L'adolescente
Arkadij Dolgorukij, lʼio narrante, è il figlio naturale di Versilov, > un uomo, asciutto e superbo, nei miei riguardi altezzoso e negligente e che..., dopo avermi generato e abbandonato tra gli estranei, non solo non mi conosceva affatto ma non se ne pentiva neanche mai . Arkadij soffre profondamente lʼindifferenza del padre, anche perché questʼultimo ha portato con sé la madre e perché ha ridotto il ragazzo in una situazione di forte disagio sociale, in quanto è noto a tutti la sua posizione di figlio illegittimo. > Ero come un escluso... e avevo deciso di ripudiarli tutti e di rinchiudermi definitivamente nella mia vita . A togliere dallʼisolamento il ragazzo, che ha ormai concluso gli studi liceali, è una lettera di Versilov, che lo invita a Pietroburgo. La prima parte del romanzo narra la conoscenza da parte di Arkadij della figura complessa e sfuggente del padre: è un rapporto difficile anche perché > quellʼuomo non era che il mio sogno, il sogno degli anni dellʼinfanzia. Così lo avevo inventato io stesso, mentre in realtà si era dimostrato diverso, caduto tanto al di sotto della mia fantasia . Ma non è solo Versilov il centro della vita di Arkadij. Il giovane si trova dentro un vero e proprio «enigma», fatto di personaggi, di relazioni e di vicende, tra i quali si trova a disagio con il suo carattere, rigido, solitario e orgoglioso. Suo malgrado, deve riconoscere che le persone hanno più facce, che i rapporti tra di esse sono spesso ambigui e che è un «assioma sacrosanto» quanto dice un famoso verso di Puskin: «del basso vero mʼè più caro/lʼinganno che ci trasfigura». Nella seconda parte del romanzo, sembra che Arkadij abbia accettato questa realtà. Conduce una vita dissipata, dedito al gioco, al bere e alle donne, e trascurando la madre e la sorella, che ha appena conosciuto. Potrebbe essere un momento normale nella vita di un adolescente, se non fosse che Arkadij porta con sé un terribile segreto: ha cucito nel cappotto un documento con il quale Katerina Nikolàevna, già amante di Versilov, formulava il progetto di fare interdire il padre, un ricco e vecchio principe, al quale, tra lʼaltro, Arkadij è profondamente legato. La scoperta di questo scritto porterebbe il principe a diseredare la figlia e favorirebbe le aspirazioni della sorellastra di Arkadij,che vorrebbe sposare il vecchio aristocratico. A complicare le cose è che Arkadij è innamorato di Katerina e non vorrebbe tradirla. È inoltre affezionato alla sorellastra, affascinato dalla sua intelligenza e dal suo forte carattere. Tutti sospettano che il giovane abbia il documento e quindi lo blandiscono con atteggiamenti e parole, interpretati dallʼingenuo Arkadij come atti di vera amicizia e persino di amore. È difficile muoversi nellʼintrigo, soprattutto quando non si ha la percezione del bene e del male e quando le persone non sono né chiaramente cattive né nettamente buone. Domina «lʼanima del ragno», ossia che lʼuomo > possa accarezzare nella propria anima un altissimo ideale accanto alla più grande bassezza, e tutto in perfetta buona fede . Ma anche Arkadij si fa catturare da «ignominiosi pensieri», per esempio, utilizzare il documento in suo possesso per conquistare lʼamore di Katerina. > Di dove mai , dunque, era venuto tutto ciò, già così pronto? E questo, perché avevo lʼanima del ragno! Vuol dire che tutto era germogliato da un pezzo e giaceva nel mio cuore corrotto, giaceva nel mio desiderio . Ed è proprio la debolezza di Arkadij, il suo lasciarsi attirare dal male, a far precipitare la situazione nella terza parte del romanzo. Il giovane si fa a sua volta ingannare da alcuni criminali, che gli rubano di nascosto il documento e cercano di ricattare Katerina. Con orrore il giovane deve poi scoprire che essi sono dʼaccordo con Versilov.. La doppia personalità di Versilov si pone dinanzi al giovane come una «immagine spezzata», tanto più dopo un intenso e tante volte atteso colloquio, nel quale Versilov aveva dichiarato al figlio il suo amore per la madre, salvo poi inviare a Katerina una richiesta ufficiale di matrimonio. Ma allora chi è veramente il padre? Forse solo un uomo spinto dal capriccio, da una vanità senza freni, pensa Arkadij. La disillusione della figura paterna si è compiuta. Arkadij non è più un adolescente. Lʼadolescente è il più contemporaneo dei romanzi dellʼautore. A ciò contribuiscono diversi elementi: la modernità del rapporto tra padre e figlio, il tema pirandelliano della doppiezza, i caratteri polizieschi della trama, piena di colpi di scena e che spesso lascia il lettore in attesa di quanto verrà in seguito. Il pregio maggiore del libro è proprio il ritmo serrato, che lascia poco spazio a considerazioni filosofiche, come spesso accade in altri romanzi dellʼautore. Al di là della nota abilità di Dostoevskij di strutturare i dialoghi, colpisce la capacità dellʼautore di richiamare la doppiezza nella struttura della frase: per esempio, i capitoli si chiudono sempre con lʼimmagine di una contraddizione, di un altro, disegnato anche con pochi tratti di parole. Perché leggerlo? È uno dei migliori romanzi di Dostoevskij, non apprezzato a sufficienza forse perché non richiama temi filosofici e religiosi.
