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Age of iron
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Age of iron

Il romanzo è ambientato in Sud Africa a metà degli anniʼ 80, nei tempi dellʼapartheid. Una anziana insegnante di materie classiche viene a sapere di avere un tumore incurabile. Decide allora di raccontare gli ultimi giorni della vita alla figlia, che ha lasciato il paese da molti anni: > ti racconto la storia non perché tu abbia compassione per me ma perché tu possa apprendere come sono le cose. Sarebbe più facile, lo so, che la storia venisse da qualcunʼaltro, se fosse una voce di un estraneo a risuonare nelle tue orecchie. Ma il fatto è, non cʼè nessunʼaltro. Io sono sola, la sola a scrivere. Non passarci sopra, non perdonare facilmente. Leggi tutto con un occhio distante . In questa dichiarazione della protagonista si racchiudono i molteplici significati del romanzo: gli avvenimenti, e soprattutto le compagnie, degli ultimi giorni di vita della vecchia signora, la solitudine e la nostalgia del passato, lʼesilio dalla figlia. Un vagabondo alcolizzato e un cane randagio trovano riparo presso la dimora della protagonista, che dapprima diffidente ma poi sempre più fiduciosa li accoglie trovando sostegno e amicizia. Nel frattempo le vicende di due ragazzi di colore coinvolgono lʼanziana insegnante nelle pesanti condizioni di vita della popolazione negra e soprattutto nella crudele repressione della polizia afrikaner. Sconvolta dai fatti che travolgono una vita sino allora tranquilla, la lettera alla figlia cambia di senso: doveva essere un modo per rafforzare il legame e invece la donna si trova trascinata nella confusione e nellʼincertezza: lʼamore verso la figlia diviene più astratto e lontano mentre sono sempre più forti i sentimenti verso chi le è più vicino nel male e dinanzi alla morte: il vagabondo, il cane e i due ragazzi di colore. E una richiesta di amore si eleva dalla vecchia insegnante: > e questa lunga lettera, lo dico adesso, è una richiesta verso il tramonto, verso lʼoccidente ( la figlia vive negli Stati Uniti) per te di ritornare da me. Vieni e nascondi la testa sul mio grembo come fa un bambino, come tu eri solito fare. Non posso vivere senza un bambino, non posso morire senza un bambino. Ciò che io sopporto, in tua assenza, è pena. Io produco dolore. Tu sei il mio dolore. È questa una accusa. Si io ti accuso. Ti accuso di avermi abbandonato . È un romanzo potente ed ancestrale, dominato da temi classici, tipici della tragedia greca, di quella di Eschilo e di Sofocle. Il rapporto tra madre e figlio viene investigato non in termini psicologici ma rimandandolo ad un destino ineluttabile, del distacco della progenie dai genitori. La fuga della figlia dal Sud Africa genera lʼesilio della madre, la sua solitudine ed insieme la consapevolezza che non sarà ricordata dopo la morte > lasciami andare da me stessa, lasciami andare via da te, lasciare andare via da una casa ancora viva di ricordi: è un compito difficile, ma sto imparando . > Non avere paura, dice la protagonista,non ti cercherò. Non è la mia anima che resterà con te ma lo spirito della mia anima, il respiro, il movimento dellʼaria intorno a queste parole, lʼesilissima turbolenza tracciata nellʼaria dal passaggio extra terreno della mia penna sopra la pagina che le tue dita adesso tengono . Perché leggerlo? Non è facile la lettura, anche perché lʼautore apre spesso parentesi filosofiche, ma la profondità cosmica del romanzo e le suggestioni di molte pagine valgono la fatica.

J.M. CoetzeePenguin Books
The bottle imp
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The bottle imp

The bottle imp, in italiano il diavoletto nella bottiglia, è un breve racconto, che gravita intorno al rapporto ambiguo dellʼuomo verso il male. Keawe, il protagonista, > era un uomo povero, coraggioso e laborioso; sapeva leggere e scrivere come un maestro di scuola ed era inoltre un marinaio di primʼordine . Un giorno, a San Francisco, si ferma ad ammirare una splendida casa. Quando Keawe esprime il suo desiderio di avere una casa simile, il padrone gli dice che tutta la sua fortuna ha avuto origine in una bottiglia, nella quale vive un diavoletto. Chiunque acquista questa bottiglia vedrà esauditi tutti i suoi desideri. Ci sono tuttavia degli inconvenienti: si va allʼinferno se si muore avendo in possesso ancora la bottiglia e si deve vendere la bottiglia sempre ad un prezzo più basso del costo di acquisto. Keawe è combattutto ma alla fine accetta di comprare la bottiglia per cinquanta dollari. Rapidamente la sua vita cambia radicalmente: diviene un uomo ricco e si può permettere una bellissima casa. Riesce a vendere la bottiglia e quindi può vivere tranquillo e felice, anche perché nel frattempo si è innamorato di una giovane, Kokua, che ha intenzione di sposare. Un giorno, però, scopre di avere la lebbra e decide di cercare di nuovo la bottiglia per farsi guarire dal diavoletto. Inizia, quindi, una ricerca che lo porta a scoprire che il prezzo della bottiglia è continuamente in calo, sino a valere solo due centesimi. Ma allora si deve acquistare la bottiglia a un centesimo, e poi come venderla, visto che il centesimo è la moneta disponibile più piccola? Keawe la compra comunque e si sposa con Kokua, ma non è felice perché sa, che , quando morirà, andrà allʼinferno. Una volta conosciuto il terribile segreto, Kokua decide di comprare lei, di nascosto, la bottiglia con un abile espediente: va in un isola appartenente alla Francia, dove sono previste monete di valore inferiore al centesimo. Aver ceduto al male ha creato una sorta di «catena di SantʼAntonio alla rovescia», che ha generato altro male al punto tale che i due innamorati si sono attorcigliati in un paradossale corto circuito, dove la felicità dellʼuno è la fonte del dolore dellʼaltro. Poi, come in una bella favola, cʼè il lieto fine: Keawe riesce a vendere la bottiglia ad un ubriacone e se ne libera per sempre. Il racconto rispecchia la struttura di una favola ( la presentazione della situazione iniziale, lʼeroe che affronta le difficoltà sino a riuscire a superarle) e ha anche le caratteristiche di una narrazione marinara, in quanto si svolge tra navi e città del Sud. Lʼidea di fondo è tuttavia la rappresentazione del percorso del male, tutto giocato sulla sua progressiva perdita di valore. Come dire? Più si vive nel male e sempre più ci si abitua al punto che il diavoletto vale sempre meno. Perché leggerlo? È scritto molto bene, anche se talvolta ripetitivo, ma soprattutto è attuale la morale alla base del racconto. In questi anni gli italiani hanno accettato via via comportamenti sempre più illegali, immorali e volgari, i cui prezzi sono sempre più bassi perché ormai fanno parte del sentire comune. Attenzione! Non cʼè fine al peggio.

Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)
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Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)

