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Vai all'inferno, Dante!
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Vai all'inferno, Dante!

Vasco Guidobaldi, di antica e ricca famiglia fiorentina, è un adolescente viziato, strafottente ed egoista, abituato ad averle tutte vinte, a casa, a scuola e con gli amici. Ha perso da poco la mamma e il padre si è rinchiuso in un profondo isolamento; sotto la patina di spensierato ragazzo si nasconde una acuta sofferenza, un misto di rimpianti e di rassegnazione. Sfoga la rabbia con Fortnite, un videogioco, un campo di battaglia virtuale, dove è spesso vincitore.  > A separare nettamente la mia vita vera da Fortnite non c'è un fiume, non c'è una montagna, ma solo una frontiera immaginaria che spesso attraverso senza accorgermene....) A me il gioco piace, perché l'adrenalina che mi entra nella pancia scaccia il leone che mi morde il cuore, come fa l'odio quando gioco a Fortnite. Almeno per quell'ora. Quando all'improvviso irrompe in Fortnite un nuovo giocatore che sbaraglia Vasco; si fa chiamare Dante e lancia un avvertimento: > fatto non fosti per killare B.R.U.T.O./ma per soccomber sempre contro Dante./Presto saprai perché son venuto . Forse troppo presto per la suspense del racconto, scopriamo che il nuovo concorrente è proprio Dante Alighieri, sceso in terra su richiesta della mamma di Vasco, preoccupata per il figlio. > Nel cielo bello d'anime beate/a me si avvicinò ombra gentile/con l'eleganza che usano le fate./(...) fagli da guida come fu Virgilio, /insegnagli l'amore e la sapienza,/come fosse tuo e non mio figlio. (...) Questa cosa  mi fa impazzire di gioia, ma anche impazzire e basta. E' come se la vedessi al di là di un vetro infrangibile; le nostre mani possono avvicinarsi, ma non toccarsi veramente . E se è ovvio che l'amore materno compia il miracolo della redenzione, è interessante il rovesciamento del personaggio Dante, che, da ignaro viaggiatore che va verso la beatitudine per amore di Virgilio e Beatrice, diviene qui Guida lui stesso del cammino di un adolescente: la relazione con Vasco, di cui è mentore e amico ad un tempo, umanizza il grande poeta, spesso rappresentato altero, distante e già vecchio. Sarebbe stato un bel messaggio per tanti dantisti e professori noiosi, ma questa geniale intuizione  non viene sviluppata dall'autore: come l'innominato di Manzoni (si veda la recensione su «I Promessi Sposi» in questo sito) Vasco si converte senza resistenze, divenendo un bravo ragazzo, studioso, gentile, pronto a dare solidarietà e amore. Seguono trecento pagine inutili. Siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, nel quale ambienti tipicamente giovanili, come i videogiochi, il calcio e la musica rap, si mescolano efficacemente con la Divina Commedia, raccontata in questo modo agli adolescenti. L'autore deve essere un lettore attento di Dante Alighieri, del cui poema coglie aspetti profondamente attuali, come quando fa dire al poeta: > Impara che l'amor non è denaro. /Non mille baci ti faranno ricco/se poi di sentimenti resti avaro.(...) Io invece amai come insegna il sole/che sulla luna mai le mani ha messo/(...) A ogni tramonto, le regala il cielo . Si sente tutto il Paradiso dove l'amore per Beatrice, e per il sommo Bene, fa «trasumanar» Dante  e lo rende «colui che sognando vede» (Canto I verso 70 e Canto XXXIII verso 58 del Paradiso). Ancora una volta, come in Harry Potter (vedi recensione di «Harry Potter e la pietra filosofale» in questo sito) il passaggio dall'adolescenza all'età adulta richiede l'intervento di una forza esterna, dotata di poteri magici, e non implica uno sviluppo autonomo della consapevolezza, come avviene invece nell' Isola del Tesoro (si veda recensione su «L'Isola del Tesoro» in questo sito): se pensiamo che questo libro è rivolto alle ragazze e ai ragazzi con dispiacere dobbiamo constatare come ancora una volta il messaggio sia paternalistico e protettivo, non favorendo di fatto una crescita effettiva dell'individuo. Perché non leggerlo? E' noioso.

Luigi GarlandoOscar Mondadori
La valigia di mio padre
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La valigia di mio padre

> Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così dice nel romanzo «La nuova vita» il padre del protagonista, riferendosi al libro alla cui ricerca è dedicato il vorticoso viaggio del figlio attraverso la Turchia. E in un altro passo dello stesso romanzo Pamuk chiarisce come > un buon libro sia un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Sono riflessioni cupe e disperate, che sembrano condurre, tramite la letteratura, alla solitudine, allʼincomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti, ad un mondo, dove ci si segrega, «nascondendo le chiavi» ( da Il libro nero). Si può congiungere il racconto con la vita o ciò è possibile solo nella immobilità dei manichini, così brillantemente favoleggiati nellʼultimo capitolo dellʼ Il Libro nero? È con la speranza di chiarire cosa pensa veramente Pamuk che si affronta la lettura di questo libretto, il quale riporta alcune conferenze dellʼautore. Ed ancora una volta Pamuk ci sorprende. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel, lʼautore affronta il tema della letteratura narrando un emblematico episodio della sua vita, una sorta di metafora, ma reale. Racconta come il padre avesse custodito in una valigetta alcune pagine scritte durante un soggiorno giovanile a Parigi. Per lungo tempo Pamuk ha avuto paura di aprire la valigetta > e leggere i suoi taccuini perché sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, alla folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia... In realtà ero arrabbiato con mio padre perché non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato... ( e solo talvolta) mio padre si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei suoi pensieri, nei sogni . Nelle differenze tra il padre, conciliato con il mondo, ed il figlio, in rotta con sé stesso e con il contesto che lo circonda, sta lʼinfelicità, o meglio la ricerca di una felicità irraggiungibile: > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità . Lo scrivere è come una medicina, che «sa di inchiostro e carta», che se non è possibile prenderla, > sento che lʼinfelicità mi trasforma in una specie di uomo di cemento . Chiudersi in una stanza a scrivere è > riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni . I romanzi > sono modellati per portare con felicità i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Così come regalano felicità al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli può fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata . Scrivere e leggere sono una fuga dalla realtà, in un mondo da noi stessi creato, > pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora più reale di tutto il resto . > Ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo ( da Il mio nome è rosso). La letteratura è un continuo ritorno allo stesso sogno tenero e nostalgico: desiderare essere felici senza trasformare realmente il mondo. Perché leggerlo? Chiarisce bene il pensiero di Pamuk

Orhan PamukGiulio Einaudi
I vecchi e i giovani
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I vecchi e i giovani

