La ragazza che giocava con il fuoco
Il romanzo è, in qualche modo, la continuazione del libro precedente. Questa volta la protagonista è la ragazza, Lisbeth Salander. L’avvio è lento e disteso. Lisbeth, ormai immensamente ricca, vive nei caraibi e ritorna poi in Svezia, dove riprende una relazione con una vecchia amica e ricontatta il suo vecchio tutore, ricoverato in clinica per un ictus. Il giornalista, invece, è coinvolto in unʼindagine sullo sfruttamento del sesso, portato avanti da una coppia, una ricercatrice universitaria e un giornalista. Nel frattempo, il nuovo tutore di Lisbeth, un avvocato depravato, vuole vendicarsi della ragazza, che lo tiene in pugno con un filmato che lo riprende mentre la violenta, e quindi coinvolge un gruppo di delinquenti. A questo punto il romanzo assume un ritmo più intenso: l’avvocato viene ucciso con la stessa pistola con la quale vengono assassinati, la stessa notte, la ricercatrice universitaria e il giornalista convivente. Viene accusata Lisbeth, andando a ripescare la vecchia storia di squilibrio psicologico della ragazza. Tutto il paese è coinvolto nella sua ricerca, che i mass media e la polizia dipingono come una psicopatica. È ovvio che la storia è ben diversa: la ragazza era stata accusata di essere una psicopatica (e quindi prima internata in un manicomio e poi messa sotto tutela), in quanto era la figlia di una nota spia russa, che era passata al servizio della Svezia. Il padre della ragazza era in realtà, lui sì un violento e un psicopatico, ed è dietro agli omicidi in quanto ha timore che si scopra la verità. Si succedono una serie di avventure, ma alla fine la ragazza viene salvata, questa volta, dall’amico giornalista: > aprì un po’ gli occhi e lo fissò per un lungo momento. Il suo sguardo era sfuocato. La sentì mormorare qualcosa così sottovoce che riuscì a malapena a distinguere le parole, Kalle dannatissimo Blomkvist . I temi del sesso e della violenza sessuale verso le donne sono sempre gli argomenti del libro. Ad essi se ne aggiungono altri due, che assumono la preminenza via via che il romanzo sviluppa: da un lato l’ambiente della polizia corrotto e superficiale, dall’altro l’assistenza sociale ai minori che spesso opera secondo schemi convenzionali e sotto la pressione di psicologi ed esperti, a loro volta corrotti e dominati da ossessioni e stereotipi. Lisbeth è stata vittima non solo dei servizi segreti, che la volevano internare per evitare complicazioni nella gestione di un personaggio scomodo, quale era il padre della ragazza, ma subisce anche gli approcci consolidati nel mondo dei servizi sociali, che vedono i «diversi» come una minaccia alla convivenza sociale al di là della loro intelligenza e sostanziale onestà. È l’individuo asociale che disturba e va in qualche modo rimosso. Il libro è appesantito da troppe «parentesi» e personaggi rispetto alla trama centrale, talvolta i dialoghi risultano prolissi e ripetitivi così come appaiono un po’ scontate e inverosimili alcune soluzioni narrative: per esempio, il fatto che la polizia non indaghi sul computer del giornalista ucciso, la presenza di un gigante, tra l’altro fratellastro della ragazza, che appare invincibile in quanto non sente il dolore e poi si fa facilmente incatenare da Blomkvist, la sopravvivenza della ragazza che riesce a salvarsi malgrado sia stata seppellita viva.
