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All Our Names
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All Our Names

Il protagonista è un giovane etiope; il desiderio adolescenziale di lasciare il proprio sperduto villaggio lo spinge a scegliersi uno scopo ed una città: diventare un grande scrittore a Kampala, che, pur essendo capitale dellʼ Uganda, come lui «non apparteneva a nessuno e nessuno la poteva reclamare». È quindi un non luogo, dove il ragazzo nasconde, dimentica o semplicemente abbandona i venticinque nomi con i quali veniva chiamato nel suo villaggio. A Kampala conosce lʼamico. > Isaac ed io diventammo amici come due cani randagi si trovano insieme seguendo la stessa traccia ogni giorno alla ricerca di cibo e di compagnia . Entrambi sono inesperti della vita urbana, ma Isaac ostenta sicurezza e prende sotto la sua ala protettiva il protagonista, ingenuo, fragile e troppo sognatore per sopravvivere da solo in una metropoli violenta e caotica. Non avendo più nomi, Isaac dà al ragazzo diversi nomignoli (ben tredici), tutti legati alla sua aria di intellettuale e di letterato. Dapprima i due giovani frequentano il campus universitario, una sorta di "oasi > in un paese sempre più dilaniato dagli scontri tra opposte fazioni, che sfociano presto nella dittatura e nella repressione. Se prima agli studenti era permesso esprimere il dissenso, poi le manifestazioni vengono proibite e soffocate nel sangue. Per il protagonista la situazione è particolarmente grave perché è uno straniero; Isaac deve intervenire più volte a salvarlo e a nasconderlo in posti sicuri. La lotta politica è ormai una guerra tra bande. Isaac, sempre più misterioso per la vita che conduce e le amicizie che frequenta, si mette al servizio di un capo clan. Il protagonista assiste inorridito a violenze, fucilazioni, veri e propri eccidi. Ma soprattutto è sconvolto dalla trasformazione dellʼ amico: da ragazzo un poʼ provocatore e un poʼ goliardico, Isaac si rivela un cinico assassino, un abile manipolatore di uomini, un opportunista senza scrupoli, forse persino un doppiogiochista. Ma chi è veramente Isaac? Cosa sappiamo di lui, del suo passato? La situazione precipita ed allora Isaac fornisce al protagonista un passaporto e un biglietto dʼaereo, per fuggire negli Stati Uniti. In questo modo gli dà anche un nome: il suo. Il ragazzo, ora Isaac, ha un visto provvisorio come rifugiato politico e viene seguito dai servizi sociali, in particolare da una giovane assistente, Helen. Nasce una storia dʼamore, ma si può amare qualcuno del quale non si conosce il passato? Durante la loro tormentata relazione Isaac le chiede che cosa può fare per lei: si, le dissi, promettimi che non scomparirai un giorno > . Ma così avverrà perché questo è il destino dei migranti, senza luogo e senza nomi: ciò che possono dire soltanto, promettendo di tornare un giorno, è che nessuno si sarà mai amato più di quanto abbiamo fatto noi. Per semplicità espositiva la trama è stata presentata secondo una possibile sequenza logica: prima le vicende dellʼUganda, poi la relazione dʼamore in America. In realtà lʼautore non sviluppa il romanzo in questo modo; la narrazione è portata avanti mediante due storie parallele: nella prima il narratore è il protagonista e lʼoggetto lʼamicizia con Isaac, nella seconda il narratore è Helen, che racconta il suo rapporto con il protagonista. Solo nelle ultime righe le due vicende si sovrappongono, quando scopriamo che la frase che il falso Isaac dice ad Helen nel momento dellʼaddio fu scritta dal vero Isaac in un foglietto per il protagonista. Ci viene il dubbio che lʼamore per Helen sia della stessa pasta dellʼamicizia tra Isaac vero e quello falso: legami straordinari in un epoca in cui le relazioni tra esseri umani sono come quelle di due uomini che si incontrano inaspettatamente nel mezzo di un deserto dopo aver viaggiato così a lungo da cominciare a credere che il mondo sia inabitato > .. Ma che cosa vuol dire questo strano romanzo? Comunica un senso di sradicamento, quella speciale solitudine che viene dal fatto di non avere niente che sia veramente tuo«, che spinge Helen a frugare nella stanza di Isaac per»cercare prove della sua esistenza > . Questo sradicamento ha un suo fascino oscuro perché ci dà un mondo senza peso«, che permette di affrontare una realtà che»ti rompe a pezzi lentamente«e di superare la paura di»ciò che verrà dopo. È un libro interessante. È tuttavia rovinato da un eccesso di intellettualismo, che si intravede in molti passaggi del romanzo e nella sua stessa impostazione complessiva: il ricorso alle due storie parallele frammenta il racconto, lo appesantisce inutilmente, facendo perdere ritmo narrativo e tensione emotiva. Il gioco quasi pirandelliano dei due Isaac è portato avanti in modo esasperato, senza peraltro riuscire a sorprendere il lettore, quando scopre che lʼIsaac di Helen non è il vero Isaac. Lʼautore ha voluto dare troppi contenuti ad una vicenda e ai suoi personaggi, quando sarebbe stato sufficiente narrarli nella loro spontaneità, nella loro vita reale di migranti del mondo". Perché non leggerlo? È noioso.

Dinaw MengestuHodder & Stoughton
All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)
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All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)

Due ragazzi, Grady di sedici anni e Rawlins di diciassette, si riposano sulle loro coperte da sella, dopo essere smontati dai cavalli. > La notte era fredda e chiara e le scintille emesse dal fuoco diffondevano calore e bagliori rosseggianti tra le stelle. Potevano ascoltare i camion là fuori sullʼautostrada e potevano vedere le luci della città riflettersi lontano nel deserto quindici miglia a nord. Cosa pensi di fare? chiese Rawlins. Non so. Niente , rispose Grady. Dopo trecento pagine, anche di difficile lettura, alla stessa domanda («dove è il tuo paese?) Grady risponde;» non so. Non so dove sia. (...) Toccò il cavallo con i suoi speroni e si mosse. Cavalcava mentre il sole gli rendeva il viso color di rame e il vento rossastro soffiava da ovest sulla pianura al tramonto e i piccoli uccelli del deserto cantavano tra le aridi felci; cavallo e cavaliere avanzavano e le loro lunghe ombre procedevano insieme come lʼombra di un solo essere. Passavano e impallidivano nella pianura al tramonto, verso il mondo a venire > Non cʼè un luogo dove fermarsi, non resta che muoversi, avendo due sole certezze: i cavalli e la grande pianura selvaggia. Il romanzo narra lʼavventura di un adolescente. profondamente solo e alla ricerca di sé stesso nelle grandi vastità di un West ormai travolto dalla moderna società americana. Noi siamo come erano i Comanches duecento anni fa. Non sappiamo cosa si mostrerà con la luce del giorno. Non sappiamo persino di quale colore sarà > . Così gli disse il padre, quasi ad invitare Grady a partire, forse a fuggire. E il ragazzo intraprende un lungo viaggio a cavallo, insieme a Rawlins. Si inoltrano nelle grandi distese verso il Messico, dentro un nugolo di stelle, così che cavalcavano non sotto ma tra di esse (...), come ladri nuovamente liberi in quel nero elettrico, come giovani ladri in un giardino luminoso, male equipaggiati contro il freddo e diecimila mondi da scegliere > . Durante il percorso incontrano Blevins, un ragazzino di tredici anni, a cavallo, solitario, forse in fuga. Si rendono conto che potrà essere fonte di guai: è impulsivo, testardo, senza giudizio, ancora un bambino. Lo accolgono tra di loro e dopo averlo sfamato, Blevins cominciò a togliersi i vestiti e a camminare nudo sul prato, e, passando accanto ai cavalli, si immerse nellʼacqua. (...) I cavalli lo guardavano > . Il ragazzino si ubriaca e si fa rubare il cavallo da un gruppo di messicani; poi coinvolge i due amici per cercare di recuperare lʼanimale e il tutto finisce in una sparatoria e in un inseguimento, dal quale Grady e Rawlins si salvano a stento, perdendo comunque le tracce di Blevins. I due giovani sembrano trovare un posto sicuro e un lavoro in una grande hacienda > ; Grady si fa apprezzare per le sue eccezionali doti di domatore di cavalli selvaggi, conosce anche la figlia del padrone, con la quale ha una storia dʼamore. È una situazione piena di rischi, lui povero vaccaro innamorato di una ricca ereditiera. Ed infatti Grady e Rawlins vengono arrestati dalla polizia messicana e vengono accusati di essere complici di Blevins, che incontrano nuovamente in carcere e che avrebbe ucciso un uomo. Nel trasporto dal posto di polizia al carcere Blevins viene ucciso; nella orrida prigione messicana i due giovani vengono aggrediti e pugnalati, e solo lʼ intervento della zia della ragazza, della quale si è innamorato Glady, li salva dallʼinferno nel quale si sono cacciati. Sembrerebbe che siamo giunti alla fine dellʼavventura, ma Grady vuole riprendere i cavalli e di conseguenza il romanzo si conclude con uno scontro a fuoco, nel quale il giovane recupera gli animali. Dʼaltra parte cosa cʼè di più bello e di più vero di un cavallo? Quella notta sognò di cavalli in un terreno su unʼalta pianura dove le piogge primaverili avevano fatto crescere il prato e i fiori di campo e i fiori si diffondevano tutti blu e gialli per quanto poteva vedere nel sogno era tra i cavalli in corsa e nel sogno lui stesso poteva correre con i cavalli (...) ed essi correvano lui e i cavalli insieme fuori nellʼalta terra dove il terreno risuonava sotto gli zoccoli al galoppo (...) in una risonanza che era come una musica..." È una storia circolare, nella quale la trama non ha un vero sviluppo, ma ritorna sempre su stessa, ossia sulla figura di Grady, la sua solitudine e disperazione. I personaggi sono descritti in modo superficiale, in alcuni casi sono incomprensibili. Se si vuole apprezzare il romanzo, bisogna focalizzarsi sul contrasto tra lʼessenzialità dei dialoghi tra Grady e Rawlins, scarni e minimalisti e per questo espressivi della loro condizione esistenziale, e la descrizione dei cavalli e dei magici paesaggi della grande pianura selvaggia. Predomina sempre, tuttavia, un livello di dettaglio, che appesantisce la narrazione e annoia il lettore. Per quanto riguarda le prolusioni sulla storia messicana stendiamo un velo pietoso. Perché non leggerlo? È prolisso, lungo e sconclusionato.