The age of Innocence (l'età dell'innocenza)
Il romanzo è ambientato a New York alla fine dell'Ottocento, quando la vecchia élite newyorkese, con i suoi oppressivi rituali sociali, fu travolta da una nuova borghesia rampante, pregiudicata e aggressiva; reagì cercando di ignorare i cambiamenti, > finché li piombarono addosso. L'importante era preservare la «tradizionale piacevolezza» del vivere sociale. Non è un caso che il racconto si avvia con la prima all'Opera, descritta minuziosamente dalla scrittrice: la sistemazione delle famiglie nei palchi, secondo una rigida gerarchia sociale, la posizione delle persone al loro interno, nel rispetto dei ruoli familiari, i vestiti eleganti all'ultima moda parigina, le chiacchiere sommesse che devono interrompersi quando è cantato l'assolo; un'atmosfera aristocratica imbevuta di puritanesimo americano, e quindi superiore al frivolo mondo europeo. In una platea di personaggi minori, compaiono sin dall'inizio i tre protagonisti. Archer è un giovane avvocato, appassionato di letteratura con un vissuto di usuali trasgressioni borghesi (un amante, forse qualche signorina), ma ben consapevole che deve fare un «buon matrimonio». Le letture sconsiderate lo portano a fare dichiarazioni non conformiste ( > le donne devono essere libere come lo siamo noi ), ma > era un giovane uomo quieto e dotato di un forte self control. L'aderenza alla disciplina di una piccola società era divenuta quasi una sua seconda natura. Si agita però in lui un'inquietudine che lo porta a sentirsi come > se venisse seppellito vivo sotto il suo futuro. Sempre all'Opera, nel palco di famiglia in una posizione defilata, come vuole la rigida etichetta, siede la giovanissima May, che > proprio quel pomeriggio gli aveva permesso di pensare che ci fosse da parte sua «un'attenzione» (la frase ufficiale a New York da parte di una ragazza per dichiarare un interesse) ; una perfetta rappresentante della sana società americana, che > sarebbe probabilmente andata attraverso la vita affrontando ciascun' esperienza al meglio delle sue capacità, ma mai anticipando ciò che sta per accadere anche solo con uno sguardo fuggitivo. Forse questa incoscienza era ciò che dava agli occhi quell' innocenza, e al viso la sembianza di un tipo invece che di una persona. Accanto a May c'è > un'esile giovane donna, (...) con capelli castani che si sviluppano in fitte ciocche intorno alle tempie, racchiuse da una stretta fascia di diamanti, (...) con una gonna di velluto blue scuro esaltata sotto il seno da una cintura con un'ampia chiusura vecchio stile. Il portamento e l'abbigliamento inusuale attirano l'attenzione di Archer: è la «povera Ellen Olenska», la cugina di May, tornata in America dopo essersi separata da un aristocratico polacco: passi essere accolta dalla famiglia, ma portarla in pubblico, alla prima dell'Opera, dinanzi a tutte le più importanti famiglie di New York! Da questa scena iniziale, così voluttuosamente barocca, si dirama la storia: Archer è attirato dalla misteriosa e inebriante contessa Olenska, per lui promessa di una vita diversa, intravista dalla letteratura e ora realizzabile nell'innamoramento per la bella e malinconica Ellen. Se guardiamo oltre la nebbia del sogno, intravediamo che la figura di Ellen > si è costruita dentro di lui come una forma di santuario in cui lei troneggiava tra i suoi segreti pensieri e desideri. A poco a poco, questa immagine divenne la scena della sua vita reale, di ogni sua attività razionale. (...) Fuori di qui, nella scena della sua vita effettiva, egli si muoveva con un crescente senso di irrealtà e insufficienza, comportandosi in modo maldestro, contro i pregiudizi familiari e i tradizionali punti di vista, come un demente va in collisione con l'arredamento della sua propria stanza. Eppure, lui stesso s' imprigiona in un'esistenza borghese: anticipa il matrimonio con May, consiglia Ellen di non chiedere il divorzio dal marito, conduce una vita ordinaria, accanto ad una giovane moglie affettuosa e comprensiva, frequentando i tradizionali luoghi sociali di New York e ottemperando agli obblighi della famiglia di May. Lentamente e silenziosamente gli si crea attorno una cortina soffusa