Paese d'ombre
Il romanzo è ambientato nella seconda metà dellʼottocento in Sardegna a Norbio, una piccola città circondata da boschi secolari. Angelo è rimasto orfano sin da bambino: > tutta la sua vita è un lento passaggio dalla condizione contadina alla condizione borghese, o, come si diceva a Norbio, alla condizione signorile . Questo percorso, che è appunto il filone conduttore del libro, non è un tradimento delle radici contadine, ma anzi è la narrazione di un destino di una persona complessa. Il protagonista è cosciente della realtà pastorale ed istintivamente si inserisce nellʼordine degli istituti borghesi per adoperarli a vantaggio della comunità. La vita di Angelo è la ricerca di un difficile equilibrio tra la salvaguardia dei beni comuni (il bosco innanzitutto) e i diritti di proprietà. Ancora bambino riceve in eredità alcuni possedimenti, che amministra saggiamente insieme alla madre. Ormai ragazzo conquista la fiducia di un ingegnere minerario e diviene il supervisore del taglio dei boschi,effettuato per trarne carbone di origine vegetale. Ed è proprio il profondo disagio che gli deriva dalle modalità di sfruttamento del bosco che spinge Angelo ad una operazione imprenditoriale arrischiata: prendere lui in gestione i tagli dei boschi. Nel frattempo crea una sua propria famiglia, sposandosi prima con una giovane contadina, che sarà il suo unico amore ma che muore dandogli alla luce una bambina, e poi con lʼerede di una delle più ricche ed altolocate famiglie locali. Ricco possidente, stimato da tutto il paese, viene chiamato dai maggiorenti alla carica di Sindaco. In questa posizione Angelo dimostra le sue qualità di ottimo amministratore e il suo attaccamento ai beni comuni: compie infatti unʼ operazione incredibile per la mentalità dei proprietari locali decidendo di fare acquistare al Comune un grande bosco in vendita, così da permettere a tutti i cittadini di usufruire delle ricchezze dellʼeconomia pastorale. Paradossalmente Angelo, ormai vecchio ma ancora Sindaco, muore in mezzo al suo popolo nel tentativo di frenare gli eccessi durante una festa locale, così a sintetizzare la sua lotta per lʼemancipazione della propria gente. La storia si sviluppa lentamente quasi che gli avvenimenti non abbiano niente di straordinario. In un Italia, quella post risorgimentale, deludente, dominata dal malgoverno e dallo sfruttamento dei poveri, «solo le comparse erano uomini autentici». Non sono quindi i grandi uomini e i grandi fatti a fare la storia, ma le «piccole» persone come Angelo, le quali con il duro lavoro, lʼattaccamento alla propria terra e la voglia di imparare, costruiscono la speranza di un futuro migliore. Dʼaltra parte lʼesistenza dellʼuomo si apre e si chiude allʼinterno di un ambiente (i boschi, la campagna, le case del paese) che è «una clessidra di cui si poteva percepire lo scorrere lento della sabbia». Nella descrizione di questo ambiente, più che nellʼanalisi dei personaggi ( troppo stereotipati) e nella critica sociale scontata e generica, la scrittura raggiunge i migliori risultati, rendendo con efficacia lʼascolto e la riscoperta costante del mondo circostante, sempre uguale e sempre differente. > Ma il silenzio della campagna era diverso da quello del giorno prima. Ad ascoltarlo bene, e ogni tanto Angelo si fermava con lʼorecchio teso, si distinguevano tanti piccoli rumori simili alle bollicine dʼaria in un bicchiere di acqua limpida: rotolìo di carri, colpi lontani di unʼaccetta o di una zappa, il su e giù ritmato di una sega, e un alitare di voci umane, invisibili presenze nel fruscìo della pioggia. Poi le voci sparse si fusero ed ebbe lʼimpressione di una folla, di una processione che si avvicinasse a piedi scalzi. Poco dopo, a una svolta, si trovò di fronte i tetti scagliosi di Norbio.... ore le voci suonavano chiare nellʼaria umida; e si udiva anche il rumore sordo e continuo delle piccole mole di pietra.... azionate dagli asinelli bendati che eternamente girano in tondo . Perché leggerlo? Si legge con piacere soprattutto per la narrazione del paesaggio sardo. Delude la trama, che è scontata soprattutto nella parte conclusiva del romanzo, e i personaggi risultano piatti e vaghi. La stessa figura di Angelo non è approfondita nelle sue contraddizioni, tra vocazione contadina e scelte di vita.
Palazzo Yacoubian
Palazzo Yacoubian è un luogo rappresentativo dell’Egitto di oggi, dominato da un regime corrotto e anti-democratico, dove il sopruso, l’astuzia e l’inganno sembrano essere i tratti dominanti. Una giovane ragazza è costretta a subire le avances dei datori di lavoro ma si innamora di un depravato e vecchio possidente, che rischia di essere cacciato di casa dalla sorella. L’ex fidanzato della ragazza non viene accettato dall’Accademia di polizia in quanto figlio di un portiere e, all’università, entra a far parte dei Fratelli Mussulmani. Viene arrestato, violentato e torturato dalla polizia, e, una volta rilasciato, va a vivere in un campo di addestramento e si sposa con una vedova di un altro martire. Viene ucciso durante l’assassinio del commissario di polizia, che lo ha torturato in carcere. Un ricco omosessuale si innamora di un ragazzo, che lo uccide durante una lite. Un affarista si sposa per avere una donna che soddisfi le pulsioni sessuali da vecchio, ma, quando viene a sapere che la donna aspetta un bambino, la fa abortire di forza e poi la ripudia. A sua volta, l’affarista è costretto a pagare una lauta tangente a potenti uomini politici. Con uno stile apparentemente leggero e ironico e con un ritmo narrativo da «romanzetto» in realtà lo scrittore muove una critica feroce sia alla società egiziana che agli stessi Fratelli Mussulmani. In un mondo incombente, i singoli cercano di sopravvivere e di trovare una propria strada: in alcuni casi ciò li porta alla rovina (l’ex fidanzato che viene torturato e ucciso, l’omosessuale che viene assassinato dall’amante, la donna che si sposa con l’affarista e viene ripudiata), altri si salvano, perché trovano l’affetto malgrado le differenze di età (la ragazza e il vecchio depravato). Il romanzo viene portato avanti in modo leggero, tanto da sembrare artefatto e quindi fornire una falsa rappresentazione della società egiziana. Per gran parte del libro non c’è vigore ma lo scrittore sembra far leva sugli aspetti più scabrosi delle vicende. Nell’ultima parte, il racconto assume maggiore forza ed emergono anche sentimenti autentici e non costruiti ad arte.
