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La ballata del letto vuoto
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La ballata del letto vuoto

Kate vive a Dublino ed è un'insegnante universitaria di mezza età. Un giorno trova il marito morto in bagno e si scopre piena di debiti, inseguita dai creditori e dalle banche. Era un furfante l'uomo con cui ha vissuto gran parte della sua vita in una relazione sempre più stanca. > Mi sveglio questa mattina con un terribile mal di testa, il mio nuovo uomo mi aveva appena lasciata una stanza e un letto vuoto . E' il blues del letto vuoto di Bessy Smith, blues che risuona nella mente di Kate con «il sax che mugola sullo sfondo» e la voce di gola di Bessie così sensuale. Questo stato di stupefatta disperazione pare senza uscita, quando una giovane donna le mette in mano un mazzo di chiavi. Inizia da qui una storia che ha diversi filoni narrativi. Kate individua la casa alla quale appartengono queste chiavi: è un appartamento sopra Camogli, dove «il mare si mangia la terra» e dove Kate può vedere > la lucida levigatezza delle pietre appena rotolate sotto le scogliere del mare di Portofino, cristalli di mica che brillano nel sole d'inverno, (...) i caseggiati incombenti, l'arco medievale, il borgo antico, i baretti e i ristoranti illuminati da un pallido sole dorato, sottili come silhouette di cartoncino, (...) in grado di irradiare luce e calore sufficienti a scaldare un'anima o un cuore, Forse anche i miei. Nella mia testa risuona la voce del cambiamento. Insieme con lo splendido porticciolo ligure, Kate s'innamora dell'italiano, della sua musicalità ma pure delle sue forme grammaticali, che paiano riflettere la nostra esistenza, > talmente incerta o talmente complessa che anche al verbo che usiamo per esprimerla tocca saltellare freneticamente fra forme e persino radici diverse . Fa piacere apostrofare l'amante del marito chiamandola zoccola, topo di fogna, per scoprire che la desinenza maschile della parola ha molti altri significati ma non quello di prostituta. Insomma in italiano solo una donnaccia è un topo di fogna, sottile annotazione ironica che solo chi non è italiano può avere, dando noi troppe volte per scontato l'uso sessista di certe parole. Kate poi conosce Anna, un'anziana vicina di casa con la quale stringe un'amicizia sempre più profonda. Nel tratteggiare questo personaggio l'autore ci dice di aver preso come riferimento Rossana Rossanda; è certo che questa figura permette a Wall di esprimere le proprie idee di sinistra, rispecchiandosi in un'immagine di donna che viene dalla tradizione comunista e movimentista della nostra cultura politica. E' un'immagine appunto: uno stereotipo che ostacola l'approfondimento di una amicizia singolare, tra un'irlandese di mezza età, sola e tradita, e una anziana e colta signora, ancora tormentata da abbandoni e nostalgie. E allora il tema del romanzo, «questa discesa a capofitto verso l'Italia», non si arricchisce della ricchezza psicologica di un incontro, ma viene anzi appesantito da riflessioni troppo scontate per darci suggestioni e suscitare la nostra immaginazione. > E' vero che possiamo cambiare vita come i serpenti cambiano pelle? O al contrario siamo ancorati ai vecchi luoghi e ai vecchi tempi da cavi invisibili che ci stringono e ci impediscono ogni movimento . A queste domande Wall dà una risposta con la storia di Kate, che diviene una camoglina e un'italiana di adozione. E' singolare che questa domanda sia espressa nel giorno del Bloomsday. Emerge una caratteristica della narrazione di Wall: apparentemente piana e semplice, distante dal tipico stile irlandese, ma ricca di profonde e suggestive annotazioni filosofiche e letterarie, quest'ultime qualificate da citazioni dall'Ulisse di Joyce. Che l'epifania del grande scrittore irlandese, nella sua apparente prosaicità, esprima una ricerca del cambiamento, troppa intrisa del mondo di Dublino per avere successo? La scrittura scorre fluida e piacevole, disturbata dal ricorso eccessivo alle domande retoriche: espediente letterario che dà movimento alla narrazione ma che spezza e appesantisce il discorso. Il paesaggio e la gente di Camogli sono ricostruiti con grande amore ed efficacia comunicativa: interessanti e dolcemente ironiche le annotazioni sulla lingua italiana. E' debole la trama che alla fine si sfilaccia, mentre è un peccato che non si sia scavato di più sugli aspetti psicologici della relazione fra due donne, così distanti per storia e cultura. Perché leggerlo? E' il racconto di un innamoramento di un luogo e di una lingua.

Balzac e la piccola sarta cinese
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Balzac e la piccola sarta cinese

Siamo nel 1971 in Cina durante la rivoluzione culturale di Mao. Due ragazzi vengono inviati a rieducarsi in uno sperduto villaggio di montagna. Uno dei due è il narratore mentre l'altro è il suo amico Luo. Di certo, attraversa l'intero romanzo una critica al regime comunista; critica condotta con ironia e leggerezza ma non per questo meno graffiante. Se si limitasse al racconto di come due simpatici e sfortunati ragazzi di città siano sopravvissuti in un ambiente così distante dalla loro provenienza sociale e culturale, il libro resterebbe rinchiuso nella sua dimensione storicamente datata; in realtà l'autore affronta il tema universale del libro come scoperta di se stessi e strumento di emancipazione.  I due amici si imbattono in una ragazza, figlia del sarto locale. > Quando si chinava sopra la macchina da cucire, la risplendente base di metallo rispecchiava la scollatura della sua blusa bianca, del viso ovale e lo scintillio negli occhi, senza dubbio i più belli nel distretto . Sofisticata ed elegante, «in un posto dove quasi tutti andavano a piedi nudi», la piccola sarta affascina i ragazzi, dando un senso allo loro misera vita. Un altro fatto sopraggiunge a cambiare il destino dei due amici, e della piccola sarta: la scoperta di un baule che contiene i grandi romanzi della letteratura francese, da Balzac a Flaubert. Vengono in possesso dei libri e li leggono avidamente. > Sfogliarli con le punte delle dita mi faceva sentire come se le mie fragili mani fossero in contatto con le vite umane .  E' una sensazione meravigliosa ma insidiosa perché immergersi nella natura umana tramite la penna dei grandi scrittori dell'Ottocento travolgerà i ragazzi e trasformerà la piccola sarta cinese. «Non sarà più una semplice ragazza di campagna». In Luo, ormai amante, c'è come un delirio di onnipotenza: poter governare la crescita culturale della piccola sarta. E' possibile? > Vuole andare in città, disse (il padre). Menzionò Balzac. (...) Disse che ha imparato una cosa da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo . Era forse meglio lasciarla ignorante? In larga parte il romanzo ha una trama lineare, ricca di episodi gustosi, sorprendenti e gioiosi. E' come se i due amici si divertissero: si travestono, per esempio, da Mao per carpire i testi di canzoni popolari da un vecchio selvatico montanaro  e così darli al proprietario dei libri in cambio di alcuni romanzi: progetto riuscito ma che fallisce perché le canzoni sono fortemente erotiche e quindi in contrasto con la morale socialista. Ad un certo punto la narrazione muta di segno e diviene cupa e opprimente. Subentrano due metafore, quelle del precipizio e del corvo, presagi del disastro verso il quale si stanno dirigendo i due amici (secondo la cultura cinese gli oracoli hanno un'importanza fondamentale perché ci dicono quale sia «la via del Cielo»). Successivamente, il narratore si ritrae per lasciare spazio al racconto degli altri personaggi: il vecchio montanaro, Luo e la piccola sarta. E' un momento lirico, distante dall'approccio narrativo seguito sino al quel punto. E' come se il narratore accettasse definitivamente di essere messo in un ruolo ancillare; tuttavia, capiamo come stia percorrendo pure lui un suo percorso, verso la comprensione della femminilità. Ed infine assistiamo al racconto, rassegnato e disperato, dell'aborto della piccola sarta, la quale compie le sue scelte all'insaputa di Luo che l'ha messa incinta. E' come se la libertà della donna richieda sempre un atto doloroso. La scrittura è elegante, in grado di orchestrare con differenti registri lessicali e sintattici. Fluido, brioso, effervescente, l' autore riesce a non disperdere la narrazione pur affrontando numerosi temi, molti dei quali in sovrapposizione e persino in contrasto. Può mantenere la barra dritta sul finale, sorprendente e inquietante, perché la storia ruota intorno al fascino misterioso del libro. Perché leggerlo? E' un gioiello!

