La famiglia di Pascual Duarte
Il lungo racconto di Cela è un romanzo pervasivo, pauroso e pietoso nello stesso tempo; lo si vorrebbe un affresco di una società contadina ancestrale dominata dalla violenza, o pensarlo come «una visione nitida della vulnerabilità dell'uomo», come recita la motivazione con cui fu conferito il premio Nobel allo scrittore spagnolo nel 1989. In realtà, Pascual Duarte non è una vittima, è banalmente un assassino: > il sangue sembra che sia il companatico della tua vita , gli dice Lola, la prima moglie, confessando di avere un'amante. Certo, nella lunga lettera scritta in carcere, prima della sua esecuzione, Pascual cerca di dimostrare come sia stato trascinato dal destino; nella lunga e confusa cronaca di come sia arrivato a uccidere tre persone (l'amante della sorella, la madre e don Gonzalez, > insigne patrizio cui dedica con malizia la sua sorta di confessione), ricorrono frasi del tipo: cercai di posporre > l'urto che tuttavia doveva accadere, fatale come le malattie e gli incendi, come i tramonti e la morte, perché nulla poteva impedirlo. oppure. > se la mia condizione di uomo m'avesse consentito di perdonare, avrei perdonato, ma il mondo è fatto come è fatto e voler andare contro corrente non è possibile. Dopo essere uscito dal carcere, dove scontava la pena per il primo delitto, Pascual giunge ad accusare la clemenza della legge per averlo trascinato > verso un male peggiore. Meglio sarebbe stato restare in prigione! Folle impostore o anima fragile, plasmata da un'infanzia infelice, dallo strazio > di non poter uscire dal male mentre dentro di noi si va imputridendo questo ossario di speranze morte sul nascere.... Se diamo per vero ciò che ci racconta Pascual, dobbiamo propendere per la sua innocenza, non per la legge, dinanzi alla Giustizia divina: un padre brutale, > alto e grosso come un macigno , una madre, > alta e magra, (...) scattosa e violenta ; entrambi privi di ogni principio morale e di qualsiasi freno ai propri istinti; e poi, un fratello scemo e una sorella che presto abbandona la casa per prostituirsi; e che dire di Lola che lo insulta, dicendogli che non era un uomo, era come il fratello scemo. Ci sono i bambini morti, l'uno a causa di una giumenta irrequieta e l'altro per il freddo vento della Castiglia. Pascual cova in sé un odio, che esplode inesorabile in una furia sanguinaria; un mostro da cui è inutile sfuggire. > Mi misi a correre; e anche l'ombra correva. Mi fermai; e anche l'ombra si arrestò. Alzai gli occhi al firmamento: non c'era una sola nuvola in tutto il suo arco. L'ombra continuava ad accompagnarmi, passo dopo passo, fino a casa...(...) Avrei voluto mettere la terra frammezzo la mia ombra e me stesso, fra il mio nome e me stesso, fra il mio sangue e me stesso, questo me stesso di cui, a togliergli l'ombra e il ricordo, il nome e il sangue, rimarrebbe così poco.... Nella concezione induista ogni individuo ha un suo «karma», una sorta di sovra temporalità dell'essere, che con la morte non segue il destino del corpo ma trapassa da una forma di vita all'altra nell'eterno ciclo delle rinascite. Il karma di Pascual è l'inclinazione sanguinaria, è questa l'ombra che lo insegue. Forzando l'interpretazione si potrebbe dire che sottostante al racconto ci sia una visione metafisica, un pessimismo atemporale dell'uomo. Se riportiamo al presente questa condizione, se pensiamo al genocidio di Gaza, alle stragi in Ucraina, ai tanti conflitti che ci sono nel mondo, la storia di Pascual non si chiude nella sua tragica vicenda umana, ma costituisce una sorta di profezia apocalittica per l'intera umanità. Come scrive Sebastiano Vassalli in «3012 l'anno del profeta» (si veda la recensione in questo sito), gli uomini > incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe potuto fermarli. (...) Amen . Costruito intorno ad un abile espediente letterario, una sorta di confusa confessione, riscoperta da un semplice trascrittore, il romanzo ha una trama apparentemente disordinata, per il fluire dei ricordi che si sovrappongono e per le lunghe interruzioni nello scrivere da parte del carcerato Pascual; in realtà, la narrazione è portata avanti molto bene, soffrendo, forse, della mancanza di colpi di scena, se si esclude il drammatico omicidio della madre. Non so se è voluto o è una distrazione: da nessuna parte viene raccontato l'assassinio di Don Gonzales. La scrittura è efficace, alternando dialoghi serrati con ampie e suggestive descrizioni degli ambienti e con approfondimenti dello stato d'animo del protagonista narratore. Gli altri personaggi sono dei comprimari. Perché leggerlo? E' un pugno nello stomaco.
Fedor M. Dostoevskij
Il saggio è una breve biografia di Dostoevskij, accompagnata da un approfondimento di una serie di fatti, personaggi e opere letterarie che hanno avuto un impatto significativo sulla vita dello scrittore. Si tratta di una «sorta di bignami» che può servire per chi deve studiare l’autore e avere un inquadramento generale dei rapporti tra la sua vita, il contesto e la produzione letteraria.
La Ferocia
Il libro ha vinto il premio Strega 2015 ed è stato presentato da molte recensioni come una sorta di Buddenbrook allʼitaliana: ci si aspetterebbe un bel romanzo con un forte connotato sociale. Niente di tutto questo. È un pessimo romanzo, scritto male, intimistico - esistenziale, che riflette una percezione della realtà tipica degli anniʼ90. Annoiato dalla trama, disgustato dello stile narrativo, ho interrotto la lettura a pagina 237 e posso quindi raccontare la trama sino ad un certo punto. Inizia con il suicidio di Clara, viziata ed eccentrica rampolla di una arrampicatrice famiglia imprenditoriale di Bari: un padre affarista e avido, tipico costruttore edile del Sud; una madre assente, serenamente soddisfatta dellʼagiatezza raggiunta, e tre fratelli; un medico affermato, una ventenne sulla buona strada per diventare altrettanto viziata come la sorella, e Michele, il figlio di unʼamante del padre, morta durante il parto. Il legame tra Clara e Michele è particolarmente intenso, anche per la fragilità del ragazzo, il quale trova nella sorella, così sicura di sé, un punto di appoggio e forse un oggetto dʼamore. Il romanzo vuole scavare soprattutto questa relazione e lo fa con continui salti temporali, dal presente (Clara morta) al passato, con la giovane suicida ancora nei panni di una vivace ragazza, dalla sfrenata vita sessuale. Intorno a Clara e Michele, nelle diverse dimensioni temporali, ruotano gli altri familiari, tutti apparentemente indifferenti alla terribile disgrazia accaduta o ai contenuti sempre più morbosi dei rapporti tra i due giovani. Forse perché > noi non siamo noi, (...) siamo guidati da forze di cui non siamo consapevoli, agiamo senza sapere perché, diciamo cose il cui movente è ignoto, crimini senza colpa e morti senza causa apparente . La nostra vita si ripete secondo il ciclo delle stagioni, con una fatalità che noi vorremmo propria della natura, ma è anche nostra. > Impaurita dalla moto, la lucertola si tuffò nei fili dʼerba. Scomparve tra i rami lacerando nella fuga la tela del ragno salticida, il quale, ricomposta lʼimmagine del rettile attraverso i suoi otto occhi, era riuscito ad evitare lʼimpatto. Il ragno zampettò. Il terreno secco e arido registrò lʼinformazione sovrapponendola allʼalfabeto delle formiche che si incrociavano spezzando e biforcando e poi ricomponendo una linea che non era mai la stessa. La legge a cui obbedivano si modificava in loro confermandosi nella legge di ogni simile, riceveva nuovi impulsi dalle profondità del formicaio, poi più lontano, dalla tremenda forza che cambia volto alle stagioni . Non è certo un romanzo sociale né un racconto psicologico, che vuole approfondire i sentimenti e le motivazioni. Lʼautore si muove su un piano metafisico, nella convinzione, profondamente meridionale, dellʼimmutabilità dellʼessere umano e del contesto sociale e politico. Da qui forse viene il titolo: la Ferocia. Si poteva dare comunque un ritmo narrativo! Una trama comprensibile! A peggiorare il risultato letterario è lʼimpronta minimalista, che si riflette nellʼesagerato ricorso al punto e alla quasi completa assenza del punto e virgola e dei due punti. È difficile in questo modo non spezzettare il discorso, rendendolo pesante e incomprensibile. Un esempio: > Michele tornò in camera sua. Fece per stendersi a letto. Si arrestò. Da destra verso sinistra. Il comodino. Lʼarmadio. Guardò intorno con aria preoccupata. La finestra mezza aperta. Il battito cardiaco accelerò. Rimani calmo. Non può essere saltata già dalla finestra. Si sedette sul bordo del letto. E così continuando, adesso si capisce perché non ho più continuato a leggere. Perché non leggerlo? È un romanzo brutto, noioso e vecchio.
