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Canale Mussolini
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Canale Mussolini

> Noi due però, signore mio, non possiamo andare avanti così. (...) Io non ho capito bene che cosa le serve, ma (...) se io dico che hanno fatto una cosa, hanno fatto una cosa e basta, mi deve credere, se no è meglio che lasciamo stare. Io non mi invento niente. Al massimo posso ricordare male . Immaginando di parlare con un interlocutore Pennacchi adotta un tono colloquiale per raccontare la storia dei Peruzzi, mezzadri del rovighese costretti a lasciare la terra perché sommersi dai debiti e che vanno nell'Agro Pontino a colonizzare le aree bonificate dal governo fascista. E' una lunga narrazione che si sviluppa dalla fine dell'ottocento all'inizio degli anni 2000: un' abbuffata di storia e di vicende familiari che ci piacerebbe fosse il prolungamento del «Mulino del Po» di Riccardo Bacchelli, ma purtroppo non lo è (si veda la recensione del romanzo di Bacchelli in questo sito). I Peruzzi sono una tipica grande famiglia contadina: con una figura centrale costituita dalla madre e una estesa figliolanza fatta di maschi irrequieti e di femmine alle quali occorre trovare il giusto marito. Se negli altri la «furia» ereditaria si stempera nel rispetto delle norme sociali e delle opportune convivenze (con il padrone, le autorità e gli altri contadini), Pericle, l'amato secondogenito, non riesce a contenersi, soprattutto dopo l'esperienza del fronte nella prima guerra mondiale. Si ribella alle leghe bracciantili, che ancora dominavano nelle campagne, si mette insieme con gli squadristi al punto di uccidere un prete antifascista, innamoratosi di Armida, una affascinante coltivatrice di api, anche se respinto la fa propria e la sposa. L'adesione attiva al fascismo permette a Pericle di ricorrere a un potente gerarca per trovare una sistemazione alla famiglia nell'Agro Pontino. L'insediamento dei Peruzzi nelle terre ancora paludose, la scoperta di un'altra realtà agreste (con la funzione importante svolta dalle vacche), la costruzione di Littoria sono le parti più interessanti di questo lungo romanzo, anche perché si vede che Pennacchi conosce bene la storia del territorio e in particolare dei canali, tra cui il Canale Mussolini. Se avesse approfondito le vicende della colonizzazione dell'Agro Pontino partendo dal punto di vista di una famiglia contadina, il romanzo avrebbe assunto uno spessore sociale di rilievo; ed invece, chi sa perché?, l'autore ha voluto attraversare tutta la storia d'Italia: la guerra d'Etiopia, il conflitto nel Nord Africa, la lotta partigiana e chi più ne ha più ne metta. L'approccio colloquiale diviene un soliloquio di considerazioni banali e imprecise, un polverone nel quale Pennacchi mette tutto il suo vissuto ideologico; malgrado gli sconvolgimenti sociali e politici i Peruzzi sono immobilizzati come «statue di marmo», sempre uguali a sé stessi e ossequiosi delle regole ancestrali. Anche quando Armida tradisce Pericle tutto si ricompone all'interno dell'ala protettiva della grande madre, sempre pronta a salvaguardare l'unità della famiglia. Si percepisce una sorta di nostalgia per un mondo duro ma ordinato; ma forse è solo il desiderio del lettore di trovare un sentimento in una narrazione, che pare essere solo l'occasione di prolisse esternalizzazioni. Il romanzo è stato trasformato in un graphic novel da Graziano e Massimiliano Lanzidei e Mirka Ruggeri. Al di là del segno grafico che non sono in grado di valutare, la traduzione in «fumetto» dà movimento alla trama, dando risalto ad alcune figure:  Armida (la passione carnale accesa dal giovane nipote, lo sciame impazzito di api quando si addensa la disgrazia), Adelchi, trasformato dalla guerra di Etiopia in un fascista razzista, e i giovani Pericle e Iseo, vittime designate di un'adesione qualunquista al fascismo.  Il graphic novel riscatta il romanzo, ma esalta le rigidità dei personaggi, forse volutamente, mentre l'Agro Pontino svanisce, non riuscendo la matita a creare l'atmosfera delle terre bonificate, così come peraltro non lo fa la penna dello stesso scrittore. Perché non leggerlo? E' prolisso, meglio comprarsi il «fumetto».

