American Pastoral
Il libro si articola in tre capitoli, che hanno ciascuno una propria identità. Nel primo, dal titolo significativo di Paradise Remembered, lʼio narrante è lo scrittore stesso. Lʼidolo della sua giovinezza è costituito da Seymour Levov, lo Svedese: bello, biondo, atletico, un grande sportivo. Il ricordo delle sue imprese sintetizza unʼera felice, dove lʼarmonia trionfa. Ormai sessantʼenne lo scrittore viene invitato a pranzo da Seymour con un pretesto. Lʼincontro si rivela banale e senza senso, ma in seguito,ad un party di vecchi compagni, lo scrittore viene a sapere che Seymour era malato di cancro ed era travolto dalle vicende di sua figlia, che aveva dato fuoco ad un supermercato uccidendo una persona. > Lʼuomo gentile con i suoi modi delicati di trattare con i conflitti e le contraddizioni, lʼex atleta fiducioso, sensibile e pieno di risorse in qualsiasi lotta con avversari corretti, si trova contro un avversario che non è corretto, un diavolo emergente dai sentimenti umani, ed è travolto. Egli impara a vivere dietro una maschera . Lo scrittore decide di scrivere un libro su Seymour, anche se si chiede con una nota profondamente autobiografica, se lʼuomo allʼinterno dellʼuomo è conoscibile, se è una «giara che tu non puoi aprire». Ma allora la storia che scrive risponde alla realtà o è solo lʼimmaginazione dellʼautore? Nei due capitoli successivi è lo scrittore che narra in terza persona. Nel secondo capitolo, intitolato The Fall, viene descritta la vicenda drammatica di Merry, la figlia balbuziente di Seymour, che allʼetà di sedici anni scompare dopo aver commesso un terribile delitto e via via sprofonda nella clandestinità e nellʼauto distruzione. Alla base del comportamento della figlia, cʼè lʼodio verso i genitori, la loro ordinata casa, la loro vita fatta di valori borghesi,ma anche verso la società americana. Ma come poteva > sua figlia essere così cieca da voler distruggere quel sistema che aveva dato alla sua famiglia tante opportunità di successo? Distruggere i suoi genitori capitalisti come se la loro ricchezza non fosse altro che il prodotto dellʼimpegno costante di tre generazioni? . Ma allora Merry è unʼanomalia inspiegabile? In realtà nellʼultimo capitolo, Paradise Lost, che per la maggior parte descrive un pranzo tra i coniugi Levov e i loro amici (pranzo che si chiude tragicamente con lʼuccisione del padre di Seymour) appare evidente che «la malattia morale» non riguarda solo la ragazza ma unʼintera società nella quale > ciò che dovrebbe esistere non esisteva. La devianza prevaleva. Tu non puoi fermarla. Indubitabilmente, ciò che non era supposto di accadere era accaduto e ciò che era supposto di accadere non era accaduto. Il vecchio sistema che creò lʼordine non funziona più. Tutto ciò che ha lasciato è la paura e lo sgomento, ma adesso nascosti dal niente . I temi di un libro senza dubbio poderoso sono sostanzialmente due: i rapporti tra generazioni e, soprattutto, il travaglio di un genitore, che si sente perfetto, che vorrebbe difendere la famiglia e non capisce perchè una figlia così amata sia cresciuta così lontana dal suo mondo; il travolgimento di una società, fatta di immigranti che hanno lavorato sodo per essere integrati ed ammessi come cittadini di successo, che vede invece esaurirsi i valori fondanti la coesione sociale. Il dramma di Seymour è quello di un padre, ma è anche la tragedia dellʼarmonia americana. La struttura narrativa di Roth è estremamente ricca ed articolata. Essa non si affida alla ricchezza degli aggettivi, come succede con Updike, nè al lungo periodare di Bellow ( tutti scrittori che trattano della crisi della società americana). È proprio la struttura sintattica il punto di forza di Roth ma ne è anche la debolezza: le frasi sono spesso troppo complesse, rendendo faticosa la lettura e favorendo una ridondanza di parole e soprattutto di costruzioni sintattiche. Una maggiore frugalità avrebbe sicuramente reso meglio gli argomenti del libro, che sono invece interessanti. Perché non leggerlo? È molto pesante, soprattutto il terzo capitolo. Andrebbe letto a piccoli bocconi.
Butcher's Crossing
Lʼanno è il 1873 e Butcherʼs Crossing è una città del Kansas, in realtà un piccolo insediamento di cacciatori di buffali. Andrews è un ragazzo di ventʼanni; ha abbandonato Boston per una vaga idea di libertà. > Talvolta, dopo aver ascoltato le voci sommesse in chiesa e a scuola, superava i confini di Cambridge per le terre e i boschi che giacciono a sud - ovest. Là in qualche luogo solitario, immobile su un nudo terreno, sentiva la mente riempirsi dellʼaria limpida e si immergeva in uno spazio infinito: la vacuità e la costrizione che sentiva erano dissolte nella natura selvaggia che lo circondava . Il giovane conosce un cacciatore, si lascia coinvolgere in un progetto: andare al di là della grande pianura, in mezzo alle montagne, laddove pascolano ancora migliaia di buffali. > Capì che la caccia era soltanto uno stratagemma, un inganno a se stesso. (...) Nessun affare lo spingeva... andava là per la libertà . Si forma una strana squadra: Miller il capo, cacciatore paranoico, uccide i buffali per il gusto di farlo, e non solo per avidità, Schneider un uomo pratico e cinico, deve scuoiare le bestie con lʼaiuto di Andrews, e con loro un vecchio pazzo alcolizzato, Charley Hoge. Con questo gruppo Andrews si inoltra nel selvaggio West, nel contempo unʼavventura e una trasformazione fisica e spirituale. Sono unʼaltra immensità ed un altro orizzonte, ma la mente del ragazzo è ancora «piena delle meraviglie che aveva conosciuto da bambino». Francine, una prostituta, gli dice con affetto, dolcemente sorridendo: > tornerai; ma non sarai lo stesso. Non sarai così giovane; diverrai come gli altri. Andrews la guardò confuso, e nella sua confusione gridò: diverrò soltanto me stesso . Le tappe del cambiamento, da ragazzo ad adulto, sono scandite dalle diverse fasi del viaggio. Innanzitutto camminano per molti giorni nella grande pianura ed Andrews deve abituarsi alle lunghe ore di cavallo in un ambiente piatto e monotono: > si sentiva come la terra, senza identità e senza forma (...), percepiva il corpo divenire lentamente asciutto e forte: pensava a volte che stava entrando in un nuovo corpo, o in un corpo reale, prima nascosto da una innaturale mollezza, bianchezza e delicatezza . La seconda fase è costituita dalla caccia al buffalo: la strage senza pietà, la bestia scuoiata e macellata. > Lʼintera attività sembrava ad Andrews come una danza, un tenebroso minuetto ; lʼ eccidio senza fine come > un meccanismo, una automazione, (...) come una fredda risposta senza senso alla vita. (...) Capì che si allontanava non a causa di una nausea femminile del sangue, (...) ma per lo shock di vedere il buffalo, alcuni momenti prima orgoglioso e nobile e pieno di dignità, adesso spoglio e senza aiuto, un pezzo di carne inerte. (...) Il suo essere era ucciso, e in quella uccisione sentiva la distruzione di qualche cosa entro di lui, ed egli non era capace di affrontarlo . Ed infine è il lungo inverno: il gruppo si ritrova intrappolato dalla neve sino a primavera, al freddo e totalmente isolato. > Egli