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Mansfield Park
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Mansfield Park

Una bambina di 10 anni, una parente povera, viene accolta dallo zio, Sir Thomas Bertram, un ricco possidente, autorevole membro del parlamento e della comunità. Sin dallʼinizio devono essere chiare le regole: > senza mortificarla troppo, farle ricordare che non è una Miss Bertram ; e Fanny Price risponde bene alle aspettative: piccola per la sua età, senza una particolare bellezza, eccessivamente timida, ritrosa e schiva, > la coscienza di essere una parente povera si accresceva di pari passo con la convinzione che per un essere insignificante come lei fosse giusto non essere felice . In un colloquio con il cugino Edmund, con il quale entra in sintonia sin dalla prima adolescenza, Fanny afferma: > non potrò mai essere importante a qualcuno, che cosa lo impedisce? (chiede perplesso il cugino), ogni cosa, la mia situazione, la mia mancanza di giudizio, la mia bruttezza . Ma sono proprio la solitudine, la sensazione di essere unʼestranea, di dover sempre essere attenta alla forma e alle norme sociali, che contribuiscono a creare una forte personalità, indipendente, impregnata di saldi valori etici. Tutto ciò non le fa perdere la «bussola» nel momento in cui lʼintera famiglia si lascia travolgere dal fascino del teatro; approfittando della mancanza di Sir Thomas, lontano per lungo tempo a causa di affari nelle Antille, decidono di mettere in scena una commedia allora famosa, Loverʼs Vows (Giuramenti di innamorati). È un periodo di «generale follia», come dirà in seguito Edmund, nel quale tutti escono dai rigidi ruoli sociali, ai quali si devono attenere, per assumere i panni dei diversi protagonisti della commedia, considerata allora licenziosa per la trama e i personaggi. Lʼunica che si rifiuta con ostinazione a non partecipare è Fanny; ciò le permette di osservare il comportamento degli altri, ed in particolare quello di Edward Crawford, un brillante giovane, che corteggia senza ritegno la cugina più grande di Fanny, malgrado sia già fidanzata. Al ritorno di Sir Thomas tutto sembra tornare nella normalità, con Fanny maggiormente apprezzata dallo zio per il virtuoso contegno tenuto durante la «generale follia». Arriviamo ad un punto di svolta. Sino a questo momento Fanny appare come una ragazza un poʼ bigotta, unʼacqua cheta, anche leggermente opportunista e servile; la sua personalità emergerà pienamente quando dovrà misurarsi con un grave pericolo, per lei così indipendente: un uomo vuole decidere il suo destino. Edward intende «espugnare» Fanny, lui abituato a essere cercato dalle donne ne ha trovato una che lo tiene a distanza, e tutto ciò lo intriga, forse è un capriccio ma lʼuomo sembra avere intenzioni serie: è generoso, affabile, con le sue conoscenze ha fatto in modo che il fratello di Fanny fosse nominato luogotenente di marina, è un buon partito, che darebbe agiatezza e sicurezza alla povera ragazza. Ma lei, ormai diciottenne, non lo può accettare. > Stava soffrendo, pensando, tremando, intorno ad ogni cosa, agitata, felice, miserabile, infinitamente grata, enormemente arrabbiata. (...) No, no, no, ella gridò, nascondendo il viso, tutto questo non ha senso, (...) Non voglio, non posso sopportarlo. Non devo ascoltare queste cose. No, no, non pensi a me. Ma lei non sta pensando a me. So bene che tutto questo è niente . Se riesce a resistere facilmente allʼassalto di Edward, è ben più difficile contrastare lo zio. Sir Thomas, forte della sua autorevolezza, cerca di convincere Fanny; stupefatto ed anche adirato, per la mancanza di gratitudine e di rispetto, si imbatte in un drastico rifiuto della ragazza. > Con gli occhi fissi intensamente su una delle finestre, ascoltava lo zio, nel più grande turbamento e sgomento . E alla domanda sconcertata dello zio sulle ragioni del rifiuto, la risposta di Fanny è semplice ma rivoluzionaria per i tempi: > non posso amarlo, Sir, abbastanza per sposarlo. (...) Hai qualche ragione, bambina, per pensare male del carattere di Crawford? (chiede gentilmente lo zio). No, sir, (...) e avrebbe voluto agggiungere, ma ne ho dei suoi principi, e le mancò il cuore di raccontare al padre della cattiva condotta di Crawford verso la cugina. I problemi di Fanny non sono finiti. Prima deve confrontarsi con Edmund ed anche lui cerca di convincerla, poi viene mandata per alcuni mesi presso i genitori; è uno stratagemma di Sir Thomas per farle vedere quali sono le misere condizioni sociali nelle quali potrebbe vivere in futuro, qualora venisse a mancare lʼappoggio dello zio; è opportuno che accetti lʼofferta di Edward, il matrimonio con un ricco giovane. La questione si risolve da sola, la commedia non è stato solo un periodo di «generale follia», ha scatenato le forze sottostanti alla rigida vita borghese. La famiglia di Sir Thomas si sgretola, in particolare la cugina abbandona il marito e fugge con Edward. Per Fanny la storia ha un lieto fine: torna a Mansfield trionfalmente e sposa il cugino Edmund. Affrontare il romanzo dal punto di vista di Fanny è forse una prospettiva ovvia e riduttiva, se si considerano i numerosi personaggi, le problematiche sociali affrontate sotto traccia, ed in particolare il ruolo del teatro nel racconto, la sua funzione demoniaca e liberatrice: tema che ha attirato lʼattenzione della maggior parte dei critici, tanto da far dire che non sarebbe possibile leggere il libro senza conoscere Loverʼs Vows. Al di là del contesto storico, la questione è di grande attualità: quanto può essere scossa lʼesperienza di una diciottenne? Le traversie di Fanny lʼhanno rafforzata, è certo, dandole quella personalità che le ha permesso di governare il destino; ma tutto questo è giusto? Non si sarebbe dovuto proteggere la ragazza, lasciarle la possibilità di crescere serenamente? Sono queste le questioni che rendono ancora attuale il romanzo. Il romanzo è molto lungo e non sempre regge il ritmo narrativo; la scrittura è quella tipica di Jane Austen, involuta e complessa. Per essere apprezzato i libro va letto con attenzione e pazienza, ricercando il suo valore nel dettaglio, negli scorci inattesi e sempre puntuali sulla psicologia dei personaggi, nello spirito di indipendenza che anima lʼintero libro, nei giudizi taglienti e sempre azzeccati sugli uomini e sulla società. Perché leggerlo? Un poʼ lungo ma vale la pena leggerlo, con pazienza ed attenzione.