La ragazza del convenience store
In Giappone i konbini sono piccoli supermercati dove c'è di tutto; ed è qui che si è sviluppa un racconto, apparentemente lieve e scontato, che affronta invece una questione importante: come dirà la protagonista dopo un colloquio con la sorella, la gente preferisce una persona > «normale» anche se piena di problemi, anziché una sorella tranquilla ma «anormale», di un altro pianeta. Keiko è cresciuta in una famiglia serena, con genitori premurosi e una sorella che le vuole bene, eppure fin da piccola è stata una bambina «strana», asociale, a tratti persino aggressiva. La generale riprovazione a seguito di gesti singolari, come per esempio uccidere un passerotto, l'ha condotta a chiudersi in se stessa. > Mi avvicinavo all'età adulta, all'ora della verità, e continuavo a ripetermi che dovevo guarire a tutti i costi. La svolta arriva quando viene assunta in un konbini. Dopo una breve formazione, Keiko impara a ordinare gli scaffali, mettendo in risalto i prodotti in promozione, a tenere pulito il locale e soprattutto ad accogliere a voce alta i clienti. > Irassahimase! (benvenuto in giapponese) gridai (...) inchinandomi come da manuale e cominciando a scansionare i prodotti. In quell'istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. (...) Il trillo ripetuto che accompagna l'ingresso dei clienti risuona come le campane di una chiesa. La scatola rettangolare di vetro luminoso e trasparente mi accoglie dentro di sé. Un mondo perfetto, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede cieca e assoluta in questo microcosmo lucente- Con dolce ironia la scrittrice ci accompagna ad apprezzare la vita del konbini: il frastuono dei clienti, i colleghi sempre più simili nei comportamenti e persino negli accenti, il succedersi dei capi, ciascuno da accettare con i loro difetti, e poi la merce sugli scaffali, il cuore del supermercato, prodotti che sono cambiati nel tempo adattandosi a nuovi consumi. Gli anni passano, Keiko invecchia con il suo contratto part time, vive in un misero monolocale, è ancora vergine. E' serena, appagata dalla «musica del konbini», > una miriade di suoni che si fondono tra loro e si insinuano dentro me senza sosta. Per i genitori e la sorella, per le amiche come per gli stessi colleghi, Keiko non può essere felice perché diversa, lontana dalle convenzioni sociali, che vogliono che una donna si sposi, procrei e allevi dei figli, abbia un impiego sicuro e un buon salario. Per giustificare la sua «strana» vita Keiko si è inventata che è malata, ma questa scusa non può reggere a lungo. Per zittire tutti, e non per amicizia, Keiko si mette in casa un ragazzo egoista e sfaccendato; finalmente, può dire che ha un uomo, forse si sposerà. > Vergine, zitella e povera commessa di un konbini, (...) tutti ti crederanno sessualmente uguale e sarai uguale a tutte le altre donne del pianeta. Keiko, però, scopre che nel suo «microcosmo lucente» non è più la commessa cui rapportarsi in modo professionale, è una donna fragile, di fronte alla quale > non c'era più il mio ottavo capo, bensì solo un maschio della specie umana, smanioso come tutti di vedere una sua simile accoppiarsi e riprodursi. Nel nome della perpetuazione della razza. Che resta da fare? Fuggire dal konbini alla ricerca di qualcos'altro o capire senza sotterfugi che > prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini? Con una scrittura piacevole e una narrazione distante da psicologismi e giudizi morali l'autrice ci dice come non tutti debbano appartenere alla «tribù dei normali», come la ricerca della felicità ha tante vie e accettare la propria, pure se modesta e priva di ambizioni, permette di stare in pace con se stessi. Nel racconto della ragazza del konbini c'è senza dubbio una critica alle convenzioni della società giapponese; in distanza emerge pure il desiderio di ripiegarsi su se stessi, di non lasciarsi necessariamente intrappolare dall'amore, dal sesso, dalla figliolanza. Il kombini è come un monastero dove la donna può essere finalmente libera, sotto la corazza della professionalità e in un ambiente di lavoro immobile ma splendente di luci e rumori. La trama è fragile, la narrazione si evolve lentamente, con lunghi dialoghi spesso noiosi e inconcludenti. I personaggi di contorno sono banali o inverosimili per fare da spalla alla protagonista: esse non esce, di fatto, dal proprio «io narrante», ironico e acuto ma alla fine stantio e scontato.