Cormac McCarthyPicador
American Rust
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American Rust

Paul Krugman, un economista americano Premio Nobel, inizia il suo recente libro ( «End this depression now»), ricordando come la disoccupazione sia «un immenso disastro umano» non solo per le difficoltà finanziarie che ne derivano, ma perché possono essere devastanti gli effetti sulla propria dignità, sullʼauto rispetto, sul senso di controllo della propria vita. Ci si sente non più protagonisti e subentra un profondo disagio che nasce, come dice lʼautore di American Rust, «dalla pena di vedere il mondo cambiare senza te». Con questo romanzo lʼautore si è posto, appunto, questo scopo: narrare la deindustrializzazione di una città siderurgica attraverso gli occhi delle vittime, non tanto dei lavoratori che si sono trovati disoccupati, quanto dei loro figli, che hanno perso quellʼancoraggio sociale e psicologico che era stato dei loro padri. I protagonisti del libro sono due giovani, Isaac e Poe. Il primo, intelligente e sognatore, è figlio di un tecnico in pensione, che, dopo aver lavorato per molti anni in stabilimenti siderurgici, è oggi ridotto in una sedia a rotelle a seguito di un grave incidente di lavoro. Isaac ha rinunciato alle proprie aspirazioni (vorrebbe diventare un astrofisico) per assistere il padre mentre la sorella, altrettanto brillante intellettualmente, ha rotto con il passato, lasciando la città e diventando un avvocato di successo. Poe, invece, è stato un eroe a suo tempo, campione di football, ma si è ridotto a vivacchiare a carico della madre, una povera donna che vive in un caravan e mantiene la famiglia con un lavoro precario, presso una piccola sartoria. Il contesto è il declino di una città industriale, dipinto dallʼautore con tinte fosche, ma senza nostalgia, con descrizioni che mettono risalto la rovina delle fabbriche e degli edifici insieme con la riconquista da parte della natura di uno spazio non più dominato dallʼuomo. > La fabbrica era stata una piccola città... adesso stava come una antica rovina, le sue strutture sommerse da viti selvatiche.... le impronte di cervi e coyote attraversavano i terreni: cʼerano soltanto i segni umani di occasionali occupanti . Riaffiora un tema caro alla letteratura americana, anche quella contemporanea: il mito della natura selvaggia, di una società rurale, dove lʼuomo trova da sé, in piena libertà ed autonomia, i mezzi di sopravvivenza. Isaac ruba i risparmi del padre e decide di fuggire per inseguire i propri sogni, finalmente libero del passato. Prima di partire, si incontra con Poe, il suo migliore amico, che a suo tempo gli ha salvato la vita sventando un suo tentativo di suicidio. Decidono di passare lʼultima notte insieme in una fabbrica abbandonata. Ma qui si imbattono in un gruppo di teppisti, che Poe provoca con la solita sventatezza. Per salvare lʼamico, che rischia di essere assassinato o pesantemente picchiato, Isaac uccide uno degli aggressori. I due giovani si danno alla fuga. Poe viene accusato dellʼomicidio mentre Isaac fugge a piedi verso la California. Le vicende dei due giovani si dividono, senza che lʼuno e lʼaltro ne conoscono gli sviluppi, ma entrambi subiscono la violenza di una società in disgregazione. Poe conosce la legge spietata del carcere, che non accetta che non si appartenga ad un clan e viene, per questo, aggredito e ridotto in fin di vita. Isaac, ingenuo e fragile, subisce la violenza della strada, viene ingannato, derubato e costretto, a sua volta, a rubare per sopravvivere. A Poe basterebbe dire la verità, che è stato Isaac ad uccidere, ma non lo fa perché si sente colpevole di quanto avvenuto e soprattutto sa che lʼamico non sopravviverebbe alla vita della prigione. Isaac, a sua volta, capisce che la fuga non è la soluzione: deve ritornare e confessare il delitto,e soprattutto deve vivere laddove ha le sue radici. Lʼamicizia è il tema centrale del libro: essa è, infatti, il legame profondo che unisce i due giovani, così come i personaggi minori del romanzo, e li difende dalla disgregazione della società. Perché Poe non preferisce denunciare lʼamico, piuttosto che subire la violenza del carcere? Perché Isaac ritorna per denunciarsi, quando può fuggire in California? Dal punto di vista della dominante razionalità economica ( basata sulla teoria della ricerca dellʼinteresse individuale), il loro comportamento è irrazionale, inspiegabile, ma è invece la forza originaria che tiene insieme la società. Scavando in profondità nellʼimpatto tra declino economico e relazioni umane, lʼautore scandaglia i meccanismi interiori della mente umana in una fase di disgregazione sociale, trovando una base solida nei legami tra gli individui. Ma ciò ci dà speranza per il futuro? La narrazione viene portata avanti utilizzando un espediente letterario. Ciascuno dei protagonisti racconta la propria storia, con capitoli dedicati, la cui successione non segue apparentemente un ordine ma appare casuale. Di conseguenza, la trama complessiva è a conoscenza solo del lettore, che deve crearsi una propria visione dʼinsieme. Questo approccio, senza dubbio raffinato sotto il profilo letterario, chiede troppo al lettore. Orfani di una guida, ci si perde nelle analisi, spesso un pò troppo intellettualistiche e introspettive, dei personaggi. Tutto resta come sospeso, accennato, senza avvincere il lettore, senza catturarlo. Dʼaltra parte il romanzo è povero di azione, per cui solo lʼintrospezione psicologica dei personaggi e lʼanalisi delle loro relazioni potrebbero essere elementi di interesse. Ma è proprio ciò che non si conclude, in quanto lʼapprofondimento dei meccanismi interiori della mente sembra essere senza fine, senza uno sviluppo definitivo. Se lʼautore non vuole essere pervasivo e invadente, come il grande Dostoevskij, non riesce, o non vuole, diramare le vicende sino a portarle ad una conclusione, come fa magistralmente lo scrittore russo. Di conseguenza, la lentezza e la povertà della trama rendono il romanzo noioso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso.

Philipp MeyerSpiegel & Grau
The book of illusions
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The book of illusions

Il protagonista perde la moglie e i figli in un incidente aereo. Per sfuggire alla disperazione scrive la biografia di un attore del cinema muto, che era scomparso senza lasciare traccia di sé. Rintracciato da Alma, di cui si innamora, viene a conoscenza che l’ex attore vive in una fattoria, nella quale ha continuato a produrre film che ha deciso di distruggere dopo la sua morte. Il protagonista raggiunge la casa di campagna per assistere alla morte dell’ex-attore, riesce ancora a vedere uno dei film che erano stati prodotti per poi assistere da spettatore all’incendio che distrugge tutte le produzioni cinematografiche. Il racconto si conclude tragicamente con la morte di Alma. È un romanzo complesso, per molti aspetti intellettualistico e colto, che si sviluppa tra vicende paradossali su due temi filosofici ed esistenziali: il mondo è tutta unʼillusione, non è chiaro che cosa sia reale e che cosa siano la finzione e il frutto della nostra immaginazione; la distruzione, la morte, è il risultato casuale dell’illusione nella quale viviamo. Il tema dell’illusione è personificato dall’ex-attore Hector: non si sa da dove venga e fa di tutto per non farlo capire, vive una doppia relazione che si conclude tragicamente, fugge sempre fingendo di essere un altro e simulando situazioni sino a rinchiudersi in campagna a produrre film criptici che non verranno mai proiettati in sale cinematografiche. Il tema della distruzione, di tragedie che travolgono la vita degli uomini, di fatti inesplicabili è rappresentato dalle stesse vicende del libro e dai tormenti del protagonista. > Èun libro di frammenti, un insieme di nostalgie e di sogni solo in parte ricordati . Il libro è scritto molto bene, con un stile piacevole e agevole alla lettura. C’è una base intellettualistica che rende spesso farraginoso e ridondante il ritmo narrativo.

Paul AusterFaber & Faber
Canada
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Canada

Un insegnante alla fine della carriera, sposato senza figli, con una moglie contabile di professione, decide di narrare due fatti fondamentali della sua adolescenza. Se fosse stato, che ne so?, un astronauta, un avventuriero della Silicon Valley o più semplicemente una persona sensibile, e quindi fragile, ci avrebbe dato un racconto meno prosaico ed intellettualistico, ma ricco di emozioni e sentimenti; ed invece il lungo romanzo vuole dimostrare come > la migliore cosa da fare nella vita, per sopravvivere, è di sopportare bene le perdite. (...) al mondo che cambia intorno a noi non importa come io mi sento . Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima lʼambiente è una piccola città del Montana: una famiglia normale, marito e moglie, due gemelli quindicenni, una ragazza ed un ragazzo (il nostro insegnante narrante). Il padre è aitante, divertente, il classico piacione: ex ufficiale dellʼesercito, dopo aver abbandonato le forze armate ha inseguito inverosimili progetti, finendo per fare piccoli traffici anche al limite della legalità; la madre è esile, timida, introversa e sognatrice. > La strana unione delle loro caratteristiche fisiche così male assortite è sempre nella mia mente come una delle ragioni della loro tragica fine: essi erano senza dubbio semplicemente sbagliati lʼuno per lʼaltro e non si sarebbero dovuti sposare . Ai ragazzi la casa sembra normale, quando i genitori compiono un atto incredibile ed imprevedibile: una rapina in banca, a seguito della quale vengono arrestati, condannati a molti anni di prigione. Perché lo hanno fatto, che cosa li ha spinti a fare un gesto così assurdo? Vada per il padre, superficiale e irrimediabilmente ottimista, ma perché lo ha fatto la madre, così assennata e sul procinto di separarsi dal marito? > Ella potrebbe avere sentito non disperazione o terrore o una più grande alienazione (che sarebbe stato normale). Ma libertà. Da tutte le forze che la opprimevano. Potrebbe aver concluso che questa sensazione senza controllo venisse direttamente dalle stesse qualità che la isolavano. (...) Questo la potrebbe aver fatto sentir meglio di quanto le accadeva da lungo tempo. La madre è senza dubbio il personaggio più interessante del romanzo e sarebbe stato utile investigarlo meglio per capire fino in fondo le ragioni del suo folle gesto, che la porterà al suicidio. Ma > i miei genitori cominciarono a recedere nella mia visione, come quando sei malato e la febbre rimpicciolisce il mondo e allunga le distanze. I miei genitori diventarono sempre più piccoli fino a che io ero da solo nella cucina male illuminata, ed essi erano sul punto di svanire, quasi scomparire . Ed infatti nella seconda parte del romanzo lʼambiente e le circostanze sono molto lontane dal mondo ancora adolescenziale della prima parte. Per sfuggire alle grinfie dellʼautorità pubblica unʼamica della madre porta il ragazzo in Canada, in una cittadina dove il fratello Arthur gestisce un albergo. Qui il racconto assume connotati artificiosi, tipici di una costruzione letteraria a tavolino. Il ragazzo diviene adulto in poco tempo (romanzo di formazione?) ed è attratto dalla figura di Arthur: un mancato rivoluzionario colto e violento che pare voler assumere il ruolo di mentore del protagonista: una sorta di Grande Gatsby, di super eroe misterioso, di intellettuale mancato e comunque arrogante. Lʼamicizia tra Arthur e il ragazzo si interrompe brutalmente, quando il giovane viene coinvolto in un omicidio. Arthur uccide due persone e il ragazzo viene usato, a sua insaputa, per creare un diversivo e ingannare le vittime. Ed allora il protagonista comprende come lʼunica possibilità sia mantenere la vita in uno stato complessivamente accettabile, senza riguardo alle frontiere che si attraversano: come un puzzle, come una sinfonia, come > il gioco degli scacchi, nei quali i singoli concorrenti sono parte di una lunga ed unica impresa, che persegue una condizione non di avversità o conflitto, o sconfitta o persino vittoria, ma di un ʼequilibrio sottostante al tutto . È una conclusione cinica e pessimista, secondo la quale per sopravvivere, per non farsi travolgere e distruggere, bisogna non farsi coinvolgere, ossia bisogna non vivere. È un pessimo romanzo, non solo per la sua lunghezza spropositata, ma soprattutto perché è privo di tensione, di ritmo e di effettivo approfondimento psicologico; i personaggi sono stereotipi, mere occasioni per riflessioni filosofiche, peraltro spesso incomprensibili. Sarebbe stata uno buono spunto lʼidea, sulla quale si appoggia la prima parte: un evento incomprensibile sconvolge la vita di tutti, i genitori possono compiere gesti che cambiano la vita dei propri figli, radicalmente e in peggio. Quante volte lʼabbiamo visto accadere! Ma lo svolgimento dellʼidea delude per la mancanza di emozioni, di reali sofferenze. La seconda parte è una serie di luoghi comuni, di personaggi e contesti che rimandano alla letteratura e non alla vita reale. Che cosʼ è il Canada per il protagonista narratore? Una fuga, un paese irreale, il luogo della maturazione, non lo sapremo mai perché troppe sono le divagazioni inutili. Perché non leggerlo? È lungo, prolisso, noioso e artificioso.

