Rabbit Redux
Sono gli anni ʼ 60 in una città di provincia degli Stati Uniti. La guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti, culturali e nei costumi, anche sessuali, fanno da sfondo al romanzo, il cui filone conduttore è sintetizzato molto bene da quanto dice il protagonista alla fine del racconto: > la confusione è soltanto un punto di vista personale di cose che operano in termini generali . Si può rimanere sé stessi, come se niente fosse, in un «periodo terribile, di profonda confusione», quale quello che attraversava lʼAmerica negli anniʼ 60? Henry fa il tipografo e conduce una vita apparentemente serena con sua moglie Janice e Nelson, il loro unico figlio. I rapporti di coppia sono stati profondamente sconvolti dalla morte dellʼaltra figlia, generando un muro tra i due coniugi che non può non riflettersi anche nel sesso. Henry può essere definito un conservatore: crede nei valori dellʼAmerica, nella giustezza della guerra del Vietnam e nel fatto che i negri debbano stare al loro posto. Questo difficile equilibrio viene travolto dalla relazione di Janice con un collega, un greco, con il quale Henry ha una lite furiosa, proprio sulla guerra del Vietnam. Janice abbandona la famiglia, per andare a vivere con lʼamante, ed Henry si fa carico della casa e del figlio. Apparentemente sembra un uomo solido, in realtà sotto un apparente rispetto delle funzioni e delle convenzioni imposte da una società perbenista, Henry è profondamente inquieto. Una sera viene invitato a cena da una amica, che è stata appena lasciata dal marito, e tutto farebbe pensare che la serata debba concludersi a letto, come vorrebbe la tradizione. Invece, Henry non accetta gli evidenti segnali della donna e va a finire la serata in un bar, frequentato soprattutto da negri. Qui conosce Jill, una strana ragazza fuggita da casa, e Skeeter, una sorta di visionario negro. Li ospita in casa ed allaccia con Jill una relazione. Una lunga parte del romanzo, resa prolissa e noiosa dalla forte impronta ideologica, racconta la vita dei quattro ( Henry, Jill, Skeeter e Nelson) e dellʼintreccio sempre più complesso ed ambiguo tra di loro. Dagli spinelli si passa alla droga. Jill va a letto anche con Skeeter e forse con Nelson, ma sono soprattutto dominanti la figura di Skeeter e la lettura dei testi della rivoluzione negra. In qualche modo Henry ricompone il proprio mondo cognitivo al punto da difendere Skeeter con i vicini di casa. Poi, un terribile incendio, forse attivato dagli stessi vicini, distrugge la casa e uccide Jill. Henry, che aiuta a fuggire Skeeter, presunto colpevole per la polizia, perde tutto, anche il lavoro. Il romanzo si conclude stancamente: Janice vorrebbe ritornare con Henry e lo convince a fermarsi in un hotel. Ma troppo cose sono avvenute ed in particolare il peso della colpa grava su Henry: «Mi sento così colpevole» «Di che cosa?» , risponde Janice. «Di tutto» «Rilassati, non tutto è colpa tua» «Non posso accettarlo» «Egli lascia i suoi seni scivolare, li lascia fluttuare via, detriti meravigliosi». Il pregio principale di Updike è lo stile narrativo e soprattutto la capacità di dare colore ai personaggi e alle vicende tramite un uso sapiente e ricco di aggettivi. In questo romanzo manca proprio questo tocco, mentre prevale il bisogno dellʼautore di esprimere il suo punto di vista, conservatore e nostalgico dellʼAmerica anniʼ 50, sui grandi avvenimenti che hanno sconvolto gli Stati Uniti. Il personaggio di Skeeter, lʼesaltazione dei principi rivoluzionari, le discussioni politiche sono banali e scontate. Rendono prolisso il romanzo e soprattutto mettono in seconda luce la complessa trasformazione di Henry e la sua sofferenza, sostanzialmente esistenziale. Perché non leggerlo? È prolisso e profondamente datato.
Racconti
Il libro raccoglie i racconti di Cesare Pavese tra il 1936 e il 1946. Molti di essi sono già stati pubblicati, principalmente nel volume Fiera dʼAgosto, altri invece sono inediti, talvolta incompiuti. Sono gli anni del carcere e del confino dellʼautore, della guerra partigiana e dei primi anni del dopoguerra. I primi racconti hanno la struttura di piccoli romanzi con unʼattenzione per i personaggi e il contesto, che non si ritrova, poi, nelle narrazioni del dopoguerra, che diventano più brevi, maggiormente riflessive, sempre più introspettive. Già in «Terra dʼesilio», con il quale si apre la rassegna, il protagonista, «sbalzato per strane vicende di lavoro proprio in fondo allʼItalia», palesa uno dei filoni conduttori dei racconti: il senso di estraniamento e di attesa, che nasce dalla contemplazione della natura, del mare e della collina. > Laggiù cʼera il mare. Un mare remoto e slavato, che ancor oggi vaneggia dietro ogni mia malinconia. Là finiva ogni terra su spiagge brulle e basse, unʼimmensità vaga.... avrei voluto tutto vuoto oltre quella balza disumana . Lo stile è asciutto, eppure già simbolico. Via via che si prosegue con i racconti, si può seguire lʼevolversi della scrittura e del mondo espressivo dellʼautore, sino al capolavoro della rassegna: «Villa in collina». Il protagonista è stato invitato ad un ricevimento nella villa, che frequentava da ragazzo. La narrazione ruota intorno ad un suo amore mai corrisposto, quello per Ginia, fatua, incantatrice e traditrice ad un tempo, ma mai colpevole. Lʼincipit del racconto è magistrale. > Risalivo la strada della collina e gli antichi scenari di verde e di muriccioli, via via che sorgevano alle svolte, mi parevano finti. Tanto tempo ne ero vissuto lontano ripensandoci appena in certi istanti svagati, che la loro attualità mi faceva ora soltanto lʼeffetto di un simbolo del passato. Ma non erano simboli la brezza della sera e lʼodore di quella terra. Qui ritrovavo corporalmente lʼatmosfera della mia gioventù, perché queste cose non le avevo mai dimenticate, ma in lontane campagne o nei viali della città, tante volte avevo fiutato lʼaria riassaporando altri tempi . Il ritorno al mondo della gioventù, così ricco di attese, si rivela una delusione, perché Ginia si muove ormai nellʼambito di una rete di relazioni a lui estranea. Non gli resta che allontanarsi > senza ricordi, rispondendo appena ai discorsi, anelando allʼistante che sarei stato solo . La memoria, la nostalgia, la ricerca della solitudine diventano, nei racconti successivi, una «dolce cattività» ( come dice Montale in Riviere), nella quale lʼautore resta imbrigliato in termini sempre più esistenziali. Un bellissimo breve racconto, «Il campo di granturco», è lʼoccasione per lʼautore per una riflessione su sé stesso, perché spesso «certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali» Un giorno doveva aver incontrato questo campo di granturco, anche se non si ricordava, ma > ogni volta che avevo osato un passo dentro la selva gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua voce crepitante e assolata.... cʼera in quel crepitio un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia, seducente come le colline . Ma se in questo racconto cʼè ancora il senso di un futuro, in uno degli ultimi subentra solo la disperazione. In «Risveglio», il protagonista non risponde alla domanda dellʼamico su che cosa farà il giorno successivo. Si limita soltanto a voltarsi e a camminare, abbondonato a sé stesso. > Nulla poteva ormai abolire la realtà miserevole della mia esistenza... decisi allora di attendere il giorno per le strade.... giacché tutta la città era deserta e il cigolio di qualche carro lontano non era cosa di città ma di campagna . Come è stato notato da molti critici, i personaggi dei racconti sono dei «vinti», ai quali la sconfitta non impedisce, tuttavia, di conservarsi unʼidea mitica e smisurata della vita stessa. Essa risiede nel paesaggio delle colline e nellʼattesa vagheggiata del mare, mentre il contesto sociale e i diversi personaggi svaniscono sempre più nel sottofondo, come comprimari dellʼunico colloquio realmente importante, quello tra lʼautore e la natura. Lʼabilità stilistica di Pavese è di muoversi verso una dimensione lirica e figurativa, pur conservando una scrittura asciutta, apparentemente realista. Perché leggerlo? Non tutti i racconti sono ovviamente allo stesso livello, ma quelli riportati sono sufficienti per dedicare del tempo alla lettura.
I racconti di Franz Kafka
I racconti di Kafka sono generalmente brevi scritti, caratterizzati da una trama paradossale, da contenuti criptici e difficilmente comprensibili. Il racconto, senza dubbio, più importante è la Metamorfosi, che si può considerare un capolavoro sia sotto il profilo strettamente letterario che per quanto riguarda i contenuti. Gregor, un impiegato modello, si sveglia trasformato in un grande insetto, probabilmente in uno scarafaggio. Dapprima la famiglia è sbalordita, poi ha nei suoi confronti un moto di pietà e di compassione (in particolare la sorella) e infine subentra l’indifferenza e il disprezzo. Alla fine Gregor si lascia morire e i genitori e la sorella non si interessano neanche di dove è stato gettato il corpo. Il racconto può avere diversi significati. Innanzitutto, qual è la causa di questa trasformazione? È, forse, la rivolta di un ragazzo costretto, ancora giovane, a mantenere la famiglia (il padre, pieno di debiti, che non fa nulla, la sorella che vorrebbe fare la violinista) sotto il rigido e vessatorio controllo di un capo ufficio. Dopo la notte in cui avviene la trasformazione, alla mattina Gregor dovrebbe, come al solito, partire presto e il fatto che continui a restare in camera è considerato da tutti una dimostrazione di pigrizia, già essa una sfida alle regole della società. > Ma signor procuratore, gridò Gregor, abbia pazienza ancora un attimo. Però sto già molto meglio. Come può accadere una cosa simile! . È il tema di una società burocratica e vessatoria, che non accetta in alcun modo la rottura delle regole. Ma c’è, per me, un altro tema ancora più universale. Cosa succede quando una persona si ammala di una grave malattia? All’inizio tutti gli sono vicini, pieni di compassione e di bontà, poi pian piano le persone cominciano a estraniare il malato, a cambiargli le abitudini e l’arredamento, perché non è più necessario, sino a lasciarlo nell’indifferenza. Così succede a Gregor. All’inizio la sorella lo accudisce a differenza del padre, che sin dall’inizio lo respinge sino al punto di ferirlo gravemente. Poi la madre e la sorella decidono di liberare la stanza dai mobili così da rendere più facile per Gregor muoversi lungo le pareti (chiara dimostrazione di una bontà che non tiene conto della volontà del malato). Gregor non vuole, perché significa abbandonare la sua natura di uomo, di persona sana, e reagisce sino al punto di attaccarsi a un quadro per evitare che glielo portino via. Poi un giorno che la sorella suona il violino, Gregor, il grande insetto, è affascinato dal suono e vorrebbe avvicinarsi alla sorella per abbracciarla e farla suonare solo per lui. Viene invece respinto con crudeltà perché è un mostro. Non restano che la solitudine e la morte. Insieme con la trasformazione di Gregor, si attua un cambiamento nei parenti. Il padre riprende a lavorare e gira impettito nella sua divisa, la sorella fa la commessa e si veste con il colletto aperto, anche la madre lavora. Quando Gregor scompare si apre una nuova vita, dimentichi totalmente del congiunto che eppure li aveva così aiutati.
I racconti di Rainwater Pond
Siamo a Wexford, una contea situata nella parte nord-orientale dell'Irlanda e narrata da Billy Roche in numerosi lavori teatrali. Il luogo comune a tutti racconti è lo stagno di Rainwater: > un luogo oscuro e insidioso. Potevi lanciarci una monetina e guardarla entrare nell'acqua torbida, tornare a casa, prendere il tè, andare al cinema, ritornare per la seconda volta a casa, (...) e quella monetina era ancora lì che si inabissava mentre rientravi a casa per la cena . Il fascino oscuro dello stagno faceva sì che il protagonista di una delle storie più suggestive, «Uno non è un numero», un povero storpio emarginato e perseguitato dagli altri ragazzi, era convinto che «quel posto avesse delle proprietà magiche che potessero in qualche modo guarirlo», se avesse immerso il suo povero piede nell'acqua. E sempre soffermandoci su questo splendido racconto, deve essere proprio magico questo stagno se a un certo punto compare un sosia, quello che avrebbe voluto essere l'infelice storpio: > lui era l'altro me, il vero me, quello che mi viveva dentro, (...) bello, forte e in salute, con i capelli color grano e nessuna lentiggine, (...) un'abitudine elegante, pensai, e aveva una voce profonda che non usava mai troppo . Ed Evelyn, la ragazza invano amata dallo storpio, «se ne andò verso casa, fluttuando a un paio di centimetri da terra», e pareva una fata. E' avvenuta la metamorfosi del brutto ranocchio in un bel cigno bianco? Come in tutti i racconti, le vicende individuali si spengono, talvolta senza una chiara conclusione, in una banalità del vivere, come se fossimo tutti imprigionati nel nostro destino, in una quotidinatià prosaica, ristretta e immobile, e lo stagno di Rainwater è ad un tempo un luogo fisico e la metafora della nostra coscienza sofferente e incapace di liberarsi. Come pensa il protagonista nell'ultimo racconto, non a caso intitolato «Un luogo tranquillo», tutto quel agitarsi per avere una propria vita era stato solo > un misterioso scherzo del destino che, alla fine, aveva agito per il suo bene; e in quel momento era tutto finito, gli attori avevano rimesso in valigia i loro costumi ed erano ritornati alla vita di tutti giorni . Nella successione dei racconti emerge uno stacco, che separa la raccolta in due parti. Sino alla storia dello storpio e della sua disparata solitudine, un racconto lungo e articolato, predomina un realismo magico e ancestrale, che richiama Elsa Morante di «Menzogna e Sortilegio» e Anna Maria Ortese di «Il mare non bagna Napoli» e del «Cardillo addolorato» ( si vedano le recensioni in questo sito); talvolta traspare un bisogno di amore che dovrebbe compensare difetti fisici (come per la grassa Maggie) o aiutare a fuggire da una condizione infelice: si pensi allo splendido finale di «Le luci del Nord» dove la protagonista torna a casa e trova il marito deluso di vederla, senza traccia di sospetto né di gelosia: > lei sospirò tra sé e sé. Ora le era tutto più chiaro. Quella notte, dopo il tè, sarebbe salita per dipingere un ritratto di lui: un uomo solo seduto alla finestra, davanti un argenteo cielo notturno . A proposito, è una reazione ben diversa da quella della protagonista di Alba de Céspedes in «Da parte di lei» che uccide il marito perché indifferente e annoiato (si veda la recensione in questo sito). Nella seconda parte il ritmo narrativo diviene incalzante, i personaggi sembrano in un palcoscenico a recitare una commedia; la lettura scorre veloce, intrigante e facile, ma si disperde lentamente l'atmosfera fantastica dei primi racconti, persino lo stagno si dissolve sullo sfondo, perdendo quella presenza inquietante e misteriosa che dava fascino alla narrazione. Siamo distanti da altri scrittori irlandesi, con il loro lessico affascinante e suggestivo, talvolta incomprensibile, caratterizzati da una sintassi articolata spesso difficile: neologismi, suoni che paiono venire da altre lingue, diverse dell'inglese classico, lunghe frasi, digressioni e incisi. In questo caso i periodi sono brevi, con un ampio ricorso alla punteggiatura, come avviene spesso nella narrativa americana contemporanea. La traduzione è efficace nel dare il senso profondo dei racconti, anche se c'è da chiedersi se non abbia semplificato il lessico, come succede spesso. Forse la scrittura e la struttura narrativa risentono della prevalente impronta teatrale dell'autore. Perché leggerlo? Una riflessione sulla condizione umana partendo da un microcosmo.
