Vai all'inferno, Dante!
Vasco Guidobaldi, di antica e ricca famiglia fiorentina, è un adolescente viziato, strafottente ed egoista, abituato ad averle tutte vinte, a casa, a scuola e con gli amici. Ha perso da poco la mamma e il padre si è rinchiuso in un profondo isolamento; sotto la patina di spensierato ragazzo si nasconde una acuta sofferenza, un misto di rimpianti e di rassegnazione. Sfoga la rabbia con Fortnite, un videogioco, un campo di battaglia virtuale, dove è spesso vincitore. > A separare nettamente la mia vita vera da Fortnite non c'è un fiume, non c'è una montagna, ma solo una frontiera immaginaria che spesso attraverso senza accorgermene....) A me il gioco piace, perché l'adrenalina che mi entra nella pancia scaccia il leone che mi morde il cuore, come fa l'odio quando gioco a Fortnite. Almeno per quell'ora. Quando all'improvviso irrompe in Fortnite un nuovo giocatore che sbaraglia Vasco; si fa chiamare Dante e lancia un avvertimento: > fatto non fosti per killare B.R.U.T.O./ma per soccomber sempre contro Dante./Presto saprai perché son venuto . Forse troppo presto per la suspense del racconto, scopriamo che il nuovo concorrente è proprio Dante Alighieri, sceso in terra su richiesta della mamma di Vasco, preoccupata per il figlio. > Nel cielo bello d'anime beate/a me si avvicinò ombra gentile/con l'eleganza che usano le fate./(...) fagli da guida come fu Virgilio, /insegnagli l'amore e la sapienza,/come fosse tuo e non mio figlio. (...) Questa cosa mi fa impazzire di gioia, ma anche impazzire e basta. E' come se la vedessi al di là di un vetro infrangibile; le nostre mani possono avvicinarsi, ma non toccarsi veramente . E se è ovvio che l'amore materno compia il miracolo della redenzione, è interessante il rovesciamento del personaggio Dante, che, da ignaro viaggiatore che va verso la beatitudine per amore di Virgilio e Beatrice, diviene qui Guida lui stesso del cammino di un adolescente: la relazione con Vasco, di cui è mentore e amico ad un tempo, umanizza il grande poeta, spesso rappresentato altero, distante e già vecchio. Sarebbe stato un bel messaggio per tanti dantisti e professori noiosi, ma questa geniale intuizione non viene sviluppata dall'autore: come l'innominato di Manzoni (si veda la recensione su «I Promessi Sposi» in questo sito) Vasco si converte senza resistenze, divenendo un bravo ragazzo, studioso, gentile, pronto a dare solidarietà e amore. Seguono trecento pagine inutili. Siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, nel quale ambienti tipicamente giovanili, come i videogiochi, il calcio e la musica rap, si mescolano efficacemente con la Divina Commedia, raccontata in questo modo agli adolescenti. L'autore deve essere un lettore attento di Dante Alighieri, del cui poema coglie aspetti profondamente attuali, come quando fa dire al poeta: > Impara che l'amor non è denaro. /Non mille baci ti faranno ricco/se poi di sentimenti resti avaro.(...) Io invece amai come insegna il sole/che sulla luna mai le mani ha messo/(...) A ogni tramonto, le regala il cielo . Si sente tutto il Paradiso dove l'amore per Beatrice, e per il sommo Bene, fa «trasumanar» Dante e lo rende «colui che sognando vede» (Canto I verso 70 e Canto XXXIII verso 58 del Paradiso). Ancora una volta, come in Harry Potter (vedi recensione di «Harry Potter e la pietra filosofale» in questo sito) il passaggio dall'adolescenza all'età adulta richiede l'intervento di una forza esterna, dotata di poteri magici, e non implica uno sviluppo autonomo della consapevolezza, come avviene invece nell' Isola del Tesoro (si veda recensione su «L'Isola del Tesoro» in questo sito): se pensiamo che questo libro è rivolto alle ragazze e ai ragazzi con dispiacere dobbiamo constatare come ancora una volta il messaggio sia paternalistico e protettivo, non favorendo di fatto una crescita effettiva dell'individuo. Perché non leggerlo? E' noioso.