Richard FordHarperCollins
The Casual Vacancy
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The Casual Vacancy

Una scrittrice di successo decide di abbandonare il suo genere per inoltrarsi in altri filoni narrativi. Come succede spesso, questo tentativo si rivela un clamoroso insuccesso. La critica ne dà, invece, un apprezzamento molto positivo: sulla rivista Internazionale il romanzo è stato recensito con il massimo dei voti, cinque stelle. Sono io che non ho capito le qualità del libro o sono le attese di profitto delle case editrici a determinare i giudizi? Lʼidea alla base del racconto è interessante. Siamo in una piccola cittadina inglese, percepita dai suoi abitanti come «unʼisola felice», dove la buona borghesia pensa di poter vivere in modo confortevole e sereno, isolata dai problemi del mondo moderno. Peccato che nel recente passato un grande proprietario abbia venduto un appezzamento di terreno sul quale è stato costruito un quartiere popolare, i cui problemi sociali impattano negativamente sul presunto benessere della cittadina. Inoltre, su proprietà del Comune, viene gestito un centro per tossico dipendenti, con tutti i disagi ne conseguono. Ebbene, la morte improvvisa di un consigliere, di forte sensibilità sociale e quindi favorevole al mantenimento del centro, è lʼopportunità per cambiare le maggioranze nel consiglio comunale, chiudere il centro e trasferire il quartiere popolare alla città vicina, che potrebbe essere interessata a sua volta per modificare i propri equilibri politici. Si scatena la corsa per conquistare il posto, reso vacante nel consiglio comunale. Ci si sarebbe aspettato un racconto di forte impronta sociale e politica, con i suoi intrighi ed eventuali colpi di scena. Non è così. Il racconto procede stancamente con la narrazione delle diverse famiglie coinvolte, i rapporti tra i coniugi, le relazioni tra genitori e figli, lʼambiente scolastico e così via. Nella prima parte del romanzo il lettore si perde nei personaggi, che sembrano tutti avere lo stesso peso nella struttura narrativa. Successivamente il libro diviene meno noioso e meglio delineato, in quanto alcuni personaggi, generalmente i «figli», inviano email diffamatorie sul sito del Comune, non per ragioni politiche ma per sfogare in qualche modo rancori e voglia di ribellione. Sarebbe stata unʼidea interessante, ma anche questa si perde nel nulla. Alla fine, il lettore si trova con unʼedizione romanzata di «Desperate Housewives», che chiude, perché qualsiasi romanzo deve finire, in modo lacrimevole, così da permettere qualche lacrimuccia. Lʼautrice scrive molto bene, in un inglese elegante e moderno ad un tempo. Anche se si accetta lʼapproccio psicologico del romanzo ai problemi sociali, stupisce il modo generico con il quale vengono affrontati temi molto complessi, come quelli dei rapporti intergenerazionali e dei minori in famiglie ad alto disagio sociale. Il punto più debole è la struttura narrativa. Innanzitutto la trama è dispersiva, frammentata e priva di azioni. Come è possibile che unʼautrice così esperta non sia stata capace di dare unitarietà e dinamicità alla narrazione? In secondo luogo, la scrittrice non disegna una gerarchia di personaggi, alcuni più importanti intorno ai quali gira il racconto e sui quali sviluppare gli eventuali approfondimenti psicologici, esistenziali e sociali. Tutti i personaggi sono sullo stesso piano, restando superficiali e perdendo il lettore in molteplici filoni narrativi. Perché non leggerlo? È noioso, banale e inutilmente lungo.

J.K. RowlingLittle, Brown and Hachette
The children's book
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The children's book

Il romanzo è ambientato in Inghilterra tra la fine dellʼOttocento e lʼinizio del Novecento. È lʼera trionfante della borghesia, che terminerà tragicamente con la prima guerra mondiale. Lʼinnovazione della tecnica e nellʼarte, anche in quella artigianale, la libertà dellʼindividuo e lʼuguaglianza, il ruolo della donna e il femminismo, le idee socialiste ed anarchiche sono i tratti distintivi di questo periodo storico e fanno da cornice ad un tema profondamente attuale: quello dellʼinfanzia tradita. Alla fine dellʼottocento, > i bambini erano differenti dai bambini prima e dopo. Essi non erano né bambole né adulti in miniatura. Essi non erano nascosti in nursery, ma erano presenti ai pranzi familiari, dove i loro caratteri in sviluppo venivano presi seriamente e razionalmente discussi, durante i pasti e durante lunghe passeggiate in campagna. E tuttavia, nello stesso tempo, i bambini in questo mondo avevano le loro proprie separate, largamente indipendenti vite, come bambini. I genitori trovavano difficile fare in pratica ciò che essi credevano in teoria che essi dovrebbero fare, ossia amare tutti i bambini in modo eguale . Non bisogna, tuttavia, pensare ad un romanzo storico e sociale, si tratta infatti di un racconto complesso, nel quale i diversi piani narrativi, interiori ed esteriori, si intersecano tramite le storie fantastiche di una delle madri di queste grandi famiglie borghesi: Olive. I suoi sette figli ( che si scoprirà non essere tutti figli della stessa madre e dello stesso padre) sono oggetto ciascuno di un racconto. Ma qui sta il primo tradimento: le storie non sono in realtà per loro, ma per il pubblico, come Olive confessa ad un certo punto: > a me realmente non piace costruire bambini immaginari. Divento spaventosamente annoiata dalle loro piccole dispute e dalla loro innocenza. Ma i lettori hanno un insaziabile desiderio per queste intelligenti piccole persone che compiono comiche avventure . Non cʼè da parte dei genitori una vera attenzione ai bambini: le loro idee utopistiche sullʼeducazione, sulla libera scelta dei figli, su un ambiente affettuoso e stimolante dove far crescere i giovani, sono solo parole, che nascondono una reale indifferenza. E i bambini crescono a prescindere dai genitori ma scoprendo via via le menzogne dei padri e delle madri, i loro sotterfugi e in alcuni casi anche la loro violenza. Essi si adattano a non svelare la verità, a non disturbare la dominante ipocrisia e a non svelare i segreti famigliari. Ciascuno reagisce in modo diverso: chi si rifugia nella vita dei boschi isolandosi da tutti, chi nasconde, abilmente, le sue vere idee politiche, chi scarica la propria rabbia contro gli oggetti amati dal padre, chi rimane sospeso, in attesa, lasciando che la vita rotoli via. Cʼè anche chi fugge dalla vaghezza ideologica dei genitori inseguendo professioni concrete, come quelle del medico e dellʼoperatore di borsa. La prima guerra mondiale chiude tragicamente molte delle vite dei giovani protagonisti e lascia i sopravvissuti profondamente trasformati. Ma la guerra è solo lʼepilogo di una tragedia che si era già espressa nei racconti fantastici, quasi psicanalitici, di Olive, tutti centrati intorno a storie del mondo sotterraneo, quasi ad anticipare la vita delle trincee. Capita talvolta che scrittori anche di valore si misurano con narrazioni troppo superiori alle proprie forze e alle proprie abilità. È questo il caso di questo libro, che non solo affronta troppi temi ( i bambini e gli adulti, le storie interrelate di diverse famiglie, le opere dʼarte e la nascita dei musei moderni, il femminismo e molti altri ancora) e troppi personaggi, ma soprattutto risulta ridondante a causa di una prosa ricca, ricercata e barocca. Troppe parole, troppi argomenti ma poca capacità di trasmettere tensione e coinvolgimento da parte del lettore. La trama narrativa, così come i personaggi sembrano artefatti, monotoni e in molti casi scontati. Perché non leggerlo? È prolisso e la fatica di arrivare fino in fondo non viene premiata da momenti espressivi di alto livello.

A.S. ByattVintage
Cosmopolis
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Cosmopolis

Eric Packer è un giovane brillante della finanza, che perde e guadagna milioni di dollari in pochi secondi giocando sulle monete e sulla borsa. Il romanzo descrive una giornata, nella quale Eric si muove per la città con la sua limousine, alternando fugaci incontri amorosi, rapide colazioni, blocchi del traffico dovuti a violente manifestazioni di dimostranti e la funerale di idolo della musica,la visita di un dottore con un costante monitoraggio dellʼandamento dello yen, moneta rispetto alla quale sta perdendo milioni di dollari.Se allʼinizio il racconto sembra surreale e ironico volendo descrivere la vita assurda di un giovane uomo della finanza, ad un certo punto del romanzo si capisce che si va verso la tragedia. In realtà la vita stessa di Eric, ben protetta dalle guardie del corpo e dalla limousine, è minacciata da unʼondata di attentati, anche lontani, verso gli esponenti della finanza. Via via che si sviluppa la giornata, cadono le barriere, psicologiche e fisiche, che separano il giovane milionario dal mondo violento che lo circonda. Eric va incontro alla morte ( sarà ucciso), ma sembra quasi che la desideri e la ricerchi per fuggire ad una vita che gli potrebbe diventare pesante e insopportabile se non può più godere dellʼeccitazione che deriva dalla conquista del denaro. > Egli capì che cosa gli mancava, lʼimpulso predatoe, il senso di grande eccitazione che lo guidava attraverso i suoi giorni, il puro e intenso bisogno di vivere . Lʼidea di partenza del romanzo è senza dubbio brillante e si sviluppa su diversi livelli: la crisi esistenziale del protagonista (si sveglia desiderando di andare dal barbiere come una persona comune), la descrizione di una città caotica ed assurda, i rapporti umani frettolosi tipici dellʼera del business e dellʼinformatica ed infine la morte come epilogo al quale non si può sfuggire. Lʼinsieme della trama, ricca di episodi e di personaggi incomprensibili, e una struttura del linguaggio estremamente difficile sia per quanto riguarda i vocaboli che la sintassi, contribuiscono a rendere criptica e pesante la lettura. Il libro è giustamente dedicato a Paul Auster, in quanto domina lʼimpronta intellettualistica di questo autore: caratteristica di molti autori di New York.

deLillo DonScribner
Dear Life (Uscirne vivi)
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Dear Life (Uscirne vivi)

