Sardinia Blues
Tre ragazzi, Davide il protagonista, Licheri e Corda, trascinano la propria vita in una Sardegna ben diversa da quella conosciuta dai turisti: ci sono il sole e il mare, ma ci sono soprattutto la noia e la voglia di evadere dalla provincia per vivere nel mondo. Tutti tre i ragazzi hanno trascorso diverso tempo allʼestero innamorandosi di donne fantastiche, delle ballerine, ma poi sono tornati delusi alla propria terra per trascorre il tempo tra discoteche e furtarelli. Il protagonista, Davide, è talassemico ed è quindi costretto a continue trasfusioni di sangue. Ma la sua malattia non è la causa del suo male di vivere: ciò che soprattutto incide sono la morte della madre e la distruzione della sua famiglia, con il nuovo matrimonio del padre e la lontananza, anche spirituale, della sorella. Il romanzo galleggia per gran parte tra la descrizione della vita notturna dei tre ragazzi,i ricordi di Davide della sua adoloscenza e della sua vita a Londra, le fugaci relazioni amorose , gli episodi di piccola furfanteria: tutto è portato avanti con leggerezza e rassegnazione, senza rabbia, quasi accettando lʼinutilità della vita. Poi la vicenda precipita: Davide va a letto con Daniela, una delle ragazze più belle della discoteca, i due ragazzi vengono sorpresi dal fidanzato, che li uccide. Il tema fondamentale del romanzo è lʼessere sardi: > sovente abbiamo cenato e fumato io e i miei amici, disquisendo dellʼamore e dellʼarte, dellʼessere sardi e del significato o meno di questo fortuito elemento della nostra esistenza, della nostra voglia di viaggiare e di capire il mondo, delle nostre fobie e della nostra inconcludenza . Ed è proprio la necessità di superare il localismo, «le paranoie identitarie e antidentitarie», che costuisce il tratto più interessante del libro: in una Italia sempre più resa piccola e provinciale dalla retorica del territorio questo romanzo è un inno, forse non voluto dallʼautore, alla globalizzazione, allʼapertura verso il mondo, al fatto di «accettare che siamo come gli altri». Non è un caso che Davide faccia sempre riferimento a stranieri, quando racconta degli altri talassemici: la malattia accumuna e non divide. La prosa di Sorigo è molto particolare e innovativa: la narrazione si sviluppa senza punteggiatura ( o con la punteggiatura sbagliata), come se le parole si susseguissero senza controllo, giocando tutto sulla musicalità e sugli accostamenti verbali. Il riferimento è la poesia piuttosto che la prosa. Questo approccio stilistico è talvolta efficace, ma rende la lettura frammentaria facendo perdere il senso complessivo del romanzo, che diviene, alla fine, un insieme di episodi e di impressioni.
La scimmia dell'assassino
> Per chi non mi conosce, sarà bene dire anzitutto che non sono un essere umano. Sono una scimmia antropomorfa. (...) Come sono finita tra gli uomini non lo so, e verosimlmente non lo saprò mai. Sally Jones, la scimmia narratrice di questo romanzo, è intelligente, le manca solo la parola, ma comprende il linguaggio degli umani, sa scrivere (e così che comunica), è bravissima a riparare oggetti meccanici, dai motori di una nave agli strumenti musicali sino a una vecchia macchina da scrivere, con cui presumibilmente ha scritto «le sue memorie». Le sue doti (abilità tecniche, impegno sul lavoro, profondo senso dell'amicizia) l'hanno resa la compagna indispensabile di un solitario uomo di mare, proprietario di un vecchio battello. Trovandosi a Lisbona, in attesa di un carico da trasportare, Sally Jones e il suo capo s'imbattono in Alphonse Morro, ( > aveva la faccia magra e pallidissima e uno sguardo tormentato), che noleggia la nave per andare a ritirare un carico, ufficialmente delle piastrelle, in realtà casse piene di armi. In una successione di eventi imprevedibili (l'affondamento del battello, l'incontro inaspettato con Alphonse Morro ( > gli occhi sembravano fuori dalle orbite dal terrore ) e la scomparsa di quest'ultimo in mare, il capitano è accusato di avere ucciso Morro, il cui cadavere non viene trovato. Mentre l'uomo è portato in prigione, Sally Jones fugge in una Lisbona ostile e oscura. Si ripara tremante e affamata in un sotto tetto, quando le arriva, come in sogno, un canto, > una voce triste e bellissima, (...) e di colpo, senza capire il motivo, mi sentii pervadere da una sensazione di calore. (...) La donna era seduta davanti alla finestra aperta di un abbaino. Cantando lavorava a qualcosa che teneva sulle ginocchia. Portava uno scialle e i capelli scuri erano raccolti in una crocchia spettinata. Da questo punto in poi il racconto si sviluppa in una serie di avventure, che portano Sally Jones in fuga da Lisbona nella lontana India per poi tornare nella città portoghese, sempre determinata a dimostrare l'innocenza del suo capitano. Sarebbe lungo ripercorrere le vicende, sempre contraddistinte da colpi di scena, da nuovi personaggi e da una soffusa atmosfera di malinconica speranza. Da dove nasce la dolce forza di Sally Jones, questa strana scimmia? Nasce dall'Amore, il quale si esprime nel profondo legame che unisce la scimmia con le persone che incontra, che l'aiutano e che lei aiuta: la triste Anna, povera operaia e meravigliosa cantante di Fado, Fidardo lo scontroso riparatore di strumenti musicali, il custode del cimitero dove Sally Jones scopre la tomba della fidanzata di Morro e la sua triste storia d'amore, l'eccentrico maharajah, verso cui Sally Jones non è cortigiana ma sinceramente amica, e infine lo stesso Alphonse Morro, in realtà vittima sofferente, attanagliata dal rimorso. Ci sono anche i cattivi, chiaramente più forti della povera scimmia; quante volte Sally Jones si rannicchia sul letto, sente venire le lagrime, sovrastata dalla paura e dalla nostalgia! Caparbia, apparentemente fragile ma sicura nei suoi valori, Sally Jones è messaggera di speranza, in un momento in cui ne abbiamo molto bisogno, adolescenti e adulti. Il romanzo è articolato in tre parti: la prima e l'ultima ambientate a Lisbona, la seconda in India. C'è da chiedersi per quale motivo l'autore abbia dedicato tante pagine al soggiorno di Sally Jones presso il maharajah, dissipando in banali descrizioni l'atmosfera affascinante di Lisbona. Leggendo le pagine ambientate nella città portoghese, ci si sente pervasi da quel senso malinconico di vivere che distingue Lisbona; ed è stato molto bravo l'autore a dare colori differenti alle strade e al cielo, nella prima parte cupi, nell'ultima solari, quando Sally Jones torna dai suoi amici e ai suoi luoghi. E' che dire del canto, il Fado, che attraversa l'intera narrazione, e che riesce a trasmettere persino al maharajah la dolce tristezza della musica portoghese, capace di trasformare un uomo egocentrico in un animo generoso e benigno, almeno una volta nella sua vita. La trama non sarebbe stata sufficiente a dare spessore alla storia. E' la scrittura a connotare l'intera narrazione: fluida, apparentemente semplice, con un'alternanza di dialoghi, riflessioni e stati d'animo della scimmia, e di abili descrizioni d'ambiente; lo stile avvince il lettore, anche nelle parti sinceramente prolisse e ridondanti. Perché leggerlo? Sally Jones pare personificare gli imperativi categorici di Kant: libertà, uguaglianza e fratellanza.
Senso ed altri racconti
Camillo Boito, fratello maggiore del più famoso Arrigo, fu un esperto dʼarte, impegnandosi marginalmente nella letteratura. Eppure i suoi racconti sono incredibilmente moderni per la freddezza e lʼamoralità con le quali lʼautore affronta lʼegoismo ambiguo e inenarrabile che si nasconde dentro lʼanimo umano. Nella storia più nota, «Senso», Livia è una donna, dura, superficiale e vanesia, che affida ad uno «scartafaccio» un terribile segreto. E lo fa con la gioia di > confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ancora molto giovane, ma già sposa di un ricco ed anziano aristocratico, ha come amante un ufficiale austriaco. Pur riconoscendo che è un uomo dissoluto, cinico e di pressoché nulli principi morali, Livia è travolta dalla passione fisica. La descrizione dellʼinizio della loro relazione è una lezione di maestria letteraria. Con poche parole, leggere e velate, lʼautore esprime la profonda sensualità del rapporto tra Livia e il suo amante. La donna è in una vasca, nuda, sdraiata supina in uno stato di compiacimento della sua bellezza, della «bellezza rosea della pelle», quando, attraverso le ampie aperture che collega la vasca con lʼarea dedicata agli uomini, irrompe lʼamante. > Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo.... ritto in piedi, mezzo velato dallʼacqua, ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva ringraziare i numi e dicesse: Finalmente! Ma lʼuomo si rivela ben presto un furfante, che chiede continuamente quattrini alla ricca contessa, sino al punto di portarle via anche i gioielli per corrompere i medici ed evitare di andare in guerra. Livia vive a Trento, lʼuomo deve stare a Verona, dove è il corpo militare al quale appartiene. La lontananza permette allʼuomo di ingannare ancora lʼamante, dichiarandole la sua fedeltà mentre se la spassa con altre donne, approfittando dei soldi della contessa. Ma lʼamore cieco si può trasformare in un odio crudele. Livia si accorge del tradimento e per vendetta denunzia lʼamante, che viene fucilato. Questa infamia peserà per sempre sulla coscienza di Livia o è stata solo la conclusione infelice di un capriccio? Lʼautore non dà una risposta a questa domanda, non gli interessa esprimere un giudizio morale né tanto meno effettuare unʼanalisi sociale. In fondo lʼautore è come un pittore che deve rappresentare, con tutti i suoi chiaro scuri, un paesaggio, uno stato dʼanimo, un sistema di personaggi: niente di più. La trama narrativa è il pregio fondamentale di Boito. È lineare, semplice, ma ricca di suspense. Un altro aspetto interessante dello stile dellʼautore consiste nella descrizione dei paesaggi, soprattutto dellʼambiente premontano, che gli doveva essere particolarmente caro. Cʼè una cura attenta del dettaglio, quasi verista, accompagnata da una trasfigurazione che fa leva sulle immagini e sui colori. Si prenda ad esempio questo brano, tratto da un racconto minore, «Il demonio muto». > In mezzo a quelle due chine brulle dʼun colore cupo rossastro si vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un monte lontanissimo. Le nubi sʼerano squarciate e, sul largo campo azzurro, da quellʼangolo basso saliva saliva una nuvola bianca, illuminata dal sole. Prima sembrò una corona dʼargento posta sul culmine del monte lontano; poi si espanse, invase una gran parte del cielo. Pigliò figura di un toro immane, che si avanzasse con la sua testa cornuta... Poi, in un minuto, il toro mutò apparenza: la testa da grossa che era si allungò, divento il grugno di un porco e la figura, che prima era maestosa, diventò grottesca . Perché leggerlo? È piacevole, un intrattenimento non banale.