di protezione: ufficialmente nessuno conosce l'infatuazione di Archer per Ellen, crescente innamoramento scandito da piccole bugie, da improvvisi viaggi di lavoro, da incontri fugaci e apparentemente nascosti, come capita per tutti gli amanti. Poi, all'improvviso, esce allo scoperto May, prima offuscata dalla vitalità della splendida contessa Olenska; in un colloquio fatto di sottintesi, di verità dette e non dette, May anticipa l'irreparabile confessione di Archer dichiarandogli di aspettare un bimbo e di avere usato, sfrontata e cinica, l' ancora non certa gravidanza per indurre Ellen ad abbandonare l'America. L'innocente May si è rivelata una consorte astuta, non perché dotata di un'intelligenza particolare, ma perché si è attenuta a schemi collaudati della società cui appartiene. In un ricevimento d'addio per la contessa Olenska, (perché le forme vanno sempre rispettate!) Archer capisce che tutti conoscevano la relazione e hanno agito solidalmente per evitare lo scandalo di una separazione: nella vecchia New York tutto deve andare avanti > senza effusioni di sangue: il modo di agire di gente che temeva lo scandalo più che la malattia, che metteva la decenza sopra il coraggio. E dall'altra parte anche Archer condivideva questi valori, anche se > gli pareva di assistere alla scena in uno stato di strana mancanza di peso, come se fluttuasse da qualche parte tra il candeliere e il soffitto, niente meravigliandolo quanto la sua parte (da spettatore) in ciò che stava accadendo. Scritto dopo la prima guerra mondiale, «L'età dell'innocenza» racconta la fine di un'epoca, narra la perdita dell'innocenza della borghesia americana. Se nei libri di Alcott (si vedano in questo sito le recensioni di «Piccole Donne» e «Piccole Donne Crescono») la famiglia è la destinazione naturale della donna, concretizzandosi così il suo ruolo sociale, nel romanzo di Wharton il matrimonio è una gabbia, luogo di rinuncia e di doveri. Da questo punto di vista la contessa Olenska è la figura vagheggiata, capace di vivere fuori dagli schemi, come una farfalla tra un fiore e un altro. Questa interpretazione, enfatizzata dal film di Martin Scorsese del 1993, non racchiude il senso più vero del racconto. Dobbiamo metterci dal punto di vista di Archer e della visione conservatrice di Warthon. Nella sua introduzione Sarah Blackword riporta come siano state trovate due conclusioni differenti rispetto al finale del libro. In entrambe è previsto che si rompa il matrimonio e Archer possa andare a vivere a Parigi con la bella contessa Olenska. Perché la scrittrice ha deciso che Archer dovesse ripiegarsi in una piatta vita borghese, nei doveri sociali e coniugali della vecchia New York? Il tema principale del romanzo è il peso delle regole sociali, la cui forza risiede nel fatto che sono interiorizzate all'interno della coscienza, sono una prigione che traccia il nostro destino, di là dei nostri «segreti pensieri e desideri». E com' è accaduto per Archer, non ci resta che vivere nella fantasia, ancorarci al sogno e all'immaginazione, creare una realtà parallela nella nostra mente. Sempre nuovi Don Chisciotte di Cervantes o Quinchotte di Rushdie (si vedano le recensioni in questo sito) ci muoviamo smarriti e prigionieri in un mondo che vorremo diverso, finché, come Archer, ci adeguiamo, adagiati nel quieto vivere. Per quanto tempo lo potremo fare? Ricca, influente e circondata da artisti nella sua vita parigina, Wharton aveva anche la passione di «designer di arredi»; e ciò spiega le descrizioni dettagliate degli ambienti e dell'abbigliamento, vere e proprie rappresentazioni teatrali, già cinematografiche, così ricche di immagini, suggestioni e simboli. E' una scrittura minuziosa e all'apparenza realistica, che emana un fascino sognante, sospeso ed evanescente. Non so se la Wharton abbia conosciuto Joyce o Proust; ma è evidente che siamo dinanzi ad una narrazione innovativa, a un non romanzo, dietro alla patina ottocentesca e superficiale. Il lessico è ricco, di forte impronta americana, insieme a una struttura sintattica articolata e raffinata; senza dubbio un bell'Inglese! Perché leggerlo? Interessante e moderna la figura di Ascher, splendidamente barocco.