Il libro raccoglie quindici racconti, dei quali gli ultimi quatto > formano una parte separata, autobiografica nei sentimenti, talvolta anche nella realtà . Per dare un senso complessivo a storie, che altrimenti potrebbero essere viste come episodi di una condizione femminile senza evoluzione e senza sbocchi ( > troppo tardi per fare qualcosʼ altro. Quando potrebbe essere peggio, molto peggio ), bisogna forse partire dallʼultimo racconto, «Dear Life», che dà peraltro il titolo allʼintera raccolta. > Vivevo quando ero giovane alla fine di una lunga strada, o una strada che a me sembrava lunga. Dietro di me, come io tornavo dalla scuola primaria, (...) cʼera la reale città con le sue attività e i suoi marciapiedi e i suoi lampioni per quando veniva buio. (...) A marcare la fine della città cʼerano due ponti..... la strada si divideva, una parte di essa andando a sud verso una collina (...) per diventare una vera autostrada, e lʼaltra correva intorno ai vecchi campi abbandonati per volgere verso ovest. Questa strada ad ovest era la mia strada . Nel leggere questa efficace descrizione di unʼinfanzia tra città e campagna, in quel nulla urbano e sociale che contraddistingue ormai i nostri spazi, la mente non può che andare ad una poesia di Pasolini: > povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna...quel borgo nudo al vento, non romano, non meridionale, non operaio, era la vita nella sua luce più attuale.... osso dellʼesistenza quotidiana, pura, per essere fin troppo prossima, assoluta per essere fin troppo miseramente umana (Pier Paolo Pasolini Il pianto della scavatrice). Munro disegna un ritratto chiaro e vivido di come strana, pericolosa e importante possa essere la nostra vita, a noi così cara; tutto ciò, però, non in astratto né in una prevalente dimensione di genere (la sensibilità femminile contrapposta allʼindifferenza maschile), ma nello specifico contesto sociale e quasi antropologico, nel quale noi tutti viviamo. Prendiamo ad esempio alcuni racconti. In «Amudsen» la protagonista arriva in un piccolo centro ad insegnare in un sanatorio per bambini ed adolescenti, malati di tubercolosi. «Il mondo oltre il lago e la foresta era svanito», si vive isolati dalla realtà esterna; prevalgono le piccole cose: il freddo delle case, la stretta strada che corre attraverso il bosco e vicino alla segheria, il bar frequentato da boscaioli in attesa di essere richiamati alle armi. La relazione tra la protagonista e il direttore del sanatorio è scontata e prosaica, si sviluppa senza clamore ed entusiasmo, in ambienti piatti, modesti, squallidamente piccoli borghesi, si conclude in modo ovvio, senza un vero perché. Ma sono proprio la banalità della vicenda e il contesto angusto della piccola città a far dire alla protagonista: «niente cambia realmente quando si tratta di amore». In «Corrie», nel tran tran di un matrimonio apparentemente solido irrompe una vecchia fiamma del marito. La protagonista reagisce con la fuga, prende la macchina e si rifugia nellʼanonimato della grande città, in uno squallido motel, a mangiare e bere in un ristorante, dove si chiede se «qualche uomo, qualche vecchio, avrebbe pensato di abbordarla». Ritorna a casa per sentirsi dire dal marito: > non è tanto la persona. È come una sorta di atmosfera. È un profumo , un desiderio di trasgressione. > Quale mix di rabbia e ammirazione potevo sentire, dinanzi alla sua volontà di farlo. Ebbe fine tutta la nostra vita insieme . Anche qui non si capirebbe tutta la vicenda se la storia non partisse da > una non vita, ma sopravvivenza (...) nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per lʼoperare quotidiano (Pasolini Ceneri di Gramsci). Nel racconto «In vista del lago» una donna malata di Alzheimer va alla ricerca di uno specialista. Le è stato indicato un indirizzo in un piccolo centro; la donna, incerta, fragile, vaga per il paese, perdendosi e chiedendo a passanti a loro volta insicuri di dove possa essere lo studio medico. Arriva in una clinica, deserta e isolata: cerca di uscire, di scappare, ma la porta è diventata pesantissima. > Apre la bocca per chiamare aiuto ma sembra che nessun grido potrà esserci . Dʼ improvviso è salva. È la storia di una donna che sente di perdere la memoria, ma perché lo svanire della coscienza avviene in uno squallido paesaggio urbano, e non tra grattacieli scintillanti e pieni di vita o in un dolce e meraviglioso prato pieno di fiori? Scrittrice raffinata e elegante, Munro si perde purtroppo in storie esili e inconcludenti. I personaggi sono apparentemente descritti ma è pura tecnica letteraria, non cʼè un reale approfondimento: tutto resta sospeso. Prevale unʼimpressione generale di stanchezza, di storie già scritte, riscritte con uno stile magistrale, ma senza passione, Solo negli ultimi racconti riemerge la forza narrativa, ma è troppo tardi. Perché non leggerlo? È esile, inconcludente e noioso.

Alice MunroChatto & Windus
Dirty Love
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Dirty Love

La sintesi è molto semplice: un talento sprecato. Una grande abilità stilistica è al servizio di racconti noiosi, privi di sviluppo narrativo, inconcludenti e ciniche storie di coppia: insomma, un libro insopportabile. In «Listen carefully as our options have changed» Mark si è accorto che sua moglie Laura lo tradisce: lo sa perché ha incaricato un detective di seguirla e ne ha le prove in un video, che guarda in modo ossessivo. È un project manager di successo e quindi vorrebbe affrontare il problema secondo i canoni razionali del project management. > No, il progetto di salvare il suo matrimonio sembra che sia fallito ed egli ha dinanzi un nuovo obiettivo. Ciò non è inusuale. Alcuni progetti collassano per diversi motivi. (...) In questo caso, cʼè stato semplicemente un cambiamento di cuore. O, più correttamente, uno spostamento dal nascondere i problemi dʼamore a mostrarli, benché Mark fu costretto a riconoscerli, non è vero? (...) Cʼera la fredda gentilezza verso sua madre. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di sbagliare le indicazioni di cosa acquistare che le dava Mark in modo dettagliato, (...) tanto che lui doveva lasciare ogni cosa e andare personalmente al supermercato. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di guardare di notte banali telefilm gialli, gli occhi fissi allo schermo, imbambolati come quelli di un bambino. Cʼera la sua cucina mediocre, la sua preferenza per i cibi surgelati, con molto sale, e insignificanti pietanze che non si vergognava di servire con il ketchup. Ed ora lo ingannava, lo prendeva in giro e lo tradiva. Sradicava la loro casa dalle fondamenta e gettava scaglie di vetro bollente nel sangue di Mark, nel suo cervello e nel suo cuore: e questo dolore intenso per che cosa? Per lei? Guardala; che cosa sta perdendo in ogni caso? Ma questa era una domanda che moriva prima ancora di essere pienamente pensata, perché lui lʼamava . Mark non comprende le cause del fallimento del suo matrimonio, anche quando numerosi segnali dovrebbero dirgli che è proprio il suo freddo approccio razionale ad avergli allontanato Laura. La sua abitudine a giudicare, a valutare, a trattare le persone che gli sono intorno come se lavorassero per lui. Non capisce, ma è un uomo caparbio: > non avrebbe gettato fuori sua moglie dalla sua casa. (...) Si sarebbe tirato indietro, non avrebbe agito e avrebbe lasciato che le cose andassero per il loro verso. Avrebbe lasciato che lʼerrore di sua moglie si risolvesse da solo . Lʼattesa ipocrita è lʼunico mezzo per far sopravvivere un rapporto di coppia. È lʼesito di un altro racconto: «Marla». È una donna non più giovane, molto grassa, una opaca impiegata di banca, destinata a restare zitella. Sembra essere un destino ineluttabile, quando incontra Dennis, un uomo altrettanto obeso, affettuoso e gentile. È lʼamore inaspettato. I due vanno a vivere insieme e la convivenza rivela tratti dellʼuomo che non piacciono a Marla: la fissazione estrema dellʼordine, la preferenza per una vita ripetitiva e banale, il rischio di scivolare in una barbosa quotidianità. Lʼuomo, poi, non vuole avere figli. Lasciarlo? Ma questo è il matrimonio, cara, le dicono le amiche; poi i figli verranno, anche se il marito non li vuole (basta ingannarlo sui giorni fertili così che non si metta il preservativo!). Ormai in cammino verso lo squallore, Dubus affronta la terza storia («The Bartender»): due giovani si sposano pieni di entusiasmo, lei resta incinta, lui non si trattiene a fare sesso con una formosa collega, anche un poʼ stronza al dire il vero. Al settimo mese, la moglie scopre la tresca, rischia di abortire, lei e la bambina si salvano miracolosamente. > Camminò accanto al suo letto e stette immobile. (...) Presto lei avrebbe aperto gli occhi, (...) occhi che lui non si meritava ma sperava di conquistare, occhi di nera speranza . A questo punto avrei dovuto affrontare «Dirty Love». Confesso: non me la sono sentita tanto la lettura si preannunciava fastidiosa. Del racconto è utile riportare una frase per dare il senso della grande capacità di Dubus di reggere lunghi periodi con un uso sapiente delle parole, un succedersi di impressioni che non sono sorretti dalla punteggiatura o dallo svolgersi dei contenuti (vicende, descrizione di personaggi, sentimenti), ma si basano sulla sintassi, attentamente e abilmente calibrata. In italiano si perde senza dubbio molto di questa scrittura e sarebbe necessario un grande traduttore, comunque ci provo. > Ora ogni cosa è messa in fila, i suoi sentimenti e la musica in testa e tutto ciò la fa sentire sempre come se stesse muovendosi in avanti, scivolando silenziosamente su un tapis roulant in aeroporto, quella volta che era su uno, indietro nel passato quando era piccola e sua madre e suo padre sembravano felici, o almeno ridevano molto insieme, sua madre ancora carina o almeno sembrava perché si curava, grossa ma ancora sexy, benché Devon non pensava mai a queste cose, soltanto le percepiva, come se stesse stesa in un soffice letto circondata da freschi, profondi cuscini e il profumo di qualcosa di dolce fosse in aria, e quel giorno loro tre stavano salendo su un aereo per Disney World dove ogni cosa era più reale che reale potesse mai essere . Perché non leggerlo? Monotono, pesante, anche superficiale a tratti.

Andre DubusW. W. Norton & Company
Disguises
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Disguises

Disguises, in italiano «travestimenti», è un breve racconto focalizzato sul tema del travestimento, come gioco ambiguo che porta al travisamento della realtà e di sé stessi. Henry, un bambino di dieci anni, rimane orfano e va a vivere con la zia, una ex attrice. Il bambino deve sottoporsi ad un rito serale, nel quale i due si travestono e recitano i ruoli connaturati alle sembianze assunte. È un gioco che diviene qualche cosa di inquietante quando la zia impone al bambino di travestirsi da ragazza e, di fronte alle resistenze del nipote, manifesta un carattere autoritario e aggressivo. Come cʼera da aspettarsi, il bambino si fa degli amici e conosce una coetanea che lo invita a casa sua. Henry non è più un bambino, sta diventano un adolescente e i gusti della zia diventano sempre più insopportabili. La zia organizza una festa in maschera e il racconto si conclude in un crescendo di illusioni, mascheramenti, scene reali o solo immaginate, in un party dove è difficile capire chi fa che cosa: > adesso gli ritornava in mente, se si è vestiti come qualcunʼaltro pretendendo di essere loro, ti prendi la colpa di quel che loro hanno fatto, o di ciò che fai tu in quanto loro... o che hai fatto? È un racconto confuso, nel quale si mescolano più temi, dal travestimento come gioco, alla definizione della personalità nellʼadolescenza sino ad una concezione della realtà come illusione, come impressione creata dai propri sensi piuttosto che mondo effettivamente esistente. Troppi sono gli argomenti psicologici e filosofici per rendere comprensibile il racconto, che sembra essere solo lʼoccasione per sperimentare nuovi soggetti e consolidare virtuosismi stilistici. Perché non leggerlo? È difficile da leggere, inconcludente e troppo ricco di preziosismi letterari.

