L'idiota di famiglia
Negli ultimi anni della sua vita Emanuel Kant fu malato di demenza: espulso dall'università, isolato dalla società, il grande filosofo scrisse migliaia di pagine nel delirante tentativo di arrivare alla verità del reale, e non fermarsi alla sua interpretazione. Con una felice intuizione, l'autore immagina che ad "Herr Professor", così chiamato dai figli e dai suoi alunni, sia toccata la stessa sorte di Kant: perdere le capacità cognitive e scivolare nella demenza, dopo anni di severo e algido insegnamento di storia e filosofia, sempre all'interno dei rigidi e razionali schemi del marxismo. Per assistere il padre malato, il figlio lascia Roma per tornare a Viareggio; tra le carte del padre scopre un manoscritto che narra in forma di romanzo le "Tre Giornate di Viareggio", una violenta insurrezione popolare del maggio 1920, repressa nel sangue dal governo italiano. Sono appunti scritti in una calligrafia confusa che costringe il figlio ad una faticosa trascrizione. Ciò che è sorprendente, conoscendo il rigido marxismo del padre, sono l'esaltazione dell'anarchismo e il titolo del racconto: "indifeso fervore": un celebre verso di Sandro Penna, un poeta distante nella sua poesia trasgressiva dalla visione morale di "Herr Professor", così come lo aveva conosciuto il figlio. Chi era veramente "Herr Professor"? Questo padre sempre pronto a disapprovare il figlio, da come giocava a tennis (più attento a tenersi in ordine i capelli che muoversi sul campo) alla sua scelta di abbandonare il corso di laurea di Filosofia per divenire traduttore, per di più dall'inglese, lingua disprezzata dal padre. Poteva essere l'occasione per rendere la Demenza, il declino cognitivo e fisico di un uomo, l'occasione per riscoprirne la figura e la vita, per meglio conoscerlo e pure per decifrare finalmente se stessi, in una delle relazioni fondamentali della nostra esistenza. Ed invece, come dice l'autore nella postfazione: >. La malattia del padre, il ritorno a Viareggio e l'abbandono di Roma sono pretesti per arguti dialoghi tra i personaggi, per sottili ironie sulle dinamiche sociali e culturali della nostra società, per digressioni, talvolta interessanti, più delle volte inutili e ridondanti. Un fastidioso schema intellettualistico pervade l'intero racconto, facendogli perdere spessore psicologico e rendendolo prolisso e dispersivo. Il romanzo può essere lo spunto per una riflessione generale sulla letteratura italiana. Spesso assistiamo ad autrici ed autori che hanno una notevole visibilità e incontrano giudizi positivi da parte della critica e dei grandi lettori. "L'idiota di famiglia", per esempio, è stato presentato a "Petrarca", un importante programma televisivo dedicato alla cultura e ai libri in particolare. Si pensi a romanzi molti diversi da loro ma sempre oggetto di riconoscimenti, come, per esempio, "Alma" di Federica Manzon, "Almarina" di Valeria Parrella, "La Ferocia" di Nicola Lagioia, "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno (si vedano in questo sito le recensioni dei libri citati): tutti acclamati ma fragili per la trama e la scrittura, soprattutto rinchiusi all'interno di schemi letterari precostituiti, che non rispecchiano la realtà italiana sotto il profilo sociologico e non approfondiscono veramente i sentimenti e le psicologie dei personaggi. Predomina un oscillare tra nostalgia e pessimismo, le trame sono spesso inconsistenti e i personaggi scivolano facilmente in stereotipi. C'è da chiedersi se nelle valutazioni prevalga l'appartenenza a certi ambienti editoriali rispetto all'effettiva qualità narrativa. A forza di romanzi di “nicchia” c’è il rischio che la nostra letteratura vada verso l’inconsistenza, portandosi con sé anche la lingua. Perché non leggerlo? Questo romanzo è fastidioso.
Il segreto della Hudson Queen
È singolare commentare questo romanzo subito dopo aver letto "La perla sanguinosa" di Emilio Salgari (si veda la recensione in questo sito): una strana coincidenza, quasi che le perle siano portatrici di avventure e disgrazie. Ed infatti quando Sally Jones e il Capo trovano una collana di perle nascosta in uno scomparto segreto nella ruota del timone della loro nave, Sally, con la sua saggezza di scimmia intelligente, prova > una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco. (...) Le perle della collana (...) sembravano emanare dall'interno una luce tenue e misteriosa. A differenza del fantastico ambiente salgariano, qui le perle ci conducono nel "sottosuolo" delle città marinare: bassifondi violenti e pericolosi per la nostra scimmia, apparentemente fragile e indifesa. La storia riprende dal punto in cui l'abbiamo lasciata nel romanzo precedente (si veda la recensione di "La scimmia dell'assassino" in questo sito); ma qui manca la sorpresa perché già conosciamo Sally, e non abbiamo il fascino della Lisbona marinara e piratesca né assaporiamo l'intrigo del Noir. Il racconto si svolge a Glasgow. Sally e il Capo vanno alla ricerca della presunta proprietaria delle perle, l'orfana Rose, abbandonata bambina dal padre e alla quale quest'ultimo voleva donare il gioiello per riscattarsi. Si trovano immersi nella malavita della città inglese: il Capo è costretto a comandare una nave che fa contrabbando di alcol con l'America, Sally è tenuta prigioniera come ostaggio da una banda criminale. Vessazioni, scontri tra gruppi malavitosi, vita notturna con la sua violenza, persino spettacoli di boxe si susseguono, coinvolgendo la povera e impaurita Sally, oggetto di curiosità, irrisione e sfruttamento. Sally è custodita da Bernie il Macellaio: grosso ragazzone un po' stupido, noto per le sue rabbie improvvise e incontrollate, lui stesso vittima delle beffe e delle angherie degli altri criminali, persino della stessa sorella. Ed è l'amicizia tra Sally e Barnie il fulcro della storia. Sally ha molte occasioni per fuggire ma resta per aiutare il povero Bernie, per non lasciarlo solo, per difenderlo e salvarlo. Dinanzi all'incendio della casa dove poteva morire la sorella, Bernie prese lo slancio per gettarsi anche lui nel fuoco, ed allora > lo cinsi con le mie lunghe braccia, (...) lo presi subito per un braccio e lo ricondussi sul ponte, lontano dall'edificio in fiamme. La saggia e buona Sally si riscopre non più fragile, ma madre del grosso Barnie. Quanto siamo distanti dall'atmosfera misteriosa e malinconica de "la scimmia dell'assassino"! Tutto il fascino del precedente romanzo si è dissolto in una trama prolissa, in cui i colpi di scena non riescono a dare ritmo alla narrazione. Si va avanti lentamente, sperando di ritrovare i personaggi, le vicende e la scrittura che ci avevano ammaliato così tanto. È una ricerca vana; solo l'amicizia tra Sally e Bernie ci salva da una completa delusione, ma è un rapporto solo accennato, poco approfondito, che non coinvolge. Perché non leggerlo? È noioso.