The Shadow King (il Re Ombra)
Il romanzo è ambientato in Etiopia durante l'occupazione italiana (1935-1941). La prima parte, intitolata «Invasione», parla della guerra, tra l'ottobre 1935 e il maggio 1936, che condusse alla conquista di Addis Adeba da parte delle armate italiane e alla fuga di Hailè Selassiè; le altre due parti, «Resistenza» e «Ritorno», raccontano la sanguinosa guerra partigiana, che minò profondamente le velleità italiane di colonizzazione dell'Etiopia. Infine, un breve epilogo si svolge nel 1975 quando Menghistu destituì e imprigionò Hailè Selassiè. Oltre alla ricerca storica, in particolare quella di Angelo del Boca («Gli italiani in Africa orientale», volumi I e II), l'autrice ha attinto alla documentazione fotografica, pure di fonte italiana. Ed è proprio dalla «foto come memoria», che prende le mosse la narrazione, sin dalla presentazione della protagonista: la serva Hirut. Un fotografo francese visita nel 1935 la casa di un feudatario etiope e gli viene chiesto un ritratto della servitù. > Questa è Hirut. Questo è il suo largo viso amichevole con uno sguardo curioso. Gli occhi pieni di luce sono sospettosi ma tranquilli, (...) una ragazza graziosa con un collo sottile e attraente e spalle leggermente curve. (...) Guarda lontano dall'obiettivo, e cerca di non socchiudere gli occhi, il viso rivolto al sole accecante. (...) Nessun'altro modo per ricordare il corpo incontaminato che una volta portò con la leggerezza di una bambina . La descrizione della società feudale etiope e della condizione femminile è impietoso: sfruttamento bestiale dei contadini, sottomissione totale della donna, anche quella appartenente alla casta feudale, violenze e abusi sessuali. Hirut è una giovane orgogliosa, conserva la spada lasciata dal padre, per affetto e per affermare il rango al quale ritiene di appartenere; l'arma le viene tolta dal padrone perché alle donne non è concesso combattere. Le continue disubbidienze di Hirut vengono represse violentandola e le altre donne, invece di esprimerle solidarietà, la condannano all'emarginazione. Il suo destino non è poi così diverso da quello della sua padrona: l'aristocratica Aster, anch'ella costretta a riconoscere la superiorità del marito, umiliandosi. Quando Aster chiede di combattere riceve un netto rifiuto. > Torna indietro qui con le tue donne. (...) Lei lo guarda a lungo, un tempo sufficiente a far sì che il risentimento scompaia dal viso. Lascia che scivoli tra loro come un sipario calato su un palcoscenico. Poi annuisce e va via. La condizione femminile cambia radicalmente quando, dopo la sconfitta, inizia la resistenza e il ruolo delle donne è fondamentale per una lotta che richiede il coinvolgimento di tutta la popolazione. Sappiamo da Angelo del Boca che ci furono numerose e famose donne partigiane; stiamo parlando di protagonisti realmente vissuti, anche se trasfigurati dall'immaginazione. L'esilio di Hailè Selassiè scoraggia il popolo etiope nella lotta contro gli italiani; si ricorre ad un stratagemma: si sfrutta la somiglianza di un mendicante con il Negus per diffondere la voce che il sovrano sia tornato. L'uomo deve farsi vedere tra i villaggi; ad accompagnarlo è una splendida amazzone: Hirut. Da serva umiliata e sottomessa la giovane diviene una combattente, essenziale per dare verosimiglianza all'inganno, ma lei stessa è un'eroina per gli atti di valore e di coraggio A questo punto irrompe nel racconto un nuovo personaggio: Ettore, un fotografo italiano di origine ebrea, il quale, per paura di essere denunciato e perché è un pusillanime, si presta a fotografare i più orrendi crimini commessi dagli italiani. Siamo a pagine drammatiche e di alta qualità narrativa. L'autrice attinge alle foto di questo dimenticato soldato per documentare la ferocia dei nostri connazionali. Vengono condotti continui rastrellamenti e le persone catturate, generalmente vecchi, donne e bambini, vengono gettati in un burrone e, mentre volano nel vuoto, urlano i loro nomi, per dire che hanno avuto una vita, erano esseri umani. > Ciò non può essere annientato: che ripeta il suo nome fino a quella caduta finale, (...) e l'eco della sua voce è il lamento funebre del mondo, la terra maledicendo questa crudeltà. (...) Aveva trovato il modo di non ascoltare le loro preghiere e maledizioni quando si agitavano, con l'eleganza di una danza, sul crinale del precipizio per quell'ultima fotografia. (...) Ogni fotografia è divenuta un giuramento non mantenuto con sé stesso, una rottura nelle difese che si è creato per ignorare ciò che egli realmente é: l'archivista di oscenità, il raccoglitore del terrore, una testimonianza di tutto ciò che ci penetra e dissolve la nostra autostima e lascia morti gli esseri umani. Il lungo romanzo ha raggiunto il suo apice, drammaticamente epico; poi, spossato da tante immagini orrende e disumane, si ripiega su sé stesso in un inverosimile legame tra la virile e determinata Hirut e il fragile e ipocrita Ettore. Liberiamoci di un possibile equivoco: il romanzo non è un atto d'accusa contro il nostro Paese. L'autrice narra un destino delle donne: ad esse vengono riconosciute indipendenza e prestigio solo quando danno un contributo alla lotta per la liberazione, in questo caso contro l'italiano invasore. Hirut si conquista un ruolo combattendo e rischiando di essere torturata, violentata e uccisa; in questo modo si riscatta dello stupro subito, quasi che questo fosse una sua colpa. C'è in lei una forza che ci affascina, in particolare perché si contrappone alla debolezza caratteriale e valoriale di Ettore. Nel contempo l'autrice desidera raccontare la tragedia dell'Etiopia, aggredita, sconfitta perché avvelenata dall'uso criminale di gas nervini (con decine di migliaia, forse centinaia, di morti tra la popolazione civile), soggetta poi ad una repressione che non risparmiò nessuno. Purtroppo, Maaza Mengiste non è Chimamanda Ngozi Adichie ( si veda su questo sito «half of a yellow sun»): non riesce a muovere dai personaggi per narrare una storia di popolo; i protagonisti restano stereotipi sui quali, tuttavia, l'autrice scarica troppi temi esistenziali (si pensi alla relazione tra Ettore e suo padre); la tragedia dell'Etiopia è un poema epico, anche per il ricorso ad alcuni espedienti, come il coro e i momenti di sospensione su Hailè Selassiè, sinceramente ridondanti. I due livelli restano separati, è evidente che l'autrice si trovi maggiormente a suo agio quando assume toni lirici e drammatici. Sotto il profilo della scrittura il romanzo si avvia un po' stentato; poi la scrittrice assume sicurezza e crescente capacità stilistica, con un ricco lessico e con forme sintattiche sempre più espressive. L'eccessiva lunghezza non aiuta l'efficacia complessiva della narrazione e si fa fatica ad arrivare alla fine Perché leggerlo? Per noi italiani è indispensabile fare i conti con il colonialismo.
Signoria
Siamo nella Spagna nel 1799. Don Rafel è il potente cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona. Lʼautore lo descrive sinteticamente come un uomo > la cui vita era caratterizzata da una bramosia costante e dallʼinquietudine dellʼinsoddisfazione, che lo spingeva a sognare senza essere poeta, a innamorarsi senza essere un dongiovanni, a scalare posizioni sempre superiori agli altri, sperando di raggiungere la felicità. Ma, siccome era intelligente, sapeva mantenere le posizioni conquistate, pur a costo dellʼodio e dellʼinvidia altrui . La sua abilità e la sua spregiudicatezza gli avevano permesso di salire nella scala sociale sino ad arrivare ad una posizione impensabile, lui non aristocratico, e ad un patrimonio ragguardevole. Potente e temuto sembrava inattaccabile e si faceva chiamare con il titolo di Sua Signoria, preludio ad una baronia. Un episodio apparentemente marginale, lʼomicidio di una cantante, lo trascina nel baratro. La donna è stata assassinata dopo avere avuto un rapporto dʼamore con un giovane poeta, Andreu, che viene accusato del delitto. A casa del giovane viene trovato un documento, dove emerge che don Rafel ha ucciso la sua amante.Il potente cancelliere fa in modo che il giovane, pur innocente, venga condannato rapidamente e mandato al supplizio. Ma la situazione precipita: il delitto di don Rafel è a conoscenza di altre persone, che o lo ricattano o cercano di vendicarsi della morte del giovane. Don Rafel non ha rimorsi ma teme lo scandalo e «si chiedeva quando avrebbero iniziato a gettarglisi addosso per toglierli tutto». Preso dalla disperazione, va a confessarsi ma rivela davanti al confessore tutto il suo cinismo: dinanzi alla richiesta del prete di consegnarsi alla giustizia dice candidamente che > la legge è un insieme di arbitrarietà raccolte in un Codice e la giustizia è ingiusta per definizione . Neanche Dio può accoglierlo e a quel punto non gli resta che il suicidio. È una società decadente quella descritta dal libro: bramosia di denaro e di potere, abusi e violenze verso i più deboli, vita fatta di apparenze e di squallide vicende sessuali. Sembra lʼItalia di oggi!! Anche i rapporti autentici vengono distrutti in una società corrotta e contribuiscono a creare le vittime predestinate: lʼamore di Teresa per Andreu ha portato a regalargli il medaglione che sarà la prova della condanna; le lettere, ingenue e piene di affetto per Andreu, di Nando, lontano da Barcellona e ignavo della sorte dellʼamico, diventano crudeli e insulse alla luce della situazione del giovane condannato. La scrittura è piacevole ma la storia si sviluppa lentamente, girando intorno alla figura di don Rafel senza mai investigarla a sufficienza,tanto che la drammaticità della conclusione appare scontata e improvvisa nello stesso tempo, quasi a voler chiudere un racconto troppo lungo. Perché non leggerlo? Ha la lunghezza di un trhiller senza esserlo.