Il tema di fondo è la menzogna; lʼautore sviluppa questo argomento nel contesto della famiglia, ossia in quellʼambiente sociale, che più di altri, dovrebbe favorire la fiducia reciproca. Per anni i membri di questa famiglia hanno agito in una apparente concordia; quando, però, si scopre che Big Daddy, il capo famiglia e «padre padrone», è malato di cancro, la morte attesa travolge i protagonisti: da questa sorta di catarsi nasce la verità o una nuova menzogna? Come spiega Tennessee Williams nelle «note per il regista» la scena è la stanza da letto di una grande casa di campagna del Mississippi; in questa camera sono vissuti due scapoli, precedenti proprietari della piantagione, e quindi > la stanza deve evocare dei fantasmi: è stata gentilmente e poeticamente frequentata da una relazione che deve aver avuto una tenerezza non comune . È la scena appropriata per una commedia > che tratta delle emozioni umane più profonde, e ha bisogno di dolcezza come sottofondo . Il lavoro teatrale si sviluppa in tre atti. I protagonisti del primo atto sono Brick, un ex giocatore di football ormai alcolizzato, e la moglie Margaret. Lʼuomo non vuole più avere rapporti con la donna, dopo che lei lo ha tradito con il suo migliore amico: morto, forse suicida, a seguito dellʼadulterio. La perdita dellʼunica persona importante per Brick ha spinto questʼultimo a trovare conforto nellʼalcol. Se Brick persegue vittimisticamente «il fascino dello sconfitto», Margaret non si dà per vinta: è consapevole che la famiglia sta per andare a pezzi, e non vuole che il marito perda la propria posizione sociale ed economica a favore del fratello. Brick, amatissimo dai genitori, è in grande difficoltà in una eventuale successione: è alcolizzato e per di più non ha ancora avuto figli, mentre il fratello ne ha ben sei. Nel lungo colloquio con il marito, di fatto un soliloquio, Margaret si chiede quale sia la vittoria di «una gatta su un sottile tetto che scotta»: «soltanto stare su di esso, penso, per quanto possa....» ma poi aggiunge che il silenzio non funziona, > serrare la porta e chiudersi un una casa che brucia nella speranza di dimenticare che la casa sta bruciando . Nel secondo atto assistiamo al confronto tra Big Daddy e Brick, tra padre e figlio. Anche in questo caso si tratta in gran parte di un soliloquio: parla soprattutto Big Daddy e veniamo a sapere che questʼuomo, apparentemente forte, deciso ed autoritario, è pieno di disgusto. > Per tutte queste maledette bugie e bugiardi con i quali ho dovuto vivere, e per tutta questa maledetta ipocrisia con la quale ho vissuto per tutti questi quarantʼanni ; tale è il disgusto che talvolta pensa che sia molto meglio > un maledetto vuoto (...) che tutta questa porcheria con la quale la natura lo riempie . Dinanzi a questa disperata confessione Brick risponde che la conversazione è > come tutte le altre che noi abbiamo avuto insieme nelle nostre vite! È senza senso, senza senso, è, è dolorosa (...) tu non hai una maledetta cosa da dirmi! La passività di Brick si trasforma improvvisamente in furia, quando il padre solleva il sospetto che nei rapporti tra Brick e lʼamico ci sia stato qualcosa di più intimo di una semplice amicizia; ed allora Brick, vigliacco come tutti i deboli, rivela al padre la verità, che gli è stata fin ora nascosta: ha il cancro e sta per morire. Con lʼurlo disperato di Big Daddy («tutti bugiardi, tutti bugiardi... mentire, morire, bugiardi») si chiude il secondo atto. Nel terzo atto i figli e le nuore informano la moglie di Big Daddy, anchʼessa ignara, della vera malattia del marito; il fratello di Brick cerca di convincere la madre a mettere tutti i beni in un fondo fiduciario, escludendo di fatto Brick dallʼeredità. Brick è indifferente come al solito, mentre Margaret combatte disperatamente, al punto che dice una evidente bugia: dichiara di essere incinta e quindi di poter dare un nipote a Big Daddy. Ci sono due versioni del terzo atto. Nella prima stesura lʼ autore immagina che la storia si concluda con una dichiarazione di amore di Margaret a Brick, alla quale questʼultimo risponde in modo elusivo e crudele ad un tempo: «sarebbe divertente se fosse vero!». Nella seconda stesura, quella che è andata in scena, su consiglio del regista lʼautore prevede che Brick sostenga la bugia della moglie e accetti lʼamore incondizionato di Margaret: «Ti ammiro, Maggie» (dice Brick), e così risponde la donna: > ciò che tu hai bisogno è qualcuno che prenda cura di te, gentilmente, con amore (...) ed io posso! Sono determinata a farlo, e niente è più determinata di una gatta su un sottile tetto che scotta. La morte ha finalmente disperso il velo della menzogna? Con la prima versione Tennessee Williams risponde in modo negativo, neanche la «nera cosa» che arriva «senza invito» ci libera dallʼipocrisia e dalla sfiducia reciproca: sui rapporti umani grava una condizione esistenziale di vuoto, riempito da troppa menzogna, siamo condannati a non comunicare. Di certo, questa visione pessimistica non può essere rimossa dalla conclusione proposta dal regista, troppo stucchevole e banale per essere reale. Tennessee Williams fa una osservazione, particolarmente utile alla comprensione della commedia: > un poʼ di mistero deve essere lasciato alla rivelazione dei caratteri in una commedia, così come un grande mistero è sempre lasciato nellʼespressione di una personalità nella vita, perfino nella conoscenza del proprio animo . E pertanto dobbiamo guardare a come si evolvono i personaggi nella storia, tenendo presente che «gli attori devono muoversi liberi sulla scena». Ed allora è evidente come Brick rimanga chiuso nel suo mondo, al contrario la personalità di Margaret emerge con sempre maggiore forza, quasi che non voglia più essere solo la moglie di un uomo fallito, ma sia invece pronta a prendere in mano le redini della famiglia. La morte rivela i veri caratteri dellʼessere umano. La commedia è pressoché perfetta e ciò spiega il grande successo. Mentre il terzo atto, nella versione finale, è estremamente mosso e ricco di personaggi, i primi due atti peccano di una certa staticità, a stento mitigata dai rumori di sotto fondo, esterni alla scena, e dallʼingresso temporaneo di alcuni personaggi minori. Alla lettura i due atti risultano prolissi e ridondanti; certo il giudizio potrebbe cambiare alla luce della recitazione in teatro. Perché leggerlo? È un grande lavoro teatrale, di grande fascino sono le figure di Brick e di Margaret; per apprezzarlo bisogna andare a teatro.

Invisible Man
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Invisible Man

> Tutta la mia vita ho cercato qualche cosa, e dovunque mi volsi qualcuno cercò di dirmi che cosʼera. Ci volle molto tempo e grandi e dolorose delusioni delle mie aspettative per capire... che io sono nessuno se non me stesso! Ma prima dovetti scoprire che io sono un uomo invisibile! . Il protagonista è un giovane di colore del Sud degli Stati Uniti. Intelligente e brillante vince una borsa di studio per un college, finanziato da filantropi della buona borghesia bianca e dove vengono educati i futuri dirigenti della classe nera. I riferimenti sono, quindi, i valori dei bianchi e di una gerarchia sociale, che vede i negri sempre in una posizione subalterna.Il protagonista desidera integrarsi anche se porta con sé le ultime parole, ancora per lui incomprensibili ma profetiche, di suo nonno in punto di morte: «vivi con la tua testa nella bocca del leone». Un giorno, facendo da autista ad un ricco donatore del college, il protagonista si perde nei sobborghi della città e coinvolge, suo malgrado, il potente ospite in una serie di incontri, che rivelano lʼipocrisia di una pace sociale tra bianchi e negri che non può esserci fin quando domineranno la miseria e la segregazione. Nelle pagine migliori del romanzo, per ritmo e ironia, il ricco donatore bianco si trova prima ad incontrarsi con un uomo di colore che ha stuprato la figlia e poi con strani personaggi in un bordello. Ed ecco unʼaltra profezia, che dovrebbe scuotere il giovane protagonista: un vecchio negro, parlando con il ricco bianco, svela al giovane che egli è ciò che vogliono i bianchi: > tu vedi che ha gli occhi, le orecchie ed un ampio naso africano, ma non capisce i semplici fatti della vita. Già ha imparato a reprimere non solo le sue emozioni, ma anche la sua umanità. È invisibile, la personificazione vivente del Negativo, la più perfetta realizzazione dei tuoi sogni, signore. Lʼuomo meccanico! . Lʼincidente provoca lʼespulsione del giovane dal college ed egli si trasferisce a Nord, ad Harlem. Egli trova lavoro presso una fabbrica di vernici e qui deve verificare personalmente le profonde divisioni allʼinterno della società negra, tra i piccoli capi reparto che esercitano con astio la propria autorità e un sindacato, che vede il giovane del Sud come un crumiro che contribuisce a ridurre i salari della classe lavoratrice del Nord. A seguito di un incidente sul lavoro, il giovane viene licenziato e trova ospitalità presso una donna di colore. La narrazione delle vicende della fabbrica e la scoperta di Harlem sono anchʼesse pagine molto belle, di grande efficacia. Il protagonista è un grande oratore e vagando per Harlem si fa conoscere da un gruppo politico, la Fratellanza, che lo inquadra nellʼ organizzazione per valorizzarne le capacità. Sembrerebbe che il giovane abbia trovato un punto di riferimento. Ma è ancora ciò che gli altri, in questo caso il partito, vogliono che sia. I primi segni di contraddizione tra la sua personalità e le regole dellʼorganizzazione emergono nelle critiche che riceve dal comitato direttivo della Fratellanza per i suoi discorsi, che peraltro hanno un grandissimo successo: sono troppo poco scientifici, troppo caldi e coinvolgenti, non si attengono alle prescrizioni del partito, rischiano di sollevare la folla. Il contrasto esplode quando lʼuccisione da parte di un poliziotto di un ex militante della Fratellanza scatena la rivolta del popolo negro di Harlem. Anzi al funerale della vittima, il protagonista fa uno splendido discorso che viene profondamente criticato dal comitato direttivo. La rivolta degenera in violenze, saccheggi e scontri: il giovane si rifugia in un anfratto della città e qui capisce come la Fratellanza abbia volutamente favorito la rivolta per dimostrare che è possibile solo un approccio «scientifico» e di fatto compromissorio con i bianchi. Il protagonista capisce che è stato strumentalizzato dal partito e che, ancora una volta di più, «ero stato semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare». Con unʼ eccezione rispetto al passato: > io adesso riconoscevo la mia invisibilità. Io credevo nel lavoro duro, nel progresso e nellʼazione, ma adesso, dopo essere stato per la società e poi contro di essa, io non assegno più a me se stesso un ruolo o un limite e tale atteggiamento è fortemente contro il trend dei tempi. Ma il mio mondo è divenuto uno delle infinite possibilità. Parlo per te? . Il libro è uno dei classici della letteratura americana. È inserito nel suo contesto storico, lʼemancipazione del popolo negro, con riferimenti che sono chiaramente quelli della cultura afro-americana: il romanzo può essere letto come una estensione letteraria del blues, tantʼè vero che è contraddistinto da molti passaggi poetici, di chiara impronta musicale. Il tema dellʼinvisibilità è tuttavia un argomento universale: chi di noi è veramente visibile a quelli che ci guardano? Il libro è molto bello ed affascinante nella prima parte, sino alle vicende della Fratellanza: la capacità dello scrittore di descrivere i diversi episodi e personaggi, passando da uno stile «colto» ad un tipico linguaggio afro-americano, dà luogo a piccoli capolavori, che riportano a futuri autori, quali Fante e Morrison. La seconda parte è prolissa, troppo condizionata dalle problematiche politiche (la critica al partito) e quindi anche lenta, ripetitiva e filosofeggiante. Perché leggerlo? Due sono i motivi: il tema dellʼinvisibilità come dato esistenziale dellʼuomo moderno e lo stile letterario: un inglese classico ma ad un tempo radicato nel suo contesto specifico, quello della società afro-americana.