Il 1893, anno in cui si svolge gran parte del romanzo, fu denso di avvenimenti gravi per lʼItalia e la Sicilia in particolare. Il governo fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana. In Sicilia lʼesplosione rivoluzionaria del movimento dei Fasci, che aveva convogliato gran parte del sottoproletariato ( contadini e lavoratori delle solfatare) venne represso nel sangue da un corpo dʼarmata inviato dal continente. La paura di una rivoluzione sociale consolidò lʼalleanza tra le parti borboniche e quelle patriottiche della classe dirigente isolana, e tra questʼultima e la borghesia del Nord. Fu un anno determinante per la storia del Meridione, che pose fine alle ultime speranze di rinascimento del Sud, generate dallʼUnità dʼItalia. In questo contesto, Pirandello, ancora sotto lʼinfluenza del verismo, ha scritto un romanzo apparentemente storico, ma in realtà intessuto di ricordi, della propria terra e della propria famiglia, e denso di un amaro senso di avvilimento, che solo lʼestraniazione dai fatti della vita permette di sostenere. Il romanzo è distinto in due parti. La prima, senza dubbio la più felice, è ambientata ad Agrigento, che, > nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nellʼabbandono di una miseria senza riparo . Il divario tra la grandezza del passato e il decadimento del presente non è dato solo dal paesaggio ma anche dal contrasto tra i vecchi e i giovani. I primi sono rappresentati in modo emblematico dalla figure del principe Ippolito ( irriducibile borbonico) e da Mauro Mortara, un vecchio garibaldino, che vive nel ricordo glorioso delle imprese risorgimentali. Mentre i vecchi sono bloccati nel ruolo che gli è stato affidato dalla storia e quindi si muovono sicuri e convinti, i giovani sono invece incerti, oppressi da una vita presente sempre più lontana dagli ideali risorgimentali, non sapendo su quali valori mettere le radici. Tra i vecchi e i giovani si muovono gli opportunisti, quelli che per tornaconto o semplicemente per pigrizia, approfittano del decadimento morale della società italiana. Esiste, poi, un altro gruppo, che ha capito «la vanità del tempo» e si é isolato ponendosi ai bordi della follia. Man mano che si procede nella lettura, ci si rende conto dellʼattualità del racconto. Si parla della Sicilia dellʼottocento o dellʼItalia di oggi? Il divario tra i vecchi e i giovani è lʼeterno conflitto generazionale o invece la conseguenza di una eredità avvilente e sconfortante che le generazioni passate lasciano a quelle successive? > Che poteva la gioventù, se lʼavara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei lʼespiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione di ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ma fino a quando la situazione sociale è immutabile, ciascuno può agire tranquillamente secondo il ruolo che gli è stato affidato o che ha deciso di assumere: i rivoluzionari possono gridare slogan contro i potenti, questʼultimi possono tramare traffici e nefandezze, i vecchi possono restare ancorati ai propri valori mentre i giovani lasciarsi trascinare e in fondo comandare dagli opportunisti. È una commedia la cui tragicità non emerge dalla consapevolezza dei protagonisti ma dalla desolazione del paesaggio e dallʼaccecante povertà del popolo. Che differenza tra la scrittura di Pirandello, dalla quale traspare un profondo coinvolgimento con la sua terra, e quella di Camilleri, dove la Sicilia diviene occasione di folclore e di una scontata ironia! Anche questo è un segno del declino del nostro paese. La rivoluzione sociale e i fatti politici immettono in modo prepotente la realtà nel gioco delle finzioni. La seconda parte del romanzo, ambientata in gran parte a Roma, è il racconto di come si rompono i ruoli e di come ciascuno si deve misurare con la verità. Tutti i protagonisti si trovano nella situazione di Corrado Selmi, un eroe risorgimentale diventato un vacuo e corrotto deputato: > il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, sʼera tramutato in quella triste smorfia dura ed amara. Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli si era cacciato allʼimprovviso nel fondo dellʼessere e glielo scompaginava, dandogli quellʼimpressione dʼesser come squarciato dentro, irrimediabilmente . E ciascuno reagisce secondo le proprie forze, ormai fuori dalla finzione: Corrado Selmi si uccide. Nel disperato tentativo di dichiararsi estraneo agli inganni del potente Flaminio Salvo, il bravo ma succube Aurelio Costa viene trucidato dai lavoratori delle solfatare, insieme con Nicoletta Capolino, che era stata sino allora una arrampicatrice sociale, pronta ad usare le proprie grazie femminili per arrivare al successo. Dianella, lʼunica figlia del ricco Flaminio Salvo, impazzisce dinanzi alle nefandezze del padre. Lando, il figlio del principe Ippolito, riconosce, dinanzi alla violenza delle rivolte, che le sue idee socialiste erano mere aspirazioni intellettuali. Lo stesso Flaminio Salvo ammette che la sua avidità si è tradotta in nulla, in vanità. Ma allora chi ha ragione? Forse aveva ragione Don Cosmo, lo zio di Lando, quando diceva > Passerà, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita. Passerà, cari miei.... passerà . Pirandello romanziere è interamente in funzione di Pirandello autore di teatro. Questa sua caratteristica è particolarmente evidente nella seconda parte del romanzo, dove il racconto esplode in dialoghi logici, serrati e concitati tra personaggi, che sembrano recitare sul palcoscenico. Nella prima parte, se non si può parlare di un Pirandello verista né tantomeno scrittore sociale, alla Zola, la scrittura riesce mirabilmente a dare il senso tragico della Sicilia, un sentimento di tristezza infinita per una terra desolata, un tempo così sonora di vita e di cultura. Perché leggerlo? È un libro attuale, in quanto narra anche lʼItalia di oggi.

Luigi PirandelloOscar Mondadori
Il vecchio al mare
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Il vecchio al mare

> Stavo andando in spiaggia, (...) pensavo ai fatti miei quand'ecco che tutto si è fermato: il vento, il mare, gli arbusti, il battito del cuore e delle ciglia, (...) e in quell'attimo di immobilità disorientata l'unica cosa a muoversi è stata una figurina dai contorni d'oro: non un corpo, non una piroetta di polvere, non un guizzo di luce ma una presenza che è corsa lungo il legno del gradino e si è infilata nella sabbia poco più avanti. Per l'io narratore, l'ottantaduenne in vacanza al mare, questa figurina > è uscita dal di dentro del mio corpo , come la «chimera» cantata da Mario Luzi?. («s'avvia tra i muri, è preda della luce.../ forse eri tu, ora è un'apparizione»). O è invece una delle ragazze di Giorgio Caproni?( > ragazze appena visibili/ma acutamente sensibili/nell'aria nera che brilla/lucida come una pupilla ). La risposta di Starnone non è univoca, ci lascia in sospeso. > Del so e non so (...) che dovrei tentare di scrivere. Ma è difficile, ci vorrebbero energia e fiducia, non l'attuale spossatezza dubbiosa che sfuma nel colpo di sonno. Il vecchio scrittore s'impegna comunque a costruire una storia, esile ed elegante come una poesia. La figurina è Lu,  atletica, piena di energia e di giovanile autorità. Ci sono poi altre donne, da Evelina, proprietaria di un negozio di abbigliamento, alle sue amiche-clienti: tutte amanti del marito di Evelina, Silvestro l'ingannatore. Sono personaggi reali o rimembranze affioranti? In Lu, come nelle altre donne, lo scrittore non proietta un senile desiderio erotico, cerca invece di estrarre dal corpo della ragazza > una madre viva, vivissima, (...) una madre senza malattia, sotto i trent'anni, di radiazione benevola, capace di suscitare invidia e poi addomesticarla mutandola in simpatia e affetto. (...) Tuttora, da vecchio, il rischio è quello. Comincio con Rosa (è il nome della madre) e voglio più Rosa, sempre più Rosa, troppa Rosa, sicché mi perdo quel poco di vero -- una risata mentre lei si sistema i capelli con entrambe le mani -- e scivolo nel falso. E come succede spesso quando ci si lascia inviluppare dalla memoria si ritorna con la mente a un frammento ricorrente della vita della persona ricordata, così è per il scrittore nella scena più affascinante dell'intero racconto, scritta mirabilmente in bilico tra realtà e fantasia. Rosa era una sarta e riceveva le clienti a casa dinanzi al figlio ancora bambino. Invitato nel negozio di Evelina, riaffiorano tutte le sensazioni di quelle sedute quando assiste alla scelta dei vestiti da parte delle amiche-clienti. > Io non mi sono perso nemmeno un battito di ciglio. (...) Ho avvertito con violenza l'odore vitalissimo di quel vestirsi e rivestirsi, modellarsi e rimodellarsi e l'ho riconosciuto. Era lo stesso delle clienti di mia madre. Il vecchio scrittore chiede di provare alcuni vestiti indosso a Lu, fino a quel momento presente solo nel ruolo di commessa. E' un crescendo di sensualità e rimembranza. > La ragazza non aveva più occhi di serva affaticata, ma pupille lucenti. (...) I corpi evaporano, c'è poco da fare, si disperdono le ambizioni ,s'assottigliano le possibilità. Ma almeno per ora non è quello che sta accadendo a Lu. Si è chiusa definitivamente a mia madre moribonda e abito dietro abito, gesto compiaciuto dietro gesto compiaciuto, ha recuperato il colorito sano, è di nuovo forte, sprigiona luce di chi vuole compiere a tutti i costi un salto strepitoso fin sopra la cima del mondo. L'immagine di un vecchio malato dinanzi al mare richiama «Morte a Venezia» di Thomas Mann; ed è forse a quest'opera che si è ispirato Starnone invece che al  «Il vecchio e il mare» di Ernst Hemingway, richiamato dal titolo del romanzo. Non c'è il vigore del capolavoro dello scrittore americano mentre si respira quell'atmosfera sensualmente decadente del racconto di Mann. Di certo il tema principale è il pensiero della morte: nostalgie, rimembranze, immagini dell'infanzia si affollano nella mente, portate in superficie dagli abituali frequentatori della spiaggia dove trascorre le sue giornate l'ottantaduenne, in vista al mare. Sotto traccia è presente un tema caro a Starnone, quello della professione dello scrittore. Avvicinandosi alla fine della vita ci si accorge che > manipolare la realtà dei fatti, servirmene per cavarne invenzioni con sprazzi di verità, da giovane è stato ingannevolmente facile, da vecchio un tentativo fiacco sempre a un passo dallo sgomento. Che senso ha ancora la fantasia, credersi vivi inventandosi delle storie?  Starnone è uno dei più raffinati scrittori italiani. Ogni singola frase andrebbe insegnata per l'uso sapiente della sintassi, per l'eleganza del lessico, pur all'interno di un linguaggio contemporaneo e comprensibile a tutti. Questa ricerca del dettaglio va a scapito della trama complessiva, esile e inconcludente. L'attenzione sull'io narrante appiattisce i personaggi, potenzialmente interessanti, e fa scivolare il racconto in una sorta di compiacimento narcisistico. Perché leggerlo? Una lezione di splendido italiano.

