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The age of Innocence (l'età dell'innocenza)
RecensioneInglese

The age of Innocence (l'età dell'innocenza)

Il romanzo è ambientato a New York alla fine dell'Ottocento, quando la vecchia élite newyorkese, con i suoi oppressivi rituali sociali, fu travolta da una nuova borghesia rampante, pregiudicata e aggressiva; reagì cercando di ignorare i cambiamenti, > finché li piombarono addosso. L'importante era preservare la «tradizionale piacevolezza» del vivere sociale. Non è un caso che il racconto si avvia con la prima all'Opera, descritta minuziosamente dalla scrittrice: la sistemazione delle famiglie nei palchi, secondo una rigida gerarchia sociale, la posizione delle persone al loro interno, nel rispetto dei ruoli familiari, i vestiti eleganti all'ultima moda parigina, le chiacchiere sommesse che devono interrompersi quando è cantato l'assolo; un'atmosfera aristocratica imbevuta di puritanesimo americano, e quindi superiore al frivolo mondo europeo. In una platea di personaggi minori, compaiono sin dall'inizio i tre protagonisti. Archer è un giovane avvocato, appassionato di letteratura con un vissuto di usuali trasgressioni borghesi (un amante, forse qualche signorina), ma ben consapevole che deve fare un «buon matrimonio». Le letture sconsiderate lo portano a fare dichiarazioni non conformiste ( > le donne devono essere libere come lo siamo noi ), ma > era un giovane uomo quieto e dotato di un forte self control. L'aderenza alla disciplina di una piccola società era divenuta quasi una sua seconda natura. Si agita però in lui un'inquietudine che lo porta a sentirsi come > se venisse seppellito vivo sotto il suo futuro. Sempre all'Opera, nel palco di famiglia in una posizione defilata, come vuole la rigida etichetta, siede la giovanissima May, che > proprio quel pomeriggio gli aveva permesso di pensare che ci fosse da parte sua «un'attenzione» (la frase ufficiale a New York da parte di una ragazza per dichiarare un interesse) ; una perfetta rappresentante della sana società americana, che > sarebbe probabilmente andata attraverso la vita affrontando ciascun' esperienza al meglio delle sue capacità, ma mai anticipando ciò che sta per accadere anche solo con uno sguardo fuggitivo. Forse questa incoscienza era ciò che dava agli occhi quell' innocenza, e al viso la sembianza di un tipo invece che di una persona. Accanto a May c'è > un'esile giovane donna, (...) con capelli castani che si sviluppano in fitte ciocche intorno alle tempie, racchiuse da una stretta fascia di diamanti, (...) con una gonna di velluto blue scuro esaltata sotto il seno da una cintura con un'ampia chiusura vecchio stile. Il portamento e l'abbigliamento inusuale attirano l'attenzione di Archer: è la «povera Ellen Olenska», la cugina di May, tornata in America dopo essersi separata da un aristocratico polacco: passi essere accolta dalla famiglia, ma portarla in pubblico, alla prima dell'Opera, dinanzi a tutte le più importanti famiglie di New York! Da questa scena iniziale, così voluttuosamente barocca, si dirama la storia: Archer è attirato dalla misteriosa e inebriante contessa Olenska, per lui promessa di una vita diversa, intravista dalla letteratura e ora realizzabile nell'innamoramento per la bella e malinconica Ellen. Se guardiamo oltre la nebbia del sogno, intravediamo che la figura di Ellen > si è costruita dentro di lui come una forma di santuario in cui lei troneggiava tra i suoi segreti pensieri e desideri. A poco a poco, questa immagine divenne la scena della sua vita reale, di ogni sua attività razionale. (...) Fuori di qui, nella scena della sua vita effettiva, egli si muoveva con un crescente senso di irrealtà e insufficienza, comportandosi in modo maldestro, contro i pregiudizi familiari e i tradizionali punti di vista, come un demente va in collisione con l'arredamento della sua propria stanza. Eppure, lui stesso s' imprigiona in un'esistenza borghese: anticipa il matrimonio con May, consiglia Ellen di non chiedere il divorzio dal marito, conduce una vita ordinaria, accanto ad una giovane moglie affettuosa e comprensiva, frequentando i tradizionali luoghi sociali di New York e ottemperando agli obblighi della famiglia di May. Lentamente e silenziosamente gli si crea attorno una cortina soffusa di protezione: ufficialmente nessuno conosce l'infatuazione di Archer per Ellen, crescente innamoramento scandito da piccole bugie, da improvvisi viaggi di lavoro, da incontri fugaci e apparentemente nascosti, come capita per tutti gli amanti. Poi, all'improvviso, esce allo scoperto May, prima offuscata dalla vitalità della splendida contessa Olenska; in un colloquio fatto di sottintesi, di verità dette e non dette, May anticipa l'irreparabile confessione di Archer dichiarandogli di aspettare un bimbo e di avere usato, sfrontata e cinica, l' ancora non certa gravidanza per indurre Ellen ad abbandonare l'America. L'innocente May si è rivelata una consorte astuta, non perché dotata di un'intelligenza particolare, ma perché si è attenuta a schemi collaudati della società cui appartiene. In un ricevimento d'addio per la contessa Olenska, (perché le forme vanno sempre rispettate!) Archer capisce che tutti conoscevano la relazione e hanno agito solidalmente per evitare lo scandalo di una separazione: nella vecchia New York tutto deve andare avanti > senza effusioni di sangue: il modo di agire di gente che temeva lo scandalo più che la malattia, che metteva la decenza sopra il coraggio. E dall'altra parte anche Archer condivideva questi valori, anche se > gli pareva di assistere alla scena in uno stato di strana mancanza di peso, come se fluttuasse da qualche parte tra il candeliere e il soffitto, niente meravigliandolo quanto la sua parte (da spettatore) in ciò che stava accadendo. Scritto dopo la prima guerra mondiale, «L'età dell'innocenza» racconta la fine di un'epoca, narra la perdita dell'innocenza della borghesia americana. Se nei libri di Alcott (si vedano in questo sito le recensioni di «Piccole Donne» e «Piccole Donne Crescono») la famiglia è la destinazione naturale della donna, concretizzandosi così il suo ruolo sociale, nel romanzo di Wharton il matrimonio è una gabbia, luogo di rinuncia e di doveri. Da questo punto di vista la contessa Olenska è la figura vagheggiata, capace di vivere fuori dagli schemi, come una farfalla tra un fiore e un altro. Questa interpretazione, enfatizzata dal film di Martin Scorsese del 1993, non racchiude il senso più vero del racconto. Dobbiamo metterci dal punto di vista di Archer e della visione conservatrice di Warthon.  Nella sua introduzione Sarah Blackword riporta come siano state trovate due conclusioni differenti rispetto al finale del libro. In entrambe è previsto che si rompa il matrimonio e Archer possa andare a vivere a Parigi con la bella contessa Olenska. Perché la scrittrice ha deciso che Archer dovesse ripiegarsi in una piatta vita borghese, nei doveri sociali e coniugali della vecchia New York? Il tema principale del romanzo è il peso delle regole sociali, la cui forza risiede nel fatto che sono interiorizzate all'interno della coscienza, sono una prigione che traccia il nostro destino, di là dei nostri «segreti pensieri e desideri».  E com' è accaduto per Archer, non ci resta che vivere nella fantasia, ancorarci al sogno e all'immaginazione, creare una realtà parallela nella nostra mente. Sempre nuovi Don Chisciotte di Cervantes o Quinchotte di Rushdie (si vedano le recensioni in questo sito) ci muoviamo smarriti e prigionieri in un mondo che vorremo diverso, finché, come Archer, ci adeguiamo, adagiati nel quieto vivere. Per quanto tempo lo potremo fare? Ricca, influente e circondata da artisti nella sua vita parigina, Wharton aveva anche la passione di «designer di arredi»; e ciò spiega le descrizioni dettagliate degli ambienti e dell'abbigliamento, vere e proprie rappresentazioni teatrali, già cinematografiche, così ricche di immagini, suggestioni e simboli. E' una scrittura minuziosa e all'apparenza realistica, che emana un fascino sognante, sospeso ed evanescente. Non so se la Wharton abbia conosciuto Joyce o Proust; ma è evidente che siamo dinanzi ad una narrazione innovativa, a un non romanzo, dietro alla patina ottocentesca e superficiale. Il lessico è ricco, di forte impronta americana, insieme a una struttura sintattica articolata e raffinata; senza dubbio un bell'Inglese! Perché leggerlo? Interessante e moderna la figura di Ascher, splendidamente barocco.

Edith WhartonPenguin Random House
Ask the dust
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Ask the dust

Il terzo libro della sagra di Bandini rappresenta un ulteriore passaggio sia sotto il profilo dei contenuti narrativi che per quanto riguarda gli aspetti stilistici ed espressivi. Arturo è a Los Angeles dove sbarca il lunario cercando di scrivere e di far pubblicare i propri racconti. All’inizio, il romanzo mantiene gli elementi caratterizzanti quello precedente: una forte prevalenza dell’immaginazione, un ritmo narrativo ancora basato sulle espressioni soggettive e con un stile caratterizzato da forti accenti lirici e pieni di suggestioni. Arturo si innamora di Camilla, una ragazza messicana che lavora in un bar e inizia una tormentata storia d’amore, caratterizzata da scontri verbali, da messaggi scritti da parte di Arturo e da una gita sulla riva del mare, nella quale il ragazzo non riesce a tradurre il suo sentimento in un rapporto sessuale, pur atteso dalla ragazza. Arturo vive ancora in una sorta di delirio, nel quale passa da fasi di esaltazione a situazioni depressive. Si verifica, tuttavia, un episodio (immaginato o reale?), che sembra costituire la svolta nella struttura narrativa e stilistica del romanzo: una donna cerca Arturo per avere con il ragazzo una storia dʼamore. Da questo momento i rapporti con Camilla si rovesciano: la ragazza cerca Arturo per essere aiutata e gli confessa di essere innamorata di un altro uomo, che tuttavia non la vuole. Arturo accetta la situazione, anche perché si è accorto che Camilla si droga e vorrebbe aiutarla. Si sviluppa una relazione complessa, durante la quale Arturo matura, diventando un adulto. Il ragazzo vorrebbe portare la ragazza in una casa al mare, ma Camilla fugge e scompare nel deserto: > attraverso il deserto c’è una estrema indifferenza, il ritmo della notte e di un altro giorno, e tuttavia la segreta intimità di queste colline, il loro mistero, segreto e consolante, rendeva la morte di non grande importanza. Potevi morire, ma il deserto avrebbe nascosto il segreto della tua morte, sarebbe rimasto dopo di te, a coprire la tua memoria con venti, calore e freddo senza età…. portai il libro un centinaio di metri nel deserto, verso sud est. Con tutta la mia forza lo gettai lontano là nella direzione nella quale era andata. Poi andai in macchina, accesi il motore e ritornai indietro verso Los Angeles . Imbattersi con la vita reale dei sentimenti, e non solo con il delirio delle proprie aspirazioni e delle proprie immaginazioni, fa compiere ad Arturo la maturazione da ragazzo ad adulto. Anche lo stile si evolve in questo senso. Conserva sempre la ricchezza del linguaggio, una costruzione della frase e utilizzo dei vocaboli particolarmente attenti agli aspetti fonetici e alla suggestione del ritmo. Lo stile, tuttavia, diviene più asciutto, meno lirico e ridondante, la struttura narrativa è contraddistinta da dialoghi, prima praticamente assenti perché non c’erano personaggi di particolare rilevanza.

