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The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)
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The Tale of Murasaki (la storia di Murasaki)

Come si legge in Wikipedia, Murasaki Shikibu (973-1014) è stata una poetessa giapponese famosa per il poema «Storia di Genji», scritto probabilmente intorno all'anno mille quando la donna era dama di corte. Murasaki (in giapponese viola) è il nome della protagonista femminile del romanzo; nome attribuito anche alla poetessa in quanto di lei non si conosce quello reale. La «Storia di Genji» assunse in breve tempo un'ampia diffusione tanto da fare di Murasaki un'icona, esaltata come fondatrice della lingua giapponese, finalmente portata allo stesso rango della dominante letteratura cinese: insomma, Murasaki può essere considerata una sorta di Dante giapponese. A conferma della fama popolare di Murasaki una leggenda vuole che la poetessa cominciò a scrivere l'opera in estasi dinanzi alla luna piena e, presa dalla frenesia, usò il retro delle sutra (testi sacri del buddismo giapponese) e per questo finì all'inferno. Nella sua biografia romanzata Liza Dalby ripercorre la vita di Murasaki: la giovinezza e lo studio del cinese malgrado l'esclusione delle donne dalla formazione letteraria (quando il padre elogiò la figlia agli amici, questi gli fecero notare che era tempo che si sposasse), i primi sonetti con l'invenzione di Genji, il soggiorno a Echizen, dove finalmente venne in rapporto con i marinai, i mercanti e i diplomatici cinesi, il matrimonio con un importante funzionario della corte imperiale, la vedovanza e il ruolo di dama di compagnia dell'imperatrice, ed infine il ritiro in un monastero buddista. Per noi che conosciamo poco del Giappone antico, il romanzo è di grande interesse storico: i rapporti economici e culturali con la Cina, l'approccio verso la natura, proteso a coglierne il «cuore» superando la visione naturalistica della letteratura cinese, la descrizione minuziosa del variegato e attento abbigliamento delle donne giapponesi (incredibile l'attenzione ai colori e alle stoffe), le lotte di potere all'interno della Corte imperiale. Al di là delle tante suggestioni, tramite Murasaki l'autrice affronta un tema centrale: è possibile una «poesia onesta» come diceva Umberto Saba? E' possibile una coerenza tra vita e letteratura? All'inizio del diario immaginato da Dalby, Murasaki afferma che > la vita da sola non è mai stata sufficiente. Diviene reale per me solo quando l'arricchisco nelle storie. Tuttavia, in qualche modo, malgrado tutto ciò che ho scritto, la vera natura delle cose che cercai di afferrare nel mio romanzo riesce ancora a scivolare tra le parole e stare, come mucchietti di polvere, tra le linee . E' una consapevolezza che la poetessa ha fin da giovane letterata ma che trova drammatica conferma via via che Murasaki accetta il doloroso destino delle donne. Genji è un personaggio romantico, femminile e maschile insieme, al quale la donna può affidarsi completamente, con fiducia e sicurezza. > Genji avrebbe dovuto porre fine alla brezza di volontà malata che generalmente distrugge le relazioni tra uomini e donne . E' una fantasia, elaborata per alleviare la propria malinconia e quella delle sue amiche. Le loro scelte la pongono subito dinanzi alla contraddizione tra vita e letteratura: la prima amica va sposa ad un anziano funzionario e in un'opaca solitudine svaniscono i sogni adolescenziali, la seconda si uccide pur di non fare la stessa fine, la terza, con la quale Murasaki ha un'intensa relazione intima, decide di chiudersi in monastero. Il sogno si infrange definitivamente quando Murasaki viene violentata. > Ero irritata di come poco la letteratura ci prepari alla vita reale. (...) Incerta se accadde o no, tristemente spegnendomi, a stento mi accorsi dei ridenti fiori del mattino .  