Racconti italiani
Jhumpa Lahiri è una scrittrice anglo-bengalese (vedi in questo sito la recensione di The Namesake, il nomignolo); affascinata dalla lingua italiana, ha compiuto «una specie di gioco del rovescio» (come scrive nell'avvertenza): tradurre in inglese una raccolta di racconti della nostra letteratura per poi presentare la stessa antologia al pubblico italiano. Gli autori, alcuni noti ed altri meno, sono messi sotto la lente d'ingrandimento di una straniera, di una scrittrice con una propria impronta interpretativa e letteraria. La rassegna è molto ampia: 40 autori presentati secondo l'ordine alfabetico, da Elio Vittorini a Corrado Alvaro, con una distribuzione innovativa rispetto al criterio cronologico generalmente usato dalle antologie. Malgrado il lungo arco di tempo, da «Fantasticheria di Giovanni Verga pubblicato nel 1880 a»Controtempo > di Antonio Tabucchi del 2009, Lahiri ci manda un importante messaggio: la letteratura è senza tempo, il contesto sociale e letterario non conta, è ciò che si dice e come lo si dice che devono avere valore per noi. Ed allora sorge una curiosità: cosa ha valore per Lahiri? Per tentare di capirlo possiamo partire da una scrittrice italiana ormai dimenticata. In un bellissimo racconto, La noce d'oro > , Cristina Campo riporta alla luce momenti della sua infanzia e ci coinvolge nelle origini delle sua passione per le fiabe e per i misteri. Andando alla scoperta dei libri della nonna compare dinanzi alla fervida fantasia di Cristina bambina un ambiente di tenera funebria dove le principesse dalla vita di vespe avevano l'aria di portar busti e forse anche posticci, in vaste regge grigio-cupe. (...) Scopersi allora con un brivido che quei fatali luoghi e personaggi non erano diversi, tutto sommato, dalle gialle e inquietanti fotografie cabinet di mia nonna giovane e di altre belle congiunte morte che mia madre, in astucci in cuoio verde, portava sempre con sé nei suoi viaggi > . E quindi che differenza c'è tra il mondo delle fiabe e quello reale? Nessuna, è come si visita i propri defunti al cimitero e si scopre, attoniti e spaventati, il prodigio: ai nomi cifrati, alle iscrizioni geroglifiche, si sostituivano di colpo, sul marmo tenero, i loro nomi, i miei stessi, quelli che io stessa portavo al collo sulla medaglia d'oro. (...) La fiaba era là, terribile e raggiante, risolta un attimo e irrisolvibile: l'eterna, la sempre ritornante nei sogni, viatico al pellegrinaggio, noce d'oro da serbare in bocca, da schiacciare tra i denti nell'attimo dell'estremo pericolo > . La letteratura è quella noce d'oro, la quale, mescolando fantasia e realtà, ci protegge dal pensiero della Morte. Giuseppe Tommasi di Lampedusa ha ancora pochi mesi di vita quando scrive un racconto sconcertante, di rara eleganza: La sirena«. Il narratore, solo»esemplare superstite > di un'antica famiglia siciliana, incontra a Torino un conterraneo, il più illustre ellenista dei suoi tempi. Riesce ad entrare nelle confidenze dell'eminente professore, tanto ad essere invitato a casa. Qui scopre che l'anziano studioso vive solo, non ha mai frequentato l'altro sesso, malgrado sia stato un giovane di straordinaria bellezza, una sorta di dio greco. Quali sono le ragioni di una misoginia perseguita per tutta la vita? Come in Le mille e una notte > (vedi recensione su questo sito) entriamo in una matrioska letteraria che ci conduce in una leggendaria storia mitologica all'interno di una prosaica narrazione borghese. In una spiaggia di rara bellezza, dinanzi a una pura distesa di mare, il professore ancora giovane scandiva ad alta voce versi dei poeti e i nomi di quegli Dei dimenticati, ignorati dai più, sfioravano di nuovo la superficie di quel mare che un tempo, al solo udirli, si sollevava in tumulto o placava in bonaccia > . E come se l'antica lingua, recitata dal giovane ellenista, risuscitasse le meraviglie del mito e del sortilegio, emerse una Sirena: riversa poggiava la testa sulle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho mal chiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima«. E la Sirena gli disse,»tu sei bello e giovane, dovresti seguirmi adesso nel mare e scamperesti ai dolori, alla vecchiaia. (...) Io ti ho amato e, ricordalo, quando sei stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e il tuo sogno di sonno sarà realizzato > . C'è quindi da qualche parte, nella nostra stessa immaginazione, un'ancora di salvezza rispetto alla sofferenza e alla Morte. Può essere un fugace incontro con un signore a farci sognare, come avviene nel La signora > di Lalla Romano, o potrebbe essere un animale ibrido, come il Centauro, il cui amore non corrisposto ne scatena la furia (vedi Primo Levi Questio de Centauris > ), oppure, infine, la fuga dal dolore potrebbe risiedere in un ancestrale e sfortunato affetto per una cerbiatta, come nel racconto La cerbiatta«di Grazia. Deledda. Come si legge nel magnificente racconto»Il facchino e le dame" di «Le mille e una notte», > tutto ciò che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi... non cercare di capirne la ragione . La scelta dei racconti e degli autori è estremamente personale; per fortuna Lahiri non ha studiato la letteratura italiana sui manuali di critica dei professori nostrani, si è invece lasciata trasportare dalla curiosità, da indicazioni anche episodiche e da un gusto ben chiaro di chi e di cosa bisogna leggere. Con questo approccio compare una letteratura ben diversa da quella che abbiamo studiato: in discarica il presunto verismo e neo realismo, accoglienza alle storie ambigue, fantasiose e inverosimili, riscoperta di autori ed autrici trascurate e persino maltrattate. Alcuni scrittori risultano non così attuali o importanti (si pensi al celebrato «Un marziano a Roma» di Ennio Flaiano), altri ritornano all'attenzione come Fabrizia Ramondino con il racconto «La Torre». Perché leggerlo? Una interessante e innovativa rassegna della letteratura italiana.
Racconti romani
Nel racconto «Casa Luminosa» una giovane famiglia di migranti è venuta a Roma e crede di avere trovato una casa dove vivere serenamente; ma i vicini, aizzati dalle «donne-corvo», insultano e minacciano l'innocua copia di sposi. La moglie torna al paese natale e il marito resta in Italia. Va in un bar e vede un signore bere tranquillo un chinotto. > Devo dire che ero un po' stupito e anche forse un po' invidioso di uno che si sentiva così a casa in quel locale, che se ne fregava delle barriere, che non aveva paura di rompere le scatole. Osservandolo avevo capito quanto mi ero sentito, in tutta la mia vita, o un intruso o di passaggio. Il tema del viandante senza più un suo luogo è il filo conduttore di questa raccolta di racconti, che più della prosa di Moravia, che riecheggia nel titolo, richiama quella di Mario Soldati (si vedano in questo sito le recensioni dei romanzi di questo scrittore e in particolare «l'Attore») e la claustrofobica atmosfera dei «Sessanta racconti» di Dino Buzzati (pure questi recensiti in questo sito). L'intruso non è solo il migrante; siamo noi tutti, isolati e dispersi in una Roma «tra inferno e paradiso». I protagonisti dello splendido racconto «La scalinata» (snodo della raccolta) sono tutti i dispersi della nostra società. «La madre» sale la scalinata di primo mattino > e tira fuori il cellulare dalla borsa per scattare l'ennesima foto del panorama. La invia subito a suo figlio, (...) vive con i nonni in un altro continente, in una città umida piena di corvi e palme e polvere. «La vedova» > che scende la scalinata in tarda mattinata ha paura del vetro frantumato e stenta a posizionare i piedi. (...) Si sente inoltre aggredita da tutto quello che scrivono con le bombolette sui muri che fiancheggiano i gradini. «L'espatriata» > che, all'ora di pranzo, corre svelta sulla scalinata sarà operata il giorno dopo. (...) Avrebbe preferito tornate nella sua città natale, (...) ma sarebbe troppo difficile da organizzare. «La ragazza», > che scende la scalinata alle due di pomeriggio è circondata da tante altre ragazze. (...) Solo che questa ragazza non mette come le altre le minigonne che sembrano paralumi morbidi.(...) Ogni giorno, per due minuti o tre, (...) si fonde a loro insaputa all'organismo collettivo, alle braccia, alle gambe lisce e scoperte, ai capelli sciolti, e immagina temporaneamente di essere una di loro. I «due fratelli», che si siedono sulla scalinata verso il tramonto a bere una birra, scoprono che il padre va a vivere con un amico e dell'infanzia non resta che un nostalgico ricordo. «Lo sceneggiatore», che abita in un palazzo a ridosso della scalinata, e che solo d'estate (la moglie al mare) vaga per la Roma meravigliosa di Pasolini, finisce aggredito sui gradini della scalinata. Come si pone la scrittrice, che vive tra l'America e l'Italia, rispetto a questi esiliati e a una Roma lucente ma repulsiva, dove tutti si sentono stranieri? Come Manto, la «vergine cruda», cantata da Dante nel canto Ventesimo dell'Inferno, la scrittrice è condannata a «fecer malie con erbe e con imago» (verso 123 del Canto), non per profetizzare il futuro ma per restare imprigionata nella rimembranza, come gli indovini di Dante che camminano con la testa voltata all'indietro. Nel racconto finale, «Dante Alighieri» (titolo evocativo dell'amore per la nostra lingua), esce allo scoperto l'io della narratrice. Mentre l'aereo scende verso Fiumicino, la scrittrice rivede la sua vita come dall'alto, torna con la mente alla letterina ingenua e disperata del suo primo innamorato, che sulla busta scrisse «Dante Alighieri», forse a indicare che lei era la sua Beatrice. Perché, pensa la scrittrice, riaffiorano i ricordi, proprio quando > la pelle si è assottigliata? E perché proprio a Roma, > oramai piena di cose rotte, sbagliate, piagate, buttate, defunte, ma non ce la faccio a recidere i fili? Jhumpa Lahiri è una grande scrittrice angla bengalese (in questo sito si può leggere «The Nickname»); ha curato una interessante e ampia antologia di racconti italiani, che spaziano da Verga a Tabucchi (si veda la recensione di «Racconti italiani» in questo sito). Proprio dalla scelta dei racconti e degli autori, spesso non menzionati nei manuali scolastici, emerge l'attenzione dell'autrice per i «diversi» e per la «fantasticheria». E' un tratto che si ritrova pure nei «Racconti romani», che raccoglie e riordina molti scritti già pubblicati in riviste. Dapprima la scrittura di Lahiri è timida e talvolta incerta, poi diviene sempre più sicura, con una sintassi articolata e una ricca aggettivazione: uno stile che nasce senza dubbio dalla lettura attenta dei nostri classici, in particolare di Dante. D'altra parte pure in inglese Lahiri non è un'autrice essenziale e minimalista, ama invece l'eleganza e la ricerca delle parole, forse pure per questo si è innamorata della nostra lingua. Perché leggerlo? intenso e piacevole.
La ragazza che giocava con il fuoco
Il romanzo è, in qualche modo, la continuazione del libro precedente. Questa volta la protagonista è la ragazza, Lisbeth Salander. L’avvio è lento e disteso. Lisbeth, ormai immensamente ricca, vive nei caraibi e ritorna poi in Svezia, dove riprende una relazione con una vecchia amica e ricontatta il suo vecchio tutore, ricoverato in clinica per un ictus. Il giornalista, invece, è coinvolto in unʼindagine sullo sfruttamento del sesso, portato avanti da una coppia, una ricercatrice universitaria e un giornalista. Nel frattempo, il nuovo tutore di Lisbeth, un avvocato depravato, vuole vendicarsi della ragazza, che lo tiene in pugno con un filmato che lo riprende mentre la violenta, e quindi coinvolge un gruppo di delinquenti. A questo punto il romanzo assume un ritmo più intenso: l’avvocato viene ucciso con la stessa pistola con la quale vengono assassinati, la stessa notte, la ricercatrice universitaria e il giornalista convivente. Viene accusata Lisbeth, andando a ripescare la vecchia storia di squilibrio psicologico della ragazza. Tutto il paese è coinvolto nella sua ricerca, che i mass media e la polizia dipingono come una psicopatica. È ovvio che la storia è ben diversa: la ragazza era stata accusata di essere una psicopatica (e quindi prima internata in un manicomio e poi messa sotto tutela), in quanto era la figlia di una nota spia russa, che era passata al servizio della Svezia. Il padre della ragazza era in realtà, lui sì un violento e un psicopatico, ed è dietro agli omicidi in quanto ha timore che si scopra la verità. Si succedono una serie di avventure, ma alla fine la ragazza viene salvata, questa volta, dall’amico giornalista: > aprì un po’ gli occhi e lo fissò per un lungo momento. Il suo sguardo era sfuocato. La sentì mormorare qualcosa così sottovoce che riuscì a malapena a distinguere le parole, Kalle dannatissimo Blomkvist . I temi del sesso e della violenza sessuale verso le donne sono sempre gli argomenti del libro. Ad essi se ne aggiungono altri due, che assumono la preminenza via via che il romanzo sviluppa: da un lato l’ambiente della polizia corrotto e superficiale, dall’altro l’assistenza sociale ai minori che spesso opera secondo schemi convenzionali e sotto la pressione di psicologi ed esperti, a loro volta corrotti e dominati da ossessioni e stereotipi. Lisbeth è stata vittima non solo dei servizi segreti, che la volevano internare per evitare complicazioni nella gestione di un personaggio scomodo, quale era il padre della ragazza, ma subisce anche gli approcci consolidati nel mondo dei servizi sociali, che vedono i «diversi» come una minaccia alla convivenza sociale al di là della loro intelligenza e sostanziale onestà. È l’individuo asociale che disturba e va in qualche modo rimosso. Il libro è appesantito da troppe «parentesi» e personaggi rispetto alla trama centrale, talvolta i dialoghi risultano prolissi e ripetitivi così come appaiono un po’ scontate e inverosimili alcune soluzioni narrative: per esempio, il fatto che la polizia non indaghi sul computer del giornalista ucciso, la presenza di un gigante, tra l’altro fratellastro della ragazza, che appare invincibile in quanto non sente il dolore e poi si fa facilmente incatenare da Blomkvist, la sopravvivenza della ragazza che riesce a salvarsi malgrado sia stata seppellita viva.
