dell'alienazione, problematica così diffusa nella pubblicistica marxista degli anni '60. Lo scrittore immagina che Albino scriva una sorta di confessione, con cui pare volere definitivamente accettare il suo stato di abbandono. > Guardavo, come sempre, il lago crescere a poco a poco sotto i miei occhi, nella salita verso casa mia. Nel nitore del pomeriggio il lago era senza sfumature, senza bracci verso la campagna e gli alberi; chiuso dentro le sue sponde. E il suo colore non brillava e non si spandeva all'intorno. (...) A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto: non la fabbrica, non i compagni, non i medici, furfanti o meno, né tanto meno la madre: > io sono una goccia/la prima o l'ultima di un acquazzone/caduta dalla grondaia/quando nell'aria/non s'aspettava pioggia,/nemmeno quella goccia./la mia goccia s'è perduta, /nessuno l'ha goduta. Nella sua bella prefazione Giuseppe Lupo vede il romanzo come un'elegia della fabbrica, di un mondo scandito dal ritmo delle macchine che si è andato selvaggiamente sostituendo al ciclo delle stagioni e dei suoi lavori che caratterizzavano la vita dei campi. Di questo passaggio Albino, pare dire Giuseppe Lupo, ne è la vittima e il cantore ad un tempo; da qui il ritmo solenne ed onirico del romanzo. E' singolare che un dirigente industriale dell'Olivetti, qual era Paolo Volponi, abbia scritto un racconto così realistico ed esistenziale insieme, con tratti che paiono scivolare verso la psicoanalisi. Se pensiamo che Memoriale" è la prima opera di Volponi, dobbiamo perdonargli la confusione narrativa, le inutili ripetizioni o divagazioni; e lo dobbiamo fare perché il malessere di Albino pare riflettere quello di Volponi, stretto tra la razionalità manageriale e la tensione poetica. Scritto in forma di confessione, l'io narrante è lo stesso Albino. Le tante letture in sanatorio, il tempo libero passato in biblioteca debbono avere insegnato molto al povero contadino se il romanzo è scritto così bene: un periodare fluido, anche se talvolta involuto, le conversazioni serrate, intrise di simbolismo le descrizioni del paesaggio agreste (si sentono rimembranze pascoliane) a fronte di un realismo onirico quando si parla della fabbrica. Al romanzo fa difetto la trama: si allunga inutilmente per molte pagine, perdendo di sintesi e divenendo prolissa. Perché leggerlo? E' interessante il connubio tra razionalità industriale e magia del mondo contadino.
Memorie del sottosuolo
Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij
Memorie di una principessa etiope
> Quando avevo quattro anni, nella casa di mio padre, la vita aveva il sapore della vera felicità e davanti a me e ai miei fratelli si apriva un'esistenza fiabesca . Ricordi, nostalgia e senso del proprio rango sono i tratti distintivi di questo romanzo autobiografico, ambientato in Etiopia e in Italia negli anni tra il 1925 e il 1946. L'autrice è la figlia del degiac Nasibù Zamanuel, importante esponente dell'aristocrazia feudale, eroe della resistenza contro l'Italia e ucciso avvelenato dall'iprite, della quale fece largo uso l'esercito italiano nell'invasione del 1935. A scrivere il romanzo Martha fu spinta «da un senso del dovere»: far conoscere gli avvenimenti che sconvolsero la sua famiglia e trasmettere la > stupefacente atmosfera che scaturisce dal mio Paese, richiamandone i colori, i sapori e le usanze e la vitalità di un popolo raffinato, generoso e profondamente rispettoso dei dettami dei valori cristiani sui quali ha fondato la sua esistenza stessa (presentazione del libro Roma 17 luglio 2006). Il libro si divide in due parti. La prima narra l'infanzia dell'autrice tramite le storie della madre e gli occhi meravigliati di una bambina. Emerge un mondo abbagliante, sontuoso, magico, lontano dal nostro tempo e dalla realtà stessa dell'Etiopia. Sono quadri di vita che hanno al centro la figura del padre. In un grande raduno mondano dell'aristocrazia feudale, alla presenza dell'imperatore, il degiac Nasibù si presenta > avvolto in un vaporoso sciamma con alti bordi di seta rossi, le larghe spalle dalla cappa di velluto blu arricchita da guarnizioni dorate, (...) in sella del suo magnifico cavallo bianco bardato di ricchi finimenti luccicanti di fregi dorati. (...) Nella nuvola di polvere sollevata dalla corsa tumultuosa lo affiancò una ragazza che cavalcava all'amazzone . E' la futura madre di Martha, figlia di un principe russo, e l'amore pare scaturire dallo splendore dei due principi e dell'alta società etiope. E' inutile farsi domande inopportune, come indagare quale sfruttamento bestiale ci fosse dietro a tanta magnificenza; anche noi, come Martha, siamo catturati da «lontanissimi ricordi» ,quando ci si sente protetti dall'amore dei genitori e i giochi si possono protrarre senza fine e > nessuno avrebbe mai previsto che qualcosa potesse disturbare il corso della nostra vita . Il 3 ottobre del 1935 l'Italia invase l'Etiopia con un esercito di 350.000 uomini, bene armato e sostenuto dall'aviazione. Dopo una gloriosa ma vana resistenza, sfiancata dall'irrorazione di gas nervino, l'Etiopia si arrese. Si dissolve la magia. > La memoria, come cancellata, non mi aiuta a far emergere neppure il più debole ricordo di quei momenti. Di ciò che seguì non mi è rimasto altro che una sensazione di stordimento . Augusto Graziani, nominato viceré dell'Etiopia, accondiscende a salvare l'odiata famiglia del degiac Nasibù, ma la esilia in Italia. Siamo alla seconda parte del libro. Il racconto perde i connotati di fiaba per divenire la dolorosa cronaca di una peregrinazione: dopo un soggiorno a Napoli vengono inviati a Tripoli, poi in un'oasi nel deserto libico, dove, forse, Graziani spera che muoiano di fame e malattia. Riportati a Tripoli vengono mandati a Rodi, successivamente in val di Fassa e quindi a Firenze, dove vivono sino alla liberazione della città, in mezzo a traversie, bombardamenti e stretta sorveglianza della polizia. Ci aspetteremmo un odio verso gli italiani; nient'affatto, non solo il popolo italiano ma gli stessi fascisti, i federali e i funzionari, sembrano mostrare una singolare tolleranza verso la famiglia di Nasibù: insomma, «italiani brava gente!». Non riusciamo a capire se sia l'occhio ottimista della Martha adolescente a vivere gli avvenimenti sotto una luce positiva, o invece l'atteggiamento di benevolenza fosse reale, forse dovuto al rango principesco della famiglia. Poco importa: ciò che manca è il vissuto di Martha, la quale diviene adolescente durante l'esilio; ci sono episodi gustosi (come lo sfollamento a San Giustino e la comunella con i bambini del piccolo borgo), immagini pittoriche della natura, dense di colori, tramite le quali capiamo come la giovane Martha sia stata catturata dalle bellezze dell'Italia. Il nostro Paese deve aver lasciato il segno nella maturazione della giovane principessa, se ella, tornata in Etiopia, ripartirà per un nuovo esilio, perché il paese natale, tanto amato, le sta stretto in fondo. D'altra parte «la vita è una storia»: ricordiamo solo quello che contribuisce alla rappresentazione di noi stessi. Estraniamoci un momento dall'Etiopia, dai crimini del colonialismo italiano, giustamente ricordati da Angelo Dal Boca nella sua appassionata prefazione al libro: soffermiamoci invece sul tema del ricordo. Salvatore Satta in un romanzo purtroppo dimenticato (Il Giorno del Giudizio > , recensito in questo sito) avvicinandosi alla morte, ripercorre la Nuoro della sua adolescenza con una serie di ritratti, e volti remoti ricompaiono (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria > . Ben diverso è il libro di ricordi di Martha: pur fra tante calamità, del paese e della famiglia, i personaggi e le vicende ritornano in superficie come se illuminate da un luminoso cielo sereno, sotto un firmamento di stelle, tra vivaci colori azzurro-vivo. Quant'è bello questo mondo, mamma, (...) Mi sembra un paradiso!." Esclama la Martha bambina alla vista di Napoli dal mare. Dispiace veramente che il racconto non abbia conservato nella seconda parte la vivezza e la magia della prima. La caduta di tensione, non essere stato in grado, o non aver voluto, evolvere la narrazione verso una romanzo di formazione e, perché no?, di riflessione sociale e politica, sono tutti fattori che pregiudicano la qualità complessiva del racconto, lo rendono alla fine prolisso, banale e noioso. Perché leggerlo? La prima parte è uno splendido affresco della società etiope, una carrellata fantastica di ricordi.
La Mennulara
> Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se lʼavessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti . Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta allʼetà di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa «criata» (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. > La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi dʼacqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cosʼè?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava... La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle allʼestero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una «criata», li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dallʼodio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dellʼ eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure «il muto testimone» della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per lʼarte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una «criata» in una Sicilia senza tempo? No di certo. La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, lʼaccettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare («si era estraniata dalla gente sua pari») senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di unʼesistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e allʼimmobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non cʼè futuro civile per la Sicilia. Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, lʼautrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra lʼaltro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. È stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. È stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto. Perché leggerlo? È piacevole, interessante, «un divertimento maestoso» (Aldo Busi)
Menzogna e sortilegio
Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere > una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa , non una santa: «piuttosto una strega». È proprio per spiegare il sortilegio, che lʼha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è «unʼapparenza di ombre», un «morbo fantastico», che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: «di te Finzione, mi cingo, fatua veste». Il romanzo si può articolare in due parti. Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi. Dʼ altra parte, > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. (...) A che serve sondare questa reggia della morte? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio . Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di «fuoco e splendore» la persona amata. Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata. I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere unʼancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo > . Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie. E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per lʼambiguo piacere di divertirsi. Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna. E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, questʼultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera. A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice. Finito è dʼora innanzi il mio privilegio dʼassistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti. (...) Una lucida insonnia sʼimpadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare dʼora innanzi che la mia vera memoria. Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone > . Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria. I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri > . Lʼesperienza dellʼElisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dallʼaltro il fantasma di Edoardo, morto di tisi. Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino. Che virtù aveva questa finta corrispondenza? Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sullʼamara sua voluttà. Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità > . Ma chi era veramente lʼautore di questo carteggio? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai timbri infernali > delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, ibrido frutto dʼuna povera mente morbosa«. Se così fosse,»il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui lʼamato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi. (...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà. E infine, sullʼEpistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dellʼinsania, e lʼinforme noia della morte > . Ed allora lʼEpistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una strofa dʼamore«, un modo disperato con il quale»lo spirito che presiede alle fanciullaggini«cerca di vincere la morte,»almeno per gioco. Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza. Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi lʼha preceduta. Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa? Esso non può essere frutto della sua mente malata? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa. Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e sʼincrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili sʼinseguono nei dolci deliri". Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann. Siamo nel Meridione dʼItalia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure cʼè la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte. Dispiace lʼeccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad unʼopera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta. Perché leggerlo? Una splendida scrittura e viva la fantasia!
Il mercante di libri maledetti
La terza di copertina accosta il libro al Nome della Rosa di Umberto Eco e ai Pilastri della terra di Ken Follett. Niente di tutto questo: se si vuole proprio trovare un riferimento letterario, si può parlare del Codice da Vinci. Siamo nel medioevo. Un mercante giunge in un monastero del Polesine. È alla ricerca di un libro misterioso, ma anche di un giovane novizio, che è cresciuto tra i monaci. Da qui inizia una sorta di caccia al tesoro per i principali monasteri dʼEuropa ( non poteva ovviamente mancare Santiago di Compostela) per recuperare parti del misterioso libro e comporre così, con diversi indizi, un puzzle di accezioni e formule magiche. In questa ricerca il mercante e i suoi compagni ( il giovane novizio e un valoroso cavaliere francese) sono inseguiti dai cavalieri di Sainte - Vehme, un misterioso e potente ordine cavalleresco. Si assiste a numerosi agguati, a sorprese e colpi di scena. Ovviamente, il racconto ha un lieto fine, ma lascia il lettore deluso perché non capisce cosa abbia di importante il libro così a lungo cercato: che sia lʼennesima fandonia? Il romanzo è chiaramente un thriller, che manca, tuttavia, di tutti gli ingredienti che possono dargli spessore e caratteristiche distintive. La collocazione nel medioevo è inutile. Al di là del susseguirsi di monasteri, non cʼè una approfondita e suggestiva ambientazione, che sia il frutto di una reale conoscenza dei costumi e della cultura di quel periodo storico. I personaggi sono piatti e la stessa figura del mercante, che potrebbe avere qualche fascino, risulta fredda, incomprensibile e superficiale. Il libro è ricco di colpi di scena, che tuttavia non sono introdotti da una atmosfera di suspense, per cui sono prevedibili, sia nel succedersi che nelle conclusioni. Sembra quasi lʼautore abbia lavorato soltanto sulla trama, andandosi ad ingarbugliare in una successione di episodi e circostanze. Perché non leggerlo? A meno che uno non sia molto stanco e abbia bisogno di una lettura che richieda poca concentrazione, è inutile perderci del tempo.
Messaggeri dell'oscurità
Il romanzo riguarda una serie di casi di evirazione e poi di omicidi, che si scoprirà essere il frutto dell’attività di una setta. Si tratta di unʼopera poco riuscita e senza dubbio non all’altezza degli altri libri dell’autrice. È un racconto noioso, piatto e in certi momenti artefatto (si pensi al soggiorno in Russia): manca l’aspetto originale dei libri della Bartlett che è rappresentato dalla descrizione del carattere dell’autrice, del suo modo di vedere e di affrontare la vita.
Mi piaci da morire
Monica vive a New York e vorrebbe fare la scrittrice, invece lavora in un negozio di abbigliamento. Dopo una serie di disavventure sentimentali, conosce un editore inglese (un vero e proprio «principe azzurro»), che non solo si innamora della ragazza ma le permette di pubblicare un libro. Si tratta di un romanzo pieno di luoghi comuni (Monica vive con una svampita portoricana, che rimane incinta, e con un gay), di sdolcinature e di ovvietà. La storia potrebbe essere ambientata a New York come a Roma e manca totalmente di qualsiasi approfondimento dei sentimenti e delle vicende. Ma questi libri hanno successo?