Il soccombente
>. Se si vuole cercare di comprendere questo racconto, per molti versi delirante, conviene andare su YouTube a vedere e ascoltare le "Variazioni di Goldberg" di Bach, suonate al piano dal "leggendario" Glenn Gould. Lo si deve fare perché Bernhard parla del "genio" e di cosa succede a chi incontra una personalità irraggiungibile per qualità artistiche: non si può che essere "soccombenti". >. L'io narratore, Whertheimer e Glenn si ritrovano a Salisburgo, allievi di un noto insegnante di pianoforte. I primi due sono giovani pianisti virtuosi, che potrebbero avere una buona carriera concertistica; ma l'incontro con il genio è fatale perché entrambi comprendono che non potranno mai essere all'altezza del "leggendario" Glenn, mai sarebbero capaci di suonare le "Variazioni di Goldberg", come riesce all'amico. Entrambi, l'io narratore e Whertheimer, abbandonano la musica: il primo regala persino il suo splendido Steinway e si ritira a Madrid a scrivere su Glenn, in un'affannosa e inconcludente revisione dell'opera del grande pianista; il secondo si rinchiude in un solitario casino di caccia, strimpellando un pianoforte scordato. Alla notizia della morte improvvisa di Glenn, Whertheimer si uccide. L'io narratore vuole capire i motivi più profondi del suicidio dell'amico. Era sempre stato un infelice, come quei depressi che si portano dentro di sé "il male di vivere"? È un destino dei "soccombenti", >? O >? Per capire il mistero dietro al suicidio dell'amico, l'io narratore si fa aprire l'ultima dimora di Wertheimer, dove si era rintanato, e scopre un pianoforte a coda di nessun valore, >, su cui c'è lo spartito delle Variazioni di Goldberg"; e l'io narratore, pure lui, vorrebbe riprendere il pianoforte dopo anni, per misurarsi con il genio, e forse anche lui si perderà nel tentativo di emulare il leggendario Glenn. Dopo aver letto questo racconto, potremmo esclamare "viva la mediocrità". Quale sofferenza c'è in ogni artista che non può emulare il genio! Forse, la depressione di Francesco Petrarca nacque dalla gelosia per Dante, come affettuosamente gli fece notare l'amico Boccaccio; e per questo cercò con i "Trionfi" e "Africa" di scrivere due poemi che contendessero il primato con la Divina Commedia, e drammaticamente non ci riuscì. E che dire di Dante che nel Canto XXV dell'Infermo getta un grido contro Ovidio rivendicando una sua superiorità nelle creazioni delle metamorfosi: "Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio, /ché se quello in serpente e quella in fonte/ converte poetando, io non lo 'invidio (versi 97-99). Per consolarci, non ci resta che ingabbiare i grandi uomini >. Per il leggendario Glenn la condanna è un video su YouTube, lui, fuggito dai concerti in una isolata casa di campagna, sarà costretto a farsi ascoltare per l'eternità come un pianista "prigioniero" della sua stessa fama; noi, uomini mediocri, saremo veramente liberi perché anonimi. La trama del racconto è inesistente, è come un soliloquio, con un periodare fluido ma in certi tratti senza senso, con un ritmo che richiama il teatro invece che la prosa: tutto si è scomposto, niente ha senso, si può solo riportare il ricorrere dei pensieri e dei ricordi; anche in questo caso con molti dubbi, con la formula retorica "così diceva, pensai". Perché non leggerlo? È tremendamente faticoso. Può stare bene in una libreria per fare bella figura della nostra cultura.
Il sosia poema pietroburghese
Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.
Il Villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti
L'io narrante è un giovane che vive a Pietroburgo > senza nulla da fare, (...) convinto che in breve tempo (avrebbe) fatto cose davvero notevoli, addirittura grandiose. È mantenuto da uno zio, un ricco proprietario terriero nella lontana Stepàncikovo. I loro rapporti epistolari sono radi, ma negli ultimi tempi il giovane è sollecitato ad andare dallo zio con lettere sconclusionate e senza senso, da cui traspare la preghiera di sposare la giovane governante, una ragazza infelice, bella e istruita. Il nostro giovane decide di accondiscendere alle richieste, per un misto di curiosità ed affetto. Si ritrova in una > stramba collezione di personaggi, una ristretta comunità che ruota intorno a un abile e carismatico manipolatore, ciò che oggi chiameremo un "guru"; e da cui la modernità del racconto. Foma Fomic > era basso, biondo e coi capelli brizzolati, con una gobba sul naso e piccole rughe su tutto il volto. (...) Leggeva ad alta voce libri sulla salvezza dell'anima, discorreva con lacrime eloquenti delle varie virtù cristiane, (...) raccontava la sua vita e le sue imprese, (...) ed era un maestro nel giudicare il prossimo. Vissuto nella miseria, per tutta la vita aveva dovuto girare per le case dei proprietari terrieri, facendo "il giullare". A Stepàncikovo, finalmente, aveva potuto esercitare le sue arti di affabulatore, soddisfare la sua vanità, riscattarsi dalle umiliazioni così a lungo subìte. La sua tecnica è di approfittare delle debolezze altrui, passando da un vittimismo offeso e orgoglioso a sermoni esaltanti le sue virtù, e le depravazioni degli altri. Diciamo che si trova in un terreno fertile. Lo zio, ex colonnello degli ussari, è buono, onesto e fiducioso, ma porta avanti una tresca con la giovane e povera governante: vorrebbe farla sposare al nipote per continuare la relazione. Il padre della ragazza manifesta una dignitosa indifferenza ma in realtà mira a un matrimonio della figlia con l'anziano e ricco proprietario. C'è poi Tatiana, una ricca zitella, un po' ninfomane; a casa si spera che sposi lo zio, per unire i patrimoni, ma ci sono dei bellimbusti che progettano di rapirla per mettere le mani sul suo denaro. C'è poi la generalessa, con il suo entourage di devote e perfide signorine: le crisi isteriche, i malori e gli svenimenti avvengono tutte le volte che il ruolo di Foma viene messo in dubbio, e offeso dichiara di andare via, in esilio. È chiaro che non lo farà mai. > Foma occupa due grandi e splendide stanze. (...) La comodità assoluta circondava il grande uomo. Le carte da parati nuove e colorate, le tende di seta cangiante alle finestre, i tappetti, la specchiera, (...) tutto testimoniava la tenera attenzione dei padroni di casa nei confronti di Foma Fomic. E il nostro giovane, che fa? Si comporta da "scienziato", "filosofo", "sapientone": osserva la dinamica degli esseri umani, solo a tratti indignandosi quando vede lo zio calpestato dal lestofante. La narrazione procede veloce, con il ritmo tipico di una "pièce" teatrale: dialoghi serrati, umorismo, macchiette, "maschere" stereotipali della meschinità dell'animo umano. Si percepisce un disprezzo per la provincia e per il mondo contadino in particolare; come quel povero servo, sempre maltrattato da Foma perché continua a sognare "un toro bianco" e non "eleganti signore e signori che prendono il tè". In un crescendo di "commedia degli equivoci", Foma pare perdere il suo dominio, ma con un colpo di scena il furbo e abile manipolatore riafferma il suo potere sugli abitanti di Stepàncikovo. E' un destino dei grandi autori che la loro opera sia offuscata dai capolavori che hanno scritto. Quando si parla di Dostoevskij, si va subito a libri quali "Delitto e Castigo", "L'Idiota" e "I Fratelli Karamazov" (si veda la recensione de "L'Idiota" in questo sito). Nella vasta produzione dello scrittore russo c'è molto altro di valore. Si pensi a "L'Adolescente", così attuale per l'analisi del rapporto del protagonista con la figura del padre (si veda la recensione in questo sito). "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" è definito in modo unanime un'opera comica, in tal modo non cogliendo gli elementi peculiari del romanzo. Esso parla del Potere, e di quali sono le motivazioni profonde che ne sono alla base: non è il denaro (Foma rifiuta un'offerta generosa per lasciare la casa), non è neanche il gusto del dominio, o il ruolo di prendere le decisioni che contano (anzi il Potere fugge dalle decisioni). Ciò che spinge Foma è la vanità, un narcisistico desiderio di essere al centro, potersi compiacere delle proprie parole, essere riverito e lusingato. Ne è evidente l'attualità dinanzi a un Potere cui basta far parlare di sé stesso, in un'orgia mediatica. Gli abitanti di Stepàncikovo sono un'isolata comunità della campagna russa ma molto ci dicono sul servilismo e la vacuità dell'animo umano. La scrittura e la trama sono spumeggianti, distaccandosi dal punto di vista stilistico dai grandi romanzi: non c'è introspezione psicologica né si approfondiscono le relazioni tra i personaggi. È senza dubbio un romanzo di formazione, in cui il grande scrittore si esercita nella costruzione dei dialoghi, con poca attenzione al contesto, e in particolare trascurando il narratore, dietro il quale si nasconde lo stesso Dostoevskij. Perché leggerlo? E' divertente e profondo.
