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I Malavoglia
RecensioneItaliano

I Malavoglia

L’ambiente è un villaggio di pescatori della Sicilia della fine Ottocento. I Malavoglia sono una famiglia di pescatori, proprietaria di una barca (La Provvidenza) e di una dimora con una piccola campagna (la casa del nespolo). La vita trascorre serena e dignitosa in una comunità che rispetta i Malavoglia in quanto economicamente sono in grado di sostenersi. In breve tempo una serie di disgrazie scaraventano la famiglia nella povertà e nel dolore: la Provvidenza subisce un naufragio dove muore Bastianazzo il figlio di padron Ntoni, e viene perso un carico di lupini. La famiglia è costretta a indebitarsi per riparare la barca e ripagare il prestito contratto per l’acquisto dei lupini. Poi uno dei figli, Luca, muore soldato e un nuovo naufragio costringe a vendere anche la casa del nespolo. Ntoni, l’altro nipote di padron Ntoni, si dà al contrabbando,viene sorpreso dalla polizia e nella colluttazione ferisce gravemente un poliziotto. Per salvarlo dall’ergastolo l’avvocato tira in ballo la corte che il poliziotto faceva a una delle ragazze dei Malavoglia, la quale, presa dal disonore, fugge dal paese. Dopo questa serie di disgrazie, il libro sembra chiudersi con una nota positiva: Alessi, l’altro nipote di padron Ntoni, riesce a riacquistare la casa del nespolo. In realtà la nota positiva sta a testimoniare la ciclicità della storia, la continua lotta per sopravvivere, fatta di momenti positivi e di altri negativi, questʼultimi più frequenti. Insieme con la famiglia Malavoglia, l’altro soggetto del libro è costituito dalla comunità, rappresentata da una serie di personaggi, dai loro legami reciproci, dalla loro logica utilitaristica, ma anche da una sovrapposizione continua di temi economici con il pettegolezzo, la ricerca dei mariti, il perbenismo e infine l’indifferenza verso la disgrazia. Nessuno aiuta i Malavoglia, se non altri disgraziati, mentre le famiglie possidenti, o che si ritengono tali, li abbandonano, in quanto la sfortuna è in fondo la testimonianza di una colpa. Si tratta di un libro complesso, nel quale si sovrappongono molti temi. Nel sottofondo un totale fatalismo, che rispecchia un destino già segnato dalla gerarchia sociale e dall’utilitarismo economico: > che hai, gli domandava, nulla ho, ho che sono un povero diavolo. E che cosa vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati . «Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione si sa». Sarebbe, tuttavia, limitativo ridurre il libro a una mera rappresentazione di uno specchio della società nè a ricondurlo a una sorta di filosofia della storia. In realtà l’animazione dei diversi personaggi, il ritmo narrativo e soprattutto la lingua, molto particolare perché non dialettale e così rappresentativa del contesto, sono tutti fattori che collocano il racconto in una dimensione non reale, immaginativa ed espressiva di sentimenti universali. Se si confronta il libro di Verga con quelli di Emile Zola , in particolare Terre, emerge in modo evidente una profonda differenza. Il libro di Verga non vuole impressionare o spingere alla rivolta o alla desolazione, si muove invece sul terreno della «leggerezza», ricco di ironia nei confronti di una società che vive chiusa nelle sue regole e non comprende lo spirito eroico con il quale si muovono i Malavoglia. La contrapposizione tra eroismo individuale (e famigliare) e gretto conservatorismo della società costituisce un tema tutto italiano e quindi emblematico di una cultura e di un paese.