Potrebbe ritirarsi in un monastero come l'amica, ma ambiziosa e presuntuosa è convinta di poter governare il proprio destino. Già acclamata per il suo romanzo, entra nel palazzo imperiale come dama di corte. > C'era un lato oscuro in quel posto. Talvolta mi ricordava di uno di quelle mostruosamente grandi ragnatele che avevo visto in Echizen . Diviene l'amante del reggente, che la usa come brillante cronista di corte e non ha certo la gentilezza di Genji. Si lascia impigliare nelle lotte di potere, nelle rivalità e maldicenze delle quali è pervaso l'ambiente femminile, nelle molestie sessuali degli uomini ai quali le dame si devono rassegnare. > Mi sentivo come il bruco che sta nascosto nell'ombra, digerendo lentamente esperienze per poterle volgere in qualche cos'altro. (...) Non potevo negare che Michinaga (il reggente) avesse lentamente influenzato il carattere di Genji, ma non era a causa di qualcosa che avesse operato direttamente. Genji era cambiato da solo. Se era divenuto un po' rozzo, bene, ciò era accaduto quando ci si muove nel mondo. (...) Ero venuta alla conclusione che il mio personaggio Murasaki era vissuto più a lungo della sua utilità. Avevo creato una donna così perfetta che non c'era niente da fare per lei se non morire. Ci volle molto tempo a realizzare che avevo bisogno di sacrificarla per andare avanti. E mi ci volle ancora di più prima che realizzassi che il problema non stava in Murasaki, ma in Genji. (...) Il ragno prolifica, perso tra le spoglie canne lucenti per il gelo, incapace di prevedere quando edificherà di nuovo la sua rete . Nella prima parte del romanzo, quando Murasaki non è ancora entrata nel palazzo imperiale, si ha l'impressione che l'autrice stia scrivendo di una giovane donna di Jane Austen: determinata, indipendente, pur all'interno dei vincoli della società. Poi, lentamente, la vitalità appassisce, subentra la rassegnazione, Murasaki si piega assoggettandosi al potere degli uomini. L'attenzione dell'autrice si sposta sul contesto, la narrazione diviene dettagliata e ripetitiva, perde di ritmo, quasi che la scrittrice non sapesse, o non volesse, scandagliare l'animo di Murasaki. E' vero che la poetessa torna spesso a casa, per riposarsi e concentrarsi nella sua opera, ma perché accetta di farsi di nuovo intrappolare: non era possibile, attratta dalle lusinghe del potere, dalle capacità ammaliatrici del reggente? Sono domande alle quali sarebbe stato intrigante dare una risposta. Io ne ho una: la ricerca della gloria. La scrittura è elegante, raffinata, ricca in termini lessicali all'interno di una sintassi lineare. Il ricorso in brevi poesie, in giapponese e inglese, evoca l'atmosfera romantica e raffinata del mondo letterario giapponese, di Murasaki e della stessa Dalby: i sonetti sono di particolare bellezza e suggestione. Dispiace che nella seconda parte la narrazione perda di ritmo e diventi prolissa e noiosa. Perché leggerlo? Interessante sotto il profilo storico, affascinante la figura di Murasaki

Liza DalbyRandom Penguin Book
Tarabas
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Tarabas

Siamo nelle terre orientali ( lʼUcraina?) negli anni della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa. È un periodo di violenze e di sconvolgimenti, ma lʼautore descrive questi tempi anche con nostalgia, perché i vagabondi > possono vivere (ancora) della misericordia degli uomini. Sebbene le macchine abbiano iniziato, con puntuale passo dʼacciaio, la loro marcia sinistra verso lʼEuropa orientale, gli uomini guardano benevoli alla miseria altrui . Prevale ancora uno spirito comunitario, ma Tarabas, uomo brillante e violento, conduce una vita sua propria mentre gli uomini delle terre orientali ne sopportano una in comune. Il romanzo si sviluppa in due parti, con una cesura significativa costituita da un pogrom contro gli ebrei. Nella prima parte Tarabas, cacciato dalla famiglia, vive nella