Paradise
Il romanzo ha due principali filoni narrativi. Il primo è un grande affresco storico del Sultanato di Zanzibar poco prima della spartizione dell'Africa Orientale avvenuta nel Congresso di Berlino del 1885. Come spiega un amico di origine indiana al sedicenne Yusuf, agli europei > non interessa il commercio, ma la terra stessa. E ogni cosa che c'è in essa....noi. (...) Perderemo tutto, incluso il nostro modo di vivere . Sarebbe stato facile per Gurnah presentarci la civiltà araba- swahili, che controllava le coste dell'Africa Orientale sin dalla metà del Settecento, come un'era felice prima della conquista europea. La coesistenza di lingue differenti, sedimentatesi nel corso dei secoli, i costumi raffinati dei mercanti, lo splendore dei palazzi e dei giardini, i profumi, le vesti e i gioielli delle ricche matrone, l'osservanza delle regole religiose, sono tutti fattori che ci spingerebbero ad esaltare il mondo precoloniale rispetto al dominio europeo, in questo caso tedesco. Ancora una volta Gurnah ci stupisce, e lo fa, tra l'altro, in modo imprevedibile, raccontando i viaggi dei mercanti verso l'interno dell'Africa, verso i grandi laghi e le montagne, alla ricerca di avorio, oro e schiavi. A ragione, da molti commentatori le spedizioni all'interno descritte nel romanzo sono state comparate a «Cuore di Tenebra» di Joseph Conrad, in cui il viaggio nella malsana foresta fluviale è come una discesa in un mondo oscuro, dove le forze primordiali dell'uomo hanno la meglio sulla civiltà; nello stesso modo in Paradise, partecipando alle incursioni all'interno, il giovane Yusuf diverrà «un uomo lupo», > sentii che il bandolo della vita gli stava scivolando tra le mani, ed egli lasciava scorrere il bandolo senza resistenza. (...) Non c'era niente che potesse pensare di fare che lo avrebbe liberato dalle catene della condizione nella quale viveva. E qui giungiamo al secondo filone narrativo. Yusuf è ancora bambino quando viene sottratto alla famiglia per onorare un debito contratto dal padre con un ricco mercante. Lo sradicamento è brusco e definitivo ed è sancito dalla perdita della collanina datagli dalla madre. Si ritrova a crescere in una ricca dimora, imparando il commercio sotto la tutela di un giovane, pure lui, insieme alla sorella, prelevato a pagamento di impegni finanziari non saldati. Nella nuova casa Yusuf è attratto da un meraviglioso giardino nascosto da un alto muro: è un luogo tanto ricco di profumi e di colori che Yusuf > sognava che di notte le fragranze si diffondevano nell'aria e lo spaesavano. Nella sua sensazione intensa di piacere immaginava di ascoltare della musica . E' il Paradiso descritto dal Corano? Il giardino nasconde un segreto: separata dal mondo esterno, vive la moglie pazza del mercante padrone; si è invaghita della bellezza di Yusuf che ha potuto ammirare tramite specchi appesi agli alberi. Ed è proprio per allontanarlo dalle mire della donna che il mercante coinvolge Yusuf nelle spedizioni verso l'interno, da cui il giovane tornerà adulto e determinato a non farsi fermare: vuole scoprire sino in fondo il mistero del giardino. Cosi comprenderà che l'Inferno e il Paradiso si sovrappongono, sono la stessa prigione: come nella Messa di Requiem di Mozart i toni infernali si alternano a quelli paradisiaci, la magnificenza nasconde l'infelicità. Dietro la parvenza di un romanzo storico Gurnah affronta un problema universale ed eterno: quello della libertà. I personaggi sono dominati dalla figura mefistofelica del mercante, sempre calmo, pronto a proteggere così come a cacciare, vero simbolo del potere, che solo un'altra forza può soppiantare. Non facciamoci illudere dai modi, l'essenza del potere è sempre la stessa. Yusuf preferisce la supremazia dell'europeo, forse più spietata ma senza sotterfugi. Il viso dell'ufficiale tedesco > era la faccia di un cadavere, e Yusuf fu sconvolto dalla sua bruttezza e dallo sguardo crudele. (...) La colonna in marcia era ancora visibile quando sentii un rumore come una porta che si chiudeva dietro di lui nel giardino. Si guardò intorno rapidamente e poi corse dietro la colonna con occhi luccicanti. La scrittura è più composta rispetto a quella di «Sulla riva sul mare», censito in questo sito; è come se l'autore abbia inteso scrivere una cronaca, in cui gli elementi fiabeschi e le digressioni sono limitate perché bisogna concentrarsi sugli aspetti essenziali del racconto. Non ci si perde nella lettura restando sempre vigili su quanto accade; e allora pesa la lunghezza della narrazione, interrotta troppo bruscamente dall'arrivo dello straniero, come se l'autore abbia voluto finire il romanzo in qualche modo. Perché leggerlo? Splendido affresco di una civiltà a noi sconosciuta.
