Paese d'ombre
Il romanzo è ambientato nella seconda metà dellʼottocento in Sardegna a Norbio, una piccola città circondata da boschi secolari. Angelo è rimasto orfano sin da bambino: > tutta la sua vita è un lento passaggio dalla condizione contadina alla condizione borghese, o, come si diceva a Norbio, alla condizione signorile . Questo percorso, che è appunto il filone conduttore del libro, non è un tradimento delle radici contadine, ma anzi è la narrazione di un destino di una persona complessa. Il protagonista è cosciente della realtà pastorale ed istintivamente si inserisce nellʼordine degli istituti borghesi per adoperarli a vantaggio della comunità. La vita di Angelo è la ricerca di un difficile equilibrio tra la salvaguardia dei beni comuni (il bosco innanzitutto) e i diritti di proprietà. Ancora bambino riceve in eredità alcuni possedimenti, che amministra saggiamente insieme alla madre. Ormai ragazzo conquista la fiducia di un ingegnere minerario e diviene il supervisore del taglio dei boschi,effettuato per trarne carbone di origine vegetale. Ed è proprio il profondo disagio che gli deriva dalle modalità di sfruttamento del bosco che spinge Angelo ad una operazione imprenditoriale arrischiata: prendere lui in gestione i tagli dei boschi. Nel frattempo crea una sua propria famiglia, sposandosi prima con una giovane contadina, che sarà il suo unico amore ma che muore dandogli alla luce una bambina, e poi con lʼerede di una delle più ricche ed altolocate famiglie locali. Ricco possidente, stimato da tutto il paese, viene chiamato dai maggiorenti alla carica di Sindaco. In questa posizione Angelo dimostra le sue qualità di ottimo amministratore e il suo attaccamento ai beni comuni: compie infatti unʼ operazione incredibile per la mentalità dei proprietari locali decidendo di fare acquistare al Comune un grande bosco in vendita, così da permettere a tutti i cittadini di usufruire delle ricchezze dellʼeconomia pastorale. Paradossalmente Angelo, ormai vecchio ma ancora Sindaco, muore in mezzo al suo popolo nel tentativo di frenare gli eccessi durante una festa locale, così a sintetizzare la sua lotta per lʼemancipazione della propria gente. La storia si sviluppa lentamente quasi che gli avvenimenti non abbiano niente di straordinario. In un Italia, quella post risorgimentale, deludente, dominata dal malgoverno e dallo sfruttamento dei poveri, «solo le comparse erano uomini autentici». Non sono quindi i grandi uomini e i grandi fatti a fare la storia, ma le «piccole» persone come Angelo, le quali con il duro lavoro, lʼattaccamento alla propria terra e la voglia di imparare, costruiscono la speranza di un futuro migliore. Dʼaltra parte lʼesistenza dellʼuomo si apre e si chiude allʼinterno di un ambiente (i boschi, la campagna, le case del paese) che è «una clessidra di cui si poteva percepire lo scorrere lento della sabbia». Nella descrizione di questo ambiente, più che nellʼanalisi dei personaggi ( troppo stereotipati) e nella critica sociale scontata e generica, la scrittura raggiunge i migliori risultati, rendendo con efficacia lʼascolto e la riscoperta costante del mondo circostante, sempre uguale e sempre differente. > Ma il silenzio della campagna era diverso da quello del giorno prima. Ad ascoltarlo bene, e ogni tanto Angelo si fermava con lʼorecchio teso, si distinguevano tanti piccoli rumori simili alle bollicine dʼaria in un bicchiere di acqua limpida: rotolìo di carri, colpi lontani di unʼaccetta o di una zappa, il su e giù ritmato di una sega, e un alitare di voci umane, invisibili presenze nel fruscìo della pioggia. Poi le voci sparse si fusero ed ebbe lʼimpressione di una folla, di una processione che si avvicinasse a piedi scalzi. Poco dopo, a una svolta, si trovò di fronte i tetti scagliosi di Norbio.... ore le voci suonavano chiare nellʼaria umida; e si udiva anche il rumore sordo e continuo delle piccole mole di pietra.... azionate dagli asinelli bendati che eternamente girano in tondo . Perché leggerlo? Si legge con piacere soprattutto per la narrazione del paesaggio sardo. Delude la trama, che è scontata soprattutto nella parte conclusiva del romanzo, e i personaggi risultano piatti e vaghi. La stessa figura di Angelo non è approfondita nelle sue contraddizioni, tra vocazione contadina e scelte di vita.
Il paese di cuccagna
Una folla composita, senza distinzione di sesso, censo e condizione sociale, si raccoglie in attesa dellʼestrazione del lotto. Quella mattina non sentono > il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando (...) tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione . Mentre il popolo napoletano, trepidante, sovreccitato, illuso, segue lʼestrazione con voci sempre più irose sino «ad un ultimo soffio di collera», una giovane cucitrice, delicata e infaticabile, continua a lavorare; > ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta, in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente . Il romanzo intende mostrare e deprecare gli effetti devastanti del vizio del gioco sulle condizioni materiali e spirituali di Napoli, malgrado ci siano le forze e le virtù per rendere prosperosa questa grande città. Vorrebbe essere severa e realista Matilde Serao! Ma dinanzi allʼimpetuosa e gioconda vita napoletana la sua indignazione si stempera e si corrompe in una vivida immaginazione, con la quale non si riesce più a distinguere tra fantasia e realtà. Si prenda, per esempio, il secondo capitolo del romanzo: «Il battesimo dʼAgnesina Fragalà, bella figlia di papà». Due giovani sposi, felici bottegai in via Toledo, danno una festa in onore della loro bambina: è un caleidoscopio di colori seducenti, un tintinnare di piattini, di cucchiaini, di bicchieri, un > unione di cose belle allʼocchio, buone al palato, deliziose allʼolfatto . Ci si lascia trascinare dallʼesperta descrizione dei zuccherosi dolci napoletani, quando, con un colpo di scena, compare «lʼassistito» dagli spiriti, > un convulsionario pallido, che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che parla per enigmi (da Il Ventre di Napoli). E subito gli invitati, anche il ricco strozzino, si affollano intorno a questo triste personaggio, tutti convinti che una frase banale pronunziata dallʼimbroglione indichi un numero fortunato, da giocare alla prossima estrazione del lotto. Per tutta la prima parte del romanzo Matilde Serao crea mirabili bozzetti di vita napoletana, sino alla narrazione del momento più sacro del «grande immaginario paese di cuccagna»: il miracolo di San Gennaro. Forse è utile un consiglio: gustarsi fino in fondo le pagine senza pretendere di essere dinanzi ad un Emile Zola italiano o voler rintracciare il verismo di Verga. > Ma come in fondo a tutte le allegre cose del paese di cuccagna, vi è una vena sempre fluente di amarezza, questo carnevale che travolgeva in buffonerie e mascherate tutte le cose e le persone più gravi della città, questo carnevale era una pietosa cosa . Matilde Serao, nel suo «cuore di napoletana», non si può compiacere cinicamente delle scene pur suggestive del presepe napoletano, da lei stessa creato. Lʼintento pedagogico e moralistico prende il sopravvento. La seconda parte descrive la triste fine alla quale vanno incontro i vari personaggi del romanzo, i responsabili del disastro come le loro vittime, ma tutti «così deboli, così miseri, così infinitamente infelici». Tale è lo scoramento che, come lʼautrice, veniamo presi dal > delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non avere più lo spettacolo della più amara delusione . Il libro è un grande affresco sociale, ma ci sono pure vicende e personaggi, dai quali è possibile cogliere anche altri temi di fondo, oltre a quello prevalente della raffigurazione del paese di cuccagna. Innanzitutto i personaggi femminili sono generalmente le figure positive, anche se non mancano tra di loro usuraie ed imbroglione. Le donne sono solide, concrete, estranee o non totalmente coinvolte nella diffusa follia per il gioco. Ciò che le perde è la fedeltà, oltre ogni limite, verso la figura maschile, fidanzato, marito o padre. Si intravede una critica di Serao verso le donne, troppo spesso incapaci di ribellarsi, di prendere in mano il proprio destino sino in fondo. I personaggi maschili ne escono male, anche quando, come Antonio Amati, si ha una personalità forte, sana, razionale. Medico e scienziato potrebbero salvare la povera Bianca Maria, vittima di un padre pazzo e crudele, ma non lo fa. Dinanzi alla testarda devozione della figlia verso lʼautorità paterna lʼabbandona al suo destino, offeso ed umiliato perché a lui viene anteposto il padre; troppo forte è in Bianca Maria lʼobbedienza filiale. > Ogni compassione era sparita dal suo cuore, egli provava tutto lʼimplacabile egoismo delle immense sofferenze . Lʼamore era fragile, più debole dellʼorgoglio, figlio della pietà e non invece dellʼaffetto. E in questo la donna era ancora vittima. La prima parte del romanzo è un capolavoro. Nelle scene di vita napoletana la scrittura ricca ed elegante di Serao trova il suo contesto ideale per esprimersi al meglio. Certo, i personaggi non sono approfonditi, la trama non è organica, sono come tanti racconti, che sembrano non far parte di unʼunica narrazione. Nella seconda parte, lʼautrice vorrebbe riprendere il filo complessivo, ma non ci riesce e il tutto resta frammentario. Inoltre prevalgono i toni melodrammatici e moralistici, che compromettono la tensione e la drammaticità delle tragedie umane, rendendole scontate e patetiche. Anche il racconto della morte di Bianca Maria, che chiude il romanzo, è talmente lento e lacrimevole da lasciare unʼ impressione di pietismo stucchevole. Perché leggerlo? La prima parte è un capolavoro.
Palazzo Yacoubian
Palazzo Yacoubian è un luogo rappresentativo dell’Egitto di oggi, dominato da un regime corrotto e anti-democratico, dove il sopruso, l’astuzia e l’inganno sembrano essere i tratti dominanti. Una giovane ragazza è costretta a subire le avances dei datori di lavoro ma si innamora di un depravato e vecchio possidente, che rischia di essere cacciato di casa dalla sorella. L’ex fidanzato della ragazza non viene accettato dall’Accademia di polizia in quanto figlio di un portiere e, all’università, entra a far parte dei Fratelli Mussulmani. Viene arrestato, violentato e torturato dalla polizia, e, una volta rilasciato, va a vivere in un campo di addestramento e si sposa con una vedova di un altro martire. Viene ucciso durante l’assassinio del commissario di polizia, che lo ha torturato in carcere. Un ricco omosessuale si innamora di un ragazzo, che lo uccide durante una lite. Un affarista si sposa per avere una donna che soddisfi le pulsioni sessuali da vecchio, ma, quando viene a sapere che la donna aspetta un bambino, la fa abortire di forza e poi la ripudia. A sua volta, l’affarista è costretto a pagare una lauta tangente a potenti uomini politici. Con uno stile apparentemente leggero e ironico e con un ritmo narrativo da «romanzetto» in realtà lo scrittore muove una critica feroce sia alla società egiziana che agli stessi Fratelli Mussulmani. In un mondo incombente, i singoli cercano di sopravvivere e di trovare una propria strada: in alcuni casi ciò li porta alla rovina (l’ex fidanzato che viene torturato e ucciso, l’omosessuale che viene assassinato dall’amante, la donna che si sposa con l’affarista e viene ripudiata), altri si salvano, perché trovano l’affetto malgrado le differenze di età (la ragazza e il vecchio depravato). Il romanzo viene portato avanti in modo leggero, tanto da sembrare artefatto e quindi fornire una falsa rappresentazione della società egiziana. Per gran parte del libro non c’è vigore ma lo scrittore sembra far leva sugli aspetti più scabrosi delle vicende. Nell’ultima parte, il racconto assume maggiore forza ed emergono anche sentimenti autentici e non costruiti ad arte.
Il palio delle contrade morte
È probabile che non sia uno dei libri migliori dei due autori. Al di là dello stile brioso e veloce, la trama è totalmente inconcludente: moglie e marito, con un rapporto coniugale logoro e noioso, si ritrovano per caso in una casa patrizia vicino Siena, dove assistono a un delitto (l’assassinio di un noto fantino del palio), allacciano rispettivamente una relazione con il padrone di casa e la figlia e partecipano al palio, nel quale le contrade morte (quelle escluse dalla gara) si vendicano della loro mancata partecipazione mediante il «fantasma» del fantino ucciso. Romanzo poliziesco, genere fantastico, riflessione sulla desolazione dei rapporti umani o semplicemente ricerca di una storia paradossale: non si capisce e si resta di fatto delusi.
Un pappagallo volò sull'IJssel
Nel primo racconto di «Le mille e una notte», dal titolo espressivo di «Tessitrice delle notti» (si veda recensione in questo sito), Shahrazad inganna il crudele sultano ammaliandolo con storie meravigliose e intriganti. E' il miracolo della parola! Cosi in questo romanzo Pari, una donna immigrata infatuata della lingua olandese, si salverà scrivendo. Una guaritrice fiamminga le affida il compito di narrare la vita degli immigrati. > Scrivi la storia delle persone che ti circondano, la storia degli stranieri che arrivano in Olanda. (...) Liberati dalla tua angoscia scrivendo. (...) Forse è questo il tuo dovere, ora che il destino ti ha condotto in terra straniera. Con l' impianto novellistico e la soffusa leggerezza del capolavoro arabo, e nel paese dove > in ogni contrada si sente e si teme la voce dell'acqua con le sue eterne sciagure , Pari dovrebbe narrare > la storia di Mamed, di Catherina, di Lina, quella del colonnello, della moglie del colonnello, di Tala, del signor Rahimi, del pappagallo e la tua storia. Sono tutti immigrati che potrebbero rispondere alla domanda > che cosa ci fai tu qui? con una semplice parola: > Vivo. Aver posto al centro Pari non deve far pensare che essa sia la narratrice né l'unica protagonista: è Abdolah che racconta dall'alto della posizione privilegiata di osservatore invisibile e neutrale, così come il romanzo è affollato da molti personaggi; la mia scelta è giustificata dall'ostinazione di Pari di fare propria la lingua olandese e dal fatto che è la vita di questa donna, più quella di altri, a testimoniare il precario equilibrio tra integrazione e radici. Sposata ancora bambina, Pari ha seguito il marito in Olanda. Le lunghe assenze dell'uomo permettono alla donna di frequentare una scuola dove imparare l'olandese. > Sentiva che qualcosa nel profondo della sua natura si era messo in moto e voleva distruggere tutto. (...) Si rendeva conto che le parole che cercava sul vocabolario e le frasi che scriveva nella sua nuova lingua erano in realtà esplosivi che voleva piazzare sotto la sua vita familiare, sotto il suo passato, il suo presente e tutta la sua esistenza. Comincia a pubblicare brevi racconti in un giornale locale; va a vivere prima con il suo insegnante di olandese e poi con un giornalista: uomini che pretendono giochi erotico-sessuali per lei nuovi ma offensivi per la sua morale. In Olanda si fa così, è la sicura risposta alle sue timide rimostranze! Quando una notte irrompe il marito e accoltella Pari, mentre l'olandese scappa senza difenderla. Il passato è tornato violentemente. Se nel tentativo del marito di ucciderla ,dalle radici riemergono i tratti oppressivi di un mondo atavico, la sottraggano alla morte gli usi e le liturgie medio orientali. > Dodici anziani avvolti in lunghi cappotti neri, ognuno con un rosario in mano , entrano nella camera d'ospedale dove Pari è in coma irreversibile. > Le loro parole dolci danzavano come api nei raggi del sole e il mormorio delle preghiere avvolse il capo di Pari come un ronzio. (...) All'improvviso l'ago si mosse, tracciando con un rumore metallico una linea ondulata, un zigzag di vita. Come nei favolosi racconti di «Le mille e una notte», un pappagallo (un Angelo?) che volava sull'Ijssel vide > una giovane donna dai lunghi capelli dorati che montava a pelo un bizzarro cavallo bianco dalla lunga criniera, (...) un posto strano popolato da migliaia di animali ,grandi elefanti primordiali, giraffe, dinosauri, cammelli, tigri, leoni dalla vecchia criniera,e anche bestiole molto piccole: germani reali, pappagallini colorati, farfalle, insetti dorati. Nella protestante, accogliente e trasgressiva Olanda, per salvare Pari erano riaffiorate tutte le magie dell'Oriente. Il romanzo si sviluppa su due binari: le difficoltà dell'integrazione, culturali prima che politiche e istituzionali, le storie individuali che mostrano come ciascuno affronti l'assimilazione in modo differente. L'Olanda si offre come un paese accogliente, eppure emergono inesorabilmente le diffidenze, le paure e le diversità linguistiche e culturali. Se dapprima è intrigante accompagnarsi a uno straniero o a una straniera, il primo così appassionato, la seconda affascinante sotto il velo, poi la donna olandese si ritrae preoccupata e l'uomo non sa portare rispetto a tradizioni più riservate di quelle della società olandese. Pur all'interno di un quadro di difficile assimilazione, le singole vicende, distinte e parallele, mostrano come nell'incontro tutti cambino, olandesi e immigrati, ma ognuno in modo differente. E' vero che il destino ci sovrasta, sia fatta la volontà dell'Altissimo!, ma ciascuno di noi gioca con il destino in modo diverso, si costruisce una propria via; ed è qui il vero cambiamento. Al pappagallo sull'Ijssel, all'Angelo o all'Altissimo, non spetta che guardarci. Il romanzo è insieme di moduli narrativi, che si sviluppano in modo autonomo e poi s'intrecciano quasi a caso; è difficile riportare a sintesi le diverse storie, se non in alcuni passaggi topici: la tomba della piccola Tala dove tutti si raccolgono a pregare, l'unico telefono pubblico, usato dagli immigrati per comunicare a casa, il gruppo degli anziani che vivono come se fossero ancora in Oriente, e la figura misteriosa del pappagallo, forse il mitico «cacatua» di Federico II, simbolo della cultura araba antica. La scrittura è fiabesca e realista a un tempo, mai appiattita sulla mera descrizione o su inutili digressioni politiche e sociologiche, e per questo ricca di suggestioni. Perché leggerlo? E' dispersivo, ma piacevole da leggere.