La ragazza del convenience store
In Giappone i konbini sono piccoli supermercati dove c'è di tutto; ed è qui che si è sviluppa un racconto, apparentemente lieve e scontato, che affronta invece una questione importante: come dirà la protagonista dopo un colloquio con la sorella, la gente preferisce una persona > «normale» anche se piena di problemi, anziché una sorella tranquilla ma «anormale», di un altro pianeta. Keiko è cresciuta in una famiglia serena, con genitori premurosi e una sorella che le vuole bene, eppure fin da piccola è stata una bambina «strana», asociale, a tratti persino aggressiva. La generale riprovazione a seguito di gesti singolari, come per esempio uccidere un passerotto, l'ha condotta a chiudersi in se stessa. > Mi avvicinavo all'età adulta, all'ora della verità, e continuavo a ripetermi che dovevo guarire a tutti i costi. La svolta arriva quando viene assunta in un konbini. Dopo una breve formazione, Keiko impara a ordinare gli scaffali, mettendo in risalto i prodotti in promozione, a tenere pulito il locale e soprattutto ad accogliere a voce alta i clienti. > Irassahimase! (benvenuto in giapponese) gridai (...) inchinandomi come da manuale e cominciando a scansionare i prodotti. In quell'istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. (...) Il trillo ripetuto che accompagna l'ingresso dei clienti risuona come le campane di una chiesa. La scatola rettangolare di vetro luminoso e trasparente mi accoglie dentro di sé. Un mondo perfetto, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede cieca e assoluta in questo microcosmo lucente- Con dolce ironia la scrittrice ci accompagna ad apprezzare la vita del konbini: il frastuono dei clienti, i colleghi sempre più simili nei comportamenti e persino negli accenti, il succedersi dei capi, ciascuno da accettare con i loro difetti, e poi la merce sugli scaffali, il cuore del supermercato, prodotti che sono cambiati nel tempo adattandosi a nuovi consumi. Gli anni passano, Keiko invecchia con il suo contratto part time, vive in un misero monolocale, è ancora vergine. E' serena, appagata dalla «musica del konbini», > una miriade di suoni che si fondono tra loro e si insinuano dentro me senza sosta. Per i genitori e la sorella, per le amiche come per gli stessi colleghi, Keiko non può essere felice perché diversa, lontana dalle convenzioni sociali, che vogliono che una donna si sposi, procrei e allevi dei figli, abbia un impiego sicuro e un buon salario. Per giustificare la sua «strana» vita Keiko si è inventata che è malata, ma questa scusa non può reggere a lungo. Per zittire tutti, e non per amicizia, Keiko si mette in casa un ragazzo egoista e sfaccendato; finalmente, può dire che ha un uomo, forse si sposerà. > Vergine, zitella e povera commessa di un konbini, (...) tutti ti crederanno sessualmente uguale e sarai uguale a tutte le altre donne del pianeta. Keiko, però, scopre che nel suo «microcosmo lucente» non è più la commessa cui rapportarsi in modo professionale, è una donna fragile, di fronte alla quale > non c'era più il mio ottavo capo, bensì solo un maschio della specie umana, smanioso come tutti di vedere una sua simile accoppiarsi e riprodursi. Nel nome della perpetuazione della razza. Che resta da fare? Fuggire dal konbini alla ricerca di qualcos'altro o capire senza sotterfugi che > prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini? Con una scrittura piacevole e una narrazione distante da psicologismi e giudizi morali l'autrice ci dice come non tutti debbano appartenere alla «tribù dei normali», come la ricerca della felicità ha tante vie e accettare la propria, pure se modesta e priva di ambizioni, permette di stare in pace con se stessi. Nel racconto della ragazza del konbini c'è senza dubbio una critica alle convenzioni della società giapponese; in distanza emerge pure il desiderio di ripiegarsi su se stessi, di non lasciarsi necessariamente intrappolare dall'amore, dal sesso, dalla figliolanza. Il kombini è come un monastero dove la donna può essere finalmente libera, sotto la corazza della professionalità e in un ambiente di lavoro immobile ma splendente di luci e rumori. La trama è fragile, la narrazione si evolve lentamente, con lunghi dialoghi spesso noiosi e inconcludenti. I personaggi di contorno sono banali o inverosimili per fare da spalla alla protagonista: esse non esce, di fatto, dal proprio «io narrante», ironico e acuto ma alla fine stantio e scontato.
La ragazza di Bube
In una celebre ballata Guido Cavalcanti canta le pene d' amore: «questo (è) tormento disperato e fero,/ch strugg' e dole e 'incende ed amereggia». L'amore non porta la felicità, soprattutto se > Trovar non posso a cui pietate cheggia,/mercé di quel signore/che gira la fortuna del dolore . Questo stato dell'animo è descritto con malinconica dolcezza da Cassola, e lo fa dal punto di vista di una ragazzetta, in una misera famiglia operaia di una cittadina della Toscana appena liberata dai nazi-fascisti nel 1944. Non è importante l'ambiente, e più utile inoltrarsi nella scoperta dell'amore di un'adolescente, raccontata con una sensibilità sorprendentemente femminile. Mara è figlia di un muratore «scansafatiche» e di una madre affettiva, sconvolta dalla morte del figlio Sante, ucciso dai nazi-fascisti. Ed è proprio Bube, partigiano e amico del fratello, che cambia la vita di Mara, ancora ai primi corteggiamenti. Il ragazzo è venuto a far visita al padre di Mara, esponente del locale partito comunista. La ragazza è attratta dal ritroso Bube, con l'aureola di uomo già fatto ma timido e goffo. Mara > era abituata a fantasticare, e fare lunghi discorsi da sola. (...) Bube: non le piaceva troppo quel nome. (...) > lo chiamerò...Bruno, Bruno è un bel nome, e poi a lui gli sta bene, perché è bruno davvero . E quando le regala dei tacchi alti, si sente più bella, e le eccita di esser sola col fidanzato. > Allora Mara gli disse: > come sarebbe bello ballare io e te! Tutti direbbero che bella coppia! (...) Si baciarono. (...) Egli la baciò parecchie volte: ogni volta premendo più forte le labbra su quelle di lei, (...) se lui avesse voluto prenderla, avrebbe potuto farlo, perché lei era come senza forze. (...) No Bubino, no; ora, no; ora basta«. Potrebbe essere la solita languida storia tra fidanzati quando irrompe»la fortuna del dolore > . Bube, spinto dai compagni, uccide un maresciallo e il figlio di questo. Si nasconde in un casolare di campagna portandosi con sé Mara; da qui è costretto a rifugiarsi in Francia per scappare alla polizia italiana. Mara va a servire in città presso una famiglia. Il ricordo di Bube si sfuma nella mente, ma lei si sente un'altra. > Le piccole vanità di un tempo, i battibecchi con la cugina, i chiacchiericci con le amiche, la facevano sorridere di commiserazione, quando ci ripensava. (...) Si specchiava nelle vetrine: ma non più per vanità di constatare che aveva un corpo ben fatto e un viso grazioso. La figura che compariva per un attimo sulla lastra di vetro era un'immagine tragica, dolorosa. E' come se il legame con Bube, con quel ragazzo imprudente e nervoso, la trascinasse verso un inevitabile destino. E pure la relazione con Stefano, un operaio ponderato e istruito, non è sufficiente a spingere Mara a rompere con Bube, rottura che i genitori invitano a compiere. Il ragazzo è stato arrestato, è in carcere in attesa del processo. Mara va a colloquio in prigione, le è detto che deve andarci da sola. > No, sola no... rinuncio > , stava per dire Mara, ma subitamente sentì una forza straordinaria invaderla tutta; alzò fieramente la testa, e disse: Va bene, vado sola > . (...) Non avrebbe saputo darle un nome, ma sapeva che era irresistibile: che spezzava via ogni timore, ogni esitazione; che la rendeva calma e sicura di sé e indifferente a ogni cosa che non fosse l'adempimento del suo dovere... (...) Ecco, era così: lei era la ragazza di Bube. Pare che Pasolini si fosse riferito a Cassola quando nella sua orazione In morte del realismo > disse che > a quella ingratitudine (di Cassola), più che alla ferita (il pugnale di Tomasi di Lampedusa)/il realismo chinò il capo, arreso. Il romanzo di Cassola sollevò a suo tempo polemiche nel mondo culturale e forti critiche da parte della poetica neorealista; venne accusato di essere una storia dolciastra, che parlava di vicende banali e di personaggi ordinari. In realtà, il romanzo parla di piccoli sentimenti che diventano caparbiamente forti quando devono affrontare le grandi e dolorose vicende della vita. Ragazza desiderosa di un semplice e lieto amore, dinanzi agli avvenimenti, riconoscendo a Bube le sue colpe e pure la sua innocenza di ragazzo, Mara si rivela donna coraggiosa e decisa, consapevole del peso del ruolo che si è assunta. Mara è un eroe discreto > , lotta per un ideale di fedeltà sino al sacrificio. La scrittura di Cassola è stata definita nitida e comunicativa", capace di alternare dialoghi serrati ad approfondimenti psicologici raffinati ma semplici, facilmente comprensibili. La trama è costruita in forma romanzesca, senza che ci siano momenti di caduta nel ritmo. Si percepiscono, sotto il bell'italiano, uno scorrere del periodare fluido ma troppo facile, una povertà lessicale (mancano modi di dire e parole toscaneggianti), una banalizzazione della lingua, che fa trasparire un certo infantilismo letterario. Che il tutto sia voluto o no, ha poca importanza: il romanzo avrà una grande influenza sulla narrativa italiana del Secondo Novecento e verrà usato come testo di lettura nella nuova scuola dell'obbligo. Ancora oggi, è un romanzo che potrebbe essere letto dagli adolescenti. Perché leggerlo? Stilisticamente piacevole, bella la figura di Mara.
I ragazzi del massacro
Fa impressione leggere questo romanzo alla luce di un recente fatto di cronaca, in cui un ragazzo ha pugnalato la sua professoressa di francese, scaricando su di lei un odio e una violenza che non vorremmo che albergassero in un adolescente. Siamo negli anni'60, in una >, ma già convulsa da un traffico >. In questa città così diversa dall'attuale si è perpetuato un orrendo delitto: undici ragazzi hanno stuprato, picchiato, seviziato e infine ammazzato un'esile maestrina di una scuola serale. È vero sono già piccoli criminali: alcuni figli di "onesti genitori", altri con padri in carcere e madri prostitute, ma tutti conosciuti dalla polizia per atti di violenza, piccoli furti, abuso dell'alcol. Per il commissario capo è un caso semplice: sono tutti colpevoli e l'importante è liberarsi il prima possibile di questa "marmaglia", passando la questione al giudice istruttore, al riformatorio e al carcere. Non è così per Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi polizieschi di Scerbanenco (si veda la recensione di "Venere Privata" in questo sito): uno strano poliziotto cui >. Lo insospettisce che dicano tutti la stessa cosa, >. È una linea di difesa troppo abile e per di più portata avanti da tutti, quasi che fosse stata concordata. >, così conclude Duca Lamberti. Da qui si dipana un'indagine poliziesca che non è fatta di abili e sottili ricostruzioni, che mettono in difficoltà gli indagati, li costringono a confessare; né la ricerca si dissolve in analisi sociologiche o in occasioni per narrare la vita del protagonista. Tutto resta sullo sfondo. Solo talvolta ci sono alcune brevi pennellate di una Milano che avrebbe voluto restare quella di fine ottocento, con le sue osterie, ancora "trani" e non ancora bar, in cui gli ubriachi >. E i sentimenti compaiono di sfuggita, timidi, con piccoli gesti: >. L'approccio di Duca Lamberti nasce dall'empatia che sente per quei ragazzi, per alcuni di essi almeno. Con essi cerca di creare una relazione di "cura" che li spinga ad aprirsi, non per paura della polizia, ma perché comprendano il male che hanno compiuto: un male devastante innanzitutto per loro. Non è che l'operazione gli riesce del tutto: il primo ragazzo, un piccolo e fragile omosessuale, si uccide, distrutto dalla colpa; l'altro, il quattordicenne Carolino Marassi, orfano e ladruncolo, rischia di venire ucciso. Duca Lamberti commette errori, spesso è depresso dinanzi a tante crudeltà, è scoraggiato quando Carolino scappa, tradendo la fiducia riposta in lui. >. Rinchiuso in un genere letterario, quello del Noir, tradizionalmente considerato di secondo livello, Scerbanenco non è tra i grandi scrittori del secondo Novecento. A ciò, forse, ha contribuito pure lo stile asciutto, conciso, senza fronzoli, spesso confuso con povertà letteraria. Tutt'altro, lo stile di Scerbanenco è frutto di una ricerca dell'essenzialità, che si riflette nella trama, mirabilmente priva di ridondanze, e nella scrittura e nel lessico. Non bisogna distrarsi con inutili divagazioni: la storia e i "ragazzi del massacro" parlano da soli. Essi raccontano della nostra società, e dell'abbandono, più di tante analisi sociologiche o moralistiche considerazioni. Allo scrittore spetta solo il compito di narrare la loro disperazione, facendosene carico. Perché leggerlo? Splendido noir, intenso romanzo sociale.