finì per accettare il silenzio nel quale viveva, e non cercare un qualche significato in esso. (...) Ricordava vagamente le comodità della sua casa a Boston; ma ciò sembrava irreale e lontano, e di quei pensieri gli restava soltanto lievi fantasmi di una rimembranza : una sorta di estraniazione, perdita di coscienza e di identità. La natura selvaggia, imperscrutabile ed indifferente, ha la meglio sui sogni del ragazzo: crea un uomo duro, incapace di affetto, solitario ed individualista. E quando finalmente il gruppo ritorna a Butcherʼs Crossing, dopo aver perso tutto il carico di pellicce nellʼattraversare un torrente in piena, e quando Miller e i suoi scoprono che il prezzo delle pellicce è crollato, che la loro fatica non è valsa a nulla, Andrews si chiede che senso abbia avuto tutto questo. Dove era stato e perché? Non resta che andarsene, rimettersi in cammino, solo. > Perfino adesso, alla luce dellʼalba, la città era come un piccolo rudere; la luce colpiva i bordi degli edifici e rendeva più evidente un vuoto che era già là. (...) Egli non sapeva dove stava andando; ma sapeva che (la direzione) gli sarebbe sopraggiunta più tardi nella giornata. Cavalcava avanti senza fretta, e sentiva dietro di lui il sole salire lentamente e riscaldare lʼaria . Non bisogna lasciarsi ingannare dalla storia, dalle descrizioni minuziose dei paesaggi e della caccia al buffalo: lʼoggetto del racconto non è il selvaggio West. E non siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, perché Andrews non è diventato veramente adulto, tanto è vero che abbandona la donna, Francine, che lo ha accolto con amore al ritorno dal lungo viaggio. Lʼargomento del romanzo è lʼestraniazione dal mondo: il non sentirsi parte di niente, uomo solo in un mondo incomprensibile, senza amicizie e senza valori. Se la grande conquista del West, il mito americano, fosse stato questo, che ne sarebbe dei valori di comunità e di libertà che tuttavia sorreggono la società statunitense? Il romanzo non parla di questo, anche se sembrerebbe farlo; il racconto è allʼinterno della coscienza dellʼautore, parla della ricerca di un equilibrio non riuscito tra individualità e socialità. Il racconto è scritto molto bene. Lo stile è elegante, i periodi scorrono fluidi e piacevoli, lʼelemento documentaristico ben si concilia con la trama e i personaggi. Si percepisce, tuttavia, un forte connotato intellettualistico, qualche cosa di artefatto, risultato di un indagine, non di un mondo vissuto, almeno nei suoi ideali. Si parla di natura selvaggia, di uomini che lottano in un ambiente ostile, ma se si confronta il romanzo con le opere di Jack London, ed in particolare con quel capolavoro che è Zanna Bianca, si capisce molto bene come John Williams sia semplicemente lʼennesimo intellettuale, che scrive di sé stesso e, perché mai?, anche di uomini ed ambienti che conosce solo sui libri, perché li ha studiati. Perché leggerlo? Bella scrittura, ottime descrizioni dei luoghi, personaggi tratteggiati mirabilmente.
Un colpo di Stato
Si tratta di un breve racconto, ambientato nel Benin e che descrive alcuni episodi di un colpo di stato. Lʼautore si trova nel paese africano e viene catturato, insieme con un francese, da forze militari, che non si capisce se fanno parte dellʼesercito regolare o dei colpisti. Nelle vicende narrate predomina una generale confusione, in merito alle origini del colpo di stato, ai ruoli svolti dalle forze militari e agli stessi personaggi che si incontrano. Predomina nellʼautore un senso di frustrazione: viene interrogato, mantenuto in prigionia senza mangiare e bere, viene colpito e poi liberato con molte scuse per lʼequivoco. Sembra una vicenda irreale, come se fosse stata inventata e proprio per questa emblematica di una follia collettiva. È lʼAfrica che si disgrega e lʼautore ne è uno spettatore sbalordito ed incredulo. Perché non leggerlo? È un racconto troppo esile per risultare interessante ed attrattivo.
The enchantress of Florence
Siamo in Oriente nel magico impero di Akbar il grande. > Se il mondo lacerato dalla guerra era una dura verità allora Sikri (la capitale dellʼimpero) era una splendida bugia . È un mondo magico dove il mistero del grande sovrano «incanta tutta la terra, e il futuro, e tutta lʼeternità». In questa terra meravigliosa compare un viaggiatore, che proviene dallʼOccidente, che si fa chiamare Mogor dellʼAmore. Egli incanta il sovrano e tutta la corte con le storie di una città incredibile, Firenze: > per lui la conoscenza non era di alcun uso, eccetto per ricordargli di ciò che non dovrebbe mai dimenticare, che la stregoneria non richiede pozioni, spiriti familiari, o bacchette magiche. Il linguaggio fatto di parole dʼargento è sufficiente allʼincanto . Mogor dellʼAmore racconta di tre giovani fiorentini: uno di essi lascia la città natale per cercare lʼavventura e diviene un grande generale dellʼesercito ottomano. In una guerra con i persiani incontra una principessa, che diviene sua sposa. Con questa donna ritorna a Firenze per diventarne il capitano dellʼesercito. Questa principessa è «lʼincantatrice di Firenze», che utilizza i suoi poteri magici per ammaliare lʼintera città. Ma il confine tra stregoneria ed incanto è estremamente labile e ben presto la superstizione si scatena contro la donna. Che differenza tra il mondo magico di Sikri e la pochezza di Firenze! La principessa fugge nel nuovo mondo, ma > la sua magia non era più a lungo così forte da aiutare a resistere alle forze temporali, così come non era forte a sufficienza per cambiare la geografia della terra. Nessun passaggio di mezzo fu trovato e lei si trovò intrappolata nel nuovo mondo finché decise di morire . Ma anche il mondo magico di Sikri deve scomparire per lasciare il posto alla forza della realtà. > Sono tornata a casa dopo tutto ( disse la principessa al grande imperatore), tu mi hai permesso di ritornare, e così io sono qui, alla fine del mio viaggio. Fine a quando non sei, disse il grande regolatore dellʼuniverso, mio amore, fino a quando non esisti . Tutto può essere nellʼimmaginazione, anche al di fuori del tempo, niente può sopravvivere nella realtà. Con uno stile immaginifico e barocco, lʼautore racconta una storia incredibile, totalmente di fantasia, che, tuttavia, con il tono della fiaba sviluppa tre considerazioni: a) lʼoriente è meglio dellʼoccidente, in quanto nellʼoriente si esprime la ricchezza dellʼimmaginazione; b) la fantasia è un mondo incantato che permette di raggiungere la perfezione c) il passaggio della storia dallʼoriente allʼoccidente ( da Sikri a Firenze sino al nuovo mondo) corrisponde ad un lento ed inesorabile declino della civiltà. Le singole parole e la costruzione delle frasi affascinano i lettore ma le vicende sono troppo inverosimili ma anche eccessivamente reali per avvincere e convincere. Le digressioni, che sembrano rispondere più ad una forma di narcisismo letterario che alle esigenze della trama narrativa, appesantiscono il romanzo rendendolo prolisso. Perché non leggerlo? Alcune pagine sono piacevoli,, lo spunto del libro è interessante ma è troppo frammentario e prolisso per rendere la lettura complessivamente attraente.