Michel Strogoff
Michel Strogoff > era alto, vigoroso, spalle larghe, ampio petto...poteva sopportare fino allʼestremo il freddo, la fame, la sete e la fatica : un corpo di ferro e un cuore dʼoro. In questo modo Verne presenta sin dallʼinizio il protagonista. Siamo nella Russia zarista probabilmente nella seconda metà dellʼottocento. Unʼarmata di tartari sta conquistando la Siberia orientale e minaccia di conquistarne la capitale, dove risiede il gran duca, fratello dellʼimperatore. A capo di questa orda di «barbari» cʼè un traditore,che vuole presentarsi dal gran duca, conquistarne la fiducia e quindi catturarlo. A Michel Strogoff viene affidata la missione di avvisare in tempo il gran duca attraverso la Siberia in guerra. Si tratta di unʼepopea, di una missione unica. Questa impresa avventurosa si può dividere in tre parti. Nella prima, piuttosto noiosa e scontata, Strogoff viaggia in incognito, come un mercante, attraversa la Russia europea, gli Urali e quindi le prime steppe della Siberia.Sin dallʼinizio del viaggio incontra una giovane, Nadia, che deve compiere lo stesso percorso per raggiungere il padre. Strogoff decide di accompagnare la giovane perché ritiene che sia più facile in tal modo non alimentare i sospetti in merito alla sua vera missione. Emerge una caratteristica del protagonista, la dissimulazione, che contrasta con la lealtà e la sincerità degli altri personaggi, che gli saranno vicini, in particolare Nadia. In una scena drammatica si opera una svolta che imprime ritmo e interesse al racconto: Strogoff e la giovane vengono catturati dai tartari, il protagonista deve assistere alla scena della madre che sta per essere bastonata a morte, si rivela come corriere dello zar e quindi viene accecato. Dal quel momento Strogoff diviene dipendente da Nadia, che gli fa da guida. Questa parte del romanzo è la più efficace, in quanto la debolezza del protagonista lo rende umano, meno super eroe, e nelle vicende, sempre avventurose e drammatiche, compaiono altri personaggi, generosi e pronti a dare un aiuto. Infine, la terza parte è dominata da grandi scene, nelle quali si sovrappongono le avversità naturali con la drammaticità delle battaglie. Strogoff e Nadia, insieme con altri rifugiati, scendono con una zattera in un fiume, già coperto di ghiacci. Riescono ad arrivare fortunosamente nella capitale, sotto assedio dai tartari, dove già il traditore si era infiltrato ma viene ucciso da Strogoff. La storia sarebbe perfetta, se non si scoprisse alla fine che Strogoff non era affatto cieco ma aveva dissimulato per essere lasciato libero di muoversi, in quanto i tartari lo avrebbero creduto ormai inoffensivo. Ma come è possibile mentire anche ai suoi amici e soprattutto a Nadia, che lo ha aiutato senza chiedere nulla in cambio, solo per amore? Nella prefazione il commentatore vede questo romanzo come «una corsa ad ostacoli» nella quale «un eroe al di sopra di ogni sospetto» supera tutte le prove pur di raggiungere il suo obiettivo. E da qui che nasce un senso di freddezza, di artificioso, di deterministico, dove non hanno posto i sentimenti, perché vengono messi in secondo piano rispetto al dovere e allʼaffermazione della propria forza e volontà. Sono gli altri personaggi a offrire alcuni spunti di ricchezza umana, dai quali lʼautore sembra sfuggire rapidamente per rinchiudersi in stereotipi. La severa e arcigna natura siberiana costituisce lo sfondo del romanzo, in qualche modo la vera nemica del super eroe, Michel Strogoff. Peccato che anche in questo caso non ci sia immaginazione, è mera geografia senza che la descrizione della Siberia alimenti la fantasia del lettore. Perché leggerlo? La storia è avvincente soprattutto nella seconda parte. Affascinano alcune scene, come la festa dei tartari con le danze esotiche, la grande discesa nel fiume ghiacciato, la battaglia finale.
Microcosmi
Microcosmi è un insieme di > frammenti che a poco a poco si compongono in un romanzo ordinato, la cui struttura e il cui senso (gli) si rivelano alla fine, come accade nella vita . E la vita è un insieme di luoghi, > luoghi e cose, difficilmente separabili dalle persone amate e dallʼimmagine del mondo che le avvolge . Il primo frammento è il Caffè San Marco a Trieste, che dà il segno alla narrazione: un viaggio dove non ci si muove mai. > Seduti al caffè, si è in viaggio; come in treno.... non si può apporre a nulla una vanitosa impronta personale, non si è nessuno. In quel familiare anonimato ci si può dissimulare, sbarazzarsi dellʼio come di una buccia . E che cosa cʼè di più immobile e nel contempo vitale delle lagune e dei grandi boschi? Il racconto procede con la descrizione ricca di suggestioni e di ricordi del mare di Grado e delle foreste del Monte Nevoso. Qui il bosco non è un luogo naturale o fantastico, ma è > insieme esaltazione e cancellazione di confini, una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve . il capitolo successivo, dedicato alle colline torinesi, crea una placida e dolce atmosfera ( forse anni sereni e felici dellʼautore), che ci fa pensare che > anche sparire potrebbe essere una festa, come perdersi fra le colline che di sera sembrano un mare, grandi e calme onde del respiro lungo, possente . E viene voglia di «salire in camera e lasciare che il mondo si arrangi». I capitoli seguenti ( Assirtidi, che riguarda le isole della Croazia, in particolare Lussino e Cherso) e Antholz ( una valle dei Tirolo) portano a luoghi ( non detti esplicitamente) di vacanza dellʼautore. Sono le pagine meno felici del libro, troppo ricche di citazioni storiche e di ambienti difficilmente identificabili dal lettore. Con il capitolo dedicato al «Giardino pubblico» ( una vera chicca letteraria), Magris ci porta bruscamente alla propria infanzia facendola emergere in un bambino, che porta un pesce rosso agonizzante nel piccolo lago del giardino per cercare di farlo sopravvivere. Il Giardino è un luogo di svago, ma anche di proibizioni. Inoltrarsi nel giardino è per il bambino come immergersi nellʼacqua profonda, trovarsi «oltre tutte quelle porte che di solito sbarrano lʼingresso nel suo cuore segreto». Il Giardino pubblico rispecchia la complessità e la varietà dellʼanimo umano. Lʼio è come il Giardino una foresta oscura, un insieme di luoghi aperti, di grandi alberi secolari, di anfratti: > la foresta è tuttʼintorno, ma non si è dentro la foresta, soglie invisibili sbarrano il cammino... si è fuori, esclusi dal bosco, che forse incomincia un metro più avanti, ma la porta per entrare e arrivare dove cʼè quel rosicchiare e borbottare non si trova . Il ritorno del bambino a casa introduce al capitolo finale, dal misterioso titolo «la volta», che finalmente parla esplicitamente di un episodio della vita dellʼautore, facendo emergere con estrema tenerezza la figura della madre. Come in un sogno, il bambino ricorda un bombardamento aereo e la fuga in un rifugio, dentro una chiesa. Il bambino ha paura ma è insieme con gli altri («in tutta la chiesa, ci si salutava, ci si dava la mano, qualcuno si abbracciava») ed allora > non si stupì di vedersela accanto... mettiti a dormire, gli disse, ti sveglio io quando è il momento . Ha paura ma sente delle voci che lo rassicurano. Sono > due voci, quasi identiche alla sua, i figli, che avevano riempito la casa, i giorni, la vita, e gli dicevano di non aver paura . Il ciclo della vita si chiude, dallʼinfanzia alla vecchiaia, tra le persone amate. Microcosmi ha diverse qualità: lʼespediente letterario dellʼautore di narrare luoghi e persone della propria vita senza mai ricorrere allʼio, una scelta felice in una era, come la nostra, così narcisistica; la scrittura estremamente elegante, che sovente si innalza a livello della poesia; la profondità e lʼacutezza di molti pensieri, messi lì con noncuranza, dei veri e propri aforismi. È difficile individuare un senso complessivo a frammenti di narrazione. Si può dare, forse, una lettura psicoanalitica: riandare ai luoghi più significativi della sua vita permette allʼautore di ritornare alla propria infanzia, alla madre e di trovare un legame tra i diversi momenti della vita. Ricorre poi la metafora della porta, ossia della difficoltà di entrare, ma dove?, forse nella propria coscienza. I pregi del libro sono anche i suoi difetti: non cʼè una trama, i riferimenti e le disgressioni sono spesso noiose, lo stile narrativo scivola facilmente nella ricercatezza erudita, perdendo di schiettezza. Si sente il colto germanista, un pò snob e poco accogliente. Perché leggerlo? Leggere tutto il libro è pesante. Vale la pena di soffermarsi solo sui capitoli dedicati al Caffè San Marco, alle colline torinesi e al giardino pubblico, questʼultimo un vero e proprio capolavoro.
Middlesex
Il libro narra di Callie Stephanides, nato con caratteristiche femminili che si evolvono con l’adolescenza in tratti chiaramente maschili. L’ambiguità sessuale, che deriva da una caratteristica genetica, determina la vita del protagonista, che non riesce ad accettare se stesso, un maschio con organi sessuali poco sviluppati, se non alla fine del romanzo, che ripercorre le vicende di diverse generazioni della sua famiglia. Il romanzo si può articolare in tre parti: le vicende dei nonni, che dalla Grecia aggredita dai turchi si trasferirono in America, la storia dei genitori e quindi l’infanzia di Callie, come bambina e ragazza, e infine la scoperta dell’ambiguità sessuale, in realtà sempre sospettata dal protagonista, e quindi la decisione di diventare un maschio e la fuga dalla casa dei genitori. La parte migliore del romanzo è senza dubbio la prima parte, perché la narrazione perde poi di suggestione e di ritmo per diventare via via sempre più noiosa e scontata. Il romanzo ha due temi fondamentali: l’ambiguità dell’identità di ciascuno di noi, perché possiamo essere contemporaneamente molti individui e culture nello stesso tempo; l’eredità genetica, nel senso che noi siamo quello che l’evoluzione, anche biologica, della nostra famiglia ha in qualche modo determinato. L’ambiente, le vicende della vita, le persone che si incontrano sono tutti fattori molto importanti, ma ciò che incide soprattutto è la nostra storia, della quale noi non abbiamo responsabilità e colpa. In un periodo storico nel quale ogni malattia viene ricondotta ai comportamenti, il libro riporta invece a una visione complessiva delle caratteristiche dell’individuo. Da questo punto di vista il romanzo appare superficiale nel momento in cui deve descrivere il momento di svolta del protagonista, il quale decide di rifiutare la scelta del medico di forzare la sua natura verso il lato femminile e di scegliere invece la sua nuova vita da maschio. Che cosa lo trascina in questa direzione? Coma fa ad abbandonare così facilmente un mondo di sentimenti e di comportamenti che aveva dominato la sua infanzia? È sufficiente tagliarsi i capelli? Il romanzo non tratta di tutto questo e sembra prevalere come tema narrativo di fondo la storia della famiglia piuttosto che le vicende e i sentimenti del protagonista. È forse per questo che sembra più evidente la ricerca di unʼidentità culturale (la matrice greca che si mescola a quella americana) che quella sessuale e individuale, che sembra persino un espediente per rendere più accattivante il romanzo.
Midnight's Children
Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .
I miei giorni alla libreria Morisaki
La spinta a leggere questo breve romanzo nasce dal desiderio di capire perché si leggono i libri, e di conseguenza per quale motivo si è avvinti dalla libreria, questo singolare negozio dove negli scaffali sono riposti volumi di carta, grandi e piccoli, ma sempre affascinanti e accoglienti. Chi di noi amanti dei libri non vorrebbe lavorare in una libreria! In questo caso parliamo di una rivendita di libri usati, alcuni di valore altri commerciali, in un quartiere di Tokyo, dove su entrambi i lati della strada si vedono solo librerie. «Un parco giochi per gli amanti dei libri», mormora Takako, la protagonista narratrice, dopo che è uscita dalla stazione della metropolitana. Ha lasciato un lavoro sicuro dopo una fallimentare storia d'amore e vive da tempo rinchiusa in casa, a dormire tutto il giorno. Le ha telefonato uno zio, uno strambo individuo che ha ereditato la libreria del bisnonno e le ha proposto di dargli una mano nella conduzione del negozio, offrendole pure un piccolo alloggio, zeppo di libri, polveroso, con un fortissimo odore di muffa, una tana perfetta per una depressa come Takako. C'è il rischio che la vita quotidiana non cambi veramente; dopo alcune ore in libreria può infilarsi sotto le coperte a dormire. Ma ci sono i libri. > Quei vecchi libri nascondevano storie per me inimmaginabili. E non mi riferisco solo a ciò che raccontavano. In ognuno ritrovai tracce del passato . In particolare la ragazza rimase colpita da una frase di Kajii Motojiro (scrittore giapponese vissuto nella prima parte del Novecento): > che significa guardare? Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima, se non la sua totalità . E' un evidente approccio scintoista, tipico della cultura giapponese, che rivela il nostro rapporto con il libro: nella lettura si sente un'affinità con lo scrittore e nel contempo si capisce meglio sé stessi, in un coinvolgimento misterioso che si alimenta delle parole ed anche dell'odore e del tatto dell'inchiostro e della carta. Il libro è come un albero, dei fiori e i loro insetti, degli animali, un paesaggio, un' opera d'arte,: è qualcosa che parla tramite segni fisici. Presto però Takako percepisce i limiti del libro. > In libreria avevo trovato calore e serenità, ma non potevo accontentarmi, o non sarei mai cresciuta. Sarei rimasta fragile. Dovevo andarmene, riprendere in mano la mia esistenza . Siamo a pagina 59, fin qui il racconto è intrigante: da qui in poi scivola in una storia banale e dolciastra di una ragazza in cerca di sé stessa. Di certo sarebbe stato esagerato aspettarsi un libro sulla letteratura come quello di Nafisi Azar («Reading Lolita in Tehran» vedi la recensione in questo sito); ci saremmo accontentati del «Il gatto che voleva salvare il libro» di Natsukawa Sosuke (si veda la recensione in questo sito), racconto prolisso e talvolta banale, eppure accattivante nella sua atmosfera vaporosa e misteriosa. Trattare il nostro indecifrabile legame con il libro e la libreria come ha fatto l'autore agita in noi delusione e indignazione ad un tempo. Perché non leggerlo? E' superficiale.
