Un garibaldino di nome Chiara
È il 1860. Chiara è la figlia di un noto patriota, amico di Garibaldi. La ragazza, sotto le spoglie di un ragazzo, riesce a seguire la spedizione dei Mille e quindi conosce Simone, di cui, si capisce, che si innamora. La storia è piacevole ma è condotta in modo troppo superficiale sia sotto il punto di vista delle vicende personali di Chiara (il desiderio che il padre non si sposi con una signora torinese, il desiderio dell’avventura, l’inizio dell’amore per Simone) che per quanto riguarda il contesto storico. Quest’ultimo emerge in modo frammentario senza illustrare le condizioni ambientali e i presupposti politici della spedizione.
Il gatto che voleva salvare i libri
Qual è il fascino dei libri? Perché molti di noi trascorrono così tanto tempo a leggere romanzi e poesie? L'autore prova a dare una risposta a queste domande, e lo fa con un racconto di formazione, una via di mezzo tra Harry Potter e l'Isola del Tesoro (vedi le recensioni in questo sito). Natsuki Rintaro è il tipico «hikikomori», sinonimo di un adolescente asociale, apatico e misantropo. Certo, ha la passione di leggere, passione che viene dal vivere nell'affollata e polverosa libreria del nonno. E' un piccolo negozio di libri usati, con una struttura peculiare. > Quando si entrava nella libreria dalla luminosa porta d'ingresso, in prospettiva il locale appariva molto più profondo di quanto non fosse in realtà, e per un attimo sembrava che quel corridoio circondato di libri si prolungasse all'infinito verso il buio . C'è un potere nei libri, diceva il nonno al nipote mentre apriva tranquillo un libro. Alla morte del nonno il ragazzo dovrebbe andare a vivere con una zia, destino che accetta passivamente, quasi indifferente. All'improvviso, dal nulla, compare un gatto, con fare gentile ma deciso, lo invita ad un'impresa: salvare i libri. Insieme con il gatto il ragazzo si inoltra lungo il corridoio oltre la parete della libreria; i due si ritrovano in palazzi, in veri e propri labirinti, dai quali il ragazzo potrà uscire solo se libererà i libri. A ciascuno dei labirinti corrisponde un modo di intendere la nostra relazione con questo «insieme di fogli di carta ricoperti di caratteri stampati»: il desiderio spasmodico di conservazione, la ricerca di un compendio che permetta di conoscere il maggior numero di scritti nel più breve tempo possibile, la concezione del libro come un oggetto di consumo, un business per cui va distrutto tutto ciò che non si vende. E' una casistica ben nota a noi appassionati, ma si dimentica che > leggere un libro è un po' come salire in cima a una montagna. (...) Ogni tanto bisogna esaminare riga per riga, rileggere più volte a ritroso la stessa frase, e procedere con lentezza sforzandosi di capire. Come risultato di tale impegno gravoso, di colpo ci si apre la mente . Sono parole del nonno che riaffiorano alla mente del ragazzo, parole dense e vigorose. Con la metafora dell'arrampicata il nonno vuol dire che si può salire con fatica solo se si ama la montagna. Ed è questa argomentazione che spiazza gli interlocutori e salva i libri: come si fa a tenerli prigionieri, a tagliuzzarli e a considerarli come un qualsiasi prodotto, se si amano? Il percorso formativo non è concluso. Parafrasando Carlo Marx della «Miseria della Filosofia», si è ancora nel mondo delle idee, in un legame erudito e narciso con la lettura. Sarà solo l'ultima impresa a portare a termine la maturazione dell'adolescente: come diceva Confucio, la cultura umanistica, la letteratura e la poesia, ci fanno comprendere «il senso dell'umanità reciproca», ossia l'empatia che lega tutti gli esseri umani. L'autore tenta di dare ritmo narrativo al racconto, creando nel contempo un'atmosfera magica. A questo fine ricorre all'espediente letterario del gatto, un uso molto frequente nella letteratura giapponese, basti pensare a «Io sono un gatto» di Soseki Natsume (si veda la recensione in questo sito). Ma se nell'opera di Soseki il gatto è una figura ironica e saggia, alter ego del noioso e gretto professore, qui il piccolo felino è un bolso censore del protagonista, simile al gufo di Pinocchio. Il lungo corridoio che si apre misteriosamente nei labirinti ricorda il ben più originale binario ferroviario dal quale parte la magica avventura di Henry Potter; inoltre, la descrizione dei palazzi è così minuziosa da risultare scontata e prolissa. Partito bene, il romanzo scivola in una riflessione pedante sul libro, con considerazioni condivisibili e apprezzabili se si trattasse di saggistica. A sollevare la qualità del romanzo è la scrittura: piana, piacevole e scorrevole, anche se talvolta ripetitiva: azzeccate le pennellate della libreria e dei profili del ragazzo e dei suoi amici. Peccato che non abbia lavorato sui personaggi! Perché leggerlo? Parla del nostro amore per i libri.
Genova sembrava d'oro e d'argento
Il libro non parla di Genova, malgrado il titolo. La città è solo un luogo, senza immagini e senza spessore, dove raccontare la vita di un poliziotto. Il protagonista è un giovane, che non ha speranze e pensa che la vita sia > solo uno schema del sistema, uno dei tanti, ma non sono gli uomini a controllarlo, neanche quelli riuniti a Palazzo Ducale. Il sistema è una macchina senza testa, una macchina autonoma . Quello che conta è il gruppo, lʼappartenenza ad azioni coraggiose e violente. Tutta la vita di questo giovane poliziotto è un susseguirsi di esercitazioni, libere uscite, straordinari ed interventi contro tifosi e manifestanti. Viene inserito in un gruppo speciale che viene addestrato per il G8 a Genova. Le esercitazioni, pesanti e finalizzate ad azioni anti guerriglia, rafforzano lo spirito di corpo. A Genova le convinzioni del giovane vengono messe a dura prova non tanto da ciò che succede ma dallʼamore per una ragazza, che, forse, riuscirebbe a convincerlo che il destino è nelle nostre mani, che non è vero che «lʼessere umano è quello che é». Poi tutto precipita: il poliziotto partecipa allʼazione di Via Diaz e scopre che la misteriosa ragazza, conosciuta a Genova, è lì tra i giovani picchiati e sanguinanti. Ancora una volta è stato il destino a decidere: > ero fottuto, lo ero sempre stato, piangevo perché aveva ragione Sara, avevo avuto la mia possibilità di scegliere, piangevo per me, perché capivo che adesso davvero era finita . Il grande tema del romanzo è il cinismo come conseguenza di una vita senza speranze. Il racconto, tuttavia, si sviluppa monotono e lento senza ritmo narrativo e senza che lʼautore riesca a dare profondità psicologica ai personaggi, cominciando dal protagonista. La delusione maggiore viene poi da Genova, che non cʼè ( é mai stato lʼautore nelle strade dove sono avvenuti gli scontri del G8?) con il risultato che tutta la vicenda appare fredda ed artificiosa. Perché non leggerlo? È noioso ed inutile.
Gerusalemme liberata
Gerusalemme Liberata racconta il momento culminante della prima crociata, quando Goffredo di Buglione nel 1099 conquistò Gerusalemme. Può essere interpretato come un poema epico ( una sorta di Iliade cristiana), ma in realtà le chiavi di lettura sono ben più complesse di quelle dellʼopera omerica. Innanzitutto, il poema è la narrazione di una purificazione, collettiva ed individuale: > così cantando, il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a lʼOliveto il lento moto ( Canto XI verso 10). Questo santo avanzare si scontra, in cruenti combattimenti, con i saracini ed anche con le forze del male: è una lotta tra forze sovrannaturali, degli inferi e del cielo. Gli scontri, di eserciti e di cavalieri, sono uno dei filoni conduttori del poema e permette a Tasso di dimostrare una grande perizia e conoscenza dellʼarte della guerra e dei duelli, con un gusto dellʼorrido, che rimanda ai moderni film di avventura: > e tra ʼl collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ʼl gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta ( miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote . ( Canto IX verso 70). Ma che differenza tra i sogni di gloria militare e la realtà, dura e crudele! In versi, sempre da ricordare, Tasso canta lʼassurdità della guerra. Alla fine della battaglia > non vʼè silenzio e non vʼè grido espresso, ma odi un so che di roco e indistinto: fremiti di furor, mormori dʼira, gemiti di chi langue e di chi spira. Lʼarme, che già sì liete in vista foro, faceano or mostra paventosa e mesta; perduti ha i lampi il ferro, i raggi lʼoro, nulla vaghezza a i bei color più resta . ( Canto XX versi 51 e 52). Accanto alla componente epica cʼè la parte elegiaca e lirica, costituita da lunghi inserti paesaggistici e sentimentali. È il versante più bello del poema, che fa perno sulla donna, che per Tasso è una figura complessa, ricca di tante sfumature, un mistero da scoprire. Erminia, una delicata fanciulla saracina innamorata di Tancredi, un cavaliere cristiano, vorrebbe diventare una guerriera per stare vicina al suo eroe: > ah perché forti a me natura e ʼl cielo altrettanto non fèr le membra e ʼl petto, onde potessi anchʼio la gonna e ʼl velo cangiar ne la corazza e ne lʼelmetto ( Canto VI verso 83). Ma capisce Erminia che la guerra è degli uomini e lei può essere solo una docile moglie: > fugge Erminia infelice, e ʼl suo destriero con prontissimo piede il suol calpesta ( Canto VI verso 111). Ed Armida, la vera protagonista del poema, è maga, ingannatrice e conquistatrice di uomini, ma quando vede il suo Rinaldo, anche lui cavaliere cristiano, il suo odio si tramuta in amore: > ma quando in lui fissò lo sguardo e vide come placido in vista egli respira.... di nemica ella divenne amante . ( Canto XIV versi 66 e 67). Proprio la narrazione delle donne del poema e dei loro amori sfortunati verso i cavalieri cristiani rivela la complessità del mondo di Tasso. Vorrebbe essere il poeta della contro riforma, della fede salda e priva di incertezze, ma in realtà si percepisce come il poeta ami il modo femminile, ne indaga i tormenti e i sentimenti, così come preferisce i vinti e gli infedeli. A fronte di cavalieri cristiani rigidi ed impersonali ( Goffredo, Tancredi e Rinaldo) si confrontano personaggi complessi e ricchi di umanità: la dolce Erminia, la disgraziata Armida, il coraggioso Saladino e il feroce Argante. Questi sono personaggi vivi, pieni di dubbi, di affetti e di ricordi. È questo il mondo spirituale di Tasso, che riflette la sua angoscia: > vivrò fra i miei tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante; paventarò lʼombre solinghe e scure che ʼl primo error mi recheranno inante, e del sol che scoprì le mie sventure, a schivo ed in orrore avrò il sembiante. Temerò me medesimo; e da me stesso sempre fuggendo, avrò me sempre appresso .( Canto XII verso 77). È questo il Tasso moderno, preromantico ed esistenziale, che ama i notturni: > sorge la notte intanto, e sotto lʼali ricopriva il cielo i campi immensi; e ʼl sonno, ozio dellʼalme, oblio deʼ mali, lusingando sopia le cure e i sensi ma non cʼè pace, «ché la furia crudel gli sʼappresenta sotto orribili larve e lo sgomenta» ( Canto VIII versi 57 e 59). Perché leggerlo? È un lungo poema, talvolta noioso, con un verso difficile, perché denso ed involuto. Ma quando Tasso si libera della religione, della fede, di ciò che deve essere detto, e lascia andare lʼispirazione, allora una lirica musicale e profonda avvince il lettore.
Il Giardino dei Finzi-Contini
Il racconto narra la storia dʼamore tra l’autore e Micòl nell’ambiente di unʼimportante famiglia israelitica di Ferrara: i Finzi-Contini. Emergono due temi fondamentali: la nostalgia per una Ferrara serena e tranquilla e, soprattutto, una storia intimistica, legata alle relazioni personali che si sviluppa come sospesa su un baratro: i protagonisti cercano di vivere come se niente stesse accadendo, ma in realtà le leggi razziali, l’emarginazione, la guerra e la deportazione, così come la malattia, incombono e coinvolgono sempre più le vicende dei protagonisti. È riduttivo leggere il romanzo come la storia di Ferrara o una vicenda dʼamore non corrisposto; essa è la storia degli ebrei, ma anche di qualsiasi altro, che dinanzi al pericolo e alla dissoluzione di un mondo «fingevano di non vedere, lasciavano correre...». Lo stile è caratterizzato da una forte musicalità, nonché da una ricchezza di aggettivi e di narrazioni, che tuttavia non va a scapito dell’efficacia e della sinteticità. I personaggi non vengono «scavati» ma restano in superficie, quasi indecifrabili e contraddittori nei loro sentimenti e comportamenti.