L'Agnese va a morire
Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, «LʼAgnese va a morire» parla della guerra partigiana di pianura, dove > i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano lʼazione dove nessuno lʼaspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano. La pianura, ed in particolare lʼambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. > Una sera di settembre lʼAgnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango . Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da > un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi , a diventare > responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni . Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: «se sono buona»; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nellʼambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera allʼinverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. > Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da unʼinferriata, e bruciava sullʼacqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) È un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) LʼAgnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato . Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui > verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano allʼaccampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari... . Con lʼinverno e la pressione crescente dei tedeschi, > via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quellʼacqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi . Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, > pur di arrivare a riva, di essere fuori dallʼacqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava . Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania > Comʼè dura, vero? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora lʼora di liberarsi, Agnese. (...) LʼAgnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quellʼonda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui cʼera un altro, e un altro, e un altro. Lʼultimo richiuse piano la porta. Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo unʼintellettuale! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dellʼambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia unʼepopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici. Perché leggerlo? Un capolavoro nei contenuti e nello stile!
Anna Karenina
Il romanzo racconta due vicende che si svolgono in parallelo e che trovano origine nel rifiuto di Kitty di sposare Levin, preferendo il bello e aitante ufficiale Vronskj. Da questo atto di vanità e di leggerezza, immediatamente sconfessato dall’innamoramento di Vronskj per Anna Karenina, prende le mosse il percorso di Levin, il suo amore per la campagna, il suo avvicinamento a Kitty sino al matrimonio e alla scoperta della fede; e si sviluppa invece la triste storia di Anna, la sua relazione con Vronskj, l’abbandono del marito, la convivenza all’estero, in campagna e a Mosca sino al tragico suicidio. Si è in presenza di una trama «ufficiale», che vorrebbe, forse, esprimere il pensiero e il messaggio di Tolstoj: solo l’attaccamento ai valori religiosi e a quelli tradizionali della Russia possono salvare l’uomo e il paese, mentre la vanità e l’ipocrisia, caratteristiche tipiche dell’aristocrazia, non possono che condurre alla distruzione personale e al disfacimento morale e sociale di un popolo. Il generoso e profondo Levin trova nelle responsabilità del matrimonio, della famiglia e della gestione della terra la risposta ai propri interrogativi sociali ed esistenziali. Non sono le nuove tecniche di produzione, le teorie economiche e i filosofi a dargli questa risposta, ma la vita stessa gli ha dato la rivelazione attraverso la coscienza del bene e del male. > Non ho acquistato il sapere, ma mi è stato dato... perché io, con le mie sole forze, non avrei potuto conquistarlo . L’elegante e colta Anna, invece, che non ha rispettato i legami con i tradizionali sentimenti religiosi e sociali della Russia, è condotta, suo malgrado, alla disperazione: > quante cose, (quando ero bambina) che a quei tempi mi parevano belle e inaccessibili ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre . Ma la contraddizione tra la ragione, che conduce alla morte, e la fede che conduce alla vita è presente sino agli ultimi momenti della vita di Anna: > Sì tutto mi disturba, mi tormenta. La ragione ci è data per liberarci da quello che ci tormenta. Dunque, bisogna che me ne liberi. Perché non spegnere la luce, se non si ha più voglia di vedere nulla, se non si prova più altro che avversione nel guardare le cose?....ad un tratto il buio che avvolgeva ora ogni cosa per lei fu squarciato e la vita le si presentò per un attimo con tutte le sue chiare gioie passate... Signore, perdonatemi tutto! proferì ancora, sentendo l’impossibilità di lottare. Il Mugik, borbottando qualche cosa, lavorava sulle fondamenta . Via via che si sviluppa il romanzo, il personaggio di Anna Karenina assume una vita autonoma, che travalica le stesse finalità dell’autore e che le dà peculiarità ben differenti da quelle richieste dalla trama ufficiale. Sembra quasi che Tolstoj si innamori di questa sua creatura e non riesca a farla stare all’interno del ruolo progettato. Dapprima è evidente che Anna è una figura vacua e vanesia, che risponde appieno ai falsi canoni dell’aristocrazia russa, ma poi lentamente cresce la complessità di questo personaggio, che ricerca l’amore assoluto e una vita autentica, al di fuori delle ipocrisie della società. Anna è agitata da un profondo senso di colpa, per l’abbandono del marito e soprattutto del figlio, ma tuttavia sente di non essere colpevole, perché vuole soltanto «vivere la sua vita» in modo sincero e vero. Da questo punto di vista non la si può definire una figura romantica, in quanto la storia di amore è importante ma costituisce in fondo il fattore scatenante di unʼaspirazione spirituale più profonda: la volontà di vivere la propria libertà senza ipocrisie e false convenzioni. Anna Karenina è un personaggio tragico, che si distrugge e distrugge gli altri, quasi spinta da un demone (il sogno del vecchio Mugik) e da un destino che è al di sopra della sua stessa volontà. Nel corso del romanzo si attua una sorta di «rovesciamento», una profonda modifica di prospettiva, che porta all’esaltazione del personaggio di Anna, apparentemente fragile e colpevole, rispetto ai più noiosi e piatti Levin e Karenin.