Iliade
LʼIliade si sviluppa in un periodo breve di tempo ma illustra i fatti più salienti della guerra di Troia. L’incipit è la lite tra Agamennone e Achille per il possesso di una schiava ma in realtà Achille mette in dubbio l’autorità di Agamennone. L’eroe decide di non partecipare più alla guerra e quindi si succedono una serie di scontri, che, pur tra alterne vicende, tendono a concludersi con la sconfitta degli Achei, sino al punto che i Troiani riescono a incendiare una nave dei greci. L’assemblea dei capi Achei invia più volte ambasciate ad Achille perché rientri in battaglia; va invece a combattere Patroclo, l’amico carissimo dell’eroe, che viene ucciso da Ettore. Achille entra in guerra per vendicare Patroclo, compie una strage e uccide Ettore. Priamo riesce, tuttavia, a placare l’ira di Achille e a prendere il cadavere di Ettore per dargli una giusta sepoltura. La storia è relativamente semplice ma è resa più complessa per la presenza di diversi livelli narrativi: ciascuno dei temi viene portato avanti su tre piani: la comunità degli dei, la comunità degli uomini e i sentimenti individuali, che sono sempre subordinati alla volontà e alle ferree regole della comunità, prima ancora che alla volontà della divinità. Il primo tema è lo scontro per il governo della comunità e quindi il potere. Il poema inizia proprio con il conflitto tra Agamennone e Achille, ma la tensione per l’affermazione dell’autorità costituisce una costante. Basti pensare che Ettore decide di non ritirarsi entro le mura di Troia e di combattere su campo aperto solo per affermare la sua autorità nei confronti di Polidamante che lo consigliava in tal senso: > ora, mentre a me diede il figlio di Crono pensiero complesso d’acquistar gloria presso le navi, respingere al mare gli Achei, stolto, tali consigli non devi aprire fra il popolo, nessuno ti obbedirà dei Troiani, io non vorrò . Ma lo stesso scontro per il potere è presente fra gli dei: dice Poseidone a Era preoccupata che Achille possa soccombere a un dio, > andiamo a sederci, piuttosto, in disparte alla vedetta... se poi Ares comincia la lotta o Febo Apollo, o trattengono Achille, subito allora da parte nostra sorgerà lite di guerra; e molto presto, io penso, battuti, torneranno all’Olimpo, in mezzo agli altri numi, vinti sotto le nostre mani per forza . Lo stesso tema del potere emerge in modo evidente nell’assemblea del libro XIX, nella quale Achille vorrebbe rientrare subito in battaglia, per vendicare Patroclo e dargli degna sepoltura, mentre gli altri capi vogliono che Achille accetti ufficialmente i doni di Agamennone, affermandone in tal modo la sua autorità. Il secondo tema è, ovviamente, la guerra: è il tema più scontato e anche il più noioso, se si eccettua la battaglia fra gli dei, che raggiunge elementi evidenti di comicità e di derisione delle divinità. Le vicende militari si frammentano e sembrano finalizzate a esaltare la grandezza degli eroi e degli uccisi. Il terzo tema è costituito dai sentimenti familiari: l’affetto per gli amici, l’amore filiale, il rispetto per gli anziani, il dolore per la perdita dei cari. È questo il tema più vicino alla sensibilità dei moderni e l’epica si traduce in pathos in alcuni passaggi: il colloquio tra Ettore e Andromaca, l’amore di Teti per Achille e il dolore di quest’ultimo per Patroclo: Ettore > mise in braccio alla sposa il figlio suo: ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla, l’accarezzò con la mano ... ma le regole della comunità sono più forti dei sentimenti individuali, > su, torna a casa, e pensa alle opere tue, telaio, e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio ( libro VI). A questi temi si inseriscono altri filoni narrativi (parentesi all’interno del poema) come il bellissimo libro XVIII (la fabbricazione delle armi di Achille) e il libro XXI, in particolare la difesa dei Troiani da parte del fiume Xantos e la sua sconfitta da parte del fuoco. In complesso, il poema è noioso e frammentato e non è sicuramente all’altezza dell’Odissea.
L'impostore
Dal 1975 al 2005 la Spagna è stata ingannata da un grande impostore. Eric Marco, un oscuro titolare di un'autofficina, s'inventò di essere un antifranchista e di essere stato deportato per questo nel campo di concentramento di Flossemburg, insieme con altri ottomila repubblicani spagnoli inviati in Germania a morire nei campi di sterminio. Facendo leva sull'aureola che gli veniva dal suo falso passato, Marco fu prima segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro, e poi presidente degli Amici di Mauthausen. Per merito di un oscuro storico l'enorme bugia di Marco fu scoperta pochi giorni prima che parlasse in una cerimonia a Mauthausen dinanzi al presidente del governo spagnolo. Vargas Llosa ha definito Marco «spaventoso e geniale». Quando per la prima volta Cercas incontra l'uomo, non può fare a meno di urlare > un orrore! Un autentico orrore!. A trattenerlo a scrivere un libro su di lui, non era solo le infamie commesse da Marco, dal dolore inflitto agli altri deportati e ai loro parenti sino ai tanti giovani che lo avevano ascoltato, affascinati e trepidanti; Cercas temeva di lasciarsi invischiare nei tentacoli del sublime bugiardo, si chiedeva se era disposto > a scrivere un libro su Enric Marco senza scendere a patti con il diavolo. (...) perché non tentare di salvare il grande impostore e il grande maledetto, quella grandissima canaglia che è già più che condannato?. Chi ha letto «Soldati di Salamina» (si veda la recensione in questo sito) sa che Cercas gioca un po' su queste sue resistenze a scavare la «verità». Anche in questo caso Cercas supera gli scrupoli morali, dimentica facilmente ciò che diceva Primo Levi, ossia che capire è già giustificare; s'inoltra con l'usuale impegno da giornalista d'inchiesta a ricostruire le torbide vicende e i subdoli inganni che hanno condotto Marco a dominare la scena nazionale negli anni del post franchismo. Lasciamo al lettore entrare nei dettagli di una vicenda ingarbugliata che attraversa la storia recente della Spagna. Diciamo solo che Cercas individua la fonte del successo di Marco in una mescolanza di piccole verità, fatti storici, fascino personale e menzogne spudorate. E' vero! Marco è stato veramente un infame; ma come fu Limonov per Carrère e Don Chisciotte per Don Alonso Quijano (si vedano le recensioni dei due libri in questo sito), Marco > si diede (,,,) una nuova identità e una nuova vita eroica, (...) ormai oltrepassato il culmine della vita, vuole continuare a vivere quando ormai non gli tocca vivere, o meglio che vuole vivere ancora, contro tutto e tutti, tutto ciò che non ha vissuto fino ad allora. Non è come uno scrittore cui è permesso mentire per raccontare la verità? Povero Cercas! Non sa che questa indulgenza verso la bugia è una falla in cui s'inserirà Marco in modo spietato, ricordando come il personaggio finale dei Soldati di Salamina, l'oscuro eroe soldato, fosse una finzione dello scrittore; finzione con la quale Cercas ha ingannato tanti lettori che, dopo aver letto il romanzo, hanno scritto alla casa di riposo di Digione, dove lo scrittore aveva raccontato vivesse l'oscuro eroe. E quindi anche Cercas è un impostore: > lei è un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virtù, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. (...) Questa è la verità, Javier. La verità è che lei è me. Il punto centrale del romanzo è il colloquio che l'autore dichiara immaginario, una volta tanto. In un lungo dialogo tra Marco e Cercas le certezze del secondo si smontano dinanzi alle serrate argomentazioni dell'impostore, esaltato dal ruolo di inquisitore affidatogli dall'autore spagnolo. Le uniche pagine espressamente di fantasia paiono capovolgere l'intera narrazione. Dov'è il confine tra invenzione e verità nella memoria storica? E perché le menzogne non possono essere accettate se rivolte a far conoscere le pagine buie della storia, creando coscienze consapevoli? Ma in questo modo, come nei Fratelli Karamazov, a noi non tocca che inchinarci al mistero del passato, sperando che sia un mistero giusto e buono? (si veda la recensione dei Fratelli Karamazov in questo sito). Il pregio fondamentale del romanzo è proprio la vicenda di Marco, la quale si racconta da sé, tanto è incredibile. Cercas aggiunge una trama dispersiva e prolissa, che spesso si involve in sé stessa, ricca di digressioni che rendono pesante la lettura. A compensare le circonvoluzioni della narrazione è il solito periodare fluido e chiaro dell'autore: stile che sa un po' troppo di giornalismo. Perché leggerlo? E' interessante la storia.