La Festa del Caprone
Quali sono i meccanismi che sorreggono una dittatura? Varga Llosa prende le mosse dalla storia, da protagonisti e vicende reali, per indagare il fascino oscuro del despota, e lo fa partendo da un personaggio crudele, nel quale si sono distillati le peculiarità della tirannide, senza il paravento delle ideologie e delle buone maniere. Leggiamo dall'Enciclopedia Treccani che Trujillo governò dal 1930 al 1961 la Repubblica Domenicana > con metodi dittatoriali fino alla morte, grazie al controllo sulle forze armate, a quello esercitato (direttamente o tramite i membri della sua famiglia) sull'economia nazionale e al ricorso sistematico a metodi terroristici contro i suoi oppositori ; e, aggiungo, per l'appoggio degli Stati Uniti e della Chiesa, che lo vedevano come un baluardo contro il comunismo. Siamo nella fase finale: le atrocità del regime hanno spinto gli Stati Uniti e la Chiesa ad abbandonare Trujillo, strozzando il piccolo paese con sanzioni ed isolando il dittatore a livello internazionale. Tre sono i filoni narrativi, che corrono in parallelo per poi intrecciarsi, sempre intorno alla malefica figura di Trujillo. Urania, giovane donna di successo che vive a New York, torna a Santo Domingo a visitare il vecchio padre, ridotto a letto in uno stato quasi vegetativo. Per molte pagine non comprendiamo tanto astio contro il padre, sappiamo solo che Urania > non è giunta a vincere il rifiuto insormontabile, lo schifo che le ispirano gli uomini...non avevi mai voluto curarti . Nel secondo filone narrativo la scena è quella dove verrà ucciso Trujillo e dove attendono ansiosi i cospiratori (quelli prima chiamati giustizieri e poi patrioti): sono un gruppo eterogeneo di personaggi, mossi dalla vendetta o dal rigetto di un regime crudele, sono stati beneficiati dal dittatore e sono legati a lui da un rapporto di odio-amore: una > paralisi, l'addormentamento della volontà, del raziocinio e del libero arbitrio che quell'infimo personaggio azzimato fino al ridicolo, con la vocina flautata e gli occhi da ipnotizzatore, esercitava sui domenicani poveri o ricchi, colti o incolti, amici o nemici . Il suo assassinio è una catarsi, una liberazione da un tragico fascino, non un atto politico. Ed infine siamo dinanzi a Trujillo e alla sua corte: i figli depravati e sadici, la moglie avida e mille volte tradita, il presidente fantoccio, il capo della polizia, esecutore delle più atroci torture e delitti, l'abile azzeccagarbugli e tanti altri. Tutti vivono in una continua angoscia: e' un'abitudine del Capo destituirli, espropriarne le ricchezze, metterli in prigione, farli uccidere, così per un capriccio, per affermare il suo potere di vita e di morte. E loro subiscono, se cadono in disgrazia, anelano a tornare nelle grazie del tiranno, sono pronti a tutto, come il padre di Urania, prima ascoltato presidente del senato e poi messo da parte, senza una ragione. Il paese è a rotoli, dilagano inflazione e povertà, il regime si sta incrinando, ma a poche ore dal suo assassinio, Trujillo è preoccupato di una sola cosa: non riesce ad usare «la parte del corpo che non voglio nominare»(Patrizia Valduga «la tentazione»). Il racconto si sviluppa lentamente, talvolta è prolisso, quando si giunge ad alcuni splendidi capitoli, solo per i quali vale la pena leggere il libro. La cospirazione fa capo al comandante delle Forze Armate, che avrebbe dovuto intervenire con rapidità e decisione alla notizia della morte di Trujillo. Ed invece attende, tergiversa, > immerso in quella specie di ipnosi pensò che forse la sua indolenza fosse dovuta al fatto che, sebbene il corpo del Capo fosse morto, la sua anima, il suo spirito o come altro si chiamava continuasse a tenerlo schiavo . E come i congiurati del 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo destituì di fatto Mussolini, il nostro cospiratore scivola nelle sabbie mobili del supplizio. Poi, seguiamo nella sua presa del potere il presidente fantoccio, > ometto disarmato che scriveva versi e sembrava così poca cosa in questo mondo di uomini veri con pistole e mitragliatrici , e, con le dovute differenze, la mente corre a Dino Grandi o allo stesso Pietro Badoglio, complici della dittatura fascista ed eppure suoi affossatori. Ed infine, nell'ultimo e drammatico capitolo, capiamo il tanto rancore di Urania. Ancora bambina, il padre l'ha venduta al dittatore pur di riconquistare le grazie del Capo. E lui, > prendendola per un braccio, la rovesciò accanto a sé. (...) Quella massa di carne la schiacciava, la soffocava contro il materasso. (...) Ma l'asfissia non le evitò di accorgersi della rudezza di quella mano, di quelle dita che esploravano, frugavano ed entravano in lei con forza . Tante possono essere le parole per descrivere una tirannide, ma essa si sintetizza nella manifestazione più ancestrale e brutale: lo stupro. Non sono a conoscenza se ci sia un grande romanzo sulla dittatura fascista, in grado di scavare il fascino oscuro della tirannide, così come ha fatto Vargas Llosa. Se ci fosse questo racconto uscirebbe dall'ombra la ricca corte che ha circondato il dittatore: i suoi squadristi a doppio petto, i tanto egregi eredi della classe liberale, i magniloquenti e pavidi intellettuali, ingenui o semplicemente ruffiani, i codardi generali compiacenti, e le tante donne, che Mussolini ha usato e gettato poi via, o le ha portato con sé alla morte. Se fossi l'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, affiderei a Varga Llosa il compito di darci questo affresco, per rispondere alla domanda: > chi è stato? (...) Di chi è la colpa? E tutti quelli che sono morti, poverini? (...) Li ho visto morire, è stato inutile...sentì che era stupidamente per piangere (Mario Tobino «Il Clandestino» vedi recensione su questo sito). Magistralmente tradotto, il romanzo è troppo lungo ed in particolare l'ampio ricorso ai dialoghi, spesso dei soliloqui, appesantisce la narrazione, non incanta e non alimenta l'immaginazione, resta qualcosa di freddo e distante. Lo scrittore è lontano dalla realtà della Repubblica Domenicana, è uno spettatore di un dramma, interessato ad indagare i meccanismi della crudeltà e del dominio, senza lasciarsi coinvolgere ed anzi mosso da una mal celata ironia. Questo approccio impedisce al lettore di sentirsi addosso le drammatiche e dolorose vicende dei personaggi, la tragedia di un paese. Perché leggerlo? Una grande indagine sulla tirannide.
I figli e i padri
Il libro è composto da tre romanzi, che coprono tutti gli anni ’90: Luce del nord del 1991, Colpa di nessuno del 1995 e L’amico d’infanzia del 1999, concluso solo alcuni mesi prima della morte dell’autore. Tutti i tre romanzi ruotano intorno ad un protagonista maschile, in un contesto che è quello della piccola borghesia romana e di una Roma in profonda trasformazione. In Luce del Nord, Angelo vive da tempo a New York, lontano dalla sua famiglia, dal fratello e dalla madre. Un giorno riceve una lettera dal fratello, Ferruccio, che gli racconta di uno strano sogno: è gravemente ferito e Angelo lo invita a scappare, a fuggire, come se avesse corso un grave pericolo. Alcuni giorni dopo il sogno, viene a sapere che il fratello è morto. Decide quindi di tornare a Roma, ma finge di essere un amico di Angelo, Cesare. Il romanzo si sviluppa su questa finzione, che permette ad Angelo di entrare nella vita del fratello, di cogliere tutto lo squallore della sua vita, tra privazioni economiche, delusioni professionali e tradimenti coniugali. Diventa anzi l’amante della moglie di Ferruccio, che disprezza Angelo ma impara ad amare Cesare. Angelo ritrova anche il rapporto con il padre e si affeziona al figlio del fratello. La storia sembra evolversi verso un lieto fine, quando Angelo decide nuovamente di fuggire e di ritornare negli Stati Uniti, dove, per farsi accogliere, ricomincia ad inventare altre storie. E’ il romanzo della continua fuga, nella quale l’America costituisce un sogno di libertà e di individualismo. In Colpa di Nessuno, forse il romanzo più sociale dei tre, il punto di attacco è la necessità del protagonista, uno squallido venditore a porta a porta di contratti di assicurazione, di riprendere le fila della propria vita: > è arrivato il momento di staccare le stelle filanti, raccogliere i nastri finti e le mascherine, e gettare tutto nel cesto delle feste passate . Paolo, il protagonista, conosce negli Stati Uniti Laura e, una volta che la donna è rimasta incinta, si sposano e ritornano insieme in Italia. Per lavorare Paolo accetta un impiego di venditore presso Italo, suo suocero. Entra in tal modo nella famiglia della moglie, composta dalla suocera Ida, donna avida e triste, dalla sorella di Laura, Silvana e da suo marito, Daniele, un uomo violento e di destra. Paolo conduce una vita squallida, nella quale il suo matrimonio va progressivamente a rotoli, al punto, che un giorno, si accorge che la moglie lo tradisce. L’accettazione di valori fatui, rozzi e volgari provoca una progressiva decadenza di Paolo, che viene più volte sottolineata dal padre, un uomo di un’altra generazione. Non c’è un vero conflitto tra figlio e padre, come sembrerebbe dalla titolo dato a questa raccolta di romanzi; i conflitti, politici, sociali e intergenerazionali sono scomparsi per essere sostituti dalla rassegnazione e dall’individualismo. In realtà tutti i personaggi subiscono, in qualche modo, la crisi della società italiana degli anni’90 ed è proprio il tema della decadenza dei rapporti e dei valori che sembra caratterizzare il romanzo. Un vecchio, che incontra, lo invita a stare sempre da solo. > Già adesso l’amicizia e la solidarietà si chiamano complicità ed omertà. Non ti fidare mai, non cedere. Non è più tempo di stare insieme. Non devi mai dovere dire noi, sarebbe già un segno di cedimento E poi l’autore inserisce una nota autobiografica di grande suggestione > Quando ero piccolo, credevo che il mondo fosse una specie di giostra fatta apposta per divertirmi. Ma ora in quale bocca di drago mi sono andato a cacciare, che razza di figure sono quelle che mi trovo davanti, che non mi divertono più, mostriciattoli da quattro soldi, capaci di tutto e di niente? . Un delitto, l’assassinio