Verità e Menzogna
Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di «Lettere di una novizia» del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di «Le stelle fredde» del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in «Diana, risveglio», > nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno . Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale > c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire . Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). > Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile? A questo punto il suicidio è avvenuto . Solo con la morte > il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto . Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di «esistenze innumerevoli» (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse «non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga», tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come «una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima»; o come dice Luzi in "Anno" > tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota . Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, > tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa. Vicino alla morte, estenuato dalla «delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito»,Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte. Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' un delirio.
La verità sul caso Harry Quebert
Marcus è un giovane scrittore di successo, ma ha perso lʼispirazione.È nel panico e decide di rivolgersi al suo mentore: Harry Quebert, un celeberrimo scrittore che negli anni ʼ70 aveva venduto oltre quindici milioni di copie con il suo secondo libro, Le origini del male. I suggerimenti di Harry sono rassicuranti, anche se inquietanti alla luce della conclusione del romanzo: > le pagine bianche sono una stupidaggine, esattamente come le débacles sessuali dovute ad ansia da prestazione e consiglia Marcus di venire a vivere presso di lui, nella tranquilla città di Aurora. Il giovane accetta ma si viene a trovare al centro di un indagine poliziesca, che coinvolge in prima persona Harry. Vengono rinvenuti i resti di una quindicenne, scomparsa nel 1975, e numerosi indizi fanno pensare che sia Harry lʼassassino: il cadavere è stato ritrovato nel giardino della sua casa con accanto il manoscritto del celebre romanzo, Harry aveva avuto una storia dʼamore con la ragazza ed è probabile che lʼabbia uccisa per evitare che scoppiasse uno scandalo. Marcus non accetta le conclusioni della polizia e si mette in moto per confutare le accuse e trovare il vero assassino. Lentamente, anche troppo, si dipanano i fatti che portarono alla tragica fine della quindicenne. La ricostruzione della verità si sviluppa su due livelli narrativi, incastonati lʼuno nellʼaltro. Il primo livello racconta lʼindagine di Marcus e quindi la graduale scoperta di ciò che avvenne realmente tanti anni prima. Il racconto di Harry e degli altri personaggi permette anche di sviluppare il secondo livello, ossia la narrazione al presente delle vicende di allora. Se il primo livello ha maggiormente i connotati del classico «noir» di provincia , i «flash back» sembrano voler sondare soprattutto le storie individuali dei personaggi, in particolare di Harry e della ragazza. Perché lʼamico ha voluto farsi coinvolgere in una storia dʼamore con una quindicenne: per superficialità, perché veramente innamorato o perché era alla ricerca di materiali per un romanzo? Come Marcus si serve dei segreti, per tanti anni gelosamente custoditi, dellʼamico e degli altri personaggi, così Harry aveva «rubato» il libro di un altro per diventare uno scrittore di successo. > Ero terrorizzato, Marcus! Quellʼestate facevo una fatica enorme a scrivere. Pensavo che non ce lʼavrei mai fatta... e avevo in mano il manoscritto originale di quello che consideravo un capolavoro. Allora ho deciso di farlo mio. Ecco, così ho fondato la mia carriera e la mia vita su una menzogna . Come dice un proverbio «il troppo stroppia». Lʼautore ha caricato il romanzo di un numero eccessivo di finalità: costruire una storia poliziesca; ricostruire, con un esasperato uso della tecnica «avanti e indietro», la vita di provincia, con i suoi misteri sotto la tetra serenità quotidiana; parlare delle sfrenate ambizioni degli scrittori, pronti a tutto pur di aver successo nellʼavido e spietato mondo editoriale. Il risultato è un racconto troppo lungo, povero di suspense ma anche dei necessari approfondimenti psicologici ed ambientali: insomma, un noir troppo noioso per avvincere e una ricerca interiore e sociale eccessivamente superficiale per interessare. La struttura del romanzo su due livelli, a matrioska, è un sofisticato espediente letterario, che rende tuttavia la narrazione ripetitiva e confusa, se non apporta innovazioni tematiche e caratteriali al racconto e non è inserita in una riconoscibile scansione formale: due regole che non sono seguite nel libro dando spesso lʼimpressione al lettore di rileggere inutilmente le stesse vicende. La prevalenza eccessiva dei dialoghi rispetto alla parte espositiva non aiuta a creare momenti di suspense, come vorrebbe il genere «noir», né a meglio qualificare le situazioni e i personaggi, come vorrebbero le finalità non poliziesche del romanzo. Perché non leggerlo? È noioso, faticoso e inconcludente. Cʼè da chiedersi perché abbia avuto tanto successo.