Antonio PennacchiOscar Mondadori
Caos Calmo
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Caos Calmo

Se il premio Strega ha premiato il miglior libro dell’anno, bisogna dire che la letteratura italiana è messa molto male. Il libro ha due spunti interessanti. Il tema del lutto con la difficoltà a sentire il dolore per la morte di una persona cara. Il protagonista, infatti, ha perso la moglie ma vive in una condizione di sospensione (da qui il titolo caos calmo) in quanto non è sconvolto dal dolore ma non riesce neanche a riprendere la vita normale. Infatti, e qui è il secondo spunto interessante, decide di passare le giornate fuori dalla scuola della figlia. In questa attesa si sviluppa la sua vita con una serie di incontri: la cognata e il fratello, i colleghi di lavoro interessati dalle conseguenze di una fusione aziendale in corso, i proprietari dell’azienda e lo stesso compratore dell’azienda e altri personaggi minori. Il protagonista è indifferente rispetto a tutto ciò che succede e continua ad attendere che qualche cosa sblocchi la situazione di sospensione. Sarà poi la figlia a fargli notare che i compagni la prendono in giro per la sua continua presenza fuori dalla scuola e sarebbe quindi opportuno che ritornasse alla vita normale. Gli spunti di partenza sono quindi interessanti ma si perdono nella banalità e nella superficialità degli episodi, che tra di loro non hanno un legame chiaro tanto da rendere la storia frammentaria, prolissa e inconcludente. L’espediente narrativo di raccontare in prima persona con un rincorrersi di frasi e di parole che dovrebbero dare il senso della successione illogica dei pensieri si traduce in un ritmo noioso e pesante, che non riesce a entrare in profondità nelle situazioni e nei sentimenti. I temi si sovrappongono facendo perdere la questione centrale rappresentata dalla elaborazione del lutto.

Sandro VeronesiBompiani
Che fare ?
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Che fare ?