In culo al mondo
Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò lʼAngola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dallʼaltro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, > quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe . Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in «culo al mondo», a morire > non della morte della guerra, che ci priva allʼimprovviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dellʼattesa, lʼattesa dei mesi, lʼattesa delle mine sulla pista, lʼattesa del paludismo, (...) lʼattesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte ; una guerra che faceva vomitare e rispondere con > una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui ; una guerra che non si può dimenticare, tanto che > nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con lʼumida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta... Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela lʼinutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle «la furiosa e pungente paura di morire», di chi si può permettere di > essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dellʼultima verità di carta . Lʼesperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dellʼanimo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano «una diafana pace di infanzia». Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero lʼabile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. > Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere allʼimprovviso un unicorno, forse lʼabbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dellʼinfanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, lʼeco attutita . Perché leggerlo? È un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.
In viaggio con Erodoto
Kapuscinski è un grande reporter, che ha scritto numerosi libri di viaggio. In questo caso narra di come è diventato reporter e di alcuni suoi viaggi in Cina, India e Africa. Ma soprattutto parla del suo grande amore letterario, Erodoto. Quando viaggia si porta con sé le Storie di Erodoto. I viaggi di Kapuscinski sono a un tempo viaggi reali e viaggi nel mondo di Erodoto, al punto che è difficile distinguere la realtà attuale da quella del tempo di Erodoto. > Più tempo passavo a leggere Erodoto, più provavo un sentimento d’amicizia e quasi d’affetto nei suoi confronti. Mi era sempre più difficile fare a meno non tanto del libro, quanto del suo autore . Lo affascina > per il suo modo di essere e di rapportarsi agli altri: una persona che, dovunque vada, diventa immediatamente un centro di aggregazione . Che cosa dice Erodoto al mondo moderno? > Per Erodoto la pluralità culturale del mondo è un tessuto vivo e pulsante dove niente è dato e stabilito una volta per tutte, ma che continuamente si trasforma creando nuove relazioni e contesti . E poi > un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati . > La storia è un ininterrotto succedersi di presenti e quindi il mondo non è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato . La lettura di Erodoto permette all’autore di esprimere i suoi sentimenti sul mondo e sulla storia: diversità, viaggio non come evasione ma conoscenza e ascolto degli altri, la storia non come descrizione di eventi trascorsi e ormai messi nella spazzatura, ma come presenza immanente «perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate».
The invention of solitude
Si tratta di un libro sulla memoria, che è come > un posto, una sequenza di colonne, di cornici, portici. Il corpo all’interno della mente, andare da un posto all’altro, e il rumore dei nostri passi quando camminiamo, movendoci da un posto al prossimo . L’occasione per parlare della memoria è costituita dalla morte del padre dello scrittore (la prima parte del libro): un uomo che è vissuto sempre in modo solitario, non fisicamente ma perché in qualche modo separato da quanto succedeva intorno a lui. Lo scrittore ricorda la vita del padre, alcuni episodi e risale indietro sino a richiamare l’uccisione del nonno da parte della madre del padre. Ed emerge come il ricordo sia un insieme di frammenti e di immagini che si cerca di conservare: «l’aneddoto come forma di conoscenza». Può lo scrivere su una persona cara riportarla alla memoria e permettere di conoscerla meglio e di conoscersi meglio? Il libro è anche la ricerca di un padre che non si è conosciuto sino in fondo, il racconto di una profonda nostalgia ma anche di una scoperta. > La rampante, totalmente mistificante forza della contraddizione. Capisco adesso che ogni fatto è annullato da un altro fatto, che ciascun pensiero si porta un altro e opposto pensiero. Impossibile dire qualche cosa senza riserve . Come tutti i libri di Auster è scritto in un inglese elegante e chiaro, in un contesto paradossale, che contribuisce a scavare i sentimenti e gli stati d’animo, muovendosi al confine con la filosofia.
