Acqua sporca
> Neela in Italia aveva un lavoro, una figlia, una casa -- in quest'ordine, ma senza che nessuna delle tre cose le appartenesse davvero. (...) Si era applicata con inesausta costanza per costruirsi un guscio nuovo, certe cose non si apprendono con gli occhi, ma con lo stomaco. Dietro quella colata di cerone, Neela si sentiva abitata da un sottomondo mostruoso che premeva per emergere e che sempre ricacciava indietro. Dopo tanti anni in Italia, dopo una vita di fatica, aveva un po' di soldi, che a Ceylon, il suo paese natale, le davano una solida posizione economica. Decide, allora, di tornare a casa. Questa scelta pare incomprensibile ai parenti di Ceylon, un Paese devastato dalla guerra civile, dalla repressione militare, dalla crescente povertà e dagli effetti del cambiamento climatico: Paese ben diverso da quello lasciato da Neela, ormai trasformato da modelli di consumo occidentali e da nuove credenze e costumi. Alla scrittrice non interessa il futuro di Neela, la cui vita pare determinata dal destino immutabile dell'emigrata. Il tema del romanzo è l'impatto di questa partenza su Ayesha, la figlia di Neela, "l'acqua sporca", perché ormai italianizzata, e nel contempo alla ricerca di un legame con il passato, il suo e della sua famiglia. Questi due lati esistenziali non sono affrontati in una scontata chiave sociologica, che ruoti intorno al tema dell'identità. Con grande abilità narrativa la scrittrice racconta in parallelo la storia della famiglia di Neela e quella di Ayesha; a differenza della madre, Ayesha non può tornare, diversamente dalle zie e dalle cugine, non può affidarsi ad antichi rimedi, alla saggezza di un mondo magico, ancora abitato da spiriti e pratiche buddiste, o affidarsi a ideologie anti colonialiste e rivoluzionarie. Dove sono le radici di un' "acqua sporca", che deve sopravvivere all'interno di una società post capitalista? Amante delle metafore, la scrittrice ricorre all'immagine di alberi tropicali, che crescono da semi > che si insinuano nelle crepe delle cortecce di altri alberi, soffocando l'ospite con le proprie radici. (...) Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un'esistenza che cresceva su un'altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l'altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume. Mi sentivo una Persefone che divideva il suo tempo tra due mondi. Lei si era venduta per sei chicchi di melograno, per che cosa mi ero venduta io? Sorge spesso il dubbio se Uyangoda stia parlando dell'Italia, usando Ceylon come Montesquieu scriveva della Francia immaginandosi una Persia che esisteva solo nelle sue "Lettere Persiane". La stessa impressione si trae leggendo Igiaba Scego, in particolare l'ultimo libro recensito in questo sito: "Cassandra a Mogadiscio". È vero che la parte più affascinante del romanzo sono i capitoli dedicati a Ceylon, ma sempre l'autrice ci riporta con crudezza al dramma esistenziale e psicologico di Ayesha, una donna così vicina a noi, eppure tanto lontana perché è un "acqua sporca". Ed è proprio in questo "andare e tornare", tra un'isola vagheggiata e la nostra alienazione quotidiana, che risiede l'importanza del romanzo sotto il profilo dei contenuti. La struttura narrativa è ben costruita, con il ricorso all' io quando si parla di Ayesha, passando invece alla terza persona quando si raccontano le storie familiari: questo approccio crea una strana alternanza tra il soggettivismo tipico del romanzo contemporaneo, e l'oggettivismo che deriva dal voler parlare del mondo e delle esistenze "universali”: La scrittura è fluida ma densa, si percepisce un'impronta filosofica, in particolare in alcuni passaggi spesso ricchi di meditazioni e astrazioni. Tutto ciò accresce il fascino della lettura. La trama non può che essere fragile, visto che tutto è stato già detto dalle prime frasi del libro. Perché leggerlo? romanzo difficile, ma affascinante.
The namesake (il nomignolo)
> Trasfòrmati in parole: (...) se correndo intorno a un solo nome è sempre di te e di me che si tratta e sempre le stesse le armi potenti di lutto e afflizione che pure nei sogni a rovina inseguono la mia levigatezza (Cosimo Ortesta da il progetto di un freddo perenne 1988). Nel leggere questo romanzo mi è venuto in mente questo verso di Ortesta: i nomi ci seguono nella nostra esistenza, parlano di noi stessi, del legame che abbiamo con gli altri e di tutti i sentimenti, anche dolorosi, che ci portiamo dietro; come dice Lahiri, «i nomi muoiono nel tempo, periscono con le persone». Gogol è figlio di una coppia bengalese, che si è trasferita negli Stati Uniti; il nome gli è stato attribuito alla nascita in attesa del "vero > nome che sarebbe dovuto arrivare dall'India, ma non è mai pervenuto: un nomignolo, quindi, scelto dal padre per la sua passione degli scrittori russi. Gogol odia persino segnare il suo nome in fondo ai suoi disegni nella lezione d'arte. Odia che sia ad un tempo assurdo e oscuro, che non abbia niente a che fare con chi è lui, cioè né indiano né americano ma soprattutto non russo > . Chiamarsi Gogol è il segno della sua ambiguità, di una identità sospesa tra due mondi, due differenti culture, storie e tradizioni. E Gogol cerca di uscire da questa indeterminatezza, di fuggire dal nome, perseguendo con testardaggine la separazione dai genitori e dalla grande, chiassosa e affollata comunità bengalese, con l'abbigliamento, la cucina, gli usi e la lingua, difese strenuamente proprio perché si vive lontano dal proprio paese. E' stanco di tornare a Calcutta per la visita ai parenti, viaggio tanto atteso dai propri genitori. E soprattutto non vuole più sentirsi chiamare Gogol. Va a studiare lontano da casa, si laurea in architettura, trova lavoro in un'altra città, cambia nome in Nikhil. L'atteggiamento del protagonista non muta anche quando viene a sapere i veri motivi che hanno indotto il padre a dargli quel nomignolo. Una sera il treno che riporta Nikhil a casa ha un forte ritardo. Il padre lo attende alla stazione in uno stato di grande ansietà: gli rivela che l'ha chiamato Gogol perché da giovane fu uno dei pochi superstiti in un grave incidente ferroviario: lo ha protetto il libro del grande scrittore russo. A questo che pensi quando pensi di me, gli chiede Gogol, Ti ricordo di quella notte? Niente affatto, dice suo padre alla fine, con una mano sui fianchi del ragazzo, un gesto abituale che aveva imbarazzato Gogol fino a quel momento. Tu mi ricordi di tutto ciò che è seguito > , ossia della famiglia, del lavoro e del benessere conquistato; e il nome attribuito al figlio racchiude tanti significati, non ultimo ciò che disse Dostoevskij: noi tutti venimmo dal cappotto di Gogol > . L'enigmatica frase non può essere ancora compresa dal giovane Nikhil, il quale riprende la fuga dalle proprie radici. Conosce Maxine, una classica ragazza della buona borghesia liberal > , con belle case, begli oggetti, solidi punti di riferimento. Ospite della dimora dove i genitori di Maxine, così colti e disponibili, trascorrono le vacanze, in riva ad uno splendido lago e tra boschi e verdi prati, Gogol capisce che questo è un luogo che sarà sempre qui per lei. Rende facile immaginare il passato di Maxine, il suo futuro, disegnare nella mente il suo divenire anziana. (...) Attraverso le finestre vede che l'alba sta emergendo lentamente nel cielo, soltanto poche stelle sono ancora visibili, le forme degli alberi circostanti e le costruzioni diventano pian piano distinguibili. Un uccello comincia a cantare. E allora ricorda che i genitori non lo possono raggiungere: non gli ha dato il numero di telefono. (...) E qui accanto a Maxine, in questa accogliente natura selvaggia, si sente libero. > La fuga si interrompe quando improvvisamente muore il padre. La corsa all'obitorio, il riconoscimento, la raccolta dei pochi oggetti che il padre aveva con sé, il ritorno a casa presso la madre, ormai sola, il funerale di rito indiano, con intorno tutta la comunità bengalese, riportano brutalmente Gogol indietro, al suo essere né indiano né americano, e nemmeno russo. Maxine lo invita ad una vacanza insieme (perché ti potrebbe far bene (...) andare via da tutto questo«); Nikhil le risponde:»non voglio andar via > . Ed ecco che è di nuovo Gogol, si lascia guidare da sua madre verso un matrimonio con una ragazza bengalese, in una cerimonia fastosa e affollata che poco tempo prima avrebbe sdegnosamente rifiutato. Non è così semplice ritrovare la propria identità. Non possiamo approfondire la storia della ragazza sposata da Gogol, un racconto dentro il racconto. Possiamo solo riportare alcuni tratti fondamentali: ha un nome impronunciabile in americano e quindi viene chiamata con un nomignolo, anch'essa è fuggita dalla famiglia, è andata a Parigi dove ha appreso una lingua terza (né americana né bengalese), è tornata negli Stati Uniti per insegnare letteratura francese all'Università, si circonda di fini intellettuali (così distanti dalla semplice cultura tecnica di Gogol), ha avuto molti uomini, tradisce Nikhil, torna a Parigi. Gogol è un romantico, e come tale ha una storia d'amore, intensa almeno per lui, crede realmente di avere trovato solide radici in una moderna famiglia anglo-bengalese. Il tradimento e la separazione lo riportano bruscamente ad uno stato di sospensione. Si chiede come hanno fatto i suoi genitori, lasciare indietro le loro rispettive famiglie, vederle così raramente, senza un luogo dove ritrovarsi, in uno stato perenne di attesa, di nostalgia. (...) Gogol sa che i suoi genitori hanno vissuto le loro vite in America a dispetto di ciò che gli mancava con una forza che teme di non possedere«. Cosa c'è in un nome, si chiede Shakespeare in Romeo e Giulietta:»ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo > . Il romanzo non ci dice se ha ragione Giulietta. Nella vecchia casa che la madre sta abbandonando per trasferirsi a Calcutta, Gogol ritrova i racconti del grande scrittore russo: un libro che il padre gli aveva regalato quand'era adolescente e lui aveva abbandonato sullo scaffale, con un misto di indifferenza e fastidio. E trova una dedica: l'uomo che ti diede il suo nome, dall'uomo che ti diede il tuo nome«. Ecco l'enigma di Dostoevskij:»il nome che aveva così detestato, era qui nascosto e preservato. (...) Coloro i quali gli avevano dato e conservato il nome di Gogol erano lontani da lui, adesso. Uno morto, l'altra, vedova, in procinto di una differente tipo di partenza, per vivere piena di nostalgia, come suo padre, in un mondo separato. (...) Una volta o due alla settimana ascolterà il nome di Gogol, sui fili del telefono, o scritto sullo schermo. (...) Senza la gente nel mondo a chiamarlo Gogol, non importa quanto a lungo lui viva, Gogol Ganguli, una volta e per tutto, svanirà dalle labbra di chi l'ama, e così, cesserà di esistere. E' un romanzo intenso e complesso: una scrittura fluida ed elegante, un'attenzione spasmodica al dettaglio. I luoghi, gli oggetti, il cibo, l'abbigliamento sono descritti minuziosamente, a differenza dei personaggi, non trattati in modo superficiale, ma volutamente sempre in attesa" di qualcos'altro, o con la nostalgia per qualcos'altro. La scrittrice sembra vuol dire: tutto è vacuo tranne i luoghi, naturalisticamente mostrati e pur tuttavia ricchi di miti, di suggestioni, trasmettitori di valori e di mondi. Talvolta si perde il filo della trama, ma che importa? Il fascino risiede nella scrittura e tocca al lettore ricomporre e interpretare il tutto. Perché leggerlo? Un capolavoro, affascinante e denso di significati e di evocazioni.
