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Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
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Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio

Lʼedizione italiana è una revisione, sempre a cura dellʼautore, della prima pubblicazione in arabo del 2003, che aveva un altro titolo: «come farti allattare dalla lupa senza che ti morda». I due titoli, in italiano e in arabo, costituiscono due possibili chiavi di lettura del libro. Lʼambiente è piazza Vittorio a Roma, luogo multiculturale per eccellenza, ed in particolare un condominio, dove vivono diversi personaggi: dalla portinaia napoletana ad un triste professore universitario di Milano sino ad un giovane olandese, appassionato del neo realismo italiano. Intorno al condominio si muove una umanità multiforme, che, pur nelle incomprensioni reciproche e nelle differenze culturali e linguistiche, condivide un unico giudizio: la stima e la fiducia in Amedeo. Egli appare, e ci appare, come lʼitaliano che tutti vorremmo che fossimo in una società multiculturale: colti, gentili, educati, tolleranti e pronti ad aiutare a prescindere dal colore della pelle, dalla religione e dalla nazionalità di provenienza. Sono questi i motivi per cui tutti rifiutano lʼidea che Amadeo possa avere commesso un omicidio, e per giunta nellʼascensore del condominio, che non usava per rispetto verso la portinaia. > Mi ha guardato con un sorriso e mi ha detto: ho cambiato idea, vado a piedi. Non credevo alle mie orecchie e mi sono domandata: ancora ci sono degli uomini che rispettano le femmine in questo paese? . Ma è ancora più incredibile è che tutti, italiani e stranieri, si stupiscono che Amedeo non sia italiano. In fondo gli stranieri sono tutti maleducati ed ignoranti. Ma chi è Amedeo? E questa è la seconda chiave di lettura. Amedeo, con il suo perfetto italiano, con la sua vasta conoscenza di Roma, è in realtà Ahmed, un algerino, che è fuggito dal suo paese dopo che gli è stata trucidata la fidanzata. La sua è una fuga dallʼorrore del passato, da un mondo che vuole abbandonare, anche con la mente. A Roma ha trovato Stefania, ingenua, idealista e curiosa, e si è innamorato di piazza Vittorio, della suo scontro di civiltà. > A Roma cʼè la Stazione Termini. Termini vuol dire che il viaggio è finito. Questa città ha qualcosa di strano. È molto difficile andarsene. Forse lʼacqua delle sue fontane si è mescolata con una sostanza particolare che ha origini stregonesche . Ma Roma ti può anche far del male, con le sue regole burocratiche, con la freddezza e la violenza di una società in decadenza, ormai priva di solidarietà umana. Ahmed, in fondo, non vuole essere né italiano né algerino: vorrebbe essere solo Ahmed. Dʼaltra parte solo sua è la memoria del passato, le cui ferite si devono curare in solitudine. > Oh mia ferita aperta che non guarirai mai! Non ho consolazione al di fuori dellʼululato . Il pregio fondamentale del libro è la scrittura. Intanto un idea felice è lʼalternanza tra la descrizione delle vicende da parte dei diversi personaggi, così da mettere in risalto i differenti punti di vista, e le note autobiografiche, in forma di diario, di Amedeo/Ahmed. Esse sono introspettive, quasi la narrazione di un percorso personale, di liberazione dal passato e di scoperta del futuro. Inoltre, lo stile affettuosamente ironico contribuisce non poco a non cadere in moralismi o in pseudo analisi sociologiche, quando vengono narrati il razzismo latente negli italiani ( secondo la classica piramide Nord - Sud dʼItalia - Sud del mondo), la disperazione e la nostalgia degli stranieri, nonché la freddezza e la durezza della vita italiana. Il profilo dei personaggi è tratteggiato in modo così attento alla specificità di ciascuno, sia esso italiano che straniero, da far emergere una moltitudine di luci e di ombre, piuttosto che quel bipolarismo ( italiano - straniero, buono - cattivo) che tanti media vorrebbero imporre alla società italiana, pur refrattaria. Perché leggerlo? Leggero, divertente, ma profondo.

Amara LakhousEdizioni e/o
Il segreto del bosco vecchio
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Il segreto del bosco vecchio

All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro  succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore;  con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che  è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .

Dino BuzzatiOscar Mondadori
Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte
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Serpenti nel Paradiso; Riti di Morte

I romanzi, ambientati a Barcellona, hanno come protagonista l’ispettore Petra Delicado, che affronta una serie di indagini poliziesche insieme con il suo collaboratore, il vice ispettore Fermìn Garzon. I due poliziotti non esprimono grandi capacità di indagine, inseguendo molte direzioni e spesso trascurando alcuni indizi fondamentali. In realtà prevalgono sempre le vicende personali. In «Riti di Morte» viene affidata finalmente un’indagine a Petra Delicado, che, ancora sotto pressione per due matrimoni falliti, trasferisce nell’inchiesta un’aggressività tale da pregiudicare in molti casi gli interrogatori, tendendo anche a operare spesso con scarsa lucidità. Nei «Serpenti nel Paradiso» è invece la nostalgia per una vita diversa (fatta di un menage familiare ordinato, di una bella casa e soprattutto di figli) che conduce Petra Delicado a farsi irretire dal colpevole tanto da non portare avanti nessun filone di indagine e di trascurare un indizio importante. In realtà la trama poliziesca è in fondo l’occasione per dipingere vicende e situazioni sempre caratterizzate da una profonda solitudine e da una sostanziale falsità nelle relazioni personali. Si tratta d’altra parte di due lati del problema esistenziale che sembrano in contraddizione reciproca: per vivere rapporti sinceri e onesti bisogna vivere in solitudine. Barcellona è solo sullo sfondo, quasi inesistente. La scrittrice si affida ai dialoghi e a brevi descrizioni dei contesti nei quali si muovono i personaggi, ma mancano tutti quei riferimenti sociologici e quelle digressioni che sono tipiche dei libri di Montalbàn. Certe ambientazioni, il ritmo narrativo, la descrizione dei personaggi ricordano il romanzo poliziesco americano, in particolare quello di Raymond Chandler.