Invisible Man
> Tutta la mia vita ho cercato qualche cosa, e dovunque mi volsi qualcuno cercò di dirmi che cosʼera. Ci volle molto tempo e grandi e dolorose delusioni delle mie aspettative per capire... che io sono nessuno se non me stesso! Ma prima dovetti scoprire che io sono un uomo invisibile! . Il protagonista è un giovane di colore del Sud degli Stati Uniti. Intelligente e brillante vince una borsa di studio per un college, finanziato da filantropi della buona borghesia bianca e dove vengono educati i futuri dirigenti della classe nera. I riferimenti sono, quindi, i valori dei bianchi e di una gerarchia sociale, che vede i negri sempre in una posizione subalterna.Il protagonista desidera integrarsi anche se porta con sé le ultime parole, ancora per lui incomprensibili ma profetiche, di suo nonno in punto di morte: «vivi con la tua testa nella bocca del leone». Un giorno, facendo da autista ad un ricco donatore del college, il protagonista si perde nei sobborghi della città e coinvolge, suo malgrado, il potente ospite in una serie di incontri, che rivelano lʼipocrisia di una pace sociale tra bianchi e negri che non può esserci fin quando domineranno la miseria e la segregazione. Nelle pagine migliori del romanzo, per ritmo e ironia, il ricco donatore bianco si trova prima ad incontrarsi con un uomo di colore che ha stuprato la figlia e poi con strani personaggi in un bordello. Ed ecco unʼaltra profezia, che dovrebbe scuotere il giovane protagonista: un vecchio negro, parlando con il ricco bianco, svela al giovane che egli è ciò che vogliono i bianchi: > tu vedi che ha gli occhi, le orecchie ed un ampio naso africano, ma non capisce i semplici fatti della vita. Già ha imparato a reprimere non solo le sue emozioni, ma anche la sua umanità. È invisibile, la personificazione vivente del Negativo, la più perfetta realizzazione dei tuoi sogni, signore. Lʼuomo meccanico! . Lʼincidente provoca lʼespulsione del giovane dal college ed egli si trasferisce a Nord, ad Harlem. Egli trova lavoro presso una fabbrica di vernici e qui deve verificare personalmente le profonde divisioni allʼinterno della società negra, tra i piccoli capi reparto che esercitano con astio la propria autorità e un sindacato, che vede il giovane del Sud come un crumiro che contribuisce a ridurre i salari della classe lavoratrice del Nord. A seguito di un incidente sul lavoro, il giovane viene licenziato e trova ospitalità presso una donna di colore. La narrazione delle vicende della fabbrica e la scoperta di Harlem sono anchʼesse pagine molto belle, di grande efficacia. Il protagonista è un grande oratore e vagando per Harlem si fa conoscere da un gruppo politico, la Fratellanza, che lo inquadra nellʼ organizzazione per valorizzarne le capacità. Sembrerebbe che il giovane abbia trovato un punto di riferimento. Ma è ancora ciò che gli altri, in questo caso il partito, vogliono che sia. I primi segni di contraddizione tra la sua personalità e le regole dellʼorganizzazione emergono nelle critiche che riceve dal comitato direttivo della Fratellanza per i suoi discorsi, che peraltro hanno un grandissimo successo: sono troppo poco scientifici, troppo caldi e coinvolgenti, non si attengono alle prescrizioni del partito, rischiano di sollevare la folla. Il contrasto esplode quando lʼuccisione da parte di un poliziotto di un ex militante della Fratellanza scatena la rivolta del popolo negro di Harlem. Anzi al funerale della vittima, il protagonista fa uno splendido discorso che viene profondamente criticato dal comitato direttivo. La rivolta degenera in violenze, saccheggi e scontri: il giovane si rifugia in un anfratto della città e qui capisce come la Fratellanza abbia volutamente favorito la rivolta per dimostrare che è possibile solo un approccio «scientifico» e di fatto compromissorio con i bianchi. Il protagonista capisce che è stato strumentalizzato dal partito e che, ancora una volta di più, «ero stato semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare». Con unʼ eccezione rispetto al passato: > io adesso riconoscevo la mia invisibilità. Io credevo nel lavoro duro, nel progresso e nellʼazione, ma adesso, dopo essere stato per la società e poi contro di essa, io non assegno più a me se stesso un ruolo o un limite e tale atteggiamento è fortemente contro il trend dei tempi. Ma il mio mondo è divenuto uno delle infinite possibilità. Parlo per te? . Il libro è uno dei classici della letteratura americana. È inserito nel suo contesto storico, lʼemancipazione del popolo negro, con riferimenti che sono chiaramente quelli della cultura afro-americana: il romanzo può essere letto come una estensione letteraria del blues, tantʼè vero che è contraddistinto da molti passaggi poetici, di chiara impronta musicale. Il tema dellʼinvisibilità è tuttavia un argomento universale: chi di noi è veramente visibile a quelli che ci guardano? Il libro è molto bello ed affascinante nella prima parte, sino alle vicende della Fratellanza: la capacità dello scrittore di descrivere i diversi episodi e personaggi, passando da uno stile «colto» ad un tipico linguaggio afro-americano, dà luogo a piccoli capolavori, che riportano a futuri autori, quali Fante e Morrison. La seconda parte è prolissa, troppo condizionata dalle problematiche politiche (la critica al partito) e quindi anche lenta, ripetitiva e filosofeggiante. Perché leggerlo? Due sono i motivi: il tema dellʼinvisibilità come dato esistenziale dellʼuomo moderno e lo stile letterario: un inglese classico ma ad un tempo radicato nel suo contesto specifico, quello della società afro-americana.
Io non ho paura
Il romanzo riprende il tema del libro precedente: lo squallore dell’ambiente e della famiglia a confronto con l’innocenza dell’infanzia. Michele vive in un piccolo borgo e durante un giro con gli amici scopre un bambino che è stato rapito e imprigionato da un gruppo, del quale fa parte anche il padre. Si sviluppa quindi un percorso spirituale e psicologico durante il quale Michele si rende autonomo rispetto ai genitori sino al punto di correre a salvare il bambino rapito, che potrebbe essere ucciso dai rapitori. Riesce a salvarlo ma viene colpito dal padre e «ora c’era di nuovo buio e c’era papà e c’ero io». A differenza di quanto avveniva nel libro precedente, è più evidente la contraddizione tra i sentimenti familiari e di clan (sempre improntati ad affetto e protezione) e l’immoralità del rapimento, che costituisce un atto collettivo, dell’intero paese. È un ragazzo, Michele, che deve rimettere in ordine la scala dei valori, anche a scapito dei legami familiari. È quindi un quadro della società italiana, che travalica il contesto ambientale (il piccolo paese) ma è invece emblematico di un clima più generale. La solarità del paesaggio, la vastità degli orizzonti insieme con la limitatezza degli spazi (splendidamente descritti dall’autore) sono parte integrante della narrazione, esprimendo un contrasto tra un mondo chiuso e desolato e l’aspirazione verso una maggiore libertà e limpidezza di sentimenti e di valori. Rispecchia bene una società, e degli individui, in bilico tra un presente vacuo e un futuro più ricco di contenuti. Lo scrittore ha raggiunto con questo romanzo una maggiore compattezza nello stile e nel ritmo narrativo, che lo rende un libro molto suggestivo oltre che bello da leggere. Si tratta senza dubbio di un romanzo di grande livello narrativo e contenutistico.