Smoke
Si tratta di un breve racconto. L’ambiente è la società contadina del Sud degli Stati Uniti. Un padre autoritario ha di fatto cacciato i due figli dalla proprietà: il più giovane perché aveva richiesto la divisione della terra, il più anziano perché non sopporta più il padre. Mentre il più giovane vive come un eremita, il più vecchio va a vivere da un cugino. Il padre muore apparentemente ucciso da un cavallo e viene anche assassinato il giudice, esecutore testamentario dell’eredità. Il procuratore riesce, con la sua capacità dialettica e l’uso attento delle parole, a spingere il vero colpevole, il cugino, a confessare. L’espediente è costituito proprio dal fumo, che il procuratore nasconde in una scatola del giudice e la cui presenza nel luogo del delitto mette con le spalle al muro il colpevole, che risulta essere un forte fumatore. La trama vorrebbe essere quella poliziesca, ma in realtà il vero oggetto del racconto è costituito dall’aridità e asprezza del mondo contadino e dei rapporti familiari, che si sviluppano dietro alla volontà di possesso della terra. In contrasto con questa brutalità e con una vita quotidiana squallida si sviluppa il periodare elegante del procuratore: > si era laureato ad Harvard... capace di trascorrere interi pomeriggi in compagnia degli uomini accovacciati contro i muri degli empori di campagna, parlando con loro nella loro lingua. Li chiamava i suoi momenti di svago . Il mondo della campagna viene in qualche modo manipolato dalla parola, dall’intellettuale che sa parlare bene e sa costruire trucchi e trappole per i contadini ingenui. Lo stile del racconto, la struttura della frase in particolare, si sviluppa in modo molto complesso, e quindi di difficile lettura.
Solar
Michael Beard ha ottenuto, appena ventʼenne, il premio Nobel. Lui stesso non si spiega i motivi di un riconoscimento così prestigioso ( forse il comitato lʼha confuso con Sir Michael Bird?), ma da allora, > come un naufrago, si è aggrappato a questʼunico pezzo di legno, e vedeva sé stesso come un privilegiato . Il romanzo ha poco da fare con la scienza e con lʼenergia solare, ma narra soprattutto la storia di un misero uomo, bugiardo, egoista, opportunista, che attraversa con indifferenza gli affetti delle persone più vicine. Il racconto ha inizio al momento della separazione di Michael dalla sua quinta moglie, che lo tradisce per vendicarsi dei tanti adultéri del marito. Michael è presidente di un centro di ricerca governativo, che dovrebbe trovare soluzioni per ridurre lʼanidride carbonica e quindi contrastare il cambiamento climatico. In realtà il nostro protagonista non crede affatto agli effetti disastrosi dellʼinquinamento atmosferico ma, con la stessa superficialità con la quale porta avanti la sua vita sentimentale, avvalla un progetto assurdo di installare piccole pale eoliche in tutte le case degli inglesi. È questa lʼidea di un giovane ricercatore, fanatico delle fonti rinnovabili, che infastidisce il cinico Michael con il suo idealismo ambientalista. Ritornando da un viaggio nel continente antartico, dove è stato costretto a partecipare ad uno strampalato gruppo di ricerca sullo scioglimento dei ghiacci , Michael sorprende il giovane ricercatore a casa sua: è uno degli amanti di sua moglie. Nel colloquio che segue alla scoperta, il giovane ricercatore si uccide inciampando in un tappeto mentre si sta dirigendo verso Michael per pregarlo di non licenziarlo. Il nostro protagonista non è certo colpevole ma capisce che potrebbe essere il primo ad essere sospettato. E così fa in modo che venga condannato un altro amante della moglie, un uomo violento e assurdamente geloso. A questo primo inganno se ne aggiunge un altro: Michael viene in possesso delle carte del giovane ricercatore nelle quali è dimostrata la possibilità di ricavare lʼidrogeno dallʼacqua utilizzando lʼenergia solare. È la scoperta del secolo, che risolverebbe in un colpo solo il problema delle emissioni di anidride carbonica e quello dellʼesaurimento delle fonti di energia. Il racconto si sposta, poi, molti anni avanti. Michael, un uomo obeso, mangiatore e bevitore insaziabile, ha continuato la sua vita cinica e superficiale. Dal punto di vista sentimentale, oltre alle amanti occasionali, ha, suo malgrado, due relazioni fisse: con una inglese, che gli ha dato una figlia, anche se lui si era opposto in tutti modi, e con una americana, conosciuta nel New Messico dove sta realizzando il prototipo di fabbricazione dellʼidrogeno dallʼacqua, fondamentale per dimostrare la validità industriale dellʼidea. Dal punto di vista del business deve combattere con gli investitori, spesso scettici sul progetto e che soprattutto si chiedono se ne vale la pena spendere i soldi in una tecnologia così innovativa, quando non si è certi se ci sarà la catastrofe ambientale e se, quindi, bisognerà abbandonare i combustibili fossili ( come il carbone, il petrolio e così via). Dinanzi alle preoccupazioni del socio, che ha investito diversi milioni di dollari e riporta le opinioni di molti esperti che dicono che non cʼè un riscaldamento planetario, Beard ,forte del suo premio Nobel, > mise una mano sul braccio dellʼamico, un chiaro segno che egli era oltre i sui limiti. Toby ascolta, ci sarà la catastrofe . Lui che non aveva mai creduto nel riscaldamento globale! Ma a differenza della teoria che gli ha dato il premio Nobel, che districa in modo matematicamente ineccepibile le complesse interazioni tra energia e massa, Michael resta attorcigliato nel groviglio di falsità e di contraddizioni, proprie della sua vita. Nel momento in cui sta per dimostrare la grandezza del suo genio ( ma è ciò che veramente gli interessa o ciò che vale è il piacere del momento?) le sue «donne» gli chiedono il conto delle promesse fatte, ritorna lʼuomo ingiustamente condannato per vendicarsi e gli viene intentata unʼazione legale perché ha utilizzato un progetto non suo. Capisce che ha fallito e percepisce con chiarezza il cancro che lo sta uccidendo. Finalmente consapevole della sua meschinità vede la figlia, che lo ama di un amore incondizionato, andargli incontro, ma > egli dubitò mentre lʼabbracciava, che qualcuno avrebbe mai potuto credergli adesso che fosse vero amore . La scrittura è brillante, la trama si sviluppa a tratti in modo accattivante, i personaggi sono ben descritti: il tutto dovrebbe avvincere il lettore. Ma, come per il protagonista del romanzo, cʼè una sorta di leggerezza e di eccessiva ironia, che rende evanescente il racconto. Tutto sembra paradossale e quindi la falsità e il cinismo, i temi fondamentali del racconto e tratti così tipici della nostra epoca, restano narrati in modo superficiale e non si assiste a quello svelamento che ci si aspetterebbe. McEwan è un grande autore, che spreca la sua arte. Perché leggerlo? È scritto molto bene e la storia è intrigante.
Soldati di Salamina
> Nel 1989 era stato pubblicato il mio primo romanzo; (...) il libro fu accolto con assoluta indifferenza. Ne seguirono una lunga depressione e la rottura del matrimonio, quando, a salvare il fallito scrittore, arrivarono la sensuale Conchi e la miracolosa vicenda di Rafael Sànchez Mazas. La prima era una chiromante, > cui piaceva da matti uscire con un giornalista (un intellettuale, diceva lei) e che danzava cantando > Terra gloriosa al mio cuore,/terra benedetta di profumi e passione,/(...) Ahimè quanto dolore,/allontanandomi, Spagna, da te,/perché mi strappano dal tuo roseto. L'episodio, famoso e incredibile, è ambientato nel 1939 alla fine della guerra civile. L'esercito repubblicano in ritirata verso la Francia portò con sé un gruppo di gerarchi falangisti per fucilarli. Sànchez, fondatore del movimento falangista e poi ministro franchista, riuscì a fuggire salvandosi, e costruì intorno a questa vicenda la sua aureola di eroe immortale. Cercas immagina che il nostro scrittore fallito venga in possesso di un taccuino in cui Sànchez aveva annotato quanto era avvenuto: il nome della famiglia contadina che lo aveva accolto e il riferimento a non precisati «amici del bosco». Notizie frammentarie, contraddizioni tra le diverse versioni e lo stato stesso del taccuino, che pareva contraffatto, portarono l'aspirante scrittore a supporre che tutto fosse falso: > una colossale fandonia minuziosamente ordita dall'immaginazione di Sànchez Mazas, (...) per riscattarsi dalla fama di codardo , per occultare qualche episodio disonorevole delle sue strane peripezie di guerra. L'indagine su documenti e sul campo porta a convalidare l'intera vicenda: la fucilazione e la fuga sono veramente avvenute e «gli amici del bosco» sono tre ragazzi renitenti alla leva che si erano nascosti tra la boscaglia e aiutarono Sànchez; presenza rimossa dal gerarca per non ammettere che era stato aiutato da giovani coraggiosi ma non fascisti, lui il grande poeta della Patria. Resta un episodio che, chi sa perché?, l'aspirante scrittore non approfondisce. In un racconto che pare tratto da «Una nobile follia» di Ugo Igino Turchetti, cui si è ispirato probabilmente Fabrizio De André per la Canzone di Piero (si veda la recensione in questo sito), il nostro aspirante scrittore così descrive l'avvenimento. > Il soldato lo sta guardando; Sànchez Mazas lo fissa a sua volta, ma gli occhi stanchi e miopi non riescono a interpretare ciò che vedono; sotto le ciocche di capelli bagnati e l'ampia fronte e le sopracciglia grondanti, lo sguardo del soldato non esprime compassione o odio e neppure disprezzo, ma una sorta di segreta o insondabile allegria, (...) e a un certo punto urla al vento senza smetterlo di fissarlo: «Qui non c'è nessuno!». Per divenire realmente scrittore, il nostro dovrà scoprire chi era questo soldato: la narrazione abbandona la cronaca, prende slancio e mistero, e svela un vero eroe discreto, al servizio della Libertà e della Spagna, un resoconto di fatti realmente accaduti, con personaggi reali. E' inutile obiettare che ogni romanzo è reale per il lettore e quindi tanto vale inventare i personaggi di cui non si ha notizia. A differenza di Carrére, che per scrivere di Limonov, attinge a piene mani dalle biografie dello stesso scrittore e politico russo (si veda la recensione in questo sito), Cercas porta avanti un'indagine investigativa da buon giornalista. Peccato che quando scrive un resoconto, anche se brillante, la narrazione si appiattisce, diviene noiosa e il lettore si chiede perché farlo quando ci sono gli storici. Al contrario, in tutte le pagine in cui lo scrittore si affida alla fantasia e al mistero (si pensi alla figura di Conchi e alla scoperta del soldato eroe) il racconto cambia di segno, diviene intrigante e piacevole. Alla fine si percepisce la passione quando lo scrittore esce allo scoperto e inneggia all'eroe soldato. Dovremmo trovare un confine tra fiction, cronaca e storiografia; noi viviamo nel presente ed elaboriamo il passato sui fatti del presente, ma la rappresentazione del passato condiziona le nostre visioni della realtà e quindi va trattata con cura, perseguendo la «verità» sulla base delle metodologie di ricerca storica. La scrittura scorre fluida e lievemente maliziosa. L'autore crea un'atmosfera quasi irreale, così che gli avvenimenti, anche drammatici, e i personaggi ballano una danza sulla musica della celebre canzone. Il pregio è proprio uno stile narrativo distante da quello giornalistico, capace di farci sognare. Il difetto principale è la trama, confusa e ripetitiva. Perché leggerlo? E' interessante la storia, alcune pagine sono veramente belle.