La patria delle visioni celesti
Il libro raccoglie 12 racconti, ambientati nel deserto libico: > in quella distesa desolata, impenetrabile, in cui aleggiavano spiriti e misteriosi enigmi . Il passato è dʼobbligo, perché il mondo originario del deserto è ormai scomparso, distrutto dal colonialismo crudele degli italiani, dalla dominante siccità e dalle guerre.Le storie sono differenti come contenuti e stili, ma emerge un comune percorso, storico ed umano, della fine della civiltà dei beduini e quindi di una perdita per lʼumanità. Il racconto, che dà il titolo alla raccolta, è senza dubbio il più affascinante ed anche il più misterioso. Padre e figlio avanzano nel deserto: > da quando si erano messi in viaggio il deserto aveva continuato a dilatarsi e ingrandirsi.... generava alla fine un orizzonte spietato, che a sua volta, percorso un ennesimo tratto, ne originava un altro... e in quel limbo che si allungava tra la distesa di sabbia e lʼorizzonte tremolava il miraggio . A che cosa mirava un cammino che sembrava «eterno»? Il padre ha prelevato il figlio, ancora bambino, dallʼoasi. Lo ha fatto perché vuole che il ragazzo sia un «uomo del deserto», perché «chiunque impugni una zappa e ferisca la terra è un schiavo», mentre > il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo . Il viaggio sembrerebbe la narrazione dellʼiniziazione, ma il padre sta cercando qualche cosa: la sua patria, il ritorno alla dimora dei nomadi del deserto. Ma alla fine del racconto scopriamo, con sorpresa, che questa patria è la terra definitiva dellʼoblio: la morte. > Non rimpiangere il viaggio di passaggio che hai dovuto compiere, perché rimanere nella memoria dellʼarcano è meglio che scivolare nel deserto del ricordo . Saranno i racconti successivi a farci capire le ragioni di una scelta così drastica. Pian piano, lʼautore ci conduce alla guerra, narrandoci le vicende terribili, e che noi italiani abbiamo rimosso, della conquista della Libia da parte dellʼesercito fascista e della resistenza eroica e disperata dei libici. Non cʼè acredine, è una cronaca, capace, tuttavia, di darci il senso della distruzione di un popolo. Dove va, ormai, il beduino? «Lʼuomo che si è assuefatto alla guerra non può più farne a meno». Non è corretto dire che il soggetto dei racconti sia il deserto, anche se precisa, quasi naturalistica, risulta la descrizione dellʼambiente, degli animali, dei frutti e delle piante. In realtà il vero tema è la nostalgia. > Tutti noi amiamo lʼorizzonte e piangiamo di nostalgia, vagheggiando ciò che si nasconde al di là del deserto . Ma allora il tema è universale, perché «anche tu come me hai nostalgia dellʼignoto?» La scrittura è estremamente ricca e versatile, passando da uno stile elegiaco e poetico ad uno realista e freddo. Da questo punto di vista il racconto più compiuto è «il voto della vergine». La vita delle giovani del deserto viene descritta con tratti sociologici. Le due ragazze che portano le greggi al pascolo parlano di amori e di sogni, dello sposo promesso, come le ragazze di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Il sole, lʼarsura e il calore sono così intensi da fare impazzire anche i capretti, rendendoli ribelli ed aggressivi. Una delle due ragazze non vive nellʼattesa del cavaliere del deserto che la prenda in sposa: lei sogna lʼacqua, essa è il suo vero innamorato. E quando arriva improvvisa, si getta nella corrente del torrente in piena e si lascia trascinare: > cominciò a spogliarsi... si inginocchiò e lui la strinse tra le braccia. Si avventò sul suo corpo nudo di vergine e lo sommerse delicatamente. Scivolò libera insieme con la corrente.... in fuga verso lʼignoto insieme alla sua bella innamorata . Perché leggerlo? Non si devono cercare la trama, il ritmo narrativo e gli approfondimenti sociali e psicologici. È la narrazione della fine di una civiltà e implicitamente è un atto di accusa.
Per le Antiche Scale
Il libro è ambientato in un manicomio e il narratore (e protagonista) è un medico psichiatra. Nella prima parte del libro viene descritto il carattere di un precedente medico dell’ospedale, grande personalità e uomo di scienza. L’approfondimento della sua figura permette di cogliere tutta una serie di singolarità (non esce mai dal manicomio, ha paura dei temporali, non tocca mai le porte che conducono ai diversi reparti e così via) che fanno emergere una mente piena di paure e comunque animata da un delirio di onnipotenza. Nella seconda parte il romanzo è costituito da una serie di ritratti di malati di mente, dai quali emergono l’ineluttabilità della malattia e nel contempo la profonda umanità dei protagonisti, che sono anch’essi in grado di dare e ricevere amore e con i quali è possibile instaurare un dialogo se si riesce a comprendere il linguaggio. Il vero protagonista è comunque costituito dal manicomio, che sembra dominare sia i sani che i malati. La struttura chiusa determina dei confini invalicabili, che sono innanzitutto psicologici (prima che fisici) tant’è vero che gli stessi medici spesso sono portati a vivere all’interno. Il manicomio non è il paradigma della vita moderna, che, pur apparentemente così libera e aperta, è in realtà chiusa in schemi precostituiti e in una serie di vincoli? E il malato di mente, nei suoi deliri e nel suo peregrinare con la mente, non rappresenta di fatto la vera, e unica, libertà?Lo stile è asciutto, privo di qualsiasi retorica e si sviluppa in modo piano e sereno, contrassegnato da una lieve ironia e da accenti di tenerezza.
Le perfezioni provvisorie
Guido Guerrieri è un avvocato penalista, al quale un collega chiede di verificare se sia possibile riaprire le indagini sulla scomparsa di una ragazza. Anche se di malavoglia, Guerrieri si improvvisa investigatore e scopre una storia di consumo e di spaccio di droga, della quale è rimasta vittima la ragazza. Il giallo è ben costruito. Il lettore viene condotto abilmente alla conclusione, che non è una sorpresa, pur essendo non scontata ci si arriva con la stessa curiosità e ingenuità dellʼautore. Come tutti i romanzi di Carofiglio, alla storia poliziesca si affiancano le vicende personali dellʼavvocato: un quarantenne maturo che vive in qualche modo «sospeso» nel presente, con un passato che si sta perdendo nellʼoblio e una vita sentimentale dal futuro incerto. Ma in fondo in questa sospensione il protagonista ci vive bene perché «solo quello che è provvisorio è perfetto» e anche il passato fa parte di una «specie di presente esteso, simultaneo e accogliente». I pregi principali del romanzo sono costituiti dalla scrittura, leggera ed elegante, e dalla parte investigativa, ben costruita e chiaramente frutto di una esperienza reale sul campo. Il punto di debolezza è il ritratto del personaggio, che appare un pò evanescente e senza che le sue vicende personali, in realtà poco interessanti, si intreccino in modo efficace con il racconto investigativo. Non è un caso che il personaggio assume un suo spessore solo quando si parla di diritto e di legge. Perché leggerlo? La scrittura e la trama rendono il libro molto piacevole alla lettura.
