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Caduto fuori dal tempo: storia a più voci
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Caduto fuori dal tempo: storia a più voci

Grossman ha perso un figlio, ucciso durante la leva militare. È una ferita così immensa che si sente > mutilato della memoria.... prigioniero di una celletta remota nel penitenziario del mio spirito , come se «la mia vita assomigliasse a qualcosa mai accaduto». Ed allora sente il bisogno di creare un racconto. > Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio,sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione!.... se non scriverò non potrò capire nemmeno chi è lui ora, mio figlio, intendo Grossman immagina un villaggio, dove tutti hanno perso un figlio, ma non possono esprimere pienamente la disperazione per ordine del duca, ossia del potere: > indifferente, lento, fiacco, non cʼè dubbio: un duca esemplare . Lo scriba ha il compito di spiare gli abitanti per controllare eventuali trasgressioni del divieto. Svolge in qualche modo la funzione del narratore esterno. Trascrive le voci dei genitori in lutto, i quali, come in un coro della tragedia greca, gridano, in un canto funereo, dolce e irato ad un tempo, la propria storia e il proprio desiderio di riavere il figlio. Il loro canto esprime tutta la nostalgia e lʼangoscia di un rapporto tra genitore e figlio, che si interrotto bruscamente: il tenero ricordo della nascita e di quando era bambino, il rimorso di non essere stato un bravo padre, di non essergli stato vicino, il desiderio di sentire, almeno per unʼultima volta, il suo odore, toccare la sua pelle, abbracciarlo. > E allʼimprovviso, dentro di noi, sale il vapore del suo corpo intero, intatto e per un istante possiamo immaginare, è qui . La fissità del dolore potrebbe durare in eterno, ma viene rotta da un uomo, che decide di incamminarsi verso «laggiù», laddove pensa sia il figlio. Lʼatto disperato dellʼuomo mette in moto anche gli altri abitanti. Come in una processione sacra, camminano verso quel luogo misterioso che è lʼaldilà. La loro marcia si ferma davanti ad un muro, dinanzi al quale cadono in ginocchio > e ognuno di loro, e ognuno di noi, chiama per nome in un sussurro il proprio figlio Ed allora Grossman capisce che suo figlio è morto: > riconosco la verità di queste parole. È morto, è morto, ma la sua morte non è morta . La memoria si distacca dal dolore e, per quanto è possibile, ricordiamo senza soffrire. Ma allora il racconto, come la ritualizzazione del lutto, permette di allontanare il figlio: > è solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io abbia potuto trovare per tutto queste parole . Il libro è una commistione tra prosa e poema. In prosa sono le annotazioni dello scriba e le riflessioni del Centauro, metà scrittore e metà scrivania, che rappresenta certamente lʼautore. La struttura in versi è utilizzata per il coro, che svolge due funzioni: riportare i dialoghi tra i diversi personaggi, i quali, più che parlare tra loro, comunicano con il figlio perduto: dare voce collettiva ai «viandanti», ossia al gruppo che si dirige alla ricerca dei figli defunti, nellʼaldilà. La forma narrativa è quella tipica della tragedia greca, con la differenza significativa che non si assiste ad uno svolgimento della storia, con un momento finale di effettiva catarsi. Non cʼè drammaticità nella trama complessiva, non cʼè di fatto una storia. Dʼaltra parte, il racconto è introspettivo, tutto allʼinterno della coscienza dellʼautore. Il contesto è kafkiano, surreale, non tragico. Si tratta di un percorso interiore nel quale i personaggi non sono altro che momenti della disperazione di Grossman, della sua angoscia e del suo disperato tentativo di accettare la morte del figlio. La mancanza di una trama narrativa fa prevalere il particolare rispetto al mondo complessivo del racconto. La narrazione si trasforma in frammenti poetici, suggestivi di per sé, ma isolati e dispersivi, in un contesto narrativo privo di svolgimento. Il lettore deve quindi farsi avvincere dal fascino delle singole parole e frasi. Si pensi al seguente periodo: > come nel momento in cui un neonato irrompe dallʼutero e dal corpo della madre, la morte di mio figlio mi ha trasformato nel padre che non sono mai stato, mi ha trafitto con uno squarcio e una ferita e un senso di vuoto, colmandomi altresì della sua presenza che da allora mi sommerge con unʼintensità mai vista.La sua morte mi ha reso capace di concepirlo. La sua morte mi ha reso un guscio vuoto di padre e anche di madre.La sua morte mi porta a scoprire un seno a chi non lo succhierà mai, e sulle pareti del mio utero, creatosi quel giorno, incide con le unghie di un prigioniero fuggitivo la conta dei giorni trascorsi senza di lui. Così, con uno scalpello trasparente, la sua morte ha scavato in me una consapevolezza: chi perde un figlio è immancabilmente donna . Perché non leggerlo? Troppe suggestioni allʼinterno di una storia priva di ritmo narrativo. Alla fine è noioso.

David GrossmanOscar Mondadori
Cantilena mattutina nell'erba
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Cantilena mattutina nell'erba

> Il mondo intero era pieno di incantesimi in fermento nella nebbia che dilagava. I blocchi di lava si trasformavano in fortezze, i picchi di roccia in torri.... la nebbia fluttuava sopra le valli, trasformandole in calderoni ribollenti, calderoni delle Norme, e planava sulla lava, sui luoghi sacri, su alture lontane invisibili dai sentieri battuti dai cavalli. E la nebbia si riversa. Da dove vieni? Cosʼaspetti? Hai qualcosa davanti a te?, qualcosa dietro? O è solo questo, solo la tua vita, qui e ora, ovvero da nessuna parte? Come, perché, tu? Un ambiente irreale e angosce esistenziali attraversano tutto il romanzo. Siamo nel medioevo, nella mitica Islanda, Sturla è un personaggio storico, che persegue lʼambizioso disegno di unificare tutta lʼisola. Nella prima parte del libro, la più suggestiva perché forse ambientata nella natura misteriosa di unʼisola fredda e calda nello stesso tempo, la facile amicizia dei giovani si trasforma in tradimenti, uccisioni e violenze che contraddistinguono le lotte continue tra i clan. Bellissima è la scena iniziale della tempesta, dove la solidarietà permette al gruppo di ragazzi di salvarsi: ma è un legame che può sopravvivere solo nel sogno, in un castello fatato, dal quale bisogna uscire verso il proprio destino: > allora venne preso da un tale torpore che gli fu impossibile stare sveglio. E fu come se le sale là dentro si rinchiudessero nella montagna. Gli parve di svegliarsi di sobbalzo e che il paesaggio scomparisse nella nebbia. Allora si svegliò. E mai più ritrovò quel castello e i suoi abitanti . La lotta tra i clan conduce Sturla a compiere delitti, anche contro la chiesa. Nella seconda parte del romanzo Sturla va in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono: è un viaggio per unʼ Europa medioevale dilaniata dalla violenza, in una paesaggio triste e cupo. I rimorsi perseguitano Sturla e si palesano in incubi notturni, in visioni terrificanti di corpi dilaniati. Quale deve essere la sorpresa quando ad accoglierlo non è una città santa, ma una Roma pittoresca e corrotta, che lo assolve in una scena surreale, dionisiaca e felliniana, tra personaggi mascherati, più degni di un festa orgiastica che di una cerimonia di espiazione. Al ritorno da Roma, Sturla si ferma a Parigi per impadronirsi delle arti della magia nera così da avere un mezzo in più per conquistare lʼIslanda. La terza parte del romanzo è un epilogo. Sturla comincia nuove battaglie e compie altre crudeltà: ma non è più sicuro di sé stesso, la sua debolezza lo perderà e lo condurrà alla morte. È ormai un uomo dai due volti come un personaggio di una leggenda, che si diceva che > per metà il suo volto era brutto e spaventoso, e così anche il corpo, mentre dallʼaltra parte era chiaro e bello quanto si potrebbe desiderare . La forza e la debolezza del romanzo stanno nella sua frammentazione: una serie di scene, fatte di una avvallarsi di episodi e di sogni, pensieri del personaggio, e sorrette da una prosa ricca di suggestioni, per certi aspetti vicina alla poesia. Anche se fortemente ambientato nel contesto islandese, da cui trae fascino ed ispirazioni, in realtà ciò che emerge è il dramma di un uomo che va verso la modernità e che non riesce a farsi rinchiudere, e limitare, dalle regole della società medioevale. Nei suoi dubbi e nel suo conflitto interiore, Sturla è veramente un personaggio dai due volti: il passato, e il suo ruolo sociale, che lo vuole guerriero e capo clan, e la coscienza di una inutilità esistenziale, di un divenire. Nel capitolo che dà il titolo al libro, la descrizione metafisica del mattino sintetizza questa sospensione e chiarisce il fascino della scrittura. > È mattino. Cʼera quiete, mentre il sole saliva sul crinale del monte, prima colmando di luce il passo, poi correndo ad abbracciare pareti e rocce. Addolciva massi e pietre aguzze, ne imbiancava qualcuna, ne indorava altre, smussava le asperità di picchi e rupi. Il vento era così tenue che i fili dʼerba erano immobili e rispecchiavano dritti e rigidi nel piccolo ruscello, aspettando. Che cosa?. Che fosse il momento, ancora una volta. E i fiori esultavano, quando il sole li abbracciò così delicatamente che non un calice né un petalo si mossero. Non regnava né gioia né dolore, erano la stessa cosa. Erano la stessa cosa, non cambiava nulla. Ma se era dolore, era così soave in quel chiarore appena nato, in quella resurrezione dorata, che non era pena; se invece era gioia, non era felicità. Ma il tempo attendeva in agguato, con la caducità insita in ogni cosa nellʼeternità del tutto, quando ogni cosa tende a tornare alla terra e a disgregarsi e a dissolversi in materia primordiale in cerca di forme nuove e sconosciute . Perché non leggerlo? La suggestione dei bozzetti, la profondità dei concetti, la bellezza delle descrizioni della natura non riescono a compensare la frammentazione del racconto e la frequente incomprensibilità dei contenuti e della successione degli avvenimenti.