Paradise
Il romanzo ha due principali filoni narrativi. Il primo è un grande affresco storico del Sultanato di Zanzibar poco prima della spartizione dell'Africa Orientale avvenuta nel Congresso di Berlino del 1885. Come spiega un amico di origine indiana al sedicenne Yusuf, agli europei > non interessa il commercio, ma la terra stessa. E ogni cosa che c'è in essa....noi. (...) Perderemo tutto, incluso il nostro modo di vivere . Sarebbe stato facile per Gurnah presentarci la civiltà araba- swahili, che controllava le coste dell'Africa Orientale sin dalla metà del Settecento, come un'era felice prima della conquista europea. La coesistenza di lingue differenti, sedimentatesi nel corso dei secoli, i costumi raffinati dei mercanti, lo splendore dei palazzi e dei giardini, i profumi, le vesti e i gioielli delle ricche matrone, l'osservanza delle regole religiose, sono tutti fattori che ci spingerebbero ad esaltare il mondo precoloniale rispetto al dominio europeo, in questo caso tedesco. Ancora una volta Gurnah ci stupisce, e lo fa, tra l'altro, in modo imprevedibile, raccontando i viaggi dei mercanti verso l'interno dell'Africa, verso i grandi laghi e le montagne, alla ricerca di avorio, oro e schiavi. A ragione, da molti commentatori le spedizioni all'interno descritte nel romanzo sono state comparate a «Cuore di Tenebra» di Joseph Conrad, in cui il viaggio nella malsana foresta fluviale è come una discesa in un mondo oscuro, dove le forze primordiali dell'uomo hanno la meglio sulla civiltà; nello stesso modo in Paradise, partecipando alle incursioni all'interno, il giovane Yusuf diverrà «un uomo lupo», > sentii che il bandolo della vita gli stava scivolando tra le mani, ed egli lasciava scorrere il bandolo senza resistenza. (...) Non c'era niente che potesse pensare di fare che lo avrebbe liberato dalle catene della condizione nella quale viveva. E qui giungiamo al secondo filone narrativo. Yusuf è ancora bambino quando viene sottratto alla famiglia per onorare un debito contratto dal padre con un ricco mercante. Lo sradicamento è brusco e definitivo ed è sancito dalla perdita della collanina datagli dalla madre. Si ritrova a crescere in una ricca dimora, imparando il commercio sotto la tutela di un giovane, pure lui, insieme alla sorella, prelevato a pagamento di impegni finanziari non saldati. Nella nuova casa Yusuf è attratto da un meraviglioso giardino nascosto da un alto muro: è un luogo tanto ricco di profumi e di colori che Yusuf > sognava che di notte le fragranze si diffondevano nell'aria e lo spaesavano. Nella sua sensazione intensa di piacere immaginava di ascoltare della musica . E' il Paradiso descritto dal Corano? Il giardino nasconde un segreto: separata dal mondo esterno, vive la moglie pazza del mercante padrone; si è invaghita della bellezza di Yusuf che ha potuto ammirare tramite specchi appesi agli alberi. Ed è proprio per allontanarlo dalle mire della donna che il mercante coinvolge Yusuf nelle spedizioni verso l'interno, da cui il giovane tornerà adulto e determinato a non farsi fermare: vuole scoprire sino in fondo il mistero del giardino. Cosi comprenderà che l'Inferno e il Paradiso si sovrappongono, sono la stessa prigione: come nella Messa di Requiem di Mozart i toni infernali si alternano a quelli paradisiaci, la magnificenza nasconde l'infelicità. Dietro la parvenza di un romanzo storico Gurnah affronta un problema universale ed eterno: quello della libertà. I personaggi sono dominati dalla figura mefistofelica del mercante, sempre calmo, pronto a proteggere così come a cacciare, vero simbolo del potere, che solo un'altra forza può soppiantare. Non facciamoci illudere dai modi, l'essenza del potere è sempre la stessa. Yusuf preferisce la supremazia dell'europeo, forse più spietata ma senza sotterfugi. Il viso dell'ufficiale tedesco > era la faccia di un cadavere, e Yusuf fu sconvolto dalla sua bruttezza e dallo sguardo crudele. (...) La colonna in marcia era ancora visibile quando sentii un rumore come una porta che si chiudeva dietro di lui nel giardino. Si guardò intorno rapidamente e poi corse dietro la colonna con occhi luccicanti. La scrittura è più composta rispetto a quella di «Sulla riva sul mare», censito in questo sito; è come se l'autore abbia inteso scrivere una cronaca, in cui gli elementi fiabeschi e le digressioni sono limitate perché bisogna concentrarsi sugli aspetti essenziali del racconto. Non ci si perde nella lettura restando sempre vigili su quanto accade; e allora pesa la lunghezza della narrazione, interrotta troppo bruscamente dall'arrivo dello straniero, come se l'autore abbia voluto finire il romanzo in qualche modo. Perché leggerlo? Splendido affresco di una civiltà a noi sconosciuta.
Il partigiano Johnny
Le vicende tra lʼ8 settembre 1943 e il febbraio 1945 costituiscono lo sfondo storico del romanzo. Sono gli anni della guerra partigiana. Allievo ufficiale a Roma, Johnny ha lasciato lʼesercito, come molti altri dopo lʼannuncio dellʼarmistizio e la generale confusione che ne è seguita. È ritornato a casa, ad Alba. Giovane intellettuale, appassionato di letteratura inglese, appartiene ad una famiglia della piccola borghesia. I genitori vorrebbero che si nascondesse, quieto, senza esporsi. Ma il giovane decide di abbandonare > una posizione fluida, rimediabile da ogni mortale impatto mediante finzioni e sotterfugi o astuzie , per schierarsi invece > nel grande dualismo a prezzo dellʼimmediata, indisquisibile esecuzione . Ed allora > partì verso le somme colline, la terra ancestrale che lʼavrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero... in nome dellʼautentico popolo dʼItalia, ad opporsi al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente . Si imbatte in una banda garibaldina, che fa capo quindi ai comunisti. Come tanti suoi compagni, non gli interessano le idee politiche, importante è combattere il fascismo. Conosce Tito, un giovane e scaltro contadino, così lontano da lui per cultura ed origini sociali, ma così vicino per fratellanza partigiana. Era > felice ed ansioso di mischiarsi agli uomini, a tutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine... per trovarsi insieme a quella battaglia . Uccide il suo primo uomo: > il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio... Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia.... si aderse sui gomiti nellʼascensionale sospensione davanti al suo primo morto . Lo scontro con i fascisti dissolve la banda, troppo male armata per poter resistere. Johnny va alla ricerca di un altro esercito partigiano ed incontra i così detti badogliani, più vicini alle sue idee politiche. Ritrova un ambiente borghese a lui più famigliare ed è con loro, nei paesi collinari intorno ad Alba, che trascorre il lungo periodo di stallo dellʼ inverno tra il 1943 e il 1944. Anche se meglio organizzati ed equipaggiati delle squadre garibaldine, sono totalmente impreparati a resistere allʼattacco dei fascisti e dei tedeschi nellʼestate del 1944. La lotta è durissima ma impari. Johnny vede morire molti dei suoi compagni, si riduce con un piccolo nucleo, tra cui gli amici Pierre ed Ettore, con i quali si rifugia presso una fattoria. Ma Pierre si ripara in città, dove è più facile nascondersi, mentre Ettore viene catturato insieme con la contadina, che li ha accolti e rifocillati. Affronta disperato e solo il lungo e rigido inverno tra il 1944 e il 1945. Si nasconde nelle zone più selvagge del bosco, nei dirupi creati dai torrenti, cercando talvolta cibo e riparo presso i contadini, a loro volta stremati ed impauriti. > Il cuore gli si fendeva per la brama dellʼantica comunità, la faziosa, criticabile, a volte repellente comunità, e dei vecchi campi di battaglia e della compagnia dei vivi, dei morti, dei catturati... Anelava al reimbandamento, per esso avrebbe dato metà del suo sangue, Dovʼè Nord ( il soprannome del comandante partigiano)... il 31 gennaio è una data assurda per ritrovarci. Quel mattino ti alzerai e chiamerai ma ti risponderà soltanto il silenzio delle colline . Alla fine dellʼinverno, dellʼingenuo e idealista studente rimane ben poco. La perdita degli amici più cari, le stragi alle quali ha dovuto assistere, il freddo, la fame, la sporcizia lo hanno trasformato in un combattente solitario. Quando, a gennaio 1945, ritornano a riorganizzarsi ed a ingrossarsi le file partigiane ( ormai si avvicina lʼavanzata finale degli alleati), > Johnny non si trovava più, quel patch, lungi dal scancellarsi, si ampliava. Non sopportava più comunanza né routine, scapolava la collettività, la perlustrazione e la guardia . Il grido ingenuo, «Viva Noi!, sempre fino alla fine della storia umana», che aveva espresso quando si sentiva profondamente unito ai suoi compagni, si è trasformato in un senso di insoddisfazione, di delusione verso gli altri, che lo conduce a disubbidire e a cercare una morte coraggiosa e solitaria. Il romanzo è la prosecuzione ideale di Primavera di bellezza, altro capolavoro di Fenoglio. Se in quel libro lo scrittore ha narrato la maturazione politica di un giovane, che prende coscienza di che cosa è stato il fascismo e della necessità di lasciare una testimonianza individuale di rivolta, in «Il partigiano Johnny» Fenoglio racconta la storia partigiana di un ragazzo e di come le vicende della guerra e la durezza dellʼambiente abbiano lasciato una impronta indelebile, ed imprevedibile, nella sua personalità. Pur sempre convinto di «dir di no fino in fondo», di non arrendersi mai, alla fine della guerra Johnny non riesce più a sentirsi parte di una comunità più vasta, lʼesercito partigiano, ma vuole combattere da solo i fascisti, come un eroe solitario. E via via che si procede nella lettura mutano sia la lingua che il rapporto tra Johnny e lʼambiente. Se allʼinizio del romanzo la scrittura è ricca di termini inglesi, quasi ad esprimere il mondo letterario del protagonista, pian piano le parole anglosassoni si fanno più rade e si giunge al punto che Johnny tradisce lʼamata lingua inglese, rifiutando il ruolo di interprete, per preferire quello di combattente. Nello stesso modo la collina è inizialmente uno sfondo, per assumere nel proseguimento del racconto una funzione crescente di protagonista, quasi amalgamandosi con la nuova personalità di Johnny. Il bosco, i burroni, i paesi arroccati sulla montagna, la nebbia e il gelo, il mondo contadino, con le sue bestie e i suoi cani feroci o amichevoli, sono il nuovo mondo del protagonista, che, come un novello Robin Hood, porta avanti la sua battaglia solitaria contro i cattivi. Da questo punto di vista il libro di Fenoglio è una splendida narrazione della Resistenza, ma non di quella retorica, che vorrebbe esaltare la storia collettiva e la nascita di una coscienza nazionale. Paradossalmente nel romanzo il percorso è opposto: da una visione civile e politica, anche se ingenua e grezza, il protagonista perviene ad una concezione individualista e disincantata del mondo ideale della guerra partigiana. Il grande fascino di Fenoglio è la creatività espressiva della lingua: > una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità... una lingua magmatica con cui collaborare creativamente. Il risultato è una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche ( Dante Isella: la lingua del partigiano Johnny). Poteva essere una interessante direzione di sviluppo della letteratura italiana. Nessuno lʼha seguita, perdendo lʼoccasione di dare nuova ed originale linfa ad una lingua ormai stantia, quale quella italiana. Un elemento di debolezza del romanzo è la scarsa compattezza, che porta ad una trama narrativa spesso dispersiva. La focalizzazione sulla figura del protagonista non fornisce dinamicità e dialettica al sistema dei personaggi, i quali, a loro volta, non hanno sufficiente spessore ed autonomia per contrastare lʼinvadenza del personaggio Johnny. È un libro epico ed individualista per eccellenza. Perché leggerlo? È un libro affascinante, in particolare per la sua lingua.
Il passato è una terra straniera
Forse non è il libro migliore dell’autore. Un giovane e brillante studente viene trascinato da un amico in una discesa verso gli inferi: prima il gioco, poi la droga e infine rischia addirittura di essere coinvolto in un stupro. Dinanzi alla violenza estrema reagisce salvando la ragazza e in qualche modo si salva anche lui. Lo spunto narrativo potrebbe essere anche interessante ma si trascina in modo lento, né con colpi di scena né con un approfondimento psicologico delle motivazioni alla base di un comportamento così differente rispetto a quello della vita passata. Sembra, quasi, che il personaggio sia un debole, che abbia sempre subìto quanto si aspettava da lui per fare emergere solo, sotto la pressione dell’amico, la sua vera personalità. Lo stile oscilla da quello tipico dei gialli di ambiente a quello utilizzato nei racconti introspettivi: la sintesi è la noia nella lettura.
