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Canne al vento
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Canne al vento

È stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), lʼopera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda allʼinterno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao? Corollario di Verga e di DʼAnnunzio? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia? Lirica - visionaria e simbolista? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. > La luce rossa del crepuscolo, vinta verso lʼaltare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dallʼoro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile . Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano > tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori . Per cogliere la forza emotiva e spirituale di «Canne al vento» bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un «poderetto», curato dallʼuomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. > La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano lʼuomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito dʼuccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dellʼuomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere lʼammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di quaʼ e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio. La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere allʼaltra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il «poderetto», unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo lʼelemosina alle numerose feste dei villaggi. È un cammino che non porta a nulla. > Un usignolo cantò sullʼalbero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta lʼarmonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando lʼavanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, lʼamore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dellʼusignolo sopra lʼalbero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dellʼultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con lʼusignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri sʼerano scossi e danzavano nellʼombra, inseguendolo e circondandolo . Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in «Caduto fuori dal tempo...» di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava lʼorizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori.... Perché leggerlo? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.

Grazia DeleddaOscar Mondadori
Capitan Tempesta
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Capitan Tempesta

Siamo dinanzi ad uno dei romanzi più stupefacenti di Salgari. Le vicende di Capitan Tempesta sono ambientate nel 1571 durante la conquista da parte dei turchi dellʼisola di Cipro, sino allora in mano a Venezia. Ma chi è Capitan Tempesta? > Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un pò alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi... nellʼinsieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura . Già questa presentazione di Salgari introduce il motivo di fondo del romanzo: il travestimento di una splendida dama napoletana, alla ricerca del fidanzato, fatto prigioniero. La trama si svolge intorno allʼambiguità di Capitan Tempesta. Abile spadaccino e valoroso combattente, egli/ella vince in duello i migliori avversari, cristiani e turchi, che cadono poi innamorati della coraggiosa fanciulla. Dopo aver combattuto nella difesa di Famagosta e aver sconfitto in tenzone uno dei più famosi guerrieri dellʼesercito saraceno, il Leone di Damasco, Capitan Tempesta corre al castello dʼUssif, dove è recluso lʼamato fidanzato. Con astuti sotterfugi riesce ad entrare nelle grazie della crudele Haradja, che si infatua del bellissimo giovane, non conoscendone la vera natura. Capitan Tempesta riesce a liberare il fidanzato, fugge per mare ma viene raggiunta e catturata dopo una salgariana battaglia navale. Viene però liberata dal Leone di Damasco, che, ormai conquistato perdutamente dalla giovane, fugge con lei in Italia ( nel frattempo lʼamato fidanzato è stato assassinato). Ci sono tutti i migliori ingredienti dei romanzi di Salgari ma con qualche cosa di più. Non solo il racconto è abilmente giocato sulla doppia natura di Capitan Tempesta, ma anche gli altri personaggi si ribellano al ruolo entro il quale la società vorrebbe confinarli. Prendiamo, per esempio, la sorprendente e magnifica figura di Haradja. Il destino la vorrebbe relegata in un harem, tra le tante mogli di un pascià. Ma > avevo nelle vene il sangue dʼun pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci . Non poteva che innamorarsi di guerrieri, con una passione, che una volta respinta, diventava odio feroce. Anche la contrapposizione tra religione cristiana e quella mussulmana, che allʼinizio del libro sembrava un conflitto insanabile, via via che si procede nella lettura si stempera, perché evidente che tutti si muovono su un crinale, dove le regole e le ideologie perdono valore e sostanza. Infine, bellissimo è il personaggio di El - Kadur, schiavo di Capitan Tempesta. Invaghito anche lui della fanciulla ( > ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi porgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi allʼombra delle palme, felice di guardarmi ) soffre tremendamente perché non potrà mai farla sua. Lʼamore non corrisposto, di cui Capitan Tempesta è pienamente cosciente, e la nostalgia per «i vasti orizzonti luminosi e le dune di sabbia» travolgono lʼuomo sino a portarlo sul bordo della pazzia. Con forme diverse da quelle del Corsaro Nero, dove tutto è cupo e dolore, anche qui Salgari opera su un piano psicoanalitico, nel quale i personaggi e le vicende sono un iceberg di un mondo sotterraneo, fatto di fantasie anche erotiche e di desideri di una vita differente. Perché leggerlo? Allʼavventura aggiunge la complessità dei personaggi.

Emilio SalgariFabbri
La casa del gelsomino
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La casa del gelsomino

> Conosco una città/che ogni giorno s'empie di sole/ e tutto è rapito in quel momento (Giuseppe Ungaretti Silenzio da «L'allegria»). La città è Alessandria d'Egitto: > ecco il cielo libero da nuvole nere; ecco delle nuvolette bianche che sparse nell'aria come bambini che saltellano di gioia nell'immensità dello spazio. Grazie Dio! Eccoti qua, tu che non lasci mai tuo figlio Shagara Muhammad Alì, questo strano nome che gli ha causato un sacco di scocciature, durante l'infanzia e l'adolescenza, e che i tuoi servi scontenti ancora non conoscono bene. Dio, ti prego fammi finire ciò che sto facendo... Shagara è un piccolo malfattore: lavora in fabbrica in un polveroso ufficio pieno di scartoffie e spesso gli viene dato il compito di organizzare cortei e viaggi di operai inneggianti a Sadat, succeduto in Egitto a Nasser. Shagara lucra su questo incarico tenendosi in parte i soldi che gli sono stati dati per pagare gli operai e gli autisti dei pullman. Tutto lo sanno ma è normale in un paese corrotto. Si muove in una città surreale, turbolenta e sempre simile a sé stessa, e > ritornava con forza quella vecchia sensazione di esserne il proprietario, di averla costruita proprio io, di averne tracciato i confini e averne edificato i palazzi sui lati . E' reale Alessandria o solo il delirio di Shagara? Avvengono cose strane, inesplicabili e inquietanti: fu trovato un cadavere in un sacco ma quando lo aprirono ne uscì una donna meravigliosa; i cani, ubriachi, camminavano tutti soli gridando, «a quel paese l'Impero Britannico sul quale non tramonta mai il sole»; un uccello aveva preso un bambino tra gli artigli ed era volato «verso il settimo cielo dove regna Iddio». E ce ne furono altre di fatti incredibili che lasciarono sbalordita la gente, che pur continuava a vivere come sempre. Il rincaro dei prezzi, la corruzione dilagante, la pace con Israele dopo tanti morti, l'arroganza di un governo tecnocratico danno fuoco alla rivolta. Alessandria è travolta da una sommossa popolare, incontenibile e rabbiosa. > Ma perché, proprio in questo istante, punto lo sguardo sui visi delle donne e delle ragazze? (...) Forse perché le cose mi scorrono davanti agli occhi e io non ci faccio neanche caso? Qual è la fonte della nostra indifferenza? Forse quella misteriosa «casa del gelsomino», dove si racchiudono misteri che nessuno riesce a comprendere tanto da divenire la metafora dell'animo umano, oscuro e insondabile, o invece «quella massa scura che si estende all'infinito»? > Quella stupida acqua, per milioni di anni, non ha conosciuto altro che la bassa e l'alta marea, da sola, con se stessa, mai nessuno che condividesse qualcosa con essa . Così come la casa del gelsomino viene demolita per fare spazio ad un'orrida speculazione immobiliare, che distrugge lo splendore e il fascino della città antica, così non ci resta che annichilirci in una esistenza senza prospettive, legata alle piccole quotidianità borghesi. > Dov'è Dio, come ha potuto abbandonarci? Ci aveva dato un paradiso, com'è possibile, che sia svanito tutto, in così poco tempo? Che stupido sono? E' passato tanto tempo e non me ne sono accorto . Di questo splendido romanzo si può dire di tutto: surreale, realistico, crudele ed ironico. Di certo l'autore parla della trasformazione di Alessandria a seguito della selvaggia e diseguale modernizzazione di Sadat: uomo, inneggiato dall'Occidente, ma privo di carisma e così lontano dal «cuore religioso» del popolo egiziano. Tuttavia, il romanzo si eleva rispetto alla contingenza storica e sviluppa, in modo mirabile ed affascinante, un discorso sociale ed intimo ad un tempo: sociale perché ci dice quanto la lontananza di una classe dirigente cosmopolita ferisca un popolo e, dopo tante belle dichiarazioni, deve ricorrere alla più pesante repressione; così finisce la grande sommossa di Alessandria; intimo perché, tramite la metafora della casa del gelsomino e del mare infinito, ci parla del nostro impenetrabile mondo interno e ci invita a non perderci nella quotidianità e neppure in una inutile invocazione a Dio. Solo capire noi stessi ci potrà salvare dall'indifferenza. Leggere questo romanzo è stato un piacere intenso, un perdersi nella fantasia, in suggestioni sublimali, rese possibili da una scrittura tagliente, fatta di brevi frasi all'interno di un periodare articolato e fluido. Perché leggerlo? Per darsi un godimento estetico.