Domenico StarnoneGiulio Einaudi
Le veglie alla fattoria di Dikanka
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Le veglie alla fattoria di Dikanka

> Come è inebriante e magnifica una giornata d'estate nella Piccola Russia! (...) Le querce altissime stanno immobili con aria pigra e spensierata, come individui a spasso senza scopo. (...) Gli orti variopinti sono ingemmati dallo smeraldo, dal topazio e dallo zaffiro degli insetti nell'aria, e ombreggiati dagli slanciati girasoli. (...) Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo: esso scorre libero e maestoso, gonfio di acque, fra boschi e alture, senza un fruscìo né un mormorìo In questo ambiente radioso, così amato da Gogol, giace un piccolo villaggio, Dikanka, felice nel ciclo eterno delle stagioni, una povera e serena vita contadina. Nei freddi e lunghi inverni sono le narrazioni dei vecchi, i balli e le feste con le belle ragazze, le baldorie dei cosacchi a far trascorre il tempo in allegria, «un'allegria disinvolta, senza smancerie e affettazioni», come scrisse Puskin (si veda la citazione nella prefazione di Vittorio Strada). Eppure, i paesaggi così ricchi di sentimento, il brio e la magia delle piccole storie sono pervase da una soffusa tristezza per la scomparsa della società cosacca. Siamo nella seconda metà del Settecento, al tempo di Caterina La Grande (imperatrice di Russia dal 1762 al 1796), quando l'indipendenza dei fieri cosacchi fu sottomessa all'autorità di Mosca.  Non c'è il disperato grido di dolore di Taras Bul'ba, dinanzi alla sconfitta e al tradimento del figlio (si veda la recensione in questo sito), qui la distruzione che incombe è rappresentata dai «demoni e dalle streghe», figure tradizionali dell'immaginario contadino, usate da Gogol per dare un senso tenebroso al destino. Nel racconto «La tremenda vendetta», uno stregone usa tutta la sua potenza diabolica per portare morte e sangue tra la gente cosacca, uccidendo il nobile atamano e la stessa figlia Caterina; e richiamando l'Apocalisse di Giovanni > un inaudito prodigio s'era verificato presso Kiev (...): l'orizzonte s'era improvvidamente tanto allargato, che si vedevano gli estremi limiti del mondo. (...) Le nubi si sollevarono dalla montagna più alta, e in vetta a questa apparve un individuo a cavallo in completo assetto di cavaliere, (...) pauroso e immenso, (...) lanciò lo stregone nell'abisso , e tutti i morti > gli si scagliarono addosso e l'afferrarono, addentandolo. Cosa ci sia di allegria in questa profezia angosciante sarebbe bello chiederlo a Puskin, se si potesse. Non tutti i racconti hanno questa impronta apocalittica, difficile da interpretare. In tutte le novelle, però, le piccole storie della gente di Dikanka mescolano due piani dell'esistenza: quella degli esseri umani, fatta di debolezze, sotterfugi, intrallazzi, e avidità, e quella dei diavoli, che operano per sconvolgere e dirigere la vita degli uomini. Fingendosi un apicoltore narratore, lo scrittore vuole raccogliere le chiacchiere che si fanno intorno ai focolari, nelle lunghe notti d'inverno, quando si è stanchi della musica, delle canzoni e delle baldorie, quasi che fosse un semplice trascrittore di narrazioni orali; e forse quindi, sono io che mi sono ficcato in testa chi sa quali fantasie di mortifere profezie! Nel romanzo del 1842 «Le Anime Morte» (si veda la recensione in questo sito) Gogol dice che vuole narrare > l'irritante sedimento delle piccole cose, che impastano la nostra vita ; se lì l'ambiente è la società di provincia, qui è invece l'umile gente, come in «Terra» di Emile Zola e in «I Malavoglia» di Giovanni Verga (si vedano le recensioni in  questo sito). Particolarmente riuscito è il racconto centrale della raccolta, per l'articolazione dei personaggi e della trama: «La notte prima di Natale». Si prenda, per esempio, la scena in cui i notabili del villaggio vengono nascosti in sacchi per non essere sorpresi presso la loro amante: pare di trovarsi in una rappresentazione della Commedia dell'Arte o in un'opera di Moliere. Oppure, sempre in questo racconto, l'incontro dei capi cosacchi con l'imperatrice Caterina, in presenza del famoso principe amante, il fondatore della Piccola Russia e del porto di Odessa (che sia lui lo stregone?). Con fine ironia, e senza esporsi politicamente, Gogol descrive la sottomissione dei capi cosacchi; tanto più sottolineata dalla furbizia dell'umile fabbro del villaggio, che riesce a farsi regalare dalla zarina un paio di scarpette, che aveva promesso alla ragazza, di cui era innamorato. Solo per questo racconto vale la pena leggere il libro. Perché leggerlo? E' dolce perdersi in un mondo magico e ancestrale.

Nikolaj GogolGiulio Einaudi
Venere Privata
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Venere Privata

Duca Lamberti è un medico espulso dall'ordine per avere dato la morte ad una malata terminale; è uscito dal carcere e gli viene proposto un singolare lavoro: liberare dall'alcolismo il giovane rampollo di un grande industriale: Davide Auseri. > Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora toccato.(...) Che espressione aveva quel viso? La cercò, e allora ricordò che espressione era: quella di un ragazzo a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale . Anche se perplesso, Lamberti accetta l'incarico perché > è il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale humour: liberare l'umanità (...) dal flagello dell'alcolismo; liberare l'umanità dalla paura della morte . C'è pure un secondo motivo, che si annida nel profondo dell'animo, in quel mondo interno dal quale cerchiamo sempre di sfuggire: > l'assalto dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo squassava sempre di più di quanto avesse temuto. E va bene avanti, Aveva sbagliato tutto . La prima parte del romanzo sembra ridondante rispetto ad un "noir > , che ci racconta della Milano della prostituzione, del ricatto immorale e della violenza spietata alle quali sono sottoposte ragazze ingenue e fragili. La premessa inquadra la figura di Duca Lamberti, ex medico che si improvvisa investigatore e trova nell'indagine poliziesca la soluzione alle cause dell'alcolismo del giovane Davide e, insieme,  scopre un senso per la propria vita. Nasce un personaggio che si sprofonda nell'abisso della Milano rampante, ricca e apparentemente felice. Andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani (...) non potevano supporre, anche se tutti i giorni leggevano sul Corriere grosse storie del genere, esse appartenevano però, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del crimine, ancora più incomprensibile dell'Einstein della fisica«. A questo punto può iniziare il»noir > , del quale non racconteremo certo la trama né, tanto meno, la conclusione. Scerbanenco ricorda Raymond Chandler (si veda la recensione The Long Good- by). Come nel grande scrittore americano il noir«è un non»noir > . Non c' è l'ordine che contraddistingue il giallo, non siamo in presenza di una solida trama che si evolve in un trionfo del bene sul male. Tutto resta opaco. Pensiamo all'eroina del romanzo: Livia Ussaro. Duca ne è attratto ( segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale > ), eppure la espone al punto che la ragazza verrà fregiata dai criminali e Lamberti aspetta, non interviene a salvarla. Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, più che pensare. (...) Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare > . (...) Sta' zitta, sta' zitta, perché lui doveva mettersi sempre in storie senza via d'uscita, in eterni principi. (...) Quando uno aveva la testa malata come lui non conosceva limiti . Come scrive Luca Doninelli nella prefazione, in Duca Lamberti c' è una malinconia > che nasce da uno sguardo più disincantato (oserei dire persino: più cinico) di quello dei criminali. (...) Egli non è buono, grazie a Dio: solo, vede più lontano e non ha paura di guardare. Vede fin dove c'è da vedere. Il fascino del romanzo risiede nella scrittura: è sufficiente leggere alcune pagine per lasciarsi avvincere dall'eleganza della lingua e dalla malinconica dolcezza dell'italiano di Scerbanenco. Consiglio vivamente il racconto dell'adescamento della povera ragazza, vittima dell'azione criminale. Come dice il poeta parlando del triste destino di un ragno, adescato da una rondine, > le stelle ornate a festa,/lo chiamano pian piano,/ e fan cadere tracce/visibili al pianto,/ mentre velan l'incanto/nivale delle facce . (Enrico Cavacchioli Il ragno). Con lo stesso tono poetico Scerbanenco crea un'atmosfera soffusa, una tristezza che ci sommerge e ci affascina. (Su questo sito si può leggere la recensione dell'Isola degli Idealisti). Perché leggerlo? Lasciamoci avvincere dalla scrittura.

I ventitre giorni della città di Alba
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I ventitre giorni della città di Alba

> Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali. (...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio . La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo. > Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione . Ma perché si diviene partigiani? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione. In «Pioggia e la Sposa» un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui «bambino vestito da città») a coprirsi con il cappello del cugino prete. Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: > vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri . La solitudine diviene attesa della morte in «Lʼodore della morte»: il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo. Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì > quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo . Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana. Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive. Nel racconto «Un altro muro» Max è stato catturato dai fascisti, sogna «la faccia del suo cadavere» e al compagno di cella urla: > tu te la senti di morire per lʼidea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea? Io no. E nemmeno tu . In quel momento > odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi . Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta. Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione. E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in «Ettore va al lavoro», si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti. Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: «Gli inizi del partigiano Raoul». > Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul. Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare . Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: > a cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! O mamma, mamma! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa? Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura. > Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi. (...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani. Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati. (...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta. Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce.... È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe. La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura. Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi. A tratti pare di leggere Cesare Pavese. Perché leggerlo? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.