Patria
In una sera di pioggia un piccolo imprenditore basco è ucciso da un comando dell'ETA, un'organizzazione terroristica che insanguinò la Spagna dal 1968 al 2011, provocando oltre 800 morti, di cui 240 civili (fonte Wikipedia). Txato, questo è il nome della vittima, si era rifiutato di pagare il pizzo e il suo assassinio fu preceduto da una serie d' insulti e da un crescente isolamento da parte del paesino, dove viveva da anni l'imprenditore e la sua famiglia. Joxe Mari, il figlio del migliore amico di Txato, è affiliato all'ETA e opera in clandestinità; in una delle sere precedenti all'attentato è stato mandato in ricognizione presso la casa della vittima, > non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista dal copione. «Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento». Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. (...) Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. (...) Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. Là in alto la campana aveva suonato un no. Questa scena, descritta a pagina 445, poteva essere un possibile avvio del romanzo, dando unità, secondo me, all'esplorazione delle conseguenze, non sociali e politiche ma psicologiche ed esistenziali, di una guerra civile che ha lacerato un'intera comunità. E invece Aramburu narra le storie individuali in modo disordinato, con avanti e indietro, inseguendo le vicende dei singoli personaggi come queste fossero storie specifiche, banali e scontate, vitalizzate solo dal legame con quell'unico fatto terribile. L'uccisione di Txato distrugge i consolidati rapporti di amicizia, determina la vita di tutti, degli affetti così come delle condizioni materiali di esistenza, immobilizza in ruoli definiti dall'odio e dal dolore. Joxe Mari finirà all'ergastolo, condannato a essere un eroe della liberazione dei paesi Baschi. Sua madre, Miren, assume le parti della protettrice, orgogliosa e inflessibile, del figlio perseguitato > fanatizzata per istinto materno. Il marito di Miren e il migliore amico di Txato si richiude in se stesso, vigliacco, nasconde il lutto per la morte di Txato e la disapprovazione per le scelte di Joxe Mari. Gli altri figli sono in fuga da quella terra maledetta, così come lo sono i figli di Txato. Sono tutti > satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so più come. A rompere l'immobilismo della sofferenza è Bittori, la vedova di Txato, con la sua decisione di tornare al paesino e di riaprire la vecchia casa: > una strana atmosfera avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti di mia madre quando la abbraccio. Siamo dopo il 2011, la guerra civile è finita e tutti vorrebbero dimenticare. Il parroco ferma Bittori per strada per invitarla a non tornare in paese, > a non riaprire le vecchie ferite. La risposta della donna è lapidaria: è qui > per tirare fuori tutto il pus che c'é ancora dentro. Altrimenti, non si chiuderà mai. Caparbia, Bittori otterrà che Ioxi Mira le chieda perdono, perché solo così ci può essere una vera riconciliazione, e non invece un pavido oblio omertoso. La determinazione di Bittori smuoverà tutti gli altri protagonisti della storia, che usciranno dalla loro sofferenza per ritrovare di nuovo se stessi, metabolizzando finalmente il lutto e accettando il proprio destino. Gli argomenti fondamentali del libro sono la lacerazione e la riconciliazione: la violenza frutto dell'odio e la volontà di ricostruire la fratellanza. L'autore evita la retorica e il moralismo, scava, invece, all'interno delle coscienze. I personaggi sono sempre in bilico tra immobilismo doloroso e possibilità di liberazione dal destino; per riuscirci hanno bisogno di una forza esterna, costituita da Bittori, che abbandona le vesti della vedova sconsolata per assumere quelle di un' eroina tragica, portatrice, suo malgrado, di un compito universale ed eterno: quello di portare il carnefice a riconoscere le proprie colpe, a dichiararle e in tal modo liberarsi dal rimorso. Si è già accennato al disordine della narrazione. Con una tendenziale scansione di tre capitoli per volta l'autore approfondisce i diversi personaggi del romanzo, senza creare una gerarchia d'importanza, quasi che non ci sia un protagonista. Quest' approccio lascia al lettore la libertà di scegliere la figura chiave del racconto (per me Bittori), ma annebbia la focalizzazione, ostacola la ricomposizione delle storie, che restano inconcludenti. L'alternarsi della prima e della terza persona come voce narratrice intriga dapprima, creando un effetto di spiazzamento. E' una bravura stilistica che alla lunga confonde la narrazione: ogni frase è interessante ma il tutto diviene dispersivo. Infine il romanzo è molto lungo, prolisso e ripetitivo. Perché leggerlo? Interessanti gli argomenti affrontati.
La patria delle visioni celesti
Il libro raccoglie 12 racconti, ambientati nel deserto libico: > in quella distesa desolata, impenetrabile, in cui aleggiavano spiriti e misteriosi enigmi . Il passato è dʼobbligo, perché il mondo originario del deserto è ormai scomparso, distrutto dal colonialismo crudele degli italiani, dalla dominante siccità e dalle guerre.Le storie sono differenti come contenuti e stili, ma emerge un comune percorso, storico ed umano, della fine della civiltà dei beduini e quindi di una perdita per lʼumanità. Il racconto, che dà il titolo alla raccolta, è senza dubbio il più affascinante ed anche il più misterioso. Padre e figlio avanzano nel deserto: > da quando si erano messi in viaggio il deserto aveva continuato a dilatarsi e ingrandirsi.... generava alla fine un orizzonte spietato, che a sua volta, percorso un ennesimo tratto, ne originava un altro... e in quel limbo che si allungava tra la distesa di sabbia e lʼorizzonte tremolava il miraggio . A che cosa mirava un cammino che sembrava «eterno»? Il padre ha prelevato il figlio, ancora bambino, dallʼoasi. Lo ha fatto perché vuole che il ragazzo sia un «uomo del deserto», perché «chiunque impugni una zappa e ferisca la terra è un schiavo», mentre > il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo . Il viaggio sembrerebbe la narrazione dellʼiniziazione, ma il padre sta cercando qualche cosa: la sua patria, il ritorno alla dimora dei nomadi del deserto. Ma alla fine del racconto scopriamo, con sorpresa, che questa patria è la terra definitiva dellʼoblio: la morte. > Non rimpiangere il viaggio di passaggio che hai dovuto compiere, perché rimanere nella memoria dellʼarcano è meglio che scivolare nel deserto del ricordo . Saranno i racconti successivi a farci capire le ragioni di una scelta così drastica. Pian piano, lʼautore ci conduce alla guerra, narrandoci le vicende terribili, e che noi italiani abbiamo rimosso, della conquista della Libia da parte dellʼesercito fascista e della resistenza eroica e disperata dei libici. Non cʼè acredine, è una cronaca, capace, tuttavia, di darci il senso della distruzione di un popolo. Dove va, ormai, il beduino? «Lʼuomo che si è assuefatto alla guerra non può più farne a meno». Non è corretto dire che il soggetto dei racconti sia il deserto, anche se precisa, quasi naturalistica, risulta la descrizione dellʼambiente, degli animali, dei frutti e delle piante. In realtà il vero tema è la nostalgia. > Tutti noi amiamo lʼorizzonte e piangiamo di nostalgia, vagheggiando ciò che si nasconde al di là del deserto . Ma allora il tema è universale, perché «anche tu come me hai nostalgia dellʼignoto?» La scrittura è estremamente ricca e versatile, passando da uno stile elegiaco e poetico ad uno realista e freddo. Da questo punto di vista il racconto più compiuto è «il voto della vergine». La vita delle giovani del deserto viene descritta con tratti sociologici. Le due ragazze che portano le greggi al pascolo parlano di amori e di sogni, dello sposo promesso, come le ragazze di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Il sole, lʼarsura e il calore sono così intensi da fare impazzire anche i capretti, rendendoli ribelli ed aggressivi. Una delle due ragazze non vive nellʼattesa del cavaliere del deserto che la prenda in sposa: lei sogna lʼacqua, essa è il suo vero innamorato. E quando arriva improvvisa, si getta nella corrente del torrente in piena e si lascia trascinare: > cominciò a spogliarsi... si inginocchiò e lui la strinse tra le braccia. Si avventò sul suo corpo nudo di vergine e lo sommerse delicatamente. Scivolò libera insieme con la corrente.... in fuga verso lʼignoto insieme alla sua bella innamorata . Perché leggerlo? Non si devono cercare la trama, il ritmo narrativo e gli approfondimenti sociali e psicologici. È la narrazione della fine di una civiltà e implicitamente è un atto di accusa.
La pelle
Il libro è ambientato durante la seconda guerra mondiale, durante l’avanzata degli americani: a Napoli e poi negli ultimi capitoli a Roma e a Firenze. Malaparte è ufficiale di collegamento tra gli americani e gli italiani. E da qui nasce il contrasto tra una società giovane e semplice (quella americana) e una ormai decadente e in sfacelo (quella europea). Al di là dei temi legati alle vicende immediatamente successive all’armistizio (lo sgretolamento della società italiana, la guerra civile, il vendersi in tutti i modi ai nuovi conquistatori, quello che Malaparte chiama la nuova «peste»), in realtà il romanzo è particolarmente attuale. Emerge un pessimismo profondo sul futuro degli europei, un senso di disfacimento, di marciume e di morte, con episodi quasi inverosimili ma che corrispondono a una società che non esprime più un senso del futuro, nella quale è tutto possibile. Il «nuovo» portato dagli americani scatena qualcosa che era nascosto nella società europea, ne distrugge le fondamenta proiettandola in una dimensione grottesca, amorale e inquietante. Occorre sperare che succeda un fatto straordinario (l’eruzione del Vesuvio) per distruggere questa società. Questo romanzo non rispecchia anche la realtà attuale? Esprime le caratteristiche più profonde della società europea: il suo decadentismo, l’accondiscendenza verso i potenti, la ricerca del tornaconto anche a rischio di compromettere ciò che si ha di più caro, la volgarità e l’ignoranza dominante. Il libro è sicuramente molto attuale e lo stile così immaginoso e ricco esprime molto bene questo senso di decadenza e di disfacimento. La parte migliore non è costituita dai colloqui né dalla trattazione dei personaggi (in realtà molto piatti e convenzionali), quanto dalle descrizioni delle situazioni e dai brani che esprimono il sentimento dell’autore: brani che sono sempre caratterizzati da ritmi lirici e da una ricerca del meraviglioso, che sembrano richiamare la letteratura italiana del cinquecento (l’Ariosto?). In questo senso lo stile del libro è in forte contrasto con la letteratura successiva, che risentirà fortemente di quella americana e ricercherà temi intimistici (Moravia) neo realisti (Pavese, Vittorini ecc. ) e fantastici (Calvino, Buzzati), che sono completamente estranei a Malaparte. Se confrontiamo alcuni romanzi recenti della stessa letteratura anglosassone ci accorgiamo che il libro di Malaparte è molto moderno.
Per le Antiche Scale
Il libro è ambientato in un manicomio e il narratore (e protagonista) è un medico psichiatra. Nella prima parte del libro viene descritto il carattere di un precedente medico dell’ospedale, grande personalità e uomo di scienza. L’approfondimento della sua figura permette di cogliere tutta una serie di singolarità (non esce mai dal manicomio, ha paura dei temporali, non tocca mai le porte che conducono ai diversi reparti e così via) che fanno emergere una mente piena di paure e comunque animata da un delirio di onnipotenza. Nella seconda parte il romanzo è costituito da una serie di ritratti di malati di mente, dai quali emergono l’ineluttabilità della malattia e nel contempo la profonda umanità dei protagonisti, che sono anch’essi in grado di dare e ricevere amore e con i quali è possibile instaurare un dialogo se si riesce a comprendere il linguaggio. Il vero protagonista è comunque costituito dal manicomio, che sembra dominare sia i sani che i malati. La struttura chiusa determina dei confini invalicabili, che sono innanzitutto psicologici (prima che fisici) tant’è vero che gli stessi medici spesso sono portati a vivere all’interno. Il manicomio non è il paradigma della vita moderna, che, pur apparentemente così libera e aperta, è in realtà chiusa in schemi precostituiti e in una serie di vincoli? E il malato di mente, nei suoi deliri e nel suo peregrinare con la mente, non rappresenta di fatto la vera, e unica, libertà?Lo stile è asciutto, privo di qualsiasi retorica e si sviluppa in modo piano e sereno, contrassegnato da una lieve ironia e da accenti di tenerezza.
Le perfezioni provvisorie
Guido Guerrieri è un avvocato penalista, al quale un collega chiede di verificare se sia possibile riaprire le indagini sulla scomparsa di una ragazza. Anche se di malavoglia, Guerrieri si improvvisa investigatore e scopre una storia di consumo e di spaccio di droga, della quale è rimasta vittima la ragazza. Il giallo è ben costruito. Il lettore viene condotto abilmente alla conclusione, che non è una sorpresa, pur essendo non scontata ci si arriva con la stessa curiosità e ingenuità dellʼautore. Come tutti i romanzi di Carofiglio, alla storia poliziesca si affiancano le vicende personali dellʼavvocato: un quarantenne maturo che vive in qualche modo «sospeso» nel presente, con un passato che si sta perdendo nellʼoblio e una vita sentimentale dal futuro incerto. Ma in fondo in questa sospensione il protagonista ci vive bene perché «solo quello che è provvisorio è perfetto» e anche il passato fa parte di una «specie di presente esteso, simultaneo e accogliente». I pregi principali del romanzo sono costituiti dalla scrittura, leggera ed elegante, e dalla parte investigativa, ben costruita e chiaramente frutto di una esperienza reale sul campo. Il punto di debolezza è il ritratto del personaggio, che appare un pò evanescente e senza che le sue vicende personali, in realtà poco interessanti, si intreccino in modo efficace con il racconto investigativo. Non è un caso che il personaggio assume un suo spessore solo quando si parla di diritto e di legge. Perché leggerlo? La scrittura e la trama rendono il libro molto piacevole alla lettura.
Il pesce elettrico
Il libro narra il viaggio di tre giornalisti in Turchia per incontrare un loro amico, imprigionato in un manicomio dalle autorità in quanto amico dei curdi, che sta per essere rilasciato. Non si capisce se sia una storia intimistica (una ricerca di se stessi), un’ambientazione della Turchia o una storia poliziesca. Di fatto è un libro noioso, povero nelle descrizioni e modesto nei dialoghi. Non sono riuscito a finirlo.
Il pianista
Il libro appartiene a un periodo precedente ai romanzi di stampo «poliziesco» e tratta degli anni immediatamente successivi alla morte di Franco e alle prime delusioni sul sistema democratico e sull’incapacità della sinistra di realizzare un effettivo cambiamento. È un romanzo noioso nei contenuti e nello stile, molto lontano dai romanzi polizieschi del periodo successivo anche in termini di ambientazione e di illustrazione della vita di Barcellona. Prevalgono i dialoghi, spesso ripetitivi e lenti, nei quali i protagonisti sembrano assolvere a ruoli preordinati e portatori di significati generali (ormai legati a dibattiti e vicende lontani) piuttosto che esprimere storie personali.
La piazza del diamante
> Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie . La protagonista, Natalia detta Colombetta, è lʼio narrante. È una giovane che lavora in pasticceria. Si sposa con Quinet, un giovane egoista e irrequieto ma affascinante, dal quale ha due figli. Quinet fa il restauratore ma comincia ad allevare colombi nel solaio di casa. Ben presto gli uccelli invadono tutta la casa e Natalia si trova a condurre una vita sempre più pesante e faticosa, tra la cura dei figli, il lavoro di domestica presso una famiglia facoltosa e la pulizia della casa. Ma non è la fatica che spaventa Colombetta, è il senso crescente di vivere una vita non sua, ma decisa da altri. Questa angoscia la trascina a compiere lʼunico atto di rivolta della sua vita: liberarsi dei colombi impedendone la riproduzione. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile. Quinet va a combattere con lʼesercito repubblicano, Colombetta perde il posto di lavoro e cade in una miseria crescente sino al punto di non riuscire a dare da mangiare ai propri figli e di decidere di ucciderli e di uccidersi. È il momento più cupo della sua disperazione: si sente ormai sconfitta non soltanto dagli eventi drammatici della guerra civile, quanto dal senso di solitudine che le pesa addosso. > Dovetti farmi di sughero per tirare avanti, perché se invece di essere di sughero con il cuore di ghiaccio fossi stata, come prima, di carne,che quando ti pizzicano ti fa male, non sarei potuta passare per un ponte così alto e così stretto e così lungo. E andavo per le strade, sporche e tristi di giorno, buie e azzurre di notte,vestita tutta di nero e, in cima, una specie di macchia bianca, la faccia che diventava sempre più minuta . Va in una drogheria a comprare dellʼacido per uccidersi e uccidere i propri figli e in quel momento drammatico si verifica una svolta nella sua vita: il droghiere, che è a conoscenza della morte di Quinet, le propone di sposarlo. Ancora una volta Natalia accetta come se fosse una decisione di altri. La nuova vita, di benessere per sé e per i suoi figli, non la libera dallʼangoscia esistenziale. Un giorno, in uno stato tra la realtà e il sogno, ritorna alla vecchia casa che ha abitato con Quinet. Cerca un foro vicino alla serratura, che era stato tappato con il sughero. > Cominciai a tirar fuori pezzetti di sughero con la punta del coltello. E il sughero saltava via sminuzzato. Tolsi tutto il sughero e solo allora mi resi conto che non potevo entrare .Colombetta va quindi in Piazza del Diamante, un tempo piena di vita ed oggi «una cassa vuota fatta di case vecchie con il cielo per coperchio». E sulla spalla > si posò un colombo cravattato di raso, di quelli che non avevo mai visto, ma che aveva piume laccate, e sentii un vento di tempesta che mulinava dentro lʼimbuto ormai quasi chiuso e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo di inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni e dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo cosa fosse... distacco? . Il romanzo è sviluppato dal punto di vista dellʼio narrante, Natalia. Questo accorgimento letterario rende ancora più evidente il distacco, quasi da spettatrice, della protagonista rispetto alle vicende della propria vita. Natalia racconta in modo minuzioso e dettagliato ( si pensi alla descrizione della casa dove lavora come domestica, alla splendida rappresentazione, quasi un dipinto!, di Piazza del Diamante piena di vita), ma il tutto sembrano essere le note di un geografo, di un esploratore. Accanto a questa rappresentazione apparentemente realistica della vita ci sono poi i sogni di Natalia, in gran parte giocati intorno agli uccelli, ai colombi e alla presenza delle persone che hanno dominato la sua vita. Lʼangoscia esistenziale e il senso di vuoto non si manifestano nel racconto dei fatti reali ma riescono ad esprimersi solo nel mondo simbolico. Da questo punto di vista, le vicende legate ai colombi costituiscono, forse, il legame tra realismo e simbolismo, quasi lʼespressione fisica dellʼangoscia esistenziale della protagonista. È un romanzo splendido, apparentemente semplice nello stile ma in realtà giocato sulla costruzione delle frasi. Lʼautrice non ha bisogno di utilizzare molte parole, troppi aggettivi, né di dare un ritmo intenso alla narrazione: la sintassi è lo strumento che dà potenza narrativa al romanzo. Perché leggerlo? È un romanzo affascinante, complesso e difficile da interpretare, ma che affronta un tema universale: la difficoltà a vivere la vita come protagonisti e non come spettatori.