La sonata a Kreutzer
Durante un lungo viaggio in treno i passeggeri cominciano una discussione sullʼistituto del matrimonio. Ci può essere affinità spirituale nella vita coniugale o essa non è che > un inferno orripilante, per via del quale si finisce alcolizzati, ci si spara o si ammazza ? La conversazione si interrompe bruscamente quando un viaggiatore dichiara di essere «quello che, guarda un poʼ, ha ucciso la moglie». Ed inizia a narrare la sua storia. Come la maggior parte degli uomini ha condotto per molti anni una vita licenziosa, frequentando bordelli e disprezzando le donne, delle quali cercava solo il piacere sessuale. Poi, come tutte le persone della sua classe sociale, si è ammogliato, perché così si deve fare. Già nella luna di miele, > lʼinnamoramento si era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e ci ritrovavamo lʼuno di fronte allʼaltra nellʼeffettiva natura dei nostri rapporti, che erano quelli di due egoisti, assolutamente estranei lʼuno allʼaltra, che non desideravamo nulla più che trarre dallʼaltro quanto più piacere possibile . Per molte pagine la storia è lʼoccasione per parlare del matrimonio e più in generale delle relazioni tra uomo e donna: riflessioni sulle quali ritornerà più chiaramente Tolstoj nella postfazione. Dobbiamo vivere una vita autentica, dice il grande scrittore russo, al servizio di un ideale superiore: lʼamore per Dio e per il prossimo. Su questa strada il matrimonio, mera ottemperanza a regole esteriori, è un elemento di disturbo, perché > si finisce per dedicare il periodo migliore della propria esistenza, rispettivamente gli uomini ad adocchiare, ricercare e possedere i migliori oggetti dʼamore, sotto forma di relazioni amorose e matrimonio, e le donne e le ragazze ad attirare e coinvolgere gli uomini in una relazione o nel matrimonio . E a chi gli ribatte che il matrimonio legittima i rapporti sessuali senza i quali non ci sarebbe la procreazione e quindi si estinguerebbe la specie umana, Tolstoj risponde in modo drastico: > un cristiano sarebbe consapevole di non commettere peccato o di non cadere, sposandosi, solo nel caso che il necessario per lʼesistenza di tutti i bambini del mondo fosse garantito . Ma allora il racconto è un saggio morale? In gran parte sì e così lo hanno interpretato i contemporanei. Ad un certo punto, però, cʼè una svolta inattesa. Il protagonista, lʼassassino narratore, assiste al concerto della moglie, che suona, insieme con il suo amante, un pezzo di Beethoven, il primo presto della Sonata a Kreutzer. Molti autori hanno scritto della musica, il più delle volte accostando lʼascolto ad un elevazione dellʼanimo umano. Tolstoj ci stupisce ancora una volta. > Dicono che per effetto della musica lʼanima si elevi: sciocchezze, non è vero! (...) La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, del mio reale stato dʼanimo, mi trasferisce in una situazione diversa, estranea; sotto lʼeffetto della musica mi sembra di sentire quello che in realtà non sento, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. (...) Su di me, quanto meno, questo pezzo ha avuto un effetto tremendo; mi sono rivelati dei sentimenti che mi parevano del tutto nuovi, nuove possibilità che prima di allora non conoscevo. Non come avevo fino allora pensato e vissuto, ma come se una nuova voce parlasse nella mia anima . E si solleva nella coscienza del protagonista una forza irrefrenabile, che il lettore ha già incontrato nelle ultime pagine di Anna Karenina, immediatamente prima del suicidio: > un qualche demone, certo estraneo alla mia volontà, escogitava e suggeriva le ipotesi più raccapriccianti . Da questo momento in poi il racconto, prima lento e un poʼ noioso, diviene incalzante e travolgente, sino ad una scena drammatica. Tornato dʼimprovviso a casa, sorprende la moglie e il presunto amante nel salotto; prima aggredisce lʼuomo, il quale fugge, peraltro non inseguito («era ridicolo correre in calzini» anche durante un omicidio prevale la decenza borghese!); poi si scaglia sulla moglie, pugnalandola a morte. Ha pure lʼimpudenza di chiederle perdono. «Perdonarti? Sono sciocchezze. Se solo potessi non morire!» risponde la donna. Il racconto si gioca tutto nelle ultime quaranta pagine, sia dal punto di vista letterario che per quanto riguarda i contenuti. La narrazione dellʼomicidio, come atto finale di un lucido e folle odio, è di una forza espressiva incredibile: pur prevedendo lʼinevitabile conclusione, il lettore spera fino allʼultimo che succeda qualche cosa (un ravvedimento della coscienza, lʼintervento di qualcuno), poi si arrende dinanzi ad una frase terribile nella sua fredda constatazione. > Ho sentito e ricordo lʼostacolo momentaneo che frapponeva il corsetto, e sotto ancora qualcosʼaltro, poi il coltello che affondava nel morbido . La riprovazione di Tolstoj per lʼuomo è chiara e netta: la vittima è la donna, il colpevole è il marito, il quale è ben cosciente di ciò che sta facendo. I giudici decideranno diversamente e giustificheranno lʼomicida per il presunto adulterio. Non lo proscioglierà la coscienza e il racconto si chiude con una disperata richiesta di perdono. Perché leggerlo? Se si superano le prime ottanta pagine, si può leggere una storia di femminicidio, narrata da un grande scrittore.
Spaccanapoli
Il libro è una raccolta di racconti scritti tra il 1943 e il 1947 ed esprime lo sforzo dell'autore di fare i conti con la realtà, con l'umanità rigogliosa, carnale, amorale e scaltra di quella «babele della storia», che è Napoli: da qui probabilmente il titolo di Spaccanapoli, l'arteria dove gravita da sempre la vita della città. Diciamo subito che i conti con la realtà non sono riusciti pienamente ed infatti la narrazione è impregnata di una speranza sognatrice e malinconica. Nel primo racconto («La figlia di Casimiro Clarus»), in un paesino dell'Italia del nord, «dove gli uomini sono cortesi e vivono di poche parole», ormai anziano, il narratore crede di intravedere la donna amata da giovane e la chiama: nella fantasia la vorrebbe di nuovo ma non c'è, si è sbagliato. «Portava sempre un cappello giallo, a larghe falle, con le viole nel nastro.»Subito dicevo, Katy, sei qua? No, non ci sono, rispondeva. Allora rincorrevo quella farfalla > . Se ci si può permettere di scrivere ancora di tiepidi amori prima della guerra, dopo Rea sentii il bisogno di usare un sistema linguistico più aderente alla nuova realtà > . I racconti successivi sono bozzetti della società napoletana, dove il cinico istinto di sopravvivenza prevale e permette ai personaggi di tirare avanti. Si prenda L'Americano > . Un povero garzone di fornaio approfitta delle attenzioni della moglie del padrone, invaghisce di sé la duchessina e infine, montatosi la testa, fa venire da Taranto una prostituta con la quale crea scandalo e invidia insieme. Avendo ucciso il fidanzato della duchessina fugge in America dove diviene un ganghesterro, ingravida una misera prostituta, fa i soldi e torna in Italia, abbandonando la ragazza al suo destino. Sbarcato mi recai dalla Madonna di Pompei. (...) Ché io diventi un vecchio che pare un fanciullo, perché io non ho fatto male a nessuno, ve lo dico come un figlio. (...) Io vi compro gli scarpini di brillanti. (...) Io sono un buon' uomo. (...) 'Vai, fece la Madonna con un dito > . Pare di leggere una novella di Boccaccio. L'influenza del grande scrittore del trecento si intravede in un altro racconto, L'interregno«. L'avvio della narrazione ha il timbro della peste descritta da Boccaccio.»Nel nostro mite paese, la guerra era giunta per fama«. Si temeva il ritorno della pace, perché»era anche quello della legalità commerciale e delle tasse sui profitti di guerra. (...) Molti sfaccendati dovevano all'oscurità il fiorire dei loro commerci clandestini. (...) Gli appartenenti alla mezza classe ne smaniarono. Ma essi eran pochi per numero e altresì ligi alla correttezza e alla continenza, in sacrificio delle fiere apparenze > . Ma poi irrompe la guerra, la povera gente corre nelle cantine a rifugiarsi, i ricchi, i più lesti ad accorgersi allo specchio d'aver la coscienza maculata, attraverso porticine segrete, subito la portarono ad arieggiare in campagna > . La vita dei rifugiati è tratteggiata con pennellate forti ed incisive, senza trascurare le vicende personali del protagonista, brav'uomo con una astuta abilità di cogliere le opportunità che gli si presentano, che sia esse di amore che di soldi. Il tratto peculiare dei racconti è la scrittura, talvolta lineare ma più delle volte in bilico tra prosa e poesia, con accenti stilistici tipici di Boccaccio. Si prenda come esempio questo passaggio di un altro racconto, I capricci della febbre > . Il protagonista è stato ricoverato in ospedale per vaiolo e lì incontra un'infermiera. Palpitarono i muscoli delle mie cosce a un nuovo soffio d'aria. Ma lei c'intese un richiamo d'amore: (...) e, a braccia levate, come si arrendesse, cadde in ginocchio, con grande rumore, davanti alla mia vergogna, che guardò esterrefatta. (...) Io sono 'na povera figliola. Io ho paura di uscire in mezzo 'a via a far peccato. Con voi lo facevo per puro amore. (...) Non riuscivo più a star fermo con la memoria: un'altra Nina, quella chiamata nel delirio, si confondeva in questa viva: incredibile ai miei occhi". Ed è proprio l'analisi di questo fugace rapporto d'amore che individua la differenza tra Rea e Boccaccio: nel primo la narrazione si sviluppa in uno stato di vagheggiata realtà (la donna ritrovata, la cinica autogiustificazione, la fantastica vita sotto le bombe), in Boccaccio la narrazione ha la stessa voluttà di linguaggio ma è sviluppata dal punto di vista di un monello, che scherza e non si lascia coinvolgere dagli avvenimenti e dai personaggi. Perché leggerlo? Suggestivo anche se spesso difficile da decifrare
Una spirale di nebbia
La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano; la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > . Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.