di Italo, del quale tutti credono che sia colpevole Paolo, diviene l’elemento catartico che apre gli occhi al protagonista. Paolo si rende conto dell’aridità e dello squallore della sua vita, di questa famiglia acquisita, che si trascina avidità e violenza, nonché della malvagia della moglie, Laura. Il romanzo si conclude con un grido di disperazione e di odio. > Se penso al futuro, Laura, me lo immagino come una grande piazza, affollatissima, in cui la gente urla e ride. Ci saranno uomini e donne venuti da tutte le parti del mondo, con abiti comprati a New York, a Roma, a Sarajevo, a Gerusalemme, e a Mogadiscio. Gente di tutte le razze e di tutte le provenienze, che si incrocia e si contamina di storia. Ognuno con la storia dell’altro, infettato di mondo. Solo noi due non ci saremo, Laura. Noi, coi nostri sentimenti aggrovigliati, non siamo stati capaci di dare nulla al presente, e dunque figuriamoci al futuro. Siamo due sputazzi del passato arrivati chissà come fino a qui. Ma nostro figlio sì, lui ci sarà. Io spero che attraversi per intero tutta la piazza, e che un boato carico di odio lo accompagni sempre e non lo abbandoni mai, che si nutra e cresca di tutta la perfidia. Lo lascerò a corroderli con i loro stessi denti . L’amico di infanzia è il romanzo più intenso e profondo dei tre, quasi premonitore della vicina morte. La storia di Fausto è raccontata dall’amico giornalista. E’ la storia di un fallimento. I due sono stati amici sin dall’infanzia in un quartiere alla periferia di Roma e poi si sono allontanati: Fausto ha cominciato a vivere di tanti lavori sino a finire a fare il venditore di immobili per una società che acquista a basso prezzo proprietà pubbliche per poi venderle a prezzi più elevati, cacciando gli inquilini. E’ un lavoro squallido che Fausto ha accettato per recuperare dei soldi così da inviare il figlio, che vive lontano con la madre a Milano, a studiare all’estero. La vicenda si sviluppa tragicamente, in quanto Fausto, in un momento di rabbia, uccide a bastonate il suo principale che non gli voleva concedere un prestito. Ne deriva una discesa di Fausto agli inferi, vive come un barbone, inseguito dalla polizia, ma proprio nel momento della massima disperazione trova tra i disperati solidarietà e aiuto. Alla fine, in un momento di lucida follia, fa esplodere gli uffici della società immobiliare e ne rimane mortalmente ferito. La storia di Fausto travolge anche l’amico, che si trova svuotato di energie. L’amico narratore riconosce che «non c’era la miseria di un seme nel gran tornado che ha sconvolto le nostre vite» e quindi è rimasta soltanto una grande miseria e un estremo dolore esistenziale. Il romanzo termina con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte. Dinanzi alla morte di Fausto, il narratore rimane sconcertato al pensiero > che in realtà ci piacciamo e ci odiamo solo in base alla contingenza di un momento e chiude il romanzo con questa strofa: " ma eravamo nati per esserci/ e per un po’ ci siamo riusciti / e è questo che le nostre asciutte / bocche adesso vogliono cantare. Le recensioni sottolineano soprattutto i connotati sociali dei tre romanzi: gli anni’90, il degrado urbano e culturale dell’Italia. In realtà, a me sembra che i tre romanzi ( e soprattutto l’ultimo) ruotino intorno alla disperazione esistenziale e alla ricerca, spesso disillusa, di una speranza. L’ambiente stesso dell’ultimo romanzo, il degrado della periferia romana, scivola pian piano verso un contesto surreale nel quale tutto è possibile, anche le cose più incredibili: un elefante che passeggia per le strade di Roma, una cornacchia che colonizza la città per cibarsi, un bambino che impara a giocare a pallone in uno stadio deserto, una nuova vita, rappresentata dal figlio di cui è in attesa Elena, il grande amore di Fausto, la solidarietà della stessa moglie della vittima, il preside che si è fatto eremita nella periferia romana, sono tutti fatti che dimostrano che nel sottosuolo della vita urbana esistono ancora energie positive che possono cambiare una situazione così degradata.
Figlie di una nuova era
Rudi, l'ingenuo e sognante marito di Kathe, una delle protagoniste, sintetizza con una poesia il senso complessivo del romanzo: > ho visto in controluce/che il ponte è caduto/e la debole luce/ormai ho perduto/e mi abbandono/alla corrente che mi conduce . Quattro giovani donne sono amiche per la vita, si innamorano, si sposano, alcune di esse diventano madri, restano vedove o divorziano, insomma conducono una vita apparentemente normale nella Germania tra 1919 e il 1945; attraversano la crisi economica e sociale del primo dopoguerra, l'inflazione iperbolica, la turbolenza politica della repubblica di Weimar (con la repressione dei comunisti da parte dei socialdemocratici), l'ascesa del nazismo, le leggi per la purezza della razza (con la segnalazione dei bambini nati con malformazioni), la graduale ma inesorabile emarginazione degli ebrei sino alla Shoah, la catastrofe della seconda guerra mondiale. Come è possibile avere una vita normale dinanzi a così drammatici avvenimenti? > Ma adesso cosa restava da fare, se non ritirarsi nella sfera del privato? il mondo non era più un posto affascinante . (pensa Bunge, il padre spendaccione di Ida, un'altra protagonista). Ed infatti il romanzo sviluppa le storie di Henny, Kathe, Lina e Ida in un'ottica profondamente intimistica, lambita solo esteriormente dalle terribili vicende che hanno interessato il popolo tedesco. Henny e Kathe sono amiche dall'infanzia e decidono di comune accordo di intraprendere la professione dell'ostetrica, di mettere al mondo bambini proprio quando non si sa cosa attendersi dal futuro (una metafora?). Mentre Henny persegue l'idea della famiglia, Kathe fa altre scelte. La prima si sposa ancora giovane perché rimane incinta, ha una figlia, perde il marito e ne sposa un altro, dal quale avrà un altro figlio, per scoprire che il secondo marito è stato un delatore per i nazisti, Kathe non vuole avere figli, è comunista e spinge il marito a impegnarsi politicamente, travolgendo in tal modo la vita di entrambi. Ida, invece, è nata e cresciuta nel lusso, il padre, ormai sull'orlo della bancarotta, la dà in moglie ad un ricco e potente banchiere, destinandola all'infelicità, solo in parte ripagata da una lunga storia d'amore con un bel cinese. Lina scopre presto di essere lesbica e va a vivere insieme con la sua compagna, in una situazione sempre più precaria perché l'omosessualità è condannata dal nazismo. Ci sono molti altri personaggi, ma già da questa breve esposizione delle protagoniste si può dedurre la fragilità dell'intero racconto. E' vero che la guerra irrompe nella pace e fino in fondo si cerca di vivere nell'indifferenza, non ci si aspetta «Guerra e Pace», ma si poteva attendere una trama ed un'analisi dei personaggi che cogliesse le profonde ferite dell'animo umano dinanzi al pericolo e agli orrori. La pace in attesa della guerra crea una sorta di sospensione e si cerca disperatamente di stare aggrappati al privato, ai pallidi sentimenti, alle consuetudini, alle amicizie e agli affetti familiari. Due splendidi romanzi vengono subito in mente: «Nessuno torna indietro» di Alba De Cespedes, con le sue ragazze rinchiuse e nel contempo difese dentro un collegio, e «Neve sottile» del giapponese Tanizaki, racconto nel quale la descrizione minuta della famiglia giapponese degli anni'30 vuole essere una critica al familismo inerte e, ad un tempo, all'imperialismo guerrafondaio ed aggressivo, così lontano dal sentire comune della gente. Niente c'è di tutto questo nel nostro romanzo, tanto che le drammatiche vicende della Germania paiono essere solo l'occasione per dare brio ad una trama troppo piatta e banale se calata in un contesto di normalità. E' l'inizio di una trilogia, che lasciamo ad altri lettori. A indurre ad un giudizio negativo sono pure la struttura narrativa e la scrittura. Le storie delle quattro giovani donne sono portate avanti in parallelo con brevi paragrafi all'interno di una articolazione dei capitoli di carattere cronologico. Di conseguenza la narrazione è confusa, è difficile al lettore recuperare il racconto complessivo, e la trama risulta in definitiva prolissa e ripetitiva. I troppi personaggi contribuiscono a compromettere la chiarezza complessiva. La scrittura, a sua volta, è piatta, basata su brevi frasi e su dialoghi, mancano le descrizioni dell'ambiente (Amburgo) e del contesto sociale e politico. Perché non leggerlo? Inutile, mal scritto e sgradevole, se si pensa a quanto è successo in Germania fra le due guerre.
Il figlio del Corsaro Rosso
Il figlio del Corsaro Rosso > era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima . Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati «corsari dilettanti»; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è unʼaltra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani «ferocissimi». Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con > splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi . In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una > miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche . Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, «con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore», il suo terribile segreto: > bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno . Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango? Non è più possibile, > tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso!! Il bandito «si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso». Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. > Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando: sono finito . Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di «spalla»: un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua > splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale . In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino. La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non lʼaveva mai visto prima! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo. Perché non leggerlo? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.