La casa di ringhiera
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La casa di ringhiera

Amedeo Consonni, il protagonista del romanzo, è in pensione da molti anni e vive a Milano in una casa di ringhiera, costruita all'inizio del Novecento intorno ad una corte rettangolare e dove oggi ci sono venti alloggi. E' un «curioso microcosmo» con testimonianze di architettura industriale, oggi fortemente deteriorate: stucchi cadenti, intonaci fatiscenti, infissi, tradizionalmente di legno ed oggi sostituiti da altri di alluminio anodizzato, color argento e color ottone, per non parlare delle numerose parabole TV installate sulla ringhiera, che danno un senso di «miseria»globalizzata > . In apparenza la vita di Consonni è quella tipica di un vedovo in pensione: riassettare ogni giorno il piccolo e confortevole alloggio, andare al supermercato e prepararsi i pasti da solo, leggere il giornale con un sonnellino al pomeriggio, scambiare qualche parola con i vicini, e il martedì e giovedì prendersi cura del nipotino. Ma Consonni ha uno strano hobby: ama collezionare notizie sui crimini prendendo dai giornali qualsiasi articolo concernente assassinii e archiviando questi ritagli in raccoglitori perfettamente ordinati per delitto. Nel tempo ha cominciato a investigare sul campo all'insaputa della polizia. Oltre al passatempo di Consonni, un po' perverso ma innocuo, Regami descrive gli altri abitanti della casa di ringhiera: in particolare una famiglia di quattro persone (padre, madre e due ragazzi), dove l'uomo è spesso ubriaco e violento, la strana e rumorosa coppia di vicini, l'ottantenne follemente dedito alla sua vecchia auto. Dalla lettura del dettagliato ed affascinante quadro di questo microcosmo > si potrebbe pensare che siamo dinanzi ad un romanzo di costume nel quale la trama poliziesca è solo un espediente; è intrigante l'indagine di Consonni su un recente crimine, feroce e misterioso, ma il racconto sembrerebbe più finalizzato a descrivere il personaggio che a offrirci suspense e intrigo come dovrebbe fare un romanzo noir.  Quando, d'improvviso, l'uccisione di un'inquilina dà inizio ad una serie sconvolgente e sorprendente di eventi, coinvolgendo gli abitanti del nostro microcosmo. Senza svelare la fine, un vero colpo di scena, possiamo dire che lo svolgimento degli avvenimenti conferma come noi italiani, tutti anche i bambini, abbiamo, o pensiamo di avere, qualcosa da nascondere e comunque non vogliamo dire nulla alla polizia. Ho letto la novella tutto di un fiato". Nella prima parte mi ha affascinato l'ambiente fisico e sociale della casa di ringhiera, quasi fuori dal tempo: si pensi alla minuta descrizione dell'appartamento di Consonni con le sue tappezzerie ottocentesche, o alle rivalità e ai piccoli sgarbi per parcheggiare nel cortile. Nella seconda parte il ritmo narrativo prende velocità e non possiamo abbandonare il libro, perché ansiosi di leggere l'episodio successivo. La narrazione è scandita da cenni sospesi di colpi di scena, abilmente costruiti così da  alimentare il desiderio di andare avanti, come in un romanzo d'appendice. La scrittura è raffinata e riesce a mescolare il linguaggio comune con modi di dire dialettali, creando in tal modo l'atmosfera nostalgica che pervade il racconto. E' un piccolo gioiello che unisce costume con noir, insieme a un lessico piacevole e a una bella costruzione sintattica. Perché leggerlo? E' intrigante e ben scritto.

Francesco RecamiSellerio Editore
La casa in collina
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La casa in collina

La Resistenza è narrata il più delle volte dal punto di vista di chi ha partecipato alla lotta partigiana. Il lungo racconto di Pavese parla di chi è rimasto in attesa, anche se coinvolto. > In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia . Così ragiona Corrado, protagonista ed io narrante, mentre il mondo circostante viene travolto dalla guerra. Si è rifugiato in collina, la quale > per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. (...) Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali . Durante il giorno va spesso in città, in unʼosteria: qui si suona, si balla e si sparla del fascismo. > Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio dʼansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. Lʼimpazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse . A scuoterlo non sono sufficienti la caduta di Mussolini e lʼ8 settembre, né aver ritrovato una donna della sua giovinezza, dalla quale, forse, ha avuto un figlio, oggi dodicenne. > Adesso avevo quarantʼanni e cʼera Cate, cʼera Dino. (...) Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato? Il fragile ed illusorio equilibrio viene distrutto dallʼarresto di Cate. Corrado si salva per caso e si rifugia in un convento, dove lo raggiunge Dino. > Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera lʼantico spavento? Il convento non è più sicuro e quindi decide di rifugiarsi presso la casa dei genitori, nelle Langhe. Nel frattempo Dino > se nʼè andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure lʼhan fatto e ancora lo fanno . Il viaggio da Torino alle Langhe lo porta al centro della lotta partigiana ma riesce a salvarsi. > Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. (...) Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. (...) Qui ogni passo, quasi ognʼora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui, ciò che sono e avevo scordato. (...) A volte, dopo avere ascoltato lʼinutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. Si può continuare a vivere dopo una guerra civile? > Si ha lʼimpressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi E perché sono morti? > Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero. Il fallimento di Corrado (non è riuscito a proteggere neanche Dino) si conclude con una meditazione sulle sorti dellʼumanità, che trascende il racconto: dalla narrazione del contesto storico e dellʼinteriore sofferenza esistenziale si eleva ad una dimensione cosmica, particolarmente attuale alla luce delle guerre civili che sanguinano molte parti del mondo. Sotto il profilo stilistico il racconto è un capolavoro assoluto: asciutto, scarno ma capace di evocare il senso della storia e il destino dei personaggi. Lo scrittore lavora abilmente sullʼaccostamento fonetico delle parole tanto che spesso pare di trovarsi innanzi un componimento poetico, invece di un testo in prosa. È incredibile poi la capacità dellʼautore di non spezzettare il ritmo pur ricorrendo in modo prevalente al punto e quindi a brevi frasi. Lʼuso della virgola per creare una sospensione tra soggetto e verbo (dando autonomia a questʼultimo) è una chicca stilistica, che richiede un possesso eccezionale della sintassi, delle parole e della lingua italiana in genere. Il connubio della narrativa americana con quella classica ha dato risultati eccezionali, difficilmente raggiunti nella letteratura italiana. Perché leggerlo? È un capolavoro e una riflessione sulla guerra.

Cesare PaveseGiulio Einaudi
A cena col commendatore
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A cena col commendatore