Dai SijieVintage
La bambinaia francese
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La bambinaia francese

La narrativa dellʼottocento ha un grande fascino ed induce ad una sua rivisitazione in chiave moderna. È questo il caso della Bambinaia Francese, che riscrive un grande romanzo classico: Jane Eyre di Charlotte Bronte. In questo caso, la protagonista è una giovane ragazza francese. Il romanzo si può distinguere sostanzialmente in due parti. La prima è ambientata a Parigi. Sophie è una povera bambina e ha perso il padre nelle gloriose giornate del 1830, che portarono al potere Luigi Filippo, il re borghese. Tramite le società operaie di mutuo soccorso, Sophie ha imparato a leggere e a scrivere, diventando da «Orso» una «Scimmia», termini che nel linguaggio degli operai tipografici distinguono tra chi è analfabeta, e non può lavorare che in attività manuali, e chi invece può applicarsi alla composizione, in quanto ha ricevuto una istruzione. La lettura dei grandi romanzi, dei giornali e delle riviste, dà a Sophie un ruolo sociale nella piccola comunità e, soprattutto, le stimola lʼimmaginazione e le eleva gli ideali e le aspirazioni. È questa la parte migliore del libro, in quanto lʼautrice si discosta da molta narrativa ottocentesca adottando un approccio realista ( alla Zola) e non pietista. Sophie perde anche la mamma, ma fortunosamente viene accolta da una celebre artista di teatro, Celine, sposata, o meglio crede di esserlo, al perfido Edward Rochester. Sophie diviene la bambinaia e lʼamica di Adele, la figlia della coppia. In casa di Celine, Sophie conosce un ragazzo di colore, Tùssi, e il padrino di Celine, un anziano illuminista francese. Lʼautrice approfitta di questo eccentrico aristocratico per descriverci la scuola che vorrebbe, dove lʼapprendimento è ricerca e tutti, ricchi e poveri, vi possono accedere in ugual misura e senza distinzione di classe. Poiché Tùssi è ancora ufficialmente uno schiavo, questa è anche lʼoccasione per parlarci della schiavitù e delle condizioni delle colonie, anche se bisogna dire che il tema, che travagliò tutto lʼottocento, è trattato in modo superficiale, restando per tutto il romanzo una nota stonata e forzata. La situazione di Celine, e quindi di Sophie, precipita, quando muore il padrino e gli avidi parenti fanno imprigionare Celine e cacciano Sophie ed Adele. Tùssi viene messo a servitù presso la famiglia di uno dei parenti. Ci si aspetterebbe un intervento del ricco Rochester, al contrario questʼuomo egoista e spietato rivela che il matrimonio con Celine fu una messa in scena e si porta via Adele, che peraltro rinnega come figlia. Nella seconda parte ci trasferiamo in Inghilterra nella cupa casa di Thornfield. Sophie riesce a seguire Adele e si fa assumere al servizio come bambinaia francese, fingendo di non conoscere la lingua inglese. Ciò le permette di narrarci, dal suo punto di vista, le vicende del grande romanzo di Charlotte Bronte. È inutile dire che la storia si chiude con un lieto fine per i nostri protagonisti, che potranno ritrovarsi in Francia, di nuovo ricchi, in quanto Celine può appropriarsi della legittima eredità ricevuta dal padrino. Un tratto peculiare del romanzo è lʼapproccio narrativo. Nella prima parte le lettere di Sophie e di Tùssi a Celine, già in carcere, vengono affiancate dal racconto in terza persona delle vicende di Sophie sino alla sua partenza per lʼInghilterra. È una modalità che vivacizza la narrazione riuscendo a far convivere tre punti di vista: quello dellʼautrice e le considerazioni dei due principali protagonisti. Nella seconda parte prevale il romanzo epistolare. La corrispondenza tra Sophie e Tùssi ci racconta le vicende di Thornfield. Occorre dire, tuttavia, che questo approccio narrativo risulta ripetitivo e noioso, anche perché cʼè poco di intimo e di sentimento nelle lettere. Dinanzi a fredde e formali descrizioni di ciò che avviene il lettore resta deluso perché si aspetterebbe che i nostri due protagonisti scavassero nei loro sentimenti e alla fine dichiarassero il loro amore, del quale siamo certi sin dallʼinizio del romanzo. Nelle ultime pagine lʼio narrante è Sophie ma il racconto è un semplice resoconto dei fatti. Il romanzo è chiaramente una mescolanza di romanzi ottocenteschi. La rivisitazione del libro di Charlotte Bronte è banale e rispecchia una lettura romantica e tradizionale di Jane Eyre. Ciò che pesa sul racconto sono soprattutto il ritmo narrativo lento, la mancanza di azione e di approfondimenti dei personaggi. Ad una partenza incoraggiante subentra una noia crescente. Perché non leggerlo? È lungo e noioso.

Bianca PitzornoOscar Mondadori
Il bambino del treno
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Il bambino del treno

Troppo spesso dimentichiamo lʼimportanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se > i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità . Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei «non luoghi», come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. È con un «groppo di angoscia», che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: > quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di unʼostilità invincibile . Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive lʼisolamento come una protezione verso il mondo esterno. > Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare sʼera sollevato dando luogo allʼAppennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati. Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è unʼ illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre lʼinfanzia del piccolo Romeo: lʼambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. È un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nellʼordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando cʼè la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. > Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, cʼè significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. È cresciuto davvero, costituendo lʼavvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non cʼè nulla di più adulto che comprenderne lʼirrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi . È un romanzo sullʼinfanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli? No, se persino in uno sperduto paesino dellʼAppennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. È proprio vero? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con lʼautore che siamo tutti impotenti > a cambiare il corso delle cose, neutralizzare lʼaccanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili . E non rimangono che > lʼabbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un poʼ fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dellʼambiente appenninico; ed è questʼultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere lʼʼatmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata. Perché leggerlo? Bello anche se un poʼ noioso.

Paolo CasadioPiemme
Barriera
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Barriera

Barriera è un sobborgo di Torino a circa due chilometri dal centro: un tempo paese operaio, ora un quartiere multietnico con una diffusa micro criminalità e luogo di spaccio di droghe. > Barriera non cambia mai. (...) Le famiglie vanno al supermercato o al centro commerciale. I vecchi al cimitero. I poveri al mercato degli accattoni. I cinesi in negozio. Gli spacciatori senegalesi ai loro angoli. Le prostitute nigeriane e moldave a dividersi gli altri. Qui, tutto quello che puoi diventare è un'etichetta che ti hanno dato. Un'etichetta che non ti levi . Se in «Il lato oscuro della Luna» (vedi la recensione in questo sito), Marco Magnone e Fabio Gedda avevano raccontato una sfortunata storia d'amore tra due adolescenti nella Berlino ancora divisa dal Muro, qui il centro del racconto è la relazione tra due fratelli: Malik, il più grande, appena uscito da prigione, «porta con sè ferite che non fanno in tempo a fare cicatrici, ti uccidono e basta»; Yasin è gentile, magro e poco muscolare, completamente diverso dal fratello; ma Malik > era il super eroe. Il mio. Anche quando è finito dentro. Anche quando, dopo essere uscito, se n'è andato da casa senza dire nulla. Ecco perché quando mi ha offerto di andare a stare da lui, ripartire da capo, insieme, ci sono cascato subito. Perché eravamo di nuovo io e lui. A fare cavalluccio. A combattere i cattivi. Ora invece . Malik è diventato uno spacciatore e vende una pericolosa droga sintetica per conto di un' organizzazione criminale nigeriana; in questo modo ha causato la morte di una ragazza, con la quale Yasin ha avuto il suo primo incontro d'amore. «L'hai uccisa tu, (...) con quelle maledette pasticche» grida Yasin, > Ora sono io a fare un passo verso di lui. E ad alzargli la voce contro, per la prima volta nella mia vita . Yasin chiede al fratello di andare dalla polizia per denunciare le organizzazioni criminali per le quali lavora. Sarebbe troppo bello se Malik andasse realmente alla polizia, la cultura della violenza è troppo radicata in lui per affidarsi alla legge. La struttura narrativa è simile a quella adottata nel precedente romanzo: gli eventi sono raccontati da entrambi i fratelli in specifici capitoli che si susseguono in modo alternato. Così la storia è vista da diversi punti di vista, ma risulta molto spesso ripetitiva e frammentata, perdendosi il senso complessivo. Inoltre, la violenza è il tratto distintivo di questo libro, talvolta a Castagna e Magnone piace soffermarsi su scene brutali dove il più forte vince sempre; si pensi alle lotte di pugilato e all'ambiente delle palestre, quasi edificanti nei suoi personaggi, rissosi ma valorosi. Mentre in «Il lato oscuro della Luna» prevale un senso di malinconica dolcezza, anche se senza futuro, qui non c'è più speranza, gli adolescenti sono dinanzi al niente: Barriera è una metafora del nostro presente, > soltanto il maledetto freddo che morde duro. E le sagome delle fabbriche abbandonate che spuntano qua e là come dal nulla . La scrittura è caratterizzata da frasi brevi che danno poco spazio alla descrizione dell' ambiente e dei personaggi; se quest' approccio riflette la durezza della storia, non aiuta ad approfondire il dramma di Malik e Yasin e della loro fratellanza distrutta. L'ampio uso del punto e le frasi frequenti senza il verbo rendono più facile la lettura, chiaramente destinata ad adolescenti, ma impoveriscono il linguaggio e, dobbiamo ammetterlo, non tutti sono Cesare Pavese (vedi la recensione di «La casa in collina» in questo sito). Perché non leggerlo? Frammentario e superficiale

Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo
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Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo

Immaginiamo che un marziano sia inviato sulla Terra per capire cosa stanno facendo gli Umani: se dobbiamo aspettarci la guerra o possiamo sperare nella pace, che permetta ancora i commerci interstellari. Da un lato questo visitatore, sconcertato ma indifferente (sono problemi dei Terrestri!), ne trarrebbe un'idea confusa; dall'altro sarebbe forse un viaggiatore curioso, un po' inorridito dalle nostre miserie e un po' affascinato dagli antichi monumenti e dalle belle donne. Tra metafora e storia, Barbero racconta le vicende di un gentiluomo americano, Mr. Robert Pyle, in viaggio nella Prussia del 1806, in piene guerre napoleoniche, con il compito di spedire dispacci settimanali all'ambasciatore statunitense a Londra. La prima evidenza è che viaggiando da Amsterdam a Berlino incontra di continuo tante frontiere, alcune all'interno della stessa Prussia, da far pensare che > la geografia degli stati europei ricordi un rompicapo lasciato incompiuto da un bambino capriccioso che non un prodotto della ragione umana, e non c'è da sorprendersi che la lora politica sia guidata prima di ogni altra cosa dalla paura dei vicini. Che stia parlando della nostra Europa? E poi, con > quella libertà che il viaggiatore ha di scegliere le strade da percorrere, i cibi da assaggiare, le ragazze da accarezzare ,Mr. Pyle può > passare il pomeriggio nel palazzo di un gran signore conversando in francese , e finire > la serata nel cortile dell'albergo, ascoltando le chiacchiere della padrona e osservando la sguattera che lavava i piatti in cucina alla luce della lanterna. Il nostro gentiluomo non si limita ad osservare, appena può, coglie i frutti di amori fuggitivi, che siano prostitute e giovani serve o contadine, convinte da pochi talleri, o che siano fugaci relazioni alla Byron, con nobildonne della corte berlinese.  A trattenerlo è solo il rischio di contrarre qualche malattia venerea. Ci sono altri piacevoli passatempi: le conversazioni con ufficiali prussiani, > perfino capaci di considerazioni filosofiche , le partite a carte e il nostro Pyle perde sempre un bel gruzzolo di talleri, i salotti eleganti dove si parla francese e si è per la guerra o contro di essa, sempre però ammirando il Bonaparte. Il nostro gentiluomo riesce pure a incontrare Fichte e Goethe, il primo come ci arriva dalla storia della filosofia, il secondo deludente: un logorroico ubriacone. E' la missione che gli è stata affidata? Tra bordelli, viaggi faticosi per alberghi di posta, lunghe chiacchere, il nostro Robert riesce pure a incontrare i ministri prussiani, lo stesso Federico Guglielmo III e i sonnolenti sovrani dei piccoli stati della Germania del Nord, come l'Hannover e la Sassonia. E quando non ha notizie da riportare, non importa: basta leggere il «Moniteur» parigino, anche vecchio di giorni, o inventarsi presunte informazioni da smentire o correggere nel dispaccio successivo. Per Mr. Pyle è un viaggio faticoso ma in fondo piacevole; per noi un bell'affresco della Germania di primo Ottocento, in attesa di una guerra inevitabile, perché ne va dell'orgoglio di una casta militare forgiata dal grande Federico II e dal nazionalismo nascente della nazione germanica. A distruggere il bel tour, a rendere fatue e sconsiderate le suggestioni di guerra, sono le disastrose sconfitte di Jena e Auerstedt, in cui sono evidenti l'impreparazione dell'esercito prussiano e l'arretratezza strategica dei suoi generali.  Con il dettaglio dello storico Barbero ci racconta la parte oscura della guerra: i soldati andati a morire male equipaggiati e in disordine, eppure mossi da un fatalismo ancestrale di servi ubbidienti; le case incendiate e saccheggiate, con la popolazione uccisa, violentata o disperatamente in fuga; i generali che si spostano in carrozza, ligi alle forme e attenti alle loro comodità; gli ufficiali stretti tra la disciplina e la solidarietà verso i loro soldati, ai quali non riescono a garantire neanche il pane, d'altra parte i soldati sono contadini abituati a soffrire la fame. > E' tutto scritto in un libricino rilegato in pelle , dice nel prologo Mr. Pyle, > che è rimasto a ingiallire da allora, nel cassetto di una scrivania zoppicante, esiliata da molti anni nel cassetto, (...) un deplorevole racconto di cose fatte molti anni fa, e fatte male. Già in «Romanzo russo», scritto nel 1998 e ambientato nella Russia di Gorbaciov (si veda la recensione in questo sito) si percepisce una sorta di estraniazione rispetto al dissolvimento morale e istituzionale dell'Unione Sovietica; qui la sensazione è ancora più forte, forse perché gli avvenimenti sono così distanti nel tempo. Robert Pyle è in fondo uno spettatore, persino durante la sanguinosa battaglia di Jena la sua preoccupazione è quella di salvarsi, stupito di essere rimasto coinvolto in questa tragedia, malgrado tutto. D'altra parte Barbero è innanzitutto uno storico e la sua professione lo costringe ad essere distaccato, sottilmente ironico talvolta, ma mai coinvolto nei personaggi e nelle loro dolorose vicende. Certo, sono chiare le opinioni dello scrittore: è facile parlare di guerra da lontano, bisogna viverla da parte degli umili e allora si scopre che c'è una bella differenza tra le belle ordinate manovre in un piazzale e quanto succede in un campo di battaglia. Non lasciarsi affascinare dalla tecnologia, ricordiamoci sempre che ci sono gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, e sono loro i protagonisti della guerra. Più che in «Romanzo Russo» traspare un'intensa dimensione etica, un giudizio severo sulla fatuità della classe dirigente e intellettuale, che siano Fichte e Goethe o il nostro gentiluomo americano.  Si potrebbe dire che Barbero scrive come parla: fluido, ricco di incisi, preciso ed evocativo nelle descrizioni. Si legge bene, se non fosse che troppo spesso ci si perde, in una trama ripetitiva e prolissa. La lunga descrizione della battaglia di Jena riscatta l'intera narrazione, che rischiava di sfilacciarsi sino a sbrodolarsi. Perché leggerlo? Per chi ama la storia è un gioiello, romanzo attualissimo.

Alessandro BarberoOscar Mondadori
Berlin
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Berlin

Nel sito abbiamo già pubblicato la recensione del primo racconto della grande saga di Berlino, scritta tra gli anni 2015 e 2018 da Fabio Geda e Marco Magnone (si veda «I fuochi di Tegel»). In una «Berlino logora e fatiscente», un'epidemia aveva sterminato tutti gli adulti e solo i minori di diciott'anni erano sopravvissuti: erano precipitati in un > mondo violento, primordiale, oltre al tempo, (che) stava rubando loro anche le parole . Devono continuare a vivere anche se > erano certi che qualcosa di orrendo sarebbe saltato loro addosso da un balcone, o da dentro una macchina, cogliendoli alla sprovvista . Si sono raggruppati in gruppi con valori e dinamiche differenti,  all'interno di un muro che circonda tutta Berlino, una sorta di prigione che li protegge ma li obbliga ad un destino claustrofobico, vivendo pur sapendo che moriranno a diciott'anni. Se in «I fuochi di Tegel» gli autori avevano introdotto il contesto e i personaggi, i libri successivi narrano la vita in questo mondo selvaggio: nel «L'alba di Alexanderplatz» è la lotta contro una pantera, una bestia feroce che si nasconde nelle gallerie abbandonate della metropolitana; nel «La battaglia di Gropius» in un inverno glaciale, ormai esaurite le enormi quantità di cibo e di materiale da ardere dei supermercati e degli edifici abbandonati, sono la fame e il freddo a spingere ad una grande battaglia tra quelli di Tegel, guidati dalla selvaggia Wolfrun, e quelli di Gropius, con a capo l' esitante Jacob; nei «I lupi di Brandeburgo» i nostri eroi dovranno avventurarsi oltre il muro per salvare la piccola Nina; ed infine negli ultimi due libri ( «Il richiamo dell' Havel» e «L'isola degli Eroi») la grande saga si conclude in uno scontro tra  adulti e ragazzi, in un finale inquietante benché rischiarato da un epilogo hollywoodiano. Il racconto è caleidoscopico, ricco di sfaccettature e angoli di visuale, permettendo ad ogni lettore di seguire l'aspetto che più l'attrae, se non si vuole limitare all'avventura, sempre sorprendente ed affascinante. Trovare un filone conduttore sembra difficile ma è possibile se si seguono le vicende di un personaggio. Il sedicenne Jacob si è ritrovato suo malgrado ad assumere la guida del gruppo di Gropius; Sven, il precedente leader, è stata una figura carismatica, sicura nelle sue scelte perché sempre ispirato da valori di solidarietà e di pace. Jacob, invece, vorrebbe vivere ancora  la sua adolescenza (i primi amori, le amicizie, la nostalgia, la malinconia), ma non può, deve assumere le sue responsabilità. E lo fa a modo suo, non sempre rispecchiando l'immagine che si ha della leadership: è esitante, pensa spesso a ciò che avrebbe fatto Sven o suo padre, prende non sempre decisioni che si riveleranno giuste. E' la sua coscienza a fargli fare la scelta fondamentale di tutta la grande saga. In un paesaggio ghiacciato ed ostile alcuni coraggiosi si sono avventurati oltre il muro, alla ricerca di Nina. Si imbattano in Wolfrun, la selvaggia condottiera del gruppo di Tegel, una nemica senza pietà mossa dall'odio verso la vita. Con il suo cavallo Wolfrun è caduta nell'acqua ghiacciata e morirebbe di certo se Jacob non decidesse di salvarla. > Jacob pensò a quell'idea di mondo che un giorno dopo l'altro avevano cercato di costruire, un mondo in cui non bastava salvare la propria vita per sentirsi salvi, e senza darsi altro tempo per riflettere tornò indietro . E saranno Jacob e Wolfrun, così diversi ma ora alleati e forse già innamorati, a guidare le ragazze e i ragazzi ad affrontare l'ultima e più impegnativa sfida. Abilmente costruito sotto il profilo stilistico e narrativo, pare di leggere un poema epico, una sorta di Eneide e Iliade messi insieme. Accanto alle grandi battaglie traspare il senso di umanità reciproca, una pietà virgiliana, radice di sentimenti familiari di cura e di amicizia. Certo il racconto descrive meccanismi di potere e di dominio sino all'atteggiamento razzistico degli adulti verso i giovani, ma i tanti personaggi positivi fanno sempre scelte in contrasto con il delirio della sopraffazione. Dispiace che gli autori abbandonino ad un certo punto la struttura portante della narrazione, ossia la riedificazione di una società libera dal peso e dagli errori dei «grandi», per andarsi a intrappolare (chissà perché) in una vicenda che richiama gli orrori del nazismo, appesantendo la narrazione in modo inutile e ridondante. Perché leggerlo? Cattura per l'ambiente e i personaggi