Ralph EllisonPenguin
Midnight's Children
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Midnight's Children

Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .

Salman RushdieVintage
Moby Dick
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Moby Dick

> Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito . Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come «un comune e scrupoloso topo di biblioteca» riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. > Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta . Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. > Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora . Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. > Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile. (...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro. (...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo . (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più. > La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: Cavalieri e scudieri > . È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il monomaniaco«protagonista.»Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini > . Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione > . Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia. Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto! Follia! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo > . Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo. > La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato La grande armada > , nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. Dʼaltra parte non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante > . Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni > . Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato > . Cosa hai fatto Achab? Come hai potuto contendere il grande Leviatano? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta? Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte. Un bel libro di Gianni Valente ( Dallʼarca di Noè a Moby Dick > , Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: simboli di vizi e virtù > . Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio > (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un altro > , dotato di una propria identità. È un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo scienziato > , Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa. Perché leggerlo? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.

Herman MelvilleWordsworth Editions
Murder for the wrong reason
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Murder for the wrong reason

Si tratta di un breve racconto, che è suddiviso in tre capitoli. Nel primo viene scoperto il cadavere e come nei classici racconti polizieschi arriva lʼispettore con il suo assistente. Lʼautore sembra divertirsi a ricostruire le dinamiche ormai collaudate dalla letteratura gialla tra il capo esperto e il giovane poliziotto. Emergono, tuttavia, sin dallʼinizio alcune singolarità. Lʼispettore dichiara di essere arrivato troppo tardi per salvare la vittima ( ma allora sapeva che stava per essere ucciso?), la quale si meritava, sempre per lʼispettore, di essere uccisa, in quanto era un ricattatore e aveva numerose storie con le donne. È difficile risolvere il caso, poi aggiunge, «in quanto ci sono cinquecento uomini, ed altre donne, con un motivo». Bisogna dire che il lettore rimane disorientato dal primo capitolo, sospettando qualche cosa di particolare ma non riuscendo ancora a capire il senso del racconto. Il secondo capitolo si apre aperto a qualsiasi sviluppo. Lʼispettore va a casa del presunto assassino ( e guarda caso ci va da solo senza lʼassistente) e qui il racconto diventa un continuo oscillare tra il passato e il presente. Lʼispettore parla al sospettato, il quale non risponde, e gli ricorda avvenimenti trascorsi: la persona era stata innamorata di una donna, che gli ha poi preferito la vittima, perchè ricca e potente. Il racconto abbandona ormai lʼordine e la razionalità di una storia poliziesca e diviene sempre più una serie di immagini della mente dellʼispettore. Il ricordo della sua vita ritorna alla superficie: > una sequela di immagini gli oscillarono nella mente, di giorni e di notti di una grande passione, tenerezza e continuamente di pace. Dimenticò i giorni durante i quali aveva osservato la lenta disintegrazione della propria personalità e la corruzione, dimenticò persino di essere lʼispettore investigativo Mason di Scotland Yard . Ma il legame tra passato e presente è come uno specchio di fronte al quale ci si riflette e attraverso il quale si può vedere il presente dal passato e viceversa. A questo punto il mistero avvince il lettore e come in tutti romanzi polizieschi la soluzione è semplice: lʼispettore è lʼassassino. Si capisce che il secondo capitolo ha riportato i pensieri dellʼispettore e il tutto è durato pochi minuti. Il terzo capitolo descrive la dinamica del delitto nonché le prove che inchiodano lʼassassino. Un racconto breve ma affascinante, anche se di difficile lettura. Innanzitutto emerge il tema dellʼambiguità del reale,che solo con la morte trova una consistenza al di là dellʼimmaginazione: «dopotutto ogni cosa si riduceva ad un fatto biologico». In secondo luogo il racconto è un virtuosismo, sia dal punto di vista della struttura narrativa, capace di creare disorientamento ed attesa nel lettore, che per quanto riguarda la tecnica di scrittura. Lʼautore ricorre volentieri a modi di dire e ad un vocabolario che appartengono alla lingua colloquiale, rendendo non sempre il testo di immediata comprensione: ciò contribuisce al fascino misterioso del racconto. Perché leggerlo? Per apprezzare la tecnica narrativa dallʼautore.

Graham GreeneL'Espresso
Portnoy's Complaint
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Portnoy's Complaint

Come mai un giovane, di una rispettabile famiglia ebrea e con una apprezzata posizione sociale, ricerca il sesso più sordido e depravato invece di sposarsi con ragazze della buona società borghese, «con le quali allevare intelligenti, amorevoli e robusti bambini»? > Dignità, Benessere, Amore, Industria, Conoscenza, Fiducia, Decenza, Alti Valori, Compassione! Perché diavolo inseguo il sesso sensazionale? Come posso perdermi in qualche cosa così semplice, così stupido, come la figa? Il libro è un lungo, divertente e isterico monologo, nel quale il protagonista ripercorre le vicende della propria vita, solo apparentemente per una ricerca psicoanalitica delle ragioni dei propri orientamenti ( voyerismo, feticismo, auto erotismo, coito orale), ma in realtà per affermare, a sé e agli altri, che la sua è stata la scelta di vita più giusta. Per dare il senso di un racconto, difficilmente sintetizzabile e comprensibile se non si entra in una scrittura vorticosa e ridondante di parole e modi di dire, si può riportare un brano nel quale il protagonista spiega perché non ha sposato una delle brave e borghesi ragazze che ha frequentato. > Bene, cʼera il suo ostentato, ricorrente gergo scolastico , tanto per iniziare. Non si poteva sopportare... E poi cʼerano i soprannomi dei suoi amici: cʼerano gli amici stessi! Poody e Pip and Peddle... Ma poi il mio gergo le causava imbarazzo. La prima volta che dissi scopare in sua presenza ( in presenza dellʼamica Pebble, con il suo colletto alla Peter Pan e i suoi attillati cardigan, e abbronzata come un indiano da così tanto tennis al Chevy Chase Club), un tale sguardo di agonia passò sul viso dellʼerede dei Padri Pellegrini che tu avresti pensato che avessi appena piantato le quattro lettere nella sua pelle. Perché, chiese in modo così pietoso una volta che fummo soli, perché devo essere così maldestro? Quale possibile piacere mi dà essere così di male maniere? Cosa diavolo ho provato? Perché devi essere così pus-y? «Dove questa parola, spiega il protagonista, sta per» propensione ad essere sgradevoli ". > A letto? niente di divertente, nessuna acrobazia o tentativi di osare; come noi lo facemmo la prima volta così continuammo, io assaltavo e lei si arrendeva . Se si pensa che «ostentato, ricorrente gergo scolastico» è la traduzione approssimativa di un inglese intraducibile, quale «cutesy- wootsy boarding school argot» e che per dire attillato usa il neologismo «cablestitch», si può avere lʼidea della scrittura del romanzo, che è tutto giocata sugli aggettivi e sulle frasi gergali. La struttura sintattica si sviluppa senza ordine ( come il ricorrersi di pensieri) e le parole inglesi sono spesso qualificate da forme verbali dellʼebraismo americano. La lettura è esilarante anche se il libro va letto tutto di un fiato. In caso contrario si rischia di perdersi nella successione disordinata di racconti e di personaggi. Al di là della evidente vocazione per il sesso sensazionale, come lo chiama lʼautore, il filo conduttore del romanzo può essere individuato nelle regole, da trasgredire. > Che cosʼaltro, ti chiedo, erano tutte quelle proibizioni e regole legate alle diete con le quali cominciavi ( sin da piccolo), che cosʼaltro se non darci a noi piccoli bambini ebrei lʼabitudine ad essere repressi? Pratica, caro, pratica, pratica, pratica. Lʼinibizione non cresce negli alberi, tu lo sai, ci vuole pazienza, richiede concentrazione, comporta genitori attenti e che si sono sacrificati e un bambino obbediente e dedito al lavoro duro così da creare in solo pochi anni un essere umano realmente inibito, con il culo stretto . È evidente che questa ripulsione verso le regole trova le sue radici nella società ebraica, verso la quale lʼautore porta avanti una critica caustica, anche se in fondo ricca di affetto e di nostalgia. Non è un caso che la fuga del protagonista abbia termine proprio in Israele, quasi alla ricerca della tradizione e delle salde radici. Il tema delle proibizioni è tuttavia un argomento di importanza generale se si pensa al continuo richiamo a regole morali e a norme di comportamento da parte di presunte, e spesso ipocrite, autorità spirituali e religiose. Perché leggerlo? È un romanzo divertente, ma va letto tramite unʼottima traduzione.