Gilgi, una di noi
Chi sa se Alba de Cèspedes avesse letto questo romanzo prima di scrivere «Nessuno torna indietro» e «Dalla parte di lei», pubblicati rispettivamente nel 1938 e nel 1948, pochi anni dopo l'uscita in Italia nel 1934 del racconto di Irmgard Keun, fortemente censurato per eliminare le parti più trasgressive (si vedano le recensioni dei libri di de Cèspedes in questo sito). Pur tenendo conto di uno stile completamente differente (elegante e barocco quello della scrittrice italo-cubana, cinematografico e modernissimo quello dell'autrice tedesca) ci sono numerosi aspetti affini. Le giovani collegiali di «Nessuno torna indietro» cercano la propria strada al di fuori degli stereotipi della «bella moglie e amante», così come Gilgi afferma con forza la propria indipendenza da Martin, l'uomo amato, fatuo e manipolatore. > Tutta la tenerezza svanisce dal volto di Gilgi, la sua voce è dura e chiara: le mie cose le sistemo io da sola, (...) non tollero che nessuno si senta responsabile per me, è l'affronto più grande che mi si possa fare, io.... Ancora maggiori somiglianze paiono essere quelle con «Dalla parte di lei». Come Gilgi, abbandonata dalla madre biologica, così su Alessandra incombe il suicidio materno, che travolge la sua vita e la spinge alla ricerca di un uomo con cui avere una totale sintonia. E se Alessandra uccide il marito quando comprende che non può essere amata fino in fondo («Francesco, proruppi disperata, aiutami Francesco»), così Gilgi lascia Martin quando si rende conto che troppa è la distanza tra il mondo esteriore, in cui è precipitata per opera dell'uomo (affidarsi alla giornata in una spensieratezza superficiale) e il suo mondo interiore di ragazza che vuole essere caparbiamente ingranaggio del tutto. Messa di fronte alla miseria che ha trascinato una famiglia al suicidio, Gilgi capisce che > la spensieratezza è diventata un'illusione, (...) che non ci si può nascondere nella collettività, che si è soli. Questo bisogna imparare: bisogna imparare a essere una persona, bisogna imparare che una risata costa mille lacrime, sapere che un'ora di felicità va pagata con mille ore di dolore.... E allora non è possibile continuare a vivere con un uomo cui > tutto il resto diventa assolutamente, profondamente indifferente. Bisogna andarsene, riprendere la propria vita. > Lei appartiene alla struttura universale, non è fatta per starsene fuori....ora crede di nuovo profondamente al dovere delle mani giovane e sane..... Ambientata negli anni '30 in Germania, la vicenda di Gilgi aveva evidenti connotati politici e scandalosi, che indussero i nazisti a mettere al rogo l'opera, e ai fascisti di censurarla in molti parti. Con l'occhio di oggi il personaggio di Gilgi pare quello di una tipica e brava impiegata, una sorte di Carla dell'omonimo poema di Elio Pagliarani. Ama la vita ordinata, la graziosa signora Gilgi: si sveglia preso al mattino, fa la doccia fredda per rinforzarsi, fa ginnastica, corre in ufficio (è un'impiegata modello), poi studia le lingue. > Il fatto che le mie pretese, (dice Gilgi ad una amica) non siano mai oltre la mia portata mi rende libera.... A sconvolgere una vita laboriosa arriva Martin, uno spensierato ed egoista giramondo. > la fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina. (...) Ora la brava bambina si sta allontanando un po' troppo, Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne, quello che vede non è la realtà. L'amore la sconvolge e pare assorbirla totalmente. Dopo una descrizione a tratti ironica della vita di Gilgi, come i piccoli trucchi per allontanare le avances del capo, il racconto si sofferma a lungo a descrivere l'infatuazione di Gilgi, fatta di continui avanti e indietro, una sorta di pendolo tra i valori borghesi, di cui la ragazza è infarcita, e la vita trasgressiva che le aspetta con Martin. L'attesa di un bambino non desiderato, l'incontro con un vecchio amico, che ha perso il lavoro ed è ridotto in povertà per i figli arrivati e non voluti, l'evidente superficialità di Martin, attento solo a se stesso e incurante di quanto accade in una Germania devastata dalla miseria, sono tutti elementi che spingono a una scelta fatale in un delirio onirico: prima pensa al suicidio, poi fugge a Berlino, aprendosi a una nuova vita. Il pregio del romanzo è la scrittura, che potremmo definire cinematografica: i dialoghi rimandano alla sceneggiatura di un film in cui bisogna dare spazio agli attori, le descrizioni sono ricche di immagini potenti, che si imprimono nella fantasia del lettore, e pure i lunghi deliri di Gilgi sono a tratti prolissi ma sempre onirici e di forte impatto. Si pensi all'incontro di Gilgi con la madre biologica, cui la ragazza vuole chiedere dei soldi. Agli occhi di Gilgi la madre ritrovata è una «macchia bianca». > Nella stanza non c'è alcun rumore, solo una penombra pesante e silenziosa e una piccola macchia bianca: il viso della donna da rivista. (...) Sono tutti morti... sono completamente sola, sola sul pianeta.... E che dire dell'immagine della partenza per Berlino quando Gilgi vede, o immagina di vedere, > una piccola arancia rotolata giù dalla banchina, è in mezzo ai binari lisci, dritti e ingegnosi, maldestramente semplice e inadeguata: una chiusura onirica a un romanzo unico dal punto di vista stilistico. Perché leggerlo? E' affascinante la scrittura, a tratti la narrazione è ridondante.
Il gioco dell'angelo
David Martin eʼ un giovane giornalista, che comincia a scrivere alcuni racconti a puntate sul suo giornale. Questi racconti hanno un notevole successo e quindi viene stipendiato da un editore per scrivere una serie di romanzi, di un ciclo chiamato La città dei maledetti. Con i soldi guadagnati prende in affitto una casa misteriosa, da molti anni abbandonata, e posseduta prima da uno strano personaggio Diego Malasca. Nel frattempo si intrecciano diverse vicende: David eʼ innamorato di Cristina, che lo convince a scrivere un libro, di nascosto, per un ricco amico, che vorrebbe diventare un famoso scrittore. Viene contattato da un editore francese, che si rivelerà poi essere il diavolo o la personificazione del male, che lo convince, per un lauto compenso, ad elaborare una nuova religione. Su richiesta di un amico libraio, assume come assistente una giovane ragazza (Isabella), che vorrebbe diventare una scrittrice. David, pur continuando a scrivere il libro commissionato, avvia unʼindagine per capire chi eʼ lʼeditore francese e perché vuole elaborare una nuova religione. Si succedono a questo punto una serie di orrendi omicidi e David viene coinvolto in vicende surreali e inverosimili, tutte, però, caratterizzate dal mistero. Invano Isabella cerca di riportarlo alla realtà, David insegue disperatamente il mistero e con esso lʼamore infelice per Cristina. Tutte le persone a lui vicine, amiche e nemiche, muoiono in modo orrendo e misterioso: Cristina, per esempio, diventata pazza, muore affogata in un lago gelato dinanzi agli occhi dellʼamico. Dopo una serie di vicende tenebrose e di morti terribili, David riesce a fuggire in un paese straniero e lontano per incontrare un giorno, molti anni dopo, il diavolo, che gli affida Cristina bambina, aprendo in tal modo una prospettiva di futuro. La scena rispecchia fedelmente una fotografia, che David aveva trovato molti anni prima e che riportava il diavolo a passeggio mano nella mano con Cristina bambina. Il mistero domina incontrastato. Qualʼeʼ il significato di questo libro? Esistono, senza dubbio, molte ipotesi interpretative: la costruzione di una religione di morte che viene tuttavia sconfitta dallʼamore, una infelice storia di amore, un "noir > inspiegabile, un labirinto di idee e di situazioni di cui non si capisce il filo conduttore. A me piace pensare che il motivo comune sia costituito dal libro. Sono i libri i veri protagonisti del romanzo e con essi la fantasia e lʼimmaginazione. Allʼinizio del romanzo, quando lʼautore parla di sé bambino, David ricorda che dove i miei amici vedevano tracce dʼinchiostro su pagine incomprensibili, io vedevo luce, strade, persone. Le parole e il mistero della loro scienza occulta mi affascinavano e mi sembravano una chiave con cui aprire un mondo infinito > . In un altro punto del romanzo, Samperi, il libraio amico, prevede che David diventerà un nuovo Edgar Poe. E sembra proprio essere questo scrittore il punto ispiratore del romanzo. Le vicende narrate sono vere o il frutto dellʼimmaginazione e della fantasia? Non sono sempre le Cittàʼ dei maledetti a dominare la scena? David potrebbe avere inventato tutto, in una forma di delirio e dentro la casa maledetta, oppure essere lui stesso lʼesecutore di tanti delitti? Da questo punto di vista, trova un senso la figura di Isabella, che costituisce la realtà, la concretezza, la pedanteria in una situazione nella quale la fantasia più sfrenata ha preso il sopravvento. Come dice il diavolo, Tutto è racconto, narrazione, una sequenza di eventi e personaggi che comunicano un contenuto emotivo". Un libro complesso, che si rivela, tuttavia, prolisso e sempre alla ricerca di situazioni di effetto, che non riescono a creare,tuttavia, un vera suspense neʼ una reale azione. Le vicende si susseguono scontate e in alcuni casi eʼ evidente il ricorso ad immagini prelevate di petto da immagini letterarie. Secondo me, il romanzo non ha vita, è formale e letterario.
Il giornalino di Gian Burrasca
Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, immagina di aver scoperto il «Giornalino di Gian Burrasca,»da una portinaia moglie d'un usciere del Tribunale mentre lo leggeva a' suoi figliuoli«; infatti il diario di Giannino Stoppani era rimasto lungamente»dimenticato fra gli incarti della Cancelleria giudiziaria, ciò che non farà certo maraviglia a chi sa come tutto della Giustizia italiana sia lungo e oblioso, (...) faticoso e costoso... > Il giornalino di Gian Burrasca inizia il 20 settembre (giorno della conquista di Porta Pia) e si conclude il 2 marzo dell'anno successivo; gli anni non sono indicati ma verosimilmente dovrebbero essere il 1907 e il 1908, quando il racconto fu pubblicato a puntate sul Giornalino della Domenica. Il contesto è la tipica famiglia borghese dell'inizio del Novecento, di modesto benessere, sempre in attesa di un'eredità e preoccupata di trovare un buon marito per le tre figlie ormai grandi. Giannino è il più piccolo e possiamo presumere che abbia circa dieci anni: discolo, ribelle, sempre pronto a nuove birichinate, delle quali non comprende la portata, perché ingenuo o troppo furbo. Dopo che l'avvocato Maralli, futuro marito della sorella Ada, rischia di perdere un occhio per l'ultima bravata di Gian Burrasca, alla mamma che gli dice piangente: lo vedi, Giannino mio, quanto dispiaceri, quante disgrazie per colpa tua!... «Giannino le risponde»per consolarla, (...) ma se son disgrazie, scusa, che colpa ci ho io? > Il diario si divide in due parti. Nella prima, di circa 200 pagine, si susseguono le trovate di Giannino, alcune esilaranti, altre sinceramente esagerate, spesso ripetitive nella struttura narrativa. Vamba non ha alcun intento pedagogico, com'è per Cuore di De Amicis e Pinocchio di Collodi (di quest'ultimo si veda la recensione in questo sito). Il gusto dello scherzo prevale su tutto. Nella seconda parte Giannino è mandato in collegio, dove il ragazzino conosce la solidarietà tra i compagni e il significato della rivolta come sfida all'autorità. Di grande efficacia sono le figure del Direttore e della Direttrice: lui secco secco e lungo lungo«, lei»bassa bassa e grassa grassa«e che chiama il marito»imbecille > . D'altra parte è la proprietaria del collegio, fondato dallo zio. E qui si innesca uno degli episodi più divertenti dell'intero racconto. I ragazzi si accorgono che i due amano le sedute spiritiche nelle quali invocano lo spirito del fondatore; con un espediente Giannino e suoi amici simulano le risposte dall'oltre tomba, ma non riescono a trattenere le risa e finiscono per essere scoperti. Il diario termina con un tono amaro. Umiliato dal Direttore e dalla Direttrice perché collegiale povero che non poteva pagare la retta, sentendosi indegno verso i compagni l'amico Barozzo fugge dal collegio: si rivolse a me e mi avvinghiò con le braccia, e mi tenne stretto stretto; mi baciò e le nostre lacrime si confusero insieme sui nostri visi, (...) e quando ritornai in me io ero solo, appoggiato al portone dell'istituto, chiuso". Si sarebbe potuto concludere il diario con questo sentimento di dolore e sorpresa per una amicizia persa a causa di un orgoglio ferito; ed invece, testardo, Vamba vuole aggiungere un'ulteriore bravata di Giannino, in questo modo inchiodando l'intero diario ai suoi aspetti caricaturali. Con l'occhio di oggi l'atmosfera e gli episodi del Giornalino di Gian Burrasca paiono appartenere ad un'altra società, distante dalla nostra. Per noi adulti il diario può essere un'interessante rappresentazione della borghesia del primo Novecento, quella descritta con ironia da Guido Gozzano; una struttura sociale che è continuata per tutto il fascismo e per i primi decenni del secondo dopoguerra, quando è stata travolta dal consumismo e dalla rivoluzione sessuale. Penso che agli adolescenti Giannino appaia un ragazzino incomprensibile, anche se può piacere il suo spirito di rivolta verso gli adulti, visti come una controparte ostile, rigida, e pure ipocrita. Senza volerlo Vamba ha raccontato il conflitto tra generazioni, benché l'abbia fatto in modo paradossale e per questo inverosimile. Gli accenti toscani della lingua rendono il diario di Giannino una testimonianza di un italiano vivo, popolare e vissuto. Ed è per questo che è piacevole leggere il Giornalino di Gian Burrasca. Perché leggerlo? Offre uno spaccato di un'Italia che non c'è più.