Nana
Il romanzo è ambientato a Parigi negli anni immediatamente precedenti alla caduta dellʼimpero di Napoleone III. Nana è una giovane di diciotto anni, che possiede un fascino particolare, che le deriva, più che dalla bellezza, dalla sua sensualità, freschezza e comportamento. Sin dallʼinizio Zola la presenta come una dea, una divinità della volgarità e dello scandalo. > Nana, molto grande, molto robusta per i suoi diciotto anni ( in altri passi del libro Zola usa lʼaggettivo grossa), nella sua tunica bianca di dea, i suoi lunghi capelli semplicemente denudati sulle spalle, scendeva verso il palcoscenico con un fare tranquillo, ridendo al pubblico. Nana era nuda. Ella era nuda con una audacia tranquilla, sicura della potenza della sua carne. Era Venere che nasceva dai flutti non avendo come velo che i suoi capelli. Nessuno rideva più, le facce degli uomini, concentrati, si tendevano, la bocca irritata e senza saliva . Per Zola Nana è una donna innocente, audace, ma piena di ambiguità e di una sensualità che la rendevano «una mangiatrice di uomini». Il romanzo inizia con uno spettacolo di varietà, nel teatro, dove compare Nana tra musiche, scenografie appariscenti, attori ed attrici sboccati ed invidiosi. Nana è in un certo senso «una velina» dellʼottocento, donna di spettacolo, peraltro mediocre, e nello stesso tempo mantenuta di ricchi borghesi. In questa prima parte del romanzo la figura di Nana permette di descrivere la società dellʼottocento, dove ricchi e autorevoli personaggi passano dalle conversazioni noiose di salotti austeri alla vita di teatro se non sino ai bordelli, dove disperdono le loro fortune con amanti e prostitute. Lʼipocrisia e la falsità dominano sovrani. Ma questo mondo non va bene a Nana. Ella ricerca in qualche modo la passione autentica: va a letto con molti uomini ed anche con giovani privi di sostanze economiche inimicandosi potenti amanti e disperde in tal modo le amicizie che contano. Nella parte centrale, che fa in qualche modo da cesura tra la prima parte ( più descrittiva) e la seconda, più drammatica e complessa, Nana scende agli inferi, diviene una prostituta di strada, intreccia amori lesbici, si perde nella depravazione. Lo fa con voluttà, non con ribrezzo. Ciò che la convincerà a cambiare vita non sarà il disgusto del marciapiede ma il tradimento e lʼabbandono da parte dellʼuomo amato, che la picchia, la deruba e infine la caccia. Allora Nana decide di ritornare al gran mondo, ma «alla grande», ricercando lʼinvidia e lʼammirazione anche delle donne oneste. Diviene lʼamante di un potente aristocratico, alloggia in una villa lussuosa, spende fortune in gioielli, mobilia, cavalli e carrozze. È al centro della buona società francese. Ma a Nana questa vita non va bene. Come urla allʼaristocratico, che ha appena scoperto un ennesimo tradimento, > mettiti bene in testa nella tua capoccia, che io intendo essere libera. Se un uomo mi piace, ci vado a letto . Nana si muove come una forza distruttiva, disperdendo ricchezze, rovinando potenti borghesi ed aristocratici, spingendo al suicidio giovani e vecchi. È la personificazione di una vendetta sociale dei poveri contro i ricchi? O semplicemente, è lʼespressione di un desiderio irrefrenabile di lusso, di sesso e di depravazione? Probabilmente Nana è lʼuno e lʼaltro. La sua vicenda si conclude in modo tragico, con la morte per vaiolo, proprio nel giorno in cui la Francia va in guerra e crollerà il secondo impero. Sfigurata dalla malattia, Nana è lasciata sola dagli amici che preferiscono unirsi alle manifestazioni di giubilo per la partenza delle truppe verso il fronte. Zola è un grande scrittore sociale, forse il più grande di tutti i tempi, Lo scopo dei suoi romanzi è innanzitutto rappresentare e condannare la società del suo tempo mettendosi dal punto di vista delle nuove forze sociali. In lui cʼè sempre una critica sociale, che se da un lato rende i suoi romanzi di grande impatto emotivo ed ideologico, dallʼaltro lato spesso inaridisce i personaggi, ridotti a stereotipi di una classe sociale o di un ruolo allʼinterno della società. In Nana cʼè qualche cosʼaltro. Sembra che allʼinizio Zola sia allʼinterno dei suoi schemi tradizionali, poi pian piano la figura di Nana prende corpo in modo autonomo. Non è più la rappresentante di una classe sociale. È una donna che vuole vivere intensamente, una donna che odia gli uomini e li vuole distruggere per il male che le hanno fatto. Non è un caso che il punto di svolta del romanzo sia proprio lʼabbandono da parte del suo amico con il quale aveva lasciato la buona società per vivere una vita di miseria. Non è irrilevante il fatto che lʼunica persona ad avere una reale influenza su Nana sia la sua amica, Satin, con la quale convive un rapporto di amore. Dal punto di vista letterario, Zola alterna alcune pagine molto belle ( il punto più alto del romanzo è la descrizione della corsa allʼippodromo) a pagine sovrabbondanti, un pò alla ricerca dellʼeffetto e del melodramma, come accade nei capitoli conclusivi. Resta comunque una innegabile capacità di trasmettere al lettore il senso profondo degli avvenimenti mediante un uso cromatico, quasi pittorico, della lingua, in particolare degli aggettivi.
Narratori meridionali dell'Ottocento
Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto «La Taglia» dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un «paesello sconsolato» sul quale gravitava «un silenzio di morte»: oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, > senza romore di giudizio, senzʼavvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato . Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. > Il marmocchio era arrivato sotto lʼuscio a carponi. (...) Lʼaltro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sullʼorlo dellʼorciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante... La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: > lʼammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata! Tata!, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti voʼ!...Oi , tata! Sʼimpazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce!... > Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto Le tre Maruzze > , una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano maruzza > è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan beate gli amanti e a un volger dʼocchio mescere a voglia lor la terra e il mare > . E infatti il bravʼuomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era lʼunico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse spifferato > una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, lo sdolcinato verseggiatore, > sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core . Ed ora come fare? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché lʼuomo non ha saputo resistere e «domani dirà la bugiuzza». Ma alla domanda del Sovrano: «che fan le mie maruzze?» Don Peppino risponde: > Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; mʼoffrì quel chʼio chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, comʼio vʼho detto il ver vi attesteranno . Che morale trarre da questa fiaba? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero? «...Cuccurucù...». Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. Lʼunico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto («La Paura») ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. È la morte, > acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge. È una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dellʼOttocento. Perché non leggerlo? Niente di suggestivo e stimolante.
La nascita di Roma
Il libro narra le vicende della nascita di Roma tramite la storia di due fratelli, Servio e Plistino. Schiavi, fuggono per trovare la libertà a Roma, che andava costituendosi intorno alla figura di Romolo. I due fratelli fanno fortuna, ma Servio non riesce ad avere figli e i discendenti di Plistino muoiono a causa di una pestilenza. Servio e la moglie decidono di adottare uno dei fratelli della moglie di Plistino così da tramandare il nome della famiglia. Nel romanzo sono presenti tutte le vicende più famose della nascita di Roma, ma lo stile e la narrazione salgono di livello quando vengono trattati temi familiari: l’amore tra i coniugi e il legame con i figli, la morte e il dolore, la religione imperniata sulla venerazione degli antenati, l’adozione come espressione di un amore che travalica le affinità di sangue, i valori della giustizia e della libertà. È meno presente l’intento pedagogico rispetto alla «Storia delle Storie del mondo», ma lo stile mantiene quel tono affettuoso, dolce e in certi momenti lirico, che contraddistingue l’autrice. La struttura narrativa è spesso frammentata e non fornisce il ritmo necessario a non rendere a tratti (soprattutto nella parte centrale) noiosa la lettura.
Nati due volte
Il libro, di carattere autobiografico, racconta i rapporti tra lo scrittore e il figlio disabile. Il pregio fondamentale del racconto, articolato in capitoli tra di loro autonomi e quindi privo di una trama complessiva, è costituito dallo stile asciutto, che evita facili sentimentalismi e false solidarietà. Il ragazzo disabile costituisce quasi lo specchio dell’autore, la rappresentazione di una vicenda personale ricca di criticità, per esempio nei rapporti con la moglie e con la scuola, che è l’ambiente di lavoro dello scrittore. In realtà si tratta di un libro noioso, in certi casi fatto di aforismi, di affermazioni fini a se stesse e non inquadrate in una vicenda. Anche il profilo del figlio si presenta piatto, privo di sfumature e quindi proteso a darne una visione positiva, pur nella grave disgrazia.
La nave faro
> Una nave faro non ha un'elica, non ha un motore, sul ponte di comando non c'è un timone: non può far altro che ondeggiare, un po' sconsolata, un animale che tira invano una catena In questa nave che non navigherà e non vedrà terre lontane, gli uomini dell'equipaggio scompaiono > nel labirinto oscuro dove tutti i giorni della loro vita lavorativa venivano digeriti in un ammasso di ricordi quasi inestricabili . In questa sorta di prigione, in un equilibrio fragile di vite e di ricordi irrompe un capretto. Lo porta a bordo il cuoco con l'intenzione di macellarlo per farne un piatto gustoso. > Un animale così su una nave (gli gridò la contadina), sta' attento perché vorrà scappare. (...) Una capra vuole sempre andar via , ma sulla nave siamo tutti prigionieri, dice il cuoco. Viene naturale chiedersi perché il cuoco abbia voluto portare il capretto a bordo; certo è una carne squisita ma le ragioni culinarie non sono rilevanti, nell'infanzia dell'uomo riposa un'immagine che riaffiora di continuo. Ancora bambino un servo della casa lo indusse a sgozzare una gallina. > Dal collo sgorgò il sangue, il pollo batté con forza le ali. (...) corse dentro alla ricerca di sua madre. (...) Si mise il pollice in bocca e posò il capo sul suo petto. Il dito aveva il sapore dolce del sangue del pollo. (...) Chiuse gli occhi . Il cuoco non ha una grande esperienza nella macellazione, tanto meno di capre, ma non importa: nel suo inconscio vuole ripetere il rito infantile con il quale ha vinto la paura e ha ritrovato la madre. Il cuoco non si rende conto che non è il solo a subire il fascino oscuro del capretto. Arrivano alcuni giorni di una nebbia densa che, > smorzò il vento, dissipò i suoni, pietrificò il moto delle onde, circondò la nave faro. (...) Ora era un animale inerme, incatenato, accerchiato, (...) invisibile per le navi in transito . Il rischio dello schianto è palpabile, la tensione nell'equipaggio è altissima, non si può che attendere, scrutando il buio della nebbia. A chi non si è rafforzato in anni di attesa e non è capace di reprimere la paura, il capretto, animale saltellante e irrequieto, può sembrare il diavolo, che ha portato il disordine in una vita così regolare come quella della nave faro. C'è un marinaio, che > a volte sentiva cose che non c'erano e faceva fatica a scrollarsi di dosso i pensieri che lo assillavano . Il suo compito a bordo è di fare le rilevazioni per il Servizio Meteorologico, ma le annotazioni meticolose e dettagliate sono diventate «una contabilità ombra della sua inquietudine e del suo disagio». Si convince che sia il capretto l'origine dei mali che affliggono l'equipaggio, di quella nebbia oscura che avvolge la nave: una situazione che non gli permette di riempire il suo quaderno giornaliero. Decide di dare la morte al capretto con un rito che esorcizzi il male. Ma se l'animale è il diavolo come si può sperare che un semplice marinaio salvi la piccola comunità? Non si capisce se per la scarsa conoscenza dell'autore della vita marittima o per le difficoltà della traduttrice di trasferire in italiano un eventuale linguaggio marinaresco, comunque la nave faro resta sullo sfondo del racconto; è possibile riportarla alla luce solo come una metafora del male e della fragilità dell'animo umano. Ad un certo punto il cuoco si ammala di malaria e precipita in una sospensione della coscienza a causa della febbre. Finalmente una tregua alla memoria, dice l'autore!. Che cos'è questa passione per i ricordi, mai veri ma sempre immaginati? Non sarebbe meglio svanire nel vuoto del presente, senza passato e futuro? Diceva Sant'Agostino che non esiste che il presente, perché il passato è la memoria nel presente e il futuro non è che l'attesa di oggi per ciò che accadrà. Dando al racconto un'interpretazione filosofica potremmo concludere che il capretto è il grimaldello per trascinare il passato nel presente, tutto ciò che di oscuro c'è nell'animo umano e che ha origine nella memoria. La scrittura è essenziale: frasi brevi con un frequente ricorso al punto con la conseguente frammentazione della narrazione, personaggi abbozzati e in qualche modo sospesi, una trama semplice persino banale. Pare una cronaca fredda e giornalistica di una vicenda che non deve avere una spiegazione, se non ci si limita ad alcuni tratti psicologici, peraltro poco sviluppati. E' assente il fascino del mondo marittimo, nel linguaggio e nelle situazioni, se si escludono le descrizioni della nebbia oscura e paurosa. Perché non leggerlo? E' fragile Sotto il profilo narrativo, inutile per quanto riguarda i contenuti.