Lʼautore immagina che un impresario di opera lirica, ormai in pensione, decida di mettersi a scrivere affinché si sappia chi fosse realmente: > curioso degli altrui travagli... marmoreo commendatore di unʼepoca ormai trascorsa . Prima della sua dipartita, il commendatore sarebbe riuscito a comporre tre racconti, che riporterebbero episodi reali della sua vita. Nella «Giacca Verde», lʼimpresario ha scritturato un brillante direttore dʼorchestra per lʼOtello di Verdi. > un uomo di genio ( ma) così vano che si occupa costantemente dellʼimpressione, anzi dellʼeffetto che egli produce su chiunque lo accosti . Durante le prove, tutto é proceduto bene sino allʼattacco dei timpani, quando, improvvisamente, il direttore ha chiesto di sospendere lʼesecuzione, portando a giustificazione un improvviso malore. Lʼimpresario é riuscito, tuttavia, a farsi confessare le vere ragioni dellʼinterruzione ed anche della decisione del musicista di rompere il contratto. Durante la seconda guerra mondiale, il direttore, giovane e non ancora famoso, si era rifugiato in un paese di montagna dellʼItalia Centrale, dove aveva fatto amicizia con il suonatore di timpani presente nellʼorchestra: «un ometto di mezzʼetà, modesto, tranquillo, dallo sguardo spento» , il quale, però, si era fatto conoscere come un noto maestro di musica, ricevendo la stima e lʼammirazione della gente del luogo. Ebbene, il giovane direttore, ben più valente e affermato del povero orchestrale, non aveva svelato la sua vera identità, ma si era presentato come un umile impiegato di banca, Ma perché dissimulare? > Spensieratamente, per curiosità, per vizio, avevo disceso il vago sentiero della burla.... e vedendo quel piccolo uomo grassottello, dalla buffa giacca verde e dal passo balzellante, venirmi incontro nel refettorio, io avevo soprattutto guardato la giacca e non lʼuomo . Ma non era solo la superficialità a portarlo al futile inganno, cʼera anche «un sottilissimo ed esasperato piacere, quello di non essere più io», ma in tal modo aveva tradito lʼamicizia, il legame sincero tra due uomini che si erano trovati insieme in un momento difficile della propria vita. E adesso il direttore, importante ma vanesio, preferisce fuggire piuttosto che affrontare il povero orchestrale, che resta, invece, saldo nel suo ruolo e nella sua dignità, modesto lavoratore della musica. Nel secondo racconto, «Il padre degli orfani», lʼimpresario fa visita ad un collega, che aveva lasciato improvvisamente lʼattività, per gestire un orfanotrofio. Quando gli chiede i motivi di una decisione così drastica, il collega gli racconta una storia commovente: aveva incontrato in treno un bambino malato, ne era rimasto impressionato, ma, per pigrizia o per i troppi impegni di lavoro, aveva indugiato a prestare aiuto e, quando si era deciso a farlo, aveva scoperto che il bambino era morto, in quanto la famiglia non era stato in grado di comprare i farmaci necessari. Un bellissimo racconto, se non fosse che lʼimpresario casualmente scopre la vera storia: il collega aveva un legame omosessuale con un giovane, che aveva avuto un bambino da una ballerina. Pur richiesto di dare un aiuto, il collega si era rifiutato e aveva, tra lʼaltro, allontanato da sè il giovane per timore che la sua irreprensibile vita borghese fosse sconvolta dallo scandalo. > Si era pentito di tanti peccati, non del solo mortale che aveva commesso. Aveva fatto mille sacrifici, non quellʼuno senza il quale tutti gli altri non avevano valore: il sacrificio, allʼamore, della propria vanità . Lʼimpresario vorrebbe costringerlo a riconoscere la sua abbiezione, ma poi lo vince la ripugnanza di una scena isterica, la fatica di togliere ad un uomo la propria maschera. Nel terzo racconto, «La finestra», lʼimpresario va a far visita ad una vecchia amica inglese, di cui è da sempre innamorato. Spera di poter vivere insieme gli anni della vecchiaia, ma poi scopre che la donna ha sempre amato un filibustiere, un poco di buono, che lʼha abbandonata da molti anni. Lʼimpresario riesce a dimostrare il vero carattere di questo bellimbusto, ma è inutile. Anche dinanzi alle prove più evidenti, la donna conferma il proprio amore. Per lʼimpresario è lo svelamento di un mito, di un sogno di tutta la vita: > se pensavo a Twinkle come lʼavevo lasciata ventʼanni addietro e poi sempre ricordata, schietta, arguta e di gusti così semplicemente nobili.... non credevo, guardandomi intorno, ai miei occhi. Eppure, la sua lunga solitudine, popolata dalle fantasie e dal rimorso, mi spiegava anche questa corruzione . Con il suo stile semplice, elegante ed arguto, Soldati affronta i temi della complessità dellʼanimo umano, riconducendola a tutto ciò che in noi cʼè di ambiguo e di incerto. La maschera, dietro la quale ci nascondiamo, non è un artificio, ma fa parte intrinsecamente della nostra coscienza. I racconti sono compatti ed essenziali, sorretti da una abile e veloce struttura narrativa. I protagonisti e gli ambienti sono disegnati con poche ed efficaci pennellate, attente ai particolari ( le mani, il modo di vestire, lʼarredamento), così da ricordare, con felice sorpresa, i romanzi dellʼottocento. Perché leggerlo? Sono racconti bellissimi, la scrittura è piacevole e fluida.

Mario SoldatiOscar Mondadori
A che punto è la notte
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A che punto è la notte

È un libro che si legge tutto dʼun fiato. L’ambiente è la Torino degli anni ’60, nella fase di intensa industrializzazione e di sviluppo della Fiat. Inizialmente i personaggi si muovono in modo autonomo tra di loro: un venditore di matite, che si scoprirà essere un carabiniere in incognito alla ricerca di laboratori di lavorazione della droga, una giovane ragazza della borghesia torinese che ha come amante un misterioso commercialista, che poi si scoprirà essere un contabile della mafia, una redazione di una casa editrice (l’occasione per una parodia degli intellettuali), interessata alla pubblicazione di strane cassette di dialoghi di un parroco, che professa idee eretiche e ha plagiato un gruppo di parrocchiani, un ufficio del commissariato, che si interessa di una presunta aggressione al parroco, un ingegnere della Fiat, che si interessa di gestione delle scorte. Tutti questi personaggi si ritrovano, casualmente, alla messa del parroco eretico, durante la quale il prete stesso viene ucciso in un attentato dinamitardo. Si avvia unʼindagine complessa e difficile, caratterizzata da altre due uccisioni, quelle del venditore di matite e dell’ingegnere della Fiat. La vicenda si conclude con la scoperta di una truffa ai danni della Fiat di cui l’inspiratore è un alto dirigente dell’azienda; il parroco, l’ingegnere e i parrocchiani sono gli esecutori materiali. Il libro è molto complesso e articolato ma ha diversi aspetti di rilievo: la trama molto suggestiva e ricca di colpi di scena, un ritmo narrativo serrato, che raramente decade nel superfluo, la sovrapposizione delle storie e quindi anche dei temi: la storia d’amore della ragazza e del commercialista mafioso, l’ambiente della Fiat con la sua gerarchia e i suoi riti aziendali, l’ambiente della polizia con i contrasti con i carabinieri, il mondo religioso con i suoi incubi secolari (le sette gnostiche), la solitudine sentimentale del commissario Santamaria e in generale di tutti i personaggi «adulti» del libro. Sullo sfondo emerge l’Italia in trasformazione, nella quale i valori tradizionali, le stesse piccole ruberie, vengono travolte dall’industrializzazione e quindi dall’espansione della città: non è un caso che il romanzo sia ambientato sostanzialmente nella periferia, in un contesto urbano e sociale sempre più degradato e sconvolto. Ma sarà una società peggiore di quella passata? Gli autori non sembrano pensarlo: Thea, questa giovane ragazza della borghesia, preferisce il legame con un mafioso alle amicizie della sua classe sociale e la madre pensa che è forse meglio così piuttosto che sposarsi un ingegnere della Fiat, corrotto e paranoico. Si rompono gli schemi rigidi di una società ipocrita e solo in tal modo i personaggi trovano il loro destino, e l’amore, anche se al di fuori delle regole tradizionali. Esiste poi un altro tema, che emerge solo alla fine del romanzo. L’alto dirigente della Fiat viene scoperto perché si dimentica che è sempre seguito da due poliziotti di scorta, che devono assicurarne la sicurezza. La solitudine del potere, la sua indifferenza rispetto agli umili sono anche la fonte della rovina di chi è al vertice della società e pensa che sia persino inutile accorgersi degli altri. La democrazia è un processo inevitabile?

e Lucentini FrutteroOscar Mondadori
La chimera
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La chimera

> Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, cʼè una fotografia a colori... La fotografia di Antonia , o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. > Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra .... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, «uno stato di grazia, prima ancora che unʼetà», a spingere Vassalli a narrare > una grande storia, dʼuna ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quellʼepoca e di quei luoghi . I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino > fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un poʼ a sinistra e un poʼ oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte dʼ Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera! Da lassù, dalla sommità della chimera oggi si vede > una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e unʼautostrada che affiora dalla nebbia ; allora, nel Seicento, si contemplava > un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie e un abitato il quale > tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti . In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta allʼinfanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dellʼastio delle comari: lei, «unʼesposta», cosa pensava di essere, una piccola signora! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non lʼavessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un «camminante», ossia di uno di quegli «anarchici della campagna», che vagavano in odio «ad ogni servitù». Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie lʼimprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al SantʼUffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dellʼinquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace? > Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in unʼunica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che sʼapriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa . Nella premessa, intitolata «il nulla», Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: > per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla . Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo? Perché non le è stata concessa di vivere? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma > è lui lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste. Con tutto il rispetto per lʼautore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e lʼambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. > Lʼesposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo dʼanatre... Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista! Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, lʼabile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. Lʼunico limite, forse, è lʼeccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione. Perché leggerlo? Bello, piacevole, interessante e profondo.