Il figlio del Mare
Immaginiamo che in un mondo, il nostro, imprigionato in una struttura sociale cristallizzata, avvenga un fatto straordinario che sconvolge gli assetti precostituiti permettendo al povero di ascendere la scala sociale. Forse, solo a seguito di una guerra o di una catastrofe naturale, è possibile una rivoluzione. Con una storia esile, questo romanzo introduce il tema del cambiamento, e lo fa in un'epoca lontana da noi: il 452 dopo Cristo quando gli Unni invasero l'Italia. Siamo a Atesis, l'attuale Este, città allora lambita dal fiume Adige, che cambiò il suo corso nel 589 a seguito di una disastrosa alluvione. E' una pigra città, controllata da una potente famiglia romana e dai maggiorenti, i così detti curiali. Pietro è un ragazzone dai capelli rossi e fa il guardiano di maiali; un quattordicenne grande e grosso, timido, chiuso, analfabeta, nato da una notte d'amore della madre con un barbaro «che veniva da mar, dalle terre che stanno di là della grande acqua». Essersi prestato stupidamente alle curiosità di Giustina, la graziosa e irrequieta figlia del padrone, porta Pietro a subire una sonora bastonatura, giusta punizione per aver osato parlare con la ragazza: guardiano dei maiali sei e devi restare, piuttosto accompagnati alla prosperosa Galla, anche lei del basso popolo! Tutto muta quando arrivano gli Unni, accolti con terrore perché guerrieri feroci e invincibili: > sembravano molto alti e robusti, fisici compatti (...), i loro destrieri avevano la bocca schiumante di bava e gli occhi pieni di follia . In realtà con Pietro e Giustina, che si ritrovano insieme prigionieri, non si comportano male come ci si potrebbe aspettare: gli concedono salva la vita, ne permettano il rientro a casa dove Pietro parteciperà valorosamente all'epica e inutile battaglia per la salvezza di Atesis. La città è saccheggiata, la campagna è attraversata dai barbari e dai banditi, non c'è più cibo e riparo; non resta che fuggire per trovare rifugio nelle lagune dove gli Unni non vogliono andare per timore delle pestilenze. Iniziano un viaggio pieno d'insidie, soli, brutalizzati dalla paura e dalla fame, due adolescenti, Pietro e Tito, una ragazzina abituata alle comodità e alle difese di una ricca casa, Giustina, e una vecchia cavallina nera. E' inutile seguirli lungo le pianure e i canali che portano alle lagune venete: la storia è banale, precorre le «Avventure di Tom Sawyer», senza averne il ritmo e la suspense, riducendosi pian piano a un racconto melenso, con molti aspetti inverosimili, e avulso dall'ambiente storico e naturale. «Non c'è viaggio più lungo di quello che ti riporta a casa», dichiara l'autore nei Ringraziamenti. Dopo tanti romanzi ambientati in giro per il mondo, Morosinotto vuole parlare della sua terra, avviando una saga che, si suppone, vorrebbe seguire le vicende di Pietro e di Giustina, e dei loro eredi?, nella costruzione della futura e splendida Venezia. Ebbene, avrebbe potuto metterci più impegno, non affidandosi a banalità adolescenziali senza tempo (siamo sicuri che le ragazze e i ragazzi del 500 dopo Cristo fossero come i nostri?) e cercando di creare un'atmosfera che partisse dall'ambiente vallivo delle lagune. Bisogna ammettere, a malincuore, che la guerra è un bell'espediente per dare ritmo al racconto: la difesa di Atesis, con i suoi combattimenti e colpi di scena, attrae il lettore, gli ricorda l'Iliade in breve. La scrittura fluisce leggera e facile, senza asprezze: piacevole da leggere ma contribuisce a dare quel senso di superficialità frettolosa che contraddistingue il romanzo. Sottolineo una particolarità: in quasi quattrocento pagine la punteggiatura è costituita solo da punti e virgole, c'è un solo due punti, non ci sono punti e virgola; virtuosismo alla Cesare Pavese, o stilo giornalistico tanto di moda, oppure compiacimento verso un lettore adolescente, che si presume poco abituato a una sintassi articolata? Perché non leggerlo? E' banale e noioso.
Fiordicotone
Il 15 dicembre 1943 venne arrestata e inviata all'internamento la famiglia ebrea dei De Fano: Omero, «il mite rilegatore», la maestra elementare Alma, la madre di lei e la piccola Velia, figlia della coppia, una bambina albina soprannominata Fiordicotone. Nella confusione del rastrellamento la bambina venne nascosta sotto la mantella nera di un uomo, così salvandosi. Omero e l'anziana madre furono subito soppressi mentre Alma fu riservata agli ufficiali delle SS per loro divertimento sessuale. «Fa' qualunque cosa ti chiedano, pur di salvarti la vita», le aveva detto la madre, «nuda tra altre donne denudate». Ma se mettere il corpo al servizio degli aguzzini le aveva preservato la vita, l'esperienza l'aveva profondamente ferita nello spirito. Guardandosi allo specchio dopo la liberazione, Alma > non riuscì a riconoscersi. Aveva sbottonato casacca e camicia e s'era guardata. Un corpo perfetto, desiderabile. Si vide incolore, gli occhi logorati, il viso sbiadito e senza vita. Di quel corpo che tanto amava colse la tristezza, l'angoscia di una solitudine continuamente abusata . E' dalla duplice sofferenza, di internata e di prostituta, dalle cataste di morti e dall'umiliazione subita ( > in bocca il sapore acido, sulla pelle il sentore miserabile e persistente della violenza ) che crebbe in Alma la percezione che non esistesse un dopo, > ché talmente quell'inferno era senza fondo e senza dignità da non lasciare alcuna speranza. Non c'era più niente. Soltanto Fiordicotone. Come è ovvio il libro narra la ricerca della figlia: la prima ospitalità in Svizzera, il viaggio nell'Italia distrutta sino a Lugo, la scoperta che la figlia non era più in paese, le difficoltà a farsi dire dove si trovava, ed infine l'incontro con Velia. Incombeva sempre su Alma un presagio di una vecchia cieca: «la troverai, e quando l'avrai trovata ritornerai nell'ombra». Come Alma pure il lettore non comprende le parole, oscure come gli oracoli della Sibilla. Cosa vuol dire tornare nell'ombra? Scopriamo lungo il racconto che Alma non aveva ombra, era come un fantasma corporeo ma inconsistente, era senz'anima. Alma «era prigioniera di una cifra tatuata», non aveva speranza e non pensava che ci fosse un futuro per la figlia. Con toni forse troppo melodrammatici ma tenendoci sospesi in una preoccupata attesa l'autore ci porta sino alla conclusione. In un precedente romanzo («Il bambino del treno» recensito in questo sito) Paolo Casadio è partito da un fatto realmente accaduto, ambientato in un luogo preciso: una piccola stazione, oggi abbandonata, della linea ferroviaria Faenza-Firenze. Luogo e vicenda storica hanno dato un ancoraggio concreto alla narrazione; insieme allo stile elegante hanno contribuito alla buona riuscita del romanzo. In «Fiordicotone» Casadio si disperde su troppi temi, dal dramma esistenziale degli internati alla ricerca della figlia. Il filo conduttore non sono tanto la storia e la protagonista, quanto un alone di morte, di fantasmi che aleggiano dal passato, con il rischio di scivolare nel «fantasy» (si pensi all'immagine dell'ombra, sinceramente esagerata) o, più nobilmente, nel contesto evanescente e astratto di molte poesie di Mario Luzi. Nel vuol dire troppo l'autore trascura l'ambiente di Lugo di Romagna, i personaggi e in particolare la ricostruzione delle ambiguità, dei pavidi compromessi, dei piccoli sotterfugi a fin di bene di tante persone comunque consenzienti con le orrende finalità del regime nazista: si pensi alla figura del maresciallo. Il frequente ricorso al punto con le conseguenti frasi senza verbo frammenta la narrazione e compromette l'eleganza della scrittura: un lascito dannoso del dominante stile giornalistico. Perché leggerlo? Si legge molto bene ed è interessante dal punto di vista storico.