Cernysevskij fu un rivoluzionario russo dellʼottocento, precursore delle grandi ideologie e correnti politiche che portarono alla rivoluzione dʼottobre del 1917. Economista, filosofo, scrittore, fu incarcerato a trentaquattro anni nel 1862 e rimase in prigione sino al 1888. Scritto nei primi anni del carcere da un giovane idealista, il romanzo ha una preponderante impronta morale e politica, che compromette la componente più propriamente narrativa. Il tema è di grande attualità: la libertà e lʼeguaglianza della donna. Vera (in russo significa fede) vive in una gretta famiglia borghese ed é destinata ad un matrimonio di convenienza con un pretendente ricco e volgare. In una splendida raffigurazione che ne dà un sogno di Vera alla fine del libro (una incredibile anticipazione dello stile onirico di Nietzsche), alla giovane, rappresentata in «una donna giacente», la regina Astarte intima di essere sottomessa al suo signore. > Rallegrane gli ozii. Amalo, poiché egli ti comprò; e se non lʼami, ti ucciderà . Ma Vera risponde che non è lei > ritratta in questa scena. Allora io non esistevo. Quella donna era schiava. dove manca lʼeguaglianza, non vʼha posto per me . Ed infatti Vera rifiuta il suo destino, si ribella alla famiglia e sposa un giovane medico. Non è una semplice rivolta di una adolescente risoluta. Vera sa bene che è uscita da «un sotterraneo umido e scuro» per liberare le altre donne, le quali «ancora giacciono prigioniere ed inferme». Ormai indipendente, Vera avvia una sartoria, dove le lavoranti non solo si spartiscono gli utili e decidono loro le scelte aziendali e quale organizzazione darsi, ma si dedicano anche alla propria istruzione e allʼemancipazione delle donne. I rapporti matrimoniali tra Vera e il marito si ispirano allʼamicizia, senza rapporti affettivi e sessuali. > Sta ora bene attento: ecco come vivremo (...). Prima di tutto, avremo due camere, la tua e la mia: in una terza camera pranzeremo, riceveremo gli amici comuni. In secondo luogo, io non entrerò in camera tua (...) e tu nemmeno entrerai nella mia camera . Sempre nel sogno finale Vera immagina che questa figura di donna sia rappresentata da unʼaltra regina, la Verginità. > La brutalità primitiva dellʼuomo fu educata via via dalla bellezza muliebre.(...) Lʼuomo amò la vergine pura, inaccessibile. Ma la donna non aveva ancora una coscienza . Sembra una situazione serena, ma un profondo disagio pervade Vera. È un sogno a rivelarlo. La giovane immagina che un artista la obblighi a leggere il suo diario. > Cʼera scritto di noi due (racconta Vera al marito) e del bene che ci vogliamo, e poi di botto, al tocco della sua mano, apparivano delle brutte parole, dovʼera detto che io non ti amavo . Vera non può certo seguire la terza regina, Afrodite, che invita ad unʼapparente libertà, perché perseguita «mercanteggiando il piacere». Deve conoscere il vero amore, che si fonda sullʼeguaglianza di intelletto, di sentimenti e di sesso tra uomo e donna. Si innamora di un amico del marito, Kirsanov: la loro storia è contrastata perché entrambi vorrebbero non riconoscerla e restare fedeli, lei allo sposo, lui allʼamico. Il suicidio del marito di Vera permette di concretizzare la loro storia dʼamore, realizzando «lʼeguaglianza tra le due creature che si amano». Così parla la quarta regina nel sogno di Vera. > Riconosciuta la parità dei due sessi, lʼuomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano lʼun lʼaltro, perché così vogliono . (...) Se vuoi con una sola parola esprimere quel che io sono, chiamami eguaglianza. Il sovrastante ricorso ai dialoghi tra i personaggi, ed in particolare tra Vera, il marito e Kirsanov, dà la sensazione di trovarsi dinanzi ad un discorso socratico, che rinforza la caratteristica filosofica e moraleggiante dello scritto. È sempre Vera a condurre il ragionamento, mentre i due uomini sono stereotipi, figure schiacciate dalla personalità della donna. Vera è un carattere complesso; dapprima è semplicemente una giovane ancora incerta e spaventata; coglie in modo pragmatico lʼopportunità di un matrimonio liberatore; con la tipica sicurezza giovanile affronta una relazione priva della carezza soave, assidua, il bisogno di cullarsi voluttuosamente in un sentimento di tenerezza«. Poi, conosce»lʼimperiosità di quel sentimento soave > , anche se non sa chiamarlo amore. Il suicidio del marito la sconvolge, ma lo supera, definendo il senso di colpa che ne è seguito come un inutile melodramma". Un poʼ di egoismo non guasta! Infine, diviene una donna consapevole sino in fondo del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Può darsi che Cernysevskij si sia indentificato con Vera e che quindi il libro sia un romanzo di formazione, o un canto del cigno di una giovinezza perduta. Dal punto di vista letterario è un racconto mediocre; lo stile narrativo basato sui dialoghi, la sovrabbondanza di riflessioni, disgressioni e dichiarazioni lo rendono ampolloso, ripetitivo e prolisso. Solo i sogni aprono uno squarcio innovativo in una struttura narrativa tradizionale, poco incline ad approfondire i personaggi e le situazioni. Perché non leggerlo? È noioso.

The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)
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The childhood of Jesus (L'infanzia di Gesù)