Ragazzi di vita
> Faceva caldo che non era scirocco e non era arsura, ma era soltanto caldo. Era come una mano di colore data sul venticello, sui muri gialletti della borgata, sui prati, sui carretti, sugli autobus coi grappoli agli sportelli. Una mano di colore chʼera tutta lʼallegria e la miseria delle notti dʼestate del presente e del passato. (...) E nei centri delle borgate, nei bivi, come lì al Tiburtino, la gente si ammassava, correva, strillava, (...) pure nei posti più solitari cʼera della confusione, con file di maschi che andavano in cerca di qualche zoccoletta, (...) tutto un gran accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno, con centinaia di vite umane che brulicavano tra i lotti, le loro casette di sfrattati, o i loro grattacieli. E tutta quella vita, non cʼera solo nelle borgate della periferia, ma pure dentro Roma, nel centro della città, magari sotto il Cupolone . In una Roma dei primi anni ʼ50, ma in realtà senza tempo, Pasolini racconta lʼesistenza quotidiana di ragazzi di borgata, poveri e cenciosi, i quali, > in disordine come uno sciametto di mosche sʼun tavolo sporco (...) volevano (...) prender di petto, così, il mondo in generale, con tutta la razza degli uomini che non se la sapevano divertire come loro . È una «compagnia paracula» di maschi, narrata nel loro romanesco volgare, così lontano dallʼitaliano artefatto della borghesia. > E mo qqua che famo? - disse Alduccio. Famose na camminata a ppiedi, va! - disse il Begalone. (...) Continuarono a sganassare per un poʼ pure quando le mignotte non li potevano più sentire, piegandosi sulle ginocchia, appoggiandosi al muretto o dandosi caracche: più che ridere facevano dei versacci con la bocca e sputavano. (...) Erano tutti e due ingrifati, che avrebbero fatto pure con una vecchia di settantʼanni. (...) Quanto ssoʼbbone! - gridò il Bègalo. Bòne erano due ragazze sedute sugli scalini del tempietto: due bionde gajarde su tutte le ròte, con delle sottane alla cercamarito che sfondavano, e con la scollatura che gli si vedevano mezze zinne di fuori. (...) Quale te manneresti pellʼossa, - chiese Begalone - ʼa bionda o ʼa roscia? - Tuttʼe ddue, - fece lʼaltro. (...) O tuttʼe ddue o nissuna pecché si no lʼaltra pija dʼaceto . Ovviamente rimangono entrambi in bianco perché le due non se li filano. Il libro è un insieme di brevi storie con protagonisti gli stessi ragazzi; non cʼè una trama, sono spicchi di vicende umane. Il più bello è «Il bagno sullʼAniene», legato al racconto finale: la Comare Secca. Su un fiume putrido, pieno di immondezza e degli scarichi di una vicina fabbrica, un brulicare di giovani e di ragazzini si spogliano ignudi, togliendosi i lerci e miserevoli vestiti, prendono il sole, giocano e si fanno scherzi e prepotenze, si gettano in acqua, per trovare refrigerio, per lavarsi e per dimostrare di essere uomini, nuotando tra le pericolose correnti del fiume. Sono scappati da miseri ed angusti alloggi, per fuggire ad un padre violento ed ubriacone, per allontanarsi dalle grida delle madri, da sorelle adolescenti ma già incinte: cercano la libertà. Come un gruppo di gatti randagi se la prendono con il più debole, al quale viene dato fuoco, mentre «i ragazzini continuavano a calciare gridando». Spavaldi, annegano attraversando a nuoto il fiume; dinanzi alla morte si reagisce con indifferenza. > Si sentivano da sotto Borgo Antico e Mariuccio che urlavano e piangevano, Mariuccio sempre stringendosi contro il petto la canottiera e i calzoncini di Genesio; e già cominciavano a salire aiutandosi con le mani su per la scarpata. \- Tajamo, è mejo - disse tra sé il Riccetto . I racconti rimangono sempre in sospeso, senza uno sviluppo perché non cʼè un futuro per il sottoproletariato urbano; e forse è meglio così, perché, se emergessero dalla loro condizione miserevole, questi ragazzi perderebbero il loro fascino, la loro veracità, così da non permettere di fare > lʼesperienza immediata, umana, come si dice, vitale, (...) (laddove) il bombardamento ideologico non ha ancora toccato se non genericamente i problemi del sesso. (...) Quindi, placatisi la necessità sociologica, io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia . Così scriveva Pasolini nel 1958 in un articolo sulla rivista Città Aperta. In questa rappresentazione estetizzante del sottoproletariato non cʼè il gusto intellettuale di «una regressione momentanea» dalla cultura alta alla sotto cultura? E poi la libertà cercata dai «ragazzi di vita» sulle acque dellʼAniene, nelle notti romane a Villa Borghese, non si è poi evoluta comunque nella violenza gratuita e criminale degli anni ʼ80? Non sono questi i precursori della Banda della Magliana? Dietro a giustificazioni biografiche e sociologiche Pasolini nasconde un profondo pessimismo sullʼItalia, una visione conservatrice e una totale incomprensione della società moderna. La peculiarità del romanzo di Pasolini risiede nellʼuso della lingua dei «parlanti» della periferia romana. Pasolini riprende le tracce di Fogazzaro, di Verga e di Gadda cercando di narrare con il linguaggio effettivamente parlato. Se questo è il pregio fondamentale, in quanto riesce a dare spessore ai personaggi e alle situazioni, il limite del libro sta nella sua staticità: non cʼè trama e alla fine annoia. Perché leggerlo? È un romanzo originale dal punto di vista stilistico.
Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna
E' difficile non lasciarsi influenzare dalla notizia della grave depressione che ha colpito Cognetti (si veda il sito del Corriere della Sera 20 dicembre 2024). Il lungo «quaderno di montagna», (sottotitolo del racconto) pare annunciare quella «sindrome bipolare con fasi maniacali», che ha richiesto un trattamento sanitario obbligatorio. O invece di lasciare la città, andare a vivere in una baita isolata, è stato l'ultimo illusorio tentativo di superare un vuoto che > non avevo mai sperimentato?. Il racconto è scritto in forma di diario, che segue il ciclo delle stagioni, a ognuna delle quali corrisponde uno stato d’animo di Cognetti: l’inverno la solitudine, la primavera la compagnia degli altri, l’estate l’esplorazione e la fine dell’avventura, l’autunno il rientro in città. La prima tappa di questo viaggio salvifico è la solitudine, in una casa nel bosco, lontano dai rumori degli altri esseri umani. Vennero poi dei vicini, i pastori e le bestie degli alpeggi, > così avevo qualcosa da osservare, oltre alle nuvole che portavano piogge interminabili. (...) Se mi svegliavo presto la mattina potevo spiare il pastore anziano che spostava i confini del pascolo, avanzando i paletti di qualche metro al giorno in modo da razionare l'erba. (...) E allora sette vitelli e una trentina di mucche adulte si precipitavano giù, verso la nuova striscia di erba alta. (...) Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, fu provocato dai cani, (...) avevano un campanello appeso al collo grazie a cui li sentivo arrivare da lontano. (...) Dopo quasi due mesi alla baita, insieme alla primavera stava per finire la mia stagione di solitudine. Questi vicini, i pastori, i cani, le capre, e le «baracche», ossia le mucche, sono descritte in modo minuzioso ma senza che si crei una qualsiasi atmosfera, paiono corpi estranei alla psicologia dell'autore narratore, dei comprimari inutili di un dramma interiore. Infatti, con l'estate Cognetti fa un passo ulteriore. > Volevo spingermi più in là della zona che conoscevo, scoprire che cosa c'era a due e tre giorni di cammino. Partivo bello carico, eppure chiudendomi la porta alle spalle mi sembrò di liberarmi di un peso. (...) Da che altro scappiamo se scappiamo da casa? Addio, disse il ragazzo selvatico al domestico, poi gli girò le spalle e prese di nuovo il sentiero che saliva. Ecco ancora la trappola della montagna! Immaginare che ci sia qualcosa di magico là in alto, che ci possa liberare dal mistero che è in noi. Non è così! Il lago vagheggiato a 2.700 metri di altezza è solo un banale specchio d'acqua, > potevi pure passare senza accorgerti di lui. (...) Fu allora che sentii un groppo salirmi in gola, gli occhi che si appannavano. E piangi, pensai, non ti vede nessuno. Mi misi a singhiozzare sdraiato su quel sasso perché ero stanco, mi mancavano tutti quanti e non sapevo più dov'ero. (...) Più che a una capanna nel bosco; la solitudine assomigliava a una casa degli specchi: dovunque guardassi trovavo la mia immagine riflessa, distorta, grottesca, moltiplicata infinite volte. Perché è così diffusa l'idea che la montagna elevi lo spirito umano e dia equilibrio e serenità? I pascoli, i laghi alpini, i sentieri tra i boschi, le alte cime sono solo dei luoghi che noi mitizziamo per romanticismo, o perché siamo disperati, immersi come siamo nel chiacchiericcio della città, o più banalmente perché ci muove uno spirito competitivo, di esaltazione della nostra potenza. Cognetti narra il fallimento di questo miraggio, non c'è pace se non lavorando su se stessi. La scrittura è piana, facile e fluida. Sono pregi indiscutibili che tuttavia non sono in grado di scavare il mondo interiore dell'autore né riescono a stimolare l'immaginazione del lettore. Si va avanti per inerzia, senza essere coinvolti. Perché non leggerlo? E' inutile.
Ragionevoli dubbi
Lʼavvocato Guerrieri è stato appena abbandonato dalla fidanzata, quando viene chiesto di difendere in appello una persona, Paolicelli, già condannata in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti. Dal nome Guerrieri si ricorda che si tratta un ex-picchiatore fascista, che ha partecipato al suo pestaggio negli anni studenteschi. Per questo motivo è incerto se assumere il caso, ma lʼincontro con la splendida moglie dellʼaccusato e un pò la sensazione che la persona sia innocente, lo spinge a prenderne la difesa. Inizia la ricerca di prove che possano dimostrare che i trafficanti hanno usato la vettura del Paolicelli a sua insaputa, per il trasporto di stupefacenti. Nel frattempo Guerrieri ha una relazione con la moglie del Paolicelli e si trova in una situazione ambigua: da un lato avrebbe tutto lʼinteresse a vedere confermata la condanna del Paolicelli così da poter continuare la relazione e vendicarsi del vecchio pestaggio, dallʼaltro lato il dovere professionale e la crescente consapevolezza dellʼinnocenza del suo assistito lo spingono ad impegnarsi sempre più nella raccolta delle prove da portare a difesa. Si arriva quindi al processo in appello, dove Guerrieri manifesta tutta la sua capacità a condurre lʼinterrogatorio dei veri colpevoli e a dimostrare ai giudici che esiste il ragionevole dubbio dellʼinnocenza di Paolicelli. Il successo lascia tuttavia Guerrieri di nuovo solo. Il romanzo si sviluppa nel continuo alternarsi tra la storia poliziesca e le vicende personali del Guerrieri, con riflessioni anche amare sulla povertà esistenziale di una vita condotta tra tribunali, libri e relazioni sentimentali mai concluse con la costruzione di una famiglia. La parte migliore del libro è costituita dalle scene del processo, dove emerge in modo evidente lʼesperienza dellʼautore, che di professione è un magistrato. La mancanza di sorprese e i riferimenti un pò ritualistici ai problemi esistenziali e sentimentali del protagonista non aiutano la vivacità del racconto, che diviene, alla fine, scontato. Il dilemma morale del Guerrieri ( lasciar condannare Paolicelli o difenderlo in modo da provarne lʼinnocenza) è sviluppato in modo superficiale senza che sia chiaro il conflitto interiore del protagonista. Perché leggerlo? È piacevole, scritto molto bene e sono interessanti le pagine dedicate al dibattimento presso il tribunale.
Rapsodia irachena
> Le parole che sopravvivono al loro autore vivono di vita propria. Si spostano, prendono nuove forme, generano nuovi significati. E mantengono sempre la loro intrinseca ambiguità . Questa riflessione di Ibn Khaldun, vissuto nel ʼ300 e considerato uno dei massimi filosofi arabi, introduce il senso di questo breve racconto. Siamo nellʼIraq degli anniʼ80, durante la sanguinosa guerra tra il paese di Saddam Hussein e lʼIran. La repressione della dittatura è particolarmente dura ed investe tutti gli aspetti della società, anche la sfera più personale. Lʼautore immagina che venga ritrovato il manoscritto di un giovane detenuto di nome Farat, il quale è stato incarcerato e torturato senza un vero motivo, se non quello di non conformarsi alle idee e alle regole del regime, perché crede che «la fantasia combatte la realtà». In prigione gli vengono offerti dei fogli bianchi ed una matita. > Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò il silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in essere mitologici, che si scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tuttʼattorno a me per guardarci attraverso . Il foglio bianco è un dono, che sembra dire: «prendimi e faʼ di me ciò che vuoi!» E il giovane comincia a narrare episodi della sua vita, ritrovandosi «qua(la)ggiù», dentro e fuori dal carcere nello stesso tempo. Ed anche il lettore, come il giovane narratore, si lascia trascinare nella delicata freschezza della quotidianità: lʼaffettuoso rapporto di Farat con la nonna, unica parente rimastagli, le piccole astuzie per sfuggire ai penosi e ridicoli rituali del regime, il diffuso sarcasmo con cui si esprime la rabbia verso un potere indifferente alle esigenze del suo popolo, la ricerca di letture autentiche, il desiderio di poesia e di verità ed infine la scoperta dellʼamore e del corpo femminile. In questo peregrinare tra i ricordi e le parole poco importa se ci si dimentica di apporre i segni diacritici, lasciando spazio allʼambiguità propria di una lingua come lʼarabo, ricca di radici semantiche e di possibili variazioni e combinazioni delle lettere dellʼalfabeto. Ciò che interessa a Farat sono lʼingenua dolcezza e la lieve ironia che hanno contraddistinto la sua breve vita, prima del carcere. Il «laggiù» permette di sopportare il «quaggiù», ma è come accovacciarsi «davanti al muro di questo vasto incubo». > Generati dal bianco dei fogli, dei soli squarciano le tenebre di questa notte e richiamano unʼaltra galassia. Ma sono soli prigionieri, anche loro intrappolati dietro a file di sbarre . Quando in pieno vaneggiamento il giovane narratore racconta della sua liberazione, anche noi lettori ci crediamo, ma poi ci ricordiamo che siamo nel 1989. «Questo è il mio ultimo foglio... Sì voglio scrivere ancora». Per apprezzare pienamente il racconto bisogna estraniarsi dalla realtà irachena e dal crudele destino di Farat. Bisogna lasciarsi immergere nei vari e sparsi episodi della sua vita, nei tanti deliziosi frammenti del romanzo. Farat si innamora: > quel giorno stavi sfogliando una rivista. Eri sola, ferma come unʼisola di silenzio in mezzo al fragore degli applausi e degli slogan, incurante di quel circo abietto che ti circondava. A lezione tentavo sempre di sedermi vicino a te e, mentre gli studenti cercavano di declinare i verbi francesi nei vari tempi, io cercavo di declinare al presente i dettagli del tuo corpo. Li leggevo con la voracità di un bimbo che impara una nuova lingua . Lontano dalla filosofia del linguaggio, in fuga dalle dittature sanguinarie e ottuse, rimane impressa lʼeterna storia della giovinezza, aperta al mondo, irriverente, irrequieta e ingenua. Perché leggerlo? Un delizioso racconto, se ci si dimentica del contesto.