Matterhorn
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Matterhorn

Il romanzo è ambientato in Vietnam e racconta le vicende drammatiche di una compagnia dellʼesercito americano, costretta prima a presidiare un avamposto in mezzo alla giungla, poi ad abbandonarlo, perché considerato inutile dai comandi militari, ed infine a riconquistarlo in una sanguinosa battaglia. Matterhorn è una montagna, un limitato territorio,un micro cosmo, che permette allʼautore ( un ex marine multi decorato) di narrare lʼassurdità della guerra e i perversi meccanismi che la sostengono. E lo fa dal punto di vista dei soldati, tutti giovanissimi. Nella guerra un soldato non è che > la cenere di un gioco crudele... non è altro che una raccolta di vuoti eventi che finirà come una fotografia sbiadita sopra il caminetto dei propri genitori. Anchʼessi moriranno, e i parenti che non sapranno di chi era la fotografia la getteranno via . Nella guerra > la gente che si ama morirà per dare significato e vita a ciò che si è sempre pensato che fossero parole senza senso, un linguaggio di morte . Il romanzo si articola in tre parti, che possono anche essere interpretate come una sorta di percorso di vita militare di un giovane, ancora studente: dalla sua iniziazione come ufficiale al forgiarsi nella lotta epica contro il nemico sino alla disperazione esistenziale, alla perdita dellʼunico legame che vale in guerra: lʼamicizia. Mellas è un diciannovenne ufficiale, che, come vuole una assurda tradizione militare, viene inviato al fronte, pur inesperto. Mellas deve prendere decisioni determinanti per la sopravvivenza sua e dei soldati a lui affidati. Ci si muove in un ambiente ostile, in mezzo alla nebbia, alla giungla, ad insetti aggressivi e ad animali feroci. Il nemico è invisibile e spesso si spara senza sapere se cʼè veramente e se si è colpito qualcuno. Ma il giovane ufficiale non è mai solo perché i comandanti, comodamente al sicuro bevendo e fumando, lo inseguono con la radio, chiedendogli la posizione, il numero dei nemici uccisi ( spesso inventato per farli stare tranquilli) e le ragioni per cui non opera con maggiore determinazione. > Già stanco per mancanza di sonno, Mellas adesso combatteva con la fatica fisica che veniva dallʼaprirsi una strada attraverso una quasi impenetrabile boscaglia, salendo per pendii fangosi per guadagnare un costone, per cercare un sentiero, una traccia. Era bagnato sia dal sudore che dalla pioggia. Sforzo, Peso, Mosche, Tagli. Vegetazione. Egli non si curava più dovʼerano e perché.... ( ancora) trecento novanta nove giorni e poi alzarsi per andarsene . Ma anche Mellas viene preso dallʼambizione, dalla voglia di fare carriera. Si offre di andare in perlustrazione con alcuni soldati. In mezzo alla fitta foresta tropicale incontrano finalmente un vietcong, che viene mortalmente ferito. È un giovane, come lui e come i suoi compagni. Terrorizzato chiede aiuto, ma Mellas sa che il vero aiuto sarebbe quello di ucciderlo per non lasciarlo in pasto alle tigri. Non se la sente e ritorna piangendo allʼavamposto. Non si rassegna che sia questa la guerra, e > nel fare così egli scopriva se stesso alla pena di vedere gettare via i legami di quei nemici uccisi con chi li amava: madri, sorelle, amici e mogli. Il commando ha deciso che la compagnia deve abbandonare lʼavamposto e raggiungere il più rapidamente possibile unʼaltra località, sempre in mezzo alla giungla. E i marine sono costretti ad una marcia defaticante, trascinandosi dietro feriti e persino i cadaveri di soldati morti, uno sbranato da una tigre ed un altro ucciso da una forma di malaria che esiste solo in quella particolare zona del Vietnam. Poiché non hanno raggiunto nel tempo richiesto questo nuovo avamposto, altrettanto inutile quanto il precedente, la compagnia viene messa a disposizione per interventi di emergenza nei punti più delicati del fronte. Mellas vuole protestare per una decisione così ingiusta, ma lʼamico Hawke gli rammenta che bisogna essere un poʼ politici, non per sé stessi, in fondo si è ufficiali di leva, ma perché il comando per ripicca potrebbe non inviare gli elicotteri, che servono per rifornire le compagnie al fronte e per recuperare feriti e deceduti. Lʼelicottero è unʼarma di ricatto! Nella seconda parte del romanzo la compagnia, cui appartiene Mellas, viene mandata a riconquistare Matterhorn, adesso presidiata dal nemico. Non è chiaro al comando militare quanti siano i vietnamiti, ma non importa. Bisogna compiere un atto eroico, che metta in buona luce gli alti ufficiali del reggimento, favorendone la carriera. La compagnia si trova coinvolta in una battaglia terribile. È una narrazione epica, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e i suoi episodi guerreschi. Ciò che spinge i militari americani non è certo un ideale (perché siamo qui, si chiedono i soldati, il Vietnam ha dellʼoro, del petrolio o qualche altra materia prima?). Ciò che li porta a compiere atti incredibili di valore sono la fraternità e la rabbia: salvare i compagni, recuperare i feriti o almeno i cadaveri; lottare pensando di avere davanti a sé, come veri nemici, chi li ha portati in questa carneficina. E poi cʼè il gusto di uccidere per uccidere. La tensione e la paura creano un legame tra i nemici, che sono come incatenati in una rete di violenza e di morte. Nella terza parte del racconto, Mellas è ferito nel combattimento e va, quindi, in convalescenza. Ma quando ritorna scopre che durante la tregua la compagnia è interessata dal conflitto tra bianchi e neri, che caratterizza la società americana e che era transitoriamente scomparso durante le azioni di guerra. La solidarietà e lʼamicizia che si creano in combattimento sospendono soltanto le rivalità sociali e razziali. La guerra non è un momento di reale cambiamento, abitua solo alla violenza. Ed infatti lʼamico Hawke viene ucciso in un attentato organizzato da un gruppo di affiliati ai fratelli neri. Niente cambia realmente, si è solo ombre, > muovendo attraverso questo paesaggio di montagne e valli, cambiando il carattere delle cose come le ombre si muovono ma lasciando niente di mutato quando esse lasciano. Solo le ombre stesse possono cambiare . La guerra innesca una trasformazione individuale,non collettiva. È senza dubbio un libro di guerra, nel quale lʼelemento epico è prevalente. Sarebbe tuttavia limitativo ritenere questo romanzo una narrazione del conflitto del Vietnam, una sorta di poema in prosa, di moderna Iliade. Non è solo questo. È una denuncia della guerra. Già raccontarla partendo da un luogo così limitato, Matterhorn e il suo territorio circostante, permette di calarsi nella dimensione quotidiana ma tragica dellʼesperienza di singoli uomini, facendo perdere il carattere complessivo e specifico del conflitto del Vietnam. Si parla della guerra, di qualsiasi guerra. Cʼè poi la figura di Mellas, senza dubbio autobiografica. Il giovane rifiuta di accettare le inesorabili leggi della vita militare e della guerra. Ma non le respinge per la nostalgia della vita civile, che per lui, come per gli altri, è data per persa. Non accetta lʼinutilità delle decisioni, la sofferenza gratuita inflitta ai soldati e lʼuccisione di nemici, a lui sconosciuti, ma comunque esseri umani con le loro vite a casa, giovani anchʼessi con un loro futuro. È il racconto del dramma di tutte le guerre. Il libro è molto lungo, estremamente dettagliato, talvolta scivola nel resoconto. Alla fine, si è un pò stanchi di tanti trucidamenti. Ma è forse è questo lʼintento dellʼautore: stomacarci della guerra. Perché leggerlo? È uno splendido libro di guerra.