Le navi dei vichinghi
Siamo nel 900 dopo Cristo. I vichinghi, popolo originario della Scandinavia, vivevano di raccolti, di pesca delle aringhe e, per i più impazienti, di scorrerie sul mare, soprattutto verso lʼInghilterra e lʼIrlanda, dove ebbero fortuna con le armi, e molti poi vi si fermarono. Cominciavano ad essere interessati dalla predicazione di preti, «uomini col capo rasato», che cercavano di convertirli alla religione cristiana e di addolcire i costumi, ancora rozzi e violenti. Il romanzo narra le vicende di Orm il rosso: il più giovane dei figli di un ricco contadino, il quale, appena > giungeva la primavera e lʼodore del catrame cominciava a impregnare lʼaria , volgeva lo sguardo al mare e, per la gioia di partire, «arrivava persino a comporre qualche verso». Orm era il pupillo della madre, che non voleva che partisse con il padre in navigazioni pericolose, a causa delle tempeste e dei nemici. Le circostanze vollero diversamente. Nel tentativo di difendere il suo gregge fu catturato da una nave di vichinghi, che navigavano «verso mezzogiorno», verso il regno dei Franchi e la ricca Andalusia. Comincia in questo modo la prima parte del libro, che narra il lungo viaggio di Orm. Fu una spedizione verso mondi ancora ignoti ma in parte già vagheggiati: terre ricche da depredare. I vichinghi non avevano una meta, e quindi il libro non è una versione nordica delle Argonautiche come ritiene Michael Chabon nellʼintroduzione. Erano gli avvenimenti a trascinare i viaggiatori, i quali dimostrarono coraggio, vigore, capacità di cogliere le opportunità e desiderio di conoscere nuovi luoghi e costumi. Il racconto del lungo viaggio è anche la narrazione della formazione di Orm, da ragazzo viziato e impulsivo divenne un uomo esperto e un condottiero. E così quando ritornò a casa, Orm era ormai un adulto, che pretendeva di governare il proprio destino. Il racconto dellʼarrivo in patria si apre con uno dei capitoli più interessanti: le feste per il natale alla corte del re. La contraddizione tra tradizione e cristianesimo, tra valori ancestrali e nuovi ideali, emerge in modo brutale. Il lungo pranzo in onore del natale si concluse con una serie di sanguinosi duelli, nei quali venne coinvolto anche Orm, per difendere la collana donata dal Califfo di Cordova. E fu proprio durante la lunga guarigione che sbocciò lʼamore tra Orm e la figlia del re: amore, che spinse il ragazzo, ormai adulto, ad unʼulteriore crescita spirituale. Pur di conquistare la donna amata, Orm decise di rinunziare alla collana e di convertirsi al cristianesimo. Fu una grave scelta, perché lo costrinse a rifugiarsi vicino alle grandi foreste, > dove i re non arrivano mai. Sarà là che costruirò la mia chiesa . Si possono dare tante interpretazioni al romanzo: miscuglio di narrativa fantastica e resoconto sociale, narrazione della trasformazione dei vichinghi in normanni, conquistatori dellʼInghilterra e protagonisti dellʼultima fase del medioevo; diffusione della cristianità e quindi questioni etiche e culturali ; nostalgia della società dei vichinghi, rozza ma autentica; peregrinazione di giovani alla ricerca del proprio destino e allʼinseguimento del nuovo; rappresentazione della lunga e travagliata vita di un uomo. Il senso più vero del romanzo è, tuttavia, lʼavventura, condita da una sana e disincantata ironia, un distacco che permette di non prendere troppo sul serio le figure degli eroi, le imprese incredibili e le meravigliose scoperte. Come dice Michael Chabon in conclusione alla sua introduzione, > lʼavventura è un piatto che è meglio consumare nel conforto di casa propria . Perché leggerlo? La storia è a tratti episodica, ma è un affascinante racconto epico e popolare.
Nel mare ci sono i coccodrilli
Il romanzo ha come sottotitolo «Storia vera di Enaiatollah Akbari». E', infatti, Akbari che racconta a Geda il suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia. Che sia un espediente letterario o una reale intervista poco importa, la forma del reportage giornalistico dà la necessaria attendibilità alle peripezie del ragazzo, al suo sogno di libertà e di pace. Akbari vive nel nord dell'Afghanistan ai confini con il Pakistan: appartiene a una etnia scita perseguitata dai talebani. Ancora bambino deve assistere alla fucilazione del maestro, che testardamente voleva tenere aperta la scuola. Per sfuggire alla repressione talebana la madre di Akbari lo porta a Kandahar e lo affida a un conoscente che lo fa arrivare a Quetta in Pakistan. In questa città Akbari deve trovare il modo di sopravvivere, accettando anche lavori immondi come sturare la fogna, immerso nei liquami. Quetta è una sorta di luogo di formazione, dove Akbari impara a farsi largo tra le difficoltà, apprende nuovi mestieri, come quello di piccolo ladro di strada, e conosce altri ragazzini con cui giocare a pallone e sognare un futuro migliore. Ha sentito di un > un sacco di ragazzini che andavano in Iran. (...) Sentivo queste voci nell'aria, come irradiate da un altoparlante al posto della preghiera dei muezzin; le percepivo nel volo degli uccelli, e ci credevo, perché ero piccolo, e quando sei piccolo cosa puoi sapere del mondo? Ascoltare e credere erano la stessa cosa. Credevo a tutto quello che mi dicevano. E soprattutto, quando si è ancora ragazzini, si pensa che l'amicizia dia una tale forza da poter affrontare qualsiasi difficoltà. Purtroppo, poi, si scopre, che «nel mare ci sono i coccodrilli». Akbari se ne accorgerà andando in Iran e poi in Turchia, sempre pensando di aver trovato il posto giusto dove vivere. Se le pagine dedicate a Quetta sono ancora pervase da un senso di avventura, i luoghi, le persone e le vicende rappresentate come in un sogno di realtà, da cui si potrà fuggire tornando a casa, poi, in Iran, Turchia e Grecia, tutto diviene più crudo e cattivo, e pure Akbari diviene più duro, disilluso e pronto a salvarsi anche abbandonando gli amici. Si pensi all'attraversata in mare sul gommone per arrivare sulle coste della Grecia, quando, tra le onde, hanno perso un amico:. > abbiamo continuato a remare e a gridare il nome di Liaqat. E a remare. E a gridare. (...) Nulla. Liaqat se l'era preso il buio. A quel punto -- non so bene come sia successo: sarà stata la fatica, sarà stato lo sconforto, sarà stato che ci sentivamo troppo piccoli, già, infinitamente troppo piccoli per non soccombere a tutto ciò -- a quel punto è successo che ci siamo addormentati. Ormai solo, Akbari riesce ad arrivare in Italia, un'Italia meravigliosa, ancora accogliente, dove un minore era assistito e dato in affido, ed erano soltanto quindici anni fa! «In anime scalze» (si veda la recensione in questo sito) Geda scrive che > la vita è una palla di bigliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque. Di là del resoconto del viaggio, in cui la parte più interessante è il ruolo dell'Iran come paese di cerniera e d'immigrazione, la storia di Akbari è un romanzo di formazione che trascende le specifiche vicende. Si diviene adulti affrontando e superando le difficoltà, sapendo apprendere dalle circostanze, anche con una certa dose di opportunismo e pragmatismo. E' il lieto fine che banalizza il racconto, dandogli un senso di dolciastro e pregiudicando in tal modo la drammaticità dell'immigrazione minorile. Il romanzo fa conoscere gli itinerari dei migranti ma tutto è troppo facile, senza sofferenze se non quelle fisiche. La separazione dalla famiglia, il distacco dagli amici, lasciati al loro destino, l'abbondono delle proprie radici paiono agevoli, semplici da superare. Perché non leggerlo? Alla fine è banale.
Nemesis
Nella mitologia greca Nemesis è la dea della giusta e fatale vendetta per colpe rimaste impunite.Quante volte abbiamo pensato che malattie, incidenti, disgrazie fossero fatalità che dovessero avere origine in una colpa? Dobbiamo trovare comunque un responsabile in una tragedia, non possiamo accettare che ciò che accade non sia una necessità, non abbia una ragione; non ammettiamo che Dio > è lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste (Sebastiano Vassalli La Chimera). Philip Roth parla di questo e lo fa raccontando dellʼepidemia di polio che travolse una cittadina degli Stati Uniti nel 1944, in piena seconda guerra mondiale. > Perché anche questa era una guerra reale, una guerra di massacri, rovine, perdite e sventure, guerra con i danni di una guerra, guerra sui bambini di Newark . Bucky Cantor è un giovanissimo istruttore sportivo, campione di giavellotto, un ragazzo solido e forte; ha evitato di andare in guerra per un grave difetto alla vista. Orfano di madre, abbandonato dal padre, è stato educato dal nonno materno alla dedizione al lavoro, ai valori morali, ad uno spropositato senso di responsabilità. È un supervisore estivo. Chiuse le scuole, il suo compito è di gestire i ragazzi e le ragazze del quartiere ebraico della città di Newark, e lo fa con grande impegno, addestrandoli allo sport, educandoli ai giochi di squadra e insegnando lealtà e determinazione. Le sue qualità gli sono riconosciute dagli alunni così come dalle famiglie. Unʼepidemia di polio, allora incurabile e senza vaccino, si sta diffondendo nei vari quartieri e inizia a colpire anche i ragazzi affidati alla supervisione di Bucky. I casi di polio, alcuni gravi e mortali, si intensificano e il giovane non riesce a capire le ragioni della calamità: è stravolto, è convinto di non fare abbastanza, ma cerca comunque di mantenere la calma e di trasmetterla ai ragazzi. La fidanzata sta trascorrendo lʼestate in un campo estivo, ai bordi di un lago. Gli ha trovato un posto di istruttore di nuoto, disciplina nella quale Bucky eccelle. Perché non lasciare una città ammorbata dalla polio e trascorrere invece lʼestate in un luogo sicuro e meraviglioso, insieme con la ragazza? Bucky è incerto, si sente già in colpa per non essere stato arruolato, non vorrebbe abbandonare i suoi ragazzi, ma poi accetta. Ma non può sfuggire alla colpa (quale?). Dopo pochi giorni dal suo arrivo si verificano i primi casi di polio nel campeggio; è quindi lui lʼuntore? È sua la responsabilità dei ragazzi morti o gravemente resi disabili, che gli furono affidati a Newark? È lui che ha portato la terribile pestilenza nel campeggio? Deve scontare la giusta punizione; e lo farà con ottusa volontà, senza perdonarsi nulla: si ammala anche lui di polio, resta disabile per tutta la vita, rifiuta le profferte della fidanzata, la quale lo ama comunque, si condanna a vivere da solo. > Sorrise (...) con un sorriso molto simile ad una smorfia dolorosa, che indicava stanchezza e non gioia. Non cʼera luce in lui. Ciò che mancava era lʼenergia e la capacità che un tempo erano al centro del suo carattere. E di certo la sua componente atletica era completamente svanita. Non erano soltanto un braccio ed una gamba ad essere inutili. La sua personalità originale, tutta quella vitale determinazione che ti avrebbe colpito nel momento in cui lo avessi incontrato sembrava essa stessa strappata via. È un racconto che si legge di un fiato: la scrittura è fluida, il ritmo narrativo è incalzante malgrado le divagazioni di carattere filosofico. Roth riesce abilmente a descrivere il percorso del protagonista: tutto è già scritto nel suo destino, nelle colpe del padre, ed eppure per il lettore è una sorpresa rendersi conto di quanto sia inutile combattere e come non valga la virtù se una mano invisibile, un Dio crudele, conduce i fili della nostra vita. Ma allora non siamo liberi? Roth cerca di recuperare nellʼultimo capitolo, con il confronto da Bucky e un altro giovane anchʼesso reso disabile dalla polio, il quale, tuttavia, è stato capace di avere unʼesistenza normale e felice. Purtroppo, è un capitolo un poʼ appiccicato, ridondante e prolisso: una caduta nella narrazione, un voler comunque offrire una conclusione non totalmente negativa. Il romanzo si chiude con unʼ affascinante descrizione del lancio del giavellotto da parte di Bucky, una esaltazione della bellezza del movimento di un atleta, ma anche il melanconico riconoscimento di un gesto non più possibile: una chicca stilistica che toglie il respiro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e apre riflessioni sul bene e sul male.