John FanteHarperCollins
Between the assassinations
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Between the assassinations

Il libro è una raccolta di racconti ambientati in una città dellʼIndia Sud Occidentale, Kittur. Lʼautore ripercorre i vari luoghi della città, la gente e la vita sociale, come un nuovo Guy de Maupassant. Ma in realtà, come dice un editore respingendo i racconti, > i tuoi personaggi non vogliono assolutamente nulla. Semplicemente camminano tra situazioni descritte accuratamente e pensano profondamente. Camminano tra le mucche, gli alberi, i galli, e pensano, e poi camminano tra galli, alberi e mucche e pensano un pò di più. Ciò è tutto. La narrazione, infatti, si sviluppa tra la descrizione realistica, cruda e spesso ripetitiva, della moderna società indiana, e la cronaca pessimistica di una immodificabile dimensione sociale ed esistenziale. Malgrado lʼ intenso dinamismo economico dellʼIndia, non cʼè un reale cambiamento nella struttura sociale, nei rapporti tra le caste, nei meccanismi di governo, sempre dominati dalla corruzione e dal sopruso, e nella vita dei personaggi, che tutte le volte che vorrebbero avere o credono di aver raggiunto un minimo di mobilità sociale vengono ricacciati nellʼinvariabilità dei ruoli di una società stratificata. Tutti i racconti sono particolarmente belli, ma quello più emblematico dellʼintera raccolta è «Market and Maiden». Keshaya é un ragazzo proveniente dalla campagna in cerca di lavoro in città: «è piccolo, magro, di pelle scura, con enormi occhi che vagano sognanti». Pieno di energia ma ad un tempo «capace di guardare al soffitto per ore», il ragazzo non sa bene cosa vuole ma resta affascinato dalla vita del conduttore del tram, che lavora allʼesterno, attaccato pericolosamente al mezzo. Riesce a conquistarsi questo lavoro e ed è felice perché va a lavorare con la bicicletta che gli ha dato il padrone. Era di un precedente conduttore di tram, che oggi chiede lʼelemosina per la strada perché azzoppato dopo un incidente. Un giorno, Keshaya cade, picchia la testa, viene licenziato e si trova a vagare per il mercato, come un pazzo, come un uomo selvaggio. E tutti fanno finta di non riconoscerlo ma «era il re del tram numero 5», urla lo zoppo, lʼunico che gli sta vicino, per la solidarietà che cʼè tra i poveri e gli infelici. «Ciò è come va il mondo», dice il protagonista di un altro racconto, «ed allora è un mondo schifoso». E che cosa può fare lo scrittore? Se non vuole impazzire, come un altro personaggio del libro, deve convincersi che > ogni vera parola, appena è stata scritta, è come la luna piena, in un giorno svanisce e passa interamente nellʼoscurità. E questo è il modo di tutte le cose . Ciò che è veramente notevole nei racconti è la scrittura di Adiga. Essa riesce a trasfigurare il realismo sociale nellʼattesa, o nella possibilità, di una fuga, tutta contemplativa ed interiore, dalle forze deterministiche ed inesorabili dellʼeconomia e della sociologia. In «The Bunder», Abasi è un piccolo imprenditore, oppresso dalla corruzione dei funzionari pubblici, che vive un profondo conflitto interiore, tra lʼesigenza di dare sicurezza alla sua famiglia e la consapevolezza che le lavorazioni che svolge nella sua fabbrica porteranno le lavoranti inesorabilmente alla cecità. Che fare? Sale sul tetto della sua fabbrica: > da qui un uomo può vedere i limiti di Kittur... e vedere il mare dʼArabia che si estende da Kittur. Il sole al tramonto sta brillando sopra di esso. Una nave sta lasciando lentamente il porto, navigando laddove le acque blu del mare cambiano colore e diventano di uno scuro profondo. E sta per incontrare un larga fetta del brillante sole al tramonto, unʼoasi di pura luce Abisa si getterà dal tetto o accetterà le inesorabili leggi dellʼeconomia? Restiamo in uno stato di sospensione, di attesa, che è la conclusione della maggior parte dei racconti. Perché leggerlo? Sono racconti splendidi, una scrittura meravigliosa e vicende sociali e umane di grande impatto.

Aravind AdigaAtlantic Books
Blood and Thunder
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Blood and Thunder

Il sotto titolo del libro è «l’epica storia di Kit Carson e la conquista del West». Il libro copre, infatti, un periodo molto lungo, dal 1809, anno di nascita di Kit Carson, alla sua morte nel 1868. Anche se la grande guida è al centro del libro, in realtà ci sono tutti i protagonisti di quegli anni, che hanno contribuito a una vicenda estremamente complessa e articolata, nella quale si inseriscono diverse aspirazioni: il sogno imperiale degli Stati Uniti finalizzato a conquistare tutto il continente, dall’Est all’Ovest, a spese di un paese più debole, quale il Messico; l’espansione economica verso territori, la cui ricchezza era anche sopravvalutata; la guerra civile americana con il ruolo svolto dalle popolazioni indiane; lo scontro di culture (nord-americani, messicani e indiani) e infine la forte impronta di una visione metodista che vuole imporre le proprie regole senza riconoscere le peculiarità e le caratteristiche specifiche. Alla base del libro c’è quindi il sogno americano, l’idea di essere nel giusto e quindi l’incapacità di comprendere le popolazioni indigene. Queste ultime, abituate a una società nomade e basata sulla razzia, non si rendono conto di trovarsi di fronte a un nuovo avversario, diverso dagli spagnoli e dai messicani, dotato di mezzi tecnologici e soprattutto di unʼostinazione tale da arrivare sino in fondo. A pagare il prezzo più caro sono i Navajios, che peraltro costituivano una nazione indiana tra le più forti e le più ricche. Essi vengono distrutti: prima dalla fame, poi dalla lunga marcia verso una località che doveva rappresentare un esperimento di civilizzazione e si rivela invece una zona inospitale, dove le malattie, lo scarso raccolto e le condizioni insalubri dell’acqua danno un colpo mortale ai Navajios. È un libro di scontri e di battaglie, di saccheggi e crudeltà, nel quale emerge una società violenta, dall’una e dall’altra parte. Uno strano codice di condotta unisce di fatto americani e indiani: dente per dente, occhio per occhio. In questo contesto Kit Carson, già leggendario in vita, rappresenta una figura emblematica: grande guida, dotato di doti diplomatiche e nel contempo guerriere, condottiero, è alla fine un esecutivo, che, malgrado la sua volontà, è portato, per ubbidienza e riconoscenza verso altre persone, ad affrontare guerre e condizioni che lui stesso non condivide. È un debole in fondo, una fragilità evidente anche nel fisico e nella voce al punto che i visitatori, che avevano letto i racconti sulla sua vita e sulle sue imprese, non lo riconoscono al momento dell’incontro. Si tratta di un eroe, che diviene tale nonostante se stesso, quasi una figura costruita ad arte nell’immaginario collettivo degli Stati Uniti. Questa figura è servita ad aprire la conquista del West al popolo americano e a giustificare gli eccidi verso gli indiani. Come tutti gli eroi è anche un anti eroe. Il libro è molto bello. Sembra ben documentato sotto il profilo storico e pur non essendo un romanzo vero e proprio, la narrazione ne ha tutte le caratteristiche. Anche il sovrapporsi degli episodi, che si sviluppano in parallelo per poi confluire in una vicenda centrale, crea un clima di suspense, tipico di un racconto poliziesco o di una moderna fiction. L’approccio è cinematografico. La parte più interessante è il largo ricorso ai diari stessi delle persone che hanno partecipato agli avvenimenti. Per esempio, una donna che ha seguito la carovana verso la conquista di Santa Fè, capitale del New Messico, racconta scandalizzata un ballo in onore dei conquistatori dove le donne messicane si presentano con vestiti scollati e provocanti.

Sides HamptonDoubleday
The brotherhood of the grape
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The brotherhood of the grape

Henry Molise è figlio di un padre tirannico e ubriacone. Chiamato dai fratelli perché sembra che i genitori vogliano divorziare, dopo un’ennesima prepotenza del padre, Henry si trova coinvolto ad aiutare proprio il padre a costruire un piccolo magazzino in pietra, presso un motel fuori città. Durante il viaggio in compagnia dei vecchi amici del padre e lavorando insieme, Henry riscopre con orrore la propria matrice familiare e l’affetto per il padre. Il magazzino, appena finito, viene distrutto da una tempesta di vento dimostrando chiaramente come il vecchio padre, un tempo famoso e abile artigiano, non sia più in grado, fisicamente e intellettualmente di compiere un lavoro, anche se semplice. A questo punto, la storia precipita: il padre si sente male, viene ricoverato e quindi fugge dall’ospedale per morire presso un vecchio amico, che ha un vigneto e produce un ottimo vino. I fili conduttori del libro sono fondamentalmente due:il contesto familiare, dal quale Henry ha cercato di fuggire per poi riscoprire con questo ritorno a casa di farne parte in modo indelebile. Il contesto familiare non è solo composto dai personaggi (la madre, i fratelli, gli amici del padre e i frequentatori del bar, i vicini che sopportano le intemperanze del padre), ma ne fanno parte anche gli oggetti (innanzitutto, il vino e la cucina) e i ricordi di un’infanzia, fortemente plasmata dall’origine italiana. «La fratellanza dell’uva» è l’ambiente di una serie di relazioni primordiali, che creano legami profondi tra gli uomini. È emblematica da questo punto di vista la figura di Angelo Musso, sublime produttore di vino e privo della parola, che costituisce per i partecipanti della fratellanza un «dio greco», che quando Henry viene a prendere il padre per riportarlo in ospedale sentenzia con una saggia fatalità «è meglio morire bevendo che morire di sete» e «è meglio morire tra gli amici che tra i dottori». È evidente la nostalgia per un tempo antico, nel quale il ritmo della vita e i legami tra gli uomini erano determinati da una saggezza autentica; i rapporti con il padre, che ha condizionato la vita di tutti i figli senza riuscire peraltro a conseguire il desiderio di trasmettere le proprie capacità di artigiano. Non si tratta tanto dei tradizionali legami, fatti di conflitto e di affetto con la figura paterna; l’oggetto del racconto è soprattutto costituito dall’attività di cavatore e posatore di pietre , che è stata tramandata al padre dai suoi genitori. I figli rifiutano questa attività, che ha condizionato pesantemente la loro vita. Il fallimento del padre nella sua ultima opera ne rileva tutta la fragilità e debolezza e riapre quindi il rapporto con il figlio, che riscopre un affetto e un legame con il genitore ma anche con il suo lavoro, che si era perso nel tempo a causa della presunta onnipotenza della figura paterna. Lo stile ricorda quello dei grandi scrittori americani, come Faulkner e Chandler, ma è basato sull’uso delle parole, sul loro accostamento attento così da esprimere un ritmo poetico e musicale. Il significato del racconto non emerge tanto dalla trama né dallo studio dei personaggi e dalla descrizione degli ambiente, ma soprattutto dalle sensazioni che emergono dal susseguirsi delle parole e dei suoni.

John FanteBlack Sparrow Press
Complete Shorter Fiction
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Complete Shorter Fiction

Il libro raccoglie i principali racconti di Oscar Wilde, nei quali è soprattutto rimarchevole lo stile, in particolare la struttura della frase. Il periodo non è particolarmente elaborato privilegiando le frasi corte, ma l’accostamento delle parole (semplici e vicine a un linguaggio quotidiano) riesce a dare caratteristiche poetiche, in certi casi elegiache allo scritto. Ne risulta un inglese splendido, che recupera l’essenzialità dei vocaboli con il ritmo discorsivo. Il contenuto dei racconti è generalmente fantastico e in molti casi paradossale: attinge al mondo della natura e del soprannaturale che rappresentano il contesto e forniscono spesso i protagonisti. A una prima lettura sembra predominare un approccio generalmente moralistico accompagnato da una ricerca dell’inverosimile e dalla nostalgia della «bontà» della natura rispetto all’egoismo e alla grettezza degli uomini. In realtà emergono una diffusa melanconia, quasi una ricerca di qualche cosa che si è perso (una ricerca del tempo perduto?) e un elogio della bellezza. Tutti i protagonisti (le persone, gli animali, gli ambienti naturali) sono caratterizzati da sublimi tratti fisici e da notevoli peculiarità intellettuali: il brutto non esiste. Prevale quindi l’estetica nei confronti dell’etica: una sorta di esaltazione dell’estetismo. Si chiarisce in tal modo anche il tema della melanconia: si tratta della nostalgia della bellezza perduta. Di particolare interesse è il racconto «The portrait of Mr W. H.» nel quale l’autore formula alcune ipotesi sul destinatario di alcuni sonetti di Shakespeare. Per apprezzarlo sarebbe necessario conoscere meglio le poesie e il teatro di Shakespeare ma è evidente come anche in questo caso uno dei temi sia l’amore per la bellezza, che emerge dall’opinione del protagonista che la persona descritta nei sonetti fosse un giovane attore, che recitava le parti femminili nelle tragedie. Shakespeare non voleva lusingare un personaggio importante ma scriveva soltanto di amore per chi lavorava con lui (senza dubbio meno «altolocato») e con il quale aveva un comune modo di sentire.