I giorni innocenti della guerra
Durante la seconda guerra mondiale, si sviluppano una serie di vicende personali in una piccola città di provincia, vicino Roma, e nella grande Londra. Stefano, appassionato di diritto e impiegato presso il Tribunale, sposa in seconde nozze Nina, una ragazza irrequieta, che accetta un marito molto più anziano per accontentare la famiglia, ma è in realtà innamorata di Sergio. Nello stesso tempo Ally è un pilota inglese, omosessuale, che è legato da una profonda amicizia con Edna, unʼeccentrica ragazza inglese. Stefano e Sergio partecipano alla lotta partigiana, alla quale dà un importante contributo anche Nina come staffetta. La ragazza conduce una relazione clandestina con Sergio, ad insaputa di Stefano, che peraltro ha una relazione con una prostituta. La situazione precipita, quando Ally cade con il suo aereo e viene nascosto da Sergio: i due ragazzi vengono sorpresi in atteggiamenti affettuosi da Nina e da Stefano, il quale si accorge dalla reazione della ragazza che Sergio era il suo amante. Stefano torna a casa e le dà fuoco uccidendosi nell’incendio. Nina si accorge, troppo tardi, di amare Stefano, mentre Edna capisce il profondo legame con Ally, malgrado la sua omosessualità. La guerra è solo uno sfondo, che chiarisce i rapporti tra le persone, che sono tuttavia sempre basati sulla complessità e ambiguità dei sentimenti umani. Come dice l’autore: > la vita non è altro che una gran confusione. Un disordine e un rimescolio di cose e di sentimenti, che però alla fine è tutto quanto ci lega agli altri e ce li fa amare .
Il giorno del giudizio
Pochi anni prima di morire, un illustre giurista ripercorre la propria infanzia, in una Nuoro senza tempo; e > come in un negativo che si sviluppa, volti remoti ricompaiono, (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria . Potrebbe essere una banale autobiografia, interessante perché racconta di una Sardegna (tra lʼOttocento e il Novecento), dove ancora cʼera > un senso magico delle cose, per cui ogni atto era un rito, ogni parola lʼeco di unʼaltra parola, ogni fatto un mistero , e lʼunica speranza era quella di «crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi». Se fosse solo questo, il libro potrebbe riposare per sempre negli scaffali polverosi, dove mettere le troppe storie familiari e descrizioni, nostalgiche e spesso folcloristiche, di una società, che non cʼè più e non potrà mai più tornare. Il romanzo vive, invece, al di là del contesto, perché parla di un altro argomento: la morte come dissolvimento della memoria. Poiché > ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dellʼesistenza , così il romanzo è composto da personaggi ed episodi, a prima vista isolati e ripetitivi; il lettore ne ricava una sensazione di frammentarietà e incompletezza, di confusa e superficiale narrazione. Si vorrebbe di più, soprattutto quando lʼ autore parla del nucleo principale del racconto: il padre patriarca, autoritario ed assente, la madre, apparentemente ai margini ma centrale nella cura della casa e dei figli, i numerosi fratelli, i tanti libri che raccolgono con amore e con i quali > la fantasia entrava nella casa austera (...) e operava silenziosamente, toccando con la bacchetta magica uomini e cose . Vorremmo sapere di più del piccolo Sebastiano (dietro il quale si nasconde lʼautore), del suo legame, gioioso ed infelice, con il fratello Peppino, della loro comune passione per la rilegatura dei libri, di «unʼindustria infantile», priva di senso forse, eppure espressione della «fantasia del gratuito». Ed invece restiamo delusi, perché le tante storie e i tanti personaggi devono convergere su un solo obiettivo, narrativo ed esistenziale: il giorno del giudizio, lʼestinzione della memoria e con essa dellʼesistenza stessa. Sebastiano è in procinto di partire da Nuoro per andare a studiare a Sassari. Lʼautore tratta questo episodio di sfuggita, quasi volesse dimenticarlo. Donna Vincenza, la madre dei numerosi figli, > gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Sebastiano lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, (...) e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri . E che dire di Pietro Catte, che era andato in continente ad arricchirsi, e che un giorno scese dalla corriera, «tra ghigni e sberleffi», e «come un autonoma si mise in corteo», seguendo il richiamo del guidatore, > il diavolo in persona, con le corna e la barba aguzza e la coda ritorta , che lo condusse ad impiccarsi ad una grande quercia. E Gonaria, che parlava con Dio, e fu tradita perché Dio lasciò morire il fratello canonico; ed allora, la povera donna chiuse per sempre la stanza del fratello, per aprirla dopo venticinque anni e scoprire che era diventata un nido di topi, i tarli avevano divorato i mobili e dal soffitto pendevano grappoli di ragnatele. > Se non si muore si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non cʼè nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale . Non è un libro facile: numerosi personaggi e tante storie si susseguono senza un ordine evidente. Spesso bisogna riprendere il filo del racconto; se ci si lascia andare invece, la mente va a sé stessi, alla propria vita, al ricordo di chi lʼha vissuta con noi, e di come questa memoria si è dissolta nel tempo, perché «se non si muore si vive». Ed allora ci si accorge che non è tanto importante fare una «cronaca» dellʼesistenza, quanto vagare nella rimembranza, perché, come dice lʼautore, non si tratta dellʼaltrui destino, ma del nostro; e cʼè un momento in cui anche noi abbiamo il nostro giudizio finale. A rendere agevole la lettura aiuta una scrittura raffinata, semplice ed elegante: si intravede il linguaggio giuridico; lungi dallʼessere un difetto dà lentezza e ponderatezza alla narrazione; è cio che ci si aspetta ed evita di banalizzare i ritratti, i loro personaggi e le loro storie. Bisogna lasciarsi invischiare nel racconto, così come la nostra memoria, ottenebrata dal tempo, corre lungo la nostra vita. Perché ricordare veramente il passato, non è meglio farsi guidare dallʼimmaginazione? Solo il mito apre i nostri cuori al mistero. Perché leggerlo? Piacevole e profondo.
il giorno della civetta
L’ambiente è sempre la Sicilia e l’oggetto è il delitto mafioso. Un tenente dei carabinieri di Parma, ma di servizio sull’isola, si trova ad indagare sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile, al quale si aggiungeranno gli assassini di un contadino, di mestiere potatore, che aveva riconosciuto l’omicida e di un confidente della polizia, che aveva indicato i nomi dei mandanti. Il tenente, scartata la pista sentimentale (la moglie del potatore aveva un’amante), riesce abilmente a ottenere la confessione dell’omicida e di chi gli aveva affidato l’incarico risalendo a un personaggio potente della mafia, rischiando di scoprire le connivenze con il mondo politico. Potrebbero essere coinvolti un deputato e un ministro, che intervengono più volte per fermare le indagini. Sarà poi la mafia a fornire «alibi eccellenti» ai tre indagati. Il tenente, in vacanza a Parma, viene a sapere che l’assassino e i mandanti sono stati prosciolti e che è stata ripresa la pista sentimentale. Dopo una cena con gli amici, il tenente «si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato». «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto»....Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi....ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. L’autore sviluppa con sottile ironia una trama che sta tra il giallo, in certi momenti ricco di suspense, e il romanzo politico, che si focalizza sul tema dell’ambiguità del potere (bellissimi da questo punto di vista i colloqui tra il deputato e gli altri esponenti del mondo istituzionale, che il lettore non è messo in condizione di riconoscere) e della collusione, forse naturale, dei diversi livelli nei quali si articola il potere stesso. Proprio perché il tema fondamentale è il potere, appare sinceramente fuori luogo una delle pagine più note del libro, quella in cui il capo mafioso illustra la sua visione della società al tenente (gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà), in quanto introduce aspetti folcloristici e una sociologia banale che abbassano lo spessore del libro, libro che non parla soltanto di Sicilia e di mafia, ma coglie l’occasione del delitto mafioso per una riflessione sul potere come forza oscura e inattaccabile. È per questo che il romanzo è universale e supera il contesto storico e sociale. Lo stile è brioso e brillante con un ritmo narrativo che presenta rare cadute di tensione (in particolare nei ricordati soliloqui del capo mafioso). La struttura sintattica e la lingua sono semplici ma efficaci e affidano la funzione espressiva al ritmo narrativo e all’uso degli aggettivi e dei legami tra i periodi. Sciascia è un riferimento fondamentale per la lingua italiana.
Giustizia
Il romanzo descrive una vicenda paradossale. Un consigliere cantonale uccide un suo amico in un ristorante davanti a una folla di testimoni. Una volta in carcere, assolda un avvocato (l’autore del manoscritto) per individuare un diverso assassino. L’avvocato recupera una serie di informazioni che permettono di fare assolvere in corte di assise il consigliere cantonale. L’avvocato, convinto di essere stato una pedina del consigliere (che è in realtà il vero assassino) cerca di ucciderlo ma manca l’obiettivo. Il romanzo si conclude molti anni dopo, quando lo scrittore (lo stesso Durrenmatt) viene a conoscenza delle motivazioni alla base dell’assassinio e della reale successione delle vicende che hanno condotto al delitto. Il tema dominante del romanzo è costituito dall’incomprensibilità del reale e dal suo possibile rovesciamento in situazioni assurde, prive di logica e di qualsiasi forma di senso sociale e storico. Come scrive lo scrittore, > la storia che è diventata reale soltanto nella mia fantasia e che ora, descritta, si allontana da me, è forse più assurda della storia del mondo, meno solida del suolo su cui edifichiamo le nostre città? . Questo tema filosofico viene tradotto in un ritmo narrativo incalzante, che da una struttura tradizionale (da romanzo ottocentesco) si evolve in una successione di personaggi e di avvenimenti che si sovrappongono e si intrecciano, anche su piani temporali differenti. Anche lo stile diviene convulso, fatto di frasi brevi e tronche, così da manifestare l’eccitazione dell’autore e l’assurdità o la mancanza di logica delle vicende e delle situazioni descritte. È tuttavia un romanzo tutto ripiegato in se stesso: non esiste di fatto una trama che dia un minimo di suspense e di interesse a seguirla, i personaggi appaiono privi di un proprio spessore e carattere, quasi marionette in mano al destino, le descrizioni degli ambienti sono ripetitive. È di fatto un romanzo noioso, intellettualistico, che non riesce a esprimere in forma d’arte il tema filosofico che ne è alla base. Una conferma deriva dal fatto che le parti più interessanti e leggibili sono quelle che assumono le caratteristiche del saggio.
The Glass Palace
È un libro insignificante. È ambientato in Birmania dopo il 1886, quando lʼInghilterra trasformò questo vasto regno in una provincia dellʼIndia britannica, esiliando lʼultimo sovrano. Il palazzo di vetro, titolo del romanzo, è la metafora di un mondo travolto dallʼimperialismo e dal capitalismo, ai quali ci si deve adeguare, pena lʼestinzione o, nel caso migliore, lʼoblio. Il protagonista, Rajkumar, è un ragazzino, > uno straccioso indiano... con una sorta di vigile determinazione.. non cʼera alcuna semplicità nel suo viso, nessuna innocenza: i suoi occhi era pieni di concretezza, curiosità, appetito. Era come doveva essere . Tradizione, radici culturali, valori ideali non possono avere dimora quando tutto viene sconvolto e bisogna sopravvivere e possibilmente arricchirsi. Eppure anche in Rajkumar, già adulto quando era ancora ragazzino, cʼè spazio per i legami di affetto e lealtà, che non siano > relativi a se stesso e alle sue immediate esigenze, ciò era quasi incomprensibile . Proprio durante il saccheggio del palazzo reale, il protagonista conosce Dolly, dodicenne damigella delle piccole principesse, figlie dei sovrani sconfitti e umiliati. Si accende un amore che non abbandonerà più Rajkumar. La storia si sviluppa in parallelo, permettendoci di seguire la scalata sociale del protagonista e la vita della famiglia reale, isolata e controllata strettamente dagli inglesi. Nello sfacelo della casa regnante, Dolly matura in una donna riservata, apparentemente timida, ma sicura, colta e indipendente. Si sposa con Rajkumar, diventato nel frattempo un ricco uomo dʼaffari, giovane ma già pingue. Ma lo fa per amore o semplicemente perché vuole fuggire da una sorta di clausura dorata? Non posso rispondere alla questione se il matrimonio di Rajkumar e di Dolly sia frutto di un vero amore o più semplicemente del desiderio di entrambi di abbandonare il vecchio per il nuovo, la tradizione per la cultura del dominante imperialismo inglese. Quando mi sono accorto che ero ancora al 40% del romanzo dopo ore di noiosa lettura, ho riposto il libro, sconfitto dalla pochezza della trama, dalla superficialità dei personaggi e dalla prosaicità della scrittura. Leggendo il libro di Ghosh viene voglia di rileggere Kim di Kipling: un bieco cantore dellʼimperialismo inglese, ma ben altro scrittore! Perché non leggerlo? È noioso, inutile, banale.