Freedom
Tra i possibili significati della parola Freedom, uno di essi la definisce come > essere capaci o avere la possibilità di fare ciò che si vuole senza subire restrizioni da qualche cosa o da qualche dʼuno ( Collins Dictionary). I personaggi di questo romanzo hanno vissuto sempre in bilico tra «lʼinsieme delle possibilità» e gli eventi ( ciò che un tempo si chiamava il destino), che spingono inesorabilmente verso una direzione di vita. Non ci sono vincoli imposti dallʼesterno ma è la natura delle cose che porta su una strada piuttosto che su altre vie. E la vita è fatta della complessità della struttura delle relazioni interpersonali, del conformismo e della ricerca di realizzazione di idee, spesso teoriche e generiche. La vicenda si svolge tra la presidenza Reagan e quella Obama, in un ceto medio americano sempre più spaventato, percorso da divisioni, da dilemmi morali e politici e dalla crescente consapevolezza del declino del paese. Come nelle buone storie borghesi, si inizia con un triangolo: Walter, un giovane serio e pieno di idee ambientaliste, ama Patty, una campionessa di basket, che si sente, per questa sua passione, rifiutata da una famiglia politicamente importante, appartenente allʼestablishment. Patty è a sua volta attratta da Richard, musicista e grande amico di Walter. Patty e Richard compiono insieme un viaggio in auto per raggiungere Walter ed è lʼoccasione perduta per Patty: Richard, un grande conquistatore, si rifiuta di portare a letto la fidanzata del suo più grande amico. Sul rimpianto si alimenta il legame tra Patty e Richard. > in tutti questi anni, ( Patty) aveva custodito la memoria del loro piccolo viaggio, lʼaveva tenuto chiuso in un profondo spazio interiore, lasciandolo invecchiare come il vino, così che, simbolicamente, la cosa che poteva essere accaduta tra loro rimaneva viva e cresceva più vecchia con loro due . In Richard cresceva «lʼinvidia del suo amico per il suo inconsapevole possesso della moglie». Il matrimonio tra Walter e Patty procede stancamente ( «non potevano vivere insieme ma non potevano immaginare di vivere separati»), quando una vacanza di Patty e Richard proprio nella vecchia, ed amata, casa di Walter in riva ad un lago in un meraviglioso ambiente naturale, fa precipitare gli eventi: i due vanno a letto insieme. Walter non può accettare di essere stato tradito dal suo migliore amico: i due si separano e lo fanno nel momento in cui Walter prende finalmente coscienza che non può inseguire astratte idee ambientali con i soldi del capitalismo americano. Ed è proprio dalla rottura di false relazioni interpersonali e dal disfacimento di vaghi ideali , che Patty e Richard si ritrovano e possono ricostruire la famiglia. In realtà il libro non si limita ai tre personaggi, ma coinvolge anche le nuove ( i figli di Walter e Patty) e le vecchie generazioni, narrando le vicende delle famiglie di origine. Numerose sono poi le incursioni nei temi politici e sociali che hanno caratterizzato lʼAmerica di questi anni; in particolare stanno a cuore dellʼautore i temi ambientali, visti anche come una rappresentazione dellʼipocrisia e della vacuità di molta borghesia. Il messaggio sembra essere sempre lo stesso: non è possibile cambiare il mondo, dobbiamo convivere con noi stessi e con i nostri problemi. Emblematico in questo senso è lʼultimo capitolo. Walter si è rifugiato a contatto con la natura ed esprime la sua missione di vita nella difesa degli uccelli migratori, in particolare nei confronti di un gatto domestico, che fa spesso incursioni omicide. Questo atteggiamento lo ha messo in conflitto con la piccola comunità del ceto medio, vicina alla riserva naturale. I problemi si risolvono quando ritorna Patty, che alimenta le relazioni sociali con i vicini ( il conformismo della borghesia americana) e poi riporta Walter a New York, in famiglia. A quel punto lʼente che gestisce la riserva costruisce un muro di separazione tra lʼambiente naturale, dove nidificano gli uccelli migratori, e la piccola comunità. Ma allora il mondo è fatto di tante mura, allʼinterno delle quali ciascuno ricerca la propria libertà? Ed allora la vera libertà sta forse nellʼaltro possibile significato della parola Freedom: «la condizione di essere capaci di muoversi intorno», pur allʼinterno di mondi separati. Il pregio maggiore nel libro sta sicuramente nello stile, fatto di dialoghi serrati e molto efficaci, nella profondità della ricerca psicologica ed esistenziale dei personaggi e delle loro relazioni reciproche. Il ritmo narrativo è lento e la narrazione procede stancamente. Domina in generale quellʼapproccio intellettualistico, colto ma spesso evanescente, che caratterizza molti scrittori americani contemporanei. Perché leggerlo? È interessante, ma si consiglia ad un lettore molto paziente.
