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D'amore e ombre
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D'amore e ombre

Il romanzo è ambientato in Cile a dieci anni dal colpo di stato che portò al potere Pinochet e la giunta militare, instaurando una crudele dittatura: il Cile, > una macchia sulla carta geografica, immerso in un vasto e prodigioso continente dove il progresso arriva con secoli di ritardo, (...) un territorio nel cui humus eterno si trascinano animali mitologici e vivono esseri umani immutabili dall'origine del mondo , dove un élite dorata e potente convive con una massa emarginata e silenziosa. Francisco fa parte di una famiglia fuggita dalla Spagna a seguito dell'avvento del franchismo; lavora come fotografo, s'impegna nel sociale e aiuta di nascosto l'espatrio dei numerosi perseguitati dal regime militare. Ed è proprio cercando un impiego che conosce Irene: > dalla strana chioma scarruffata sulle spalle,(...) indossava una sottana troppo lunga di stoffa artigianale, camicetta di colore grezzo, (...) con anelli a tutte le dita e una sonagliera di braccialetti di bronzo e d'argento al polso, (...) con un sorriso civettuolo, ultimo requisito per concludere che quella giovane poteva rubargli ogni pensiero, perché l'aveva vista così com'era nelle sue letture dell'infanzia e nei sogni dell'adolescenza. La ragazza appartiene però a quell'élite che vive protetta da «porte sorvegliate fino al segnale del coprifuoco». Francisco percepisce che li separano tante cose, dallo stato sociale ai legami familiari sino alla cultura, e non vuole mettere in pericolo la loro amicizia dichiarando il proprio amore, preferisce che l'amore «la ricolmasse dolcemente, così com' era accaduto a lui». Un episodio straordinario provoca un cambiamento radicale nelle loro vite, in particolare in quella di Irene. Si sparge la voce che una ragazza possiede poteri miracolosi nei momenti di tranche e molta gente corre a chiedere miracoli e aiuti alla giovane; l'affollamento e la curiosità inducono i militari a intervenire, ma la ragazza, dotata di una forza prodigiosa quando è nel suo stato di estasi, scaglia l'ufficiale, l'arrogante e criminale Ramirez, in una porcilaia dove l'uomo sprofonda nel lerciume, dinanzi agli occhi sbigottiti dei suoi soldati, della gente e di un maiale. E' un'offesa che non può non essere vendicata; dopo alcuni giorni la ragazza viene prelevata e scompare nel nulla. Irene non si accontenta delle versioni ufficiali, inizia a investigare e in tal modo prende coscienza della realtà in cui vive, ed insieme del suo amore per Francisco. Dinanzi alle salme tumefatte e irriconoscibili, nell'orrida scoperta di una cava dove vengono nascosti i corpi martoriati delle vittime della violenza dei militari, Irene non si rassegna e rivela, lentamente ma inesorabilmente, il suo carattere deciso a conoscere e denunciare l'orrore indicibile della violenza. Irene non è più la stravagante e variopinta rampolla della buona borghesia, la crisalide si è fatta dolorosa e consapevole combattente. Il principale filone narrativo, la storia d'amore e di ombre di Francisco ed Irene, è immerso in un racconto corale di un popolo, in un intreccio di vicende, personaggi, situazioni e contesti, narrati in un'atmosfera fantastica e quasi surreale, sia quando si parla di microcosmi, sia quando ci si inoltra nella violenza, senza pudori e sotterfugi, ma in modo esplicito, perché il lettore deve impallidire come è successo a Irene. Pervade un senso soffuso di rassegnazione come se non sia possibile liberare l'America Latina dal sopruso e dalla violenza, e non resti che la fuga o perdersi negli splendidi paesaggi, tra le grandi cime della cordigliera, o più semplicemente nell'esplosione di chiasso e di colore dei mercati:  > pile di frutta di stagione, pesche, meloni, angurie, (...) banchi di speroni, staffe, selle e cappelli di paglia, sfilze di stoviglie rosse e nere, gabbie di galline e di conigli, in mezzo a un bailamme di grida e di mercanteggiamenti . La scrittura scorre fluida, con quel discorrere ricco di incisi e digressioni tipico della letteratura sudamericana; talvolta ci si perde, è forse un po' banale nella seconda parte, si allunga troppo, ma è sempre attraente e suggestivo. Perché leggerlo? Affronta la violenza dal punto di vista dell'amore.

Isabel AllendeFeltrinelli Editore
Dal Vero
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Dal Vero

Il libro è una raccolta di racconti, pubblicati da una giovanissima Matilde Serao, allʼetà di 22 anni. Nel 1883 lʼautrice ventiseienne, dopo «quattro anni di vita artistica militante», avrebbe voluto «cambiare tutto», trovando questi scritti giovanili scorretti nella forma, di «poca profondità di impressioni» e confusi da un «intralcio delle idee». Leggendoli ad oltre un secolo di distanza, questo giudizio appare troppo severo: Serao si avvicina al mondo con una lucidità sorprendente ed una dirompente e canzonatoria voglia di vivere. Nel racconto intitolato «Per i bagni», lʼautrice immagina che unʼamica scriva a Lulù e le esprima un sospetto: > il tuo costume da bagno è troppo elegante. Di tela azzurra oscura, è ricamata col filo rosso, (...) il grande cappello di paglia col suo gruppo di papaveri; le scarpettine di tela di paglia, legate con i nastri di croce, troppa eleganza, perché rimanga inoperosa ed inefficace. (...) Il tuo costume da bagno è troppo grazioso, perché tu non voglia farlo vedere a qualcuno con la personcina dentro. Nevvero? (...) Non sorridere, disgraziata creatura, non distrarti nel tuo sogno: ti aspetta la più crudele disillusione, la più orribile realtà. (...) Se vedi un uomo in costume da bagno nellʼacqua, separato dai suoi antipatici indumenti, ti sembra la cosa più lamentevole, più compassionevole che sia sul globo terraqueo. (...) O Lulù che non sei americana, emancipata, vecchia zitella, moglie sorvegliata o sorvegliatrice, ma semplicemente una creatura bianca e adorabile, (...) O Lulù bionda, azzurra e soave, o mia donnina, non andare a nuotare con quei signori e con quelle signore! Lontana dalle apparenze, avversa al destino borghese della donna, la giovane Matilde non vuole un > amore fine, leggero, profumato, sottile, lasciato, ripreso; (...) ma niente più che unʼombra, amore palliduccio . Né, tuttavia, intende lasciarsi trascinare dalla passione, rendersi sottomessa alla volontà di un uomo; e si chiede, insieme alla protagonista del suo racconto intitolato «Fulvia», se potrà e saprà amare. In realtà la scrittrice vuole vivere intensamente gli avvenimenti sociali e culturali, invece di rinchiudersi in un limitato mondo domestico. Anche quando tratteggia le «fugaci e dolci impressioni» della campagna campana e dei confortevoli ambienti borghesi, persino dinanzi al tramonto su Pompei, la scrittrice riconosce che > noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con lʼardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti. (...) E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra lʼidea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, (...) noi siamo intimamente felici . Dove stare? Si chiede Serao nel racconto «Alla decima Musa». > Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dallʼambiente dolcemente caldo. Una lampada lascia piovere la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore, le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; (...) lʼandare, il venire, lʼincontro, lʼurto di una folla fitta, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla. (...) Allora colui che legge, è preso dalla nostalgia della strada, della nebbia, dellʼagitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede: e con un soffio gigantesco, la strada vince la stanzetta . Forse, come disse la stessa Serao, cʼè troppo «intralcio delle idee», come è ovvio in una adolescente; i racconti sono, tuttavia, piacevoli perché traspirano, nei personaggi, nella descrizione degli ambienti e nelle stesse parole, di una sensualità incontenibile, di un desiderio di fresca trasgressione. Lo stile narrativo è vario, passando da dialoghi serrati a descrizioni minuziose, sempre con lʼaiuto di un lessico ricco ed elegante. La sintassi non è sempre sicura, la punteggiatura è talvolta approssimativa,ma la prosa è efficace, va diritta al segno. Perché leggerlo? È una bella scoperta.

Matilde SeraoMadella
Dalla parte di lei
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Dalla parte di lei

> Dietro il muro sorreggendosi, stringersi tra noi, formare un grumo di sofferenza e di attesa. (...) Le sentivo gemere, implorare, senza essere udite: perché la voce di una donna è solamente povero fiato; e il muro è pietra, cemento, mattoni . Questo romanzo parla della separatezza tra uomo e donna, di due mondi distinti il cui confine è impossibile da valicare. Questo tema è «agghindato da uno straccio di trama», come scrive Melania Mazzucco, e si sviluppa tra due finali inevitabili: il suicidio o l'uccisione dell'uomo amato. Il primo capitolo è ambientato a Roma negli anni'30; in un contesto familiare povero e angusto la giovane Alessandra vede sfibrarsi la madre, tra il desiderio di amore e un > marito piccolo borghese,(...) anche il suo aspetto fisico era privo di qualsiasi spiritualità . Già allora Alessandra coglie la distanza tra il mondo delle donne e quello degli uomini. Percepisce «l'affettuosa indulgenza» che lega le donne, > tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche . Dall'altra parte gli uomini > non raccontavano niente, non amavano la conversazione, gli scherzi, sorridevano poco, (...) imbrancandola con i figli, la suocera, la serva: gente pigra, dispendiosa e sconoscente. (...) Man mano, sotto una parvenza di rassegnazione, era nato nelle donne un livido rancore per l'inganno nel quale erano state tratte . Alessandra conosce l'amicizia femminile, accogliente e complice; verso i maschi è difesa dal suo fisico magro e angoloso, anche se è oggetto delle attenzioni possessive e rispettose di Claudio, un bravo ragazzo che tuttavia non ama. Dopo il suicidio della madre Alessandra viene inviata dai parenti paterni in Abruzzo, dove è ambientato il secondo capitolo, sicuramente il migliore dell'intero romanzo. Qui viene in contatto con la rassegnata saldezza della Nonna (con la enne maiuscola): > perché una donna non dovrebbe desiderare di morire? Lassù c'è un buon profumo di gigli, (...) qui lavorare, mettere al mondo i figli. (...) E sempre aver paura degli uomini perché sono di cattivo umore, perché hanno l'amica e spendono denaro con l'amica. Per la Nonna ci sono solo due alternative: o piegarsi all'uomo, accettandone i capricci, gli egoismi e i tradimenti, o invece chiudersi imperiose nel proprio mondo, «dire sempre sì si e poi far tutto il contrario». Potrebbe essere questo il futuro di Alessandra se accettasse un bravo giovane del posto, ma come dice la Nonna pure Alessandra è incantata dagli uomini, non perché spinta dal sesso ma perché convinta che sia possibile parlare il linguaggio delle donne con gli uomini, ed essere felice. Quando torna a Roma per assistere il padre ormai cieco, conosce Francesco, un professore universitario. Il terzo capitolo è ambientato a Roma durante la guerra e l'occupazione tedesca. Prima del matrimonio, la relazione con Francesco è fatta di lunghe passeggiate, di colloqui fitti e intensi, di lettere d'amore: Francesco è serio, devoto, colto e bello, con lui, forse, è possibile vivere di sentimenti, di piccole attenzioni, di gesti affettuosi. Ma l'idea che hanno gli uomini del matrimonio (la donna come «angelo del focolare»), e gli impegni politici e intellettuali troppo importanti per essere alla portata della donna, allontanano Francesco; non perché lui la tradisca o le manchi di rispetto e di affetto, ma il legame è diventato una consuetudine che esclude Alessandra. > Perché non mi scrivi più lettere d'amore?, gli dicevo. Egli rimaneva addolorato, perplesso. E' vero , rispondeva, forse  perché ormai posso parlarti quando voglio. Ma non mi parli più d'amore. (...) Accadono molte cose significative, e per me è difficile pensare ad altro. Tu forse non puoi capire perché sei donna > . Con una lunga narrazione, che porta il lettore allo sfinimento, l'autrice ci conduce sino all'unico finale possibile per una donna che chiedeva di essere amata come le donne vorrebbero essere amate, affettuosamente ascoltate in ogni gesto. Francesco, proruppi disperata. aiutami Francesco.  Egli si scosse appena, dormi, mormorò, (...) In me il cane rabbioso ebbe un balzo, si slanciò. M'avventai contro Francesco  e gli scaricai la pistola nella schiena. La chiave di lettura che propone la stessa autrice nella prefazione del 1994, e che Melania Mazzucco pare accogliere nella sua introduzione, è quella di un romanzo a cavallo tra narrazione di genere e metafora della disillusione di un'Italia ben differente da quella sognata con la Resistenza, alla quale Alba de Céspedes prese parte. Ci sarebbe una cesura con il precedente romanzo, dove si racconta di collegiali che vivono come sospese, protette dalle mura del collegio, e possono dire è bello stare a discutere tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare«(si veda la recensione di»Nessuno torna indietro > in questo sito). Se non ci facciamo influenzare dalla nobilitazione che ne ha voluto dare l'autrice molti anni dopo, ci accorgiamo come ci sia un filo conduttore tra i due romanzi: la ricerca delle donne della propria e peculiarità felicità femminile, a prescindere dagli uomini, e dal sesso. Se però le collegiali perseguono un proprio percorso individuale, non sempre fortunato, ma comunque pieno di speranza, qui invece non c'è una prospettiva al desiderio d'amore. Non si può dire che non ci siano riferimenti a Madame Bovary e persino ad Anna Karenina, soprattutto nelle parole con le quali si chiude la prefazione: Dalla parte di lei, pur nella sua tragica fine, voleva opporsi a che l'amore fosse un'illusione > (si veda le recensioni di questi due libri su questo sito). A me piace accostare la figura di Alessandra a quella di Murasaki, la quale comprende che la vita non è come la letteratura (pure la Nonna invita la nipote a non leggere i libri), Genij non è un personaggio, maschile e femminile insieme, al quale affidarsi, e la grande poetessa giapponese fa morire la protagonista. (si veda la recensione in questo sito di The Tale of Murasaki > ). Alba de Céspedes è un'autrice elegante, che richiama nella scrittura Alberto Moravia. L'apparente profilo ottocentesco del romanzo, sospeso tra favola e cronaca, ricorda Menzogna e Sortilegio" di Elsa Morante (si veda la recensione in questo sito). La struttura circolare, che torna sempre su sé stessa senza un reale sviluppo, compromette l'efficacia della narrazione, rendendola prolissa, quasi che l'autrice sia arrivata alla fine per sfinimento, senza un disegno complessivo. Perché leggerlo? Il tema è attuale ma il racconto è troppo lungo.