Lo smeraldo
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Lo smeraldo

L’autore incontra a New York uno strano personaggio, un esperto di pietre o forse un mago, che lo convince ad andare in un paese francese, dove potrà trovare uno smeraldo che gli svelerà il suo futuro. L’autore si convince, in parte incuriosito da quanto gli racconta questo strano personaggio, in parte perché spera di ritrovare un suo antico amore, Mariolina, e di potersi presentare con un gioiello di grande valore. Arrivato nel villaggio francese, va ad alloggiare in un vecchio albergo, dove si addormenta e gli pare di fare uno strano sogno. Vede il paese dove vive, Tellaro, vicino a La Spezia, molto diverso da quanto si ricorda e non riconosce più la gente: > è come se fossero tutti nuovi: degli altri. Ed è come se fossi un altro io stesso . Nel sogno è in realtà un pittore, che si chiama Andrea Tellarini, e vive in una casa isolata con un cane. Una persona che viene a fargli visita gli porta il messaggio che in un villaggio francese (lo stesso dove in realtà alloggia), ha avuto un’eredità e deve quindi andarci. Si rende sempre più conto che vive in uno strano mondo, dove, a seguito della terza guerra mondiale, il globo è diviso in due confederazioni, quella del Nord, dominata dai russi, tecnologica ed efficientista, e quella del Sud, dominata dagli arabi e dai cinesi, levantina e contadina. Entrambe le due confederazioni sono dittature, due stati polizieschi nei quali predominano le forze militari e i servizi segreti. Tra le due confederazioni c’è una Linea, che passa tendenzialmente per la Toscana del Sud e per Roma, che non si può superare perché è inquinata e quindi mortale. Il pittore vive nel Nord in uno stato dittatoriale, dove tutti sono stipendiati dallo Stato, non possono muoversi e non esiste più il cinema. Ottiene il permesso per andare nel villaggio francese, dove riceve in eredità un grande smeraldo, che decide di usare per andare a cercare Mariolina. Essa però vive nel Sud e si deve quindi superare la Linea. Si mette in viaggio insieme con il figlio (nel sogno ha scoperto di avere un figlio). La Linea non è più inquinata e a Roma incontra degli zingari che raccolgono i tesori della città abbandonata e li vendono a un camionista (in realtà una spia), che li porta al Sud, a Napoli. Il pittore riesce ad arrivare a Napoli insieme con il camionista, con il quale è indotto ad avere un rapporto omosessuale. A Napoli incontra nuovamente Mariolina ma scopre anche che lo smeraldo è falso. Il suo progetto di diventare ricco e di riconquistare Mariolina è fallito e anzi viene coinvolto in uno scontro di potere tra gli amici di Mariolina e i nemici di quest’ultima, di cui il camionista è una spia. La stessa Mariolina si rivela una donna avida e assettata di potere. Catturato dai nemici di Mariolina viene condotto a Roma e viene coinvolto in uno scontro di fuoco con gli zingari: il sogno si interrompe improvvisamente in quanto la moglie, chiamata dall’albergatore, lo sveglia. Di fatto non avrebbe dormito e sognato, ma avrebbe scritto il sogno per quindici giorni senza dormire e senza mangiare. Si tratta di un romanzo fantastico, che è tutto giocato sull’espediente del sogno, come occasione per unʼesplosione degli incubi, dei desideri e delle paure verso il futuro. > Io, questo sogno, lo stavo costruendo, complicando, imbrogliando, sdoppiando: un sogno capzioso avventuroso fantastico ferico: io, questo sogno, lo stavo sognando solo per toccare un frammento della mia meschina realtà, del mio piccolo io. Chissà, forse non era nemmeno un sogno: ma un delirio pieno di contraddizioni insuperabili e tormentose . Il sogno era comunque la scoperta su una vita bollente. > Nel mio sogno di scoperta non volevo andare oltre. Meglio fermarsi qui, mi dicevo. Meglio svegliarsi in tempo e ridormire, dopo, senza sogni o con blandi sogni che non si ricordano e che non vale la pena di ricordare . Nel romanzo sono presenti diversi temi:un futuro crudele, dominato da dittature militari o banditesche: la tecnologia ha condotto, infine, alla distruzione del sistema politico occidentale e al suo travolgimento in stati non di diritto. Questo sconvolgimento può essere l’inizio di un nuovo rinascimento, proprio perché ha distrutto una cultura che era ormai in disfacimento. Sono interessanti, a questo proposito, le considerazioni sul cinema. > Tutta quella sovrapposizione di tecniche, quell’impasto, quel miscuglio elaborato di recitazione, danza, dramma, scenografie, luci, colori, gemiti: quel colossale imbroglio manieristico, pubblicitario, volgarmente scientifico si è rivelato, oggi, come un prodotto tipico, anzi emblematico ed esclusivo, della defunta società industriale e consumistica . > Se c’è una speranza di pace e di affratellamento col Sud, questa speranza è riposta nel nostro rinato e inconsapevole senso dell’arte ;il recupero di un mondo primitivo e semplice, che è quello degli zingari. Non è un caso che essi vivano in una Roma, spettrale eppure viva. > Mi fermavo sul ciglio e guardavo intorno intorno, vicino e lontano, altre valli e altri colli; contemplavo, impaurito e affascinato, quelle orribili alpe dalle pareti tutte sforacchiate, quella strana natura, e quella materia… Erano gusci di vecchie conchiglie, erano occhiaie vuote di teschi, da cui si fosse ritratta per sempre la mollezza, la mobilità, l’intelligenza della vita. Ed a un tratto capii. Erano le cavità dove entrava il desiderio della vita e da cui la vita stessa usciva: morte, però, adesso, morte; immagini materiali di un finale sarcasmo . All’interno di un stile D’annunziano, l’autore riflette sulla trasformazione della vita, che trova nella distruzione della città da parte della natura, nel suo abbandono, gli elementi di partenza per la rinascita. Ma non è la società che la farà rivivere, sarà quella degli uomini semplici, di un popolo, quello degli zingari, che ha rifiutato la società industriale e consumistica;le diverse dimensioni di vita. In realtà l’autore sta vivendo in un’altra dimensione, non tanto in ciò che avrebbe voluto essere, ma nella realtà e nel personaggio, che poteva essere. Esiste la possibilità di un’altra vita? Esistono altri mondi dentro di noi, nei quali gli incubi ma anche le aspirazioni potrebbero essere realizzate? Il sogno dell’autore è la costruzione dell’altro mondo, dell’altra vita che l’autore poteva vivere. Il sogno si è interrotto proprio > per non vedere più, per non sapere quello che c’era in fondo a tutta la mia storia . Per Paolo Pasolini, la scrittura di Soldati > è priva di ogni vischiosità, cioè a tenere attaccato a sé il lettore, a possederlo, ad esercitare su di lui un’inconfessata autorità . Pasolini parla di leggerezza e di continuo rimando a qualcosʼaltro, a un’alternativa. L’espediente del sogno permette all’autore di giocare senza spiegare: per esempio, che cosa significava lo smeraldo? Che senso aveva tutta la vicenda rispetto all’avvio del racconto? Come ha scritto nella lettera a Soldati l’amico Enzo Giachino, > sono persuaso che lettore più colto e sottile saprebbe svelare il senso celato di tanti episodi, che a me sfugge .