The glassmaker (la maestra del vetro)
In questo romanzo Tracy Chevalier, autrice del bestseller «Girl with a Pearl Earring» (si veda la recensione in questo sito) si misura con Venezia, la «Città dell'Acqua», e con uno dei suoi tesori immortali: Murano, «l'Isola del Vetro». Nella prefazione Chevalier si chiede > se gli artigiani della Città dell'Acqua e dell'Isola del Vetro paiono invecchiare più lentamente di quanto avviene nel mondo esterno. (...) Pittori, scrittori, intagliatori, maglieristi, tessitori e, perché no?, artigiani del vetro: i creatori vivono spesso in uno stato sospeso che i psicologi chiamano flusso, in cui le ore passano senza che loro le notano. L'ammirazione per l'arte ha condotto l'autrice a elaborare un racconto, che pretende di seguire la storia di Murano nei secoli, da uno stato primigenio di perfezione e isolamento alla realtà attuale, intrisa di consumo e qualità artigianali insieme. E' un grande affresco storico che induce Chevalier a ricorrere a un espediente ardito: la storia di Orsola e della sua famiglia torna nei secoli, con gli stessi personaggi, passioni e vicissitudini, in un contesto sempre diverso. Partiamo dal 1486, in una Venezia ancora potente e ricca, per andare poi all'inizio del Settecento, quando è ormai evidente la decadenza della Serenissima, e quindi passare alla cessione all'Austria nel 1797, quando Venezia perse la sua indipendenza, sino alla prima guerra mondiale e agli anni a noi più vicini. Dicevo un espediente ardito perché Orsola non invecchia con i tempi della Storia, ma lo fa più lentamente; e se ciò può essere rappresentativo dell'immobilismo di Venezia, questo accorgimento letterario rende inverosimile il racconto. E' meglio, quindi, non seguire la scrittrice lungo l'intero romanzo, ma soffermarsi sulla prima parte «Calici, Perle e Delfini»: ambientata nel 1486 essa racchiude il senso del libro. Orsola è una bambina, poi ragazza, appartenente a una famiglia di artigiani del vetro a Murano. Lei desidera ardentemente imparare l'arte. > La vita di Orsola si svolgeva intorno a una pila senza fine di panni da lavare, di cura dell'orto e di lavori di pulizia, ma, quando poteva, trovava i modi per andare nel laboratorio, con la scusa di consegnare messaggi o portare dei biscotti ai lavoranti. (...) Allora si sarebbe voluta intrattenere a guardarli fare vasi o bicchieri e ornare i calici. Di nascosto, va da una famiglia concorrente, da una donna, famosa artigiana e mercante. Questa donna le insegna a creare delle perle di vetro e le consiglia di lavorarle in cucina, lontano dal laboratorio. Pare un piccolo sotterfugio ma saranno le perle a salvare economicamente la famiglia alla morte improvvisa del padre di Orsola, con il quale si perde gran parte delle maestrie del laboratorio. Chevalier è abile a dipingere il contesto e le relazioni familiari, a spiegare le modalità di lavorazione del vetro, e a descrivere i commercianti veneziani che si arricchiscono sull'isolamento cui è condannato Murano dai regolamenti della Repubblica. L 'incompetenza del fratello maggiore, che ha assunto il ruolo di capo famiglia e non comprende l'importanza delle relazioni commerciali, costringe Orsola ad andare a Venezia, a scoprire la «Città dell'Acqua», con i suoi canali e gondolieri, le osterie e i bordelli, la magnificenza dei palazzi e i quartieri malfamati. > Sembrava che ogni gondoliere sul canale imprecasse allegramente insulti, quasi cantando: > Buzaròn, Mona!, Magnamerda!, Visdecasso!, Copri le orecchie, gridava Giacomo, e lei rideva delle volgarità Insieme con la città, e con i mercanti, Orsola conosce anche il bel pescatore, di cui si innamora, rompendo, anche qui, le rigide regole della società di Murano, che voleva che ci si sposasse tra le stesse famiglie, per conservare i segreti dell'arte e l'isolamento dell'isola. Con malizia, forse, il bel pescatore > si fa assumere come garzone nel laboratorio, impara l'arte del vetro e poi fugge all'estero, portando con sé le conoscenze e le capacità così ben custodite. E' stato quindi un amore a porre fine a un monopolio che garantiva ricchezza e prestigio a Murano, e a Venezia? Ci vogliamo credere; resta il fatto che Orsola rimane in attesa di un amore vagheggiato, la cui unica testimonianza sarà un delfino di vetro > , che le verrà spedito lungo i secoli. Dobbiamo ammettere che Chevalier non è Ken Follett, se vogliamo inquadrarla nell'ambito dei thriller storici: le manca la capacità di dare ritmo alla storia, di creare le sorprese e i cambi di direzione alla trama (di Ken Follett si possono leggere in questo sito le recensioni di A place called freedom" e «World without end»). Come nello scrittore inglese i personaggi non sono approfonditi in termini psicologici: per esempio, la figura di Orsola, eroina tenace e infelice (qual è il mistero di questa donna?), non è analizzata nei suoi aspetti umani e sociologici. D'altra parte come era possibile che ciò avvenisse, se l'autrice si muove nei secoli, quasi che un'artigiana del Quattrocento esprimesse lo stesso vissuto di una donna del Settecento e del Novecento! Chevalier ha una scrittura elegante, un inglese piacevole con una sintassi lineare e limpida; un lessico vasto ma comprensibile rende facile la lettura, senza impoverirla. L'attenzione al parlato veneziano, le descrizioni precise dell'ambiente (si pensi agli stessi percorsi tra l'isola e la città), le spiegazioni delle modalità di lavorazione del vetro e dei meccanismi commerciali, indicano come la scrittrice si sia immersa nella storia e soprattutto nella stessa «Città dell'Acqua». Distrutta dal turismo e dall'abbandono dei suoi abitanti, Venezia conserva un fascino incredibile, attira e si fa amare, nonostante ci impegniamo a distruggerla. Perché non leggerlo? Alla fine è prolisso e inverosimile.
God help the child (Prima i bambini)
Per molti di noi lʼinfanzia è stata fonte di sofferenze. > E ciascuno riscriverà questa storia per sempre, conoscendo il dolore, immaginando la trama, inventando il suo significato e dimenticando la sua origine . Poi un giorno scopriamo che > hai accettato come una bestia da fatica il peso di una maledizione incomprensibile e la minaccia ingiustificata che ti lega alle ferite e ti lascia con un destino; e tu spendi la vita negando benché quellʼodiosa parola sia solo una fragile linea disegnata su uno scoglio, rapidamente dissolta in qualsiasi momento dalla forza del mare . Ma qualʼ è questa forza? Lʼautrice sembra dire che possa essere lʼamore, testimoniato dalla nascita di un bambino. Due giovani sʼincontrano per caso, portando con sé un segreto. Bride è nata con una pelle di un «terribile colore»: il nero. Faceva talmente ribrezzo alla madre, che questa non la toccava mai, anche se non era certo colpa della bambina, ma del venti per cento di sangue negro della sua famiglia. Ancora piccola, per farsi accettare Bride compie un atto terribile: con la sua testimonianza manda in carcere una donna, accusandola di molestie sessuali, pur sapendo che è innocente. Booker è un giovane brillante e un buon musicista; la sua vita è stata travolta dalla morte del fratello, violentato e torturato da un maniaco sessuale. Vorrebbe vivere nel ricordo ed è fuggito di casa, dinanzi al rifiuto della famiglia di continuare in una perenne commiserazione. Vivono sei mesi intensi, di travolgente passione ed anche di forte identità di intenti e sentimenti; entrambi, tuttavia, si tengono nascosto il doloroso segreto. Ed ecco che un giorno Booker se ne va, semplicemente dicendo: «non sei la donna». Lo ha fatto, forse, perché è nera, benché affascinante e ricca? Neanche la bellezza e il successo possono vincere il razzismo? È ancora lʼ antica colpa, di essere nata con quel colore della pelle? Bride vuole saperlo; si mette alla ricerca di Booker, per trovarlo presso una vecchia zia. Mentre lo cerca le succede uno strano fenomeno: ritorna bambina, quasi che la vita ricominciasse dallʼinizio: > un bambino. Nuova vita, Immune al diavolo o malattia, protetto da rapimento, violenze, stupro, razzismo, insulto, ferita, auto disgusto, abbandono, Libero da errori, Tutta bontà. Senza collera. Così credono . Con questa inspiegabile trasformazione Bride si libera dalla colpa ed è pronta a confessare la terribile verità, così come ad accettare la sofferenza di Booker: comprende che lui lʼha lasciata perché lʼama, > per non farla travolgere da un dolore così profondo che le avrebbe distrutto il cuore : > Adesso è incinta. Buona fortuna. (...) Ascoltami, Stai per scoprire che cosa ci vuole, come è il mondo, come funziona e come cambia quando tu sei un genitore. Buona fortuna e Dio aiuti il bambino . È difficile comprendere la linea narrativa di questo romanzo; troppi sono i temi che si sovrappongono: la violenza sui bambini, il razzismo, la liberazione dalla sofferenza e, forse, altri ancora. La trama è confusa, e non aiuta certo il cambio continuo di narratore (la madre, Bride, lʼamica, il racconto in terza persona), anzi spiazza il lettore in quanto costringe a riprendere il filo complessivo senza peraltro aggiungere nulla alla comprensione della storia e dei personaggi. Ciò che salva il romanzo è la scrittura: anche se stanca rispetto ad altre opere dellʼautrice riesce ancora ad affascinare con la sua elegante e soffusa costruzione sintattica, con le parole così evocative da creare aspettative di significati, che tuttavia sfuggono e restano sospesi. Insomma, si rimane un poʼ delusi. Perché leggerlo? È intenso.