La foresta d'acqua
Un famoso scrittore settantenne, Choko Kogito, torna alla casa dell'infanzia per prendere visione della valigia dove sarebbero nascosti documenti in grado di rivelare i motivi del suicidio del padre. Siamo in una foresta sulle rive delle acque in cui il padre è annegato in una sera di tempesta. Choko visita il monumento voluto dalla madre in ricordo del tragico avvenimento. > Una grande pietra rotondeggiante spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e provai a guardarla meglio -- assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde d'acqua -- notai che recava un'iscrizione di appena cinque righe. (...) > Non hai preparato Kogii a salire nella foresta/ E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più./ A Tokyo durante la stagione arida/I ricordi mi affiorano alla mente all'incontrario/Dalla vecchiaia fino agli anni dell'infanzia . I primi due versi furono scritti dalla madre e invitavano Choko a prepararsi alla morte, ma anche a predisporre alla fine della vita il nipote, gravato da una grave disabilità. E' un primo filo conduttore dell'intero romanzo: il pensiero della Morte, l'attaccamento disperato alla vita che si esprime con la > mancanza del coraggio necessario per tentare di scrivere il suo «ultimo lavoro» e sconvolgere la sua intera opera. Gli altri versi, dello stesso scrittore, segnalano l'altro tema, anch'esso tipico della vecchiaia: ritornare indietro agli anni dell'infanzia, misurarsi con la figura del padre, indagare le tante facce della Memoria. Affiorano alla mente altri romanzi come «Il giorno del giudizio» di Salvatore Satta o lo splendido «The cold eye of heaven» di Christine Dwer Hickey (si vedano le recensioni in questo sito). Kenzaburo non vuole scrivere un «romanzo dell'io», dove il soggetto è al centro della narrazione, parlando sempre di sé stesso e l'ambiente, le vicende e gli altri, sono solo un «io specchiante». Per non cadere nell'ego narcisistico così invadente nei nostri giorni, Kenzaburo ricorre al racconto da parte di altri e a rappresentazioni teatrali, e lo scrittore è uno spettatore, stupefatto e ammirato. Come in Dante, l'io narrante protagonista è in secondo piano, sovrastato dai personaggi e dagli avvenimenti. Questo preambolo pone in secondo piano la trama, che eppure esiste e irromperà alla fine del romanzo. Choko vuole raccontare l'annegamento del padre, cui, bambino, ha assistito inerme. Perché il padre si è ucciso? E perché Kogii, l'amico immaginario, lo attirava verso le acque? Che cosa racchiude la memoria? Dapprima, ogni cosa pare chiara, poi tutto si sfuma e svanisce, tra immaginazione e realtà. > D'un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei, (...) e al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un grande corpo nudo.... mio padre! Il suo carattere fluttuava dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo, cercavo di imitare i suoi movimenti. (...) Presi una scheda e scrissi: «amo mio padre disperatamente». Nella valigia non ci sono elementi per decifrare il suicidio del padre, Choko cade nella depressione, si chiude in se stesso, tratta male il figlio, persino potrebbe uccidersi. A salvarlo è una giovane attrice, Unaiko, che lo coinvolge nella sceneggiatura di un fatto risalente a metà dell'Ottocento. E' una rivolta di contadini capeggiata da una donna, la sommossa fu repressa nel sangue e la donna subì uno stupro di gruppo prima di essere uccisa. Pare un «innocuo» episodio da celebrare, quando Unaiko decide di dichiarare nel corso della rappresentazione che da bambina è stata violentata più volte dallo zio, potente funzionario, e il tutto è stato zittito. Si annuncia uno scandalo, si rivela l'ipocrisia della società giapponese, la realtà entra in scena e salva Choko. E' difficile sintetizzare in una recensione questo complesso romanzo. Accanto ai temi già indicati ce ne sono molti altri: il declino fisico dell'uomo e dello scrittore, che ricorda «Morte a Venezia» di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito); la disabilità e quindi il peso di avere un figlio «diverso»; la funzione catartica del teatro, che permette anche di demistificare uno dei testi fondamentali della letteratura giapponese moderna, «Il cuore delle cose» di Nutsemi Soseki (recensione in questo sito); il fascino magico della natura, tema tipico giapponese, e infine le trasformazioni sociali e culturali del Giappone contemporaneo, ancora in bilico tra tradizioni e modernità. Tanti argomenti sono presenti e forse troppi. Il lettore va avanti perdendosi nei meandri della narrazione, affascinato e affaticato. Al padre che gli parlava del «Grande dizionario dei caratteri cinesi» l'adolescente Kenzaburo Choko rispose: > se tutte le parole saranno in un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove, e non ci sarà più alcun divertimento! Con un stile elegante e fluido, ricorrendo ad abili tecnicalità stilistiche, lo scrittore indaga numerose forme espressive, dall'epistolario al teatro, dalla musica alla lirismo onirico. E' un'ampia tastiera narrativa (impossibile individuare quella lessicale), di cui Kenzaburo si compiace troppo spesso, con il risultato di appesantire e allungare il racconto, facendo perdere di vista il nucleo centrale. Come dice lo scrittore stesso, sembrano «frammenti», come se non fosse più possibile l'unitarietà dell'Essere. Perché leggerlo? E' un flusso di coscienza con un "io" non invadente.
Forse Esther
La narratrice protagonista parte da Berlino per un lungo viaggio nei paesi all'Est della Germania, in quel vasto spazio geopolitico dove pare che tutto sia avvenuto, all'insaputa di noi europei occidentali. Prima va a visitare con la figlia il grande Museo di Storia Tedesca a Berlino (consiglio tutti di andarci) e nell'area dedicata alla Shoah la figlia le chiede: > dove siamo noi qui in questo pannello, mamma? (...) Avrei voluto aggiungere che noi in quell'immagine non figuravamo affatto . Ma non è vero ed è per questo, forse, che vuole risalire lungo l'albero genealogico della sua famiglia: ebrea, un po' polacca e un po' russa, vittima di drammatici avvenimenti: la caduta di grandi imperi, la guerra civile russa, la rinascita e la spartizione della Polonia, il nazismo e lo stalinismo con i loro eccidi, stragi, ghetti, campi di concentramento, milioni di morti; e peggio ancora la perdita della propria lingua e della propria storia. E in effetti l'autrice saltella, «in modo strano e goffo, simile a una puntina di un disco giunto alla fine». I nomi e i nomignoli lungo l'albero genealogico si susseguono ed è inutile identificarli e ricordarli; la confusione è forse voluta. Alcuni passaggi del racconto restano fortemente impressi, come il genocidio di Babij Jar, anche per le parole del grande poeta Evgenij Evtusenko («Ogni vecchio ucciso qui/io. Ogni bambino ucciso qui/io»). In generale le persone, le vicende, i luoghi e le parole sono come «scritte perdute», iscrizioni che vengono rinvenute per caso e si cerca di decifrarle, ma non si capisce neanche a quale alfabeto appartengano. > Capii che ero arrivata troppo tardi, che il sapere era andato perso, e io non avevo la forza di recuperarlo, mi ero attardata, con la mia nascita e in generale; non era una colpa, era solo troppo tardi . Ma allora ha senso ricercare le proprie radici? O quel «naturalmente» usato dall'autrice nell'avvio del racconto sta a > sottolineare l'insensatezza del suo viaggio, (...) quasi che quella sparizione e quel nulla fossero fenomeni naturali o addirittura ovvi . A Varsavia l'autrice ha creduto di trovare la casa dove è vissuta la sua famiglia e scopre che era un'altra, oggi distrutta. > Durante la notte non riuscii a dormire, sognavo la sauna, il ghetto, corpi nudi nella torsione della morte o del piacere, sognavo la diversità, uomini e donne, (...) non so se sono mai stata tra i miei e chi siano i miei, queste rovine attorno a noi e dentro di noi, e il passaggio da una lingua all'altra che compio per poter stare da ambedue le parti, per essere al contempo io o non io, (...) in tedesco la lingua è femminile, in russo è maschile, che cos'ho combinato con questo scambio? E' un libro difficile per la trama disordinata, come se fosse l'insieme di aneddoti, luoghi, personaggi che si affollano nella mente senza trovare un ordine, una sistemazione razionale. E' come se la memoria incombesse e travolgesse la protagonista, sono troppo forti le immagini, troppo intensi i dolori. > Lame di coltello spuntano dalla parete e si muovono a breve distanza dal corpo. Pendono da qualche parte, (...) e tu le descrivi da un'ottica teorica, (...) ma non riesci a restituire quel terrore né il raccapriccio della loro presenza, perché restituirlo significa riconoscerlo e consentirgli un accesso. Tanto terribili sono queste cose. Certo, la storia della famiglia è eccezionale, ma c'è da chiedersi se ha veramente senso sollevare il coperchio del passato, a che cosa porta se non al pianto, al delirio. Il romanzo si chiude con un episodio emblematico. > Quando mi ritrovai di fronte alla casa che doveva essere la mia, (...) un'anziana signora (...) mi disse, o forse fu un rimprovero?, l'ho incontrata un po' troppo spesso da queste parti negli ultimi tempi! E io le risposi stupita che da anni non ero più stata lì. Questo non conta nulla, disse lei . E' una splendida metafora del fascino oscuro della rimembranza. Perché leggerlo? E' difficile, ma elegante e raffinato. Dà uno specchio narrativo di una storia e di una cultura a noi sconosciuta
La fortezza della solitudine
Il romanzo è ambientato nei quartieri «negri» di New York. Lo stile narrativo è portato avanti «per saltelli» rendendo pesante la lettura. È difficile esprimere un giudizio perché non riesco ad avere la giusta concentrazione per seguire una trama apparentemente inesistente e una scrittura difficile, anche tradotta in italiano.