«In age of iron» (tra le recensioni) la madre abbandonata dalla figlia e condannata alla solitudine esclama con disperazione «lasciami andare da me stessa, (...) è un compito difficile, ma sto imparando». In Disgrace (anch'esso tra le recensioni) il protagonista, un borioso intellettuale, va verso la morte: > sdraiato su una sedia di plastica tra il puzzo delle penne di gallina e delle mele in decomposizione, sente il suo interesse  per il mondo defluire a goccia a goccia . E se invece noi non accettassimo la morte, anche se essa assume la forma del Paradiso? Un adulto e un bambino si ritrovano in un mondo immaginario, dove predomina la gentilezza e l' amicizia, nel quale tutto fluisce sempre uguale a sé stesso, dove tutti si sono dimenticati del proprio passato. > Niente sta mancando. Il niente che tu pensi che stia mancando è un'illusione. Tu stai vivendo in un'illusione. Per il protagonista > questa vita è troppo placida per il suo gusto, manca troppo di sù e giù, di dramma e tensione, è troppo, di fatto, come la musica alla radio. Anodina«, è questa la parola spagnola»? La storia stessa non è che una narrazione. La nostra storia non è reale. Ed allora che cos'è la nostra vita? Un racconto? Insomma, accettare il Paradiso lo si può fare solo perdendo sé stessi. Dice Dante nel canto XXXIII del Paradiso, > Qual è colui che sognando vede,/che dopo il sogno la passione impressa/rimane, e l'altro a la mente non riede, /cotal son io, ché quasi tutta cessa/mia visione, e ancor mi distilla/nel core il dolce che nacque da essa (versi 58-62).Ossia, solo se mi abbandono ad una mistica intuizione di Dio posso dissolvermi nel Paradiso ed acquisire una pace, serena ed eterna, anche se monotona  Se avessi continuato la lettura forse avrei capito il ruolo del bambino (Gesù che accompagna l'incredulo Giuseppe?); devo confessare che ho interrotto il libro in forza del diritto di tutti i lettori di poter abbandonare un racconto, se esso non piace. Ciò che mi ha disturbato sono state l'astrattezza dei dialoghi e la ripetitività della trama. Sembra, quasi, che lo scrittore stia parlando con San Tommaso o con qualche altro teologo, usando i personaggi non come soggetti vivi e ricchi di sentimenti ma come bolse controfigure di concetti. D'altra parte siamo in Paradiso. Coetzee ci ha convinto: con la morte è meglio scomparire nel nulla. Perché non leggerlo? Astratto, noioso e inconcludente.

J.M. CoetzeeHarvill Secker
Cigni Selvatici: tre figlie della Cina
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Cigni Selvatici: tre figlie della Cina