Pietra di pazienza
In Afghanistan una donna si ritrova accanto al corpo del marito, gravemente ferito e apparentemente in coma. > Fuori un poʼ si spara, un poʼ si prega, un poʼ si tace... la camera è piccola. Rettangolare. È soffocante, nonostante le pareti chiare... la camera è vuota. Vuota di ogni ornamento . In una situazione claustrofobica, isolata dal mondo e nel contempo immersa nel turbinio della guerra, la donna, da sempre silenziosa e sottomessa, comincia a parlare, a raccontare i suoi segreti al marito. E lo può fare > perché tu non potevi rispondermi nulla, non potevi fare nulla contro di me... io ero rasserenata . Si realizza una sorta di scambio. Da un lato la donna cura il marito e in tal modo ne possiede il corpo, ormai totalmente dipendente da lei. Dallʼaltro il marito si appropria dei segreti della moglie > Nessuno può crederci, nessuno! Non mangi, non bevi, e sei ancora qui! Infatti è un miracolo. Un miracolo per me, grazie a me, il tuo respiro è legato al racconto dei miei segreti. Si alza, leggera. Poi si blocca in un gesto pieno di grazia come per dire: ma non ti preoccupare, i miei segreti non hanno fine . Fuori il mondo è sconvolto: una vecchia pazza vaga per le macerie, soldati irrompono nella casa e la donna si finge una prostituta per non essere stuprata, ma poi (per compassione?) si concede più volte ad un adolescente balbuziente. Dentro, nel chiuso soffocante della camera, impariamo che la donna si è dovuta sposare ancora bambina, senza conoscere lo sposo, sempre in guerra. Apprendiamo che aveva le mestruazioni quando ha avuto il primo rapporto sessuale, ed è stata una fortuna perché in tal modo ha dimostrato di essere arrivata vergine alla consumazione del matrimonio. Veniamo a conoscenza che la donna, per non essere ricusata, ha avuto le figlie da un altro uomo, perché il marito era sterile. > Questa voce che erompe dalla mia gola è la voce sepolta da migliaia di anni... se ogni religione è la storia di una rivelazione, la rivelazione di una verità, allora, mia sang-e sabur ( mia pietra di pazienza, che ascolti), anche la nostra storia è una religione Una religione che si esprime nel corpo. Noi lettori vorremo che dallʼincontro eccezionale di un corpo maschile con i segreti di una vita femminile nascesse una comunanza tra uomo e donna, perché > quando è difficile essere donna, diventa difficile anche essere uomo! . Ma non è così. Il marito si risveglia dal coma ( o era sempre stato vigile) e si scaglia con furia sulla donna, uccidendola per essere a sua volta ucciso. La fragile unità è andata in frantumi. Questo racconto non è una storia afgana, ossia concepibile solo in quel particolare contesto sociale e culturale. Lʼ autore tratta un tema universale, in una situazione possibile, con le dovute differenze, in tutte le latitudini: la distanza tra uomo e donna, la loro incomunicabilità reciproca, si elide solo eccezionalmente, in un momento di grande sofferenza: accanto al letto di un malato terminale, nella solidarietà per la perdita di un figlio, in mezzo a guerre o distruzioni. Da questo punto di vista è un romanzo tipicamente occidentale, del quale riprende problematiche esistenziali, argomenti narrativi e persino espedienti letterari: per esempio la contrapposizione tra dentro e fuori. Ed è proprio questʼimpronta intellettualistica che delude e rende scontato lʼintero racconto. Lo stile narrativo rende efficacemente la contrapposizione tra dentro e fuori. Gli avvenimenti esterni sono raccontati in modo oggettivo, estraniante, come se fossero indifferenti alla donna. La narrazione dei segreti e del rapporto della donna verso il corpo del marito sono affidati ad una scrittura ricca di suggestioni, di evocazioni religiose e di effetti poetici. La differenza di stili narrativi riflette lʼaccettazione della violenza come un dato e nel contempo la volontà della donna di liberarsi, raccontando i suoi segreti al corpo inerte del marito. Perché leggerlo? Breve ed efficace.