L'armata dei fiumi perduti
Il romanzo è ambientato nel Friuli nel 1944 e tratta di una vicenda effettivamente accaduta. In quellʼanno i tedeschi trasferirono nel Friuli una armata di cosacchi, i quali si erano schierati dalla parte di Hitler nellʼillusione di poter sconfiggere i bolscevichi, loro nemici storici. Si trattava di un popolo che aveva vagato per lʼEuropa con donne e bambini alla ricerca di una terra e con la promessa di un ritorno vittorioso nei luoghi di origine, tra i grandi fiumi della Russia europea. Il racconto ruota intorno alla figura di una donna, Marta. Ella è giunta al paese con il proprio fidanzato e con Anita, la sorella di questʼultimo. Ma resta presto sola perché il fidanzato viene inviato sul confine russo e non fa più ritorno. Marta vive con una ricca vedova ebrea di origine slava, che era scappata dalla Russia a seguito delle persecuzioni anti semitiche e si era rifugiata in uno sperduto paese del Friuli. Si vive in unʼapparente serenità, che viene travolta da una retata di tedeschi che portano via la signora ebrea e con essa un gruppo di zingari, che stanziavano con la loro carovana nelle vicinanze del villaggio. Marta resta da sola con Anita, che è in attesa di un bambino, e con un vecchio zingaro, che casualmente si era salvato. Marta è una donna forte, che guarda sempre al futuro ed affronta quindi le avversità con grande coraggio. Arriva dal fronte russo un giovane, Ivos, con il quale la donna ha una breve relazione, ben presto interrotta dalla decisione del giovane di raggiungere i partigiani. Soli in una grande villa, Marta, Anita e il vecchio zingaro vivono in una stato di sospensione, di attesa, cercando di condurre una vita normale in una situazione sempre più difficile e drammatica. A questo punto arrivano i cosacchi, che travolgono la vita del villaggio, sia sotto il profilo materiale ( prima derubano e poi si installano nelle case stesse) che per quanto riguarda la vita sociale, introducendo i propri costumi e intrecciando relazioni con la gente del luogo. In realtà i friulani sembrano accettare lʼarrivo degli invasori, anche perchè si sentono accumunati con essi dal desiderio di una terra e di trovare, finalmente, una soluzione a sofferenze secolari. A casa di Marta vengono a vivere una famiglia ( una donna, un giovane e un ragazzo di dodici anni) e i due comandanti del distaccamento dei cosacchi: Gavrila e Urvan. Con questʼultimo Marta intreccia una relazione sentimentale, che, nellʼidea della donna, potrebbe concludersi con una fuga in America per vivere insieme. In questa parte del romanzo, i toni sono leggeri e malinconici: i cosacchi sono anche capaci di divertirsi e di divertire ma portano con sé una profonda nostalgia per la propria terra, per i propri costumi ed usanze. > Nellʼanima di Urvan, dentro dentro, vagavano ancora i fantasmi di quei costumi arcaici, come un ricordo attenuato e sbiancato, che aveva le sue radici in tempi consumati e disfatti da secoli. Aveva la sensazione di essere capitato chissà dove, e di essere atteso dietro il muro da eventi oscuri e imprevedibili . Sia i cosacchi che la gente del luogo si illudono che si possa continuare a vivere > dentro casa, un luogo separato dal mondo, come in una nave senza ormeggi che scivolasse su un mare privo di variazioni e di tempeste . Ad un certo punto la situazione precipita. La pace guerreggiata tra cosacchi e partigiani si trasforma in guerra aperta. Cominciano una serie di vicende sanguinose, gratuitamente crudeli. In realtà non cʼè nessun motivo per combattersi, ma è come se si rompesse il fragile legame di convivenza fra due popoli. I cosacchi, che sino a quel momento, avevano rispettato le donne i costumi locali, cominciano a compiere violenze e omicidi senza neanche sapere il perché, è come se fosse sparita la speranza di unʼisola felice, di una patria. > Ma soprattutto era la patria mentale ad essere svanita, quellʼordine di pensieri per cui un uomo aveva sempre la sensazione di trovarsi, dentro di essi, in un luogo noto e rassicurante . Ad un certo punto i cosacchi decidono di rimettersi in marcia e ritornare alla propria terra. Sarà un esodo drammatico, in quanto molti moriranno per fatiche e malattie, altri nei combattimenti con i partigiani, gli ultimi compieranno un suicidio collettivo per non essere trasferiti in Russia, dove li aspetterebbe una morte certa. Marta resta di nuovo sola, ma il romanzo va verso una conclusione naturale, perché il mondo deve continuare. Nasce il bambino di Anita e Marta ritrova Ivos e decide di vivere insieme con lui: forse non ci sarà una vera felicità, ma con coraggio si riprenderà