I piccoli maestri
Questo racconto autobiografico sulla Resistenza ha lo stesso avvio di altri romanzi, che hanno narrato gli anni di guerra partigiana tra il 1943 e il 1945: come in «Primavera di Bellezza» di Fenoglio o «A conquistare la rossa primavera» di Lajolo il protagonista è un giovane ufficiale, in attesa di chi sa che cosa. > Forse ci spegneremo così, poi quando saremo spenti, si spegnerà un poʼ alla volta anche la guerra . Ed invece arriva lʼarmistizio, «come un urlo», e si ritorna a casa, a piedi, in mezzo a colonne di tedeschi. Si torna a frequentare gli amici dellʼuniversità, a Vicenza, si riprendono le vecchie discussioni, si partecipa ad un > sentimento collettivo (...) inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale . Si entra nella Resistenza, girando in città e per i paesi della pianura veneta, ma già a ottobre del 1943 si è costretti a salire in montagna, nel Bellunese e nellʼAltipiano di Asiago, i luoghi dove è in gran parte ambientato il libro. A differenza di quanto accade in Fenoglio e Lajolo, il protagonista non diviene un lupo solitario, come il «Partigiano Johnny», né acquisisce una coscienza politica, che lo conduca a schierarsi, anche dopo la liberazione. Lʼautore scrive un racconto volutamente anti eroico, ma lo fa con timore, perché > ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via . E > alla fine si estinsero anche i sensi delle parole, aggettivi, nomi, quei vigliacchi dei verbi; (...) Da ultimo restammo soli io e il non io . La scansione del racconto segue le fasi tipiche della storia partigiana: la nascita delle bande, disorganizzate ed isolate, i rastrellamenti dellʼautunno del 1943, il lungo inverno successivo e la crescita del movimento nella primavera del 1944 e quindi la nuova offensiva nazi fascista, che porta i partigiani a scendere in pianura. Il protagonista attraversa questi avvenimenti senza soffermarsi sulle azioni di guerra, le quali restano sempre sullo sfondo, ma concentrando lʼattenzione sugli uomini e sul paesaggio. Incontra vecchi amici, se ne fa dei nuovi, li perde (perché vengono fucilati o muoiono in battaglia), lambisce alcuni amori, cerca disperatamente di parlare di letteratura e di filosofia, di portarsi con sé la sua cultura umanistica. Anche lui, come il Partigiano Johnny, si ritrova solo nel lungo inverno del 1944: in fuga, affamato, senza scarpe sopravvive a stento, ma il tutto sembra un sogno. > Camminavo, col paesaggio che veniva fuori a pezzi e bocconi e faceva lʼeffetto di muoversi. (...) Poi la luna fa un lungo salto a pesce nel cielo, la sua luce color mandarino si decanta; sono in piedi e sto in piedi, cammino sulla strada tra le case di Frizzòn, batto alla prima porta. (...) In questa casa non cʼè nessuno. Sono tutti morti. Aprimi almeno tu! Sono morta anchʼio. (...) Aspetto la bara che venga a portarmi via . Pur abbandonato (sarà salvato dalla Rosina, una giovane contadina) il protagonista vive come in un lungo viaggio, reale ed ideale, per le montagne venete, al ciglio delle colline e delle pianure. E spesso lo sovrasta un sentimento di meraviglia, come quando vede dallʼalto > i torrenti, le strade, i paesi riconoscibili a uno a uno in una specie di grande lago; tutto era di smalto e dʼoro, (...) e per un poʼ mi venne una specie di emozione che non mi aspettavo, come se uno viaggiando in Cina si affacciasse a una valle remota, e gli apparisse, lì sotto Thiene, il fumo di Schio, e le montagnole sotto le quali cʼè il suo paese, casa sua . Lʼatmosfera soffusa e delicata è il pregio fondamentale del romanzo: essa è il frutto di uno stile narrativo e di un approccio, volutamente perseguito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la scrittura è di impronta umanistica, tradizionale, colta ed elitaria; ma la retorica tipicamente italiana è ripulita dei suoi fronzoli, è resa frugale ed essenziale; in tal modo si esaltano la fluidità del periodo e la ricchezza dei vocaboli e delle espressioni. Il romanzo è una sorta di rimembranza e quindi giustamente lʼautore non intende fare una cronaca degli avvenimenti, ma li vuole narrare con la lente della memoria, che dà forma a singoli pezzi, guardandoli dalla prospettiva di chi li vede ormai lontani, come in una nebbia. con un sentimento di tenerezza, ma anche di lieve distacco. Ed è questo il tratto peculiare del romanzo, che lo rende affascinante. Questa scelta, che dà più importanza alle sensazioni che agli avvenimenti, rende a tratti noioso il racconto, perché va a scapito del ritmo e dellʼapprofondimento dei personaggi. Perché leggerlo? È bello perdersi nella sua atmosfera.
Piccolo Mondo Antico
L’ambiente è il Lago di Lugano, ed in particolare la Valsolda. Siamo tra le due guerre d’indipendenza. Franco è il nipote di una potente marchesa ed è innamorato di Luisa, una giovane di famiglia seria ed onorata, ma modesta. Tra la marchesa e Franco il contrasto non si limita all’amore del giovane per Luisa ma anche alle diverse idee politiche, la donna legata alla dinastia austriaca, l’uomo convinto patriota. Franco sposa, all’insaputa della marchesa, Luisa e quindi la giovane coppia deve vivere in ristrettezze economiche, aggravate, ad un certo punto, dal licenziamento dello zio di Luisa, un funzionario onesto e serio dell’amministrazione lombardo-veneto: licenziamento dovuto alla volontà della potente marchesa. La vita scorre serena e gravita intorno alla figlia della coppia, la piccola Maria. L’unico contrasto tra gli sposi ha origine nelle differenti convinzioni religiose: Franco devoto e cattolico osservante, Luisa di fatto indifferente e atea nella sua coscienza. Ci sono poi le idee politiche, comuni ai due sposi e al loro piccolo entourage, che, insieme con le difficoltà economiche, inducono Franco a trasferirsi a Torino. Ed infine, a turbare l’andamento familiare e creare contrasti tra gli sposi si inserisce la scoperta di un documento con il quale il nonno di Franco, marito della marchesa, avrebbe lasciato l’eredità al nipote. Franco, per orgoglio, non intende far valere il documento, che è stato nascosto dalla marchesa, e questo fatto indigna Luisa, non tanto per motivi economici quanto per l’ingiustizia subita. Sulla vita della coppia, «sul piccolo mondo antico», irrompe la tragedia della morte di Maria, annegata nel lago. Luisa si chiude in un dolore tragico anche perché si sente colpevole della morte della bambina. Luisa si sente arida e fredda, si crea tra i due sposi una barriera, che rischia di distruggere il loro rapporto. Scoppia la seconda guerra d’indipendenza, Franco, che nel frattempo è ritornato a lavorare a Torino, invita la moglie ad un incontro all’Isola Bella prima della sua partenza per il fronte. Luisa è molto incerta, poi viene convinta dallo zio e andando verso l’isola, sul battello, vede un gruppo di soldati che va alla guerra e capisce che ci sono sofferenze e dolori più grandi dei suoi. L’incontro con Franco è dapprima freddo, poi via via si scioglie e i due si ritrovano, dando alla luce una nuova creatura. Come in tutte le belle storie, l’amore alla fine trionfa. Si tratta, quindi, di una storia romantica, che creò clamore a suo tempo per le idee religiose che vi erano espresse. Era portata avanti, nella figura Luisa, una forte critica alla religione, soprattutto a quella ufficiale e bigotta, sino al punto che la donna affermava che «Dio è cattivo» o persino, che Dio non esiste. Se la guardiamo con gli occhi del nostro tempo, ciò che rimane di pregevole del romanzo è, invece, il contrasto tra l’intimità del mondo familiare e la partecipazione ai grandi eventi. Alla base c’è la rappresentazione del «piccolo mondo antico», che, come dice l’autore, > era ancora più segregato dal mondo grande che al presente, era più che al presente un mondo di silenzio e di pace, dove i funzionari dello Stato e della Chiesa,e, dietro al loro venerabile esempio, anche alquanti sudditi fedeli dedicavano parecchie ore ad una edificante contemplazione . Questo mondo è costituito dalla Valsolda, di cui l’autore descrive sia la natura che la comunità. Ed è proprio questa la parte più debole del romanzo: la natura viene affrontata con uno spirito romantico, tendente al «meraviglioso», all’immagine propria di un«turista», risultando in definitiva falsa e distante; i personaggi, innumerevoli, sono descritti soprattutto nelle loro relazioni reciproche, ma risultano, in definitiva, come caricature di figure tipiche di un piccolo paese ( la servetta infedele, il curato, il professore, lo spione e così via), senza, però, riuscire ad darne una rappresentazione ironica. Lo stesso ricorso al dialetto non dà vivacità e veridicità ai dialoghi, risultando infine fastidioso ed inutile. La figura di Franco è piatta, anche inverosimile, se si pensa che subisce una disgrazia terribile, che sembra superare con facilità. L’unico personaggio che risulta contradditorio e complesso è quello di Luisa: essa è consapevole della fragilità del marito, della vacuità della religione, ma accetta il ruolo sociale di moglie e di madre. Solo la morte della figlia rompe questo difficile equilibrio trascinandola quasi alla follia. Ma, alla fine, si salva riprendendo il ruolo che le è stato affidato dalla società. Piccolo Mondo Antico è il romanzo di un ricco e colto borghese dell’ottocento italiano, che ritiene che solo nell’assumersi le proprie responsabilità sociali ci si possa salvare e crescere come personalità. La tradizione pre-industriale è quindi qualche cosa da superare, così come la chiusura nei problemi personali, nelle piccole relazioni interpersonali, nella ricerca di soluzioni metafisiche e irrazionali ( la religione, lo spiritismo). Il tema della responsabilità e del superamento della dimensione familiare e localistica è particolarmente attuale nella società italiana: forse proprio la superficialità di come è stato affrontato nel romanzo ha fatto sì, così come è avvenuto, che familismo e localismo siano rimasti ancora oggi i punti deboli della società italiana.
Il piccolo principe
Il Piccolo Principe è, forse, uno dei libri più famosi e letti nel mondo. Il racconto prende lʼavvio da un episodio dellʼinfanzia del narratore, un pilota come Saint Exupéry. Allʼetà di sei anni aveva disegnato un «boa che aveva digerito un elefante» con la forma apparente di un cappello, per chi, come gli adulti, non hanno immaginazione. Infatti, essi > mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, allʼaritmetica e alla grammatica . Da allora il narratore trascorse «la vita solo, senza nessuno cui poter parlare» fino a quando, caduto con lʼaereo nel deserto ( un vero episodio della vita di Saint - Exupéry) non incontra un «ometto» ( il piccolo principe), arrivato dallo spazio. Il piccolo principe viveva in un piccolissimo mondo, talmente piccolo che > bastava spostare la tua sedia di qualche passo e guardavi il crepuscolo tutte le volte che lo volevi In questo pianeta il piccolo principe aveva cura di un fiore, il solo del suo mondo,«ma era troppo giovane per saperlo amare». E, come succede spesso a chi non si rallegra di ciò che gli è vicino, si mette in viaggio alla ricerca di qualche cosʼaltro. Nel suo peregrinare incontra sei mondi piccolissimi, sempre con un unico abitante: un re che «esigeva da ciascuno quello che ciascuno poteva dare»; un vanitoso, che voleva essere ammirato come lʼuomo più bello del pianeta, anche se ne era il solo abitante; un ubriacone, che beveva per dimenticare di aver vergogna di bere, un uomo dʼaffari, che contava continuamente; un tizio che accendeva e spegneva continuamente un lampione, perché il suo pianeta girava talmente in fretta che si passava in un istante dal giorno alla notte; ed infine un un geografo che non aveva mai esplorato i fiumi, i monti e i mari che disegnava sulla cartina geografica. Infine arriva sulla Terra e anche qui il piccolo principe compie alcune scoperte interessanti, come una volpe, che gli ricorda che «lʼessenziale é invisibile agli occhi» e, quindi, il suo fiore è unico non perché non ci siano altri fiori ( ed infatti il piccolo principe aveva già incontrato un prato di fiori), ma perché si è preso cura di quel fiore: > gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato , ossia ciò a cui ti sei legato con un atto di cura. > Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile ed è la fedeltà a qualche cosa, ad una idea, a qualcuno.Ed infatti Il piccolo principe abbandona la terra perché deve tornare a curare il suo piccolo fiore. Dopo che è andato via, il narratore ( Saint Exupéry) si accorge di aver dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio alla museruola della pecora disegnata per il piccolo principe. Ma allora la pecora potrà mangiare anche il fiore!! > Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia... Ci si deve porre domande imprevedibili che sono irrazionali ma vogliono sondare i misteri dellʼuniverso e dellʼanimo umano: solo la ricerca dellʼimpossibile può evitare che la vita cada nella prosaicità dellʼesistenza. Il racconto è autobiografico e parla di una vita eccezionale e incompresa. Lʼespediente della favola permette, senza in vincoli della verosimiglianza, di affermare la necessità di avere un sogno, che nel caso di Saint Exupéry sono il volo, lʼesplorazione e lʼavventura. Al di là della dolcezza della narrazione e della soave leggerezza con la quale sono affrontati diversi temi esistenziali ( il fascino della natura e del mistero, lʼamicizia e la fedeltà, i difetti dellʼuomo e la grandezza dellʼuniverso, lʼimmaginazione e la razionalità economica), in realtà emerge una enorme presunzione: lʼidea di essere unici nellʼuniverso, ossia che la ricerca dei propri sogni non deve avere limiti e, quando mi accorgo che non li posso più raggiungere, è meglio la morte. La carrellata dei piccoli mondi é lʼoccasione per fare dellʼironia su figure detestate dallʼautore, ma rispecchia anche una visione individualistica, in quanto solo quando siamo soli la nostra personalità si può pienamente esprimere. Nello stesso modo lʼambientazione nel deserto racchiude il desiderio di una solitudine, nella quale lʼautore sembra compiacersi: é più facile parlare con un bambino ( «lʼometto») che con adulti che non ci capiscono. Il piccolo principe, pur nella sua soavità e delicatezza, é la metafora di un delirio di onnipotenza di un uomo, e di una umanità, che non vuole avere limiti: il canto del cigno del super eroe della cultura del novecento. Perché non leggerlo? Si può leggere perché è molto breve, anche se inutile. Ma mi raccomando: non farlo leggere ai bambini perché non è educativo.