Beppe FenoglioGiulio Einaudi
Vento largo
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Vento largo

Varì vive ad Aùrno, «paese di arenaria che muore», sulla costa ligure, al confine con la Francia. Gli ulivi, ormai vecchi, non offrono più da vivere e Varì fa il «passeur», ossia accompagna i clandestini in Francia attraverso i sentieri della montagna. In paesi pieni di sole e di salino, tra il vento e il profumo intenso delle mimose, hanno cercato un nascondiglio, dagli altri e da sé stessi, molti personaggi: un vecchio professore olandese, sua figlia che si accompagna con un contrabbandiere, un raccoglitore di farfalle, un cercatore dʼoro. I vecchi contadini, ultimi abitanti di queste zone, e i nuovi abitanti vivono come sospesi, in attesa di un amore, di una vita diversa, della morte. Un vecchio passeur viene ucciso e una ragazza amata da Varì, Sabèl, scompare: è andata a nascondersi in unʼisola presso un convento per cercare serenità e un nuovo equilibrio. Ha ucciso lei il vecchio passeur quando ha scoperto di essere sua figlia? Varì lʼattende invano nel suo paese ormai abbandonato fino a quando si rende conto che il suo destino é vivere e morire nascosto: «che vita cʼé su quei sentieri? nessuna». È probabile che lʼargomento del libro sia lʼangoscia esistenziale dellʼuomo moderno, che si manifesta nella solitudine e nella coscienza di non avere un futuro. In realtà, tuttavia, ciò che affascina del libro è la descrizione di una natura magica, irreale, immutata nei secoli e oggi in disfacimento. > Aùrno, sei case, aveva grandi scalinate di terrazze, fra le rocce... una fontana gorgogliava tutto lʼanno.... Aùrno era ventosa; ma i venti, che la flagellavano, passavano sul mare che li mitigava....Aùrno era morta. Luminosa per via dellʼaltura, delle rocce e del sole; ma ormai tenuta in mano dai signori delle tenebre . Il pregio fondamentale del libro è il paesaggio, rappresentato con uno stile asciutto e nel contempo cromatico, quasi di un pittore che contempli i colori e le sensazioni della natura. Lʼangoscia esistenziale dei personaggi si perde nella ricerca dellʼeffetto pittorico e la loro storia resta misteriosa, incomprensibile, quasi metafisica. Perché non leggerlo? Per leggerlo con piena soddisfazione bisognerebbe essere in Liguria, su quelle montagne: lontano da quel contesto la storia è troppo esile da risultare interessante.

Francesco BiamontiGiulio Einaudi
Verità e Menzogna
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Verità e Menzogna

Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di «Lettere di una novizia» del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di «Le stelle fredde» del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in «Diana, risveglio», > nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno . Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre  da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale > c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire . Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). > Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile? A questo punto il suicidio è avvenuto . Solo con la morte > il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto . Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di «esistenze innumerevoli» (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse «non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga», tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come «una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima»; o come dice Luzi in "Anno" > tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota .  Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare  nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, > tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa. Vicino alla morte, estenuato dalla «delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito»,Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte.  Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' un delirio.

Guido PioveneOscar Mondadori
La verità sul caso Harry Quebert
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La verità sul caso Harry Quebert

Marcus è un giovane scrittore di successo, ma ha perso lʼispirazione.È nel panico e decide di rivolgersi al suo mentore: Harry Quebert, un celeberrimo scrittore che negli anni ʼ70 aveva venduto oltre quindici milioni di copie con il suo secondo libro, Le origini del male. I suggerimenti di Harry sono rassicuranti, anche se inquietanti alla luce della conclusione del romanzo: > le pagine bianche sono una stupidaggine, esattamente come le débacles sessuali dovute ad ansia da prestazione e consiglia Marcus di venire a vivere presso di lui, nella tranquilla città di Aurora. Il giovane accetta ma si viene a trovare al centro di un indagine poliziesca, che coinvolge in prima persona Harry. Vengono rinvenuti i resti di una quindicenne, scomparsa nel 1975, e numerosi indizi fanno pensare che sia Harry lʼassassino: il cadavere è stato ritrovato nel giardino della sua casa con accanto il manoscritto del celebre romanzo, Harry aveva avuto una storia dʼamore con la ragazza ed è probabile che lʼabbia uccisa per evitare che scoppiasse uno scandalo. Marcus non accetta le conclusioni della polizia e si mette in moto per confutare le accuse e trovare il vero assassino. Lentamente, anche troppo, si dipanano i fatti che portarono alla tragica fine della quindicenne. La ricostruzione della verità si sviluppa su due livelli narrativi, incastonati lʼuno nellʼaltro. Il primo livello racconta lʼindagine di Marcus e quindi la graduale scoperta di ciò che avvenne realmente tanti anni prima. Il racconto di Harry e degli altri personaggi permette anche di sviluppare il secondo livello, ossia la narrazione al presente delle vicende di allora. Se il primo livello ha maggiormente i connotati del classico «noir» di provincia , i «flash back» sembrano voler sondare soprattutto le storie individuali dei personaggi, in particolare di Harry e della ragazza. Perché lʼamico ha voluto farsi coinvolgere in una storia dʼamore con una quindicenne: per superficialità, perché veramente innamorato o perché era alla ricerca di materiali per un romanzo? Come Marcus si serve dei segreti, per tanti anni gelosamente custoditi, dellʼamico e degli altri personaggi, così Harry aveva «rubato» il libro di un altro per diventare uno scrittore di successo. > Ero terrorizzato, Marcus! Quellʼestate facevo una fatica enorme a scrivere. Pensavo che non ce lʼavrei mai fatta... e avevo in mano il manoscritto originale di quello che consideravo un capolavoro. Allora ho deciso di farlo mio. Ecco, così ho fondato la mia carriera e la mia vita su una menzogna . Come dice un proverbio «il troppo stroppia». Lʼautore ha caricato il romanzo di un numero eccessivo di finalità: costruire una storia poliziesca; ricostruire, con un esasperato uso della tecnica «avanti e indietro», la vita di provincia, con i suoi misteri sotto la tetra serenità quotidiana; parlare delle sfrenate ambizioni degli scrittori, pronti a tutto pur di aver successo nellʼavido e spietato mondo editoriale. Il risultato è un racconto troppo lungo, povero di suspense ma anche dei necessari approfondimenti psicologici ed ambientali: insomma, un noir troppo noioso per avvincere e una ricerca interiore e sociale eccessivamente superficiale per interessare. La struttura del romanzo su due livelli, a matrioska, è un sofisticato espediente letterario, che rende tuttavia la narrazione ripetitiva e confusa, se non apporta innovazioni tematiche e caratteriali al racconto e non è inserita in una riconoscibile scansione formale: due regole che non sono seguite nel libro dando spesso lʼimpressione al lettore di rileggere inutilmente le stesse vicende. La prevalenza eccessiva dei dialoghi rispetto alla parte espositiva non aiuta a creare momenti di suspense, come vorrebbe il genere «noir», né a meglio qualificare le situazioni e i personaggi, come vorrebbero le finalità non poliziesche del romanzo. Perché non leggerlo? È noioso, faticoso e inconcludente. Cʼè da chiedersi perché abbia avuto tanto successo.

Joel DickerBompiani
Via delle Camelie
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Via delle Camelie

Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sullʼuscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che lʼhanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia? Forse suo padre era un musicista oppure «doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale». Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. > Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere dʼinverno o per farli ridere, secondo come viene . Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché «ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero lʼinnamorato». Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare lʼamante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un «vivere fino alla morte». Ed è proprio la stanca consapevolezza dellʼinutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti lʼhanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante «aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia». Nei romanzi di Mercé Rogoreda cʼè sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, lʼangoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto? È un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non cʼè mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice lʼautrice, é fatta di «tanti giorni». Perché non leggerlo? È così surreale e criptico da essere noioso.