Wilde Oscaroxford press
Disgrace
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Disgrace

Un professore di letteratura viene espulso dall’università a seguito di una relazione, essenzialmente sessuale, con una studentessa. L’uomo ha superato i cinquant’anni ed è reduce da due divorzi. Abituato a essere corteggiato dalle donne, si ritrova ormai solo, costretto a ricercare sesso con delle prostitute, e quindi si lascia trascinare nell’avventura, alla ricerca della propria vanità e del proprio eros. Si trasferisce in campagna presso la figlia, che gestisce una piccola proprietà agricola e un ricovero per cani. Aiuta la figlia a portare i suoi prodotti al mercato, conosce una donna della sua età che gestisce un ospedale per animali e aiuta i cani in soprannumero a morire, lavora con Petrus, un uomo di colore che aiuta la figlia a portare avanti l’azienda. L’atteggiamento dell’uomo non è tuttavia cambiato, la sua vanità continua a dominare anche i rapporti con la figlia, con la quale non riesce ad avere un dialogo reale: né a raccontare la vicenda che lo ha portato a lasciare l’Università, né a capire le ragioni della figlia a vivere in campagna, così isolata. Un episodio cambia radicalmente la vita: tre uomini di colore entrano in casa, la saccheggiano, cercano di dare fuoco al professore e stuprano la figlia. Ancora più sconvolgente è il fatto che la figlia non denuncia il fatto e decide, anzi, di tenersi il figlio nato dalla violenza e di sposare Petrus per dare sicurezza alla propria vita in campagna. Si dissolve il mondo del professione, che trovava riferimenti precisi nel mondo dell’immaginazione, della poesia e nelle convenzioni borghesi: come disse all’inizio del libro commentando una strofa di Wordsworth (la delusione del poeta alla vista del Monte Bianco): > i grandi archetipi della mente, le pure idee, trovano se stesse usurpate dalle mere immagini che provengono dai sensi. Tuttavia, non possiamo vivere ogni giorno nel mondo delle pure idee, protette dall’esperienza dei sensi... La questione deve essere. Come noi troviamo un modo per le due (immaginazione e realtà) di coesistere? Idee di un intellettuale narcisista alle quali la figlia risponde che la vita è un fatto concreto e piano. L’uomo cerca di ritornare in città, ma ormai la sua vita precedente si è dissolta. Prende quindi una stanza nel villaggio vicino alla fattoria della figlia, lavora a un’opera musicale, che deve avere come oggetto la relazione tra Byron e la sua moglie ravennate, Teresa; aiuta la gestione dell’ospedale per gli animali. Il libro si conclude, tristemente, con la decisione dell’uomo di uccidere un cane, al quale si era affezionato, perché tutti dobbiamo andare verso la nostra fine, la morte. Si tratta di un romanzo molto complesso, del quale è difficile individuare un unico filone narrativo. Tra i possibili (il contesto sociale del Sud Africa, il contrasto tra la cultura europea della borghesia e i valori emergenti del popolo di colore, le relazioni tra padre e figlia, l’accettazione delle regole della violenza, gli animali e i cani in particolare), mi sembra che il più interessante sia costituito dal tema della morte e dell’attesa della morte. Il primo è affrontato dalla vicenda del protagonista, che si rende conto del tempo che è passato: > vaga senza scopo in giardino, un triste sentimento lo sta prendendo. Non è soltanto perché non sa che cosa fare di se stesso. Gli eventi del giorno prima lo hanno scioccato profondamente. Il tremolio, la debolezza sono solo i primi e più superficiali sintomi dello schock. Ha come la sensazione che al suo interno un organo vitale sia stato ferito e abusato, forse persino il suo cuore. Per la prima volta sente che cosa significa essere un uomo vecchio, stanco nelle ossa, senza speranza, senza desideri, indifferente al futuro. Sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire da lui goccia a goccia. Ci vorranno settimane, forse mesi prima che resti senza sangue, ma si sta dissanguando. Quando tutto ciò è finito, egli sarà come una mosca che si sta rinchiudendo in una ragnatela, fragile al tocco, più leggera di un chicco di riso, pronta a fluttuare via . Il tema dell’attesa è trattato da Teresa, che aspetta per tutta la sua vita il ritorno di Byron, che è andato in Grecia a morire: > mio Byron, lei canta per la terza volta; e da qualche parte, dalle caverne dell’altro mondo, una voce risponde cantando, esitante, senza corpo, la voce di un fantasma, la voce di Byron. Dove sei? Egli canta, e poi una parola che la donna non voleva sentire: secca. È seccata, la fonte di ogni cosa . E infine la conclusione terribile del romanzo, che sintetizza la disperazione del protagonista, la fine della vita, dell’attesa: > portandolo (il cane) nelle sue braccia come un pezzo di carne, rientra nell’infermeria. Pensavo che lo volessi salvare per un’altra settimana, dice Bev Shaw: Lo vuoi consegnare? Sì lo voglio consegnare«o l’autore con il termine give up intende»rinuncio, mi arrendo!".

J.M. CoetzeeSecker & Warburg
For whom the bell tolls
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For whom the bell tolls

Il romanzo è ambientato in Spagna durante la guerra civile e si sviluppa nel giro di pochi giorni. Jordan, un americano, viene inviato al di là delle linee per distruggere un ponte, in funzione di un attacco dell’esercito repubblicano. Per svolgere questa operazione, entra in contatto con una banda di guerriglieri, tra i quali incontra Maria, di cui si innamora. Il gruppo fa capo a Pablo, che entra in conflitto con Jordan, e a Pilar, una donna molto forte ed energica. Pur tra contrasti interni, il gruppo compie l’operazione e Jordan distrugge il ponte, ma nella fuga viene ucciso. Il vero tema del romanzo sembra essere l’inutilità della guerra, la sua intrinseca crudeltà, che si esprime da entrambi i lati del fronte. Di forte tragicità sono le pagine che descrivono la conquista da parte del gruppo di Pablo di una città e l’uccisione dei fascisti: uno per uno escono dalla chiesa dove sono stati imprigionati e sono costretti a passare in mezzo alle file dei paesani e dei partigiani per essere scaraventati poi in un burrone. Dapprima la folla è incerta ma poi l’odio e il sangue prendono il sopravvento. La stessa crudeltà viene perseguita dai fascisti nell’assassinio di un gruppo di partigiani ai quali viene tagliata la testa. L’attesa dell’attacco finale, la presenza nel gruppo dei partigiani di un ragazzo ancora molto giovane, che difende, poco prima di morire, la rettitudine di un dirigente del partito comunista, il cui figlio si è rifugiato in Russia, e l’impossibilità tragica della banda di Jordan di poter intervenire in aiuto rappresentano momenti bellissimi del romanzo, che, più di altri, esprimono la crudeltà della guerra. Ma la guerra è anche inutile, oltre che crudele, ed è inoltre stupida e si conclude sempre con la morte: > che uno abbia timore oppure no, la morte è difficile da accettare: non c’è dolcezza nella sua accettazione . I personaggi sono trascinati in un ingranaggio di cui colgono l’inutilità e l’assurdità, ma del quale non riescono a liberarsi. La distruzione del ponte è totalmente inutile, in quanto l’esercito di Franco è a conoscenza dell’attacco dei repubblicani e possiede una forza aerea superiore e quindi molto probabilmente respingerà l’offensiva. Jordan cerca di avvisare il comandante dell’esercito repubblicano, ma la burocrazia, la diffidenza e le lotte interne impediscono che la notizia arrivi in tempo. E Jordan sa che «dovrà comunque distruggere il ponte». Tranne Pablo, che è un assassino, tutti gli altri personaggi si rendono conto della crudeltà: dal vecchio Anselmo, che non vuole uccidere ma si trova costretto a farlo, a Jordan, che legge le lettere di un soldato ucciso e appare evidente che si tratta di un giovane, con i suoi affetti e anch’esso trascinato in una guerra civile senza senso. La guerra travolge anche i sentimenti personali. Non bisogna pensare alle persone care, all’amore appena trovato e l’assurdo è che Jordan, nel momento in cui sta per morire e ha dovuto abbandonare Maria, ritiene di essere stato fortunato perché ha potuto vivere gli ultimi giorni con l’amore di Maria. Lo stile di Hemingway è molto articolato, più efficace nelle descrizioni che nei dialoghi, che talvolta risultano ripetitivi e noiosi.

Ernest HemingwayCharles Scribner's Sons
The God of Small Things
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The God of Small Things

Il racconto si sviluppa attorno a una famiglia indiana di religione greco-siriana e si svolge in una dimensione, in qualche modo, atemporale. Il punto di partenza e anche di arrivo è la morte di una bambina, Sophie Mol, giunta in India con la madre per conoscere il padre e che annega nel fiume in una gita in barca con i cugini, i gemelli Rahel e Estha. Questo episodio costituisce lo spartiacque tra un ambiente di serenità e la devastazione della famiglia, in particolare la separazione dei due gemelli. Il legame, quasi simbiotico, tra Rahel ed Estha è uno dei temi del libro, in realtà più apparente che effettivo. Infatti tutti i personaggi non sono approfonditi e analizzati ma restano in superficie, talvolta anche in una forma quasi esasperata e caricaturale. I protagonisti del libro sono «le cose», l’ambiente che circonda i personaggi, in particolare il fiume. L’ultimo capitolo del libro è intitolato «il costo di vivere»: l’angoscia e la precarietà che possono essere sostenute solo dall’attaccamento alle piccole cose: > persino più tardi, durante le tredici notti che seguirono questa, istintivamente si attaccarono alle piccole cose. Le grandi cose sempre si celavano all’interno. Essi sapevano che non c’era un luogo per loro dove andare. Non avevano niente. Nessun futuro. Così si attaccavano alle piccole cose . Il fiume, la flora, gli insetti, gli uccelli, una barca, una casa abbandonata sono le piccole cose alle quali attaccarsi e che cambiano forma e colore secondo il proprio umore. In questo senso le piccole cose non rispecchiano l’animo umano, i suoi sentimenti e le sue sensazioni, ma vivono di vita propria in una dimensione che è estranea alla cultura occidentale, perché figlia della disperazione. > Era esasperato perché non sapeva che cosa significasse questo sguardo. Egli lo interpretava come qualche cosa tra l’indifferenza e la disperazione. Non sapeva che in alcuni posti, come il paese da cui proveniva Rahel, vari tipi di disperazione competono per il primato. E che la personale disperazione non poteva essere disperata a sufficienza. Che qualche cosa capitava quando l’inquietudine personale veniva a trovarsi presso l’altare ai bordi della strada della vasta, violenta, crescente, spingente, insana, irrealizzabile, pubblica irrequietudine di una nazione. Che il Grande Dio ululava come un vento caldo, e domandava obbedienza. Allora il Piccolo Dio (intimo e contenuto, privato e limitato) veniva fuori cauterizzato, ridendo in modo intontito della sua temerarietà. Abituato dalla conferma della propria irrilevanza, diveniva flessibile e realmente indifferente . Lo stile e il ritmo narrativo oscillano tra due angoli estremi: un procedere lento, e talvolta confuso, con una scrittura ricca, in certi momenti analoga a quella di Rushdie (senza mai raggiungere il barocco quasi dannunziano di questo autore); accelerazioni e una struttura della frase più concisa (soprattutto nelle conversazioni) quasi a dare l’idea di una fretta della scrittrice di recuperare il tempo speso nelle pagine precedenti. È uno stile voluto? È difficile dirlo ma senza dubbio dà l’impressione di una frammentarietà e di una dispersione, che appesantisce il libro e lo rende meno comprensibile, almeno a una prima lettura. Splendidi sono senza dubbio le descrizioni della natura, soprattutto per l’attenzione alle sue componenti viventi, gli insetti e gli uccelli.

Roy ArundhatiFlamingo Pubs
The Great Gatsby
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The Great Gatsby

Accingendomi a leggere questo romanzo la mente è corsa subito ad un altro grande libro: «Reading Lolita in Tehran» di Nafisi Azar. La scrittrice immagina che il «Grande Gatsby» venga sottoposto a processo; è accusato di essere lʼespressione emblematica della società borghese, di un mondo vacuo e amorale, nel quale ciò che conta è realizzare sé stessi. Nel corso dellʼimmaginario dibattimento si capisce come il tema del romanzo di Fitzgerald sia ben altro: parla del fallimento di un sogno. Scrive Nafisi: > sogni.... sono perfetti, ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli ad una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. (...) Gatsby voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non cʼera futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta in nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vite nel nome di un sogno? Sono considerazioni che ci porterebbero lontano; è meglio affidarsi al racconto. Nella rampante società newyorchese degli anniʼ 20 compare misteriosamente un giovane: apparentemente ricco, vive in una splendida villa dove offre ricevimenti magnificenti e affollati, la sua conversazione e i suoi modi sono squisiti e formali, tanto che si pensa che abbia studiato ad Oxford. Chi è? Da dove viene? Qualʼè la fonte di tanto denaro? Su di lui si diffondono le voci più disparate, le più fantasiose, tutte intrise di un sospettoso fascino per il suo passato. Solo il giovane Nick, il narratore delle vicende del grande Gatsby, si affeziona allʼuomo, perché > era uno straordinario dono per la speranza, una prontezza per lʼamore, che non avevo mai trovato in nessunʼaltra persona e probabilmente non troverò mai . Alla conoscenza di Gatsby si arriva con calma, durante un party, che per il complesso degli elementi che lo compongono (ritmo narrativo, dialoghi, situazioni, personaggi) ricorda il volume «I Guermantes» del capolavoro di Proust, «Alla ricerca del tempo perduto»; ma quando dʼimprovviso incontriamo Gatsby, allʼistante svanisce la generale mediocrità. > Sorrise con comprensione. (...) Era uno di quei rari sorrisi che hanno la qualità di eterna rassicurazione. (...) Si confrontava, o sembrava farlo, con lʼintero mondo eterno per un istante, e poi si concentrava su di te con una benevolenza irresistibile nei tuoi confronti. Ti capiva come tu volevi essere compreso, credeva in te come tu avresti voluto credere in te stesso. Non è che il vero tema del romanzo sia una grande amicizia, quella tra Nick e Gatsby? Lentamente la storia si dipana. Gatsby ha avuto una relazione dʼamore con Daisy; lʼha lasciata per andare a combattere nella grande guerra, ed anche perché era povero e sapeva di non poter ambire ad una giovane ricca. È tornato dopo cinque anni, deciso a ritrovare il vecchio amore; è convinto di poterla conquistare di nuovo, anche perché ormai ha i soldi per farlo. > Non cʼè quantità di fuoco o di ghiaccio che può sfidare ciò che un uomo ha tenuto nascosto nei misteri del proprio cuore . Le parole di Nick, filtrate dallʼaffetto e dallʼimmaginazione, ci conducono allʼincontro tra Gatsby e Daisy. > Egli sapeva che quando avesse baciato questa ragazza, e per sempre avesse legato le sue incrollabili visioni al respiro caduco di Daisy, lʼ anima non avrebbe mai più vacillato come la mente di Dio. Così aspettò, (...) poi la baciò. Al tocco delle sue labbra ella fremette per lui come un fiore e lʼunione fu completa. (...) Ricordavo qualcosa, un ritmo elusivo, un frammento di bisbigli, che udii da qualche parte tanto tempo fa. Per un momento una frase cercò di prendere forma e le mie labbra si divisero come quelle di un muto, come se in loro non ci fosse più forza di quella di uno spaventato sospiro dʼaria. Ma non fecero nessun suono, e ciò che quasi ricordo era incomunicabile per sempre . Tanto amore romantico non può avere un lieto fine! Daisy è una ragazza superficiale; dopo aver visitato il vasto guardaroba di Gatsby, comincia a piangere a dirotto: > ci sono camicie così splendide, (...) non ne ho mai viste di così belle prima . Gatsby deve pagare > un alto prezzo per aver vissuto troppo a lungo con un singolo sogno . Viene ucciso nel suo giardino: > un nuovo mondo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi, respirando sogni come aria, si muovevano senza scopo intorno... come quelle bianche, fantastiche figure che scivolavano verso di lui attraverso alberi senza forma . Per comprendere il grande Gatsby bisogna partire dal narratore. Nei suoi «anni più vulnerabili» il giovane Nick ricevette dal padre questo consiglio: > ogni qual volta ti senti di criticare qualcuno, ricordati che non tutti hanno avuto i vantaggi che tu hai avuto . Nick interpretò questa indicazione nel senso di evitare di dare giudizi, di essere solo uno spettatore; ed è invece un giovane passionale, alla ricerca di un ideale; e dunque il grande Gatsby è la personificazione del sogno di un ragazzo, riservato nel carattere, immaginifico nel cuore. Con il grande Gatsby si eleva dalla mediocrità, si impegna fino in fondo in un legame con qualcuno e con qualcosa. Il grande Gatsby è un mito, è il futuro, è ciò che vorremmo essere. Se il grande Gatsby è frutto dellʼimmaginazione di Nick, è giusto che la narrazione non sia una cronaca, ma si appoggi ad una scrittura evanescente, irreale, evocativa. La trama è banale, i dialoghi sono eleganti ma spesso scontati, i personaggi sono stereotipi, funzionali solo a mettere in risalto Gatsby. Ed allora perché tanto fascino? A rapirci nella lettura, a condurci nei misteri del nostro cuore, a farci sognare, sono lo stile narrativo, le parole, la costruzione delle frasi: un capolavoro letterario. Perché leggerlo? Splendido!