Jane AustenAnthem Press
Matterhorn
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Matterhorn

Il romanzo è ambientato in Vietnam e racconta le vicende drammatiche di una compagnia dellʼesercito americano, costretta prima a presidiare un avamposto in mezzo alla giungla, poi ad abbandonarlo, perché considerato inutile dai comandi militari, ed infine a riconquistarlo in una sanguinosa battaglia. Matterhorn è una montagna, un limitato territorio,un micro cosmo, che permette allʼautore ( un ex marine multi decorato) di narrare lʼassurdità della guerra e i perversi meccanismi che la sostengono. E lo fa dal punto di vista dei soldati, tutti giovanissimi. Nella guerra un soldato non è che > la cenere di un gioco crudele... non è altro che una raccolta di vuoti eventi che finirà come una fotografia sbiadita sopra il caminetto dei propri genitori. Anchʼessi moriranno, e i parenti che non sapranno di chi era la fotografia la getteranno via . Nella guerra > la gente che si ama morirà per dare significato e vita a ciò che si è sempre pensato che fossero parole senza senso, un linguaggio di morte . Il romanzo si articola in tre parti, che possono anche essere interpretate come una sorta di percorso di vita militare di un giovane, ancora studente: dalla sua iniziazione come ufficiale al forgiarsi nella lotta epica contro il nemico sino alla disperazione esistenziale, alla perdita dellʼunico legame che vale in guerra: lʼamicizia. Mellas è un diciannovenne ufficiale, che, come vuole una assurda tradizione militare, viene inviato al fronte, pur inesperto. Mellas deve prendere decisioni determinanti per la sopravvivenza sua e dei soldati a lui affidati. Ci si muove in un ambiente ostile, in mezzo alla nebbia, alla giungla, ad insetti aggressivi e ad animali feroci. Il nemico è invisibile e spesso si spara senza sapere se cʼè veramente e se si è colpito qualcuno. Ma il giovane ufficiale non è mai solo perché i comandanti, comodamente al sicuro bevendo e fumando, lo inseguono con la radio, chiedendogli la posizione, il numero dei nemici uccisi ( spesso inventato per farli stare tranquilli) e le ragioni per cui non opera con maggiore determinazione. > Già stanco per mancanza di sonno, Mellas adesso combatteva con la fatica fisica che veniva dallʼaprirsi una strada attraverso una quasi impenetrabile boscaglia, salendo per pendii fangosi per guadagnare un costone, per cercare un sentiero, una traccia. Era bagnato sia dal sudore che dalla pioggia. Sforzo, Peso, Mosche, Tagli. Vegetazione. Egli non si curava più dovʼerano e perché.... ( ancora) trecento novanta nove giorni e poi alzarsi per andarsene . Ma anche Mellas viene preso dallʼambizione, dalla voglia di fare carriera. Si offre di andare in perlustrazione con alcuni soldati. In mezzo alla fitta foresta tropicale incontrano finalmente un vietcong, che viene mortalmente ferito. È un giovane, come lui e come i suoi compagni. Terrorizzato chiede aiuto, ma Mellas sa che il vero aiuto sarebbe quello di ucciderlo per non lasciarlo in pasto alle tigri. Non se la sente e ritorna piangendo allʼavamposto. Non si rassegna che sia questa la guerra, e > nel fare così egli scopriva se stesso alla pena di vedere gettare via i legami di quei nemici uccisi con chi li amava: madri, sorelle, amici e mogli. Il commando ha deciso che la compagnia deve abbandonare lʼavamposto e raggiungere il più rapidamente possibile unʼaltra località, sempre in mezzo alla giungla. E i marine sono costretti ad una marcia defaticante, trascinandosi dietro feriti e persino i cadaveri di soldati morti, uno sbranato da una tigre ed un altro ucciso da una forma di malaria che esiste solo in quella particolare zona del Vietnam. Poiché non hanno raggiunto nel tempo richiesto questo nuovo avamposto, altrettanto inutile quanto il precedente, la