Céspedes Alba deOscar Mondadori
David Copperfield
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David Copperfield

Il romanzo narra la vita di David Copperfield, che dopo un’infanzia felice con la madre e una nutrice, viene perseguitato dal patrigno. Viene mandato in una scuola severa e autoritaria e, alla morte della madre, è costretto a lavorare in fabbrica ancora bambino. Viene quindi accolto da una zia, che gli fornisce benessere, educazione e i mezzi per un apprendistato presso uno studio di notai. Via via il giovane David diventa un uomo, lavorando duramente, sposandosi e affermandosi gradualmente come scrittore. Alla morte della moglie compie un lungo viaggio, che gli permette di comprendere il suo amore per un’amica di infanzia (Agnese), che sposa al suo ritorno in Inghilterra. Il romanzo è ricco di personaggi e di situazioni (grottesche, melodrammatiche, emblematiche della società del tempo e della diffusa ingiustizia sociale, rappresentative di una morale severa e ipocrita) così che le vicende di David si intrecciano con altre storie, tutte a lieto fine, ma che spesso appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso, dispersivo e frammentario. Emergono più le singole pagine che la trama complessiva, mentre l’accentuazione dei caratteri, nel bene e nel male, va a scapito dello spessore e della profondità nella descrizione dei sentimenti e delle peculiarità dei personaggi. In realtà tutto ruota interno a David e alla sua rappresentazione della realtà; l’affollamento degli altri protagonisti e gli ambienti stessi rappresentano «un rumore di fondo» o una cornice all’interno della quale si sviluppa l’immaginazione dell’autore e del principale protagonista. David Copperfield è stato definito un romanzo autobiografico, ma ciò è vero solo in parte. Di fatto è il romanzo della nostalgia dell’infanzia e del ritorno a un paradiso, costituito appunto dal sereno ambiente materno e dalla figura di Agnese, sempre amata e ricercata proprio per la sua tranquillità e solidità. Prevale una realtà letta da una melanconica immaginazione: tutte le vicende sono viste con gli occhi di un bambino, che narra unʼInghilterra irreale in quanto abbellita (pur nelle sue sofferenze e ingiustizie) dalla visione fiduciosa e idealizzata tipica dell’infanzia. Da questo punto di vista è emblematico, e particolarmente suggestivo, come l’autore identifichi lʼideale luogo di accoglienza: è una barca, all’interno della quale ci si sente sicuri anche se fuori crescono le onde e sale il vento, in quanto assicura un equilibrio di sentimenti e una pace che vengono distrutti dall’ingresso del tradimento e della passione tipiche dell’età adulta e, metaforicamente, da una tempesta che uccide il traditore e il tradito. Lo stile è molto ricco di vocaboli e caratterizzato da una struttura della frase che spesso è difficile da seguire. L’uso frequente di forme dialettali accresce la difficoltà di lettura.

Charles DickensBradbury & Evans
Dear Life (Uscirne vivi)
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Dear Life (Uscirne vivi)

Il libro raccoglie quindici racconti, dei quali gli ultimi quatto > formano una parte separata, autobiografica nei sentimenti, talvolta anche nella realtà . Per dare un senso complessivo a storie, che altrimenti potrebbero essere viste come episodi di una condizione femminile senza evoluzione e senza sbocchi ( > troppo tardi per fare qualcosʼ altro. Quando potrebbe essere peggio, molto peggio ), bisogna forse partire dallʼultimo racconto, «Dear Life», che dà peraltro il titolo allʼintera raccolta. > Vivevo quando ero giovane alla fine di una lunga strada, o una strada che a me sembrava lunga. Dietro di me, come io tornavo dalla scuola primaria, (...) cʼera la reale città con le sue attività e i suoi marciapiedi e i suoi lampioni per quando veniva buio. (...) A marcare la fine della città cʼerano due ponti..... la strada si divideva, una parte di essa andando a sud verso una collina (...) per diventare una vera autostrada, e lʼaltra correva intorno ai vecchi campi abbandonati per volgere verso ovest. Questa strada ad ovest era la mia strada . Nel leggere questa efficace descrizione di unʼinfanzia tra città e campagna, in quel nulla urbano e sociale che contraddistingue ormai i nostri spazi, la mente non può che andare ad una poesia di Pasolini: > povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna...quel borgo nudo al vento, non romano, non meridionale, non operaio, era la vita nella sua luce più attuale.... osso dellʼesistenza quotidiana, pura, per essere fin troppo prossima, assoluta per essere fin troppo miseramente umana (Pier Paolo Pasolini Il pianto della scavatrice). Munro disegna un ritratto chiaro e vivido di come strana, pericolosa e importante possa essere la nostra vita, a noi così cara; tutto ciò, però, non in astratto né in una prevalente dimensione di genere (la sensibilità femminile contrapposta allʼindifferenza maschile), ma nello specifico contesto sociale e quasi antropologico, nel quale noi tutti viviamo. Prendiamo ad esempio alcuni racconti. In «Amudsen» la protagonista arriva in un piccolo centro ad insegnare in un sanatorio per bambini ed adolescenti, malati di tubercolosi. «Il mondo oltre il lago e la foresta era svanito», si vive isolati dalla realtà esterna; prevalgono le piccole cose: il freddo delle case, la stretta strada che corre attraverso il bosco e vicino alla segheria, il bar frequentato da boscaioli in attesa di essere richiamati alle armi. La relazione tra la protagonista e il direttore del sanatorio è scontata e prosaica, si sviluppa senza clamore ed entusiasmo, in ambienti piatti, modesti, squallidamente piccoli borghesi, si conclude in modo ovvio, senza un vero perché. Ma sono proprio la banalità della vicenda e il contesto angusto della piccola città a far dire alla protagonista: «niente cambia realmente quando si tratta di amore». In «Corrie», nel tran tran di un matrimonio apparentemente solido irrompe una vecchia fiamma del marito. La protagonista reagisce con la fuga, prende la macchina e si rifugia nellʼanonimato della grande città, in uno squallido motel, a mangiare e bere in un ristorante, dove si chiede se «qualche uomo, qualche vecchio, avrebbe pensato di abbordarla». Ritorna a casa per sentirsi dire dal marito: > non è tanto la persona. È come una sorta di atmosfera. È un profumo , un desiderio di trasgressione. > Quale mix di rabbia e ammirazione potevo sentire, dinanzi alla sua volontà di farlo. Ebbe fine tutta la nostra vita insieme . Anche qui non si capirebbe tutta la vicenda se la storia non partisse da > una non vita, ma sopravvivenza (...) nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per lʼoperare quotidiano (Pasolini Ceneri di Gramsci). Nel racconto «In vista del lago» una donna malata di Alzheimer va alla ricerca di uno specialista. Le è stato indicato un indirizzo in un piccolo centro; la donna, incerta, fragile, vaga per il paese, perdendosi e chiedendo a passanti a loro volta insicuri di dove possa essere lo studio medico. Arriva in una clinica, deserta e isolata: cerca di uscire, di scappare, ma la porta è diventata pesantissima. > Apre la bocca per chiamare aiuto ma sembra che nessun grido potrà esserci . Dʼ improvviso è salva. È la storia di una donna che sente di perdere la memoria, ma perché lo svanire della coscienza avviene in uno squallido paesaggio urbano, e non tra grattacieli scintillanti e pieni di vita o in un dolce e meraviglioso prato pieno di fiori? Scrittrice raffinata e elegante, Munro si perde purtroppo in storie esili e inconcludenti. I personaggi sono apparentemente descritti ma è pura tecnica letteraria, non cʼè un reale approfondimento: tutto resta sospeso. Prevale unʼimpressione generale di stanchezza, di storie già scritte, riscritte con uno stile magistrale, ma senza passione, Solo negli ultimi racconti riemerge la forza narrativa, ma è troppo tardi. Perché non leggerlo? È esile, inconcludente e noioso.

Alice MunroChatto & Windus
Decameron
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Decameron

Se cerchiamo nello Zingarelli, troviamo la seguente spiegazione dell'aggettivo «boccaccesco:»lezioso, salace come in certe novelle del Boccaccio«. E il dizionario aggiunge:»identifica situazioni, descrizioni, scritti di argomento sessuale, ai quali non è tuttavia estranea una vena di leggerezza, di divertimento e anche di mordacità > . Questa definizione riflette il sentire comune, che nasce da molte novelle del Decameron (si pensi alla quarta novella della prima giornata, dove un monaco e il suo abate si portano a letto una giovane contadina), ed è in assonanza con la lingua, popolaresca, ricca di doppi sensi e spesso volgare. D'altra parte per Giosuè Carducci il Decameron è il rovescio della commedia divina di Dante«e Boccaccio un»cinico, (...) in cui non v'è che paganesimo e decrepita corruzione«(citazioni da»Vita e Opere di Giovanni Boccaccio > in Vittore Branca nell'introduzione al Decameron). Povero Boccaccio che tanto amava Dante! Il dibattito critico è molto vasto e articolato; da semplice lettore rilevo alcuni tratti generali per poi proporre possibili raggruppamenti delle cento novelle. Nel proemio l'autore scrive che le donne sono ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano... (...) Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato della fortuna > . La donna è al centro delle novelle; non è la Beatrice di Dante (personificazione dell'Amore per il Bene) né la Laura di Petrarca, oggetto del desiderio e mamma nello stesso tempo; parliamo della donna vera, fatta di carne, (...) «piena di concupiscibile disidero»,  che si sente orgogliosamente uguale agli uomini, come dice Ghismunda al padre Tancredi (I novella della quarta giornata): > riguarda alquanto a' principi delle cose, tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere e da un medesimo Creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create .  La stesura delle novelle prende le mosse da un evento straordinario e tragico: la peste del 1348. Ed è proprio dalla descrizione di questa terribile epidemia che possiamo trarre altri due tratti essenziali dell'opera. Con pennellate da grande sociologo Boccaccio analizza i meccanismi sociali innescati dalla pestilenza, cogliendo lucidamente come essa abbia devastato soprattutto le classi più misere della società, che non potevano proteggersi dal contagio fuggendo dalla città. E' un'analisi acuta e fredda, senza quel moralismo compassionevole e fastidioso che è presente nella descrizione della peste da parte del Manzoni. La povera gente voleva seppellire degnamente i propri defunti; e allora > infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da' portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e tal fiata più . Certo a una mentalità ottusamente convenzionale, come quella di Carducci e pure di Benedetto Croce, questa ilare scena potrebbe parere un atto di cinismo mordace di un monello, che si ride del mondo. E invece essa rivela l'atteggiamento empatico e pessimistico che pervade l'intera opera di Boccaccio: un realismo partecipe delle sofferenze dell'essere umano. Donna viva, narrazione della società così com'è, simpatia verso il destino dell'umanità, sono queste le caratteristiche delle 100 novelle. Proprio alla luce di queste chiavi interpretative esse possono essere raggruppate in quattro fondamentali filoni, per ciascuno dei quali indico la novella più rappresentativa. Il primo filone è quello fiabesco, per il quale Boccaccio attinge alla letteratura arabo-mussulmana e a quella cavalleresca: segnalo la novella VII della seconda giornata. Il secondo gruppo di racconti è quello pittoresco, e qui non si può fare a meno di indicare un capolavoro: la celeberrima novella V della seconda giornata. Ci sono poi le maschere della Commedia dell'Arte, tratte dalla cultura popolare, cittadina e villana: per ridere amaramente su noi creduloni consiglio la novella X della sesta giornata. Infine per il filone moraleggiante, stanca e pessimistica riflessione del Boccaccio sulla vita e le sue disgrazie, invito a leggere l'ultima novella del Canzoniere, che tanto piacque a Petrarca e ai contemporanei (novella X della decima giornata). Il Decameron è un grandioso capolavoro di poesia-prosa, una sintesi magistrale tra l'endecasillabo dantesco e la narrativa padana e mediterranea. Si è parlato di plurilinguismo per indicare la ricchezza lessicale del Boccaccio, che attinge a tante lingue del nostro paese per rispecchiare la differenziazione sociale e culturale del nostro Paese. Com' è stato scritto (vedi Vittore Branca «una chiave di lettura per il Decameron» nell'introduzione all'edizione Einaudi) l'espressionismo linguistico è programmatico perché > mira a creare, a livello fonetico, lessicale, grammaticale, un'atmosfera ambientale più di spiriti che di cose, anche con suggestioni foniche per non dire musicali . Insomma, il Decameron è una testimonianza di ciò che poteva essere la lingua italiana e non è stata, rifiuto dell'omologazione di una classe dirigente distante e spaventata dal popolo. Abbiamo dovuto attendere il secondo Novecento! Perché leggerlo? Divertente, affascinante, splendido.