Half of a yellow sun
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Half of a yellow sun

Il libro è ambientato in Nigeria, negli anni tra il 1960 e il 1970 ed è articolato in due parti: i primi anni ʼ 60 in una Nigeria appena uscita dal dominio inglese, caratterizzata da una apparente tranquillità sociale; i secondi anni ʼ 60 nel Biafra ( nel sud-est della Nigeria), dove lʼetnia Igbo, di prevalente religione cattolica, combatté una guerra infelice per lʼindipendenza dal nord della Nigeria, dominata da altre etnie, di prevalente religione mussulmana. Il racconto è introdotto dallʼarrivo di uno dei protagonisti, Ugwu, nella casa di Odenigbo, un professore di matematica con focose idee rivoluzionarie, anti occidentali ed esaltatrici dellʼidentità africana. Ugwu è ancora ragazzo, ma dimostra una forte ambizione culturale e un elevato attaccamento al proprio padrone. Entrano poi in scena le due sorelle, Olanna e Kainene, figlie di una potente e ricca famiglia, tra di loro molto diverse: la prima bellissima, colta e irrimediabilmente innamorata di Odenigbo, della cui intelligenza e cultura è affascinata, la seconda concreta e imprenditrice, che si innamorerà presto di Richard, un giovane inglese, giunto in Nigeria per scrivere un libro sulla società africana. Il romanzo è costruito sapientemente intorno allʼimpatto di drammatiche vicende ( la guerra, la violenza e la fame) sulle relazioni tra i diversi personaggi e sulla lotta di questi per sopravvivere e per dare un senso di normalità alla propria vita. La prima parte del romanzo inquadra le vicende dei personaggi in una società fortemente stratificata dal punto di vista sociale ed ancora dominata dalla cultura inglese. Le due sorelle, educate a Londra, reagiscono in modo diverso alla corruzione dellʼambiente in cui vivono. Olanna si trasferisce da Odenigbo nellʼambiente universitario, pieno di ideali e di discussioni spesso inconcludenti sul futuro del paese, sulla sua indipendenza dal mondo occidentale. Kainene accetta invece le regole del mondo degli affari e intraprende con cinica spregiudicatezza la carriera imprenditoriale. Tra le due sorelle si produce una grave frattura. Olanna scopre che Odenigbo è andato a letto con una donna, da cui ha avuto una figlia, e per la rabbia ha una breve relazione con Richard. La separazione tra le due sorelle viene poi accompagnata dalla decisione di Olanna, incomprensibile e coraggiosa, di adottare la bambina nata dalla relazione tra il marito e la donna. La seconda parte del romanzo racconta le vicende dei protagonisti in mezzo ad una guerra, che diviene giorno per giorno più crudele e violenta. Pian piano la povertà e la miseria prendono il sopravvento, le strutture familiari si frantumano, viene meno quel minimo di rispetto che dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli esseri umani, tutto, anche il corpo e lʼanima, diventano merce di scambio, pur di salvarsi. Gli stessi protagonisti partecipano ad episodi di estrema violenza: Olanna è coinvolta in un massacro, si salva fortunosamente per scoprire poi nella fuga che una donna porta con sè la testa della propria figlia, Ugwu, costretto ad entrare nellʼesercito, viene coinvolto in uno stupro di massa, Odenigbo crolla psicologicamente dandosi allʼalcool e tradendo la moglie. Kainene e Richard, che sembrano maggiormente difesi dal terrore della guerra, assistono inermi allʼuccisione di uno dei loro servi: il corpo decapitato cammina ancora senza la testa prima di crollare a terra. I protagonisti non vivono, ma è la vita che li trascina e alla fine si ritrovano come > in una stanza illuminata dalle luci delle candele, dove si vedono le cose in ombra, soltanto con mezzi bagliori di luce . È difficile sintetizzare le vicende della seconda parte del libro, in quanto il racconto sembra perdere spesso un filone conduttore, frantumandosi in episodi e in una molteplicità di personaggi. Ciò che, tuttavia, colpisce è la contrapposizione tra la drammaticità degli avvenimenti e la serenità della narrazione. È come se i protagonisti si muovessero in un sogno, in un incubo, dal quale sono sicuri di risvegliarsi ritornando al mondo che si è dissolto con la guerra. La violenza ,che li ha travolti, li porta a rimuovere i drammatici episodi che hanno vissuto e li spinge a perdonare anche le colpe, i tradimenti reciproci, gli abbandoni e le vigliaccherie. «Ci sono cose così imperdonabili che rendono altre cose facilmene perdonabili». Si creano legami che rompono le tradizionali stratificazioni sociali, come la profonda amicizia tra Olanna e Ugwu. Si dissolvono certezze, come quelle di Odenigbo, si creano nuove appartenenze, come quella di Richard per il popolo Igbo, si continua a lottare mettendo al servizio del popolo la propria imprenditorialità, come nel caso di Kainene, che muore proprio per cercare di portare i viveri e le medicine indispensabili per il proprio centro di raccolta di rifugiati. Questa sensazione di provvisorietà, di incredulità emerge non tanto dalla trama e dai dialoghi, quanto dalla scrittura, mai drammatica od enfatica, ma sempre quieta, pacata e distesa. La visione dellʼautore è sempre introspettiva e quindi riflette il modo con il quale i protagonisti guardano e vivono le vicende esterne. Da questo punto di vista, il dramma del Biafra diviene una tragedia universale, che potrebbe essere ambientata dovunque la gente è travolta dalla guerra e dalla violenza: la Bosnia, il Ruanda e oggi il Corno dʼAfrica e il Pakistan. Si riesce ad essere stessi dinanzi alla catastrofe collettiva? La risposta che viene dal romanzo non è affermativa, ma richiama alla forza di ciascun individuo e alle condizioni nelle quali ciascuno si trova a vivere la tragedia. Malgrado la lunghezza, la lettura del libro è molto piacevole sia per la scrittura che la profondità dei sentimenti trattati: non ci sono ricerca psicologica e inseguimento dellʼeffetto,lʼautrice solamente descrive e lascia alle parole, ai personaggi e alle vicende il compito di trasmettere il dramma di tutto un popolo. Emerge, tuttavia, una certa dispersione, che deriva dalla sovrapposizione degli eventi e dei personaggi. Perché leggerlo? Perché racconta un dramma che potrebbe essere ambientato in tutte le parti del mondo: racconta come si può essere travolti dalla violenza.

Lost Children Archive
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Lost Children Archive

Ci sono libri che sovrastano il povero lettore per la complessità narrativa e stilistica; ci si sente inadeguati e si vaga tra le pagine, affascinati e spaventati, senza trovare il bandolo della matassa. E poi si scopre, o si crede di scoprire, il percorso seguito dalla talentuosa Valeria Luiselli, scrittrice messicana in lingua inglese. Come fare in modo che le voci del mondo non diventino solo echi di rumori di sotto fondo? > Il ricordo/giorno per giorno scompare/il cuore è sempre più sordo/ai miseri casi lontani (Carlo Vallini «Da un giorno»). La risposta l'autrice pare trovarla nei bambini: nelle storie di quelli perduti e nelle vicende di quelli che coraggiosamente ripercorrono l'esperienza della scomparsa. Se nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso sono i cavalieri che vanno alla ricerca del santo sepolcro, della verità e della luce, (vedi recensione in questo sito) qui sono i bambini, come gli «Eagle Warriors»(bambini guerrieri dei nativi americani), che si inoltrano in un tunnel, timorosi ma determinati. > I bambini giocavano in questo tunnel, trattenevano il respiro come il treno correva verso l'oscurità, si permettevano di respirare di nuovo solo quando il vagone aveva attraversato la volta dell'entrata ritornando nella luce, e la valle si apriva di nuovo, come un fiore terrificante e accecante, sotto i loro occhi . Nella prima parte una giornalista è l'io narratore: madre di una bambina di quattro anni, ha sposato un ricercatore specializzato nella raccolta e archiviazione dei suoni della città; è a sua volta padre di un ragazzino di 10 anni. E' un matrimonio in crisi: l'amore si è raffreddato e soprattutto sono emersi i differenti interessi dei due partner, l'uomo un sognatore, sempre distante nei suoi pensieri, lei invece concreta, attenta alla cura dei figli e a ciò che succede nella società. Il marito decide di intraprendere un viaggio verso il Sud degli Stati Uniti, alla ricerca delle testimonianze degli Apache; la scelta è accettata con fatica dalla giornalista, la quale alla fine la condivide perché vorrebbe raccogliere notizie e testimonianze sui «bambini perduti»: entrati clandestini e rinchiusi in centri di detenzione in attesa di rimpatrio, di questi bambini si perdono le tracce. Costretti nell'abitacolo di un'auto, i quattro percorrono insieme i tanti chilometri tra New York e il Sud, > guardando fuori dai finestrini un paesaggio ferito da decenni o forse secoli di sistematiche aggressioni agricole: terreni sezionati in griglie quadrangolari, vittime di stupri di gruppo da parte di pesanti macchinari, ingrassati con semi modificati e intrisi di pesticidi, (...) terreni ingabbiati dentro cerchi di verdi strisce di coltivazioni, simili all'inferno Dantesco;(...) e terreni trasformati in non terreni, sotto il peso del cemento, di pannelli solari, di serbatoi, di enormi pale eoliche... Dapprima i figli sono spettatori inermi dello sgretolamento del matrimonio e di quanto succede intorno, poi, lentamente, > il nostro mondo razionale, lineare ed organizzato si dissolve nel caos delle parole dei nostri bambini,...) i loro pensieri stanno riempiendo il nostro mondo...(...) Capisco adesso, forse troppo tardi, che i giochi ripetitivi dei miei bambini nei sedili posteriori erano forse l'unico modo per realmente narrare la storia dei bambini perduti . Il punto di svolta viene dalla vista dei piccoli immigrati che salgono, tutti in fila tristemente, sull'aereo che li riporterà nel paese di provenienza. Il figlio più grande, intriso della passione civile della madre e suggestionato dalla rievocazione del padre del Canyon degli Echi, dove le voci degli ultimi apache si dispersero, decise di andare alla ricerca dei bambini perduti. Parte, sacco in spalla, insieme con la sorellina.  A questo punto mutano la struttura narrativa e la scrittura. Il ragazzo diviene il narratore di questa avventura mentre si sviluppa in terza persona il racconto di sette bambini alla ricerca delle proprie famiglie: sono «L'Elegie dei Bambini Perduti»: una serie di frammenti che elevano a canto una delle tragedie del nostro tempo e ricordano il poema di David Grossman per intensità e forza evocativa («Caduto fuori dal tempo: storie a più voci» recensito in questo sito). Se nella prima parte lo stile è lineare, quasi saggistico, esso diviene sempre più lirico, affidandosi alle parole più che alla sintassi, dando forza ad un ritmo così incalzante e prepotente da lasciare senza difese la coscienza del lettore. Le due storie si ricongiungono nel deserto, in un ricovero di fortuna, e i bambini, ora insieme, possono raccontarsi le loro avventure: i bambini «perduti» possono lasciare una testimonianza di sé stessi. Fortunosamente i due fuggitivi riescono a trovare il Canyon degli Echi e gridando i loro nomi vengono sentiti dai genitori. I nostri ragazzi si salvano, mentre i piccoli immigrati scompaiono nel deserto, e solo gli scheletrini parleranno del loro destino, un domani. Il lieto fine conferma come pure il coraggio dei bambini sia inutile. Dopo aver fotografato i sette piccoli immigrati, > li stavo guardando, concentrato fortemente, quando tu venisti su d'improvviso con una intuizione, che era vera e intelligente ma pure terrificante. Dicesti: guarda, tutti in questa foto stanno scomparendo . Ed allora gli echi sono solo incomprensibili parole, solo rumori, > così strani che non sapevo se erano nella mia mente o nell'aria, (...) e mi chiesi se stessimo ascoltando il rumore di tutti i morti nel deserto, di tutte le ossa sparse lì . «Il mondo è rotto» sintetizza l'autrice. > Nessuno è capace di catturare ciò che sta accadendo e dire il perché. Forse è soltanto che noi percepiamo l'assenza di futuro, poiché il presente è divenuto troppo oppressivo, così il futuro è diventato inimmaginabile. E senza futuro, il tempo è percepito solo come una accumulazione. Un accumulazione di mesi, giorni, disastri naturali, serie televisive, attacchi terroristici, divorzi, emigrazioni di massa, nascite, fotografie, sorgere del sole . Non ci resta che > registrare il rumore del vento, (...) cercando di catturare la loro passata presenza, farla udibile, a dispetto della loro assenza nell'oggi, archiviando qualsiasi eco che ancora riverbera di essi. (...) Echi dell'eco: mem, mem, mem, mem, wa, wa, wa...cow, horse...bzzzzz, bee buzzing...«Come dice il poeta,»e immagina lo sterminato numero/ di perturbate permutazioni aperte (come un paroliere/ sconfinato, in un instabile/ caleidoscopio scarabeico), che dunque ci moltiplica«(Edoardo Sanguineti da»Senza titolo Glosse 15 > ). E' impossibile esprimere la bellezza caleidoscopica della scrittura di Luiselli: la ricchezza del vocabolario, lo stile cangiante, da quello tradizionale al periodare senza punti, la ricerca continua e innovativa, l'intenso coinvolgimento della lingua con l'oggetto narrato, mai affrontato in modo burocratico o prosaicamente letterario. E' un capolavoro! Invitiamo a leggere e rileggere la Quinta Elegia, splendida e fortemente evocativa, così come il gioco del telefono dei bambini perduti", la disperata nostalgia: una pagina che ci toglie il respiro, da assaporare in apnea. Perché leggerlo? un capolavoro.