compagnia viene messa a disposizione per interventi di emergenza nei punti più delicati del fronte. Mellas vuole protestare per una decisione così ingiusta, ma lʼamico Hawke gli rammenta che bisogna essere un poʼ politici, non per sé stessi, in fondo si è ufficiali di leva, ma perché il comando per ripicca potrebbe non inviare gli elicotteri, che servono per rifornire le compagnie al fronte e per recuperare feriti e deceduti. Lʼelicottero è unʼarma di ricatto! Nella seconda parte del romanzo la compagnia, cui appartiene Mellas, viene mandata a riconquistare Matterhorn, adesso presidiata dal nemico. Non è chiaro al comando militare quanti siano i vietnamiti, ma non importa. Bisogna compiere un atto eroico, che metta in buona luce gli alti ufficiali del reggimento, favorendone la carriera. La compagnia si trova coinvolta in una battaglia terribile. È una narrazione epica, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e i suoi episodi guerreschi. Ciò che spinge i militari americani non è certo un ideale (perché siamo qui, si chiedono i soldati, il Vietnam ha dellʼoro, del petrolio o qualche altra materia prima?). Ciò che li porta a compiere atti incredibili di valore sono la fraternità e la rabbia: salvare i compagni, recuperare i feriti o almeno i cadaveri; lottare pensando di avere davanti a sé, come veri nemici, chi li ha portati in questa carneficina. E poi cʼè il gusto di uccidere per uccidere. La tensione e la paura creano un legame tra i nemici, che sono come incatenati in una rete di violenza e di morte. Nella terza parte del racconto, Mellas è ferito nel combattimento e va, quindi, in convalescenza. Ma quando ritorna scopre che durante la tregua la compagnia è interessata dal conflitto tra bianchi e neri, che caratterizza la società americana e che era transitoriamente scomparso durante le azioni di guerra. La solidarietà e lʼamicizia che si creano in combattimento sospendono soltanto le rivalità sociali e razziali. La guerra non è un momento di reale cambiamento, abitua solo alla violenza. Ed infatti lʼamico Hawke viene ucciso in un attentato organizzato da un gruppo di affiliati ai fratelli neri. Niente cambia realmente, si è solo ombre, > muovendo attraverso questo paesaggio di montagne e valli, cambiando il carattere delle cose come le ombre si muovono ma lasciando niente di mutato quando esse lasciano. Solo le ombre stesse possono cambiare . La guerra innesca una trasformazione individuale,non collettiva. È senza dubbio un libro di guerra, nel quale lʼelemento epico è prevalente. Sarebbe tuttavia limitativo ritenere questo romanzo una narrazione del conflitto del Vietnam, una sorta di poema in prosa, di moderna Iliade. Non è solo questo. È una denuncia della guerra. Già raccontarla partendo da un luogo così limitato, Matterhorn e il suo territorio circostante, permette di calarsi nella dimensione quotidiana ma tragica dellʼesperienza di singoli uomini, facendo perdere il carattere complessivo e specifico del conflitto del Vietnam. Si parla della guerra, di qualsiasi guerra. Cʼè poi la figura di Mellas, senza dubbio autobiografica. Il giovane rifiuta di accettare le inesorabili leggi della vita militare e della guerra. Ma non le respinge per la nostalgia della vita civile, che per lui, come per gli altri, è data per persa. Non accetta lʼinutilità delle decisioni, la sofferenza gratuita inflitta ai soldati e lʼuccisione di nemici, a lui sconosciuti, ma comunque esseri umani con le loro vite a casa, giovani anchʼessi con un loro futuro. È il racconto del dramma di tutte le guerre. Il libro è molto lungo, estremamente dettagliato, talvolta scivola nel resoconto. Alla fine, si è un pò stanchi di tanti trucidamenti. Ma è forse è questo lʼintento dellʼautore: stomacarci della guerra. Perché leggerlo? È uno splendido libro di guerra.