Pietra di pazienza
In Afghanistan una donna si ritrova accanto al corpo del marito, gravemente ferito e apparentemente in coma. > Fuori un poʼ si spara, un poʼ si prega, un poʼ si tace... la camera è piccola. Rettangolare. È soffocante, nonostante le pareti chiare... la camera è vuota. Vuota di ogni ornamento . In una situazione claustrofobica, isolata dal mondo e nel contempo immersa nel turbinio della guerra, la donna, da sempre silenziosa e sottomessa, comincia a parlare, a raccontare i suoi segreti al marito. E lo può fare > perché tu non potevi rispondermi nulla, non potevi fare nulla contro di me... io ero rasserenata . Si realizza una sorta di scambio. Da un lato la donna cura il marito e in tal modo ne possiede il corpo, ormai totalmente dipendente da lei. Dallʼaltro il marito si appropria dei segreti della moglie > Nessuno può crederci, nessuno! Non mangi, non bevi, e sei ancora qui! Infatti è un miracolo. Un miracolo per me, grazie a me, il tuo respiro è legato al racconto dei miei segreti. Si alza, leggera. Poi si blocca in un gesto pieno di grazia come per dire: ma non ti preoccupare, i miei segreti non hanno fine . Fuori il mondo è sconvolto: una vecchia pazza vaga per le macerie, soldati irrompono nella casa e la donna si finge una prostituta per non essere stuprata, ma poi (per compassione?) si concede più volte ad un adolescente balbuziente. Dentro, nel chiuso soffocante della camera, impariamo che la donna si è dovuta sposare ancora bambina, senza conoscere lo sposo, sempre in guerra. Apprendiamo che aveva le mestruazioni quando ha avuto il primo rapporto sessuale, ed è stata una fortuna perché in tal modo ha dimostrato di essere arrivata vergine alla consumazione del matrimonio. Veniamo a conoscenza che la donna, per non essere ricusata, ha avuto le figlie da un altro uomo, perché il marito era sterile. > Questa voce che erompe dalla mia gola è la voce sepolta da migliaia di anni... se ogni religione è la storia di una rivelazione, la rivelazione di una verità, allora, mia sang-e sabur ( mia pietra di pazienza, che ascolti), anche la nostra storia è una religione Una religione che si esprime nel corpo. Noi lettori vorremo che dallʼincontro eccezionale di un corpo maschile con i segreti di una vita femminile nascesse una comunanza tra uomo e donna, perché > quando è difficile essere donna, diventa difficile anche essere uomo! . Ma non è così. Il marito si risveglia dal coma ( o era sempre stato vigile) e si scaglia con furia sulla donna, uccidendola per essere a sua volta ucciso. La fragile unità è andata in frantumi. Questo racconto non è una storia afgana, ossia concepibile solo in quel particolare contesto sociale e culturale. Lʼ autore tratta un tema universale, in una situazione possibile, con le dovute differenze, in tutte le latitudini: la distanza tra uomo e donna, la loro incomunicabilità reciproca, si elide solo eccezionalmente, in un momento di grande sofferenza: accanto al letto di un malato terminale, nella solidarietà per la perdita di un figlio, in mezzo a guerre o distruzioni. Da questo punto di vista è un romanzo tipicamente occidentale, del quale riprende problematiche esistenziali, argomenti narrativi e persino espedienti letterari: per esempio la contrapposizione tra dentro e fuori. Ed è proprio questʼimpronta intellettualistica che delude e rende scontato lʼintero racconto. Lo stile narrativo rende efficacemente la contrapposizione tra dentro e fuori. Gli avvenimenti esterni sono raccontati in modo oggettivo, estraniante, come se fossero indifferenti alla donna. La narrazione dei segreti e del rapporto della donna verso il corpo del marito sono affidati ad una scrittura ricca di suggestioni, di evocazioni religiose e di effetti poetici. La differenza di stili narrativi riflette lʼaccettazione della violenza come un dato e nel contempo la volontà della donna di liberarsi, raccontando i suoi segreti al corpo inerte del marito. Perché leggerlo? Breve ed efficace.
Un pinguino a Trieste
Il "Giornale di Trieste" del maggio 1953 riporta la notizia dell'arrivo a Trieste del pinguino "Marco". > Giunto dalle lontane terre del Capo di Buona Speranza ove un singolare destino lo aveva condotto, (...) Marco è stato sedotto dall'affettuose premure di un lupo di mare, il nostromo di coperta della motonave Europa Prendendo spunto da una vicenda reale, Carminati ha scritto un romanzo di formazione che dà un tocco di lievità a un momento difficile della storia di Trieste, tra il 1950 e i tumulti del novembre 1953, quando terminò con morti e feriti una protesta per l'accordo segreto tra Stati Uniti e la Jugoslavia, con l'assegnazione della città all'Italia e dell'Istria alla Jugoslavia. Niccolò è ancora bambino nel 1950, > con pochi pensieri e molta libertà, quando fugge da Lussino per Trieste, dove va a vivere da uno zio. In una scatola tenuta nascosta scopre casualmente un telegramma che comunicava come suo padre risultasse disperso, presumibilmente annegato, in seguito all'affondamento del piroscafo su cui era imbarcato. Perché lo zio non gliela aveva mai mostrato? Forse > perché voleva che rimanessi bambino il più a lungo possibile, voleva che io credessi al topolino dei denti, a San Nicolò che porta i regali, alla Befana, alle stelle cadenti, a mio padre vivo da qualche parte in Africa. Ho guardato verso il mare aperto. Le onde hanno avuto un brivido: (...) dieci anni prima il mio papà era morto in mare, e da dieci anni viveva solo nella mia fantasia. Dal ritaglio di un giornale (il "Tempo" del gennaio 1953) Niccolò viene a sapere che quattro marinai del piroscafo affondato si sono salvati in una scialuppa, e se fra questi ci fosse suo padre? Se fosse ancora vivo da qualche parte sulle coste dell'Oceano Indiano, dove si era inabissata la nave? Con un atto che mescola speranza, coraggio e spirito d'avventura, Niccolò s'imbarca come marinaio su un piroscafo diretto a Città del Capo, lui ancora adolescente e che per di più soffre il mal di mare. Forse la ricerca del padre è solo un'occasione per divenire adulto, come Jim nell'Isola del Tesoro (si veda la recensione di "Treasure Island" in questo sito). > Sarei tornato a casa, ammette Niccolò, > con una nuova mappa: quella tracciata dai miei piedi e dai miei occhi. Il romanzo è costruito con grande maestria ed eleganza, riuscendo a mettere insieme i sentimenti di un adolescente, le sue curiosità e le sue scoperte, con una trama piacevole, con le sue brave sorprese, forse un po' scontate. Non ci sono i cattivi! Ci invade una sorta di speranzosa letizia, abituati a storie dispotiche pure nei romanzi per adolescenti: si pensi a "Borders no Borders" o alla grande saga di "Berlin" (si vedano le recensioni in questo sito). Il tutto è eccessivo, troppo facile si potrebbe dire, così distante dalle vicende triestine così come dalla realtà di oggi. Dobbiamo dare una prospettiva positiva, ma lo dobbiamo fare riconoscendo i problemi attuali, per non cadere nel rischio di una "bella favola". Il pregio del romanzo è la scrittura: elegante, perfetta sul piano sintattico, lessicalmente ricca. Carminati recupera la parte migliore della nostra lingua, con un uso sapiente della punteggiatura, senza cadere nelle trappole stilistiche oggi così frequenti: dall'abuso del "punto" con la conseguenza di frammentare il discorso, come nell'acclamata "La Ferocia" di Nicola Lagioia, al periodare disordinato in cui il flusso delle parole non si affida alla punteggiatura ma ai suoni, come nella troppo apprezzata "Alma" di Federica Manzon (si vedano le recensioni in questo sito). Perché leggerlo? È piacevole ed è una bella storia. Apprezzamento medio basso.
I pirati della Malesia
I pirati della Malesia assaltano una nave, nella quale Kammamuri viaggia con una giovane ragazza, pazza. Il coraggio di Kammamuri convince Sandokan a salvargli la vita e ad aiutare a liberare il fidanzato della ragazza che è tenuto prigioniero dal rajah James Brooke. Si apre una serie di intense avventure, che condurranno alla vittoria di Sandokan sul rajah, alla liberazione del fidanzato della ragazza, Tremal-Naik, e al recupero della ragione da parte della ragazza stessa. Il libro è caratterizzato da fondamentali elementi narrativi:l’ambiente, le foreste del Bormeo e il mondo del mare, che viene descritto con rapide e suggestive pennellate, orientate a creare un’atmosfera affascinante e nel contempo tenebrosa. È un contesto accattivante ma pericoloso e lontano dal mondo occidentale, che nasconde non tanto il gusto dell’esotico, ma un desiderio di scoperta e la consapevolezza di una natura nemica dell’uomo;gli eroi, in quanto tutti i personaggi, persino la ragazza «pazza», sembrano non avere dubbi e si muovono senza tentennamenti. La lealtà, il coraggio, l’orgoglio, la dignità e lo sprezzo verso la morte sono i sentimenti che spingono e caratterizzano i personaggi del romanzo. In questo senso, Salgari esprime una «volontà di potenza», una concezione di superuomo, che è tipica della sua epoca. I personaggi hanno ruoli pre-definiti: Sandokan l’eroe senza paura ma capace di piangere al ricordo dell’amore scomparso, Yanes l’astuto e il freddo calcolatore, Kammamuri il devoto e abile servitore e così via. Non esistono sfumature e ambiguità in queste figure;Il ritmo narrativo è incalzante, contraddistinto da rapidi dialoghi, da sintetiche descrizioni, da continui momenti di suspense e da repentini cambiamenti di scena, anche se bisogna dire che i capitoli finali appaiano frettolosi al punto che la sconfitta del rajah appare poco coerente con l’intelligenza e la forza manifestata da altri capitoli dall’anniversario di Sandokan. Bellissimo è il capitolo che descrive la rivolta dei forzati sino alla loro strage da parte dei selvaggi. Il ritmo narrativo di Salgari precorre la struttura delle sceneggiature del cinema e conferma la modernità di questo autore, al di là dello stile, talvolta, aulico e retorico, tipicamente ottocentesco. La modernità e l’originalità dello stile narrativo di Salgari emergono da due peculiarità: l’artificiale procedimento dell’accumulo, per cui, per esempio, in poche pagine e in una sola foresta può addensarsi una moltitudine di temibili o strani animali, ciò che risponde > non soltanto all’esigenza di tenere il lettore col fiato sospeso, ma anche di offrire in breve spazio il mondo come spettacolo e come prodigio (Introduzione a Salgari, Bruno Traversetti, pag. 42); il metodo dell’eterno ritorno (di una sorta di ricerca del tempo perduto), per cui gli eroi hanno sempre perso una situazione di stabilità (per esempio, Sandokan era un principe) e tendono a ritornare in quella situazione, anche distinguendosi rispetto ai personaggi comuni (per esempio, Sandokan è felice che lo zio di sua moglie, un lord inglese, lo riconosca come nipote). Il riferimento è sempre ad una «società convenzionale», che è stata distrutta da un fatto straordinario. Questi procedimenti sono diffusi nel cinema moderno, di avventura, e proprio la ricerca di questo equilibrio, mai recuperato compiutamente, rende Salgari un autore estremamente attuale, e da certi punti di vista angosciante.
I pirati delle montagne
Secondo Daniel Pennac il secondo diritto del lettore è di non terminare un libro. «Il libro ti cade dalle mani? Lascialo cadere». E continua dicendo che ci sono migliaia di ragioni per abbandonare un libro, la principale è la seguente: non abbiamo mai tempo, è meglio spendere il poco tempo che abbiamo leggendo quello che ci piace. Nel passato ho cercato di finire un romanzo o un saggio, anche se non mi piacevano. Che tortura! Il maggiore dei miei figli persevera in questo errore; per esempio, caparbiamente vuole terminare «All the Pretty Horses», malgrado lo trovi pesante e noioso (si veda la recensione in questo sito del romanzo di Cormac McCarthy). Alcuni anni fa ho deciso che avrei gettato un libro «dalle mie mani» dopo ottanta pagine, se avessi trovato la sua storia non interessante, i suoi personaggi malamente descritti e la sua scrittura poco piacevole, o soltanto se avessi preferito leggere un altro libro. Ho applicato queste superficiali regole in questo caso. Siamo durante la Resistenza. Tra colline non identificate, ma probabilmente nel confine Nord-Est d'Italia, un piccolo contingente di partigiani combatte contro i nazi-fascisti: sono di differenti nazionalità, uniti dalla comune necessità di sopravvivere piuttosto che dall'odio verso i tedeschi e i fascisti. C'è pure un ragazzo di nove anni: Giorgio, soprannominato il Mozzo perché i partigiani immaginano di essere i favolosi pirati della Tortuga e la loro banda simile ai Bucanieri veleggiando per i mari dei Caraibi. Realmente una strana metafora giacché sono in montagna! Perché non un gruppo di alpinisti verso la conquista di una cima o gli alpini nella prima guerra mondiale? Non è chiaro perché Giorgio abbia lasciato la sua casa e i genitori; leggendo veniamo a sapere che > era cominciato, per lui, con dei fascisti collaborazionisti che lo rincorrevano. (...) Con lui che correva come una lepre sul sentiero che, superata Capodistrada, va ancora su ottocento passi, novecento se sei affaticato, prima di infilarsi attraverso le sterpaglie e dentro l'intrico dei rovi, per venir fuori, già a carponi, al fienile e raggiungere così quel nascondiglio. Qui il ragazzo è stato adottato da un gruppo di uomini e donne, già usi alla guerra e alla morte: leali, coraggiosi, profondamente onesti, e protettivi verso Giorgio, come se fossero le Tigri di Mompracem. Giorgio impara a vivere come un partigiano, apprendendo passo per passo a sopportare il freddo e la fame, a nascondersi, a stare all'erta per un improvviso attacco tedesco, a dimenticare la propria famiglia, e infine a combattere. > Stringeva gli occhi, Giorgio detto il Mozzo e, cercando di recuperare quella sensazione di invisibilità, si arrotolava nella coperta di lana ruvida, aspettando l'alba quando > i contorni delle cose sono di più sotto il controllo della mente e quelle stesse cose si ingigantiscono meno. Le prime pagine del romanzo promettevano una storia interessante: un adolescente che diviene adulto affrontando una vita dura e combattendo per la libertà. Sfortunatamente, rapidamente la vicenda è rientrata all'interno delle tre regole auree. Innanzitutto, la narrazione è noiosa, senza colpi di scena e momenti di tensione, una scontata e ripetitiva successione di eventi di guerra e di vita partigiana. In secondo luogo, i personaggi non sono analizzati in profondità, soprattutto la personalità di Giorgio, il quale sembra accettare le nuove e drammatiche esperienze troppo facilmente. Infine, la scrittura è piena di dialoghi inutili e banali, a scapito della descrizione dei luoghi e della creazione di quell' atmosfera, che vorrebbe essere immaginaria, ma è piattamente prosaica. Di conseguenza, ho deciso di far cadere il libro, ne avevo un altro da leggere, e il tempo è così poco! Perché non leggerlo? E' noioso.