Sebastiano VassalliGiulio Einaudi
Cinque romanzi brevi
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Cinque romanzi brevi

Il libro comprende cinque romanzi ( La strada che va in città, È stato così, Valentino, Sagittario e Le voci della sera) e quattro racconti ( Unʼassenza, Casa al mare, Mio marito, La madre). Scritti in un periodo di trentʼanni, dal 1933 al 1961, rispecchiano lʼevoluzione letteraria ed esistenziale dellʼautrice, dalla giovinezza alla piena maturità. Come dice la stessa scrittrice nella prefazione del 1964, si è dinanzi ad una ricerca stilistica con la quale lo sforzo «di scrivere non più per caso.... fingendo di sapere», ha portato a scoprire > che il pericolo dʼessere casuale lo correvo lo stesso. Perché non si trattava di un vizio dellʼadolescenza, ma piuttosto dʼun vizio del mio spirito.. ero abile nel fingere di amare quello che mi era in verità indifferente . Tuttavia, questa annotazione del 1964 sembra essere, a sua volta, una finzione, perché in tutti gli scritti di questa raccolta emerge un tale male di vivere, un così forte pessimismo della situazione femminile, che sarebbe sconcertante che queste condizioni esistenziali fossero una simulazione, un «tirare a indovinare». Ed infatti la raccolta testimonia anche di un percorso di vita, dalla consapevolezza dellʼinfelicità allʼindifferenza. Limitandosi ai tre romanzi principali, nel primo ( La strada che va in città, 1941) la protagonista è una adolescente, che abita in campagna, insieme con i fratelli e il cugino Nini. La città è un luogo dove andare per fuggire da una vita monotona e conoscere lʼamore. La ragazza è corteggiata da Giulio, ma è in fondo innamorata del cugino Nini. Lʼadolescenza termina bruscamente quando la protagonista scopre di essere incinta di un bambino di Giulio e, pur sapendo di non amarlo, accetta di sposarlo. Ma vorrebbe ritornare a prima, quando poteva > scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. Eppure tutto questo era finito e non poteva più ricominciare . Con la stessa passiva rassegnazione accetta la notizia del suicidio di Nini e con il tempo «diventava sempre più difficile pensare a lui». Il secondo romanzo ( È stato così, 1947) è il più sconcertante. Si apre con la protagonista che uccide il marito con un colpo di pistola. Segue il racconto di come si arrivati a questo omicidio. Giovane maestra conosce Alberto, un uomo più anziano, non bello ma interessante. > Mi chiedevo se lui era innamorato di me e se io ero innamorata di lui e non capivo più niente. Non mi diceva mai parole dʼamore e anchʼio certo non gli parlavo di questo . Eppure lo sposa per scoprire che il marito ha una amante da molti anni e spesso si allontana con lei per lunghi periodi. La protagonista accetta questa vita > perché non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare , ma la morte della figlia avuta dal matrimonio e la reazione fredda del marito scatenano la disperazione troppe volte repressa. Non può più vivere con questʼuomo né potrà conoscere altri uomini ed allora «gli ho sparato negli occhi». Nelle annotazioni del 1964 a questo romanzo, dedicato al marito, Ginzburg sembra quasi sminuirne lʼimpatto drammatico dicendo che «il colpo di pistola è nato dal caso», poteva anche non esserci, anche se è proprio lʼomicidio a dare il senso al racconto. La scrittrice vuole rifiutare una profonda ed intima infelicità fingendo di scrivere per caso? E poi perché dedicare al marito uno scritto nel quale si sentono così forti il rancore e la delusione? Nel terzo romanzo ( Le voci della sera 1961), il racconto abbandona, almeno apparentemente, i temi del dolore e della infelicità per scivolare verso le problematiche dellʼindifferenza e dellʼincomunicabilità. La protagonista narra la sagra familiare dei Balotta e della loro progressiva dissolvenza. I vari componenti di una stirpe un tempo vigorosa perseguono stancamente progetti imprenditoriali mai realizzati e stringono grigi matrimoni infelici. Anche la protagonista ha una relazione con uno dei rampolli, ma di nascosto come due amanti. Quando si decidono ad uscire allo scoperto, per sposarsi, smettono di parlarsi e di cercarsi, perché > si è sciupato tutto... perché abbiamo cominciato a sotterrare i nostri pensieri, bene in fondo, bene in fondo dentro di noi. Poi, quando riprenderemo a parlare, diremo solo delle cose inutili... vuol dire essere infelici ma fare in modo di non dirselo, per poter vivere . Non resta che lʼincomunicabilità, bene espressa dai dialoghi senza senso, di cose banali ed inutili, della madre della protagonista, con i quali si chiude il romanzo. Fin dagli esordi la scrittura di Ginzburg è asciutta, essenziale ed incisiva, e quindi fortemente innovativa rispetto allo stile ampolloso e ridondante del primo novecento. Via via che si prosegue nella raccolta, sono evidenti alcuni tentativi di rendere la narrazione più ariosa e descrittiva, ma poi la scrittrice ritorna alla stringatezza: le frasi non sono più, tuttavia, «una scudisciata ed uno schiaffo», come nella Strada che va in città, ma diventano dialoghi serrati, con una forte impronta teatrale, quasi pirandelliana. È come se lʼautrice abbia tentato di aprirsi per poi ritornare a rinchiudersi in un mondo nel quale è possibile solo la vacua comunicazione. La narrazione di Natalia Ginzburg sovrasta, invade con la sua «consapevolezza, assoluta, inesorabile e mortale» di una infelicità senza scampo, di una vita che deve aver sopportato un dolore profondo, ben nascosto in un esistenza intellettualmente e socialmente brillante. È una pena con un profondo connotato femminile. Le protagoniste, che sono sempre lʼio narrante, sono brutte e banali, incontrano uomini superficiali ed egoisti e la loro stessa maternità è vissuta come un obbligo, un incidente, che spesso si chiude in modo infausto. La condizione femminile sembra essere una prigione e un destino già segnato, in un ambiente sociale piccolo borghese. Perché leggerlo? Sono romanzi molto belli sotto il profilo letterario e sono la testimonianza di una dimensione femminile del dolore.

Natalia GinzburgGiulio Einaudi
Il Clandestino
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Il Clandestino

Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in «I Piccoli Maestri», fu > un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee . Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi «studia gli uomini e li ama». Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. > Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli. Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe «un letargo, un anestetico», per > riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora . Un giorno, dopo lʼ8 settembre, una donna lo ferma per strada. > Lʼaspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato? Ora con chi siamo? Cosa ci hanno fatto credere? Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visti morire, è stato inutile... risponde Anselmo e «sentì che era stupidamente per piangere». Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato unʼorganizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). Cʼè poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto lʼufficiale di collegamento tra «i clandestini» e lʼammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: lʼazione porta allʼamicizia e questʼultima allʼunità. I clandestini così come lʼammiraglio vivono sullʼorlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa allʼuccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente lʼammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. > Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, lʼaprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato . Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. > Ma i fascisti perché fanno questo? si domandò Anselmo in un mormorio . La determinazione dei «clandestini» prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove > mugolava la morte, (...) purtuttavia cʼera felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine . Perché leggerlo? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.

Mario TobinoOscar Mondadori
The cold eye of Heaven (Farley)
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The cold eye of Heaven (Farley)