Thor VilhjalmssonIperborea
La capitana del Yucatan
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La capitana del Yucatan

Il romanzo è ambientato a Cuba, durante la guerra ispanico-americana del 1898, che portò la Spagna a perdere le sue ultime colonie. Uno «yacht», l' Yucatan, deve forzare il blocco navale degli Stati Uniti per portare armi e provviste alle truppe spagnole, in gravi difficoltà per la concomitante avanzata dei ribelli indipendentisti e per la pressione della potente flotta americana. E' un vascello di piccole dimensioni, ma è un capolavoro d'ingegneria: le sue macchine gli permettono di toccare i ventisei nodi, il suo scafo di acciaio è suddiviso in diversi compartimenti stagni e dotato di una cintura di protezione, formata di fibre di cocco, che lo rendono inaffondabile. E meraviglia della tecnica! Lo «yacht» può inabissarsi lasciando visibile solo il ponte, così da sembrare un rottame alla deriva. Pure Salgari è rimasto abbagliato dai prodigi della tecnologia o cerca in tal modo di emulare il fascino del Nautilus di Giulio Verne, suo concorrente diretto. A comandare lo Yucatan è la marchesa de Castillo. La Capitana > aveva una bella testa, adorna d'una capigliatura abbondante, d'un nero assai cupo e ondulata come quella delle gitane spagnole, (...) aveva la pelle di quel pallore senza riflessi, d'una tinta strana, che solo si trova nelle creole delle Grandi Antille, (...) occhi di un nero perfetto, (...) lunghe palpebre setose, (...) labbra rosse come un melagrana. Dopo una tale descrizione ci saremmo aspettati una storia ammaliante come quella di «Yolanda la figlia del Corsaro Nero» o ambigua e misteriosa come il racconto di «Capitan Tempesta» (vedi recensioni in questo sito); e invece la marchesa de Castillo sta ai margini, emergendo solo a tratti e in un ruolo comprimario, mentre il vero protagonista è il tenente Cordoba, > un lupo di mare  (...) di statura piuttosto bassa, tutto nervi e muscoli, con un viso angoloso, abbronzato dal sole della zona torrida e dalla salsedine dell'aria marina. E' lui che conduce l' Yucatan e il suo equipaggio in una successione di avventure, in mare e in terra. In una di queste imprese Cordoba, con una piccola scialuppa, va a sganciare dei siluri contro una cannoniera facendola esplodere e aprendo la via al piccolo vascello; in un'altra l' Yucatan si nasconde in una grotta marina, in un'altra ancora riesce a fuggire abilmente tra una moltitudine di scogli e di secche. Siamo nella costa Sudest di Cuba, di fronte al Messico, piena di isolotti, di canali marini simili ai fiordi, ricca di una natura lussureggiante, descritta sempre con toni cupi, quasi ad anticipare il finale dolente. Il mare è abitato da > splendide meduse somiglianti a grosse lampade di vetro smerigliato, d'una tinta pallidissima ; i fenicotteri assumono un aspetto fantastico, con la coda > coperta di penne d'uno splendido color rosa carminio, che lungo le ali diventa d'un superbo color rosso corallo o rosso fuoco ; nelle foreste predominano manghi giganteschi, con > liane smisurate che salivano e scendevano lungo i tronchi con mille contorcimenti o aggrappandosi ad una infinità di piante parassite che formavano dei fitti festoni ; e > l'aria è talmente pregna d'umidità che corrompe ogni cosa , tutto si guasta, ammuffisce, si decompone, su tutto grava la terribile febbre gialla. Tra questi miasmi malefici si compie l'ultima corsa dello Yucatan. Troppa è la potenza degli Stati Uniti! Non si può lasciare il meraviglioso vascello agli imperialisti americani, meglio affondarlo con la dinamite. > La marchesa gettò uno sguardo lagrimoso sulla fumante carcassa, semisommersa fra le acque e le sabbie e mormorò, con un sospiro: «la nostra missione è finita!». In misura maggiore che in altri romanzi emerge il Salgari divulgatore. Mescolando paesaggi a lui vicini e resoconti di viaggiatori e geografi (nella seconda metà dell'Ottocento anch'essi ricchi di immaginazione), lo scrittore descrive il mare e le coste in modo minuzioso, con dettagli naturalistici e marinari. Nello stesso modo si comporta nel racconto dell'assedio di Santiago, enumerando le navi americane e illustrando le diverse battaglie. Da un lato ci sono i valorosi ma sfortunati spagnoli e dall'altro i perfidi americani, > il sindacato dei finanzieri , gli imbelli negri ( > grandi cappellacci, piume gigantesche, (...) una tremarella indiavolata) , e i creoli che mancano di coraggio, forse si chiede Salgari, per il clima o l'oppressione costante degli spagnoli. Si sente puzza di razzismo o, più banalmente, un desiderio di rivalsa per la grave sconfitta subita dall'Italia in Etiopia (Adua è del 1896). L'intento divulgativo appesantisce il ritmo narrativo, frammentato e rallentato da troppe digressioni. Manca poi quel sistema di personaggi tipico dei romanzi di Salgari che contribuisce ad alleggerire la trama: un protagonista, generalmente tenebroso, con due caratteri di spalla, spesso lievemente ironici e sapientemente realisti. Qui a dominare la scena è Cordoba, carattere troppo consapevole della propria superiorità di lupo di mare per dare spazio agli altri attori, persino alla stessa Capitana, la quale, infatti, si dichiara sua allieva. Perché leggerlo? E' prolisso e ripetitivo a tratti, ma offre uno squarcio di un pezzo di storia poco conosciuto.