MercèLa Nuova Frontiera
Via delle Oche
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Via delle Oche

Siamo a Bologna nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni del 1948, in un clima di duro scontro tra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare. Il vice commissario De Luca è stato appena trasferito a Bologna per seguire la Buoncostume, lui che era stato il più giovane commissario d'Italia ed era noto per aver risolto numerosi delitti. E' stato declassato, in qualche modo salvato dall'epurazione se non dalla fucilazione, colpevole di aver lavorato all'investigativa della famigerata brigata Muti. Non conosce bene la «geografia politica» della questura, dove convivono un vice questore democristiano e un capo di gabinetto comunista; ma De Luca è caparbiamente legato alla sua missione di poliziotto, a prescindere dal contesto. Al maresciallo Pugliese, l'unico amico a Bologna, che lo invita alla prudenza, dichiara con enfasi che non gli importa se lo usano, > io sono un poliziotto, Pugliese, faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! Un morto in Via delle Oche  il quartiere dei bordelli, gli permette di mettere in campo le capacità investigative. Il corpo è del buttafuori della casa di tolleranza e De Luca  capisce subito che si tratta di un omicidio. Non si ferma anche dopo che il delitto viene derubricato come «suicidio intenzionale» e il vice gabinetto lo invita a non uscire dalle sue competenze. > Gli sconfinamenti d'ufficio, da noi, non sono graditi. (...) Vice commissario aggiunto, pensi alle puttane che sono importanti anche quelle . Continua l'indagine e si imbatte in altri assassinii e nella scomparsa di una giovane prostituta, trovata pure lei morta ammazzata. La testimone chiave è una tenutaria di bordelli, «Tagliaferri Claudia in arte Tripolitina, signorina e non signora»; De Luca potrebbe perdersi nelle braccia della prostituta esperta, trovare momenti di pace nella «pelle, calda e un po' umida di sudore» della donna, ma il poliziotto non dimentica mai la sua missione. Quale legame c'è tra i diversi delitti? Perché il vice questore è così interessato ad insabbiare e il capo gabinetto ad incitare De Luca ad andare avanti? Respinta, «con un sorriso duro, che le fece tornare le rughe agli angoli della bocca», la Tripolitina grida, > non sei così forte, commissario, non lo siamo nessuno dei due. Tu sei solo un poliziotto e io sono solo una puttana . De Luca sa che è uno sconfitto, eppure, come un «eroe discreto», continua testardo nella sua indagine sino a svelare il legame tra i diversi delitti e la > geografia politica che ne é dietro. La nuova Italia è come quella vecchia, fatta di torbidi e inconfessabili segreti, e come De Luca vorremmo correre in bagno, chiuderci dentro, aprire tutti i rubinetti e singhiozzare forte senza che nessuno possa sentirci piangere. Il passato è il presente che vive di memoria > , diceva Sant'Agostino. Nella figura del vice commissario De Luca, in un mondo politico già cinico, in un'autorità già prona ai dettati del potere, ritroviamo l'Italia di oggi, quella delle stragi occultate, dell'asservimento a propositi inconfessabili, della decadenza morale e civile. De Luca è ricattabile, farebbe meglio ad accettare gli inviti dell'affascinante meretrice, e anche lui sognare, come il giovane Dino Campana, tra le vie della Bologna invitante; ed invece sospirò e si alzò dal letto«: scivolò nella solitudine e nella sconfitta pur di restare»eroe discreto«. Il presente è così invadente che pone in secondo piano Bologna,»la città turrita" di Campana; malgrado tutto le ombre e le luci, i rumori di fondo e la variegata fauna umana affiorano di continuo in un affresco di una Bologna ormai svanita. La trama, che vorrebbe essere quella del noir, la struttura dialogica spesso ridondante e i personaggi un po' stereotipati, ad eccezione di De Luca e della Tripolitina, non compromettono un stile narrativo suggestivo e preciso, in grado di creare l'atmosfera di fondo del romanzo: forse meritava una storia più ampia e articolata. Perché leggerlo? Bella la figura di De Luca, suggestiva la descrizione di Bologna degli anni'40

Carlo LucarelliGiulio Einaudi
La via per Kabul
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La via per Kabul

Siamo nel 1939. Annemarie, uscita da una cura di disintossicazione dalla droga, compie un viaggio sino a Kabul con lʼamica Ella Mailart. Il viaggio, che doveva essere unʼoccasione di rinascita per Annemarie e doveva rafforzare il legame con lʼamica, fallisce da tutti i punti di vista. Sarebbe, tuttavia, sbagliato aspettarsi riferimenti alla droga e alla storia sentimentale tra Annemarie ed Ella (il nome di questʼultima compare pochissime volte nel racconto), così come sarebbe illusorio ricercare unʼanalisi dei luoghi e delle diverse società, che le due amiche incontrano. I veri soggetti del libro sono lʼauto, una Ford, e il viaggio come fuga. I diversi bozzetti, che compongono il racconto, descrivono un ambiente sociale e una natura, sempre dura e talvolta affascinante, che restano tuttavia di sfondo e spesso risultano ripetitivi e caratterizzati da un dominante estetismo. > Mi stupisco delle annotazioni prese durante il viaggio. Ho dimenticato la maggior parte dei nomi. Non voglio nemmeno raccontare le leggende che ho raccolto . Lʼunico punto reale è lʼauto, che fatica per salite impossibili, che viene sommersa dalla sabbia, con il motore che bolle per le alte temperature e non parte per il freddo, che deve essere costantemente riparata da meccanici locali, sempre gentili e disponibili. Tutto lʼaltro è illusione! Ma anche il viaggio come fuga è unʼillusione. In un bellissimo brano Annemarie così sintetizza il suo viaggio verso Kabul: > a dire il vero, ero semplicemente stanca di viaggiare e volevo tornare a casa. Temevo di essermi spinta troppo oltre e di aver varcato, senza volerlo, il limite dello spazio assegnato allʼessere umano... Ecco perché ho voluto un giorno liberarmi, non so esattamente da quale destino... Ma quando ancora una volta scende la magia del crepuscolo, quando si spegne il giorno senzʼombra, e i caprioli stanno sul pendio erboso già avvolto nella nebbia; quando ancora una volta mi è riservata unʼora così innocente, sono pronta a chinare gli occhi e a pentirmi e a non indulgere più alla tentazione, ad ammettere che noi siamo radicati in uno spazio ristretto e possiamo percorrere solo un brevissimo tratto, mentre al di là, in una lontananza incalcolabile, le navi approdavano ai lidi della morte . Dalla lettura di questo brano appaiono evidenti i limiti del racconto: è fatto di piccole elegie (quasi delle poesie in prosa), che poco hanno a che fare con le vicende del viaggio, con lʼambiente e la natura. Il racconto è di fatto introspettivo ma, poiché il dramma della protagonista ( la droga e la disperazione) non emerge mai se non dietro le righe, esso risulta alla fine troppo esangue per appassionare la lettura. Perché non leggerlo? È ripetitivo, noioso e inconsistente.

Annemarie SchwarzenbachIl Saggiatore
Viaggiare in giallo
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Viaggiare in giallo

Lʼeditore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con «Calcio in giallo» ed adesso si affronta lʼargomento del viaggio. È unʼottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non «tirando via», piuttosto cercando di valorizzare il legame tra lʼargomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sullʼunico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, «La segreta alchimia», Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con lʼamico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di unʼofferta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città «magica», insieme con lʼamico Pippo e con la fidanzata che lʼattende nella città ceca. Lʼalgoritmo che assegna a caso i posti (un «dio elettronico», un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; > come diceva lʼingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o lʼeffetto che dir si voglia dʼun unico motivo, ma sono come un vortice , Larisa («una escort dʼalto bordo o una spia di Putin...?») travolge il giovane siciliano, con > il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate , lo porta a pensare > al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin... , ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di > stare serenamente seduto accanto allʼottima compagna bolscevica Larisa . Ma «il dio del low cost» può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere dʼalbergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, lʼindifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non cʼè grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso. Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire? Le regole dʼingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce lʼimmaginazione e la creatività. Perché non leggerlo? È noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.

Vari AutoriSellerio Editore
I Viceré
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I Viceré

I Viceré sono una edizione ottocentesca della serie televisiva Brothers & Sisters. Gli Uzeda sono una antica famiglia nobiliare di Catania, che annoverano tra gli antenati persino una santa. > La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un frattacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Come nella famosa serie televisiva, i membri della grande famiglia litigano, si insultano, tramano ma vivono sempre insieme, ritornano sempre nella grande casa principesca. Siamo nel 1850, dopo la rivoluzione siciliana del 1848- 1849, conclusasi nel sangue. La principessa madre, una donna avida e cattiva, muore lasciando due eredi: il figlio maggiore, che assume il titolo di principe, e il figlio amato, il contino Raimondo. Il principe opera subito per prendere in mano tutta lʼeredità mediante intrighi e sotterfugi. Nel frattempo la storia cammina e la «nuova Italia» permette alla famiglia, pur profondamente borbonica e reazionaria, di trovare vantaggio dalle cariche pubbliche, adesso elettive, e dalla confisca dei beni ecclesiastici. Si arriva al conflitto tra il principe e il figlio Consalvo, la cui colpa è di ferire il principe nel «sentimento più forte di tutti gli altri», la «sua borsa». Ma Consalvo è anchʼegli un Uzeda. Se > il principe aveva lottato tutta la vita per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie , Consalvo non pensava che > al proprio interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto . Erano in fondo entrambi i rappresentanti > degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini . Ed è forse la vera conclusione del romanzo. Quando Consalvo diviene deputato fingendosi democratico e va dalla zia Ferdinanda, che esclama con ira «Tempi obbrobriosi... Razza degenere!», il nuovo principe, e membro del Parlamento del Regno, le risponde con una verità profondamente pessimistica ma spesso vera: > la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa . I Vicerè sono un romanzo corale. I singoli protagonisti sono stereotipi di un ruolo sociale al quale sono condannati. Il lettore non riesce ad appassionarsi ai personaggi né alla vicende, anchʼesse ripetitive e spesso scontate. Il romanzo, come tutti i grandi libri dellʼOttocento, scorre piano senza salti e rapide, come un grande fiume. È facile da leggere ma anche monotono. Perché leggerlo? Perché si legge bene sotto lʼombrellone.