Karl MarlantesAtlantic Monthly Press
Miguilim
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Miguilim

> Un certo Miguilim viveva con la madre, il padre e i fratelli, assai lontano di qui, (...) nel Mutùm. In mezzo al Campo Gerais, ma in un avvallamento in zona di foreste, terra nera, alle falde delle montagne. Miguilim aveva otto anni . Con questo incipit da fiaba Guimares Rosa narra una grande famiglia contadina dal punto di vista di un bambino. > Miguilim non aveva voglia di crescere, di essere una persona grande, i discorsi delle persone grandi erano sempre le stesse cose secche, con quella necessità di essere violente, cose spaventate . In una famiglia sprofondata nella miseria (il papà > urlava che lui era povero, sul punto di divenire miserabile, di dover chiedere l'elemosina ), Miguilim vive al centro di un nucleo sociale complesso, fatto di persone e animali: il padre violento, lo zio che tresca con la mamma, la nonna stramba di una saggezza severa e atavica, la serva strega, «così nera nera, come deve essere la Morte», i bovari e la gente del villaggio, gli animali da cortile, e tanto ancora; ma nessuno è come il fratello Dito, sicuro, protettivo, capace di fronteggiare il padre.  > Di colpo, scoppiò. (...) Ed ecco il tuono! Tuonò enorme, una quantità di volte; tutti si tappavano le orecchie, chiudevano gli occhi. Allora Dito si abbracciò con Miguilim. Dito non tremava, solo era più serio.  (...) Dito era furbo e pacifico. (...) Dito non litigava sul serio con nessuno, (...) Miguilim voleva sempre non litigare, ma finiva per litigare con tutti. Che bello essere come Dito: adatto a tutti gli orari delle persone... . Miguelim è fragile, non adatto al lavoro contadino, ha paura di inoltrarsi da solo nella foresta per portare il pranzo al padre che lavora nei campi, e a nulla valgono le parole assicuranti del bovaro quando Miguelim gli chiede se lui è malfatto, né gli abbracci e i baci della serva strega e neanche lo strofinio del gatto Sossoe, > gli occhi di un verde tanto meno vuoto --- era una luce dentro un'altra dentro un'altra, dentro un'altra, senza fine . Miguilim è come se vivesse in un suo mondo, magico, incomprensibile, meraviglioso e terrificante. Non c'è da stupirsi che la morte di Dito sconvolga il bambino, quasi impazzisce, non può più nascondersi dietro le sicurezze del fratello, deve andare pure lui a lavorare nei campi, in uno zappare sfaticante sotto il sole. Come in una bellissima fiaba, arriva a salvarlo un cavaliere; si rivolge proprio a lui, al piccolo Miguelim, e gli porge degli occhiali. > E Miguilim guardò tutti, con tanta forza. (...) Guardò le foreste scure in cima alla montagna, qui la casa, la siepe di fagioli selvatici e di sao-caetano ; il cielo, il recinto del bestiame, il cortile, gli occhi rotondi e le alte vetrate del mattino. (...) Il Mutùm era bello. Adesso lui lo sapeva. Se in «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese (si veda la recensione in questo sito), gli occhiali sprigionano una realtà insopportabile per una povera ragazza dei bassi, qui, invece, le lenti hanno un potere salvifico, quasi che solo la conoscenza della realtà permetta di meglio sopportarla. Un finale fiabesco conclude in bellezza l'infanzia del piccolo Miguelim, e preannuncia il grande racconto sociale del capolavoro di Joao Guimares-Rosa. (si veda la recensione del «Grande Sertao» in questo sito). La grande famiglia contadina ha caratterizzato la struttura sociale del nostro Paese sino agli anni '50 del Novecento. Eppure non ci sono grandi romanzi che narrano del mondo mezzadrile e colonico. Pinocchio è il figlio di un artigiano, i «Malavoglia» sono dei pescatori, Giannino del «Il giornalino di Gian Burrasca» è il tipico ragazzino borghese, le storie di Cuore sono troppo edificanti perché rispecchino una realtà sociale, forse solo lo splendido capitolo «Le quattro stagioni» in «Il Mulino del Po» indaga le dinamiche tipiche del mondo contadino (Per Pinocchio, Malavoglia, il Mulino del Po e il Giornalino si vedano le recensioni in questo sito). Qui invece, Guimares Rosa ripercorre l' infanzia di un bambino all'interno della complessa rete di relazioni d' una realtà misera, tutta rivolta alla sopravvivenza, ma nella quale si agitano sentimenti e si può sognare. Il rapporto tra Miguelim e Dito connota una gerarchia informale in cui il più fragile cerca l'appoggio della personalità più forte, creando una relazione privilegiata e salda, che dà sicurezza e che solo il finale fiabesco può sostituire. Nella sua intensa prefazione Antonio Tabucchi definisce il racconto > un'operetta dal timbro mozartiano, eseguita dal flauto magico di un narratore non comune . E' una definizione particolarmente azzeccata: è il ritmo altalenante di momenti iperrealistici con altri fantastici, «di non storia», che dà quel senso di fascino ambiguo che caratterizza la narrazione. Dietro il facile schermo della fiaba (ma lo è  veramente?) il racconto > suscita inquietudine e conserva sempre una valenza non attribuibile, a margine (o al di là) della formulazione speculativa. Qualcosa che ricorda il pensiero selvaggio, che è legato al mistero dell'Essere . (Prefazione di  Tabucchi). Perché leggerlo? Bellissimo!

Rosa Joao GuimaresFeltrinelli Editore
Le mille e una notte volume I
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Le mille e una notte volume I