La Più Grande
> Colei che un giorno sarebbe diventata La Più Grande inciampò in uno sgabello lasciato in mezzo. (...) Tre ciotole finirono in terra rompendosi di schianto. La quarta invece rimase sospesa a un palmo dal pavimento: un bambino allungò la gamba e riuscì a fermarla, in equilibrio perfetto, nell'incavo tra il piede e la caviglia. Fu così che Shi Yu vide per la prima volta Li Wei. In queste poche e chiare parole si sintetizzano le fondamentali linee narrative del romanzo. Come Oliver Twist (si veda la recensione in questo sito) Yu è una piccola orfana che ancora bambina lavora come serva in una misera e lurida locanda: un luogo cui tornerà nel sogno anche quando diventerà una potente e temuta pirata, la nostalgia dell'anfratto dove risiede «la carità feroce del ricordo», come dice Giuseppe Ungaretti (da «Ultimi cori per la terra promessa»). > Era molto tempo che Yu non tornava alla locanda che sorgeva in fondo alla sua anima. (...) Sentiva un grande dolore dentro ma non ricordava perché. Lì, Yu era ancora innocente, sfruttata ma felice; poi dovrà imparare ad essere una comandante di pirati, godendo la libertà dei mari, il piacere dei combattimenti, ma dovendo assumere decisioni difficili, dure e sofferte, come lasciare morire la figlia in battaglia. «La Piu Grande» è un romanzo di formazione, scandito dalla stessa articolazione del racconto, che segue le fasi della vita di Yu. A differenza di Jim di Treasure Island di Stevenson (si veda la recensione in questo sito), Yu non deve divenire adulta; lo è già a sei anni, deve imparare invece ad affrontare le tappe che la renderanno una leader: lottare contro i nemici ed imporsi in un mondo di maschi, comandare degli uomini ( > dovrai imparare a mettere gli interessi della ciurma davanti ai tuoi , le dice l'amico cuoco), subire la prigione e la tortura, liberarsi e condurre la sua flotta alla vittoria contro le navi imperiali, contro l'Avversario, il potente principe eunuco. > Devi essere fiera di te, Yu, mormorò. (...) Allora perché certe volte le veniva voglia di scappare via? (...) A che cosa è servito tutto questo? (...) Voglio solo sprofondare. Nel blu. Nel freddo cuore del mare. Nella pace. Come per i personaggi dell'Isola del Tesoro, il mare, la vita dei pirati, l'avventura, la lotta eterna del bene contro il male la spingono a continuare un'esistenza di lotta, senza che si intravedano la serenità e la quiete. Nell'equilibrismo di Li Wei risiede il terzo filone narrativo: le arti marziali. Il ragazzino è il nipote di un potente maestro dello stile detto dell'Aria e dell'Acqua, con cui è possibile saltare come si volasse e muoversi con leggerezza nell'acqua. Yu impara queste tecniche, potendo anche leggere un libro misterioso, depositario della saggezza di secoli di questa arte marziale. Se Morosinotto avesse dovuto rivolgersi agli adolescenti di inizio Novecento, o ancora a noi ragazzi degli anni'50, avrebbe probabilmente ambientato il romanzo nella favolosa India, tra i pirati di Mompracem, o nelle acque dei Caraibi, tra i corsari. Poiché siamo negli anni duemila e le forme orientali di combattimento emanano un grande fascino, i luoghi del racconto sono i mari della Cina, le città di Shanghai, Macao, Canton e Hong Kong, e il contesto storico è il decadente impero di Pechino, prima dell'aggressione imperialista delle potenze occidentali. Tutto è meticolosamente preciso. ma anche tutto è un po' scontato, al punto che non ci stupiamo quando Yu vola sulle acque né siamo attratti dalla sequenza di movimenti dai nomi suggestivi ma inesplicabili. Per trovare la magia delle tecniche marziali orientali consigliamo di leggere «Kaijin l'ombra di cenere» di Linda Lercari (si veda la recensione in questo sito). E infine c'è l'incontro con Li Wei, l'Amore inseguito da Yu per tutta la vita. «La Più Grande» sa che lo ha sempre amato ma Li Wei pare essere ormai un nemico, al servizio dell'Avversario. E come il Corsaro Nero (si veda la recensione in questo sito) piange davanti ai suoi corsari perché deve abbandonare in una scialuppa la donna amata, perché figlia del nemico cui ha giurato vendetta, così Yu > si asciugò le lacrime con la manica della maglia. Il comandante non può lasciarsi andare davanti ai suoi uomini. > Sapeva che dalle navi tutti la stavano guardando chiedendosi cosa fosse accaduto. Morosinotto è un grande costruttore di trame, come ha mostrato mirabilmente in «Il grande colpo di Crimson City» (si veda la recensione in questo sito); in questo caso la lunghezza non aiuta a dare ritmo alla narrazione, che si disperde in ripetizioni, in una moltitudine di nomi, in un turbinio continuo di digressioni. Yu e Li Wei restano abbozzati senza che il loro amore sia approfondito e arricchito da incontri che non siano frettolosi, da espressioni di sentimenti, anche se tormentati. Finito di leggere il racconto, il lettore pensa quanto sarebbe stato bello sforbiciare un po' alcune parti ridondanti e invece studiare maggiormente i due innamorati, eternamente legati tra loro dall'infanzia, ma eternamente resi distanti da una vita così diversa: Yu pirata, Li Wei funzionario imperiale. La scrittura è incisiva, fatta di frasi brevi e chiare, con uno stile che ricorda Emilio Salgari. I dialoghi sono efficaci così come le descrizioni delle battaglie e dei combattimenti. Alcune scene, come la lotta tra Yu e l'Avversario o le cavalcate sul mare della ragazza, sono estremamente suggestive e lasciano il lettore senza fiato. Perché leggerlo? Avventuroso, anche se talvolta prolisso.
A place called freedom
Ken Follett immagina di aver trovato una scatola sepolta nel giardino della casa dove si è trasferito. Dentro trova incisa su un collare questa scritta: > quest' uomo è proprietà di Sir George Jamisson, anno 1767.(...) se il collare d'acciaio potesse parlare,(...) che storia racconterebbe? Da questo incipit, che ricorda la scoperta di un tesoro, si avvia un racconto che vorrebbe essere storico e sociale, all'Emile Zola, ma diviene presto un fumettone. Siamo nell'Inghilterra della metà del Settecento e già dalla metà del XVI secolo era iniziato lo sfruttamento dei giacimenti di ferro e di carbone del «Black Country», nelle Midlands occidentali inglesi. Le condizioni di lavoro erano durissime, per le rudimentali tecniche minerarie e per l'avidità dei padroni, ai quali i minatori erano persino legati da un vincolo settennale. Uomini, donne e bambini scendevano nelle profondità della terra, numerose e frequenti erano le vittime, dovute principalmente alle esplosioni conseguenti alle perdite di gas. Non restava ai minatori che sognare la libertà in un futuro al di là della vita. > Non guardare più con gli occhi della pietà/vedi la nostra vittoria/quando noi edifichiamo quella città paradisiaca/tutti gli uomini saranno liberi . In queste parole ci sono la rassegnazione e il riscatto, l'incrollabile volontà alla libertà. Ed è quest'ultima che spinge Mack, un giovane e carismatico minatore, a porsi a capo della sua gente. Pure nella nascente borghesia ci sono impulsi verso la libertà, più vista come una insofferenza verso le strette regole sociali che per una consapevolezza delle condizioni di bestiale sfruttamento del popolo. Lizzie appartiene ad una famiglia un tempo benestante oggi impoverita: la ragazza potrebbe sposare uno dei giovani Jamisson perché è graziosa, di belle maniere anche se troppo indipendente, e soprattutto possiede un terreno particolarmente ricco di carbone. Questa Lizzie è un carattere particolare: ama indossare abiti maschili per potersi muovere più liberamente, cavalcare come un uomo, conoscere la vita dei minatori; ed è inoltre attratta dal magnetismo di Mack, dal fascino che emana: > con orgoglio muoveva il suo corpo potente, la sicurezza con la quale piegava la testa, lo sguardo intenso nei suoi verdi occhi lucenti. Ella si sentiva attratta . Lizzie non vuole riconoscere la passione per Mack, anche quando scende nelle miniere e vede il giovane all'opera, indomito e forte, a salvare la gente durante un'esplosione di gas, quando lo ammira per il suo coraggio di reclamare migliori condizioni di lavoro, e quando infine lo vede nudo emergere dalle fredde acque del torrente, nella fuga verso Londra. Ci vuole tempo perché Lizzie riconosca l'amore per Mack, e insieme il desiderio di libertà. Sposerà uno dei due giovani Jamisson, bugiardo, rammollito e ottuso, con lui andrà in Virginia in una piantagione di caffè, dove incontrerà di nuovo Mack, portato schiavo dall'Inghilterra, ed è con lui che troverà la libertà nel selvaggio West. C'è da chiedersi cosa intenda Ken Follett per libertà: i costumi indipendenti e trasgressivi di una giovane borghese, aspirazioni più vicine alle nostre che a ciò che una ragazza potesse avere nell' Inghilterra del XVI secolo, o invece l'emancipazione di un popolo che inizia un cammino verso i diritti e la giustizia sociale della classe operaia? Se pensiamo che lo scrittore è simpatizzante del partito laburista, il romanzo testimonia, sotto traccia, l'involuzione del pensiero socialista: da movimento operaio a liberalismo di sinistra. Dov'è la libertà? Solo nel selvaggio West, lontano dai vincoli borghesi della società. Non sarebbe stato meglio approfondire la vita sociale e individuale di un nascente mondo operaio nell' industria mineraria e metallurgica, che avrà un'importanza determinante nella rivoluzione industriale e nella nascita di una coscienza di classe? Scritto, come in tutti suoi racconti, in un bell'inglese, elegante e arricchito anche da parole gergali, una trama articolata e talvolta avvincente (come nella visita di Lizzie alle miniere), il romanzo presenta i soliti difetti di Ken Follett: tante vicende che si sovrappongono (lo sfruttamento dei minatori, la lotta dei portuali londinesi, lo schiavismo e l'aspirazione d'indipendenza dei coloni americani), e personaggi poco approfonditi, in particolare Lizzie, che dovrebbe essere il perno dell'intera storia. Quale nostalgia per le ragazze di Jane Austen! Perché leggerlo? Si legge agevolmente, anche se alla fine risulta piatto e prolisso.
Il porto dei sogni incrociati
Secondo il Buddhismo la sofferenza nasce dal fatto che ci si oppone al fluire della vita e ci si attacca a forme illusoriamente permanenti, siano esse cose, eventi, persone o idee. Ed invece lʼuomo è come un volo di un uccello o il passaggio di un pesce nellʼacqua, che non lasciano traccia di sé; è come andare in barca a vela, facendosi guidare dai venti. E chi meglio di un marinaio personifica questa condizione di transitorietà? Siamo in un pub di una città irlandese, dove si ritrovano quattro persone; non si conoscono ma tutte vivono in una città portuale e hanno incrociato il capitano di una nave mercantile: Marcel. Rosa Moreno ha il sorriso di Ingrid Bergman, rischia di passare tutta la vita nello stesso bar di un piccolo porto della costa atlantica della Spagna: ed allora > tutto le appariva nero, come se non valesse la pena di vivere . Una notte trascorsa con Marcel le ha regalato sogni di libertà, possibilità di una nuova vita, ma anche unʼeredità tangibile, un bambino. Madame Le Grand è una vedova ancora piacente, trascorre la vita ad archiviare le storie di tutti i marinai che transitano nella sua città portuale, > per provvedere a che tutte le persone che incontrava lasciassero una traccia dietro di sé, invece di sparire nel nulla, come se non fossero mai esistite . Invita a cena Marcel con la sua ciurma e rimane affascinata di un uomo al quale > non gli importava di sapere cosa cʼè dopo, (...) massimo desiderio: nessuno perché rende infelici . Peter Sympson è un gioielliere, al quale Marcel affida per la vendita una pietra preziosa di grande valore, ed insieme pure gli dice il senso profondo della sua vita: > il suo hobby sono le pietre preziose. Il mio sono le conoscenze passeggere e i loro sogni della vita. Jacob Nielsen è un informatico, vive nel mondo di internet, talvolta è colto dallʼirrequietezza, è poi sufficiente > una folata di vento dal mare per spazzar via il suo desiderio di altrove . Incontra Marcel, è conquistato dallʼidea di una rete di «porti incrociati», della quale il capitano occasionalmente conosciuto potesse essere il fulcro inconsapevole. > E se in quel modo fossero riusciti a dimostrare che il mondo non è un caos impenetrabile, un gorgo di anonimi esseri umani che annegano e si perdono nella loro stessa profusione e diversità? . Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen sono lì, casualmente nello stesso pub, per rivedere lʼuomo, che li ha tolti dalla monotona esistenza quotidiana e li ha proiettati in una incertezza piena di speranza. Tutti e quattro si illudono. Per Marcel > legarsi ad altri esseri umani sarebbe stato come correre un pericolo mortale. Perché chi meglio di lui poteva sapere che tutti i legami di quel genere possono essere spezzati? Essere solo e libero di danzare era diventato il suo destino da questo lato della fossa . Marcel fugge con la sua barca a vela, anche dopo che viene a sapere che Rosa porta in grembo suo figlio. > Strano è il cuore del marinaio: spera, ha paura, si spinge più vicino e vira al largo della costa, infine raddobba la vela lacerata, e volge la prua spaccata verso lʼoceano, inverte la rotta sconsolato ( Robert Louis Stevenson, Underwoods da Poesie, Oscar Classici Mondadori 1997). La bella citazione di Stevenson non è appropriata. Il grande scrittore inglese si riferisce alla vita del marinaio, al suo desiderio irrefrenabile di solitudine. Larsson non parla di questo: il mare lontano, romanticamente descritto, resta ai margini; né si parla veramente dei personaggi. Anche quando veniamo a sapere dellʼ infanzia di Marcel, nella quale il capitano ha sofferto la perdita di tutti i suoi parenti, ci rendiamo conto che non sia questa terribile ferita del passato a spingerlo continuamente alla fuga. Pure gli altri personaggi hanno sofferto; nondimeno cercano disperatamente qualcosa di solido, certezze e relazioni alle quali ancorarsi e per le quali vivere. Il romanzo è una narrazione filosofica. Il vero tema è la contraddizione tra permanenza e transitorietà: la non permanenza non è una condizione instabile da cui liberarsi, è la modalità della realtà, è il segno che non lascia testimonianza, è la «vacuità» come dato essenziale dellʼessere umano. Che nostalgia per la scrittura della «La vera storia del pirata Long John Silver». Tanto in quello splendido romanzo lo stile narrativo è vivace e suggestivo, quanto qui l ʼesposizione è piatta, prosaica, fredda. Le vicende scorrono senza slancio, sviluppate in modo burocratico e ripetitivo. Perché non leggerlo? Scontato, piatto e prosaico.
Il porto dell'amore
Non so se esista nella nostra letteratura qualcosa di simile al racconto di Thomas Mann: «La morte a Venezia» (vedi la recensione su questo sito). Il breve scritto di Comisso riprende molto dell'atmosfera del capolavoro del grande scrittore tedesco. Si percepisce la medesima onirica attesa di un disfacimento, voluttuosa e malinconica. Siamo a Fiume, tra il 1919 e il 1920: la città, dolcissima del profumo del gelsomino, era illuminata > dai barbagli del mare e sui pendii i frutteti luccicavano di fiori,(...) sul mare alcune vele illuminate dal sole.(...) Il tepore del sole corrispondeva alla languidezza del corpo che il buon cibo ricreava. Godevo di piaceri indefiniti... Come non ricordare «le notti tiepidi» di piazza San Marco e la «morbida e lussuosa dolcezza» che aveva avvinto il vecchio scrittore, andato a morire a Venezia? Comisso narra con languida nostalgia la sua breve avventura fiumana, e lo fa con una serie di ritratti, pervasi da una «noia immensa» e dall'idea dannunziana che «tutto nel mondo aspira all'amore». E' un percorso metaforico per i sentieri della giovinezza: l'accoglienza tradita, l'amicizia tra uomini, la passione per la donna croata («vieni con me, l'Italia è nell'amore» le dice Comisso), la torbida attrazione per la donna in sfacelo ( > la pelle appassita, le rughe, gli occhi foschi, le mani adunche, la figura sformata, la bocca arida e i denti anneriti ) sino alla figura del gobbo, ruffiano grottesco > sorrideva alla nostra smania e godeva portarla fino a un punto esasperante.(...) Fremevo d'impazienza. L'idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all'amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d'adolescenza fossero realizzabili nella vita . E come Thomas Mann si lascia andare a visioni fantastiche, dove Venezia è > metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi fiorì un voluttuoso rigoglio, (...) note cullanti e carezzevolmente languorose , così una grotta carsica trascina Comisso > in una situazione di sogno angoscioso, immaginavo che una massa d'acqua scatenata dovesse venirmi a travolgere contro le pareti soffocandomi e stritolandomi.(...) Come potrà tale perfezione durare e come potremo trovarne d'uguali?(...) Il terreno era cosparso di innumerevoli api morte e quella strage mi dava presagio anche d'una mia fine, quale conseguenza di un'estate troppo avidamente vissuta . L'esercito italiano pose fine all'avventura fiumana e a Comisso non restò che la nausea. > Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti . Nel racconto giovanile di Comisso c'è molto dei poeti crepuscolari; leggendolo tornano in mente i versi di Guido Gozzano: > cuore che non fioristi, è vano che t'affretti/verso miraggi schietti in orti meno tristi;/tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,/gettare i sogni sparsi per una vita nuova (Da i colloqui «le due strade»). Lungi da essere premonitrice del fascismo, l'avventura fiumana fu un esperimento di libero amore, con il quale una gioventù borghese, segnata dalla violenza della prima guerra mondiale, cercava disperatamente di vivere, di non tornare all'opaca vita piccolo borghese perseguendo una sorta di rivoluzione dei costumi e delle coscienze. Comisso narra questo sogno infranto: non resta che il fascismo per illudersi di liberarsi dalla prosaica Italia giolittiana. «Il porto dell'amore» è un'opera giovanile, «pullulante di insofferenze per la grammatica» come osserva Rolando Damiani nella prefazione alla raccolta delle opere dell'autore; ed è proprio in queste improprietà grammaticali il segreto del fascino di Comisso. L'autore usa una lingua che mescola forme auliche, classicheggianti ed eleganti, con invasioni del parlato e del dialetto. Ne deriva una lettura singolare, attraente e misteriosa; come disse Montale, «un suono esatto e leggero delle parole», che dà un indecifrabile senso di grazia. Perché leggerlo? Meravigliosamente languido.