The Golden Notebook
Siamo a metà degli anniʼ cinquanta in Inghilterra. Anna è una scrittrice, che vive con le royalties di un suo libro di successo, ambientato in Africa durante la seconda guerra mondiale. Divorziata, dopo un breve matrimonio senza amore, è madre di una bimba ed è amica di Molly, anchʼessa divorziata da un uomo ricchissimo e madre di un giovane ventenne. «Libere donne», indipendenti, che si devono far carico dei figli, ma destinate alla solitudine, alla relazione con uomini, che non sanno rispondere alle esigenze femminili: > le emozioni delle donne si conciliano bene con un tipo di società che non esiste più. Le mie profonde emozioni, quelle più vere, riguardano le mie relazioni con gli uomini. Un solo uomo. Ma non vivo quel tipo di vita, e conosco poche donne che lo vivono. Dovrei essere come un uomo, curarmi più del lavoro che della gente; dovrei mettere il mio lavoro davanti a tutto, e prendere gli uomini come vengono, o trovarne uno banale ma benestante per avere un sostegno economico, ma io non lo farò, non posso essere così . Anna non riesce più a scrivere e si rivolge quindi ad una psicoanalista, che le consiglia di tenere un diario. «The golden notebook» è composto da quattro quaderni: nero, riguarda Anna la scrittrice, rosso per la politica ( Anna è iscritta al Partito Comunista Britannico), giallo, per le storie fuori dallʼesperienza reale, e blu che cerca di essere un vero diario. Si apre una spirale nella quale la realtà si confonde con lʼimmaginazione, una sorta di discesa nella profondità della coscienza. Il tutto fluisce inaspettato, perché > le cose che sono importanti nella vita avanzano furtivamente, di sorpresa, uno non se la aspetta, non si dà forma nella mente. Si riconoscono quando appaiono, è così . II libro diviene una sorta di scatola, che quando si apre, > invece di cose splendide, cʼè una massa di frammenti e di pezzi. Non una cosa intera, rotta in frammenti, ma pezzettini da ogni parte, da tutto il mondo.... vedere la massa di frammenti orribili era così doloroso che io non potevo guardare e chiusi la scatola . Ma che cosa cʼè di così terribile nella coscienza? La dissoluzione dei rapporti tra gli uomini, il dolore che contraddistigue, inesorabilmente, le relazioni tra gli individui, il caos in un mondo che va verso la distruzione, e quindi la solitudine nel caos, dalla quale sembra che lʼunico rimedio possibile sia lʼaridità delle emozioni, crearsi una difesa rispetto alla distruzione dei rapporti umani, alla loro riduzione alle sole forze «della proprietà, del denaro e del potere». È una sofferenza esistenziale e cosmica quella di Anna, che non può che portare alla pazzia. Ma alla fine del percorso, Anna capisce che lʼancoraggio per salvarsi è nei rapporti più profondi, quelli dellʼaffetto e della cura. Alla fine di un brano di grande tensione, una semplice frase è lʼalternativa alla morte: «Posso sentire Janet ( la figlia di Anna) salire le scale». Si tratta di un libro molto complesso, anche dal punto di vista filosofico, che può essere letto da tanti punti di vista: lʼesaurirsi nella speranza del futuro, nelle grandi ideologie; la conclusione di un percorso politico e letterario, di affermazione dellʼindipendenza della donna, che era iniziato con i personaggi femminili di Jane Austen e finisce con la profonda solitudine di Anna, che, in un passaggio senza dubbio sconvolgente per quando è stato scritto il libro, afferma di preferire la masturbazione al sesso con uomini incapaci di amare; il tema della psicoanalisi e quindi della scoperta del proprio inconscio, la letteratura come immaginazione ma anche ricerca di sé stessi, come ricordo e nostalgia. Ciò che rende attuale il libro è la riflessione sugli effetti sulla coscienza individuale di un mondo in distruzione, la capacità della scrittrice di cogliere come la mancanza di una speranza più generale abbia un impatto devastante sulle relazioni stesse tra gli uomini: non ci si salva rinchiudendosi in una dimensione familiare nè tuttavia si può fare affidamento a vecchie ideologie. La narrazione è sorretta da un stile elegante e piacevole alla lettura. La struttura su più livelli del racconto avrebbe richiesto una grande capacità di mantenere una costruzione compatta alla narrazione, che si è invece frammentata e dissolta. La stessa ricchezza intellettuale, se fonrisce spesso spunti interessanti di riflessione, non favorisce la frugalità e lʼessenzialità del racconto. Perché non leggerlo? Si reggono alcune pagine, ma la lettura complessiva risulta pesante e prolissa.
The Grand Sophy
Georgette Heyer è stata una delle più popolari scrittrici inglesi del novecento. «The Grand Sophy», tradotto recentemente in italiano, racconta lʼirruzione di una giovane donna, indipendente, audace e volitiva, in una tradizionale famiglia dellʼalta nobiltà inglese dellʼinizio dellʼottocento. Il romanzo si apre con la inaspettata richiesta di Sir Horace alla sorella, la mite Lady Ombersley, di ospitare per alcuni mesi la figlia, la diciasettenne Sophy. Il lettore è subito introdotto al sistema di personaggi e alla situazione da cui si svilupperà la storia: i due figli maggiori, lʼautoritario e intemperante Charles e la «così tipicamente inglese» Cecilia, una figura femminile alla Jane Austen; la rovina economica della famiglia in conseguenza delle perdite al gioco di Lord Ombersley, la provvidenziale eredità ricevuta da Charles, che gli ha dato il ruolo di capo famiglia, creando un clima di soggezione e di reverente timore tra i fratelli e le numerose sorelle. Ci sono poi gli attesi matrimoni. Charles si è impegnato con Miss Wraxton, senza dubbio di elevata moralità e lignaggio, ma detestata dagli Ombersley per lʼevidente intenzione di mettere ordine in una gestione familiare da lei considerata troppo rilassata e permissiva. Cecilia ha accettato la corte di Lord Chalbury, ma si è infatuata di un bel giovane, poeta e squattrinato. Molte sono quindi le preoccupazioni di Lady Ombersley, che dapprima tenta di rifiutare le insistenti richieste del fratello, ma poi accetta di ospitare Sophy, pensando di trovarsi di fronte ad una timida adolescente, desiderosa di essere accolta nellʼaffetto di una casa, dopo che è rimasta orfana ancora bambina ed è stata educata da un uomo, come Sir Horace, sempre in viaggio. Resta, quindi, stupefatta e un poʼ spaventata, quando, insieme con numerosi bagagli, un levriero, una scimmietta ed uno splendido cavallo nero, si presenta una ragazza imponente, non bella ma > costruita con linee generose, longilinea, un gran seno, con un viso intensamente vivace, e una montagna di ricchi capelli castani sotto uno dei più esuberanti cappelli che le sue cugine ( le numerose giovani Ombersley) avessero mai visto . Lʼaspetto rivela il carattere della ragazza: insofferente alle regole, testarda ,capricciosa e generosa ad un tempo, ma soprattutto > Sophy non poteva vedere qualcuno in difficoltà senza immediatamente desiderare di scoprirne la causa e, se possibile, di porne rimedio . Questo atteggiamento non può non portarla in conflitto con Charles, abituato ormai a comandare. La ragazza crea scandalo ( va da sola per Londra con una carrozza da corsa! ), non rispetta le sue direttive, contesta apertamente la sua fidanzata, bigotta ed impicciona. Ma soprattutto Sophy trama per rendere le persone felici, al di là delle prescrizioni e dei costumi della buona società. Ma come succede spesso, alle personalità forti piace incontrare caratteri capaci di contrastarle, ed infatti pian piano Charles si innamora di Sophy. E che la ragazza sin dallʼinizio abbia manovrato per conquistare lo scontroso e difficile cugino? La trama è il punto forte del romanzo: colpi di scena, dialoghi serrati, sottili disegni di Sophy che si realizzano pur contro le avversità, le maldicenze e lʼopposizione di Miss Wraxton, di fatto lʼunico personaggio che cerca miseramente di contrastare la ragazza. Si percepisce il tipico compiacimento autocritico della cultura inglese, che si considera rigida, convenzionale rispetto a quella continentale, immaginata invece come anti conformista e libera. È un luogo comune che si riflette sulla figura troppo schematica di Sophy, sempre uguale a sé stessa e troppo sicura e matura per la sua età, e sul profilo degli altri personaggi, così formali e scontati. Fanno eccezione Cecilia e Charles. La prima esprime tutta la sua indipendenza, in questo frangente non imbeccata dallʼesuberante cugina, nel momento in cui dichiara di non amare Chalbury ma di voler sposare il sognante e bel poeta. Ma sarà poi Sophy a giocare proprio sui valori inglesi della ragazza, attenzione alla forma e alla rispettabilità, per portarla a volere lʼoriginario promesso sposo.Charles é invece la sintesi. È vero che è attento alle regole e ai costumi della società ma cʼè in lui quella forza elisabettiana che è stata alla base dellʼimpero inglese. È in fondo lʼeroe e cʼè da chiedersi se sarà lui a cambiare Sophy, rendendola una nobildonna, quale il suo rango la destina naturalmente. La scena nella quale Charles e Sophy dichiarano il proprio amore è talmente condotta dal primo che fa temere che il futuro di Sophy sia quello di uniformarsi al conformismo che la circonda. Perché leggerlo? La trama è piena di colpi di scena, un poʼ scontata ma divertente.