«Le mille e una notte» è un manoscritto arabo probabilmente risalente al califfato Abbaside, tra 750 e il 900 dopo Cristo: il contesto è il favoloso impero di Bagdad, esteso dal Nord Africa alla penisola araba sino all'Asia Centrale e all'India. La scoperta fu di Antoine Galland all'inizio del settecento e da allora il testo si diffuse in Occidente creando stupore e scandalo: nacque l'orientalismo. A causa delle tante versioni dell'opera va precisato che la recensione fa riferimento al testo stabilito sui manoscritti originali da René R. Khawan. Cominciamo con la  «Tessitrice delle notti». Il re è stato tradito dalla moglie: un moro «le alzò in aria le gambe, le scivolò tra le cosce e la penetrò».  Da quel momento il sovrano decide di prendere in sposa ogni notte una fanciulla e di ucciderla all'alba. La figlia del visir, Shahrazad, la quale «aveva letto libri e scritti di ogni genere», chiede al padre di combinare il matrimonio con il re, dicendo: > o mi innalzerò nella stima dei miei simili liberandoli dal pericolo che li minaccia, o morrò o perirò senza speranza di salvezza, condividendo la sorte di quelle che sono morte e perite prima di me . Il padre cerca di dissuaderla con storie che invitano ad una vita prudente e schiva, ma la figlia, testarda e sicura di sé, gli risponde che potrebbe presentargli altre storie che portano a conclusioni diverse. Ed ecco il fulcro di «Le mille e una notte»: la parola.  Con l'invenzione letteraria, l'affabulazione e la poesia si possono affrontare le situazioni più difficili,  vincere gli spiriti maligni e, persino, volgere a proprio favore la volontà di Dio. Secondo l'interpretazione generalmente condivisa, in realtà non confermata dalla struttura dell'opera, ogni notte Shahrazad narra una storia al re: affascinato, il sovrano tiene in vita la ragazza per il desiderio di sentire un altro racconto sino a farne la sua sposa per tutta la vita. Miracolo della parola! L'opera ha un modello ripetitivo: c'è un racconto di base all'interno del quale si sviluppano altre storie, tutte  finalizzate a convincere e meravigliare l'interlocutore. La narrazione in prosa è intercalata da poesie secondo uno stile tipico della civiltà Abbaside. Conviene lasciarsi avvincere, pur tuttavia è possibile ritrovare alcuni filoni comuni. Nel celeberrimo «Il pescatore e il Jinn» il tema è l'astuzia. Un pescatore libera un diavolo imprigionato per secoli dentro un vaso nel fondo del mare. Una volta fuori, il Jinn vuole uccidere il pover'uomo. Il pescatore fa leva sulla vanità del diavolo sfidandolo a mostrargli come può stare chiuso in un piccolo vaso; è un raggiro per imprigionare nuovamente il Jinn. Alle implorazioni e alle promesse di quest'ultimo il pescatore gli risponde con racconti che mostrano la saggezza della poesia: > avrebbero potuto mantenersi giusti e puri,/ma hanno abusato del loro potere/ e il mondo  a sua volta li ha oppressi/(...) eccoli restituiti al loro squallore... Vorremmo lasciarci sprofondare nel fascino delle storie  del «pescatore e il Jinn» (secondo il verso «se ritorni, noi torneremo»), ma dobbiamo correre ad illustrare l'altro magnificente racconto: «Il facchino e le dame». Qui il tema è la clemenza, a sua volta frutto dell'amore. Un facchino si ritrova nella casa di tre dame, sono di una bellezza perfetta, che fa dire al poeta. > inviolata...quand'io la supplico concedermi/l'amplesso. Bellezza le consiglia/di mostrarsi generosa,/ ma Civetteria le proibisce di accettare . Arrivano tre mendicanti con un occhio solo e poi persino il sultano con il visir. Ha luogo un convivio nel quale gli ospiti sono legati da un giuramento:  > tutto che ci vedrai fare, tutto ciò che osserverai intorno a noi...non cercare di capirne la ragione . Troppo, però, è la stranezza di ciò che vedono da non indurre gli ospiti a fare domande. Compaiono dieci mori pronti a tagliare la testa degli incauti, che non hanno mantenuto l'impegno preso. Per placare l'ira delle tre dame i mendicanti raccontano la loro storia e chiedono clemenza: sarà data a tutti gli ospiti tanta sono la meraviglia dei racconti e il piacere che ne hanno ricavato le tre magnifiche fanciulle! Come si può punire quando si canta l'amore? > La donna prese l'arma e avanzò finché non fu di fronte a me. (...) La guardai a lungo. (...) Le sue guance espressero allora i sentimenti che occupavano la sua anima, e mi tornarono alla mente i versi del poeta: se tace la mia bocca, parlano i miei sguardi/che ti diranno quel che non posso dire,/perché l'amore rende manifesti/i sentimenti in me celati.(...)/l'uno è scrittore di genio, benché la sua retorica sia solo debitrice al gioco delle palpebre;/l'altro è non meno fine letterato/benché solo con l'occhio si esprima . Capiamo da questi versi come la parola ammaliatrice sia frutto anche della recitazione orale e gestuale, il tutto in dolce compagnia dove ci sono una musica gradevole, un profumo soave e la felicità dell'amplesso, perfetta > solo se fornita di questi quattro elementi/bella età, vino,/un corpo amato, delle monete d'oro... Si possono indagare i tanti temi sottostanti all'opera, da quelli filosofici alla rappresentazione di una società che aveva al centro la bellezza, l'arte, la ricchezza, il soprannaturale e la magia, in un clima generale di violenza e di sopruso da parte del sovrano. Non poniamoci troppe domande; perdiamoci nei racconti, nelle loro trame sbalorditive, nei fatti e nei personaggi incredibili, frutto di una fantasia rigogliosa e incontenibile; concediamoci il piacere dei tanti versi, ammaliatori e misteriosi come il seguente: > il giuramento che mi lega, l'ho prestato/per l'ebbrezza che suscita in me il battere/della sua palpebra, per la curva dei suoi fianchi, /per le frecce stregate che mi lancia/ (...)fuggiti sono i dolori come al sorgere radioso/del sole, lasciando perplessa la luna./L'astro del giorno era in anticipo?/Voleva forse già metterla in fuga?... Perché leggerlo? Sbalorditivo, magnifico, affascinante, esplosione dell'immaginazione.