Nessuno torna indietro
Siamo poco prima della guerra civile in Spagna (1936 - 1939); un gruppo di ragazze si ritrova in un collegio di suore a Roma. Si crea unʼ intima ed intensa amicizia tra giovani donne, pur provenienti da ceti sociali differenti e da diverse esperienze personali. È come se la struttura sociale esterna fosse momentaneamente sospesa e tutte potessero vivere con una libertà ed una sincerità impensabili se fossero in società. > Seguitavano a confidarsi: da principio sembrava avessero un poʼ di pudore delle loro aspirazioni, poi, a poco a poco, mettevano la carne al vivo, perfino sʼavvicinavano, si toccavano per meglio comunicare, finché Silvia osservò: ---però è bello stare a discutere così tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare (...). Noi donne siamo sincere soltanto tra donne. Cʼè una solidarietà singolare tra noi. È un mondo femminile, consapevole della sua condizione eccezionale e comunque in attesa del dopo, quando si lascerà il collegio. > Qui ci siamo scelte tra tante, si direbbe, per autentica affinità. Ma è soltanto la familiarità continuata di ogni giorno che ci lega; appena questa cade si scava fra noi unʼincolmabile distanza . Eppure qualcosa resterà. > Chi può dimenticare di essere stata padrona di sé stessa? (...) Quelle che sono rimaste, che sono passate dalle mani della madre alle mani del marito, non ci perdonano di aver visto cose nuove, nuove facce, di aver avuto la chiave della nostra stanza, uscire entrare allʼora che si vuole. E gli uomini non ci perdonano di saperne quanto loro . A scalfire uno stato così ricco di umanità reciproca (come direbbe Confucio) è lʼarrivo di Emanuela. > Io non capisco che sta a fare qui--Silvia osservò dal letto-- non studia, hai visto? e qui si viene per studiare . Emanuela è in collegio a Roma per stare vicino alla figlia, avuta da una relazione extra matrimoniale. La ragazza non intende rivelare alle amiche la sua particolare situazione; finge di essere come loro perché lo vorrebbe essere, senza vincoli, ancora con tutte le possibilità di vita davanti a sé. > Faccio parte del vostro gruppo. Giuramento sul tavolo comune come i moschettieri. Otto per una, una per otto. E adesso io so tutto di loro che con le altre sono così segrete e schive. E loro di me che sanno? Tutte bugie. La perfetta sintonia fra le ragazze viene meno, quasi che una presenza estranea, quella di Emanuela, dia fuoco alle braci dormienti del destino individuale. La prima ad andarsene è Xenia: fugge dal collegio dopo la bocciatura allʼesame di laurea, fa perdere notizie di sé, e va vivere a Milano, diviene una donna cinica, che usa gli uomini per il proprio tornaconto. > A lei, di tutti i piaceri questo solo pareva delizia ineffabile: godere di se stessa, della sua compagnia, della sua immagine . Poi muore Milly, gravemente malata, «Avevano ragione le compagne di chiedersi se mai era stata». È il turno di Anna, figlia di ricchi proprietari terrieri, la quale, appena laureata, va a sposare un coetaneo del suo stesso ceto sociale, mettendo in soffitta gli studi, le amicizie e la libertà, pur di vivere sui propri possedimenti. > Io penso, continuò seria, che sia un errore voler uscire dalla propria classe sociale ed entrare a forza in unʼaltra . Lascia il collegio anche Vinca, una spagnola fuggita da casa per non vivere con la matrigna; va presso compatrioti ad aspettare notizie del fidanzato, andato a combattere per Franco nella guerra civile; lʼamato ha invece sposato unʼaltra donna, lì a Cordoba, e a Vinca non resta che rimanere a Roma, a vivere modestamente dando lezioni di spagnolo. Ed ecco Silvia, brutta ma intelligente, la quale si laurea brillantemente. > E adesso, Silvia? adesso? Niente era mutato solo quel dott. che poteva mettere davanti al suo nome. Bisognava fare tutto da sé . Rimangono Augusta e Valentina, destinate allo zitellaggio e per questo legate da una particolare amicizia, protetta dalle mura del collegio. E sono loro, depositarie di una utopia di comunanza femminile, a cacciare Emanuela, finalmente. > Il busto piegato, il viso accanto al viso di lei, anelante, Augusta le diceva con voce soffocata e torbida: Ladra! (...) Neppure lʼaltro giorno, quandʼeri a letto, hai parlato. (...) Te stessa, sempre avanti a tutto. (...) Devi andartene adesso. (...) Io volevo stasera, avanti a tutte, dirti: Vattene!, poi ho pensato che non è colpa tua: ci sono esseri che nascono come te mancati, indifferenti . Siamo dinanzi ad un grande romanzo femminile, il primo, forse, della letteratura italiana. Le protagoniste sono donne nella loro complessità: i sentimenti, i sogni erotici e le aspirazioni. Mancano totalmente gli uomini e quando compaiono (si pensi alle vicende di Xenia) sono solo funzionali al raggiungimento di obiettivi maturati dalla protagonista in solitudine, senza il contributo dellʼaltro sesso. Siamo negli anniʼ30 e possiamo immaginare lʼimpatto rivoluzionario del racconto, pur allʼinterno di uno schema narrativo apparentemente tradizionale. Le vicende delle ragazze, una volta lasciato il collegio, sono storie differenti e tutte plausibili: esse in qualche modo rispecchiano anche le diverse sfaccettature dellʼanimo femminile, una coesistenza di idee, emozioni e desideri che lʼautrice probabilmente sentiva nella propria coscienza di giovane donna, con ancora innanzi tanti possibili destini. Nessuna delle protagoniste si realizzerà pienamente, tutte in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, si rassegneranno in qualche modo ad una via, tradizionale, trasgressiva o vacua, ma sempre unʼ unica via, necessariamente riduttiva della complessità dellʼanimo umano. Ma quanti di noi, uomini o donne, abbandoniamo la ricchezza poliedrica della giovinezza? Forse perché, come dice Silvia, «vivere gli avvenimenti è molto più facile che immaginarli». Riguardo lo stile narrativo cʼè poco da dire: perfetta la scrittura, eleganti i vocaboli, raffinata lʼintera costruzione letteraria. È uno splendido contributo alla lingua italiana, è la dimostrazione di come sia possibile scrivere ad un tempo in modo colto e semplice. Perché leggerlo? Grande libro della letteratura femminile.
Neve sottile
Siamo in Giappone in un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale sino all’inizio del conflitto. In una situazione di preoccupazione e di crescenti ristrettezze economiche, si sviluppa una vicenda familiare, la storia di quattro sorelle. Un’antica famiglia, ormai decaduta, si è divisa in una casa principale, che si trasferisce a Tokio e alla quale competono le decisioni fondamentali della famiglia, e un ramo secondario, che vive a Osaka e fa perno sulla protagonista, una delle sorelle: Sachiko. La donna si fa carico della responsabilità delle due sorelle minori, una che non riesce a trovare marito per la sua timidezza e scontrosità, e l’altra, più moderna ed emancipata, che svolge un lavoro di artista e intreccia un insieme di relazioni amorose, anche con uomini di livello sociale inferiore alla famiglia. Il romanzo è un insieme di piccoli episodi, con una linea narrativa apparentemente frammentata, ma che sviluppa proprio sulla descrizione dell’intimità di una famiglia giapponese, della contraddizione tra tradizione dei costumi e dei valori da un lato e modernità occidentale dall’altro. Le donne vestono in kimono, ma anche in abiti occidentali, si va a teatro a vedere antiche rappresentazioni giapponesi ma si divorano i libri e i film occidentali. Anche la ragazza più ribelle, una delle sorelle minori, che vorrebbe andare in Francia a imparare la sartoria, frequenta una tradizionale scuola di danza e acquisisce notorietà realizzando bambole giapponesi. Le regole della tradizione non riescono a racchiudere e irrigidire gli affetti familiari. I ripetuti tentativi matrimoniali di Sachiko per una delle sorelle minori falliscono in quanto la donna non si sente di contrastare la volontà e il carattere della sorella. Gli scandali provocati dall’altra sorella trovano poi perdono e benevolenza da parte di Sachiko. L’amore tra le sorelle e tra i familiari è più forte di qualsiasi regola e imposizione. Si potrebbe pensare che il contesto sia costituito dalla guerra, che alla fine debba irrompere nel romanzo (quasi una sorta di Guerra e Pace). Non è così: la guerra resta sempre sullo sfondo, poco menzionata, e ciò che interessa soprattutto sono i problemi intimi, la ricerca della serenità e dell’equilibrio dei protagonisti. Solo le lettere degli amici occidentali che hanno lasciato il Giappone richiamano il sopraggiungere di un conflitto militare, di cui, però, non si ha ancora piena consapevolezza. L’autore vuole forse rassicurare il lettore (si ricordi che è stato pubblicato a dispense durante la guerra) o avanza una sottile critica al familismo, all’eccessiva attenzione ai sentimenti individuali e alle relazioni amicali, che portano a tardare a prendere coscienza di ciò che sta capitando. Sarebbe interessante se ci fosse stato un seguito al romanzo, per conoscere il comportamento dei personaggi durante l’ultima fase del conflitto, sotto i bombardamenti. Il vero contesto del romanzo è costituito dai costumi e dai valori della società giapponese, descritti in tanti momenti ma sintetizzati nella natura, per esempio le gite della famiglia a vedere i ciliegi in fiore. La pace, l’ordine, la serenità che traspare dalla natura contrastano sia con la complessità dei sentimenti e delle vicende, che con il crescente emergere della guerra. Il romanzo si sviluppa lentamente, con una notevole povertà di azioni perché tutto giocato sui particolari. Alla fine risulta prolisso, anche se non noioso, talvolta ripetitivo.
Niente di nuovo sul fronte occidentale
Il romanzo, reso famoso da un film, è un diario di guerra. Ambientato nel primo conflitto mondiale, narra di un gruppo di ventenni tedeschi: «la gioventù di ferro», come la chiamavano i loro insegnanti. Tutto è confuso, i ricordi della vita precedente sono > visioni mute, (...) una enorme sconsolata malinconia. (..) Finché eravamo in caserma destavano in noi una selvaggia e ribelle bramosia. (...) Ma qui in trincea quel mondo si è perduto. Il ricordo non sorge più; noi siamo morti, ed esso ci appare lontano all'orizzonte come un fantasma, come un enigmatico riflesso, che ci tormenta e che temiamo e che amiamo senza speranza. (...) E se anche ce lo restituissero, questo paesaggio della nostra gioventù, non sapremmo più bene che farne . E' una discesa agli inferi quella che racconta Paolo, l'io narratore; e lo fa senza retorica, vittimismo ed autocompiacimento. > I nostri pensieri sono come creta molle che viene plasmata secondo la varia vicenda dei giorni; sono buoni quando siamo tranquilli, morti quando ci troviamo sotto il fuoco. Terreno sconvolto, dentro di noi e fuori di noi . Il libro ripercorre i diversi aspetti della vita militare nella grande mattanza che fu la prima guerra mondiale: l'agonia di un commilitone ( > Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuol morire, Non lasciatelo morire! ), al quale sul letto di morte ci si appropria degli ottimi stivali; la dura e vessatoria disciplina della caserma, le piccole rivincite del fante ai danni del sotto ufficiale ottuso e malvagio; l'importanza del rancio, le ruberie per migliorare il magro cibo; le visite a giovani prostitute sognando che siano le ragazze della propaganda; l'ambiente dell'ospedale, dove si amputano braccia e gambe tra le urla del poveretto, e non si vede l'ora che un moribondo liberi il letto; la licenza a casa, fastidiosa perché costretti a subire i discorsi guerrafondai dei «borghesi»; l'amicizia, un legame così forte da farci sopportare la durezza della vita del soldato e così labile perché i compagni facilmente muoiono; ed infine la trincea. Chi si aspetta un tono epico, una sorta di Iliade, resterà deluso. I combattimenti sono in realtà una carneficina: corpi crivellati di colpi e polverizzati dalle bombe, rantoli di feriti con ventri sventrati, sangue e cadaveri dappertutto, persino urla di cavalli agonizzanti; ciò che importa per il fante è sopravvivere. > Siamo diventati belve pericolose, non combattiamo più, ci difendiamo dall'annientamento. (...) Deliriamo di rabbia, non siamo più legati impotenti al patibolo, possiamo distruggere, uccidere a nostra volta, per salvarci, per salvarci e per vendicarci . Il libro è un atto di accusa contro la guerra, non solo perché è assurda e crudele, ma perché trasforma gli uomini, li priva dell'umanità: > questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, (...) ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all'orrore che ci schiaccerebbe; (...) ci ha dato l'indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà. (...) Così meniamo un'esistenza chiusa e dura, tutta in superficie . Non c'è una trama vera e propria, i personaggi agiscono come chi vive «empiricamente», giorno per giorno, senza apparenti sentimenti, peraltro inutili da manifestare. Sorregge il racconto una scrittura essenziale, fatta di frasi brevi, quasi concitate, capaci di dare un ritmo incalzante alla narrazione. Talvolta sopraggiungono momenti di calma, come la vita in caserma o la licenza a casa (e qui emerge la debolezza stilistica dell'autore); è momentaneo, le immagini della grande mattanza ritornano, evocative di quella morte crudele che è la guerra, la disperazione ci sovrasta e ci rendiamo conto che la vita è una miseranda parvenza. Ci sono solo monconi di vita: > papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d'erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni . Perché leggerlo? Ci ricorda che cos'è la guerra.