Philip RothVintage
The Quiet Game
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The Quiet Game

Penn Cage, ex magistrato ed oggi scrittore di successo, ha perso da poco la moglie. Per ritrovare sé stesso decide di trascorrere un periodo di tempo presso i suoi genitori, nella sua città natale, un piccolo centro del Mississippi. È come ritrovarsi > sul confine sottile di un universo di vita vivace e di misteriosa morte, di segreti nascosti e di brillanti facciate, e di razze inestricabilmente legate da sangue e lacrime, geografia e religione e soprattutto tempo . Nella cittadina, da molti anni in forte declino economico, prevalgono lʼomertà e il silenzio, perché, bianchi e neri, vogliono stare in pace, «tenere le cose tranquille, adorabili e facili» così da attrarre nuovi investimenti sul territorio. Casualmente Penn si trova coinvolto in un crimine accaduto ventʼanni prima ( un nero fu misteriosamente ucciso) proprio quando un potente uomo locale, il giudice Marston, accusò suo padre, apprezzato medico condotto, di avere compiuto gravi errori nellʼesercizio della sua professione. Intuendo un legame tra Marston e lʼomicidio, Penn decide di indagare sul fatto di sangue per il desiderio di vendicarsi delle accuse, peraltro false, di Marston contro suo padre. In realtà si sente ancora in colpa per quanto avvenne molti anni prima: ebbe infatti una storia di amore con la figlia di Marston, lʼaffascinante Livy, ed è convinto che il giudice abbia voluto punire suo padre per la sua relazione. Il passato può essere cambiato? > Chi di noi, se gli viene offerta lʼopportunità, non vorrebbe rivivere il giorno o lʼora in cui per la prima volta conoscemmo lʼamore o fatto una scelta che per sempre ha cambiato il nostro futuro, negando una vita che avremmo potuto avere? Ma questa sensazione è una trappola perché Penn > realizza con sopresa soffocata (che) lʼintimità con Livy non é una nuova esperienza. È come camminare attraverso un checkpoint in un paese che ho visitato molto tempo fa e al quale ritorno, più vecchio e, spero, più saggio . Infatti, man mano che procede nellʼindagine, ricca di colpi di scena e di fatti di sangue, Penn scopre che lʼomicidio di un povero uomo di colore coinvolgeva complotti nazionali ( la politica dellʼallora potente capo della FBI e gli assassini di Bob Kennedy e di Martin Luther King), e che le motivazioni di Marston erano molto più prosaiche di quelle che lui pensava:era lʼeterna bramosia di denaro. Ma soprattutto deve accettare che Livy è una figura arida ed egoista, ormai rinchiusa nel suo squallido passato. Rompere la tranquillità della cittadina della sua infanzia permette a Penn di liberarsi del ricordo e della sofferenza della memoria e riprendere la vita, non andando indietro nel tempo ma verso il futuro. I pregi fondamentali del romanzo sono lʼambientazione e lo stile, elegante e ricercato nelle parole. Per dare un esempio della scrittura basta riportare la dolcezza, tutta meridionale e contadina, del paesaggio cittadino descritto dallʼautore: > la strada alberata è cosparsa di caravan e piccole case, ma come mi avvicino alla chiesa episcopale, vecchia di duecento anni, che caratterizza lʼinsediamento, gli alberi recedono, e i terreni contornati da splendide piantagioni si stendono da entrambi i lati della strada. Oltre i cedri ricoperti di muschio e le bianche recinzioni, i cigni gironzolano maestosi tra gli stagni tanto da sembrare di essere in Inghilterra . Il problema è che la ricercatezza letteraria va a scapito della struttura narrativa, spesso lenta e ricca di episodi marginali rispetto alla trama centrale. Ci si avvicina troppo a rilento alla conclusione tanto da annoiare. Perché leggerlo? E piacevole, elegante ed è interessante la ricostruzione dellʼambiente.

Greg IlesDutton
Sense and Sensibility (Ragione e sentimento)
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Sense and Sensibility (Ragione e sentimento)

I romanzi di Jane Austen paiono fuori dall'ambiente storico, gli anni tra il 1790 e il 1815 caratterizzati dall'avvio della rivoluzione industriale e dalle lunghe guerre napoleoniche. Questo profilo «senza tempo» è avvalorato da quanto disse la stessa Austen a sua nipote: > tre o quattro famiglie in una cittadina di campagna sono la vera cosa su cui lavorare («Austen's letters» pagina 275 citazione riportata da Katie Halsey nell'introduzione). L'affermazione della scrittrice è contradditoria e rivelatrice a un tempo; è proprio immergendosi nella società di provincia che è possibile comprendere  come e perché «un uomo cambia le sue maniere e una giovane donna cambia la sua mente», e quindi qual è l'impatto delle profonde trasformazioni della società inglese a cavallo dei due secoli. (Tony Tanner introduzione a Pride e Prejudice pagina 368 citata da Katie Halsey). Elinor e Marianne sono figlie della vedova Dashwood, costretta ad abbandonare la bella casa e una vita agiata a seguito della morte del marito e del subentro nelle proprietà di Henry, nato da un precedente matrimonio del defunto marito. A inquadrare con efficacia le problematiche patrimoniali che faranno da sfondo all'intero racconto, è un lungo e cinico colloquio tra il figliastro e la moglie; prima di morire il padre si era fatto promettere da Henry che avrebbe garantito alle sorelle una rendita; > non è certamente piacevole avere un prelievo annuale sul proprio reddito, (...) un regalo di cinquanta sterline (...) mi libererà, penso, dalla promessa fatta a mio padre. Elinor e Marianne devono vivere  con le proprie forze, perseguendo un difficile equilibrio tra sentimenti e realismo. Elinor > possedeva una capacità di comprensione e una freddezza di giudizio, che la rendeva, solo diciannovenne, la consigliera della madre. (...) aveva un animo generoso, una natura affettuosa, forti sentimenti; ma sapeva come governarli.Marianne, ancora diciassettenne, > era per molti aspetti simile a Elinor. Era sensibile e intelligente ma appassionata in ogni cosa, nei dispiaceri come nella gioia poteva non avere alcuna moderazione.Elinor si è innamorata di Edward. Il giovane > non era attraente, le sue maniere richiedevano un minimo d' intimità per renderle piacevoli; (...) ma quando la sua naturale timidezza era superata, il suo carattere mostrava un sincero affetto d'animo, (...) tutti i suoi desideri si concentravano sui conforti domestici e la tranquillità della vita privata. In un colloquio con sua madre Marianne dichiara cosa lei intende per amore, e lo fa proprio parlando di Edward e dell'incomprensibile attrazione della sorella per questo giovane. > Oh! Mamma, quanta mancanza di spirito, quanta affettato è stato il modo di leggere di Edward l'altra sera! Sentì un dispiacere così forte per mia sorella. Tuttavia ella lo sopportò con tanta compostezza, sembrava scarsamente notarlo. (...) Elinor non ha la mia sensibilità. (...) Mamma, quanto più conosco del mondo, quanto più sono convinta che io non vedrò mai un uomo, che non posso realmente amare Sono stata aperta e sincera quando sarei dovuta essere riservata, senza spirito, fredda e falsa. Su entrambe le ragazze arriva una cocente delusione. Il bel gentiluomo, che aveva frequentato con leggerezza Marianne, si sposa d'improvviso con una ricca ereditiera, perché è abituato a una vita ricca di piaceri e denaro. Marianne si chiude in sé stessa, travolta dal dolore e dallo scandalo, fino al punto di rischiare di morire. Anche Elinor scopre che Edward è già fidanzato con la maliziosa Lucy, che, tra l'altro, deve frequentare per convenienza sociale. Il racconto del suo tradimento, della bugia di Edward, > era chiaro e semplice; e benché non potesse essere narrato senza emozione, non era accompagnato da una violenta agitazione, né da un' incontrollabile sofferenza. (...) Elinor doveva essere la consolatrice di altri per quanto riguarda la propria sofferenza, non meno con quanto concerne la loro; e tutto il conforto che poteva essere dato si affidava alla propria lucidità e al proprio controllo. La promessa di riservatezza verso Lucy, che le aveva aperto il suo cuore, e l'affetto per Edward, nonostante tutto, la obbligavano al silenzio, le impedivano di confessare la sua infelicità. In una società di provincia, tra rigide convenzioni sociali e dominanti preoccupazioni patrimoniali, fra donne e uomini fragili e ipocriti, Elinor emerge come un'eroina, con la sua saldezza morale, la sua caparbietà di essere d'aiuto agli altri prima che a sé stessa. Austen vuol dare una conclusione felice alla storia delle due ragazze, ma il romanzo potrebbe terminare quando la madre e Marianne riconoscono, con sorpresa e rimorso, la celata fragilità di Elinor: presa di coscienza alla base di più intensi legami familiari. La trama narrativa è come una variazione musicale, dove il tema originario si ripete con continui mutamenti; i sentimenti di Elinor e Marianne sono descritti nei loro più minuti cambiamenti, via via che l'ambiente sociale e gli altri personaggi incidono, anche dolorosamente, sugli affetti e le certezze delle due ragazze. Solo una donna poteva svolgere un'analisi psicologica così profonda degli stati d'animo del mondo femminile, ricco di sensibilità e buon senso che mancano troppo spesso agli uomini. Si pensi alla figura di Edward, dell'altro è inutile parlarne tanto è mascalzone; Edward è un bravo giovane, ma che fa? Non ha il coraggio di dire la verità a Elinor, e cioè che è già impegnato; si ripresenta solo quando Lucy ha preferito un altro uomo. C'è da chiedersi perché Elinor l'abbia accolto, ma ciò fa parte del buon senso e della sensibilità: Edward è un brav'uomo, fragile ma fondamentalmente onesto, e poi è tempo di maritarsi. Elinor non è Emma né Fanny di Mansfield Park, figure forti e sicure (vedi la recensione dei due romanzi in questo sito) ; è ancora una tenera ragazza, e forse pure una vittima della struttura sociale. Ricorda la protagonista di «Dalla parte di lei» di Alba De Cespedes (vedi recensione in questo sito); oggi Elinor avrebbe forse ucciso Edward. Il fascino dei romanzi di Austen deriva in misura notevole dalla scrittura, in particolare dalle forme grammaticali del suo inglese, forse un po' arcaico, ma così avvolgente e articolato da sommergere il lettore in un fluire di piccoli passaggi narrativi, d' introspezioni psicologiche, di osservazioni sociali, tutte delicate ma puntuali. Perché leggerlo? Sublime nella scrittura, intenso nell' analisi delle donne protagoniste.