Quando ci si avvicina alla fine della vita si desidera ripercorrere con la memoria la propria esistenza. Se si è dei grandi uomini ci si può illudere di lasciare un ricordo di sé con una biografia ricca di personaggi e di avvenimenti: una sorta di narrazione del proprio ruolo nella storia. Ma quando si è dei piccoli uomini con una vita banale che senso ha fare una cronaca della propria vita? Non resta che la rimembranza che ci vede «nella fissità di un ritratto», frutto della mescolanza di fatti reali e di immaginazione (si veda in questo sito il «Giorno del giudizio» di Salvatore Satta); oppure, per dirla con Italo Svevo, > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell'onda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore (vedi la «Coscienza di Zeno» recensita in questo sito). Christine Dwyer Hickey compie un'operazione ancora più spericolata di quella di Zeno e Satta. All'apparenza l'autrice ripercorre l'esistenza di Farley come se fosse un resoconto a ritroso degli eventi più importanti della sua vita di modesto impiegato: ultrasettantenne ormai solo, attende con ansia di vedere la giovane vicina che «lo faccia sentire un po' più giovane, soltanto un poco meno vecchio»;  si affanna ad acquistare un vestito adeguato al funerale del proprio titolare, funerale dove per altro non è invitato; lo vediamo al rinfresco per il suo pensionamento chiedersi se gli mancherà qualcosa della vita di ufficio, con > le stupide freddure e l'arroganza dei giovani, le trivialità del lunedì mattina e l'odore di dopo barba scadente, i troppi fastidi e i dispetti senza senso, i primi della classe e i menefreghisti di ogni cosa Andando indietro nel tempo vediamo Farley prendersi cura della madre, la quale ha sempre preferito il fratello intellettuale, egoista ed assente; ed eccolo dall'amante (la moglie del titolare) prendere la decisione sconsiderata di finanziare la ditta per cui lavora senza pretendere un attestato del prestito; ed indietro ancora il lutto devastante per la perdita della moglie, la scelta di mettersi a lavorare per sposarsi abbandonando sogni di viaggi,  la notizia della morte del padre, lui ancora dodicenne, e infine a cinque anni in ospedale l'inutile attesa della visita dei genitori. Di certo, Farley è il tipico piccolo borghese; se si è appiattito in una routine senza ambizioni e colpi di scena è in fondo colpa sua: ha sempre fatto le scelte meno impegnative, si è messo a disposizione degli altri quasi volentieri, sia che fossero il titolare, la moglie, l'amante ovvero la madre, il fratello e persino la vicina di casa, vagheggiata nei rimasugli erotici di un povero vecchio. Se però mettiamo Farley «sdraiato comodamente su una poltrona Club», come avrebbe detto Svevo, ci accorgiamo come la vita di Farley sia girata attorno ad un'attesa, quella del padre. Prendiamo ad esempio due passaggi del romanzo.  Farley ha cinque anni, arrivano finalmente in ospedale la mamma e il fratello, chiede dov'è il padre. E' a pescare? Alla risposta della donna che è al lavoro e non è potuto venire dal figlio, Farley percepisce > il rumore dell'acqua che scorre dolcemente. Si vede adesso su una riva. (...) Sta indossando gli stivali di gomma che lo coprono sino alla coscia: stivali che riconosce da una scatola in un ripiano essere quelli del  padre. (...) E' solo. Solo sulla riva. Un uomo, un ragazzo, un bambino, un neonato, un uomo di nuovo, tutto all'improvviso .  Adesso è vecchio  alla fine del libro. Vede il vicino correre a prendere l'autobus ma non riconosce il viso. > Allora il suo proprio padre invade la sua mente. Faccia sfortunatamente chiara. Morto d'infarto.. (...) Comunque di certo un bastardo che non ebbe il tempo o una parola per nessuno. Un ringhioso. Ringhiava al giornale, ringhiava alla radio, ringhiava se tu gli parlavi mentre stava pranzando . E al funerale tanti bei discorsi su un uomo che lui e suo fratello non avevano conosciuto. > Un grande conversatore. Un uomo intelligente. (...) Appassionato di pesca con la mosca . Il romanzo è un capolavoro. Non è solo l'arguto espediente di un racconto a ritroso. In ciascuno degli eventi della sua vita Farley si muove come Bloom nell'Ulisse di Joyce: un cammino dispersivo ma affascinante tra strade e negozi di Dublino, tra personaggi minori che danno il senso di una vita solitaria ma superficialmente socievole (Farley è sempre  padrone di sé), tra riflessioni laterali, apparentemente marginali. Ne esce un percorso disordinato dei flussi di coscienza del protagonista e di come la faticosa manifestazione dell'io si radichi nei luoghi e nelle relazioni, e non in astratto in un lettino di un psicanalista. La scrittura è poi splendida e vibrante: è un diluvio di parole meravigliose, di fonemi intraducibili dei quali ci si appaga con l'orecchio e non con la vista, di un lessico ibridato con il parlare quotidiano, all'interno di una costruzione sintattica travolgente anche se non immediata per il lettore italiano, senza dubbio difficile da rendere nella nostra lingua. Perché leggerlo? E' splendido, l'autrice è Joyce e Rushdie insieme.

Hickey Christine DwyerAtlantic Books
Complete Shorter Fiction
RecensioneInglese

Complete Shorter Fiction

Il libro raccoglie i principali racconti di Oscar Wilde, nei quali è soprattutto rimarchevole lo stile, in particolare la struttura della frase. Il periodo non è particolarmente elaborato privilegiando le frasi corte, ma l’accostamento delle parole (semplici e vicine a un linguaggio quotidiano) riesce a dare caratteristiche poetiche, in certi casi elegiache allo scritto. Ne risulta un inglese splendido, che recupera l’essenzialità dei vocaboli con il ritmo discorsivo. Il contenuto dei racconti è generalmente fantastico e in molti casi paradossale: attinge al mondo della natura e del soprannaturale che rappresentano il contesto e forniscono spesso i protagonisti. A una prima lettura sembra predominare un approccio generalmente moralistico accompagnato da una ricerca dell’inverosimile e dalla nostalgia della «bontà» della natura rispetto all’egoismo e alla grettezza degli uomini. In realtà emergono una diffusa melanconia, quasi una ricerca di qualche cosa che si è perso (una ricerca del tempo perduto?) e un elogio della bellezza. Tutti i protagonisti (le persone, gli animali, gli ambienti naturali) sono caratterizzati da sublimi tratti fisici e da notevoli peculiarità intellettuali: il brutto non esiste. Prevale quindi l’estetica nei confronti dell’etica: una sorta di esaltazione dell’estetismo. Si chiarisce in tal modo anche il tema della melanconia: si tratta della nostalgia della bellezza perduta. Di particolare interesse è il racconto «The portrait of Mr W. H.» nel quale l’autore formula alcune ipotesi sul destinatario di alcuni sonetti di Shakespeare. Per apprezzarlo sarebbe necessario conoscere meglio le poesie e il teatro di Shakespeare ma è evidente come anche in questo caso uno dei temi sia l’amore per la bellezza, che emerge dall’opinione del protagonista che la persona descritta nei sonetti fosse un giovane attore, che recitava le parti femminili nelle tragedie. Shakespeare non voleva lusingare un personaggio importante ma scriveva soltanto di amore per chi lavorava con lui (senza dubbio meno «altolocato») e con il quale aveva un comune modo di sentire.

Wilde Oscaroxford press
La conquista dell'America
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La conquista dell'America

Il libro ha come oggetto la conquista del Centro America da parte degli spagnoli nel ‘500 e nel ‘600, conquista che viene narrata mediante le vicende di cinque personaggi: Colombo, Cortès, Las Casas, Duran e Sahagùn. A ciascuno di questi personaggi l’autore fa corrispondere un differente atteggiamento nei confronti della conquista:in Colombo l’approccio prevalente è quello della scoperta, che lo conduce a una forte attenzione verso la natura e l’ambiente e a un sostanziale disinteresse nei confronti della popolazione indigena, che viene fondamentalmente assimilata alla natura;in Cortès prevale lo spirito di conquista e quindi la conoscenza del linguaggio e della mentalità della popolazione indigena in funzione del perseguimento di obiettivi militari. Cortès comprende rapidamente il mondo simbolico degli atzechi e dei maya e lo utilizza in modo molto efficace per rinforzare e comunicare meglio l’invicibilità degli spagnoli. L’autore ritiene anzi che uno dei motivi del rapido disfacimento dell’impero atzeco sia proprio da ricondurre a un sistema di credenze basato sull’inevitabilità del futuro, la cui direzione non poteva essere modificata e poteva essere letta mediante una serie di «segni». Cortès quindi indaga la popolazione indigena proprio per capirne il mondo spirituale e i relativi «segni» e quindi utilizzarli a proprio favore mediante un’accorta politica di comunicazione. Da questo punto di vista Cortès si presenta come un precursore della semiotica;in Las Casas, prete domenicano, il filo conduttore è l’amore per la popolazione indigena, che si basa su una concezione egualitaria e sull’idea che il popolo indo-americano avesse già valori cristiani e fosse quindi «buono», in contrapposizione con la crudeltà degli spagnoli. Come dice l’autore, l’approccio del prete domenicano si basa su categorie valutative e non sulla conoscenza dei costumi e della cultura degli atzechi. > Se il pregiudizio di superiorità è indiscutibilmente un ostacolo sulla via della conoscenza, si deve riconoscere che il pregiudizio di eguaglianza rappresenta un ostacolo ancora maggiore, perché porta a identificare puramente e semplicemente l’altro con il proprio ideale di sé (o con il proprio io) ;in Duran, prete domenicano cresciuto in America, emerge lo spirito di conoscenza, anche se all’interno di una visione meticcia dei rapporti con la popolazione indigena. Già l’ultimo Las Casas, dopo il famoso dibattito di Valladolid contro un altro prete che sosteneva l’inferiorità degli indigeni e il diritto di renderli schiavi, aveva scoperto la relatività delle varie posizioni ideali e la scomparsa di qualsiasi posizione privilegiata, rinunciando al diritto di assimilare gli indiani. Duran ritiene che la conoscenza della lingua e della cultura degli indigeni sia lo strumento fondamentale per poterli convertire al cristianesimo. Lo studio lo conduce a una sorta di ibridazione culturale, che si manifesta in vari modi, alcuni anche singolari: gli indigeni sono stati già oggetto di una predicazione cristiana e quindi le loro divinità sono simili al dio cristiano, ritiene di svolgere il compito di storico, di una storia di eroi (quella degli atzechi), narra la storia della conquista rispecchiando l’incredulità per il crollo di un impero così ben organizzato;Sahagùn, prete francescano, scrisse ben dodici libri, in atzeco e in spagnolo, nei quali descrive la civiltà di questo popolo. L’autore è il precursore dei moderni studiosi e quindi riesce a descrivere senza dare alcuna interpretazione. Molto interessante è il confronto tra la descrizione di un sacrificio umano da parte di Duran e da parte di Sahagùn, dal quale emerge con evidenza la descrizione fredda e distaccata da parte di questʼultimo. Sahagùn utilizza dei questionari, la cui struttura riflette la sua idea di ciò che può essere una civiltà. Anche in lui la conoscenza riflette dei giudizi di valore. Il libro è molto complesso e articolato, ma in fondo cerca di rispondere ad alcune domande di fondo: è possibile conoscere l’altro? È possibile salvaguardare la differenza nell’uguaglianza? È possibile evitare il massacro, culturale e fisico, da parte del conquistatore? A queste domande l’autore non riesce a dare una risposta esauriente, ma il libro descrive un probabile percorso, dalla scoperta attraverso il massacro sino all’ibridazione culturale e al relativismo, e afferma come bisognerebbe partire dalla conoscenza reciproca, che a sua volta passa attraverso la comunicazione (conoscenza del linguaggio e dei «segni»).