guerra, che é > la sua grande, sanguinosa patria. Arrivava in regioni pacifiche, metteva in fiamme i villaggi, lasciava dietro di sé le rovine di piccole e meno piccole città, donne in lacrime, bambini orfani, uomini bastonati, impiccati e ammazzati . Non si preoccupa della storia, dei motivi di questa continua guerra, lʼimportante é continuare la sua vita soldatesca. Gli viene affidato il compito di costituire un reggimento nella città di Koropta, dove cʼé un importante insediamento ebraico. Tutti lo temono: i poveri contadini, gli ebrei e i suoi stessi soldati ed ufficiali, che > non parlavano, sussurravano. Perché in mezzo, come su unʼisola di silenzio, come circondato da un muro di muto e lucido ghiaccio, sedeva solo al suo tavolo il temuto colonnello Tarabas. Beveva . Ed é proprio durante una gigantesca ubriacatura, che nellʼosteria di un ebreo della piccola cittadina, i soldati cominciano a sparare contro il muro del cortile facendo cadere lʼintonaco: emerge lʼimmagine di una Madonna, che tutti credono che sia stata profanata e nascosta dagli ebrei. «Scesero dai carri, armati di fruste e bastoni» e si gettarono contro gli ebrei che stavano uscendo dalla sinagoga e proprio > nella scura solennità dei loro lunghi caftani aperti... i contadini credettero di riconoscere lʼorigine veramente infernale di quel popolo che si nutriva di commercio, dʼincendio, di rapina e di ladrocinio . Si scatena una caccia allʼebreo, che gli uomini di Tarabas non riescono a fermare. È il momento migliore del romanzo, lʼautore rende in modo epico, come se fosse un fenomeno naturale, la furia omicida e senza senso del popolo contro gli ebrei. Forse lʼautore condivide quanto diceva Pascal, ossia che il sopravvivere e la miseria del popolo ebraico «sono ugualmente necessari a dimostrare la verità di Cristo». Ciò che è avvenuto è ineluttabile ( «é stata la volontà di Dio» dice un ebreo a Tarabas), ma è anche colpa di Tarabas, che ha bevuto la sera prima ed è rimasto in caserma troppo tempo senza controllare i suoi soldati. Al senso di colpa reagisce nellʼunico modo con cui sa fare un uomo violento, con ulteriori brutalità. Una sera si imbatte in un povero ebreo che cerca di nascondere i sacri libri della Torah. In preda allʼira Tarabas picchia lʼebreo e gli strappa i ciuffi rossi della barba. È un atto di gratuita brutalità verso un poverʼuomo. È il fondo per Tarabas, che ha sempre avuto la percezione, nella profondità della coscienza, di essere un uomo violento e nel contempo ha sempre sentito la nostalgia della sua infanzia, del suo desiderio di «fuggire dal presente, indietro, nel passato si salvava il potente Tarabas». Decide di abbandonare tutto per espiare iniziando una sorta di pellegrinaggio, di discesa verso la miseria e la solitudine. Il lungo peregrinare lo riporta a Koropta a chiedere in qualche modo perdono al povero ebreo. Solo così può morire in pace. La critica si sofferma sulla figura di Tarabas, come emblematica di un uomo senza radici, «un ospite di questa terra», come recita il sotto titolo del romanzo. Ritengo, invece, che il libro si sviluppa su un tema di grande attualità: come la guerra possa trasformare gli uomini, che si abituano alla crudeltà e allʼindifferenza come se il male chiama altro male, in una discesa verso gli inferi. Che cosʼè in fondo la devastazione della piccola e innocua comunità di ebrei un lasciarsi abbandonare al male, un modo di sfogare la furia che lʼignoranza e il sopruso reprimono ma alimentano? Lʼespiazione di Tarabas è in fondo una reazione a tutto questo, la non accettazione di ciò che sembra ineluttabile. Lo stile narrativo, essenzialmente di carattere epico, trasforma il racconto in una leggenda, è molto efficace nei singoli brani ma rende fragile lʼintera struttura narrativa, che sinceramente risulta spesso superficiale e scontata. Perché leggerlo? Si legge molto bene anche se con scarso coinvolgimento.