Il Re del Mare
il libro è articolato in due parti. Nella prima parte si narra l’avventura di Yanes che va a salvare Tremal-Naik e sua figlia Darma. L’ambiente è quello del Borneo, ricco di strani animali e di un contesto esotico. I colpi di scena si succedono uno dopo l’altro ma emerge un non so che di artefatto e di ripetitivo, che rende noiosa la lettura. Questa parte del libro si chiude con unʼulteriore sorpresa: il terribile capo dei Tughs ha avuto un figlio e questʼultimo vuole vendicare la morte del padre e per questo si è alleato con gli inglesi per sconfiggere Sandokan. L’isola di Mompracen è stata conquistata e i pirati della Malesia decidono di dichiarare guerra all’Inghilterra. Nella seconda parte compare il vero protagonista, che è l’incrociatore Re del Mare, con il quale i tigrotti scorazzano, combattono e vincono. Ritornano le scene di mare, di un mare tempestoso e di coste inaccessibili. E compare una storia dʼamore impossibile, quella tra Darma e il figlio del terribile Tugh. Il racconto diviene più articolato ed episodi di combattimento si alternano a momenti colloquiali, che conducono pian piano a creare una sorta di amicizia tra il figlio del Terribile Tugh e i capi dei pirati. Come nel Corsaro Nero, ci si aspetterebbe una fine triste; anzi in questo caso si arriva al punto che Sandokan e Yanes potrebbero essere sconfitti, morire o essere fatti prigionieri. In particolare Sandokan è stanco, non è più l’uomo di un tempo, è meno marmoreo di quanto è apparso negli altri romanzi. Ma alla fine c’è il colpo di scena: l’amore trionfa e per amore il figlio del terribile Tugh capisce che non ha senso vendicarsi, anche perché così facendo perderebbe l’amata. I capi dei pirati vengono liberati. A differenza degli altri libri del ciclo della Malesia si è di fronte a una caduta di vigore nel ritmo narrativo (tant’è vero che l’autore utilizza a piene mani le sue tecniche collaudate senza alcuna innovazione) e anche la descrizione del contesto (il mare e la foresta) appare marginale nel racconto. Emerge, tuttavia, un tema che non era presente negli altri romanzi: quello della tecnologia, impersonato dalla potenza dell’incrociatore e dall’ingresso nel racconto di un inventore, che può provocare una esplosione a distanza. La tecnologia rende obsoleti Sandokan e Yanes: il loro ciclo vitale è terminato perché il mondo è cambiato, non è un caso che a sconfiggerli siano quattro incrociatori, anch’essi potenti e veloci. Ma la tecnologia ha le sue fragilità: il Re del Mare naviga con l’incubo di non trovare carbone per alimentare le caldaie e l’inventore muore, colpito da una semplice granata. Il mondo della vela scompare ma le nuove tecnologie danno agli "eroi" minore autonomia e indipendenza.
Reading Lolita in Tehran
Un libro molto bello, soprattutto il primo capitolo, nel quale la scrittrice raggiunge una densità di scrittura e una profondità di concetti che ricorda Nadime Gordimer. Il libro è articolato in quattro momenti della vita della scrittrice: ciascuno è in qualche modo simbolizzato da quattro grandi scrittori della letteratura inglese: Nabokov con Lolita, Fitzgerald con il grande Gatsby, James e Austen. Il racconto non segue un percorso cronologico. Nel primo capitolo la scrittrice ha già abbandonato l’università e ha creato un gruppo di lettura nella propria casa. Le ragazze, sue ex allieve, arrivano alla riunione vestite con il velo e il chador, rese impersonali dal vestito e dalla postura che devono adottare per camminare per strada, si svestono e assumono in tal modo la loro vera personalità. Il personaggio di Lolita, una ragazza di dodici anni che diviene l’amante di un uomo anziano, è al centro della loro conversazione come simbolo della loro condizione esistenziale, costrette a comportarsi e persino a pensare come vogliono gli uomini. Insieme con il tema letterario emergono le loro storie personali e si intrecciano le relazioni reciproche, fatte di rivalità ma anche di una profonda comprensione e tenerezza. La sintesi di questo capitolo, e di tutto il libro, è racchiusa in una frase molto profonda: «non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno». Lolita non ha una sua personalità, ma viene forgiata dal vecchio, che la vuole proprio perché può renderla come vuole lui. Così le donne iraniane dovrebbero comportarsi così come vuole la società religiosa senza poter esprimere realmente la propria personalità e vivere la propria vita. E allora la letteratura non è «un lusso, ma una necessità», il mondo dell’immaginazione permette di riconquistare la libertà che la società vuole opprimere. A questo punto la scrittrice introduce il tema del bello, sottolineando come le nuove generazioni non siano interessate all’ideologia e alle posizioni politiche. > Ancora lo trovo nelle lettere dei miei studenti, quando, a dispetto delle loro paure e ansietà per il futuro senza lavoro e sicurezza e un fragile e incerto presente, essi scrivono intorno alla loro ricerca della bello . > Penso in qualche modo che le nostre letture e discussioni dei romanzi in quella classe divennero il nostro momento di pausa, il nostro collegamento a un altro mondo di tenerezza, lucentezza e bellezza . Nel secondo capitolo il contesto è costituito dalla fase rivoluzionaria, durante la quale non è chiaro chi assumerà il potere, i religiosi o le forze di sinistra. È quindi una fase di transizione, ma è caratterizzata da una generale convinzione, dei fondamentalisti come dei rivoluzionari di sinistra: le libertà individuali e il ruolo della donna devono essere subordinate all’ideologia massificante. La critica della scrittrice è rivolta quindi alla sinistra, che non comprende l’importanza dei diritti civili e ragiona, di fatto, come le forze religiose. L’episodio più interessante, anche sotto il profilo narrativo, è costituito dal processo al Grande Gatsby, da alcuni indicato come un personaggio emblematico dell’individualismo della società occidentale. La dinamica del processo mette in moto una dialettica nella classe e fa comprendere meglio che il vero tema del romanzo di Fitzgerald è il sogno di una propria auto-realizzazione, in una società che tende a uniformare gli individui: > Sogni... sono perfetti ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli in una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. Potresti diventare un Humbert, distruggendo l’oggetto del tuo sogno: o un Gatsby, distruggendo te stesso. Quando lasciai la classe quel giorno, non dissi agli studenti ciò che io stessa cominciavo a scoprire: comʼera simile il nostro destino a quello di Gatsby. Egli voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c’era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta nel nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vita nel nome di un sogno? . Il terzo capitolo è ambientato durante la guerra Iran- Irak. La rivoluzione si è ormai imposta, la libertà delle donne è stata annullata e il paese vive sospeso all’interno di un incubo (le vittime, i bombardamenti ecc. ), di un nazionalismo acceso e senza la speranza che questa guerra possa finire. Sono anni terribili, nei quali non ci può non rinchiudere nel sentimento. La scrittrice cita un passo di James, l’autore dell’ambiguità femminile, > non posso dirti di non affliggerti e di non ribellarti, scrive James, perché ho così l’immaginazione di tutte le cose e perché sono incapace di dirti di non provare dei sentimenti. Provare dei sentimenti, dico, provarli per ciò che vale la pena, e anche se ciò ti uccide, per questo è l’unico modo per vivere, specialmente vivere sotto questa terribile pressione, ed è l’unico modo per celebrare e onorare questo essere ammirabile che sono il nostro orgoglio e la nostra ispirazione . E aggiunge la scrittrice, > provare sentimenti crea empatia e ci ricorda che la vita vale la pena di essere vissuta . È un sentimento profondamente femminile, nasconde quella solidarietà basata sulla cura e sulle relazioni che è alla base del pensiero femminile. Il quarto capitolo ritorna al contesto del primo. La guerra è finita e si capisce sino in fondo che non esiste una reale possibilità di evoluzione in un regime strutturalmente contrario alle libertà civile e alla dimensione femminile. Non resta che la fuga nell’intimità e verso l’estero. In un mondo nel quale la religione è diventata ideologia, sembra non esserci più spazio nella dimensione individuale. In questo senso Austen è odiata dal regime. > le donne di Austen, gentili e belle, sono le ribelli che dicono no alle scelte di stupide madri, padri incompetenti e di una società rigida e ortodossa. Esse rischiano ostracismo e povertà per conquistare amore e amicizia (per conquistare l’importanza dell’amore e della comprensione nel matrimonio, e non l’importanza del matrimonio) per abbracciare quell’irraggiungibile fine della democrazia: il diritto di scegliere . Al di là della società iraniana, il libro affronta alcuni temi universali (la libertà di scelta, la prevalenza degli affetti rispetto agli schemi rigidi, la forza della letteratura e dell’immaginazione ecc. ) che possono essere ricondotti all’affermazione: non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno. Ma come è possibile in una società sempre più oppressiva e massificante, anche se apparentemente democratica? Come difendersi dall’invasione delle immagini, dei luoghi comuni veicolati dalla televisione, dalle urla dei dibattiti e così via? Mi sembra che la prospettiva sia la riscoperta della letteratura e della cultura in generale sia come ritorno alla dimensione individuale ma anche come riscoperta dell’immaginazione e quindi mezzo di resistenza e di riscatto domani: pensare e avere sentimenti sono, forse, le chiavi di volta per progettare e poi realizzare una società migliore.
La regina dei caraibi
Il romanzo è la continuazione del Corsaro Nero. Il pirata è sempre alla ricerca dell’odiato duca Wan Gould e il libro si sviluppa in una serie di combattimenti e di avventure, intervallate da lunghe e affascinanti descrizioni della foresta caraibica. Il duca muore con la sua nave e alla fine il pirata ritrova la sua amata, Honorata, diventata regina dei cannibali. Il libro presenta una struttura molto complessa e si evolve su diversi piani, con l’ingresso di nuovi personaggi. Al centro del romanzo sta il fatalismo del Corsaro Nero, ormai convinto di essere condannato all’infelicità e di portare dolore anche agli altri. In un colloquio con Yara, la giovane indiana che resterà uccisa dagli spagnoli, il pirata confessa la sua convinzione di essere predestinato a portare sventura alle donne: > Non si può amare il Corsaro Nero, fanciulla. Io porto sventura alle donne che mi avvicinano. Tu l’hai veduto! e ancora, dopo la morte di Yara, > io sono fatale a tutti – disse con voce cupa - abbiate cura di questa fanciulla, marchesa . D’altra parte, il sentimento della vendetta sommerge il Corsaro Nero e costituisce un destino al quale non può sfuggire, anche volendo. Nel colloquio con la marchesa di Bermejo (un nuovo e splendido personaggio di Salgari), alla domanda di che cosa farebbe del duca se Honorata fosse viva, il Corsaro Nero risponde > credete voi, signora, che le anime dei miei fratelli siano placate? Quando il mare diventa fosforescente il Corsaro Rosso e il Verde, le vittime del duca, rimontano a galla: essi chiedono vendetta. Quando l’uragano viene dall’Oriente, in mezzo alle urla del vento, io odo una voce che viene dalle spiagge della Fiandra: è quella di mio fratello maggiore, assassinato a tradimento dal duca e quella voce chiede pure vendetta . Anche nel momento in cui incontra Honorata, che finalmente può amare in quanto il duca è morto, il Corsaro Nero vagheggia la morte («Sì la morte, l’oblìo!») e la cupa depressione è tale che gli pare di vedere i morti che lo chiamano ( > Guardali, Honorata, guardali... Ecco il Corsaro Verde... ecco il Rosso... ecco tuo padre... e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre della Fiandra... ) e il pirata vorrebbe raggiungerli («Vengo!... Fratelli!... Vengo!»). Solo l’amore lo salva e alla domanda del Corsaro Nero se scegliere tra la vita e la morte, Honorata risponde con un filo di voce «l’amor tuo». Accanto a questa lotta tra l’odio e l’amore, si muovono i personaggi collaterali al Corsaro Nero ma di fatto centrali nel romanzo: in particolare, i suoi compagni, Carmaux, Wan Stiller e Moko, che curano con un amore fraterno il Corsaro Nero e danno al romanzo un brio abbassandone la drammaticità: espediente estremamente moderno e fondamentale nel dare al libro ritmo e piacere di lettura. Anche la natura emerge come una grande protagonista: una natura rigogliosa, ricca di animali fantastici, in particolare gli uccelli e i rettili, che Salgari descrive con estrema attenzione e con il desiderio di svagarsi e di dimenticare la disperazione dominante nella figura del Corsaro Nero. Dire che si è di fronte a un gusto dell’esotismo significa dimenticare il contrasto tra l’ambiente circostante e i sentimenti del pirata: la descrizione dell’ambiente ha il tono della fuga e del riposo. L’ultimo tema del romanzo è costituito dai combattimenti e in particolare dalle battaglie navali e dai naufragi, il mare è un altro protagonista e splendide sono le pagine che descrivono lo scontro tra la Folgore (l’amata Folgore!) e le navi del duca. Il libro è perfetto, sia sotto il punto di vista del ritmo che dei protagonisti e della trama.