Giovanni BoccaccioGiulio Einaudi
Demetrio Pianelli
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Demetrio Pianelli

Il romanzo è ambientato a Milano, alla fine dellʼottocento: città con i > grandi rettilinei e le botteghe di lusso, (...) il movimento dei tram e il viavai della gente affaccendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime ; nel sottofondo delle vicende umane predomina un gran frastuono, eppure non così distante cʼè anche la serena campagna, persino la vista del Monte Rosa. Che può fare un poverʼuomo in una città > più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma dove (...) chi non sa fingere non sa regnare ? Demetrio Pianelli è un impiegatuccio, con «la fronte bassa coperta dai capelli», che conduce una vita scandita da ferree abitudini e da piccole felicità. Ecco come descrive De Marchi lʼ arrivo di Pianelli al posto di lavoro. > Aprì il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondo, (...) e lo collocò nella sua vestina sullʼometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida chʼegli metteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi, accartocciando tutte le rughe della faccia . Le tre stanzucce dove vive hanno un terrazzino, dal quale Pianelli può ammirare i fiori, e più ancora «le erbe, le erbe semplici, vestite soltanto di verde»; e quando vuol pigliarsi una boccata dʼaria, gli è sufficiente andare a spasso, > a poche miglia fuori di porta Romana, (...) la terra classica del verde, delle marcite, delle praterie color smeraldo, lunghe, larghe, distese a perdita dʼocchi, sprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti . La vita di questʼuomo è travolta dal suicidio del fratello minore, Cesarino detto Lord Cosmetico: bello ed elegante si è goduto la vita, e la giovane moglie (soprannominata «la Bella Bigotta»), è vissuto al di sopra delle proprie risorse, ha contratto molti debiti, incapace di affrontare il disonore e il carcere, ha preferito togliersi la vita, affidando a Demetrio la moglie e i tre figli, due bambini e una ragazzina. Dapprima Demetrio non vuole farsi carico della famiglia del fratello e di onorare i debiti; successivamente, dietro le insistenze della nipote, accetta di correre in aiuto. > Demetrio (...) sentiva al di sotto della roccia indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di uscire. (...) Demetrio si contrasse nella sua scontrosità coma una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. (...) Perché non dovrei aver la volontà di aiutarvi? Ah dunque, (...) Lʼho provata anchʼio la miseria e so che sapore ha: ma contro la miseria non cʼè che un rimedio: volontà di lavorare e risparmio, risparmio e volontà di lavorare . Povero Demetrio! Pensa che sia così semplice, che basti essere un gran lavoratore ed una persona seria, per essere apprezzato e conquistarsi, perché no?, anche lʼaffetto della bella cognata e costruirsi in tal modo la famiglia che non ha mai avuto. Ci vuole ben altro! È necessaria una solida posizione economica, come quella del cugino proprietario terriero, lui sì che può ambire alla «Bella Bigotta». E quindi Demetrio è un vinto? Quando viene a sapere che il capo ufficio, il potente cavalier Balzalotti, ha tentato di sedurre la cognata, Demetrio si ribella alla gerarchia, al posto fisso, al suo destino di povero impiegatuccio, e urla al furfante tutto il suo disprezzo, dinanzi ai colleghi stupefatti. > La gente che giudica allʼingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri, cioè i potenti e i furfanti , anche contro le intenzioni dellʼautore, noi crediamo che abbia vinto un galantuomo. Per la maggior parte dei critici, il tema del romanzo è la rassegnazione, di manzoniana memoria. In un contesto piccolo borghese, ipocrita, attento al soldo e alle proprietà, intriso di una religiosità bigotta e superstiziosa, a chi sta in basso della scala sociale non resta che arrendersi, vivacchiare nel proprio cantuccio. Al di fuori del «guscio», nel mondo, cʼè solo posto per chi conosce lʼarte del vivere, che > consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le manda e nel lasciarla andare come il diavolo le porta (secondo la saggezza del cavalier Balzalotti). Ed è così che si muovono i diversi personaggi del romanzo, tanto che appaiono degli stereotipi, persino caricaturali, verniciati di una sottile ironia. Ma non è cosi per Demetrio: è vero è un orso, «un oggetto fuori dʼuso», eppure proprio per questo esprime un caparbio e indomito coraggio, un distacco dal vociare rumoroso e futile; ci invia in tal modo un messaggio di «resistenza», nonostante tutto. Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è lʼironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. In tal modo lo scrittore si allontana radicalmente da Manzoni; contamina lʼitaliano e ci riporta con i piedi per terra, nella lingua parlata. È un uso folcloristico del dialetto, purtroppo, il quale precorre ciò che verrà molto più avanti, nel secondo novecento; basti pensare a Camilleri e a De Cataldo. De Marchi, lui sì è timoroso, non ha il coraggio di andare fino in fondo, il dialetto resta un espediente lezioso e fine a sé stesso. Perché leggerlo? Una Milano piccolo borghese deliziosamente descritta, un piccolo e inconsapevole eroe.

Marchi Emilio DeEditrice Torinese
La deriva dei continenti
RecensioneItaliano

La deriva dei continenti

Questo romanzo è un vortice dʼacqua, che risucchia lʼintero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una «sabbia mobile», così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trentʼanni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e unʼamante. Non cʼè nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dellʼAmerica alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob > ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) lʼuomo che è un bambino . Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). È una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dellʼamico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. È inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dellʼesoterico, di visioni stucchevoli del «buon selvaggio». Caro Banks le sofferenze dellʼimmigrazione sono troppo gravi e serie per essere lʼoccasione di artefatti e folcloristici racconti! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dellʼacqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque cʼè il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. > È caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. È solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca allʼinguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra dʼacciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco . Il capitolo «Per mare» narra la terribile vicenda dellʼassassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. Lʼautore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nellʼuso delle parole. Sino allʼultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, «così fragili, delicati e sensibili». Ed invece, lui, «un tipo gentile e socievole», commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come «nulla gratis nella terra della libertà», o la sua auto commiserazione: «e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io». È facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quellʼipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza. Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano? È un libro rovinato dalla presunzione dellʼautore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura. Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo «Per mare».

Russell BanksGiulio Einaudi
Desert
RecensioneFrancese

Desert

È un libro che si sviluppa su due percorsi narrativi apparentemente differenti, ma tra di loro collegati da un legame ideale. Da un lato viene narrata la storia di una popolazione del deserto, seguace di uno sceicco, ritenuto un santo, che intende resistere alla conquista da parte dei francesi dellʼAfrica sahariana. La marcia disperata di questo popolo è vista dal punto di vista di un ragazzo, che forse costituisce il nonno di Lalla, la protagonista del romanzo. Da un altro lato, infatti, viene descritta la storia di Lalla, nata tra i cespugli e accolta dalla zia in un piccolo villaggio ai bordi del mare. Lalla vive selvaggia, nel vento e tra le dune, amante della solitudine e del deserto. Nelle sue lunghe passeggiate solitarie si accompagna ad un pastore, Hartani, un ragazzo che non parla la sua lingua ma che conosce profondamente il senso della natura, degli uccelli, della vegetazione, del mare e del deserto. Hartani fa parte degli «uomini blu», degli uomini del deserto, della stessa popolazione che ha partecipato alla grande e disastrosa marcia, narrata nellʼaltra parte del romanzo. Lella dovrebbe andare in sposa ad un ricco mercante ed allora fugge con Hartani verso il deserto. La storia riprende poi con Lella che arriva su una piccola imbarcazione a Marsiglia per trovare accoglienza presso la zia, che lì si è trasferita. Lalla è incinta, ma nasconde la sua gravidanza e vive una vita altrettanto selvaggia nella grande città francese: ma ciò che nel villaggio erano luce e simbiosi con tutti gli esseri viventi, a Marsiglia diventano invece oscurità e solitudine. Lalla vive presso un albergo che ospita tanti emigranti, che disperati vengono a lavorare in Francia. La ragazza conosce poi anche un ragazzo, che vive rubando e mendicando. Lalla è scesa agli inferi, ma trova con i disperati una forte solidarietà e un aiuto. Casualmente conosce un fotografo che la rende una famosa modella, ma alla fine Lella decide di ritornare in Africa e di partorire il bambino tra le dune, nella freschezza e nella dolcezza dellʼombra di un albero. Il vero soggetto è il contrasto tra la civiltà occidentale e quella nord africana. Questo contrasto è sintetizzato non tanto nei personaggi, troppo stereotipi e senza profondità e complessità, né nella trama, di fatto inesistente e per certi aspetti inverosimile ( come la vicenda del fotografo che rende famosa Lalla), ma nei paesaggi e nella capacità di dare densità e cromatura alle descrizioni. Sulle dune di sabbia «Lalla spalanca gli occhi, lascia il cielo entrare in essa» e sente la presenza di Dio: > dove sta la strada? Lalla non sa dove sta andando, alla deriva, trascinata dal vento del deserto che soffia, vendicativo e crudele, il vento che trascina gli uomini e fa franare le rocce ai piedi delle montagne. È il vento che va verso lʼinfinito, al di là dellʼorizzonte, al di là del cielo sino alle fredde costellazioni, la Via Lattea, al sole . Se il deserto é luce, infinito e felicità, la città é morte. > Lella guarda quelli che se vanno verso altre città, verso la fame, il freddo, la disgrazia, quelli che vanno ad essere umiliati, che vanno a vivere nella solitudine. Essi vanno verso le città oscure, verso i cieli bassi, verso il vapore,verso le malattie che distruggono il petto . Ma Lalla ha un sogno, é il sogno di libertà degli uomini del deserto, di vivere liberi nel sole e nel vento. Èscritto in un francese splendido, con uno stile fortemente lirico, pieno di suggestioni e di vibrazioni musicali, che riesce a tradurre nellle parole le sensazioni di una natura e di un ambiente. Al di là delle singole pagine, questa visione di una società «buona» in contrapposizione alla società occidentale sembra un pò falsa, una forma intellettuale estetizzante più che una volontà di narrare veramente la complessità e la sofferenza di una società oppressa, distrutta e migrante. È un pò la ricerca dellʼuomo occidentale della presunta purezza delle altre società.

Le ClézioGallimard
Di sangue e di ghiaccio
RecensioneItaliano

Di sangue e di ghiaccio

Immaginiamo dei Promessi Sposi dove Renzo e Lucia siano due mentecatti o presunti tali, i luoghi siano una Lecco di fine ottocento, in bilico tra superstizioni, cialtronerie e positivismo, il centro della narrazione sia il manicomio e l'autore non sia Manzoni, ma uno scrittore al suo esordio. Dice all'amico Baldo Bandini, squattrinato teatrante, Antonio Ghislanzoni, l'unico personaggio realmente vissuto: > noi non siamo il Manzoni o Stoppani, siamo dei vecchi scapigliati stanchi, buoni solo a fare scherzi e prendere per i fondelli i borghesucci. (...) Moriremo magari prima che inizi il Novecento e dureremo ancora meno nella memoria e nella storia. Il Ranocchio, invece, io credo che il Ranocchio durerà. Non lui certo, capiscimi. La sua razza, però, non si può estinguere. E' la dinastia dei pazzi e dei diversi, di quelli che come casa hanno la strada e il lebbrosario, gli appestati che solo a vederli senti il campanello dei monatti . Ranocchio o meglio Ranocchia è il nomignolo di un ragazzo, balbuziente, strambo, abbandonato dai genitori, al quale fa da padre Bandini, perché «gli scemi vanno in coppia all'altro mondo». Trovato mezzo annegato e totalmente nudo, portato a casa da un Bandini disperato, il ragazzo continuò per giorni a produrre > bave verdastre, (...) cantare (...) canzoni in un dialetto che nemmeno ricordava, schiocchi di consonanti appese, ululati vaghi e indistinti a mezz'aria . Si decide di internarlo in manicomio. Ma cosa era successo? > Buon Amico (scrisse Ghislanzoni al Bandini) la soluzione è semplice. Come accade spesso, la follia del nostro Ranocchio è delle peggiori. Si chiama amore e il contagio è di una donna . Ed è uno dei contagi peggiori perché la donna amata è Bianca la maestrina: algida, come se indossasse sempre un'armatura, aveva permesso a lui, il povero ed ignorante Ranocchio, «di violare la sua fortezza». > Quando la osservava da lontano camminare, nelle lunghe passeggiate serali con il suo bel crucco biondo (l'amante di Bianca è un ufficiale austriaco), Ranocchia avrebbe potuto giurare di vederla armata. Lo scudo e l'elmo scintillavano, la lancia era puntata: nemmeno insieme a quella faccia di macaco senza barba sapeva liberarsi dal fardello che si portava dentro. Eppure gli dava il braccio con lo sguardo un po' socchiuso dalle palpebre . Non poteva che sbocciare un innamoramento così intenso da indurre il ragazzo a simulare una pazzia, per farsi ricoverare in manicomio, dove la maestrina era stata mandata a seguito di un crollo nervoso dopo la partenza dell'amante, o per nascondere una gravidanza che avrebbe dato scandalo. Fino a questo punto il romanzo fila liscio, intrigante per i strani personaggi e per la descrizione di una Lecco e di un lago di un altro secolo certo, ma entrambi così vividi di colori e di luci da sembrare ritratti viventi: l'amore dei luoghi guida la penna dell'autore  favorendo un piccolo miracolo di scrittura. Poi, la storia si ingarbuglia e si banalizza. Le molte pagine dedicate al manicomio sono fredde, scontate, false, il luogo sembra più un lager nazista che  «una grande casa di risonanza» dove «il delirio diventa eco/l'anonimità misura», dove si trascorre un > tempo perduto in vorticosi pensieri/assiepati dietro le sbarre/ come rondini nude (Alda Merini). La trama si sfilaccia ulteriormente quando l'autore passa a raccontare la fuga di Ranocchia, la disperata ricerca di Bianca, per sapere almeno se è viva dopo che è scappata dal manicomio, ed infine lo svelamento del mistero di Bianca, anche con l'aiuto di una strega e di un parroco che assomiglia maledettamente a Don Abbondio. Senza scoprire il finale possiamo dire che la maestrina è strana, introversa ed egocentrica, ma non è certo pazza, anzi è così savia da simulare una scomparsa per fuggire da una Lecco bigotta ed ottusa. E poiché non ci facciamo mancare nulla, nell'ultima parte abbiamo anche un po' di mistero esoterico, costituito da numeri incomprensibili, il cui segreto solo un bambino, anche lui scemino, riesce ad infrangere. Bisogna accettare che > il mondo in realtà è incerto e vago, come il cielo che si rannuvola ad agosto e non sai dire se pioverà o se girerà il vento : una conclusione degna di Manzoni, per il quale il popolo non deve alzare la testa ma affidarsi alla Divina Provvidenza. Perché rovinare una bella idea, la descrizione del mondo degli Scemerelli, con così tante parole inutili? Forse è questo il vero mistero del libro. Non dobbiamo però disperare: in questo romanzo d'esordio l'autore mostra una scrittura pulita ed elegante. Le frasi si susseguono in modo lineare, la punteggiatura è usata con maestria, meglio certo di quella di Manzoni, il ricorso agli aggettivi è parsimonioso ma efficace, parole inusuali e modi di dire abbelliscono la narrazione. Non parliamo poi delle descrizioni di Lecco e del lago, suggestive e naturalisticamente vive. Insomma bisogna che l'autore abbia più fiducia nella sua scrittura e semplifichi le storie, non affollando di situazioni e personaggi. Perché leggerlo?  Nella prima parte è intrigante; nel complesso è ben scritto.