Io non mi chiamo Miriam
> Si vede seduta nel suo bel soggiorno, nella bella villa che Olof ha ereditato, con i bei mobili che ha comprato perché guadagna bene. (...) La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo, (...) e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere. Non è solo perché riaffiora di continuo il ricordo di Ravensbruck e di Auschwitz, Miriam porta con sé il peso della menzogna, e del tradimento. Per tutti, anche per il figlio e la nipote, Miriam è un'ebrea che ha trovato accoglienza nell'ospitale e ordinata società svedese; in realtà prese l'identità di una ragazza morta, che portava impresso un marchio simile a quella di Malika, di lei giovane rom; nessuno avrebbe accolto la deportata Malika, appartenente ad un popolo considerato il più infimo tra tutti i paria del mondo (ladro, spergiuro, rapitore di bambini, violento e così via). Ha ottantacinque anni, le viene regalato un bracciale che è un pezzo di artigianato zingaro. > Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, (...) poi lascia che quelle parole le affiorino alle labbra . La verità, immediatamente sconfessata, mette in moto un racconto che si dipana su due filoni narrativi: la lunga passeggiata con la nipote, la quale vuole indagare cosa ci sia dietro l'oscura dichiarazione della nonna, e il disumano dei campi di concentramento che deve essere scacciato dall'animo per non essere travolti. > Non si può parlare di tutto! (grida Miriam) Devi capirlo. Non, se si hanno ottantacinque anni e si è della razza sbagliata, (...) Lo capisci o no? E' successo davvero. Era tutto reale. Era un altro mondo e io non ci voglio tornare . Ed ecco irrompere nella mente Auschwitz dove viene subito uccisa la cugina e dove il fratellino viene usato come cavia umana, e dove il popolo rom si rivolta e verrà sterminato in massa nelle camere a gas; il campo di lavoro di Ravensbruck, dove, insieme con la spietatezza delle sorveglianti, incontra, lei così diffidente, l'amicizia e la solidarietà. Ma i morti tornano sempre, sono dietro a porte che è facile aprire. > E va bene. Che vengano pure. Sarà anche vecchia, ma è ancora in grado di uccidere qualche fantasma del passato. (...) Si, è lei, è proprio Anuscha (la cugina uccisa). Ha dieci anni e non è ancora successo niente di male. (...) Quando allunga la maniglia la mano si muove maldestra e in gola è in agguato il pianto, ma ecco che la porta si apre, si spalanca e compare Else (l'amica del campo di concentramento). E' ancora alta e magrissima come uno stecco, ma sembra sana e sazia e indossa vestiti integri. (...) Siamo destinati a perdere tutto, anche le persone che hanno più importanza per noi. E per questo non tenta più di trattenere il pianto, per questo allungandosi verso la quinta porta lascia scorrere le lacrime. Dentro la sta aspettando Didi (il fratellino ridotto a cavia). (...) E' una traditrice. (...). Di qui la sua vergogna. Ha tradito i morti. Ha tradito il suo popolo e la sua lingua. (...) Da un lato ci sono loro. Dall'altro però restano quelli che non ha mai tradito. Anuscha. E Didi. (...) Mi mancate ancora, ogni giorno. Scrive Elsa Morante in «Menzogna e sortilegio» (vedi la recensione in questo sito), > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. A che serve sondare questa reggia della morte? > No, disse suo padre con una voce che veniva da un luogo lontano. No, Non ricordare. Dimentica e guarda avanti . Per far questo bisogna ingannare e tradire. Ed ancora Morante: > una lucida insonnia s'impadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare d'ora innanzi che la mia vera memoria .Conservare per tutta la vita il proprio segreto, ritrarsi dalla tentazione di rivelare la verità sono l'unico modo di custodire il proprio dolore, l'enorme sofferenza che le deriva dalla perdita dei suoi cari e insieme con essi dall'appartenenza di un popolo, quello rom, disprezzato e calpestato. La struttura narrativa ha una trama circolare: l'autrice torna sugli stessi temi, situazioni e personaggi così da portare avanti un'indagine sociale e introspettiva per approssimazioni successive. La parte relativa alla vita nei campi di concentramento si appoggia su fonti documentali e assume spesso i connotati della cronaca; non poteva che essere così, forse, perché l'autrice non racconta una storia vera né ha vissuto l'esperienza del lager. Le interviste con sopravvissuti le permettono di dare spessore al racconto, in particolare quando parla della vita delle detenute e delle relazioni che si intrecciano tra di loro. In altre pagine, come nella rivolta dei rom, la narrazione risulta piatta e scontata. Diversa pare invece la parte relativa alla vita di Miriam in Svezia: la finzione dà libertà di movimento alla narrazione, la quale assume colore e spessore perché l'autrice conosce molto bene il contesto sociale e culturale. Emerge una lieve ironia dei costumi della società svedese, valorizzati dalle capacità mimetiche di Miriam: giovane donna capace di interpretare i segni del corpo, l'intonazione della voce e i comportamenti di un popolo, quello svedese, per lei così lontano. A creare confusione sono i continui andata e ritorno tra il presente e il passato, tra la realtà e la rimembranza: forse una maggiore linearità della struttura narrativa avrebbe aiutata la lettura. Perché leggerlo? libro importante e innovativo, va oltre alla storia dell'Olocausto.
Io sono dio
> Le guerre finiscono. Lʼodio dura per sempre. Lʼodio covato per anni aveva portato un uomo a disseminare una città di bombe. Lʼodio ne aveva portato un altro a farle esplodere . Le conseguenze di quel gioco insano che è la guerra costituiscono il contesto ideale di un thriller. Lʼantefatto del libro è il ritorno di un reduce dal Vietnam, sopravissuto ma mostruosamente sfigurato dal napalm, la bomba incendiaria largamente usata dagli americani nella guerra. Come si direbbe oggi in modo elegante, è stato il «fuoco amico» a ridurre lʼuomo nelle terribili condizioni in cui si trova: fatto prigioniero dai vietcong e usato come scudo umano, è stato colpito da reparti del suo stesso esercito, malgrado lo avessero chiaramente riconosciuto. Lʼodio e la vendetta si riversano contro i suoi stessi concittadini, come dice allʼunico amico > credo che ci vogliamo le vite di molti uomini per provare il dolore che ho provato io in quei pochi mesi di ospedale . Devono passare molti anni, quando a New York si verificano alcune esplosioni, con molte vittime. Lʼindagine viene affidata ad una giovane detective, Vivien, al quale viene affiancato Russell, uno scrittore fallito, ma di ricca famiglia, che era venuto in possesso di informazioni rilevanti per la ricerca del colpevole. Come succede nel thriller, il romanzo si sviluppa secondo due filoni narrativi paralleli: il dipanarsi delle vicende poliziesche, ricche di colpi di scena e di intrecci, e le storie personali dei due protagonisti, che finiscono per innamorarsi. Tra i tanti rivoli del racconto, cʼè anche un sacerdote che avrebbe avuto la confessione degli omicidi da parte dellʼassassino: il condizionale è necessario perché è proprio questa confessione il passaggio fondamentale del romanzo, che potrebbe far scoprire ad un attento lettore ( non certo il sottoscritto che non ha capito) chi sia il colpevole. Il romanzo è senza dubbio il migliore scritto da Faletti: la storia è ben costruita, la trama è ricca di vicende e di personaggi che tuttavia si intrecciano bene nel racconto complessivo. La scrittura è piana e tranquilla, semplice ma efficace nel contempo. Se una critica va fatta, riguarda il finale del romanzo, che come succede in molti thriller, non è sviluppato a sufficienza e arriva senza tensione e suspense. Forse lo scrittore avrebbe dovuto curare maggiormente la conclusione anche riducendo parti ridondanti del libro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e la vicenda cattura lʼattenzione.
Io sono un gatto
Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: > io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare . Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse > il libro distrattamente, convinto che si trattasse di unʼopera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe . Siamo in Giappone allʼinizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. È una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun allʼapertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo dʼaffari, bramoso di arricchirsi. Al centro cʼè il professore: misantropo, chiuso come «unʼostrica», egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante > Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita? Niente, se ne sta lì in ozio. È possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe. Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe «mille esperienze», e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed allʼimprovviso emerge un > un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai lʼuguaglianza . E che dire del narcisismo? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che > quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non cʼ è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha unʼimmediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E questʼ improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile allʼessere umano che la percezione della propria stupidità . Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. > Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie . Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona? Il saggio e lʼottuso? Il partecipe e l indifferente? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dellʼambivalenza dellʼanimo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese. Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, lʼunico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla. Perché non leggerlo? È noioso.