The house of sleep
Il tema del sonno vorrebbe essere il filo conduttore del libro al punto che il romanzo è diviso in parti corrispondenti ai diversi stadi del sonno. In realtà si tratta di un espediente, forse troppo intellettualistico, per raccontare lʼamore tra Robert e Sarah. Siamo in una residenza universitaria. Sarah soffre di un disturbo del sonno, che porta a confondere i sogni con la realtà. Nel loro primo incontro Robert le racconta che ha appena perso un gatto, di cui era molto affezionato. Sarah sogna che Robert avrebbe perso una sorella gemella, Cleo, che in realtà non esiste. Ed è su questo equivoco, che ha origine proprio dal segreto di Sarah, il suo disturbo del sonno, che ha origine il loro rapporto: > nel momento in cui lei se ne va, si guardarono direttamente negli occhi per la prima volta; e qualche cosa capitò allora, si creò qualche connessione, solo per un momento . Il loro rapporto è fatto di confidenze, che > variavano liberamente su sentimenti, amicizia, famiglie e genere, intimità condivise e auto rivelazioni che diventarono sempre più profonde e frequenti come gli oggetti stessi diventavano più grandi e più complessi . Il rapporto tra Robert e Sarah non si può, tuttavia, svilupparsi in una vera relazione tra amanti, in parte perché Sarah è lesbica e in parte per la difficoltà di Robert di tradurre i suoi sentimenti in iniziative amorose. La loro storia resta in un limbo fino a quando la vita di Sarah e quella di Robert si divaricano: ha termine il periodo universitario e nel momento in cui Sarah pone fine ad una relazione con una donna, Robert realizza che non è in grado di cogliere questa opportunità per concretizzare in un rapporto sessuale il suo affetto per lʼamica. A questo punto, la vicenda ( in realtà la narrazione è un continuo salto tra il passato e il presente, che rende complessa la lettura) si sposta nel futuro, quando la residenza universitaria si è trasformata in una clinica per le cure del sonno, guarda caso, diretta dal primo amante di Sarah, un paranoico convinto che la sua missione fosse quella di trovare il modo di non dormire. È questa la parte meno convincente del libro, che sembra scivolare in un thriller, condito di considerazioni superficiali sulle scienze psicologiche e su riferimenti ad analogie tra i sogni, la fantasia e il cinema. Le pagine migliori sono quelle che narrano la vita di Sarah, diventata insegnante, in qualche modo perseguitata dai suoi disturbi del sonno, di cui si è fatta una ragione, e sempre in attesa di Robert, lʼunica persona con la quale sa di essere di sintonia. E solo verso la fine del romanzo, si svela che Robert ha cambiato sesso ( perché ha capito della sua vera natura o per amore di Sarah?) diventando Cleo, medico specializzato in malattie del sonno. E come qualsiasi trhiller tutto si chiarisce e finalmente Cleo può rivelarsi a Sarah. Il merito principale del libro è la scrittura, piacevole, brillante e scorrevole. Il principale difetto è lʼinconcludenza delle vicende e dei personaggi: il tutto resta superficiale, creando una sensazione di divario tra una struttura narrativa tipica del thriller e lʼevidente aspirazione di darci qualche cosa di più. Che cosa? Non si capisce. Perché leggerlo? Le singole pagine si leggono molto bene, la storia complessiva delude.
The love of a good woman
Si tratta di una serie di racconti che parlano di storie di donne. Le vicende si sviluppano delicatamente, tutte giocate sui sentimenti, sulla descrizione del contesto e di relazioni interpersonali. I racconti non hanno una conclusione, dando il senso di come la vita, vista dalle donne, sia in qualche modo più attenta al «processo» che ai risultati. La scrittura contribuisce in misura mirabile a creare questo senso di sospensione: è delicata, elegante, ricca sia sotto il profilo lessicale che per la costruzione delle frasi, ma senza esagerare, al punto giusto. Sarebbe interessante leggere un romanzo della scrittrice.