Emilio SalgariRBA Italia
I casi del commissario Croce
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I casi del commissario Croce

Nel prologo Ricardo Piglia riporta un'annotazione di Carlo Marx sul male, come > principio fondamentale che ci rende creature sociali, (...) risiede qui la vera origine di tutte le arti e le scienze e, a partire dal momento in cui il male dovesse cessare, la società necessariamente decadrebbe, se non addirittura perirebbe . Se pensiamo alla storia dell'Argentina, storia che l'autore attraversa saltellando qua e là, la violenza, lo sterminio dei popoli nativi, i ripetuti colpi di stato da parte dei militari, il populismo peronista e il liberismo spietato, la repressione poliziesca sino ai desaparecido, non sono anomalie ma elementi connaturati a una società capitalistica; e solo con un approccio razionale si può trovare una spiegazione possibile. Per raggiungere questo fine Ricardo Piglia ha inventato il commissario Croce, un «geniale investigatore» con il nome di un filosofo italiano hegeliano, Benedetto Croce. E' una coincidenza? No di certo, se si considera che «il vero destino di un kantiano è la scuola di polizia» anche se > nessuno è padrone dei propri pensieri. Non esistono le cosidette proprie idee, pensare o è appropriato o non è appropriato e pure «se non distruggiamo i pensieri, i pensieri distruggono noi». Per spaziare liberamente Piglia non sviluppa un'unica trama, ma si affida a racconti, che l'autore vorrebbe presentare come casuali, inseriti senza un filo logico. In realtà, forzando forse l'intenzione dell'autore, li possiamo raggruppare in alcuni filoni. Il "Film", «L'eccezione», «L'impenetrabile,»La Promessa > , sono racconti che riguardano momenti salienti della storia argentina. Si prenda L'impenetrabile > dove Croce  è incaricato di risolvere la scomparsa dell'ingegner Panizza, noto industriale ma dal passato oscuro. Croce risale il Rio della Plata, gli era facile perché aveva trascorso molte estati sulla vasta laguna (...) per sfuggire alla routine e condurre una vita filosofica«. E quando lo incontra, Panizza  dice parole enigmatiche (tipo»l'organizzazione del tempo, e non l'invenzione della macchina a vapore è la chiave del capitalismo > ) per poi squagliarsela definitivamente. Chi è Panizza? E' uno dei tanti europei scappati dopo la seconda guerra mondiale e che non vogliono farsi trovare? E che dire del pianto del commissario nel finale del racconto il Film > , quando Croce scopre che la biondina protagonista della pellicola pornografica è Evita Peron, quella donna che tanti avevano amato come una vergine > . Altri racconti rappresentano i tratti essenziali della società argentina: la malinconia ( La musica«), la superstizione come in»L'Astrologo«e in»Tigre«, la virilità come nel paradossale e indecifrabile»Signora X«, l'amore per il rischio come nel»Giocatore > . E infine Piglia si sofferma sul genere criminale facendo intravedere la sua predilezione per le storie poliziesche all'Agata Christie e per i misteri sconcertanti di Poe. I racconti sono un manuale d'istruzioni e di riflessioni, da cui scopriamo che il metodo di Croce opera mediante analogie metaforiche, combina l'intuizione poetica con la precisione matematica" («La conferenza», «La risoluzione» e  «Il metodo»). Sullo sfondo c'è sempre l'Argentina: > le strade sono deserte, non c'è un'anima da nessuna parte, non c'è nessuno al porto, è tutto morto, una cosa demenziale, ettari ed ettari di campagna e dietro non c'è niente, cani randagi, ossa al sole, e solo vento, polvere e solitudine. (...) Siamo stati sconfitti  così tante volte che ormai non cambiamo più . Sarebbe necessario conoscere l'Argentina e la sua storia per apprezzare questi racconti; eppure, queste brevi storie ci creano dell' invidia immaginando quale potrebbe essere il nostro Noir, oggi di così grande successo, se ripercorresse il nostro passato recente favorendo la trasmissione della Memoria. Dal punto di vista narrativo la lettura riporta ai «sessanti racconti» di Dino Buzzati (vedi recensione in questo sito): lo stesso senso del paradosso e la medesima disillusione rassegnata. Se si pensa che «i casi del commissario Croce» sono l'ultimo libro di Piglia, scritto quando era già un malato avanzato di SLA, siamo dinanzi a un ben triste testamento, insieme con il desiderio di lasciare un approccio letterario e trasmettere la passione per il genere criminale. Si fa fatica a finire la lettura, talvolta i racconti sono dispersivi, con numerosi incisi narrativi, talvolta le storie sono troppo paradossali, come accade in Buzzati, è difficile restare avvinti. Perché non leggerlo? E' interessante ma prolisso e frammentario.

Ricardo PigliaEdizioni SUR
Cassandra a Mogadiscio
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Cassandra a Mogadiscio