Tzvetan TodorovRai Educational
Conversazione in Sicilia
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Conversazione in Sicilia

Un giovane operaio vive un sentimento di profonda insoddisfazione per la propria vita: > la quiete della non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere voglia di fare qualche cosa in contrario, voglia di perdermi, per esempio, con lui . Questa insoddisfazione («questi astratti furori») è un fatto intimo, ma anche una coscienza del dolore cosmico. Il giovane cerca di uscirne con un viaggio, che possa costituire un ritorno alla propria infanzia e nel contempo un approfondimento di se stesso, una riflessione sui valori e le idee prevalenti nella società. Il viaggio è articolato in diversi momenti topici: le conoscenze in treno, dove le persone sono archetipi di ruoli sociali, l’arrivo nel paese, il colloquio con la madre, il giro con la madre presso le case del paese per effettuare le iniezioni, l’incontro con l’arrotino e la sbornia nell’osteria, il fratello morto in guerra e infine «la sintesi» dell’intero romanzo presso il monumento in bronzo del paese. Lo sviluppo dei temi, i frequenti cambiamenti nello stile e nel ritmo narrativo (talvolta cinematografico, in altri momenti lirico e suggestivo, ricco di simbolismi e allegorie) rendono estremamente difficile fornire unʼinterpretazione univoca, come dimostrato dalla rassegna della critica, dove ciascuno degli autori sembra commentare un romanzo differente da quello letto dagli altri. Esistono senza dubbio diverse chiavi interpretative: rapporto con i genitori e con la terra di origine, descrizione di una crisi di valori che non trova risposta nelle forze politiche e sociali (impersonate nell’arrotino, nel tappezziere e nell’oste) , disperazione esistenziale, che non viene risolta dal ritorno nel grembo materno, ricerca stilistica di un approccio cinematografico alla scrittura. È probabile che il romanzo sia un po’ di tutto questo, tanto da configurarsi come un sistema aperto e dinamico, che non può essere richiuso in unʼunica interpretazione. A me piace pensare che la vera chiave interpretativa del romanzo sia il contesto, quella Sicilia, > una piccola Sicilia ammonticchiata, di nespoli e tegole, di buchi nella roccia, di terra nera, di capre, con musica di rampogne, che si allontanava dietro di noi, e diventava nuvola e neve, in alto . Quell’ambiente che inquadra il ritmo continuo della vita («il giro delle iniezioni»), della malattia e della morte, che rendono tutti gli uomini simili e uguali di fronte al dolore e a un destino comune. > Era notte, sulla Sicilia e la calma terra: l’offeso mondo era coperto di oscurità, gli uomini avevano lumi accanto chiusi con loro nelle stanze, e i morti, tutti gli uccisi, si erano alzati a sedere nelle tombe, meditavano. Io pensai, e la grande notte fu in me notte su notte. Quei lumi in basso, in alto, e quel freddo nell’oscurità, quel ghiaccio di stella in cielo, non erano una notte sola, erano infinite; e io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè; le notti dell’uomo, ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo di un fanciullo o d’un morto . E allora il vero tema è, forse, l’identificazione e il senso di appartenenza a una dimensione collettiva, costituita dal genere umano. Il personaggio centrale è quello del Gran Lombardo, che sente ed esprime una volontà di grandi doveri, di fare qualche cosa per l’umanità. Ma non si sa cosa fare e quindi l’operaio conclude: > non piango in me. Non piango in questo mondo... E uscì dalla casa, in punta di piedi . Il romanzo presenta delle pagine molto suggestive e raggiunge il suo culmine stilistico e narrativo nel «giro delle iniezioni» e più in generale nella prima parte: il viaggio in treno e l’arrivo al paese. In altri momenti prevale un approccio intellettualistico, che porta anche alla frammentazione della narrazione rendendola talvolta ridondante e prolissa.

Elio VittoriniBompiani
Il convitto
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Il convitto

Il romanzo è il capitolo conclusivo di una trilogia: «La strada del Donbas (2009),»Mesopotamia«(2014) e»Il Convitto«(2017). Come nel romanzo di Cesare Pavese»La casa in collina«(si veda la recensione in questo sito) Corrado chiedeva»un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto«così da non farsi coinvolgere dalla Resistenza, così Pasa, il protagonista de»Il Convitto«, a chi gli consiglia di fuggire risponde che»era solo un insegnante, un semplice insegnante (...) nient'altro che un insegnante, il resto lo interessava poco. Dove sarebbe dovuto andare, chi ci sarebbe stato ad aspettarlo, cosa c'era da temere, sarebbe andato tutto bene, lui era solo un insegnante > . Ed è rimasto con il vecchio padre senza neanche seguire le notizie in televisione mentre  divampa la guerra nel Donbas tra ucraini e russi. Nessuno sa come sia successo che le viscere della terra si siano spalancate sputando fuori quel nerume, (...) tutto prenderà fuoco come in una città medievale: casa dopo casa, strada dopo strada, tempo qualche giorno, e poi non ci sarà più nulla > . A scuoterlo dall' ignavia è il rimorso per aver permesso che il figlio della sorella fosse rinchiuso in un convitto; vuole andare a riprenderlo anche se deve attraversare la linea del fronte, in mezzo ai combattimenti. Si mette in viaggio, in una peregrinazione che lo riporta sempre negli stessi luoghi come se non proseguisse verso una qualche direzione ma girasse in tondo come un orso nel circo. (...) Da tre giorni cammino insieme a persone che neppure conosco. Come se una molla mi spingesse da dietro, m'impedisse di fermarmi. E la molla spinge anche loro, allo stesso modo, lontano da casa. Anche se almeno metà di loro non ha più né una casa né una famiglia. Vagano per la circonvallazione senza avere alcuna possibilità di uscirne. Girano in tondo intorno alla propria città. E anch'io giro con loro, non so perché > . In un ambiente devastato dalle bombe e dalla violenza, dove non c'è pietà per nessuno, la peregrinazione di Pasa diviene un pellegrinaggio fuori dal tempo e dallo spazio (la guerra del Donbas del 2014): è come un cammino in un incubo, fatto di un miscuglio di personaggi, di distruzioni, di morte, di ricordi del passato. E' un sogno o la realtà? Perché quel soldato, suo ex scolaro, lo ha risparmiato? Perché hanno ucciso il custode del Convitto, l'unico insegnante che non era fuggito per custodire i giovani ospiti del convitto? Perché lui, così pavido e maldestro, si salverà? L' illustrissimo dottore gli ha chiesto di assistere un ferito, un adolescente di vent'anni. > Tra poco se ne andrà, ora chiuderà gli occhi e sarà finita.(...) All'improvviso Pasa percepisce accanto a lui un'altra presenza, sconosciuta, ferma lì ad aspettare, pertinace.(...) Chi sta aspettando? Per chi è venuta? Di sicuro per me, immagina Pasa. E' lei che da tre giorni non mi perde d'occhio, è lei che emana questo greve odore di cane bagnato, è a me che dà la caccia, è contro di me che prende la mira.(...) A quel punto il ferito gli stringe la mano.(...) Percepisce che la morte lo aggira, si allontana e si avvicina all'altro.(...) Non guardare, si dice, non devi guardare, corri soltanto, corri più veloce che puoi, finché ne hai la forza e il tempo, corri e non ti voltare... Giovanna Brogi, l'ottima traduttrice dall' ucraino, nella sua postfazione interpreta il romanzo come un percorso di formazione di Pasa, il quale riflette sulla propria identità anche linguistica, prende coscienza della propria pusillanimità e comprende che deve scegliere dove stare. Questa interpretazione contrasta con l'incupimento metafisico dell'intero racconto dove non c'è una prospettiva di salvezza e rinascita. Si prenda un brano finale, ricco di simbolismo in contrasto con l'apparente iperrealismo del racconto. Abbiamo lasciato Pasa nella sua fuga dalla morte. > C'è una tale quantità di bianco da far sembrare che tutti i colori si siano esauriti.(...) Campi bianchi e l'asfalto nero della strada lungo il quale lui cerca di fuggire, che dovrebbe salvarlo.(...) E distingue netti i cani oscuri sul fondo bianco.(...) Sono sempre più vicini, feroci e impavidi, sanno che la vittima non può sfuggire, che non ha via di scampo, eccola, lì davanti a pochi balzi, ancora un attimo, qualche altro momento, e potrai saltarle addosso, conficcarle i denti nella gola mentre lei cerca di liberarsi, di ingannare la sorte . A Pasa non resta che la compassione, la «pietas» latina, espressa nelle ultime pagine dal nipote non più adolescente: il riconoscimento da parte del ragazzo della fragilità dello zio, forse, salva Pasa. L'essenzialità della scrittura, le parole scarne, il ritmo incalzante accompagnato da lunghe sospensioni, la capacità narrativa di passare da un intenso realismo a un simbolismo onirico sono i tratti distintivi di questo capolavoro, una felice  sorpresa in un panorama letterario spesso banale. Che siano le condizioni essenziali dell'esistenza a creare opere di valore, ciò che non è possibile quando prevale la morbida e salottiera quotidianità? Non sarà che la letteratura europea abbia bisogno della guerra per rinascere?  Perché leggerlo? E' interessante sotto il profilo storico, ma soprattutto è affascinante lo stile letterario: un capolavoro.