Mattia ContiSolferino
Dirty Love
RecensioneInglese

Dirty Love

La sintesi è molto semplice: un talento sprecato. Una grande abilità stilistica è al servizio di racconti noiosi, privi di sviluppo narrativo, inconcludenti e ciniche storie di coppia: insomma, un libro insopportabile. In «Listen carefully as our options have changed» Mark si è accorto che sua moglie Laura lo tradisce: lo sa perché ha incaricato un detective di seguirla e ne ha le prove in un video, che guarda in modo ossessivo. È un project manager di successo e quindi vorrebbe affrontare il problema secondo i canoni razionali del project management. > No, il progetto di salvare il suo matrimonio sembra che sia fallito ed egli ha dinanzi un nuovo obiettivo. Ciò non è inusuale. Alcuni progetti collassano per diversi motivi. (...) In questo caso, cʼè stato semplicemente un cambiamento di cuore. O, più correttamente, uno spostamento dal nascondere i problemi dʼamore a mostrarli, benché Mark fu costretto a riconoscerli, non è vero? (...) Cʼera la fredda gentilezza verso sua madre. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di sbagliare le indicazioni di cosa acquistare che le dava Mark in modo dettagliato, (...) tanto che lui doveva lasciare ogni cosa e andare personalmente al supermercato. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di guardare di notte banali telefilm gialli, gli occhi fissi allo schermo, imbambolati come quelli di un bambino. Cʼera la sua cucina mediocre, la sua preferenza per i cibi surgelati, con molto sale, e insignificanti pietanze che non si vergognava di servire con il ketchup. Ed ora lo ingannava, lo prendeva in giro e lo tradiva. Sradicava la loro casa dalle fondamenta e gettava scaglie di vetro bollente nel sangue di Mark, nel suo cervello e nel suo cuore: e questo dolore intenso per che cosa? Per lei? Guardala; che cosa sta perdendo in ogni caso? Ma questa era una domanda che moriva prima ancora di essere pienamente pensata, perché lui lʼamava . Mark non comprende le cause del fallimento del suo matrimonio, anche quando numerosi segnali dovrebbero dirgli che è proprio il suo freddo approccio razionale ad avergli allontanato Laura. La sua abitudine a giudicare, a valutare, a trattare le persone che gli sono intorno come se lavorassero per lui. Non capisce, ma è un uomo caparbio: > non avrebbe gettato fuori sua moglie dalla sua casa. (...) Si sarebbe tirato indietro, non avrebbe agito e avrebbe lasciato che le cose andassero per il loro verso. Avrebbe lasciato che lʼerrore di sua moglie si risolvesse da solo . Lʼattesa ipocrita è lʼunico mezzo per far sopravvivere un rapporto di coppia. È lʼesito di un altro racconto: «Marla». È una donna non più giovane, molto grassa, una opaca impiegata di banca, destinata a restare zitella. Sembra essere un destino ineluttabile, quando incontra Dennis, un uomo altrettanto obeso, affettuoso e gentile. È lʼamore inaspettato. I due vanno a vivere insieme e la convivenza rivela tratti dellʼuomo che non piacciono a Marla: la fissazione estrema dellʼordine, la preferenza per una vita ripetitiva e banale, il rischio di scivolare in una barbosa quotidianità. Lʼuomo, poi, non vuole avere figli. Lasciarlo? Ma questo è il matrimonio, cara, le dicono le amiche; poi i figli verranno, anche se il marito non li vuole (basta ingannarlo sui giorni fertili così che non si metta il preservativo!). Ormai in cammino verso lo squallore, Dubus affronta la terza storia («The Bartender»): due giovani si sposano pieni di entusiasmo, lei resta incinta, lui non si trattiene a fare sesso con una formosa collega, anche un poʼ stronza al dire il vero. Al settimo mese, la moglie scopre la tresca, rischia di abortire, lei e la bambina si salvano miracolosamente. > Camminò accanto al suo letto e stette immobile. (...) Presto lei avrebbe aperto gli occhi, (...) occhi che lui non si meritava ma sperava di conquistare, occhi di nera speranza . A questo punto avrei dovuto affrontare «Dirty Love». Confesso: non me la sono sentita tanto la lettura si preannunciava fastidiosa. Del racconto è utile riportare una frase per dare il senso della grande capacità di Dubus di reggere lunghi periodi con un uso sapiente delle parole, un succedersi di impressioni che non sono sorretti dalla punteggiatura o dallo svolgersi dei contenuti (vicende, descrizione di personaggi, sentimenti), ma si basano sulla sintassi, attentamente e abilmente calibrata. In italiano si perde senza dubbio molto di questa scrittura e sarebbe necessario un grande traduttore, comunque ci provo. > Ora ogni cosa è messa in fila, i suoi sentimenti e la musica in testa e tutto ciò la fa sentire sempre come se stesse muovendosi in avanti, scivolando silenziosamente su un tapis roulant in aeroporto, quella volta che era su uno, indietro nel passato quando era piccola e sua madre e suo padre sembravano felici, o almeno ridevano molto insieme, sua madre ancora carina o almeno sembrava perché si curava, grossa ma ancora sexy, benché Devon non pensava mai a queste cose, soltanto le percepiva, come se stesse stesa in un soffice letto circondata da freschi, profondi cuscini e il profumo di qualcosa di dolce fosse in aria, e quel giorno loro tre stavano salendo su un aereo per Disney World dove ogni cosa era più reale che reale potesse mai essere . Perché non leggerlo? Monotono, pesante, anche superficiale a tratti.

Andre DubusW. W. Norton & Company
Il Disertore
RecensioneItaliano

Il Disertore

E' un grande romanzo contro la guerra; richiama altri due libri sull'argomento, entrambi recensiti in questo sito: Matterhon di Karl Marlantes ambientato nella guerra del Vietnam e Niente di nuovo su fronte occidentale di Erich Remarque. Se il primo è un racconto epico, una sorta di Iliade moderna che dimostra l'inutilità della guerra come occasione di cambiamento sociale ( sfatando un grande mito!), se il secondo è una discesa agli inferi dove nella trincea sopravvivono dei «morti viventi», «Il Disertore» narra la vicenda di un soldato tedesco, che prende coscienza dell'assurdità del nazionalismo, della tragedia nella quale è coinvolto e crede di trovare una soluzione passando dall'altra parte, a combattere tra i partigiani. Siamo nella seconda guerra mondiale in Polonia; un piccolo avamposto tedesco deve presidiare una ferrovia in un territorio ormai in mano al nemico. Isolati, abbandonati e sfiduciati, > la natura selvaggia guardava con innocente voluttà quei soldati che, a osservarli da buona distanza, non avresti detto in preda ad ansimi, a gemiti, e vicini alla disperazione; da lontano apparivano anzi più simili a figure che si trovano talvolta rappresentate al mercato delle vecchie incisioni, e si muovono allegre, senza meta, libere da ogni gravità . Proska si ritrova per caso in questo drappello; viaggiava su un treno verso il fronte orientale quando una bomba ha distrutto il convoglio; salvatosi per miracolo si inquadra, naturalmente da bravo soldato, in una piccola squadra, agli ordini di un sottoufficiale maldestro, autoritario e violento; il comando militare è lontano. E' una umanità variegata, dallo spilungone un po' scemo ad un ex mangiatore di fuoco che ha come amica una gallina sino ad un giovane studente, oggetto degli scherzi sadici del capo. Come in Matterhon e in Niente di nuovo sul fronte occidentale è la fratellanza a cementare il gruppo, mentre il patriottismo è visto ormai come una fregatura. > Lo chiamano senso del dovere, disse con disprezzo Pandilatte (un soprannome per Wolfgang il giovane studente), ce l'hanno iniettato nel sangue. E con quello ci hanno squinternato, levato l'indipendenza. (...) Contagioso è il risentimento nazionalista. Un risentimento che è la radice della presunta superiorità tedesca e la fonte di questo stramaledetto senso di predestinazione . Poche parole, e soprattutto gli effetti mortiferi di un delirio di onnipotenza, demoliscono quella missione universale, di cui parlava Thomas Mann, e che ha infettato la società tedesca. Ed è per questo, e per la storia che racconta, che il romanzo dovette attendere a lungo prima di essere pubblicato. In guerra per il soldato innanzitutto bisogna salvarsi, e non si può fare se non si dà la morte. > Svelto il grilletto è impaziente; ha una  gran sete di morte. (...) Ancora una sventagliata. Tutto e ventotto. Che altro aspetti? E i colpi lasciarono la bocca e rasarono le canne. (...) Il fiume, faccia di tolla, spingeva zitto la sua acqua al mare, passava prati e boschi svettanti, passava i seni granitici dei ponti, passava le piccole e grandi città, passava, passava. Un uomo sognava sua moglie. Acqua passata. Sognava un figlio. (...) Tutta acqua passata: il fuoco scaturito dalle labbra, i desideri sgorgati dagli occhi; la tenerezza, la fedeltà incrollabile e l'angoscia nel petto. Solo la coscienza non inaridisce, questo fiero, aspro paesaggio di giustizia, questo fortino contro il rimorso . Porska osserva un giovane partigiano, che cammina come se stesse facendo «una passeggiata sentimentale». Non vorrebbe sparargli ma «siamo costretti a ubbidire alla guerra anche se la odiamo come la peste». Non c'è una alternativa alla guerra ed è questa sentimento, insieme alla disillusione e all'opportunistica ricerca della sopravvivenza, che spinge Porska a passare a combattere con i partigiani.  Dall'altra parte della barricata la vita è «altrettanto grigia, per nulla migliore». Porska fa comunque il suo dovere,, come lo aveva fatto da soldato tedesco. E spara, dà la morte senza neanche sapere chi ha di fronte. Con la grande avanzata dell'armata rossa verso occidente Porska giunge alla casa di sua sorella e, senza intenzione, d'istinto, uccide il cognato, il quale, senza riconoscerlo, anche lui d'istinto, puntava la canna di un fucile contro di lui. Quando Proska se ne accorge nasconde il cadavere: la sorella crede per anni che il marito sia un disperso. > Maria vuole certezze. Solo tu gliele puoi dare, Proska, Devi dargliele. (...) Una volta che saprai dove dormire, una volta che avrai trovato dove poter stare da solo con te stesso e le tue lunghe giornate, una volta che saprai che tutte le strade desiderano essere percorse  fino in fondo: allora, Proska, dovrai scriverle. Lo farai. Devi . Un povero uomo, un uomo di qualità ma troppo piccolo per prendere la decisione giusta, si trova, suo malgrado, in mezzo alla guerra. Reagisce come può e diviene disertore non per scelta, per necessità, perché in guerra si deve dare comunque la morte. E' questo il grande messaggio del libro: alla violenza non si può rispondere che con la non violenza, se si vuole salvare la propria coscienza. E' un illusione, un struggente anelito, sperare che si possa sprofondare «nelle paludi remote dell'oblio», o che si possa rimediare al male con altro male. Solo una scelta di pace può dare veramente la serenità. E' un romanzo pressoché perfetto: costruito sapientemente in un giusto dosaggio tra trama, personaggi e paesaggio; attraversato da una intenso afflato pacifista, non declamatorio ma espresso tramite le storie di povera gente, soldati loro malgrado: > l'orologio che ogni guerra/stringe fra le grinfie rosse/sgoccia giù per le lancette/i minuti dei suoi soldati/e l'orgoglio della vita/cade muto, neanche un'eco,/e il vento rapisce i nomi/sull'altalena dell'oblio . Perché leggerlo? Un capolavoro.

Siegfried LenzNeri Pozza
Disgrace
RecensioneInglese

Disgrace

Un professore di letteratura viene espulso dall’università a seguito di una relazione, essenzialmente sessuale, con una studentessa. L’uomo ha superato i cinquant’anni ed è reduce da due divorzi. Abituato a essere corteggiato dalle donne, si ritrova ormai solo, costretto a ricercare sesso con delle prostitute, e quindi si lascia trascinare nell’avventura, alla ricerca della propria vanità e del proprio eros. Si trasferisce in campagna presso la figlia, che gestisce una piccola proprietà agricola e un ricovero per cani. Aiuta la figlia a portare i suoi prodotti al mercato, conosce una donna della sua età che gestisce un ospedale per animali e aiuta i cani in soprannumero a morire, lavora con Petrus, un uomo di colore che aiuta la figlia a portare avanti l’azienda. L’atteggiamento dell’uomo non è tuttavia cambiato, la sua vanità continua a dominare anche i rapporti con la figlia, con la quale non riesce ad avere un dialogo reale: né a raccontare la vicenda che lo ha portato a lasciare l’Università, né a capire le ragioni della figlia a vivere in campagna, così isolata. Un episodio cambia radicalmente la vita: tre uomini di colore entrano in casa, la saccheggiano, cercano di dare fuoco al professore e stuprano la figlia. Ancora più sconvolgente è il fatto che la figlia non denuncia il fatto e decide, anzi, di tenersi il figlio nato dalla violenza e di sposare Petrus per dare sicurezza alla propria vita in campagna. Si dissolve il mondo del professione, che trovava riferimenti precisi nel mondo dell’immaginazione, della poesia e nelle convenzioni borghesi: come disse all’inizio del libro commentando una strofa di Wordsworth (la delusione del poeta alla vista del Monte Bianco): > i grandi archetipi della mente, le pure idee, trovano se stesse usurpate dalle mere immagini che provengono dai sensi. Tuttavia, non possiamo vivere ogni giorno nel mondo delle pure idee, protette dall’esperienza dei sensi... La questione deve essere. Come noi troviamo un modo per le due (immaginazione e realtà) di coesistere? Idee di un intellettuale narcisista alle quali la figlia risponde che la vita è un fatto concreto e piano. L’uomo cerca di ritornare in città, ma ormai la sua vita precedente si è dissolta. Prende quindi una stanza nel villaggio vicino alla fattoria della figlia, lavora a un’opera musicale, che deve avere come oggetto la relazione tra Byron e la sua moglie ravennate, Teresa; aiuta la gestione dell’ospedale per gli animali. Il libro si conclude, tristemente, con la decisione dell’uomo di uccidere un cane, al quale si era affezionato, perché tutti dobbiamo andare verso la nostra fine, la morte. Si tratta di un romanzo molto complesso, del quale è difficile individuare un unico filone narrativo. Tra i possibili (il contesto sociale del Sud Africa, il contrasto tra la cultura europea della borghesia e i valori emergenti del popolo di colore, le relazioni tra padre e figlia, l’accettazione delle regole della violenza, gli animali e i cani in particolare), mi sembra che il più interessante sia costituito dal tema della morte e dell’attesa della morte. Il primo è affrontato dalla vicenda del protagonista, che si rende conto del tempo che è passato: > vaga senza scopo in giardino, un triste sentimento lo sta prendendo. Non è soltanto perché non sa che cosa fare di se stesso. Gli eventi del giorno prima lo hanno scioccato profondamente. Il tremolio, la debolezza sono solo i primi e più superficiali sintomi dello schock. Ha come la sensazione che al suo interno un organo vitale sia stato ferito e abusato, forse persino il suo cuore. Per la prima volta sente che cosa significa essere un uomo vecchio, stanco nelle ossa, senza speranza, senza desideri, indifferente al futuro. Sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse per il mondo defluire da lui goccia a goccia. Ci vorranno settimane, forse mesi prima che resti senza sangue, ma si sta dissanguando. Quando tutto ciò è finito, egli sarà come una mosca che si sta rinchiudendo in una ragnatela, fragile al tocco, più leggera di un chicco di riso, pronta a fluttuare via . Il tema dell’attesa è trattato da Teresa, che aspetta per tutta la sua vita il ritorno di Byron, che è andato in Grecia a morire: > mio Byron, lei canta per la terza volta; e da qualche parte, dalle caverne dell’altro mondo, una voce risponde cantando, esitante, senza corpo, la voce di un fantasma, la voce di Byron. Dove sei? Egli canta, e poi una parola che la donna non voleva sentire: secca. È seccata, la fonte di ogni cosa . E infine la conclusione terribile del romanzo, che sintetizza la disperazione del protagonista, la fine della vita, dell’attesa: > portandolo (il cane) nelle sue braccia come un pezzo di carne, rientra nell’infermeria. Pensavo che lo volessi salvare per un’altra settimana, dice Bev Shaw: Lo vuoi consegnare? Sì lo voglio consegnare«o l’autore con il termine give up intende»rinuncio, mi arrendo!".