> Jirro in somalo significa «malattia», letteralmente è così. (...) Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra. Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l'inferno e il presente. Questo libro parla di questa malattia, fisica e spirituale, lacerante e nostalgica; e lo fa con un taglio autobiografico, che si costruisce > in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti , come scrive Scego nella sua postfazione. L'autrice immagina un colloquio con la nipote che vive a Londra, e la trama è cadenzata da parole chiave in somalo, che partendo da Jirro prosegue in una serie di tappe di storia personale, familiare e collettiva: eventi, relazioni, fisicità, memorie, profezia. Gli eventi sono due: il 1971, quando i genitori hanno abbandonato la Somalia dopo il colpo di stato di Siad Barre, il 1991, quando la Somalia precipita nel caos della guerra per bande. > «Nessuna strada ci riporterà a casa, figlia», dice lei (Halima, la madre di Scego) con una durezza che non le ho mai sentito prima. > Le strade sono state interrotte. Le case sono crollate su se stesse. Noi siamo diventati belve. E Mogadiscio è stata seppellita dai suoi stessi abitanti sotto un cumulo infinito di cadaveri . La Somalia in guerra, ma sempre lì nel cuore, strazia le relazioni tra la madre e Igiaba. Un giorno, nel 1989, la madre attraversa Roma per un possibile lavoro di domestica ma è respinta perché nera. > Urla nel silenzio. (...) E con quell'urlo, senza voce, con quell'umiliazione senza tempo, si insinua nella mente colma di nostalgia lo skyline di Mogadiscio. Arrivato lì, al centro dei suoi sospiri, per confortarla. Torna in Somalia; scompare per due anni senza dare più notizie perché travolta dalla guerra civile. Per Igiaba, ancora adolescente, è un abbandono con un impatto devastante: comincia a soffrire di bulimia nervosa. > Dagalka wabu dilai je'eelka. La guerra uccide l'amore. (...) Io vomito la guerra. Fino ad azzerare in me ogni sogno. Fino ad azzerare in me ogni me. Come quei parenti di mia madre persi nella bruma del loro scontento. E nel Jirro che non gli dava tregua. Al ritorno, Halima comincia a parlare alla figlia, > da donna a donna. Se prima le aveva raccontato della sua infanzia, in campagna a pascolare le pecore, adesso le narra la sua vera vita. > Il trauma di aver perso il paese natale lei e il paese di origine io ci accumunava nel lutto. (...) Voleva, a livello inconscio, (...) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Halima ricorda di come sia stata infibulata, e naturalmente > parlava di papà. Costruiva la sua leggenda. (...) Lei una centralinista e lui un uomo bellissimo, primo cittadino di una città che odorava di spezie. Poi, avvolta nella sua veste bianca, ogni tanto (...) mi cercava con lo sguardo. E in quel contatto di occhi, io figlia, lei madre, pensavamo al profugo. All'esilio che avevamo attraversato insieme. Quella malattia agli occhi che perseguita oggi Igiaba, ormai verso la menopausa, quel non aver figli o un marito, tutto questo deriva, forse, dall'avere somatizzato la lacerazione della sua vita, lei italiana innamorata di Roma, lei figlia di una Somalia distrutta?  Che la tragedia dei popoli colonizzati, sfracellati e destinati all'oblio, le sofferenze dei migranti del mondo, le guerre, le stragi , le donne e i bambini violentati e trucidati, che tutto questo sia un segno di un destino che ci aspetta, anche noi ricchi, confortati dalle nostre belle leggi, e dall'aria condizionata? Un' amica ha proposto a Igiaba di leggere le Troiane di Euripide. Al centro c'è Cassandra che dice: > Io porto la fiaccola, io celebro, inondo la luce, vedete, con questa mia lampada il tempio. Come Cassandra, anche noi (umanità dilaniata) la portiamo la fiaccola. (...) Portarla è il nostro fardello. I romanzi di Scego hanno un filone comune: l'intreccio tra storie personali e vicende generali e come sia possibile scoprire sé stessi, e gli altri, solo dal dipanarsi di questo inviluppo dentro la propria coscienza. E' quindi  imprescindibile per l'autrice scrivere racconti complessi, con molte vicende parallele in un contesto fortemente politico, e poco psicologico. In «Oltre Babilonia» del 2008 il punto di sintesi è data dalla lingua, in quella scuola di arabo, dove gente di diverse provenienze studia questo «esperanto»; in "Adua > del 2015 l'autrice parla di un tradimento, di un'Italia amata che scaccia il migrante, e infine in quella commistione di realtà e fantasia che è Una linea di colore > del 2020,  due donne realmente vissute si sintetizzano in un personaggio inventato, che porta con sé le ferite dell'emigrazione e della schiavitù, (vedi le recensioni di questi libri in questo sito).  In Cassandra a Mogadiscio" Scego cambia prospettiva, come non mai parla di sé stessa, confessa le proprie fragilità fisiche e psicologiche. La brillante e simpatica scrittrice, incontrata in tante Feste dell'Internazionale, si rivela una personalità tragica, che evoca e interiorizza dolori esistenziali e planetari: un Ungaretti contemporanea. Parla della Somalia? No, sta parlando del suo Paese amato, l'Italia, sull'orlo della frantumazione, della sua Roma, in balia della violenza verbale e fisica, della sua adorata lingua, l'italiano, che pare ormai destinato a una regressione nelle sue antiche lingue locali. Insomma, narrando la sua famiglia e il suo Paese di origine, Scego riflette su sé stessa come italiana. Dov'è la Terra Promessa? O quella di Ungaretti è solo un'utopia disperata? Il punto di forza di Scego è sempre la scrittura; pur in un italiano semplice e immediato, l'autrice evoca sensazioni che lasciano il segno nel lettore: sono spesso brevi frasi, messe lì inaspettate, non sempre inserite nel filo della narrazione, quasi che Scego si lasci trasportare dalle emozioni più che dalla trama. Quest'ultima è un punto di debolezza; la ricchezza della narrazione non è ricondotta in modo efficace a una sintesi facilmente rintracciabile dal lettore. A questa confusione narrativa contribuiscono gli espedienti letterari che tanto paiono piacere alla scrittrice; in questo caso sono i colloqui con la nipote così come la scansione dei capitoli per parole chiave, che spesso non sintetizzano i contenuti dei capitoli stessi. Scavando poi come non mai nel proprio intimo e nelle proprie relazioni fondamentali, in particolare verso la madre, emerge la carenza delle analisi psicologiche. Quelle di Scego, come di molti autori non occidentali, sono storie corali, introiezioni del dolore universale più che introspezioni dei propri sentimenti. Perché leggerlo? Si scopre una Scego non conosciuta, la lettura è tuttavia difficile.

Igiaba ScegoBompiani
Chi dice e chi tace
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Chi dice e chi tace

Il romanzo è ambientato a Scauri, un paese in provincia di Latina, dove è nata e cresciuta l'autrice. > Sul lungomare i lidi splendevano nella luce dorata del tramonto. (...) Coppie di fidanzatini passeggiavano allacciati, due donne, entrambe con una tuta di ciniglia, camminavano svelte...(...) Gli intonaci della case cercavano di resistere alla salsedine, dalla Bussola arrivava una musica ballabile e gli uomini fumavano e bevevano birra tenendosi la pancia. (...) Alle pareti del dopolavoro ferroviario erano affisse una foto sbiadita di Gramsci, un'immagine ricostruita di Berlinguer, la prima pagina del primo numero dell'Unità.... In questa insignificante e sonnolente località della costa laziale prende dimora Vittoria, che vive in una villa con una giovane donna. > Occhi non chiari ma pieni di luce, portava un cappello di paglia che aveva visto giorni migliori, pantaloni morbidi, un maglione bianco a trecce, (...) Vittoria sembrava uscita dalle pagine di Oggi. (...) Sembrava una principessa araba in una tenuta di campagna toscana. Chi era Vittoria? A questa domanda cerca di rispondere Lia quando il corpo senza vita della donna è trovato nella vasca di bagno della casa. In un ambiente  indifferente e pettegolo, Lia pare l'unica a interessarsi delle cause della morte (suicidio o omicidio?) e soprattutto di chi fosse realmente Vittoria, perché aveva abbandonato Roma e perché conviveva con una ragazza, che non poteva certo essere sua figlia.  E Lia scopre che Vittoria è come > il greco, aveva lasciato poche tracce e per raggiungere il significato, ammesso ce ne fosse uno, bisognava procedere ricombinando gli elementi, consci che sarebbe sempre rimasto un margine per l'interpretazione o, nel peggiore dei casi, che nessuna delle combinazioni avrebbe avuto senso. E' chiaro che Chiara Valerio ha molto amato e sofferto il greco antico!. Sotto l'apparenza di un racconto Noir, Lia s' inoltra nel labirinto di quel mistero che alberga in tutti noi, indecifrabile ma cui cerchiamo di dare ordine. A questo conflitto interiore che anima la letteratura, come diceva Ungaretti, l'autrice cerca di dare una soluzione con un approccio troppo razionale, facendolo diventare un rompicapo filosofico o matematico che cela la paura di allontanarsi dai definiti e rassicuranti valori prevalenti. E se Lia fosse stata attratta sentimentalmente da Vittoria? Su un lungomare che non è quello di Scauri, forse sulle rive del Nilo o in un' oasi del deserto, > vedevo Vittoria. (...) Mi avvicinavo e le chiedevo. Perché? Vittoria sorrideva, (...) mi prendeva il viso tra le mani, mi baciava. Io chiudevo anche gli occhi. Nel sogno ero felice. Ancora un rumore, una voce, due voci. Staccavo le labbra da quelle di Vittoria e mi guardavo intorno. Le mie figlie correvano verso di me.... Per me è stato un romanzo sofferto, abbandonato e poi ripreso per voler arrivare comunque alla fine e scoprire l'enigma e il mito di Vittoria. I due aspetti si sovrappongono: da un lato svelare cosa c'è dietro a questa donna della buona borghesia romana, dall'altro capire perché nella piccola e provinciale Scauri Vittoria si sia trasformata in un riferimento immaginario e vagheggiato. Sarebbero già stati due temi complessi da portare avanti insieme, oscillando tra noir e romanzo sociale; Valerio ha voluto anche indagare il vissuto di Lia, senza però svelarne fino in fondo la psicologia, le frustrazioni e i desideri di trasgressione. Tutto è rimasto in superficie. La scrittura accentua la fatica del lettore: le frasi scarne e apodittiche, l'uso ripetuto del punto per chiudere periodi senza verbo, il frequente cambio di soggetto narratore, io, lei e tu, le numerose digressioni, l'affollamento dei personaggi, i mutamenti di direzione nello sviluppo del racconto, sono caratteristiche stilistiche che accrescono la frammentazione della narrazione e rompono il fluire del discorso. Chiara Valerio ha uno stile spigoloso e saggistico, mentre le parti migliori sono proprio quelle in cui traspaiono elementi onirici e una soffusa nostalgia della sua Scauri. Perché leggerlo? Interessante la figura di Lia ma è un romanzo faticoso.