Serhij ZadanVoland
Il Corsaro Nero
RecensioneItaliano

Il Corsaro Nero

Siamo nel Seicento, il secolo dei pirati, > gente composta principalmente di spostati, di soldati e di marinai avidi di bottino , che scorrazzavano il mare dei Caraibi > per mettere le mani sulle ricche miniere dalle quali la Spagna traeva fiumi dʼ oro . Tra questi «ladroni del mare» cʼera anche un nobile italiano, il conte di Ventimiglia, il Corsaro Nero: > era vestito completamente di nero.... anche lʼaspetto di quellʼuomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo . La storia ha inizio con la notizia dellʼimpiccagione del Corsaro Rosso, fratello del Corsaro Nero, che ha fatto la stessa fine degli altri due fratelli, tutti assassinati a tradimento per mano del duca Wan Guld. Il Corsaro Nero decide di recuperare il corpo del fratello per dargli degna sepoltura. La spedizione a Maracaybo, dove era stato impiccato il Corsaro Rosso, costituisce un preambolo dei temi del libro: colpi di scena, duelli, astuzie ed eroismi, inquadrati in una natura rigogliosa e meravigliosa, con quadretti di una tipica città coloniale, abitata da una popolazione di mercanti e di cavalieri spagnoli. Si combatte e si uccide ma non cʼè odio tra pirati e spagnoli: il vero nemico è uno solo, il duca Wan Guld: il fiammingo traditore. Arriviamo ad un punto di svolta del romanzo. Recuperato il corpo del fratello, si svolge il funerale sulla Folgore, la nave del Corsaro Nero: > il mare sfolgoreggiava sempre intorno alla nave, rumoreggiando sordamente.... quelle ondulazioni avevano in quel momento degli strani sussurrii. Ora parevano gemiti di anime, ora rauchi sospiri, ora flebili lamenti . Dinanzi ad un equipaggio, emozionato ma anche terrorizzato dai fantasmi dei fratelli morti, Il Corsaro Nero rompe il silenzio funebre con un terribile giuramento: > la mia anima sia dannata in eterno, se io non ucciderò Wan Guld e sterminerò tutta la sua famiglia come egli ha distrutto la mia! . Il destino è segnato: non cʼè più spazio per altre scelte, per una diversa volontà. La vita del Corsaro Nero non può che seguire la strada segnata da questo giuramento. Il Corsaro Nero cerca la vendetta ma incontra invece, in modo imprevedibile, lʼamore. La Folgore si imbatte in una nave spagnola, che viene conquistata dopo una cruenta battaglia e lì i pirati fanno prigioniera una fanciulla, > una bella figura di giovane, alta, slanciata, flessuosa, dalla pelle delicatissima, di un bianco leggermente roseo . Quale contrasto tra lʼaspetto lugubre del Corsaro Nero e il biancore della giovane! Fin dallʼinizio si capisce che è nato un amore, ma questo amore porta con sé la tragedia. Salgari ci lascia nellʼincertezza, non ci svela subito chi è la fanciulla, ma si capisce come il Corsaro Nero sappia che > i morti possono abbandonare i profondi baratri dove riposano e salire alla superficie a distruggere le speranze di felicità. Dʼaltra parte la giovane intuisce che il traditore di cui si vuole vendicare quel «funebre gentiluomo dʼoltremare» potrebbe essere suo padre. Il lettore deve ancora aspettare. I pirati vanno alla conquista di Maracaybo e poi il Corsaro Nero insegue Wan Guld nella foresta e nelle paludi dellʼAmerica Centrale. La natura, splendida ma spietata, diviene per numerose pagine la protagonista del romanzo. Il Salgari avventuroso e esotico scrive qui alcune delle sue pagine migliori. Wan Guld riesce a fuggire ma sfortunatamente uno spagnolo rivela al Corsaro Nero che la fanciulla è la figlia del fiammingo traditore. Non vale per il Corsaro Nero una massima seguita dai pirati, che non chiedono mai alle loro donne di rendere conto di ciò che hanno fatto nel passato, ma solo di ciò che faranno nel futuro. Per il Corsaro Nero il passato si racchiude nel suo disumano giuramento: la fanciulla viene abbandonata in una scialuppa: "soffiava forte il vento allora e nella profondità del cielo guizzavano vividi lampi, mentre allo scrosciare delle onde si univa il rombo dei tuoni... intanto che la scialuppa si allontanava sempre... fra i gemiti del vento ed il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! ( dice il fido Carmaux) il Corsaro Nero piange! Il Corsaro Nero è il capolavoro di Salgari e , senza dubbio, uno dei più bei libri della letteratura italiana, non solo di quella di avventura. Unicamente una critica elitaria, quale quella italiana, poteva non cogliere la complessità del romanzo. È un libro di avventura ed anche qualche cosa di più. Innanzitutto è unʼesplosione di fantasia, il gusto del meraviglioso e dellʼorrido che solo lʼimmaginazione può conseguire. Basti pensare alla descrizione ricca e meticolosa dellʼambiente naturale, allʼattenzione alle vesti, tutte ricamate, cariche di pizzi e traboccanti di colori, alle raccapriccianti ed efferate scene di battaglie. La fantasia costituisce anche la fuga da una angoscia esistenziale, che è alla base della personalità del Corsaro Nero. Le vicende della vita portano solo dolore, gli affetti sono causa di sofferenza e bisogna sfuggire da una realtà che non dà felicità e pace. Cʼè in qualche modo un demone che trascina lʼuomo al suo triste destino ed allora è meglio, fin che si è in tempo, rifugiarsi nellʼimmaginazione. Perché leggerlo? È un libro di avventura, romantico ma anche moderno nel suo messaggio di dolore e di angoscia.