J.M. CoetzeeSecker & Warburg
Disguises
RecensioneInglese

Disguises

Disguises, in italiano «travestimenti», è un breve racconto focalizzato sul tema del travestimento, come gioco ambiguo che porta al travisamento della realtà e di sé stessi. Henry, un bambino di dieci anni, rimane orfano e va a vivere con la zia, una ex attrice. Il bambino deve sottoporsi ad un rito serale, nel quale i due si travestono e recitano i ruoli connaturati alle sembianze assunte. È un gioco che diviene qualche cosa di inquietante quando la zia impone al bambino di travestirsi da ragazza e, di fronte alle resistenze del nipote, manifesta un carattere autoritario e aggressivo. Come cʼera da aspettarsi, il bambino si fa degli amici e conosce una coetanea che lo invita a casa sua. Henry non è più un bambino, sta diventano un adolescente e i gusti della zia diventano sempre più insopportabili. La zia organizza una festa in maschera e il racconto si conclude in un crescendo di illusioni, mascheramenti, scene reali o solo immaginate, in un party dove è difficile capire chi fa che cosa: > adesso gli ritornava in mente, se si è vestiti come qualcunʼaltro pretendendo di essere loro, ti prendi la colpa di quel che loro hanno fatto, o di ciò che fai tu in quanto loro... o che hai fatto? È un racconto confuso, nel quale si mescolano più temi, dal travestimento come gioco, alla definizione della personalità nellʼadolescenza sino ad una concezione della realtà come illusione, come impressione creata dai propri sensi piuttosto che mondo effettivamente esistente. Troppi sono gli argomenti psicologici e filosofici per rendere comprensibile il racconto, che sembra essere solo lʼoccasione per sperimentare nuovi soggetti e consolidare virtuosismi stilistici. Perché non leggerlo? È difficile da leggere, inconcludente e troppo ricco di preziosismi letterari.

Ian McEwanL'Espresso
La dismissione
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La dismissione

La dismissione, di cui tratta il libro, è quella dello stabilimento siderurgico di Bagnoli, a Napoli. Con lʼespediente letterario della narrazione allo scrittore da parte di un tecnico , Vincenzo Buonocore, la storia della chiusura della fabbrica, del suo impatto sul contesto sociale della cittadina campana, si amalgama con una vicenda personale. > Se io devo essere per intero in questo libro, e deve esserci Rosaria, deve esserci Marcella, deve esserci Martinez, deve esserci la fabbrica che scompare, Bagnoli che cambia volto; se devi esserci anche tu stesso con la tua pretesa di raccontare tutto questo servendoti di me, e deve esserci la mia mediocre storia di uomo, con tutte le sue debolezze, i suoi rancori e rimpianti, che senso avrebbe tacere quel che accadde quella sera tra me e mia moglie? La storia è molto semplice. Buonocore è un tecnico, che è entrato molto giovane in fabbrica come operaio, ma poi le capacità, la dedizione al lavoro e soprattutto la passione per lʼimpianto, la colata continua, lo hanno condotto a dedicarsi allʼattività di manutenzione. Quando si decide di vendere lʼimpianto ai cinesi, viene affidato a Buonocore il compito di gestire i rapporti con i tecnici cinesi e di seguire la demolizione dellʼimpianto. Nel frattempo, Buonocore si trova coinvolto in una relazione, rimasta sempre virtuale, con la figlia di un collega, Marcella: una ragazza sbandata e desiderosa di appoggiarsi ad una persona più matura. Le due vicende,la relazione con Marcella e la chiusura dellʼimpianto, si concludono tristemente con la morte della ragazza e la definitiva demolizione, tramite la dinamite, dei resti dello stabilimento, i cui pezzi migliori, come lʼimpianto di colata, sono stati smontati e venduti. Inoltre, la scoperta da parte della moglie, Rosaria, della relazione del marito con Marcella, compromette anche il matrimonio di Buonacore. Dalle lettura emerge unʼ impressione di qualche cosa di artificioso. La relazione tra Buonocore e Marcella è un insieme di episodi, di cui non si capiscono i presupposti, le implicazioni sotto il profilo sentimentale; anche i suoi effetti su Rosaria sono superficialmente indagati. La descrizione della demolizione assume a tratti connotati melodrammatici, caratteristiche di indagine sociale e di protesta politica, senza però convincere ed effettivamente dare il senso di ciò che è accaduto. Il lato più interessante è, in realtà, il rapporto tra Buonocore e lʼimpianto. Allʼinizio del romanzo, Buonocore entra di notte nello stabilimento e sale sul piano di colata per vedere dallʼalto. > Eccolo, il mio impianto, immenso come una cattedrale con unʼunica navata grigio- azzurra dallʼalta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie, percorsi da fasci di tubi simili a sistemi venosi, scale, binari, aerei corridori I miglioramenti che è riuscito ad apportare allʼimpianto lo convincono che > la macchina non si piega ad alcuna prepotenza, premia sempre e soltanto la tua intelligenza . Ma quando lʼimpianto è stato demolito, Buonocore capisce che un rapporto di amicizia si è rotto. > E adesso eccoci qui, uno di fronte allʼaltra. Non ci siamo che noi: io, la gru e questo vasto relitto che non riconosco più e che a sua volta non riconosce più me; forse perché non ha più facoltà cognitive, ha perduto lʼanima, la parola, il sentimento . Lʼaspetto più interessante del libro è il grande tema del rapporto tra lʼuomo e la macchina, di una sorta di innamoramento, che ha caratterizzato e caratterizza la cultura tecnica, e che si è andato disperdendo con la deindustrializzazione degli anniʼ 80 e ʼ90. Perché non leggerlo? Quali siano i punti di vista dai quali si vuole leggere il libro ( storia personale, descrizione di una società in trasformazione, denuncia politica, analisi della cultura tecnica), la trattazione è superficiale, lo stile poco attraente e in certi aspetti prosaico e noioso.

Ermanno ReaRizzoli
Divieto di soggiorno
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Divieto di soggiorno

Il libro è un racconto-inchiesta e si tratta di una serie di interviste a immigrati. Si passa dalla prostituta proveniente dell’Est Europa a persone che hanno avuto successo, nel campo economico e in quello sociale e politico. Ne emerge una visione molto variegata, da cui risulta che, paradossalmente, sia stato più facile integrarsi e salire nella scala sociale per gli immigrati arrivati nell’Italia degli anni ’70 rispetto a quelli di più recente provenienza. In realtà l’immigrazione rispecchia il deterioramento della società italiana: una crescente chiusura verso l’esterno, l’indifferenza verso la novità e quindi la tendenza alla politica dello «struzzo», che non vuole vedere che l’Italia sta cambiando. Ci sono due aspetti del libro di notevole interesse:il primo è sintetizzato nella citazione al libro stesso: «volevamo braccia, sono arrivate persone» (Max Frisch). Come dice l’autrice, è l’impianto culturale e ideologico alla base della normativa italiana, che non funziona: > è ancora l’utilità economica del lavoro del migrante a sancirne il diritto a vivere nel nostro Paese . O come dice con altre parole una colf somala: sono trattata > sostanzialmente bene, anche se quando raccontavo la mia storia sentivo una generale indifferenza. È un rapporto di affari: io garantisco un servizio e loro mi pagano . In termini politici, Jean-Léonard Touadi, assessore al Comune di Roma, > uscire dalla logica del sociale, smetterla di accostarsi alla categoria degli immigrati, per quanto fragile sia, con l’ottica dell’intervento sociale di emergenza. Ognuno di noi ha bisogno invece di pari opportunità, di accesso alla cultura, accesso alla casa, agevolazioni di accesso al credito . Ma questi non sono problemi anche degli italiani?il secondo aspetto riguarda la visione degli italiani vista dagli immigrati. Si tratta di una prospettiva interessante, che fa emergere un mondo triste, nel quale, per esempio, gli anziani hanno perso molto della propria autorità e prevale invece l’abitudine a viziare i bambini, una separazione di ruoli tra l’uomo e la donna, lo squallore della vita affettiva, una generale indifferenza. «C’è molta cura individuale e poca, anzi nessuna, per lo spazio di tutti». > Mi è capitato di raccontare che cosa si mangia nel mio Paese, e il più delle volte mi hanno guardato con una faccia schifata . Prevale l’arte di arrangiarsi, in quanto si scelgono i lavoratori in base alle indicazioni dei parenti e amici e quindi > il lavoratore non viene scelto in base alla qualifica e alla preparazione professionale, ma in quanto membro di una categoria di simili per provenienza . Il libro è interessante, ma si affida troppo a interviste a persone di successo e a esponenti ufficiali del mondo dell’immigrazione, trascurando l’impegno di scavare sul campo, cioè tra la gente. All’interno di uno stile pulito e di una buona costruzione del racconto, emergono una debolezza giornalistica e una fragilità dell’inchiesta, che danno l’impressione di artificiosità a quanto viene raccontato.

Rula JebrealRizzoli
Divorzio all'islamica a viale Marconi
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Divorzio all'islamica a viale Marconi

Issa è in realtà un ragazzo italiano di nome Christian. Conosce perfettamente lʼarabo. I servizi segreti decidono, quindi, di arruolarlo ed inviarlo in Viale Marconi a Roma sotto le vesti di un immigrato tunisino. La sua missione è raccogliere informazioni su una presunta cellula terroristica, che si nasconderebbe presso un call center. Sofia, o meglio Safia, è unʼegiziana che ha sposato un connazionale a seguito di un matrimonio combinato. Il marito fa il pizzaiolo a Roma, è molto religioso e costringe Sofia a portare il velo. Le vicende di Issa e di Sofia si sviluppano in parallelo. Ciascuno dei due racconta la propria storia: un espediente letterario che non riesce a dare animazione ed attrattiva alla narrazione, rendendola anzi superficiale per il poco spazio dato ai protagonisti. Per Issa essere un immigrato tunisino comporta la scoperta del mondo dellʼimmigrazione: precarietà, paura, appartamenti sovra affollati, affittuari e datori di lavoro prepotenti, contrasto di nazionalità e soprattutto tra praticanti e non praticanti. Per Sofia la vita a Roma è lʼopportunità per trovare spazi di libertà e per perseguire il proprio sogno, quello di fare la parrucchiera. Sofia è religiosa ma autonoma nei suoi giudizi e mal sopporta i pregiudizi e lʼautoritarismo del marito, di cui non è innamorata. Issa e Sofia si incontrano casualmente e solo per brevi momenti, ma si capisce, dagli sguardi e dallʼattenzione reciproca, che tra di loro è nato qualche cosa. Il rapporto potrebbe passare da uno stato di sospensione, tipica degli innamorati segreti, a qualche cosa di più concreto ed intimo. Issa riceve dal marito di Sofia la richiesta di sposare la moglie, che è stata ripudiata in uno scatto dʼira. Secondo la legge islamica Sofia e il marito si possono risposare solo dopo che lʼex moglie si sia maritata con un altro uomo, abbia consumato il matrimonio e poi abbia divorziato. A Sofia lʼidea piace, non perché voglia ritornare con il marito ma in quanto è innamorata di Issa. Ma il giovane non sa decidersi, perché non se la sente di ingannare Sofia: lui infatti non è né tunisino né mussulmano. Il finale è una sorpresa, che non può essere svelata. Ma resta la domanda: Issa e Sofia si metteranno insieme? Lakhous è uno splendido scrittore: frasi breve, piccoli ritratti e una lieve ironia sono i pregi fondamentali della sua scrittura. In questo romanzo, tuttavia, la voglia di dilungarsi in considerazioni sociali e culturali ( sul mondo mussulmano e su quello degli immigrati e degli italiani) va a scapito del ritmo narrativo. Il racconto è talvolta noioso e scontato, risultando un pò artefatto. Solo a sprazzi ritornano lʼautenticità e il brio che avevano caratterizzato il precedente libro dellʼautore. Perché leggerlo? È piacevole, interessante e per molti aspetti istruttivo. Ci si affeziona ai due personaggi tanto che si vorrebbe conoscere la fine della loro storia dʼamore, come in una telenovela.