La regina dei castelli di carta
Il libro prende le mosse dalla scena conclusiva del precedente volume di Larsson: la ragazza che giocava con il fuoco. Lisbeth Salander, dopo aver ferito gravemente il padre, è stata salvata dallʼamico Mikael Blomkvist. È tuttavia molto grave e viene operata e ricoverata in ospedale. Nel frattempo unʼunità speciale dei servizi segreti cerca di far rinchiudere nuovamente Lisbeth in manicomio per evitare che si vengano a sapere le trame ordite per molti anni, ai danni anche di importanti uomini politici, e che si basavano sulla figura del padre di Lisbeth. Questʼultimo viene ucciso da uno dei servizi segreti, vengono compiuti altri omicidi e soprattutto si costruiscono le prove per incolpare nuovamente la ragazza. Complementare alla vicenda principale si sviluppa lʼazione di Mikael, un vero giornalista, che raccoglie informazioni e riscontri per salvare la ragazza e smascherare i servizi segreti «deviati». Si mette poi in moto anche una azione da parte dei servizi segreti «buoni», che operano, congiuntamente a Mikael, per smascherare lʼunità deviata e recidere il «cancro» che rischia di distruggere la democrazia svedese. Come è abitudine dellʼautore si aprono altre vicende, una delle quali vede protagonista la socia, ed amante, di Mikael, che va a dirigere un giornale importante, subisce diffamazioni di carattere sessuale ed è costretta poi a dare le dimissioni quando scopre che il proprietario del giornale sfrutta lavoro minorile in un paese del estremo oriente: ciò non evita, come vorrebbe il vero giornalismo, di pubblicare lʼinchiesta e rovinare lʼavido presidente. Il tutto, poi, si conclude felicemente con la liberazione di Lisbeth e il trionfo del giornalismo dʼassalto e di un paese, lui sì, che possiede robusti anticorpi. Il tema di fondo del libro sembra essere la contrapposizione tra il bene e il male: al medico cattivo si contrappone quello buono e preparato, al procuratore superficiale e facilmente manovrabile si contrappongono poliziotti e giudici onesti e così via. Il conflitto è troppo evidente ed talmente privo di ambiguità da divenire scontato. È un thriller, ma più ancora dei due primi libri dellʼautore, la trama si sviluppa in modo lento e talvolta noioso, è appesantita da una moltitudine di personaggi e da una ridondanza di dialoghi rispetto allʼazione vera e propria. Appare, poi, totalmente inverosimile la forza di unʼunità operativa costituita da pensionati dei servizi segreti, e quindi fin dallʼinizio appare evidente che la minaccia verrà sventata facilmente. Inoltre, la molteplicità dei temi trattati ( la deviazione dei servizi segreti, la capacità reattiva delle istituzioni democratiche, i doveri di un vero giornalismo ,che deve investigare e dire la verità, le intimidazioni di carattere sessuale, la fatica delle donne di affermarsi) generano un senso di dispersione che contribuisce a far perdere un filone comune nella lettura. Ci si perde nelle parentesi con il risultato di una minore efficacia del racconto. Ciò che rimane è lʼinvidia per un giornalismo investigativo ed onesto così lontano da quello italiano: se ci fosse anche nel nostro paese una rivista come Millenium!!
Regina di fiori e di perle
L’io narrante è una bambina, poi adolescente e quindi giovane donna, che racconta come è diventata «cantora» delle vicende del suo popolo (lʼEtiopia) e degli italiani, quando questi ultimi hanno conquistato il suo paese. L’avvio del libro è il racconto da parte del bisnonno della nascita della nonna della bambina durante la resistenza contro gli italiani e della morte cruenta dei genitori, un uomo italiano e una donna etiope. Il libro quindi ha come partenza un atto di grande amore, che lega i due popoli, ma emerge sin dall’inizio la crudeltà delle leggi razziali, che impedivano a un italiano di sposare una donna etiope. Il vecchio si fa promettere dalla bambina che racconterà queste storie cosicchè possa rimanere un ricordo per il futuro. La bambina diventa un adolescente, dimentica la promessa e decide di andare a studiare in Italia, a Bologna. Ormai ventitreenne ritorna in Etiopia alla notizia della morte del vecchio, ma giunge troppo tardi per partecipare al lutto collettivo, che tradizionalmente accompagna i funerali di un defunto. Rimane così sospesa con un dolore interiore, che non riesce a esprimersi, e con un senso di diversità verso gli altri che la percepiscono ormai come una forestiera. Il trisavolo aveva lasciato come un ultimo desiderio che la ragazza andasse a pregare presso un importante Santuario. La parte centrale del libro si svolge, quindi, in sei giorni durante i quali la ragazza va al monastero, incontra un anziano eremita e soprattutto, nella sua attesa, ascolta le storie di donne, storie relative all’incontro, tragico e complesso, tra l’Etiopia e l’Italia. Pian piano la ragazza riesce a elaborare il lutto e a capire che il suo destino è di rispondere a quanto chiedevano i suoi anziani: «sarai la nostra cantora». Uno dei temi centrali del libro è senza dubbio il colonialismo italiano, le sue crudeltà e aberrazioni: particolarmente tragiche sono le pagine che raccontano del massacro effettuato dagli italiani a seguito dell’attentato a Graziani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il libro solo a questo tema. In realtà la struttura narrativa del racconto è molto complessa ed emergono almeno tre tratti distintivi:la coralità, che viene data dalla raccolta di racconti, che costituiscono il cuore del libro. Poco dice la narratrice di se stessa (anche se è l’io narrante), in quanto ciò che interessa non è né l’introspezione dei sentimenti nè l’angoscia esistenziale, ma il libro vuole essere un punto progressivo di accumulo della storia di due popoli;la ricchezza dei temi, che va dall’elaborazione del lutto, alla perdita delle radici di chi è in bilico tra due culture, della contrapposizione dei valori comunitari rispetto alla solitudine dell’uomo moderno. In questo senso il vero contesto del racconto è l’Italia, che viene interpretata secondo un angolo di visuale che è quello di chi viene da unʼaltra cultura: emerge un paese al quale sono propri i colori dell’autunno, il grigiore, il soliloquio e l’abbandono, il rimpianto del passato;lo stile narrativo, asciutto, pur nella ricchezza del vocabolario, che si stacca positivamente rispetto alle verbosità di molti scrittori italiani.
Le relazioni lontane
Il romanzo è ambientato a Parigi e racconta la strana storia parallela di due famiglie omonime: uno strano personaggio messicano che vive in Francia in una villa solitaria e il giovane e antipatico figlio di un amico di chi racconta. Si tratta di una vicenda surreale che si sviluppa in modo noioso e prolisso. Non sono riuscito a finire il romanzo.
Il responsabile delle risorse umane
Il romanzo ruota attorno alle vicende del responsabile delle risorse umane di una grande azienda. Una dipendente viene uccisa in un attentato e il direttore del personale viene incaricato di interessarsi dell’identificazione della salma e del suo trasporto al paese natio: una nazione dell’ex Unione Sovietica. Inizia un viaggio che costituisce in qualche modo un percorso di purificazione e nel contempo di evasione da una situazione di guerra, quale quella in cui si trova Israele. Si realizza una rinascita del protagonista rispetto a un stato esistenziale, privato e collettivo, di incertezza e di ansia: si riprende la sicurezza nella vita e nelle proprie capacità. Come al solito, il romanzo è scritto molto bene ma è molto debole sotto il profilo dei contenuti e del ritmo narrativo tanto da risultare noioso e insulso.
Rigenesi
Il romanzo è imperniato sul racconto da parte della figlia della vicenda dei propri genitori, del loro amore e di come quest’ultimo si sia dissolto nell’incomunicabilità. Non ho finito il libro perchè lʼho trovato noioso e di difficile comprensione. Secondo l’Enciclopedia: > Madsen ha centrato la sua ricerca sulla sperimentazione letteraria e sul problema esasperato dell’identità, dell’incomunicabilità e dell’inseguimento vano della realtà; si colloca bene nell’ambito di una letteratura, quella danese, che sembra molto focalizzata sui temi esistenziali di una società in crisi .
The road
> Le ceneri del mondo perduto si spargevano sulla landa desolata, (trasportate) qua e là nel vuoto da venti burrascosi. Trascinate e gettate e trascinate nuovamente. Ogni cosa divelta dalle sue radici. Non sostenuta nell'aria polverosa. Sostenuta da un respiro, tremante e breve. Se solo il mio cuore fosse di pietra . In un'era post apocalittica (per una catastrofe non specificata) > tutti i depositi di cibo erano stati svuotati e l'assassinio era ovunque sulla terra. Il mondo fu presto largamente popolato da uomini che avrebbero mangiato i loro figli di fronte ai loro occhi e le città stesse erano dominate da bande di sudici predatori che rovistavano tra le macerie e strisciavano dai rifiuti, (illuminati solo) dal bianco dei denti e degli occhi, portando in sacchetti di nylon barattoli di cibo carbonizzati e anonimi, come consumatori nei ristoranti dell'inferno. (...) Fuori sulla strada i pellegrini affondavano, cadevano e morivano, e la terra velata e spoglia (come un sudario) continuava a scorrere con il sole e ruotare di nuovo come il cammino senza traccia e senza segni di un qualsiasi mondo gemello, innominato e irraggiungibile nel buio primordiale. Questa lunga citazione dà l'idea dello stile di questo romanzo: lirico, ricco di immagini evocative, con una scrittura complessa sotto il profilo lessicale e sintattico, difficile da tradurre, affascinante per i critici, molto meno per i semplici lettori. Il richiamo alle stesse parole dell'autore introduce l'ambiente dell' esile trama: un padre e un figlio, ancora ragazzino, viaggiano in un mondo devastato, fatto di alberi bruciati e lande desolate, privo di animali e piante, tra altri esseri umani dediti al cannibalismo per sopravvivere. Il padre sa che morirà presto (la polvere lo sta uccidendo) e vuole condurre al mare il figlio: sulla costa è convinto che ci sia ancora della «gente buona». Potrebbero fermarsi ma non lo possono fare perché rischiano di essere assaliti dalle bande assassine. > Dieci mila sogni sepolti dentro le loro anime erranti. Proseguirono. Attraversando il mondo perduto su un carro nascosti come topi. Le notti morte nella loro fissità e ancora più morte nell'oscurità. Così fredde . Il padre non ha pietà, non risponde alle urla di aiuto, non si lascia impietosire da esseri umani che saranno probabilmente cibo di altri e chiedono disperatamente aiuto; non se lo può permettere, ha una missione, sopravvivere e portare in salvo il ragazzo. Il figlio è invece la coscienza critica; non solo implora umanità ma pretende che il padre sia coerente con ciò che gli racconta. «Vuoi che ti racconti delle storie», dice l'uomo. > Il ragazzo lo guardò e volse lo sguardo. (...) Quelle storie non sono vere. Non devono essere vere. Sono storie. Si (dice il ragazzo). Ma nelle storie noi aiutiamo sempre la gente e invece noi non aiutiamo gli altri.(...) Bene. Penso che siamo ancora qui. Sono capitate molte cose brutte ma noi siamo ancora qui . Quando arrivano sulla costa non c'è l'odore del mare, l'acqua non è blu ma ha un colore grigio, coperta di cenere, > solo ossa di pesci in milioni sparse lungo la spiaggia per quanto l'occhio possa vedere come una linea di morte. Un enorme sepolcro di sale. Senza senso. Senza senso . Il romanzo può essere interpretato in tanti modi. Si può leggere il racconto in modo letterale, come la storia di ciò che sarà di noi dopo una catastrofe, climatica, pandemica o nucleare; mancano troppi elementi narrativi (non ultimo le cause del disastro ambientale) per far pensare che l'autore abbia voluto narrare una vicenda distopica. Ci si può riferire a un altro libro di McCarthy (si veda la recensione di «All the Pretty Horses» in questo sito), in cui lo scrittore si sofferma sulla scomparsa del mondo dei cowboy, dei cavalli selvaggi nelle verdi pianure del West; pure «The Road» è ambientato nelle vaste praterie, anche se distrutte dalla catastrofe, come se l'autore sia tornato a piangere, ormai senza speranza, la perdita inesorabile e dolorosa del suo mondo, divenuto un paesaggio apocalittico per la diffusione disordinata e pervasiva delle fabbriche, della cementificazione selvaggia, dei centri commerciali con la loro ridondanza delle merci. Quanti oggetti e cibo abbiamo se ancora dopo anni di saccheggio possiamo trovare qualcosa di utile tra le macerie e i rifiuti! Dalla lettura si riceve un senso metafisico dell'esistenza, fuori dal tempo e dello spazio, di là della singola storia individuale. Il viaggio dei due pellegrini è la metafora della Morte, un cammino verso la fine dell'esistenza. Non solo non ha senso vivere in una realtà orrenda, dove si perde anche la memoria e i sogni possono essere solo incubi. La morte è il nostro inevitabile arrivo, ma è faticoso morire in un mondo senza pace. Visto da questo punto di vista il racconto ha il suo centro nel legame tra padre e figlio. Perché l'uomo continua a vivere e lottare? Perché insiste nel narrare storie falsamente ricche di umanità? Perché inganna il ragazzo? Emerge un messaggio potente: il nostro attaccamento alla vita non deve risiedere nelle cose materiali, nella quotidianità di un'esistenza sempre più inutile, fragile e dolorosa; insistiamo a non morire perché dobbiamo ancora proteggere i nostri cari. Nel momento in cui non c'è più un' escatologia, che sia la Città di Dio o il Sole dell'Avvenire, non ci resta che ancorarci alle nostre responsabilità verso chi ci è più vicino, nelle relazioni essenziali come quelle tra il padre e il figlio. La narrazione è articolata in brevi capoversi, come una raccolta di poesie che si potrebbero leggere a sé stante. Il fascino della lettura risiede proprio nel suono che scaturisce dalla ricchezza lessicale delle parole e dalla struttura sintattica fuori dagli schemi, come sospesa e inesplicabile. E' una prova di eccezionale maestria stilistica, una ricerca dell'effetto che va a scapito della storia: tutto si ripete in un eterno ritorno, i paesaggi, le situazioni, i dialoghi (di fatto solo tra padre e figlio) si susseguono monotoni e alla fine scontati. Si attende con ansia qualcosa che rompa la noia, ma non viene, se non un finale improbabile. Rimane un senso di oppressione ed era forse questo lo scopo dello scrittore. Certo è difficile da capire il grande successo del libro; è prolisso e si fa fatica ad arrivare alla fine. Perché leggerlo? Solo per dovere e attratti dalla maestria stilistica.