Jane AustenAnthem Press
Super Sad True Love Story
RecensioneInglese

Super Sad True Love Story

> Privatizzazione, statalizzazione, incentivi al risparmio, stimolo alla spesa, regolazione, deregulation, cambio fisso, cambio fluttuante, controllo dei cambi, cambi liberi, più tariffe, meno tariffe. E il risultato netto: bancarotta . Siamo in un America immaginaria, governata da un regime «bypartisan» di stampo autoritario e poliziesco, in pieno declino economico e politico: > zero per la nostra economia, zero per la potenza militare, zero per tutto ciò che ci rendeva orgogliosi di noi stessi . In un mondo tecnologico, nel quale non si leggono più libri ma si consulta continuamente il proprio tablet ( con il risultato che > si sa ogni schifoso dettaglio del mondo, mentre i miei libri conoscono soltanto le menti dei loro autori ), Lenny Abramov è un quarantenne ebreo di origine russa, che lavora per unʼ azienda di genetica specializzata nel prolungare la vita dei propri ricchi clienti. Il romanzo prende lʼavvio dagli ultimi giorni di soggiorno del protagonista a Roma, dove è vissuto per un anno, bevendo, facendo sesso e godendo della dolce vita italiana, dissipando allegramente i soldi dellʼazienda con scarsi risultati commerciali. Proprio il giorno prima di partire incontra una ragazza americana di origine coreana, Eunice, di cui si innamora follemente. «Come posso indurla a conciliare la sua giovinezza con la mia decrepitezza?» Si chiede Lenny: > noi siamo una coppia talmente improbabile, così inverosimile perché lei è splendida ed io sono il più brutto quarantenne in questo locale... lo so che stiamo vivendo nellʼAmerica di Rubenstein ( il presidente degli Stati Uniti)... ma ciò non ci fa persino più responsabili per i destini di entrambi? E sono proprio la cura attenta e la protezione affettuosa, che permettono a Lenny di conquistare, passo dopo passo, il cuore, peraltro bizzarro e capriccioso, di Eunice. Nasce una storia dʼamore in una New York devastata e decadente. Lʼamore per Eunice è per Lenny anche lʼamore per la sua città, il disperato desiderio di fare una vita normale tra le macerie di un impero. > È ancora la mia città? ( si chiede Lenny) Ho una pronta risposta, rivestita di una disperazione ostinata: lo è. E se non lo fosse, lʼamerò ancora di più. Lʼamerò al punto che lei diventerà di nuovo mia . Ma si arriva inesorabilmente al crollo. Le manifestazioni di protesta sono represse violentemente da una polizia privatizzata dalle grandi corporation. Cinesi, venezuelani e norvegesi conquistano lʼAmerica e ne spartiscono le spoglie, destinando New York ad essere una società di ricchi e cacciando con la forza gli abitanti dalle loro case. In questa catastrofe hanno fine anche la storia dʼamore e con essa il mondo di riferimento di Lenny e non resta che «il silenzio nero e completo». È un romanzo sofisticato, che si appoggia su una struttura narrativa duale. Da un lato cʼè il diario di Lenny, prezioso nei vocaboli, colto ed ironico, con evidenti riferimenti allʼAmerica di oggi, dallʼaltro lato ci sono i messaggi di Eunice scritti in una lingua giovanilistica. Ne deriva una contrapposizione narrativa e stilistica che esprime bene il modo diverso di intendere gli affetti e gli avvenimenti. Per Lenny si tratta di sfuggire alla paura della morte e di trovare un senso alla vita dinanzi al crollo del proprio mondo. Per Eunice la storia di amore è una parentesi, da affrontare in modo opportunistico, mettendo in primo piano la famiglia di origine e le proprie aspirazioni. Una peculiarità del romanzo è lʼuso delle parole, ricercate, vezzeggiate, seducenti, con significati inconsueti. In una giornata ventosa Lenny incontra una anziana e stanca donna che > guardò su al vento incombente e disse una parola: Bufera. Soltanto una parola, una parola che significava niente più che un periodo di tempo caratterizzato da forti venti, ma mi prese di sorpresa, mi ricordò di come era usato una volta il linguaggio, la sua precisione e semplicità, la sua capacità di suscitare ricordi.... e cento altri giorni di bufera mi apparvero dinanzi.... noi stavamo comunicando con parole . Ed è proprio la ricercatezza delle parole ad appesantire la lettura, resa difficile da una narrazione lenta, ripetitiva ( anche a causa della struttura duale) e sovente prolissa. Prevale un intellettualismo newyorkese che va a scapito della freschezza del racconto. Perché leggerlo? È una triste storia dʼamore, ultima difesa dinanzi al crollo del mondo occidentale.

Gary ShteyngartKandon House ebook
To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)
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To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)