Ian McEwanL'Espresso
Foglie rosse
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Foglie rosse

Per William Faulkner il racconto è simile alla poesia, «quasi ogni parola deve essere quella giusta»; ed infatti la narrazione è densa, ermetica, ricca di simbolismi, di difficile interpretazione. Come avviene in «Foglie rosse», già la scelta del titolo solleva numerosi interrogativi: cosa vuole indicare? Per alcuni commentatori lo scrittore ha voluto riferirsi al ciclo delle stagioni e quindi starebbe a sottolineare come sia un destino naturale ciò che soffoca e distrugge il popolo Negro. Le foglie rosse esprimerebbero una condizione esistenziale, cosmica, come nella poesia di Giuseppe Ungaretti rivolta ai soldati della prima guerra mondiale: «Si sta come dʼautunno sugli alberi le foglie». Un grande capo indiano è morto; come vuole la tradizione della tribù, coloro che lo hanno servito in vita (il cane, il cavallo e il suo schiavo negro) lo devono seguire nella tomba. Due indiani si dirigono ai quartieri degli schiavi per prelevare lʼuomo. Ciò che li disgusta è la puzza dei corpi, un odore disgustoso. I negri > sembravano essere sospesi come su qualche cosa di remoto, inscrutabile. (...) Erano come le radici di un grande albero sradicato, la terra momentaneamente spaccata sul contorto, spesso, fetido groviglio della sua vita oltraggiata e senza speranza. Da ciò che dicono i due uomini veniamo a sapere come la schiavitù sia un fardello, frutto della contaminazione del puro popolo indiano con quello bianco. Nato da un matrimonio misto, tra un indiano ed una donna bianca, lo stesso defunto è stato in Europa ed è tornato con alcuni oggetti dei quali non comprende lʼutilità; tra questi un paio di pantofole rosse; ogni qualvolta il figlio prova a calzarle cade in uno stato di incoscienza. Che cosa significa? Forse perché > questo mondo (...) viene rovinato dagli uomini bianchi. Noi vivemmo sereni per anni prima che gli uomini bianchi ci imposero i loro negri. Nei giorni antichi gli anziani sedevano allʼombra e mangiavano granturco e carne di cervo, arrostito lentamente sul fuoco, e fumavano tabacco e parlavano di onore e di questioni importanti; ora che cosa facciamo? La contaminazione non rompe lʼassurdo rituale della morte, quasi a dire che la società bianca, tecnologica ed evoluta, rinsalda le abitudini ancestrali, invece di farle evolvere verso forme civili. È solo corruzione in una società immobile; non è progresso. La riflessione di Faulkner non riguarda solo il Sud degli Stati Uniti, che, almeno dalle notizie che abbiamo, sembra bloccato nella nostalgia del passato; pensiamo ad alcuni fatti che ci sembrano inspiegabili, come il femminicidio, lʼinfibulazione, lo sfruttamento brutale, così diffusi nella nostra avanzata Europa, a dispetto delle leggi e dei valori dichiarati. Solo atti individuali di Resistenza possono superare la corruzione e generare nuove visioni e regole morali. Paradossalmente è ciò che fa la vittima della nostra storia. Il negro, destinato a seguire il padrone nella tomba, scappa nella foresta e, quando viene preso, lotta per vivere sino allʼultimo: si amputa un braccio per salvarsi dalla ferita di un serpente velenoso, accetta lʼacqua sul punto di morte. > È che io non voglio morire, disse. Poi disse di nuovo, è che io non voglio morire, con un tono tranquillo, di lenta e sommessa meraviglia, come se ci fosse qualche cosa che, fino a che le parole non si fossero espresse esse stesse, egli trovava che non avrebbe saputo, o non avrebbe conosciuto la profondità e la dimensione del suo desiderio . La morte subìta, senza rassegnazione ma con serenità, è la testimonianza di una forza morale, che manca agli altri personaggi del racconto, corrotti dalla società bianca e nel contempo rinchiusi nei riti ancestrali. > Il Negro era ancora in procinto di muoversi, il suo ginocchio in alto nellʼatto di sollevarsi, la sua testa eretta, come se egli fosse sulla ruota di un mulino. Le pupille degli occhi avevano una luce selvaggia, fredda come quelle di un cavallo . Ralph Ellison, il primo grande scrittore afroamericano, ha detto che Faulkner > ha in realtà indagato la natura dellʼuomo. (...) Faulkner, più della maggior parte degli uomini, era a conoscenza della forza umana così come della debolezza dellʼuomo. Sapeva che comprendere e superare la paura era una larga parte della ragione di uno scrittore per esserci. La narrazione di Faulkner è impregnata di forte tensione etica, di una ricerca disperata della bontà dellʼuomo, di ciò che cʼè di più profondo nellʼessere umano. Persegue questo scopo nel suo mondo, il Sud degli Stati Uniti, laddove tutto sembra in realtà immobile e violento; ma ciò che narra riguarda tutti noi; e citando ancora Ungaretti si potrebbe dire: «Cerco un paese innocente». Al centro della sua scrittura è la parola, e non la trama né i personaggi; ed è proprio in questo il suo limite, almeno nei racconti: è difficile da comprendere, va letto troppe volte per capire i troppi significati, ci vuole troppa immaginazione per interpretarlo. Perché non leggerlo? È di difficile interpretazione e di fatto noioso.

William FaulknerModern Library Edition
Freedom from Fear and other writings
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Freedom from Fear and other writings

San Suu è nata nel 1945, due anni prima dellʼassassinio del padre, fondatore della Birmania indipendente ed eroe nazionale. Lʼannotazione biografica è fondamentale per capire questa raccolta di saggi, discorsi, lettere ed interviste, pubblicati tra il 1984 e il 1994. Variano le finalità e la scrittura, cambiano le circostanze, ma sempre traspare la preoccupazione di San Suu di capire lʼeredità del padre, > di comunicare quanto ha compreso e di applicarlo ai problemi del proprio paese . Il saggio che dà il titolo alla raccolta («Liberi dalla paura») non deve trarre in inganno: San Suu non è una filosofa morale, una sorta di santone moderno; è innanzitutto un personaggio politico, caratterizzato da una forte e prevalente dimensione etica. Quando la dissidente birmana invita a liberarsi dalla paura e dalla corruzione intende affermare > la ferma convinzione nella santità dei principi etici combinati con una visione storica: a dispetto degli insuccessi la condizione umana si colloca su un percorso finale di avanzamenti spirituali e materiali . In un recente discorso al Forum internazionale delle donne, San Suu ha definito la politica > il mezzo per cambiare la società, e il cambiamento deve essere effettivo, non simbolico. E quanto effettivo dipende da quanto correttamente valutiamo i bisogni del popolo e del paese (citato da La Stampa 9 dicembre 2014). Che questa sia una riflessione a lungo meditata emerge da un importante saggio incluso nella raccolta (Richiesta di democrazia). In esso ella afferma come > la vera misura della giustizia di un sistema sia lʼammontare di protezione che esso garantisce ai più deboli. Dove non cʼè giustizia non ci può essere una pace sicura . Parliamo quindi di giustizia sociale, non certo di concetti astratti, appartenenti alla sfera della filosofia e della religione. Per interpretare correttamente il pensiero di San Suu bisogna leggere lʼinteressante analisi che lʼautrice compie della vita intellettuale in Birmania e India durante il colonialismo. Non è possibile sintetizzare un saggio molto complesso: si può dire in breve come il confronto con lʼIndia permetta a San Suu di portare avanti una critica severa alla cultura birmana, allo stesso buddismo, una «religione monolitica (...) con inflessibili barriere»; di individuare le fonti del consenso del regime non tanto nella repressione, quanto nelle differenze etniche e nello sciovinismo contro le comunità cinesi e indiane; di chiarire come i suoi ispiratori siano Gandhi e soprattutto Nehru, il suo vero padre spirituale: un grande politico, quindi, è il suo riferimento. Se non ci si ferma alle parole, vacue e banali, di «Liberi dalla paura» (ma perché dà il titolo alla raccolta?), ci si accorge come San Suu non intenda affatto rinchiudersi nellʼimmagine spiritualista e buddista, che le vorrebbe attribuire lʼoccidente; vuole essere misurata per quello che riuscirà a fare per il proprio paese. A chi la invitava a lasciare la Birmania, > replicai che non avrei fatto nulla dallʼestero e se io avessi voluto impegnarmi in un movimento politico avrei dovuto farlo dallʼinterno del paese . Dopo aver letto lʼintera raccolta, ci si pone la domanda: San Suu ha fatto i conti con suo padre? La risposta è negativa. La figlia San Suu continua a idealizzare la figura paterna, senza porsi la questione di come mai la dittatura abbia avuto origine in un esercito forgiato dal padre: un uomo, istruito nei monasteri ma educato militarmente e politicamente dai giapponesi. Come succede spesso lʼamore filiale pregiudica la lucidità e la freddezza, comunque necessarie in un personaggio politico. Perché non leggerlo? È noioso, forse inutile. frammentario, ripetitivo e prolisso.

San Suu Kyi AungPenguin
Herzog
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Herzog

Che fatica! Si tratta di un libro estremamente noioso e talmente ricco di intellettualismi da far perdere il senso e la direzione della lettura. Herzog, uno studioso del romanticismo, è stato lasciato dalla sua seconda moglie. Entra in una fase di delirio, fisico e psicologico, vaga tra New York e Chicago e immagina di avere una corrispondenza con personaggi della sua vita e con studiosi e letterati. Alla fine si ritira nella sua casa in campagna e cade in un silenzio assoluto: «questa volta non aveva messaggi per nessuno. Niente. Non una singola parola». L’ultima frase del libro racchiude il suo significato profondo: la verbosità che nasconde la perdita di senso. Per 340 pagine (per 13. 600 righe) l’autore porta avanti un racconto totalmente frammentario, senza un ritmo narrativo, ma ricco di aggettivi e di «parentesi». Il post-modernismo sommerge sia il piano filosofico del libro che quello personale: tutto è confuso e non esistono una metafisica e una sicurezza alla quale ancorarsi. Non è il matrimonio, che è fonte di tradimenti e di infelicità (la figura di Madeleine), non sono le relazioni affettive al di fuori del matrimonio (Ramona, che si aspetta comunque una relazione continuativa), non sono le città, ridotte ormai a meri luoghi di appuntamento e di riposo, non è soprattutto la filosofia e la letteratura, che costituiscono spesso un inutile orpello e una pesante sovrastruttura. Forse sono i figli e la famiglia d’origine gli unici legami che contano in un mondo confuso e spezzato nella sua unicità. > Il dramma di questo stadio dell’evoluzione umana sembra essere... l’età di una speciale commedia....forse la vendetta presa dai numeri, dalla specie sui nostri impulsi di narcisismo (ma pure sulla nostra domanda di libertà) è inevitabile. In questo regno di moltitudini, l’auto coscienza tende a rivelarci a noi stessi come mostri . Nella prefazione al libro Malcolm Broadbury sottolinea due importanti aspetti di Herzog. Il libro è stato pubblicato nel 1964 e il suo stile narrativo e la sintassi del periodo aprono un filone letterario che è oggi dominante: il dissolvimento della struttura del romanzo. Molti scrittori moderni (pensiamo allo stesso Paul Auster) sono profondamente influenzati da Saul Bellow. Il romanzo non ha più una sua compiutezza e unicità, ma è un insieme di «zig-zag» che riflettono la frammentarietà e la contraddizione che dominano l’individuo, l’auto-coscienza e la società. Con il romanzo non si cerca di dare una rappresentazione verosimigliante del mondo, ma si persegue, come disse Saul Bellow nel suo discorso a Stoccolma in occasione della consegna del premio Nobel, «una capanna nella quale lo spirito prende riparo». Il secondo aspetto è quello filosofico. Herzog litiga con il pensiero moderno e si muove nel mondo delle idee. Il suo disordine interno è soprattutto dovuto a una angoscia esistenziale che non trova risposta in un mondo dominato dalle metropoli, dalla massa, dalla scienza, dal potere organizzato.

Saul BellowViking Press
Jane Eyre
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Jane Eyre

Il libro è il percorso affettivo ed esistenziale di una giovane ragazza, Jane. Orfana, vive prima presso la zia, che successivamente la manda in una scuola triste e severa, dove la bambina supera l’adolescenza per diventare una giovane insegnante. Di sua iniziativa trova un lavoro come governante di una bambina presso un ricco possidente. Si tratta di un personaggio inquieto, sempre in viaggio, egocentrico ed eccentrico. Jane è diventata nel frattempo una ragazza non bella, piccola e apparentemente fragile, ma dal carattere molto forte. Nasce unʼattrazione reciproca tra Jane e il ricco possidente, che chiede la mano della ragazza. Al momento del matrimonio si scopre, tuttavia, che l’uomo è già sposato con una pazza. Jane, a quel punto, rifiuta qualsiasi compromesso e fugge senza un soldo in campagna. Viene ospitata presso la casa di un pastore e delle sue due sorelle diventando maestra in una scuola per poveri. Il pastore, ammirato dalla volontà e dalle capacità di Jane, le chiede di diventare sua sposa e di andare con lui in missione. Jane capisce che non è vero amore e decide di abbandonare la casa e di ritornare presso la casa del ricco possidente per scoprire cosa è successo. La storia finisce bene, in quanto è morta la moglie del ricco possidente e quindi i due si possono sposare e vivere felici e contenti. L’altro tema che emerge è la critica agli uomini apparentemente devoti e pii, ma in realtà ipocriti e cattivi. E poi sullo sfondo la natura, ricca di suggestioni e il mondo delle suggestioni e dei fantasmi: la paura della bambina, il senso dell’ignoto, la voce che chiama al destino. La scrittrice è molto brava nelle descrizioni e nell’esame psicologico dei personaggi, ma la lunghezza dei dialoghi e la loro banalità rendono pesante e noiosa la lettura.