Francesca e Nunziata
Francesca e Nunziata sono due donne, cui il caso ha dato un comune oggetto dʼamore: la produzione della pasta. Il romanzo narra la storia di una famiglia di pastai napoletani e di come si sono evoluti da semplici artigiani a industriali. La storia inizia poco prima della spedizione dei Mille e della caduta dei Borboni. Il nonno di Francesca produce la migliore pasta di Napoli e nel lavoro coinvolge la numerosa prole. È questa la parte più suggestiva del racconto anche per lʼuso del napoletano nei dialoghi. Bellissime sono le scene delle fusillare al lavoro e della loro accoglienza della macchina che avrebbe sostituito il loro lavoro: > Figliulé, figliulé preparateve ʼ a mappatella, preparateve ʼ a mappatella! Le fusillare, sdegnose, ostentatamente finsero di ignorare il complesso articolarsi dellʼingombro, ma le donne di casa si fermarono con lietezza accanto a esso e le bambine gli fecero festa E il nonno cantava «Oro e diamante tene il Sultano ma io tengo ʼ e trezze toie dintʼa sti mane». Era quello il tempo quando > il grande schieramento della sua famiglia, abituato al sacrificio, operoso e animato, aveva sempre attinto da ogni piccola cosa serena felicità, ma fu quello il tempo della gioia più piena . La vicenda riprende poi molto più avanti con Francesca, ormai grande imprenditrice, donna ricca e potente. Come ringraziamento per la guarigione di una delle sue figlie, Francesca adotta Nunziata, una povera orfanella. Nunziata è lʼunica della numerosa prole di Francesca a lavorare nel pastificio, acquisendo quindi fin da bambina lʼarte di fare la pasta. > Non è cresciuta molto, pensava Francesca, è rimasta piccerella, ma tiene una salute di ferro, e poi è una lavoratrice, è come me . Ma Nunziata è una ragazza vivace e sensuale: messa incinta dal fratello acquisito, il bello e colto Federico. Francesca decide di darla in sposa, per coprire lo scandalo, e nel momento di salutarla le chiede che cosa vuole in dono: > ʼ nu ruotolo dʼoro, una parure di diamanti... E Nunziata si era fatta coraggio e aveva alzato gli occhi nel risponderle. Per un attimo gli sguardi si erano incontrati: voglio due ʼingegni per fare i maccheroni > . Nella terza parte del romanzo, Nunziata è diventata una imprenditrice di successo mentre Francesca ha subìto una serie di disavventure finanziarie, che lʼhanno portata alla rovina. I giorni di Nunziata nelle loro scansioni di sole e di ansie, dolori e canzoni, ebbero un contrassegno preciso di laboriosità indefessa, di sacrificio senza negligenze, proprio come quelli di Francesca. Ma nello svolgersi furono più allegri e fortunati e nel lento dipanarsi più soddisfatti. Le rallegrò lʼesistenza e lʼaiutò a vivere: il tressette > . Nunziata è una donna indipendente, non convenzionale, sorretta da un atavico desiderio di vivere, anche delle piccole cose. I suoi amanti, il legame profondo con la famiglia di Federico, ormai in miseria, la pongono in profondo contrasto con i figli. Il declino personale di Nunziata, osteggiata e isolata, è emblematico della fine di una civiltà: Napoli scompare sommersa da una iattura, che avrebbe seccato la linfa di lavoro di un artigianato orgoglioso e capace e cancellato lʼimportanza vitale di esperienze e qualifiche. Il libro è un grande affresco, che può essere letto da tanti punti di vista: il canto di un vigore meridionale che spesso si dimentica, la storia di Napoli e delle occasioni perse, lʼevoluzione di un industria dal lavoro manuale a quello meccanizzato, il ruolo delle famiglie e delle donne. Una storia così complessa si regge non tanto sui personaggi e sulla trama, quanto su uno stile lussureggiante e fascinoso, pur restando sempre ben saldo sul racconto. Oltre alla prima parte, quella più verace ed esilarante, ci sono alcune pagine bellissime, come la descrizione del pranzo offerto da Francesca. Rossi e gialli, disposti in quiete file, appassiti dolcemente dal fuoco, smorzati nella tonalità dei colori, i peperoni ripieni trattenevano nelle nervature svigorite, nelle grinze degli afflosci, lucide untuosità e si allentavano disfatti e quasi sensuali, con le spaccature che lasciavano intravedere il segreto del ripieno e gli occhi delle olive nere«. E poi il tocco finale.» I due uomini di fede andarono a mangiarli nel nascosto della pineta... e così nel buio, solo gli occhi di pietra di un Ercole maligno, senza naso e senza mani, seppero la carnalità del pasto". Perché leggerlo? È un canto a Napoli, allʼindustria, alle donne e alla lingua italiana
Frankenstein a Baghdad
Un vecchio rigattiere, ubriacone e ciarlatano, compone un cadavere con pezzi di corpi dilaniati dalle bombe, così frequenti a Baghdad durante lʼoccupazione americana, negli anni 2005 e 2006. Una vecchina vive in contemplazione di un quadro di San Giorgio, che le ha promesso, secondo lei, il ritorno del figlio, scomparso da venticinque anni nella guerra tra lʼIraq e lʼIran. Hasib, un giovane addetto alla sicurezza di un albergo viene ucciso dallʼesplosione provocata da un kamikaze di nazionalità sudanese. Non è possibile ricomporre il corpo e i familiari dovranno piangere una bara vuota, come avviene spesso a Baghdad, oggi. Ma lʼanima del giovane si impossessa del cadavere ricostruito dal rigattiere e gli dà nuova vita. È merito di San Giorgio, che in tal modo cerca di mantenere lʼimpegno preso con la vecchina, ingannandola a fin di bene? O > ciascun membro della famiglia sognò qualcosa riguardo Hasib, e quei sogni, assemblati e intrecciati insieme, si contemplavano a vicenda, (...) dando vita al corpo onirico di Hasib. (...) E alcuni di loro esagerarono con i sogni, spingendo con le proprie mani lʼaggrovigliata e compatta matassa onirica fino a molto lontano, più lontano di quanto potessero immaginare i familiari, gli amici, i parenti e i vicini di casa insieme, in un luogo che non sarebbe mai venuto loro in mente ? Superstizione, immaginazione, menzogne non sono altro che facce della storia, alle quali si finisce di credere, > dimenticando che erano solo bugie divenute vere in un qualche momento del passato . Quel che sia, un nuovo essere, denominato «Comesichiama» prende vita, agisce in un quartiere di Baghdad; e noi lo seguiamo nella sua vicenda: dapprima un vendicatore, che vuole > impartire punizioni esemplari, (...) per gli innocenti che non hanno alcun sostegno, a parte la propria anima che cerca di difendersi dalla morte ; alla fine un assassino, che uccide per poter rimanere in vita, rimpiazzando i pezzi in decomposizione (una mano, un occhio, le dita dei piedi...) con altre parti, ancora fresche. > Quella era la sua unica giustificazione, Non voleva decomporsi ed estinguersi. (...) Per questo si aggrappava alla vita, forse più degli altri, di quelli che gli concedevano le loro, di vita, e pezzi dei loro corpi, così, per paura . Comesichiama ha tanto da raccontare, ha i ricordi di tutti coloro che gli hanno dato pezzi di corpi, ma lʼunica persona che lo ascolta è la vecchina che crede che lui sia il fantasma del figlio scomparso. Ma anche lei non riesce a comprenderlo, è stanca, è ora di andare a dormire. > Perché non ti riposi, figlio mio? Vuoi che ti sistemi un materassino in cortile? gli disse per porre fine al suo monologo lungo e ramificato. Lui sentì che avrebbe voluto davvero (...) distendersi sul sottile materasso di cotone a guardare il quadrato del cielo e contare le stelle fino ad addormentarsi. Ma quella vita non gli era concessa . Così sintetizzato, il romanzo può sembrare una via di mezzo tra una storia macabra e un racconto metafisico, una rappresentazione dellʼodierna condizione esistenziale, in Iraq come altrove: lʼunico modo per ricomporre la propria frammentaria esistenza, individuale e collettiva, è depredare parti di altre, in un circolo vizioso che non ha fine, perché può sostenersi solo con un saccheggio continuo. Per fortuna, intorno al filone principale si sviluppano altre vicende, che non si capisce se siano di semplice contorno o se rappresentino invece il vero oggetto del libro: la vita di quartiere e i suoi abitanti; le traversie di un giovane e brillante giornalista, stritolato dagli ingranaggi del potere, delle donne e del facile guadagno; un oscuro dipartimento dei servizi segreti, che si affida ad astrologi e negromanti per fare previsioni riguardi agli attentati che insanguinano la città e scoprirne gli autori; ed infine lo scrittore stesso, casuale narratore della paura ormai diffusa, di > unʼimmagine che mutava e si moltiplicava in base al numero delle teste poggiate sui cuscini, nella notte, preoccupate e allʼerta . Molti personaggi e tante situazioni si alternano e si sovrappongono, tutte narrate con tratti ironici e paradossali, rendendo di fatto lʼintero romanzo una grande metafora del potere e di come > ci sono leggi che operano solo in circostanze precise, e quando accade qualcosa che obbedisce a queste leggi lʼuomo si stupisce e sostiene che si tratti di una cosa assurda, una superstizione o, nel migliore dei casi, un miracolo . Delicato, elegante, leggero ma non superficiale, intriso di nostalgia e di affetto per Baghdad, il romanzo è quasi perfetto; gli manca solo il ritmo narrativo. Il racconto si sviluppa lentamente, frammentandosi in troppi episodi e personaggi, confondendo il lettore, privandolo delle sorprese e nel contempo degli approfondimenti psicologici, che avrebbero dato spessore ai protagonisti. Perché leggerlo? È una lettura piacevole pur affrontando una realtà terribile.