La Più Grande
> Colei che un giorno sarebbe diventata La Più Grande inciampò in uno sgabello lasciato in mezzo. (...) Tre ciotole finirono in terra rompendosi di schianto. La quarta invece rimase sospesa a un palmo dal pavimento: un bambino allungò la gamba e riuscì a fermarla, in equilibrio perfetto, nell'incavo tra il piede e la caviglia. Fu così che Shi Yu vide per la prima volta Li Wei. In queste poche e chiare parole si sintetizzano le fondamentali linee narrative del romanzo. Come Oliver Twist (si veda la recensione in questo sito) Yu è una piccola orfana che ancora bambina lavora come serva in una misera e lurida locanda: un luogo cui tornerà nel sogno anche quando diventerà una potente e temuta pirata, la nostalgia dell'anfratto dove risiede «la carità feroce del ricordo», come dice Giuseppe Ungaretti (da «Ultimi cori per la terra promessa»). > Era molto tempo che Yu non tornava alla locanda che sorgeva in fondo alla sua anima. (...) Sentiva un grande dolore dentro ma non ricordava perché. Lì, Yu era ancora innocente, sfruttata ma felice; poi dovrà imparare ad essere una comandante di pirati, godendo la libertà dei mari, il piacere dei combattimenti, ma dovendo assumere decisioni difficili, dure e sofferte, come lasciare morire la figlia in battaglia. «La Piu Grande» è un romanzo di formazione, scandito dalla stessa articolazione del racconto, che segue le fasi della vita di Yu. A differenza di Jim di Treasure Island di Stevenson (si veda la recensione in questo sito), Yu non deve divenire adulta; lo è già a sei anni, deve imparare invece ad affrontare le tappe che la renderanno una leader: lottare contro i nemici ed imporsi in un mondo di maschi, comandare degli uomini ( > dovrai imparare a mettere gli interessi della ciurma davanti ai tuoi , le dice l'amico cuoco), subire la prigione e la tortura, liberarsi e condurre la sua flotta alla vittoria contro le navi imperiali, contro l'Avversario, il potente principe eunuco. > Devi essere fiera di te, Yu, mormorò. (...) Allora perché certe volte le veniva voglia di scappare via? (...) A che cosa è servito tutto questo? (...) Voglio solo sprofondare. Nel blu. Nel freddo cuore del mare. Nella pace. Come per i personaggi dell'Isola del Tesoro, il mare, la vita dei pirati, l'avventura, la lotta eterna del bene contro il male la spingono a continuare un'esistenza di lotta, senza che si intravedano la serenità e la quiete. Nell'equilibrismo di Li Wei risiede il terzo filone narrativo: le arti marziali. Il ragazzino è il nipote di un potente maestro dello stile detto dell'Aria e dell'Acqua, con cui è possibile saltare come si volasse e muoversi con leggerezza nell'acqua. Yu impara queste tecniche, potendo anche leggere un libro misterioso, depositario della saggezza di secoli di questa arte marziale. Se Morosinotto avesse dovuto rivolgersi agli adolescenti di inizio Novecento, o ancora a noi ragazzi degli anni'50, avrebbe probabilmente ambientato il romanzo nella favolosa India, tra i pirati di Mompracem, o nelle acque dei Caraibi, tra i corsari. Poiché siamo negli anni duemila e le forme orientali di combattimento emanano un grande fascino, i luoghi del racconto sono i mari della Cina, le città di Shanghai, Macao, Canton e Hong Kong, e il contesto storico è il decadente impero di Pechino, prima dell'aggressione imperialista delle potenze occidentali. Tutto è meticolosamente preciso. ma anche tutto è un po' scontato, al punto che non ci stupiamo quando Yu vola sulle acque né siamo attratti dalla sequenza di movimenti dai nomi suggestivi ma inesplicabili. Per trovare la magia delle tecniche marziali orientali consigliamo di leggere «Kaijin l'ombra di cenere» di Linda Lercari (si veda la recensione in questo sito). E infine c'è l'incontro con Li Wei, l'Amore inseguito da Yu per tutta la vita. «La Più Grande» sa che lo ha sempre amato ma Li Wei pare essere ormai un nemico, al servizio dell'Avversario. E come il Corsaro Nero (si veda la recensione in questo sito) piange davanti ai suoi corsari perché deve abbandonare in una scialuppa la donna amata, perché figlia del nemico cui ha giurato vendetta, così Yu > si asciugò le lacrime con la manica della maglia. Il comandante non può lasciarsi andare davanti ai suoi uomini. > Sapeva che dalle navi tutti la stavano guardando chiedendosi cosa fosse accaduto. Morosinotto è un grande costruttore di trame, come ha mostrato mirabilmente in «Il grande colpo di Crimson City» (si veda la recensione in questo sito); in questo caso la lunghezza non aiuta a dare ritmo alla narrazione, che si disperde in ripetizioni, in una moltitudine di nomi, in un turbinio continuo di digressioni. Yu e Li Wei restano abbozzati senza che il loro amore sia approfondito e arricchito da incontri che non siano frettolosi, da espressioni di sentimenti, anche se tormentati. Finito di leggere il racconto, il lettore pensa quanto sarebbe stato bello sforbiciare un po' alcune parti ridondanti e invece studiare maggiormente i due innamorati, eternamente legati tra loro dall'infanzia, ma eternamente resi distanti da una vita così diversa: Yu pirata, Li Wei funzionario imperiale. La scrittura è incisiva, fatta di frasi brevi e chiare, con uno stile che ricorda Emilio Salgari. I dialoghi sono efficaci così come le descrizioni delle battaglie e dei combattimenti. Alcune scene, come la lotta tra Yu e l'Avversario o le cavalcate sul mare della ragazza, sono estremamente suggestive e lasciano il lettore senza fiato. Perché leggerlo? Avventuroso, anche se talvolta prolisso.