Valeria LuiselliPenguin Random House
Matterhorn
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Matterhorn

Il romanzo è ambientato in Vietnam e racconta le vicende drammatiche di una compagnia dellʼesercito americano, costretta prima a presidiare un avamposto in mezzo alla giungla, poi ad abbandonarlo, perché considerato inutile dai comandi militari, ed infine a riconquistarlo in una sanguinosa battaglia. Matterhorn è una montagna, un limitato territorio,un micro cosmo, che permette allʼautore ( un ex marine multi decorato) di narrare lʼassurdità della guerra e i perversi meccanismi che la sostengono. E lo fa dal punto di vista dei soldati, tutti giovanissimi. Nella guerra un soldato non è che > la cenere di un gioco crudele... non è altro che una raccolta di vuoti eventi che finirà come una fotografia sbiadita sopra il caminetto dei propri genitori. Anchʼessi moriranno, e i parenti che non sapranno di chi era la fotografia la getteranno via . Nella guerra > la gente che si ama morirà per dare significato e vita a ciò che si è sempre pensato che fossero parole senza senso, un linguaggio di morte . Il romanzo si articola in tre parti, che possono anche essere interpretate come una sorta di percorso di vita militare di un giovane, ancora studente: dalla sua iniziazione come ufficiale al forgiarsi nella lotta epica contro il nemico sino alla disperazione esistenziale, alla perdita dellʼunico legame che vale in guerra: lʼamicizia. Mellas è un diciannovenne ufficiale, che, come vuole una assurda tradizione militare, viene inviato al fronte, pur inesperto. Mellas deve prendere decisioni determinanti per la sopravvivenza sua e dei soldati a lui affidati. Ci si muove in un ambiente ostile, in mezzo alla nebbia, alla giungla, ad insetti aggressivi e ad animali feroci. Il nemico è invisibile e spesso si spara senza sapere se cʼè veramente e se si è colpito qualcuno. Ma il giovane ufficiale non è mai solo perché i comandanti, comodamente al sicuro bevendo e fumando, lo inseguono con la radio, chiedendogli la posizione, il numero dei nemici uccisi ( spesso inventato per farli stare tranquilli) e le ragioni per cui non opera con maggiore determinazione. > Già stanco per mancanza di sonno, Mellas adesso combatteva con la fatica fisica che veniva dallʼaprirsi una strada attraverso una quasi impenetrabile boscaglia, salendo per pendii fangosi per guadagnare un costone, per cercare un sentiero, una traccia. Era bagnato sia dal sudore che dalla pioggia. Sforzo, Peso, Mosche, Tagli. Vegetazione. Egli non si curava più dovʼerano e perché.... ( ancora) trecento novanta nove giorni e poi alzarsi per andarsene . Ma anche Mellas viene preso dallʼambizione, dalla voglia di fare carriera. Si offre di andare in perlustrazione con alcuni soldati. In mezzo alla fitta foresta tropicale incontrano finalmente un vietcong, che viene mortalmente ferito. È un giovane, come lui e come i suoi compagni. Terrorizzato chiede aiuto, ma Mellas sa che il vero aiuto sarebbe quello di ucciderlo per non lasciarlo in pasto alle tigri. Non se la sente e ritorna piangendo allʼavamposto. Non si rassegna che sia questa la guerra, e > nel fare così egli scopriva se stesso alla pena di vedere gettare via i legami di quei nemici uccisi con chi li amava: madri, sorelle, amici e mogli. Il commando ha deciso che la compagnia deve abbandonare lʼavamposto e raggiungere il più rapidamente possibile unʼaltra località, sempre in mezzo alla giungla. E i marine sono costretti ad una marcia defaticante, trascinandosi dietro feriti e persino i cadaveri di soldati morti, uno sbranato da una tigre ed un altro ucciso da una forma di malaria che esiste solo in quella particolare zona del Vietnam. Poiché non hanno raggiunto nel tempo richiesto questo nuovo avamposto, altrettanto inutile quanto il precedente, la compagnia viene messa a disposizione per interventi di emergenza nei punti più delicati del fronte. Mellas vuole protestare per una decisione così ingiusta, ma lʼamico Hawke gli rammenta che bisogna essere un poʼ politici, non per sé stessi, in fondo si è ufficiali di leva, ma perché il comando per ripicca potrebbe non inviare gli elicotteri, che servono per rifornire le compagnie al fronte e per recuperare feriti e deceduti. Lʼelicottero è unʼarma di ricatto! Nella seconda parte del romanzo la compagnia, cui appartiene Mellas, viene mandata a riconquistare Matterhorn, adesso presidiata dal nemico. Non è chiaro al comando militare quanti siano i vietnamiti, ma non importa. Bisogna compiere un atto eroico, che metta in buona luce gli alti ufficiali del reggimento, favorendone la carriera. La compagnia si trova coinvolta in una battaglia terribile. È una narrazione epica, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e i suoi episodi guerreschi. Ciò che spinge i militari americani non è certo un ideale (perché siamo qui, si chiedono i soldati, il Vietnam ha dellʼoro, del petrolio o qualche altra materia prima?). Ciò che li porta a compiere atti incredibili di valore sono la fraternità e la rabbia: salvare i compagni, recuperare i feriti o almeno i cadaveri; lottare pensando di avere davanti a sé, come veri nemici, chi li ha portati in questa carneficina. E poi cʼè il gusto di uccidere per uccidere. La tensione e la paura creano un legame tra i nemici, che sono come incatenati in una rete di violenza e di morte. Nella terza parte del racconto, Mellas è ferito nel combattimento e va, quindi, in convalescenza. Ma quando ritorna scopre che durante la tregua la compagnia è interessata dal conflitto tra bianchi e neri, che caratterizza la società americana e che era transitoriamente scomparso durante le azioni di guerra. La solidarietà e lʼamicizia che si creano in combattimento sospendono soltanto le rivalità sociali e razziali. La guerra non è un momento di reale cambiamento, abitua solo alla violenza. Ed infatti lʼamico Hawke viene ucciso in un attentato organizzato da un gruppo di affiliati ai fratelli neri. Niente cambia realmente, si è solo ombre, > muovendo attraverso questo paesaggio di montagne e valli, cambiando il carattere delle cose come le ombre si muovono ma lasciando niente di mutato quando esse lasciano. Solo le ombre stesse possono cambiare . La guerra innesca una trasformazione individuale,non collettiva. È senza dubbio un libro di guerra, nel quale lʼelemento epico è prevalente. Sarebbe tuttavia limitativo ritenere questo romanzo una narrazione del conflitto del Vietnam, una sorta di poema in prosa, di moderna Iliade. Non è solo questo. È una denuncia della guerra. Già raccontarla partendo da un luogo così limitato, Matterhorn e il suo territorio circostante, permette di calarsi nella dimensione quotidiana ma tragica dellʼesperienza di singoli uomini, facendo perdere il carattere complessivo e specifico del conflitto del Vietnam. Si parla della guerra, di qualsiasi guerra. Cʼè poi la figura di Mellas, senza dubbio autobiografica. Il giovane rifiuta di accettare le inesorabili leggi della vita militare e della guerra. Ma non le respinge per la nostalgia della vita civile, che per lui, come per gli altri, è data per persa. Non accetta lʼinutilità delle decisioni, la sofferenza gratuita inflitta ai soldati e lʼuccisione di nemici, a lui sconosciuti, ma comunque esseri umani con le loro vite a casa, giovani anchʼessi con un loro futuro. È il racconto del dramma di tutte le guerre. Il libro è molto lungo, estremamente dettagliato, talvolta scivola nel resoconto. Alla fine, si è un pò stanchi di tanti trucidamenti. Ma è forse è questo lʼintento dellʼautore: stomacarci della guerra. Perché leggerlo? È uno splendido libro di guerra.

Karl MarlantesAtlantic Monthly Press
Minaret
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Minaret

Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia. Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra. Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba. Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre. È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa. In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato. Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose. Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose. Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta. Il libro si muove su due livelli. Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano. La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea. Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini. La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata. Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa. > Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo. Lei non sa che egli non è una sua esternazione. Glielo dico. E dicendolo lo perdo. Le do la chiave nelle sue mani . In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia. Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta. È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo. Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.

Leila AboulelaPolygon
Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)
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Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)

"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? / Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, “L’arpione della memoria” dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). È possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare >? È giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. È nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. >. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: >. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata >. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del >; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: >. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, e le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. >. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, >. E allora come cantò il poeta >. La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino. La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. È un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani! Perché leggerlo? È un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.

Susan AbulhawaBloomsbury
One of us e Home, sweet home
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One of us e Home, sweet home

Si tratta di due brevi racconti, che, cosa usuale per Fante, hanno come ambiente la tipica famiglia italiana. Nel primo racconto, giunge un telegramma che annuncia la morte di un cugino, un ragazzo che era stato compagno di giochi di Mike, uno dei tanti fratelli della famiglia. Si sviluppa una scena molto divertente, nella quale, mentre la mamma piange per il dolore della sorella, che ha perso un figlio, i ragazzi si contendono il telegramma al punto di distruggerlo, aprendo, di conseguenza, la discussione su come è morto il cugino e quale sarà la data del funerale. La scena si sposta al funerale, al quale partecipano la mamma, Mike e suo fratello più piccolo, il narratore. Ciò che colpisce i ragazzi è che lo zio non piange la morte del figlio, mentre tutti i parenti, in particolare le donne, si scatenano in lamenti e grida. Mike, in particolare, ha paura di avvicinarsi allo zio, in quanto teme che per la sua somiglianza con il cugino morto, possa essere oggetto di astio. Ed è proprio la visione di Mike, di ciò che poteva essere anche suo figlio, che rompe la chiusura del lutto e spinge lo zio a piangere: > stavano seduti. Mike sorseggiava goloso un frappé, e zio Frank gli stava davanti, col viso nelle mani e grandi lacrime scivolavano dalle sue guance e cadevano sul tavolo, mentre guardava Mike e il suo frappé . Nel secondo racconto Jimmy ritorna a casa dei genitori, dal quale se ne era andato dopo una lite burrascosa con il padre. Si ripropone la scena di una classica famiglia italiana: la mamma ha preparato una buona cena con i dolci che piacciano a Jimmy e spera che tutto vada bene, senza liti e discussioni; il padre fa finta di aver dimenticato, è disoccupato e dopo la cena se ne va all’osteria come tutte le sere; i fratelli accolgono con entusiasmo il fratello maggiore, ma ripropongono poi la vita di tutti i giorni dalla quale Jimmy si sente ormai escluso. La conclusione non può che essere: > mi alzerò e butterò via la sigaretta, e avrò voglia di essere con lei (la fidanzata), non qui, in questa dannata insignificante città dimenticata da Dio . I racconti, soprattutto il primo, sono molto belli. Lo stile è quello tipico di Fante, elegante, dolce e scorrevole.