A Golden Age: i giorni dell'amore e della guerra
Il romanzo è ambientato nel Bangladesh durante la breve ma cruenta guerra di liberazione dal Pakistan, dal marzo al dicembre 1971. Lʼautrice ripercorre gli avvenimenti dal punto di vista di Rehana: una donna che vorrebbe essere semplicemente moglie e madre: > aveva sposato un uomo che non si attendeva di amare; viveva una vita di compostezza, una vita con poche sorprese. Aveva chiesto a suo padre di trovarle un marito con poche ambizioni. Qualcuno le cui ricchezze non si sarebbero dissolte allʼimprovviso . Ed invece la donna si ritrova vedova, senza un reddito. Fragile e indifesa, non ha la forza per impedire di farsi portar via dal cognato i due figli, Sohail e Maya. Il desiderio disperato di riaverli la porta a compiere unʼazione inconcepibile per lei, donna religiosa e ligia alle regole della tradizione: ruba dei gioielli ad un cieco e riesce a riprendersi i figli dimostrando di avere redditi sufficienti per allevarli. Aver accettato di farsi sottrarre i bambini, anche se per poco tempo, è una ferita profonda; crea in Rehana un senso di colpa che condiziona i rapporti con i figli. È vedova, ha lasciato i ragazzi senza un padre, non ha voluto dargli un nuovo genitore. Quando il popolo in rivolta dichiara lʼindipendenza del Bangladesh, Rehana > si sentì sicura che tutto si sarebbe risolto da sé:(...) il paese sarebbe divenuto la sua casa, e i ragazzi avrebbero continuato ad essere i suoi bambini. Improvvisamente il mondo sarebbe giusto di per sé, ed essi avrebbero continuato a vivere vite ordinarie, non eccezionali . Ma, > una guerra era venuta a trovarli. Qualunque cosa stesse per accadere era già accaduto; ora avrebbero dovuto vivere nella sua ombra. Vorremmo vivere in pace, condurre unʼesistenza fatta di piccole cose (cucinare, assettare la casa, curare il giardino, allevare i figli, godere del loro amore), ma arriva la guerra e niente è più come prima. Il romanzo non affronta il grande tema della guerra e della pace; narra invece il percorso interiore, che conduce unʼesile donna trentacinquenne a partecipare con un ruolo attivo alla lotta del suo popolo per la libertà, contro una repressione crudele e spietata. Dapprima Rehana lo fa per il figlio, coinvolto nella Resistenza, poi agisce perché intende combattere per lʼindipendenza del Bangladesh. Rehana permette ai partigiani di nascondere nel suo giardino munizioni e dinamite, ospita un ufficiale dellʼesercito di liberazione rimasto gravemente ferito in un attentato, infine, coraggiosamente libera un carcerato, presentandosi da sola alla prigione, dove corrompe le guardie. Perché mette in pericolo la sua vita? > Io voglio fare la mia parte. Forse non è per mio figlio, forse è qualcosʼ altro. Tu non pensi che posso amare qualcosʼaltro che i miei figli? Io posso, posso amare altre cose. In questo percorso ci sono due momenti fondamentali, nei quali si attua una sorta di spoliazione della sua essenza più intima. Su richiesta della figlia decide di usare le sue stoffe più preziose per fare delle coperte per i partigiani: > il sari era di fronte a Rehana come immagini in un album di foto, evocative, un poco accusatorie Ma perché non farlo, se Maya si vestiva di bianco (colore della vedovanza) ad indicare il suo disprezzo per il lusso, ed anche, forse, per il lutto intramontabile per il padre? > Siamo in guerra, (...) Per provare che sono di qui. Per questo sto facendo qualche cosa . Rompe anche i legami ancestrali. Alla fine della guerra va in carcere a far visita al cognato, che aveva combattuto e torturato i partigiani e che le chiede, forte dei legami familiari, di farlo liberare. > Ella sta per pronunciare le parole, ovvie e scontate, - per rispetto a mio marito- , ma poi la vista di tutti loro, Joy e Aref e Mrs Sengupta apparvero davanti a lei. Ma persino così avrebbe potuto perdonarlo, ma poi si ricordò della sguardo di Maya quando seppe di Sharmeen (la migliore amica della figlia, stuprata e massacrata), e quei primi giorni di guerra quando capì che non ne sarebbe venuta fuori con tutto il suo mondo intatto E disse: > non ti posso perdonare, fratello. Per mia figlia io non ti posso perdonare. È un libro intenso, in certi passaggi ricco di azioni, che danno velocità e suspense alla narrazione. Lʼautrice è molto brava a muoversi su due piani: i rapporti familiari e la grande storia, che, come succede spesso, si racchiude in pochi mesi. Il perno intorno al quale ruota il racconto è il rapporto tra madre e figlia. Per Rehana è scontato che Sohail si impegni nella lotta, anche se è sopraffatta dalla paura per la sua vita. Non accetta il comportamento di Maya. Verso la figlia si sommano pregiudizi sociali e problemi di comunicazione, di comprensione reciproca. Quando Maya lascia la madre per andare oltre confine, per lottare da lì per la causa rivoluzionaria, Rehana esprime la sua angoscia e la invita a stare attenta. Ma la figlia le dice che lei è sempre preoccupata per la madre. > Rehana fu sorpresa ad ascoltare queste parole, ma capì che doveva essere vero, (...) una piccola finestra nel cuore sigillato di sua figlia. Non era che lei fosse diffidente, era oppressa. Oppressa dal padre amato, da colui che era scomparso, dalla sua propria madre vedova . È un peccato che questo splendido libro frani nel finale, confuso, frettoloso e per certi aspetti inverosimile. Il libro è sorretto da uno stile elegante, una sintassi semplice ed efficace, vocaboli ricercati dal punto di vista della lingua inglese ma nel contempo arricchiti da parole e modi di dire propri del bengalese. Siamo di fronte al tanto atteso miscuglio dellʼinglese con la lingua locale, raro negli scrittori del continente indiano. Perché leggerlo? Una splendida lettura, che supera la storia specifica del Bangladesh per divenire un racconto di tutte le guerre di liberazione.
Gomorra
Gomorra è un libro che tratta della camorra, ossia di quello che viene chiamato il «sistema». Ma in realtà non tratta soltanto di un fatto criminale, ma indaga sull’intreccio tra economia e criminalità e sulla presa di coscienza di un mondo corrotto al quale, però, ci si deve ribellare, innanzitutto con l’informazione e con la denuncia. Il libro si apre e si conclude con l’intreccio tra economia e criminalità. L’industria dell’abbigliamento, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, l’edilizia sono tutti settori «regolari», nei quali i grandi gruppi economici utilizzano la camorra per fare profitto ed eludere le regole del mercato e le leggi. Gran parte del libro è poi dedicata alla violenza, inaudita, delle bande e delle famiglie camorristiche: una lotta senza freni, che colpisce i nemici come gli innocenti. Ogni tanto si levano coraggiosamente alcune testimonianze isolate: un prete, una giovane maestra, un magistrato e così via. Il libro può essere interpretato come un percorso di crescente consapevolezza sulla situazione di abbandono nella quale viene lasciata la Campania e della quale sembrano essere vittime tutti i suoi abitanti, dai normali cittadini alla manovalanza criminale sino ai capi boss, il cui destino sembra essere quello di essere uccisi o di finire in carcere condannati all’ergastolo. Ma perché tutto ciò succede? Perché questa regione è diventata la cloaca di tutti i rifiuti tossici del paese con il consenso dei maggiorenti locali? A queste domande Saviano sembra dare una precisa risposta: > una ricchezza saccheggiata, presa con fatica da qualcuno e portata nel proprio buco . Questa frase sintetizza la società napoletana, ma racchiude una verità più ampia, che riguarda l’intero paese. La mancanza totale di senso della comunità, se non quello di clan, la dipendenza culturale da stereotipi (i capi camorristici imitano il cinema e non viceversa), il mito della violenza sono tutti presupposti culturali di una società, che facilmente si fa asservire dai grandi interessi economici. In questo senso, i capi camorristici sono destinati a pagare per chi sta dietro: > i boss che decidono di non pentirsi vivono di un potere metafisico, quasi immaginario ma > i boss pagano sempre, non possono non pagare. Ammazzano, gestiscono batterie militari, sono il primo anello dell’estrazione di capitale illegale e questo renderà i loro crimini sempre identificabili e non diafani come i crimini economici dei loro colletti bianchi . A questa situazione Saviano, e pochi altri, si ribellano. Dinanzi alla tomba di Pasolini, l’autore sente di «essere meno solo». > E lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a fare entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai ad articolare il mio io so. L’io so del mio tempo... Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so . E quindi si eleva il grido di rivolta: > non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere . Ma questo grido può trovare risposta in un Italia, così paludata come quella attuale?
Gotico Americano
Il romanzo è ambientato a New York e racconta la vita di Bruna, un' italiana, docente in scienze politiche, trapiantata negli Stati Uniti per seguire il marito Tom, medico italo americano. Con due figli, Minerva e Mario, si innamora di un suo studente afroamericano, Yunus, che andrà poi a combattere con l'Isis e morirà nella difesa di Mosul. Già così ci sarebbero tanti temi, ma l'autrice ci mette molto altro: il declino dell'America, le lacerazioni razziali e sociali, l'integrazione di diverse culture, il terrorismo e l'islamofobia. Nelle note alla fine del libro Farinelli cerca di dare un filone interpretativo unitario e lo propone nell'identità e nelle sue diverse facce: religiosa, politica, di classe, di orientamento sessuale, di conflitto generazionale. > Io credo che al di là dei confini nazionali e delle differenze etniche, culturali e religiose che ci contraddistinguono e spesso separano, siamo anzitutto cittadini del mondo e mi auguro un giorno anche cittadini della stessa democrazia cosmopolita . E brava la professoressa! Ma dov'è Bruna? Nonostante tutto, il romanzo non è un saggio politico, è il racconto della vita della protagonista. Ed allora partiamo da Bruna. La narrazione prende avvio dalla fine: Bruna ha appena saputo che il suo amante studente è un combattente dell'Isis; è il giorno della vittoria di Trump; per addormentarlo Bruna ha raccontato al piccolo Mario un episodio del Corano, laddove Yunus fu scaraventato nel ventre della balena e salvato da Dio perché era un uomo giusto. Perché Dio non salva ogni uomo, come cantavano gli schiavi neri d'America? Dovrebbe rispondere al figlio ma > le parole le soffocano in gola. (...) Con il pugno continua a stringere il lembo di seta nera come se tentasse di schiacciare quell'oscurità. Mario allora le prende il viso tra le mani e dolcemente le accarezza le guance, lì dove le lacrime hanno cominciato a scendere scavando dei rivoli chiari sul trucco pesante...(...) Ho mentito a tutti . La sua vita è in frantumi; convinta di potercela fare da sola, si è scontrata con la famiglia italo americana di Tom, combattendo i loro pregiudizi e la loro invadenza, poteva essere più conciliante e remissiva; ha cercato di rendere Tom un uomo forte e autonomo non accettando la sua natura di eterno bambino; non è stata ambiziosa e competitiva rinunciando alla carriera universitaria; e poi è arrivato Yunus e se n'è andato, poteva dirgli che era rimasta incinta, ma > il silenzio aveva inghiottito tutte le parole, forse perché nessuna delle cose che avrebbero voluto dirsi aveva la forza di cambiare il corso della loro vita. (...) Possiamo levigare la superficie, addolcire le asperità, riempire qualche crepa ma cambiare no, neppure per amore . Eppure, c'è un ancoraggio in questa desolata rassegnazione. Minerva > infila le mani fredde sotto la camicia da notte della madre. Le appoggia sulla sua pancia calda, come per sentire. (...) Non ti preoccupare di nulla, ti aiuterò io . E il fragile Mario, diventato Maria, > l'aveva abbracciata e poi aveva messo la testa sulle sue gambe con la faccia schiacciata contro il suo grembo . Cara professoressa cosmopolita, dopo tutto è il nostro italico familismo che ci salva! Il romanzo è un'occasione mancata. Il grande tema dell'amore resta sullo sfondo. Intravediamo come sia difficile amare quando tanti idealismi ci sommergono e restiamo sospesi, insoddisfatti, incapaci di chiarire le relazioni con le persone della nostra vita. Travolta dagli avvenimenti e dalle novità Bruna avrebbe potuto approfondire le ragioni dei suoi presunti fallimenti e forse scoprire che aveva conquistato una migliore conoscenza di sé stessa, di ciò che era e che avrebbe voluto essere. Mossa da alte finalità politiche l'autrice non ha approfondito ciò che veramente contava nel racconto e che lo avrebbe reso interessante. E la vita di Bruna scivola così come sassolini in un pendio; come dice il poeta, > nulla mutaron nella vostra vita/gli anni che sguscian facili nell'ombra/quando una teda basta alla penombra/e la discesa è quasi una salita . (Marino Moretti «La Madonna del Sassoferrato» da Poesie Scritte col lapis, 1919). A pregiudicare il racconto sono pure la scrittura e lo stile narrativo. La prima si sviluppa incerta; dapprima caratterizzata da periodi brevi con un ampio ricorso alla punteggiatura, in seguito maggiormente ariosa, però sempre banale, scialba e scolastica. Il ritmo narrativo è lento, con lunghe prolusioni ideologiche e una ripetizione frequente di poche azioni, non sufficienti a dare dinamicità e suspense al romanzo. La descrizione dei personaggi è fragile: anch'essi non hanno un'evoluzione nel corso del libro, tutto è scontato e già detto. Perché non leggerlo? Prolisso e inutile.