I fratelli Karamazov
Il romanzo è ambientato in una città di provincia della Russia e tratta delle vicende della famiglia Karamazov e dei complessi rapporti tra il padre e i figli. Il racconto può essere articolato in tre parti fondamentali. Nella prima parte viene delineato il profilo dei personaggi principali tramite una successione di avvenimenti drammatici, nei quali si manifestano i sentimenti dei figli verso il padre (di disprezzo e di odio, ma anche di consapevolezza di essere «fatti della stessa pasta») e in tal modo anche i caratteri, complessi e contradditori dei protagonisti: Dimitri impulsivo e «animalesco» ma trascinato anche dalla passione e dall’amore; Ivan cinico e riflessivo, ma anche angosciato da un profondo senso di colpa e di disperazione (per il dolore dell’umanità e per la coscienza di essere come il padre); Alesa buono e gentile ma in un certo senso spettatore nei confronti delle vicende drammatiche e posseduto anch’esso da una sensualità, che gli proviene dal padre; e infine il figlio naturale del vecchio Karamazov, Smerdjàkov, che esprime tutto il dolore, il senso dell’ingiustizia e l’odio, presenti anche nei fratelli ma in una dimensione «animalesca» e quindi senza freni. La prima parte del romanzo, la più ricca di temi e di suggestioni, descrive il mondo filosofico e religioso del racconto, nella lunga trattazione su padre Zòsima (la sua visione del mondo, la sua morte e la delusione per la rapida decomposizione del corpo), e poi nel colloquio tra Ivan e Alesa (i capitoli «La Ribellione» e «il Grande Inquisitore»). Nella seconda parte vengono descritte le vicende, che portano all’assassinio del vecchio Karamazov e all’arresto di Dimitri. Si tratta dei capitoli più fragili del libro, centrati fondamentalmente sulla figura di Dimitri e su due personaggi femminili: Katerina Ivanovna (fidanzata di Dimitri ma che ama Ivan) e Grùsenka, la donna che costituisce il movente apparente del delitto (Dimitri ama Grùsenka, che a sua volta è amata dal vecchio Karamazov). La seconda parte si chiude con il riconoscimento dell’amore tra Dimitri e Grùsenka. Nella terza parte viene descritto il processo con le arringhe dell’accusatore e del difensore. Ma il vero oggetto di questa parte è costituito dall’incontro tra Ivan e Smerdjàkov e nellʼaccusa di quest’ultimo verso Ivan: Smerdjàkov ha ucciso il vecchio Karamazov, perché giustificato dalla partenza di Ivan. In realtà è Ivan il vero mandante del delitto. Da questa affermazione hanno origine la follia di Ivan e in un certo senso la decisione di Katerina di portare in tribunale una lettera di Dimitri, che preannunciava il delitto, che sarà alla base della condanna. La critica parla normalmente di due piani in base ai quali vanno «letti» i personaggi: quello empirico e uno metafisico. In realtà bisognerebbe distinguere anche tra il piano metafisico- religioso e quello metafisico-filosofico. Dal punto di vista «empirico» il ritmo del racconto si basa fondamentalmente sul dialogo tra i personaggi e si incarna sul tema della contraddizione tra la razionalità e l’irrazionalità: i personaggi sembrano essere mossi da due forze tra di loro in conflitto ma vengono comunque ricondotti sempre a un «destino» che trova fondamento nella natura intrinseca (nel codice genetico si direbbe oggi) della persona. È questa la vicenda dei fratelli Karamazov: odiano e disprezzano il padre o lo compatiscono (nel caso di Alesa), ma in tutti i casi sono fatti della stessa natura e a quella sono irrimediabilmente ricondotti. Questa ineluttabilità della loro natura è chiara a Ivan (ed è alla base della sua follia); è evidente in Dimitri e in Smerdjàkov, ma traspare anche in Alesa, per esempio nei rapporti con il giovane Kòlja. Come dice Ivan in un colloquio con Alesa: > perché mentire a se stesso, quando tutti gli uomini vivono così e forse non possono vivere in altro modo? Me lo domandi a proposito delle mie parole di poco fa, che uno dei due rettili divorerà per forza l’altro? Permetti pure a me, in tal caso, di farti una domanda: credi anche me capace di versare il sangue di Esopo come Dimitri, cioè di ucciderlo? . Il secondo piano è quello religioso, che è profondamente legato al tema della sofferenza e della sua compatibilità con l’esistenza di Dio. Come dice Ivan ad Alesa nel capitolo «La Ribellione»: > se tutti devono soffrire per conquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano i bambini?... Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore dell’umanità... Non è che non accetti Dio, Alesa: semplicemente gli restituisco rispettosamente il biglietto. Se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma di sofferenze occorrente per pagare la verità, affermo sin d’ora che nessuna verità vale questo prezzo . Non esiste sicurezza nella fede; Alesa stesso dubita nel momento stesso in cui vede decomporsi il corpo di padre Zòsima, e soprattutto non si giustifica Dio se esiste una tale sofferenza nel mondo. Il terzo piano è quello filosofico, legato alla nascita dell’uomo moderno. È nel capitolo del «Grande Inquisitore» che si esprime il contrasto tra il sacrificio di Cristo per dare agli uomini la libertà di giudizio e la volontà della Chiesa (e così di qualsiasi Istituzione) di mantenere gli uomini in uno stato di tutela. Così parla il Grande Inquisitore: > che colpa ha l’anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili?... E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicare il mistero e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa e neppure l’amore, ma il mistero al quale devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità . Il legame tra i tre piani (empirico, religioso e filosofico) è dato dall’affermazione di Ivan che tutto è possibile all’uomo: si esprime in tal modo un concetto di «uomo senza limiti» che è alla base di tutte le vicende del romanzo, della sua costruzione filosofica e delle contraddizioni presenti nei personaggi e nello spirito che anima il libro.
Il Fu Mattia Pascal
Mattia Pascal vive in una cittadina di provincia e si è trovato, quasi per caso, sposato, povero e bibliotecario.Soffre lʼimmobilità della sua esistenza ed è terrorizzato dallʼidea di vivere «così, sempre, fino alla morte, senzʼalcun mutamento, mai..». Per trovare una momentanea evasione fugge a Montecarlo dove gioca al casinò e vince unʼ ingente somma. Scopre poi che nel suo paese è stato trovato il corpo irriconoscibile di un suicida, che si pensa sia lui, Mattia. È questa la parte più felice del romanzo, veloce nel ritmo, ironica, ricca di ritratti ben costruiti e di una rappresentazione efficace della vita provinciale e dellʼambiente dei giocatori del casinò. Alla notizia della sua presunta morte, Mattia decide di scomparire, di essere un altro, libero da tutti i vincoli del passato, > come rifatta vergine e trasparente la coscienza, e lo spirito vigile del mio nuovo io . Si tratta, tuttavia, di unʼillusione, in quanto nellʼinganno non riesce a vivere in modo autentico. Di ciò diviene pienamente cosciente quando si innamora di una donna, alla quale non può dichiararsi. In realtà a Pirandello non interessa tanto il dramma dellʼuomo Mattia Pascal quanto il paradosso di un personaggio che è riuscito ad ingannare anche la morte. La vita non è forse un enorme mistero, si chiede Pirandello, e «tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi» e > se la morte non esistesse, ma fosse soltanto lʼestinzione dello sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa ? Nella seconda parte del romanzo lʼautore perde dʼinteresse per lo studio dei personaggi e delle situazioni, che divengono via via sempre più scontate e banali, e si concentra invece sul tema a lui così caro: la vita come illusione, come una serie di specchi della coscienza, peraltro falsa e ingannevole, dellʼio. Il ritmo narrativo diviene lento e ripetitivo, i dialoghi sono in molti casi ridondanti e il libro perde la freschezza e lʼoriginalità delle prime pagine. Non sorprende la conclusione del romanzo. Mattia Pascal si trova imprigionato tra le menzogne e decide di simulare un nuovo suicidio, ossia di morire unʼaltra volta, e di ritornare ad essere Mattia Pascal. Ma la moglie si è risposata, credendo giustamente di essere vedova, e quindi Mattia Pascal, anche ritornato alla vita «vera», deve continuare a vivere nellʼinganno e nella menzogna. Egli, ormai, è il Fu Mattia Pascal. Il desiderio di «evaporare», come dicono i giapponesi, è una delle aspirazioni, mai veramente espresse, di ogni essere umano. Si può ritornare sui prossimi passi? Si può vivere unʼaltra vita? Pirandello sembra rispondere in modo negativo, ma non perché ritenga che ciò che contino siano i rapporti autentici che abbiamo con le persone e con lʼambiente in cui viviamo, ma in quanto è convinto che tutto è un illusione ed un inganno. È il tema delle grandi opere teatrali di Pirandello, che, dal punto di vista stilistico, fanno perno sulla dialettica tra i personaggi, strumento estremamente efficace per realizzare una sorta di svelamento della menzogna nella quale viviamo. Trasferito questo approccio al romanzo, esso lo rende pesante, contribuendo a ridurre il piacere della lettura. Perché leggerlo? Lo slancio e lʼironia della prima parte del romanzo compensano la lentezza della seconda parte.
Il funerale di zia Stana
>. La narratrice, una tale nullità che non ci viene detto neanche il nome, è una giovane donna che passa il tempo davanti alla TV a guardare le amate serie televisive. Come fanno i giapponesi a barricarsi in casa, non l'hanno una madre? Ed essa costringere la nostra protagonista a lasciare la propria cuccia, così confortevole e protettiva, per andare al funerale della zia Stana, che si è strozzata con un ossicino di pollo. Si ritrova scaraventata dentro le ancestrali e corrose relazioni familiari, nel villaggio della propria infanzia, dove riaffiorano le dinamiche dell'adolescenza, da tanto tempo rimosse o solo seppellite nel più profondo dell'animo. Il racconto è causticamente ironico e insieme così violento da richiedere alla narratrice di fermarsi spesso >. I parenti sono figure estreme, caricature dei ruoli che s'incontrano in ogni famiglia: le personalità forti e quelle remissive, gli odii e i disprezzi reciproci solidificatesi negli anni, la ripetitività dei comportamenti e dei gesti, l'avidità per un eventuale eredità. E al centro lei, la narratrice, invisibile, come quando >. Gli avvenimenti precipitano. Una pioggia torrenziale travolge tutto, trascina la nostra protagonista in una fossa di fango dove finalmente potrebbe marcire in pace; anche se, per la sua sfortuna, è probabile che degli scavi archeologici la riesumeranno dopo secoli: >! Quando per un colpo di fortuna trova un bel rotolo di euro, nascosto in un cappotto. >. Il romanzo è ambientato in Bosnia, ma il contesto potrebbe essere il Giappone, l'Italia, qualsiasi parte del mondo. Il fascino e il limite di molti scrittori dell'Europa dell'Est sono l'universalità delle loro storie. Come in "Melanconia della resistenza" di Làslò Krasznahorkai e in "La buona condotta" di Elvira Mujcic (si vedano le recensioni in questo sito), anche in questo caso l'autrice si muove in una dimensione astorica, surreale e kafkiana. Se da un lato ci si ritrova nella narrazione (chi di noi non è stato a un funerale tra parenti sconosciuti?), dall'altro non si percepisce il dramma di un Paese, come la Bosnia Erzegovina, da anni lacerato da differenze religiose, linguistiche e nazionali, sempre in bilico sulla guerra civile. O è questa una fuga da una realtà difficile e angosciante, che permette di raccontare storie incredibili, come dice l’autrice postfazione? Sotto il profilo narrativo la lettura scorre piacevole all'interno di una trama ben costruita, anche se alla fine ripetitiva e scontata. È vero che la narratrice è una "comparsa", ma il racconto diviene più interessante proprio quando lei emerge, con suggestive finestre sulla sua vita e con evasioni oniriche, troppo brevi scorci sulla sua personalità. Perché leggerlo? Per la sua rappresentazione ironica e surreale di una famiglia.