Chiara ValerioSellerio Editore
La città dei prodigi
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La città dei prodigi

Il romanzo racconta la storia di Barcellona tra il 1888 e il 1929; un arco di tempo tra due esposizioni universali, che videro la trasformazione urbanistica e sociale della città. Mendoza, giornalista catalano ma non indipendentista, narra i cambiamenti di Barcellona dal punto di vista di un misero ragazzo di campagna, che viene a lavorare a Barcellona all' edificazione delle strutture della esposizione del 1888; ragazzo, che dopo un breve periodo al servizio dei lavoratori, diviene un uomo d'affari spregiudicato e un po' criminale. Così l'autore presenta Onofre Bouvila: > basso di statura, con ampie spalle, (...) lineamenti pallidi e ruvidi, capelli neri arruffati. I vestiti erano rattoppati, in disordine e poco puliti. (...) C'è qualcosa nel suo sguardo che rende nervosi. Però, non c'è da temere, > un'altra piccola sardina che la balena (Barcellona) si mangerà senza neanche accorgersi. Non sarà così. Onofre farà rapidamente carriera dentro il sindacato anarchico per l' impegno e le qualità di leadership. Potrebbe continuare a fare attività politica, probabilmente finendo in carcere, sicuramente restando povero e sfruttato. Invece, senza apparenti rimpianti, diviene il guarda spalle di un affarista, che si serve di Onofre come un picchiatore senza scrupoli, utile in una città travolta dalla speculazione immobiliare, dalla corruzione e dalle ruberie, con una borghesia rampante, pronta a tutto pur di arricchirsi. Come una sorta di Mastro Don Gesualdo catalano (si veda la recensione del libro di Verga in questo sito), Onofre sale la scala sociale, crea le giuste relazioni con l'alta borghesia, sposa una rampolla di un'altolocata famiglia di Barcellona, diviene un uomo potente, immensamente ricco, senza remore morali, sempre determinato sulla via del successo. Che cos'è che lo muove? Un giorno. all'inizio della sua ascesa sociale, va da una chiromante per conoscere il futuro. La risposta delle carte è vaga, come sempre; ma la donna vede che non gli spetta la felicità né la ricchezza: ciò che persegue Onofre è la vendetta. Il padre, un uomo d'affari, millantatore e pasticcione, è stato umiliato nella sua vita; Onofre vuole riscattarlo dimostrando che il figlio non solo diventerà ricco e potente, ma potrà piegare ai suoi piedi quella stessa borghesia che aveva così disprezzato e cacciato il padre. E' come Il Conte di Montecristo o un banale rappresentante di un sistema corruttivo che ha plasmato Barcellona? Non lo sapremo mai, l'autore non indaga l'animo di Onofre, un personaggio che resta sempre nelle ombre della nebbia di una città tumultuosa, la vera protagonista: di fatto, Barcellona si è mangiata la sardina, malgrado che Onofre creda di dominarla. E forse, proprio per affermare disperatamente la sua supremazia, per l'esposizione del 1929 Onofre si fa costruire un elicottero, allora oggetto prodigioso, e con questo mezzo scompare in cielo, dinanzi a una folla sbalordita e agli occhi increduli di Alfonso XIII e del dittatore De Rivera. E' una fuga? E' salito in Paradiso? O semplicemente è scoppiato l'elicottero uccidendo Onofre? L'autore non lo dice, lascia a noi trovare il finale di una vita straordinaria. Ciò che è certo è che alla fine del 1929 De Rivera sarà costretto a dimettersi e l'anno successivo Alfonso XIII lascerà il trono e verrà insediata la repubblica. E' finita un'epoca per la Spagna e Barcellona, si avvia un'altra storia. Come capita spesso nei romanzi moderni, il libro è lungo e dispersivo. La parte migliore è la prima, in cui l'autore racconta l'arrivo di Onofre a Barcellona, l'ambiente in cui vive, la miseria, la fatica, i strani personaggi che frequentano la casa dove il ragazzo ha trovato alloggio; è particolarmente intrigante la figura di Dolfina, compagna di lotta, sempre insieme a un gatto nero, selvaggio e aggressivo; ragazza che è il primo amore dell'ingenuo Onofre, il quale, nel conquistarla, mostra già quel cinismo e quella determinazione che lo accompagnerà per tutta la vita: uccide il gatto nero, lo elimina perché un ostacolo, come farà fuori tutti quelli che gli impediranno di raggiungere i suoi obiettivi, a prescindere dai legami affettivi. Nella costruzione dell'ambiente si percepisce Charles Dickens (si vedano le recensioni di David Copperfield e di Oliver Twist in questo sito), anche se Mendoza affronta il tutto con un tratto ironico e distaccato, senza moralismi. Peccato che questo stile narrativo si dissolve nel corso del romanzo, insieme alla capacità di costruire i personaggi, sempre più banali, e perdendo l'approccio storico- sociologico che aveva così ben delineato la prima parte. Perché Barcellona è la città dei prodigi? Non certo per il suo sistema corruttivo, di cui Onofre è un rappresentante; Barcellona è una città stupefacente perché si è sempre reinventata, in un processo interminabile di distruzione creativa, lottando, in modo anche velleitario, contro Madrid e gli avvenimenti che spesso le sono stati ostili. Mendoza pare suggerire che l'annientamento totale della città all'inizio del Settecento, alla fine della guerra di secessione spagnola, abbia azzerato il passato e abbia contribuito a creare un clima culturale e sociale orientato al futuro, pronto di continuo a travolgere la città sotto il profilo urbanistico, architettonico ed economico. Perché leggerlo?  E' interessante sotto il profilo storico, ma troppo lungo.

Eduardo MendozaMaclehose Press
The Clan of the Cave Bear (Ayla, figlia della terra)
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The Clan of the Cave Bear (Ayla, figlia della terra)