Una spirale di nebbia
La vita è > una specie d'inganno, cui ci si addestra, questo mentire a se stessi su se stessi , sfuggendo (...) «la sconosciuta e torbida paura della rivelazione». Come in Open City di Cole Teju (vedi la recensione in questo sito), nel quale il protagonista dimenticò persino di aver violentato una ragazza perché «per me sono sempre l'eroe» (ma «il piacere della negazione non è stato possibile per lei»), pure questo romanzo indaga > quella profondità misteriosa e segreta fatta d'emozioni inespresse, di verità celate agli occhi di tutti . L'indagine assume la forma apparente del giallo. Valeria, la moglie milanese di Fabrizio Sangermano, una potente famiglia campana, è rimasta uccisa durante una battuta di caccia col marito: un incidente o un omicidio? C'è un commissario, ci sono numerosi personaggi che dovrebbero aiutare a dipanare la vicenda, ma non è questo che interessa all'autore: la morte di Valeria dovrebbe essere quel fatto traumatico che potrebbe finalmente dissolvere la nebbia dei sentimenti umani. Si sviluppano una serie di ritratti. Assistiamo alla riunione di famiglia, che discute sconcertata e preoccupata il possibile coinvolgimento di Fabrizio che trascinerebbe nello scandalo il clan Sangermano; la discussione termina a un istante quando il nonno, il gran vecchio, > fece un cenno con la mano e poi disse: sono contento d'aver previsto la conclusione di questo nostro incontro , (...) nello studio si rifece il silenzio, zii e cugini assunsero l'espressione compunta che avevano imparato ad assumere alla perfezione dopo tanti anni di allenamento e di acquiescenza: facce attente indifferenti inespressive di persone a un tratto svuotate della loro più intima personalità > . Maria Teresa, una Sangermano che rischiava di restare zitella, ha sposato per volontà della famiglia un noto avvocato della Curia: un uomo stimato e influente. Il matrimonio non è stato mai consumato perché lui è impotente e quando lei ne viene a conoscenza (è stata ingannata dalle sue bugie), pur sapendo che deve infischiarsene dello scandalo, pur ripetendosi che non deve cedere, disse, come in sogno senza rendersene conto«che andava bene così,»non se ne parli più, non avere paura > . E che fa l'illustre avvocato della Curia? Fa mettere incinta la domestica per dimostrare che lui non è impotente e può chiedere lo scioglimento del matrimonio per colpa della moglie; e la moglie si chiude nel silenzio come estremo atto di dignità. Ci sono altre storie di inganno, di ipocrisia, di cose non dette, in certi casi semplicemente frutto di quel monotono meccanico corso«della quotidianità, il quale allontana»irreparabilmente dall'essenza della vita, dallo scoprire che cosa veramente la vita sia, come succede a tanti milioni d'individui che crescono e vivono vite brevi o lunghe ma consacrati, si direbbe, per costituzione o incapacità o chissà che altro, a una specie di perpetua rinunzia alla vita > . E' un approccio mortifero, che non poteva che non concludersi con un ritratto inquietante del funerale di Valeria, lei come morta finalmente parte della famiglia Sangermano, che l'aveva respinta in vita. Il nonno si trovava in piedi fra l'altare e un inginocchiatoio in un atteggiamento compassato«: era veramente commosso o fingeva? E i Sangermano sono tutti intorno, malgrado»nessuno piange, nessuno s'è commosso: ma era proprio necessario commuoversi? (...) E adesso ritornava la nebbia, (...) forse saliva proprio dalla terra senza alcun altro compito che questo di smussare ogni rilievo e confondere annullare almeno per il tempo della sua presenza anche loro: non loro persone fisiche, ma i risentimenti e le passioni e le speranze e le pene e le paure e insomma il nodo fitto inestricabile dei sentimenti. > Il romanzo è come sospeso: non c'è un finale e soprattutto la narrazione non si evolve, resta impigliata nell'introspezione psicologica dei personaggi, scavati fino in fondo, sezionati nei loro sentimenti ma senza empatia; d'altra parte non c'è dinamismo nella vicenda umana, tutto è rinchiuso nella superficialità delle relazioni sociali, nella rassegnazione di un destino individuale già segnato dalla società. Ricorda le gabbie esistenziali di Andre Dubus, i cui racconti non si sviluppano perché i protagonisti sono prigionieri dei rapporti interpersonali e delle loro menzogne ( si veda in questo sito Separate Flights and other stories" e «Dirty Love»). Al di fuori delle vicende umane incombe un contesto grigio, non tempestoso, ma piovoso e nebbioso: > più che pioggia era una polvere d'acqua e cadeva adagio senza rumore come se fosse la nebbia a sciogliersi in una leggera e umida peluria d'argento . E' un romanzo degli anni '60 ma la distanza stilistica rispetto ad oggi è abissale. Il «bell' italiano» del Liceo Classico invade l'articolazione sapiente delle frasi, la sua ricca punteggiatura, gli aggettivi ben scelti e ben collocati, le parole ricche di potenzialità espressive. Talvolta si è avvinti ma alla fine si capisce che l'autore pregusta la sua abilità con un narcisismo che pare dire: vedete come sono bravo! E noi sentiamo una intensa nostalgia per Cesare Pavese, per la sua scrittura sobria, scevra di virtuosismi. Forse non riusciamo più a scrivere come Prisco, e come Moravia, però è meglio cosi: la nostra lingua ne ha guadagnato in termini di leggibilità e fruibilità. Perché leggerlo? Bisogna godersi la scrittura, è comunque una bella lingua.
Stamboul Train
Il romanzo narra il viaggio da Ostenda a Istanbul di un gruppo di viaggiatori: una giornalista con la sua amante, un giovane commerciante ebreo in viaggio di affari, un ladro divenuto suo malgrado un assassino (in fuga), un famoso ricercato politico e una giovane ragazza di nome Coral. Durante il viaggio si intrecciano avventure e storie di amore, in particolare quella tra il giovane commerciante e Coral, tra i quali sembra nascere una vera e duratura relazione. Al confine con l’Ungheria la polizia arresta il ricercato politico (su indicazione della giornalista) e insieme il ladro e Coral. I tre riescono a fuggire ma nella fuga il ricercato politico viene ferito mortalmente e Coral si ferma per assisterlo. Il giovane commerciante, che attendeva con un automobile parte comunque per Costantinopoli, dove si sposa per interesse. Tutti i personaggi si muovono secondo interessi egoistici (il denaro, la fama, gli affari ecc. ) a eccezione di Coral che rinunzia al giovane commerciante pur di assistere il ricercato politico. La ragazza è quindi l’unica figura che riflette sentimenti sinceri, non mediati da sovrastrutture economiche e ideologiche, ma orientati agli aspetti profondi della vita umana, come la solidarietà verso una persona in difficoltà. Anche questo romanzo appartiene al filone «divertimento» di Greene, ma sinceramente da questo punto di vista è senza dubbio deludente: il ritmo è lento per la nostra abitudine di romanzi moderni del genere poliziesco e comunque non tale da creare suspense e interesse nella trama. La parte più interessante è quella della prigionia ai confini con l’Ungheria in quanto emergono finalmente le contraddizioni dei diversi personaggi ed emerge la figura di Coral. A differenza del «nostro uomo all’Avana» il romanzo è caratterizzato da una forte e diffusa amarezza: prevalgono sempre l’egoismo e la vacuità rispetto all’altruismo e alla sincerità. I rapporti tra le persone sono dominati da sentimenti falsi e dalla ricerca della soddisfazione del proprio narcisismo e dell’interesse.
Stella Rossa romanzo-utopia
In un anno imprecisato (ma supponiamo sia il 1908) un marziano si presenta al rivoluzionario e scienziato Aleksandr Bogdanov, proponendogli di venire su Marte per studiarne la società e per diffondere i superiori valori marziani sulla Terra. Il pianeta rosso ha un'organizzazione perfetta che permette, per esempio, di dare a ciascuno il lavoro più utile alla collettività e nel contempo più congeniale alla persona, realizzando l'utopia di Marx: "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i bisogni". È l'ideale società comunista, che non sarà facile da accettare da parte del rivoluzionario Bogdanov, infastidito dalla cura dei marziani nei suoi confronti, supponendo che sia una forma di controllo, ed invece > la premura che avevano nei miei confronti era la medesima - forse, con meno frequenza - che mostravano quando si aiutavano a vicenda. (...) Io, che provenivo da un mondo individualistico, mi distaccavo dagli altri senza volerlo e percepivo morbosamente la loro gentilezza e il loro aiuto amichevole che, io, figlio di un mondo materialistico, non potevo permettermi di ripagare. Ed allora, > bisognava fare in fretta, bisognava sfoderare tutte le forze e le energie, perché la responsabilità era enorme! Quale colossale beneficio per la nostra vecchia e sofferente umanità, quali giganteschi progressi e quale prosperità avrebbe portato l'influenza energica e vigorosa di quella cultura superiore, potente e armonica! Ma siamo proprio sicuri che i marziani e i terrestri siamo così differenti? Siamo certi che la società socialista dissolva le pulsioni individualistiche in una sfera più elevata, in cui prevalgano solo la razionalità e la solidarietà? E se in questa società così armonica irrompesse l'amore? Netti, una marziana esile e gentile, si innamora del fragile e confuso terrestre. > Ti amo non solo come una moglie, ti amo come una madre che accompagna il proprio figlio in una nuova esistenza, estranea, piena di sforzi e pericoli. Questo amore è più forte e più profondo di qualsiasi altro in grado di legare due persone. Così scrive Netti a Bogdanov quando quest'ultimo scopre che la donna è sposata pure con Stenni, un freddo scienziato, senza cuore, capace di scomporre il tutto, ma non in grado di capire i pensieri e i sentimenti della gente. È c'è senza dubbio della gelosia e dell'antipatia, sentimenti così poco socialisti, alla base dell'assassinio di Stenni da parte di Bogdanov. E c'è pure la nostalgia per la Terra: > un nugolo di volti familiari ed eventi passati baluginavano nella mia mente (...) paesaggi terrestri, scene teatrali, immagini di favole per bambini si riflettevano silenziose nella mia anima, come in uno specchio svanivano e si scambiavano senza alcun senso di agitazione, ma solo di leggera curiosità accompagnata da una flebile sensazione di piacere. In uno stato eccitato e confuso, in cui gelosia e appartenenza alla Terra si sovrappongono, Bogdanov non può che uccidere Stenni, dopo aver letto il verbale di una riunione segreta, in cui il "freddo scienziato" invita a invadere la Terra, eliminare la sua popolazione e depredarne le risorse, di cui Marte ha enormemente bisogno. È una premonizione di quanto avverrà nel futuro, quando dietro all'utopia di classe e di razza si perpetreranno genocidi di interi popoli? Che ne sarà di Bogdanov e della sua amata Netti. L'autore immagina che Bogdanov venga rimandato sulla Terra: è stato un fallimento usarlo come possibile "ponte" tra i due mondi. Netti va sulla Terra a raggiungerlo, e poi? Resta solo > sul tavolo del salotto, con un'enorme finestra spalancata, (...) un biglietto. Alcune parole erano lì impresse in una calligrafia tremolante: "un saluto ai compagni, Arrivederci". I Wu Ming hanno immaginato il proseguimento della storia di Bogdanov e Netti (si veda la recensione di "Proletkult" in questo sito); ma, come nella prefazione a Stella Rossa, il gruppo di Bologna dà una lettura storico-ideologica, ovviamente anche dal punto di vista di quanto è avvenuto dopo. Si perde quel crogiuolo di sentimenti e relazioni che sono il perno della trama e rendono ancora così accattivante il romanzo. Perché leggerlo? Talvolta noioso, è bella la storia di Bogdanov e Netti.