Il grande colpo di Crimson City
Crimson City > aveva una sola strada polverosa che a un certo punto si sdoppiava in un solo incrocio polveroso. Una chiesa, una lavanderia, un ufficio postale, un emporio, una banca, un albergo, un saloon. Tutto aveva un aspetto malandato, sporco, scolorito dal sole, come se il deserto che c'era intorno stesse cercando di mangiarsi il paese un morso per volta, (...) come se nello spazio di venti case e tre strade ci avessero infilato tutta una serie di relitti e rimasugli di una città vera, con un piano, un'intenzione, un futuro. Roy era arrivato alcuni anni fa. > E' un bravo ragazzo disse lo sceriffo in fretta. > Pensate: è smontato dal treno tutto solo otto anni fa, e da allora sta qui. (...) Lavora sodo, mai una lamentela. E' diventato uno dei nostri. Un giorno, sono arrivate due persone dal deserto: un uomo, che tutti pensarono che fosse il famoso sceriffo Pickett, e una ragazza mezzosangue, che si presentò come sua sorella. Piper > era così spavalda, dura, levigata, con le due pistole legate alle cosce, e le ossa sottili, i muscoli scattanti, e quel qualcosa d' infernale che le brillava negli occhi. Avevano ricevuto una lettera dall'unico sopravvissuto della banda criminale dei fratelli Gordon, uccisi dallo sceriffo Pickett, evidentemente tranne uno di essi, che adesso cercava vendetta con un duello, in questa miniatura di città. Mentre gli abitanti del villaggio, tremanti ma eccitati, aspettavano l'arrivo dell'assassino, tra Roy e Piper nacque l'amore: il ragazzo pareva timido e timoroso dinanzi alla spavalda ragazza, usa alle armi, una pistolera; Piper iniziò a essere attratta dalla delicatezza e dall' ingenuità di Roy, apparentemente fragile e senza difesa. Siamo dinanzi alla tipica storia di un ragazzo romantico che si è innamorato di una misteriosa, strana e splendida ragazza, in attesa di essere salvata da un cavaliere? Roy capirà che la passione non è sufficiente a salvare l'amata? Come succede in «Il lato oscuro della Luna» di Fabio Geda e Marco Mugnone (vedi la recensione del romanzo in questo sito). Quando, all'improvviso, veniamo a sapere che Roy è molto diverso da chi noi pensiamo che sia. Il ragazzo è l'unico supestite dei fratelli Gordon, ed è venuto a Crimson City per uccidere chi ha distrutto la sua famiglia: lo sceriffo Pickett e sua figlia. L'amore sarà più forte della vendetta, o Roy continuerà nel suo scopo, cercando di uccidere anche Piper? Lascio ai lettori scegliere cosa preferiscono. A me piacerebbe lo stesso finale del Corsaro Nero, che s' innamorò della figlia del suo nemico e continuò nella vendetta, abbandonando l'amata in una barca in mezzo al mare. > Fra i gemiti del vento e il fragore delle onde si udivano, ad intervalli, dei sordi singhiozzi... Guarda lassù! il Corsaro Nero piange! ( puoi leggere la recensione del romanzo di Emilio Salgari in questo sito). Siamo sicuri che Roy sia venuto a Crimson City per fare vendetta, o aveva altri obiettivi? La trama è ben costruita, Nella prima parte, è interessante l'idea di una miniatura di città, lontana da tutto, dove l'unico collegamento con il mondo civilizzato è il passaggio di un treno ogni due settimane: una piccola comunità con le sue dinamiche, in attesa d' improbabili cambiamenti. Tuttavia, la narrazione è un po' noiosa e banale. Poi, c'è una svolta imprevedibile, e la novella diviene ricca di suspense, come in un thriller. Forse il finale sarebbe dovuto essere meno dolciastro, ed è invece come nei film di Hollywood, «vivranno felici e contenti». La scrittura è molto semplice, forse troppo, anche se il romanzo è rivolto ad adolescenti; la struttura narrativa è basata principalmente su dialoghi ed eventi, il tutto a scapito di descrizioni ed analisi approfondite dei personaggi, le cui scelte e i cui sentimenti non sono ben spiegate. Perché leggerlo? Avvincente dopo un avvio noioso.
Grande Sertao
Sertao è una vasta regione del Nord Est del Brasile: è un insieme di bassi piani caratterizzato da brevi e intense piogge che danno origine a periodi di siccità e di alluvioni, rovinando i raccolti e portando carestie tra la popolazione, estremamente povera e da sempre sfruttata dai latifondisti. Alla fine dell'Ottocento si sviluppò un esteso banditismo, che fondeva ribellione, brigantaggio e confuse richieste sociali. In quest' ambiente, dove «il criminale vive come gli piace», Guimares Rosa ha composto un poema epico, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e le sue battaglie (si veda la recensione dell'Iliade in questo sito). Inoltre, l'autore ha raccontato un'infelice e incantevole storia d'amore, una apparentemente impossibile straordinaria passione, che ricorda quella per la Pisana nelle «Confessioni di un italiano» di Ippolito Nievo (vedi recensione in questo sito). Riobaldo è il figlio di un ricco proprietario terriero; potrebbe vivere nell'agiatezza e sposare una ricca e bella ragazza della sua classe sociale, ma ha preferito andare a combattere con i ribelli: > il Sertao mi ha prodotto, poi mi ha inghiottito, poi mi ha sputato fuori dal caldo della bocca . Tra i ribelli ha conosciuto uno splendido e delicato ragazzo, di cui si è innamorato. > Sentii il bisogno di porre le dita, leggere, molto leggere su quei suoi teneri occhi. (...) Tesoro, fosse giorno chiaro, e potessi vedere il colore dei tuoi occhi...; così dissi, perduto in una dimenticanza, come se stessi soltanto pensando, quasi dicessi un verso. Diadorim fece un passo indietro, spaventato. (...) E rise cattivo. Non siamo nell'antica Grecia dove sono normali le relazioni omosessuali e Achille poteva amare Patroclo, qui, nel Sertao, Riobaldo e Diadorim possono essere solo amici e gli approcci di Riobaldo un mero «scherzo di dileggio». Diadorim è il figlio del più importante capo banda, il quale é ucciso da un rivale, crudele e sanguinario, «l'uomo senza faccia», forse il Diavolo. Comincia la vendetta. Alcuni gruppi sotto il comando di Riobaldo inseguono i nemici, con continui scontri, tra grandi fiumi, paludi e boscaglie, splendidi animali selvaggi, poveri contadini e ricchi latifondisti, rubando, violentando donne e saccheggiando, morendo di malattie e in combattimento. Il grande Sertao cambia profondamente Riobaldo: da un riflessivo e insicuro giovane diviene un capo senza pietà, abile e determinato. Con la sua sensibilità femminea Diadorim lo rimprovera dolcemente: «quello che sta cambiando, in te, è compito dell'anima, non dovere del comando». Riobaldo ha fatto un patto con il Diavolo? Certo, ha cercato un accordo in una notte di tempesta ma il Diavolo non apparve. Finalmente, veniamo all'ultima e definitiva battaglia. Diadorim uccide «l'uomo senza faccia», vendicando il padre, ma lui stesso muore combattendo. E quando le pie donne lavano il corpo, come era uso nell'Iliade, scoprono che Diadorim è una ragazza! > Lei era, tale che così si disincantava, in un incanto così terribile. (...) Ululai. (...) Diadorim era una donna, era una donna come il sole non accende l'acqua del fiume Urucuia, come io singhiozzai la mia disperazione . Il romanzo non é solo una storia d'amore. Ci sono almeno altri due filoni narrativi. Innanzitutto, Guirames Rosa ci racconta del mondo scomparso dei «jacunços» e del loro ambiente naturale e sociale: uomini duri il cui destino è già segnato dalla nascita e che sanno che saranno sconfitti, ma continuano a vivere nel Grande Sertao, cantando le loro canzoni: > vita è sorte assai rischiosa/nel dover della lealtà:/ogni notte è fiume a valle, /ogni giorno è oscurità... Un altro tema è quello metafisico: esiste il Diavolo e dov'è Dio? Se alla fine del romanzo non riusciamo a dare una risposta alla prima domanda, invece comprendiamo molto bene che Dio, se esiste, è come il Grande Sertao, pervasivo ma molto lontano, indifferente a ciò che accade agli esseri umani. Come dice il traduttore, il mondo narrativo e lirico di Guimares Rosa > fonde terminologia, strutture e flessioni regionali con le più ardite innovazioni e la tipicità del mondo naturale e umano da cui prende le mosse. Forse, si perde molto con la traduzione, ma rimane comunque il senso magico del racconto, che porta il lettore in una sognante e affascinante storia. Riobaldo, alla fine della sua vita, narra il suo Sertao ad una persona non identificata, indicata soltanto con Vossignoria"; in questo modo Guimares Rosa dà movimento al romanzo, alternando brevi frasi colloquiali con descrizioni dettagliate e intense, fondendo realtà e immaginazione. E' un peccato che Feltrinelli abbia rovinato questo capolavoro usando un carattere minuscolo, faticoso da leggere: forse per risparmiare la carta e l'inchiostro! Perché leggerlo? Faticoso ma splendido.
La grande traversata
Siamo in una grande casa editrice, nell'ufficio preposto alla redazione dei dizionari. Pur essendo un business redditizio, lo staff è particolarmente ridotto, anche perché la preparazione di un nuovo vocabolario è un'attività eccezionale, un progetto difficile e complesso che non avviene ogni anno; tra un vecchio e nuovo dizionario c'è una continua revisione, che non coinvolge tuttavia l'intera struttura dell'opera. Impariamo come il dizionario debba essere esaustivo, aggiornato ma sintetico, anche perché inglobato all'interno di una pagina dove ogni lemma (così si chiamano le singole voci) deve avere uno spazio tale da non creare squilibri con gli altri lemmi. Per esempio, come descrivere un grande poeta dell'anno mille (samurai, monaco e poeta), al quale la tradizione diede il nome di Saigyo, termine ricco di significati, da immortale a pellegrino girovago sino a lumaca d'acqua dolce? Bisogna riportare alcuni versi del poeta? E' giusto dire che ogni giapponese «non può che emozionarsi» dinanzi alle poesie di Saigyo? Un vocabolario dovrebbe essere preciso e obiettivo evitando di dare giudizi. Un altro problema è la carta, che deve essere estremamente sottile ma deve pure evitare che l'inchiostro trapassi il foglio andando a replicarsi nel retro della pagina. Non c'è da stupirsi come la particolarità del lavoro richieda persone talmente assorbite dai segreti delle parole da non pensare ad altro. In modo compulsivo, > le studiavano e analizzavano con estrema freddezza, quasi come se le vivisezionassero. C'era qualcosa di vendicativo nella loro ossessione, come se dessero la caccia a un odiato nemico e raccogliessero informazioni per coglierlo con le mani nel sacco e fargliela pagare . La nostra storia inizia quando il responsabile va in pensione e cerca una persona che lo possa sostituire. Nell'ufficio c'è un collaboratore ormai esperto ma ha il difetto di non avere l'ossessione meticolosa necessaria per lavorare alla redazione di un dizionario. All'ufficio vendite lavora un giovane, un tipo dai «capelli da matto e che non si sbarazza mai di quegli odiosi copri maniche neri». Già il nome intriga il responsabile: Majime è una parola inusuale e pare che significhi fornitore di cavalli. Quando poi a pranzo il giovane descrive il suo passatempo preferito (guardare la gente prendere la scala mobile), il responsabile sa di trovarsi dinanzi al suo uomo. Come le persone si mettono in fila per due e in questo c'è un'armonia «favolosa, inafferrabile», esclama entusiasta Majime, così una marea impressionante di parole che arrivano da ogni parte vengono classificate e messe in colonna, sistemate alla perfezione nelle pagine di un dizionario: è in questo ordine sta il piacere del redattore di vocabolari. Majime prende via via possesso della nuova responabilità, si innamora e sposa una giovane e brillante cuoca. Sembrano una coppia improbabile ma li unisce la stessa meticolosità e ricerca dell'ordine: Majime nel lavoro di ricercatore ossessivo delle parole, la donna nella predisposizione perfetta dei piatti della cucina giapponese. L'editore decide di avviare un nuovo grande dizionario: chiamato «la Grande Traversata». Bisogna fare in fretta e bisogna sbaragliare la concorrenza, anch'essa al lavoro per pubblicare un vocabolario. Occorre rafforzare lo staff e arriva un'impiegata dell'Ufficio Marketing. Incredula e spaventata dinanzi «all'espressione ardente, quasi diabolica» di Majime, Kishibe pensa di non avere le competenze e la passione: è dinanzi ad «una muraglia erta e spigolosa impossibile da scalare». Ed invece arriva a capire che quel nuovo vocabolario da pubblicare nel più breve tempo possibile, conciso e preciso come deve essere un buon dizionario, è per lei veramente una traversata. > Aveva portato avanti la sua vita e la carriera senza mai fermarsi a riflettere. (...) Prendere coscienza del potere delle parole (il potere non di ferire il prossimo ma di rispettarlo, di comunicare e di costruire sane relazioni interpersonali) le aveva insegnato a conoscere meglio sé stessa e a comprendere i pensieri e i sentimenti altrui . Tutti noi, accaniti lettori, crediamo che le parole possano cambiare le persone, o almeno far conoscere meglio sé stessi e gli altri. Per sviluppare questa tesi, accattivante e intensa, sarebbe stato necessario approfondire i personaggi: Majime è invece un monolite, un predestinato alla passione morbosa per il particolare, Kishibe è più complessa come personalità ma perviene alla conoscenza di sé stessa tramite il lavoro duro e determinato, senza che si capisca da dove viene e dove vorrebbe andare. Talvolta pare che l'autrice voglia dare un tocco di giallo all'intera storia: riusciranno i nostri eroi a fare il vocabolario contro mille difficoltà e imprevisti, malgrado lo scetticismo dei vertici aziendali? Ma la trama è lenta e senza sorprese, scadendo a tratti nel melodramma e nel superfluo. Perché leggerlo? E' scritto in modo piacevole e fa scoprire il mondo dei vocabolari.