Vari AutoriRCS / Rizzoli
Minaret
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Minaret

Najwa è una ragazza sudanese, figlia di una ricca e influente famiglia. Dopo un colpo di stato, in seguito al quale suo padre viene imprigionato e condannato a morte, Najwa si trasferisce con la madre e il fratello in Inghilterra. Qui la sua vita cambia radicalmente: la madre muore, il fratello viene condannato per uso di stupefacenti e lei è costretta a lavorare come donna di servizio presso ricche famiglie londinesi, generalmente di origine araba. Incontra nuovamente un amico sudanese, con il quale aveva avuto un flirt da ragazza e che poi aveva abbandonato a causa delle sue accuse verso la corruzione del padre. È una relazione difficile e ricca di contraddizioni: il ragazzo si rivela spesso egoista, egocentrico, possessivo e a un tempo fragile, mentre continua a esprimere critiche nei confronti del padre di Najwa. In occasione della morte della madre, Najwa si avvicina all’ambiente della moschea e comincia a sviluppare un’attenzione verso la religione musulmana, che si evolve in una fede profonda via via che si dissolve il rapporto con il fidanzato. Inoltre la fede è anche un modo per ritrovare le proprie radici, non più nazionali ma religiose. Passano gli anni e Najwa va a lavorare presso una ricca famiglia egiziana, dove allaccia una relazione con un giovane studente, anche lui intriso di idee religiose. Ma ormai la disparità sociale è troppo alta e la loro relazione si interrompe nel momento in cui viene scoperta. Il libro si muove su due livelli. Il primo, più superficiale, è quello legato all’ambiente musulmano. La ricerca di radici tramite la religione è un tema presente, anche se poco approfondito sia per quanto riguarda l’analisi delle motivazioni alla base dell’evoluzione ideale della ragazza (da una cultura tendenzialmente indifferente a una profonda religiosità) che in relazione alla descrizione dell’ambiente della moschea. Il secondo, di maggiore spessore, riguarda invece la vicenda personale di Najwa: la sua solitudine, il suo attaccamento alla famiglia, il suo desiderio di ritrovare, anche in seconda battuta, l’ambiente sereno dell’infanzia e infine gli incontri sfortunati con gli uomini. La fragilità di Najwa e i suoi desideri vengono superati proprio dalla serenità che le proviene dalla fede ritrovata. Ciò le permette di compiere il passo più doloroso e più difficile: dare alla madre del giovane studente la «chiave» per convincerlo ad abbandonare Najwa. > Lei non sa, lei non sa che egli ha le sue proprie frustrazioni e idee del mondo. Lei non sa che egli non è una sua esternazione. Glielo dico. E dicendolo lo perdo. Le do la chiave nelle sue mani . In tal modo Najwa perde la speranza di una propria vita sentimentale e famigliare e si destina a una vita di riflesso, come una monaca o una vecchia zia. Il libro narra quindi l’evoluzione interiore di Najwa dalla spensieratezza dell’adolescenza alle delusioni della vita sino a un ritrovato equilibrio interiore, che è aiutato dalla fede ma soprattutto da una crescente consapevolezza della solitudine, come scelta. È scritto molto bene con uno stile piano, privo di retorica ma felicemente espressivo. Ricorda in qualche modo Nadime Gordimer, anche se meno denso e complesso.

Leila AboulelaPolygon
Il mio nome è rosso
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Il mio nome è rosso

Il libro si sviluppa su diverse trame, che è difficile ricondurre a un unico filone narrativo. Un primo percorso riguarda il declino della tecnica della miniatura, che si era sviluppata nel Cinquecento sotto l’influenza dell’arte persiana e cinese. L’arte ottomana della miniatura giustificava la possibilità di disegnare le immagini a completamento dei libri con il fatto che non si effettuavano ritratti di personaggi reali e non esisteva uno stile personale, ma le figure e i paesaggi rappresentavano il mondo con l’occhio di Dio e quindi riprendevano continuamente immagini e stili, che erano stati codificati dai vecchi maestri e quindi erano legittimati dall’autorità del passato. In realtà questo approccio costituiva in qualche modo una giustificazione e un obiettivo, in quanto, poi, il miniaturista e il laboratorio, al quale questi apparteneva, aggiungevano piccole modifiche o assemblavano in modo innovativo le immagini fissate dai grandi maestri del passato. Il sultano decide di fare preparare un libro con immagini secondo lo stile europeo, conosciuto dagli ottomani attraverso Venezia. A causa della delicatezza della richiesta, che poteva creare forti reazioni tra gli ortodossi, la realizzazione del libro non viene affidata al laboratorio di corte, ma a un anziano artista, Zio Effendi, che affida singoli disegni agli stessi miniaturisti del laboratorio. Il racconto delle modalità di attuazione dei disegni è condotto dall’autore in modo singolare, ossia dal punto di vista delle diverse immagini rappresentate: il cane, l’albero, la moneta, il cavallo, la morte, il colore rosso. Con questo espediente narrativo l’autore racconta la storia dell’arte della miniatura, che è arrivata alla sua conclusione, perché, dopo la morte del sultano, verrà abbandonata in quanto considerata non aderente ai precetti della religione mussulmana. La storia di questʼarte permette anche di aprire una serie di scorci sulla storia della civiltà mussulmana (in particolare le invasione dei mongoli e la guerra tra la Persia e gli ottomani) e sui temi narrativi predominanti, in particolare la storia d’amore tra Cosroe e Sirin. Un secondo percorso narrativo è in qualche modo un giallo. Uno dei miniaturisti uccide un compagno e lo Zio Effendi. Si intrecciano in qualche modo diverse motivazioni: la gelosia e l’invidia, il desiderio di carriera e l’idea che si stesse realizzando un libro blasfemo e che questa operazione andasse fermata. Anche in questo caso l’autore utilizza l’espediente di far narrare le vicende dal punto di vista dei diversi personaggi. È interessante come vengono condotte le indagini: il sultano affida al maestro del laboratorio di miniatura il compito di individuare l’assassino tra i propri discepoli, pena la tortura e la morte di tutti. Il maestro scopre una stranezza nel disegno del cavallo, un tratto che identifica il disegnatore, e quindi chiede al sultano di entrare nel tesoro per studiare i vecchi libri e scoprire in questo modo l’origine storica del tratto e quindi identificare il miniaturista in base alla conoscenza della sua vita e della sua evoluzione artistica. In realtà al maestro non interessa questa indagine. È deciso a punire i discepoli per averlo tradito accettando di collaborare alla realizzazione del libro ed è interessato a visionare, per l’ultima volta, il grande tesoro del sultano. Un patrimonio artistico che sta per scomparire e una storia di lotte e di invenzioni emergono dinanzi al maestro, che decide di accecarsi secondo un vecchio rituale dei grandi maestri. Un terzo percorso narrativo è la storia d’amore di Nero, ritornato dopo tanti anni a Istanbul, e di Sekure: una vicenda triste perché la donna non ama realmente Nero ma accetta di sposarlo solo per trovare una sistemazione e dare un padre ai propri figli. I tre filoni narrativi si intrecciano tra di loro e sono ricondotti a unʼunitarietà non tanto dai contenuti, quanto soprattutto da un clima di nostalgia e di tristezza: un mondo sta scomparendo. È il grande impero ottomano ed è l’incontro di civiltà e di culture che facevano riferimento alla religione mussulmana. L’arte della miniatura non resiste all’assalto della cultura occidentale, che riprende «il reale» e afferma l’individualità dell’artista, e dell’ortodossia religiosa. Il maestro decide volutamente di distruggere il laboratorio perché capisce che non può più tenere sotto controllo le aspirazioni dei discepoli. Le strade e le case della città sono tristi, l’amore si riduce a convenienza e i bambini stessi sembrano pallide rappresentazioni dell’infanzia. Nero, che ha scoperto l’assassino per amore di Sekura e ha rischiato la vita, condurrà unʼesistenza triste e solitaria accanto a una donna che non lo ama. Perché o non si cambia o si cambia troppo in fretta perdendo ciò che proviene dal passato? Dice il maestro: > ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo . Non sono le vicende che creano questo contesto di malinconia e di decadenza, ma è lo stile dell’autore, che riesce con l’accostarsi degli argomenti e l’uso attento degli aggettivi a creare un senso di sospensione e di dolce maliconia.