La miglior vita
Il romanzo è ambientato in un piccolo villaggio dellʼIstria, in un arco di tempo che va dallʼinizio del novecento agli anniʼ70. Il racconto attraversa le grandi vicende del secolo appena trascorso: gli ultimi anni dellʼimpero austriaco, la prima guerra mondiale, lʼannessione allʼItalia, la guerra partigiana ed infine la collocazione nella Jugoslavia, a seguito del trattato di pace del 1947. Sono avvenimenti storici di grande impatto per una comunità ai confini, composta di croati e di italiani: i primi in maggioranza e generalmente poveri contadini, i secondi una minoranza di ricchi proprietari. Ma non è il tema sociale che interessa lʼautore, anche se, ovviamente, traspare continuamente lungo la narrazione, soprattutto nel frequente ricorso alla mescolanza linguistica di croato e di italiano, uno dei tratti più attraenti del libro. Il tema del racconto è tutto interiore e può essere ricondotto ad un argomento: la religione e la sua funzione per lʼindividuo e per una piccola comunità. Tomizza immagina che un anziano sagrestano narri la sua vita, e quella dei suoi compaesani, attraverso la storia dei parroci, che si sono succeduti nel corso degli anni. > Con quanti preti non avevo avuto a che fare: preti con madri, con sorelle, con perpetue, e preti soli. Nelle ore insonni mi giravano davanti agli occhi come una giostra che specchiava me e al tempo stesso la situazione politica del loro periodo. Arzigogolavo nel buio che ognuno avrebbe potuto mostrarmisi migliore e ognuno peggiore, a seconda dei tempi ma anche in virtù di un mio diverso modo di essere e di valutarli. (...) Perché rimanevo? Difficile rispondere oggi, perché difficile è trovar credito. Sentivo di servire la chiesa e con essa di servire la comunità, non i preti destinati tutti a passare. Mi ero sposato con quel servizio, con quel dovere, prima ancora che con Palmira, e tutto il resto veniva dopo, Palmira compresa. Ma intendevo assolutamente aprire unʼaltra strada a nostro figlio, e questo impegno anche agli occhi di lei in parte mi riscattava . Questa citazione sintetizza il lungo percorso del protagonista - narratore, che lo porta ad allontanarsi dalla religione, mentre assiste alla decadenza della parrocchia, che serve per tutta la vita. > La chiesa è un edificio come un altro, finirà comʼè prevedibile, senza destare grandi impressioni: in cima alle colline si vedono ancora muri di chiesette dei secoli passati, avvolte dai rovi. Ma da allora ci fu una ripresa, e la gente ritornò anche nei campi. Succederà ancora? Ne dubito. Nato da un sagrestano, lo diviene ancora giovane. I preti che si susseguono sono profondamente diversi tra loro: alcuni ignoranti e rozzi, altri prepotenti ed arroganti, altri ancora fragili individui, pronti a peccare con il vino e le donne. Solo uno, un giovane prete croato, sembrò rispecchiare ciò che ci si aspetta da un sacerdote. Ma poi, quando lo rivedrà vescovo, si accorgerà che anche lui è diventato falso ed ipocrita. > Da lui mi sarei aspettato di sentire, o perlomeno di leggergli in volto, il disinganno, le ulcerazioni che non potevano non essersi prodotte. (...) In altri tempi non sarebbe stato più fiero, se non più pietoso? . Ed allora al vecchio sagrestano, senza più un parroco da servire, non rimane che essere il cronista della sua gente. Nelle ultime pagine del libro, estremamente suggestive, il protagonista racconta le vicende di alcun suoi compaesani, come la gnagna Zvana Zuncolin, «donnetta curva e nera», o Michelin, un tempo «un bellʼuomo scuro con gli occhi da zingaro», che ha trascorso una vita da ubriacone per dimenticare la donna amata: è rimasto famoso per una frase, «per lʼuomo non ci sono pezzi di ricambio». Lo stile narrativo non è sempre facile, ma la lettura è spedita perché si rimane avvinti dalla storia di una comunità, prima isolata e nascosta, poi sempre più coinvolta dai grandi avvenimenti. Nel racconto di Tomizza, mai folcloristico e nostalgico, la religione si mescola con le ancestrali usanze pagane e con i nuovi costumi, apparentemente laici ed anticlericali. È la chiesa è sempre lì, «in qualche modo presente e basta», con i suoi registri, di nati e di morti, scritti un poʼ in croato e un poʼ in italiano, con calligrafie chiare ed oscure: una presenza, dalla quale il protagonista vorrebbe sfuggire, ma non può, perché > aderiva perfettamente a quella che da sempre avevo imparato a conoscere e per comodità uso chiamare (vita) ordinaria, ma non vi combaciava del tutto pur incantandomi, pur aiutandomi a scoprire tratti nascosti o non rilevati della vita vera . Ma in questo accontentandosi del «proprio pieno potere», la religione non risolve il mistero della morte, lasciando lʼindividuo solo e dubbioso nel momento più grave della vita. > Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo . Perché leggerlo? Lasciatevi incantare dalla storia di una vita ordinaria, in un piccolo villaggio dellʼIstria, tra Croazia ed Italia.
Miguilim
> Un certo Miguilim viveva con la madre, il padre e i fratelli, assai lontano di qui, (...) nel Mutùm. In mezzo al Campo Gerais, ma in un avvallamento in zona di foreste, terra nera, alle falde delle montagne. Miguilim aveva otto anni . Con questo incipit da fiaba Guimares Rosa narra una grande famiglia contadina dal punto di vista di un bambino. > Miguilim non aveva voglia di crescere, di essere una persona grande, i discorsi delle persone grandi erano sempre le stesse cose secche, con quella necessità di essere violente, cose spaventate . In una famiglia sprofondata nella miseria (il papà > urlava che lui era povero, sul punto di divenire miserabile, di dover chiedere l'elemosina ), Miguilim vive al centro di un nucleo sociale complesso, fatto di persone e animali: il padre violento, lo zio che tresca con la mamma, la nonna stramba di una saggezza severa e atavica, la serva strega, «così nera nera, come deve essere la Morte», i bovari e la gente del villaggio, gli animali da cortile, e tanto ancora; ma nessuno è come il fratello Dito, sicuro, protettivo, capace di fronteggiare il padre. > Di colpo, scoppiò. (...) Ed ecco il tuono! Tuonò enorme, una quantità di volte; tutti si tappavano le orecchie, chiudevano gli occhi. Allora Dito si abbracciò con Miguilim. Dito non tremava, solo era più serio. (...) Dito era furbo e pacifico. (...) Dito non litigava sul serio con nessuno, (...) Miguilim voleva sempre non litigare, ma finiva per litigare con tutti. Che bello essere come Dito: adatto a tutti gli orari delle persone... . Miguelim è fragile, non adatto al lavoro contadino, ha paura di inoltrarsi da solo nella foresta per portare il pranzo al padre che lavora nei campi, e a nulla valgono le parole assicuranti del bovaro quando Miguelim gli chiede se lui è malfatto, né gli abbracci e i baci della serva strega e neanche lo strofinio del gatto Sossoe, > gli occhi di un verde tanto meno vuoto --- era una luce dentro un'altra dentro un'altra, dentro un'altra, senza fine . Miguilim è come se vivesse in un suo mondo, magico, incomprensibile, meraviglioso e terrificante. Non c'è da stupirsi che la morte di Dito sconvolga il bambino, quasi impazzisce, non può più nascondersi dietro le sicurezze del fratello, deve andare pure lui a lavorare nei campi, in uno zappare sfaticante sotto il sole. Come in una bellissima fiaba, arriva a salvarlo un cavaliere; si rivolge proprio a lui, al piccolo Miguelim, e gli porge degli occhiali. > E Miguilim guardò tutti, con tanta forza. (...) Guardò le foreste scure in cima alla montagna, qui la casa, la siepe di fagioli selvatici e di sao-caetano ; il cielo, il recinto del bestiame, il cortile, gli occhi rotondi e le alte vetrate del mattino. (...) Il Mutùm era bello. Adesso lui lo sapeva. Se in «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese (si veda la recensione in questo sito), gli occhiali sprigionano una realtà insopportabile per una povera ragazza dei bassi, qui, invece, le lenti hanno un potere salvifico, quasi che solo la conoscenza della realtà permetta di meglio sopportarla. Un finale fiabesco conclude in bellezza l'infanzia del piccolo Miguelim, e preannuncia il grande racconto sociale del capolavoro di Joao Guimares-Rosa. (si veda la recensione del «Grande Sertao» in questo sito). La grande famiglia contadina ha caratterizzato la struttura sociale del nostro Paese sino agli anni '50 del Novecento. Eppure non ci sono grandi romanzi che narrano del mondo mezzadrile e colonico. Pinocchio è il figlio di un artigiano, i «Malavoglia» sono dei pescatori, Giannino del «Il giornalino di Gian Burrasca» è il tipico ragazzino borghese, le storie di Cuore sono troppo edificanti perché rispecchino una realtà sociale, forse solo lo splendido capitolo «Le quattro stagioni» in «Il Mulino del Po» indaga le dinamiche tipiche del mondo contadino (Per Pinocchio, Malavoglia, il Mulino del Po e il Giornalino si vedano le recensioni in questo sito). Qui invece, Guimares Rosa ripercorre l' infanzia di un bambino all'interno della complessa rete di relazioni d' una realtà misera, tutta rivolta alla sopravvivenza, ma nella quale si agitano sentimenti e si può sognare. Il rapporto tra Miguelim e Dito connota una gerarchia informale in cui il più fragile cerca l'appoggio della personalità più forte, creando una relazione privilegiata e salda, che dà sicurezza e che solo il finale fiabesco può sostituire. Nella sua intensa prefazione Antonio Tabucchi definisce il racconto > un'operetta dal timbro mozartiano, eseguita dal flauto magico di un narratore non comune . E' una definizione particolarmente azzeccata: è il ritmo altalenante di momenti iperrealistici con altri fantastici, «di non storia», che dà quel senso di fascino ambiguo che caratterizza la narrazione. Dietro il facile schermo della fiaba (ma lo è veramente?) il racconto > suscita inquietudine e conserva sempre una valenza non attribuibile, a margine (o al di là) della formulazione speculativa. Qualcosa che ricorda il pensiero selvaggio, che è legato al mistero dell'Essere . (Prefazione di Tabucchi). Perché leggerlo? Bellissimo!
I milanesi ammazzano al sabato
Il romanzo è ambientato nella Milano degli anni’60. Un commissario di polizia viene chiamato a indagare sulla scomparsa di una ragazza, molto bella ma minorata psichica. Ritrova il cadavere, bruciato ai bordi della strada, e scopre un giro di prostituzione. Mediante una serie di indagini presso il mondo della malavita e le case di tolleranza, individua gli assassini ma arriva troppo tardi perché sono già stati uccisi dal padre della ragazza. Quest’ultimo, un brav’uomo, viene trascinato a commettere un delitto per la lentezza e l’incapacità della polizia a risolvere il caso. Si tratta di un noir molto pesante e comunque amaro: una città violenta, priva di scrupoli e una polizia disattenta. Il racconto è ben costruito, con un ritmo narrativo piacevole anche se i colpi di scena appaiono un po’scontati. L’interesse dell’autore sembra essere più la descrizione dell’ambiente che la costruzione della trama.
Mille anni che sto qui
Il tempo si riempie «di gallerie lunghissime e comunicanti», un labirinto che non è detto porti da qualche parte. Alla base del libro cʼè un idea esistenziale: la vita è un insieme di bivi imprevedibili e può trovare solidità e certezza solo nella ricerca delle radici, la propria terra e i propri antenati. Gioia è una ragazza di Matera che è scappata per cercare una libertà, che mai sua madre, sua nonna e lei stessa sarebbero state capaci anche solo di immaginare. Percorre > una breve stagione di libertà e di appartenenza, confusa nella folla, nelle piazze italiane, Roma, Bologna, Firenze Ponte Vecchio, dorme con un ragazzo svizzero con la pelle liscia come una ragazza.... grida gli slogan P38 ti spunta un foro in bocca, si commuove alla vista delle bandiere rosse, usa le loro aste come mazze, si cala il fazzoletto rosso sul viso, pensa di avere il futuro fra le mani . Coinvolta, suo malgrado, nel terrorismo fugge a Parigi, dove fa lʼattrice, lavora in un call center erotico e si perde tra molti uomini, il più delle volte facendosi usare. Ma quando > era diventata una giovane donna perfetta come la materia inorganica, sottratta allʼimprevedibilità del tempo si chiede > a che serve?, a chi ne avrebbe reso conto? Ora che poteva essere chiunque, non era più nessuno . Allora sente il bisogno di ripercorrere allʼindietro, > momento per momento, tutto quello che portava lì. Così senza accorgertene ti perdi nella storia . Gioia risale la storia dei suoi antenati, a Grottole, piccolo paese della Basilicata. Il punto di partenza è il 1861, lʼanno dellʼUnità dʼItalia, e da lì parte per narrare le vicende della sua famiglia, in particolare delle donne che sono stati determinanti, con la loro forza e il loro carattere. Ne risulta un racconto sociale e familiare ad un tempo: un affresco di una Italia povera e abbandonata, immobile per un secolo per poi trasformarsi rapidamente negli anni del boom economico, dopo il 1960: il dissolvimento dei legami familiari, di una vita comunitaria che rappresentava la gabbia ma anche la forza della società contadina. È emblematica, da questo punto di vista, la triste quotidianità dei genitori di Gioia, Rocco ed Alba, che guardano lo stesso programma televisivo in stanze diverse, se questa incomunicabilità viene messa a confronto con la vita dei loro nonni e bisnonni, che lavoravano, mangiavano, litigavano, vivevano tutti insieme. Non cʼè più quel mondo, così saldo e sereno.Gioia, partendo nuovamente, vede dal treno che > la campagna ondulata che aveva cullato la sua nostalgia, nostalgia di un dolore carissimo, di lacrime, di curiosità insoddisfatte, di prigionia, adesso aveva perso la verginità. Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime . Il libro può essere distinto in due parti. La prima, ambientata a Grottole, è la ricostruzione, quasi unʼindagine storica, di una struttura sociale e familiare. Il ritmo narrativo risente proprio di questo approccio descrittivo, che solo a sprazzi si alza di livello, verso la trasfigurazione della storia e lʼapprofondimento dei personaggi. La seconda parte, che descrive le vicende di Gioia negli anni ʼ 60 e ʼ 70, presenta uno stile moderno, talvolta confuso ma efficace nel dare il senso del «deragliamento» del personaggio. Particolarmente efficaci sono le pagine nelle quali lʼautrice persegue una sorta di storia parallela: la Gioia che poteva essere una brava ragazza, laureata, ben maritata e con i figli e invece la Gioia reale che si è persa nella ricerca di sé stessa. Lʼesigenza, forse, di dire troppo in poche pagine conduce ad un racconto disordinato, ad una sorta di accozzaglia di azioni e situazioni. Il lettore ne resta disorientato non comprendendo appieno la storia di Gioia. Perché leggerlo? Si legge in modo piacevole, è interessante per la ricostruzione storica e fornisce un efficace contrasto tra modernità e tradizione.