The road to Los Angeles
È il secondo libro della sagra di Bandini. Mentre il primo libro si sviluppa ancora intorno al tema della famiglia italiana, con uno stile realistico e povero di suggestioni, questo romanzo abbandona di fatto i riferimenti etnici e folcloristici per narrare la maturazione di un ragazzo di diciott’anni, che legge molto e vive soprattutto con l’immaginazione e la fantasia. Si è in presenza del contesto familiare italiano (la madre e la sorella profondamente religiose, uno zio che si aspetta che il nipote si assuma le sue responsabilità), ma in realtà le vicende di Arturo sono quelle proprie di un ragazzo della sua età, che è costretto a conciliare il lavoro, spesso duro e alienante, con le proprie aspirazioni e i propri sogni. Il primo tema del libro è la rabbia, il desiderio di rivolta verso una società ingiusta che si esprime spesso in atti di violenza (bellissima la scena di Arturo che fa una strage di granchi credendosi un cavaliere antico), nelle prolusioni contro la religione cattolica e nei riferimenti ai grandi filosofi dell’Ottocento. Il secondo tema è costituito dal mondo erotico, dalla ricerca di un rapporto con le donne, che passa necessariamente attraverso le riviste pornografiche e la solitudine della propria stanza. Veramente incredibile dal punto di vista stilistico è il capitolo nel quale l’autore racconta la distruzione delle fotografie delle donne amate da parte di Arturo! L’ultimo tema, e forse il più importante, è costituito dall’immaginazione, dai sogni e dalle fantasie legate alle aspirazioni di Arturo, al suo desiderio di sentirsi un grande scrittore. Ed è proprio la delusione che deriva dalla lettura del suo primo racconto che spinge Arturo alla fuga dalla famiglia e al viaggio verso Los Angeles e quindi verso la propria indipendenza e maturazione. Fante abbandona lo stile realistico e freddo, che aveva caratterizzato il primo libro, per avviarsi verso espressioni e costruzioni sintattiche sempre più intense e ricche di suggestioni. Al significato della parola si aggiungono «segni» sempre più ricchi e sfumati, che sono prodotti dal ritmo, dalla fonetica e dall’uso degli aggettivi, spesso arricchiti da neologismi.
Romanzo Criminale
Siamo nella Roma degli anniʼ70 e 80, in unʼ Italia che si affaccia alla società dei consumi ed è attraversata dal terrorismo e da disegni eversivi. Alcuni giovani della periferia romana decidono di > affermare in modo indiscutibile una signoria destinata a durare per sempre sulla Vecchia Mignotta . Da sbandati si fanno banda e diventano i padroni di Roma: sono la famosa Banda della Magliana. A dare forza al gruppo sono lʼamicizia, un leader (il Libanese) e > il sogno di contare finalmente qualcosa, tutti insofferenti dei vecchi capi e degli stranieri che vengono a spadroneggiare in casa nostra. Tutti accesi dalla fantasia di prendersi una buona volta la vecchia mignotta eterna con tanto de lupa e gemellini. (...) Ma neanche questo era del tutto vero. Di là da tutti i programmi, ben oltre la ragione, il cemento di ogni cosa era lʼazione . Non cʼè quindi da stupirsi se la loro ideologia politica sia quella fascista, se il gruppo graviti intorno allo squadrismo nero. Nella loro corsa verso il dominio criminale della città, la banda fa i conti, e si allea suo malgrado, con una serie di organizzazioni e personaggi di contorno: la mafia e la camorra, che riconoscono alla banda il controllo di Roma, ma ne decidono i confini e se ne servono per i loro fini criminali; gli intermediari, che permettono di riciclare il denaro sporco in affari puliti o quasi; le istituzioni (la polizia, la magistratura, gli avvocati, il carcere), che in qualche modo favoriscono le azioni criminali della banda, talvolta inconsapevolmente per una visione legalistica della giustizia e molto più spesso perché sono colluse, corrotte ed acquiescenti. Ma sopra il tutto cʼè il Vecchio, che > comandava unʼunità informativa (dei Servizi Segreti) dal nome neutro (e giocava) a disordinare il mondo . È il grande burattinaio e la banda uno dei burattini: > prendi un deviante o supposto tale, lo fai deviare, lo afferri mentre sta deviando. (...) E adesso teneva il Libanese e i suoi ragazzi. Per farne cosa? Per giocarci, naturalmente . Lʼunico ad accorgersi della trappola è il Freddo, il "puro«della banda, che urla al Libanese:»così adesso stiamo sotto padrone! E che padrone, poi! Lo Stato! Lo Stato sporco! > Nellʼapatia e codardia generale lʼunico a contrapporsi alla banda è un commissario di polizia: Nicola Scialoja. A lui è chiaro, sin dallʼinizio, che si è di fronte ad unʼorganizzazione criminale, e non semplicemente ad una banda di piccoli delinquenti, che la droga era la chiave di tutto. (...) Chi controlla il mercato della droga controlla la città. I ragazzi del Libanese controllavano la città > ; e lentamente capisce che dietro alla banda cʼè un burattinaio, il quale manovra da un oscuro ufficio dei Servizi Segreti. Scialoja è lʼeroe positivo: caparbiamente combatte la banda; viene sconfitto, tradito, denigrato, ma non abbandona la presa. Assiste al disfacimento della banda della Magliana. Il Libanese viene ucciso e da quel momento si rompono i legami che tenevano unito il gruppo: i ragazzi andavano su strade diverse. (...) La lealtà del gruppo diventava lealtà dei gruppi > . Scialoja sa che la banda diviene più fragile, cerca di colpirla in tutti i modi, ma finché il Vecchio la protegge, tutti i suoi sforzi si infrangono sul muro dellʼomertà, della corruzione e della collusione. Scialoja sconfigge la Banda della Magliana solo dopo che il Vecchio, ormai morente, lo designa come suo erede, cooptandolo come capo del suo oscuro ma potentissimo ufficio. Lui aveva il diario del Vecchio! Era il depositario della storia segreta della Repubblica. (...) Poteva praticamente tutto. Aveva il potere. (...) Ma mentre si infilava in ascensore, (...) provò una piccola, dolorosa fitta in fondo al cuore. Nel momento del trionfo, da quali mai oscuri recessi del passato affiorava questo incomparabile senso di sconfitta? > Il racconto può essere letto da differenti punti di vista: cronaca romanzata di vicende reali, affresco desolante della società italiana e di Roma in particolare, dolorosa e rassegnata denuncia del male oscuro dellʼItalia: la perversa connessione tra politica, malavita, imprenditori marci, Servizi segreti deviati.... quando questo cancro sarà estirpato... se sarà estirpato... > . Cʼè una chiave di lettura più semplice: la storia di un gruppo di ragazzi, del loro desiderio di ribellione e di libertà, e di come i loro sogni, e la loro amicizia, si infrangono nella palude romana del denaro, della droga, dei compromessi. Quando Roberta, dopo aver fatto lʼamore, gli chiese per lʼennesima volta perché facesse tutto questo, (il Freddo) riuscì a trovare la risposta sincera: perché così me sento libero > . Nel prologo, un superstite della banda, dopo aver ucciso a sangue freddo un piccolo delinquente, indifferente ai pianti, al rumore dei passi, alle sirene che sʼavvicinavano, gli volse le spalle, e puntata lʼarma contro la luna bastarda urlò, con quanto fiato aveva in corpo: io stavo col Libanese!" Il contesto è il pregio fondamentale del libro. I difetti sono i personaggi e la trama. I primi sono degli stereotipi, esaminati in modo superficiale, forse perché lo scrittore non privilegia le vicende di alcuni rispetto a quelle di altri: tutti si affollano sullo stesso piano e tutti scompaiono e ricompaiono facendo perdere al lettore il filo dello loro peripezie e dei loro sentimenti. La trama si evolve lentamente, senza sorprese, in modo ripetitivo: passano gli anni, si evolve la banda, ma i fatti sembrano sempre gli stessi, come se gli atti criminali siano monotoni, perché sempre uguali a sé stessi; se non cʼè un grande scrittore, che li dà spessore e ritmo, sopraggiunge la noia. Perché leggerlo? È una parte della nostra storia, ma il romanzo è alla fine prolisso e noioso.
Romanzo russo
Il romanzo è ambientato in Russia tra il 1987 e il 1991 negli anni di Michail Gorbacev, in quelle confuse vicende che portarono alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, nel dicembre dello stesso anno. Ciò che accadde fu > un tappeto intessuto di innumerevoli fili , una sorta di cubo di Rubik, su cui le dita rincorrono > i cubetti colorati che non si incastrano mai al posto giusto. Per dipanare questo groviglio, senza riuscirvi, Barbero immagina che «qualcuno» racconti quanto è successo: un io narrante, forse un oscuro attore ebreo e moscovita, al quale, dinanzi a una manifestazione di odio antisionista, > balenò d'un tratto un progetto che sul momento, chissà perché, non gli parve affatto mostruoso, ma anzi felicissimo: ecco, io, pensò, me ne starò a guardare, e poi descriverò tutto quanto nel mio romanzo. Perché, si capisce, come sopravvivere altrimenti a una simile porcheria?. E se la trama non ha l'ordine dei grandi romanzi ottocenteschi, bisogna rassegnarsi perché è progettata da un attore, o forse da uno storico che, come Ariosto con l'Orlando Furioso, si sta divertendo nell'affascinante passione dello story telling. D'altra parte, pure il grande Emanuel Carrère si è perso a descrivere i recenti avvenimenti russi (si veda Limonov in questo sito). Il romanzo ruota intorno a due personaggi. Tania, una giovane storica, ha deciso di fare la tesi di dottorato sull'oscura scomparsa dei dirigenti del Partito a Bakù, negli anni '40. Perché nei verbali dei congressi e dei comitati regionali non sono più citati? Deve essere una vicenda delicata, se il romanzo stesso si apre con una scena divertente e preoccupante: due inviati da Bakù riversano del pomodoro sulla scrivania e il vestito del capo di Tania per fargli capire che è meglio che la ragazza abbandoni la ricerca su quanto è successo. > Lasciamo pure stare i meriti e le colpe. Ma l'oblio, quello no. Un popolo libero deve ricordare , e con la determinazione di chi crede alla «verità storica» come imperativo morale del ricercatore, Tania va a Bakù a svelare il mistero, all'insaputa dell'Istituto Storico per cui lavora, e rischiando la vita. Nazar è un procuratore federale: crede fortemente nella giustizia, una legalità ormai corrosa dalla palude brezneviana, lui nostalgico della severità staliniana, al punto che è per la pena di morte (in casa tiene con orgoglio «i foglietti rosa» in cui è riportata l'esecuzione delle sue condanne alla pena capitale!). Gli viene affidato l'incarico d'indagare sull'omicidio di un ayatollah a Bakù; si teme che possano essere accusati gli armeni scatenando la furia vendicativa degli azeri: siamo ormai dinanzi alla disgregazione del potere sovietico. Come in un thriller le due vicende si dipanano con colpi di scena, momenti di pericolo nella lontana Bakù ma pure nella più sicura Mosca, intrecciandosi tra loro in modo sorprendente e casuale. In un mondo in disgregazione in termini di valori e per quanto riguarda le istituzioni statuali. a chi interessano la verità storica e quella giudiziaria? Non resta che rinchiudersi negli affetti familiari. Perdendosi nel racconto viene un dubbio: Barbero parla della Russia o dell'Italia? La corruzione dilagante, a tutti i livelli, l'intreccio tra potere politico e malavita, l'ideologia ridotta a mero rituale, la mancanza di una qualsiasi visione del futuro, il disinteresse per le «verità», se non da parte di pochi testardi, sono tutti elementi che ritroviamo nella storia recente del nostro Paese. Come in Limonov, bisogna ammettere che le società in dissolvimento, che siano russe o italiane, hanno un loro fascino, soprattutto se descritte in modo ironico, senza esprimere inutili giudizi morali. Inoltre, il mondo degli storici è narrato nei suoi meccanismi, in cui potere, compiacenza, studi degli archivi e metodologie si mescolano in modo imprevedibile, e solo chi è mosso da una fede incrollabile, come Tania, può arrivare fino in fondo. Barbero parla di se stesso, come storico e italiano. Barbero scrive come parla, in modo colloquiale, con continue parentesi e descrizioni gustose, mischiando fatti con tratti di costume, senza tralasciare un pizzico di sesso. Le pagine scorrono veloci e piacevoli; tuttavia, il lettore si perde negli innumerevoli ricami della narrazione, a discapito del ritmo complessivo, fondamentale in una sorta di thriller, e della comprensione complessiva della storia. Deve essersi accorto di questo, Barbero verso la fine perché mette le mani avanti. > E tutto sta in questo, che bisogna essere bravi: sarebbe troppo comodo se il primo venuto fosse capace di scrivere in quattro e quattr'otto quel che passa in testa ai suoi personaggi in un momento come questo. (...) La penna scrive e non sa che cosa, l'inchiostro non corrode la carta, il quaderno non prende fuoco.... Perché leggerlo? Piacevole e interessante, bella la figura di Tania.