Joseph RothAdelphi
Taras Bul'ba
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Taras Bul'ba

Per noi che abbiamo sognato le battaglie e gli eroi dell'Iliade, Taras Bul'ba di Gogol ci ricorda il grande poema omerico (vedi recensione in questo sito). C'è un popolo guerriero, il cosacco, che sorse dall'«antico pacifico spirito slavo» come una «vampata di fuoco», > una straordinaria manifestazione della forza russa, che l'acciarino delle sventure fece sprizzare dal seno della nazione. In luogo degli antichi principati, delle minuscole città, piene di allevatori di cani e di cacciatori, in luogo dei piccoli signori che con quelle città guerreggiavano e commerciavano, sorsero stanziamenti temibili, unità militari, campi trincerati, legati al comune vincolo del pericolo e dell' odio per i predatori miscredenti , l'ottomano così come il polacco cattolico. C'è poi una città, che, come Troia, resiste all'assedio dei cosacchi, e c'è Agamennone con Achille ed Ettore: è Taras e i suoi figli, Ostap e Andrij. Con pennellate superbe Gogol ne tratta i caratteri. > Taras era uno dei vecchi colonnelli autentici. (...) Egli amava la semplice vita cosacca. (...) Perpetuamente inquieto, si considerava legittimo difensore dell'ortodossia. (...) Otsap era considerato uno dei migliori compagni. (...) Era duro a cedere a stimoli che non fossero quelli della lotta o di una allegra sfrenata bevuta. (...) Anche Andrij ardeva della sete di distinguersi in imprese di guerra, ma l'animo suo era accessibile ad altri sentimenti. (...) L'immagine della donna cominciò sempre più spesso a sorgere nella sua immaginazione ardente , tanto più dopo che a Kiev aveva conosciuto una giovane aristocratica polacca. Sullo sfondo non ci sono solo accampamenti militari, bevute collettive, saccheggi e combattimenti, Gogol canta anche la pianura ucraina, la cui natura > non aveva bellezza che si potesse eguagliare; tutta la superficie della terra appariva come un oceano verde-dorato, su cui fossero zampillati milioni di fiori variopinti. (...) Immobili, levati in cielo, si libravano gli sparvieri ad ali spiegate e gli occhi fissi sull'erba. Il grido di uno stormo di oche selvatiche in moto riecheggiava da chissà mai quale lago remoto. In un'atmosfera epica e lirica insieme, si sviluppano le tragiche vicende di Taras e dei suoi figli, una sorte di metafora del destino dei cosacchi, che scompariranno dalla storia sotto il dominio zarista. Invaghito della bella polacca, Andrji tradisce i compagni ma Taras non è Priamo. > Tradire così? Tradire la fede? Tradire i compagni? urla Taras incontrando Andrji, > stai lì fermo e non ti muovere! Io ti ho generato e io ti ucciderò!. Sovrastati dall'esercito polacco, i cosacchi soccombono, Ostap è mandato al patibolo. Dinanzi alla morte il giovane esclama, quasi a cercare un ultimo aiuto dal padre. > Babbo, dove sei? Senti tutto questo?, Lo sento, si udì nel silenzio generale e nello stesso istante migliaia di uomini rabbrividirono. La voce di Taras si perde nel nulla, nella morte, mentre il grande fiume scorre tra molte insenature e banchi di sabbia, > vi echeggia lo stridore sonoro del cigno, e la fiera anitra selvatica lo percorre veloce. Chi ha letto la recensione sino a questo punto si chiederà di cosa stiamo parlando: chi erano questi cosacchi? Chi è interessato a saperlo, può fare una ricerca sulla rete; qui è sufficiente dire che parliamo di una storia lontana nel tempo e nello spazio, quasi una leggenda. Gli avvenimenti raccontati da Gogol riguardano l'Ucraina e il Seicento; ma Taras Bul'ba parla anche di oggi. Gogol è il cantore di un popolo che vuole essere disperatamente libero, divenendo in tal modo l'araldo di tutte le genti che combattono per la propria terra e il proprio destino. Leggiamo le sue parole, squillanti di dolore sociale, allora come oggi, sotto tante violenze e oppressioni.  > Ci sarà, ci sarà un suonatore di bandura dalla barba canuta sparsa sul petto; sarà forse ancora virilmente umano, vecchio soltanto per la testa canuta. (...) Così si diffonderà alta per tutta la terra la loro fama e quanti nasceranno poi alla luce del mondo, tutti parleranno di loro, poiché la voce possente del cantore giunge lontano, (...) chiamando, senza distinzione, tutti gli uomini alla santa preghiera. Gogol è conosciuto per un romanzo incompiuto, «Le Anime Morte» (si veda recensione in questo sito), in cui in tono comico grottesco e con notevole finezza psicologica l'autore descrive la provincia russa, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E' notevole la differenza di stili e di motivi rispetto a Taras Bul'ba, i cui personaggi fanno parte di una storia corale, quasi prigionieri del loro tragico destino, mentre sono un popolo e una terra al centro della scrittura; scrittura che pare riflettere echi di grandi poemi, come la stessa Commedia di Dante; per esempio in similitudini con cui Gogol si serve di episodi della vita quotidiana per descrivere la morte in battaglia.  Un cosacco è trafitto mortalmente da una lancia, > a flotti sgorgò il suo giovane sangue, come vino generoso che in un recipiente di vetro servi malaccorti abbiano portato dalla cantina; (...) il padrone, accorso al rumore, si mette le mani nei capelli; aveva conservato quel vino per un buon momento della sua vita, (...) per poter ricordare (...) il passato, un altro tempo quando, in modo diverso e migliore, si divertivano gli uomini. Perché leggerlo? Libro potente, canto della libertà.

The Tent (Microfiction)
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The Tent (Microfiction)

Il libro è una raccolta di storie minime: da qui proviene il titolo Microfiction dellʼedizione italiana, il quale non dà tuttavia il senso complessivo dei racconti. Sin dallʼinizio la scrittrice dichiara che > sta lavorando alla storia della sua vita, (ma chi) volesse una linea narrativa avrebbe dovuto chiederlo prima. (...) Prima che scoprissi le virtù delle forbici, le virtù del mettere insieme . Le storie minime sono frammenti di vita, sono lʼespressione di una realtà che non può più essere ricomposta. Nel racconto «Versione di Orazio» Atwood prende le mosse dal dramma di Amleto per giungere ad una riflessione su se stessa come narratrice delle vicende umane. > Così andai indietro alle storie di singoli fatti. (...) La rivoluzione francese, il Terrore, il commercio degli schiavi, (...) Vietnam, il Medio Oriente, Cambogia, tu li nomini. Io ero là. Talvolta ero un venditore di mercanzie, talvolta una staffetta, talvolta uno spettatore, talvolta chi elargiva aiuti. (...) Ho parlato alle vittime della fame, agli orfani di guerra, a chi è sopravvissuto a massacri e stupri, a coloro che li hanno commessi, ogni sorta di gente, con le mani pulite e sporche. (...) Penso che sono pronta a parlare. Dire come le cose sono, adesso, in questo mondo. Finalmente, sono pronta ad iniziare . Ma cosa posso veramente dire? > Così dovresti ascoltare di fatti corporei, sanguinosi, e innaturali; di giudizi casuali, massacri senza senso; di morti perpetrate con la forza e lʼinganno; e, in sostanza, fini sbagliati, ideati dalle menti dei creatori. Tutto questo posso io veramente dare . Ma tutto ciò che avviene di terribile nel mondo non è altro che «uno specchio magico» della mente umana. > Guarda nel magico specchio, dolce lettore. Guarda nel profondo ed eterno desiderio del bene. Chiedi a te stesso. Ma Atwood, come lʼintera umanità, è persa in una «impenetrabile foresta» , nella quale si può trovare rifugio solo in una tenda, metafora dello scrivere. > Perché tu immagini questo tuo scrivere, questa grafomania in una fragile