Niente di vero tranne gli occhi
Anche con questo romanzo Faletti si conferma un ottimo autore di thriller all’americana. Un ottimo stile e un ritmo narrativo veloce, che lascia tuttavia lo spazio a suggestioni sui misteri che circondano la vita e le relazione tra le persone. L’unico difetto è costituito dal fatto che la protagonista vede le scene tramite gli occhi di uno degli assassinati, occhi che gli sono stati trapianti. Si tratta di un fatto inverosimile, che introduce un elemento di disturbo, tra l’altro inutile ai fini dello svolgimento della trama.
Ninfa Plebea
> Tengo una figlia, bella e cianciosa,/zetella e ffresca, comm'a 'na rosa;/sempre vicina, da peccerella,/ ll'aggio tenuta pella vunnella. . Così cantava Nunziata della sua bambina Miluzza, cercandole i pidocchi in testa. E Miluzza era bella davvero e tutti i maschi del paese > studiavano le caviglie sottili di cavallino da corsa, il seno germogliante come un mazzolin di fiori, il capo da quattordicenne di un fascino oscuro . Che cosa volessero Miluzza lo sapeva «per memoria prenatale», ed anche perché era nata e cresciuta in una povera famiglia dei bassi: il padre sciancato, impotente e cornuto, la madre nota per darsi a tutti i soldati di passaggio, facendolo con gioia e passione come Bocca di Rosa della canzone di Fabrizio De André. Figlia della puttana del quartiere, Miluzza conosce il sesso ancora bambina: che sia la compagna di gioco o la vecchia negoziante, o invece il parroco e l'austero professore. Non è vero rapporto carnale, sono perlustrazioni lascive della piccola vagina; d'altra parte «non si va in giro con certe gambe di fuori e senza mutandine». E' possibile che Miluzza avrebbe avuto lo stesso destino della madre Nunziata, puttana accettata dalla piccola città di provincia, quando la morte dei genitori (e quindi il venir meno della modesta sartoria con la quale vivevano) e il lavoro di operaia in un'azienda locale di cartonato, cambiano radicalmente la vita di Miluzza. Il padrone si invaghisce della ragazza e senza ritegno la fa la sua amante. Sperando di nascondere la relazione e per sorprendere Miluzza, la conduce a Napoli, ospitandola in grandi alberghi e facendole frequentare i migliori ristoranti. Ma è proprio la vita elegante nella grande città che porta Miluzza a realizzare la sua condizione di mantenuta, di «Sisina, Sisina elegante, (...) e pe' 'na lira fa zuchetuzù», come recita un macchiettista insolente. Ascoltandolo tra le risate generali, > Miluzza ebbe un riso freddo. (... Il mondo napoletano, così sbracato, era il contrario del suo umore . Per lei il sesso è un fatto naturale, malinconico, soffuso e delicato da consumare in un ambiente discreto, tra la gente del quartiere, senza offendere chicchessia. Anzi, Miluzza rischia di essere travolta dallo scandalo, di doversi chiudere in casa tra il vituperio generale, di dover lasciare la cittadina dove è sempre vissuta. A salvarla giunge la guerra e come l'angelo della Resurrezione arriva un soldato in fuga. Il finale felice stona con il tono complessivo del racconto, lezioso e spumeggiante, ma sempre impregnato di uno sconsolato pessimismo. La vita della povera gente è e sempre sarà così: ritagliarsi spazi di sopravvivenza e di semplice divertimento tra le miserie e le fatiche quotidiane. Ma è veramente una vita così triste o invece si va avanti sereni e sicuri perché parte di una umanità rigogliosa e festante? Non è un caso che sia la grande città a scoperchiare lo squallore, di cui prima non si era consapevoli quando si viveva nel proprio ambiente. La scrittura è il pregio fondamentale del racconto. Rea crea una nuova lingua, un misto di italiano e di napoletano; in tal modo dà brio e suggestione all'intera narrazione, mostrando pure come si può usare la «lingua dei parlanti» senza renderla un espediente civettuolo o, peggio ancora, una specie protetta. Perché leggerlo? Brioso e accattivante.
No longer at ease (non più tranquilli)
Il romanzo fa parte di una trilogia, un grande affresco della storia recente della Nigeria; è possibile leggere in questo sito la recensione del primo libro, «Things Fall Apart». «No longer at ease» è una citazione tratta da un verso del poema di Eliot («il viaggio dei magi»), che così recita: > tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni/ ma ormai non più confidenti (no longer at ease), nelle antiche leggi/ fra un popolo estraneo che è rimasto aggrappato ai propri idoli/io sarei lieto di un'altra morte . Così come i tre Magi, tornati ai loro Palazzi, non sono più come prima, non possono più adattarsi ai vecchi costumi, così Obi, nipote di Okonkwo il protagonista di «Things Fall Apart», non riesce più a comprendere la Nigeria, apparentemente occidentalizzata ma sempre ancorata all'antica morale ancestrale. A spese dell' Umuofia Progressive Union, un'associazione che raggruppa i maggiorenti del villaggio natale di Obi e della sua famiglia, il ragazzo è stato mandato a studiare in Inghilterra; si è laureato in letteratura inglese, al suo ritorno è stato assunto in un ufficio del nascente Ministero dell'Istruzione (siamo negli anni' 50, poco prima dell'indipendenza). Deve restituire ottocento sterline ricevute dall'associazione; Obi chiede una dilazione e un ulteriore contributo, è inebriato dall'intensa vita di Lagos, brulicante di gente, una mescolanza di etnie e di lingue, protesa verso il futuro. Il ragazzo stesso crede fermamente nella nuova Nigeria, che emergerà dal colonialismo. Rifiuta con sdegno ogni offerta di denaro per favorire un candidato agli esami e ai concorsi. La città è piena di tentazioni, ad Obi piace anche il lusso (noleggia un auto con la quale va in giro), non tiene conto delle tasse e degli anticipi ricevuti. Sono tutti piccoli peccati, che gli verrebbero perdonati, se non fosse che Obi si innamora di Clara, una ragazza appartenente all'etnia "osu > , considerata dagli igbo alla stregua di lebbrosi. Con molta ingenuità il ragazzo informa il padre della sua intenzione di sposare Clara. Suo padre rise. Ed era il tipo di riso che talvolta si udiva da uno mascherato da spirito ancestrale. (...) Noi siamo cristiani, ma questa non è una ragione per sposare un "osu > . (...) I nostri padri nella loro oscurità ed ignoranza chiamarono un uomo innocente osu > , una cosa data agli dei, e da allora egli divenne un emarginato, e i suoi figli, e i figli dei suoi figli per sempre . Obi è arrabbiato, ma è anche convinto che può convincere il padre, uomo in fondo buono e remissivo, cristiano sincero e devoto. In un secondo colloquio, dopo un lungo silenzio, il padre narra al figlio la storia di Ikemefuna. > Cominciò lentamente e in modo sommesso, così sommesso che era difficile udire le parole. Sembrava che non stesse realmente parlando ad Obi. Il viso era rivolto di lato così che Obi lo vedeva in un vago profilo . Ikemefuna fu ucciso da Okonkwo per rispettare le regole ancestrali, il padre di Obi abbandonò la famiglia e si fece cristiano, Okonkwo si impiccò per la vergogna. Che cosa voleva dire il padre raccontando al figlio questa tragedia? Chi abbandona il proprio "chi > , dio, ruolo e destino, crea terribili conseguenze a sé e alla famiglia. Questo messaggio non è esplicito, ma è così che lo interpreta Obi. Come succede spesso nei romanzi di Adache, ai personaggi viene lasciata la libertà di scelta e quindi sono responsabili delle proprie azioni; infatti il racconto poteva essere anche un invito al figlio ad intraprendere con coraggio la propria strada, così come il padre aveva fatto diventando cristiano. Obi torna a Lagos, convinto che non può sposare Clara; ma la ragazza è incinta e quindi bisogna interrompere la gravidanza. Obi l'accompagna da un medico compiacente e ritorna in macchina. Quando li vede uscire per andare alla clinica, dove verrà effettuato l'aborto, vorrebbe uscire dall'auto e gridare: Ferma! Andiamo, sposiamoci ora, ma non ci riuscì e non lo fece. L'auto del dottore scivolò via. (...) Clara guardò nella direzione di Obi e immediatamente distolse gli occhi > .Il ragazzo è un codardo: straccia con rabbia il manifesto della nuova Nigeria, ma è lui ad non aver combattuto fino in fondo per il futuro del proprio paese. E poiché come dice Stevenson, il male ha un suo fascino e richiama altro male, Obi inizia a farsi corrompere in modo spudorato, affascinato dalla pila di soldi contanti. Come dissero i vecchi di Umuofia, vedi questa cosa chiamata sangue. Non c'è niente come il sangue. Questo è il motivo per cui quando tu pianti una patata essa produce un'altra patata, e se tu pianti un arancio esso produce arance. (...) Ma non ho mai ancora visto che un banano produca una patata«. Su Obi incombe una maledizione:»è una strana e sorprendente cosa, ma posso dirti che l'ho visto prima. Lo fece suo padre«. Affascinati dal tono elegiaco di»Things Fall Apart > , dalla forza della sua trama e dei suoi personaggi, si rimane un po' delusi da questo romanzo. Obi è un piccolo uomo, non ha niente della tragicità di Okinkwo, l'ambiente cittadino non evoca misteri come il precoloniale villaggio di Umuofia. Lo stile basato sui dialoghi, serrati e concisi, ci getta in una commedia borghese", in una storia apparentemente piatta e banale. I personaggi sono tratteggiati, non approfonditi, in particolare la figura di Clara: serpeggia una sottile ironia insieme con una prevalente rassegnazione. Tutto sembra già scritto: la vicenda di Obi così come il futuro della Nigeria. Avevano ragione i vecchi di Umuofia, un banano non può produrre una patata? Perché leggerlo? Non so per quale motivi leggendo il romanzo mi è venuta in mente l'Italia.