Our man in Havana
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Our man in Havana

Il romanzo è ambientato a Cuba nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Il protagonista, venditore di aspirapolvere (gli affari vanno male) e vedovo con una figlia quattordicenne, viene ingaggiato dallo spionaggio inglese come agente all’Avana. Attirato dai soldi, il protagonista crea una falsa rete di spie e si inventa una serie di informazioni, ovviamente totalmente false. A causa dell’importanza che assume la sua attività, Londra invia due agenti a sostegno, tra i quali Beatrice, della quale il protagonista si innamora. Il racconto si sviluppa intorno a questo tema paradossale, che ironizza sui sistemi di spionaggio. Anche quando verrà scoperto, al protagonista verrà offerto una posizione all’interno dell’organizzazione, in quanto non è possibile ammettere l’errore e comunque qualche cosa di vero può esserci comunque nelle informazioni fornite, anche se chiaramente false. Lo stesso Graham Greene ha inserito questo romanzo nella categoria «divertimenti» e questo giudizio ha senza dubbio influenzato i critici e i lettori nell’interpretazione del libro: una derisione del mondo dello spionaggio e un’accusa, anche se in forma di scherno, della sua tendenza a falsificare la realtà (tema molto attuale). In realtà , se si legge il romanzo al di fuori di questa chiave di lettura, emergono altri temi interpretativi: il mondo immaginario creato dal protagonista (una rete di spie e le false informazioni) mette in moto un meccanismo di vicende anche tragiche, che distrugge la serenità e i legami di amicizia che contraddistinguevano la vita del protagonista. Inoltre quest’ultimo si muove privilegiando i sentimenti familiari (dare alla figlia un futuro di prosperità) rispetto alle esigenze della politica e ai valori di fedeltà al proprio paese. Emerge la contraddizione tra i valori "veri«, costituiti dall’amicizia e dai legami familiari, rispetto a quelli»falsi > , rappresentati dal senso di appartenenza a entità astratte, quali la nazione e le ideologie. Nell’epilogo Beatrice, in realtà l’unico carattere veramente positivo del romanzo, spiega ai propri superiori che anche se lo avesse saputo non avrebbe fermato il protagonista, perché stava lavorando per qualche cosa di importante non per la convinzione di qualcuno su una guerra globale che potrebbe non capitare mai... e poi cosa significa il proprio paese: una bandiera che qualcheduno inventò duecento anni fa«. Il limite più significativo, che rende appropriata la definizione di»divertimento", sta proprio nella figura del protagonista, che non sembra rendersi conto di ciò che ha creato, subendo di fatto gli avvenimenti e lasciando che siano gli altri a creare e a risolvere i problemi. Si tratta di un atteggiamento passivo, che rende a certi tratti monotono e scontato il romanzo. Lo stile è molto efficace, molto legato ai dialoghi e con una struttura della frase con evidenti connotati cinematografici: l’inglese è quello classico.

Graham GreeneHeinemann
The power and the glory
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The power and the glory

Il romanzo è ambientato in Messico nel periodo delle guerre civili tra il 1911 e il 1924 quando i diversi governi rivoluzionari portarono avanti una energica politica anti-cattolica, in aperto contrasto con la Chiesa di Roma. Il protagonista è un prete, «un whisky priest», alcolizzato, padre di una bambina che ha abbandonato, codardo al punto di far condannare a morte alcuni ostaggi che non volevano denunciarlo, insomma un «bad priest». Inseguito per anni dalla polizia, riesce a passare il confine e, quando è in ormai in salvo, decide di ritornare in Messico per confessare un assassinio sul punto di morte. Viene quindi catturato e fucilato: muore come un santo e la Chiesa trionfa in definitiva. Interpretato generalmente in chiave religiosa come una celebrazione della superiorità della fede e della capacità della Chiesa di risorgere continuamente dalle persecuzioni, la parte più interessante del romanzo è costituita dalla descrizione del profondo squallore materiale e umano di una società povera e miserabile, nella quale, a danno della quale, si sviluppano le vicende del protagonista. È il Messico contadino e meticcio, fatto di gente ignorante ma dotata di una grande dignità e di una religiosità ingenua e sentita al punto di rischiare la vita per conservarla. Sono molto suggestive le pagine che descrivono l’arrivo del prete nel villaggio, dove è stato parroco e dove ha avuto una amante (anche se per sola sera) dalla quale ha avuto una figlia. La gente del villaggio ha paura e lo invita ad andarsene, eppure lo ospita, chiede di confessarsi e di assistere alla messa, anche se i soldati sono a poche miglia di distanza. Quando questi arrivano, prendono un ostaggio e interrogano la gente del villaggio, il prete si nasconde e non viene comunque tradito. Sempre in questa circostanza, come in altre, emerge il contrasto tra la forza dei sentimenti dei contadini e la vacuità del protagonista, che, appena riprende il suo ruolo di sacerdote, riacquista immediatamente l’arroganza, la sicumera e la sicurezza di chi sa di avere in mano le coscienze del popolo. Altro che romanzo celebrativo della Chiesa di Roma! Forse malgrado le stesse intenzioni dello scrittore, ne esce in modo drammatico la desolazione di una religione che si basa sull’ipocrisia e sulla manipolazione della coscienze. Il romanzo sembra essere un complemento delle splendido colloquio di Dostoevskij tra Cristo e il grande inquisitore. Il romanzo dovrebbe concludersi alla fine della seconda parte, quando il prete ritrova finalmente una chiesa e > si sedette improvvisamente sul prato intriso di pioggia e appoggiando la testa contro la parete bianca cadde addormentato, con la casa dietro le spalle. Il suo sogno fu pieno di suoni gioiosi . Invece lo scrittore ha voluto dare una conclusione che esaltasse il sacrificio, con una lunga e noiosa descrizione della cattura, con inverosimili colloqui tra il prete e un ufficiale di polizia, con una celebrazione finale che contempla la ricomparsa di un altro prete: capitoli totalmente inutili che riducono pesantemente la qualità del libro in termini sia di contenuti che di ritmo narrativo. Lo stile è quello tipico di Greene, articolato in differenti episodi e comunque suggestivo nella descrizione delle situazioni: come al solito, i dialoghi e l’introspezione dei personaggi non sono all’altezza dell’illustrazione del contesto.

Graham GreenePenguin
Reading Lolita in Tehran
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Reading Lolita in Tehran

Un libro molto bello, soprattutto il primo capitolo, nel quale la scrittrice raggiunge una densità di scrittura e una profondità di concetti che ricorda Nadime Gordimer. Il libro è articolato in quattro momenti della vita della scrittrice: ciascuno è in qualche modo simbolizzato da quattro grandi scrittori della letteratura inglese: Nabokov con Lolita, Fitzgerald con il grande Gatsby, James e Austen. Il racconto non segue un percorso cronologico. Nel primo capitolo la scrittrice ha già abbandonato l’università e ha creato un gruppo di lettura nella propria casa. Le ragazze, sue ex allieve, arrivano alla riunione vestite con il velo e il chador, rese impersonali dal vestito e dalla postura che devono adottare per camminare per strada, si svestono e assumono in tal modo la loro vera personalità. Il personaggio di Lolita, una ragazza di dodici anni che diviene l’amante di un uomo anziano, è al centro della loro conversazione come simbolo della loro condizione esistenziale, costrette a comportarsi e persino a pensare come vogliono gli uomini. Insieme con il tema letterario emergono le loro storie personali e si intrecciano le relazioni reciproche, fatte di rivalità ma anche di una profonda comprensione e tenerezza. La sintesi di questo capitolo, e di tutto il libro, è racchiusa in una frase molto profonda: «non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno». Lolita non ha una sua personalità, ma viene forgiata dal vecchio, che la vuole proprio perché può renderla come vuole lui. Così le donne iraniane dovrebbero comportarsi così come vuole la società religiosa senza poter esprimere realmente la propria personalità e vivere la propria vita. E allora la letteratura non è «un lusso, ma una necessità», il mondo dell’immaginazione permette di riconquistare la libertà che la società vuole opprimere. A questo punto la scrittrice introduce il tema del bello, sottolineando come le nuove generazioni non siano interessate all’ideologia e alle posizioni politiche. > Ancora lo trovo nelle lettere dei miei studenti, quando, a dispetto delle loro paure e ansietà per il futuro senza lavoro e sicurezza e un fragile e incerto presente, essi scrivono intorno alla loro ricerca della bello . > Penso in qualche modo che le nostre letture e discussioni dei romanzi in quella classe divennero il nostro momento di pausa, il nostro collegamento a un altro mondo di tenerezza, lucentezza e bellezza . Nel secondo capitolo il contesto è costituito dalla fase rivoluzionaria, durante la quale non è chiaro chi assumerà il potere, i religiosi o le forze di sinistra. È quindi una fase di transizione, ma è caratterizzata da una generale convinzione, dei fondamentalisti come dei rivoluzionari di sinistra: le libertà individuali e il ruolo della donna devono essere subordinate all’ideologia massificante. La critica della scrittrice è rivolta quindi alla sinistra, che non comprende l’importanza dei diritti civili e ragiona, di fatto, come le forze religiose. L’episodio più interessante, anche sotto il profilo narrativo, è costituito dal processo al Grande Gatsby, da alcuni indicato come un personaggio emblematico dell’individualismo della società occidentale. La dinamica del processo mette in moto una dialettica nella classe e fa comprendere meglio che il vero tema del romanzo di Fitzgerald è il sogno di una propria auto-realizzazione, in una società che tende a uniformare gli individui: > Sogni... sono perfetti ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli in una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. Potresti diventare un Humbert, distruggendo l’oggetto del tuo sogno: o un Gatsby, distruggendo te stesso. Quando lasciai la classe quel giorno, non dissi agli studenti ciò che io stessa cominciavo a scoprire: comʼera simile il nostro destino a quello di Gatsby. Egli voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c’era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta nel nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vita nel nome di un sogno? . Il terzo capitolo è ambientato durante la guerra Iran- Irak. La rivoluzione si è ormai imposta, la libertà delle donne è stata annullata e il paese vive sospeso all’interno di un incubo (le vittime, i bombardamenti ecc. ), di un nazionalismo acceso e senza la speranza che questa guerra possa finire. Sono anni terribili, nei quali non ci può non rinchiudere nel sentimento. La scrittrice cita un passo di James, l’autore dell’ambiguità femminile, > non posso dirti di non affliggerti e di non ribellarti, scrive James, perché ho così l’immaginazione di tutte le cose e perché sono incapace di dirti di non provare dei sentimenti. Provare dei sentimenti, dico, provarli per ciò che vale la pena, e anche se ciò ti uccide, per questo è l’unico modo per vivere, specialmente vivere sotto questa terribile pressione, ed è l’unico modo per celebrare e onorare questo essere ammirabile che sono il nostro orgoglio e la nostra ispirazione . E aggiunge la scrittrice, > provare sentimenti crea empatia e ci ricorda che la vita vale la pena di essere vissuta . È un sentimento profondamente femminile, nasconde quella solidarietà basata sulla cura e sulle relazioni che è alla base del pensiero femminile. Il quarto capitolo ritorna al contesto del primo. La guerra è finita e si capisce sino in fondo che non esiste una reale possibilità di evoluzione in un regime strutturalmente contrario alle libertà civile e alla dimensione femminile. Non resta che la fuga nell’intimità e verso l’estero. In un mondo nel quale la religione è diventata ideologia, sembra non esserci più spazio nella dimensione individuale. In questo senso Austen è odiata dal regime. > le donne di Austen, gentili e belle, sono le ribelli che dicono no alle scelte di stupide madri, padri incompetenti e di una società rigida e ortodossa. Esse rischiano ostracismo e povertà per conquistare amore e amicizia (per conquistare l’importanza dell’amore e della comprensione nel matrimonio, e non l’importanza del matrimonio) per abbracciare quell’irraggiungibile fine della democrazia: il diritto di scegliere . Al di là della società iraniana, il libro affronta alcuni temi universali (la libertà di scelta, la prevalenza degli affetti rispetto agli schemi rigidi, la forza della letteratura e dell’immaginazione ecc. ) che possono essere ricondotti all’affermazione: non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno. Ma come è possibile in una società sempre più oppressiva e massificante, anche se apparentemente democratica? Come difendersi dall’invasione delle immagini, dei luoghi comuni veicolati dalla televisione, dalle urla dei dibattiti e così via? Mi sembra che la prospettiva sia la riscoperta della letteratura e della cultura in generale sia come ritorno alla dimensione individuale ma anche come riscoperta dell’immaginazione e quindi mezzo di resistenza e di riscatto domani: pensare e avere sentimenti sono, forse, le chiavi di volta per progettare e poi realizzare una società migliore.