Charlotte BronteSmith Elder and Co
Oliver Twist
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Oliver Twist

L’ambiente è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata da una diffusa povertà, da una crescente criminalità e da una borghesia bigotta e spesso ostile ai più poveri. Oliver è un trovatello, che viene prima allevato in uno ospizio per poi essere affidato (o ceduto) a una famiglia per imparare un mestiere. Qui subisce notevoli angherie e quindi decide di fuggire per ritrovarsi poi in mano a un gruppo di delinquenti, che fanno capo ad un ebreo (Fagin), avido e crudele, e a un altro personaggio, violento e paranoico. Oliver deve imparare a rubare, ma, durante una rapina, rimane ferito e viene accolto da una famiglia, che lo cura e conosce quindi la bontà e la generosità della buona borghesia. Si succedono una serie di avventure e un intreccio di personaggi, per cui alla fine si scopre che Oliver è l’erede di una grande fortuna ed era stato rapito dall’ebreo per conto del fratellastro, che voleva impedire che Oliver potesse far valere i propri diritti. Tutto finisce in bene, in quanto i cattivi vengono puniti e Oliver può vivere felice con la sua nuova famiglia. A un certo punto del romanzo, Dickens ricorda come > sia costume sul palcoscenico in tutti i melodrammi sanguigni, di presentare scene comiche e scene drammatiche in un ritmo regolare. Tali cambiamenti appaiono assurdi: ma essi non sono così inusuali come sembrano a prima vista. Il passaggio nella vita reale da una tavola ben apparecchiata al letto di morte, e da abiti da lutto a vestiti da festa non sono di meno incredibili: soltanto, là, noi siamo protagonisti, invece di spettatori passivi e ciò fa una grande differenza . La vita è quindi una continua sorpresa e la storia di Oliver Twist vuole rappresentare la vicenda ottocentesca, dell’era del grande inurbamento, di un eroe. Solo che non c’è niente di fantastico o di avventuroso in ciò che racconta Dickens se non una serie di episodi spesso melensi, intrisi di un facile moralismo, che tende a separare nettamente il bene dal male. Nella prima parte del romanzo, quando si narrano le vicende del piccolo Oliver, ci sono ancora da parte dell’autore una sottile ironia sulla società inglese del suo tempo e una critica all’ipocrisia a un approccio verso la povertà, che nasconde, sotto unʼapparente carità e benevolenza, disprezzo e crudeltà. Molto efficace, da questo punto di vista, è la scena nella quale Oliver bambino, timido e impacciato, si presenta davanti al comitato dell’ospizio per essere valutato ai fini della sua destinazione nel futuro. I diversi personaggi del comitato vengono descritti da Dickens in modo magistrale ed emerge una chiara visione di una borghesia che vede la povertà come la predisposizione verso il male e la disgrazia. Nello stesso modo l’autore porta avanti una critica sociale all’utilizzo dei bambini come manodopera e al mancato rispetto delle loro esigenze, fisiche e intellettuali. Nella seconda parte del romanzo, si cade nel melodramma con una netta separazione tra il «mondo del bene» (la media borghesia gentry che vive di buoni sentimenti) e il «mondo del male», caratterizzato dai bassi fondi della società: l’avido ebreo, la giovane prostituta, che alla fine si redime, il violento e il fratellastro cattivo. Oliver stesso scompare dalla scena ed emerge come personaggio fondamentale Fagin, che trama continuamente alla ricerca della ricchezza e del possesso. Le scene migliori sono proprio quelle che riguardano il gruppo dei criminali e il loro muoversi per le strade di Londra: una città tenebrosa, sporca, in disfacimento e dove la gente vive in case senza finestre, diroccate e maleodoranti. La descrizione di Londra ricorda, per ricchezza ed efficacia espressiva, la poesia di D’Annunzio sulle città mostruose. L’inurbamento viene visto da Dickens come un declino della comunità verso un mondo disumano, a differenza della campagna dove si può vivere felice e sereni. Non per niente Oliver e i suoi amici abbandoneranno Londra per ritornare nei piccoli villaggi dell’Inghilterra agricola. Le vicende sono scontate, predomina eccessivamente un approccio moralistico, lo stile non è sempre fluido, poichè la costruzione della frase si presenta spesso complessa e ridondante: tutti questi elementi rendono il romanzo poco piacevole.

Charles DickensChapman & Hall
Rabbit Redux
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Rabbit Redux

Sono gli anni ʼ 60 in una città di provincia degli Stati Uniti. La guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti, culturali e nei costumi, anche sessuali, fanno da sfondo al romanzo, il cui filone conduttore è sintetizzato molto bene da quanto dice il protagonista alla fine del racconto: > la confusione è soltanto un punto di vista personale di cose che operano in termini generali . Si può rimanere sé stessi, come se niente fosse, in un «periodo terribile, di profonda confusione», quale quello che attraversava lʼAmerica negli anniʼ 60? Henry fa il tipografo e conduce una vita apparentemente serena con sua moglie Janice e Nelson, il loro unico figlio. I rapporti di coppia sono stati profondamente sconvolti dalla morte dellʼaltra figlia, generando un muro tra i due coniugi che non può non riflettersi anche nel sesso. Henry può essere definito un conservatore: crede nei valori dellʼAmerica, nella giustezza della guerra del Vietnam e nel fatto che i negri debbano stare al loro posto. Questo difficile equilibrio viene travolto dalla relazione di Janice con un collega, un greco, con il quale Henry ha una lite furiosa, proprio sulla guerra del Vietnam. Janice abbandona la famiglia, per andare a vivere con lʼamante, ed Henry si fa carico della casa e del figlio. Apparentemente sembra un uomo solido, in realtà sotto un apparente rispetto delle funzioni e delle convenzioni imposte da una società perbenista, Henry è profondamente inquieto. Una sera viene invitato a cena da una amica, che è stata appena lasciata dal marito, e tutto farebbe pensare che la serata debba concludersi a letto, come vorrebbe la tradizione. Invece, Henry non accetta gli evidenti segnali della donna e va a finire la serata in un bar, frequentato soprattutto da negri. Qui conosce Jill, una strana ragazza fuggita da casa, e Skeeter, una sorta di visionario negro. Li ospita in casa ed allaccia con Jill una relazione. Una lunga parte del romanzo, resa prolissa e noiosa dalla forte impronta ideologica, racconta la vita dei quattro ( Henry, Jill, Skeeter e Nelson) e dellʼintreccio sempre più complesso ed ambiguo tra di loro. Dagli spinelli si passa alla droga. Jill va a letto anche con Skeeter e forse con Nelson, ma sono soprattutto dominanti la figura di Skeeter e la lettura dei testi della rivoluzione negra. In qualche modo Henry ricompone il proprio mondo cognitivo al punto da difendere Skeeter con i vicini di casa. Poi, un terribile incendio, forse attivato dagli stessi vicini, distrugge la casa e uccide Jill. Henry, che aiuta a fuggire Skeeter, presunto colpevole per la polizia, perde tutto, anche il lavoro. Il romanzo si conclude stancamente: Janice vorrebbe ritornare con Henry e lo convince a fermarsi in un hotel. Ma troppo cose sono avvenute ed in particolare il peso della colpa grava su Henry: «Mi sento così colpevole» «Di che cosa?» , risponde Janice. «Di tutto» «Rilassati, non tutto è colpa tua» «Non posso accettarlo» «Egli lascia i suoi seni scivolare, li lascia fluttuare via, detriti meravigliosi». Il pregio principale di Updike è lo stile narrativo e soprattutto la capacità di dare colore ai personaggi e alle vicende tramite un uso sapiente e ricco di aggettivi. In questo romanzo manca proprio questo tocco, mentre prevale il bisogno dellʼautore di esprimere il suo punto di vista, conservatore e nostalgico dellʼAmerica anniʼ 50, sui grandi avvenimenti che hanno sconvolto gli Stati Uniti. Il personaggio di Skeeter, lʼesaltazione dei principi rivoluzionari, le discussioni politiche sono banali e scontate. Rendono prolisso il romanzo e soprattutto mettono in seconda luce la complessa trasformazione di Henry e la sua sofferenza, sostanzialmente esistenziale. Perché non leggerlo? È prolisso e profondamente datato.

John UpdikeFawcett Crest Book
Shantaram
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Shantaram

Shantaram è un libro di circa 1.200 pagine e, in alcune recensioni, è stato paragonato a Guerra e Pace. In realtà é un polpettone, una storia inverosimile, nella quale si mescolano tutti gli stereotipi sullʼIndia( di noi occidentali) con lʼimmancabile ritornello secondo cui lʼarretratezza economica dovrebbe essere vista come autenticità culturale. Il problema è che il libro, scritto peraltro in un ottimo inglese, è prolisso, noioso, privo di azioni e senza alcun approfondimento dei personaggi, i cui caratteri restano solo accennati, a cominciare da quello del protagonista. Devo confessare che il mio giudizio, così drastico, si basa solo su meno della metà del libro, perché, sfinito e sconsolato, ho deciso di interrompere la lettura, cosa che non faccio mai. Può darsi che la seconda parte del romanzo sia splendida, ma lascio lʼonere della prova ad altri lettori, più pazienti del sottoscritto. La storia dovrebbe riprendere la vita dellʼautore. Il protagonista è fuggito da una prigione australiana e ha trovato rifugio nella grande e multiforme Bombay. Qui conosce un gruppo di occidentali, che vivono sul confine tra il mondo indiano e quello occidentale. Le occasioni, la curiosità e lʼamicizia con un uomo del posto ( Prabaker, lʼunico personaggio tratteggiato con cura) lo portano ad abbandonare questa posizione da «spettatore»: > improvvisamente ho realizzato che se volevo vivere qui, a Bombay, la città di cui mi ero innamorato, dovevo cambiare, dovevo farmi coinvolgere.... dovevo aspettarmi che mi avrebbe trascinato nel flusso della sua gioia e della sua rabbia. Presto o tardi, lo sapevo, avrei dovuto abbandonare le zone sicure e gettarmi fra la violenza della gente, e mettere il mio corpo in gioco . E così ha fatto, andando a vivere in una delle tante baraccopoli della città. E da qui in poi cominciano le vicende inverosimili: apre una clinica per fornire le prime cure agli abitanti dello slum, fa amicizia con un gruppo di mafiosi che governano la baraccopoli ( criminali che amano discutere di filosofia), ha persino occasione di abbracciare un orso, combatte contro i cani selvaggi e così proseguendo. Gli episodi si susseguono senza un filo conduttore, mettendo insieme tutto ciò che noi turisti ci aspetteremmo dellʼIndia, La narrazione, che vorrebbe essere realistica e cruda, è invece pervasa di ipocrisia e di artefatto. Certo, il nostro protagonista è colpito dalla sofferenza, dalla miseria e dagli scoppi di violenza del popolo, ma si adagia, serenamente, sui valori di solidarietà che pervadono la povera gente, senza accorgersi che questi valori non hanno fondamento nella coscienza di cambiare, ma derivano dalla rassegnazione, dallʼaccettazione di un mondo ingiusto. Anzi non ha senso il cambiamento: > quando noi agiamo, perfino con le migliori intenzioni, quando noi interferiamo con il mondo, noi rischiamo sempre un nuovo disastro che potrebbe anche non derivare dalla nostra azione, ma che non sarebbe avvenuto senza di noi. Alcune delle peggiori ingiustizie sono causate da gente che cercava di cambiare le cose . Con questa filosofia non ci si stupisce che il protagonista si trovi più a suo agio con i mafiosi che governano la città e con il gruppo di occidentali che passano il tempo a fumare marijuana. Né si può essere sorpresi che il protagonista si troverà coinvolto nelle lotte tra le bande criminali. Ma di questa parte non posso scrivere perché, come ho già detto, ho interrotto la lettura. Lʼeleganza e la fluidità dellʼinglese fanno venire il sospetto che questo libro sia un prodotto di marketing, ossia sia stato costruito ad arte intorno ad un tema ricorrente e abusato nella letteratura e nella cultura occidentale: il fuggitivo che trova una nuova vita nella multiforme India. > Come tutti i fuggitivi, tanto più avevo successo, tanto più a lungo e avanti andavo, tanto meno conservavo la mia identità. Ma cʼera gente, alcuni che potevano raggiungermi, alcuni nuovi amici per la mia nuova identità che stavo imparando ad avere..... un tale gruppo così disperato, i più ricchi e più disgraziati, educati e illetterati, virtuosi e criminali, vecchi e giovani, sembrava che lʼunica cosa che avessero in comune fosse il potere di farmi sentire qualchecosa Un bellʼegocentrismo occidentale! Perché non leggerlo? È noioso, stucchevole e fastidioso.