Stoner
Il romanzo narra lʼignota carriera di un professore di letteratura inglese. William è lʼunico figlio di una modesta famiglia contadina. A costo di gravi sacrifici i genitori lo hanno mandato a studiare scienze agrarie, nella speranza che un giorno tornasse con quanto appreso per migliorare la gestione della terra. Allʼuniversità il giovane Stoner si innamora della letteratura, e dei libri. Soprattutto sceglie la protezione delle sicure mura dellʼuniversità. Come gli disse un amico: > nel mondo saresti stato sempre in procinto di avere successo, ma saresti stato distrutto dai tuoi fallimenti. Così hai scelto, sei stato scelto; la provvidenza.... ti ha strappato dalle morse del mondo e ti ha piazzato in salvo qui, tra i tuoi fratelli... Chi sei tu?. Un semplice figlio della terra, cosa pretendi di te stesso? Le parole sono profetiche di quella che sarà una vita banale: un progressivo ritirarsi nella mediocrità, mettendosi in un cantuccio, accettando la sconfitta prima ancora di lottare, senza pretendere molto dallʼesistenza. Si sposa per scoprire subito che non è amato, eppure non si ribella; si fa carico di un debito esorbitante per il suo modesto stipendio, pur di comprare la casa desiderata dalla moglie; ed è sempre questʼultima che decide di restare incinta, dandogli una figlia, che, tuttavia, William non può amare come vorrebbe e gli diviene ben presto estranea. Tutto accetta il nostro protagonista per il quieto vivere, per una pigra tranquillità. Si innamora di una giovane insegnante, che ricambia il suo amore. Ma quando il preside della facoltà lo invita a dare una svolta alla relazione, cosa fa il nostro «coraggioso» William? > Egli si appoggiò alla poltrona e guardò il basso, buio soffitto che era stato il cielo del loro mondo. Disse con calma: se gettassi tutto via, se smettessi e me ne andassi, tu verresti con me, non è vero? Si, ma tu sai che io non lo farò, è vero? Si lo so.... Perché allora, Stoner spiegò a se stesso,... noi entrambi diventeremmo qualche cosʼaltro, qualche cosʼaltro di noi stessi. Saremmo niente . E come tutti quelli che mettono «la testa sotto la sabbia», William è ben contento che la giovane amante se ne sia andata senza dirglielo e che > non gli abbia lasciato una nota dʼaddio per dire cose che non potevano essere dette . È meglio vivere allʼinterno delle mura dellʼUniversità di Columbia, dove William era entrato studente, era diventato professore e sarebbe andato in pensione, il più tardi possibile. Non importa se nel frattempo nella vita reale si susseguono eventi epocali, che travolgono lʼesistenza di milioni di individui: la prima guerra mondiale, la crisi degli anniʼ30, la seconda guerra mondiale e il duro dopoguerra. Come succede a molti intellettuali è sufficiente pensarli, non viverli. Non ci stupisce allora come sfiori un libro in punto di morte. I libri gli hanno dato quella sicurezza che ha cercato per tutta la vita e per la quale ha rinunziato a vivere realmente. Nella sua introduzione John McGahern afferma che Stoner è «un vero eroe» perché > egli diede testimonianza di valori che sono importanti... La cosa importante nel romanzo per me è il senso di Stoner per una missione. Insegnare per lui è una missione.... la sua missione gli diede un particolare tipo di identità e lo fece ciò che era . Per lʼinsegnamento Stoner ha rinunziato a tutto. Ma siamo sicuri che si possa essere un buono insegnante astenendosi dal lottare per le persone amate, dal combattere per il proprio paese, dallo stare vicino alla terra dei propri genitori, ossia educare gli altri senza vivere noi stessi? E non lo pensava in questo modo anche William? Alla fine della sua vita riconosce infatti che > aveva voluto essere un insegnante, e lo era diventato; tuttavia sapeva, lo aveva sempre saputo, che per la maggior parte della sua vita egli era stato indifferente... Senza passione, razionalmente, contemplava il fallimento che la sua vita deve apparire che sia stata... Che cosa ti aspettavi? Egli si chiese. Lʼambiente universitario non deve ingannare. La vera storia del romanzo è lʼeterna vicenda di chi preferisce una vita mediocre ad unʼesistenza intensa, relazioni abitudinarie e tranquille a rapporti sentimentali turbolenti ma profondi. Insomma chi sceglie lʼindifferenza e la chiusura in sé stessi (la fuga nei libri?) e non si lascia invece travolgere dagli avvenimenti e dagli affetti. Il romanzo è considerato un capolavoro, oggi dopo cinquantʼanni dalla sua pubblicazione. Che siano scaduti i diritti dʼautore? Non si capisce infatti quali siano i motivi per ritenerlo un capolavoro. Certo la scrittura è molto elegante e grammaticalmente perfetta, da ottimo professore dʼinglese. È peraltro banale così come noiosa risulta la trama. Infastidisce in particolare questo piccolo mondo accademico. Non è uno spicchio del mondo. È come se si leggesse della serafica vita di un monastero medioevale mentre i barbari imperversano: è un microcosmo inutile. È vero che siamo nellʼera degli anti eroi, ma, perdio!, un poʼ di storie vere e di personaggi ricchi di personalità! Perché leggerlo? Si legge bene, ma lascia poco.
La Storia
> Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte (un sopravvissuto di Hiroshima). Elsa Morante pone questa citazione come premessa al romanzo, ad indicare come il suo fine sia narrare le vittime in un periodo drammatico e doloroso della nostra storia recente: gli anni tra il 1941 e il 1947. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare di trovarsi dinanzi ad una versione moderna del romanzo di Riccardo Bacchelli (Il Mulino del Po recensito in questo sito), con il quale il grande scrittore bolognese intendeva narrare la storia post unitaria dal punto di vista degli umili. E come potrebbe essere se l'autrice è la stessa di Menzogna e Sortilegio (vedi recensione in questo sito)? Come potremmo pensare di essere dinanzi ad un romanzo storico, battagliero, pungente, ideologico, quando il mondo narrativo di Elsa Morante è onirico e introspettivo? Ida, vedova Mancuso, vive a Roma: di professione maestra, di età trentasette, con un figlio irrequieto e simpatico, di nome Nino, ha un > corpo denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, la faccia di una bambina sciupatella. (...) Nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione. (...) La stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, sanno il passato e il futuro del loro destino. Chiameremo quel senso (...) il senso del sacro (...) il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati . Mentre rientra a casa viene violentata da un soldato tedesco, che la mette incinta e nasce Giuseppe, detto Useppe. Nino è sempre in giro, sola con il piccolo Useppe Ida subisce i bombardamenti e la distruzione della sua casa, lo sfollamento a Pietralata in un grande stanzone senza intimità, la dura occupazione tedesca, la deportazione degli ebrei, e, indirettamente tramite Nino, la lotta partigiana; poi si raccoglie in qualche modo in una piccola stanza in affitto, sempre sola con Useppe, e convive con una famiglia in vana attesa del figlio disperso in Russia. Infine raggiunge una decorosa sicurezza che sembra avviarla ad una vita serena. Tutti questi tragici avvenimenti attraversano la vita di Ida ed Useppe come una fiaba; in essa il bambino pare un gnomo allegro ma saggio: > si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all'infinito . E' come se il canto di due uccelletti di bosco, le cui parole erano chiarissime agli orecchi di Useppe, esprimesse nel loro ripetitivo ritornello il senso indecifrabile di quanto stava accadendo: «è uno scherzo, uno scherzo, tutto uno scherzo!». Se non fosse che il romanzo di Anna Maria Ortese «Il Cardillo addolorato» è del 1993, e quindi Elsa Morante non può essersi ispirata alla misteriosa canzoncina ( > e vola vola vola lu Cardilo...., si veda la recensione in questo sito), comunque traspare lo stesso mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Ida, Nino ed Useppe sembrano sopravvivere così come i loro due cani, Blitz e Bella, inconsapevoli vittime; ed invece i sogni manifestano sin dall'inizio le angosce che provengono dall'inconscio, sommerso dalla paura e dal dolore, ai quali non si riesce a dare un senso né si può semplicemente assistere a tanta crudeltà. Ida cammina con suo padre, che la ripara sotto il proprio mantello; quand'ecco il mantello se ne vola via come da solo, senza suo padre. E lei si trova bambina piccola sola per certi sentieri di montagna, perdendo rivoletti di sangue dalla vagina. (...) Invece di scappare s'è fermata sul sentiero a giocare con una capretta.... Ma non s'accorge che la capretta urla, ha le doglie, sta per partorire! E frattanto là, già pronto, c'é un furiere delle macellerie elettriche....(...) Useppe, nel sogno, non si trovava a riva, ma nell'acqua del fiume-lago. E quest'acqua, sebbene chiusa in cerchio dalle colline, appariva di una grandezza infinita. (...) Useppe nuotava in quest'acqua naturalmente, come un pesciolino; e intorno a lui per tutto il tiepido lago emergevano innumeri testoline di altri nuotatori compagni a lui. (...) Ma la cosa più straordinaria di questo lago festantissimo era che il cerchio delle colline, massacrato dalla tetra bufera, là dentro si rispecchiava, invece, intatto e beato, nella piena serenità di un'estate al suo principio > . Come raggiungere la pace, come liberarsi dal dolore? Non restano che la morte o la follia. Il lettore si allontana dal libro con un immagine di grande suggestione. Useppe si è sentito male, ha avuto un attacco epilettico, Bella corre verso casa a chiamare Ida, e lei si sveglia da un sogno ( e allora il pischello e lei, contenti, salgono insieme sulla nave«), viene presa da un»panico incoerente«e corre a salvare il figlio.»Camminavano in tre, stretti uno all'altro: Useppe accomodato su Bella come su un cavalluccio, e appoggiato con la testa al fianco di Ida, che lo cingeva col braccio per sostenerlo > . Quanta soffusa e malinconica dolcezza! Stretti tra loro, nell'unica solidarietà che conoscono, i tre sperano di salvarsi! Disse Elsa Morante in un'intervista del 1959, il romanziere (...) presenta, nella sua opera, un proprio, e completo, sistema del mondo e delle relazioni umane. Solo che, invece di esporre il proprio sistema in termini di ragionamento, è tratto, per sua natura, a configurarlo in una finzione poetica, per mezzo di simboli narrativi"(citato da Cesare Garboli nell'introduzione). Con il fine di parlare delle vittime la scrittrice cerca di attenersi a questo canone, dà al suo romanzo un'impronta ottocentesca, con una descrizione minuziosa delle storie, dei luoghi, dei dettagli, nello sforzo di legittimare l'immaginario e di dargli coerenza. Scivola in una lunga e ridondante scena alla Dostoevskij, quasi una replica del capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov (si veda recensione in questo sito). Però, Il mondo onirico è incontenibile, l'inconscio prorompe e disintegra l'ordine complessivo del romanzo: ne esce uno zibaldone, dove si mescola la Storia con le storie in un miscuglio esagerato e prolisso; Useppe dà un moto cavalleresco alla narrazione che ci potrebbe salvare, ma non è sufficiente. Perché leggerlo? Di sicuro un grande romanzo ma non certo all'altezza di Menzogna e Sortilegio.