Karl MarlantesAtlantic Monthly Press
Middlesex
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Middlesex

Il libro narra di Callie Stephanides, nato con caratteristiche femminili che si evolvono con l’adolescenza in tratti chiaramente maschili. L’ambiguità sessuale, che deriva da una caratteristica genetica, determina la vita del protagonista, che non riesce ad accettare se stesso, un maschio con organi sessuali poco sviluppati, se non alla fine del romanzo, che ripercorre le vicende di diverse generazioni della sua famiglia. Il romanzo si può articolare in tre parti: le vicende dei nonni, che dalla Grecia aggredita dai turchi si trasferirono in America, la storia dei genitori e quindi l’infanzia di Callie, come bambina e ragazza, e infine la scoperta dell’ambiguità sessuale, in realtà sempre sospettata dal protagonista, e quindi la decisione di diventare un maschio e la fuga dalla casa dei genitori. La parte migliore del romanzo è senza dubbio la prima parte, perché la narrazione perde poi di suggestione e di ritmo per diventare via via sempre più noiosa e scontata. Il romanzo ha due temi fondamentali: l’ambiguità dell’identità di ciascuno di noi, perché possiamo essere contemporaneamente molti individui e culture nello stesso tempo; l’eredità genetica, nel senso che noi siamo quello che l’evoluzione, anche biologica, della nostra famiglia ha in qualche modo determinato. L’ambiente, le vicende della vita, le persone che si incontrano sono tutti fattori molto importanti, ma ciò che incide soprattutto è la nostra storia, della quale noi non abbiamo responsabilità e colpa. In un periodo storico nel quale ogni malattia viene ricondotta ai comportamenti, il libro riporta invece a una visione complessiva delle caratteristiche dell’individuo. Da questo punto di vista il romanzo appare superficiale nel momento in cui deve descrivere il momento di svolta del protagonista, il quale decide di rifiutare la scelta del medico di forzare la sua natura verso il lato femminile e di scegliere invece la sua nuova vita da maschio. Che cosa lo trascina in questa direzione? Coma fa ad abbandonare così facilmente un mondo di sentimenti e di comportamenti che aveva dominato la sua infanzia? È sufficiente tagliarsi i capelli? Il romanzo non tratta di tutto questo e sembra prevalere come tema narrativo di fondo la storia della famiglia piuttosto che le vicende e i sentimenti del protagonista. È forse per questo che sembra più evidente la ricerca di unʼidentità culturale (la matrice greca che si mescola a quella americana) che quella sessuale e individuale, che sembra persino un espediente per rendere più accattivante il romanzo.

Jeffrey EugenidesBloomsbury
Midnight's Children
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Midnight's Children

Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .

Salman RushdieVintage
Minaret
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Minaret

Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia. Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra. Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba. Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre. È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa. In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato. Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose. Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose. Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta. Il libro si muove su due livelli. Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano. La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea. Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini. La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata. Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa. > Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo. Lei non sa che egli non è una sua esternazione. Glielo dico. E dicendolo lo perdo. Le do la chiave nelle sue mani . In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia. Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta. È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo. Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.