Il libro ripercorre la storia della Cina dal 1909 al 1978: dalla Cina feudale ed imperiale sino alla fine della Rivoluzione Culturale, attraverso lʼinvasione giapponese e la lotta per lʼindipendenza, la guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang, la vittoria di Mao e la nascita della repubblica popolare, i lunghi anni di perenne rivoluzione delle guardie rosse e i conseguenti sconvolgimenti sociali. Queste vicende drammatiche sono narrate dal punto di vista di tre donne: la nonna, ancora prigioniera della società tradizionale, la madre, che incarna la figura della donna cinese emancipata, ed infine la figlia Jung Chang, protagonista e narratrice, espressione della nuova Cina. Il racconto si conclude la partenza di Chang per lʼAmerica. È un grande affresco storico, talmente dettagliato da essere una sorta di resoconto (né saggio né romanzo), con la conseguenza di appiattire le vite individuali e frammentare i grandi avvenimenti politici e sociali, rendendoli inesplicabili. È inutile sintetizzare il libro; è più interessante soffermarsi su alcuni temi di fondo. Cosa significa vivere allʼinterno di un grande mito, che si dissolve lentamente ma inesorabilmente? La giovane Chang è cresciuta nel culto di Mao e sino alla fine cerca di salvarne la figura. > Che cosa era stato a trasformare la gente in mostri? Perché tutta quellʼinutile brutalità? Fu allora che la mia devozione a Mao cominciò a vacillare. (...) Nella mia mente cominciarono a insinuarsi dubbi sullʼinfallibilità di Mao, ma a quello stadio, come altre persone, attribuivo la colpa più che altro alla moglie di Mao e allʼAutorità della Rivoluzione Culturale. Mao, lʼimperatore divinizzato, era ancora al di sopra di ogni sospetto . Poi lo giustifica in qualche modo. > Mao trovava soffocante lʼidea del progresso pacifico: era un condottiero militare irrequieto, un poeta - guerriero, e aveva bisogno di azione, di azione violenta . Ed infine arriva ad una svolta definitiva: crollano le certezze travolgendo lo stesso legame con la Cina. > Ora mi chiedevo: se questo è il paradiso, allora lʼinferno che cosʼè? (...) nel mondo esisteva davvero un posto più carico di sofferenza. (...) Fu in quello stato dʼanimo che composi la poesia. Parlavo della morte del mio passato indottrinato e innocente come di foglie morte strappate a un albero da un turbine di vento e trasportate in un mondo senza ritorno. Ad incrinare la grande devozione verso Mao è anche il contrasto tra i legami familiari e i valori comunitari. La madre di Chang ha rischiato la vita per la liberazione della Cina e per lʼidea comunista, eppure per il suo carattere indipendente ed attento ai valori autentici della vita, come lʼamicizia, viene additata alla pubblica disapprovazione. Quando chiede quali sono le cose per cui deve chiedere istruzioni al Partito, le viene risposto «Tutte». Non cʼè uno spazio individuale. > Mia madre aveva diciotto anni, si era appena sposata ed era piena di speranze per una nuova vita, ma si sentiva infelice. (...) Scoprì di non riuscire a darne la colpa al Partito, che le sembrava nel giusto, così incolpò mio padre, prima per averla messa incinta e poi per non averla sostenuta quando era stata attaccata e respinta . La decisione di Chang di abbandonare la Cina è anche una fuga dal destino di sua madre, la quale ha talmente interiorizzato lʼautorità del Partito da non rendersi conto che il richiamo a valori comunitari è ipocrita e assurdo, e giustifica soltanto un potere assoluto. Nel distacco di Chang verso il suo paese natale, nel rifiuto della sua patria e nellʼ idealizzazione dellʼOccidente, incide anche il padre, la cui devozione al comunismo è assoluta, è un uomo «fedele innanzi tutto alla rivoluzione». Quando però fu costretto a bruciare i suoi libri, scoppiò in un > pianto lacerante, incerto e selvaggio, il pianto di un uomo che non era abituato a spargere lacrime . Lʼ unica reazione è lʼaffetto, una debolezza «borghese» criticata dal Partito. > Rimasi così atterrita che sulle prime non osai far nulla per consolarlo. Alla fine lo abbracciai da dietro e lo tenni stretto, ma non sapevo cosa dire. (...) Dopo il falò, ebbi la netta sensazione che nella sua mente fosse cambiato qualcosa : La pazzia è lʼunica conclusione ad una vita totalmente dedicata alla fede politica. La lunga carrellata storica ha un lieto fine per Chang (vince una borsa di studio e può andare in America), ma si conclude malamente per la Cina: un luogo non più amato dalla giovane. Sarebbe stato un bel tema se non fosse stato trattato da un libro ibrido: non è un saggio di storia perché questʼultima, per essere utile, può essere studiata solo «dallʼalto», così da fornire una visione complessiva; non è un romanzo perché avrebbe richiesto uno stile narrativo maggiormente ricco nelle parole e nelle immagini, sarebbe stato neccessario approfondire i sentimenti dei personaggi e i loro rapporti reciproci, dettagliare di meno non limitandosi a descrivere, preoccupandosi invece di esprimere e comunicare il clima culturale e sociale. Insomma, non si può parlare di un luogo se non lo si ama più. Non si può scrivere di storia partendo da un microcosmo. Perché non leggerlo? È lungo, piatto, prolisso; non aiuta a capire la storia recente della Cina.

Chang JungLonganesi
Il Cigno Nero
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Il Cigno Nero