Le mille e una notte volume I
«Le mille e una notte» è un manoscritto arabo probabilmente risalente al califfato Abbaside, tra 750 e il 900 dopo Cristo: il contesto è il favoloso impero di Bagdad, esteso dal Nord Africa alla penisola araba sino all'Asia Centrale e all'India. La scoperta fu di Antoine Galland all'inizio del settecento e da allora il testo si diffuse in Occidente creando stupore e scandalo: nacque l'orientalismo. A causa delle tante versioni dell'opera va precisato che la recensione fa riferimento al testo stabilito sui manoscritti originali da René R. Khawan. Cominciamo con la «Tessitrice delle notti». Il re è stato tradito dalla moglie: un moro «le alzò in aria le gambe, le scivolò tra le cosce e la penetrò». Da quel momento il sovrano decide di prendere in sposa ogni notte una fanciulla e di ucciderla all'alba. La figlia del visir, Shahrazad, la quale «aveva letto libri e scritti di ogni genere», chiede al padre di combinare il matrimonio con il re, dicendo: > o mi innalzerò nella stima dei miei simili liberandoli dal pericolo che li minaccia, o morrò o perirò senza speranza di salvezza, condividendo la sorte di quelle che sono morte e perite prima di me . Il padre cerca di dissuaderla con storie che invitano ad una vita prudente e schiva, ma la figlia, testarda e sicura di sé, gli risponde che potrebbe presentargli altre storie che portano a conclusioni diverse. Ed ecco il fulcro di «Le mille e una notte»: la parola. Con l'invenzione letteraria, l'affabulazione e la poesia si possono affrontare le situazioni più difficili, vincere gli spiriti maligni e, persino, volgere a proprio favore la volontà di Dio. Secondo l'interpretazione generalmente condivisa, in realtà non confermata dalla struttura dell'opera, ogni notte Shahrazad narra una storia al re: affascinato, il sovrano tiene in vita la ragazza per il desiderio di sentire un altro racconto sino a farne la sua sposa per tutta la vita. Miracolo della parola! L'opera ha un modello ripetitivo: c'è un racconto di base all'interno del quale si sviluppano altre storie, tutte finalizzate a convincere e meravigliare l'interlocutore. La narrazione in prosa è intercalata da poesie secondo uno stile tipico della civiltà Abbaside. Conviene lasciarsi avvincere, pur tuttavia è possibile ritrovare alcuni filoni comuni. Nel celeberrimo «Il pescatore e il Jinn» il tema è l'astuzia. Un pescatore libera un diavolo imprigionato per secoli dentro un vaso nel fondo del mare. Una volta fuori, il Jinn vuole uccidere il pover'uomo. Il pescatore fa leva sulla vanità del diavolo sfidandolo a mostrargli come può stare chiuso in un piccolo vaso; è un raggiro per imprigionare nuovamente il Jinn. Alle implorazioni e alle promesse di quest'ultimo il pescatore gli risponde con racconti che mostrano la saggezza della poesia: > avrebbero potuto mantenersi giusti e puri,/ma hanno abusato del loro potere/ e il mondo a sua volta li ha oppressi/(...) eccoli restituiti al loro squallore... Vorremmo lasciarci sprofondare nel fascino delle storie del «pescatore e il Jinn» (secondo il verso «se ritorni, noi torneremo»), ma dobbiamo correre ad illustrare l'altro magnificente racconto: «Il facchino e le dame». Qui il tema è la clemenza, a sua volta frutto dell'amore. Un facchino si ritrova nella casa di tre dame, sono di una bellezza perfetta, che fa dire al poeta. > inviolata...quand'io la supplico concedermi/l'amplesso. Bellezza le consiglia/di mostrarsi generosa,/ ma Civetteria le proibisce di accettare . Arrivano tre mendicanti con un occhio solo e poi persino il sultano con il visir. Ha luogo un convivio nel quale gli ospiti sono legati da un giuramento: > tutto che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi...non cercare di capirne la ragione . Troppo, però, è la stranezza di ciò che vedono da non indurre gli ospiti a fare domande. Compaiono dieci mori pronti a tagliare la testa degli incauti, che non hanno mantenuto l'impegno preso. Per placare l'ira delle tre dame i mendicanti raccontano la loro storia e chiedono clemenza: sarà data a tutti gli ospiti tanta sono la meraviglia dei racconti e il piacere che ne hanno ricavato le tre magnifiche fanciulle! Come si può punire quando si canta l'amore? > La donna prese l'arma e avanzò finché non fu di fronte a me. (...) La guardai a lungo. (...) Le sue guance espressero allora i sentimenti che occupavano la sua anima, e mi tornarono alla mente i versi del poeta: se tace la mia bocca, parlano i miei sguardi/che ti diranno quel che non posso dire,/perché l'amore rende manifesti/i sentimenti in me celati.(...)/l'uno è scrittore di genio, benché la sua retorica sia solo debitrice al gioco delle palpebre;/l'altro è non meno fine letterato/benché solo con l'occhio si esprima . Capiamo da questi versi come la parola ammaliatrice sia frutto anche della recitazione orale e gestuale, il tutto in dolce compagnia dove ci sono una musica gradevole, un profumo soave e la felicità dell'amplesso, perfetta > solo se fornita di questi quattro elementi/bella età, vino,/un corpo amato, delle monete d'oro... Si possono indagare i tanti temi sottostanti all'opera, da quelli filosofici alla rappresentazione di una società che aveva al centro la bellezza, l'arte, la ricchezza, il soprannaturale e la magia, in un clima generale di violenza e di sopruso da parte del sovrano. Non poniamoci troppe domande; perdiamoci nei racconti, nelle loro trame sbalorditive, nei fatti e nei personaggi incredibili, frutto di una fantasia rigogliosa e incontenibile; concediamoci il piacere dei tanti versi, ammaliatori e misteriosi come il seguente: > il giuramento che mi lega, l'ho prestato/per l'ebbrezza che suscita in me il battere/della sua palpebra, per la curva dei suoi fianchi, /per le frecce stregate che mi lancia/ (...)fuggiti sono i dolori come al sorgere radioso/del sole, lasciando perplessa la luna./L'astro del giorno era in anticipo?/Voleva forse già metterla in fuga?... Perché leggerlo? Sbalorditivo, magnifico, affascinante, esplosione dell'immaginazione.
Le mille e una notte volume II
Se i racconti del primo volume (vedi recensione in questo sito), hanno un'impronta fiabesca, trasportandoci in un mondo popolato di spiriti e di magiche invenzioni, qui le novelle hanno un taglio realistico; la lettura è meno avvincente ma ne traiamo una rappresentazione della società abbaside, del potere del califfo e dei suoi emiri, degli intrighi della corte, della rassegnata ubbidienza dei sudditi. Nel racconto, «La forza dell'amore», l'infelice Ghanin è severamente punito per la falsa accusa di aver sedotto la favorita del califfo. La cieca gelosia spinge «l'emiro dei credenti» a perseguitare il giovane e la sua famiglia. Quando il califfo si ravvede del tremendo errore e chiede che cosa può fare per lui, Ghanin risponde che > il servo non può rimproverare il padrone in alcun modo per come questo ha creduto bene di comportarsi con lui. (...) Il servitore resta il servitore, e il padrone resta il padrone ; è la madre del giovane, coraggiosamente, a invitare il califfo a pensare a quanto sia fragile la natura umana, > a quanto sia spesso incline all'inganno e alla simulazione. E pensa a come queste cattive disposizioni possano essere aggravate dalla gelosia, cui le donne sono fin troppo esposte. Non bisogna credere che siamo dinanzi a una sorta di «Decameron» arabo o a «le Anime morte» di Gogol in salsa medio orientale (vedi le recensioni in questo sito); anche nelle novelle di questo secondo volume la prosa è intrecciata alla poesia, i racconti s'incastrano l'uno dentro l'altro, predomina la bellezza degli uomini e delle donne, si fugge dalla realtà verso l'inverosimile. Ciò che raccontiamo è un'illusione? Nell'avvio del lunghissimo racconto, «I volti dell'amore», dove è descritto un mondo favoloso senza confini che ci rimanda a «The Enchantress of Florence» di Salman Rusdhie o a «Paradise» di Abdulrazak Gurnah (vedi recensioni in questo sito), la bellezza del giovane principe è tratteggiata con versi intrisi di narcisistico desiderio: > E' il cerbiatto della gazzella dal passo esitante!/Basta che prenda per mano uno specchio:/fedele e adulatore, rifletterà/l'idea assoluta di bellezza che il suo sogno vi proietta. Le novelle più belle sono quelle che hanno come protagonista il califfo Harun al Rashid (regnato tra il 766 e l'809). Pare che questo sovrano fosse > ghiotto di aneddoti, di fatti di cronaca e di pettegolezzi ; per cui travestito da semplice cittadino andava a scoprire come viveva la gente comune e a compiere scherzi alle loro spalle. Ben noiosa doveva essere la vita nei palazzi di Bagdad! In «Il dormiente che non dorme», il califfo, fingendosi un mercante, si introduce nella casa dell'onesto Hasan, dopo averlo ubriacato, gli fa bere un potente sonnifero; portato nel palazzo Hasan vive una notte da califfo, credendo che sia la realtà: è preso per pazzo ed è rinchiuso in manicomio. Quando ne esce continua a vivere non sapendo più se sta in un sogno o nella realtà. > Perché hai instillato la confusione nella mia mente, perché mi hai messo sottosopra il cervello?. E «il successore del profeta» risponde candidamente che lo fa per diletto. Nella novella «Il califfo e il pazzo» al Rashid vuole capire se una persona rinchiusa in manicomio sia veramente un pazzo; ne scaturiscono una serie di racconti, a incastro, in un'atmosfera pirandelliana, in cui l'arguzia del gran visir, personaggio sempre presente in «Le mille e una notte», mette alla prova il povero demente; si scoprirà poi che più di arguzia bisogna parlare d'inganno, perché il gran visir voleva impedire il matrimonio tra la figlia e il presunto pazzo. Lasciamo al lettore scoprire la trama di «Il saggio persiano». Qui ci limitiamo a dire che un bellissimo «rosticciere», > egli è lo stallone/di ogni grazia , riesce a conquistare la splendida principessa per merito di un infuso d'amore del sapiente mago. Appaghiamoci di questi versi deliziosamente erotici: > Stretti fianco a fianco, coi miei occhi/li ho visti, mi sarebbe piaciuto/vederli dormire insieme/sulle mie stesse palpebre./Erano due gazzelle del deserto,/e due stelle fulgenti nella notte,/due astri mattinieri, ramoscelli perfetti,/e due incarnazioni della diva Bellezza. René R. Khawan, il curatore di questa edizione di «Le mille e una notte», ha ritenuto, dopo lunghe ricerche, che i due libri di questo secondo volume, «Passioni vagabonde» e «Il gusto dei giorni», completino quelli più noti riportati nel primo volume: «Illustri dame e galanti servitori» e «Cuori disumani». Ovviamente non sono in grado di discutere le scelte del curatore, tra l'altro su una problematica estremamente scivolosa per la difficoltà di mettere ordine in questa importante testimonianza della poesia araba del Califfato di Bagdad. E' difficile pensare che siamo dinanzi ad una successione di racconti notturni, sia per la lunghezza delle novelle che per il loro impianto così realistico; anche la poesia perde di peso rispetto alla prosa e la narrazione non ha più quel ritmo serrato delle novelle riportate nel primo volume. Si percepisce una certa stanchezza, un non so che di formalistico e ripetitivo, come se la decadenza politica e militare del grande impero si rifletta nel suo canto, nostalgico e disperato. Mentre nelle novelle del primo volume c'è sempre una conclusione che proietta a un futuro felice, qui ogni novella finisce con un richiamo alla Morte, a > Colei che distrugge i piaceri e disperde le adunanze, (...) Possa Dio esserci benigno nel giorno di quell'appuntamento. Perché leggerlo? A tratti è prolisso, si fa fatica ma vale la pena.
Minaret
Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia. Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra. Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba. Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre. È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa. In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato. Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose. Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose. Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta. Il libro si muove su due livelli. Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano. La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea. Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini. La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata. Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa. > Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo. Lei non sa che egli non è una sua esternazione. Glielo dico. E dicendolo lo perdo. Le do la chiave nelle sue mani . In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia. Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta. È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo. Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.