Fabio Geda & Marco MagnoneOscar Mondadori
Berlin I fuochi di Tegel
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Berlin I fuochi di Tegel

Nella Berlino ancora divisa dal muro un virus ha sterminato gli adulti. Gli unici superstiti sono le ragazze e i ragazzi di età inferiore ai diciott'anni, dopo questa età anche a loro spetta il destino dei grandi. > Il cibo se lo procuravano cacciando: avevano imparato a costruire tappe per conigli; a scavare buche in cui far cadere cinghiali e cervi. (...) Si erano impadroniti degli orti urbani e con gesti goffi e inesperti cercavano di averne cura. (...) Non era stato facile. Avevano sofferto, soprattutto il primo inverno. Ma poi avevano imparato a cavarsela . Come scrive Francesco Petrarca, «e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora»; i nuovi padroni di Berlino vivono in un continuo e sofferto oscillare tra il ricordo, sempre più evanescente e immaginato, e la realtà, il presente orfano dei genitori. > Io, quando cerco di concentrami sulla loro faccia, la vedo tutta sfocata. Però sento le loro voci. E ogni tanto, nell'aria, mi sembra ci sia il profumo dei vestiti di mia madre. Come scrive Ryszard Kapuscinski nell'ultimo capitolo di Ebano (si veda la recensione in questo sito), dissolvere la memoria del proprio ieri significa diventare > gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. In «Berlin» non c'è futuro soltanto perché sanno che tutti moriranno al compimento del diciottesimo anno d'età. Le ragazze e i ragazzi vivono senza una prospettiva perché non può esserci utopia se si è soli. Cercano nel gruppo quel legame che permetta di dare un senso all'esistenza, evitando nel contempo di interferire con gli altri clan, in particolare con quelli che hanno valori e regole profondamente differenti. Ed è per rispetto di questa norma generale di coesistenza che Sven, leader carismatico dei Gropius, decide di non aiutare le ragazze di Havel nel  riprendersi Theo, un neonato rapito dai terribili ragazzi di Tegel. > Sven guardò Nora con dolcezza, gli ricordava una sua compagna di classe, di cui si era innamorato in un'altra vita. (...) Collaborazione. Solidarietà. Non erano queste le regole? Sven strisciò gli occhi lungo le pareti macchiate, quindi a terra, e infine li agganciò ai propri piedi. Sapeva che quelle parole erano state sue, solo due anni prima. All'inizio del nuovo mondo.   Ma allora aveva ragione Tegel quando irrideva i ragazzi di Gropius che volevano replicare la società dei genitori? > Carne giovane, pericolo, eccesso: ecco la rivoluzione di Tegel, la loro risposta alla crudeltà del destino. Il loro modo di negare che il virus avesse spento una stagione straordinaria della vita, quella in cui la forza del corpo viene sostituita dalla consapevolezza e dall'esperienza . Siamo a un bivio:  dobbiamo scegliere tra un mondo di solidarietà e convivenza o scivolare pazzamente nel tunnel tenebroso della cieca forza. E' l'inizio di una battaglia dalla quale potrà nascere una nuova umanità. Il lettore non deve farsi sviare da quanto ho scritto. «Berlin» non è un saggio di filosofia morale, è un romanzo d' avventura, una sorta di storia cavalleresca, ricca di colpi di scena e di personaggi, alcuni dei quali impareremo ad amare nel proseguimento del racconto (il libro è il primo di una saga). Partendo dal punto di vista degli adolescenti, Geda e Magnone approfondiscono le forze sottostanti alla turbolenza giovanile (il continuo oscillare tra amicizia ed anarchia, il distacco e il legame con i genitori, l'attrazione e la paura del rischio) e pongono noi adulti dinanzi ad un quesito: noi latitanti e indifferenti, spetterà ai nostri figli e nipoti trovare da soli la propria strada? Saranno costretti a lottare per un mondo migliore senza di noi? E viene voglia di continuare nel racconto, per la storia e per sapere chi ha ragione: la pazzia di Tegel o la solidarietà di Gropius, o entrambi. La scrittura è pressoché perfetta, anche troppo. Non emergono peculiarità, nel lessico così come nella sintassi, capaci di affascinare e di dare ritmo inconsueto alla narrazione. I personaggi sono sospesi nel ruolo che ricoprono nel gruppo, senza personalità e storie proprie.  Perché leggerlo? Avventuroso, particolare e profondo.

Fabio Geda & Marco MagnoneOscar Mondadori
Il bibliotecario
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Il bibliotecario

> LʼURSS terrena era un grezzo corpo imperfetto, ma nei cuori dei vecchi romantici e dei bambini delle città felici esisteva separatamente il suo ideale artistico: lʼUnione Celeste. Con la scomparsa degli spazi mentali, era morto anche lʼinanimato corpo geografico . Il dissolvimento dellʼUnione Sovietica non è stato solo uno sconvolgente fenomeno politico ed istituzionale, ma ha generato una profonda lacerazione, psicologica e culturale, nelle coscienze. Nella Russia attuale piccole comunità cercano di ritrovare una identità leggendo i libri di uno scrittore scomparso. Sono sei libri, che, letti solamente nella loro versione originale, sono in grado di trasmettere sentimenti ed energie positive. Questi gruppi, le piccole chiamate sale di lettura e le più grandi biblioteche, lottano tra loro per difendere i propri libri ed accaparrarsene altri. Le battaglie, sempre cruente, vengono condotte secondo i modi e le regole degli eserciti medioevali, dei feudatari che dominavano nella Russia pre - zarista. Aleksej, un giovane disorientato e senza una chiara prospettiva del proprio futuro, si trova coinvolto, suo malgrado, nelle lotte sanguinose tra le diverse comunità, in quanto eredita la funzione di Bibliotecario alla morte dello zio, che ricopriva questo ruolo in una piccola sala di lettura. Aleksej non ha certo un animo guerriero, ma deve acquisire il coraggio e la fermezza che gli sono necessarie per condurre il suo gruppo negli scontri con le altre bande. E in realtà il libro è un succedersi di combattimenti, descritti minuziosamente dallʼautore. Il più importante di essi, e quello decisivo per il futuro del protagonista, si svolge in una foresta. La piccola sala di lettura di Aleksej si è rifugiata in un villaggio, ormai abbandonato, ed in particolare nel Consiglio del Villaggio, laddove si riuniva lʼassemblea degli anziani nella Russia zarista e il soviet nel periodo dellʼUnione Sovietica. Qui numerose bande, comandate da una vegliarda malefica, attaccano il gruppo di Aleksej cantando inni osannanti le imprese eroiche dei soldati e degli operai della Russia sovietica. La descrizione della battaglia ricorda lʼIliade: pochi valorosi tengono testa a centinaia di assalitori, per essere poi trucidati, salvo Aleksej. Il giovane viene catturato e condotto in una casa di riposo, di cui hanno preso possesso le anziane ospiti, rinvigorite dalla lettura dei sei libri e dopo aver massacrato il personale.Il protagonista viene rinchiuso in una cella a leggere, e a rileggere, tutti i sei libri. Ed allora si realizza il destino di Aleksej: essere lʼicona vivente, il depositario eterno dellʼanima della grande madre Russia. > Se è libera la Patria, inviolabili i suoi confini, significa che il bibliotecario Aleksej Vjazincev monta tenacemente la guardia nel bunker sotterraneo, instancabilmente tesse il filo del manto protettivo dellʼIntercessione steso sopra il Paese. A difesa dei nemici visibili ed invisibili . Sono veramente due spunti geniali lʼʼidea di piccole comunità dedite alla salvaguardia del patrimonio storico di un paese e il richiamo alla potenza del libro nel risvegliare e rinforzare le coscienze. In un mondo frammentario e violento cosa ci rimane se non la solidarietà degli amici e la difesa del passato? Ma ciò non può portare ad un nuovo Medioevo? Il problema è che ben oltre la metà delle pagine del libro sono dedicate alla descrizione di scontri feroci, di combattimenti sanguinari, mentre uno spazio modesto, e sicuramente insufficiente, viene lasciato alle vicende dei personaggi e al loro rapporto con i libri. La trama narrativa ne risente pesantemente, diventando prolissa, noiosa e ridondante. La conclusione emerge stanca e confusa, lasciando il lettore esausto dalla lettura di troppe battaglie. Insomma si tratta di unʼoccasione perduta. Perché non leggerlo? Se non si amano le scene di guerra, è meglio non leggerlo.