> Continuavo a vivere e a scrivere. Senza entusiasmo a vivere e a scrivere. (...) Guardavo con suprema indifferenza le mie giovani colleghe cariche di fascino e di sacro zelo passarmi davanti senza nemmeno darmi delle gomitate. Io stessa mi mettevo da parte per far loro strada . Questo incipit del romanzo genera nellʼingenuo lettore lʼidea che ci si trovi dinanzi alla storia di una ragazza, con «una faccia come tante altre», che cerca sé stessa nella Milano degli anniʼ 80, città rampante, aggressiva e bramosa di soldi. Qualche sospetto dovrebbe venire per il nome improbabile della giovane: Arlette, la firma di una rubrica di un periodico dal titolo «Dialoghi dʼamore». Comunque, lʼabile costruzione letteraria del romanzo farebbe ben sperare: il presente è narrato da Arlette mentre le vicende che hanno portato allʼoggi, gli anni ʼ40 e ʼ50, sono scritte in terza persona, così da distinguere la scoperta da parte di Arlette della sua vita come frutto del passato dalla narrazione oggettiva dei fatti e dei personaggi, che hanno determinato questo passato. Via via che ci si inoltra nella lettura ci si accorge che questa opinione iniziale è unʼillusione, si è dinanzi ad una occasione perduta. La trama è tanto inverosimile da diventare banale. Lʼambiente è lʼalta borghesia lombarda, sempre in bilico tra Milano e la Svizzera. Allʼinizio degli anni ʼ40 Edison è un abile e spregiudicato imprenditore; con i soldi della moglie, ripetutamente e apertamente tradita, ha costruito un impero editoriale. Ha una relazione con una giovane scrittrice, che lo abbandona quando Edison rifiuta di pubblicarle un romanzo. La moglie, invece di seguire lʼesempio dellʼamante e quindi lasciare il marito, sopporta con pazienza: per amore dei figli come ogni brava madre? per interesse come ogni buona figlia della borghesia? Non lo sapremo mai perché nel romanzo manca qualsiasi approfondimento dei personaggi. Anche la moglie di Edison ha una breve storia dʼamore, ma non con una persona normale, nientedimeno con un monsignore. Quando ritorniamo al presente, veniamo a sapere che Arlette è figlia dellʼamante di Edison e ha avuto una relazione con il figlio di Edison. Non spaventatevi! Non siamo di fronte ad un incesto perché Arlette è nata da un altro uomo; anche se Casati Modignani ha una propensione per il torbido e il morboso (in un episodio alcuni bambini guardano da uno spioncino alcune donne fare pipì) cʼè un limite per una scrittrice della buona borghesia! Dalla storia dʼamore di Arlette è nata una bambina, erede del grande impero editoriale dopo il suicidio del padre, compiuto, ovviamente, in un luogo eccezionale: una suite del Gran Hotel di Rimini. Questa breve sintesi è un assaggio di una storia piena di intrighi, di quelli che dovrebbero darci delle sorprese, ma che risultano scontati, perché dopo poche pagine lʼingenuo lettore capisce che tutto è possibile. La noia subentra; ma ciò che maggiormente indispone è la visione del mondo: le figure maschili sono uomini maturi, ricchi, potenti, le figure femminili donne fragili e rassegnate ad un ruolo subalterno, sempre alla ricerca di un amante o di un marito, che dia sicurezza ed ovviamente una vita agiata. Non ci sono giovani dei quali innamorarsi? Il matrimonio è un approdo sereno, dove non si vedono > scintillanti arcobaleni ma (...) la dolce naturalezza di due coniugi collaudati da una vita vissuta insieme . Si sogna una vita banale, lontana dagli intrighi di una borghesia affamata di potere e di denaro, pur godendone i vantaggi. Non cʼè niente di male scrivere dellʼalta borghesia, forse disturba un poʼ la superficialità con la quale la scrittrice tratta di avvenimenti drammatici e importanti, quali la seconda guerra mondiale e la Resistenza, la narrazione di questʼultima intrisa di luoghi comuni. Non si possono accettare, invece, la vacuità dei personaggi e la pochezza delle ambientazioni (le descrizioni dei salotti e dei giardini sembrano quelle tipiche degli arredatori, fredde e impersonali). Casati Modignani riporta una citazione di un poeta ed educatore dellʼottocento: > così nellʼoceano della vita noi passiamo e ci parliamo. Uno sguardo e una voce. Poi di nuovo il buio . Può essere vero, ma bisogna dare voce alle persone, ai personaggi, parlare dei loro sentimenti e delle loro storie, non solo fatte di intrighi, potere, lusso e soldi. Perché non leggerlo? È veramente brutto! Insignificante, noioso e superficiale.

Modignani Sveva CasatiSperling & Kupfer
Come dio comanda
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Come dio comanda