> Mentre tornavo a casa, pensavo che Jem ed io saremo diventati grandi, ma non cʼera molto altro per noi da imparare, tranne lʼalgebra . Con questo giudizio Scout, la piccola narratrice del romanzo, sintetizza le vicende del libro. Ma che cosa ha imparato realmente la bambina? Maycomb è una citta del sud degli Stati Uniti: > una vecchia e stanca città. (...) Nella stagione delle piogge le strade si trasformavano in una rossa fanghiglia; lʼerba cresceva sui marciapiedi, il tribunale affondava nella piazza. (...) Cʼera in realtà un sistema di caste in Maycomb, ma per me lavorava in questo modo: i vecchi cittadini, lʼattuale generazione di famiglie che erano vissute accanto per anni ed anni, erano totalmente prevedibili gli uni agli altri: essi davano per scontato atteggiamenti, cambiamenti di carattere, perfino gesti, poiché si erano ripetuti in ogni generazione e fissati nel tempo. Scout è una bambina vivace, indipendente, irrequieta. Il suo "eroe > è Jem, il fratellino maggiore, il suo riferimento ideale è il padre. Atticus, viene chiamato per nome dai figli, è uno stimato avvocato e rappresentante della città nel parlamento dello stato; vedovo, educa i figli nel rispetto degli altri e della comunità, ma soprattutto secondo valori autentici, di giustizia e libertà. Tutti hanno il diritto al pieno rispetto delle proprie opinioni, ma prima che io sappia vivere con le altre persone, devo vivere con me stesso. Lʼunica cosa che non si attiene alla regola della maggioranza è la coscienza personale > . Scout e Jem trascorrono le lunghe e calde estati nella continua esplorazione del cortile accanto. In particolare li attira una casa, dove vive nascosta una persona, avvolta nel mistero. Chi è? È un essere mostruoso e pericoloso? Perché vive senza mai uscire? I ragazzi cercano in qualche modo di scoprire questo tenebroso segreto. Ed ancora una volta, come in tanti episodi del romanzo, emerge la serena saggezza di Atticus: ciascuno ha il diritto di vivere come crede; ciò che fa Mr. Radley (lʼoscuro personaggio) ci potrebbe sembrare strano, ma ciò che fa non è strano per lui«E poi, è giusto, chiede Atticus,»mettere la storia della sua vita in pubblico così che sia alla mercé dei chiacchiericci dei vicini > ? Atticus tratta i figli alla pari, dando loro consigli ma anche accettandoli: che cosa farei, si chiede Scout, se Atticus non sentisse la necessità della mia presenza, aiuto e consiglio > ? La storia potrebbe proseguire secondo i toni e i ritmi di un racconto dʼinfanzia, quando irrompe una vicenda tipicamente di stampo razzista. Un negro viene accusato di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca; Atticus é lʼ avvocato dʼufficio, incarico che accetta pur sapendo che si metterà in contrasto con la comunità. Se non lʼavessi fatto, (dice alla figlia), non avrei potuto andare in città a testa alta, non avrei potuto rappresentare la contea in parlamento, e soprattutto non avrei potuto dire a te e a Jem cosa non fare > . Ciò che si svolge nellʼaula del tribunale conferma la grande abilità di Atticus, come avvocato e uomo. La sua arringa finale è la sintesi di che cosa è la democrazia. Thomas Jefferson una volta disse che tutti gli uomini sono stati creati uguali. (...) Noi sappiamo (...) che alcuni sono più intelligenti di altri, alcuni hanno più opportunità perché sono nati privilegiati, alcuni uomini fanno più denaro di altri...(...) Ma cʼè una cosa in questo paese nella quale tutti gli uomini sono stati creati uguali.(...) Questa istituzione è il sistema giudiziario > . La Giustizia è un ideale, esiste comunque la giustizia perché per la legge tutti gli uomini sono uguali. Atticus si illude: il ragazzo nero, pur chiaramente innocente, viene condannato in quanto negro; poi viene ucciso durante la fuga dal carcere. È una doppia sconfitta: il sistema giudiziario non è imparziale, il ragazzo non ha creduto nella giustizia della legge.Il padre della ragazza bianca decide di vendicarsi in quanto durante il processo il suo onore > sarebbe stato infangato da Atticus; tutti hanno capito che è stato lui a picchiare la figlia. Durante la notte di Halloween Scout e Jem sono aggrediti dallʼuomo. Jem cerca di salvare la sorella e nella colluttazione lʼaggressore si accoltella e si uccide (o viene ucciso dal ragazzo?). Jem, incosciente e ferito, è portato al sicuro proprio da Mr. Radley, il mostro della porta accanto. La storia potrebbe avere un lieto fine, se non fosse che Atticus è convinto che sia stato il figlio ad uccidere lʼuomo e vuole che lo sceriffo proceda contro Jem. Se questa cosa venisse messa a tacere sarebbe semplicemente negare di fronte a Jem il modo con il quale ho cercato di educarlo. Talvolta penso che io sia un totale fallimento come genitore, ma io sono tutto ciò che hanno. (...) Se io convivessi con tutto ciò, non potrei francamente guardarlo negli occhi, e il giorno in cui non potessi farlo saprò di averlo perso. Non voglio perdere lui e Scout, perché essi sono tutto ciò che ho. > Lo sceriffo rifiuta di procedere, forte della sua autorità, concludendo in modo sconcertante: lasciamo che il morto seppellisca il morto > , ossia che giustizia sia fatta, con la morte di chi è stata la causa della condanna e dellʼuccisione di un uomo innocente. negro. Ed allora che cosa ha imparato Scout? Ha appreso che non esiste la Giustizia, non cʼè un sistema giudiziario imparziale; ciò che giusto e ciò che non è giusto, il bene e il male sono fissati dalla comunità in cui si vive: essa decide, secondo valori ancestrali e radicati, quando intervenire, quando condannare un uomo innocente, perché non si metta in dubbio la distinzione tra le classi e le razze, e quando invece nascondere le colpe con lʼomertà, perché perseguirle significherebbe incrinare i presupposti di convivenza e di rispetto reciproco. Una frase enigmatica conclude il romanzo. Atticus si rivolge alla figlia e le chiede se anche lei è convinta che lʼuomo si sia ucciso. Scout lo rassicura dicendo: bene: sarebbe come uccidere un usignolo, non è vero? > La mia interpretazione è la seguente: lʼusignolo è lʼinnocenza, che crede ancora nella Giustizia, fingere di credere che lʼuomo si sia ucciso è come riconoscere che non esiste la giustizia con la G maiuscola, prevalgono solo e saldamente i legami familiari e i valori della comunità. Scout è pronta a diventare una piccola donna. Dopo tutto, se la zia può essere una signora in un tempo come questo, potrei esserlo anchʼio". Scout si è omologata, è uscita dallʼinfanzia. Accanto al grande tema etico, quello della Giustizia, il romanzo dà una splendida rappresentazione della società del Sud, del suo ambiente e dei suoi meccanismi sociali: una narrazione da parte di una bambina, con gli occhi sbalorditi dellʼinfanzia. Ad arricchire lʼaffresco è la scrittura: essa attinge alle parole e alle costruzioni sintattiche del della tipica lingua del Sud, dando in tal modo freschezza al racconto e privandolo di una possibile pesantezza, che avrebbe potuto derivare dai suoi connotati moralistici. La lettura in lingua originale non è ovviamente agevole, anche perché un normale dizionario non aiuta la comprensione delle parole e dei modi di dire. Le lunghe digressioni sulla vita della città sono interessanti, tuttavia rallentano il ritmo narrativo, non sempre incalzante. Perché leggerlo? Non ci può fare a meno di innamorare di Atticus e dei suoi figli.

Harper LeeLippincott Company
The Twelve Tribes of Hattie
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The Twelve Tribes of Hattie

> Il destino aveva portato Hattie fuori dalla Georgia a mettere al mondo undici figli e a farli vivere al Nord, ma lei stessa era soltanto una bambina, profondamente inadeguata al compito che le era stato dato . È una donna di colore, ha lasciato una terra di segregazione per ritrovarsi in una periferia degradata, povera, sola, emarginata, ma è determinata a non tornare al Sud e a far crescere i figli nonostante tutto, oltre le sue forze, oltre la sua stessa capacità di amare. Il racconto inizia nel 1928, quando Hattie, sedicenne, ha appena dato alla luce due gemelli. Il freddo, la denutrizione, la mancanza di cure mediche e di farmaci portano i bambini alla morte. > Oh, la loro pelle così soffice! Ella sentì la loro morte come una mutilazione nel suo corpo : una ferita che la rende come > un lago di ghiaccio, sottile e liscio, sotto il quale non si poteva vedere e conoscere niente o > un lungo pomeriggio di gennaio, gli alberi sono sempre spogli e non cʼè un fiore . Se Hattie fosse stata capace di amare di più, preoccupandosi meno di far sopravvivere i figli, la loro vita sarebbe stata migliore? Il romanzo ruota intorno a questa questione e lʼautrice lo fa con grande abilità raccontando momenti della vita degli undici figli, in un arco di tempo di cinquantʼanni, sino al 1980. Dopo il drammatico episodio della morte dei gemelli, la narrazione continua: Loyld, il maggiore dei figli, scopre la sua omosessualità, Six, un altro maschio, rimasto gravemente ustionato da ragazzo, trova il suo destino come reverendo in una chiesa protestante, ma si rivela un uomo falso e ipocrita. Si ritorna, poi, alla figura di Hattie, per parlarci dellʼunica figlia nata fuori dal matrimonio, frutto di una breve e infelice storia dʼamore, e di Ella, che Hattie decide di dare ad una sorella per offrirle una futuro migliore di quello dei fratelli. Nei capitoli successivi è il vuoto esistenziale di Alice al centro del racconto: ha fatto un buon matrimonio e vive in una ricca casa, ma è condannata ad una fragile sopravvivenza a causa della separazione da Billups, il fratello al quale è profondamente legata. Franklin, un altro figlio, è stato abbandonato dalla moglie e cerca in qualche modo la morte in Vietnam. Con gli ultimi episodi cresce la tensione narrativa. Unʼaltra figlia, Bell, non ha più rapporti con Hattie da quando questʼultima ha scoperto che è andata a letto con un suo vecchio amante; ma Bell lʼha fatto perché da bambina ha visto la madre insieme con quellʼuomo ed era così > bella e felice che un pomeriggio pieno di luce era pallido a confronto (...) mentre Hattie era stata sempre seria ed arrabbiata con Bell > . Solo nel letto di ospedale, dove Bell è ricoverata per tubercolosi, madre e figlia si ritrovano, ma anche in questa circostanza, Hattie aveva la stessa espressione seria, nella quale Bell vide la tenerezza, la tenerezza di Hattie, che era sempre dura > . Infine assistiamo alla pazzia dellʼultima figlia, Cassie. Hattie e il marito, ormai anziani e deboli, sono costretti a farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Nel momento di portarla via, Hattie vede nello specchietto retrovisore la nipote, la figlia di Cassie, correre dietro lʼauto, chiamando e cercando di fermarli. Sapeva che Cassie non avrebbe voluto essere vista da sua figlia nei suoi peggiori momenti. Questa era la gentilezza di Hattie. Con dolore separò la figlia dalla nipote." Le vite dei figli di Hattie sono tutte in frantumi e lo sono andate perché non hanno ricevuto quellʼamore materno del quale avevano disperato bisogno. Dʼaltra parte è limitata la quantità di amore che un genitore può dare; nel caso di Hattie troppo misera era la sua condizione sociale per darle ancora energie da dedicare ai figli, al di là di quelle impegnate a farli sopravvivere e ad evitare che morissero come i gemelli. La troppa sofferenza può essere affrontata solo rendendosi duri e forti! Il romanzo ha un forte connotato sociale, ma assume una valenza universale, al di là della specifica situazione della gente afroamericana. Lʼautrice parla delle relazioni tra genitori e figli, della difficoltà dei primi di capire come il benessere materiale non sia sufficiente, ma come ci sia qualcosa di più che si debba dare: lʼattenzione e lʼaffetto. Il limite della tribù di Hattie, e dei figli in generale, è di non sapere apprezzare la dedizione dei genitori, la tenerezza e lʼamore che spesso questi non sanno o non possono esprimere. Il libro è scritto molto bene, ha un intenso ritmo narrativo e i personaggi sono tratteggiati molto bene. Nella sua fatale infelicità Hattie è una figura da tragedia greca, una Medea afroamericana, dura e protettiva, difficile da dimenticare. Lʼautrice si dichiara debitrice a Tony Morrison, ma lo stile di Mathis è più semplice di quello della grande scrittrice afroamericana, così come i personaggi sono maggiormente ancorati alla loro specifica condizione sociale. Si riscontrano nel romanzo un chiaro realismo narrativo, un vocabolario ricco ma non gergale ed una sintassi classica, quasi scolastica. Perché leggerlo? Drammatico, coinvolge profondamente..