Nostromo
Il romanzo si apre con la descrizione dellʼambiente dove si svilupperà la storia. Sulaco, un porto naturale sulla costa occidentale del Costarica, è un > enorme tempio semi circolare, scoperto ed aperto allʼoceano, con le pareti di alte montagne adornate con funebri tendaggi di nuvole . In questo anfiteatro naturale cʼè un > santuario inviolabile dalle tentazioni del commercio mondiale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido : È una penisola, che > giace lontana sul mare come una ruvida testa di pietre, e si estende da una costa ricoperta di verde alla fine di una sottile linea di sabbia coperta di macchie di boscaglia spinosa . Senzʼacqua, arida, > il povero, mescolando con un oscuro istinto di consolazione le idee del diavolo e della ricchezza, vi dirà che è senza vita a causa dei suoi tesori nascosti . È in questo deserto sul bordo del mare che la leggenda vuole che tre uomini siano scomparsi alla ricerca dellʼoro. Lʼavvio del romanzo racchiude lo stile narrativo e il senso di questo lungo libro. La degradazione morale e ideale di uomini travolti da un destino inarrestabile, quello del capitalismo trionfante, viene narrata da Conrad con una scrittura ricca, lussureggiante, immaginifica, talvolta ampollosa e ridondante. Il centro del romanzo è Sulaco, forse il vero protagonista: una cittadina isolata dal Costarica da alte montagne, facile approdo per le navi e favorita dalla natura con una inesauribile miniera di argento, la sua fortuna ma anche la sua dannazione. Sullo sfondo il classico paese del Sud America, gravato dallʼ > illegalità di un popolo di ogni colore e razza, dalle barbarie, da una irrimediabile tirannia . Come diceva Bolivar, il grande liberatore: > lʼAmerica è ingovernabile. Chi lavora per la sua indipendenza ha prosciugato il mare . In questo contesto non cʼè spazio per i sentimenti, per le anime delicate, lievi, piene di incertezza: tutti devono essere degli "eroi > , uomini di azione e non di pensiero, animati da grandi ideali o da ignobili intenti. Sulaco ospita tanti personaggi di forte carattere: il garibaldino rifugiatosi nel nuovo continente perché non ha voluto piegarsi dopo il tradimento dellʼAspromonte, lʼaltera giovane costaricana fedele ad un sogno di rinascimento morale e politico del proprio paese, il suo fidanzato, apparentemente disilluso, ma il cui amore per la donna lo porta allʼidea di separare Sulaco dallʼinstabile Costarica, per farne uno stato solido, democratico ed occidentale. Tra questi, e molti altri, cʼè la figura del Nostromo: un uomo con il peso di innumerevoli generazioni dietro di lui e con nessun legame di cui tener conto..... come il Popolo > . Nostromo è forte, coraggioso, animato dal desiderio della fama: egli è un tipico uomo del popolo, con un oscuro senso di grandezza, con la sua devozione senza limiti a qualche cosa di disperato cosi come disperate sono le sue passioni (...) Splendido, robusto, e agile, egli gettò indietro la testa, allargò le braccia, e si distese con una lenta torsione del busto e un grande respiro, calmo e minaccioso, naturale e libero dal male nel momento di svegliarsi così comʼè una besta selvaggia magnificente e inconsapevole. Allora, con uno sguardo improvvisamente rigido fisso sul niente da sotto unʼespressione pensosa, apparve lʼuomo > . Unʼesaltazione dellʼautenticità primordiale della fisicità maschile che potrebbe essere di Pasolini! A sconvolgere questo mondo di puri eroi, di una virtù pari a quella della natura selvaggia, è lʼarrivo di un inglese, Gould, deciso a sfruttare la miniera dʼargento. Attenzione! Non è la bramosia di denaro che lo spinge, ma una visione, diremo oggi strategica: lʼargento è il simbolo di una rinascita, di un nuovo mondo. Ma come comprende bene la moglie (lʼunica figura sensibile, piena di dubbi e sgomenta per le implicazioni morali e sociali di quanto sta avvenendo ), la miniera si è trasformata in un feticismo, ed ora il feticismo era cresciuto in una mostruosa forza distruttiva > . Per salvare lʼargento, minacciato dallʼennesima rivoluzione costaricana, viene affidato al Nostromo il compito di trasportarne per mare un quantitativo ad una nave, in attesa al largo nellʼoceano. Una serie di circostanze sfortunate fanno naufragare la barca proprio sullʼarida e misteriosa penisola descritta allʼinizio del romanzo. Qui il Nostromo abbandona a sicura morte il compagno di viaggio, proprio il giovane idealista ed innamorato, il quale scomparve senza una traccia, risucchiato nellʼimmensa indifferenza delle cose > : una evidente metafora di come vengono apprezzati gli ideali. Nello stesso fosco luogo nasconde il prezioso carico. Da quel momento diviene un uomo ricco, ma a prezzo di un vile tradimento. Dʼaltra parte, vecchi o giovani, a tutti piace il denaro, e parleranno bene dellʼuomo che glielo dà > . Il romanzo finisce tragicamente. Il Nostromo viene ucciso per sbaglio da un amico, che lo confonde per lo spasimante della figlia, mentre invece lʼuomo andava a prendere un poʼ dʼargento dal suo tesoro nascosto. Si potrebbe dire superficialmente che lʼavidità è più forte dei grandi ideali. In realtà il tema del romanzo è un altro e si racchiude in questa frase di Gould: Saleco non è più un paradiso di serpenti. Abbiamo portato lʼumanità e non possiamo volgere le nostre spalle per andarcene e cominciare una nuova vita > . Il capitalismo porta la civiltà ma tutto ciò ha un costo: la perdita degli eroi > . Insomma, Conrad è un cantore dellʼimperialismo, con la differenza rispetto ad altri autori occidentali (come Kipling), che in lui vive il mito del buon selvaggio. Il romanzo è molto lungo, estremamente discontinuo ed è privo di ritmo narrativo. Accanto a pagine molto belle, in generale quelle legate alla descrizione dellʼambiente, si susseguono dialoghi monotoni e ripetitivi, salti di scena, anche temporali, spesso sconcertanti, mentre le descrizioni storiche e politiche rompono la narrazione non aggiungendo nulla di interessante. I personaggi sono degli stereotipi, senza spessore psicologico ed esistenziale; il sistema di relazioni è superficiale, poco approfondito. La scrittura è affascinante dal punto di vista linguistico, con tratti talvolta poetici, evocativa di un mondo immaginifico; dʼaltra parte tutto questo è vita, deve essere vita, anche se è così simile ad un sogno". Lʼautore si lascia, tuttavia, troppo trasportare dal gusto dello scrivere, dalla ridondanza delle parole, dal piacere del barocco e del meraviglioso. Di conseguenza anche lo stile narrativo diviene pesante e talvolta soffocante. Perché non leggerlo? È lungo e prolisso.
Open City
Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.