Una nobile follia
Igino Ugo Tarchetti è vissuto tra il 1839 e il 1869. È quindi uno scrittore risorgimentale che è stato messo da parte in quanto portò avanti una forte critica alla guerra e un evidente riconoscimento del valore della diserzione e dellʼobbiezione di coscienza. Il romanzo, in parte autobiografico, tratta le vicende di Vincenzo D: > una di quelle menti che non sanno scegliere tra la prosperità e la coscienza e sono esse sempre delle creature sciagurate . Il racconto si articola in tre parti. La prima parte riguarda lʼinfanzia e lʼadolescenza del protagonista. Abbandonato, cresce in un orfanotrofio, dove conosce Margherita, il suo grande amore. Si tratta di una parte ampollosa e retorica, dominata da una visione romantica e spiritualistica della vita e del mondo. È tutta una esaltazione dellʼamore e della natura, assunta come un mondo idilliaco, Un dialogo tipico è il seguente: Margherita chiede: > ove andiamo? Ad amarci. E che fanno quelle lucciole? Si amano. E tutte quelle stelle? Si amano. Dio, come è bella la notte! È lʼamore che lʼabbellisce . A pagina 71 è forte la tentazione di abbandonare il libro. La seconda parte racconta la vita militare di Vincenzo D. Proprio nel momento in cui i due innamorati decidono di sposarsi, Vincenzo viene chiamato alle armi. Con pagine di grande efficacia, viene raccontata la trasformazione individuale e sociale di una persona costretta a subire la disciplina militare. Chi ha compiuto il servizio militare non può non ritrovarsi nelle parole dellʼautore: > le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dellʼabito, lʼasprezza del comando e la disciplina stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. I buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi . La vita militare di Vincenzo ha una svolta quando viene chiamato a partecipare alla guerra di Crimea.Già la causa della guerra, richiamata dallʼautore, è di una tale futilità, che è di per sè una critica allʼassurdità dello scontro militare: un principe russo rifiuta di rendere visita al ministro turco e passeggia per le vie di Costantinopoli con «lo scudiscio alla mano». In questa parte del libro si colloca la descrizione della battaglia della Cernaia: sembra di assistere ad un film moderno ad effetti speciali e ad un tempo ad una battaglia dellʼIliade. Corpi dilaniati, teste mozzate, sangue e devastazioni sono narrate con una forza cromatica tale da poterle vedere come in un quadro. La narrazione raggiunge il suo punto di massimo impatto quando anche la natura ( qui non più benigna ma nemica dellʼuomo) prende parte alla battaglia: > il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cadaveri. Unʼonda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dellʼoceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia: sentono la terra sotto i loro piedi, ma lʼonda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge e li riporta sullʼalta superficie del mare . Ma Vincenzo è riuscito a salvarsi e non ha ancora ucciso nessuno, in quanto è rimasto sommerso da un mucchio di cadaveri. Quando riprende conoscenza si trova di fronte un soldato nemico e, come nella Canzone di Piero di Fabrizio De Andrè, è costretto ad ucciderlo per correre poi a chiedergli perdono ed accorgersi che il soldato ucciso > era bello di una bellezza maschia ad un tempo e gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena . Il soldato sul punto di morte chiede a Vincenzo «perchè mi avete ucciso?». A quel punto il protagonista decide di disertare e di acquistare la propria libertà: > io aveva gettato il guanto allʼumanità; non aveva meco che la mia coscienza: come avrei sostenuto quella lotta? La terza parte è la discesa verso la follia, che ha origine nellʼomicidio. Ormai il racconto si trasforma in filosofia e in un insieme di aforismi, in alcuni casi senza senso. Emerge in modo evidente una dichiarazione contro la guerra e soprattutto contro la vita militare, mentre prevale ormai una visione del mondo panteista. Il tutto diviene un confuso manifesto politico. Lʼautore si affida ad un espediente narrativo ( Vincenzo D. racconta allo scrittore che racconta ad un amico), che invece di rendere più vivace la lettura contribuisce ad appesantirla, in quanto il racconto è tutto sviluppato in prima persona, nella forma di una narrazione: narrazione che spesso è un occasione per noiose divagazioni filosofiche, che fanno cadere il ritmo narrativo. Lo stile ampolloso, enfatico, fortemente aggettivato, rende spesso pesante la lettura. Perchè non leggerlo? È sufficiente andare in una biblioteca pubblica e limitarsi alle pagine che descrivono la vita militare e la grande battaglia della Cernaia (in tutto quaranta pagine).
Nodo alle budella
La trama del romanzo è surreale. Paul, un piccolo truffatore, si innamora di una strana ragazza, Jeanne, che lo introduce nel grande giro delle rapine ma lo tradisce con un altro. In seguito al tradimento, Paul comincia a vivere in uno stato di allucinazione e sogna sempre un ometto con i baffetti. Durante una rapina in banca pensa di vedere questo individuo in uno degli impiegati e quindi, per liberarsi dall’incubo, lo uccide. Inizia un inseguimento della polizia, durante il quale Paul inizia una «discesa» verso gli inferi: sia fisicamente che spiritualmente. Paul perde il controllo della propria vita ed entra in uno stato paranoico. In questa condizione uccide una donna che lo ha accolto in casa e che lo proteggeva dalla polizia. Il libro descrive il declino di una persona e il suo passaggio da un stato di incerto equilibrio a una condizione nevrotica e auto-distruttiva. In questo senso, è la rappresentazione di una situazione più generale, che può capitare a chiunque: essa, però, viene portata avanti dall’autore in modo paradossale e inesplicabile, lasciando il lettore sconcertato e deluso della superficialità della vicenda..
Non avevo capito niente
Un avvocato di scarso successo e squattrinato partecipa, quasi da spettatore e senza rendersene conto, a una serie di vicende, sentimentali e lavorative, che lo coinvolgono pesantemente. Continua la relazione con l’ex moglie, diviene l’oggetto dell’amore di una brillante e bellissima avvocatessa, viene a sapere, senza reagire, che il figlio frequenta «cattive compagnie» ed è incline all’omosessualità, diviene il difensore di un noto pregiudicato della camorra, ottiene una serie di successi processuali, per lui inattesi, in quanto referente della camorra, scopre alla fine che non aveva capito di essere stato lo strumento, in mano alla magistratura, per incastrare il suo difeso. Il narrante è l’avvocato stesso, il cui nome, Malinconico, ne sintetizza bene la personalità: una tristezza di base, che tuttavia si accompagna a una forte auto ironia e a una filosofia della vita che gli permette di accettare il mondo così com’è. In un colloquio con l’amante, quest’ultima gli rinfaccia che lui non sa perché fa le cose: > il che è verissimo, anche se non ci trovo niente di strano. Siccome però non ho il coraggio di dirlo, ma allo stesso tempo non ho alcuna idea originale, al momento, pesco fra le informazioni più recenti. No, è che non mi vedo mentre le faccio. Come? Che le cose le capisco solo quando le ho fatte . Per l’autore, la vita è un rotolarsi di avvenimenti sui quali non si può incidere e tutti si muovono come fossero ripresi da una cinepresa, comportandosi in modo falso e non autentico. La stessa camorra è una realtà che si deve accettare per quella che è e di cui si possono apprezzare certi aspetti del suo codice di comportamento: ciò che sarebbe opportuno è «una camorra sostenibile». Il romanzo si apprezza di più per le digressioni dell’autore, spesso felici e puntuali, sulla vita di oggi. Come dice lo stesso autore: > il fatto è che io sono un narratore incoerente. Mi interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un’altra parte. Quando racconto sono come uno che cerca una bolletta nel cassetto delle ricevute. Prima tasto un poʼ, tanto per prendere confidenza con il materiale organico, poi pesco a casaccio, sperando di prenderci . La trama è tuttavia fragile senza un reale ritmo narrativo, affidata, com’è, più a dei bozzetti, sempre incompleti, che a una struttura minimamente organica del racconto. La frammentazione dominante, la vacuità narcisistica delle situazioni, l’inverosimiglianza dei comportamenti e degli ambienti (per esempio, il locale dove l’avvocato ha lo studio, la benevolenza curiosa della camorra nei suoi confronti) non sono sufficientemente compensati dallo stile, senza dubbio elegante e agile, e dalla leggerezza ironica dello scrivere. Alla fine, il romanzo risulta noioso, poco pregnante e irritante per il modo, troppo superficiale e rassegnato, con il quale viene affrontato il tema della camorra. È un romanzo specchio della nostra Italia: rassegnata, richiusa nella dimensione amicale e familiare, pronta a cogliere le opportunità così come si presentano.
Non dire notte
«Su tutto è steso un sorriso fiacco sbiadito dolente». Questo verso di Ezra Zussman «in una poesia sulle sere autunnali» può sintetizzare il significato di questo libro, denso, grigio e apparentemente banale. Theo e Noa vivono una convivenza normale, fatta di piccole abitudini, di silenzi e di amori fugaci. Entrambi hanno avuto una vita solitaria e difficile. Incontratisi per caso, si sono rifugiati, alla ricerca di una fragile serenità, in una cittadina nel deserto israeliano, dove sembrava che > i massi pallidi, il pendio, le alture a oriente, persino lʼaspro lucore delle stelle, tutto fosse in attesa di un cambiamento. Imminente, fra un istante, quando tutto sarà chiaro . Ad incrinare la loro uggiosa quotidianità irrompe la morte per overdose di un alunno di Noa e la volontà del padre del ragazzo di affidarle la realizzazione di un centro per il recupero dalla tossicodipendenza. Noa si getta nel progetto con entusiasmo: trova finalmente uno scopo alla vita e soprattutto afferma in questo modo la sua indipendenza da Theo, più anziano ed esperto di lei. Ad animarla è anche un sentimento di rimorso per non aver colto i segnali di aiuto che in qualche modo le aveva mandato il ragazzo. La città è diffidente ed ostile al progetto. Theo la vorrebbe mettere in guardia, ma capisce che > lʼunica via per aiutarla è non cercare di aiutarla... Sto in agguato, fermo, la fisso nel buio con gli occhi pietrificati, in attesa che crolli sfinita? Allora potrò piegarmi e prendermi cura di lei come allʼinizio. Sin dallʼinizio. Cʼè in Theo un sentimento protettivo, quasi paterno, che, tuttavia, rinchiude Noa in una sorta di crisalide, dalla quale non riesce ad uscire: è troppo fragile, troppo forte è il bisogno di sentirsi difesa e di correre a stringersi > nella grotta buia dei peli del petto ( di Theo) come fosse stato gravido di me . E, > come acqua che lenta scorre sul fronte interno delle palpebre chiuse per la stanchezza , il progetto finisce nel nulla. Noa stessa si stanca di perseguirlo e il tutto scivola nella prosaica vita quotidiana, in > un sogno silenzioso, beato, lontani da se stessi, lontani dal dolore e dalla sofferenza, intenti ad ascoltare le raffiche del vento che soffia da sud e smette e di nuovo agita le fronde dei pini sciancati nel giardino del rudere e di lì prosegue travolgendo tutta la città e fino a tastare da fuori le persiane che abbiamo chiuso.... fra due settimane e mezzo finiscono le vacanze estive . Non è la storia al centro del racconto, il quale è tutto giocato intorno al mondo esistenziale dei personaggi. Lo scrittore non ha, tuttavia, un intento psicologico, anzi i sentimenti restano tratteggiati, raffigurati in modo leggero e quindi misteriosi. Anche lʼespediente letterario della doppia narrazione ( Theo e Noa sono i narratori degli stessi episodi) non conduce ad una interpretazione delle vicende dai due differenti punti di vista. Tuttʼaltro, ciascun capitolo sembra fine a se stesso tantʼè vero che il lettore quasi non si accorge di leggere la stessa storia, vista da differenti angolazioni. Il vero tema è esistenziale, cosmico e filosofico. Il vero protagonista è il deserto, sempre uguale a sé stesso e sempre diverso, travolto da un vento impetuoso e caratterizzato da un ambiente arido, dove a fatica riesce ad insediarsi la vegetazione. La città stessa è fatta di ampi spazi vuoti, come «strisce di deserto», una idea mal riuscita di città giardino > macchiettata di rottami e qualche arbusto che ha varcato la linea di confine fra vegetali e minerali . Lʼelemento distintivo del romanzo risiede nellʼattenzione alla dimensione urbanistica dellʼesistenza umana. Spesso ci dimentichiamo che le strade, lʼarchitettura degli edifici, i monumenti, le zone di verde e lʼambiente esterno alla zona urbana ( dove le forze della natura riprendono il sopravvento) plasmano la nostra esistenza, ci danno il carattere che siamo. Ed allora lʼirrompere di un cambiamento ( un centro di tossicodipendenza, diventare periferia di una grande città e così via) non solo dissolve un fragile tessuto urbano, ma travolge anche, snaturandola, la nostra essenza. E non è rinchiudendoci nella «quiete normalità» delle pareti domestiche che possiamo difenderci dal disfacimento sociale e dallʼatomizzazione esistenziale, che deriva anche dalla caduta di senso del contesto nel quale viviamo. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura: essenziale e poetica ad un tempo. Frasi brevi accompagnate da lunghi periodi, una punteggiatura tal volta ridondante e in altri casi inesistente, un uso parsimonioso ed attento degli aggettivi contribuiscono in misura determinante a creare un clima narrativo denso, difficile ma affascinante, dove prevalgono i colori grigi ed opachi: unʼatmosfera di dolce melanconia. Perché leggerlo? Anche se ambientato in Israele, è un romanzo che rispecchia molto bene lo stato dʼanimo degli italiani in questo momento.
Non ti muovere
La trama del libro si presenta intrigante: in occasione di un incidente della figlia il protagonista racconta (a chi?) la sua relazione extraconiugale con una donna. Questa è una persona completamente al di fuori del suo ambiente sociale, non bella ma della quale si è innamorato per qualcosa di cui lui stesso non capisce le motivazioni. La difficoltà ad abbandonare il proprio mondo e la nascita della figlia portano tuttavia il protagonista ad abbandonare questa donna, la quale aspetta un figlio. Sentendosi tradita la donna abortisce clandestinamente e muore. Il filo conduttore è basato sul passaggio da un’attrazione fondamentalmente sensuale e trasgressiva a un affetto più profondo (ma sincero?) che si manifesta solo nel tentativo disperato di salvare la donna. All’inizio il protagonista si chiede infatti se, «il corpo può amare ciò che la mente disprezza» e in realtà non riesce a dare una risposta a questa domanda: la mancata risposta è alla base della tragedia. Se quindi la trama è interessante essa viene mortificata da uno stile prolisso, non essenziale e dalla ricerca di effetti; inoltre alcuni episodi risultano lunghi, ridondanti e noiosi.