A place called freedom
Ken Follett immagina di aver trovato una scatola sepolta nel giardino della casa dove si è trasferito. Dentro trova incisa su un collare questa scritta: > quest' uomo è proprietà di Sir George Jamisson, anno 1767.(...) se il collare d'acciaio potesse parlare,(...) che storia racconterebbe? Da questo incipit, che ricorda la scoperta di un tesoro, si avvia un racconto che vorrebbe essere storico e sociale, all'Emile Zola, ma diviene presto un fumettone. Siamo nell'Inghilterra della metà del Settecento e già dalla metà del XVI secolo era iniziato lo sfruttamento dei giacimenti di ferro e di carbone del «Black Country», nelle Midlands occidentali inglesi. Le condizioni di lavoro erano durissime, per le rudimentali tecniche minerarie e per l'avidità dei padroni, ai quali i minatori erano persino legati da un vincolo settennale. Uomini, donne e bambini scendevano nelle profondità della terra, numerose e frequenti erano le vittime, dovute principalmente alle esplosioni conseguenti alle perdite di gas. Non restava ai minatori che sognare la libertà in un futuro al di là della vita. > Non guardare più con gli occhi della pietà/vedi la nostra vittoria/quando noi edifichiamo quella città paradisiaca/tutti gli uomini saranno liberi . In queste parole ci sono la rassegnazione e il riscatto, l'incrollabile volontà alla libertà. Ed è quest'ultima che spinge Mack, un giovane e carismatico minatore, a porsi a capo della sua gente. Pure nella nascente borghesia ci sono impulsi verso la libertà, più vista come una insofferenza verso le strette regole sociali che per una consapevolezza delle condizioni di bestiale sfruttamento del popolo. Lizzie appartiene ad una famiglia un tempo benestante oggi impoverita: la ragazza potrebbe sposare uno dei giovani Jamisson perché è graziosa, di belle maniere anche se troppo indipendente, e soprattutto possiede un terreno particolarmente ricco di carbone. Questa Lizzie è un carattere particolare: ama indossare abiti maschili per potersi muovere più liberamente, cavalcare come un uomo, conoscere la vita dei minatori; ed è inoltre attratta dal magnetismo di Mack, dal fascino che emana: > con orgoglio muoveva il suo corpo potente, la sicurezza con la quale piegava la testa, lo sguardo intenso nei suoi verdi occhi lucenti. Ella si sentiva attratta . Lizzie non vuole riconoscere la passione per Mack, anche quando scende nelle miniere e vede il giovane all'opera, indomito e forte, a salvare la gente durante un'esplosione di gas, quando lo ammira per il suo coraggio di reclamare migliori condizioni di lavoro, e quando infine lo vede nudo emergere dalle fredde acque del torrente, nella fuga verso Londra. Ci vuole tempo perché Lizzie riconosca l'amore per Mack, e insieme il desiderio di libertà. Sposerà uno dei due giovani Jamisson, bugiardo, rammollito e ottuso, con lui andrà in Virginia in una piantagione di caffè, dove incontrerà di nuovo Mack, portato schiavo dall'Inghilterra, ed è con lui che troverà la libertà nel selvaggio West. C'è da chiedersi cosa intenda Ken Follett per libertà: i costumi indipendenti e trasgressivi di una giovane borghese, aspirazioni più vicine alle nostre che a ciò che una ragazza potesse avere nell' Inghilterra del XVI secolo, o invece l'emancipazione di un popolo che inizia un cammino verso i diritti e la giustizia sociale della classe operaia? Se pensiamo che lo scrittore è simpatizzante del partito laburista, il romanzo testimonia, sotto traccia, l'involuzione del pensiero socialista: da movimento operaio a liberalismo di sinistra. Dov'è la libertà? Solo nel selvaggio West, lontano dai vincoli borghesi della società. Non sarebbe stato meglio approfondire la vita sociale e individuale di un nascente mondo operaio nell' industria mineraria e metallurgica, che avrà un'importanza determinante nella rivoluzione industriale e nella nascita di una coscienza di classe? Scritto, come in tutti suoi racconti, in un bell'inglese, elegante e arricchito anche da parole gergali, una trama articolata e talvolta avvincente (come nella visita di Lizzie alle miniere), il romanzo presenta i soliti difetti di Ken Follett: tante vicende che si sovrappongono (lo sfruttamento dei minatori, la lotta dei portuali londinesi, lo schiavismo e l'aspirazione d'indipendenza dei coloni americani), e personaggi poco approfonditi, in particolare Lizzie, che dovrebbe essere il perno dell'intera storia. Quale nostalgia per le ragazze di Jane Austen! Perché leggerlo? Si legge agevolmente, anche se alla fine risulta piatto e prolisso.
The portrait of a Lady
Il romanzo è ambientato in Inghilterra e in Italia. Isabel è una giovane ragazza americana, che, rimasta orfana, si trasferisce in Inghilterra presso la zia e il marito di quest’ultima, un ricchissimo banchiere. Stringe amicizia con il cugino, Ralph, che è tuttavia malato; riceve inoltre due proposte di matrimonio, da un lord ricchissimo e da un giovane e promettente imprenditore americano, proposte che la ragazza rifiuta, sorprendendo tutti, in quanto intende restare indipendente e libera per conoscere il mondo e se stessa. Su volontà di Ralph, lo zio lascia a Isabel un capitale elevato, che la rende ricca e le permette di viaggiare e vivere con una notevole autonomia finanziaria. Alla morte dello zio, segue quindi la zia in Italia, prima a Sanremo e poi a Firenze, dove incontra nuovamente Madame Merle, una donna brillante e piena di relazioni, che fa in modo che la ragazza conosca e frequenti Gilbert Osmond, un americano che vive a Firenze raccogliendo e studiando opere d’arte. Isabel resta affascinata di Gilbert Osmond, dalla sua cultura e raffinatezza, e dopo un lungo viaggio con Madame Merle decide di sposarlo, malgrado l’opposizione di Ralph, della zia e della sua migliore amica, una brillante giornalista americana. Il matrimonio è un fallimento, in quanto Osmond si rileva una persona egoista, convenzionale e falsa, che ha sposato Isabel solo per il denaro. Isabel si sente schiacciata da questo uomo, che vuole uniformarla alla sua volontà e al suo modo di vedere la vita che è basata sull’ipocrisia e sul formalismo, in forte contrasto con lo spirito indipendente e concreto di Isabel. Quest’ultima vive in un profondo conflitto, tra l’impegno che ha assunto sposandosi (le convenzioni, le regole della società ecc. ) e la sua ricerca di felicità e di