Michail ElizarovAtmosphere Libri
Bilal
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Bilal

Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana. Si tratta di un mix tra il romanzo e lʼinchiesta sociale. Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sullʼimmigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita. Il romanzo nasce di per sé, in quanto lʼautore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate. Nella prima parte del libro lʼautore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi. Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati. Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto. La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare. Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che lʼautore stringe con alcuni dei compagni. E qui emerge in modo chiaro la spinta dellʼautore a compiere queste esperienze, ricerca dellʼavventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: > e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dellʼimmenso fiume di braccia. Mi accordo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me . Nella seconda parte del libro, lʼautore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia. È la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro. Sotto la pressione dellʼItalia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa. Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi. Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa «imprigionare» nel campo di accoglienza di Lampedusa. Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione. Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia. La sintesi dellʼimpatto sul lettore è data da una riflessione dellʼautore: > li avresti lasciati ammazzare? La risposta è uno spartiacque. Non esiste via di mezzo. Non cʼè possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza . Infine nella parte finale, lʼautore ripercorre il viaggio «a ritroso» dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi. È una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso. La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così «forte» abbia avuto una risonanza così modesta. Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso. Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dellʼimmigrazione. Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il «mercato dei nuovi schiavi». Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.

Fabrizio GattiRizzoli
Biliardo alle nove e mezzo
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Biliardo alle nove e mezzo

Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando > tutto era come affondato nel passato, eppure presente. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato «il sacramento del bufalo» (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli «agnelli di dio», quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. > Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: > socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, > rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia , sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione. «Perché perché perché», questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo.  In «Non disse nemmeno una parola» del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in «Opinioni di un clown», Boll  disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come  comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella «Storia» di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)? Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei «I Buddenbrook» in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di «Melanconia della resistenza» in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla. Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.

Heinrich BollOscar Mondadori
Il birraio di Preston
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Il birraio di Preston

Lo spunto iniziale è un fatto realmente accaduto nel 1875 in Sicilia. Il prefetto di Caltanissetta, un fiorentino, impose che il nuovo teatro cittadino fosse inaugurato con un opera lirica pressoché sconosciuta, appunto il birraio di Preston. Si verificarono numerosi incidenti, poco chiariti dallʼinchiesta svolta successivamente. Partendo da questo fatto realmente accaduto, Camilleri ha scritto un romanzo che può essere letto da molti punti di vista, tanto che gli stessi capitoli potrebbero essere messi in una successione differente da quella seguita dal racconto. Un percorso possibile è senza dubbio quello poliziesco, centrato sulla figura del legato di polizia, di nome Puglisi, lʼunico personaggio realmente onesto del romanzo e che può essere considerato come un precursore di Montalbano. Nellʼimmaginazione di Camilleri, il teatro viene incendiato da agitatori mazziniani la sera stessa dellʼinaugurazione. Puglisi, da vero investigatore, scopre la natura dolosa dellʼincendio, che è anche responsabilità del questore, che ha deciso, per beghe politiche e pur informato da Puglisi stesso, di non arrestare gli agitatori mazziniani al loro arrivo in città. La morte di Puglisi, ucciso da uno degli incendiari, fa comodo a molti, anche alle autorità dello nuovo stato italiano. Lʼaltra chiave di lettura del libro sono proprio la corruzione e lʼarroganza dei funzionari inviati in Sicilia, primo fra tutti lo stesso prefetto che tresca con la mafia locale: una convivenza che poco fa sperare per il futuro della Sicilia. Cʼè poi il mondo dellʼisola ed è qui che lʼautore dà il meglio di sé con ritratti suggestivi, affettuosamente ironici e talvolta paradossali, di una società, quella siciliana, che assiste, dallʼalto di una storia millenaria, alla calata dei nuovi conquistatori ( i piemontesi): pessimismo, cinismo, orgoglio e testardaggine nella difesa della propria sicilianità, ma anche abitudine a subire i potenti e la violenza. È possibile poi individuare altri percorsi e spunti narrativi, anche perché lʼautore imposta ciascun capitolo avendo come riferimento capolavori della letteratura italiana e mondiale, che, si presume, siano tra quelli più apprezzati da Camilleri. In questo senso lʼindice del romanzo può essere una guida alla lettura di altri autori. Il romanzo scorre tra continui «avanti ed indietro temporali» con il risultato di frammentare la trama narrativa in tanti bozzetti facendo perdere unitarietà al racconto. Il ricorso alla lingua siciliana, sia nei dialoghi che nella narrazione, incuriosisce, talvolta rende piacevole la lettura, ma nel complesso fa prevalere un senso di manierismo e di ricercatezza letteraria fine a sé stessa. Perché leggerlo? È una lettura piacevole anche se alla fine si rimane un pò delusi. Che cosa voleva dire lʼautore?

Andrea CamilleriSellerio Editore
Borders no Borders
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Borders no Borders

Borders (2022) e No Borders (2023) sono due romanzi che sviluppano la stessa storia e vanno letti e recensiti insieme. Il comune filo conduttore può essere identificato in uno dei tanti riferimenti letterari presenti nei due libri: il racconto «I sette messaggeri» di Dino Buzzati. Il principe, partito a esplorare il regno di suo padre, dopo anni di viaggio, riconosce che > non esiste, io sospetto, frontiera. (...) Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro (vedi la recensione dei Sessanta Racconti di Buzzati in questo sito). I confini sono quelli tra i popoli così come le barriere che creiamo tra di noi. Dopo un' epidemia scatenata dalla rivolta dell'ambiente contro lo sfruttamento dell'uomo, i sopravvissuti si sono costruiti una città tecnologica, chiusa tra alte mura e circondata da un vasto deserto di cemento. In questa metropoli, chiamata Magnolia per evocare la crudeltà della Natura, > il passato è stato cancellato e così la letteratura del passato. (...) A Magnolia c'è solo una versione della nostra storia! Con cibo e assistenza premurosa hanno fatto diventare i cittadini dei servi fedeli incapaci di pensare! (...) tutto è ecosostenibile, riciclabile e interconnesso, dove la società civile è soddisfatta e la gioventù è forte delle proprie credenze, sprezzante delle antiche credenze. In questo mondo dove è vietata l'Utopia, continua a vivere un' anziana poetessa, che ha assunto il nome metaforico  di Olmo. Ha adottato quattro ragazzi. Hanno i nomi di dimenticati scrittori: Lindgren è una ragazza di colore, dai tanti capelli cespugliosi, e come Pippi Calzelunghe guarda il mondo dal suo punto di vista, volitiva e testarda; Dickens, come lo scrittore inglese, è un grande affabulatore > ma è così affascinante che te ne dimentichi ; Alcott, come l'autrice di «piccole donne», > è così serio, sempre pensieroso eppure sempre disponibile ad ascoltare ; Verne > vede oltre , capace di prefigurare il futuro in sintonia con gli animali e le piante. Tra i quattro c'è una forte fratellanza: sono cresciuti insieme, si sentono diversi rispetto ai coetanei e li guida Olmo, cantora di un mondo differente, di una Terra rigenerata a nuova vita, che  lei è convinta che ci sia ancora da qualche parte. E così quando Olmo li invita a lasciare Magnolia senza di lei, i ragazzi  si sentono abbandonati. > Vuoi fare di noi degli esploratori! In fondo a noi non tiene nessuno. Non valiamo nulla. Poi, capiscono che sono > i figli di Olmo, (...) Magnolia non può accettare la presenza di quattro giovani con la forza e il potere di Olmo. (...) Certo, hanno immagazzinato tutte le sue conoscenze , ma saprebbero usarle?. Come la protagonista del film «Povere Creature», che deve all'allontanarsi dal suo creatore per appropriarsi da sola del mondo, così i figli di Olmo sentono che devono andarsene. E' tempo di superare i confini, di andare verso l'ignoto, ripetendo un viaggio che hanno già intrapreso i grandi esploratori, e, più indietro ancora, gli Argonauti: la ricerca di una Terra Promessa, il perseguimento di un' Utopia. Lindgren, Dickens, Alcott e Verne abbandonano la sicurezza di Magnolia e si mettono sulla strada, come il padre e il figlio in «The Road» di Comac McCarthy (vedi recensione in questo sito); li aspetta una realtà desolata e mortifera prima, e poi una natura lussureggiante e selvaggia che si è riappropriata del pianeta; e infine una comunità di donne e uomini che cercano disperatamente di custodire il passato, per esempio i libri, pur in una vita regredita a livelli primitivi, mancando della tecnologia e della scienza.  Che cosa è meglio? La città super avanzata dove tutto è regolato e non esistono più le malattie, oppure tornare ai primordi dell'umanità, quando ci si batteva per sopravvivere e garantire la riproduzione della specie? E' qui l'Utopia: lottare per un mondo dove si realizzi l'equilibrio tra Tecnologia e Natura, tra Progresso e Libertà, e dove la Poesia possa tornare a essere la forza propulsiva dell'Umanità.   Accanto alla «Grande Storia» in cui si contendono le fondamentali forze materiali e ideali, c'è anche la vicenda dei quattro giovani. Uscire dall'ala protettiva di Olmo e di Magnolia li porta a incontrare altri giovani e a incrinare in tal modo i rapporti di fratellanza. Lindgreen scopre lentamente di essersi innamorata proprio del nipote del Dittatore di Magnolia, ma a differenza del Corsaro Nero (vedi recensione in questo sito) supera le barriere in un percorso graduale di crescente fiducia; Alcott incontra una giovane, che > cammina dritta come una regina, (...) usa parole insolite, (...) allevata dai personaggi dei suoi romanzi custoditi nella grande biblioteca del Faro dove vive in solitudine; Dickens si innamora, non sa perché, di una ragazza, che vuole vivere a Magnolia, là dove le donne non sono costrette a fare figli, come nel suo villaggio primitivo; ed infine Verne trovanella società tornata primitiva quel rapporto di amore con gli animali che ha sempre desiderato. Dapprima, gli intrusi sono accolti con diffidenza, rischiano di rompere la fratellanza, poi, l'affetto, la voglia di aiutarsi, la comprensione dell'altro li conducono a evolversi da gruppo chiuso a comunità aperta, dove i confini sono labili e in continuo movimento. Come dice il personaggio di Dino Buzzati, > Una speranza nuova mi trarrà  domattina ancora più avanti.... Non bisogna pensare che sia un romanzo di prevalenti disgressioni filosofiche. Il racconto è ricco di avventure, anche se prevale una dimensione lirica che sopravanza sempre la trama. La struttura narrativa è simile a quella di «The Road»; brevi capoversi quasi sé stanti, occasioni di descrizioni suggestive della natura e di approfondimenti psicologici dei personaggi, analisi peraltro sempre sospese; i colloqui, molto ben costruiti, sono alternati da rappresentazioni dettagliate ma fantastiche dell'ambiente: si pensi, al fascino del Faro sulla costa della Bretagna, uno dei momenti più intensi dell'intero romanzo. La scrittrice non riesce a creare colpi di scena, svolte drammatiche o momenti di vera tensione. Forse è un libro più rivolto agli adulti che agli adolescenti. Perché leggerlo? Piacevole, interessante, bella la figura di Lindgren.