Leila AboulelaPolygon
Moby Dick
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Moby Dick

> Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito . Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come «un comune e scrupoloso topo di biblioteca» riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. > Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta . Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. > Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora . Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. > Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile. (...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro. (...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo . (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più. > La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: Cavalieri e scudieri > . È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il monomaniaco«protagonista.»Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini > . Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione > . Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia. Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto! Follia! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo > . Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo. > La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato La grande armada > , nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. Dʼaltra parte non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante > . Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni > . Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato > . Cosa hai fatto Achab? Come hai potuto contendere il grande Leviatano? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta? Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte. Un bel libro di Gianni Valente ( Dallʼarca di Noè a Moby Dick > , Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: simboli di vizi e virtù > . Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio > (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un altro > , dotato di una propria identità. È un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo scienziato > , Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa. Perché leggerlo? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.

Herman MelvilleWordsworth Editions
Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)
RecensioneInglese

Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)

"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? / Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, “L’arpione della memoria” dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). È possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare >? È giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. È nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. >. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: >. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata >. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del >; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: >. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, e le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. >. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, >. E allora come cantò il poeta >. La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino. La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. È un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani! Perché leggerlo? È un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.

Susan AbulhawaBloomsbury
Murder for the wrong reason
RecensioneInglese

Murder for the wrong reason

Si tratta di un breve racconto, che è suddiviso in tre capitoli. Nel primo viene scoperto il cadavere e come nei classici racconti polizieschi arriva lʼispettore con il suo assistente. Lʼautore sembra divertirsi a ricostruire le dinamiche ormai collaudate dalla letteratura gialla tra il capo esperto e il giovane poliziotto. Emergono, tuttavia, sin dallʼinizio alcune singolarità. Lʼispettore dichiara di essere arrivato troppo tardi per salvare la vittima ( ma allora sapeva che stava per essere ucciso?), la quale si meritava, sempre per lʼispettore, di essere uccisa, in quanto era un ricattatore e aveva numerose storie con le donne. È difficile risolvere il caso, poi aggiunge, «in quanto ci sono cinquecento uomini, ed altre donne, con un motivo». Bisogna dire che il lettore rimane disorientato dal primo capitolo, sospettando qualche cosa di particolare ma non riuscendo ancora a capire il senso del racconto. Il secondo capitolo si apre aperto a qualsiasi sviluppo. Lʼispettore va a casa del presunto assassino ( e guarda caso ci va da solo senza lʼassistente) e qui il racconto diventa un continuo oscillare tra il passato e il presente. Lʼispettore parla al sospettato, il quale non risponde, e gli ricorda avvenimenti trascorsi: la persona era stata innamorata di una donna, che gli ha poi preferito la vittima, perchè ricca e potente. Il racconto abbandona ormai lʼordine e la razionalità di una storia poliziesca e diviene sempre più una serie di immagini della mente dellʼispettore. Il ricordo della sua vita ritorna alla superficie: > una sequela di immagini gli oscillarono nella mente, di giorni e di notti di una grande passione, tenerezza e continuamente di pace. Dimenticò i giorni durante i quali aveva osservato la lenta disintegrazione della propria personalità e la corruzione, dimenticò persino di essere lʼispettore investigativo Mason di Scotland Yard . Ma il legame tra passato e presente è come uno specchio di fronte al quale ci si riflette e attraverso il quale si può vedere il presente dal passato e viceversa. A questo punto il mistero avvince il lettore e come in tutti romanzi polizieschi la soluzione è semplice: lʼispettore è lʼassassino. Si capisce che il secondo capitolo ha riportato i pensieri dellʼispettore e il tutto è durato pochi minuti. Il terzo capitolo descrive la dinamica del delitto nonché le prove che inchiodano lʼassassino. Un racconto breve ma affascinante, anche se di difficile lettura. Innanzitutto emerge il tema dellʼambiguità del reale,che solo con la morte trova una consistenza al di là dellʼimmaginazione: «dopotutto ogni cosa si riduceva ad un fatto biologico». In secondo luogo il racconto è un virtuosismo, sia dal punto di vista della struttura narrativa, capace di creare disorientamento ed attesa nel lettore, che per quanto riguarda la tecnica di scrittura. Lʼautore ricorre volentieri a modi di dire e ad un vocabolario che appartengono alla lingua colloquiale, rendendo non sempre il testo di immediata comprensione: ciò contribuisce al fascino misterioso del racconto. Perché leggerlo? Per apprezzare la tecnica narrativa dallʼautore.

Graham GreeneL'Espresso