Il romanzo è il primo di una saga di successo, che ha come protagonista una donna Sapiens in un'Europa di milioni di anni fa, quando la nostra specie convisse a lungo con l'uomo di Neanderthal. A seguito di un terremoto la piccola Ayla si trova abbandonata, destinata senza dubbio alla morte. Viene accolta da una tribù di Neanderthaliani. La regola vorrebbe che un individuo degli «Altri» sia soppresso perché > ogni deviazione dal comportamento usuale potrebbe scatenare l'ira degli spiriti. E la bambina è realmente diversa: > aveva poco più di quattro anni, (...) ma camminava eretta su gambe forti e muscolose, (...) la sua bassa fronte si piegava indietro in una lunga, larga testa, che si appoggiava su un collo corto e spesso , poteva articolare dei suoni, poteva persino ridere. A salvarla sono due persone importanti del Clan: Iza, la curatrice, e Creb, lo sciamano. Li muove un sentimento di curiosità e solidarietà insieme. Sono coscienti che Ayla crescerà in un ambiente diffidente, se non ostile, e dovrà imparare a comportarsi come la gente del Clan: adottare la corretta postura di una femmina Neanderthaliana, rispettare i rigidi ruoli sociali, imparare il linguaggio dei segni, reprimendo ogni pulsione al linguaggio parlato. > Ci sarà il tempo, Iza pensava, di insegnarle le buone maniere. Stava già cominciando a pensare alla bambina come sua. (...) Creb era silenzioso, pieno di pensieri. > Essere accettata dentro il Clan non cambia chi è. E' nata dagli Altri, come può imparare tutta la conoscenza che hai? Tu sai che lei non ha memoria . Non ha il passato dei Neanderthaliani, quell'insieme di conoscenze e valori che si sono sedimentati nei millenni e sono la struttura portante della loro società. Per esempio, la tradizione vuole che le femmine non vadano a caccia, funzione sociale che spetta solo ai maschi e su cui essi hanno creato il loro potere. Irrequieta, curiosa, indisciplinata, Ayla ha imparato di nascosto a cacciare con la fionda, ed è bravissima. E' la prima, e non sarà l'ultima, deviazione dalle regole. Tutte le volte, la generosità di Ayla, la sua evidente volontà d'integrarsi nel Clan e la diffusa credenza che Ayla sia protetta da uno Spirito superiore, portano la tribù a perdonarla, sino a vederla come una di loro. Ayla vive un conflitto interiore tra integrarsi nella comunità ed essere libera, essere sé stessa, non più oppressa da una società claustrofobica. A trattenerla è l'affetto per Iza e Creb, che l'hanno accolta contro il parere di tutti. Malgrado i suoi sforzi, Ayla ha un nemico irriducibile: Broud, il futuro leader del Clan; gli indispone l'atteggiamento della donna degli «Altri», falsamente remissivo, lo irrita la crescente popolarità della donna, contesta la sua stessa inclusione nel Clan, contraria alla tradizione. E' animato da un misto di pulsioni di potere, di ottusa ottemperanza alla tradizione ed anche da una inconfessabile attrazione per Ayla. Come per tutti i maschi messi alle strette, non resta che lo stupro. Broud violenta Ayla, che resta incinta e dà alla luce un bambino, che porta le sembianze dell'Homo Sapiens e quelle dell'Uomo di Neanderthal. E' un mostro! grida Broud, va soppresso secondo le regole. Ma così non avviene, anzi le femmine del Clan che hanno appena partorito si rendono disponibili ad allattare il figlio di Ayla, la quale ha perso il latte. La solidarietà femminile è più forte della tradizione!  Vicina alla morte, Iza ricorda ad Ayla che un giorno Broud sarà il capo e allora > non penso che tu dovresti vivere con questo Clan quando Broud diviene leader. (...) Penso che sarebbe meglio che andassi via. Decretata morte vivente da Broud, isolata ed emarginata, ad Ayla non resta che il cammino verso altre terre, alla ricerca degli «Altri».  La scrittrice attinge con sapienza all'antropologia per ricostruire i meccanismi sociali del Clan, meccanismi che sono descritti con minuzia di particolari. Si potrebbe facilmente obiettare che la società dell'uomo di Neanderthal poteva essere profondamente differente da quella delle società primitive dell'Homo Sapiens. E' un'osservazione corretta ma non rilevante ai fini della lettura del romanzo, il cui tema è l'accoglienza del diverso. Dobbiamo dire che l'integrazione fallisce: malgrado gli sforzi, Ayla resta una degli «Altri», desiderosa di libertà, innovatrice ed esploratrice (suggestive le pagine che descrivono la piccola Ayla alla scoperta della foresta); la gente del Clan cerca di includere Ayla, ma non riesce a ribellarsi a Broud, non possono rompere le regole, andare contro la tradizione. Il messaggio è pessimista, alla luce dei conflitti del presente, saremo mai capaci di accogliere chi è diverso da noi? Forse, se ci liberiamo dalla Memoria. Il romanzo è lungo e prolisso, alternando momenti di tensione con lunghe pagine che poco aggiungono alla storia. Costruito intorno a un articolato sistema di personaggi, il racconto si disperde in una marea di nomi, perdendo la focalizzazione sui protagonisti e sulla rappresentazione dell'ambiente, sociale e naturale. Si va avanti nella lettura aspettandosi sempre qualcosa di nuovo, come per esempio l'incontro con gli «Altri»; invece, non avviene niente di dirompente e la conclusione pare scontata. La scrittura è lineare, elegante e ricca nel lessico: un bell'inglese. Perché leggerlo? E' molto lungo, ma vale la pena, alla fine.

M. Jean AuelHodder & Stoughton
La colpa
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La colpa

È possibile sfuggire allʼangoscia solo frugando nella propria mente, inseguendo una > follia lucida di costruzione di possibilità terribili perché plausibili, plausibili perché possibili, possibili perché pensate, pensate perché presenti da qualche parte, nella mente... (come) un Prometeo nudo, arrossato, gocciolante, legato dallʼimmaginazione con lacci dʼacciaio sulla cima più alta e più esposta a strapiombo sullʼabisso ? O è necessario un fatto, anche traumatico e violento, che costringa ad uscire dai propri incubi, a riscoprire lʼamicizia, a reinventare «tenerezze e assalti» da «drappi e materassi sfondati»? Questo romanzo narra una rinascita a nuova vita. In una Marecchia descritta come una terra selvaggia, una «landa nera e brulla», Estefan è un diciannovenne sbandato e disorientato, come tanti ragazzi. Porta con sé un profondo senso di colpa. Ancora bambino, gli è morto accanto il fratellino durante la notte, senza che lui se ne accorgesse. Lo poteva salvare? O è lui che lo ha ucciso? Da quel momento Estefan è diventato il > figlio più stronzo, gatto davanti ai fari, sacco per boxeur... meglio non esistere, a volte, per gli altri. Meglio, a volte, non esistere affatto . E da allora lo accompagna un incubo: immagina di essere al bordo di un buco, della cui profondità non distingue i contorni e non capisce i colori, ma intravede «bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime» e soprattutto > Mamma killer cartonata... Mamma terrifica, Mamma con labbra colore arteria sottili sottili. Sottili che tagliano. È vestita con papaveri neri strappati.. (e) ride, ed è una risata brutta, una risata che sembra tirata su con uncini potenti, che potrebbero stracciare la faccia di Mamma tutta intera . Si potrebbe dire facilmente, e superficialmente, che Estefan avrebbe bisogno dellʼaffetto dei genitori, e soprattutto di sua madre. Ma la realtà non è così facile, perché la perdita del fratellino ha travolto una famiglia un tempo serena, ha distrutto le relazioni reciproche, ha caricato Estefan della colpa di essere sopravvissuto. Il racconto narra la vita disordinata e senza senso di Estefan, tra corse in macchina, spinelli ed alcool, discoteche, sempre fuori casa e contro la scuola, continuamente in un conflitto sordo con il mondo degli adulti. Cʼè, tuttavia, unʼamicizia profonda, quella con Martino, un altro ragazzo difficile, che alterna unʼapparente docilità con scatti improvvisi di violenza. Anche lui porta con sé una ferita dallʼinfanzia: è stato violentato dallo zio quandʼera bambino (sinceramente unʼinutile ridondanza ai fini della narrazione). Una sera, vagando nella «selvaggia» Marecchia, Estafan si imbatte in un casolare isolato di un vecchio contadino che vive con la nipote, una bambina rimasta orfana sin dalla nascita. La madre era una tossica, morta dandola alla luce. Le peripezie di Estefan tra gli animali della fattoria e lʼincontro con la bambina sono una delle parti più riuscite del racconto. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a liberarsi dal piacere dei rimandi introspettivi ed allucinanti, ricadendo di nuovo nella trappola delle immagini inquietanti, senza abbandonarsi alla dolcezza della favola. Lo sterco, il fieno, gli animali da cortile, le attrezzature diventano, per il protagonista e per lʼautrice, un > non luogo. Un luogo del pensiero in cui il tempo si sfracella. Cʼè la mietitrebbia fossile, il fieno e i ragni, il pollo e chissà cosʼaltro. Microbi e batteri come se piovesse, ragnatele di una perfezione imbarazzante e un delirio di giochi di luce da gustarsi in silenzio. Qui il tempo passato e quello presente si compenetrano... (ma) il futuro è fottuto . La storia è,tuttavia, più tenace della propensione al delirio auto distruttivo. Nasce unʼ affettuosa e singolare amicizia tra Estafan e il bambino: un legame che resiste anche quando si riaffaccia il senso di colpa. Per una serie di casualità, infatti, il nonno della bambina, uscito di notte a cercarla, si uccide con un colpo di fucile. Estafan fugge disperato dopo essersi assicurato che la bambina fosse in buone mani. Nella corsa subisce un incidente gravissimo. Lo ritroviamo in ospedale, solo e con «il dolore che gli occupa la mente», ma Martino e la bambina sono lì ad aspettarlo. > Il ragazzo (Martino) gli prende le dita fra le sue. Estefan apre gli occhi, mette a fuoco. E non gli sembra vero, per la prima volta non rimpiange il bianco . Nei ringraziamenti lʼautrice osserva come > scrivere questo libro abbia significato per me dare senso a tanti eventi, è stato un processo doloroso e stupendo . Senza dubbio questo percorso interiore è andato a scapito della lucidità complessiva, della trama e dellʼapprofondimento dei personaggi. Il lettore apprezza lʼidea narrativa e i contorni, anche se abbozzati, dei protagonisti e dellʼambiente, ma non può non rimpiangere lʼoccasione perduta, ciò che poteva essere il romanzo se lʼautrice si fosse trattenuta da inseguire gli incubi e i deliri della mente. La scrittura è ridondante di aggettivi e di immagini, quasi barocca e spesso criptica. Andrebbe riscritto. Perché non leggerlo? Lʼinseguimento degli abissi della mente è noioso, alla fine.