I minatori dell'Alaska
Il vero titolo dei «Minatori dell'Alaska» dovrebbe essere «la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska»; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti «La questione indiana» Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: > alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte . Insomma Buffalo Bill! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ( > molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano ) e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso: un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione. Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. > La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame . Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei > prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità . E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska? > Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti . Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore! Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari. Perché leggerlo? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi.
Il mio nome è rosso
Il libro si sviluppa su diverse trame, che è difficile ricondurre a un unico filone narrativo. Un primo percorso riguarda il declino della tecnica della miniatura, che si era sviluppata nel Cinquecento sotto l’influenza dell’arte persiana e cinese. L’arte ottomana della miniatura giustificava la possibilità di disegnare le immagini a completamento dei libri con il fatto che non si effettuavano ritratti di personaggi reali e non esisteva uno stile personale, ma le figure e i paesaggi rappresentavano il mondo con l’occhio di Dio e quindi riprendevano continuamente immagini e stili, che erano stati codificati dai vecchi maestri e quindi erano legittimati dall’autorità del passato. In realtà questo approccio costituiva in qualche modo una giustificazione e un obiettivo, in quanto, poi, il miniaturista e il laboratorio, al quale questi apparteneva, aggiungevano piccole modifiche o assemblavano in modo innovativo le immagini fissate dai grandi maestri del passato. Il sultano decide di fare preparare un libro con immagini secondo lo stile europeo, conosciuto dagli ottomani attraverso Venezia. A causa della delicatezza della richiesta, che poteva creare forti reazioni tra gli ortodossi, la realizzazione del libro non viene affidata al laboratorio di corte, ma a un anziano artista, Zio Effendi, che affida singoli disegni agli stessi miniaturisti del laboratorio. Il racconto delle modalità di attuazione dei disegni è condotto dall’autore in modo singolare, ossia dal punto di vista delle diverse immagini rappresentate: il cane, l’albero, la moneta, il cavallo, la morte, il colore rosso. Con questo espediente narrativo l’autore racconta la storia dell’arte della miniatura, che è arrivata alla sua conclusione, perché, dopo la morte del sultano, verrà abbandonata in quanto considerata non aderente ai precetti della religione mussulmana. La storia di questʼarte permette anche di aprire una serie di scorci sulla storia della civiltà mussulmana (in particolare le invasione dei mongoli e la guerra tra la Persia e gli ottomani) e sui temi narrativi predominanti, in particolare la storia d’amore tra Cosroe e Sirin. Un secondo percorso narrativo è in qualche modo un giallo. Uno dei miniaturisti uccide un compagno e lo Zio Effendi. Si intrecciano in qualche modo diverse motivazioni: la gelosia e l’invidia, il desiderio di carriera e l’idea che si stesse realizzando un libro blasfemo e che questa operazione andasse fermata. Anche in questo caso l’autore utilizza l’espediente di far narrare le vicende dal punto di vista dei diversi personaggi. È interessante come vengono condotte le indagini: il sultano affida al maestro del laboratorio di miniatura il compito di individuare l’assassino tra i propri discepoli, pena la tortura e la morte di tutti. Il maestro scopre una stranezza nel disegno del cavallo, un tratto che identifica il disegnatore, e quindi chiede al sultano di entrare nel tesoro per studiare i vecchi libri e scoprire in questo modo l’origine storica del tratto e quindi identificare il miniaturista in base alla conoscenza della sua vita e della sua evoluzione artistica. In realtà al maestro non interessa questa indagine. È deciso a punire i discepoli per averlo tradito accettando di collaborare alla realizzazione del libro ed è interessato a visionare, per l’ultima volta, il grande tesoro del sultano. Un patrimonio artistico che sta per scomparire e una storia di lotte e di invenzioni emergono dinanzi al maestro, che decide di accecarsi secondo un vecchio rituale dei grandi maestri. Un terzo percorso narrativo è la storia d’amore di Nero, ritornato dopo tanti anni a Istanbul, e di Sekure: una vicenda triste perché la donna non ama realmente Nero ma accetta di sposarlo solo per trovare una sistemazione e dare un padre ai propri figli. I tre filoni narrativi si intrecciano tra di loro e sono ricondotti a unʼunitarietà non tanto dai contenuti, quanto soprattutto da un clima di nostalgia e di tristezza: un mondo sta scomparendo. È il grande impero ottomano ed è l’incontro di civiltà e di culture che facevano riferimento alla religione mussulmana. L’arte della miniatura non resiste all’assalto della cultura occidentale, che riprende «il reale» e afferma l’individualità dell’artista, e dell’ortodossia religiosa. Il maestro decide volutamente di distruggere il laboratorio perché capisce che non può più tenere sotto controllo le aspirazioni dei discepoli. Le strade e le case della città sono tristi, l’amore si riduce a convenienza e i bambini stessi sembrano pallide rappresentazioni dell’infanzia. Nero, che ha scoperto l’assassino per amore di Sekura e ha rischiato la vita, condurrà unʼesistenza triste e solitaria accanto a una donna che non lo ama. Perché o non si cambia o si cambia troppo in fretta perdendo ciò che proviene dal passato? Dice il maestro: > ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo . Non sono le vicende che creano questo contesto di malinconia e di decadenza, ma è lo stile dell’autore, che riesce con l’accostarsi degli argomenti e l’uso attento degli aggettivi a creare un senso di sospensione e di dolce maliconia.
Les Misérables
Il romanzo racconta le vicende di Jean Valjean, un forzato, che dopo l’incontro con un vescovo (un santo), si converte in un uomo buono e giusto: diviene prima un ricco imprenditore, ritornato poi in galera, fugge per salvare ed educare una bambina, Cosette, che, una volta grande, si innamora di un giovane rivoluzionario. Jean Valjean salva il giovane da morte sicura (durante le rivolte del 1832), e poi decide di scomparire per non compromettere il futuro dei due giovani con la sua natura di carcerato fuggiasco. Ma la bontà trionfa e, come dice l’autore, «la notte era senza stelle e profondamente oscura». Senza dubbio, nell’ombra, qualche angelo immenso era uscito, con le ali spiegate, ad attendere l’anima dalla suprema ombra alla suprema aurora«. Come ha scritto Victor Hugo:»il libro che il lettore ha sotto i suoi occhi in questo momento, è, da un capo all’altro, nel suo insieme e nei suoi dettagli, quelle che siano le intermittenze, le eccezioni e le lacune, la marcia del male al bene. Dell’ingiusto verso il giusto, del falso al vero, della notte al giorno, dell’appetito alla coscienza, dalla putrefazione alla vita; dalla bestialità al dovere, dall’inferno al cielo, dal nulla a Dio. Punto di partenza: la materia, punto di arrivo: l’anima. L’idra (il male) all’inizio, l’angelo alla fine > Questa concezione è basata sulla fiducia nel progresso (che si identifica in Hugo in Dio e quindi in un socialismo umanistico e cristiano) e sulla sollevazione del mondo dei miserabili > dovuto a forze sociali inarrestabili. Da questo punto di vista gli innumerevoli personaggi del romanzo diventano degli archetipi > , rappresentativi di un ruolo da assolvere nella grande trasformazione del mondo e privi quindi di una loro profondità: i sentimenti e le motivazioni vengono solo apparentemente analizzati ed approfonditi, in realtà è solo un susseguirsi di figure retoriche (predomina la formula interrogativa) per illustrare contraddizioni e dilemmi che non fanno parte della sfera intima (e in questo senso universali) ma di una funzione sociale e storica. Basti pensare alla conversione > di Jean Valjean e all’analisi dei problemi di coscienza che il protagonista incontra nel corso del romanzo (la decisione di presentarsi ad un processo per evitare che un innocente risponda delle sue colpe e quella di ritirarsi nell’ombra per non compromettere la felicità dei due giovani): in tutti i casi si è dinanzi ad una sorta di illuminazione divina e di imperativo morale, mentre la descrizione della conseguente infelicità del personaggio (a causa della perdita di Cosette) è piatta e schematica. Ancora più paradossale e incredibilmente privo di qualsiasi spessore psicologico o filosofico appare uno dei episodi più drammatici dell’intero romanzo. L’ispettore Javert (il grande persecutore di Jean Valjean) è rinchiuso nella morsa tra la legge degli uomini, che vorrebbe l’arresto dell’ex carcerato, e la coscienza che lo porta a liberare Jean Valjean, che gli ha salvato la vita. L’incapacità di uscire da questo dilemma lo conduce al suicidio. È evidente che Hugo intende attaccare gli approcci burocratici e freddi all’applicazione di una legge, che spesso è ingiusta perché di parte (acutissima e di grande effetto è l’ultimo scritto di Javert, un mero elenco di suggerimenti per il capo della polizia), ma basta immaginare che cosa avrebbe scritto un Dostoevskij sulla contraddizione tra coscienza umana ed imperativi imposti da qualsiasi regola e norma per rendersi conto di quanto l’autore francese sia lontano dallo spirito moderno e sia ancorato ad una visione fredda e moralistica dell’uomo e dei suoi problemi. Anche la rappresentazione della storia francese (dalla rivoluzione francese al re borghese) è una serie di vicende epiche, dominate dalla Provvidenza: la stessa sconfitta di Waterloo è dovuta ad un destino che intende chiudere il periodo napoleonico per aprire una nuova fase di trasformazione sociale che condurrà ai grandi rivolgimenti del 1848. Ma esistono veramente gli individui e le classi sociali o tutto è già determinato da una forza oscura e immanente, ad un tempo religiosa e scientifica: il Progresso?I Miserabili sono un’opera profondamente datata e richiusa nella cultura dell’Ottocento, che può dire poco all’uomo del post-modernismo e della globalizzazione. Come succede spesso ai grandi autori (si prenda la stessa Divina Commedia di Dante ) le parti più valide riguardano componenti ed approcci, che non sono riconducibili alle finalità dichiarate. Victor Hugo è un autore romantico, che ricerca continuamente il grottesco e l’immaginifico: caratteristiche del suo stile che rendono talvolta pesante la lettura ma che contribuiscono a scrivere pagine molto belle e ricche di suspense. Si pensi alla descrizione di Cosette, che, bambina di otto anni, deve andare a prendere l’acqua in piena notte, che guarda il tramonto di Giove e sente la natura che la circonda e che sembra muoversi per catturarla: le erbe alte formicolavano sotto il vento di tramontana come delle anguille. Le rocce si torcevano come lunghe braccia armate di artigli cercando di prendere delle prede…. > ; all’episodio del tranello teso dai malfattori a Jean Valjean, così pieno di colpi di scena e di imprevisti ed infine al bellissimo capitolo ( Comment de frère on devient père > ) nel quale i due bambini abbandonati approfittano del pane gettato ai cigni per mangiare. In poche pagine l’autore riesce a descrivere la tranquillità del parco del Luxembourg, la solitudine dell’infanzia, la solidarietà tra bambini e la grettezza e l’ipocrisia della cultura borghese. Il vero capolavoro del romanzo è costituito dall’episodio dell’elefante: immagine bellissima e di grande effetto con la quale un monumento destinato ad esaltare il potere diviene rifugio di tre bambini. È presente poi un altro protagonista del romanzo: la città di Parigi. L’attenzione toponomastica dell’autore, la descrizione minuta delle strade e delle case (molte delle quali scomparse già durante la vita di Victor Hugo) forniscono unʼambientazione romantica al romanzo e al suo contesto. Siamo prima dei grandi boulevard ed in presenza di una città reticolare, nella quale è facile perdersi e scomparire. Sono poi di grande interesse le pagine relative al dialetto parigino in uso tra i miserabili" ad indicare un’attenzione quasi antropologica dell’autore. Ma l’idea del Progresso è veramente autentica o soltanto letteraria e politica e nasconde in realtà una nostalgia romantica per il medioevo e per la storia pre-rivoluzionaria?Il romanzo è in generale prolisso, in molti tratti noioso ed è un fumettone.
Moby Dick
> Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito . Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come «un comune e scrupoloso topo di biblioteca» riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. > Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta . Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. > Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora . Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. > Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile. (...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro. (...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo . (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più. > La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: Cavalieri e scudieri > . È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il monomaniaco«protagonista.»Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini > . Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione > . Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia. Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto! Follia! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo > . Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo. > La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato La grande armada > , nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. Dʼaltra parte non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante > . Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni > . Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato > . Cosa hai fatto Achab? Come hai potuto contendere il grande Leviatano? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta? Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte. Un bel libro di Gianni Valente ( Dallʼarca di Noè a Moby Dick > , Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: simboli di vizi e virtù > . Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio > (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un altro > , dotato di una propria identità. È un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo scienziato > , Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa. Perché leggerlo? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.