The road
> Le ceneri del mondo perduto si spargevano sulla landa desolata, (trasportate) qua e là nel vuoto da venti burrascosi. Trascinate e gettate e trascinate nuovamente. Ogni cosa divelta dalle sue radici. Non sostenuta nell'aria polverosa. Sostenuta da un respiro, tremante e breve. Se solo il mio cuore fosse di pietra . In un'era post apocalittica (per una catastrofe non specificata) > tutti i depositi di cibo erano stati svuotati e l'assassinio era ovunque sulla terra. Il mondo fu presto largamente popolato da uomini che avrebbero mangiato i loro figli di fronte ai loro occhi e le città stesse erano dominate da bande di sudici predatori che rovistavano tra le macerie e strisciavano dai rifiuti, (illuminati solo) dal bianco dei denti e degli occhi, portando in sacchetti di nylon barattoli di cibo carbonizzati e anonimi, come consumatori nei ristoranti dell'inferno. (...) Fuori sulla strada i pellegrini affondavano, cadevano e morivano, e la terra velata e spoglia (come un sudario) continuava a scorrere con il sole e ruotare di nuovo come il cammino senza traccia e senza segni di un qualsiasi mondo gemello, innominato e irraggiungibile nel buio primordiale. Questa lunga citazione dà l'idea dello stile di questo romanzo: lirico, ricco di immagini evocative, con una scrittura complessa sotto il profilo lessicale e sintattico, difficile da tradurre, affascinante per i critici, molto meno per i semplici lettori. Il richiamo alle stesse parole dell'autore introduce l'ambiente dell' esile trama: un padre e un figlio, ancora ragazzino, viaggiano in un mondo devastato, fatto di alberi bruciati e lande desolate, privo di animali e piante, tra altri esseri umani dediti al cannibalismo per sopravvivere. Il padre sa che morirà presto (la polvere lo sta uccidendo) e vuole condurre al mare il figlio: sulla costa è convinto che ci sia ancora della «gente buona». Potrebbero fermarsi ma non lo possono fare perché rischiano di essere assaliti dalle bande assassine. > Dieci mila sogni sepolti dentro le loro anime erranti. Proseguirono. Attraversando il mondo perduto su un carro nascosti come topi. Le notti morte nella loro fissità e ancora più morte nell'oscurità. Così fredde . Il padre non ha pietà, non risponde alle urla di aiuto, non si lascia impietosire da esseri umani che saranno probabilmente cibo di altri e chiedono disperatamente aiuto; non se lo può permettere, ha una missione, sopravvivere e portare in salvo il ragazzo. Il figlio è invece la coscienza critica; non solo implora umanità ma pretende che il padre sia coerente con ciò che gli racconta. «Vuoi che ti racconti delle storie», dice l'uomo. > Il ragazzo lo guardò e volse lo sguardo. (...) Quelle storie non sono vere. Non devono essere vere. Sono storie. Si (dice il ragazzo). Ma nelle storie noi aiutiamo sempre la gente e invece noi non aiutiamo gli altri.