Northanger Abbey
> Una eroina che ritorna, alla conclusione della sua storia, al villaggio nativo, in tutto il trionfo di una reputazione conquistata.... è un evento sul quale la penna di uno scrittore potrebbe ben compiacersi di trattenersi.... Ma la mia storia è molto differente, io porto indietro la mia eroina a casa in solitudine e disgrazia e nessuna dolce esaltazione di spiriti può indurmi ad un resoconto dettagliato . Austen scrive un libro, che gioca abilmente sul confine tra realtà ed immaginazione per prendere amabilmente in giro la moda dei romanzi romantici che cominciavano a diffondersi tra le giovani della buona società. Catherine, una ragazza diciassettenne, si allontana per la prima volta dalla famiglia per una vacanza in una nota città termale. Con ingenuità e fiducia stringe amicizie e fa incontri. Conosce una coppia di fratelli, Eleanor ed Henry, il cui padre, un importante generale, la invita a prolungare la vacanza presso la loro antica residenza. Lettrice di romanzi di ambiente medioevale, Catherine si lascia suggestionare dalle stanze, dai corridoi, dalle porte apparentemente segrete e dai cassettoni che sembrano nascondere misteri e storie tenebrose. Corre lʼimmaginazione di Catherine. È soprattutto la figura del generale, di cui coglie intuitivamente la natura falsa ed autoritaria, che la spinge ad indagare dietro lʼidea di delitti e soprusi. Un colloquio chiarificatore con Henry, che la coglie errare nel grande palazzo, la riporta bruscamente alla realtà: «il romanzo è finito», forse violenze e assassini capitano in altri paesi, > tra le Alpi e i Pirenei dove o si é angeli o demoni. In Inghilterra non è così, tra gli Inglesi, ella pensava, tra i loro cuori e le loro abitudini, cʼ è una generale benché ineguale mistura di buono e di cattivo . E Catherine si imbatte proprio in questa verità: il generale scopre che la ragazza non proviene da una ricca famiglia, non è un buon partito, e la rimanda rudemente a casa. Il romanzo è proprio finito. Il romanzo è unʼiniziazione. Catherine esce dallʼadolescenza ed entra nel mondo degli adulti, dove ai giovani è possibile solo momentaneamente intrecciare relazioni che non tengono conto della posizione delle famiglie nella società. Appena lʼamicizia si trasforma in storia dʼamore, le differenze sociali e il denaro riportano tutti al loro posto. Se questa è la realtà, sono soprattutto lʼipocrisia e lʼinganno a calpestare la dignità della persona. Con una sapiente e piacevole costruzione sintattica, Austen scava nei sentimenti della giovane ragazza, cogliendo le sfumature di un carattere in fase di formazione. Perché leggerlo? Allʼinizio il romanzo ci sembra lontano nel tempo ma poi leggendolo ne comprendiamo lʼattualità e si apprezza la profondità dellʼindagine psicologica e sociale.
Norwegian Wood
Sono passati diciottʼanni. Lo scrittore ricorda un grande amore,quello per Naoko. Il romanzo è la ricerca della sua memoria, ma anche un percorso di liberazione da una persona che ha dominato la sua vita. La figura di Naoko è scomparsa dalla memoria, ma poi pian piano riaffiorano le sue sembianze: > le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo... la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo) . È questo lʼavvio del romanzo e già sin dallʼinizio è chiara la delicatezza dello stile, impalpabile e dotato di una notevole potenzialità simbolica: un approccio narrativo che rispecchia molto bene la fragilità e la sensibilità del protagonista: Watanabe. Watanabe, Naoko e il fidanzato di questa, Kisuki, sono tre grandi amici. Ma Kisuki si uccide e il rapporto si interrompe momentaneamente. Watanabe va a studiare a Tokio e vive in collegio, conducendo una vita solitaria, con pochi amici e con la grande passione per la letteratura. Un giorno, incontra nuovamente Naoko e si accende lʼamore: i due ragazzi fanno lunghe passeggiate, in silenzio, Naoko davanti e Watanabe dietro, > guardando la sua schiena e i capelli lisci e neri, trattenuti da un grande fermaglio marrone in modo che quando si girava da un lato lasciavano intravvedere il suo piccolo orecchio bianco . Nel frattempo Watanabe conosce Midori, una ragazza piena di vita ma anchʼessa oppressa dalla morte, in quanto ha perso la mamma e deve curare un padre morente. Anche con Midori, Watanabe intreccia un rapporto che è fatto soprattutto di disponibilità e di ascolto da parte del ragazzo: rapporto sempre in bilico tra amicizia, attrazione sessuale ed amore. Naoko scompare ma poi si scopre che è stata ricoverata in una casa di cura per malattie psichiatriche. Watanabe trascorre alcuni giorni in questa casa di cura, tra le montagne, dove riallaccia la relazione con Naoko e sente crescere un forte amore per la ragazza. Watanabe vive «in una palude» tra la forte amicizia per Midori e lʼamore vagheggiato per Naoko: il ragazzo vive come in una terra di nessuno, sempre disponibile verso gli altri ma mai capace di vivere fino in fondo la propria vita. Il suicidio di Naoko lo trascina nella disperazione, da cui esce solo quando si rende conto che deve vivere anche per sé stesso. Scena centrale di questo passaggio dalla disponibilità alla consapevolezza, dallʼadolescenza allo stato adulto è lʼincontro con un pescatore che, per aiutarlo, gli racconta della morte di sua madre: > ma cosa sta dicendo? pensai. E a un tratto fui assalito da una rabbia insensata che avrei voluto mettergli le mani al collo e strozzarlo. Io ho perso Naoko! Quel suo corpo meraviglioso non esiste più, e tu mi vieni a parlare di tua madre! Il romanzo può essere interpretato come un racconto adolescenziale: un ragazzo diviene adulto attraverso la sofferenza. In realtà ci sono altri due aspetti importanti: il tema della morte, che, come dice lʼautore, è parte integrante della vita ma da cui si esce solo con la sofferenza; il tema della letteratura e quello della musica, come momenti di accompagnamento della vita. La morte, il suicidio di Hisuki, incombe sul racconto, da cui i protagonisti non riescono a liberarsi: è un passato di dolore dal quale si può uscire solo con la sofferenza. Non è un caso, poi, che nella prima parte del romanzo Watanabe legga, e rilegga, il Grande Gatsby, un personaggio eroico e solitario, mentre nella seconda parte del libro, quando Watanabe si deve misurare con la morte e con la sofferenza, la lettura è la Montagna Incantata, il racconto dellʼuomo che attende la morte come destino fatale. Perché leggerlo? La delicatezza dello stile, la bellezza dei personaggi e soprattutto del protagonista, i temi esistenziali trattati sono tutti motivi per leggerlo. È un libro che si legge con estremo piacere.
Nostromo
Il romanzo si apre con la descrizione dellʼambiente dove si svilupperà la storia. Sulaco, un porto naturale sulla costa occidentale del Costarica, è un > enorme tempio semi circolare, scoperto ed aperto allʼoceano, con le pareti di alte montagne adornate con funebri tendaggi di nuvole . In questo anfiteatro naturale cʼè un > santuario inviolabile dalle tentazioni del commercio mondiale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido : È una penisola, che > giace lontana sul mare come una ruvida testa di pietre, e si estende da una costa ricoperta di verde alla fine di una sottile linea di sabbia coperta di macchie di boscaglia spinosa . Senzʼacqua, arida, > il povero, mescolando con un oscuro istinto di consolazione le idee del diavolo e della ricchezza, vi dirà che è senza vita a causa dei suoi tesori nascosti . È in questo deserto sul bordo del mare che la leggenda vuole che tre uomini siano scomparsi alla ricerca dellʼoro. Lʼavvio del romanzo racchiude lo stile narrativo e il senso di questo lungo libro. La degradazione morale e ideale di uomini travolti da un destino inarrestabile, quello del capitalismo trionfante, viene narrata da Conrad con una scrittura ricca, lussureggiante, immaginifica, talvolta ampollosa e ridondante. Il centro del romanzo è Sulaco, forse il vero protagonista: una cittadina isolata dal Costarica da alte montagne, facile approdo per le navi e favorita dalla natura con una inesauribile miniera di argento, la sua fortuna ma anche la sua dannazione. Sullo sfondo il classico paese del Sud America, gravato dallʼ > illegalità di un popolo di ogni colore e razza, dalle barbarie, da una irrimediabile tirannia . Come diceva Bolivar, il grande liberatore: > lʼAmerica è ingovernabile. Chi lavora per la sua indipendenza ha prosciugato il mare . In questo contesto non cʼè spazio per i sentimenti, per le anime delicate, lievi, piene di incertezza: tutti devono essere degli "eroi > , uomini di azione e non di pensiero, animati da grandi ideali o da ignobili intenti. Sulaco ospita tanti personaggi di forte carattere: il garibaldino rifugiatosi nel nuovo continente perché non ha voluto piegarsi dopo il tradimento dellʼAspromonte, lʼaltera giovane costaricana fedele ad un sogno di rinascimento morale e politico del proprio paese, il suo fidanzato, apparentemente disilluso, ma il cui amore per la donna lo porta allʼidea di separare Sulaco dallʼinstabile Costarica, per farne uno stato solido, democratico ed occidentale. Tra questi, e molti altri, cʼè la figura del Nostromo: un uomo con il peso di innumerevoli generazioni dietro di lui e con nessun legame di cui tener conto..... come il Popolo > . Nostromo è forte, coraggioso, animato dal desiderio della fama: egli è un tipico uomo del popolo, con un oscuro senso di grandezza, con la sua devozione senza limiti a qualche cosa di disperato cosi come disperate sono le sue passioni (...) Splendido, robusto, e agile, egli gettò indietro la testa, allargò le braccia, e si distese con una lenta torsione del busto e un grande respiro, calmo e minaccioso, naturale e libero dal male nel momento di svegliarsi così comʼè una besta selvaggia magnificente e inconsapevole. Allora, con uno sguardo improvvisamente rigido fisso sul niente da sotto unʼespressione pensosa, apparve lʼuomo > . Unʼesaltazione dellʼautenticità primordiale della fisicità maschile che potrebbe essere di Pasolini! A sconvolgere questo mondo di puri eroi, di una virtù pari a quella della natura selvaggia, è lʼarrivo di un inglese, Gould, deciso a sfruttare la miniera dʼargento. Attenzione! Non è la bramosia di denaro che lo spinge, ma una visione, diremo oggi strategica: lʼargento è il simbolo di una rinascita, di un nuovo mondo. Ma come comprende bene la moglie (lʼunica figura sensibile, piena di dubbi e sgomenta per le implicazioni morali e sociali di quanto sta avvenendo ), la miniera si è trasformata in un feticismo, ed ora il feticismo era cresciuto in una mostruosa forza distruttiva > . Per salvare lʼargento, minacciato dallʼennesima rivoluzione costaricana, viene affidato al Nostromo il compito di trasportarne per mare un quantitativo ad una nave, in attesa al largo nellʼoceano. Una serie di circostanze sfortunate fanno naufragare la barca proprio sullʼarida e misteriosa penisola descritta allʼinizio del romanzo. Qui il Nostromo abbandona a sicura morte il compagno di viaggio, proprio il giovane idealista ed innamorato, il quale scomparve senza una traccia, risucchiato nellʼimmensa indifferenza delle cose > : una evidente metafora di come vengono apprezzati gli ideali. Nello stesso fosco luogo nasconde il prezioso carico. Da quel momento diviene un uomo ricco, ma a prezzo di un vile tradimento. Dʼaltra parte, vecchi o giovani, a tutti piace il denaro, e parleranno bene dellʼuomo che glielo dà > . Il romanzo finisce tragicamente. Il Nostromo viene ucciso per sbaglio da un amico, che lo confonde per lo spasimante della figlia, mentre invece lʼuomo andava a prendere un poʼ dʼargento dal suo tesoro nascosto. Si potrebbe dire superficialmente che lʼavidità è più forte dei grandi ideali. In realtà il tema del romanzo è un altro e si racchiude in questa frase di Gould: Saleco non è più un paradiso di serpenti. Abbiamo portato lʼumanità e non possiamo volgere le nostre spalle per andarcene e cominciare una nuova vita > . Il capitalismo porta la civiltà ma tutto ciò ha un costo: la perdita degli eroi > . Insomma, Conrad è un cantore dellʼimperialismo, con la differenza rispetto ad altri autori occidentali (come Kipling), che in lui vive il mito del buon selvaggio. Il romanzo è molto lungo, estremamente discontinuo ed è privo di ritmo narrativo. Accanto a pagine molto belle, in generale quelle legate alla descrizione dellʼambiente, si susseguono dialoghi monotoni e ripetitivi, salti di scena, anche temporali, spesso sconcertanti, mentre le descrizioni storiche e politiche rompono la narrazione non aggiungendo nulla di interessante. I personaggi sono degli stereotipi, senza spessore psicologico ed esistenziale; il sistema di relazioni è superficiale, poco approfondito. La scrittura è affascinante dal punto di vista linguistico, con tratti talvolta poetici, evocativa di un mondo immaginifico; dʼaltra parte tutto questo è vita, deve essere vita, anche se è così simile ad un sogno". Lʼautore si lascia, tuttavia, troppo trasportare dal gusto dello scrivere, dalla ridondanza delle parole, dal piacere del barocco e del meraviglioso. Di conseguenza anche lo stile narrativo diviene pesante e talvolta soffocante. Perché non leggerlo? È lungo e prolisso.