A modo nostro
Il romanzo ha inizio con lʼarrivo a Parigi di Xie Qing, un uomo modesto e senza ambizioni, un camionista che ha sempre vissuto a Wenzhou, una citta di provincia, vicina al Mar Cinese Orientale. Si ritrova in Francia perché chiamato a riconoscere il corpo della sua ex moglie, Yan Hong, morta in un incidente stradale. La polizia francese vorrebbe che Xie Qing compisse diligentemente le pratiche burocratiche, intascasse lʼassicurazione e lasciasse il Paese al più presto. Xie Qing si rifiuta, in parte perché vuole capire cosa sia realmente successo (la moglie ha fatto una misteriosa telefonata prima di morire), ed in parte perché vorrebbe conoscere meglio Yan Hong. Dal momento della separazione, improvvisa e per lui inspiegabile, Xie Qing > non era più riuscito a liberarsi dal rancore di chi si sente raggirato . Al lettore sembra prospettarsi una storia di intrigo, quasi un thriller, arricchito dalla ricerca di un legame interrotto ma radicato nellʼinfanzia e nella giovinezza. Purtroppo il romanzo ha una svolta. Una ricca e potente cinese, la quale ha preso sotto la sua protezione lʼingenuo e spaesato Xie Qing, lo convince a cambiare radicalmente vita. > Non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, hai avuto lʼopportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E unʼopportunità come questa è stata la tua fortuna! (...) Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano . Così il camionista senza ambizione si trova coinvolto nel traffico di esseri umani prima, e poi in grandi speculazioni immobiliari nella sua città natale. Partecipa, per caso e senza grandi meriti, al «grande arricchimento», fatto di azioni criminali, di corruzione, di dispregio per la vecchia Cina, eppure vagheggiata con una falsa nostalgia. > Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni . La strage, della quale è in parte responsabile, accelera il processo di arricchimento ed insieme trasforma il protagonista in un cinico uomo dʼaffari. Non è nata una farfalla ma un moscone! A latere della storia di Xie Qing, e della sua metamorfosi, viene narrata la vita di Yan Hong. > Era solitaria, senza amici, al di fuori del lavoro leggeva, scriveva o semplicemente stava lì a riflettere, Xie Qing non era mai riuscito a scoprire se in quel suo misterioso mondo interiore regnassero le tenebre più fitte o una luce invisibile . Noi lettori sappiamo dalle sue dolorose vicende che cʼè in Yan Hong una tensione verso valori autentici, i quali si alimentano continuamente con la memoria del padre, uomo e rivoluzionario integerrimo, suicida pur di non tradire la fiducia in lui riposta da un alto generale dellʼArmata Rossa. Splendidi versi esprimono il mondo interiore di Yan Hong, il legame con il padre e nel contempo la forza dei suoi valori. > Ma uno solo ha amato lʼanima pellegrina e la tortura del tuo trascolorante volto. Curvati dunque su questa tua griglia di brace e dì a te stessa a bassa voce Amore ecco come tu fuggi sulle montagne e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle. Questa tensione sempre rinnovata per ciò che è autentico spinge Yan Hong ad andare volontariamente nei campi di rieducazione per «giovani istruiti» durante la rivoluzione culturale, a cercare con caparbietà i documenti segreti del padre per consegnarli ai figli del generale e non pregiudicare la loro carriera nella Cina moderna, ad accettare, stupita ed incuriosita, la proposta di trasferirsi a Parigi (madre di tutte le rivoluzioni!) da parte di un club «patetico» e potente di nostalgici rivoluzionari, infine a rifiutare di vivere in una villa, decidendo invece di fare lʼoperaia in una fabbrica tessile e poi lʼambulante sulla costa atlantica. Vuole vivere come i suoi connazionali, immigrati e clandestini! E come Anna Karenina Yan Hong non accetta di essere lʼamante parigina di un alto funzionario del governo cinese, ma pretende lʼamore per sé e il figlio, avuto dallʼuomo. E come Anna nella ricerca di una vita autentica trova la morte. Il romanzo narra due storie, modi diversi di concepire la Cina moderna: lʼarricchimento senza scrupoli e il disperato rifiuto di questa scelta di vita, lʼaffermazione di valori differenti, eticamente potenti. È la ricerca di una nuova visione morale, la quale non può radicarsi nei vecchi riferimenti rivoluzionari,che erano stati alla base della liberazione e della rinascita della Cina. Sullo sfondo lʼautore racconta le vicende dei clandestini, di come arrivavano in Europa e di come vivono e lavorano nel nostro continente. Nel contempo, cʼè un richiamo continuo alla vecchia Cina: tenera malinconia per una società ormai solo nellʼimmaginario. A compromettere il romanzo, per altro ben scritto, è lo spazio eccessivo dato alla parte apparentemente più accattivante: quella del traffico di esseri umani; non perché non sia interessante, ma perché resta in superficie, con connotati di narrazione poliziesca e criminale, senza entrare in profondità nelle storie dei protagonisti: i clandestini appunto. È una parte che risulta artefatta, e non vissuta. Perché leggerlo? Interessante, avvincente la figura di Yan Hong.
I Moncalvo
Il romanzo è ambientato a Roma alla fine dell'Ottocento. E' ancora forte la rottura tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano, ma la frattura si va lentamente ricomponendo nel crescente clima di affarismo e nazionalismo che pervade la classe dirigente. Di umili origini, un tempo rinchiusi nel ghetto, «all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile», i due fratelli Moncalvo, Giacomo e Gabrio, si sono affermati nella società, seguendo però strade differenti: Giacomo ha fatto una brillante carriera in campo scientifico, ottenendo riconoscimenti accademici anche se non economici, Gabrio si è arricchito enormemente in Egitto per tornare a Roma e divenire un esponente importante dell'alta finanza. Sono diversi approcci alla vita, ereditati da Giorgio e Marianina. Il primo è il figlio di Giacomo e, come il padre, è dedito allo studio e all'insegnamento, indifferente alla ricchezza, morigerato e intriso di valori morali. Marianina, figlia di Gabrio, è ambiziosa, amante del lusso e dei salotti dell'alta borghesia, pronta a tutto pur di ascendere nella scala sociale. Domina un comune «indifferentismo» religioso. I Moncalvo si sentono ebrei più per tradizioni familiari che per fede e pratica. E' un tratto ricorrente in molta borghesia ebrea, desiderosa di integrarsi e influenzata dai valori positivistici, nazionalisti e affaristici di fine Ottocento. A pregiudicare la fragile unità familiare è la conversione di Marianina al cattolicesimo per poter sposare un esponente dell'aristocrazia "nera > , così definita perché legata al Vaticano, e acquisire in tal modo il rango di principessa, entrando a far parte dell'alta società. E' un progetto dei genitori, ma è la ragazza a perseguirlo con determinazione e consapevolezza sorprendenti per una viziata e ricca ereditiera. Nel corso del romanzo Marianina è definita come un Lucifero«, una»Sfinge > , una personalità misteriosa e sconcertante per gli stessi genitori. Per tentare di comprenderne il carattere bisogna soffermarsi su un colloquio tra i due cugini. Giorgio è sconvolto dalla passione, ella gli avrebbe dato un'ora di ebbrezza, ed egli, il rigido scienziato, travolto da un vento di follia, chiedeva a sé stesso se per avere quest'ora non convenisse sacrificare tutta la vita«. Nella sua presunzione Giorgio pensa di dare con il suo amore»una tavola di salvamento«ed evitare che la cugina si getti»in un baratro di viltà e di menzogna, comprando «un misero blasone a prezzo del tuo corpo e della tua anima». > Ella si strinse nelle spalle. Tu vaneggi (disse). (...) Il mio cuore non è di nessuno. (...) Dovevamo crescere nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie, entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza, (...) ristretti di ambizioni d'idee, fidenti solo nella missione del nostro popolo....Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici.... Oggi è impossibile . Emblema di un femminismo audace, Marianina è una personalità dell'avvenire, figura moderna e libera. Il romanzo termina con le amare considerazioni di Giacomo sull'intera società italiana di fine Ottocento. > Quasi da per tutto era un abbassamento dei caratteri (pensa l'austero professore), un naufragio delle convinzioni, un cinico disprezzo delle virtù eroiche della rinuncia e del sacrificio, una corsa sfrenata verso gli effimeri onori e le improvvise ricchezze... Era probabilmente questa la finalità di Castelnuovo nello scrivere la storia dei Moncalvo, e questa impronta moraleggiante ha portato molti critici a definire come «ideologico» il romanzo: una contrapposizione tra gli eredi dei valori risorgimentali, ormai in dissoluzione, e la nuova classe sociale, cinicamente rampante; il tutto intriso di toni melodrammatici (si pensi alla figura di Giorgio) e di timbri dannunziani (quanto Marianina assomiglia a Sibilla Aleramo!). E' una interessante rappresentazione dell'Italia giolittiana; inoltre, il romanzo spiega l'attitudine della borghesia ebraica ad accettare i valori dominanti sino a non vedere gli elementi razzistici del fascismo. Solo per questo sarebbe interessante leggere il libro. La figura enigmatica di Marianina dà qualcosa di più, ci fa intravedere un carattere complesso e affascinante. Lo stile letterario è asciutto, distinguendosi dalla prevalente retorica della letteratura italiana di fine Ottocento. E' un pregio da non sottovalutare. Perché leggerlo? Interessante dal punto di vista storico, splendida la figura di Marianina.
Monsier Malaussène
Nel quartiere di Belleville vive la tribù di Malaussène e con loro una miriade di personaggi. Belleville è una periferia di Parigi, distrutta dalle manie postmoderniste degli architetti, dalla stupidità dei politici e dallʼavidità degli speculatori, ma è anche un luogo magico, una sorta di foresta di Sherwood, dove Robin Hood è Benjamin Malaussène e lo sceriffo si identifica con chi vuole espellere i vecchi inquilini per permettere la distruzione dei vecchi edifici e costruirne di nuovi per gli uffici e la ricca borghesia. > Se tu mi domandi un giorno a che cosa rassomiglia la felicità, e tu me lo domanderai, io ti risponderò: a qui A Belleville, dove è possibile proiettare lʼultimo film della storia del cinema ( un film che poi dovrà essere distrutto) in una sala dimenticata, dove è possibile tatuare nel corpo di una persona tutte le strade di Belleville a testimonianza vivente del quartiere. A Belleville cʼè anche un illusionista, che ti fa sembrare le cose che non ci sono, a Belleville > gli angeli che talvolta si annoiano, sono attirati verso di noi dal calore e dal ribollire dei sentimenti e si personificano in una suora detective. Tanti i personaggi del romanzo e molti i fatti che si intrecciano: delitti, scomparse, amori, strane vicende, persecuzioni. Al centro come un eroe cʼè Benjamin Malausséne, un punto fermo in una lanterna magica, in un caleidoscopio pieno di luci e di illusioni. Non cʼè una vera trama ed è un romanzo difficile da seguire.Devo confessare che non sono riuscito a leggerlo tutto, in quanto mi sono perso fra tanti personaggi e tante parole. Ma forse era questa la finalità dellʼautore, dimostrare che non esiste una razionalità nellʼesistenza ma tutto si svolge in un labile confine tra realtà e immaginazione. Perché non leggerlo? Sinceramente è molto confuso e prolisso.
Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)
"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? / Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, “L’arpione della memoria” dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). È possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare >? È giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. È nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. >. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: >. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata >. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del >; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: >. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, e le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. >. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, >. E allora come cantò il poeta >. La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino. La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. È un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani! Perché leggerlo? È un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.
La mort de Belle
Un insegnante che ha sempre condotto una vita tranquilla e monotona, viene sconvolto dall’uccisione di una ragazza, ospite presso di lui da alcuni mesi. Una sera, infatti, il protagonista si trova solo in casa, in quanto sua moglie è uscita per giocare a carte presso alcuni amici. La ragazza ritorna a casa, saluta distrattamente e va direttamente in camera sua. Alla mattina viene trovata cadavere. I sospetti della polizia, ma anche del vicinato, si dirigono immediatamente verso l’uomo. Il protagonista si vede crollare il suo mondo, si sente emarginato dalla comunità: i cui membri si sentivano forti ascoltando le parole del pastore, scrive Simenon, > essi si sentivano la legge, la giustizia, ogni frase nuova che passava sopra le loro teste li rendeva più forti, mentre Ashby, tra di loro, diveniva sempre più debole e solitario . La polizia indaga anche nel passato del protagonista, per scoprire che il padre è stato un ubriacone, uno sperperatore delle ricchezze familiari per finire suicida. Questa indagine riporta indietro il protagonista, all’angoscia della sua giovinezza, all’idea, cioè, di poter diventare come suo padre: > ciò che lo impressionava non era tanto tale o tal’altro vizio determinato, un pericolo preciso, ciò che lo attraeva era qualche cosa di vago, di certi quartieri delle grandi città, di certe strade, di certe luci, persino di certi odori . La paura di essere attratto inesorabilmente verso il vizio e la depravazione lo ha spinto a ricercare la sicurezza, la pace, l’ordine sino al punto di sposarsi con una donna verso la quale prevale l’amicizia piuttosto che la passione. Il sentirsi accusato ingiustamente, abbandonato dagli amici e dalla comunità, e il richiamo al passato sono elementi che riportano alla luce questa fatale attrazione, rompono quel guscio che il protagonista si era creato. Inesorabilmente, come spinto da una forza fatale, il protagonista uccide una giovane donna, commettendo lo stesso delitto di cui era ingiustamente accusato. È solo apparentemente una storia poliziesca. In realtà Simenon, in modo eccezionale, tratteggia la falsità della vita, di una comunità ipocrita, che abbandona, in modo ambiguo, un suo membro solo perché è sospettato di un delitto. Per tutti è naturale che Ashby si sia invaghito della ragazza e l’abbia uccisa in un momento di passione omicida. Ma la capacità di Simenon sta anche nella costruzione di un protagonista, che è combattuto tra due forze contrastanti: l’ordine sociale e l’attrazione verso la libidine e la violenza. Quando le regole di convivenza sociale, nelle quali credeva il protagonista e che erano state la difesa contro i propri impulsi, si dissolvono e rilevano tutta la loro vacuità, il protagonista dà sfogo alla proprie inclinazioni. Viene portato avanti un tema di grande attualità: il rapporto tra legami comunitari e la complessità dei sentimenti e delle inclinazioni delle persone. Il delitto non è che l’elemento scatenante di una polarità che è all’interno della società (solidarietà contro ipocrisia e reclusione) e nell’individuo (ricerca della pace e della stabilità contro voglia di trasgressione).