Orhan PamukGiulio Einaudi
Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)
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Morning in Jenin (ogni mattina a Jenin)

"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? / Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, “L’arpione della memoria” dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). È possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare >? È giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. È nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. >. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: >. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata >. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del >; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: >. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, e le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. >. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, >. E allora come cantò il poeta >. La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino. La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. È un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani! Perché leggerlo? È un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.

Susan AbulhawaBloomsbury
La mort de Belle
RecensioneFrancese

La mort de Belle

Un insegnante che ha sempre condotto una vita tranquilla e monotona, viene sconvolto dall’uccisione di una ragazza, ospite presso di lui da alcuni mesi. Una sera, infatti, il protagonista si trova solo in casa, in quanto sua moglie è uscita per giocare a carte presso alcuni amici. La ragazza ritorna a casa, saluta distrattamente e va direttamente in camera sua. Alla mattina viene trovata cadavere. I sospetti della polizia, ma anche del vicinato, si dirigono immediatamente verso l’uomo. Il protagonista si vede crollare il suo mondo, si sente emarginato dalla comunità: i cui membri si sentivano forti ascoltando le parole del pastore, scrive Simenon, > essi si sentivano la legge, la giustizia, ogni frase nuova che passava sopra le loro teste li rendeva più forti, mentre Ashby, tra di loro, diveniva sempre più debole e solitario . La polizia indaga anche nel passato del protagonista, per scoprire che il padre è stato un ubriacone, uno sperperatore delle ricchezze familiari per finire suicida. Questa indagine riporta indietro il protagonista, all’angoscia della sua giovinezza, all’idea, cioè, di poter diventare come suo padre: > ciò che lo impressionava non era tanto tale o tal’altro vizio determinato, un pericolo preciso, ciò che lo attraeva era qualche cosa di vago, di certi quartieri delle grandi città, di certe strade, di certe luci, persino di certi odori . La paura di essere attratto inesorabilmente verso il vizio e la depravazione lo ha spinto a ricercare la sicurezza, la pace, l’ordine sino al punto di sposarsi con una donna verso la quale prevale l’amicizia piuttosto che la passione. Il sentirsi accusato ingiustamente, abbandonato dagli amici e dalla comunità, e il richiamo al passato sono elementi che riportano alla luce questa fatale attrazione, rompono quel guscio che il protagonista si era creato. Inesorabilmente, come spinto da una forza fatale, il protagonista uccide una giovane donna, commettendo lo stesso delitto di cui era ingiustamente accusato. È solo apparentemente una storia poliziesca. In realtà Simenon, in modo eccezionale, tratteggia la falsità della vita, di una comunità ipocrita, che abbandona, in modo ambiguo, un suo membro solo perché è sospettato di un delitto. Per tutti è naturale che Ashby si sia invaghito della ragazza e l’abbia uccisa in un momento di passione omicida. Ma la capacità di Simenon sta anche nella costruzione di un protagonista, che è combattuto tra due forze contrastanti: l’ordine sociale e l’attrazione verso la libidine e la violenza. Quando le regole di convivenza sociale, nelle quali credeva il protagonista e che erano state la difesa contro i propri impulsi, si dissolvono e rilevano tutta la loro vacuità, il protagonista dà sfogo alla proprie inclinazioni. Viene portato avanti un tema di grande attualità: il rapporto tra legami comunitari e la complessità dei sentimenti e delle inclinazioni delle persone. Il delitto non è che l’elemento scatenante di una polarità che è all’interno della società (solidarietà contro ipocrisia e reclusione) e nell’individuo (ricerca della pace e della stabilità contro voglia di trasgressione).