Un bosco di pecore e acciaio
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Un bosco di pecore e acciaio

Chi ascolta la musica spesso non si rende conto quanto la qualità del suono dipenda dall'accordatura dello strumento. Tra musicista e accordatore c'è un complesso legame, raffigurato dall'autrice con l'immagine delle gazze. In un'antica leggenda cinese le gazze formano un ponte sulla Via Lattea tra le stelle Vega e Altair nel settimo giorno del settimo mese lunare: amanti celesti infelici perché separate, in quel giorno potranno finalmente unirsi, a compimento di un grande amore. Il suono, inesplicabile e affascinante creazione della natura e dell'uomo, è al centro di questo romanzo. Tomura è un liceale e vive in un' isolata cittadina di montagna; gli bastava > proseguire la scuola in qualche modo fino al diploma, trovare un lavoro qualsiasi, e continuare a vivere . Gli sarebbe stato sufficiente contemplare ogni anno il miracolo della primavera sulle montagne, quando «gli alberi spogli germogliano tutti insieme.» (...) > Tutta la montagna pareva emettere luce, per l'enorme quantità di rami debolmente soffusi nel rossore. Sopraffatto dalla visione di quelle fiamme illusorie che bruciavano i monti, rimanevo incantato senza riuscire a fare nulla. E ne ero felice . La sua vita cambia quando arriva un accordatore a sistemare il modesto pianoforte della scuola. Guardando l'uomo lavorare Tomura sceglie questo mestiere. S'iscrive a una scuola professionale, e poi viene assunto da una ditta di strumenti musicali. Dapprima è un apprendista, che segue colleghi più esperti presso i clienti, poi, gradualmente e subendo anche insuccessi, gli viene concesso di lavorare da solo. > Io non ho talento (si diceva Tomura). (...) Non dovevo nascondermi dietro la parola talento: non dovevo usarlo come pretesto per arrendermi. L'esperienza, l'esercizio, lo sforzo, la saggezza, la presenza di spirito, la perseveranza, e poi la passione: se il talento non fosse bastato, l'avrei sostituito con quelli. (...) Aggrapparsi a qualcosa, e usarlo come un bastone al quale appoggiarsi per tirarsi su. Ancora una volta la svolta irrompe dall'esterno. Assiste all'esecuzione al pianoforte della giovanissima Kazune e ne rimane incantato, ammaliato dalla musica e dal modo di suonare della ragazza. > Il pianoforte di Kazune era una sorgente connessa con il mondo, che non si prosciugava mai, anzi, avrebbe continuato a sgorgare senza posa, anche se non ci fosse stato nessuno ad ascoltarla . E gli torna alla mente un episodio della sua infanzia. Bambino camminava nel bosco quando vide delle luci che > si affollavano sui rami sottili di un olmo e brillavano sfolgoranti. Non so che fenomeno fosse. Però era bellissimo. Quasi da far paura. Ascoltando la musica di Kazune, Tomura è certo che in montagna, in un luogo che non conosceva, un albero stesse brillando. L'Amore, senza se e senza ma, quel sentimento che non si attende un ritorno, spinge Tomura a superare le sue incertezze e a divenire un accordatore per concerti, al servizio di Kazune, del pianoforte e della musica. E' senza dubbio un romanzo di formazione. Tomura impara un mestiere divenendo adulto nello stesso tempo. Aiutato da un ambiente di lavoro benevolo, forse oltre al plausibile, il ragazzo comprende che le origini povere e montanare non sono un limite; anzi, gli danno una caparbietà che sarà la sua forza. Fin qui sarebbe un racconto ovvio, fatto di lunghi dialoghi con i colleghi, che profondono «pillole di saggezza», e appesantito da dettagli tecnici sull'arte dell'accordatura, curiosità interessanti ma ridondanti. A dare un tratto originale e attraente al romanzo é quel senso di magico che deriva dall'accostamento del suono del pianoforte con le luci e i rumori del bosco: un tocco scintoista tipico della cultura giapponese perché non ha nulla di romantico né di banalmente panteista. Se il pianoforte è un'invenzione dell'Ottocento europeo, la melodia dolce e l'aere luminoso sono sensazioni del bosco che la nostra cultura positivistica e idealistica ha smarrito da secoli. Sotto l'apparente impronta realistica, il racconto ci invita a trovare un'armonia con l'Universo, aiutati dalla musica. Lo stile narrativo è essenziale, quasi minimalista: frasi brevi, poco aggettivate, d'altra parte il narratore è un giovane ventenne, non particolarmente bravo a scuola. La ricorrente citazione di Hara Tamiki, laddove il poeta dell'Olocausto definisce la complessa ambiguità dello stile, sta a indicare come la semplicità della scrittura sia una scelta voluta dell'autrice, operazione perfettamente riuscita. Possiamo dire parafrasando Tamiki: > uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà . Perché leggerlo? Luminoso, quieto, carico di amore e nostalgia.

Natsu MiyashitaOscar Mondadori
La briscola in cinque
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La briscola in cinque

Massimo gestisce un bar in un immaginario paese della costa vicino a Livorno. Come tanti locali di provincia il bar è frequentato da un gruppo di vecchietti che passano il tempo a giocare a briscola e a parlare ( o sparlare) dei fatti del mondo e di quelli del piccolo villaggio. Quando un avvenimento straordinario viene a movimentare il tram - tram quotidiano: in un cassonetto dellʼimmondizia viene ritrovato il cadavere di una ragazza. È inutile dire che Massimo si improvvisa detective, commettendo anche alcuni errori, ma alla fine contribuendo in modo determinante alla scoperta dellʼassassino. Per non essere accusato di svelare il colpevole e come ci si arriva, non dirò nulla sulla trama limitandomi a osservare come sia banale e scontata. Allʼinizio lʼattenzione di Massimo per alcuni indizi apparentemente insignificanti invoglia la lettura, ma poi il desiderio dello scrittore di dare un finale a sorpresa rovina la costruzione graduale delle prove, dei moventi e della stessa struttura logica del noir. Lʼambientazione potrebbe schiudere intriganti prospettive se, per esempio, i vecchietti avessero un ruolo significativo nella storia poliziesca o , invece, lo scrittore fosse capace di raffigurare il clima del bar. Niente di tutto questo! Se si esclude lʼuso del vernacolo livornese, il bar e i suoi avventori restano sullo sfondo, piatti, insipidi e superficiali. Lʼunico pregio del romanzo è la scrittura, semplice, facile e chiara. Il lettore corre piacevolmente lungo le pagine senza essere costretto ad un particolare sforzo di concentrazione, ma nello stesso tempo non cadendo nella noia. Perché non leggerlo? È il classico romanzo da viaggio, ma non lascia nulla.