David Gregory RobertsHachette Digital
Star of the Sea: Farewell to Old Ireland
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Star of the Sea: Farewell to Old Ireland

Tra il 1845 e il 1849 una carestia colpì lʼIrlanda, dando vita ad una grande emigrazione verso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada. Fu una massa enorme di gente allo stremo delle forze, denutrita e afflitta da tifo, tubercolosi e colera, già ridotta alla povertà e alla fame negli anni precedenti dalle avide politiche dei proprietari terrieri. Il romanzo vorrebbe raccontare questa tragedia umana e lo fa in modo originale ed intrigante: nel rigido inverno del 1847 una nave salpa per New York con a bordo centinaia di persone in fuga da una terra devastata. > La nave non era diretta in America, ma in qualsiasi paese o territorio che non fosse il Regno Unito; non importa quanto ostile e freddo potesse essere . Con toni che richiamano Conrad se non persino Melville, lʼautore presenta la nave come > una colossale bestia di un peso opprimente, le sue vertebre scricchiolanti come se potessero spaccarsi, trascinate da una divinità in una loro ultima tribolazione, lʼossatura già a metà priva di vita e noi passeggeri suoi parassiti. (...) un organo a pezzi di una cattedrale un tempo maestosa ; la metafora, insomma, di unʼIrlanda distrutta, di un popolo disperato. Seducono pure le molte voci narrative, come il giornale di bordo del capitano, il quale scandisce i giorni del viaggio con lʼelenco dei deceduti per malattia e deperimento; oppure le lettere di alcuni passeggeri, che testimoniano la speranza, ma anche la fatica e la disperazione degli emigranti. Peccato che la trama e i personaggi non sorreggono lʼapproccio narrativo né tanto meno rispecchiano la tragicità storica ed esistenziale che si intende narrare. A bordo, insieme con centinaia di emigranti, ci sono una cameriera con un segreto devastante, un proprietario terriero in bancarotta con la sua famiglia, uno scrittore alla ricerca di un successo che non arriva, un assassino desideroso di vendetta. Le vite di questi personaggi sono tra loro intrecciate. Dissolvendo ogni cosa la grande carestia ha rotto le convenzioni e le gerarchie, liberando ad un tempo energie potenziali e desideri repressi: si è liberi finalmente ma questa libertà porta anche allʼauto distruzione. Al centro della storia cʼè la figura del proprietario terriero, David Merridith: innamorato della cameriera, che scopriremo essere sua sorella, deve limitarsi ad una relazione platonica, che non ha più senso nella nuova situazione; attratto dal sesso più torbido ed ambiguo ha contratto matrimonio per convenzione, e non certo per amore, e rimpiange la vita che avrebbe potuto avere; animato da aspirazioni sociali ha assunto, suo malgrado, il ruolo del «cattivo» verso i suoi contadini, tanto da alimentare lʼodio e il desiderio di vendetta. Alla fine David Merridith muore misteriosamente (assassinato? suicida?), liberando della sua presenza ormai ingombrante gli altri protagonisti, che possono rifarsi una vita in America. Personalizza la vecchia società e la sua scomparsa testimonia la rottura con il passato? Iniziato con grande aspettative il romanzo si riduce ben presto allʼennesimo zibaldone: si dilunga nella vita dei personaggi, abbandonando la nave e i suoi passeggeri per raccontare le premesse con dovizia di particolari, facendoci perdere la sorpresa; si sofferma a lungo su scene scabrose, violente, persino sulla sifilide del misero David Merridith; si sforza di fornire un ampio ma scontato affresco dellʼIrlanda e dellʼInghilterra della metà dellʼottocento. Volendo mettere insieme troppi argomenti e troppe situazioni lʼautore rende la trama noiosa e prolissa, sfilaccia lo stile narrativo, che perde le suggestioni immaginifiche alla Conrad per divenire banale e ridondante. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.

Joseph O'ConnorVintage
Sunset Park
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Sunset Park

Moris Heller, il padre del protagonista, è in aereo e guarda un vecchio film hollywoodiano («I migliori anni delle nostre vite»), il quale parla del ritorno a casa dei soldati dalla seconda guerra mondiale, delle loro vite che si devono ricomporre; e gli viene in mente quanto gli ha detto un vecchio amico, un noto scrittore: > lʼidea con la quale sto giocherellando è di scrivere un saggio sulle cose che non succedono, sulle vite non vissute, le guerre non combattute, il mondo oscuro che corre parallelo al mondo che noi pretendiamo che sia reale, il non detto e il non fatto, il non ricordato. Un territorio rischioso, forse, ma potrebbe valere la pena esplorarlo . Miles Heller, figlio di Moris, ha la passione di fotografare le cose abbandonate da chi deve lasciare in fretta la propria casa, a seguito di un ingiunzione di sfratto. Non ha progetti, non ha speranze, «pezzo per pezzo» ha ridotto i desideri al minimo. Perché un giovane ventenne, un tempo brillante studente, conduce una vita così vuota? Fugge dal senso di colpa, da un male di vivere che non riesce a confessare: è convinto di avere ucciso il fratellastro spingendolo sotto una macchina. A indurlo a scomparire è stato quanto ha origliato in una conversazione fra il padre e la matrigna. > È un ragazzo brillante, lo ammetto. Ma freddo, fragile, disperato, ho i brividi se penso al suo futuro. (...) Lo stavano tagliando a pezzi. Sezionandolo con incisioni calme ed efficienti come patologhi in unʼautopsia, parlando di lui come se fosse già un morto che cammina. (...) Forse la cosa migliore per tutti è di rimuovere se stesso dalle loro vite, di scomparire . La sofferenza è così profonda che non riesce neanche ad aprirsi con una giovane ragazza, della quale si è fortemente innamorato. Lʼha conosciuta casualmente perché leggevano tutte e due «Il Grande Gastby», il romanzo emblematico di una forte personalità. Per alcune pagine speriamo che Miles possa trovare nellʼamore la soluzione alle sue angosce, ritrovare la serenità ed essere felice. Ma è costretto a lasciare la Florida in fretta e furia e ritornare a New York, perché potrebbe essere accusato di aver abusato di una minorenne, la fidanzata, infatti, non ha ancora compiuto la maggior età. Accetta lʼinvito di un amico (Bing Natham), il quale ripara oggetti di tutti i tipi in una sorta di «Ospedale delle cose rotte», ed è andato a vivere in una casa abbandonata, insieme con due ragazze: Ellen ed Alice. Il racconto si concentra, quindi, sulle storie degli altri personaggi, così come ripercorre le vite dei genitori di Miles, del padre, della matrigna e della madre. Scopriamo che tutti hanno una sofferenza interiore, un non detto e un non ricordato: qualcosa che non sono capaci di esprimere, di riconoscere, di ammettere. Andando avanti nel racconto sembra che si aprano squarci di luce, prospettive di speranza: Miles prende contatto con i genitori e finalmente confessa i motivi della fuga, liberandosi in apparenza dei sensi di colpa. Poi tutto precipita indietro. Durante lo sgombero dellʼappartamento da parte delle forze dellʼordine Miles reagisce colpendo un poliziotto. Rischia il carcere, potrebbe consegnarsi ma preferisce la fuga. > Si chiede se vale la pena sperare in un futuro se non cʼè nessun futuro, e da adesso in poi, dice a sé stesso, egli smetterà di sperare in qualche cosa, e vivrà soltanto per lʼoggi, questo momento, questo attimo che passa, lʼoggi che è qui e che non è qui, lʼadesso che se nʼè andato per sempre . Perché? Forse non riusciremo mai a liberarci dallʼangoscia che è dentro di noi, è possibile sopportare lʼesistenza solo se ci rinchiudiamo nella quotidianità della vita. Come in gran parte dei romanzi di Auster prevale una impronta intellettualistica; dietro la fine psicologia dei personaggi emerge un senso di artificioso, quasi che essi siano figuranti di un ragionamento astratto, chiuso nella mente dellʼautore, poco attento ai meccanismi reali della vita. Di fatto Miles, Bing, Ellen, Alice e così via non sono il vero oggetto del racconto: sullo sfondo cʼè New York, lʼambiente colto e raffinato degli intellettuali, un recinto fuori dal quale cʼè il mondo reale, quello del quale Auster non può o non vuole parlare. Lo stile narrativo è caratterizzato da lunghi periodi, nei quali la virgola separa frasi in sé stesse compiute. È come un fiume in piena, un susseguirsi di parole e di strutture sintattiche; dapprima affascinano e mettono in risalto lʼindiscussa abilità dellʼautore, ma poi lentamente annoiano trasformando il racconto in un lungo soliloquio: è Auster che parla? È un saggio o un romanzo? Perché non leggerlo? Bello dapprima poi diviene noioso..