Le vie dell'immaginazione
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Le vie dell'immaginazione

Maja e Klaas si sono conosciuti nella redazione di un quotidiano di provincia; il loro innamoramento fu accompagnato da conversazioni interminabili e da molte letture, > il loro mondo era fatto di carta stampata, di prese di opinioni, analisi, riflessioni scritte e orali . La nascita di tre figli costrinse Maja a dedicarsi alla famiglia, abbandonando il lavoro. Si prospetta una vita prosaica, dal quale trarne un decoroso piacere, un amore che diventi lentamente un'affettuosa amicizia. Quando tre vicende cambiano la vita dei due coniugi. Klaas scopre un poeta sconosciuto, Bernard Mork. Viene in possesso delle sue poesie e ne rimane affascinato, in particolare dalla successione dei temi trattati: nei Canti Mattutini per Eva emerge un prorompere di estasi sensuale, tanto che a Klaas «la sua stessa esistenza gli sembrava ad un tratto arida e sterile»; nei Principi di Ordine si assiste ad un progressivo ritorno ad un autocontrollo; e le Lettere a Bauci sono piene di una serenità austera. E' la storia di una relazione amorosa tra un uomo e una donna, una sorta di Canzoniere, nel quale, durante il lungo cammino attraverso l'esistenza, Petrarca passa dalle fantasie erotiche per la donna amata alla soffusa nostalgia per la dolcezza degli occhi di Laura sino al timoroso raccoglimento per la morte vicina. Ma chi é Bernard Mork?  Se Klaas è impegnato in questa indagine, Maja vive un'altra esperienza, altrettanto integrante e misteriosa. Durante un viaggio di trasferimento verso la Costa Azzurra hanno un incidente d'auto: Klaas deve fermarsi per attendere la riparazione della macchina mentre Maja con i bambini prosegue a bordo di un camion. > Alla luce fioca del cruscotto il camionista accanto a lei era una montagna d'ombra (...), un gigante, una forza sovrumana, li aveva presi sotto la sua protezione . In uno stato di quasi incoscienza, «insignificante ingranaggio di quel colosso su ruote», Maja ascolta le storie del camionista. In tutte compaiono delle donne misteriose, apparizioni o esseri umani, streghe malefiche o creature smarrite: in ogni caso trascinate dal desiderio della morte. Se la ricerca di Klaas ha ancora le sembianze del reale, anche se la poesia alimenta la fantasia, i racconti del camionista appartengono al mondo dell'immaginazione, agli incubi della stessa Maja, forse. E' invece senza dubbio vero, ma indecifrabile, ciò che accade nella splendida casa sulla Costa Azzurra. Di proprietà di una ricca aristocratica russa, assente perché sempre in viaggio, è gestita dal custode, uomo sospettoso e irascibile, più volte sorpreso a vendere i preziosi oggetti della villa. In particolare è proibito ai bambini giocare vicino ad un piccolo deposito: semplicemente di attrezzi o nascondiglio di qualcosa di più inquietante, come, per esempio, il cadavere della ricca dama russa? I tre filoni narrativi si sviluppano in parallelo per concludersi con la scoperta della vera identità del poeta: Bernard Mork è una donna! Ma come una donna scrive di erotismo, narra la sua relazione amorosa? Per Maja la risposta è semplice: > nella sua poesia lei era sia uomo che donna. (...) Ma per non fare torto a sua figlia, Eva, è stata costretta a cambiare. E' stata una scelta consapevole. Questo è un ragionamento da madre, non da poeta > , risponde Klaas, il quale, poi, si sprofonda in una dissertazione letteraria. Non basterebbe farsi raccontare le storie dei camionisti > per capire che il vero tema è la forza della donna che vuole diventare protagonista, almeno nella poesia. Il romanzo resta sospeso, chiudendosi quasi per stanchezza. Se ci sforziamo di dare una interpretazione unitaria ad un racconto frammentato nei suoi tre filoni narrativi, potremmo fare questa considerazione: coesistono in tutti noi tre sfere, il mondo reale, quello ideale e quello interno. Nel mondo reale ci possono essere dei delitti, anche se irrisolti, ci sono personaggi e luoghi, e quindi le descrizioni realiste e l'ordine degli eventi; nel mondo ideale ci sono la letteratura, la filosofia e così via; in quello interno ci sono i sentimenti, gli incubi e i sogni. Dovunque cerchiamo di collocarci (per esempio, Klaas nella letteratura, Maja nei sogni), è difficile difendersi dall'immaginazione perché le sue vie sono molteplici. Per caso mentre tu dormi/per un involontario movimento delle dita/ti faccio il solletico e tu ridi/ridi senza svegliarti/così soddisfatta del tuo corpo ridi/approvi la vita anche nel sonno/come quel giorno che mi hai detto:/lasciami dormire, devo finire un sogno"(Luciano Porta dalla raccolta Invasioni). Grande scrittrice olandese, Haasse sviluppa la storia con una scrittura semplice, elegante ed efficace. Si legge piacevolmente, perdendosi nei dettagli, minuziosi e suggestivi: da soli, tuttavia, non in grado di reggere una trama esile, frastagliata e dispersiva. La relazione tra Maja e Klaas rimane sullo sfondo, non è approfondita dalla sintassi e dalle parole: sta lì immobile, ciascuno dei due coniugi chiusi nel loro io incomunicabile, malgrado l'immaginazione. Ciò che non dà la storia avrebbe potuto offrire lo stile narrativo; non è così. Perché leggerlo? Piacevole

Hella HaasseIperborea
Il violinista
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Il violinista

Christian e Noemi sono due ragazzi con unʼestrazione sociale molto differente (Christian molto povero, Noemi di una ricca famiglia ebrea), ma sono entrambi animati da una forte ambizione e da una ricerca di una «vita straordinaria». Un episodio drammatico della loro infanzia, l’incendio e la distruzione della casa di Noemi, spezza anche una tenera amicizia e divide, irrimediabilmente, la vita dei due ragazzi. Il meraviglioso giardino dove si sono conosciuti non esiste più: la felicità dell’infanzia si è dissolta. Nella prima parte, la più suggestiva anche per la descrizione della cultura rurale danese, vengono narrate le vicende di Christian, la nascita della sua vocazione di violinista, la fuga del padre, la nuova famiglia e la solitudine, la vita del mare, l’educazione presso una nuova famiglia. Prevale un sottofondo tragico ma il ragazzo affronta le disgrazie con una forte speranza verso il futuro. Particolarmente bella è la descrizione dell’ambiente umano e naturale che si sviluppa intorno a una fonte, la cui acqua è considerata in grado di guarire le malattie. Il rapporto con la natura assume connotati magici, animistici e fiabeschi, collocando gli animali, in particolare gli uccelli, su un piano di intensa relazione con gli uomini. Quanto è lontana la società di Andersen rispetto alla nostra ed è chiaro il passaggio da una società rurale a una industriale!Anche nella prima parte, il tema del Sud appare uno dei riferimenti fondamentali del libro: le migrazioni delle cicogne e degli uccelli sono appunto il legame tra il Nord e il Sud dell’Europa, un meridione sognato e vissuto come terra del sole, del caldo e della cultura. L’ultima parte del libro si concentra su Noemi, ormai bella fanciulla, prima innamorata di un fantino e poi sposa a un ricco aristocratico francese. Vienna, Roma e Parigi sono gli ambienti nei quali vive Noemi, mentre Christian rimane in Danimarca a sognare e a vivere poveramente. La vita dei due ragazzi è molto differente ma la conclusione è drammaticamente simile. Christian muore deluso e stanco, Noemi ritorna in Danimarca, ricca ed elegante, ma anch’essa conscia di non avere raggiunto nessuna delle aspirazioni della propria gioventù. Valeva la pena? Non era forse meglio che i due ragazzi accettassero fin dall’inizio una vita routinaria e tranquilla; oppure esisteva un’alternativa che avesse le sue basi in sentimenti più profondi rispetto alla ricerca di qualche cosa di meraviglioso?Non si capisce quale sia la morale di Andersen: forse il filo conduttore del libro è la lotta per la sopravvivenza e per lo sviluppo, nel quale emerge soltanto il più forte. La cicogna amica di Christian viene uccisa dai suoi compagni di migrazione perché non è più in grado di fare il lungo viaggio verso il Sud. Il ritmo narrativo è molto efficace nella prima parte del libro per poi disperdersi e diventare farraginoso e noioso.