The Grapes of Wrath (Furore)
> Nella polvere c'erano piccoli crateri dov'era caduta la pioggia, e c'erano limpide chiazze sul mais, e ciò era tutto. (...) L'aria polverosa sovrastava ogni cosa con un suono più soffuso di quanto facesse la nebbia. (...) Gli uomini tacevano e non si muovevano spesso. E le donne uscivano dalle case per stare accanto ai loro uomini - per vedere se questa volta gli uomini sarebbero crollati . Dinanzi alla distruzione del raccolto i contadini e le loro famiglie sono ammutoliti e rassegnati: è un destino inesorabile contro il quale bisogna combattere, tuttavia. L'avvio, evocativo e intenso, preannuncia i due livelli del romanzo: il manifesto politico che chiama i lavoratori all'unità, all'organizzazione e alla lotta; una famiglia travolta dalla crisi economica e comunque determinata a perseguire un sogno, mettendosi in cammino verso la terra promessa, la California. > Le stelle scomparvero, a poco a poco, verso occidente. Ed ancora la famiglia indugiava come viaggiatori sognanti, gli occhi rivolti al tutto, senza vedere i dettagli, ma l'alba intera, la terra intera, la completa tessitura della campagna, in un solo sguardo . Nella recensione seguirò l'esodo di questa famiglia, perché è questo il cuore del romanzo. Possiamo articolare la trama in quattro blocchi: l'abbandono, il viaggio, i campi e il lavoro, la catastrofe finale. Il primo, dal 1 al decimo capitolo, è una sorta di preambolo: con grande efficacia vengono descritte la disperazione, lo sfratto incombente e violento, con i bulldozer a distruggere la casa, la frettolosa decisione di partire, l'affannosa vendita dei pochi beni e l'uccisione del maiale e delle galline, per crearsi le necessarie provviste per il viaggio, ed infine l'attesa della partenza, con sentimenti frammisti di paura e fiducia. «L'abbandono» permette all'autore di presentare i personaggi: i vecchi, testardi e fragili ad un tempo, il capo famiglia, già in difficoltà a assumere pienamente il suo ruolo, lo zio, sempre in procinto di crollare per senso di colpa (ha lasciato morire la moglie), la numerosa figliolanza (quattro maschi e due femmine, una delle quali incinta), uno strano prete che ha deciso di non pregare più perché non serve («tutta questa santità, tutto ciò che non capii»). Poi c'è la Madre: eroina tragica e possente. > Era pesante, ma non grassa. (...) Le braccia robuste e abbronzate erano nude sino al gomito, e le mani erano rotonde e delicate, come quelle di una bambina paffuta. Il viso pienotto non era dolce; era controllato, con gentilezza. Gli occhi del colore delle foglie sembravano aver vissuto ogni possibile tragedia e di averle sostenute con pena e sofferenza come passaggi verso una infinita serenità e una sovrumana comprensione. Sembrava sapere, accettare, e volentieri assumere il suo ruolo, la cittadella della famiglia, roccaforte inespugnabile. E sarà lei che emergerà come un pilastro durante il «viaggio», il grande esodo (capitoli da 11 a 18). > La gente in movimento, in cerca, erano migranti ora. Queste famiglie che avevano vissuto su un piccolo pezzo di terra, che erano vissuti e morti in quaranta acri, avevano mangiato o erano morti per fame su quaranta acri, avevano adesso l'intero Ovest da percorrere . Sulla strada si compie una trasformazione antropologica: non tutti riescono ad affrontare il cambiamento, un figlio fugge, il marito della figlia incinta abbandona la ragazza, i vecchi muoiono e vengono seppelliti lontano dalla loro terra, miseramente come tutti i poveri che non hanno più patria, i figli più grandi, Tom ed Al, reagiscono in modo differente, il primo agognando la rivolta e il secondo cercando le ragazze, come se niente stesse succedendo. E' sempre più difficile per la Madre tenere insieme la famiglia, ma lei combatte indomita e indistruttibile, anche se spesso è sommersa dai ricordi. > Ritorno alle cose tristi - quella notte che il nonno è morto e noi lo abbiamo seppellito. Ero tutta concentrata sulla strada, e lottando e muovendoci, e non era così male. Ma adesso sono qui. E la nonna - e Noah che si allontana così! (...) Posso ricordare come erano le montagne, aguzze come denti vecchi accanto al torrente dove Noah se ne andò. Posso ricordare come erano gli sterpi dove giace il nonno. Posso ricordare il ceppo davanti alla porta di casa colla piuma incastrata, tutto attraversato da tagli, e nero per il sangue delle galline . Finalmente la famiglia è arrivata in California. «I campi e il lavoro» (capitoli da 19 a 29) sono ben differenti da ciò che attendevano i migranti: i campi dove sostare con i carri sono isolati, putridi, invivibili ; manca il lavoro e i salari sono da fame, tutti i tentativi dei contadini di organizzarsi vengono repressi. Si muore letteralmente di fame; la Madre lotta disperatamente per sostenere la famiglia e tenerla insieme, è spinta da una convinzione: > la donna tiene tutta la vita nelle sue braccia. (...) La donna è tutta un unico flusso, come un fiume, qualche roccia, qualche cascata, ma il fiume continua ad andare nella direzione giusta. La donna guarda a ciò in questo modo. Non vogliamo scomparire. La gente continua ad andare avanti - cambiando un poco, forse, ma continua ad andare nella direzione giusta . La determinazione e la pazienza del proletariato si personificano nella Madre, la quale rispecchia nella sua forza tutte le donne. Ed infine siamo alla catastrofe (capitolo 30). Non è più l'uomo ad opprimere, è la natura, che si scatena in tutta la sua violenza, prendendosela con i più deboli, con quelli che vivono in campi esposti all'acqua in piena. Una pioggia torrenziale, una vera e propria alluvione, investe il campo dove si sono stanziati i poveri migranti. Si cerca di fare un argine, viene travolto dai legni trascinati dalla corrente. E' la fine per la famiglia, corrono disperati a cercare salvezza sulla strada e poi a trovare un riparo. Entrano in un fienile, ma quando si inoltrano nel buio si fa avanti un emaciato ragazzino, urla che suo padre sta morendo di fame. Ed allora la figlia, che aveva appena perso il bimbo di cui era in attesa, si avvicina all'uomo morente. > Poi lentamente giacque accanto a lui. (...) Si denudò il seno. (...) Scivolò più vicino e gli avvicinò la testa. Eccomi, disse, eccomi, La mano si mosse dietro la testa dell'uomo per sorreggerla. Le sue dita gli accarezzarono gentilmente i capelli. Lei alzò lo sguardo in alto e sul fienile, e le labbra si unirono in un sorriso misterioso. Medea, Antigone, Cornelia, tutte le grandi donne della tragedia ritornano alla mente durante la lettura di questo intenso romanzo. Certo, c'è il tema sociale, siano dinanzi ad un affresco di ciò che accadde negli anni '30 negli Stati Uniti, si parla di proletariato e di migrazione, si analizzano molto bene i meccanismi dello sfruttamento di classe: la concentrazione della ricchezza, la meccanizzazione e l'espulsione della manodopera, la creazione di un esercito di riserva di disperati per comprimere i salari e imporre condizioni durissime di lavoro e di vita, la repressione della polizia, il razzismo. Tanti possono essere i punti di vista; io dò la mia particolare interpretazione: la storia drammatica della famiglia riflette un cupo pessimismo di fondo, il quale si riscatta solo perché è la donna a resistere come una «roccia», a combattere senza mai piegarsi. Il finale, così magico e misterioso, nel quale la figlia, piagnucolosa per tutto il racconto, si fa carico di un uomo morente, ci indica che il romanzo è «un inno all'eroina femminile». E' ingenua e semplicistica come interpretazione? E' probabile, per me è questo il fascino del romanzo. Steinbeck adotta «la lingua dei parlanti», usando un termine di Pasolini. Ciò rende difficile la traduzione perché bisogna calarsi in un linguaggio senza dubbio distante dall'inglese classico. D'altra parte lo scopo dello scrittore era proprio di fare emergere l'America contadina, in contrapposizione alla lingua dell'alta borghesia. E' un romanzo rivoluzionario anche nella scrittura: peccato, quindi, che sia stato appesantito dal filone saggistico e per molti aspetti declamatorio ed inutile. Da alcuni critici è stato detto che la struttura del romanzo è simile a quella di Moby Dick, nel quale le lunghe digressioni sulla vita baleniera completano la storia di Ismael e di Achab. Non sono d'accordo: in Furore il filone saggistico è ridondante, mentre il romanzo sarebbe stato maggiormente efficace se ci si fosse limitato alla storia della famiglia, così da renderlo compatto e meno dispersivo. Perché leggerlo? Intenso, magico e realistico ad un tempo, una scrittura innovativa.
The Grass Harp (l'arpa d'erba)
«Lʼarpa dʼerba» è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, «unʼarpa di voci che raccontano una storia» E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel «Giorno del Giudizio» di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi > per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dallʼuno allʼaltro è stato un salto, non un cambiamento graduale . In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, lʼaltra sorella, è bizzarra, con gli occhi di > una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta . E poi cʼè lʼunica amica di Dolly, Catherine. > Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano lʼuna allʼaltra: appoggiando lʼ orecchio ad una trave potevo ascoltare lʼaffascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore . Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: > spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni. È un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro lʼintera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto lʼalbero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai «rivoluzionari», i quali a loro volta permettono che si accampi vicino allʼalbero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. Lʼordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, allʼazione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e lʼaffetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. È tempo per Collin di andarsene. Che cosa simboleggia lʼalbero? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. > Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità . Ma come andavo avanti nello scrivere > noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente dʼacqua che per un istante unʼisola ha diviso . Come si era già visto nel Grande Gatsby lʼocchio del giovane narratore, un adolescente, illumina con lʼimmaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sullʼalbero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici. Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con lʼingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un poʼ per le lunghe, non riuscendo a sviluppare lʼidea geniale della casa sullʼalbero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nellʼ atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia! Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.
Il grido silenzioso
> Mi sveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (...) In ogni parte del mio corpo percepisco separatamente i diversi pesi della carne e delle ossa, come sensazioni che si fondono in un dolore sordo nella mia coscienza, riluttante a riaffiorare alla luce. (...) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. E' questo l'incipit del romanzo; esso racchiude i tratti essenziali di un racconto onirico eppure fortemente radicato nella realtà: il rifugio nel sogno per fuggire alla sofferenza, quest'ultima espressa nei corpi, spesso descritti in modo grottesco; la memoria come prigione che rinchiude il destino umano, già condannato; l'ambiguità delle relazioni familiari e sociali, ispessite da rassegnati silenzi e da indicibili ricordi. Siamo dinanzi a un flusso di coscienza in un ambiente rappresentato in modo naturalistico e fiabesco a un tempo. Mitsui, l'io narrante, è sconvolto dal suicidio tragicomico di un amico. La sua vita è già segnata dalla mostruosa disabilità del figlio e dall'alcolismo della moglie; pesano poi su di lui tragici avvenimenti famigliari, il cui ricordo è rimosso ma sempre presente nella sua coscienza. Forse per dare una svolta alla sua vita accetta l'invito del fratello Taka di tornare al villaggio ai bordi della foresta «possente», dove era la casa della famiglia e dove sono cresciuti da bambini. E' un ritorno al passato: per Mitsui la disperata speranza di cambiamento, che si traduce nella definitiva consapevolezza della sua estraneità dal mondo, per Taka il desiderio di autopunirsi ripercorrendo vicende drammatiche che hanno coinvolto la famiglia. Nel 1860, alla caduta dello Shogunato, il fratello del bisnonno aveva guidato una rivolta contadina, repressa poi nel sangue; alla fine della seconda guerra, sempre nel villaggio, era morto un fratello in uno scontro tra giapponesi e coreani, quest'ultimi prigionieri di guerra. Volendo ripercorrere le gesta dello zio e del fratello, Taka decide di condurre gli abitanti del villaggio a saccheggiare il locale supermercato, di proprietà di un coreano, detto «L'imperatore» (forse per dargli un valore sacrale, lui coreano!). Mitsui si tiene estraneo agli avvenimenti, raggomitolandosi ancora di più nel suo torpore, Taka emerge invece come un leader vigoroso e astuto; è invece una messinscena con cui Taka vuole punirsi per una grave colpa: ancora ragazzo, ha violentato la sorella disabile, spingendola così al suicidio. Taka confessa un omicidio non commesso e poi, non creduto da Mitsui, si uccide. > Sembrava un fantoccio di gesso di statura naturale, completamente rosso e vestito solo di pantaloni. Grida la moglie a Mitsui, che cerca di giustificarsi. > Tu rifiuti le persone e le lasci morire e l'unica cosa che sai fare per rimediare é gridare in sogno: «Vi ho abbandonati!» (...) Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente. (...) Mentre li contemplavo nell'oscurità, gli occhi del mio gatto, compagno di lunghi anni, diventarono gli occhi di Taka, gli occhi del fratello del bisnonno che non avevo conosciuto e gli occhi di mia moglie, rossi come susine; e tutti si unirono in un cerchio luminoso che stava rapidamente affermandosi come una parte innegabile del mio essere. (...) E io sarei sopravvissuto in un'agonia di vergogna, sotto la luce di quelle stelle, scrutando con il mio unico occhio e la timidezza di un topo un mondo esterno vago e buio... L'ambiente è simile a quello di «La foresta d'acqua» (vedi la recensione in questo sito), alcuni riferimenti storici sono analoghi, come le rivolte contadine del 1860, ma profondamente diversa è la struttura narrativa. A differenza di quanto avviene in «La foresta d'acqua», qui l'io è ridondante così come sono intricate le relazioni familiari, che si sviluppano su due assi: il rapporto tra Mitsui e Taka, un misto di affetto e ribrezzo, la relazione del primo con la moglie, apparentemente in secondo piano. > Rimanendo in silenzio per un po' e poi, fissandomi con occhi pieni di disperata ostilità e questa volta rossi per le lacrime invece che per il whisky, mia moglie mi disse: > Quando verrà il momento in cui, come dici tu, dovremo riconoscere che non si può più tornare indietro, forse allora saremo un po' più gentili l'uno con l'altro! . Pur nel complesso intreccio di temi e livelli narrativi, forse il senso unitario del romanzo è l'accettazione del figlio disabile, unica possibilità per ricostruire una relazione lacerata dal destino impietoso. La narrazione si sviluppa lentamente, con numerosi rimandi e incisi, come se l'autore abbia avuto timore di scoperchiare troppo in fretta il fondo della coscienza. Si rimane avvinti dal fascino delle parole, capaci di suggestioni psicologiche e sociali; sovrasta una sensazione di oppressione claustrofobica, non s' intravedono sviluppi e conclusioni, la lettura diviene pesante e si arriva con fatica alla fine del romanzo. Perchè leggerlo? Una scrittura splendida, il fascino del dolore e della morte.