La morte a Venezia
RecensioneItaliano

La morte a Venezia

Il protagonista è un noto letterato. > Non aveva mai conosciuto lʼozio, mai la spensierata negligenza della gioventù . Aveva condotto > una vita di auto superamento e di ciononostante, una vita aspra, tenace e temperata, che egli aveva plasmato a simbolo di un eroismo delicato e commisurato ai tempi . Eppure nel suo intimo cʼera sempre stata una inquietudine, «uno strano dilatarsi dellʼanima», indirizzato da una ferrea e quotidiana disciplina verso la perfezione ideale nellʼarte e la rappresentazione di elevati valori morali. Ormai sulla sessantina, allʼapice della sua fama, durante una passeggiata per le strade cittadine si imbatte in un forestiero, che lo impressiona per i tratti zingareschi ed esotici, tali da suscitargli > una sete giovanile di terre lontane, un sentimento così intenso, così nuovo o almeno da tanto tempo accantonato e disimparato... interrogò il suo cuore grave e stanco per scoprire se al pigro viaggiatore fosse ancora riservato un nuovo entusiasmo, un nuovo turbamento, una tardiva avventura della sensibilità . Non è quindi solo voglia di viaggiare ma sogno onirico di > tutte le meraviglie e gli orrori del multiforme globo terrestre . Con questo «enigmatico desiderio» la sua meta non poteva che essere Venezia, > la bellezza lusingatrice, la città, metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi lʼarte fiorì un tempo in voluttuoso rigoglio, e che ispirò ai musicisti note cullanti e carezzevolmente languorose . Prende alloggio in un elegante hotel, frequentato dalla ricca e variegata borghesia dellʼEuropa dei primi anni del ʼ900. Trascorre le giornate a contemplare il mare, a visitare «nelle notti tiepide» piazza San Marco e le calle della meravigliosa città. > Il ritmo piacevolmente costante di quellʼesistenza lo aveva già avvinto nel suo incantesimo, la morbida e lussuosa dolcezza di quello stile di vita lo aveva in breve tempo sedotto . Quando, mentre si smarriva nelle «vaste lontananze del mare», > la linea orizzontale che segnava il confine della terra fu intersecata allʼimprovviso da una figura umana... egli vide il bel fanciullo passargli davanti sulla sabbia e da quel momento > mente e cuore erano ebbri, il demone che si diletta a calpestare la ragione e la dignità dellʼuomo guidava i suoi passi . Lui, uomo ormai anziano, acclamato letterato per il suo classicismo, per le rigide regole della sua arte, si infatua, sino ad innamorarsene, dello splendido ragazzo e > la sua anima assaporò la lussuria e la frenesia del disfacimento . Dʼaltre parte, > quale valore poteva ancora attribuire ad arte e virtù, di fronte ai vantaggi del caos? Lʼinnamoramento si accompagna ad un consumarsi di energie in un corpo già debole, ad «unʼ angoscia sempre più violenta», ad un «senso di mancanza di ogni via dʼuscita e di ogni speranza»: va verso una voluttuosa morte. Dinanzi alla distesa del mare e al fanciullo amato che guarda lʼorizzonte, «figura assolutamente isolata e irrelata», il protagonista si lascia morire, come assorto in un sonno profondo, «librandosi in unʼimmensità colma di promesse». Il racconto, chiaramente autobiografico, può essere interpretato in tre modi diversi. La prima chiave di lettura è quella più semplice. Un signore anziano scopre, alla fine della sua vita, il proprio orientamento omosessuale, sempre represso per adeguarsi alle bigotte regole borghesi. Lo scrittore vorrebbe dare a questa rivelazione il senso di un disfacimento morale, ma in realtà il protagonista si lascia trascinare ben volentieri dalla passione, anche vedendola come una liberazione. > Gioia, sorpresa, ammirazione vi si poterono dipingere apertamente quando il suo sguardo incontrò... la cara immagine . Ed egli fu travolto dal desiderio > di baciare le dolci labbra della sua ombra, civettuolo, curioso e lievemente straziato, sedotto e seducente . È un vero e proprio desiderio erotico e sessuale. La seconda chiave di lettura vede, invece, il racconto come una costruzione spirituale, una sorta di riflessione sul percorso artistico dellʼautore. Non sapremo mai se Thomas Mann fosse omosessuale, ma è evidente che la dicotomia «riflessione e irrequietudine», «ordine ed eros» costituì la corrente sotterranea che vivificò una produzione letteraria, apparentemente inserita nellʼalveo del tipico romanzo borghese. In questo senso il fanciullo impersona questa contraddizione, tra bellezza classica e disordine decadente: fallimento di quella missione civilizzatrice ( e siamo infatti poco prima della prima guerra mondiale), che lo scrittore affidava alla Germania. Ma siamo anche in una fase in cui il romanzo borghese si apriva a nuove avventure, alla ricerca di forme innovative, in grado di narrare la coscienza europea, ormai in crisi. > Il viso, pallido e graziosamente impenetrabile, circondato da capelli inanellati color del miele, con il naso che scendeva diritto, la bocca incantevole, lʼespressione di dolce e divina serietà ricordava le sculture greche del periodo aureo , ma > ci si era ben guardati dal toccare con le forbici i suoi bei capelli che si arricciavano sulla fronte, sopra le orecchie e ancor più folti sulla nuca . Ed infine lʼultima linea interpretativa, senza dubbio la più complessa, è quella onirica, costituita dai sogni e dalle immagini. Qui lo scrittore si lascia andare a visioni fantastiche, che trovano nella descrizione di Venezia la loro trasposizione nella realtà. E che sia Venezia la sintesi delle tre linee interpretative? Voluttuoso disfacimento, forme classiche e libere ad un tempo, meraviglie sognanti sono i tratti che fanno della città il riflesso dellʼanima in disordine del poeta. Venezia non è solo contesto di sfondo, ma protagonista dominante del racconto. Perché leggerlo? È bellissimo, soprattutto per la sua scrittura, ammagliatrice, barocca, multiforme, ma coerente con le finalità del racconto e con la complessiva trama narrativa. Un vero capolavoro!