Il prato in fondo al mare
Stanislao è il nipote di Ippolito Nievo: scrittore, poeta e grande patriota del Risorgimento, morto all'età di 29 anni. Si deve ad Ippolito uno dei capolavori della nostra letteratura dell'Ottocento: «Le Confessioni di un italiano», la cui recensione è disponibile in questo sito. Il 4 marzo del 1861 il battello a vapore Ercole, partito da Palermo per Napoli con a bordo Ippolito, scomparve nel tratto di mare tra Capri e la penisola Sorrentina. Morirono tutti: con Nievo si perse anche la contabilità dell'esercito garibaldino e quindi la prova della correttezza della gestione finanziaria della spedizione, oggetto di calunnie e accuse da parte del governo piemontese. Fu un naufragio dovuto alle condizioni del mare o fu una bomba che mise fine alla vita di Ippolito e sotterrò negli abissi documenti di fondamentale importanza? Stanislao ricostruisce questa vicenda e indaga sui misteri che circondano la scomparsa della nave. Non bisogna aspettarsi una storia poliziesca: è la ricerca > di qualcuno perduto e avvolto da una strana luce che talvolta confondeva la verità . > Elegante, distaccato, viso morbido, occhi marroni, mobilissimi, (...) romantico, razionale nell'azione , Ippolito è un mito; di lui e della sua morte non se ne parlava nella famiglia Nievo, quasi che solo il silenzio potesse immortalare un personaggio che non desiderava altro che l'oblio. La ricerca di Stanislao prende le mosse da una visione. Guardando un francobollo dedicato allo zio, d'improvviso > il mare si ingrandì, diventò enorme, in grandezza naturale. Il volto si allargò e divenne chiarissimo poi si dissolse riapparendo di colore naturale e allontanandosi nel mare che lo avvolgeva. Nel bollo l'uomo aveva una macchia rossa sul petto. Era un berrettino da guerra, rosso. Rimase il colore e cambiò la forma che si mise a pulsare. (...) Scomparve tutto nel mare che era diventato una porta azzurra . E' una allucinazione; essa dà l'impronta all'intero romanzo, apparentemente costruito intorno ad una trama razionale, in realtà scandito da una serie di ritratti, alcuni di essi di grande suggestione. Pensiamo al capitolo «l'ultimo minuto», capitolo che da solo vale la lettura del libro. Con un realismo inquietante e affascinante l'autore ripercorre il naufragio, immaginando anche i pensieri dell'ultimo minuto, quando «apparve ad ognuno la vecchiaia che non avrebbe mai vissuto», fino a quando > si accesero alcune luci. Erano creature del fondo ad organi elettrici. Nessun altro assisté all'arrivo sul fondo del vascello napoletano. Si adagiò con una carezza silenziosa e chiuse dentro il suo misero carico . Viene in mente una delle poesie di Ippolito ( «le lucciole» citata nel libro): > la mia mente somiglia un praticello/Pieno di lucciolette all'ora bruna/ Dove il chiaror in questo lato o in quello/ Tremulo guizza senza posa alcuna . L'adagiarsi sul fondo del vascello evoca gli ultimi capitoli, nei quali l'autore racconta le immersioni in profondità per rintracciare il battello o almeno alcuni resti di esso. E' una descrizione realistica e dettagliata: tra numerose imbarcazioni adagiate sul fondo (quanto è immenso il mare! e quanta umanità è seppellita nelle sue profondità!) Stanislao realizza come la sua indagine fosse > un'onda che mi trasportava senza direzione e senza leggerezza. Dove? (...) La solitudine pian piano si svuotò delle sue immagini. Tutto divenne estraneo, leggero. Mi sentivo una galleria dove il vento scuoteva le strutture. E mi conduceva lontano, nel nulla. (...) Fui gettato nella memoria di solitudine del naufrago che cercavo. Ippolito, una settimana prima di sparire, scrisse: «morirò per morire e tutto sarà finito» E' inutile la ricerca: Ippolito Nievo vuole restare un mito e un mistero deve essere la sua scomparsa. Come si fa a raccontare la vita e la morte di uno zio, di un padre o di un nonno? Come si riesce a dare il senso di una devozione? Stanislao dà una risposta sconcertante: lo si fa cercando sé stessi, in un turbine di ritratti e riflessioni, nel quale il ricordo della persona venerata resta lì sospeso, nella memoria e nell'immaginazione. Come è scomparso Ippolito Nievo? Non lo sapremo mai, ma per un nipote che importanza ha? Non deve scrivere una biografia né portare avanti un'indagine storica: deve riscostruire nella sua mente, anche affidandosi alla fantasia, il carattere essenziale dell'uomo. Per Ippolito era la solitudine, d'altra parte, diceva: > le lucciole brillano nel mio cervello all'ora bruna, scintillando tra dense ombre . Come il capolavoro dello zio anche il romanzo di Stanislao è discontinuo: a capitoli di grande efficacia narrativa e persino esilaranti (pensiamo alla parte intitolata «le stalle di Augia» dove si racconta la peregrinazione negli archivi di stato), si susseguono pagine confuse e ridondanti, come gli incontri con chiromanti ai quali chiedere lumi su dove trovare il battello, inutili digressioni sull'efficacia delle pseudo scienze. La scrittura sorregge il romanzo, con frasi brevi, dialoghi serrati e un parsimonioso ma efficace uso degli aggettivi; tuttavia l'autore non riesce ad evitare che il ritmo diventi prolisso e dispersivo. Se lo zio Ippolito ha avuto la giustificazione di non aver potuto rivedere il suo capolavoro prima che andasse alle stampe, caro Stanislao! Tu non hai alcuna scusa: alcune belle sforbiciate avrebbero fatto bene al racconto. Perché leggerlo? Per il capitolo «l'ultimo minuto» e per riscoprire le Confessioni di un italiano.
Primavera di bellezza
Il romanzo è ambientato nel 1943, nei mesi drammatici che portarono alla caduta di Mussolini, sostituito da Badoglio, allʼarmistizio dellʼ8 settembre e alla fuga del re da Roma. In questo breve arco di tempo gli italiani presero coscienza di ciò che era stato il regime fascista e a quale disastro li aveva portati. Come il protagonista del romanzo, lʼallievo ufficiale Johnny, gli italiani furono presi da una indignazione che > li caricò come un proietto sulla bocca di un cannone: porco assassino, schifoso bluffatore! . Il romanzo racconta, appunto, questa tragica maturazione, narrandola dal punto di vista di giovani soldati, abbandonati a sé stessi, come fu tutto il paese.Il romanzo si apre in una caserma, in Piemonte, dove Johnny sta seguendo il corso di allievo ufficiale. Lʼambiente militare è trasandato, scandito più da vuoti rituali che da un reale addestramento. In realtà nessuno, nemmeno gli ufficiali di più alto grado, credono alla vittoria dellʼItalia e alle ragioni della guerra. Prevalgono scoramento e pessimismo. Cʼè uno scollamento tra la realtà e i ripetitivi, inutili esercizi, ai quali sono testardamente impegnate le giovani reclute. > Stremato da quellʼeccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era lʼesercito italiano . Quanto irreali appaiono le scritte sui muri «Vincere», quando la truppa italiana, «unta, scalcagnata, zingaresca», viene trasferita a Roma: sembra che lʼesercito americano sia sbarcato in Sicilia. La speranza di combattere degli allievi ufficiali svanisce rapidamente. Vengono fatti stazionare in una caserma di Montesacro, ricominciando le inutili esercitazioni. > Non era poi tanto grave, una intera squadra abbastanza affiatata a oziare nella godibilissima quiete di una caserma quasi deserta.... faceva lʼeffetto di stare in clinica . Lʼarmistizio li coglie totalmente impreparati. Johnny, con un gruppo di compagni, si trova a presidiare un deposito di munizioni nella campagna romana, quando vede arrivare frotte di soldati, vestiti metà in borghese e metà in divisa, in fuga da Roma. Il re, Badoglio e gli alti ufficiali hanno lasciato la capitale senza dare ordini su come comportarsi: > opporsi ai tedeschi, non resistere, uccidere i tedeschi, non aprite il fuoco sui tedeschi, non cedere le armi, auto disarmarsi.... spicciatevi anche voi a trovare qualche straccio borghese . Prevalgono la rassegnazione e la fuga, dʼaltra parte «doveva pur finire». «Pieno di miseria, senza più spazio per la paura», anche Johnny decide di tornare a casa, in Piemonte. Inizia un viaggio nei treni sovra affollati di fuggiaschi, con i tedeschi che nelle stazioni prelevano i soldati italiani per inviarli nei campi di concentramento in Germania. Spesso alcuni degli italiani vengono fucilati sul posto, quando cercano di fuggire. > Il lezzo di quella moltitudine italiana, piegata, tentante di fare le più piccole e necessarie cose con unʼaria di assoluta innocuità e sommissione. Spesso risuonava sotto le tettoie un bestiale richiamo tedesco e allora quei soldatini, così sodi e lindi, fendevano irresistibilmente la sospesa massa italiana verso misteriosi appuntamenti e mansioni . Queste poche righe danno magnificamente lʼimmagine di come erano stati ridotti gli italiani da una classe dirigente improvvida e codarda: un abbandono al quale corrispondeva una efficienza senza scopo dellʼesercito hitleriano. Due popoli sono allo sbando, anche se con modalità differenti. Johnny riesce miracolosamente ad arrivare in Piemonte, a pochi chilometri da casa, quando incontra un reparto di soldati, che hanno deciso di non arrendersi e di combattere i tedeschi. Decide di aggregarsi ai partigiani, non certo per convinzioni politiche ma per un impulso emotivo, per non sentirsi > troppo inferiore ad uno sputo... perché gli ripugna di uscirne così ( come un fuggiasco) . Il destino di Johnny è segnato durante un assalto ad un convoglio: > il tedesco veniva, una faccia giovane e una vecchia divisa, e ora abbassava la machinepistol già puntata. Johnny percepì un clic infinitesimale . Lo splendore di questo romanzo non risiede soltanto nella vicenda tragica ed emblematica di Johnny. La sua eccezionalità sta nella parola usata, ricca, immaginifica e innovativa. E come se Fenoglio abbia voluto trasfigurare la storia, rifiutando di darle un resoconto arido e freddo. La lingua italiana viene plasmata per creare un ambiente sospeso ed irreale, quasi che tutto ciò che è successo a Johnny non sia veramente accaduto, ma appartenga ad un incubo, personale e nazionale. Nel leggere questo meraviglioso libro ci si sente pervasi ad una intensa melanconia, per ciò che è stata lʼItalia ma anche per ciò che poteva essere la nostra lingua, se non fosse inaridita in uno stile narrativo, frettoloso, povero e sterile. Perché leggerlo? È il racconto di un momento importante della nostra storia ed è una affascinante lettura.
Una primavera di fuoco
Nel conflitto tra israeliani e palestinesi gli avvenimenti tra il 2000 e il 2002 costituiscono uno spartiacque fondamentale. Prima del settembre 2000, data di inizio della così detta seconda Intifada, vigeva in Palestina > un ordine imposto da unʼoccupazione che durava da anni e da generazioni, che era diventato unʼabitudine, anzi, una routine, uno stile di vita, eppure la farfalla continuava a dibattersi, poteva prender fuoco, poteva esplodere e farlo vacillare . E quando la visita di Ariel Sharon, allora leader del Likud e poi premier di Israele, provocò il sentimento religioso dei palestinesi pregando sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, scoppiò unʼondata di violenze che portò alla reazione militare di Israele, allʼassedio di Arafat e alla successiva occupazione dei territori palestinesi da parte degli israeliani. Il romanzo vorrebbe narrare queste drammatiche vicende dal punto di vista di due fratelli, Magid e Ahmad, e della loro amica, Suʼad. Il racconto è diviso in due parti. Nella prima, senza dubbio la più suggestiva e meglio strutturata, il tema di fondo è costituito dai sogni in tempo di guerra, da un famoso verso di Mahmud Darwish: «lasciatemi stare, lasciatemi andare là dove voglio andare». Magid è uno splendido ragazzo, che sogna di diventare un famoso cantante. Ahmad è ancora un bambino timido, introverso, solitario e sensibile. Stringe unʼamicizia segreta con una bambina israeliana, con la quale comunica, con poche parole e soprattutto con gesti, attraverso il filo spinato che divide i territori dei coloni da quello dei palestinesi. Ma i sogni sono pieni di speranze menzognere! Il caso trascina i due ragazzi nella realtà drammatica che attanaglia la loro società. Magid viene accusato, malgrado sia innocente, dellʼassassinio di un importante esponente del governo palestinese, odiato in quanto considerato un collaborazionista. Costretto a fuggire, entra nella resistenza. La vicenda di Ahmad è paradossale. Per riprendersi la gatta adorata, che era stata inconsapevolmente presa dallʼamichetta israeliana, viene sorpreso nella colonia e tradotto in carcere, in quanto sospettato di essere, lui ancora bambino, un terrorista. Nella seconda parte il romanzo cambia di prospettiva. Da un lato lʼautrice porta avanti una riflessione politica sul ruolo dellʼAutorità palestinese. Sono più le domande che le risposte. Dinanzi a dirigenti che sembrano preferire la carriera e la visibilità al compimento delle speranze del proprio popolo lʼautrice si chiede se > non è la Causa come una trama dʼamore, che inizia dolce, forte e travolgente, e poi con il tempo appassisce, muore e decade? Dallʼaltro lato emerge la prospettiva femminile. Diviene Suʼad la protagonista, che ama Magid ma lo vede trasformarsi in un uomo elegante, in giacca e cravatta. > Svaniti lʼartista e il rivoluzionario, non resta che lʼarrivista che progetta la scalata al potere... È così che il potere riduce un ragazzo di belle promesse?.... E noi donne? Cosa ne sappiamo, cosa proviamo, cosa facciamo? Non un granché, per loro noi siamo di contorno, non di più . Le donne sono quindi sole, ma in loro si compendiano tutti i problemi di un popolo in guerra. > Assedi interiori, assedi esterni, lʼassedio della società e quello di Israele; gli uomini ne conoscono uno solo. Lei, invece, li subiva tutti insieme . Ed allora solo la donna può esclamare: > Palestina, pezzo di cielo, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera.... una sorta di azzurra preghiera estesa quanto lʼorizzonte . Il dramma del popolo palestinese va di pari passo con lʼinaridirsi e il dissolversi dei sentimenti dellʼadolescenza e della giovinezza. Il libro è una narrazione elegiaca, in certi momenti epica, della distruzione di una patria, dalla quale non si salva il mondo interiore, quello degli affetti intimi. > Corri, corri. Scalzi, svestiti, in pantofole e in ciabatte, con i bambini, senza i bambini. Anziani, vecchi e feriti che passavano sopra le macerie, le pietre, i vetri, gli incendi, la spazzatura sparsa dovunque. E cadaveri. E feriti con lesioni di ogni genere e gravità, chi alla mano, chi al piede, chi accecato dalle vampate di calore, chi ammutolito e incapace di articolare verbo. E urla. Non resta che la mortificazione per le proprie lacrime e lʼumiliazione per una vita consumata da un destino avverso. Il vero limite del romanzo è la trama narrativa. Nella prima parte riesce a mantenere una sua logica, la quale, tuttavia, si sminuzza nelle pagine successive, con un susseguirsi confuso e disordinato di eventi: la descrizione epica dellʼassalto al palazzo presidenziale di Arafat e della fuga dei palestinesi sotto lʼaggressione militare, le meditazioni e le delusioni di Suʼad, che diviene talvolta narratrice ( disorientando ulteriormente il lettore), le riflessioni politiche dellʼautrice, spesso vagamente accennate e quindi incomprensibili per chi non conosce gli avvenimenti, gli intermezzi elegiaci sul dolore e sulla disperazione del popolo palestinese, talvolta retorici e ripetitivi. È come se unʼondata di pensieri sommergesse lʼautrice, e tutto ciò a danno dei personaggi e della storia. Il frequente ricorso alle interrogative retoriche contribuisce ad appesantire la lettura, non chiudendo mai fino in fondo il ragionamento e la narrazione. Perché non leggerlo? Dopo un inizio accattivante la lettura diviene man mano più frammentaria, spesso ridondante e noiosa.