Via delle Camelie
Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sullʼuscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che lʼhanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia? Forse suo padre era un musicista oppure «doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale». Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. > Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere dʼinverno o per farli ridere, secondo come viene . Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché «ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero lʼinnamorato». Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare lʼamante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un «vivere fino alla morte». Ed è proprio la stanca consapevolezza dellʼinutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti lʼhanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante «aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia». Nei romanzi di Mercé Rogoreda cʼè sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, lʼangoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto? È un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non cʼè mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice lʼautrice, é fatta di «tanti giorni». Perché non leggerlo? È così surreale e criptico da essere noioso.
La via per Kabul
Siamo nel 1939. Annemarie, uscita da una cura di disintossicazione dalla droga, compie un viaggio sino a Kabul con lʼamica Ella Mailart. Il viaggio, che doveva essere unʼoccasione di rinascita per Annemarie e doveva rafforzare il legame con lʼamica, fallisce da tutti i punti di vista. Sarebbe, tuttavia, sbagliato aspettarsi riferimenti alla droga e alla storia sentimentale tra Annemarie ed Ella (il nome di questʼultima compare pochissime volte nel racconto), così come sarebbe illusorio ricercare unʼanalisi dei luoghi e delle diverse società, che le due amiche incontrano. I veri soggetti del libro sono lʼauto, una Ford, e il viaggio come fuga. I diversi bozzetti, che compongono il racconto, descrivono un ambiente sociale e una natura, sempre dura e talvolta affascinante, che restano tuttavia di sfondo e spesso risultano ripetitivi e caratterizzati da un dominante estetismo. > Mi stupisco delle annotazioni prese durante il viaggio. Ho dimenticato la maggior parte dei nomi. Non voglio nemmeno raccontare le leggende che ho raccolto . Lʼunico punto reale è lʼauto, che fatica per salite impossibili, che viene sommersa dalla sabbia, con il motore che bolle per le alte temperature e non parte per il freddo, che deve essere costantemente riparata da meccanici locali, sempre gentili e disponibili. Tutto lʼaltro è illusione! Ma anche il viaggio come fuga è unʼillusione. In un bellissimo brano Annemarie così sintetizza il suo viaggio verso Kabul: > a dire il vero, ero semplicemente stanca di viaggiare e volevo tornare a casa. Temevo di essermi spinta troppo oltre e di aver varcato, senza volerlo, il limite dello spazio assegnato allʼessere umano... Ecco perché ho voluto un giorno liberarmi, non so esattamente da quale destino... Ma quando ancora una volta scende la magia del crepuscolo, quando si spegne il giorno senzʼombra, e i caprioli stanno sul pendio erboso già avvolto nella nebbia; quando ancora una volta mi è riservata unʼora così innocente, sono pronta a chinare gli occhi e a pentirmi e a non indulgere più alla tentazione, ad ammettere che noi siamo radicati in uno spazio ristretto e possiamo percorrere solo un brevissimo tratto, mentre al di là, in una lontananza incalcolabile, le navi approdavano ai lidi della morte . Dalla lettura di questo brano appaiono evidenti i limiti del racconto: è fatto di piccole elegie (quasi delle poesie in prosa), che poco hanno a che fare con le vicende del viaggio, con lʼambiente e la natura. Il racconto è di fatto introspettivo ma, poiché il dramma della protagonista ( la droga e la disperazione) non emerge mai se non dietro le righe, esso risulta alla fine troppo esangue per appassionare la lettura. Perché non leggerlo? È ripetitivo, noioso e inconsistente.