Amara LakhousEdizioni e/o
Domani nella battaglia pensa a me
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Domani nella battaglia pensa a me

Il romanzo narra la particolare vicenda di Victor, un ghost writer, il quale viene invitato una sera da una donna sposata, Marta; tuttavia, sul punto di fare all’amore, Marta muore e Victor, spaventato e incerto, lascia la casa senza avvisare nessuno. Preso dal rimorso e dalla curiosità, fa in modo di venire in contatto con la famiglia di Marta: il padre, un gentiluomo madrileno, la sorella, con la quale spera di intrecciare una relazione, e il marito, un uomo dʼaffari che si trovava a Londra mentre lui era stato invitato da Marta. Alla fine, Victor confessa di essere lui l’uomo che era in casa di Marta e, a sua volta, il marito gli confessa che era a Londra insieme con la sua amante, che gli aveva raccontato di aspettare un figlio e di voler abortire nella città inglese. In realtà non era vero e l’uomo, in un momento di follia, ha cercato di ucciderla; la donna è fuggita e si è fatta investire mortalmente da un taxi. Accanto a questa vicenda principale, si sviluppano due storie parallele. Qualcuno ha raccontato a Victor che Celia, la sua ex-moglie, si prostituisce. Una sera, a Victor sembra di riconoscere sua moglie in una prostituta di nome Victoria, che carica in macchina nell’intento di capire se si tratta di sua moglie o se invece è un’altra persona che le assomiglia. La difficoltà a distinguere tra il vero e il falso, tra la finzione e la realtà, si ritrova nell’incontro con un uomo potente, l’Unico, che lo ha chiamato per scrivere un discorso. In realtà Victor si presenta con il nome di un amico (unʼaltra finzione che diviene realtà); inoltre nella conversazione l’Unico manifesta la sua disperazione perché non può esprimere i dubbi e le incertezze che sono alla base della sua azione. Nel commento al libro, l’autore ne indica il tema di fondo, che è l’inganno, ma non quello voluto (frutto di una trama razionale o dell’ipocrisia della società), ma quello che deriva dal tempo e dal ricordo. > La più completa delle biografie non è fatta d’altro che di frammenti irregolari e di scampoli scoloriti, anche la propria biografia. Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d’ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili... L’inganno e la sua scoperta ci fanno vedere che anche il passato è instabile e mal sicuro, che neppure ciò che in esso sembra fermo e assodato lo è per una volta e non per sempre... . L’inganno è veramente il leit motiv del libro? Non penso che esaurisca i contenuti di questo romanzo, nel quale i personaggi si muovono in una sorta di incantamento, di dimensione irreale che è frutto di due forze fondamentali: il tempo e il ricordo. > Quello che ci pesa, dice il marito di Marta, il brutto della cosa è che il tempo in cui crediamo quel che non era si trasforma in qualche cosa di strano, fluttuante e fittizio, in una specie di incantamento o sogno che deve essere soppresso dal nostro ricordo; ad un tratto è come se quel periodo non lo avessimo vissuto affatto . Ed ancora > la morta che lo frequenta e lo spia e lo visita è un’altra, la sua morta che risiede nel suo pensiero come la mia abita nel mio allo stesso modo di un palpito incessante nella veglia o nel sonno, la sua misera moglie e la sua misera amante mescolate ed alloggiate entrambe nelle nostre teste in mancanza di luoghi più confortevoli, dibattendosi contro la dissoluzione e volendo incarnarsi nell’unica cosa che rimane loro per conservare il vigore e la frequentazione, la ripetizione e il riverbero infiniti di ciò che una volta fecero o di ciò che ebbe luogo un giorno: infinito, ma ogni volta più stanco e tenue . I protagonisti di questo romanzo sono travolti dagli avvenimenti, che sembrano paradossali e imprevedibili e sottoposti a un ritmo che fa perdere la distinzione tra passato, presente e futuro. Ma un fatto, appena passato, a sua volta si disperde e disperatamente si vorrebbe tornare indietro, si vorrebbe che i fatti non fossero avvenuti o avessero preso un’altra direzione. Ma si vive veramente, si è veramente se stessi, o si vive all’interno di una finzione continua, in quanto la realtà non riesce a racchiudere la nostra immaginazione? In questo contesto solo la morte sembra essere un fatto reale ma la morte è l’inizio di una perdita graduale del ricordo. È un libro importante, che viene portato avanti con un ritmo narrativo travolgente, «un rap letterario», che per essere seguito richiede di immergersi nella lettura.

JavierGiulio Einaudi
Don Chisciotte
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Don Chisciotte

Il romanzo è ambientato nel primo Seicento e narra le vicende di un gentiluomo di campagna che, infervorato dalle storie cavalleresche, immagina di essere un cavaliere errante. Inizia quindi un viaggio nella Mancia con lo scudiero Sancho Panza e due fedeli animali, il cavallo Ronzinante e l’asino. Il romanzo è articolato in due parti. Nella prima parte si sviluppano le vicende più incredibili, che nascono dall’immaginazione di Don Chisciotte: un’osteria diventa un castello da espugnare, un gruppo di viandanti dei cavalieri nemici da combattere, un gruppo di carcerati degli sfortunati da liberare, che rapineranno a loro volta Don Chisciotte. Tutte le vicende si chiudono generalmente in modo infelice: Don Chisciotte e Sancio ne escono picchiati, dileggiati e con le ossa mezze rotte, ma tuttavia Don Chisciotte è sempre convinto che è stato sconfitto da un «incantamento», da una finzione creata ad arte da qualche mago malefico. La prima parte si chiude con il ritorno di Don Chisciotte a casa, portato in un carretto dentro una gabbia. La storia del cavaliere errante è intercalata da una serie di episodi, di vere e proprie storie, che sembrano avere come unico filo conduttore la rappresentazione di una realtà ipocrita, dove la forza e la prepotenza predominano. Questa prima parte si sviluppa intorno alla contrapposizione tra il sogno eroico, quello di Don Chisciotte, e il sogno plebeo, quello di Sancho. Don Chisciotte vive in un mondo perfetto e si imbatte nella storia e nella realtà; Sancio vive nella storia e l’accetta così com’è: un mondo umano di piccole miserie e di gioie mediocri dove non esistono disillusioni perché non ci sono grandi illusioni. Nella seconda parte l’autore immagina che siano state già narrate le vicende di Don Chisciotte e quindi le persone, che incontra il cavaliere errante nella sua nuova avventura, si divertono a prendere sul serio Don Chisciotte creando situazioni paradossali e spesso crudeli. Il romanzo si conclude con il ritorno di Don Chisciotte e con il suo riconoscimento, in punto di morte, che la cavalleria errante è una falsità e che l’unica fede è quella nella religione cattolica. Questa parte del libro è stata scritta molti anni dopo, e si può senz’altro affermare che Don Chisciotte «muore vivendo», in quanto > la storia ormai lo precede e lo fa ludibrio ridicolo di villani e di servi, di duchi e di banditi . Il romanzo è l’esaltazione dell’immaginazione. In un mondo noioso, ipocrita e ingiusto, Don Chisciotte si crea le sue regole, quelle della cavalleria errante, e anche quando le regole non corrispondono alla realtà il fenomeno dell’incantamento permette a Don Chisciotte di continuare a vivere secondo la sua visione del mondo. Ma è pazzo o lo fa volutamente per poter sopravvivere e comunque divertirsi? Al richiamo di Sancio che non doveva lasciare liberi i carcerati, Don Chisciotte ribatte che > i cavalieri erranti devono aiutare gli oppressi come gente necessitosa, tenendo conto delle loro angosce e non delle loro colpe. Io mi imbattei in una fila di gente miserabile e disgraziata, e feci con loro quello che mi ordina la mia regola, e per il resto avvenga che può . Ma qual è questa regola? > Scopo finale è quello di applicare in terra la giustizia distributiva, dando a ciascuno il suo, interpretando e facendo osservare le buone leggi... (le armi) hanno per oggetto la pace, che è il maggior bene che gli uomini possono desiderare in questa vita . Don Chisciotte è quindi pazzo ma a un tempo saggio, la sua figura, ancora centrale, nella prima parte del libro assume sempre più il ruolo di un comprimario dell’altro grande protagonista: Sancho Panza. Contadino arguto e credulone rappresenta in qualche modo la saggezza contadina, che risolve i problemi con il buon senso. Il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho è una relazione di grande affetto e di profonda stima: lo scudiero è l’unico che crede nel cavaliere e ci crede pur riconoscendo che è pazzo, perché gli vuole bene. Quando si fa osservare a Sancho Panza che anche lui è pazzo se crede in un pazzo, lo scudiero risponde che in lui predomina la fedeltà a Don Chisciotte e quindi il suo desiderio di stargli vicino e di aiutarlo. D’altra parte la conversazione con Don Chisciotte è stata per Sancho Panza > il concime caduto sopra la sterile terra del mio arido ingegno, e il tempo passato nel servirla e frequentarla n’è stato la coltivazione... rise Don Chisciotte dei discorsi di Sancio pieni di affettazione . Insieme con Don Chisciotte e Sancho gli altri due protagonisti sono Ronzinante e l’asino: > l’amicizia fra le due bestie fu così stretta, così unica nel suo genere... che quando le due bestie si potevano avvicinare badavano a grattarsi l’una con l’altra... e Ronzinante incrociava su quello dell’asino il suo lungo collo . La libertà dell’immaginazione e l’amicizia sono quindi i due temi fondamentali del libro, al quale si aggiunge il gusto dell’avventura, che si esprime non in mondi lontani ma nella stessa Mancia, a pochi chilometri da casa. La modernità del libro sta proprio in questi temi e nel gioco di specchi (finzione nella finzione), che si sviluppa nella seconda parte, peraltro la meno bella e in molti tratti prolissa e ridondante.

de Miguel CervantesIuan de la Cuesta
I doni della vita
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I doni della vita

La delicata eleganza della scrittura accoglie il lettore sin dalle prime pagine del romanzo: la prosaica e tranquilla vita di una città di provincia, le abitudini quotidiane, i rigidi ruoli sociali, gli amori contrastati, la prevedibile e banale esistenza sono descritte con un tale affettuoso ed ironico dettaglio da desiderare che il racconto continui su questa strada, come se fosse una edizione moderna e ridotta del capolavoro di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto), dove realmente nulla accade. Non è così, perché irrompe la guerra! La storia prende le mosse da uno scandalo: contro la volontà del nonno, potente e ricco industriale, Pierre sposa Agnes, una ragazza senza dote e utili relazioni sociali, della quale è tuttavia profondamente innamorato. La madre di Pierre > pensava confusamente: averlo tanto amato, protetto, preservato da ogni male perché in un attimo mi venga strappato! Non potrà rimanere a Saint-Elme. Suo nonno non lo permetterà. Lʼho perso . Scoppia la prima guerra mondiale e Pierre viene richiamato alle armi. Cʼè ben altro di cui preoccuparsi. Ci si illude che > una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. (...) nessuno Stato vorrà rispondere davanti ai posteri di un simile crimine! (...) È impossibile che accada una cosa simile, diceva tra sé e milioni di persone, quella sera, ripetevano le stesse parole. (...) Ma davanti, mio Dio, cʼè Pierre, andiamo, cʼè Pierre, il mio bambino! Non è possibile. È un incubo . (...) E comunque, non le sfuggiva una lacrima. Il suo dolore era troppo strano e troppo forte per consentirle di piangere > . Se questi erano i sentimenti contrastanti della madre, gli sposi si erano detti addio con una calma rassegnazione. Soli, nel silenzio della loro camera, nel calore del loro letto, si erano scambiati, la notte prima, il bacio dellʼaddio, un bacio muto e profondo, senza lamenti, senza inutili recriminazioni. Ora le loro labbra erano stanche e senza vita > . Quando tornano a casa in licenza, i soldati non raccontano ciò che succede realmente al fronte, vorrebbero tener distinte la guerra dalla vita dei propri cari. Bastiamo noi a soffrire > , pensano. Ma non è possibile. Anche Saint- Elme è sovrastata dai bombardamenti, dalle colonne di profughi e di militari in fuga, dallʼoccupazione tedesca. La popolazione resiste pervicacemente. Dʼaltra parte, la guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso dʼinverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno...il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi > . È una vana speranza: terminata la prima grande mattanza ne segue unʼaltra, ancora più terribile. Si attendeva la guerra come lʼuomo attende la morte. Sa di non poterle fuggire; implora solo una proroga > . È la seconda guerra mondiale. Questa volta è Guy, il figlio di Pierre e di Agnes, ad essere richiamato al fronte. Durante una licenza, Rose, la moglie di Guy, gli annunzia di aspettare un figlio: é orribile questa guerra... No, non ridere. Sono una femmina, sono puerile. Ma che vuoi? Vedo le cose da donna. (...) Ti ricordi il libro che mi hai fatto leggere, (...) un condottiero fa dellʼironia perché lʼuomo che ha mandato a morire ha la moglie che lo aspetta a casa, con la lampada accesa sul tavolo e i fiori sulla tovaglia, e le lenzuola pulite nel letto? Ma è lei che ha ragione e io, io....(...) Sono molto felice, ripeteva lui senza guardarla, con una strana timidezza, molto, molto felice. (...) Era una sensazione di trionfo. Ah, ti prendi gioco di me, ma anchʼio mi prendo gioco di te. (...) Vuoi distruggermi e io vivo! Vuoi togliermi ogni speranza? Guarda, mi sposo, amo, godo, ho un figlio! E più ti accanirai contro di me, più mʼimpunterò dal canto mio! > Da molti il romanzo è visto come la storia di una famiglia borghese e di provincia durante le due guerre mondiali. È un approccio riduttivo ad un libro, che parla di come i sentimenti, quelli veri, resistono ad ogni tempesta e permettono agli uomini di superare qualsiasi disastro. Pierre e Agnes si cercano continuamente, si allontano e si ritrovano; non cʼè forse la passione che ci aspetteremmo, cʼè invece una grande tenerezza. In conclusione del romanzo Agnes ritrova il marito dopo un lungo e difficile viaggio in mezzo alla guerra. È vivo, è salvo. Lei si fermò sulla porta, presa da un tremito tale che non riusciva a proseguire. Lui sembrò intuire la sua presenza. Le andò incontro, Sei tu? Mio Dio, finalmente sei tu!, disse lui. Li guardavano tutti. Si baciarono di sfuggita, in modo maldestro. Nessun bacio, nessuna stretta riuscivano a esprimere la gioia dei loro cuori". È una storia borghese? Forse, ma esprime la forza che permette di sopravvivere e di ricostruire dopo i più terribili disastri. È come una donna, con la sua sensibilità e dolcezza, vede una delle più assurde follie dellʼuomo: la guerra. Si può parlare di morte senza esserne affascinati: una lezione per il nostro tempo, percorso da tanta violenza, reale e narrata. Perché leggerlo? È un capolavoro, per la sua splendida scrittura.