Azar NafisiRandom House
The road to Los Angeles
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The road to Los Angeles

È il secondo libro della sagra di Bandini. Mentre il primo libro si sviluppa ancora intorno al tema della famiglia italiana, con uno stile realistico e povero di suggestioni, questo romanzo abbandona di fatto i riferimenti etnici e folcloristici per narrare la maturazione di un ragazzo di diciott’anni, che legge molto e vive soprattutto con l’immaginazione e la fantasia. Si è in presenza del contesto familiare italiano (la madre e la sorella profondamente religiose, uno zio che si aspetta che il nipote si assuma le sue responsabilità), ma in realtà le vicende di Arturo sono quelle proprie di un ragazzo della sua età, che è costretto a conciliare il lavoro, spesso duro e alienante, con le proprie aspirazioni e i propri sogni. Il primo tema del libro è la rabbia, il desiderio di rivolta verso una società ingiusta che si esprime spesso in atti di violenza (bellissima la scena di Arturo che fa una strage di granchi credendosi un cavaliere antico), nelle prolusioni contro la religione cattolica e nei riferimenti ai grandi filosofi dell’Ottocento. Il secondo tema è costituito dal mondo erotico, dalla ricerca di un rapporto con le donne, che passa necessariamente attraverso le riviste pornografiche e la solitudine della propria stanza. Veramente incredibile dal punto di vista stilistico è il capitolo nel quale l’autore racconta la distruzione delle fotografie delle donne amate da parte di Arturo! L’ultimo tema, e forse il più importante, è costituito dall’immaginazione, dai sogni e dalle fantasie legate alle aspirazioni di Arturo, al suo desiderio di sentirsi un grande scrittore. Ed è proprio la delusione che deriva dalla lettura del suo primo racconto che spinge Arturo alla fuga dalla famiglia e al viaggio verso Los Angeles e quindi verso la propria indipendenza e maturazione. Fante abbandona lo stile realistico e freddo, che aveva caratterizzato il primo libro, per avviarsi verso espressioni e costruzioni sintattiche sempre più intense e ricche di suggestioni. Al significato della parola si aggiungono «segni» sempre più ricchi e sfumati, che sono prodotti dal ritmo, dalla fonetica e dall’uso degli aggettivi, spesso arricchiti da neologismi.

John FanteHarperCollins
Saturday
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Saturday

Henry è un neurochirurgo che vive a Londra con la moglie, avvocato, e due figli, il maschio musicista e la figlia poetessa che abita momentaneamente a Parigi. Si sveglia un sabato mattina e assiste dalla finestra allʼatterraggio di emergenza di un aereo e immagina sia un atto di terrorismo. Inizia in tal modo la giornata di sabato, che è caratterizzata da alcuni fatti generali (le notizie in televisione sulla prossima guerra in Iraq, la marcia dei pacifisti contro la guerra, le vicende dell’aereo atterrato dʼemergenza), e da alcuni fatti privati (le relazioni con la moglie, la gara di squash con un amico, la visita alla madre malata di Alzheimer, la partecipazione a un concerto del figlio, la preparazione della cena per il ritorno della figlia e l’arrivo del suocero, anche lui grande poeta). Il racconto si sviluppa in questo contrasto tra il catastrofismo del contesto esterno e la ricerca della pace famigliare, di una vita serena al di là della turbolenza esterna. Questo tentativo non ha successo e basta un piccolo incidente automobilistico per fare irrompere la violenza e l’imprevisto nella vita intima e famigliare. Per evitare la marcia dei pacifisti, Henry compie una scorrettezza in auto e urta la macchina di alcuni balordi, che cercano di aggredire il chirurgo. Henry riesce tuttavia a liberarsi da una situazione difficile in quanto destabilizza il ruolo del capo dei balordi, di nome Baxter, riconoscendo che è afflitto da una grave forma degenerativa del cervello. Baxter intende vendicarsi per l’affronto e irrompe in casa di Henry proprio nel momento in cui la famiglia sta festeggiando l’arrivo della figlia e del nonno, il grande poeta. Baxter minaccia la moglie di Henry e ordina alla ragazza di spogliarsi: in una situazione di grande tensione la ragazza legge alcune brani di poesia, che addolciscono Baxter che rinunzia alla violenza e viene spinto giù dalle scale da Henry e da suo figlio. Il romanzo si conclude con la decisione di Henry di operare Baxter, che era rimasto gravemente ferito e poi su una serie di riflessioni esistenziali da parte del chirurgo: > tutto ciò che sente è la paura. È debole e ignorante, spaventato delle conseguenze imprevedibili di un’azione che è sfuggita dal controllo ed è generatrice di nuovi eventi, di nuove conseguenze, sino a quando sei condotto in un posto dove mai sognavi di essere e che non avresti mai scelto, il coltello alla gola . Il libro si sviluppa intorno a tematiche di forte contenuto filosofico: l’impotenza dell’uomo verso un contesto sempre meno spiegabile, l’impatto del catastrofismo sulla vita quotidiana, la ricerca della serenità nell’ambito famigliare, la debolezza delle barriere tra esterno ed intimità, il peso dell’ereditarietà e la vita fuori dal nostro controllo e il ruolo delle relazioni affettive. Ma il tema più interessante del racconto è il contrasto tra la cultura scientifica, che cerca di portare ordine e razionalità e la cultura letteraria, in particolare la poesia, che interpreta il mondo secondo schemi non riconducibili alla razionalità scientifica e riesce, forse per questo, a cogliere il senso più intimo delle cose e a risolvere le situazioni. È la poesia recitata dalla figlia che fa uscire Baxter dalla pazzia e non i ragionamenti logici di Henry. E allora qual è l’uscita da una situazione non più comprensibile sulla base dei canoni della razionalità scientifica? Si è in una situazione di impasse, che si sintetizza dalle parole del poeta, Matthew Arnold: > oh amore portaci a essere autentici l’uno all’altro! Per il mondo che sembra giacere davanti a noi come una terra di sogni, così vario, così bello, così nuovo. Non c’è realmente né gioia, né luce, né amore, né certezza, né pace, né aiuto al dolore; e noi siamo qui come su una piana oscura, sballottati con confusi allarmi di lotta e di combattimento, dove armate ignoranti si scontrano di notte . Lo scontro tra il desiderio (l’amore che ci fa vedere il mondo come una terra di sogni) e la realtà, che ci appare solo portatrice di morte, non è questa contraddizione risolvibile solo da un approccio razionale?I forti contenuti filosofici e la molteplicità dei temi non vanno a beneficio del ritmo narrativo e dell’unitarietà del discorso. È, come al solito, scritto molto bene, ma talvolta si presenta troppo intellettualistico e i personaggi risultano piatti su un ruolo affidato che risponde più a stereotipi che a un vero approfondimento dei caratteri.

Ian McEwanJonathan Cape
Selected Short Stories
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Selected Short Stories

Secondo l’introduzione i quattro racconti sintetizzano lo stile e l’evoluzione dell’autore. Il primo racconto ruota attorno all’amore del mito e del bello. In the last of the Valerii, un conte italiano ha sposato una ricca e bella ereditiera americana, ma si innamora di una statua di Giunone, scoperta nel suo palazzo. La vicenda è raccontata da un personaggio, che sembra rappresentare lo scrittore, che guarda divertito, stupito e interessato l’innamoramento di un essere vivente per una statua. In the Real Thing un artista, che lavora abitualmente all’illustrazione di libri, viene coinvolto da una coppia di persone distinte cadute in miseria. Essi chiedono di poter lavorare come modelli per l’artista, il quale, dapprima accetta, ma poi si rende conto che un conto è la vita reale e un’altra cosa è un personaggio di una rappresentazione. Il racconto è quindi tutto condotto sulla contraddizione tra vita reale ed espressione artistica, figlia a sua volta dell’immaginazione. The lesson of the master, il meno riuscito dei racconti, ha come oggetto la falsità. Un giovane scrittore si innamora di una ragazza ma viene convinto da un anziano scrittore a darsi totalmente all’arte: il matrimonio o un forte legame sentimentale sono comunque elementi di disturbo perché costringono ad affrontare la prosaicità della vita normale. Quando ritorna da un lungo viaggio in Italia, il giovane scrittore viene a sapere che il suo «maestro» ha sposato la giovane: era tutto un tranello. Infine, l’ultimo racconto, Daisy Miller, è ambientato in Europa continentale e in particolare a Roma. Sono presenti alcuni temi cari all’autore: gli americani all’estero, una giovane donna americana, indipendente ma ingenua, l’italiano corruttore e il giovane innamorato. Gli ambienti sono quelli dell’alta borghesia che viaggia all’estero e Roma portatrice di febbri malariche, anche se affascinante per i resti di una grande civiltà. La contraddizione tra la società americana, rude ma sana, e la società europea, in particolare italiana, decadente ma figlia di una grande cultura, è evidente. Lo stile di James è sempre affascinante, talvolta involuto ma ricco di suggestioni. In particolare sono le descrizioni della natura, delle città e degli ambienti a costituire il pezzo forte dell’autore, mentre i dialoghi si rivelano spesso noiosi e scontati.

Henry JamesPenguin
Sugar (in Sugar and other stories)
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Sugar (in Sugar and other stories)

Si tratta di un breve racconto. Il padre della narratrice è ricoverato in un ospedale di Amsterdam, dove gli è stato diagnosticato un cancro alla prostata, che lo porterà in tempi brevi alla morte. È un uomo taciturno e schivo, che si apre alla figlia, la narratrice, raccontando della famiglia e del nonno. Uno dei temi è costituito dall’abitudine della moglie di «raccontare delle bugie», ossia di inventare episodi della famiglia. La narratrice si rende quindi conto che «buona parte del mio passato poteva essere stata confezionata da mia madre». Il tema del racconto è il mito della famiglia, ossia la capacità di mitizzare, idealizzare e immaginare una memoria famigliare, che incide poi in modo determinante nell’evoluzione mentale, psicologica e culturale dei discendenti. > Durante quelle settimane estreme in Amsterdam pensavo alle origini. Pensavo intorno a mio nonno. Pensavo anche a certi miti delle origini che avevo messo insieme da bambina per spiegare cose che erano importanti, il mio senso di essere del nord, la paura dell’arte, l’inevitabilità della fine . L’elaborazione mitologica è l’elemento determinante di questa memoria, che non fotografa la realtà, non è storia, ma permette di ricevere un mondo di valori e di sensazioni. La narratrice immagina che la sua famiglia paterna fosse come il sistema degli dei nordici «selvaggi, stravaganti, duri, robusti e terrorizzanti» e che > le bugie di sua madre fossero per addolcire e mitigare il mondo tempestoso e freddo di mio padre . L’invenzione nella narrazione è un modo per liberarci dal dolore, dall’aridezza della vita, dall’avvicinarsi inesorabile della morte: > che cos’è tutto questo, tutta questa storia che vi sto raccontando se non un’accurata selezione di cose che si possono dire, che possono essere portate alla luce del giorno? A lato di questa costruzione si allungano le ombre nere delle cose non dette, perché non voglio, o non oso dirle, oppure non le ricordo, le ho fraintese, le ho dimenticate, o non le ho mai sapute . Se la vita non è quella reale, ma ciò che si ricorda e quindi si racconta, la vita è letteratura. Essa non ci restituisce le persone: «nessuna di queste parole ce lo può restituire». Restano solo il mito e il racconto. Un racconto breve, ma di grande spessore, sia filosofico che letterario. Lo stile è molto efficace, costruito intorno a una sintassi elaborata, ma chiara, che rende la lettura piacevole ed agevole.

A.S. ByattChatto & Windus
Treasure Island
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Treasure Island