Io uccido
Il romanzo tratta di una serie di delitti avvenuti a Montecarlo, commessi da uno psicopatico, che uccide una serie di personaggi famosi in preda a un delirio di vendetta e per ridare una faccia a suo fratello, nato infelice e ucciso dal padre. Un agente americano si trova a dirigere le indagini in un groviglio di vicende collaterali e di colpi di scena. Si tratta del classico romanzo, che riprende lo stile e il ritmo narrativo dei libri di Ludlum, Le Carrè e così via: racconto poliziesco, che non si affida all’ambientazione (in realtà ridotta all’essenziale) né a un approfondimento dei caratteri dei personaggi né infine alla suspense. Ci si affida alla velocità della narrazione e, in questo caso, a una scrittura piacevole e piana. È un bel libro, forse troppo lungo (come tutti i romanzi di questo genere), ridondante (per esempio, dopo la scoperta dell’identità dell’assassino sino alla sua cattura), frettoloso (come il protagonista scopre l’identità dell’assassino) e infine poco verosimile per quanto riguarda l’ultimo colloquio tra il protagonista e il generale «cattivo». Altre pagine catturano l’interesse e l’attenzione: il primo assassinio nella barca, le telefonate alla stazione radio, la ricerca del commissario francese ad Aix en Provence e infine la cattura dell’assassino. Finalmente anche la letteratura italiana è entrata in un genere letterario che ha avuto e ha una grande fortuna all’estero e in Italia.
L'isola degli idealisti
> Molti anni fa, in una minuscola isola di un lago d'Italia, vivevano alcune persone delle quali s'interessa la presente storia . Carla > aveva i capelli già molto grigi, in questo millenovecentotrenta, ma il volto era dolcemente fresco, giovanile, e conoscendola ci si spiegava lo stile dei suoi romanzi . Il padre, il vecchio Antonio, la rimproverava spesso perché non approvava i libri della figlia, malgrado fossero di grande successo; criticava pure il figlio Celestino, «troppo alto e grosso e forte». > Tu sei tutto intelligenza, come i tenori famosi sono tutta voce. Per il resto non hai altro, ti manca persino il buon senso. C'erano poi altri ospiti: un cugino e sua moglie, Jole e Vittorio, parenti poveri e giovani, il custode Giovanni e due domestiche, il cane Pangloss al quale Celestino cercava disperatamente di insegnare a riconoscere i numeri. Non accadeva mai nulla. > Era una terra, rarissima, senza avvenimenti. Si viveva soltanto, e questo era già molto; (...) ma questa storia non esisterebbe se un certo fatto non fosse accaduto, cominciando una certa sera di maggio di quell'anno. Arrivano sull'isola, a trovarvi rifugio, due furfantelli, che vivevano di rapine negli alberghi, di gioco d'azzardo e di piccoli imbrogli. Guido e Beatrice non nascondono di essere inseguiti dalla polizia; e tuttavia Celestino decide di accoglierli, in parte già intrigato dalla donna, di una dolcezza morbida e serena e talvolta sguaiata, e perché ha un obiettivo: insegnare ai due ad essere onesti. Celestino elabora un programma scientifico, d'altra parte, come dice il vecchio Antonio, > qui si prendono le cose troppo sul serio. L'eternità, la verità, l'infinito, la matematica . Come c'era da aspettarsi il programma fallisce miseramente: Guido e Beatrice rubano soldi e gioielli, poi, una volta scoperti, se ne vanno a riprendere la solita vita. «E' passato un anno, tutto sembra come prima: ma non è vero». L'isola è in quarantena per la scarlattina, portata da un piccolo orfanello accolto dalla famiglia; Guido e Beatrice si ripresentano nell'isola, ma ben diversi dal tono che avevano la volta precedente. > Gli abiti che indossavano gli mostrarono subito la decadenza, la sfortuna. Dovevano aver attraversato un brutto periodo, davvero, e stavano davanti a lui (Celestino), senza vergogna, ma anche senza spavalderia. I modi non erano disinvolti come una volta, stavano quasi impacciati e consci del loro impaccio, ma senza volontà di reagire all'abbattimento . Questa volta sembra più facile il programma di Celestino: ha dinanzi due alunni, umili, rassegnati, disponibili ad apprendere valori morali e un mestiere onesto. C'è qualcosa di più: la generosità di Carla e Celestino diviene prima compassione, poi affetto e quindi amore, Carla per Guido e Celestino per Beatrice. E quindi potremmo dire che non sono la scienza o la virtù a cambiare gli uomini, ma l'amore. Sarebbe un bel finale, romantico e rassicurante, se non capitasse un altro avvenimento: Jole e Vittorio, da quattro anni nell'isola, hanno sistematicamente rubato alla famiglia che li aveva accolti; scoperti, lasciano l'isola con il maltolto per poi tradire tutti, denunziando alla polizia Guido e Beatrice e mettendo nei guai giudiziari anche il vecchio Antonio, in quanto ha dato rifugio a due ricercati. Mi rifiuto di svelare il finale. E' una favola, scritta con elegante leggerezza, la quale trasmette tre messaggi importanti: è inutile chiudersi in una isola in una mediocre sicurezza, gli avvenimenti sono più grandi di noi e ci travolgono; i mascalzoni si nascondono dietro alle persone rispettabili ed amiche, in una sorta di «mondo rovesciato»; ed infine senza l'empatia (pietà, solidarietà, simpatia) non si va da nessuna parte. Sono messaggi attuali: lascio al lettore giudicare. Il romanzo riporta la data del 1942; in realtà non fu mai pubblicato, anche se probabilmente commissionato dal Corriere della Sera. Ciò spiega in parte la fragilità della trama, esile e scontata, e la superficialità dei personaggi, solo un abbozzo e più stereotipi che reali figure (soprattutto Celestino); il racconto è anche uno spartiacque tra i numerosi racconti pubblicati sino al 1940 (di letteratura rosa e che risentono del clima fascista) e i grandi romanzi polizieschi del dopoguerra: l'autore è in cammino verso uno nuovo stile, maggiormente incisivo. Perché leggerlo? Elegante, intriso di dolce malinconia.