IrèneFermento
Una donna
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Una donna

Il libro è di carattere autobiografico e ambientato storicamente nei primi del Novecento. La protagonista, ancora ragazza, viene violentata da un giovane, che poi sposa e da cui ha un figlio. Vive con il marito in un piccolo centro di provincia, dove si sforza di attenersi alle regole sociali, che vorrebbero che la donna fosse confinata in casa, in totale dipendenza dall’uomo. Con la perdita di lavoro del marito la coppia si trasferisce a Roma, dove la protagonista comincia a lavorare in una rivista letteraria, si fa conoscere nel mondo culturale e nel movimento femminista, frequenta una rete ampia di amicizie, tra le quali un singolare intellettuale, del quale è affascinata. Il marito stesso è attratto da una collega della moglie e quindi i tradizionali valori sociali si frantumano, in qualche modo. Il marito ha tuttavia l’occasione di ritornare a lavorare nel piccolo centro di provincia e quindi la protagonista si ritrova rinchiusa all’interno delle mura domestiche, pur avendo preso consapevolezza degli ideali del movimento femminista, delle sue capacità letterarie e, soprattutto del fatto di non amare e di non poter più sopportare il marito. Esplode la crisi, che è per la donna un dramma, in quanto lei sa, che se decide di lasciare il marito, perde il figlio. Eppure decide di trasferirsi a Milano separandosi dolorosamente dal figlio. Molto opportunamente l’autrice ha intitolato il libro «Una donna», perché, al di là degli aspetti autobiografici, narra dell’emancipazione della donna e soprattutto dei conflitti spirituali che la coinvolgono in un percorso che entra in contraddizione con il ruolo di madre. «Mi pareva strano», scrive l’autrice raccontando di un dibattito parlamentare, > inconcepibile che le persone colte dessero così poco importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna, al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno aveva saputo creare una grande figura di donna . Ed è questo il presupposto del libro: narrare il mondo delle relazioni uomo e donna visto dalla donna. In questo senso il romanzo non tratta tanto dell’emancipazione sociale della donna quanto del suo ruolo all’interno dei rapporti di coppia. La sua attualità sta proprio in questo: la grande rivoluzione sociale che ha sconvolto la struttura sociale ottocentesca, è l’autonomia della donna verso lo sposo e i figli, anche se questa autonomia viene poi ridimensionata con l’accettazione della donna dei riferimenti maschili nel mondo del lavoro e più in generale nella politica. Quattro sono i temi fondamentali del romanzo:la rottura del rapporto di dipendenza rispetto all’uomo per costruire un rapporto differente con l’altro. > Come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta a un uomo che non la riceve come suo uguale; ne usa come un oggetto di proprietà; le dà dei figli con i quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia? e ancora > tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dai sensi inariditi: fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso lʼintrusa e il solo ricordo avvilisce il loro bacio ;l’erotismo, ossia la ricerca del piacere, anche fisico, nel rapporto con l’uomo. > Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere…. Questa è la mia vita. Essere adoperata come una cosa di piacere, sentir avvinta l’intima mia sostanza. E veder i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine ;la crisi della maternità come legame e prigione dell’autonomia della donna, ma soprattutto la descrizione del lacerante conflitto che viene aperto da due opposte esigenze: l’amore per i figli e la ricerca di una vita piena e completa. > Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?... È una mostruosa catena... Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? . la ricerca della verità, che supera l’ipocrisia, l’ambiguità e la menzogna di una società che può accettare tutto purché non detto o fatto in modo chiaro, alla luce del sole; e tutto questo anche a scapito del rapporto con il figlio, aprendo un conflitto lacerante. > Partire, partire per sempre. Non ricadere più nella menzogna. Per mio figlio più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo... Questo era l’atroce dilemma. Se partivo egli sarebbe stato orfano. Se restavo? Un esempio avvilente, sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia . Non so per quale motivo, dopo un primo grande successo, questo libro sia stato messo in disparte nella letteratura italiana, accusato di estetismo e di sentimentalismo. Sono persino state condotte critiche sulla sua eccessiva aderenza alla realtà, alle effettive vicende dell’autrice. Lo stesso Pirandello riteneva che il romanzo si sarebbe dovuto concludere con la partenza della protagonista con il figlio: alla faccia del lieto fine!Il romanzo ha delle cadute nello stile, talvolta troppo lirico ed enfatico, e nel ritmo narrativo, soprattutto nella parte relativa alla vita romana. Esso è tuttavia un libro altamente attuale, proprio perché fa emergere la figura della donna come individuo, nelle sue aspettative e nelle sue contraddizioni e fa capire come la ricerca di un ruolo autonomo della donna crei conflitti laceranti, di grande profondità e complessità: in particolare il rapporto con la maternità e con i figli. Sarebbe bene che questo libro lo leggessero, anzi lo imparassero a memoria, persone come Buttiglione, che si permettono di accusare la donna di superficialità e di edonismo solo perché vuole avere un suo ruolo completo come individuo.

Sibilla AleramoSTEN Società Tipografica Editrice Nazionale
Doppio sogno
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Doppio sogno

Fridolin ed Albertine sono una coppia della buona e rispettabile borghesia. La loro unione si fonda su «una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee». Eppure, è sufficiente un ballo in maschera, dove entrambi erano stati corteggiati, lui «con insinuante gentilezza», lei > dapprima affascinata e poi allʼimprovviso offesa... con una insolente parolaccia , perché li sfiorasse, > e non per la prima volta, unʼombra di avventura, di libertà e di pericolo . Da questo insignificante antefatto hanno origine lʼaccenno, il desiderio, la possibilità di una seconda vita, fatta di trasgressioni, segreti voluttuosi, audacie ed anche crudeltà. Fridolin, medico di professione, deve recarsi di sera da un paziente. Durante la notte, colto da una irrequietudine imprevedibile per un uomo così ponderato, si compiace della dichiarazione dʼamore di una figlia al capezzale del padre, sta per litigare, come un liceale, con un gruppo di studenti ubriachi, si ritrova in un quartiere malfamato ed accetta gli inviti di una giovane prostituta, ed infine prende parte ad un singolare ricevimento. Uomini, vestiti in «festosi costumi da cavalieri bianchi, azzurri, rossi» ballano con donne, > il capo, la fronte e il collo avvolti in veli scuri, mascherine nere di pizzo sul viso, ma per il resto completamente nude . Dapprima la scena è austera. Poi gli uomini si precipitano > tutti verso le donne, che li accolsero con risate furenti, quasi malvage . > Lʼineffabile piacere della vista gli si trasformava in un quasi insopportabile tormento di desiderio , ma ben presto Fridolin viene scoperto. È un intruso, sarebbe punito se non si facesse avanti una dama, nuda ma velata in volto, che dichiara di «riscattarlo», assumendosi le conseguenze del suo atto. È salvo e torna a casa. Albertine è profondamente addormentata, ma, al suo arrivo, si sveglia con una risata stridula e sinistra. È la conclusione di un sogno, nel quale Albertine immagina di stare in«unʼinfinita marea di nudità» e di assistere alla tortura di Fridolin, «senza provare pietà né orrore, con assoluto distacco»: sino allʼuccisione del marito, durante la quale > ero tentata (disse Albertine) di dileggiarti. di riderti in faccia , di desiderare «che almeno sentissi le mie risa mentre ti crocifiggevano». Fridolin è sconvolto e, dopo aver vagheggiato il fuggevole proposito di «incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse», decide di vendicarsi della moglie portando in qualche modo sino in fondo le avventure della notte. Ma il percorso a ritroso è deludente e si conclude con la visione allʼobitorio del corpo della dama, che lʼha salvato, e che è stata probabilmente avvelenata per punizione. > Una sconosciuta, unʼestranea mai incontrata prima... non rappresentava per lui, né poteva rappresentare che il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione . «Nessun sogno è interamente sogno», così come, > la realtà di una notte e anzi neppure quella di unʼintera vita umana non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità . Una parte di noi stessi è, quindi, oscura, squarciabile con fatica nella realtà ed invece conoscibile più facilmente con la fantasia, nel sogno. Questo concetto, filone conduttore del romanzo, può avere due significati. Il primo è confortante anche se limitativo e rispecchia quanto dice molto bene in un sonetto Lorenzo il Magnifico: > O Amor, del mio ben troppo invidioso, lassami almen dormendo essere felice . Il secondo significato è più inquietante e riporta al fatto che ciascuno di noi assume che > la dimora della propria mente è, non può essere, interamente opaca a lui (Cole Teju Open City). Non accettiamo razionalmente ciò che siamo veramente perché dovremmo riconoscere che non siamo degli eroi. Non è un caso che nel romanzo Fridolin non arrivi sino in fondo, anche se vorrebbe farlo: non ha un rapporto sessuale, per esempio, con la giovane prostituta così come vorrebbe rifiutare, da nobiluomo, il sacrificio della dama. Diversamente Albertine, la cui seconda vita si sviluppa solo nel sogno, può esprimere senza freni la sua lascivia e il desiderio di trasgressione (lei sposa giovinetta ancora vergine), e manifestare sguaiatamente il disprezzo e lʼastio verso il marito, razionalmente repressi. Il limite del romanzo è nella lentezza della trama, che si potrebbe racchiudere in poche pagine, ma che invece lo scrittore porta avanti con pedanteria. Riesce in meno di cento pagine a rendere noioso e prolisso il racconto. Perché non leggerlo? È inutile.

Arthur SchnitzlerLa Repubblica
Dove sei stanotte
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Dove sei stanotte

> Ha scarponi vecchi, uno aperto sulla punta, che sembra un sorriso sdentato. (...) Ma in fondo non lo vede nessuno, perché a Milano, anche se c'è l'Esposizione Universale ed è il centro del mondo, un senza-tetto che spinge un carrello con dentro la sua vita fa parte del panorama e quindi è invisibile . Con questa immagine di comune indifferenza sociale, il romanzo faceva sperare di essere un Noir d' intensa impronta sociale; in particolare,  se accompagnata da un altro luogo tipico di Milano «capitale del mondo»: il mondo della televisione e delle grandi fiere annuali, come il Salone del Mobile. Il protagonista, Carlo Monterossi, è un famoso produttore di un programma che fa schifo pure a lui, vive in uno splendido appartamento con una governante efficiente e protettiva: è una vita finta e superficiale che potrebbe durare per sempre, agiata, tra feste, fugaci relazioni e auto commiserazioni. Quando tutto viene sconvolto. Alla fine di un party si ritrova in casa un giapponese, stordito e spaventato. Chi è? E cosa ci fa in casa sua? E perché viene ucciso e la sua bella dimora messa a soqquadro? E' da qui che prende le mosse un Noir con una trama ingarbugliata e ridondante dove c'è di tutto tranne l'ingrediente fondamentale: la suspense. Come in un grande mélange di Simenon e De Cataldo (si veda la citazione di Romanzo Criminale in questo sito) abbiamo l'intrigo poliziesco, i servizi segreti, il commissario emarginato ma intelligente, lo sfondo sociale cinico e affaristico della Milano «da bere», l'emarginazione e l'immigrazione clandestina, e infine, perché no?, anche l'amore. E' uno zibaldone insomma, condito per fortuna da frequenti citazioni di Bob Dylan, di un romanticismo malinconico come in questa poesia: > Nella pioggia del primo mattino con un dollaro in mano/ E' una fitta al cuore e le tasche piene di sabbia/Sono molto lontano da casa e mi manca tanto il mio unico amore . Lo stile narrativo è mosso, fatto di un alternarsi di efficaci descrizioni e di colloqui serrati; sulla fluidità del discorso disturbano la continua entrata e uscita di scena dei vari personaggi, stancante e confusa nel suo ripetersi, e la ricorrente introspezione psicologica sull'uomo Carlo, che lentamente evolve da cicisbeo a uomo "vero". E', forse, un tentativo di introdurre un cambiamento interiore nel personaggio: mutamento che rimane in sospeso perché non approfondito, riducendosi ad essere un espediente letterario. La scrittura è elegantemente semplice, avrebbe meritata una storia robusta e meglio costruita. Perché non leggerlo? E' prolisso, la cosa peggiore per un Noir.

Alessandro RobecchiSellerio Editore
Dracula
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Dracula

La figura di Dracula ha dato origine a una produzione letteraria e cinematografica che ne ha esaltato gli aspetti legati all'orrore travisando il tal modo la complessità del romanzo di Stoker. L'avvio della narrazione rispecchia l'idea che abbiamo della storia di Dracula. Jonathan Harker, un giovane agente immobiliare, va nei Carpazi per concludere la vendita di un immobile al conte Dracula, il quale intende trasferirsi a Londra. Come in Cuore di Tenebra di Conrad il viaggio fra queste montagne in gran parte sconosciute è un'immersione nell'ignoto della coscienza umana, che il giovane Jonathan stenta ad accettare. Basti pensare alla descrizione fisiognomica, come piaceva agli antropologi dell'Ottocento, del viso di Dracula: > aveva una marcata, molto marcata, faccia aquilina, con un naso sottile e fortemente sporgente e narici particolarmente arcate. (...) Le sopracciglia erano eccezionalmente larghe così quasi da essere sopra il naso.(...) La bocca, per quanto la potevo vedere sotto i folti baffi, era penetrante e piuttosto crudele alla vista, con denti particolarmente bianchi e aguzzi . Con crescente paura il giovane Jonathan si rende conto di trovarsi in un incubo, in un castello nel quale è prigioniero e dove potrebbe essere preda del bisogno di sangue di Dracula e di quattro vampire. Jonathan riesce miracolosamente a salvarsi (non è chiaro come faccia e lacune di questo tipo sono frequenti nel romanzo). Il racconto si sposta in Inghilterra con un inizio alla Jane Austen. Mina, la futura sposa di Jonathan, incontra Lucy, la quale «appariva più dolce e deliziosa che mai»: segue una descrizione paradisiaca della campagna inglese. Il lettore rimane un attimo sconcertato, ma poi abilmente Stoker ci prepara all'arrivo di Dracula su un veliero fantasma e alla trasformazione della graziosa Lucy. E' difficile capire cosa stia accadendo, è qualcosa di inspiegabile per una mentalità imbevuta di scientismo e razionalismo. Svelerà il mistero uno scienziato olandese chiamato in soccorso da un suo discepolo psichiatra, amico di Lucy. Lentamente ma ostinatamente il professore capisce che il conte Dracula ha bisogno di sangue per assicurarsi l'immortalità ed è venuto a Londra per creare nuovi vampiri, conquistando in tal modo il mondo. Il professore capisce anche i punti di debolezza di Dracula e dei vampiri in genere: la loro forza è solo di notte, di giorno giacciono in una bara, e si ritraggono dinanzi alla Croce e all'ostia. Per liberarsi dei vampiri bisogna spaccare il cuore e decapitarli. Il gruppo tenta di salvare Lucy. In una scena drammatica, che da sola merita la lettura del libro, di notte, con in braccio un bambino a cui ha succhiato il sangue, Lucy cerca riparo nella sua tomba, non prima di aver tentato di sedurre il fidanzato così da trasformarlo anche lui in vampiro. Sarà il professore a fermarla e sarà il fidanzato, prima incredulo poi sconvolto, a spaccarle il cuore, salvando l'anima della ragazza. Il messaggio è chiaro: il vero amore vuole un atto estremo e ciò che conta è lo spirito, il Bene da salvaguardare dal Male. Da questo momento è una lotta tra il coeso gruppo di amici, guidati dal professore, e il conte Dracula. Protagonista di questo scontro è Mina, la moglie di Jonathan, anch'essa preda di Dracula e che corre il rischio di divenire una vampira, come l'amica. Sarà la determinazione di Mina, insieme con la sua ferma visione razionale, a condurre il gruppo alla scontata vittoria, per ora. Si legge il romanzo tutto di un fiato, gli episodi si susseguono con un ritmo non sempre incalzante perché intercalati da lunghe dissertazioni del professore, figura fondamentale nella trama, ma troppo scontata nella sua sapienza. Il lettore è affascinato dall'atmosfera tenebrosa e dai personaggi  minori ma in realtà centrali per la storia, in particolare Mina. Via via che si prosegue nel racconto Dracula è sempre più nello sfondo, mostro spaventoso, ma «infantile» nei ragionamenti e quindi facilmente prevedibile nei comportamenti (nonostante tutto noi europei siamo superiori sotto il profilo etico e razionale). Si possono individuare tre filoni narrativi: l'impronta gotica tipica del romanzo inglese dell'Ottocento, amante dell'esotico, del mistero e del sangue; la riflessione su una scienza che deve essere pronta ad accettare l'incomprensibile e sappia fare i conti con la religione, ed infine l'amicizia e l'amore, non solo in chiave romantica ma come forze che riescono a spingere gli esseri umani a lottare e a sacrificarsi. Occorre accennare alla struttura narrativa. Questa è basata sul racconto dei diversi protagonisti, tramite diari e lettere. I 'io narrativo cambia di continuo permettendo così di comprendere i diversi punti di vista: l'amico psichiatra che stenta a credere a quanto sta accadendo e per molta parte del romanzo accetta gli avvenimenti in ossequio al professore; Jonathan che riesce a lasciare testimonianza del suo viaggio nei Carpazi ed esprime poi il suo amore per Mina controllandola nei suoi impulsi vampireschi e rendendosi pronto all'estremo sacrificio, ossia di spaccarle il cuore; ed infine Mina, che lotta disperatamente per non divenire vampira, aiuta il gruppo accettando come donna un ruolo subalterno (dattilografa i diari del marito rendendoli disponibili al gruppo), sempre preoccupata di non essere un inconsapevole veicolo di informazioni per Dracula. Sottile è il ragionare di Mina (stupefacente per una donna dice il professore!): valuta le diverse alternative di percorso di Dracula per tornare al suo castello dove trovare rifugio; in tal modo individua ciò che farà il mostro: splendido esempio di pensiero strategico! Come succede spesso la narrazione a più mani appesantisce il ritmo narrativo, rendendolo talvolta ripetitivo e ridondante. Perché leggerlo? Affascinante e suggestivo.