(...) Bene. Penso che siamo ancora qui. Sono capitate molte cose brutte ma noi siamo ancora qui . Quando arrivano sulla costa non c'è l'odore del mare, l'acqua non è blu ma ha un colore grigio, coperta di cenere, > solo ossa di pesci in milioni sparse lungo la spiaggia per quanto l'occhio possa vedere come una linea di morte. Un enorme sepolcro di sale. Senza senso. Senza senso . Il romanzo può essere interpretato in tanti modi. Si può leggere il racconto in modo letterale, come la storia di ciò che sarà di noi dopo una catastrofe, climatica, pandemica o nucleare; mancano troppi elementi narrativi (non ultimo le cause del disastro ambientale) per far pensare che l'autore abbia voluto narrare una vicenda distopica. Ci si può riferire a un altro libro di McCarthy (si veda la recensione di «All the Pretty Horses» in questo sito), in cui lo scrittore si sofferma sulla scomparsa del mondo dei cowboy, dei cavalli selvaggi nelle verdi pianure del West; pure «The Road» è ambientato nelle vaste praterie, anche se distrutte dalla catastrofe, come se l'autore sia tornato a piangere, ormai senza speranza, la perdita inesorabile e dolorosa del suo mondo, divenuto un paesaggio apocalittico per la diffusione disordinata e pervasiva delle fabbriche, della cementificazione selvaggia, dei centri commerciali con la loro ridondanza delle merci. Quanti oggetti e cibo abbiamo se ancora dopo anni di saccheggio possiamo trovare qualcosa di utile tra le macerie e i rifiuti! Dalla lettura si riceve un senso metafisico dell'esistenza, fuori dal tempo e dello spazio, di là della singola storia individuale. Il viaggio dei due pellegrini è la metafora della Morte, un cammino verso la fine dell'esistenza. Non solo non ha senso vivere in una realtà orrenda, dove si perde anche la memoria e i sogni possono essere solo incubi. La morte è il nostro inevitabile arrivo, ma è faticoso morire in un mondo senza pace. Visto da questo punto di vista il racconto ha il suo centro nel legame tra padre e figlio. Perché l'uomo continua a vivere e lottare? Perché insiste nel narrare storie falsamente ricche di umanità? Perché inganna il ragazzo? Emerge un messaggio potente: il nostro attaccamento alla vita non deve risiedere nelle cose materiali, nella quotidianità di un'esistenza sempre più inutile, fragile e dolorosa; insistiamo a non morire perché dobbiamo ancora proteggere i nostri cari. Nel momento in cui non c'è più un' escatologia, che sia la Città di Dio o il Sole dell'Avvenire, non ci resta che ancorarci alle nostre responsabilità verso chi ci è più vicino, nelle relazioni essenziali come quelle tra il padre e il figlio. La narrazione è articolata in brevi capoversi, come una raccolta di poesie che si potrebbero leggere a sé stante. Il fascino della lettura risiede proprio nel suono che scaturisce dalla ricchezza lessicale delle parole e dalla struttura sintattica fuori dagli schemi, come sospesa e inesplicabile. E' una prova di eccezionale maestria stilistica, una ricerca dell'effetto che va a scapito della storia: tutto si ripete in un eterno ritorno, i paesaggi, le situazioni, i dialoghi (di fatto solo tra padre e figlio) si susseguono monotoni e alla fine scontati. Si attende con ansia qualcosa che rompa la noia, ma non viene, se non un finale improbabile. Rimane un senso di oppressione ed era forse questo lo scopo dello scrittore. Certo è difficile da capire il grande successo del libro; è prolisso e si fa fatica ad arrivare alla fine. Perché leggerlo? Solo per dovere e attratti dalla maestria stilistica.