La notte della cometa
Nell'inserto «Tuttolibri» della «Stampa» del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben «La Follia di Holderlin»: libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva «assunto le maniere esteriori di chi è pazzo»? Holderlin era > lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca . Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come «Genova» (da Canti Orfici): > Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe: Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. > Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i «Canti Orfici», che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, «La Chimera». La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un «camminante», di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012 > , sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché fuori dal coro«, spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore.»Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie«. Per loro,»il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta«. (Alda Merini da»La Terra Santa«). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana,»Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera«. (La Chimera da Canti Orfici»). «La notte della cometa» è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i «vociani», quando Dino disprezzava la rivista «La Voce»), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che > non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana? Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta «strambo»: non pazzo ma strano. Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.
Le Novelle
Il libro raccoglie le novelle di Giovanni Verga, scritte tra il 1874 e il 1894. Lʼautore sente il bisogno di un raccoglimento dallʼintensa vita mondana di Milano, desidera «rivedere» la sua Sicilia, > lʼimmenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dellʼEtna . Dallʼ esigenza di ritornare alle proprie radici ha origine il primo racconto, che racchiude tutti i grandi temi della narrativa di Verga. Nedda, «la varanisa» è una misera ragazza; il suo destino è già segnato dalla sua nascita: > lʼimmaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad unʼaspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli; (...) la miseria lʼavea schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, lʼanima e lʼintelligenza - così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia . Quanto è distante da questa realtà immutabile e crudele lo sguardo del privilegiato, che contempla «sbadatamente» lʼaffascinante paesaggio siciliano ed ascolta > con singolare interesse i discorsi di quella gente posta così in basso al piede delle sue torri .( Le storie del Castello di Trezza nella raccolta Primavera ed altri racconti). Da questa contraddizione tra il mondo degli umili e quello dei privilegiati, tra la visione romantica della natura e lʼaspra durezza dellʼambiente, ha origine il progetto di Verga, espresso chiaramente in apertura alla raccolta intitolata Vita dei Campi: > ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma (...) di cui il nodo debba consistere in ciò - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dellʼignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace comʼè, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui . È singolare che lʼautore abbia intitolato Fantasticheria questa sorta di manifesto, quasi ad indicare come lui stesso non ci credesse sino in fondo. Ed infatti se ci inoltriamo nei tanti racconti ci accorgiamo come essi perdono di efficacia narrativa quando si allontanano dalla Sicilia. Ne è consapevole anche lʼautore. Nel racconto di chiusura alle Novelle Rusticane, dal titolo emblematico «Di là dal mare», Verga narra la partenza di due innamorati dallʼisola e, > quando lo assaliva la dolce mestizia di quelle memorie, egli ripensava agli umili attori degli umili drammi con unʼaspirazione vaga e incosciente di pace e di obblio . È uno spartiacque: di qua le raccolte Vita dei Campi e Novelle Rusticane, dalle quali traspare un pessimismo sì profondo ma reso protesta sociale dal forte coinvolgimento dellʼautore con le sue storie e i suoi personaggi; di là una serie di raccolte (Per le Vie, Vagabondaggio, I ricordi del capitano dʼArce, Don Candeloro e C), nelle quali la narrazione degli umili perde di energia, diviene pietismo, commiserazione, rassegnazione, sconfitta. I racconti più belli sono quelli di Vita dei Campi. I personaggi sono eccezionali, devianti dalla norma: Jeli, Turdiddu, Gramigna, La Lupa, Rosso Malpelo, si collocano > fra tanti matti che hanno avuto il giudizio nella calcagna, e hanno fatto tutto il contrario di quel che suol fare un cristiano il quale voglia mangiarsi il suo pane in santa pace . (Verga nella prima stesura poi eliminata di Pentolaccia, citato nellʼintroduzione di Carla Riccardi pag. XIII). Prendiamo la storia di Jeli. Si apre con la rievocazione dellʼamicizia infantile tra lʼingenuo guardiano di cavalli ed Alfonso, il figlio del padrone. Tra i due bambini non ci sono differenze di classe e di cultura: godono insieme delle meraviglie di una natura primordiale. Ma diventando grande Jeli subisce lʼurto con la realtà, sempre tragica in un rapido crescendo, culminante col tradimento del valore più alto: lʼamicizia. È infatti Alfonso che gli prende la moglie come amante. > Sua moglie lo lascia a infradiciare dietro lʼuscio, dicevano i vicini, quando in casa cʼè il tordo! Ma Jeli non sapeva nulla, chʼera becco. Quando però vede che Alfonso, > colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella dʼoro sul panciotto, prese Mara (sua moglie) per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto . La violenza cieca ed improvvisa dellʼumile, che troppo ha sopportato, è spesso la conclusione delle storie. Lo è anche nel celebre racconto «La Lupa». > Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiano . Non è una donna che subisce, la volontà e la sensualità la rendono dominatrice. Per avere lʼuomo che ama le dà la figlia in sposa, per portarselo a letto nella stessa casa, contro ogni convenienza. Allora lʼuomo per liberarsene > lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure sullʼolmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri . È unʼ immagine straordinaria e di grande impatto, che lascia sospeso il racconto: lʼuomo lʼha uccisa o si è gettato nuovamente fra le braccia della Lupa? Nelle Novelle Rusticane la narrazione si irrigidisce. I personaggi di Il Reverendo, Cosʼè il Re, Don Lucciu Papa, Malaria, Libertà, non sono che lʼincarnazione delle leggi della società siciliana. In fondo la vita è come quella dellʼasino di San Giuseppe, dellʼomonimo racconto:è inutile ribellarsi e non è detto che gli animali stiano peggio di tanti esseri umani. Il destino inevitabile di tutti gli umili: > compro soltanto la legna, perché lʼasino ecco cosa vale! E diede una pedata sul carcame, che suonò come un tamburo sfondato . La qualità stilistica e narrativa dei racconti è discontinua, in quanto > lʼitinerario del Verga novelliere si può definire come una serie di tappe di avvicinamento ai romanzi (Introduzione di Riccardi pag. XXIV). Nei racconti Verga si nasconde di meno dietro il verismo, lʼapparente distacco dai personaggi e dalle situazioni: le novelle sono una sorta di laboratorio, nel quale lo scrittore lavora > in più direzioni e contemporaneamente su più versanti, anche il teatro (introduzione di Riccardi pag. XXV), ma raggiunge la sua espressione migliore laddove è più evidente il coinvolgimento, il legame con la sua terra e la protesta implicita per le condizioni disumane del popolo meridionale. Sotto questo profilo i racconti, in particolare di Vita nei Campi, hanno una vita autonoma rispetto a quella dei romanzi e sono spesso dei capolavori. Perché leggerlo? Nedda, Vita dei Campi e Novelle Rusticane sono grandi racconti, che danno una visione realistica e coinvolgente del nostro Meridione.
La nuova vita
Il protagonista del romanzo è il libro: un libro ma anche tutti i libri. > Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così disse minaccioso il padre di Mehmet, uno dei protagonisti del romanzo, che per primo ha letto il libro ed è fuggito. Gli altri due protagonisti sono Osman, un giovane studente che si innamora di Canan, la ragazza di Mehmet. È la ragazza che fa leggere il libro a Osman e i due ragazzi iniziano un vorticoso viaggio per la Turchia alla ricerca, apparentemente, di Mehmet, ma in realtà essi sono mossi da unʼinquietudine, da un male di vivere, che la lettura del libro ha fatto esplodere: > passeggeri dei pullman notturni, infelici fratelli, so che anche voi cercate quel momento privo di forza di gravità. Non volete essere né lì né qui, diventare altro e vagare nel piacevole giardino che c’è tra i due mondi . Ma quali sono questi due mondi? La vita attuale e la nuova vita, o la ricerca dell’angelo, la morte. Il romanzo è quindi un susseguirsi di viaggi in pullman, di incidenti mortali, di televisori accesi, di viaggiatori e di paesaggi surreali. La ricerca di Mehmet si conclude con la sua uccisione da parte di Osman, nella speranza di liberarsi del suo rivale in amore, ma a questo punto la ricerca non è conclusa perché Osman non ha raggiunto un suo equilibrio. Riprende i viaggi sapendo benissimo che la vera uscita verso una nuova vita è la morte. > L’angelo si vede in quel magico momento di uscita e proprio allora percepiamo il vero significato della confusione che chiamiamo vita. Solo allora possiamo tornare a casa . E Osman muore proprio in un incidente stradale, come ne aveva visti durante i suoi viaggi in pullman. Qual è il vero significato di questo romanzo? Innanzitutto la lettura di un libro rappresenta un momento di rottura dell’equilibrio umano, > un buon libro è un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Quindi il libro è un’altra realtà rispetto al vivere effettivo: sono altri mondi che vengono alimentati dal testo e dall’immaginazione. Il loro ruolo è tuttavia dirompente sul vivere umano, che percepisce e comprende l’unidimensionalità della vita. L’altro tema è il viaggio, il continuo movimento, che costituisce l’unico punto di stabilità del romanzo e del suo protagonista. Quando Osman capisce che Mehmet era anche lui partito dal libro e > dopo ricerche, viaggi e avventure in cui aveva incontrato morte, amore e disgrazie, aveva ottenuto quello che io non ero riuscito ad ottenere, la pace interiore , decide di ucciderlo, preso dall’invidia e dal rancore. Il terzo tema è sicuramente la morte, l’angelo tanto cercato: il viaggio, la vita, finisce inevitabilmente con la morte, con > gli occhi abbagliati e pieni di paura, come una volta guardavo l’incredibile luce che zampillava dal libro sarei passato immediatamente a una nuova vita . La nuova vita, tanto cercata, è la morte. È un romanzo ermetico, del quale è difficile percepire il senso vero. Ciascuno può trovare dal romanzo una sua interpretazione: legata al contesto sociale tra la modernità e la tradizione, una storia dʼamore infelice, l’idea del complotto come motore della storia. A me piace pensare che il libro parli delle tante dimensioni della vita, della continua ricerca della nuova vita, che anima sempre l’uomo. L’autore cita anche la nuova vita di Dante, la rinascita, la scoperta di una spiritualità più vera.
Nuovi racconti italiani
Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dellʼItalia degli anniʼ50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo («Tre operai»), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, «Il crumiro», Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di «tutto fare» in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e allʼacqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. > Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola dʼarte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto . E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ( > ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo? ) Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nellʼItalia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, > ostruite le fogne, unʼacqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse lʼultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto («Ninì prende il largo») La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno «scugnizzo». La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tuttʼuna con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma lʼattenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro dʼacqua così chiara, erano piene di avventure«. Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che»pure il gatto lo schifa > ), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dellʼorizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo DonnʼAnna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola > . Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo Gli egoisti«. In»La ragazza della filanda«, la protagonista è unʼoperaia»grande e ossuta quasi quanto un uomo > , (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona . Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che lʼamore > è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte . > Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale lʼamore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza . E così avviene: un uomo, solo perché «lʼaveva sotto mano», le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che > davvero non era mai stata toccata dallʼamore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, lʼorgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei . E lei, piantata dopo pochi giorni, va > via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere. Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia «Guardati intorno ed impara» è enigmatica, tanto che fino allʼultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce > che non le resta nientʼaltro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose . È questo lʼavvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che > nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano. Le storie di Peppino, di Ninì, dellʼoperaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di unʼItalia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dellʼantiquato (Antonio Baldini nellʼintroduzione). Perché non leggerlo? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..


