Thomas MannL'Unità/Einaudi
Muschio bianco
RecensioneItaliano

Muschio bianco

Per comprendere questa «gemma» letteraria bisogna tornare a un precedente romanzo dell'autrice: «Aniko» di cui si può leggere la recensione in questo sito. Aniko ha abbandonato il suo popolo, il Nenec, per andare a vivere lontano, e ha lasciato Aleska, compagno d' infanzia, e il padre Petko. Il racconto prende l'avvio dalla decisione della madre di Aleska di fare sposare il figlio. > Suo marito era morto, (...) e il focolare non si era spento dopo che il padrone se n'era andato. Era rimasto un altro compito da assolvere (...): generare una corrente viva che non si disperdesse e non si prosciugasse come una pozzanghera a primavera, ma seguitasse a scorrere come un fiume dentro agli argini. A ventisei anni suo figlio non era ancora un vero uomo. (...) Bisogna farlo sposare ad ogni costo.  Il cuore di Aleska è tuttavia oppresso dall'amore per Aniko. Se da bambino si sentiva > come un uccellino indifeso con le ali non ancora sviluppate , ora è > un avvoltoio incattivo, offeso. Si sentiva come un uccello rapace che, allargando gli artigli dell'amor proprio, si appoggia al muro sordo della vita senza che nessuno possa comprendere il suo dolore. Di notte sogna Ilne (così è chiamata Aniko nel libro), il suo sorriso seducente, e la possiede. (...) Quando si rende conto che è soltanto un sogno e non la realtà, si sente struggere dalla nostalgia. La nostalgia è come un ragno nero e peloso. Il tocco delle sue zampe avvelena l'anima. Il romanzo ci racconta la liberazione di Aleska dall'attesa del ritorno di Aniko, e lo fa in una società, quella Nenec, ormai in dissoluzione ma ancorata ai vecchi valori, alla cocciuta determinazione di salvare la propria cultura. Al centro di questo mondo c'è il focolare, il fuoco sempre acceso, compito e prestigio della donna; a lei compete di dare e allevare i figli, a lei l'onere di conservare e trasmettere la cultura Nenec. Da qui nasce l'enormità, per la vecchia madre e per l'intera comunità, di un uomo che non vuole sposarsi, ostinatamente legato all'amore «lontano». I due piani narrativi, l'uno individuale e l'altro collettivo, si sovrappongono alternando momenti onirici con racconti corali.  Nel sogno, > Ilne lo fissava e sorrideva. Non era più la stessa Ilne che l'aveva invitato a seguirla. Un sorriso malizioso, ammiccante, che non le aveva mai visto in volto e che per qualche ragione lo infastidiva, non abbandonava le sue labbra. (...) Capì che avrebbe voluto cancellare dal suo volto quel sorriso; (...) il suo era un invito a un gioco d'amore che non era che un inganno. Se Aniko si trasforma nella rimembranza dolorosa per poi svanire nel cuore di Aleska, con la cessione delle sue slitte il vecchio Petko dichiara dinanzi alla comunità che Aniko non tornerà mai più; non è necessario conservare la dote, > dieci slitte abbandonate (...), come orfane, colpevoli di fronte alle persone e alla vita.  (...) Il cum era silenzioso come se fosse immerso nel sonno. Ma il giovane sapeva che, immobili, le due donne (la madre e la giovane sposa) lo attendevano in ginocchio davanti al fuoco. (...) Scostando con un  ampio gesto la tenda dietro le spalle, entrò. Così entra un ragazzo che è diventato un uomo. C'è una protagonista nascosta ed è Aniko. Essa compare all'improvviso, inattesa, con una sorta di dichiarazione d'amore in cui pare che Nerkagi non riesca più a trattenere il proprio "io«, in un romanzo in cui il narratore è»onnisciente". > Amo i vecchi alberi, dice Aniko, (...) li amo per tutte le estati passate, per il mistero della vita che occultano, per il mormorio delle foglie che si può scambiare per un canto o un pianto, una confessione o un racconto. Gli antichi alberi somigliano ai vecchi. E sarebbe bello essere certi che proprio loro siano ancora custodi di quell'Aurea parola della verità, dimenticata chissà quando dagli uomini. E poi, in questo racconto apparentemente semplice, come dietro i personaggi della Commedia c'è Dante, ci sono alcune figure dietro alle quali si cela Nerkagi. Certo, una di queste è la madre di Aleska, emblema del caparbio legame alla tradizione; ma c'è un altro personaggio, così lieve da parere inutile nella trama. E' la giovane sposa rifiutata da Aleska, rispettosa del mistero dell'animo del marito. Con una splendida similitudine, così Nerkagi canta la dolorosa e rassegnata condizione di una sposa non accolta: > il mondo della ragazza era come quella di un fiorellino sbocciato per volontà del destino in fondo a un burrone dove i raggi del sole penetrano solo di primo mattino e le pietre, ostili, trasudano freddo. Coperte di un viscido muschio, emanano un forte fetore e invidiano la bellezza e la dolcezza dei petali del fiore, ignorando la luce che la sua corolla irradia nell'oscurità. Sono rimasta in silenzio per troppi anni, confessa l'autrice, e ora è tempo che il muschio diventi bianco. Lo stile è un dolce fluire di parole, a volte elegiaco e in altre lirico, ricco di similitudini tratte dall'ambiente naturale, dagli alberi e dagli animali; una natura in apparenza immobile che contrasta con i cambiamenti del mondo dei Nenec e con gli enigmi dell'animo umano. Tanta è la soavità della scrittura che nel lettore si compie una sorta di metamorfosi, che permette di misurarsi con il mistero senza decifrarlo. Perché leggerlo? Fuori dal tempo e dallo spazio è un canto della nostra condizione umana.

Anna NerkagiUtopia