Viaggiare in giallo
Lʼeditore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con «Calcio in giallo» ed adesso si affronta lʼargomento del viaggio. È unʼottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non «tirando via», piuttosto cercando di valorizzare il legame tra lʼargomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sullʼunico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, «La segreta alchimia», Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con lʼamico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di unʼofferta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città «magica», insieme con lʼamico Pippo e con la fidanzata che lʼattende nella città ceca. Lʼalgoritmo che assegna a caso i posti (un «dio elettronico», un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; > come diceva lʼingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o lʼeffetto che dir si voglia dʼun unico motivo, ma sono come un vortice , Larisa («una escort dʼalto bordo o una spia di Putin...?») travolge il giovane siciliano, con > il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate , lo porta a pensare > al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin... , ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di > stare serenamente seduto accanto allʼottima compagna bolscevica Larisa . Ma «il dio del low cost» può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere dʼalbergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, lʼindifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non cʼè grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso. Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire? Le regole dʼingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce lʼimmaginazione e la creatività. Perché non leggerlo? È noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.
La vita non é in ordine alfabetico
> Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo lʼaltra ha cominciato a tirare fuori le lettere dellʼalfabeto... con ventuno lettere... si può costruire e distruggere il mondo . Le lettere si possono mettere in ordine secondo lʼalfabeto. A ciascuna delle lettere corrisponde una parola in grado di descrivere e qualificare, ma, a differenza dellʼalfabeto, non cʼè alcuna successione logica o causale tra le parole. Per esempio, Bandiera e Buio sono vocaboli che cominciano entrambi con la lettera b, ma che legame cʼè tra di essi? E così è la vita: gli episodi, i sentimenti, le relazioni si affollano e si succedono senza una ragione, senza una regola. Il libro è un insieme di storie brevissime, di poche righe, che, prendendo lo spunto da una parola, colgono lʼessenza di uno stato dʼanimo, di un contesto sociale e familiare, di una condizione esistenziale. Entrata è un vocabolo banale. Partendo da esso, proprio dalla sua ovvietà, lʼautore descrive il profondo legame tra madre e figlio: > lei ti sente, dentro i pantaloni, e ride, e nella stanza in cui ogni sera torni al mondo, insieme a lei sorridi tu . Quanto volte si è andati in pasticceria, a sorseggiare un caffè con una buona pasta? Eppure, la parola Pasticceria racchiude il senso di una golosità proibita, ma sempre nuovamente gustata: > quindi bevi un caffè al banco, senza mai staccare gli occhi dalla pasta prescelta, prigioniera a occhi bassi dietro la vetrina. E pensi....quando potrai entrare in pasticceria, fendere la folla, liberarla. E poi offrirla in sacrificio alle tue voglie . Che cosa lega lʼavverbio Senza alla nostalgia? Quando il bambino esce da scuola e > non trova soltanto la madre ma anche dei padri che aspettano i suoi compagni di classe.... il bambino capisce che dentro la sua scatola cʼera un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. È così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state... soprattutto sente la malinconia di quando ci si rende conto che si è smesso di cercare una cosa, di quando ci si accorge che fra le tante cose imparate, si è imparato a vivere senza . Se si legge il romanzo una seconda volta, con maggior distacco rispetto alla prima, quando ci si era lasciati incantare dalle delicate e soffuse immagini delle breve storie, si avverte come sia un espediente letterario la contrapposizione tra disordine della vita e ordine dellʼalfabeto, questʼultimo emblematico delle regole che ci sovrastano. Le brevi storie, che compongono il libro senza una apparente logica, sono attraversate da una unica visione di base: la tristezza. Ci può essere un profondo affetto, come quello materno, così come si possono dissolvere le famiglie, dopo liti e silenzi, ma sempre prevalgono la malinconia, un dolce male di vivere, il senso di destini ineluttabili ed infelici. Ma allora la vita risponde ad una sua regola; ha solo un ordine differente da quello dellʼ alfabeto. È difficile racchiudere in poche righe stati dʼanimo e situazioni di vita. Si corre il rischio di scivolare nelle immagini evocative ma estemporanee, necessariamente superficiali. La narrazione rimane sospesa. Il lettore si aspetta sempre altro, alla conclusione della brevissima storia. È un esercizio letterario, che compiace più lʼautore, e gli scrittori, che i lettori. Essi si aspetterebbero uno svolgimento approfondito ed articolato, degno della complessità della condizione esistenziale. Perché non leggerlo? È superficiale.