Paul AusterFaber & Faber
A visit from the goon squad ( il tempo è bastardo)
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A visit from the goon squad ( il tempo è bastardo)

Il romanzo è composto da 13 capitoli, che potrebbero essere letti come racconti in sé stessi tanto sono differenti nel genere e nella scrittura. La connessione tra di essi è estremamente fragile, in quanto è affidata al fatto che ciascun capitolo ha un personaggio in comune con un altro capitolo. Non esiste, quindi, una trama unitaria, né una gerarchia di caratteri, assomigliando lʼinsieme alla debole interrelazione di particelle subatomiche ( in questo caso i protagonisti) e lʼautrice ad un fisico perplesso che si chiede se «può una particella conoscere ciò sta accadendo alle altre». Ossia è possibile nella nostra società frantumata e liquida avere un terreno comune di relazioni, o ciascun individuo vive come una monade solitaria e incomunicabile? Già da questo avvio si può capire che si tratta di un romanzo complesso, sofisticato, frammentario e per certi versi incomprensibile. È difficile fornire un quadro unitario alla narrazione. Ci proverò. La storia dovrebbe svolgersi dagli anniʼ80 ad oggi, con in mezzo lʼera Bush, con tutto ciò che è stata per la coscienza americana. Bonnie è un ex musicista ed oggi discografico, la sua assistente è Sasha, una giovane donna, malata di cleptomania. Da questi due personaggi si diramano diversi percorsi,che solo alla fine, forse, si ricongiungono. In una successione scombinata sotto il profilo cronologico e narrativo ( numerosi sono i salti temporali così come non sono chiari i legami tra i racconti) si succedono le vicende del gruppo musicale, cui faceva parte Bonnie da giovane, le relazioni familiari e amorose del discografico che scoprì il gruppo, la storia di Jules, fratello dellʼex moglie di Bonnie, che ha scontato anni di prigione per aver tentato di violentare Kitty, una giovane attrice, che ritroviamo, molti anni dopo, a collaborare con Dolly, pubblicista e a sua volta datore di lavoro, in un altro momento temporale, della moglie di Bonnie, quando i due non erano ancora separati.In altri racconti seguiamo Sasha, la sua vita trasgressiva in un gruppo di giovani dediti al sesso e alla marjuana, e poi, nientedimeno, a Napoli, dove vive nei quartieri spagnoli. Il libro si chiude con i personaggi ormai avanti negli anni, lontani dalla loro vita sconsiderata e confusa. Bonnie ed Alex, un vecchio amico di Sasha, al quale peraltro la ragazza aveva rubato il portafogli, la vanno a cercare per sapere che fine ha fatto. Non la trovano e quindi dovremmo concludere che non è possibile una stabile relazione tra le persone, che siamo come individui «ciechi» che nulla sappiamo degli altri. Ma la generazione degli anniʼ80, alla quale appartengono i personaggi, è ormai passata, travolta dallʼera di Bush: nuovi stili di vita stanno emergendo e sono impersonati da Lulu, assistente di Bonnie e, guarda caso, figlia di Dolly: volitiva, fredda, decisa, tecnologica. Il romanzo, con il quale lʼautrice ha vinto il premio Pulitzer nel 2010, è stato presentato in Italia con i titolo «il tempo è bastardo», ponendo lʼaccento su uno dei temi del libro: il ricordo come un estremo e confuso tentativo di ritornare allʼegocentrismo giovanile, quando «niente era ancora deciso». Il tempo, non cronologico, ma quello del ricordo, potrebbe essere lʼelemento unificante del romanzo. Ma forse, per dare un senso al libro, è più corretta una traduzione quasi letterale del titolo: una visita da una squadra di sconsiderati ( letteralmente sarebbe da una squadra di teppisti). Il romanzo sembra, infatti, narrare il ripiegamento in uno stile borghese e conformista di una generazione, che voleva vivere «sopra le righe», libera e trasgressiva: la nostalgia di quella felice età è tutto ciò che resta. Lʼautrice dimostra grandi capacità di scrittura, per la ricchezza e lʼeleganza del linguaggio, per la moltitudine di generi letterari nei quali si è cimentata con successo. In un capitolo, abbandona, persino, la prosa per ricorrere ad una presentazione in power point. È chiara la coraggiosa ricerca di approcci che siano in grado di costruire la forma del romanzo su nuove regole e stili. Lʼinnovazione, tuttavia, le ha preso la mano per quanto riguarda la struttura complessiva: un mosaico incomprensibile, una mancanza di ritmo narrativo, una ridondanza di personaggi e una dispersione delle vicende. Restano, quindi, alcuni racconti pregevoli a fronte di altri meno accattivanti, ma il tutto risulta illeggibile. Perché non leggerlo? È un libro troppo intellettualistico da essere piacevole alla lettura.

Jennifer EganRandom House
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World without end

Dopo duecento anni dalle vicende raccontate nei «Pilastri della Terra», Kingsbridge è diventata una ricca città, le cui possibilità di crescita sono, tuttavia, pregiudicate dal governo dei monaci, che limitano la libertà imprenditoriale a favore di un rigido immobilismo e di una tassazione pesante. Esiste quindi il rischio di un declino economico e sociale. Motore dell’innovazione e del cambiamento è una donna, Caris. Essa non accetta il ruolo tradizionale affidato alla donna, madre e sposa, e decide di vivere una vita indipendente, rinunziando ai figli e portando avanti una difficile storia di amore con Merthin. Caris sarà successivamente una accorta mercante di lana, una innovatrice, introducendo la fabbricazione dei tessuti e quindi dando origine all’industria tessile inglese, monaca e badessa (paradossalmente in questo ruolo più indipendente di quanto sarebbe stata se si fosse sposata), medico di grande fama, coraggiosa donna politica ed infine sposa di Merthin. A sua volta questo personaggio rappresenta l’ingegnere e la tipica figura maschile, capace di innovare profondamente le tecniche costruttive, ma a sua volta incapace di comprendere la complessità del carattere femminile. Sintetizzato in questo modo il libro potrebbe risultare interessante. In realtà il numero enorme di vicende, situazioni e personaggi non riesce a dare dinamicità ed attrattività al racconto: non c’è suspense per un libro di azione e nello stesso tempo i personaggi risultano scontati e piatti. La vita tormentata di Caris, la sua evoluzione problematica e complessa non vengono approfondite, quasi che questo personaggio rinunzi alla sua vita di amore e accetti il suo destino di donna indipendente senza soffrire, quasi come un «automa», privo di sentimenti e di rimorsi. La vastità degli argomenti trattati rende poi la stessa ricostruzione storica estremamente fragile e comunque tale da non catturare l’attenzione del lettore. Basti pensare alla descrizione della battaglia durante la guerra dei cent’anni, precisa per quanto riguarda la funzione determinante degli arcieri, ma noiosa, prolissa e di scarso coinvolgimento.

Follett KenMacmillan
Wuthering Heights
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Wuthering Heights

Un ambiente selvaggio e personalità libere e violente sono i tratti distintivi di un romanzo complesso e difficile. La complessità deriva dallʼarchitettura «a matrioska» del libro: cʼè un io narrante che raccoglie la storia narrata da un secondo io narrante. Inoltre, il romanzo si sviluppa in tempi diversi, con frequenti flashback. La difficoltà è connessa alla lingua, al frequente uso dellʼinglese dialettale, ad un periodare ricco di vocaboli e caratterizzato da una sintassi involuta. Un gentiluomo si trasferisce in campagna e, in una sera burrascosa, si ritrova a Wuthering Heights ( Cime tempestose) e vive una esperienza sconcertante e per certi aspetti spaventosa. Sembra di essere ritornati indietro nel tempo, in unʼepoca pre industriale dove non si conoscono le buone maniere dellʼInghilterra vittoriana e dove domina ancora una lettura magica del mondo. Questa regressione, che marca la distanza tra città e campagna, tra civiltà e barbarie, è accentuata dallʼuso del dialetto da parte di molti degli abitanti di Cime Tempestose. Lʼincipit del romanzo preannuncia sin dallʼinizio quello che sarà il tema di fondo del libro: lʼesplosione dei sentimenti primordiali dellʼuomo. Ritornato a fatica nella sua casa, il gentiluomo si fa raccontare da Nelly, la governante che ha allevato tutti i protagonisti, la storia della famiglia. Senza pretendere di narrare la trama, si può dire in sintesi che la vicenda si gioca tutta sullʼamore tra Heathcliff e Catherine; amore che si basa proprio sulla comune natura dei due personaggi: liberi, selvaggi e violenti. Il loro amore non si può realizzare in un rapporto matrimoniale, e quindi riconosciuto dalla società, proprio perché il perbenismo vittoriano non può accettare che Heathcliff, un orfano povero dalla pelle scura, possa ambire alla mano di una signorina di buona famiglia. Ma si dà il caso che Catherine ha lo stesso carattere di Heathcliff e quindi mal sopporta le regole della buona società. La morte di Catherine, a seguito di un drammatico incontro con Heathcliff, scatena lʼanima vendicativa e sinistra di questʼultimo. A questo punto il racconto scivola sempre più negli effetti di terrore e di mistero, tipici della narrativa di genere gotico, al punto tale che in certi momenti il fantasma di Catherine ritorna ad aleggiare nelle Cime Tempestose e a ricordare a Heathcliff il loro amore ma anche le sue colpe. Ma la fine è scontata: la razionalità borghese prevale ( non cʼè nessun fantasma) e i rampolli della famiglia si sposano felicemente. Ma la storia è vera o frutto della fantasia di Nelly, la narratrice? Non è che la governante interpreta le vicende della famiglia secondo la propria immaginazione e le dicerie della gente? Heathcliff e Catherine sono due personaggi moderni e antichi ad un tempo. Della modernità portano il desiderio di libertà e di autorealizzazione, del mondo passato hanno lo spirito rozzo e vendicativo. Il contrasto con la società vittoriana è letto in chiave nostalgica, ossia come ritorno ad un mondo rurale nel quale i sentimenti potevano esprimersi con maggiore libertà e trasparenza rispetto alle regole della società borghese. Questa chiave di lettura sociologica non si traduce, tuttavia, in unʼanalisi dei personaggi, che restano impersonali e bloccati nel ruolo affidato dallʼautrice. La trama si sviluppa lenta, senza ritmo, spesso scontata e ripetitiva. Perché non leggerlo? Il libro è fondamentalmente noioso e la lettura è resa pesante da un inglese inutilmente difficile

Emily BronteCollins Classics
The Yiddish Policemen' s Union
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The Yiddish Policemen' s Union

Sitka è una remota isola dellʼ Alaska, dove lʼautore immagina che si sia insediata una comunità di ebrei, di lingua Yiddish e proveniente dallʼEuropa dellʼEst. I rapporti con i nativi si sono rivelati difficili tanto da indurre il governo degli Stati Uniti a trasferire gran parte degli ebrei in altri paesi. In una situazione sospesa nellʼincertezza, Landsman, ebreo scettico e deluso, è un commissario di polizia, solo, alcolizzato e lasciato dalla moglie, che viene coinvolto nellʼomicidio del figlio di un potente capo di una setta ebraica. Malgrado gli ostacoli frapposti dalle stesse autorità di polizia, Landsman persegue in modo testardo la ricerca degli assassini per scoprire che esiste un complotto internazionale per far saltare la grande Moschea di Gerusalemme. > I tempi sono sempre stati strani per essere un ebreo, così come lo sono sempre stati per una gallina . Questa frase può sintetizzare il libro, il cui motivo fondamentale è lʼisolamento della società ebraica, sempre più rinchiusa in visioni escatologiche: la ricerca della terra promessa, lʼattesa del Messia, lʼattrazione per i simboli magici ed esoterici. Ma in realtà dominano anche il denaro e il potere. Lʼavvio del romanzo è promettente, in quanto lʼautore rende efficacemente la figura del protagonista, il contesto freddo e rigido dellʼ Alaska, nonché riesce a creare la suspense tipica di un racconto poliziesco. Lʼimportanza nella trama del gioco degli scacchi, la vittima era un grande campione, introduce un elemento stimolante generando aspettative legate, appunto, agli schemi di questa disciplina. Poi il libro scivola nello zibaldone, si affollano gli elementi narrativi più scontati della fiction dʼassalto: abbondanza di personaggi, relazioni familiari sempre più complesse, gruppi terroristici, servizi segreti ed infine un improbabile complotto internazionale. Gli altri motivi del libro sono la lingua Yiddish e lʼidea, storicamente perseguita, di una terra promessa, non necessariamente in Palestina, dove si potesse usare lʼYiddish come lingua ufficiale. Ma gli «yids» sono in grado di convivere con gli altri? A questa domanda Chabon dà una risposta negativa: non esiste una conclusione felice alla diaspora. Lʼeccezionalità del romanzo, ma anche lʼestrema difficoltà della lettura, risiedono nel linguaggio. Lʼautore travolge lʼinglese imponendo una sua lingua, soprattutto nellʼuso delle parole. Basti pensare, per esempio, che Chabon usa «shalom» per pistola, ma «shalom» in Yiddish significa pace ( in inglese peace), mentre nello slang viene usato «piece» per pistola. Si tratta di un abile gioco di significati, che richiedono una notevole conoscenza linguistica e molta attenzione da parte del lettore. Perché non leggerlo? È un fumettone, prolisso e prevale nettamente lʼintellettualismo dellʼautore, oltre ai suoi problemi esistenziali con il popolo ebraico, cui appartiene.

Michael ChabonHarper Perennial