Marco MalvaldiL'Espresso
I Buddenbrook decadenza di una famiglia
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I Buddenbrook decadenza di una famiglia

Il titolo e lʼimpianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dellʼalta borghesia mercantile. Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche allʼautore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte. Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica. Lʼadolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte «una delle sue improvvisazioni». Esegue un motivo > semplicissimo, (...) unʼinvenzione di poco respiro, unʼinvenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo . Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da «scale movimentate», vigorose, quasi che incitassero a «sforzi sempre nuovi». Poi il primo > motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso , prende il sopravvento. > Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, sʼarrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quellʼistante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile. E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo! Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori. Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877. La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è allʼapice della ricchezza e del prestigio. Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas. Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi allʼamore per fedeltà alla «ditta», per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia. Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dovʼè riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente > come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo. Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia . Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese. Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con lʼelezione al senato cittadino. > Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte. Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, unʼespressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, unʼespressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook . Sin dallʼaspetto è evidente lʼintima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere. > Egli sentiva un vuoto nellʼanima. (...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio . Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare. > Onde lunghe come vengono e sʼinfrangono, lʼuna dopo lʼaltra, senza fine, senza scopo, folli e deserte . La sorella ammutolisce: > ma queste cose non si dicono! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello . E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, lʼappartenenza ad una grande dinastia. Lʼattesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione. Allʼinizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti. Eppure siamo nellʼottocento trionfante! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento. Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi. Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti. È la scrittura a parlarci, a rendere lʼatmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo. Perché leggerlo? È lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.

Thomas MannOscar Mondadori
The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)
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The Buddha in the attic (venivamo tutte dal mare)

Il romanzo narra le vicende di donne giapponesi mandate negli Stati Uniti a sposare compatrioti, già da tempo immigrati. > Alcune di noi erano di un piccolo villaggio di montagna in Yamanashi e solo di recente avevano visto il loro primo treno. Altre di noi erano di Tokyo, e avevano visto ogni cosa, e parlavano uno splendido giapponese. (...) Molte più di noi venivano da Kagoshima e parlavano in uno stretto dialetto del Sud che quelle di Tokyo pretendevano di non riuscire a comprendere. (...) Sulla nave eravamo vergini per la maggior parte. (...)  Avevamo lunghi capelli neri e larghi piedi piatti e non eravamo molto alte. Che cosa pensarono quando videro il marito, ben diverso dalle foto per età ed aspetto? «Il passato era dietro di noi, e non c'era modo di tornare indietro». Il romanzo segue queste donne in una realtà nella quale dovono dire > Yes, sir, o No sir, e fare quanto le veniva detto, Meglio ancora, non dire niente. Tu appartieni al mondo invisibile . Imparano a ubbidire, a lavorare duramente, a parlare l'inglese, o almeno le parole sufficienti per sopravvivere, e persino si fanno degli amanti o trovano marito tra gli americani: sono lavoratrici e docili come piacciono agli uomini. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, da bravi immigrati  i giapponesi diventano dei traditori, spie e nemici, da internare in campi di concentramento. E così le donne giapponesi, pure quelle sposate con americani, si ritrovano rinchiuse. «I giapponesi erano scomparsi dalle nostre città. E presto,» puoi ancora vedere gli avvisi ufficiali attaccati ai pali del telefono, (...) ma già stanno iniziando ad essere a brandelli e a sbiadire. (...) Quali fossero esattamente queste istruzioni nessuno può ricordare chiaramente. (...) In autunno non c'è nessuna festa del raccolto buddista..(...) Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell'altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo«. Per dare un senso complessivo al romanzo si può partire dal titolo»The Buddha in the attic«, tradotto banalmente in italiano con»venivamo tutte dal mare > . L'identità giapponese, una miscela di buddismo e scintoismo, è messa in soffitta nel momento in cui le donne giungono in America: bisogna assimilare la nuova cultura, occorre essere americane. E' una semplice sospensione perché quando vengono destinate ad un luogo ignoto, un non luogo > , queste donne scompaiono, non ci sono più, è come se non ci fossero mai state. Ci sono due capitoli da leggere: Venite giapponesi! > il viaggio di queste donne:  la nostalgia e la perdita dei legami, il timore e l'attesa. Sono le componenti dell'esilio, quale sia la provenienza e la destinazione, sentimenti comuni a tanti migranti. La scomparsa > narra l'evaporazione dei giapponesi e la mente corre ad un evanescente romanzo di Coetzee (si veda in questo sito The childhood of Jesus > ). L'autrice ha voluto dare alla narrazione un'impronta corale. Per raggiungere questo scopo è ricorsa ad un espediente letterario: l'uso del noi" quando racconta la vita delle donne e della forma impersonale quando si narra la scomparsa del popolo giapponese. Non aver voluto seguire la storia di alcune donne, rendendole protagoniste nella loro individualità, le ha rese massa, appesantendo la narrazione e rendendo il romanzo prolisso e ripetitivo. Perché non leggerlo? E' noioso.

Julie OtsukaPenguin Books
La buona condotta
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La buona condotta

Il Kosovo è un piccolo stato dei Balcani, incastonato tra la Serbia e l'Albania: si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel 2008 ed è abitato in larga maggioranza da albanesi, con una minoranza serba al confine con la Serbia. Quest'ultima non ha riconosciuto il Kosovo e la comunità serba vive in uno stato di sospensione, in tensione continua con gli albanesi. A Sumor, il piccolo villaggio dove è ambientato il romanzo, > quasi tutti erano rimasti a vivere lì, sempre in bilico tra scelta e condanna. Si erano adeguati alle intemperie della Storia, sopravvivendo come potevano. Miroslav è il medico del villaggio, apprezzato da tutti, albanesi e serbi: un uomo che ha sempre cercato di stare in disparte, tranquillo ed equilibrato, lasciandosi trascinare dal fluire della vita. Così lo canzona affettuosamente Ludmila, la strana sorella del suo migliore amico: > Miroslav, Miroslav. Con questo tuo nome, /ce la farai a diventare un leone?/  O canteranno sulla tua salma, / oh Miroslav, Miroslav, gloria alla calma?. Ma è proprio questa, la mansuetudine, la vera natura dell'uomo? Spesso tornano a Miroslav le ultime parole della madre: > ho sempre pensato che tu avessi ucciso qualcuno, (...) più la gente parlava bene di te e più io capivo che nascondevi qualcosa. Il lato oscuro dell'uomo esce allo scoperto quando si fa eleggere sindaco del paese, nella speranza di ricucire i rapporti tra albanesi e serbi; pare la persona giusta ma dovrebbe mostrare un coraggio e una determinazione che purtroppo non possiede. Ne ha da vendere, invece, l'uomo inviato dalla Serbia per svolgere le funzioni di sindaco ombra. Umiliato ed emarginato, Miroslav sente per la prima volta il desiderio di uccidere. In un delirio, aiutato da qualche bicchierino di troppo, sogna di andare dall'uomo e di sparargli. > Lo sparo assordante lo sorprende, sobbalza, non registra quel che accade all'uomo al quale ha sparato, riesce solo a discernere gli schizzi di sangue sul suo pigiama. (...) Nel buio che ha davanti agli occhi si materializza la figura di sua madre nel letto d'ospedale e quell'ultima domanda che gli aveva posto prima di morire: > hai ucciso qualcuno? Lei lo sapeva già allora, era una domanda che veniva dal futuro!. E' solo un sogno di un uomo angosciato. La vicenda prenderà una piega sorprendente, che non voglio svelare. La buona condotta > di Miroslav come sindaco non cambia la condizione del piccolo villaggio, nel bene come nel male. Tutto resta bloccato in una fragile quiete, il passato torna di continuo con le sue ferite e i suoi rancori; non resta che fuggire o adeguarsi.  Il romanzo può essere visto come una metafora della realtà odierna. In effetti, viviamo tutti in un mondo claustrofobico, in attesa di un cambiamento che non arriva. Siamo inondati da informazioni apocalittiche, da dichiarazioni altisonanti, ma nulla pare mutare, tutto resta immobile. Viviamo in un' enorme distopia, al cui interno intrecciamo relazioni, sogniamo il passato con nostalgia, elaboriamo il futuro senza sapere se poi ci sarà effettivamente. La chiave di lettura della metafora dà al romanzo una dimensione universale, che va oltre al piccolo villaggio di Sumor; questo approccio pone in secondo piano il Kosovo, e il suo dramma. Con la Bosnia Erzegovina, questa piccola nazione è da decenni in uno stato di sospensione: mantenuta dall'Unione Europea, osteggiata dalla Serbia, i suoi abitanti vivono come in una prigione, oppressi da un passato che non accenna a dissolversi, in un microcosmo dimenticato e sofferente. La lieve e affettuosa ironia della scrittrice, l'abile narrazione e il sistema di personaggi nascondono il dramma in cui vive la popolazione, e mentre ne sottolinea il valore universale, ne dimentica la situazione claustrofobica che richiama i racconti di Dino Buzzati, caratterizzati da un'opprimente angoscia (si veda la recensione dei Sessanta Racconti in questo sito). > Bere la pastiglia alla fontana/ è meglio del rum dell'Avana , canticchiava la stramba Ludmila gettando la dose quotidiana di psicofarmaco. La struttura narrativa ha al centro il sistema dei personaggi: Miroslav e sua moglie, con il loro stanco matrimonio, il ritorno a casa di Zbranko, alla ricerca di un punto di gravità, l'eccentrica e intrigante figura di Ludmila (in serbo cara alla follia") e il suo amore con Nebojia, il sindaco ombra, ingenuo e screanzato piccolo delinquente. Il pregio del romanzo sta proprio nella capacità di tratteggiare questi personaggi, descrivendo abilmente le loro personalità e le loro relazioni reciproche. Sumor è sullo sfondo, scenario a storie personali che non paiono avere realmente uno sviluppo. L'approfondimento psicologico, i tratti onirici della narrazione, il profilo dei personaggi, la leggerezza sono i pregi fondamentali del romanzo. Perché leggerlo? Ben scritto ma si rimane un po' delusi: ci si aspettava che parlasse del Kosovo.