La morte a Venezia
Il protagonista è un noto letterato. > Non aveva mai conosciuto lʼozio, mai la spensierata negligenza della gioventù . Aveva condotto > una vita di auto superamento e di ciononostante, una vita aspra, tenace e temperata, che egli aveva plasmato a simbolo di un eroismo delicato e commisurato ai tempi . Eppure nel suo intimo cʼera sempre stata una inquietudine, «uno strano dilatarsi dellʼanima», indirizzato da una ferrea e quotidiana disciplina verso la perfezione ideale nellʼarte e la rappresentazione di elevati valori morali. Ormai sulla sessantina, allʼapice della sua fama, durante una passeggiata per le strade cittadine si imbatte in un forestiero, che lo impressiona per i tratti zingareschi ed esotici, tali da suscitargli > una sete giovanile di terre lontane, un sentimento così intenso, così nuovo o almeno da tanto tempo accantonato e disimparato... interrogò il suo cuore grave e stanco per scoprire se al pigro viaggiatore fosse ancora riservato un nuovo entusiasmo, un nuovo turbamento, una tardiva avventura della sensibilità . Non è quindi solo voglia di viaggiare ma sogno onirico di > tutte le meraviglie e gli orrori del multiforme globo terrestre . Con questo «enigmatico desiderio» la sua meta non poteva che essere Venezia, > la bellezza lusingatrice, la città, metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi lʼarte fiorì un tempo in voluttuoso rigoglio, e che ispirò ai musicisti note cullanti e carezzevolmente languorose . Prende alloggio in un elegante hotel, frequentato dalla ricca e variegata borghesia dellʼEuropa dei primi anni del ʼ900. Trascorre le giornate a contemplare il mare, a visitare «nelle notti tiepide» piazza San Marco e le calle della meravigliosa città. > Il ritmo piacevolmente costante di quellʼesistenza lo aveva già avvinto nel suo incantesimo, la morbida e lussuosa dolcezza di quello stile di vita lo aveva in breve tempo sedotto . Quando, mentre si smarriva nelle «vaste lontananze del mare», > la linea orizzontale che segnava il confine della terra fu intersecata allʼimprovviso da una figura umana... egli vide il bel fanciullo passargli davanti sulla sabbia e da quel momento > mente e cuore erano ebbri, il demone che si diletta a calpestare la ragione e la dignità dellʼuomo guidava i suoi passi . Lui, uomo ormai anziano, acclamato letterato per il suo classicismo, per le rigide regole della sua arte, si infatua, sino ad innamorarsene, dello splendido ragazzo e > la sua anima assaporò la lussuria e la frenesia del disfacimento . Dʼaltre parte, > quale valore poteva ancora attribuire ad arte e virtù, di fronte ai vantaggi del caos? Lʼinnamoramento si accompagna ad un consumarsi di energie in un corpo già debole, ad «unʼ angoscia sempre più violenta», ad un «senso di mancanza di ogni via dʼuscita e di ogni speranza»: va verso una voluttuosa morte. Dinanzi alla distesa del mare e al fanciullo amato che guarda lʼorizzonte, «figura assolutamente isolata e irrelata», il protagonista si lascia morire, come assorto in un sonno profondo, «librandosi in unʼimmensità colma di promesse». Il racconto, chiaramente autobiografico, può essere interpretato in tre modi diversi. La prima chiave di lettura è quella più semplice. Un signore anziano scopre, alla fine della sua vita, il proprio orientamento omosessuale, sempre represso per adeguarsi alle bigotte regole borghesi. Lo scrittore vorrebbe dare a questa rivelazione il senso di un disfacimento morale, ma in realtà il protagonista si lascia trascinare ben volentieri dalla passione, anche vedendola come una liberazione. > Gioia, sorpresa, ammirazione vi si poterono dipingere apertamente quando il suo sguardo incontrò... la cara immagine . Ed egli fu travolto dal desiderio > di baciare le dolci labbra della sua ombra, civettuolo, curioso e lievemente straziato, sedotto e seducente . È un vero e proprio desiderio erotico e sessuale. La seconda chiave di lettura vede, invece, il racconto come una costruzione spirituale, una sorta di riflessione sul percorso artistico dellʼautore. Non sapremo mai se Thomas Mann fosse omosessuale, ma è evidente che la dicotomia «riflessione e irrequietudine», «ordine ed eros» costituì la corrente sotterranea che vivificò una produzione letteraria, apparentemente inserita nellʼalveo del tipico romanzo borghese. In questo senso il fanciullo impersona questa contraddizione, tra bellezza classica e disordine decadente: fallimento di quella missione civilizzatrice ( e siamo infatti poco prima della prima guerra mondiale), che lo scrittore affidava alla Germania. Ma siamo anche in una fase in cui il romanzo borghese si apriva a nuove avventure, alla ricerca di forme innovative, in grado di narrare la coscienza europea, ormai in crisi. > Il viso, pallido e graziosamente impenetrabile, circondato da capelli inanellati color del miele, con il naso che scendeva diritto, la bocca incantevole, lʼespressione di dolce e divina serietà ricordava le sculture greche del periodo aureo , ma > ci si era ben guardati dal toccare con le forbici i suoi bei capelli che si arricciavano sulla fronte, sopra le orecchie e ancor più folti sulla nuca . Ed infine lʼultima linea interpretativa, senza dubbio la più complessa, è quella onirica, costituita dai sogni e dalle immagini. Qui lo scrittore si lascia andare a visioni fantastiche, che trovano nella descrizione di Venezia la loro trasposizione nella realtà. E che sia Venezia la sintesi delle tre linee interpretative? Voluttuoso disfacimento, forme classiche e libere ad un tempo, meraviglie sognanti sono i tratti che fanno della città il riflesso dellʼanima in disordine del poeta. Venezia non è solo contesto di sfondo, ma protagonista dominante del racconto. Perché leggerlo? È bellissimo, soprattutto per la sua scrittura, ammagliatrice, barocca, multiforme, ma coerente con le finalità del racconto e con la complessiva trama narrativa. Un vero capolavoro!
Il mostro del Casoretto sei storie della casa di ringhiera
Lessi tutto di un fiato «La Casa di Ringhiera» di Recami (vedi recensione in questo sito), trovandolo uno dei migliori Noir della vasta letteratura italiana: la felice congiunzione di un romanzo di costume con il ritmo tipico del miglior giallo. E' per questo che appena ho letto la recensione del «Il mostro del Casoretto» sono corso a comprarlo, prefigurando il piacere che avevo avuto con «La Casa di Ringhiera». Forse perché avevo aspettative così alte, la delusione è stata dolorosa. Il libro è una raccolta di racconti, che, tranne l'ultimo, hanno come protagonista il pensionato Amedeo Consonni, il nonnino detective. Nella prima storia, «Il mostro del Casoretto», Consonni è accusato di molestie sessuali a una bambina; per punirlo i parenti della piccola l' imprigionano in un cascinale abbandonato per fargliela pagare. Consonni riesce a liberarsi, ma viene convinto da Angela, che scopriamo essere la sua attempata fidanzata, a tornare nel luogo in cui era stato rinchiuso per far cogliere sul fatto i torturatori dalla polizia. E' una trama fragile, giocata su situazioni scabrose più che su sorprese e ambientazioni sociali. Il secondo racconto, «Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane», è senza dubbio il più piacevole tra le storie del libro. Ritornano alcuni personaggi e situazioni, che avevamo già conosciuto nella «La Casa di Ringhiera»: il signor De Angelis c'è l'ha con il cane di un vicino che fa sempre la pipì sulle ruote della sua BMW, decide di chiudere l'animale nella cella frigorifera abbandonata negli scantinati del palazzo. Saranno Gianmarco e Margherita, i due bambini del condominio, a liberare inavvertitamente il cagnetto e ad evitare a De Angelis un'accusa di sottrazione e maltrattamento di animali. E' una storia lieve e ironica, in cui Consonni torna ad essere il bravo nonnino. Poi, forse non sapendo cosa ancora sviluppare intorno alla casa di ringhiera, Recami si allontana dall'ambiente lombardo e i racconti si svolgono a Firenze, in Sardegna, con un Consonni vittima di equivoci. Di queste storie è inutile parlarne. Il giudizio non può che essere severo. Nei racconti mancano la trama e i personaggi. Consonni ne esce ridotto alla figura di un vecchietto lubrico e un po' scemo, che prende il Viagra per avere un rapporto sessuale, con l'unico risultato di essere sorpreso in mutande con l'organo maschile eretto (ma perché insistere in queste volgarità?). La sua fidanzata Angela è una corpulenta signora ancora in cerca di sesso, e il rapporto tra Amedeo e la donna non ha nulla delle poesie del vecchio Ungaretti ancora capace di innamorarsi: > sei comparsa al portone/in un vestito rosso(...) era di lunedì/per stringerci le mani/e parlare felici/non si trovò rifugio/che in un giardino triste/della città convulsa . (12 settembre 1966 dalla raccolta Ungà 1966-1968). E' difficile narrare gli affetti e i sogni di noi vecchi! Perché leggerlo? E' una delusione.
Mrs. Dalloway
Il romanzo si sviluppa a Londra nello spazio di una giornata, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: per la maggior parte del tempo i personaggi si muovono, riflettono e sognano nelle vie e nei parchi della capitale inglese, luoghi facilmente riconoscibili. La mente va immediatamente all' Ulisse di Joyce, accostamento valido solo per la natura di «antiromanzo» del libro di Woolf così com'è quello dello scrittore irlandese. Se quest'ultimo vuole scrivere un «poema omerico» e quindi mitico su un'istanza fortemente realistica (Dublino e i suoi abitanti sono in carne e ossa dinanzi a Bloom), Woolf agisce all'interno di un flusso di coscienza in uno spazio e tempo interiore, al di là del contesto esterno, del presente e del passato. Come disse la scrittrice in un saggio del 1919 > la vita non è una specie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci circonda dai primordi della coscienza sino alla fine . (da introduzione di Sergio Perosa Edizione Oscar Mondadori 1979). E' > una magica attesa simile a quella di un nuotatore prima di tuffarsi nel mare profondo e brillante sotto di lui, con le onde che minacciano di infrangersi, ma gentilmente dividono solo la superficie, la fanno muovere, la nascondono e la coprono come se stessero stendendo perle sopra le ninfee acquatiche. Non dobbiamo aspettarci una trama, dobbiamo invece ricercare lampi di suggestione e di poesia nell'ambito di una storia semplice, banale ed intensa ad un tempo, perché parla del riconoscimento di sé stessi. C'è un primo nucleo, costituito da Clarissa Dalloway, nobildonna inglese sulla cinquantina, ben maritata con prole, la quale attende il ritorno dall'India di un vecchio innamorato. E' il momento di riflettere sul proprio passato, sulle occasioni mancate? Solo in parte, in realtà a Clarissa, tutta nel suo ruolo, la disturba particolarmente che il marito l'abbia lasciata a casa per andare ai famosi ricevimenti di Lady Bruton. Camminando per le vie di Londra rumorose e affollate e per questo da lei così amate, Clarissa > si sentiva stranamente di essere invisibile; non vista; non conosciuta; di non essere più sposata, di non avere più figli ora, ma soltanto questo sorprendente e alquanto solenne progredire con tutti gli altri, su per Bond Street, essere la signora Dalloway, non più Clarissa, solo la moglie di Richard Dalloway . In quei momenti la coglie un sentimento contradditorio: di estraniazione dalla vita e nel contempo di immersione in essa, nei suoi rumori di sottofondo senza il filtro dell'immaginazione e della poesia: in questo stato d'animo, chiusa nella propria coscienza in un autismo sconcertante, Clarissa riconosce sé stessa, il suo prosaico appagamento in una vita solida e socialmente accettata. In fondo, cosa ha sofferto? La lontananza di un antico presunto innamorato. Ben più drammatico è il secondo nucleo, purtroppo solo abbozzato. E' il racconto della pazzia di Semptimus e del disperato amore della moglie Rezia. L'uomo ha partecipato alla prima guerra mondiale, ha assistito a stragi, è stato presente alla morte del suo più caro amico. Ha profondamente sofferto, che senso ha vivere ancora? > Rezia si metteva il cappello, e correva per campi di grano, dove poteva mai essere?, su per una collina, in qualche parte vicino al mare, perché si vedevano delle navi, dei gabbiani e delle farfalle; ed erano seduti in cima ad una scogliera, (...) e la carezza del mare, che pareva accoglierli nel cavo d'una conchiglia, e le mormorava all'orecchio; ed ella era distesa sulla spiaggia, sparsa le pareva di essere, come dei fiori disseminati su una tomba. E' morto, diceva sorridendo alla povera vecchia che la vegliava . Lo stile narrativo è altamente poetico e costituisce il tratto peculiare del romanzo. La trama e i personaggi si polverizzano all'interno della coscienza e sono in tal modo solo occasione per una scrittura fortemente evocativa, ricca di metafore, con un ampio ricorso al sogno. Woolf non riesce a dare spessore realistico alla narrazione e quando abbandona lo stile poetico scivola facilmente nel melodramma, come nella conclusione citata del vaneggiamento di Rezia. La scrittrice rifiuta il coinvolgimento, persegue, purtroppo, finalità filosofiche e psicologiche molto diffuse nel suo tempo, intende essere estranea ai personaggi e alla loro storia, così facendo polverizza e rende sterile l'intero racconto. Perché non leggerlo? Noioso, prolisso, inconcludente.