Lorenza GhinelliNewton Compton
Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull
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Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull

Quale mistero nasconde questo romanzo che ha accompagnato tutta la vita di Thomas Mann? Iniziato nel 1910 e poi abbandonato, è stato ripreso nel 1954, un anno prima della morte dello scrittore. Thomas Mann immagina che un singolare personaggio, incantatore o semplice imbroglione, racconti la sua vita e lo fa partendo da un emblematico episodio della sua giovinezza. Ancora bambino viene portato dal padre al circo, dove può ammirare lo spettacolo di un famoso clown, il cui contegno, pur nelle differenti situazioni, scabrose o comiche, > serbava una grazia scevra dʼogni volgarità e trascuratezza... libero ed arguto e diffondeva la gioia della vita, se si può con questʼespressione indicare lo squisito e doloroso senso dʼinvidia, la nostalgia, la speranza ed il bisogno dʼaffetto in cui sʼaccende lʼanimo umano alla vista di ciò che è bello e felicemente perfetto . Alla fine dello spettacolo il padre accompagna il bambino a conoscere il famoso clown e al fanciullo appare una «vista ributtante», un uomo volgare, tutto cosparso di orribili pustolette, in un atmosfera pregna di unguenti e belletti. > Ma gli adulti, la gente esperta della vita, che si lasciava così spontaneamente, anzi con passione, sedurre da lui, non sapevano di essere ingannati, oppure con una tacita intesa, non volevano considerare ingannatore quellʼinganno? Forse era così a pensarci bene: in qual momento la lucciola si mostra nel suo vero aspetto, quando si libra nella notte estiva come poetica scintilla, oppure quando si torce sulla nostra palma, ridotta ad un misero insetto? Il tema è quindi quello della duplice personalità dellʼuomo, del suo ambiguo e costante travestimento, per cui si assumono le sembianze di ciò che piace: la vita è un inganno verso gli altri e verso sé stessi. Felix Krull nasce da un piccolo industriale tedesco, fraudolento produttore di uno spumante contraffatto. Grazioso senza essere bello, > biondo e brunetto insieme, con la luce degli occhi azzurri.... il fascino velato della voce, la lucentezza serica dei capelli , Felix avrebbe continuato volentieri lʼindolente ritmo della sua adolescenza, se non fosse costretto, allʼetà di diciannove anni, a trovarsi un lavoro, per il fallimento e il suicidio del padre. Un amico di famiglia gli trova un lavoro a Parigi presso un grande albergo. Qui il giovane conduce una duplice esistenza: lift boy e apprendista cameriere durante lʼorario di lavoro, elegante e raffinato parigino nel tempo libero, godendo dei soldi delle ricche ospiti dellʼhotel, alle quali concede le sue dolcezze amorose. Aveva raggiunto la sua aspirazione più profonda, la «permutabilità»: semplicemente scambiando lʼabito e lʼacconciatura poteva essere, a piacimento, un servitore ed un signore. È una vita che gli aggrada, quando un ricco giovane, invaghitosi di una cantante dʼoperetta, gli propone di sostituirlo in un viaggio in giro per il mondo, che i genitori gli hanno imposto nella speranza che dimentichi lʼindecente amante. È il grande salto: > fui colto da un brivido di gioia pensando alla compensazione fra essere e parvenza che la vita voleva concedermi, allʼapparenza che essa voleva aggiungere allʼessere . Ci aspetteremo una situazione pirandelliana, invece Thomas Mann ci conduce attraverso divagazioni filosofiche e sociologiche, che si sovrappongono alla narrazione dei principali episodi della conquista sociale di Felix. La prima tappa del viaggio è Lisbona, dove il protagonista viene accettato facilmente dallʼalta società. Ad attirarlo sono in particolare la moglie e la figlia del Direttore del Museo delle Scienze: la prima una prosperosa e rigida nobildonna ( «non graziosa ma bella») ,la seconda una giovinetta, «dalle labbra orgogliosamente serrate», con la tipica asprezza del Sud. È la «doppia immagine» del fascino femminile: la nobiltà altera e la graziosa ed acerba giovinezza. Felix vorrebbe assaporarle entrambe, vagheggia persino il matrimonio, ma sarà la nobildonna ad esortarlo a non «cercar fortuna in fanciullaggini» e a lasciarsi invece trascinare dal «turbine di forze primordiali» scatenate da un petto regale e maturo. E qui si interrompe la prima parte delle memorie di Felix Krull e noi supponiamo che il giovane abbandoni le velleità di un solido orizzonte borghese, a lui peraltro precluso dal vivere sotto mentite spoglie, e di andare avanti nella sua vita da avventuriero e da imbroglione. Ma non lo sapremo mai perché il racconto della vita di Felix resta incompiuto. Il romanzo è diviso in due parti. Sino alla sostituzione tra Felix e il ricco giovane, riconosciamo lo stile del grande Thomas Mann: la narrazione si sviluppa in modo lineare, la trattazione degli episodi e dei personaggi è brillante, persino lievemente ironica, ed i «capricci» (le divagazioni, la mancanza di una sequenza temporale, gli approfondimenti) sono funzionali alla comprensione complessiva. Nella seconda parte la struttura del racconto diviene dispersiva e confusa. È senza dubbio abile raccontare e commentare le vicende ricorrendo alle lettere del presunto figlio, Felix, ai presunti genitori, sconcertati, per altro, da quanto viene narrato, pensando, come è vero, che sia un parto della fantasia. Questo espediente letterario dimostra la maestria di Mann, ma non riesce a ricondurre il romanzo ad un minimo di compattezza e lucidità. Sembra che lʼautore stia inseguendo, con le ultime energie rimaste, il compimento di unʼopera, cui tiene molto. Ma la foga prende la mano e i tanti argomenti e pensieri si affollano senzʼordine. Perché non leggerlo? Non vale la pena.

Thomas MannOscar Mondadori
Il coraggio del pettirosso
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Il coraggio del pettirosso