Un brutto libro, non certo al livello dei precedenti. Un gruppo di amici abitano in provincia e ruotano intorno a un ragazzino che vive in un ambiente desolato e squallido. Il carattere e la storia dei personaggi sono portati sino all’assurdo. Il padre del ragazzo è un fanatico nazista, con il mito della forza ma in fondo buono e legato profondamente al figlio; un altro amico è un alcolista, appena separatosi dalla moglie, che muore nel tentativo di fare una rapina a una banca; un altro, ancora, è un minorato psichico che in un momento di follia uccide una ragazza per poi uccidersi. Il tema di fondo del libro è il forte legame tra il padre e il figlio: un affetto che riesce a sopravvivere e a crescere anche in un ambiente squallido e tra personaggi apparentemente dominati da miti assurdi. Un altro personaggio positivo è costituito da un assistente sociale, che aiuta il ragazzo e trova poi l’amore. Come ha scritto Francesco Troiano > Ammaniti dipinge, al di là del plot, il ritratto di un paese devastato dalla volgarità e dallʼappiattimento consumistico: gli uomini hanno capelli tinti e le donne occhiali griffati, vanno in vacanza nei villaggi Valtur o al Coral Bay«di Sharm el Sheikh, prendono i telefonini da»Cellulandia«e fanno acquisti al centro commerciale»Quattro camini > . Intorno, la miseria di chi non ce lʼha fatta, dipinta però senza indulgere a simpatie di maniera: la ferocia, magari non del tutto consapevole, dei poveri, esplode - come già avveniva in Io non ho paura > - in modi devastanti e imprevedibili, che non lasciano spazio a giustificazioni di sorta . È una melassa di episodi, di sentimenti e di temi sociali, che scade nel noioso e nello scontato.

Niccolò AmmanitiOscar Mondadori
Con le peggiori intenzioni
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Con le peggiori intenzioni

Il libro è ambientato nel contesto della borghesia romana (pariolina) degli anni’70 e ʼ80. Una famiglia ebrea, i Sonnino, conduce una vita estremamente lussuosa e dispendiosa, anche se si trova ad attraversare periodi di grande successo, la bancarotta e poi la ripresa economica. Il capostipite, il nonno Bepy, vive nella più totale sregolatezza e influenza, nel bene e nel male, il destino di tutti i suoi famigliari, i figli e i nipoti. La storia dei Sonnino si incrocia con quella dei Cittadini, il cui capostipite, Nanni, è stato socio di Bepy ma poi ha continuato ad accumulare una ricchezza sempre più grande, nobilitandosi sposando una principessa. Anche Nanni ha determinato la vita dei suoi famigliari, il figlio che si suicida, il nipote alcolista e la nipote Gaia, di cui è innamorato Daniel, il nipote di Bepy. Un primo filone conduttore del libro è la storia delle due famiglie, quasi una Buddenbrook romana. Ma le vicende famigliari sono l’occasione per la descrizione di personaggi e di ambienti paradossali, sulla falsariga di Middlesex di Jeffrey Eugenides, e per una ricerca del tempo perduto di Daniel, che ricorda in qualche modo Proust. È pure presente il tema dell’ebraismo, con accenti e richiami a Woddy Allen. Si tratta, quindi, di un libro fortemente influenzato da altre letture e lo stile stesso ricorda Saul Bellow o la versione di Barney. Il ritmo e la struttura sono all’inizio piacevoli per poi diventare sempre più noiosi, ripetitivi e scontati. L’uso eccessivo della forma interrogativa e la mescolanza di linguaggi e lingue frammentano la narrazione, la quale non si appoggia né su una descrizione approfondita del contesto (la rappresentazione della borghesia romana risulta superficiale e sotto certi aspetti falsa, tenendo conto della cultura cosmopolita del protagonista) né su un analisi dei personaggi, dei loro sentimenti e della loro evoluzione emotiva e spirituale. Forse, l’aspetto più genuino del libro è la storia di una gioventù, una visione intellettuale e ironica delle vicende di Moccia.

Alessandro PipernoOscar Mondadori
I corsari delle bermude
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I corsari delle bermude