Bram StokerAmazon
Dreams in a time of war
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Dreams in a time of war

Thiongʼo è uno scrittore keniano e in questo libro narra la sua giovinezza nel Kenya degli anniʼ50, dilaniato dalla spietata repressione inglese. Non è un testo politico o storico, anche se numerosi sono i riferimenti a personaggi e fatti della storia del paese africano. > A dispetto delle mie dissolte speranze, gli eventi, anche lʼarrivo dei battaglioni inglesi, erano largamente astratti, capitando in una terra nebbiosa, lontana come una storia in un distante ambiente, che si alterna tra sogni ed incubi . Ed infatti, tra fatti drammatici e sconvolgimenti sociali, il giovane Thionʼgo persegue un ostinato desiderio di istruzione e di educazione, che lo porta da un destino apparentemente segnato di contadino a quello di scrittore. È questo il senso profondo del libro: é possibile conservare vivi i sogni persino in tempi di guerra. Thionʼgo nasce in una tipica famiglia Kikuyu. Il padre è un piccolo possidente con quattro mogli e molti figli. La descrizione di questa comunità, con tanti fratelli e sorelle, è la parte più bella del libro. Lʼautore ci dà una rappresentazione viva, affettuosa, ricca di ricordi, piena di nostalgia. È una infanzia felice con un caposaldo, la madre, la quale vuole che il figlio «cerchi sempre il meglio quale che siano le difficoltà e gli ostacoli». Ed è sentendo le storie e i canti contadini, che il bambino «inizia ad ascoltare la musica nelle parole», la magia della scelta, degli arrangiamenti, della cadenza, di tutto ciò che fa sì che un racconto sia così bello e viva così a lungo nella memoria. Thionʼgo si innamora delle parole, scritte e raccontate, e da quel momento il suo destino è deciso. Le vicende familiari e nazionali segnano profondamente lʼadolescenza del ragazzo: la madre viene ripudiata dal padre, la grande famiglia si disgrega, la repressione inglese porta morte, ingiustizie, distruzioni. Lo stesso percorso dellʼistruzione è accidentato, perché le scuole devono spesso chiudere o allinearsi ai dettami inglesi, che non vogliono una crescita culturale della popolazione. Malgrado tutto, il ragazzo si appropria dellʼinglese, anche se deve studiarlo in uno stupido manuale che descrive il viaggio di due ragazzini di Oxford alla scoperta di Londra. Sa tutto della capitale inglese e poco o nulla del proprio paese! Divora i grandi romanzi della letteratura inglese e mondiale, impara a memoria lʼIsola del Tesoro ed è proprio per merito di questa passione per il grande romanzo di Stevenson che supera brillantemente lʼesame per la scuola superiore. Viene ammesso in uno dei migliori istituti scolastici del Kenya. Lʼintera comunità partecipa al successo del ragazzo, anche contribuendo collettivamente a pagare la retta scolastica e a dotare del necessario corredo il giovane Thionʼgo. Infatti, tutti sanno bene che > nei nostri tempi, lʼeducazione e lʼistruzione sono la strada per migliorare gli uomini e le donne . Il racconto si sviluppa in modo discontinuo. La descrizione dellʼinfanzia, della grande famiglia paterna, così come alcune annotazioni sullʼambiente scolastico sono vivaci e coinvolgenti. Lʼautore le ha vive nella sua memoria e gli piace ritornare ad esse. Quando passa a raccontare le vicende del paese, la lotta dʼindipendenza, la repressione inglese, anche quando narra episodi drammatici nei quali si è trovato coinvolto, la prosa diviene fredda, resoconto di uno storico, cronaca di uno spettatore. La narrazione si appesantisce, perde di vitalità e il lettore viene confuso da avvenimenti e personaggi, molto lontani dalle sue conoscenze. Né, dʼaltra parte, si ricava un quadro delle vicende che hanno portato allʼindipendenza, perché tutto resta frammentario, poco delineato, come se lo stesso autore non fosse in grado di ricostruire la storia del suo paese. Lʼinglese è scolastico, elegante e preciso, ma, almeno apparentemente,non concede nulla, nelle parole e nelle costruzioni sintattiche, alla lingua madre dellʼautore. Ed anche questo contribuisce ad una impressione generale di sterilità e di astrattezza. Perché leggerlo? La prima parte del libro dà uno spaccato molto interessante ed intrigante della società Kikuyu.

wa Thiong'o NgugiHarvill Secker
Il Duca
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Il Duca

> Erano ormai dieci anni che vivevo quassù a Vallorgàna da solo, nella villa dei miei avi. (...) Io ero certo di trovarmi nella sorte migliore che potessi desiderare. Nulla di importante avveniva nelle mie giornate. Nulla di complesso ingarbugliava il mio sguardo. Nessuno strappo nella quotidianità. Nessuna decisione a intralciare il passo . E' questo l'incipit del racconto di colui che conosceremo solo come il Duca. Erede di una antica famiglia nobiliare, i conti Cimamonte, il Duca appartiene alla cultura dei pochi, > quella di chi, per mezzi e tradizioni, vive in un mondo di pensieri dal quale i più sono esclusi . Il Duca vive, o vorrebbe vivere, in un'isola, costituita dalla sua villa e da Vallorgàna. A disintegrare questo isolamento «spaventoso» sopravvengono due fatti. Mario Fastrèda, capo riconosciuto della piccola comunità, fa tagliare gli alberi di un bosco di proprietà del Duca; è un piccolo sopruso, che potrebbe essere lasciato passare, se non fosse che il Duca scopre un antico codice che narra la storia dei Cimamonte. Leggendo le gesta dei suoi avi, la cronaca delle prepotenze e violenze dei Cimamonte, si rende conto che le faide erano «fatue e pretenziose», ma per un nobile erano invece «obblighi di rispetto», degni della più grande attenzione. Ed è come se un drago, dormiente da secoli, > venisse su dalla terra, da radici che si stessero tendendo, da pietrame che si stesse sgretolando, da croste che si stessero spezzando . Inizia una guerra tra il Duca e Fastrèda; la impone «un passato profondissimo, (...) frutto dell'antico ordine del sopra e del sotto». Per lunghe pagine l'autore ripercorre le vicende di questa faida insensata, incomprensibile dal punto di vista razionale, ma che affonda le radici in un odio ancestrale. E' il contesto a dare fascino al racconto: la Montagna che sovrasta il paese come un monolite sacro, i boschi, incombenti e minacciosi, che avanzano a scapito dei prati, la piccola comunità, sempre più vecchia e disperatamente ancorata alle tradizioni, ai rancori e alle leggende, ed infine misteriosi ed antichi presagi, come il volo di una cornacchia dalle ali bianche. Non siamo dinanzi al bosco magico di Dino Buzzati (si veda «Il segreto del bosco vecchio» recensito in questo sito); Melchiorre è uno storico degli alberi e della loro terra e sa bene che non è vero che «i boschi e le montagne siano specchio di virtù», come vorrebbe l'ingenua mitologia naturalistica. A interrompere, per fortuna, la narrazione della faida arriva Maria, contro l'odio sopraggiunge l'amore. «Era una malia di natura straordinariamente fisica tutta rivolta al corpo:»trascinante e diversissima, indocile, lunatica, irriguardosa e con un che, per altro, d'inspiegabilmente selvatico«. Ma Maria è la nipote di Fastrèda, il nemico. Il vento d' autunno,»danzando e bisbigliando mi mostrò nel suo specchio brandelli di me stesso e frammenti di altre cose e infine, abbracciando un ceppo di faggio, diede una frustata e inizio a bisbigliare con più insistenza. Mi chiese se Maria volessi perderla o conservarla. (...) Se fossi inebriato dal suo corpo soltanto o se in lei avessi colto l'inesprimibile > . E' un dilemma che probabilmente il Duca non sarebbe riuscito a risolvere da solo. Prima una potente bufera lo caccia da Vallorgàna, creando in lui un disincanto verso il passato, la storia incombente degli avi; non vorrebbe più tornare al paese, vorrebbe abbandonare la villa allo sfacelo. Ritorna per fare l'inventario delle cose da vendere, incontra Maria e tramite gli occhi bruni di lei scopre questo luogo raro e comunque crudo e comunque chiuso, che può aprirsi soltanto aggredendo erte e salite, aggirando scogliere di boschi.... > Capisce di appartenere a Vallorgàna non per volontà dei suoi avi, ma perché questo è il suo luogo, la cui storia sovrasta e supera quella delle persone. Quando lo dice a Maria, l'affascinante Maria risponde: può darsi > . Ma perché tante elucubrazioni, non bastava dirle che restava perché l'amava? Estraniazione, furia, amore, disincanto e incanto sono le cadenze di un grande romanzo, che si sviluppa in un ambiente ristretto, sul quale incombe la storia degli uomini e della natura, storia che da passato remoto«rischia continuamente di diventare»passato presente". Alla fine sarà il presente a vincere, ma a questa attesa conclusione si arriva dopo tante pagine, numerose riflessioni filosofiche e molti incisi. La trama perde di ritmo, talvolta pare uno zibaldone nel quale l'autore ha voluto dire troppo del suo mondo a scapito della narrazione e dei personaggi. A dare piacere alla lettura è la scrittura, ricca di aggettivi che non compromettono il fluido scorrere delle parole dando anzi un senso piacevole di barocco. Perché leggerlo? Piacevole, accattivante, anche se lungo.

Matteo MelchiorreGiulio Einaudi
Le due Tigri
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Le due Tigri

L’ambientazione è l’India e i crudeli Thugs, che hanno rapito la figlia di Tremal-Naik per renderla la «vergine della pagoda» al servizio della crudele divinità, Kalì. Sandokan e Yanez intendono liberare la bambina e iniziano una spedizione che li porterà nel delta del Gange, in una zona paludosa infestata da animali feroci e dominata dal colera, nei sotterranei dove vivono i Thugs sino a Delhi nel pieno dello scontro tra indiani e inglesi durante l’insurrezione del 1857. Sono presenti tutti gli ingredienti dei grandi romanzi di Salgari: l’ambiente ostile, il tradimento, il coraggio e la forza di Sandokan, i temi dell’amicizia e dell’onore. Emerge, tuttavia, con forza un tema, spesso sotteso nei romanzi di Salgari ma mai esplicitato fino in fondo: il tema del colonialismo e della crudeltà del conquistatore nei confronti del popolo indiano. Da questo punto di vista Sandokan assume una posizione ambigua: non sta, ovviamente, con gli inglesi, anche se si salva grazie a un salvacondotto dell’esercito britannico e grazie anche allʼamicizia con un ufficiale francese; ma non prende neanche posizione per i rivoltosi e rimane indifferente dinanzi all’uccisione di massa di donne e di bambini. > Urla spaventevoli s’alzavano da tutte le vie, accompagnate da scariche tremende... Fuggiamo anche noi, disse Sandokan . La Tigre di Monpracem non è il Corsaro Nero: è una figura rinchiusa nel proprio mondo di pirata e ancorato a rapporti di amicizia, che non si evolvono verso una reale coscienza politica. È come sospeso tra l’ostilità verso l’oppressore e l’idea di poter risolvere la propria lotta individuale da solo e con gli amici. È paradossale che la Tigre dell’India, il crudele Suyodhama, capo dei Tughs, che viene ucciso da Sandokan, senta maggiormente il tema dell’indipendenza del continente indiano rispetto al pirata di Monpracem, eppure valoroso e onesto. La posizione di Salgari sembra essere diversa, in quanto conclude il romanzo con una nota di ammirazione verso il capo dei rivoltosi: > ormai l’insurrezione era domata e sole il prode Tantia Topi, colla bellissima e fiera Rani di Jhansie, e un pugno di valorosi, teneva ancora alta la bandiera della libertà, fra le folte jungle e le numerose foreste del Bundelkund . Perché non ha scritto un romanzo su questo grande personaggio?