Vita
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Vita

> Quando una cosa è passata, cosa la differenzia, nella realtà del presente, da unʼillusione o da una fantasia? Se pure ha avuto una sua esistenza, poi non ne avrà nessuna, tranne che nella memoria . Lʼautrice ricostruisce la storia americana di suo nonno, Diamante, e del suo amore per una ragazza, Vita. Nei primi anni del novecento, la miseria e la disperazione spingevano gli italiani ad emigrare negli Stati Uniti. Diamante, undicenne, e Vita, ancora bambina, andarono a New York presso il padre di lei. Il viaggio in nave e la vita durissima nel nuovo mondo crearono tra loro un legame indissolubile, che, come spesso succede, non riuscì mai a concretizzarsi in un rapporto duraturo e stabile. Il racconto si articola in tre parti. Nella prima parte, dal titolo «la linea di fuoco», lʼautrice narra lʼarrivo in America dei due fanciulli e descrive, con pagine cupe, dure e talvolta raccapriccianti, lʼambiente italiano dellʼemigrazione. Predominano la miseria e la violenza. Gli italiani lottano per sopravvivere e inviare qualche soldo in Italia. Per Diamante e Vita cʼè anche il contesto nel quale si trovano a vivere: lo squallore e lʼavidità del padre della bambina; lʼamante di lui, unico riferimento materno per Vita, ma per questo odiata perché lʼallontana dalla sua vera madre, rimasta in Italia; i connazionali, che frequentano, abbruttiti dal lavoro, la pensione gestita dal padre di Vita. Potrebbe essere una narrazione alla Dickens così come un romanzo realistico alla Zola: niente di tutto questo. Gli episodi si susseguono come se fossero una serie di incubi, di sogni maledetti, di trasposizioni allʼesterno di angosce esistenziali dellʼautrice. Su tutto incombe la città maledetta, la cui rappresentazione ricorda, per le immagini utilizzate e lo stile enfatico, le «Città terribili» di DʼAnnunzio. Questa parte del romanzo si chiude in modo drammatico: Vita dà fuoco allʼamante del padre cercando di ucciderla. Nella seconda parte, «la strada di casa», il figlio di Vita ripercorre, come soldato americano sul fronte italiano della seconda guerra mondiale, la ricerca di Diamante e della sua famiglia. Poi ci ritroviamo nellʼItalia degli anni cinquanta, quando Vita, ormai ricca vedova e donna affermata, viene a Roma per incontrare Diamante e chiedergli di andare a vivere insieme. Ne riceve un tacito rifiuto: è troppo tardi. Nella terza parte, «il filo dellʼacqua», si ritorna in America con Diamante e Vita, ancora giovani, ma ormai separati. Vita ha dʼaltra parte tradito Diamante e quindi il ragazzo è fuggito per dimenticarla. Quando ritorna a New York per imbarcarsi per lʼItalia le chiede se vuole partire anche lei. Ma ormai i due giovani sono troppo distanti, i loro mondi si sono allontanati: «lʼ America mi piace, ci sto bene» pensa Vita. Ma la storia è una ricostruzione basata su documenti e racconti dei protagonisti o è invece il frutto dellʼimmaginazione dellʼautrice? Ovviamente Diamante è realmente esistito, ma era un uomo taciturno e chiuso, che poco ha raccontato della sua vita. Della ragazza, Vita, la scrittrice non è riuscita a trovare traccia, neanche dopo una minuziosa ricognizione dellʼarchivio parocchiale del suo paese dʼorigine. Ma forse lʼamore tra Diamante e Vita è un ideale, un vagheggiamento, una fotografia confusa, come quella che lʼautrice immagina si siano fatti i due giovani. > I loro visi erano un alone indeciso, sfocato, come se allʼultimo momento avessero preferito non lasciarsi catturare, non consegnare a un ricordo morto lʼattimo irrepetibile che stavano vivendo. Diamante era un lampo nero. Vita una macchia bianca. I loro lineamenti sovrapposti e indistinguibili, come appartenessero a una persona sola . Lʼidea di base del libro è interessante. Narrare lʼemigrazione italiana tramite lʼamore di due personaggi: un amore dʼinfanzia sempre ricercato e mai trovato, senza un vero motivo. È un peccato che questo spunto venga sviluppato senza una vera trama narrativa, risultando alla fine dispersivo e frammentario. Lo stile, ricco di incisi, ridondante di vocaboli e di immagini, non riesce a dare vitalità e fascino alla narrazione, che resta, in tal modo, in mezzo tra molteplici generi letterari: la storia familiare, il romanzo sociale, la ricerca, frutto anche della fantasia, di un proprio percorso esistenziale e sentimentale. Perché non leggerlo? La lettura è noiosa e spesso pesante. Non aiuta la comprensione dellʼemigrazione italiana. Lʼamore tra Diamante e Vita resta sospeso e vago senza coinvolgere il lettore.

G. Melania MazzuccoRCS / Rizzoli
La vita bugiarda degli adulti
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La vita bugiarda degli adulti

Giovanna, l'io narrante, è un' adolescente che vive in un bel quartiere di Napoli con genitori istruiti e di sinistra: il padre professore universitario, la madre insegnante di liceo e traduttrice. Pure la coppia di amici che frequentano ha le stesse caratteristiche: anche lui docente universitario, abituale compagno di accese discussioni con il padre, lei signora della buona società, sempre elegante e spesso con uno splendido braccialetto. Ci sono  poi le loro figlie, amiche e confidenti di Giovanna. Una bella famiglia borghese, quindi! La ragazza comincia a non andare bene a scuola e origlia alla porta una frase del padre. > l'adolescenza non c'entra: sta facendo la faccia di Vittoria. (...) Fu così che a dodici anni appresi dalla voce di mio padre, soffocata dallo sforzo di tenerla bassa, che stavo diventando come sua sorella, una donna nella quale-- gliel'avevo sentito dire fin da quando avevo memoria--combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità . Sorge in Giovanna il desiderio irrefrenabile di conoscere zia Vittoria, tanto odiata dal padre che in una foto di famiglia la sua immagine era stata tagliata. Voleva sapere se le brutte parole del padre erano dovute solo ad un dispiacere momentaneo o lui, così accorto, avesse individuato > i tratti di un mio guasto futuro. (...) Volevo capire se mia zia si stesse davvero affacciando attraverso il mio corpo: le sopracciglia foltissime, gli occhi troppo piccoli e di un marrone senza luce, (...) il labbro superiore corto con una disgustosa peluria scura, (...) il mento aguzzo e il naso, ah il naso, come si protendeva senza garbo verso lo specchio, (...) erano già elementi del viso di zia Vittoria, o miei e soltanto miei? (...) Ero io o l'avanguardia di mia zia, lei in tutto il suo orrore? Giovanna non si rende conto che il viaggio che sta intraprendendo, la conoscenza della zia e del suo mondo (i quartieri popolari di Napoli), non sarà solo la conferma o meno delle radici della sua presunta bruttezza: sarà una discesa verso la demolizione dei suoi genitori, la privazione della madre e l'estraneità del padre. Le figure genitoriali, prima viste come un olimpo di perfezione e di esempi da imitare, si sgretolano fino a dissolversi. > Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? Non è la scoperta della torbida relazione che lega i genitori alla coppia di amici: il padre ha da anni come amante la moglie del collega, il quale a sua volta tresca con sua madre; e neanche l'oscura storia del braccialetto indossato con tanta visibilità dall'amante del padre: in modo poco chiaro esso pervenne a zia Vittoria, la quale lo voleva dare in dono a Giovanna ma il padre lo regalò all'amante. Sono le parole a devastare la fine dell'infanzia: il tempo dell'adolescenza sarebbe lento, > fatto di grandi blocchi grigi e improvvise gibbosità di colore verde o rosso o viola. I blocchi non hanno ore, giorni, mesi, anni, e le stagioni sono incerte, fa caldo e freddo, piove e c'è il sole. (...) Appena cerchi le parole, la lentezza si muta in  vortice e i colori si confondono come quelli di frutta diversa in un frullatore .  Ed ecco siamo arrivati al cuore della questione, il tema della cultura. A differenza di Confucio che ritiene la cultura la chiave per cogliere «il senso dell'umanità reciproca», Elena Ferrante pare essere della mia opinione: la buona istruzione scolastica, il possesso del linguaggio, la consuetudine con i libri e con gli ambienti culturalmente impegnati, sono una gabbia che imprigiona i sentimenti, li sommerge sotto l'abile gioco semantico, crea apparenza e non sincerità. Il problema è che Giovanna, pur riconoscendo in zia Vittoria la forza prodigiosa della schiettezza (l'odio espresso senza filtri, l'intimità, le emozioni traboccanti, l'autenticità del vivere), si innamora comunque di un intellettuale, del quale è affascinata dalle parole, oltre che dall'aspetto. Cultura falsa chimera! Non si conosce l'umanità con il pensiero, lo si coglie con l'empatia. Per fortuna irrompe zia Vittoria e la salva. > Hai sentito, Giannì, qua ti chiamano bambina. Ma tu sei una bambina? E' allora perché ti metti tra Giuliana e il fidanzato? Rispondi, invece di rompere il cazzo con il braccialetto. Sei peggio di mio fratello? Dimmelo, ti sto a sentire: sei più presuntuosa di tuo padre? Il libro è un romanzo di formazione. E' intrigante all'inizio e crea nel lettore l'aspettativa di zia Vittoria: è l'attesa di un personaggio caratteriale, viscerale e sanguigno. Ed invece questa figura resta a latere, talvolta richiamata nella trama ma mai protagonista. Il racconto si svolge o meglio rotola lungo una vicenda banale e un sistema fragile di personaggi. Non appoggiandosi alla trama e ai caratteri, alla complessità dei loro legami come nell'Amica Geniale, la scrittua rileva tutti i suoi limiti: scorrevole, ma fiacca, senza tempra, superficiale come la storia. Perché leggerlo? Chi si è innamorato dell'Amica Geniale non può perderlo.