Probabilmente mi sono persa
La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nellʼarco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dellʼex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino allʼasilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. > Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà... Erano amiche dʼinfanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme lʼhanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade lʼabitacolo dellʼauto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: > Cick, Cick, Cick...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se lʼuomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). Lʼangelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita... Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. > Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre.... Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con lʼamica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. > Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me... tutta la mia vita... mi viene da ridere... . Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso lʼuomo che entrambe hanno amato. > Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar allʼasilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso . È la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. > Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) È come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan . Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare allʼinfanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà lʼamore materno? > Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... . Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e lʼIran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per lʼuso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con lʼimpressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto. Perché non leggerlo? Inconcludente e inutile.
Il profumo delle foglie di limone
Juliàn è un ex internato di un campo di concentramento nazista, > ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale non riusciva a dimenticare neppure un giorno . Al limite della vecchiaia va in Spagna perché ha saputo che un gruppo di criminali nazisti si è rifugiato sulla Costa Blanca. Lo anima un odio profondo per questi «mostri moribondi», il desiderio di incutere la paura e la sofferenza che ha visto e subito nel lager: > ero rimasto indietro, intrappolato nel mio mondo, con i miei odi, i miei amici e i miei nemici . La sua vicenda si intreccia con quella di Sandra, una ventenne rimasta incinta, incerta e confusa su quale direzione dare alla sua vita. Sandra appare al vecchio Juliàn come lʼicona del presente e del futuro, che lui non ha mai conosciuto sino in fondo perché concentrato in un sentimento più forte: lʼodio e quindi il passato. > Aveva i capelli di varie sfumature che andavano dal rosso al nero, lunghi da una parte e più corti dallʼaltra. Portava anche un anellino al naso. Aveva gli occhi di un colore tra il verde e il marrone e il naso aquilino. La luce del sole, colpendole il volto, faceva sembrare il suo sguardo leggermente ironico . Un incontro tra due vite così differenti è potuto accadere perché Sandra era stata accolta da una coppia di ottuagenari nazisti, che in fondo erano rimasti affascinati dagli stessi sentimenti di Juliàn per la ragazza. Sandra aiuta, in modo sempre più convinto, Juliàn nella sua indagine su questo gruppo di criminali.In realtà via via emerge come questi ex nazisti siano alla loro volta dei vecchi infelici, chiusi nei propri sogni di potenza e di giovinezza, imprigionati in un insieme di relazioni dove predomina la sopraffazione e persino la truffa. Lʼinutilità dellʼodio diviene sempre più evidente in Juliàn, anche perché si rende conto che la sua ossessione può mettere gravemente in pericolo la ragazza. Capisce finalmente che ci sono cose più importanti che ritornare costantemente al passato. Si pacifica finalmente con lʼesperienza del lager, al punto che decide di fermarsi in una casa di riposo dove hanno trovato rifugio anche due vecchi nazisti. Per Sandra, invece, le vicende nelle quali si è trovata coinvolta la rendono adulta, le fanno capire che la sua missione di vita è quella di dare una vita serena al figlio che porta con sé. Le resta solo il ricordo di un amore per un giovane, presunto nazista, che le ha salvato la vita. Cʼè in qualche modo un mistero, qualcosa di incompiuto che non sappiamo se si porterà con sé, aprendo nuovamente quel destino di continuo ritorno al passato che era stato di Juliàn. Il tema del nazismo, visto sia dal punto di vista dellʼaguzzino che da quello della vittima, è lʼoccasione per parlare dei rapporti tra il passato e il presente, delle difficoltà di comunicazione tra le generazioni, che si possono superare solo sul «fare» ( Juliàn e Sandra si trovano insieme nella loro indagine sul gruppo di criminali) e non sul «dire», ossia la narrazione delle esperienze. Cʼè, tuttavia, qualche cosa di più in questo romanzo. Cʼè il senso di una contrapposizione tra la certezza dei vecchi e lʼincertezza dei giovani ( Juliàn è così monotono nel suo odio così come Sandra è così fresca nella sua ingenuità), conflitto rappresentativo di un passaggio epocale, quale è il nostro momento storico. È emblematico in questo senso che lʼetà della maturità per Sandra inizi in un stato di sospensione, che non chiude il romanzo: cosa ne sarà di Sandra e della sua vita? Il racconto è a due voci ( Juliàn e Sandra), espediente letterario che rende ridondante e ripetitiva la narrazione. La trama, che vorrebbe essere quella di una indagine poliziesca, è povera di avvenimenti e di colpi di scena. Lʼambientazione è scarna al punto che ci si potrebbe trovare in qualsiasi località turistica così come i personaggi sono poco approfonditi, pur affrontando temi complessi sotto il profilo etico ed esistenziale. Perché non leggerlo? È noioso e banale.
Proletkult
Aleksandr Bogdanov, pseudonimo del rivoluzionario bolscevico Aleksandr Malinovskij, scrisse nel 1906 Stella Rossa, un romanzo di fantascienza, in cui il socialismo reale era stato realizzato pienamente sul pianeta Marte. Con una capacità profetica eccezionale, immagina che la nuova società modellata secondo l'utopia marxista non si era rivelata estranea all'imperialismo, volendo colonizzare la Terra dopo averne sterminata la popolazione. Leonid, il protagonista di Stella Rossa, si oppone al progetto ed è spedito sulla Terra per punizione; finisce in manicomio. Il collettivo Wu Ming prefigura un possibile sviluppo. Denni, l'esile figlia di Leonid, scende sulla Terra per cercare il padre e va proprio da Bogdanov, il quale, oltre che scrittore, è filosofo e scienziato. L'uomo si trova dinanzi a una > strana ragazza che sembra un ragazzo. Denti bianchissimi e perfetti. Le orecchie molto piccole, ben sagomate. Pallida, forse troppo. Siamo nel 1927 e Bogdanov si è rinchiuso nella sua clinica e non vuole più essere coinvolto in vicende rischiose per le prime purghe staliniane. Si ripara dietro la finzione: sulla base di allucinazioni del povero Leonid, ha inventato una storia di fantascienza, ambientata su Marte perché é il pianeta rosso. Da qui il romanzo potrebbe prendere tante direzioni: libro nostalgicamente ideologico di una utopia, quella comunista, che si può costruire solo in un altro pianeta; ricerca di Denni del padre in questa Terra sconvolta dalle guerre, dalle repressioni e dalle carestie; presa di coscienza di Bogdanov che Leonid non era matto e il suo libro rispecchiava una società reale. Quest'ultima strada sarebbe stata la più interessante e avrebbe portato alle visioni inquietanti di Philip Dick. E invece i Wu Ming proseguono tra disgressioni storiche e un'esile trama, non sorretta da colpi di scena e da efficaci descrizioni degli ambienti e dei personaggi. Dispiace che nel 2018 questi bravi scrittori siano ancora inviluppati dentro le delusioni della mancata rivoluzione mondiale e avvinti dal fascino di protagonisti ormai svaniti dopo un secolo di storia. Il collettivo Wu Ming è formato da cinque scrittori: in molti casi riescono ad amalgamarsi, dando origine a una narrazione unitaria sotto il profilo storico e narrativo (si veda la recensione in questo sito di «L'Armata dei Sonnambuli»). Qui l'operazione non è riuscita, forse perché le vicende e i personaggi sono troppo vicini a noi in termini emotivi e politici rispetto a quelli narrati nell' Armata dei Sonnambuli, racconto ambientato durante la rivoluzione francese. Il pregio del romanzo è di spingerci a leggere Stella Rossa. Perché non leggerlo? Noioso.
I Promessi Sposi
I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dallʼInnominato: > Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma vʼha anche fatto vedere che non aveva levato lʼocchio da voi, che non vʼaveva dimenticata. Vʼha rimessa in salvo; e sʼè servito di voi per una grandʼopera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo . La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una «morale», di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dellʼintervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I allʼVIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne dʼItalia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dellʼintero libro. > Addio, monti sorgenti dallʼacque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia lʼaspetto deʼ suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia queʼmonti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con lʼimmaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Se avessimo un poʼ di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare lʼimmigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dallʼodio! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata allʼempietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dellʼInnominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dallʼXI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. È una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, > per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo... Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dellʼInnominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, > significava qualcosa dʼirresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari . I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con lʼ Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi allʼincontro. Dʼaltra parte la crisi dellʼInnominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. > Invecchiare! morire, e poi? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nellʼanima lʼidea confusa, ma terribile, dʼun giudizio individuale, dʼuna ragione indipendente dallʼesempio, (...) il sentimento dʼuna solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però . Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dellʼInnominato: affermare che Dio esiste. Attenzione! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. Lʼastratto moralismo sottostante allʼincontro tra Federigo e lʼInnominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov «il Grande Inquisitore»; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che > non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure lʼamore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza . Torniamo ai Promessi Sposi. > Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina . È la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dellʼepidemia (la carestia, la guerra, lʼindifferenza e lʼincapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono > un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia , nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è lʼoccasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. > Scendeva dalla soglia dʼuno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno dʼaverne sparse tante; cʼera in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava unʼanima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse novʼanni, morta, ma tutta ben accomodata, coʼ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani lʼavessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro . Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere lʼalgido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nellʼuniversale, al di là del tempo e dello spazio, come unʼidea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma > la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore . È proprio vero? Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa allʼobbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto allʼuso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua lʼalterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti. Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati. Perché non leggerlo? Noioso, arido, insopportabile.
Prophet Song (il canto del profeta)
In televisione vediamo di continuo le devastazioni di Gaza e dell'Ucraina: stragi, violenze, morti, famiglie distrutte, popolazioni in fuga alla ricerca di una qualsiasi salvezza; lontano dai riflettori altri popoli sofferenti, il Sudan, il Congo, il Tigrai, i Rohingya, ed altri ancora. Distanti nello spazio possiamo commuoverci nelle nostre case, come se > la felicità stia nella mancanza di eccitazione, (...) sia una cosa che non dovrebbe essere vista, come se fosse una nota musicale che non può essere udita fino a che non suona dal passato , fino a quando abbiamo perso la nostra serenità e le nostre sicurezze. Immaginiamo che tutto accada in un paese vicino a noi, l'Irlanda, a seguito della presa del potere da parte di un regime totalitario, deciso a reprimere le libertà e i diritti. Si parte da un fatto apparentemente banale: due poliziotti si presentano a casa di Eilish chiedendo del marito, e > c'è qualcosa nel modo come la guardano, (...) come se stessero cercando di prendere possesso di qualcosa dentro di lei, (...) guardando fuori nell'oscurità, (...) gli alberi di ciliegio sono vecchi e dovranno essere abbattuti presto, potrebbero dover venir giù in primavera. Rapidamente la situazione precipita: il marito è arrestato e scompare in prigione, il figlio più grande va a combattere con i ribelli e non dà più notizie di sé; Eilish cerca di portare avanti una vita normale, sempre più difficile perché la città è un campo di battaglia tra le forze del governo e quelle della Resistenza. Se Eilish avesse letto Il Convitto di Serhij Zadan (vedi la recensione in questo sito) non si stupirebbe di quanto sta accadendo, così come noi potremmo capire perché la donna tarda a comprendere ciò che > gli alberi sentono nell'aria e parlano del loro terrore attraverso il terreno, facendo in modo che gli altri alberi conoscano il pericolo che è venuto, quei suoni in cielo come di un fuoco che consuma tutto masticando legno nella sua bocca. C'è in lei > una sensazione di morte che non l'abbandona mai , un conflitto tra un sentimento di protezione verso i suoi figli e il bisogno di lasciarsi andare: grida al figlio > quanto sta avvenendo mi sta facendo ammalare, (...) voglio avere indietro la mia vecchia vita. E' costretta a realizzare che non c'è modo di tornare al passato quando scompare anche il terzogenito e scopre che è stato preso dalla polizia, torturato e poi ucciso. Non resta che la fuga con i due figli rimasti. > Chiude gli occhi per vedersi trascinata avanti nell'oscurità, vedere sé stessa divenire un passeggero della propria vita, (...) e vede i suoi figli nati in un mondo di devozione e amore e li vede dannati a un mondo di terrore. E non è che ha dimenticato il marito, e con lui il passato, > è che quando pensa di lui adesso ne rimane così poco, è diventato un'ombra, un'assenza là dove era solito esserci l'amore, o forse ancora un po' d'amore rimane in un anfratto del cuore custodito sotto un così grave peso. Il libro è presentato come un romanzo distopico, un genere oggi diffuso e di grande successo. Sarebbe tuttavia riduttivo leggerlo in questo modo. L'autore indaga il dissolvimento di un'anima sotto il peso di una devastazione incomprensibile. Il racconto è come un canto di un profeta, > che non canta della fine del mondo (...) ma di ciò che si sta facendo ad alcuni e non ad altri, che il mondo sta finendo sempre ancora e ancora in un posto e non in un altro ; un messaggio biblico della fine del mondo, liricamente cantato dal punto di vista di un fragile essere umano. Eilish non è la grande madre di Furore di John Steinbeck (si veda in questo sito la recensione di The Grapes of Wrath) , la quale, dura come una roccia, combatte senza mai piegarsi, per proteggere e mantenere insieme una famiglia contro un destino crudele. Eilish è semplicemente una donna travolta da avvenimenti più grandi di lei, che dapprima rifiuta la realtà e poi si rassegna, piegandosi e lottando giorno per giorno. E' una donna normale, probabilmente come tante donne di Gaza e delle troppo numerose terre devastate. All'inizio il lettore è avvinto dalla scrittura, da un inglese così musicale che solo gli autori irlandesi riescono a scrivere, chi sa per quale misteriosa ragione. Le parole si susseguono singolarmente suggestive, il periodo scorre fluido, elegante, lirico, denso di reconditi e non sempre chiari significati, ma comunque evocativi. Poi, inoltrandosi nella narrazione, sopravviene la fragilità della trama; non c'è uno sviluppo, tutto ricircola su se stesso; ne consegue un racconto prolisso, spesso ripetitivo, con una caduta progressiva della tensione, e dell'attenzione. Un inglese magnificente, una storia deludente! Perché leggerlo? E' bellissima la lingua, ma va letto in inglese.
