a lottare per sopravvivere. Il romanzo si sviluppa su due temi, lʼuno sociale-collettivo, lʼaltro più intimo-familiare. Il tema sociale, che rende questo romanzo attuale, riguarda lʼincontro di due popoli, che si inquadra, tuttavia, nellʼidea che si è sempre dei naufraghi: > lʼumanità era giunta ad un punto in cui sempre più ci sarebbero state intere popolazioni senza patria, nomadi cacciati via dalle loro terre, crocifissi a situazioni dolorose e senza via di uscita, sospinti da eserciti e da guerre . A questa situazione di rinnovate barbarie lʼautore non trova una soluzione sotto il profilo sociale e politico, ma la ricerca nella forza dei rapporti familiari ed intimi e soprattutto nella donna. Marta rispecchia la terra-madre, la figura in grado di creare convivenza. > Era una donna semplice, perfino elementare, che attorno a sé, come sempre, non riusciva a vedere se non uomini, soltanto uomini, tutti simili tra loro, che parlavano lingue diverse, che avevano in mente cose differenti, ma erano tutti tartassati dalla guerra e dalle sventure, tutti dispersi nel disordine e nel buio del mondo . Il ritmo narrativo è lento, talvolta troppo, ma è la scrittura che sorregge la lettura. Si rimane affascinati e avvinti da una prosa calma e distesa, che riesce a creare una sorta di nebbia, di velo rispetto alla crudeltà del destino: in fondo è ciò che vogliono i personaggi. Come disse lʼautore, > mi piace vedere da lontano, descrivere i fatti come se già fossero storia o leggenda . Perché leggerlo? È bella la storia, il libro è scritto molto bene e poi è un romanzo attuale che parla dellʼincontro di due popoli e della forza inesorabile dellʼunica appartenenza al genere umano.
Ask the dust
Il terzo libro della sagra di Bandini rappresenta un ulteriore passaggio sia sotto il profilo dei contenuti narrativi che per quanto riguarda gli aspetti stilistici ed espressivi. Arturo è a Los Angeles dove sbarca il lunario cercando di scrivere e di far pubblicare i propri racconti. All’inizio, il romanzo mantiene gli elementi caratterizzanti quello precedente: una forte prevalenza dell’immaginazione, un ritmo narrativo ancora basato sulle espressioni soggettive e con un stile caratterizzato da forti accenti lirici e pieni di suggestioni. Arturo si innamora di Camilla, una ragazza messicana che lavora in un bar e inizia una tormentata storia d’amore, caratterizzata da scontri verbali, da messaggi scritti da parte di Arturo e da una gita sulla riva del mare, nella quale il ragazzo non riesce a tradurre il suo sentimento in un rapporto sessuale, pur atteso dalla ragazza. Arturo vive ancora in una sorta di delirio, nel quale passa da fasi di esaltazione a situazioni depressive. Si verifica, tuttavia, un episodio (immaginato o reale?), che sembra costituire la svolta nella struttura narrativa e stilistica del romanzo: una donna cerca Arturo per avere con il ragazzo una storia dʼamore. Da questo momento i rapporti con Camilla si rovesciano: la ragazza cerca Arturo per essere aiutata e gli confessa di essere innamorata di un altro uomo, che tuttavia non la vuole. Arturo accetta la situazione, anche perché si è accorto che Camilla si droga e vorrebbe aiutarla. Si sviluppa una relazione complessa, durante la quale Arturo matura, diventando un adulto. Il ragazzo vorrebbe portare la ragazza in una casa al mare, ma Camilla fugge e scompare nel deserto: > attraverso il deserto c’è una estrema indifferenza, il ritmo della notte e di un altro giorno, e tuttavia la segreta intimità di queste colline, il loro mistero, segreto e consolante, rendeva la morte di non grande importanza. Potevi morire, ma il deserto avrebbe nascosto il segreto della tua morte, sarebbe rimasto dopo di te, a coprire la tua memoria con venti, calore e freddo senza età…. portai il libro un centinaio di metri nel deserto, verso sud est. Con tutta la mia forza lo gettai lontano là nella direzione nella quale era andata. Poi andai in macchina, accesi il motore e ritornai indietro verso Los Angeles . Imbattersi con la vita reale dei sentimenti, e non solo con il delirio delle proprie aspirazioni e delle proprie immaginazioni, fa compiere ad Arturo la maturazione da ragazzo ad adulto. Anche lo stile si evolve in questo senso. Conserva sempre la ricchezza del linguaggio, una costruzione della frase e utilizzo dei vocaboli particolarmente attenti agli aspetti fonetici e alla suggestione del ritmo. Lo stile, tuttavia, diviene più asciutto, meno lirico e ridondante, la struttura narrativa è contraddistinta da dialoghi, prima praticamente assenti perché non c’erano personaggi di particolare rilevanza.