Mario SoldatiOscar Mondadori
La stella dell'Araucania
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La stella dell'Araucania

La stella di Araucania è la giovane Mariquita, «dʼuna bellezza meravigliosa», che tra i due cugini, Piotre ed Alonzo, ha scelto il secondo, perché più gentile ed elegante dellʼaltro, rude e burbero. La sorte vuole che Alonzo naufraghi nelle selvagge Terre del Fuoco e solo la nave di Piotre può affrontare il mare nel terribile inverno dello stretto di Magellano. In un drammatico incontro, che si svolge nientedimeno durante la caccia ai condor, Mariquita è costretta ad un patto doloroso: promettere a Piotre di sposarlo se lʼuomo mette a disposizione la sua nave e la sua capacità di capitano per andare a salvare Alonzo. La spedizione prende le mosse da un ricatto, quello di Piotre nei confronti della giovane, che vive in unʼangoscia profonda, perché la salvezza di Alonzo la costringerà ad un matrimonio non desiderato. I sentimenti cambiano radicalmente quando Mariquita scopre il coraggio e la rettitudine di Piotre: prima nella navigazione in mezzo al mare tempestoso e ad enormi iceberg, poi nello scontro furibondo con gli antropofagi, che abitano la Terra del Fuoco. Come in tutti i libri di Salgari si susseguono i colpi di scena, ma in questo racconto si assiste anche ad un interessante rovesciamento di personalità, emblematico di come la lontananza dalla civiltà sveli il vero carattere dellʼuomo. Alonzo è diventato il capo della tribù di antropofagi e accetta che i marinai di Piotre vengano uccisi e mangiati dai selvaggi. Anzi sarebbe disponibile a dare in pasto lo stesso cugino così da liberarsi del rivale. > Io non riconosco più lʼAlonzo di un tempo, disse Mariquita,... si direbbe che al contatto continuo con questi miserabili selvaggi gli si è indurito il cuore!... Alonzo, tu mi fai paura! . È evidente che la scelta di Mariquita di rompere il fidanzamento e di sposare Piotre è adesso giustificata anche dallʼinfamia di Alonzo, il cui destino non può che concludersi con la morte in un drammatico duello con il cugino nelle fredde acque antartiche. In realtà la figura di Mariquita resta sempre sullo sfondo, trascinata dagli eventi e dal mutare dei sentimenti. Il vero protagonista del romanzo è Piotre, che viene introdotto da Salgari in modo tale da mettere in risalto il conflitto interiore di questʼuomo: > gli occhi color dʼacciaio che avevano un certo lampo selvaggio e che tradivano un non so che di ruvidezza, ma anche di tristezza . Lʼorgoglio lo porterebbe a respingere Mariquita, ma lʼamore gli fa accettare di sposarla anche senza essere ricambiato. E sono i pericoli che devono affrontare insieme ( nei quali anche Mariquita dimostra di essere una donna ardita e vigorosa) e i sempre più frequenti contatti fisici, che sciolgono lʼanimo di Piotre e pongono le basi di un innamoramento, che non è più figlio dellʼorgoglio e del rancore. Durante la fuga dagli antropofagi, Salgari scrive alcune frasi che ricordano la sensualità di DʼAnnunzio: > e si stringeva sempre più al petto Mariquita, con una specie di frenesia, correndo alla disperata... quando i capelli della giovane araucana, che si erano sciolti in quella pazza corsa, lo sferzavano in viso, o gli attortigliavano attorno al collo, alzava gli occhi e la guardava sorridendo, felice di poter stringere al petto quella donna che tanto aveva amato . Dʼaltra parte > Mariquita, appoggiata sul largo petto del baleniere, colle sue mani strette al poderoso collo di lui, lo guardava con ammirazione . La narrazione di questo innamoramento, che ha origine nel valore di Piotre e nel suo rinascimento, sarebbe banale e sdolcinata se non fosse inquadrata nella Terra del Fuoco. In questo romanzo lʼambiente non fa da scenario alle avventure, ma irrompe con prepotenza, diventando esso stesso protagonista. Non è solo lʼoccasione per pagine avvincenti, tra le più belle il passaggio della nave di Piotre tra due giganteschi iceberg che stanno congiungendosi con effetti distruttivi sullʼimbarcazione. La descrizione della Terra del Fuoco dà origine ad un racconto fantastico, incredibile, avvincente di un mondo popolato da una moltitudine di uccelli, di pianure erbose, «coperte per la maggior parte di muschio», di grandi boschi e di coste rocciose e inaccessibili. Anche gli abitanti sono mirabolanti, o giganteschi o bassissimi, ma sempre orridi. Perché leggerlo? Non so bene perché sia considerato uno dei romanzi minori di Salgari. In realtà si legge di un fiato e si conoscono terre e personaggi sconvolgenti.

Emilio SalgariFabbri
Le Stelle Fredde
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Le Stelle Fredde

Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici. Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa. Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che «lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi». Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: «morto». Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua. Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che > emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti . Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un «immenso vocabolario», ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile > l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro . Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: > guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio. Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi. La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto . In questo mondo immutabile > non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero . L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma «la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco». Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.

Guido PioveneClub degli Editori