La guerra della fine del mondo
> Come era possibile che lì, alla fine del mondo.... qualche cosa di diverso ordinava le cose, gli uomini, il tempo, la morte, qualcosa che sarebbe ingiusto chiamare follia e troppo generale chiamare fede e superstizione . Sono queste le considerazioni di uno dei protagonisti di un libro incredibile e per certi versi indecifrabile. Llosa Vargas racconta un evento reale, accaduto nel Brasile del 1889, nel passaggio dallʼimpero alla repubblica. Una massa di diseredati si era raggruppata intorno ad un santone e, in una sorta di fanatismo messianico e religioso, aveva costituito un luogo di utopia, libero dallo sfruttamento. Il governo della giovane repubblica mandò contro di loro un esercito possente, che, dopo una battaglia sanguinosa, compì una strage agghiacciante e crudele. Lʼepisodio era stato narrato più volte, ma Llosa Vargas ne fa un racconto complesso, dove i temi sociali e politici si intrecciano con quelli spirituali e psicologici. Il romanzo si può dividere in tre parti. Nella prima lʼautore racconta gli antefatti della rivolta: uno strano personaggio si muove nel sertao, seguito da pochi discepoli, per ricostruire le chiese abbandonate e e quindi portare un segno religioso ad un popolo lasciato da tutti, anche dai propri preti. Poi, intorno a lui si raggruppa una folla sempre più numerosa, ma il santone riesce anche a convertire personaggi tra i più disparati: capi banda, sanguinari assassini, commercianti, donne di malaffare, gobbi ed infelici. Tutti sono attratti da una ricerca di redenzione e di pace. Nella seconda parte si crea dal nulla il luogo dellʼutopia, Canudos, la cui fama richiama altra gente ma attira anche lʼattenzione dei latifondisti monarchici, che sperano di utilizzare la rivolta ai fini anti repubblicani, e lʼinteresse di socialisti e rivoluzionari, che interpretano con categorie europee vicende fuori dagli schemi delle ideologie marxiste ed anarchiche. Le prime spedizioni inviate a domate la rivolta falliscono miseramente: la sopravvivenza di Canudos è una minaccia, non perché la povera gente intenda fare una rivoluzione ma perché è la testimonianza di una società utopica. Esiste una alternativa tutta brasiliana allo sfruttamento e ciò non va bene sia ai monarchici che ai repubblicani: le due forze politiche si alleano e viene inviato un grande esercito. E qui si apre la terza parte, la più incredibile di tutto il libro. Con una abilità narrativa eccezionale, Llosa Vargas descrive per duecento pagine lʼassedio di Canudos: è una continua alternanza di descrizioni guerresche con la narrazione delle vicende dei diversi personaggi. Quattro sonole figure centrali le cui storie unificano un racconto che sarebbe risultato frammentario. Innanzitutto un gruppo formato da un nano, da una contadina e da un giornalista praticamente cieco, perché ha perso gli occhiali. I suoi occhi annebbiati guardano le scene terribili con una prospettiva sfuocata, che rende irreale lʼintera narrazione ( un espediente letterario eccezionale). Lontano dal campo di battaglia, a fatti già avvenuti, si sviluppa, poi, il dialogo tra lo stesso giornalista e uno dei capi monarchici, un barone la cui moglie è impazzita alla vista della sua casa bruciata dai rivoltosi. La ragione, grande ordinatrice del mondo, si è dissolta dinanzi ai terribili episodi di Canudos: le regole non hanno più senso, il mondo è rovesciato. > Lʼamore, il piacere, pensò il barone sconcertato. Gli parve un sacrilegio che quelle belle, dimenticate parole apparissero sulle labbra di quellʼessere ridicolo, contratto come un airone sulla poltrona. Non era comico, grottesco che una cagnetta bastarda del sertao facesse parlare dʼamore e di piacere un uomo che, malgrado tutto, era colto? Ma nel mondo la verità e la felicità si possono trovare proprio in qualche cosa di incredibile, come in un rapporto di amore e di affetto tra un giornalista, una contadina e un nano, o nellʼamore lesbico della moglie del barone per la sua domestica, al quale avrebbe potuto partecipare anche il barone stesso se si fosse accorto prima che ciò avrebbe fatto piacere a sua moglie. E allora potrebbe essere che il barone potesse vedere che > la gente sulle barche non stava pescando ma gettava fiori in mare, spargendo petali, corolle, mazzi sullʼacqua, e facendosi il segno della croce, e, pur non potendo udirlo, il petto gli palpitava con forza, fu sicuro che quella gente stava pure pregando e forse cantando . È estremamente difficile dare unʼunica interpretazione al libro. Di certo lo si può leggere in tanti modi: un atto di accusa verso una classe dirigente spietata nella difesa dei propri interessi, una critica ad una sinistra spesso vanagloriosa e lontana dalla comprensione della realtà specifica, una rappresentazione crudele della violenza della guerra così come dellʼignoranza delle masse. Penso invece che il filone conduttore sia la confusione, un affollarsi di voci e di immagini, un fuoco dʼartificio, che dura pochi minuti ma illumina il cielo in modo puntiforme, senza un senso evidente. Perché leggerlo? Lo stile narrativo è splendido e regge un libro, sicuramente lungo e frammentario.
Guerra e pace
Il libro tratta delle guerre napoleoniche e in particolare dell’invasione dei francesi della Russia, del saccheggio di Mosca e della sconfitta di Napoleone. Nelle prime parti del romanzo la guerra è qualche cosa di lontano, una questione dei potenti, dei loro giochi diplomatici, mentre > la vita, la vera vita degli uomini, con le sue necessità fondamentali concernenti la salute, la malattia, il lavoro, il riposo... , si svolgeva, come sempre, indipendentemente e al di fuori dell’amicizia e dell’ostilità politica con Napoleone Bonaparte e al di fuori di tutte le possibili riforme . Esistono quindi diversi piani di narrazione:i grandi fatti politici e militari, le battaglie e le rivalità politiche, narrando le quali Tolstoj esprime sin dall’inizio uno dei temi fondamentali del libro. La sua filosofia della storia è che tutto si compie sulla base di un fine, che è non è dato agli uomini comprendere, perché opera della Provvidenza Divina. Questa concezione filosofica contrasta, poi, con l’evidente rappresentazione della guerra come distruzione, sofferenza e morte, ossia una catastrofe, che non salva né vinti né vincitori;la vacua vita della corte e degli aristocratici, rinchiusi nel loro sistema di relazioni, nei piccoli piaceri mondani e negli intrighi: tutti comportamenti che continuano durante lo stesso saccheggio di Mosca, noncuranti del pericolo che incorre sul paese;la ricerca di una spiegazione dell’esistenza, che viene rappresentata da Pierre (la massoneria e le idee della democrazia francese), dai tormenti del principe Andrea (che coglie sin dall’inizio l’assurdità della guerra e fugge inorridito), dalla fiducia nella religione della principessa Maria;la vita familiare dei Rostov, fatta di piccoli fatti autentici, della scoperta dell’amore di Nastascia, dell’affetto infelice di Sonja per Nicola, delle prime infatuazioni, delle feste e dei ricevimenti. Questa struttura del romanzo si rompe con l’invasione dei francesi, quando la guerra entra nella vita civile. Come dice il principe Andrea, > anche mio padre faceva costruire a Lissia Gori e credeva che quello fosse il suo posto, là fosse la sua terra, la sua aria, fossero i suoi contadini; ma venne Napoleone e, senza sapere della sua esistenza, lo urtò, gettandolo, come una scheggia, fuor dalla strada e crollarono Lissia Gori e tutta la sua vita . La guerra rimescola i diversi piani narrativi del romanzo e sconvolge la vita dei protagonisti, aprendo percorsi che sembravano impossibili, ma sono resi possibili dalla sofferenza, dalla necessità e dall’autenticità che viene richiesta dai fatti eccezionali. Maria viene salvata da Nicola e se ne innamora, Pierre capisce nella prigionia, a contatto con le privazioni, la morte e le persone semplici, le radici della serenità e della felicità, Natascia conosce l’amore assistendo Andrea e coglie gli aspetti veri, e non superficiali, del rapporto di amore e quindi si prepara ad accettare l’affetto di Pierre. Tutto si conclude nella scoperta della valori fondamentali (la famiglia, il matrimonio, il piacere della campagna e della buona gestione, la religione) in un «osanna» della tradizione e del bene. La forte impronta religiosa e filosofica va a detrimento della profondità e complessità dei personaggi e delle vicende narrate. I protagonisti sono stereotipi di ruoli sociali e familiari e non emergono tormenti reali, effettive evoluzioni e cambiamenti. Il ritmo della narrazione è veloce, se si escludono le digressioni filosofiche, ma ciò è dovuto a una successione di episodi, che, in certi casi, decadono in flash estemporanei rispecchiando, paradossalmente, la struttura di una fiction moderna. Si salvano alcune pagine: la visita di Nicola all’ospedale militare con la visione degli infermi in condizioni igieniche spaventose, la battaglia di Borodinò, la mescolanza tra soldati russi e prigionieri francesi, ricondotti a un unico destino, la morte di Andrea e i tormenti di Maria e di Natascia. Da questo punto di vista non si può condividere l’opinione espressa nell’Enciclopedia Treccani, che volge in positivo ciò che è invece il più profondo limite dell’opera. > Ciò che maggiormente colpì e colpisce in questa epopea a motivi ricorrenti e pur sempre nuovi, è l’assenza in essa di ogni arbitrio d’arte, il fondersi completo dell’arte con la vita. Sostenute da una prosa tutta sostanza e senza ombre di orpelli, le diverse fila del racconto si annodano e disciolgono con spontaneità assoluta. Vi si celebrano con la stessa devozione, umile e solenne, la vita e la morte. Dai protagonisti alle comparse, tutti hanno una loro inconfondibile individualità, e tutti, a loro volta, sono come assorbiti da una umanità che è in essi e sopra di essi. Soltanto verso la fine del romanzo si avverte la presenza dell’autore che ha una tesi da difendere e da predicare. E questa presenza sarebbe invero urtante, se essa non ci riportasse all’essenza stessa dell’opera: l’uomo non crea nulla, non domina nulla, egli segue la marcia inevitabile dei fatti che si svolgono dinanzi ai suoi occhi . L’attualità del romanzo sta nella dolorosa rappresentazione della guerra, nei suoi effetti devastanti sui soldati e sulla società civile. In questo senso il tema dicotomico della guerra come un insieme di eventi lontani, che non toccano le coscienze, e della guerra come ingresso violento nella vita quotidiana costituisce un elemento di riflessione valido anche per l’attuale situazione politica. Tolstoj non condanna la guerra in se stessa (è evidente il suo apprezzamento della guerra partigiana e la concezione romantica della guerra come liberatrice dei valori autentici), ma sembra, soprattutto, condannare la guerra come «gioco» diplomatico e politico, che trascura l’impatto di sofferenza e di dolore sul popolo.
Guglielmo e la moneta d'oro
È un libro per ragazzi di 9-10 anni. Guglielmo è un ragazzino che trova una moneta d’oro e scopre che le persone, anche quelle buone, diventano false e cattive per l’avidità. Gli unici legami che gli restano sono quelli con il suo cane e con un vagabondo, ex-soldato. Alla fine Guglielmo capisce che, se > un uomo è libero, ha degli amici, ha un onesto lavoro, vuol bene alla gente, beh forse ha qualcosa di più d’una moneta d’oro o di cento. Quindi è ricco . Il libro è piacevole, ma mi sembra un po’ datato, troppo semplice e privo di quel poco di suspense da rendere non scontata la lettura.

