La storia del giogo d'oro
Il romanzo è ambientato a Shanghai tra il 1911, crollo dellʼimpero cinese, e la fine degli anni ʼ30, poco prima dellʼoccupazione giapponese. La Cina tradizionale si sta sfaldando, crollano le certezze secolari sulle quali reggevano le famiglie allʼapice della gerarchia sociale: la burocrazia imperiale e le grandi proprietà terriere. È un lungo periodo di transizione, per molti aspetti simile a quello che stiamo vivendo oggi. Su questo sfondo la scrittrice tratta un tema universale: la follia generata dalle regole e dai rapporti familiari, lʼeffetto devastante della «ridondanza delle apparenze artificiali». Cao Qiqiao viene da una famiglia di bottegai e ha sposato «il secondo fratello maggiore» di un casato altolocato, anche se ormai in declino. In tal modo ha compiuto un salto sociale, diventando la «seconda Cognata», ma è entrata in un > grande clan, dove le vecchie generazioni si servono del loro prestigio per opprimere gli altri, e quelle più giovani sono come dei lupi e delle tigri . Qiqiao sa benissimo di essere disprezzata, perché di origine inferiore; deve curare il marito, invalido sin dalla nascita e con il quale ha avuto sporadici rapporti dʼamore; odia il suo stesso fratello perché lʼha ceduta in cambio di una ricca dote e le chiede continuamente soldi. È sola, si sente come prigioniera, simile ad > un esemplare di farfalla dentro una teca di vetro, smagliante e desolato . Cova dentro di sé un profondo rancore, che si esprime nella maldicenza per danneggiare le cognate, «signorine di famiglie onorate e rispettabili». Attende con ansia il momento nel quale potrà entrare in possesso dellʼeredità e divenire ricca. Ma viene defraudata dal «padrone anziano», il capo famiglia, il quale favorisce i maschi rispetto alle femmine e nella ripartizione dei beni tiene conto del rango sociale di provenienza. Qiqiao si rinchiude nella sua casa, a presidiare gli averi avuti in eredità e ad allevare i figli. Lʼodio verso sé stessa, per il suo destino amaro e per non aver saputo cogliere le poche opportunità che le si sono presentate, si traduce in una crescente pazzia. > Le sembrava di avere davanti agli occhi come un velo di perle ghiacciate che una folata di vento caldo le schiacciava sul viso; poi il vento passava, risucchiando via con sé quel velo, e lei non aveva ancora ripreso fiato quandʼecco che il vento soffiava di nuovo e lʼavviluppava tutta, la testa, la faccia, una folata fredda, una calda . Sempre più cattiva e violenta cerca conforto ed oblio nellʼoppio. La sua lucida follia è distruttiva, per sé e per chi la circonda: la figlia, alla quale brucia ogni possibilità di matrimonio e che rende oppiomane, il figlio, debole e corrotto, asservito alla volontà dispotica della madre, la nuora, disprezzata, aggredita, allontanata dal marito, costretta a ripercorrere lʼinfelice esistenza di Qiqiao; la stessa concubina del figlio, pur elevata al rango di moglie, non sopporta il clima familiare e si uccide. > Qiqiao sta sdraiata, in dormiveglia, sul letto da oppio. Da più di trentʼanni porta al collo questo giogo dʼoro, ne ha utilizzato i pesanti corni per spazzare via alcune persone, e quelli che non sono morti vivono orami solo a metà. (...) Tastandosi sul polso il bracciale di giada, se lo spinge in alto lungo il braccio ossuto, ormai esile come un fiammifero, fino a raggiungere lʼascella, e poi lo fa scendere di nuovo giù. Quasi non riesce a credere di aver avuto le braccia tornite quando era giovane. (...) Sono tutti fantasmi, fantasmi di tanti anni prima, fantasmi che non sono mai nati.... Che cosʼè la verità? Che cosʼè la menzogna? Il tema della follia allʼinterno delle chiuse pareti domestiche è un argomento largamente trattato dalla letteratura. Se non fosse per il contesto cinese la storia non è particolarmente innovativa. La narrazione della rigida e spietata gerarchia dei grandi clan cinesi si evolve rapidamente: i personaggi si muovono con maggiore libertà, potrebbero fare le loro scelte perché la tradizione si è ormai indebolita. Ed è qui il dramma. Qiqiao, i suoi figli, le altre figure minori potrebbero crearsi una propria vita, ma non lo fanno, per pigrizia, rassegnazione, voglia auto distruttiva. E come se la scrittrice criticasse il suo ambiente sociale, lʼalta borghesia di Shanghai, proponendo un romanzo tipicamente occidentale, che non permette di giustificarsi dietro le costrizioni della consuetudine. Ma Zhang Ailing non è così severa; ama «il contrasto sfumato» e lo fa tramite le descrizioni: lʼuso dei colori, il gioco della luce della luna e delle ombre, gli ambienti sovrabbondanti di oggetti ormai inutili danno unʼ idea di desolazione esistenziale, di destino irrevocabile e per questo universale. Non è la società cinese ma la generale condizione umana. > Ombre bluastre sul pavimento, e ombre bluastre sulla volta del baldacchino, e anche i suoi piedi sono immersi in quellʼombra mortale. (...) Fuori dalla finestra cʼera anche quella luna bizzarra che faceva rizzare i capelli, un piccolo sole bianco scintillante in un cielo di lacca nera. (...) Una stanza così ampia, stracolma di casse e bauli, materassi, biancheria da letto, tra cui sicuramente avrebbe trovato un lenzuolo a cui appendersi. (...) Aveva paura di questa luna ma non aveva il coraggio di accendere la luce . Perché leggerlo? Un breve racconto, affascinante per lo stile narrativo.