Istanbul
> Io so che la mia ispirazione trae vigore dallʼattaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa città... questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona . In questo libro Pamuk racconta di come è diventato uno scrittore, ma nel farlo non può non parlare della sua Istanbul, la città degli anniʼ 50 e ʼ60, in pieno declino, non a caso narrata e fotografata in bianco e nero. È talmente stretto lʼintreccio tra la storia della città, racchiusa nei «dettagli del passato», e la storia della propria identità come scrittore ed individuo, che è appare evidente come la convulsa trasformazione di Istanbul abbia inesorabilmente invecchiato lo stesso Pamuk, non rendendolo più interprete del tempo contemporaneo. Il romanzo non ha una trama vera e propria, ma è un insieme di microcosmi, di episodi, di riflessioni e suggestioni. Per dare un senso generale al racconto, si possono individuare tre filoni narrativi. Innanzitutto, quello biografico parla dellʼinfanzia e dellʼadolescenza, della grande famiglia Pamuk, della case, della crisi coniugale dei genitori. Il percorso formativo di Pamuk non coinvolge la pagina scritta. Non ci sono incauti ed infantili tentativi di scrittura né grandi libri, che «hanno cambiato la vita». I libri, letti e riletti dal giovane Pamuk, sono «la collezione di fatti e curiosità», possibilmente arricchiti da disegni e fotografie, che siano > una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosità, eventi e personaggi bizzarri . Da qui è naturale il passaggio alla pittura: essa permette di contemplare e rappresentare il panorama di Istanbul, dapprima «considerato unanimemente bello», poi contrassegnato dai segni del declino. > Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli archi bizantini di cui si vedeva solo una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni . Nel dipingere Pamuk conosce il piacere della creazione artistica. > Solo ora realizzavo, con un salto spirituale più complesso e più scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso.... talvolta perdevo il controllo del disegno... e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a moʼ di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un poʼ . Per capire perché Pamuk decida di diventare scrittore, abbandonando la facoltà di architettura e la passione per la pittura, occorre rivolgersi al secondo filone narrativo: la rassegna dei grandi scrittori turchi ed occidentali che hanno parlato di Istanbul. È necessario conoscere questa letteratura per apprezzare le pagine ad essa dedicate. Si coglie, comunque, come Pamuk guardi alla sua città attraverso le parole degli osservatori occidentali, al punto tale che le descrizioni di Istanbul da parte di questʼultimi sembrano > un ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dellʼaffollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la città era solitaria e vuota . Si ritorna sempre ad Istanbul, a > questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia . Il terzo filone narrativo è costituito dalla descrizione della città, dalla contemplazione del Bosforo e dalle peregrinazioni tra > i resti del vecchio tessuto della città fatto di legno e pietra . Chi ha avuto occasione di perdersi nei quartieri armeni e greci o di scendere da Taksim verso le rive sul Bosforo può apprezzare quanto scrive Pamuk e capire che > forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo . È inutile sperare di trovare nel libro una guida ad un soggiorno ad Istanbul. Troppo distante e limitata è la città di Pamuk rispetto a quella attuale, multiforme, giovane, dinamica e gigantesca. Il libro parla del profondo legame che tutti noi abbiamo con i luoghi della nostra vita e che spesso diamo per scontati, come un fatto ovvio. È un rapporto reciproco, che va difeso e costruito giorno per giorno e che si alimenta nello sforzo quotidiano di > accordare il proprio stato dʼanimo ai panorami che la città offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerità, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della città ai sentimenti più profondi e sinceri, al dolore, alla tristezza e di tanto in tanto alla felicità, alla gioia di vivere e allʼottimismo. Se impariamo a guardare una città in questo modo, e se ci viviamo così a lungo da trovare lʼoccasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti più veri e profondi, dopo un poʼ... le strade, le immagini, i paesaggi della nostra città si trasformano, uno dopo lʼaltro, in realtà che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati dʼanimo . Perché leggerlo? Dimentichiamoci di Istanbul, parliamo del legame con la nostra città, e dei ricordi e dei sentimenti.
Italia in Giallo
Il quotidiano La Stampa ha offerto con il giornale una serie di racconti di Noir: Macchiavelli, De Silva, Fois, Lucarelli, Manzini, Carlotto, Simi, Robecchi, Malvaldi, Fantini e Pariani, Cassar Scalia, Pastor, Recami, de Giovanni, De Cataldo e Savatteri. E' stata un'ottima iniziativa: ha permesso di passare in rassegna i principali scrittori italiani del genere. Emerge come il Noir italiano sia di ambientazione, quest'ultima costruita intorno ad un personaggio, in generale un commissario di polizia; la trama è in secondo piano e spesso scontata. Negli autori del Nord il contesto è realisticamente crudo, specchio di un'Italia amorale e senza prospettive; laddove si parla del Sud l'ambiente è trasfigurato in una fantasia di fuga dalla desolazione della società meridionale, aspirazione resa sognante dall'uso civettuolo del dialetto, secondo lo stile di Camilleri. Mi soffermo su alcuni di questi racconti. La «febbre» di Maurizio de Giovanni ci porta a Napoli e già dal titolo ricorda «Il Paese di Cuccagna» di Matilde Serrao (si veda recensione su questo sito). La febbre è il gioco del lotto e la vittima è «l'assistito», ossia colui che dà i numeri ricevuti dall'al di là. Non possiamo non avere simpatia per un commissario così coinvolto con la sorte dell' ucciso. > Nell'immagine che si presentava allo sguardo della mia anima, e di cui la mia anima condivideva la sofferenza, il sangue scendeva come una lunga, ininterrotta lacrima verso il basso, imbrattando la guancia, il collo e il davanti della vestaglia . Il racconto trasuda di napoletanità: arioso, raffinato nella lingua e nella sintassi, con una trama ben costruita, la breve storia dell'«assistito» ci invita a leggere altri lavori di de Giovanni. In «Romanzo Criminale» (vedi recensione in questo sito) Giancarlo Cataldo aveva fornito un affresco desolante e rassegnato dell'Italia e di Roma in particolare, lasciando in secondo piano i personaggi, di fatto stereotipi criminali. Nel racconto dal titolo emblematico di «Medusa» è la protagonista il centro della narrazione. Oggi anziana insegnante in pensione, conosciuta per la sua severità, la professoressa Blasi ha trascorso la vita in una singolare relazione con un barone omosessuale. E quando questi fu ucciso, > al Caffè centrale non si parlava d'altro. E se ne parlava all'uso salentino, con poca o nulla pietà , ma se > al barone, in fondo in fondo, tutto si poteva perdonare: era nato così, e così doveva finire. Ma a lei, a lei no, quell'ostinazione senza causa gliel'avrebbero rimproverata per l'eternità . Bisogna ammetterlo: De Cataldo ha un passo in più rispetto agli altri autori italiani di Noir, nello stile e nei contenuti. Immaginiamo un anziano in una Milano «con quel cielo giallo che non faceva presagire niente di buono», che cosa può pensare quando gli suonano il campanello? In questa piccola chicca, «Ottobre in giallo a Milano», Francesco Recami sviluppa una vicenda surreale, eppure verosimile. L'anziano pensionato colpisce con una chiave inglese un intruso, presentatosi come commissario di polizia; preso dalla paura per quello che ha fatto, non si rivolge alle forze dell'ordine come avrebbe dovuto fare un bravo cittadino, invece con l'aiuto di un conoscente manigoldo getta il corpo sanguinante e privo di conoscenza davanti al Pronto Soccorso e poi si rifugia nei bassifondi della società con l'aiuto di un nipote furfantello, un po' pusher e molto avido. Che fine farà il nostro vecchietto in una Milano, > dove sembrava che fosse scoppiata la bomba nucleare, almeno così nei film colorano il cielo postatomico ? Avevo conosciuto Recami in un altro racconto «Progresso-Audace 3-22» (vedi recensione in questo sito in «Il Calcio in giallo»), ed avevo apprezzato l'elegante narrazione di paradossi inquietanti del nostro tempo: credo che sia interessante approfondire l'autore con veri e propri romanzi. Quanto mi piace Gaetano Savatteri! La trama è inconsistente ma c'è ironia da vendere! Come in «La segreta alchimia» (vedi recensione in questo sito in «Viaggiare in giallo»), il protagonista è un disoccupato giornalista, continuamente preso in giro da un amico fraterno e da una forse fidanzata, architetta innamorata dell'opera d'arte, splendida e superflua. La città è Gibellina, dove il terremoto del Belice ha prodotto una ricostruzione fatta di urbanistica razionalista e di edifici e monumenti di grandi artisti; peccato che il paesaggio è un deserto, un abbandono surreale, lasciato com'è dagli abitanti, in fuga al Nord e all'estero. La fine ironia, l'affettuosa descrizione del contesto, la retorica dei riti istituzionali, la conferenza annuale, il buffet e la visita al museo, i personaggi rinchiusi nei propri ruoli, sono tutti elementi alla base di una denuncia politica e sociale, esposta con leggerezza e quindi non banale. E' un racconto da leggere. Perché leggere questi racconti? Sono interessanti e piacevoli.

