Il libro appartiene al ciclo delle Bermude. Il contesto è la rivoluzione dʼindipendenza americana (quindi metà del settecento) e il protagonista è sir William, un nobile inglese di origine francese, che si è fatto corsaro per combattere il fratellastro, il crudele marchese Halifax, che gli vuole portare via lʼamata. Lʼamore infelice e la grande poesia del mare sembrano essere i riferimenti del romanzo: > ah! quella notte! abbracciati sulle dune di sabbia, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. È una musica divina, una musica che vale tutte quelle create dagli strumenti dʼottone, di rame, di bronzo . È allʼinizio si assiste ad una battaglia navale, come nei migliori romanzi di Salgari. In seguito la trama prende unʼaltra direzione. Lʼamata è prigioniera a Boston, città in mano agli inglesi e sotto assedio dagli americani. Sir William, insieme con i suoi prodi, Testa di Pietra e Piccolo Fiocco, si introduce nella città assediata e cercano di liberare la donna. Si susseguono una serie di avventure, ma alla fine il crudele marchese di Halifax riesce a fuggire con lʼamata di sir William. Il ritmo narrativo è lento, appesantito da continui scambi di scherzi e di battute tra Testa di Pietra e Piccolo Fiocco: i colloqui dominano mettendo in secondo piano lʼazione. Dʼaltra parte il vero protagonista del romanzo è Testa di Pietra, la sua furbizia, la sua saggezza contadina, la nostalgia per la sua terra natale. la Bretagna. Ma Salgari non riesce a dipingere i sentimenti. Senza azione e senza personaggi tenebrosi e ad un tempo eroici, il racconto perde di fascino e diviene noioso. Perché non leggerlo? Non ci sono il mare, lʼamore e il destino infelice: non cʼè quindi il vero Salgari.

Emilio SalgariFabbri
La Cotogna di Istanbul
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La Cotogna di Istanbul

La cotogna é > lʼunico frutto che con il tempo è capace di rendere più forte lʼodore anziché farlo illanguidire. È brutta, tutta piena di bitorzoli, ma con il tempo diventa più rotonda, più morbida, più bella e femminile . Il racconto è la narrazione di un amore tenace, per una terra e per una donna. La terra è la Bosnia, «la terra dei lunghi amori e dei lunghi rancori». La donna è Masa, «viso da tartara, occhi come grani di uva nera». Il destino vuole che il fidanzato della donna venga arrestato pochi giorni prima del matrimonio. Masa, > chioma fluente color rame scuro, testa dura come una partizanka e volitiva come una bosgnacca , aspetta il suo uomo per dieci anni ( in realtà nel frattempo si sposa e ha ben due figlie, ma è una parentesi di nessuna importanza nel racconto e di cui non si capisce il senso). Quando lʼuomo ritorna, dopo pochi giorni viene ucciso da una granata ed allora > per Masa la bella... finì un amore durato dieci anni dʼattesa, non so se rendo lʼidea, e dieci giorni di libera uscita . È a questo punto della storia che si inserisce Max, ingegnere austriaco, che si innamora di Masa e con lei della Bosnia e di Serajevo, perché > da nessuna parte puoi capire meglio il destino dʼEuropa... dove era morta lʼultima illusione ( della grande fratellanza universale) verso le case attorno allʼaeroporto crivellate dai segni di Armageddon . Ma anche il grande amore di Max per Masa viene distrutto, questa volta dal tumore che porterà la donna alla morte. Alla notizia della perdita di Masa. Max si convince che > soltanto una cosa avrebbe potuto fermare quel destino maledetto: era il frutto che doveva prendere, e forse non aveva preso in tempo, la misteriosa zuta dunja, la gialla meraviglia della città imperiale. E invece Masa, la bella di Bosnia, dagli occhi come grani di uva nera, era morta aman aman senza aver quella cotogna aspettata da Istanbul . Ed allora Max si mette in viaggio a piedi alla ricerca della cotogna. A questo punto la storia diviene così confusa che possiamo dire soltanto che Max muore misteriosamente in un hotel di Istanbul. Capita spesso che uno scrittore molto bravo in un genere letterario voglia misurarsi con ambiti, strutture narrative e scritture che non li sono congeniali, con il risultato di fallire. Si pensi a Ken Follett che con «la cruna dellʼago» aveva scritto un bellissimo thriller per poi dedicarsi a grandi romanzi storici, con i quali si è capito chiaramente che non era Tolstoj né Victor Hugo. Questo è il caso di Rumiz, ottimo giornalista, che ha voluto narrare una storia, già confusa di per sé, nella forma di una lunga ballata. Ne è venuta fuori una prolissa, frammentaria, noiosa, irritante canzone dʼautore. Affidarsi alle suggestioni e agli effetti evocativi può andar bene per una canzone, composta da alcune strofe, ma sopportare tutto ciò per circa duecento pagine è veramente eccessivo. La verità é che non tutti sanno creare un poema! Perché non leggerlo? È irritante, superficiale e noioso.

Paolo RumizFeltrinelli Editore