Le avventure di Cipollino
> Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli. (...) Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa . Così inizia il libro. Con poche e semplici parole lʼautore introduce il protagonista, appunto Cipollino, il mondo del romanzo, dove i personaggi sono verdure e frutta, e la lieve ironia, che caratterizza lʼintero racconto. Non ci sono gli uomini né le figure tipiche della vita contadina; in modo geniale lʼautore sviluppa la storia intorno agli alimenti che nellʼinfanzia siamo richiamati continuamente a mangiare e lo facciamo di malavoglia. In tal modo Rodari rovescia la questione: nessuna morale per i bambini, lʼodiato cibo diviene il protagonista di incredibili e bellissime storie, che sono lʼoccasione per farci riflettere sulla libertà. Cosa ci dice Cipollino con gli altri incredibili personaggi? La libertà è lottare per una vita autentica, non fatta di apparenze, una vita nella quale ciò che conta sono gli amici e non le gerarchie sociali, le convenzioni, il rispetto del potere. È un invito ad essere sé stessi, però senza pretese, lasciando al bambino, e a noi adulti, il piacere di divertirci. Il racconto prende le mosse da un sopruso: sor Zucchina si è costruita una casa minuscola, dove > la mano destra sta in cucina, la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto . Pomodoro vuole confiscare la casina, perché sostiene che è stata costruita sul terreno delle Contesse del Ciliegio. Cipollino si ribella e da lì si sviluppa la storia: la gente del villaggio (Mister Uvetta, Fagiolino, Pero Pera ed altri) nasconde la casina presso sor Mirtillo, che «abitava in un riccio di castagna» e aveva appeso un cartello invitando i > signori ladri, prima di entrare il campanello vogliate suonare . Il racconto ci introduce poi al Castello del Ciliegio, dove vive Ciliegino, un bambino solo e malinconico perché, dice Rodari, «o che brutta malattia essere senza compagnia». Cipollino e Ciliegino diventano amici, una verdura tra le più vili, un frutto tra i più gustosi. Alla faccia delle barriere sociali! Insieme combattono per liberare gli amici, nel frattempo rinchiusi in prigione, per salvare la casina di sor Zucchina, e sconfiggere i cattivi della storia, ma senza acredine, quasi con commiserazione. Le avventure sono tante e non sempre finiscono bene. Ci sono due personaggi minori, che indicano più di altri la sottigliezza di Rodari. Sor Pisello è il classico azzeccagarbugli, pauroso e servile. Malgrado sia stato salvato da Cipollino, tradisce i nostri amici per farsi benvolere dal potere: è il classico intellettuale italiano sempre pronto a far voltagabbana secondo come vanno i potenti? Mister Carotino è un famoso detective, il quale ovviamente non scopre mai nulla. Ciò che dice Mister Carotino viene ripetuto, ma rafforzato, dal fedele cane Segugio; per esempio: > Siamo in pericolo - costatò Carotino, senza battere il ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle - Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco il cane . Se pensiamo alle inchieste poliziesche del nostro paese che spesso non conducono a nulla, ma creano un grande frastuono, forse Rodari ha voluto demitizzare lʼapparato poliziesco, come per dire: non abbiate paura sono tutti come Carotino! Alla fine vincono i buoni ma soprattutto il mondo risulta capovolto. > Gli avvenimenti precipitano e noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono lʼuno sullʼaltro come i foglietti di un calendario, passano le settimane a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere niente, come quando al cinema la macchina impazzisce, e appena torna a girare abbastanza piano perché noi si possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato. Con Rodari è facile cadere nella trappola di cercare significati reconditi nei suoi personaggi e nelle sue storie, ma si è spinti inesorabilmente in questa direzione perché il mondo descritto è troppo simile al nostro, troppe volte ci ritroviamo dentro ai meccanismi della nostra società, assurdamente oppressivi ed ingiusti. Che il mondo non sia una grande matrioska, nella quale tutte le distorsioni sociali ed etiche si ripetono a tutti i livelli della natura? A distoglierci da questa amara conclusione e a ricordarci che siamo dinanzi ad uno splendido racconto per ragazzi è lo stile narrativo: elegante, arguto, apparentemente semplice, lieve ma profondo. Sono le parole la vera magia di Rodari, tanto che solo leggendolo ad alta voce il racconto acquisisce il suo fascino ed anche il suo vero senso: un volo nellʼimmaginazione, nella fantasia dove tutto è possibile, dove anche le cipolle hanno unʼanima. Perché leggerlo? Riflessivo, divertente, inebriante.