Elena FerranteEdizioni e/o
Vita mortale e immortale della bambina di Milano
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Vita mortale e immortale della bambina di Milano

E difficile trovare un filo conduttore in questo breve romanzo, dalla trama esile, dai personaggi abbozzati perché vagheggiati e dal titolo fuorviante. C'è tuttavia un punto di ancoraggio: la figura della nonna, intorno alla quale si sviluppa il percorso di formazione del protagonista, l'io narratore di questa storia. > Troppo piccola di statura, grassoccia e gobba, bruttarella nel viso rosso e con venuzze violacee nelle guance.... trattata come serva in casa della figlia, solo la nonna ha amato il protagonista bambino di un affetto che non attendeva di essere ricambiato: > appena nato ero stato nu cusariello di libastro vivo, un sorsetto di giulebbe di ciliegia, 'nu franfellik a base di zucchero, vaniglia e cannella che se pure pisciava, pisciava acqua santa. (...) E mo guarda comm'ero addivintato, nunmevulevostafermonupoco, fatti pettinare. Per lei il nipote aveva qualità, «che nessuno, tranne lei, se ne poteva accorgere». Che influenza poteva avere una nonna siffatta in un bambino sognatore, pieno di suggestioni alimentate dalle troppe letture? La testa è zeppa di fantasie disordinate, di troppi ruoli da ricoprire: > il caubboi, il senza famiglia, il mozzo, il naufrago, il cacciatore, l'esploratore, il cavaliere errante, Ettore, Ulisse, il tribuno della plebe ed infine Orfeo che era andato a riprendersi la fidanzata Euridice nell'oltre tomba. Per dare realtà alle sue fantasie, il bambino doveva trovare la sua Euridice e l'entrata nel regno dei morti. La prima è una bambina milanese, che vive nel caseggiato di fronte e che lui guarda tutti i giorni mentre danza sul balcone in modo spericolato. Attenta a non cadere! vorrebbe urlargli il bambino, potresti finire come Euridice uccisa dal morso di un serpente lasciando sconsolato Orfeo. L'entrata al regno dei morti, dove salvare la piccola milanese, è un tombino in un cortile vicino casa; tombino sotto il quale si sentono strani rumori, forse le urla e i lamenti dei defunti. E' un'infanzia felice, protetta dalla nonna, immersa in un mondo fantastico: il nostro protagonista è Enea alla ricerca di Anchise (anche se il viaggio nell'oltre tomba è la scoperta di una foto dei nonni felici e belli al loro matrimonio), ha la sua Laura (la piccola milanese) ed è pure Lancillotto che duella con i nemici dinanzi alla bella amata; e che importa se il nemico sia un amico d'infanzia e le armi una bicicletta e un ombrello taroccato da spada. Proseguendo negli studi il nostro protagonista scopre che la lingua della nonna, così fascinosa ed affettuosa, lo porta a commettere numerosi errori di ortografia e di sintassi, gli impedisce di liberarsi dal napoletano per parlare e scrivere un italiano corretto. Si dissolve la magia. > Come se a partire dai dodici e tredici anni fossi miracolosamente diventato più vecchio di lei, le era venuta, in aggiunta, una specie di soggezione nei miei confronti.(...) A diciannove anni non avevo ancora nessuna voglia di rievocare l'infanzia. (...) Sotto sotto, avrei preferito essere venuto al mondo intorno ai diciassette anni, evitandomi le sciocchezze dei primi sedici.   L'ultimo passo verso il distacco è quando il nostro protagonista usa la strana e disprezzata lingua della nonna per superare brillantemente l'esame di glottologia all'università. Dovevo, pensa il protagonista, «dimostrare che sapevo accostare al modo prescritto gli incolti che parlavano» il dialetto. > Mi stavo approfittando della sua credulità come se fosse bambina. (...) Puntarla a tenerla lì in un angolo per un paio di mattinate, (...) e spingerla a dirmi (...) qualsiasi cosa le venisse in mente del suo mondo di nonna-serva che sapeva più parole napoletane di chiunque altro.   Con la sparizione della nonna, scrive con rassegnata malinconia il protagonista ormai adulto, > persi inequivocabilmente la spinta a fare grandi cose (...) sapendo ormai che quel poco di veramente vivo che facciamo vivendo resta fuori dalla scrittura, i segni sono costituzionalmente insufficienti, oscillano tra commento e sgomento, meno male che è così. Mi concessi solo una piccola attenuante e ancora oggi me la concedo: il piacere della parola che sul momento pare giusta poi no . Torniamo a Pasolini, per il quale solo «i ragazzi di vita» colgono l'essenza della realtà, senza mediazioni, perché usano «la lingua dei parlanti». Ed allora tutto questo scrivere, da secoli e secoli, non è altro che una forma di narcisismo, di ricerca del piacere, l'eterno io specchiante. E la parola non è altro che un inutile filtro tra noi e l'essenza della vita e della morte. Il pregio principale del romanzo è la scrittura. Si rimane ammirati ed avvinti dall'equilibrio stilistico tra semplicità e complessità delle frasi, dalla fluidità del narrare e dall'uso sapiente delle parole, in particolare degli aggettivi. Può darsi che il piacere dello scrivere sia fragile, come dice Starnone, ma ben venga questa fragilità. Alla fine il gusto della lingua prende il sopravvento rispetto alla storia: è intrigante e istruttivo approfondire la fonetica: è tuttavia una divagazione eccessiva che toglie compattezza al racconto. Perché leggerlo? E' stilisticamente perfetto, splendida la figura della nonna.

Domenico StarnoneGiulio Einaudi
La vita non é in ordine alfabetico
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La vita non é in ordine alfabetico

> Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo lʼaltra ha cominciato a tirare fuori le lettere dellʼalfabeto... con ventuno lettere... si può costruire e distruggere il mondo . Le lettere si possono mettere in ordine secondo lʼalfabeto. A ciascuna delle lettere corrisponde una parola in grado di descrivere e qualificare, ma, a differenza dellʼalfabeto, non cʼè alcuna successione logica o causale tra le parole. Per esempio, Bandiera e Buio sono vocaboli che cominciano entrambi con la lettera b, ma che legame cʼè tra di essi? E così è la vita: gli episodi, i sentimenti, le relazioni si affollano e si succedono senza una ragione, senza una regola. Il libro è un insieme di storie brevissime, di poche righe, che, prendendo lo spunto da una parola, colgono lʼessenza di uno stato dʼanimo, di un contesto sociale e familiare, di una condizione esistenziale. Entrata è un vocabolo banale. Partendo da esso, proprio dalla sua ovvietà, lʼautore descrive il profondo legame tra madre e figlio: > lei ti sente, dentro i pantaloni, e ride, e nella stanza in cui ogni sera torni al mondo, insieme a lei sorridi tu . Quanto volte si è andati in pasticceria, a sorseggiare un caffè con una buona pasta? Eppure, la parola Pasticceria racchiude il senso di una golosità proibita, ma sempre nuovamente gustata: > quindi bevi un caffè al banco, senza mai staccare gli occhi dalla pasta prescelta, prigioniera a occhi bassi dietro la vetrina. E pensi....quando potrai entrare in pasticceria, fendere la folla, liberarla. E poi offrirla in sacrificio alle tue voglie . Che cosa lega lʼavverbio Senza alla nostalgia? Quando il bambino esce da scuola e > non trova soltanto la madre ma anche dei padri che aspettano i suoi compagni di classe.... il bambino capisce che dentro la sua scatola cʼera un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. È così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state... soprattutto sente la malinconia di quando ci si rende conto che si è smesso di cercare una cosa, di quando ci si accorge che fra le tante cose imparate, si è imparato a vivere senza . Se si legge il romanzo una seconda volta, con maggior distacco rispetto alla prima, quando ci si era lasciati incantare dalle delicate e soffuse immagini delle breve storie, si avverte come sia un espediente letterario la contrapposizione tra disordine della vita e ordine dellʼalfabeto, questʼultimo emblematico delle regole che ci sovrastano. Le brevi storie, che compongono il libro senza una apparente logica, sono attraversate da una unica visione di base: la tristezza. Ci può essere un profondo affetto, come quello materno, così come si possono dissolvere le famiglie, dopo liti e silenzi, ma sempre prevalgono la malinconia, un dolce male di vivere, il senso di destini ineluttabili ed infelici. Ma allora la vita risponde ad una sua regola; ha solo un ordine differente da quello dellʼ alfabeto. È difficile racchiudere in poche righe stati dʼanimo e situazioni di vita. Si corre il rischio di scivolare nelle immagini evocative ma estemporanee, necessariamente superficiali. La narrazione rimane sospesa. Il lettore si aspetta sempre altro, alla conclusione della brevissima storia. È un esercizio letterario, che compiace più lʼautore, e gli scrittori, che i lettori. Essi si aspetterebbero uno svolgimento approfondito ed articolato, degno della complessità della condizione esistenziale. Perché non leggerlo? È superficiale.

Andrea BajaniGiulio Einaudi