Nellʼintroduzione Stevenson si rivolge ad un «compratore esitante», invitandolo ad acquistare il libro, > se le magiche storie dei marinai (narrate) con le note della gente di mare, tempesta, avventure, calore e gelo, se velieri, isole e uomini lì abbandonati,e bucanieri e tesori nascosti, e tutte le vecchie storie, raccontate esattamente nel linguaggio antico, possono piacere ai giudiziosi giovani di oggi, come piacquero a me, quando ero ragazzo . Queste parole, il cui fascino in lingua inglese è difficile da esprimere in italiano, sintetizzano il senso di un capolavoro: grande romanzo di avventura, che vuole essere anche istruttivo per i giovani, attratti con «divertenti ore» di lettura. Svago e morale, fantasie ed educazione, viaggi esotici e solidità borghese si congiungono mirabilmente, con un risultato letterario mai raggiunto da altri scrittori. Lʼequilibrio sarebbe perfetto se non ci si mettesse lo «zampino» il pirata Silver, la personificazione del fascino oscuro del male. Lʼautore immagina che al protagonista, un ragazzo di nome Jim, venga chiesto di narrare, «non celando niente se non la posizione dellʼisola», le vicende che hanno condotto alla scoperta del tesoro. E Jim lo fa partendo dallʼinizio, da quando arrivò nella locanda del padre un tenebroso lupo di mare, che si faceva chiamare il capitano. Di poche parole, quando era ubriaco raccontava terribili storie su impiccagioni, grandi tempeste, tradimenti e marinai gettati fuori bordo per punizione ( «walking the plank» letteralmente camminare sullʼassicella). Ma soprattutto ciò che terrorizzava il piccolo Jim erano le strofe che lʼuomo amava cantare a bassa voce: > quindici uomini sul petto del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum! , un ritornello che agitava il capitano così come lo terrorizzava lʼidea che potesse presentarsi nella locanda un uomo di mare con «una gamba sola». Jim è ancora un bambino, le sue notti sono visitate da incubi per gli spaventosi racconti, la misteriosa canzone e il minaccioso uomo con una gamba sola. Benché atterrito, fu costretto a tirar fuori tutto il suo coraggio per salvare sé stesso e sua madre dal tentativo di un gruppo di pirati di rubare al capitano la mappa del tesoro. In una notte tempestosa, abbandonato dagli impauriti vicini, con il corpo senza vita del capitano, Jim mostrò le qualità che lo accompagneranno per tutto il romanzo: audacia, intelligenza e prontezza di spirito. Non solo portò in salvo la madre, ma riuscì ad entrare in possesso della mappa. Il ragazzo narra quindi la spedizione verso lʼisola del Tesoro. La leggerezza degli amici di Jim, il medico del villaggio e un gentiluomo di campagna, fa sì che lʼequipaggio sia in gran parte inaffidabile, composto da loschi individui o da fragili personalità, che si possono facilmente convincere con lʼaspettativa di una facile ricchezza: la fatale attrazione del male. Peggio ancora, viene assunto come cuoco di bordo Long John Silver, che, guarda caso, ha una gamba sola. A Jim viene il sospetto che possa essere il personaggio temuto dal capitano, ma > pensavo di conoscere come dovesse apparire un bucaniere, una figura molto diversa, secondo me, da questo pulito e piacevole gentiluomo.... molto alto e forte, con una faccia larga come un prosciutto ( a face as big as ham > ), piatta e pallida, ma intelligente e sorridente... sotto la spalla sinistra portava una cruccia, che maneggiava con splendida destrezza, zampettando come un uccello . Sin dallʼinizio tra Jim e Silver si crea un ambiguo rapporto. I giochi di parole, le lusinghe, le espressioni di amicizia, gli aneddoti sulle navi e sui marinai, accompagnati da esperte e competenti spiegazioni, conquistano il ragazzo, affascinato dal porto, dal mare e dallʼambiente marittimo. Ma tantʼè Jim è più accorto degli sprovveduti adulti. In rotta verso lʼisola scopre il piano di Silver e lo porta a conoscenza degli amici, salvandoli. Poi, coraggiosamente, si addentra nellʼisola e si imbatte in un uomo, da anni abbandonato in questo ambiente selvaggio e lontano dalla civiltà: personaggio fondamentale per vincere lo scontro con i pirati. E ancora di più Jim va, da solo e su una fragile barchetta, alla conquista della nave, mal presidiata dai pirati. Le scene di questa impresa, che forgerà per sempre il carattere del ragazzo, sono tra le più belle del romanzo. Il mare in tempesta, la costa rocciosa, abitata da giganteschi molluschi, la descrizione dei feroci bucanieri, che cercano, senza riuscirvi, di uccidere Jim, sono gli elementi di un contesto, in sé stesso evocativo di un mondo ostile, e nel contempo utili a mettere in risalto la saldezza del ragazzo. Il vero pericolo per Jim è la paura, che lui supera continuamente, via via rendendosi più forte e maturo. Ma lʼultima prova da affrontare per diventare pienamente adulto è la più difficile. Fatto prigioniero da Silver, che gli salva peraltro la vita, egli assiste al doppio gioco del pirata, che da un lato dichiara la sua fedeltà agli amici di Jim (quelli che rappresentano lʼordine e la giustizia), ma dallʼaltra parte è pronto ad ingannare, a tradire così come ha tradito i suoi compagni bucanieri, che ha trascinato nellʼammutinamento. Il ragazzo è pienamente cosciente che Silver è un astuto ed insidioso menzognero, ma tantʼè non può fare a meno di sentire un moto di amicizia per il cuoco. > Certamente egli non aveva nessuna preoccupazione di nascondere i suoi pensieri; e certamente io li leggevo come in un libro stampato.... nellʼimmediata vicinanza dellʼoro ogni altra cosa sarebbe stata dimenticata... ed io non potevo non dubitare che egli sperava di scoprire dovʼera il tesoro, trovarlo, e a bordo della nave, sotto la copertura della notte, tagliare la gola di ogni persona onesta... ma il mio cuore era triste per lui, così malvagio, a pensare agli orridi pericoli che lo circondavano, e al vergognoso nodo scorsoio che lo aspettava . Alla fine, invece, Silver si salva, fuggendo, anzi, con un piccolo gruzzolo del tesoro. Jim e i suoi amici sono ben contenti di liberarsi di lui e di poter tornare, salvi e ricchi, alla civiltà. > Con mia indescrivibile gioia le più alte montagne dellʼIsola del Tesoro si dissolsero nelle curve blu del mare . Accanto al tema dellʼ avventura il racconto di Stevenson è tante altre cose: romanzo di formazione verso lʼetà adulta; «canto del cigno» dellʼInghilterra marittima, che ormai, forte del suo impero, guarda con repulsione ai pericoli del mare, che eppure le ha dato potenza e ricchezza; nostalgia di un mondo sereno, individuato nella società borghese e cittadina; vezzo di un grande scrittore di cimentarsi con un inglese gergale e per certi versi arcaico. È indubbio, tuttavia, come Stevenson ritorni su un tema a lui caro: il fascino del male. I virtuosi gentiluomini vanno alla ricerca di un tesoro, che è stato frutto di ruberie, saccheggi e violenze. Silver è un perfido, eppure si salva diventando anche lui ricco, mentre i suoi compagni vengono uccisi o abbandonati nellʼisola a morire di stenti; e ciò perché, forse, il cuoco veste le panni del «pulito e piacevole gentiluomo», dellʼuomo istruito, in fondo potrebbe far parte della stessa casta del dottore e del signore di campagna. Ma allora quale insegnamento ne trae il giovane Jim nel suo percorso verso lʼetà adulta? La lingua, le parole e la costruzione delle frasi sono una componente essenziale del fascino del libro, che rende difficile leggerlo in inglese e renderlo con efficacia in una traduzione. LʼIsola del Tesoro fa parte di quei grandi libri, in qualche modo eterni, che rischiano, tuttavia, di scivolare nel dimenticatoio, un pò come il nostro Gadda. Eppure è proprio la scrittura a renderlo un «tesoro inesauribile» di scoperte, adatto a tutte le età. Perché leggerlo? Leggerlo, leggerlo, leggerlo, continuamente leggerlo.

Louis Robert StevensonCassell & Company
Washington Square
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Washington Square

Il libro è ambientato nella New York di fine Ottocento. Catherine, figlia di un noto medico della città, viene corteggiata da un giovane, che è interessato alla sua dote. Il padre di Catherine si rifiuta e dichiara che non fornirà la ragazza della sua eredità. Si sviluppa una vicenda sentimentale, nella quale assume un ruolo importante la zia di Catherine, una donna che, per un’idea romantica dell’amore e anche per la futile ricerca di avvenimenti eccezionali, vorrebbe che la ragazza abbandonasse il padre e sposasse comunque il giovane. Dopo un viaggio in Europa con il padre, Catherine si rende conto che lui non ha nessuna stima di lei e decide di sposare il giovane anche contro la volontà del genitore. Ma il giovane, che sperava che il padre cambiasse idea, abbandona la ragazza in quanto sa di non potere accedere al patrimonio del medico. Passano gli anni, Catherine non si sposa e dopo la morte del padre si ripresenta il giovane, ormai uomo attempato, sperando di poter riprendere la vecchia relazione. Ma Catherine lo caccia via. Il tema di fondo del libro è la storia di una ragazza, che è oggetto delle aspirazioni e delle idee di altri. Il padre pensa che la figlia sia una ragazza stupida, priva di qualità e sino all’ultimo ha con lei un atteggiamento sprezzante, orientato più ad affermare la propria intelligenza e preveggenza (aveva capito sin dall’inizio che il giovane era alla ricerca della dote) che a pensare ai sentimenti della figlia. La zia è alla ricerca di emozioni che le riempiano la vita e non pensa che le sue azioni (la sua amicizia con il giovane, il suo tentativo di manipolare la ragazza ecc. ) possano fare del male sino al punto di rovinare la vita di Catherine. Il giovane è chiaramente un furfante, un personaggio vacuo, che cerca fino all’ultimo di utilizzare la ragazza per trovare una sistemazione, noncurante di ripresentarsi dopo tanti anni per ferirla ulteriormente. In tutta questa storia, emerge via via la personalità di Catherine, che trova la forza per assumere una posizione in solitudine, decisa a non venire a compromessi con nessuno, anche a scapito della sua felicità. Èstata e viene continuamente manipolata, il padre ha di lei unʼopinione fatta di stereopiti, ma lei vive la propria vita, ormai indifferente e in contrapposizione con gli altri. Al giovane, ormai uomo maturo, che le chiede se è arrabbiata, Catherine risponde: > no, non sono arrabbiata, la rabbia non dura in quel modo per anni. Ma ci sono altre cose. Impressioni che durano, quando esse sono state forti. Ma non posso parlare... Catherine riprese i suoi ferri a maglia, sedette con essi di nuovo, per la vita, come se fosse .

Henry JamesHarper & Brothers
Women in love
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Women in love

Il racconto si sviluppa all’interno di uno schema di relazioni tra quattro protagonisti: due uomini legati da un rapporto di forte amicizia, e due sorelle, entrambe giovani insegnanti. Il contesto storico è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata dall’introduzione delle macchine, dal positivismo e dalla nostalgia di un mondo poetico, sintetizzato dalla campagna inglese. I due uomini si muovono all’interno dei ruoli attribuiti al maschio dalla società inglese. Birkin è un giovane romantico, che ricerca nella donna una compagna sottomessa (una moglie e una madre) ritenendo che la vera amicizia, indispensabile per la completezza di un uomo, sia quella con gli altri uomini. Si può dire che il suo riferimento è il Simposio di Platone, anche se non si spinge sino al rapporto omosessuale, che, anzi, quando proposto dall’amico, rifiuta gentilmente. Gerald è un giovane ingegnere, ricco imprenditore, che ha modificato radicalmente l’organizzazione delle miniere, di cui è proprietario, in contrasto con l’autorità del padre. Un fatto terribile della sua infanzia (ha contribuito senza volerlo alla morte del fratello), un rapporto difficile con il padre e una visione positivista del mondo, che contrasta tuttavia con una forte sofferenza interiore, operano a dargli unʼapparente sicurezza ma a ricercare nella donna il conforto e il sostegno. In lui l’amicizia maschile sconfina, in modo quasi palese, nella ricerca di un rapporto omosessuale. Se gli uomini sono un riferimento, chiusi come sono nel proprio ruolo sociale e nel proprio io, chi rompe totalmente gli schemi sono le due donne: e questo non perché spinte da unʼidea di emancipazione sociale, ma in quanto la sensualità e l’irrequietezza anche fisica contribuiscono a ribaltare l’idea della donna, moglie e madre. È Ursula, una delle sorelle, a circuire Birkin spingendolo in un rapporto sessuale, fortemente erotico anche per gli standard attuali, che forse l’uomo stesso non ricercava. E ancora Ursula che non vuole sposarsi, tergiversa e quando lo fa si mette in contrasto con i genitori. Più complessa appare la personalità di Gudrun: anch’essa è spinta da una forte sensualità, che si sublima in una ricerca intellettuale della libertà, di una vita fuori dagli schemi. Il suo rapporto con Gerald si sviluppa proprio in questa contraddizione: da un lato subisce una forte attrazione fisica, dall’altro lo disprezza per la sua prosaicità, per la visione tradizionale dei ruoli. Da questa contraddizione esplode poi il dramma finale, nel quale Gerald cerca di uccidere la ragazza e poi si uccide. Accanto ai protagonisti esiste la natura, che è parte integrante del racconto. È una sorta di panteismo, una natura vivente che si fonde con i protagonisti: > nient’altro opererebbe, nient’altro darebbe soddisfazione, eccetto questa freschezza e questo reticolo di vegetazione, che si introduce dentro il sangue. Comʼera fortunato che c’era questa piacevole, sottile vegetazione che interagiva, aspettandolo come egli l’aspettava; quale pienezza, quale gioia! . Ma la natura porta anche verso la dissoluzione, verso la morte. > Una piccola luna lucente brillava subito più avanti, una cosa brillante portatrice di pena, che era sempre là, eterna, dalla quale non c’era fuga. Egli (Gerald) voleva andare alla fine, non ne poteva più. Tuttavia non riusciva a dormire . La trama si sviluppa lentamente. All’inizio c’è la rappresentazione della piccola città inglese con la descrizione dei protagonisti. In realtà sembrano scene a se stanti, non inquadrate all’interno di una vicenda. Ciascuna di queste scene dovrebbe introdurre alcuni argomenti interiori, legati allo schema delle relazioni, che poi esploderanno nella seconda parte del racconto. Talvolta l’autore sviluppa alcune digressioni di filosofia sociale, utilizzando anche i protagonisti (in particolare Birkin) come espositori. La morte del padre di Gerald e la scena erotica di Ursula con Birkin rappresentano la svolta del romanzo che si dirige, sempre con lentezza, verso il matrimonio di Ursula con Birkin, la decisione di Gudrun di accettare la relazione d’amore con Gerald e infine il viaggio in Austria, tra la neve e il freddo. Qui la gelosia di Gerald per Gudrun, la presa di consapevolezza dell’uomo di non poter governare la ragazza e la decisione di quest’ultima di abbandonarlo portano il tutto alla tragedia finale. Lo scrittore scrive benissimo con uno stile pervaso nelle parole e nel ritmo della frase di un sensualismo panteista che ricorda D’Annunzio. I due autori sembrano molto simili anche nell’eleganza e nella ricercatezza del linguaggio.

Lawrence D.H.Thomas Seltzer