Emilio SalgariGiulio Einaudi
La coscienza di Zeno
RecensioneItaliano

La coscienza di Zeno

Siamo a Trieste tra la fine dellʼottocento e i primi anni del novecento. Lʼautore immagina che uno psicoanalista pubblichi «per vendetta» le memorie di un suo paziente, che si è sottratto alla cura ed ha raccontato un sacco di bugie. Il romanzo ha quindi la forma narrativa dellʼautobiografia. «Sdraiato comodamente su una poltrona Club», Zeno cerca di ricordare gli avvenimenti più importanti dell ʼesistenza, tenendo conto che > la vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dellʼonda del mare, che, dacché si forma, muta ad ogni istante finché non muore . Lo sforzo di ritornare al passato non è un percorso cronologico ma un soffermarsi sui momenti più importanti della vita. La struttura narrativa segue, infatti, i differenti punti di vista, dai quali Zeno guarda la propria biografia. Il primo capitolo ha come oggetto il fumo, o meglio lʼultima sigaretta, quel proponimento, sempre disatteso, di smettere il vizio. Il lettore incontra subito la lieve e paradossale ironia che caratterizza tutto il libro, ma ci si imbatte anche con il tema portante del romanzo: il timore che > trovandomi in corsa traverso il tempo non potessi più essere raggiunto dallʼamore e più in generale da ciò che si vorrebbe essere. Ritornare al passato fa riaffiorare il divario tra le aspirazioni e ciò che si è raggiunto. Emerge un costante senso di colpa, al quale bisogna trovare una plausibile giustificazione. La consapevolezza di «essere vissuto indarno», come diceva Leopardi, «farammi acerbo», alimentanto un misto di malinconia e di affanno. Il ricordo è > dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desìo del passato, ancor tristo, e il dire: io fui ( Le ricordanze). I capitoli successivi svolgono lo stesso tema allʼinterno di uno schema narrativo sempre più complesso ed articolato. Zeno investiga il proprio animo in rapporto alle principali figure della sua vita. Nel secondo capitolo, «morte del padre», Zeno non riesce ad offrire lʼaffetto filiale che vorrebbe perché troppo forte è la delusione del padre per le evidenti incapacità del figlio come uomo dʼaffari. Nel terzo capitolo, «matrimonio», il protagonista non consegue lʼamore, impersonato dalla bella Ada, e si sposa, senza sapere perché, con Augusta, la sorella bruttina. Nel quarto capitolo, «moglie e amante», Zeno non è un bravo marito né un buon amante, mentre nel quinto capitolo, «associazione», è lʼamicizia che viene persa. Zeno, che pur ha cercato di aiutare in tutti i modi Guido, marito di Ada, non è capace di evitarne la rovina economica e il suicidio, tanto da essere accusato da Ada, il suo eterno amore, di avere tradito lʼamico. Lʼautobiografia potrebbe concludersi a questo punto. Invece, lʼaffermazione del dottore, che Zeno è guarito, perché ha capito che nel suo inconscio amava sua madre e odiava suo padre ( il famoso rapporto di Edipo), scatena la reazione razionalistica di Zeno, che confessa, candidamente, che ha sempre mentito, trovando subito una giustificazione: > ( il dottore) non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto.... se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario . In realtà, se ci poniamo dallʼesterno, e non dal punto di vista di Zeno, gli avvenimenti potrebbero essere interpretati in modo differente rispetto alla visione del protagonista. Zeno è un buon figlio, che cerca di star vicino al padre, è un buon marito pur con qualche scappatella, si preoccupa dei figli, è generoso, pronto ad aiutare lʼamante e lʼamico in difficoltà, si rivela un abile uomo dʼaffari, quando è costretto a farlo. Tutte le sue questioni esistenziali nascono da come vive la vita nella coscienza più che dal reale vissuto. Sarà necessaria la guerra per rompere il velo di ignoranza che Zeno ha della propria vita e per rivelare che il protagonista sa affrontare le difficoltà e trarne anzi vantaggio economico. Ma allora il libro è solo la facile ironia sulla psicoanalisi e più in generale sulla psicologia? Discipline che sembrano voler trovare problemi laddove un approccio razionalistico alla vita ne darebbe una soluzione fattibile e serena. In realtà, il romanzo può essere letto a cerchi concentrici, dalla realtà allʼinconscio e viceversa: la descrizione dellʼimpatto dellʼio profondo sulla coscienza dellʼuomo, vera eccezionalità rispetto alla prosaicità dellʼesistenza. Esiste una chiave interpretativa di ogni coscienza, che lʼautore deve ammettere, malgrado il suo approccio razionalistico. Per Zeno questa chiave interpretativa sembra risiedere nella dicotomia buono - cattivo, alimentata da un episodio dellʼinfanzia. > Assistevo senza grande dolore alla tortura che veniva inflitta a Guido dal bilancio messo insieme da me con tanta cura e me ne venne un dubbio curioso e subito dopo un curiosissimo ricordo. il dubbio: ero io buono o cattivo?... mi vedevo bambino e vestito ( ne sono certo) tuttavia in gonne corte, quando alzavo la mia faccia per domandare a mia madre sorridente: sono buono o cattivo, io?.... Oh incomparabile originalità della vita! Era meraviglioso che il dubbio chʼessa aveva già inflitto al bimbo, in forma tanto puerile, non fosse stato sciolto dallʼadulto quando aveva già marcato la metà della sua vita . Perché leggerlo? È un libro molto denso, complesso, ricco di spunti. Va letto, ma non prima di addormentarsi.

Italo SvevoDall'Oglio
La crisi della coscienza europea
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La crisi della coscienza europea

Il libro ripercorre lo sviluppo delle idee dal 1680 al 1715, periodo nel quale, come dice l’autore > avvenne nella coscienza europea una crisi: tra il Rinascimento, da cui derivava direttamente, e la Rivoluzione francese, che preparò, non ce ne fu nella storia delle idee nessuna di più importante. L’uomo, e l’uomo soltanto, diventava la misura di tutte le cose . La prima parte del libro riguarda la demolizione del passato, in particolare lo sviluppo delle opinioni contro la religione. I titoli dei capitoli sono emblematici dell’oggetto della furia distruttrice: i grandi mutamenti psicologici e contro le credenze razionali. L’autore si sofferma sia sui grandi personaggi (come Pierre Bayle, Leibniz, Bossuet) sia sulle correnti culturali sottostanti alle grandi filosofie, come la negazione del miracolo, degli oracoli e delle stregonerie. Ne deriva un affresco incredibile di storie personali, di interrelazioni tra personaggi, di incredibile diffusione di libri e di giornali, di un mondo cosmopolita, che trova la sua origine nella revoca dellʼeditto di Nantes, con il quale vengono espulsi dalla Francia i protestanti. In realtà la Riforma è alla base del nuovo pensiero e i filosofi eretici, in particolare Spinosa, ne sono gli ispiratori. Di particolare interesse è poi la figura di Richard Simon, che vuole leggere testualmente i testi sacri e ne coglie tutte le contraddizioni. Dice il Simon, > sono convinto che non si possa leggere con frutto la Bibbia, se prima non si conosca quanto concerne la critica del testo. Come dice Hazard, erano ribelli nati…. sbrigativi, presuntuosi, paragonavano tutta la storia a un foglio di carta, tutto pieno di cattive pieghe: bisognava abolire tali pieghe, e tornare alla pagina bianca, ecco tutto!... il mondo era pieno di errori, generati dalle facoltà ingannatrici dell’anima, garantiti da autorità incontrollate, diffusosi con il favore della credulità e della pigrizia…(si) doveva compiere innanzitutto un immenso ripulisti > . La seconda parte del libro riguarda la costruzione del futuro e in particolare il percorso che porterà al predominio della Ragione, ossia del metodo scientifico. L’autore si sofferma, anche in questo caso, sul contributo dei grandi uomini, innanzitutto Locke, Newton, ancora Leibniz e Vico, ma soprattutto esplora i cambiamenti sotterranei, quelli che Hazard chiama i valori immaginativi e sensibili: il pittoresco, la psicologia dell’inquietudine e così via. Ne deriva un affresco ricco di suggestioni, che riesce a descrivere molto bene la contemporaneità tra un pensiero alto > , che vuole ricondurre ad un approccio razionale il reale, e correnti sotterranee che mantengono gli elementi magici nella società. La modernità nasce quindi bifronte ma ha un motore costituito dall’inquietudine, dal desiderio di esplorazione, dalla ricerca di una felicità che non è più possibile ricondurla allʼaldilà. Una filosofia che rinuncia alla metafisica e si restringe volontariamente a quel che può cogliere di immediato nell’anima umana. Una morale che si fraziona in più morali: il ricorso all’utilità sociale, tanto per sceglierne una. Il diritto alla felicità, alla felicità sulla terra…. La scienza che assicurerà il progresso indefinito dell’uomo e quindi la sua felicità > . La tolleranza come virtù (si pensi all’Epistola de Tolerantia di Locke) e poi i primi tratti di romanticismo che si trovano nel concetto di inquietudine di Locke: e non sarà forse inutile osservare che l’inquietudine è il principale stimolo che ecciti l’industria e l’attività degli uomini > . L’inquietudine consiste nel desiderio di ciò che ci manca ma anche nella speranza e nella fiducia di poterla avere. Che cosa è rimasto di questo ribollio di idee oggi? Lo spirito critico si è spento in una marea di parole vuote, il metodo scientifico si è frantumato in metodologie e tecniche, l’uomo ha perso di conseguenza fiducia nel futuro e il magico > , le credenze irrazionali hanno ripreso vigore. L’inquietudine si è riflessa su se stessa. Cosa occorre fare? Buttare i libri alle ortiche (come sembra suggerire il film Cento Chiodi di Olmi) e buttarsi nell’empatia con gli altri e con la natura? O riprendere con calma le fila di un discorso interrotto, ridando fiducia al metodo scientifico? Come diceva Vico ma in tal densa notte di tenebre…. apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità…: che questo mondo civile è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana".

Paul HazardBoivin et Cie