A thousand splendid suns
Lʼamicizia femminile è al centro di questo romanzo.Lʼautore narra le vicende della condizione femminile in Afghanistan in un arco di tempo molto lungo, dagli anni ʼ60 ad oggi, dalla monarchia sino allʼinvasione dellʼesercito occidentale, percorrendo il periodo «sovietico», la guerra civile e il regime talibano. Racconta la dura vita delle donne tramite le vicende di due figure femminili: Mariam e Laila. Mariam ha quindici anni nel 1974, quando il padre la dà in sposa ad un uomo molto più anziano: Rasheed. Il matrimonio dovrebbe sanare una situazione scandalosa. Mariam è una figlia illegittima e quindi, dopo il suicidio della madre, non può essere accolta nella famiglia paterna.Per la ragazza si interrompe una adolescenza relativamente felice, arricchita dal mito del padre e dal sogno di essere accolta come figlia a tutti gli effetti, di non essere più una bastarda. Eppure, benché tradita dal padre, un debole ed un codardo, Mariam affronta con coraggio la nuova vita, nella grande città di Kabul. Ma Rasheed si rivela un uomo dispotico e violento, soprattutto dopo che Mariam non riesce a dargli un figlio maschio, perdendo anzi la bambina di cui è in attesa. La monarchia viene sostituita dal regime comunista e la condizione della donne migliora, almeno nelle dichiarazioni ufficiali e per un ristretto strato della popolazione. Ma per Mariam non cambia nulla: vive reclusa in casa sottoposta al dominio brutale del marito. Il racconto narra poi lʼadolescenza di Laila: una ragazzina vivace, irrequieta, istruita, innamorata sin da piccola di un compagno di giochi: Tariq. La guerra tra bande tribali porta ad un clima crescente di violenze, uccisioni, rapimenti e stupri, spingendo molte famiglie, tra cui quella di Tariq, a fuggire in Pakistan. Una bomba distrugge la casa di Laila, uccidendo i genitori. La ragazza viene salvata ed accolta da Rasheed e Mariam. In realtà lʼuomo mira a sposarla e ci riesce, in parte con lʼinganno ( con la falsa notizia della morte di Tariq) ed in parte perché Leila aspetta un figlio da Tariq e vede nel matrimonio una soluzione per sé e soprattutto per il bambino. Dapprima Mariam accoglie con ostilità Leila, che le ha usurpato il ruolo di unica moglie, ma poi proprio la crudeltà di Rasheed, la nascita di due bambini e la durezza della vita sotto il regime talibano creano una crescente solidarietà tra le due donne sino ad una profonda amicizia. È un legame tipicamente femminile perché nasce dalla cura per i bambini e dalla volontà di resistere, con fermezza e testardaggine, alle violenze inaudite alle quali sono sottoposte da parte di Rasheed. E sarà proprio Mariam, la docile e remissiva Mariam, a uccidere con un colpo di scure il marito, che stava cercando di assassinare Leila. In tal modo Mariam permetterà la fuga di Leila e si condannerà alla morte per mano dei talibani: un sacrificio estremo per il futuro felice dellʼamica e dei suoi bambini. Le parti migliori del romanzo sono quelle dedicate alla descrizione dellʼinfanzia e dellʼadolescenza di Mariam e di Leila: la rappresentazione del mondo della campagna, quello di Mariam, contrapposto allʼambiente di Kabul, dove è cresciuta Leila; lʼinnocenza e i sogni delle due ragazze, così differenti ed eppure simili, perché tipiche dellʼadolescenza; lʼaffetto per il padre, per Mariam mitizzato e per Leila tangibile; la lontananza affettiva delle madri e il legame così profondo tra Leila e Tariq, senza dubbio la parte positiva di un romanzo generalmente cupo e triste. Quando poi si passa a descrivere le vicende dei due matrimoni, si percepisce un senso di astrattezza e di artificioso. Inutilmente lʼautore utilizza lʼespediente letterario di narrare le vicende secondo i punti di vista delle due donne: le due personalità restano sullo sfondo, appiattite dalle scene di violenza e di vita afgana, a loro volta ripetitive e così simili a come le immaginiamo noi occidentali. In particolare, lʼamicizia fra le due donne non viene approfondita, ma emerge in modo superficiale senza che ne vengano scandagliate le motivazioni e le contraddizioni. La decisione estrema di Mariam di uccidere il marito e di liberare Leila appare come un atto improvviso, senza che se ne capisca la maturazione, con il risultato che proprio Mariam appare un personaggio di secondʼordine rispetto a quello di Leila, quando invece ha tutti i tratti di una eroina della tragedia greca. Perché non leggerlo? Troppo lungo e a tratti ridondante.
Vanishing Acts
A Delia il padre ha sempre detto che la madre era morta, tanto che essa è ormai una rimembranza che le affiora continuamente alla mente. > Ero solita immaginare come mia madre sarebbe ritornata. (...) In tutti questi sogni giornalieri, la morte non era assoluta come era supposto che fosse, e noi ci ritrovavamo sempre per caso. In tutti questi sogni giornalieri, mia madre ed io ci riconoscevamo senza una sola parola. La vita di Delia è trascorsa serena, con un padre amoroso e due amici: Fritz e Eric, di cui Delia s'innamora fin da ragazza, e da cui ha avuto una figlia. Gli unici tormenti sono quel senso, sempre presente, di aver perso qualcosa e il fatto che Eric è un alcolista. Quando, all'improvviso, la polizia si presenta a casa ad arrestare il padre, Andrew, accusato di aver rapito la figlia venticinque anni prima. Il romanzo affronta molti temi, anche troppi: la menzogna di Andrew, che ha tenuto nascosto a Delia l'esistenza della madre, Elise; l'alcolismo di Eric, che riemerge per lo stress e la scoperta che anche Elise è stata dipendente dall'alcol; le relazioni tra i tre amici, Delia, Eric e Fritz, con quest'ultimo da sempre innamorato dell'amica (nel romanzo è una sorta di angelo protettore); il nuovo ambiente in cui va a vivere Delia con la figlia per seguire il processo e dove incontra Rutham, un miscuglio di sciamana indiana e nonna hippy; la durezza e la violenza del carcere, dove viene rinchiuso Andrew; possibili abusi sessuali subiti da bambina, rimossi da Delia ma riemersi per le accuse del padre a Elise durante il processo (forse un'altra menzogna); infine il processo, narrato con l'usuale approccio poliziesco americano. Per dare ordine a un racconto così dispersivo, la recensione deve scegliere un filone, pur rischiando d'impoverire la ricchezza della trama. Si può partire da una strana domanda che la sciamana indiana rivolge a Delia: > e se l'intera esperienza del rapimento non fosse la storia di Delia? Cosa succede se scomparire non fosse il più catastrofico evento della tua vita? Che cos'altro sarebbe? (chiede Delia). Ruthman alza il viso al sole. «Tornare indietro». dice. E infatti Delia non è felice quando incontra la madre ed Elise, con le lacrime agli occhi, se ne accorge e le dice di averla persa di nuovo, e per sempre. Troppa è la discrepanza tra fantasia e realtà! > Mia madre, mitica, immaginaria, era una divinità e un supereroe e un conforto per me. (...) Ho avuto bisogno di venticinque anni per riuscire ad ammettere che sono contenta di non aver finora conosciuto mia madre. Non perché, come mio padre sospettava, lei avrebbe potuto rovinare la mia vita, ma perché così, io non ho dovuto essere testimone che lei rovinava la sua. Come dice la scrittrice, mediante la voce di Delia, > Importante non è cio che tu hai accumulato negli anni, ma quelle poche cose che puoi portare con te. E' un peccato che un tema così interessante, quale il confronto tra ricordo e realtà, sia rovinato da una trama affollata di filoni narrativi, personaggi inutili ed episodi ridondanti. Perché raccontare la vita del carcere dicendo cose scontate e perché invischiarsi nelle relazioni tra amici d'infanzia che diventano adulti? Sarebbe stato meglio approfondire in termini psicologici la scoperta della madre da parte di Delia così come i sentimenti della prima, che restano sempre sullo sfondo, sino a svanire. Ad accentuare il profilo da polpettone contribuisce l'ormai diffusa tecnica della narrazione a più voci: ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di ciascun personaggio, creando quella ridondanza dell'io (non ne basta uno?) e rendendo il tutto prolisso, ripetitivo e noioso. Il pregio del romanzo è la scrittura: una struttura sintattica semplice ma non banale, un lessico elegante ma arricchito da modi di dire, aggettivi e verbi propri del linguaggio colloquiale, di forte impronta americana. Lontana dall'intellettualismo newyorkese o dagli esagerati virtuosismi di autori statunitensi contemporanei (si pensi al celebratissimo McCharty Cormac, si veda la recensione in questo sito di The Road), Picoult ci riporta a una scrittura accessibile al lettore medio. Perché leggerlo? Piacevole la scrittura, interessante potenzialmente la storia.