Avventure fra le pellirosse
Il romanzo, pubblicato sotto il pseudonimo di Guido Landucci, è un adattamento di uno dei primi racconti di genere western, scritto nel 1837: «Nick of the Woods: A Tale of Kentucky» di Robert Montgomery Bird. Forse per questo motivo il romanzo presenta alcuni tratti originali rispetto all'approccio tipico di Salgari. Lo schema tradizionale dell'autore è il seguente: un eroe, spesso defraudato della propria ricchezza e del proprio rango sociale, è affiancato da personaggi, che hanno il ruolo di alleggerire il profilo del protagonista, il più delle volte rigido e compatto. Talvolta l'autore inserisce elementi sconcertanti ed ambigui: come nella «Stella dell'Araucanìa», dove un nobiluomo diviene cannibale a contatto con i selvaggi, a conferma del lato oscuro di ciascuno di noi, anche di chi è civilizzato. In «Avventure fra le pellirosse» lo schema è differente: un personaggio di spalla si rivela il protagonista, mentre la narrazione, come al solito fitta di dialoghi, è inframezzata da storie di terribili e sanguinose stragi compiute dai pellirossa; elemento quest'ultimo in evidente contrasto con l'ingenuo anticolonialimo di Salgari, spesso dalla parte dei popoli oppressi. Veniamo alla trama. Due giovani, Rodolfo e Mary, giungono in Texas alla ricerca dell'oro: sono stati privati dell'eredità di un ricchissimo zio, il cui testamento è stato rivendicato dal tutore di un bambino, indicato come erede. Fin dall'inizio si capisce come i due giovani non abbiano alcuna idea dei pericoli ai quali vanno incontro: una vasta e desolata prateria che si trasforma in fitte boscaglie nelle vicinanze del Rio Pecos, fiume da attraversare se si intende andare nelle zone dove si dice ci sia l'oro. A partecipare all'avventura ci sono altri personaggi, dei quali è utile ricordare: Telie, una ragazza che vuole trovare il padre rapito dagli indiani, e Morton il Sanguinario, con il suo inseparabile cagnolino. E' un quacchero, ritenuto «l'uomo più inoffensivo della pianura», con un fucile vecchissimo e «quasi» guasto e un coltello, che «probabilmente non era mai uscito dalla guaina per uccidere un indiano». Oltre ai selvaggi pellirossa scorrazza per la pianura Scibellok, creduto dagli indiani uno spirito infernale: li uccide spaccandoli il cranio e lasciando come segno una croce in mezzo al petto. Siamo nel classico romanzo gotico inglese! Rodolfo è un giovane valoroso ma è totalmente incapace a condurre il piccolo gruppo; ed infatti, dopo diverse avventure, le due ragazze, Mary e Telie, vengono rapite dagli indiani. Nel tentativo di liberarle viene fatto prigioniero anche Rodolfo. A questo punto scopriamo che il padre di Telie è divenuto un capo indiano e, peggio ancora, è al servizio del perfido tutore: quest'ultimo intende sposare Mary ed uccidere Rodolfo in quanto nel vero testamento i due giovani sono indicati come eredi. Pure Morton viene catturato. > L' Avvoltoio Nero non è abituato a risparmiare i suoi prigionieri. Io amo le stragi e non disdegno di bere il sangue degli uomini bianchi. (...) Morton (...) era stato assalito da un tremito nervoso così forte, da non potersi più reggere in piedi. Era stata l'emozione provata, o la fatica, o qualche altra cosa, il tremito si era cambiato in un accesso convulso . L'Avvoltoio Nero pensa che Morton sia un grande mago e che possa fargli trovare Scibellok, lo sterminatore dei pelli rossa. Volete sapere il finale? Non voglio togliere la sorpresa; dirò soltanto che il tutto si conclude con un lieto fine. Il romanzo è una miscellanea, nella quale si mescolano con efficacia lo stile di Salgari, generalmente razionale e meccanicistico, e il gotico ridondante e tenebroso di Montgomery Bird. Morton è il protagonista e nella sua figura si sovrappongono il pacifismo e l'odio, il senso di comunità e la solitudine, la forza e la fragilità: sentimenti contrastanti che non possono coabitare troppo a lungo, preannunciano una fine terrificante e dolorosa. C'è poi un peculiare personaggio di spalla: un cagnolino bianco, una novità per Salgari, fedele compagno di un solitario ed eccezionale guida nella grande prateria. Sono poi presenti tutti gli ingredienti che ci fanno amare Salgari: il succedersi di avventure, le sorprese, i finali dei capitoli che preannunciano altre azioni, il desiderio di andare avanti nella lettura. L'autore italiano non si sofferma, tira dritto con il suo ritmo narrativo incalzante. Perché leggerlo? Non è tutto parto di Salgari, ma è magistralmente adattato ed è un piacere leggerlo.