Il Mulino del Po
Il Mulino del Po è definito dallʼautore come un romanzo storico, che racconta le vicende di una famiglia di mugnai ferraresi tra il 1815 e la prima guerra mondiale. Il fine di Bacchelli è di narrare la storia dʼItalia dal punto di vista degli umili, > acquisire alla poesia un secolo, un momento della possente umiltà del popolo minuto, civile in Italia dʼuna sua civiltà a volte evasiva e segreta e sempre inconfondibile e non mai soppressa da tanto e sì illustre e anche greve carico di storia . Nel primo volume, «Dio ti salvi», Lazzaro Scacerni si é trovato, suo malgrado, nella grande disfatta dellʼesercito napoleonico in Russia. Durante la disastrosa ritirata, un ufficiale italiano svela, in punto di morte, come recuperare un tesoro di preziosi oggetti religiosi, rubati dalle chiese ferraresi durante il periodo giacobino. Scacerni, ritornato in Italia, con i soldi ricavati dalla vendita degli oggetti si fa costruire un Mulino ad acqua, il San Michele, e diventa così un mugnaio o molinaro del Po. Sino al 1860 il Po faceva da confine tra lo Stato Pontificio e lʼAustria ed era luogo di contrabbando e frequentato da ladri e furfanti. Scacerni viene ricattato da un ricettatore e capo banda, il Raguseo, al quale aveva venduto gli oggetti preziosi. Proprio quando ha deciso di uccidere il Raguseo, questo viene assassinato. Scacerni salva sé stesso e la propria anima. > La domanda, nelle lunghe ore pensierose accanto alle macine della bianca e della gialla, sorgeva esplicita, ripensando quanto aveva operato Iddio per salvarlo: e perché lʼha fatto? Ma capiva non esservi risposta, se non in un atto di grazia . Il secondo volume, «La miseria viene in barca», ha come protagonisti Giuseppe, detto Coniglio Mannaro, figlio di Lazzaro e Cecilia, figlia del Matto di Paneparso, un mugnaio del Po. In una giornata di tempesta il mulino di Cecilia è trascinato dalla corrente tumultuosa e viene salvato da Lazzaro, che in qualche modo adotta la ragazza come figlia. Coniglio Mannaro rifiuta il lavoro del padre e, avido di denaro, intraprende lʼattività di sensale, spesso in modo disonesto e spregiudicato. Cecilia, invece, è rude, selvaggia e integra, ama i mulini e il Po. Coniglio Mannaro riesce con lʼinganno a sposare Cecilia dalla quale avrà 7 figli. I due coniugi resteranno sempre distanti perché troppo lontani nei valori e nei legami, Cecilia legata al fiume e ai figli, Giuseppe alla terra e al denaro. Soprattutto la disgusta la disonestà del marito nei rapporti personali e negli affari. Ma il castigo > sarebbe venuto dal fiume; della cosa lei era certa, da nata in una terra dove tutto, e la terra stessa, e il bene e il male, dal fiume era dato e ritolto, sì che fiume e fortuna vʼerano una cosa sola . Infatti nella grande piena del 1872 ( alcune delle pagine più sconvolgenti del libro), Coniglio Mannaro perde le sue terre, sommerse per sempre dalle acque del grande fiume. In una scena drammatica, Cecilia salva in piena tempesta il marito, che, ormai impazzito, era rimasto sullʼargine e stava per essere travolto dalla furia della acque. Nel terzo volume, «Mondo vecchio sempre nuovo», Cecilia, che combatte contro la miseria e la fame, è costretta a mandare due figlie a servizio. Una di queste, la bella ed onesta Berta, va presso una famiglia di contadini, dove un giovane, Orbino, é da sempre innamorato della ragazza. In uno splendido capitolo, «I giorni della ghirlanda», che andrebbe letto in tutte le scuole, Bacchelli ripercorre il ciclo della vita agreste durante lʼanno, sino alla festa del raccolto. Si manifesta in queste pagine il grande amore dellʼautore per la campagna e per la vita dei contadini. Ma insieme con il tempo delle stagioni progredisce lʼamore tra Berta e Orbino, un amore pudico e ben difeso, perché i due giovani hanno deciso di «fare la prova» ( come si diceva allora quando si faceva lʼamore prima del matrimonio) solo quando il loro legame fosse stato approvato dalle famiglie. Sul destino dei Scacerni grava una maledizione, che deriva dallʼoriginario peccato. È tempo di lotte nella campagna ferrarese tra i padroni e la lega dei contadini. Cecilia è con i padroni, solo perché è donna del fiume, legata alle tradizioni e non accetta ordini dai contadini. Non solo i due giovani si devono dividere, ma lʼodio per i Scacerni porta a sparlare di Berta a tal punto che in un momento di pazzia il fratello uccide Orbino. Come in una tragedia greca si assiste, sulle rive del Po, alla purificazione del cadavere del povero giovane da parte della mancata e casta sposa. Per Bacchelli ciò è una metafora della vita e della morte. > Il mondo non é più se non disgrazia, contro cui ribellarsi é più inutile che soffrire. Nascere non é altro che un venirci a morire, vano come lʼandar del fiume.... simile al fiume che rende salme, lʼora dellʼuomo sʼannulla nel tempo che la reca. Vi cade la speranza, la carità vi muore, é perduta la fede . Così come si chiude tragicamente la vicenda della famiglia Scacerni, così anche la storia dei Mulini del Po finisce, soppiantati dai mulini a vapore. E con loro si dissolve la speranza dellʼuomo Bacchelli e del suo mondo, quello contadino. > Una famiglia, una gente, una terra, non li inventai, li invenni.... chi lʼha narrata, sente dʼun tratto il vuoto . È un grande libro, che può avere molte chiavi di lettura. Innanzitutto ci sono il grande fiume e lʼambiente ferrarese. È questa la parte più interessante non solo come testimonianza storica ma anche per la capacità dellʼautore di rappresentare il mondo delle acque e quello contadino. In secondo luogo, Bacchelli compie un grande affresco storico della storia italiana, basato sulla contrapposizione tra il declino dei valori del risorgimento e la forza del popolo italiano, forza che lʼautore riconduce alla fede cattolica. E qui emerge evidente la nostalgia di Bacchelli per un mondo che la modernità ha indebolito, travolto e mutato radicalmente: quel regno temporale dei papi, che era forse ipocrita, pieno di privilegi e vecchio, ma che permetteva alla povera gente di sopravvivere e di non essere schiacciata da un padrone troppo esoso, dalle tasse e dalle stesse leghe sindacali, fortemente criticate dallʼautore. Infine cʼè il tema religioso: la misericordia di Dio é misteriosa ma opera sempre per dare ai giusti quello che gli spetta. Perché leggerlo? La lettura completa del libro è molto pesante, in quanto Bacchelli non riesce a tenere il ritmo narrativo, ma alcune parti, soprattutto quelle legate allʼambiente, sono molto belle e interessanti. Va letta una raccolta di alcuni brani.
Murder for the wrong reason
Si tratta di un breve racconto, che è suddiviso in tre capitoli. Nel primo viene scoperto il cadavere e come nei classici racconti polizieschi arriva lʼispettore con il suo assistente. Lʼautore sembra divertirsi a ricostruire le dinamiche ormai collaudate dalla letteratura gialla tra il capo esperto e il giovane poliziotto. Emergono, tuttavia, sin dallʼinizio alcune singolarità. Lʼispettore dichiara di essere arrivato troppo tardi per salvare la vittima ( ma allora sapeva che stava per essere ucciso?), la quale si meritava, sempre per lʼispettore, di essere uccisa, in quanto era un ricattatore e aveva numerose storie con le donne. È difficile risolvere il caso, poi aggiunge, «in quanto ci sono cinquecento uomini, ed altre donne, con un motivo». Bisogna dire che il lettore rimane disorientato dal primo capitolo, sospettando qualche cosa di particolare ma non riuscendo ancora a capire il senso del racconto. Il secondo capitolo si apre aperto a qualsiasi sviluppo. Lʼispettore va a casa del presunto assassino ( e guarda caso ci va da solo senza lʼassistente) e qui il racconto diventa un continuo oscillare tra il passato e il presente. Lʼispettore parla al sospettato, il quale non risponde, e gli ricorda avvenimenti trascorsi: la persona era stata innamorata di una donna, che gli ha poi preferito la vittima, perchè ricca e potente. Il racconto abbandona ormai lʼordine e la razionalità di una storia poliziesca e diviene sempre più una serie di immagini della mente dellʼispettore. Il ricordo della sua vita ritorna alla superficie: > una sequela di immagini gli oscillarono nella mente, di giorni e di notti di una grande passione, tenerezza e continuamente di pace. Dimenticò i giorni durante i quali aveva osservato la lenta disintegrazione della propria personalità e la corruzione, dimenticò persino di essere lʼispettore investigativo Mason di Scotland Yard . Ma il legame tra passato e presente è come uno specchio di fronte al quale ci si riflette e attraverso il quale si può vedere il presente dal passato e viceversa. A questo punto il mistero avvince il lettore e come in tutti romanzi polizieschi la soluzione è semplice: lʼispettore è lʼassassino. Si capisce che il secondo capitolo ha riportato i pensieri dellʼispettore e il tutto è durato pochi minuti. Il terzo capitolo descrive la dinamica del delitto nonché le prove che inchiodano lʼassassino. Un racconto breve ma affascinante, anche se di difficile lettura. Innanzitutto emerge il tema dellʼambiguità del reale,che solo con la morte trova una consistenza al di là dellʼimmaginazione: «dopotutto ogni cosa si riduceva ad un fatto biologico». In secondo luogo il racconto è un virtuosismo, sia dal punto di vista della struttura narrativa, capace di creare disorientamento ed attesa nel lettore, che per quanto riguarda la tecnica di scrittura. Lʼautore ricorre volentieri a modi di dire e ad un vocabolario che appartengono alla lingua colloquiale, rendendo non sempre il testo di immediata comprensione: ciò contribuisce al fascino misterioso del racconto. Perché leggerlo? Per apprezzare la tecnica narrativa dallʼautore.
Muschio bianco
Per comprendere questa «gemma» letteraria bisogna tornare a un precedente romanzo dell'autrice: «Aniko» di cui si può leggere la recensione in questo sito. Aniko ha abbandonato il suo popolo, il Nenec, per andare a vivere lontano, e ha lasciato Aleska, compagno d' infanzia, e il padre Petko. Il racconto prende l'avvio dalla decisione della madre di Aleska di fare sposare il figlio. > Suo marito era morto, (...) e il focolare non si era spento dopo che il padrone se n'era andato. Era rimasto un altro compito da assolvere (...): generare una corrente viva che non si disperdesse e non si prosciugasse come una pozzanghera a primavera, ma seguitasse a scorrere come un fiume dentro agli argini. A ventisei anni suo figlio non era ancora un vero uomo. (...) Bisogna farlo sposare ad ogni costo. Il cuore di Aleska è tuttavia oppresso dall'amore per Aniko. Se da bambino si sentiva > come un uccellino indifeso con le ali non ancora sviluppate , ora è > un avvoltoio incattivo, offeso. Si sentiva come un uccello rapace che, allargando gli artigli dell'amor proprio, si appoggia al muro sordo della vita senza che nessuno possa comprendere il suo dolore. Di notte sogna Ilne (così è chiamata Aniko nel libro), il suo sorriso seducente, e la possiede. (...) Quando si rende conto che è soltanto un sogno e non la realtà, si sente struggere dalla nostalgia. La nostalgia è come un ragno nero e peloso. Il tocco delle sue zampe avvelena l'anima. Il romanzo ci racconta la liberazione di Aleska dall'attesa del ritorno di Aniko, e lo fa in una società, quella Nenec, ormai in dissoluzione ma ancorata ai vecchi valori, alla cocciuta determinazione di salvare la propria cultura. Al centro di questo mondo c'è il focolare, il fuoco sempre acceso, compito e prestigio della donna; a lei compete di dare e allevare i figli, a lei l'onere di conservare e trasmettere la cultura Nenec. Da qui nasce l'enormità, per la vecchia madre e per l'intera comunità, di un uomo che non vuole sposarsi, ostinatamente legato all'amore «lontano». I due piani narrativi, l'uno individuale e l'altro collettivo, si sovrappongono alternando momenti onirici con racconti corali. Nel sogno, > Ilne lo fissava e sorrideva. Non era più la stessa Ilne che l'aveva invitato a seguirla. Un sorriso malizioso, ammiccante, che non le aveva mai visto in volto e che per qualche ragione lo infastidiva, non abbandonava le sue labbra. (...) Capì che avrebbe voluto cancellare dal suo volto quel sorriso; (...) il suo era un invito a un gioco d'amore che non era che un inganno. Se Aniko si trasforma nella rimembranza dolorosa per poi svanire nel cuore di Aleska, con la cessione delle sue slitte il vecchio Petko dichiara dinanzi alla comunità che Aniko non tornerà mai più; non è necessario conservare la dote, > dieci slitte abbandonate (...), come orfane, colpevoli di fronte alle persone e alla vita. (...) Il cum era silenzioso come se fosse immerso nel sonno. Ma il giovane sapeva che, immobili, le due donne (la madre e la giovane sposa) lo attendevano in ginocchio davanti al fuoco. (...) Scostando con un ampio gesto la tenda dietro le spalle, entrò. Così entra un ragazzo che è diventato un uomo. C'è una protagonista nascosta ed è Aniko. Essa compare all'improvviso, inattesa, con una sorta di dichiarazione d'amore in cui pare che Nerkagi non riesca più a trattenere il proprio "io«, in un romanzo in cui il narratore è»onnisciente". > Amo i vecchi alberi, dice Aniko, (...) li amo per tutte le estati passate, per il mistero della vita che occultano, per il mormorio delle foglie che si può scambiare per un canto o un pianto, una confessione o un racconto. Gli antichi alberi somigliano ai vecchi. E sarebbe bello essere certi che proprio loro siano ancora custodi di quell'Aurea parola della verità, dimenticata chissà quando dagli uomini. E poi, in questo racconto apparentemente semplice, come dietro i personaggi della Commedia c'è Dante, ci sono alcune figure dietro alle quali si cela Nerkagi. Certo, una di queste è la madre di Aleska, emblema del caparbio legame alla tradizione; ma c'è un altro personaggio, così lieve da parere inutile nella trama. E' la giovane sposa rifiutata da Aleska, rispettosa del mistero dell'animo del marito. Con una splendida similitudine, così Nerkagi canta la dolorosa e rassegnata condizione di una sposa non accolta: > il mondo della ragazza era come quella di un fiorellino sbocciato per volontà del destino in fondo a un burrone dove i raggi del sole penetrano solo di primo mattino e le pietre, ostili, trasudano freddo. Coperte di un viscido muschio, emanano un forte fetore e invidiano la bellezza e la dolcezza dei petali del fiore, ignorando la luce che la sua corolla irradia nell'oscurità. Sono rimasta in silenzio per troppi anni, confessa l'autrice, e ora è tempo che il muschio diventi bianco. Lo stile è un dolce fluire di parole, a volte elegiaco e in altre lirico, ricco di similitudini tratte dall'ambiente naturale, dagli alberi e dagli animali; una natura in apparenza immobile che contrasta con i cambiamenti del mondo dei Nenec e con gli enigmi dell'animo umano. Tanta è la soavità della scrittura che nel lettore si compie una sorta di metamorfosi, che permette di misurarsi con il mistero senza decifrarlo. Perché leggerlo? Fuori dal tempo e dallo spazio è un canto della nostra condizione umana.













