autonomia. La grave malattia del cugino, ormai sul punto di morte, la induce a tornare in Inghilterra, anche in contrasto con la volontà del marito. Nel frattempo viene a sapere che Madame Merle è la madre della figlia del marito e per darle una buona sistemazione economica ha fatto in modo che Isabel sposasse Osmond. Isabel si rende conto di essere stata tradita e che i suoi veri amici sono quelli della sua infanzia, la giornalista americana e il giovane imprenditore, nonché il cugino. Ritornata in Inghilterra assiste il cugino sino alla morte e quindi, dopo un drammatico colloquio con l’imprenditore americano, che cerca di convincerla ad abbandonare il marito, ritorna da quest’ultimo nella loro casa di Roma. Isabel, la figura centrale, è un personaggio sconcertante, in bilico tra il desiderio di indipendenza e il dovere sociale al punto tale da sacrificare per quest’ultimo anche la propria felicità: sotto un’apparenza di forza e di autonomia, emerge un carattere debole, incapace non solo di assumere decisioni e azioni vigorose, ma anche di conoscere sino in fondo se stessa, di essere capace di confessare a sé e agli altri di avere sbagliato. Isabel è una perdente, che si muove in mezzo a caratteri forti, che vorrebbero gestirla e imporle la sua volontà, con l’unica eccezione del cugino, che, anche sbagliando, la vuole aiutare e ascoltare, sino all’ultimo. In realtà tutti i personaggi si muovono in questo contrasto tra modernità e tradizione: la brillante giornalista americana, che esalta la società statunitense e l’indipendenza della donna, finisce per sposare un nobiluomo inglese; la figlia di Osmond è ubbidiente ai voleri del padre, pur sentendo un desiderio di vivere con il giovane del quale è innamorata; Madame Merle, che sembrava così poco dipendente dagli uomini, in realtà si rivela una povera donna, che compie una serie di infamie per amore di un uomo, Osmond, che non la vuole e la disprezza. Il messaggio del libro sembra in fondo conservatore: la donna non può trovare la propria strada senza l’uomo e senza accettare le regole sociali. In questo senso il romanzo, anche se molto diverso come ambientazione e stile, ha molte analogie con Madame Bovary e Anna Karenina. Un altro tema del libro è senza dubbio il contrasto tra società americana, piena di energia e attenta all’essenziale, e quella europea, decadente e futile. Questo contrasto si esprime, mirabilmente e con grande perspicacia, nella descrizione dei paesaggi e degli ambienti, quali le prime pagine del romanzo (la descrizione del giardino della dimora inglese), l’introduzione delle vicende fiorentine e soprattutto il contesto romano. La casa di Isabel a Roma con le sue grandi e fredde stanze, i suoi cimeli e mobili antichi, la passeggiata di Isabel tra i ruderi dell’antichità di Roma sono pagine molto belle, dalle quali emerge in misura chiara la decadenza e la rovina di una società, destinata a soccombere e a distruggere, non a creare. L’ Italia è un simulacro per Isabel e per l’energia americana. Non è chiaro se l’autore abbia voluto dare ai rapporti tra Ralph e Isabel un significato più ampio e profondo rispetto al solo affetto tra cugini; c’è l’impressione che i due non siano riusciti ad esprimere l’amore reciproco e quindi siamo in presenza di un altro tema di grande interesse: la difficoltà a comunicare i veri sentimenti e a esprimere con sincerità ciò che si pensa e si sente. Solo di fronte alla morte Ralph e Isabel esprimono sino in fondo l’amore reciproco. Lo stile dell’autore è tortuoso e complesso e richiede unʼelevata concentrazione per seguire il percorso delle frasi e dei capoversi: non è quindi di facile lettura anche se occorre ammettere che la struttura della narrazione è di grande effetto e crea, in alcuni casi, suggestioni e immagini quasi pittoriche. L’analisi dei personaggi non assume mai profondità psicologiche, restando sempre in superficie; ma, in realtà, essi sono sintomatici di un ruolo sociale piuttosto che di individualità. Il tema del femminismo, del cambiamento sociale, del contrasto tra società sembra avere il sopravvento sulla vita autonoma dei personaggi. La scoperta della maternità di Madame Merle e della sua relazione con Osmond è una caduta di stile, che avvicina il romanzo a una moderna fiction fornendo al comportamento di Isabel (la decisione di andare in Inghilterra in contrasto con la volontà del marito) una motivazione esterna, che indebolisce la sua decisione.
Il prato in fondo al mare
Stanislao è il nipote di Ippolito Nievo: scrittore, poeta e grande patriota del Risorgimento, morto all'età di 29 anni. Si deve ad Ippolito uno dei capolavori della nostra letteratura dell'Ottocento: «Le Confessioni di un italiano», la cui recensione è disponibile in questo sito. Il 4 marzo del 1861 il battello a vapore Ercole, partito da Palermo per Napoli con a bordo Ippolito, scomparve nel tratto di mare tra Capri e la penisola Sorrentina. Morirono tutti: con Nievo si perse anche la contabilità dell'esercito garibaldino e quindi la prova della correttezza della gestione finanziaria della spedizione, oggetto di calunnie e accuse da parte del governo piemontese. Fu un naufragio dovuto alle condizioni del mare o fu una bomba che mise fine alla vita di Ippolito e sotterrò negli abissi documenti di fondamentale importanza? Stanislao ricostruisce questa vicenda e indaga sui misteri che circondano la scomparsa della nave. Non bisogna aspettarsi una storia poliziesca: è la ricerca > di qualcuno perduto e avvolto da una strana luce che talvolta confondeva la verità . > Elegante, distaccato, viso morbido, occhi marroni, mobilissimi, (...) romantico, razionale nell'azione , Ippolito è un mito; di lui e della sua morte non se ne parlava nella famiglia Nievo, quasi che solo il silenzio potesse immortalare un personaggio che non desiderava altro che l'oblio. La ricerca di Stanislao prende le mosse da una visione. Guardando un francobollo dedicato allo zio, d'improvviso > il mare si ingrandì, diventò enorme, in grandezza naturale. Il volto si allargò e divenne chiarissimo poi si dissolse riapparendo di colore naturale e allontanandosi nel mare che lo avvolgeva. Nel bollo l'uomo aveva una macchia rossa sul petto. Era un berrettino da guerra, rosso. Rimase il colore e cambiò la forma che si mise a pulsare. (...) Scomparve tutto nel mare che era diventato una porta