Elvira MujcicCrocetti Editore
By the sea (sulla riva del mare)
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By the sea (sulla riva del mare)

> Il mio nome è Rajab Shaaban. Non è il mio vero nome, ma l'ho preso in prestito. (...)  Apparteneva a qualcuno che conoscevo molti anni fa . Già da questa frase, che introduce uno dei due protagonisti, possiamo cogliere alcuni tratti distintivi del romanzo: la bugia, come sotterfugio e gusto di raccontare storie; il destino e l'assoluzione dalle colpe perché Shaaban è l'ottavo mese dell'anno, > quando sono decisi i destini dell'anno che viene e i peccati del vero penitente sono assolti ; la fuga dalla memoria, > prima che essa diventi così solida da tenerci in pugno e sovrastare ogni altro pensiero . Siamo pure dinanzi a un crocevia di civiltà e lingue: Shaaban è in Inghilterra e parla inglese, il luogo e la lingua del colonizzatore, proviene da Zanzibar e dall'Africa Orientale ma tutto il racconto è impregnato di cultura araba e della vicina India meravigliosa. Shaaban ha finto di non conoscere l'inglese, c'è bisogno di un interprete ed è interpellato Latif, un giovane professore di letteratura, pure lui originario dello Zanzibar. Si dà il caso che il padre di Latif si chiami come Rajab Shaaban; è una coincidenza o dietro a questo nome si nasconde qualcun altro, forse persino Saleh Omar, che ha portato la sua famiglia alla rovina? Il lungo colloquio tra Shaaban e Latif, dal titolo indicativo di «Silenzi», è preceduto da due parti propedeutiche. La prima, «Relitti», narra l'arrivo di Shaaban in Inghilterra, la spoliazione della cultura di origine e del suo passato, come un vecchio mobile, residuo inutile di una vita che non c'è più e non potrà tornare. Non bisogna lasciarci ingannare dal fine ritratto ironico della società inglese né dalle considerazioni sul colonialismo britannico: i temi sono lo spaesamento e la rimembranza. Nella misera stanza della casa di accoglienza c'è uno specchio, > troppo largo in quella piccola camera buia, (...) in quella luce opprimente, la mia immagine riflessa pareva quella di una creatura sospesa in una crescente oscurità, il cerchio della luce che s'infilava nell' ombra, incombente sulle mie spalle come un nodo scorsoio non stretto . Ma l'oscurità gli era preziosa perché era piena di «mormorii e sussurri» mentre prima (i rumori) erano stati così paurosamente evidenti. (...) I momenti scivolano tra le dita. Anche se li racconto a me stesso, posso sentire gli echi di ciò che sto sopprimendo, di qualcosa che ho dimenticato di ricordare. > La seconda parte si caratterizza sin dal titolo per realismo narrativo: Latif è il nome con il quale viene chiamato il giovane nella Germania dell'Est, dove è andato a studiare, fuggendo il declino sociale ed economico della famiglia. In modo lucido e quasi distaccato Latif racconta le vicende della famiglia: il padre inetto e ingenuo, la madre che usa la propria bellezza per intrecciare scandalose relazioni amorose, l'affetto per il fratello maggiore e la sua perdizione sino alla scomparsa, e la figura di Hussein, personaggio mefistofelico, manipolatore e furfante. E' una società commerciale, fatta di affari, traffici, trattative, di sali e scendi, dove occorre essere accorti e dove la reputazione è fondamentale. Prosperoso transito di commerci tra l'India e il mondo arabo mussulmano, Zanzibar è travolto, e impoverito, dall'opprimente e ottuso dominio britannico; eppure resiste, sempre alla ricerca di nuovi commerci e fonti di ricchezza. Non saranno i colonialisti a travolgere la famiglia di Latif, saranno le rivalità familiari, gli inganni di Hussein e la bramosia di rivalsa patrimoniale di Saleh Omar, agli occhi di Latif il vero colpevole. Eppure, in questo lungo racconto sociale s'introduce qualcosa di magico. Nella razionalista Germania dell'Est, nella culla del marxismo leninismo, Latif è stato ingannato: credeva di avere avuto un legame epistolare con una giovane tedesca, ma scopre che è una signora cinquantenne, che ha costruito delle storie, desiderosa di sognare e raccontare qualcosa di inconsueto. Ed eccoci alla parte fondamentale del romanzo. Latif va da Shaaban per capire cosa è successo, per completare quelle storie che mancano, (...) come un bambino o qualche cosa di simile, quando i tuoi genitori ti dicono cosa facevi e dicevi, e non hai nessuna memoria di ciò«. Tuttavia»alcune cose non vale la pena conoscere.«E perché Shaaban accetta di narrare?»Avevo bisogno di essere liberato. Non di essere perdonato e di essere pulito dei miei peccati. (...) Avevo bisogno di essere liberato del peso di eventi e di storie che non ero stato capace di dire, e che dicendo avrei colmato il forte desiderio che io sentivo di essere ascoltato e compreso > . Shaaban non è interessato a dire la verità, anzi la sua narrazione dei fatti lo trasforma da colpevole a vittima, destabilizzando Latif. Shaaban ha bisogno di dire storie, come i narratori di Le Mille e una notte«(si veda recensione in questo sito), come»Bartleby lo scrivano«di Herman Melville,» l'imperturbabile autorità della sconfitta di quell'uomo, della nobile futilità della sua vita > : un fabbricatore di parole insomma. Come nell'Odissea (si veda recensione in questo sito), il lettore non si chiede più se Ulisse racconti la verità o menta spudoratamente: ci si lascia scivolare nell'incanto del racconto, in un mondo affascinante e magico di litigi familiari, di amori e tradimenti, di affetti perduti e di vendette, fino a che il povero Latif perde ogni certezza sul proprio passato; solo così è possibile iniziare una nuova vita, dimenticare di ricordare. E' un errore inseguire la trama, cercare inutilmente di ricostruire la storia, di mettere ordine ai personaggi e ai legami reciproci. Per apprezzare il romanzo bisogna lasciarsi trascinare dalla fluidità della narrazione, come quando, in un mare splendido, salino e profondo, ci si lascia guidare dalle correnti, solo talvolta nuotando per riprendere la direzione. Come nei Canti Orfici di Dino Campana, il racconto gira e rigira su se stesso, abbandona e riprende, vede lo stesso episodio da differenti punti di vista; solo talvolta apre delle parentesi sulla storia e sulla società, ma non è quello che interessa; ciò che preme all'autore è parlare dei fascini e dei pericoli della rimembranza, della necessità di abbandonare la memoria, come cronaca di ciò è stato, per inoltrarsi nel presente. A questo scopo è pure utile la bugia. Il difetto del romanzo non è la confusione o la frammentazione; è che alla fine è così lungo da divenire prolisso e ridondante. La contaminazione della lingua inglese può avvenire in tanti modi. Si pensi a Nadime Godimer, al grande Achebe (si veda la recensione di Things fall apart«) e ad Adichie Chimamanda (»Half of a Yellow Sun > in questo sito) in cui le lingue locali si innervano in quella inglese, che mantiene la sua compostezza pur arricchendosi di un nuovo lessico; alla talentuosa Bulawayo Noviolet che passa agevolmente dall'inglese dello Zimbabwe a quello gergale degli adolescenti americani (si veda We need new names > ), e infine al dannunziano Ruschdie Salman, con i suoi neologismi magnificenti (si veda il suo capolavoro Midnight's Children" sempre in questo sito). In Gurnah ci troviamo dinanzi ad uno stile elegante e pulito, che trova proprio nella fluidità del narrare l'impronta dell'arabo e delle lingue africane orientali. Perché leggerlo? è bello farsi catturare, un po' troppo lungo.

Abdulrazak GurnahBrand New Press