Ayana MathisHutchinson
Water
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Water

Nella tradizione indù una vedova > deve stare in lutto perpetuo... la testa viene rasata a zero. i suoi ornamenti rimossi... non deve mangiare cibi cotti al fine di raffreddare le energie sessuali, evitare occasioni mondane perché una vedova porta disgrazia (avendo causato la morte del marito), e deve restare casta, devota e fedele alla memoria del marito . Alla tradizione religiosa si aggiungono motivi economici. Con lʼ emarginazione delle vedove, rinchiuse in edifici dedicati, i familiari, della donna e del defunto, si liberano di una pretendente allʼeredità. Ma > la combinazione della morale indegnità e di innocenza dà (alle vedove) una irresistibile attrattiva erotica. E lʼerotismo è esaltato dalla loro vulnerabilità e disponibilità . La mancanza di mezzi economici (sono spesso abbandonate dai familiari), la solitudine ed esclusione sociale rendono le vedove facili vittime della prostituzione. Il libro tratta della vita e del destino delle vedove. Lo fa con la storia di una bambina. Chuyia non ha sei anni quando viene data in sposa ad un uomo molto più anziano di lei. Vive ancora con la sua famiglia in attesa di diventare donna, quando il marito muore. Viene cacciata senza pietà in una casa per vedove. Sradicata dal suo mondo, abbandonata e dimenticata dai genitori, la bambina si deve ricostruire un mondo di affetti. Lo ritrova in alcune compagne di sventura, più anziane di lei: la vecchia Bua, che ancora ricorda i dolci e le leccornie che furono servite al suo sfarzoso matrimonio, Shankuntala, che vive con profonda religiosità il suo destino di vedova e che si chiede se la sua vita non sia > unʼillusione che scoppiò come una bolla ed aprì in unʼaltra illusione nella quale lei era una vedova , e la splendida Kalyani, che proprio per la sua bellezza, è stata costretta a prostituirsi e ha imparato a «vivere come un loto, non corrotto dallʼacqua sporca». La vita di Kalyani è , infatti, una serie di episodi distinti, di scatole, che alcune apriva alla luce del sole, altre («le chiamate notturne») rimosse e nascoste a sé stessa. In qualche modo ciascuna delle vedove ha trovato un modus vivendi per rendere accettabile la vita, altrimenti insopportabile. E questo sarebbe il destino di Chuyia, quando sopraggiungono due fatti terribili: Kalyani si uccide, avendo appreso che il giovane, di cui si è innamorata, è figlio dellʼuomo al quale si prostituisce; Chuyia, non ancora compiuti nove anni, viene drogata e violentata, anche per essere, in questo modo, introdotta alla prostituzione. Come può la pia Shankuntala credere ancora in una religione, che giustifica questi destini crudeli e ingiusti? È proprio vero che Dio è la verità o non è vero ciò che dice Gandhi che è la Verità ad essere Dio? Ossia che noi dobbiamo operare secondo la coscienza di essere parte di un tutto, nel quale ogni essere ha la stessa dignità e diritto di vivere. Con questa consapevolezza, che la rende finalmente libera, Shakuntala decide di salvare almeno Chuyia, affidandola a Gandhi. Il lieto fine non è una sorpresa, peraltro gradita. È la conseguenza di una maturazione culturale e psicologica. È il segno di una liberazione. Il romanzo si sviluppa lentamente, con un ritmo che rispecchia lʼineluttabilità del destino delle vedove. La scena di avvio emana una serenità infantile, che precocemente si disperde. > Uccelli saltavano tra i rami degli alberi, facendo tremare le foglie e riempiendo la foresta di cinguettii... Tutti i sensi di Chuyia si acuivano nella selvaggia bellezza della foresta, la sua respirazione rallentava per conciliarsi con il profondo ritmo del mondo vegetale, e il suo cuore era in pace . È lʼimmagine di quella compenetrazione con il «tutto», con la Verità, il messaggio di Gandhi: compenetrazione spezzata dalle regole crudeli della società. Seguiamo, poi, la bambina nella casa delle vedove. Non ci sono facili moralismi o denunce sociali: è così ed è sempre stato così. È vero ci sono piccole scene di rivolta, ma domina una malinconica accettazione del proprio destino. Le donne tornano sempre ai ricordi, si concentrano nella preghiera e nel culto dei morti. Prevale una nostalgica dolcezza, che si riflette nella scrittura: ricca nei vocaboli, piena di aggettivi ricercati, tranquilla come devono essere le vedove. Il romanzo prende velocità nelle ultime pagine, quando, dinanzi allʼorrore di quanto è avvenuto, Shankuntala riprende in mano il proprio destino e prevalgono il tumulto della folla, le grida del popolo, il precipitarsi degli avvenimenti. Perché leggerlo? Descrive il mondo indiano, sospeso tra tradizioni ancestrali e rinnovamento. Descrive, anche, le assurde ed opprimenti regole di qualsiasi religione e tradizione.

Bapsi SidwhaMlkweed Editions
White Fang
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White Fang