azzurra . E' una allucinazione; essa dà l'impronta all'intero romanzo, apparentemente costruito intorno ad una trama razionale, in realtà scandito da una serie di ritratti, alcuni di essi di grande suggestione. Pensiamo al capitolo «l'ultimo minuto», capitolo che da solo vale la lettura del libro. Con un realismo inquietante e affascinante l'autore ripercorre il naufragio, immaginando anche i pensieri dell'ultimo minuto, quando «apparve ad ognuno la vecchiaia che non avrebbe mai vissuto», fino a quando > si accesero alcune luci. Erano creature del fondo ad organi elettrici. Nessun altro assisté all'arrivo sul fondo del vascello napoletano. Si adagiò con una carezza silenziosa e chiuse dentro il suo misero carico . Viene in mente una delle poesie di Ippolito ( «le lucciole» citata nel libro): > la mia mente somiglia un praticello/Pieno di lucciolette all'ora bruna/ Dove il chiaror in questo lato o in quello/ Tremulo guizza senza posa alcuna . L'adagiarsi sul fondo del vascello evoca gli ultimi capitoli, nei quali l'autore racconta le immersioni in profondità per rintracciare il battello o almeno alcuni resti di esso. E' una descrizione realistica e dettagliata: tra numerose imbarcazioni adagiate sul fondo (quanto è immenso il mare! e quanta umanità è seppellita nelle sue profondità!) Stanislao realizza come la sua indagine fosse > un'onda che mi trasportava senza direzione e senza leggerezza. Dove? (...) La solitudine pian piano si svuotò delle sue immagini. Tutto divenne estraneo, leggero. Mi sentivo una galleria dove il vento scuoteva le strutture. E mi conduceva lontano, nel nulla. (...) Fui gettato nella memoria di solitudine del naufrago che cercavo. Ippolito, una settimana prima di sparire, scrisse: «morirò per morire e tutto sarà finito» E' inutile la ricerca: Ippolito Nievo vuole restare un mito e un mistero deve essere la sua scomparsa. Come si fa a raccontare la vita e la morte di uno zio, di un padre o di un nonno? Come si riesce a dare il senso di una devozione? Stanislao dà una risposta sconcertante: lo si fa cercando sé stessi, in un turbine di ritratti e riflessioni, nel quale il ricordo della persona venerata resta lì sospeso, nella memoria e nell'immaginazione. Come è scomparso Ippolito Nievo? Non lo sapremo mai, ma per un nipote che importanza ha? Non deve scrivere una biografia né portare avanti un'indagine storica: deve riscostruire nella sua mente, anche affidandosi alla fantasia, il carattere essenziale dell'uomo. Per Ippolito era la solitudine, d'altra parte, diceva: > le lucciole brillano nel mio cervello all'ora bruna, scintillando tra dense ombre . Come il capolavoro dello zio anche il romanzo di Stanislao è discontinuo: a capitoli di grande efficacia narrativa e persino esilaranti (pensiamo alla parte intitolata «le stalle di Augia» dove si racconta la peregrinazione negli archivi di stato), si susseguono pagine confuse e ridondanti, come gli incontri con chiromanti ai quali chiedere lumi su dove trovare il battello, inutili digressioni sull'efficacia delle pseudo scienze. La scrittura sorregge il romanzo, con frasi brevi, dialoghi serrati e un parsimonioso ma efficace uso degli aggettivi; tuttavia l'autore non riesce ad evitare che il ritmo diventi prolisso e dispersivo. Se lo zio Ippolito ha avuto la giustificazione di non aver potuto rivedere il suo capolavoro prima che andasse alle stampe, caro Stanislao! Tu non hai alcuna scusa: alcune belle sforbiciate avrebbero fatto bene al racconto. Perché leggerlo? Per il capitolo «l'ultimo minuto» e per riscoprire le Confessioni di un italiano.
Pride and Prejudice
Nella società inglese del primo ottocento ciò che conta sono le regole della buona società: le maniere educate ed amabili, le ragazze da marito moderatamente istruite, i buoni matrimoni che danno una prospettiva di stabilità e di benessere. Lʼapparenza così come il denaro dominano sovrani. A queste due regole auree fanno eccezione due personaggi: Elizabeth, seconda di cinque sorelle appartenente ad una modesta famiglia, e Darcy, giovane ricco e di alto lignaggio. Elizabeth è una ragazza orgogliosa e indipendente, che non accetta che il suo destino sia determinato da altri: «sono soltanto decisa ad agire secondo la mia opinione per avere la mia felicità». Darcy è un uomo silenzioso, brusco e poco simpatico, cui interessa solo agire secondo le proprie convinzioni senza dar conto a nessuno. Una società fatta di apparenze può essere, tuttavia, una trappola per una ragazza orgogliosa. Le voci che circolano su Darcy sono negative e spingono Elizabeth a rifiutare con sdegno la proposta di matrimonio del giovane: la ricchezza non può sopperire alla cattiva opinione che la ragazza si è fatta di Darcy! Ma lʼorgoglio può portare al pregiudizio se non si guarda alla sostanza. Saranno gli avvenimenti, il racconto dellʼinfanzia del giovane, la visita alla casa dove è cresciuto, ossia una migliore conoscenza, a far capire ad Elizabeth la vera personalità di Darcy, a maturare lentamente lʼamore per il giovane. Ma sarà la forza di carattere di Elizabeth a permetterle di superare le resistenze e le pressioni dei parenti di Darcy che non vogliono accettare un matrimonio, considerato troppo modesto. Orgoglio e pregiudizio sono due lati dello stesso problema: pieni di sé stessi, chiusi nel proprio mondo, non si è capaci di comprendere gli altri. > Ella si vergognò di sé stessa. Non poteva pensare a Darcy senza sentire che era stata cieca, parziale, pregiudizievole, assurda. Come avevo agito male, ella gridò, Io, che mi ero orgogliosamente basata sul mio discernimento! Io che avevo valutato me stessa sulle mie abilità! Che avevo spesso disprezzato il generoso candore di mia sorella e gratificato la mia vanità, in un inutile e colpevole sfiducia. Come è umiliante questa scoperta! È un libro estremamente moderno, che invita alla conoscenza e ai giudizi aperti non precostituiti. Scritto in un inglese elegante, è tuttavia appesantito dalla complessità della struttura sintattica, che richiede una lettura attenta e non sempre facile. Il ritmo narrativo è lento e alla fine risulta scontato. Se si esclude la figura di Elizabeth, i personaggi sono spesso stereotipi, piatti e privi di vita. Perché leggerlo? Il fascino del libro è concentrato nella figura di Elizabeth, donna già moderna alla ricerca della propria affermazione.