> Non cʼè ingenuità in chi pensa che un popolo possa esistere davvero solo se cʼè qualcosa, come un libro appunto, che lo racconti agli altri . Così spiega il tipografo Ruben al giovane Saverio per spingerlo a narrare di Carlomagno e della sua gente. Non sappiamo dove fosse questo villaggio; forse si trovava nelle Alpi Apuane, di certo era un paese di cavatori, duri, selvaggi, ostinatamente legati ad una propria cristianità, fatta di leggende, di valori comunitari, di libertà di coscienza. Ed è di questo che parla il romanzo: il coraggio del pettirosso. > Vorrei il permesso, signoria, di andare un poʼ dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono . Così chiese il pettirosso al re degli uccelli del bosco; e per risposta il falchetto gli ruppe una zampa, costringendolo a volare con una ala sola. Ma il piccolo pettirosso non si arrese e > volava sempre più in alto e un poʼ più in là del posto che gli avevano assegnato , fino a che > dallʼalto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine . Per raccontare di questo paese immaginario, e della libertà che lì si professava, lʼautore la prende dalla lontana, forse anche troppo. Saverio vive ad Alessandria dʼEgitto ed è figlio di un fornaio anarchico, il quale, come tutti i suoi amici, ritiene che Ungaretti fosse un fascistone. Alla morte del padre Saverio scopre una raccolta di poesie: «il porto sepolto» e lo sorprendono in particolare questi versi di Ungaretti. > Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/E li disperde/Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto . Che cosa voleva esprimere il poeta? E perché suo padre leggeva questo libro? Giovane superficiale e perditempo, da quel momento viene preso da una irrequietudine crescente, che neanche un viaggio nel deserto riesce a sopire. Vuole conoscere il paese del padre, appunto Carlomagno. Va in Italia e visita Roma in «preda di una sensazione di sovrabbondanza fiabesca». Si imbatte in Ungaretti. > Il vecchio, ma quanto era vecchio! a guardarlo così da vicino sembrava più vecchio di un sasso. (...) gli occhi fiammeggianti di un idolo zulu, (...) mi sembrava irreale, fatto dʼaria come i ginn . Il grande poeta sembra riconoscerlo e gli fa avere un foglietto, in italiano arcaico e confuso, dove era scritto che un certo Pascal, «luterano perfido», fu bruciato sul rogo. Pascal era il suo cognome, si parla di un suo avo? Saverio non riesce ad andare a Carlomagno perché la polizia lo espelle. Ritorna ad Alessandria e compie immersioni sempre più profonde e pericolose; forse pensa di trovare il porto sepolto, di cui parla Ungaretti. Colto da embolia, viene ricoverato in una clinica, dove giace per mesi abulico, senza forza e volontà. Per spingerlo a reagire viene indotto a raccontare la sua vita ed anche i sogni delle sue notti agitate. Ed è così che tutto ciò che sappiamo è una storia dentro la storia, > una storia sognata, inventata di sana pianta, una storia di cinque secoli fa in un posto perso nel mondo . In unʼ Europa devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, Pascal, un vecchio soldato di ventura, si ritrova a Carlomagno, dove viene prescelto come sposo da Sua (strana usanza ma il mondo era rovesciato in quel villaggio sperduto e singolare). Sua intende scrivere la storia di Carlomagno, vuole essere la sua poetessa. Spinge il marito, di solito prudente ed accorto, ad intraprendere un viaggio per recuperare i mezzi per stampare un libro. Recuperano una Bibbia in italiano, tradotta da un calvinista, la leggano di nascosto ed infine arrivano in Val Pellice, la valle degli eretici valdesi. Quando però tornano a Carlomagno è arrivata lʼinquisizione, decisa a normalizzare il villaggio e la sua gente. Pascal è accusato di eresia e trascinato al rogo; Sua, incinta ,si è salvata in groppa a sua madre, «in groppa a un demonio, fate voi». E Sua poté stampare il suo libro, e Saverio lo sognò e lo raccontò, perché potesse essere un «pettirosso da combattimento». Tutto ha preso le mosse da una poesia, anche poco chiara. Alcune parole hanno portato in superficie una coscienza, un alito di libertà, un desiderio irresistibile di conoscere le proprie radici, anche se tragiche. Fra i tanti temi che tratta, le innumerevoli suggestioni, le troppe divagazioni, il romanzo parla della forza della narrazione, del libro scritto e raccontato; e così facendo ci porta in un mondo libero, in quellʼ Italia protestante che poteva essere un occasione per il nostro Paese, se non fosse stata soffocata, condannandoci ad un destino di ignavia, ignoranza e ipocrisia. È pertanto un libro politico allʼinterno dellʼinvolucro della favola. Il sogno è la parte migliore del romanzo, forse anche perché lʼautore si muove in un ambiente familiare. La scrittura è sempre raffinata ed efficace, tuttavia il racconto è dispersivo, troppo spesso un polpettone. Maggiani ha voluto dire troppo ed ha rovinato in questo modo il nucleo fondamentale, costituito dal sogno e dal villaggio immaginario di Carlomagno. Perché leggerlo? Ci anima di spirito protestante.

Maurizio MaggianiFeltrinelli Editore
Cyclops
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Cyclops

Il romanzo prende le mosse da un antefatto storico: una nave con un misterioso carico affonda dinanzi a Cuba. Subito dopo, la scena si sposta negli anni'80 su una spiaggia in Florida. Un dirigibile, > immobile nell'aria tropicale, in bilico e tranquillo, come un pesce sospeso in un acquario , attende un magnate americano per andare alla ricerca del presunto tesoro finito sul fondo del mare col naufragio. > Ciò che nessuno sapeva, o possibilmente sospettava, era che Raymond Le Baron e i suoi amici al bordo del «Prosperteer» fossero svaniti in un mistero che andò ben oltre qualsiasi ricerca di un tesoro.  Da questo momento prendono l'avvio una serie di vicende incredibili e confuse. Dopo cinquecento pagine è difficile ordinare i fili narrativi, cerchiamo di farlo. Le Baron fa parte di un circolo segreto di capitalisti che ha creato una base spaziale sulla Luna, dove sono arrivati anche i sovietici; questi cercheranno di espugnare l'avamposto americano ma saranno annientati dai valorosi in una battaglia sul suolo del nostro satellite; e tutto questo all'insaputa del presidente degli Stati Uniti! Le Baron e i suoi non sono rimasti uccisi nel naufragio del dirigibile, ma sono stati fatti prigionieri dai perfidi comunisti in una base segreta a Cuba, e per di più i sovietici vogliono far fuori Fidel Castro, che vorrebbe rendersi autonomo dall'Unione Sovietica. Già questi fatti richiedono un eroe per essere dipanati; e questo è Dirk Pitt, una sorta di Sandokan al centro della produzione letteraria di Cussler. In questo romanzo lo conosciamo prima in una scena avvincente su una spiaggia della Florida, dove il nostro eroe impedisce che il dirigibile trascinato dal vento faccia una strage dei poveri villeggianti, affascinati e terrorizzati: > le vele multicolori della flotta di «windsurfer» balenavano attraverso l'acqua verde-azzurra come un prisma impazzito.  Poi ritroviamo Pitt, immaginiamo stanco dopo l'eroica avventura, > tra tre dozzine di scintillanti auto d'epoca, un antico aeroplano, e un vagone ferroviario fine Ottocento. Pitt ha appena il tempo di guardare con affetto un favoloso coupé sportivo, distrutto da un'esplosione e che intende riportare alla sua precedente eleganza e bellezza, quando riceve una telefonata dalla moglie di Le Baron che gli chiede di aiutarla a trovare il tesoro nascosto. E ancora ci sono altre avventure sino a che il nostro Sandokan americano conduce «i buoni» a sventare le trame dei perfidi e maldestri sovietici, trovando persino il misterioso carico. Travolto, ma contento di tanta superficialità dopo aver letto «Melanconia della resistenza» di Làszlò Krasznahorkai (vedi la recensione in questo sito), ho riposto il libro, sicuro di non leggerne altri dell'autore.  C'è thriller e thriller. Per giudicare il romanzo dobbiamo però andare ai tanti film americani che riempiono le sale cinematografiche e che vengono proiettati nei nostri teleschermi. L'affollamento dei personaggi e delle vicende nasconde la difficoltà degli autori di thriller di dare spessore alle storie e ai protagonisti. In questo romanzo Pitt pare indifferente al fascino dell'unica figura femminile, la bella vedova; c'è solo una breve e pudica scena d'amore, mentre esprime empatia e solidarietà per i compagni d'avventura, con uno stile tipicamente cameratesco. Non è quindi un vero Sandokan, tenebroso e melanconico perché l'amata è la figlia del suo nemico. A merito dell'autore bisogna dire che la violenza è contenuta, forse perché il romanzo è stato scritto negli anni'80. Dal punto di vista stilistico il romanzo è ben scritto. In particolare stupiscono le descrizioni per la precisione e il dettaglio. Le scene migliori sono quelle del mare, a conferma dell'amore dell'autore per questo ambiente. Perché leggerlo? Può essere un momento di svago se si è stanchi di letture dense. Ma solo una volta!

Clive CusslerHachette UK Company