Romanzo russo
Il romanzo è ambientato in Russia tra il 1987 e il 1991 negli anni di Michail Gorbacev, in quelle confuse vicende che portarono alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, nel dicembre dello stesso anno. Ciò che accadde fu > un tappeto intessuto di innumerevoli fili , una sorta di cubo di Rubik, su cui le dita rincorrono > i cubetti colorati che non si incastrano mai al posto giusto. Per dipanare questo groviglio, senza riuscirvi, Barbero immagina che «qualcuno» racconti quanto è successo: un io narrante, forse un oscuro attore ebreo e moscovita, al quale, dinanzi a una manifestazione di odio antisionista, > balenò d'un tratto un progetto che sul momento, chissà perché, non gli parve affatto mostruoso, ma anzi felicissimo: ecco, io, pensò, me ne starò a guardare, e poi descriverò tutto quanto nel mio romanzo. Perché, si capisce, come sopravvivere altrimenti a una simile porcheria?. E se la trama non ha l'ordine dei grandi romanzi ottocenteschi, bisogna rassegnarsi perché è progettata da un attore, o forse da uno storico che, come Ariosto con l'Orlando Furioso, si sta divertendo nell'affascinante passione dello story telling. D'altra parte, pure il grande Emanuel Carrère si è perso a descrivere i recenti avvenimenti russi (si veda Limonov in questo sito). Il romanzo ruota intorno a due personaggi. Tania, una giovane storica, ha deciso di fare la tesi di dottorato sull'oscura scomparsa dei dirigenti del Partito a Bakù, negli anni '40. Perché nei verbali dei congressi e dei comitati regionali non sono più citati? Deve essere una vicenda delicata, se il romanzo stesso si apre con una scena divertente e preoccupante: due inviati da Bakù riversano del pomodoro sulla scrivania e il vestito del capo di Tania per fargli capire che è meglio che la ragazza abbandoni la ricerca su quanto è successo. > Lasciamo pure stare i meriti e le colpe. Ma l'oblio, quello no. Un popolo libero deve ricordare , e con la determinazione di chi crede alla «verità storica» come imperativo morale del ricercatore, Tania va a Bakù a svelare il mistero, all'insaputa dell'Istituto Storico per cui lavora, e rischiando la vita. Nazar è un procuratore federale: crede fortemente nella giustizia, una legalità ormai corrosa dalla palude brezneviana, lui nostalgico della severità staliniana, al punto che è per la pena di morte (in casa tiene con orgoglio «i foglietti rosa» in cui è riportata l'esecuzione delle sue condanne alla pena capitale!). Gli viene affidato l'incarico d'indagare sull'omicidio di un ayatollah a Bakù; si teme che possano essere accusati gli armeni scatenando la furia vendicativa degli azeri: siamo ormai dinanzi alla disgregazione del potere sovietico. Come in un thriller le due vicende si dipanano con colpi di scena, momenti di pericolo nella lontana Bakù ma pure nella più sicura Mosca, intrecciandosi tra loro in modo sorprendente e casuale. In un mondo in disgregazione in termini di valori e per quanto riguarda le istituzioni statuali. a chi interessano la verità storica e quella giudiziaria? Non resta che rinchiudersi negli affetti familiari. Perdendosi nel racconto viene un dubbio: Barbero parla della Russia o dell'Italia? La corruzione dilagante, a tutti i livelli, l'intreccio tra potere politico e malavita, l'ideologia ridotta a mero rituale, la mancanza di una qualsiasi visione del futuro, il disinteresse per le «verità», se non da parte di pochi testardi, sono tutti elementi che ritroviamo nella storia recente del nostro Paese. Come in Limonov, bisogna ammettere che le società in dissolvimento, che siano russe o italiane, hanno un loro fascino, soprattutto se descritte in modo ironico, senza esprimere inutili giudizi morali. Inoltre, il mondo degli storici è narrato nei suoi meccanismi, in cui potere, compiacenza, studi degli archivi e metodologie si mescolano in modo imprevedibile, e solo chi è mosso da una fede incrollabile, come Tania, può arrivare fino in fondo. Barbero parla di se stesso, come storico e italiano. Barbero scrive come parla, in modo colloquiale, con continue parentesi e descrizioni gustose, mischiando fatti con tratti di costume, senza tralasciare un pizzico di sesso. Le pagine scorrono veloci e piacevoli; tuttavia, il lettore si perde negli innumerevoli ricami della narrazione, a discapito del ritmo complessivo, fondamentale in una sorta di thriller, e della comprensione complessiva della storia. Deve essersi accorto di questo, Barbero verso la fine perché mette le mani avanti. > E tutto sta in questo, che bisogna essere bravi: sarebbe troppo comodo se il primo venuto fosse capace di scrivere in quattro e quattr'otto quel che passa in testa ai suoi personaggi in un momento come questo. (...) La penna scrive e non sa che cosa, l'inchiostro non corrode la carta, il quaderno non prende fuoco.... Perché leggerlo? Piacevole e interessante, bella la figura di Tania.