Rosso come una sposa
Il libro è di una scrittrice albanese, che scrive in italiano. Nella prima parte del romanzo, la scrittrice ripercorre le vicende della sua famiglia in un piccolo villaggio sulle montagne. È una storia di personaggi femminili, ed in particolare della nonna della scrittrice: Saba. > È una vita incastrata nel reticolo di silenzio senza confine della montagna. Disturbata soltanto dal brusio degli alberi mossi dal vento. La gente si occupava delle faccende di sempre. Si occupava di storie passate che continuamente tornavano a rivivere come fossero accadute la sera prima . In questo mondo immobile e senza tempo, i dolori e il peso della vita sono a carico delle donne: coraggiose, dure, determinate a difendere la propria famiglia, ma anche spietate con le altre donne, quando alcune di esse non rispettano le rigide regole della comunità. In questo mondo, «che inizia e finisce qui», il destino delle donne è inesorabile ed ad esse non è concesso di vivere lʼamore. Solo la morte crea un legame forte tra gli uomini e le donne. Dinanzi al marito morente, che non ha mai saputo amarla, Saba > piange così, per il tempo giusto o sbagliato che è passato... si corica vicino a lui, prende il suo viso tra le mani. Accarezza le sue rughe, accarezza gli anni perduti senza amore . La prima parte del romanzo è senza dubbio la più efficace anche perchè la scrittrice non lʼha vissuta direttamente e quindi il ricordo dà fiato alla fantasia e ad uno stile lirico, molto evocativo. La seconda parte è più autobiografica e racconta della dissoluzione della vecchia Albania, di come un paese di forti tradizioni perda la propria identità al contatto con la società occidentale, in particolare con quella italiana. La perdita della lingua madre, lʼalbanese, a favore dellʼitaliano sintetizza questo dissolvimento e rende impossibile dialogare con il passato. La scrittrice vorrebbe parlare con Saba, la nonna amata, ma non ci riesce più. > Io parlo un idioma a lei sconosciuto e così ci rincorriamo da una parte allʼaltra. Ma la sua lingua, azzurra, verde, gialla, come le stagioni dei suoi campi, quella che vorrebbe sentire da me, non è più la mia . È un romanzo fatto di tanti bozzetti, spesso molto belli, ma che vanno a scapito del racconto complessivo. La ricerca, anche stilistica, dei singoli frammenti fa perdere il senso del romanzo. Mentre nella prima parte, il lettore è affascinato dalle singole storie, dalle forti emozioni che scaturiscono dalla descrizione di una società dura ed atavica, nella seconda parte del libro le vicende risultano scontate, talvolta banali e non si capiscono le profonde trasformazioni sociali e personali che hanno caratterizzato la società albanese. In fondo cʼè un salto, anche nellʼefficacia del racconto, tra un mondo contadino, ormai lontano e offuscato dalla nostalgia, e la nuova vita urbana ed industriale, che non può che essere italiana. Perché non leggerlo? Alcuni frammenti del racconto sono molto belli. In generale, tuttavia, il racconto non riesce a creare interesse proprio quando si passa a descrivere i cambiamenti della società albanese verso la società occidentale: come risultato anche la rappresentazione del mondo contadino rimane sospesa, ricondotta ad una sorta di antropologia folcloristica.
Rossovermiglio
> Mi pare di essermi persa in una grotta sotterranea piena di anfratti pericolosi e labirintiche cavità che non conosco, altrettanti crepacci in cui posso scivolare. Questo mi succede adesso, quando guardo avanti e mi accorgo che non cʼè più strada, e allora mi volto indietro e vedo che di strada non ce nʼè neanche lì . La protagonista, lʼio narrante, è ormai unʼanziana signora, che vive in un podere in Toscana dove è riuscita a produrre un vino di grande qualità, Rossovermiglio. Con la mente ritorna ormai spesso a tempi lontani e il romanzo si sviluppa, infatti, nella continua alternanza tra presente e passato. Nata in unʼaristocratica famiglia torinese, va sposa molto giovane ad un uomo del suo stesso ceto sociale. È un matrimonio combinato che non porterà che infelicità alla giovane donna. Tradita, offesa nei suoi sentimenti più profondi, respinta dalla freddezza del marito e di una classe sociale formale e vuota, la protagonista decide di rifugiarsi in Toscana in un podere che ha ricevuto in eredità dal fratello. E qui conduce una vita isolata, con i suoi amati cavalli e la crescente passione per la terra. Quando si ripresenta un uomo di cui si era a suo tempo invaghita. Nasce una relazione e la giovane si trova incinta. Ma lʼuomo scompare e la donna, per salvare le convenienze, decide di far apparire il proprio figlio come il bambino dei fattori. Come mai lʼuomo è scomparso? Sino a questo momento la protagonista appare come una «bella addormentata»: giovane ricca, irrequieta, un pò eccentrica, sulla quale scivolano i grandi cambiamenti della storia, come il fascismo, la guerra mondiale, la lotta partigiana, lʼavvento della repubblica. Ma proprio alla fine della sua vita, la protagonista scopre che lʼuomo amato è scomparso perchè ha ricevuto una lauta somma dal marito, il quale, pur lontano, si è ulteriormente intromesso nella sua vita. È stata condannata a vivere come volevano gli altri. Dal suo ceto sociale non ha ricevuto che dolori ed inganni, mentre è circondata dallʼaffetto e dalla lealtà della gente del luogo. Solo la terra (le viti, gli olivi, il bosco) è qualche cosa di fermo e di vero. > A volte smonto da cavallo e mi siedo su un sasso, e resto lì a guardare questa terra sempre uguale nel tempo, con questi colori e questi odori, lenta e silenziosa come lʼho conosciuta . Ma dʼaltra parte «noi non viviamo tragedie, abbiamo solo dispiaceri». Allʼinizio del romanzo il lettore rimane un pò sconcertato della vacuità delle vicende, degli ambienti e dei personaggi. Ma che ci importa di nobili che disperdono il proprio patrimonio in ricevimenti eleganti e raffinati? Prima la scrittura, molto squisita e accurata, e poi la crescente scoperta che la superficialità e la non attualità della vita aristocratica sono la chiave interpretativa del romanzo. Noi viviamo una vita, spesso, «fatta di niente» e quindi ci troviamo trascinati dal caso e dagli altri. Perché leggerlo? È scritto in un bellʼitaliano.
Le rouge et le noir
Il romanzo racconta le vicende di Julien Sorel: figlio di un carpentiere, riesce con le proprie forze e la propria intelligenza a salire nella scala sociale, prima nella borghesia provinciale e poi presso lʼaristocrazia parigina. Viene chiamato a fare il precettore dei figli del Sindaco, con la moglie del quale allaccia una relazione. Conduce quindi gli studi in seminario e per una serie di vicende fortunose diventa segretario di un potente aristocratico, con la figlia del quale ha un’altra storia d’amore. La giovane nobildonna, altera e orgogliosa, è perdutamente innamorata di Julien, dal quale aspetta un figlio. La moglie del Sindaco, convinta dal proprio confessore, invia al padre della ragazza una lettera nella quale si infanga il nome di Julien. In preda alla rabbia per l’onore offeso e per il tradimento da parte dell’ex amante tenta di ucciderla, viene quindi messo in prigione, processato e condannato a morte. Durante la prigionia si accorge di essere innamorato della prima amante ma è ormai troppo tardi. Sembra che la trama del libro corrisponda ad una vicenda reale; ma al di là della verosimiglianza il racconto può essere letto da tre punti di vista. Sotto il profilo del contesto storico, il romanzo descrive la scalata sociale di un rappresentante del popolo attraverso la borghesia sino all’aristocrazia. In Julien non ci sono né remissività né tanto meno umiltà: è convinto di valere come, se non più, dei rappresentanti della borghesia e dell’aristocrazia che incontra nel suo cammino. Via via che li conosce meglio, dopo una prima fase di ammirazione, ne segue un’altra di disillusione per la ristrettezza della borghesia provinciale e per la vacuità dell’aristocrazia. In questo senso il romanzo di Stendhal assomiglia a quello di Proust, anche se mancano totalmente i riferimenti filosofici che caratterizzano la «Ricerca del Tempo Perduto». Anche il quadro che emerge del clero è profondamente negativo. In questo senso il titolo «Il rosso e il nero» indicherebbe il conflitto tra lo spirito progressista e democratico e la reazione e il conservatorismo delle classi superiori nella prima metà dell’ottocento. Il titolo sembra tuttavia rispecchiare peculiarità e contrasti più profondi e in qualche misura universali. I personaggi del romanzo si muovono tutti in un clima di falsità e di ipocrisia, che caratterizza anche il comportamento di Julien. Basti pensare quali sotterfugi utilizza per conquistare e dominare la bella Matilde o il fatto che sino all’ultimo momento continua a mantenere un comportamento ambiguo nei suoi confronti, dimostrandole dell’affetto nel momento in cui è innamorato della sua ex amante, la moglie del Sindaco. Alla base di questi sentimenti predominano una diffusa superficialità e una logica dettata dalla convenienza. Questa ambiguità scompare solo nell’atto rivoluzionario di Julien, a questo punto un «vero eroe», che cerca di punire le false accuse ricevute ed accetta la morte con coraggio e dignità. Dinanzi all’ingiustizia e alla morte, Julien abbandona l’ipocrisia e la convenienza per comportarsi in modo coerente anche se in maniera inesplicabile per i suoi contemporanei. Il terzo punto di vista è rappresentato dalle due donne, la moglie del Sindaco e Matilde, che costituiscono le vere eroine del romanzo. Sin dallʼinizio i loro sentimenti sono profondamente veri: la moglie del sindaco accetta un matrimonio infelice ed affronta il nuovo amante con stupore ma con un grande coraggio; Matilde, così altera ed aristocratica, ma disponibile a perdere tutto, con slancio, per il suo innamorato. Si pensi alle pagine che raccontano l’avvicinamento di Matilde e di Julien. Da parte della ragazza è in atto un profondo conflitto tra il suo spirito aristocratico e il crescente innamoramento, da parte di Julien predomina solo il timore di essere «preso in giro» e la volontà di predominare anche con l’inganno. Julien non capisce la grandezza delle due donne, pensa che vi siano dei sottointesi, dei tranelli per poi vagheggiarne l’amicizia dopo la sua morte. In realtà la fine delle due donne sarà tragica e profondamente vera, come il loro amore: la moglie del sindaco morirà di crepacuore, Matilde porterà con sè la testa del suoi innamorato, in preda alla pazzia.
Il rumore del mondo
Il romanzo è ambientato tra il 1838 e il 1848 nella Torino sabauda, in bilico tra restaurazione e valori risorgimentali, tra conservazione e desiderio di cambiamento, anche economico. In quegli anni la Gran Bretagna, in particolare Londra, era un punto di riferimento, per le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo del commercio e della manifattura, e per la diffusione di nuove idee, che coinvolgevano anche la condizione femminile. L'autrice immagina che Anne, giovane figlia di un ricco mercante di stoffe, vada in sposa a Prospero, nobiluomo piemontese, allevato all'interno delle più rigide e tradizionali regole sabaude: disciplina militare, ottusa fedeltà alla corona e alle convenzioni sociali, disprezzo per le questioni economiche, per lo stesso patrimonio terriero, dal quale ricava peraltro ricche rendite. E' un matrimonio improbabile, diremmo noi; permette all'autrice di investigare come «riconoscere qualcosa di sé in un paese che non è il proprio», come essere sé stessi pur essendo costretti ad adattarsi ad altre consuetudini e a lingue così diverse dall'inglese, l'italiano e il dialetto piemontese. Anne, tra l'altro, è cresciuta frequentando magazzini e negozi, abituata a riconoscere la qualità di prodotti tessili provenienti da tutto il mondo, a parlare di stoffe, di innovazioni e di commercio. Sono valori moderni, esaltati da un nonno con idee giacobine e da una governante che lascia la massima libertà di idee alle sue pupille, Anne e sua sorella, spiriti indipendenti ed aperti al nuovo. La prima domanda del padre di Anne a Prsopero fu la seguente. > Allora ditemi, vi interessa la seta? (...) Nello sguardo di Prospero si affacciò un'espressione di sdegno. Se di commercio non s'intendeva affatto, s'intendeva però di educazione e non sapeva come prendere la volgarità del suocero. (...) A Torino, pensò, i fornitori entrano dalla porta di servizio e attendono in anticamera . Non è il vaiolo, quindi, che colpisce Anne nel viaggio verso Torino e le compromette la pelle, a rovinare il matrimonio; sono le differenze culturali tra lei, costretta ad adattarsi, e Prospero, ottuso e distante. In una lettera alla sorella, Anne confessa che > sono dovuti passare alcuni mesi perché io arrivassi a comprendere che il viaggio che mi avrebbe consegnata a Prospero non era un avvicinarsi ma un allontanarsi, sia da quello che avevo immensamente caro sia dalla persona che ero stata fino a quel momento. Nessuno si separa volentieri da ciò che ama e conosce, per cui puoi immaginarti il mio stato d'animo adesso che ho compreso che la persona che mi accingevo ad abbandonare definitivamente ero io stessa. Separarsi da sé è il dolore più profondo . Eppure, nel Piemonte degli anni' 40, attraversato da una ricerca di innovazioni in campo agricolo e manifatturiero, Anne, concreta, tenace, esperta di cose economiche e immensamente ricca, potrebbe trovare la sua strada; e per un momento ci speriamo, quando intreccia un'amicizia con Enrico, un avventuroso imprenditore, e quando l'ottuso Prospero muore sul campo di battaglia nel 1948. Ed invece l'esile e troppo fedele Anne > da quando è arrivata in Piemonte ha avuto un solo desiderio: essere lasciata tranquilla, sbiadire. Come accade alle amarezze, generosamente stemperate dal tempo . Anne appartiene alla folla di personaggi che hanno contraddistinto il passaggio dalla restaurazione alla nuova Italia: > le loro opinioni, le loro speranze spesso ingenuamente grandi, i loro desideri e i loro fallimenti appartengono a quella terra di penombre che è la letteratura . Il libro presenta numerosi difetti, di contenuto e di struttura narrativa, che ne hanno compromesso la qualità, pur partendo da un'idea interessante e da un personaggio potenzialmente intrigante. L'autrice ha voluto dire troppo: dare un affresco del Piemonte degli anni'40, ricostruire il fascino dell'Italia nell'immaginazione degli inglesi, introducendo il tema del «Grand Tour», sviluppare le differenze tra Londra e il Piemonte con un minuzioso dettaglio che fa perdere il senso complessivo, infittire di personaggi, i quali sovrastano la protagonista, rigidamente immobile nel suo triste destino. La struttura narrativa non ha ritmo: si sviluppa lenta e prolissa, frammentata da continui salti nel tempo e nello spazio, e soprattutto appesantita dal ricorso eccessivo all'espediente letterario della corrispondenza, non solo della protagonista ma pure degli altri personaggi. Alla fine il tutto diviene ridondante; il romanzo andrebbe riscritto con grandi forbiciate. Perché non leggerlo? Lo spunto è interessante, la struttura narrativa lo rende prolisso e noioso.






