La strangera
Beatrice, detta Bea, è una ragazza torinese, cresciuta in una tipica famiglia borghese, amante della montagna, delle palestre di roccia, delle ascensioni alle grandi cime, di quel vedere l'alpinismo come una performance, una competizione con se stessi e con gli altri. Di lei sappiamo poco perché l'autrice non indaga la storia di Bea prima della sua scelta: quella di andare a lavorare in un rifugio. Intravediamo un'anima solitaria e inquieta che cerca una vita autentica, che non trova più nella città così come nelle alte vette. Quando è già a lavorare nel rifugio e ha iniziato un' esile storia d'amore con Elbio, «il bel pastore», Dea racconta al ragazzo, meravigliato e innamorato, di un suo incontro con uno sherpa, cui chiese che cosa si provava a stare sull'Everest. L'uomo rispose semplicemente che è bello. > Io mi aspettavo una rivelazione sulla vita, non lo so. Rimasi delusa, ma probabilmente fu più deluso lui, perché ero l'ennesima persona che della montagna non ci aveva capito nulla. (...) In realtà non c'è nulla. Solo ghiaccio, roccia e tantissimo cielo. Il romanzo parla, invece, dei boschi di larici, dei rifugi ai piedi delle vette, degli alpeggi e delle malghe, di luoghi spesso visitati ma per noi semplici accessori dei sublimi panorami. Aidala racconta la vita di questi ambienti in modo minuzioso: c'è il Barba, il gestore del rifugio, burbero e caparbio come deve essere un uomo che vive in alta montagna; ci sono i compagni di lavoro, tutti maschi che accolgono Bea tra loro come se fosse un ragazzo, solo con un pizzico di affettuosa galanteria; ci sono gli escursionisti, numerosi nei fine settimana, chiassosi, esigenti e spesso maleducati come sono troppe volte i turisti. E ci sono pure le donne e gli uomini degli alti alpeggi, dove si portano le bestie al pascolo durante l'estate. Ancora l'occhio di Bea si accende alla vista delle alte cime, ma è già attratto dalla prosaica e dura vita della montagna. > Il rifugio si trovava all'ingresso di un altopiano che apriva su un anfiteatro di cime, le più alte di tutta la valle. (...) La Becca (vetta di 3000 metri di altezza nei contrafforti del Monte Rosa) si stagliava di fronte a me con le sue guglie mozzate, su cui la presa bianca del ghiaccio aveva allentato gli artigli. Dal terrazzo del rifugio sembravano stringermi in un abbraccio che in quel giorno di nubi fosche si era trasformato in una morsa. (...) Nella nebbia, che le vacche si stessero avvicinando si intuiva dal vibrare dei campani, dai richiami dei pastori, dall'abbaiare dei cani. La stessa orchestra arrivata quassù all'inizio di giugno adesso si stava spostando altrove: il freddo calava come un falco in picchiata, i pascoli futuri orizzonti di terra brulla. Sospesa tra tanti mondi (la nostalgia del frastuono della città, il fascino ancora intenso delle cime, la sottile attrazione della natura della montagna e dei suoi veri abitanti), Bea pare aver trovato un equilibrio nel faticoso lavoro del rifugio, nell'amicizia, nella figura severa e paterna del Barba. Tanta è la convinzione di avere scoperto la propria dimensione di vita che Bea rimane con il Barba pure nel lungo inverno, quando il rifugio è frequentato da pochi visitatori o persino isolato dalla neve. Quando un episodio irrompe a travolgere questa sicurezza. Rimasta sola nel rifugio, perde la testa nel momento in cui il Pronto Soccorso Alpino le chiede di chiamare il Barba e comunque di presidiare il rifugio: due alpinisti si sono persi sulla Becca. > Che la gente lassù muore lo devi accettare come una mela che cade dall'albero. (...) Furono per me giorni di confusione. Il rifugio mi appariva distante, fluttuavo senza meta. Avevo creduta di essere riuscita a ricavarmi uno spazio tra gomitate e spintoni, notti insonni, servizi estenuanti. (...) Tutto mi era familiare, eppure non mi apparteneva più nulla. Per la prima volta mi sentii davvero «strangera», senza patria, senza una casa a cui tornare. Bea decide di lasciare il rifugio e di cercare una nuova vita, in montagne lontane dalle grandi cime, da quelle vette, splendide e misteriose, crudeli e assassine. Se il tema centrale del romanzo è il rapporto con la montagna, così importante da offuscare l'analisi della personalità di Bea e dei suoi esili amori, c'è un altro argomento che attraversa il racconto: è il rapporto tra la ragazza e il Barba. Questi ci appare all'inizio come un uomo duro, con quegli ordini precisi, con quelle parole taglienti, che parevano avere > un incidere diverso, una cadenza sospetta. (...) Il Barba aveva (...) il volto severo, i movimenti sgarbati, una tenerezza spigolosa. Se fosse stato un albero, sarebbe germogliato noce. Di solito il noce non cresce in quota, non si trova in mezzo ai boschi ed è sempre solitario. La sua interlocuzione con Bea, questa cittadina sprovveduta!, si sintetizza in una frase sprezzante: > Tu non capisci niente di qui. Pian piano, dietro questa scorza di montanaro burbero, si rivela un vecchio paziente e fiducioso, che dà spazio alla ragazza: piccoli cambiamenti nella routine del rifugio, due gatti voluti da Bea per tenere lontani i topi, la presenza di Elbio, con le effusioni tra innamorati, le richieste di Bea che il ragazzo possa fermarsi per la notte, richieste tanto più sconcertanti per il Barba perché il povero ragazzo è sempre spedito a casa. D'altra parte solo Bea può decidere se fare all'amore o meno! Lentamente, veniamo a conoscere la storia del Barba, della sua solitudine: un desiderio di vivere appartato che l'uomo condivide con Bea, quasi che sia l'io specchiante della ragazza. Nel lungo inverno del rifugio, Bea non è più la cittadina ignara della vita di montagna, la ragazza è per il Barba una sorta di figlia, di tutto ciò che l'uomo non ha avuto, o non ha voluto per il rifiuto sprezzante degli altri. Ed allora, quando Bea le rivela la decisione di tornare in città, forse per alcuni giorni, forse per sempre, l'impostore Barba la inganna, chiedendo di attendere alcuni giorni pur sapendo dell'arrivo della neve e quindi dell'impossibilità di lasciare il rifugio. E' una debolezza da vecchio solo, per Bea è un tradimento, che rompe definitivamente il legame con il Barba. > Se la montagna fosse stata viva, anche io e lei in quel momento saremmo stati affini. Mi sentivo spoglia come un pendio da cui si è appena staccata una valanga. I pochi brani riportati danno l'idea dello stile di Aidala; lo possiamo definire un approccio lirico, che descrive gli stati d'animo della protagonista mediante una descrizione dei paesaggi, delle situazioni e delle vicende. In un gioco ambiguo e sospeso di frasi eleganti e fluenti, Bea non si rivela al lettore, resta nascosta dietro le ombre e le luci delle montagne. Tutto pare etereo e distante; questa sensazione deriva anche dalla debolezza della trama e dall'evanescenza dei personaggi: sbiadite figure che avrebbero desiderato una scrittrice più disponibile ad approfondire le personalità, a vivere anche dal punto di vista degli altri, e non solo dal suo. Perché leggerlo? Mette al centro una montagna raramente narrata.
Suite francese
Dopo la disfatta dell'esercito francese nel 1940 i tedeschi hanno occupato la Francia sino al 1944, al Nord direttamente e al Sud tramite la repubblica collaborazionista di Vichy. Pur in una condizione molto difficile (Némirovsky e suo marito sono ebrei) la scrittrice s' impegna in un grande affresco della Francia sconfitta, non tanto per capirne le ragioni o analizzarne le vicende, quanto per rispondere a una domanda: la guerra, la disfatta, la fuga e la convivenza con l'invasore hanno cambiato il popolo francese? La risposta è che > nulla cambiava, che tutto restava uguale, che non si stava assistendo a un cataclisma straordinario, alla fine del mondo come si era creduto, ma a una serie di relazioni umane, limitate nel tempo e nello spazio. La scrittrice ha potuto completare solo le due prime parti della Suite francese, prima di essere deportata in un campo di sterminio. La prima parte, «Tempesta in giugno», narra l'esodo affannoso e spaventato dei parigini nel giugno del 1940, e lo fa partendo da microcosmi che rispecchiano la struttura sociale della borghesia francese: la ricca famiglia Pericand, solida nel suo patrimonio e nella sua adesione all'autorità, Gabriel Conte, letterato di fama, sicuro di sé ma disgustato da tanta plebaglia in fuga, i coniugi Michaud, fedeli impiegati di banca traditi dal cinico banchiere Corbin, e infine Charlie Langelet, vanesio ed avaro collezionista, pronto a tutto pur di salvare le sue porcellane. Sono chiaramente degli archetipi, trattati con affettuosa ironia nella loro lotta per la sopravvivenza, per salvare se stessi, la famiglia e la roba. Sono patrioti ma con buon senso, caritatevoli con giudizio, pragmatici nei principi morali, pronti ad adattarli alle circostanze. Chi crede ingenuamente che la guerra sia l'occasione per redimersi farà la fine di Philippe Pericand, ucciso in modo crudele dai giovani orfani che gli erano stati affidati. E' meglio non sollevare il coperchio dell'animo umano perché potremmo scoprire che siamo «tra Satana e Dio, immersi in tenebre profonde». La seconda parte della Suite francese, «Dolce», è ambientata in un villaggio del centro della Francia, cittadina occupata dai tedeschi. La scrittrice racconta i rapporti tra la popolazione e l'invasore prendendo le mosse da piccole vicende. Prevalgono i grigi rispetto al nero e al bianco. La truppa è composta di giovani soldati, spaesati e desiderosi di essere accettati, la popolazione si dichiara ostile ma cerca di convivere, talvolta cercando benefici se non persino collaborando. Nèmirovsky abbandona l'ironia e le grandi pennellate, s'immerge invece in dettagliate descrizioni degli ambienti, in una rappresentazione realistica ma severa d'una ottusa borghesia contadina. C'è un lieve disprezzo, mitigato solo nella figura di Lucile. Sposa di un uomo gretto e infedele, ora in prigionia, la giovane donna vive tristemente con l'arcigna suocera. S'innamora di un giovane ufficiale tedesco; in lui Lucile non vede solo un uomo gentile, colto e raffinato, così diverso dal marito; intravede l'occasione di un cambiamento: > essere libera, interiormente, scegliere la mia strada, seguirla, non accodarmi allo sciame. (...) Sono una povera donna inutile, non so niente ma voglio essere libera! . E romanticamente il giovane ufficiale, anche lui prigioniero delle convenzioni, delle Idee e dello Stato, sognava per Lucile un > abito bianco con grandi volant di mussola, sfasato come una corolla così che ballando con lei (...) ogni tanto avrebbe sentito intorno alle gambe il fruscio spumeggiante dei suoi pizzi . Sono sogni, vane speranze. L'uccisione di un tedesco da parte di un partigiano, nascosto poi dalla stessa Lucile, riconduce entrambi alla dura realtà: > quei tranquilli contadini dal volto impenetrabile, quelle donne che il giorno prima sorridevano, (...) non erano altro che una massa di nemici! Grida Lucile > Mai, no! No!, Mai! Mai sarebbe stata sua. (...) Ciò che li rendeva nemici non erano né la ragione né il cuore, ma quegli impulsi oscuri del sangue sui quali avevano contato per unirsi, e sui quali non avevano alcun potere . Il romanzo è stato pubblicato postumo nel 2004 con un grande successo di pubblico e di critica. La vicenda umana della scrittrice ha forse favorito un giudizio troppo lusinghiero. La prima parte ha un ritmo vivace e intrigante, ma la storia non conduce a niente, resta come sospesa, con epiloghi anche grotteschi, che ricordano i racconti paradossali e inquietanti di Dino Buzzati (si pensi a «Paura alla Scala» in «I sessanta racconti» di Dino Buzzati recensito in questo sito). La seconda parte, senza dubbio più robusta sotto il profilo psicologico, rammenta Terra di Emile Zola, è una descrizione anche scontata della grettezza e pavidità della borghesia contadina. Le figure di Lucile e del bell'ufficiale sono troppo intrise di romanticismo, talvolta dolciastro, da risultare interessanti. Perché leggerlo? Piacevole: la scrittura è elegante e fluida.

