Fuoco
Il libro fa parte di una collana che vuole trattare i temi sociali e civili attraverso il noir. In questo caso il contesto è la camorra. Leonardo è un imprenditore colluso con la criminalità. Per vendicarsi di un torto cerca di uccidere una persona protetta da un potente capo clan ed è quindi costretto alla fuga, insieme con la figlia ignara del vero lavoro del padre. Si rifugia momentaneamente in un villaggio turistico in Salento. In parallelo, si sviluppa unʼaltra storia: Lu è un ragazzo difficile, che il padre manda per alcuni giorni presso alcuni parenti, sempre in Salento, vicino al villaggio turistico, dove alloggia Leonardo con sua figlia. Tra questʼultima, di nome Cecilia, e Lu comincia una storia dʼamore. Nel frattempo, per difendersi, Leonardo prende contatto con un altro capo clan, acerrimo nemico del primo camorrista. Mentre Leonardo sprofonda sempre più nella collusione con la criminalità, tanto da partecipare al tentativo di incendio di un bosco vicino al villaggio turistico, Cecilia si rende sempre più conto della vera vita del padre, che credeva onesto. I camorristi rapiscono Leonardo e Cecilia, ma lʼintervento di Lu salverà la ragazza e lʼamore farà trovare al ragazzo un equilibrio psichico che prima gli mancava. Il romanzo intreccia molti temi: la storia criminale con il legame tra mondo degli affari e camorra, il disagio sociale dei giovani, lʼassenteismo dei genitori, sempre presi dai loro problemi e poco vicini ai figli, lʼambiente come occasione di affermazione di potenza ( sono infatti inspiegabili le ragioni di incendiare un bosco se non quelle legate al prestigio e alla ricerca della visibilità da parte della criminalità). Il racconto si sviluppa con una certa leggerezza, con ironia senza calcare i toni. Ne risulta una lettura piacevole e accattivante, anche aiutata da un stile efficace e veloce. Perché leggerlo? È un libro che tratta in modo piacevole temi importanti di rilevanza sociale.
Fuoco amico
Eyal, figlio di Yirmy, è stato ucciso, durante il servizio militare, dai suoi stessi compagni, che lo hanno scambiato per un ricercato palestinese. Amotz, cognato di Yirmy, nel dargli la notizia della morte del figlio, usa senza volerlo un termine crudele: Eyal è stato ucciso da un fuoco amico. Questa è la premessa del racconto, che prende le mosse dal momento in cui Daniela, cognata di Yirmy, parte per lʼAfrica, dove il cognato è andato a rifugiarsi e dove è morta la sorella. Da questo momento il romanzo si sviluppa secondo due traiettorie parallele: il viaggio di Daniela in Africa e la vita di Amotz, da solo, in Israele. Daniela vuole sapere dove è morta la sorella e in qualche modo sta compiendo un viaggio di liberazione dalla sofferenza e dalla morte. Ma vuole anche capire perché il cognato, ormai settantʼenne, vuole vivere in Africa. Il paesaggio, gli animali e le persone costituiscono lo sfondo di un costante colloquio tra Daniela e Yirmy, nel quale si sovrappongono temi familiari ( la sorella, la ricerca da parte di Yirmy delle vere circostanze nelle quali è morto il figlio) e temi più generali, legati alla condizione di Israele e alla peculiarità di una religione, quella ebraica, così dura e severa. Se è possibile darsi una ragione della morte dei propri familiari, ben più difficile è superare con serenità lʼ angoscia esistenziale di un popolo. Ed allora, lʼunica possibilità è la fuga in un continente lontano: sono venuto, dice Yirmy, > a prendermi una pausa dal mio popolo, dagli ebrei in generale e dagli israeliani in particolare «tutto quello che mi opprime scivola via senza filosofie e discussioni». A sua volta Amotz, titolare di una azienda di progettazione deve trovare una soluzione a strani rumori che provengono dal vano ascensori di un condominio: è un problema tecnico o cʼè qualche cosa di misterioso, di insondabile, che proviene da un paese che vive con leggerezza una condizione sullʼorlo del precipizio? Fuoco amico tratta molti temi, forse troppi: la morte, la famiglia, la religione, il destino di un popolo, la fuga da tutto. Il filone conduttore è costituito dallʼidea che la vera minaccia non viene dallʼesterno ( per esempio, dai palestinesi) ma da noi stessi, da un popolo, quello ebraico, che ha sempre errato senza mai volersi integrare con gli altri. Il libro non vuole essere un atto di accusa verso Israele, anche se le pagine relative alla Bibbia sono senza dubbio molto critiche, ma costituisce unʼ espressione di una profonda sofferenza esistenziale. Il popolo israeliano è oggi come quellʼelefante che viene portato in giro come una attrazione perché possiede un occhio gigantesco. > Daniela si sente stringere il cuore alla vista della sua sofferenza, quasi fosse un congiunto. E in quellʼiride screziata di azzurro, di giallo e di verde che la guarda con tristezza si raccoglie una goccia che a poco a poco si trasforma in una lacrima, seguita da unʼaltra, e il pianto di quellʼanimale muto, e forse anche grato, sconvolge Daniela nel profondo, come se in quel momento si avverasse finalmente il desiderio che lʼha condotta in Africa durante la festa di Hanukkah . Fuoco amico esprime la sofferenza di un popolo e la sua incapacità di uscire dalla propria condizione. Il difetto, però, del libro è che il tema si sviluppa lentamente, quasi sommerso dalle parole, che sembrano servire a nasconderlo e a disperderlo. Il periodare è piacevole ma la lentezza, la mancanza di ritmo narrativo, lʼuso monotono dellʼ espediente di raccontare due storie parallele sono tutti fattori che rendono il libro prolisso e noioso. Perché non leggerlo? È un racconto dispersivo, pesante malgrado lʼabilità collaudata dellʼautore. Il lettore si perde in una infinità di parole.
Fuoco su Napoli
Lʼoggetto del romanzo è Napoli: «un cadavere in avanzato stato di decomposizione». Diego Ventre è un avvocato brillante e raffinato, ma in realtà un camorrista. Viene a sapere da un vulcanologo che una eruzione distruggerà gran parte della città. Diego vede in questa catastrofe la possibilità di rinnovare Napoli, di interromperne il declino, ma anche capisce che si possono fare dei grandi affari. Tiene nascosta la notizia e inizia una serie di operazioni speculative. Nel frattempo si innamora di Luce, figlia di una grande famiglia di aristocratici. Inizia un corteggiamento, con il quale Diego può esprimere tutta la sua cultura classica e i suoi gusti raffinati. Ciò non gli impedisce di continuare la sua azione criminale, a tessere trame affaristiche, a corrompere e a minacciare. Napoli viene distrutta dalla furia della natura, Diego e Luce si sposano, ma proprio nel giorno del matrimonio Luce scopre di aver sposato un mafioso e un violento. Fugge, viene catturata dal nemico di Diego, violentata più volte come sfregio, ma proprio nel momento dello stupro arriva Diego che uccide il nemico e poi punta la pistola al petto della ragazza. La vuole uccidere secondo un codice mafioso, che non può accettare che la propria donna sia stata di un altro uomo, o è solo un gesto protettivo? Non lo sapremo mai perché in quel momento Diego viene ucciso dal fratello. Lʼautore riprende uno spunto di Curzio Malaparte nella Pelle (lʼeruzione del Vesuvio come distruzione e creazione di una nuova Napoli) ma questa idea resta solo sullo sfondo. In realtà, tutto il romanzo sviluppa intorno a Diego, eroe negativo ma ammirato in fondo e mezzo per un compiacimento estetizzante del bello e del brutto di Napoli. La debolezza della trama, la povertà di analisi dei personaggi, i continui richiami ad una città irreale, perché fatta solo di monumenti, i soliloqui del protagonista, pedanti e inconcludenti, sono tutti fattori che riducono il racconto ad una serie di immagini, di bozzetti. Come ha scritto lʼautore riferendosi a Napoli, > è un romanzo senza storia, un romanzo senza capitoli. Le parole sembrano montate a caso, senza un vero prima e senza la speranza di un dopo . Perché non leggerlo? È inutile.
Fuori da un evidente destino
L’ambiente è una città americana nel territorio dei Navajos. Jim, mezzo indiano e mezzo bianco, ritorna nella sua città per essere coinvolto in una serie di omicidi commessi da un’ombra vendicatrice, che era attivata da un suo avo indiano per vendicarsi di un eccidio commesso da alcuni avventurieri. È un ritorno nel passato, sia quello lontano, che quello più vicino a Jim, legato alla sua infanzia e alla sua scelta di abbandonare la città natale. La conclusione del libro è in parte ovvia, i colpevoli di ieri e di oggi vengono puniti, e in parte è amara, in quanto Jim deve sacrificarsi, uccidendosi, per interrompere la furia vendicatrice dell’ombra, che è la sua ombra. La storia è troppo new age, così come lo è lo stile. Ma il ritmo narrativo si mantiene sostenuto così da rendere la lettura piacevole e avvincente.



