Wait until spring, Bandini
Il racconto appartiene alla sagra del «The Bandini quartet» che racconta le vicende della famiglia italo-americana Bandini e in particolare di Arturo Bandini. L’ambiente è la famiglia: un padre che fa il muratore ed è quindi disoccupato nei lunghi inverni del Colorado, una madre che cerca di mantenere un decoro e un minimo di sopravvivenza e tre fratelli maschi, di cui Arturo, il più grande, che deve anche farsi carico delle ripetute scomparse del padre, spesso ubriaco. In questa situazione familiare già pesante, il tradimento del padre con una ricca signora del paese scatena la follia della madre, che trascorre lunghi periodi di depressione e rifiuta di accettare nuovamente il marito in casa. Sarà compito di Arturo andare a cercare il padre e ricondurlo a casa. I temi sono quelli familiari all’autore: i rapporti familiari, il legame del figlio con i genitori, la cultura cattolica e così via. Il racconto si sviluppa in modo lento, a tratti noioso e prolisso. Sono assenti gli accenti musicali che caratterizzano il romanzo precedente. Sembrano prevalere spesso i temi scontati, legati alla società italiana e alla religione cattolica (per esempio, il senso di colpa e il ricorso alla confessione, le cerimonie). La rivolta della madre, la sua ribellione a fronte di una dignità offesa, emergono come momenti di grande rilievo del racconto e costituiscono le pagine migliori. Un altro tema è il percorso verso l’età adulta di Arturo, percorso necessariamente reso più rapido dalla fragilità della madre e dall’assenza del padre.
The way home
Chris è cresciuto in una buona famiglia del ceto medio. Il padre ha unʼ azienda di installazioni: dedito al lavoro, carattere chiuso ma attento alle esigenze della famiglia , è come tutti i genitori pieno di aspettative sul futuro del figlio. La madre è protettiva, affettuosa, pronta ad accettare qualsiasi cosa dal suo ragazzo, così amato e desiderato. È una casa serena e benestante, ma allora come è possibile che Chris spacci droga, sia coinvolto in piccoli furti e in risse? > Non stava cercando di ferire i suoi genitori, veramente. Ma nella sua mente cʼera questo pensiero: essi hanno delle irragionevoli aspettative su di me. Non capiscono chi sono... io non voglio essere il loro buon ragazzo e non voglio le cose che essi vogliono per me. Se non lo capiscono, è un loro problema, non il mio . Accusato di spaccio di droga, di aggressione e di aver creato incidenti cercando di fuggire alla polizia, Chris subisce una pesante condanna. Viene rinchiuso in un istituto di correzione per minori, frequentato prevalentemente da ragazzi di colore. Dimostrando di avere un carattere più forte di quanto ci si potesse aspettare, il ragazzo riesce a sopravvivere in un ambiente che gli dovrebbe essere ostile. Si crea, anzi, una serie di amicizie, che si manterranno, una volta fuori dal carcere. Gli unici momenti di attrito li ha con un giovane più grande, violento ed aggressivo, di nome Lawrence. Lʼautore non approfondisce, tuttavia, lʼambiente del carcere, che sembra assomigliare più ad un collegio che ad una prigione, anche se minorile. Lʼattenzione è tutta rivolta a descrivere i rapporti tra Chris e suo padre: una relazione fredda, assente, di reciproca diffidenza. Per il padre troppo forte è stata la delusione per riuscire a dare solidarietà ed affetto al figlio. Il ragazzo percepisce la disistima del genitore e si chiude in sé stesso, forte della sua nuova esperienza, che vive come una conquista. Le relazioni genitore - figlio sono così difficili che si rimane stupiti quando, nella seconda parte del romanzo, si ritrova Chris a lavorare per il padre. Durante un intervento di installazione in un appartamento, Chris e Ben, un suo ex compagno di carcere, scoprono una borsa di denaro sotto un pavimento. Non rubano il denaro, lo lasciano dove lo hanno trovato ripromettendosi di non farne notizia. Ben, tuttavia, lo dice a Lawrence con il quale è andato a bere una sera. Lawrence ruba il denaro senza sapere che è di due pericolosi criminali, che lo hanno nascosto per riprenderselo, una volta usciti dal carcere. I due delinquenti uccidono Ben nel tentativo di scoprire chi ha il denaro. Chris non rivela la verità al padre e alla polizia, ma contatta Lawrence per vendicarsi insieme della morte dellʼamico. È il codice dʼonore del carcere. Alla fidanzata, che lo invita a non farlo, Chris risponde che > ci sono due personalità in me, cʼè la persona che tu conosci, e quella che é ancora dentro di me. Il ragazzo che fece delle cose sbagliate e fu rinchiuso in prigione. Quello che tu non hai mai incontrato . Sembra che Chris sia ormai perso, ma a salvarlo è proprio Lawrence, che fa in modo che Chris non compia la vendetta, che ricade solo su di lui, il ragazzo cattivo. Infatti il destino è segnato dalla nascita: Chris è «nato in un buon sobborgo, cresciuto in una amorevole casa», Lawrence > non aveva mai trovato quel posto ( dove) ti parlano con gentilezza e pazienza invece che con sarcasmo e crudeltà . Il romanzo persegue diversi filoni narrativi: i conflitti intergenerazionali, lo sviluppo dallʼadolescenza allʼetà adulta, che spesso ha sbocchi positivi solo per fortuna, la presa di consapevolezza da parte dei genitori che i figli hanno proprie aspirazioni e desideri. Il lieto fine non deve portarci ad un facile ottimismo sul cambiamento sociale. Tutto è già segnato dalla nascita: chi è bianco si può salvare, anche se ha perso talvolta la retta strada, chi è nero non può che essere trascinato in basso, al mondo dal quale cerca disperatamente di elevarsi. Temi sociali e psicologici interessanti sono annacquati in un ritmo narrativo lento, privo di azioni e talvolta banale. Soprattutto nella narrazione della vita del carcere, sembra che lʼautore voglia dare una visione serena e rassicurante della così detta riabilitazione dei giovani delinquenti. Il salto tra la prima parte, il Chris cattivo, e la seconda, il Chris buono, è così rilevante e poco approfondito che rende inverosimile lʼintero racconto. Infine, le recensioni presentano Pelecanos come un autore di noir, anche se di carattere sociale. Da questo punto di vista si resta delusi per la mancanza di azione e di suspense. Perché leggerlo? Si legge piacevolmente, ma niente di più.