Zanna Bianca è il racconto della nascita dellʼamicizia tra il lupo e lʼuomo, ma anche la narrazione di una catarsi, di un passaggio dalla solitudine alla socievolezza. Il romanzo prende lʼavvio dal conflitto mortale tra le due specie animali. Due uomini, con i loro cani, sono inseguiti da un branco di lupi, disperatamente alla ricerca del cibo nel freddo inverno del Nord America. Pazientemente, con unʼazione lucida e spietata, i lupi eliminano progressivamente i diversi componenti del gruppo per dare lʼassalto finale allʼunico sopravvissuto. In questo momento fatale non cʼè più spazio per lʼarroganza della specie umana, per i suoi contorcimenti intellettuali, per la sua presunta supremazia. Lʼuomo > lanciava uno sguardo di terrore al cerchio di lupi che si sarebbe disegnato prevedibilmente intorno a lui, e improvvisamente lo colpì la consapevolezza che questo suo meraviglioso corpo, questa carne pulsante, era niente più che carne, ricerca di animali voraci, da essere lacerata e squarciata dalle zanne fameliche( dei lupi) per essere nutrimento per loro, così come il topo e il coniglio erano stati spesso nutrimento per lui . Al sopraggiungere di alcuni cacciatori, il branco di lupi si dà alla fuga, sciogliendosi. Una femmina e due maschi si allontano insieme. È questa la parte più bella del libro, nella quale London descrive efficacemente la natura selvaggia della foresta, la lotta dei due maschi per la femmina, lʼaccoppiamento e la nascita dei cuccioli, la scoperta da parte di questʼultimi del mondo circostante, la fame che distrugge la famiglia, tranne la lupa ed uno dei cuccioli, Zanna Bianca. La natura è affascinante ma brutale, tra le diverse specie cʼè una lotta senza quartiere per il cibo, nella quale vince il più forte e il più astuto. La visione competitiva dellʼOttocento, di una borghesia trionfante, emerge nelle pagine di London, insieme con un romanticismo che si alimenta della ricchezza e del mistero dellʼambiente. La madre di Zanna Bianca è un incrocio tra un lupo ed un cane. Lʼeredità genetica è per London un imprinting da cui nessun essere può sfuggire, > perché la vita raggiunge il suo culmine quando si realizza al massimo ciò per cui è equipaggiata per fare . Lʼincontro con una tribù di indiani fa riemergere nella madre di Zanna Bianca la sua natura di «cane», dipendente dallʼuomo. Il contatto con lʼuomo è per Zanna Bianca una prova estremamente dura, un continuo conflitto tra la sua natura indipendente e la devozione per la forza dellʼuomo, che nella sua psicologia animale è vissuto come un " dio > . Non cʼè affetto verso lʼuomo, cʼè invece in Zanna Bianca timore ed ammirazione. Insieme con gli uomini ci sono i cani. Solo contro tutti Zanna Bianca cresce duro, spietato, guerriero: non imparò mai a giocare con ( i cani), sapeva soltanto come combattere > . Diviene un freddo lottatore, ma anche un animale solitario e triste, perché non ha conosciuto lʼaffetto e il gioco degli altri cuccioli. Le sue qualità di lottatore gli saranno preziose quando, venduto ad un crudele uomo bianco, viene usato nei combattimenti tra cani, nei quali risulta sempre vincitore. Zanna Bianca conosce sino in fondo il mondo dellʼodio, da cui sa di potersi difendere solo con la forza e lʼastuzia: non ha amici e non li cerca. Ed è proprio in occasione di un combattimento che Zanna Bianca, gravemente ferito, viene salvato, curato e custodito da un ricco cacciatore dʼoro. Da qui in poi la storia diviene banale e scontata. Pian piano, giorno dopo giorno, Zanna Bianca scopre che è capace di affetto e di devozione verso lʼuomo, non è più solo, è circondato da un ambiente pieno di amore, scopre lʼamicizia e con essa la paternità: il cucciolo si stravaccò di fronte a lui. ( Zanna Bianca) sollevò le orecchie e lo guardò curiosamente. Poi i loro nasi si toccarono ed egli sentì la piccola calda lingua del cucciolo sulla mascella. La lingua di Zanna Bianca venne fuori, egli non capiva perché, e leccò il muso del cucciolo. Le prime due parti del libro sono splendide e chiare nel loro significato. Lʼattacco dei lupi contro gli uomini e la descrizione da esperto naturalista della foresta sono una evidente esaltazione della natura selvaggia, della forza indomita degli ambienti dove si combatte ad armi pari" per sopravvivere e non per divertirsi. Poi invece subentra la complessità dei rapporti umani: lʼodio, il divertimento sulla pelle degli innocenti ( gli animali), lʼambiguità dellʼaffetto umano, che vuole comunque fedeltà e ubbidienza. Zanna Bianca è in fondo una vittima dellʼuomo, come lo sono tutti gli animali. Il suo istinto deve piegarsi alle leggi dellʼuomo e solo nella paternità ritrova il suo destino di lupo. Sotto il profilo della scrittura, il pregio fondamentale di Jack London è il ritmo narrativo, ricco di azioni pur allʼinterno di una eccezionale compattezza della trama. Lʼautore non ha bisogno di ampliare il racconto, che invece è un continuo approfondimento dello stesso tema, affidato ad un uso ricco e multiforme di verbi ed aggettivi. Perché leggerlo? E un piacere lasciarsi trascinare dallʼamore di London per i lupi e la natura.

Jack LondonLumiRead
The White Tiger
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The White Tiger

Negli splendidi racconti di «Between the Assassinations» Arvind Adiga aveva sviluppato una cronaca pessimistica di un destino sociale immutabile, al quale si può sfuggire solo con una disperata scelta individuale. Lo scrittore indiano torna sul tema con questo romanzo, che narra la storia della ribellione di un uomo, contro la cristallizzazione delle caste, lo sfruttamento del ricco sul povero, la prigionia sociale costituita dalla tradizione e dai legami familiari. Non ci sono grandi idealità dietro la rivolta; cʼè banalmente il desiderio di avere > lʼopportunità di essere un uomo, e per questo, valeva la pena uccidere . Lʼautore immagina che il protagonista scriva al primo ministro cinese per spiegare come si diventi imprenditori di successo nellʼIndia moderna, «centro della tecnologia e dellʼoutsourcing». Non bisogna aver fatto lʼuniversità e vestire abiti eleganti: gli imprenditori sono fatti di «argilla mal riuscita», devono provenire dalla parte oscura della società ed avere la determinazione di chi non ha nulla da perdere, di chi sa che ci sono «solo due destini: mangiare o essere mangiati». Il protagonista ha il profilo giusto. È vero che nel povero villaggio, dove è nato e cresciuto, non gli hanno dato neanche un nome, ma lo chiamano soltanto Munna, ragazzo, ma, sin da bambino, sente che non è destinato a «restare uno schiavo». Solo che non è così facile «sputare il proprio passato». Bisogna liberarsi dalla «gabbia», nella quale si è stati rinchiusi fin dalla nascita. Per rappresentare questo stato sociale, e psicologico, lʼautore usa una efficace metafora: il macello del pollame. > Va nella vecchia Delhi e guarda come tengono i polli là nel mercato. Centinaia di pallide galline e di brillanti galli colorati, rinchiusi strettamente in gabbiette di metallo, addensati come vermi in uno stomaco (...). Su un tavolo di legno (...) siede un giovane macellaio, che sorride soddisfatto, mostrando la carne e gli organi di un pollo appena macellato (...). I galli vedono gli organi dei loro fratelli che giacciono intorno. Sanno che saranno i prossimi. Tuttavia non si ribellano. Non cercano di fuggire dalla gabbia.(...) Perché il desiderio di essere un servo è stato inseminato in me; scolpito nel mio cervello, chiodo dopo chiodo, e iniettato nel mio sangue, nello stesso modo in cui rifiuti e veleni industriali sono stati riversati nella Madre Gange. (...) I servi devono impedire gli altri servi dal divenire innovatori, sperimentatori o imprenditori. (...) La gabbia è conservata dallʼinterno . Il racconto è appunto la liberazione del protagonista da questa sottile ma indissolubile prigione. Per un caso, riesce a trasferirsi a Nuova Delhi come autista del fratello del boss del villaggio. È ancora un servo a tutti gli effetti, a disposizione per qualsiasi esigenza; ma guidare lʼauto gli permette di accedere a tutti gli aspetti della vita del suo padrone, da quelli intimi ai loschi affari. È una sorta di svelamento, di scoperta dei peccati e della vacuità dei ricchi. Lʼubbidienza e la soggezione inculcati per secoli lo avrebbero, tuttavia, mantenuto un servo fedele; al massimo, si sarebbe concesso qualche innocente piacere, come fanno gli altri autisti: urinare nelle piante dei padroni, schiaffeggiarli mentre dormono, battere i loro animali domestici. Un episodio contribuisce a fargli prendere coscienza. La moglie del padrone investe un povero e la famiglia del boss vuole che Munna si dichiari colpevole e vada in carcere. Gli stessi parenti del protagonista lo invitano a compiere questo sacrificio, come se fosse una cosa naturale. Per fortuna la polizia, opportunamente pagata, chiude lʼinchiesta e non ci sono, quindi, conseguenze; ma il protagonista capisce lʼinconsistenza dei tradizionali valori di fedeltà e lʼipocrisia del benevolo paternalismo mostrato dal padrone. Spesso deve condurre questʼultimo, con una borsa piena di contanti, a corrompere dei funzionari governativi. Decide di approfittarne: uccide il padrone e si appropria dei soldi, ponendo le basi per divenire imprenditore di successo. La caustica ironia della narrazione non deve ingannare: il romanzo è fortemente realista, un freddo resoconto sociale e una vigorosa denuncia politica. Lʼintera società indiana ne esce dissacrata e palesata nella sua vera natura, sia quella moderna (il mito della più grande democrazia del mondo, lo sviluppo economico impetuoso e risolutore) che quella tradizionale, che tanto affascina gli occidentali. Il protagonista è una figura stereotipata, freddo e cinico come il padrone che ha ucciso: una vera «tigre bianca», perché crudele e nel contempo rara. Munna raggiunge il successo, ma non è questo che consola il lettore. La speranza sta nel fatto che compie due atti di umanità: fuggendo dopo il delitto, rischia di essere catturato dalla polizia per salvare un cuginetto, che vive con lui; rimborsa la madre di un uomo che è stato investito da un suo autista. Piccole cenni di solidarietà, che non ci fanno dimenticare come il protagonista non abbia avvisato i parenti della vendetta della famiglia del boss, che infatti li truciderà tutti. Laddove ciò che è importante è «la dimensione della pancia», i soldi, cʼè poco spazio per essere «buoni»! Il pregio principale del romanzo è lo stile narrativo: una scrittura sobria ma ricca. Il difetto risiede nella trama, che non riesce a mantenere un intenso ritmo narrativo, rendendo il racconto spesso ripetitivo, con troppe parentesi di carattere sociologico e politico. Nello svolgimento lʼautote non mantiene le aspettative che nascono dallʼ intrigante espediente letterario della lettera al primo ministro cinese. Perché leggerlo? Una forte impronta realista, una efficace scrittura.

Aravind AdigaAtlantic Books