cava, questo scribacchiare di qua e di là, su e giù tra le pareti di ciò che sta cominciando a sembrare una prigione, non in grado di proteggere nessuno? È un illusione, la convinzione che il tuo scarabocchiare sia una sorta di corazza, quasi seducente, perché nessuno conosce meglio di te quanto sia fragile il tuo rifugio . Le storie minime non sono frammenti isolati, chicche stilistiche di una grande scrittrice, ma rappresentano una riflessione sul destino del genere umano e sulla funzione dellʼintellettuale, dello scrittore. Possiamo ancora rappresentare la nostra epoca mediante una grande narrazione? O, come i conflitti, le distruzioni, le morti si susseguono e si sovrappongono senza una ragione, senza poter essere nemmeno spiegate, così lo scrittore non può che rifugiarsi in una tenda, dove esprimere sprazzi di dolore e di razionalità. Non è neanche più possibile raccontare, si può solo evocare. Come succede spesso, i pregi sono anche i limiti. Atwood fa poesia con la sintassi e lo stile della prosa. Il confine tra i due generi letterari è labile, le suggestioni prevalgono sul discorso. Senza una struttura narrativa, che dia sintesi e ritmo, ogni racconto scivola nel paradosso, nelle parole ripetute, spesso senza che ne si comprenda il senso. Se si escludono alcuni sprazzi, come i bellissimi «Foresta Impenetrabile e»La Tenda", il tutto risulta prolisso e pesante. Perché non leggerlo? È noioso e intellettualistico.

Margaret AtwoodAnchor Books
La terrazza proibita
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La terrazza proibita

Come spiega lʼautrice esistono due tipi di harem. Gli harem imperiali sono quelli più noti a noi occidentali: donne lascive e indolenti, guardate da eunuchi, e sempre pronte a soddisfare i desideri del loro padrone. Gli harem domestici sono invece famiglie allargate, nelle quali la donna è reclusa allʼinterno di un confine fisico ( generalmente le mura di un palazzo quando si vive in città) o di una barriera virtuale, quando si è campagna, dove la donna può teoricamente uscire ma ne è impedita dalle regole sociali e dalle consuetudini. In questo romanzo si parla dellʼharem domestico. Siamo a Fez in Marocco negli anniʼ40, probabilmente durante la seconda guerra mondiale. Il romanzo narra lʼinfanzia dellʼautrice nella famiglia allargata del padre e dello zio, In alcuni capitoli il racconto si sposta in campagna, nella grande casa del nonno materno,poligamo, a differenza di quanto avviene nella casa paterna, dove ci sono solo coppie monogamiche. Nel libro si possono individuare tre filoni narrativi. Il primo, il più accattivante, è la storia di una bambina che diviene adulta. I racconti recitati, non letti, delle tante donne della casa, la scoperta del grande palazzo, il gusto del proibito, il gioco e la solidarietà tra cugini riempiono di gioia e di meraviglia la vita di Fatema. Affascinata dalle donne adulte, dalla loro vitalità e dai loro sogni, la bambina desidera la libertà, più per simpatia che per un senso di privazione. Infatti confessa > la mia infanzia è stata felice perché i confini erano di una chiarezza cristallina . > Cercare i confini è diventata lʼoccupazione della mia vita.... mi sembra tutto facile a guardarvi (donne dellʼharem)..... fragili, voi, nel cuore della notte, sulla terrazza lontana, eppure così piene di vita, nutrici e custodi di meraviglie. Diventerò una maga. Cesellerò parole che danno corpo ai sogni, renderanno vane le frontiere . La meravigliosa infanzia si interrompe a nove anni, quando il cugino Samir, coetaneo e compagno di divertimenti e di monellerie, la pone dinanzi ad una alternativa: giocare con lui o dedicarsi a farsi bella. Lʼancora bambina Fatema sceglie la seconda strada e rompe lʼamicizia con il cugino. Il secondo filone narrativo riguarda la condizione della donna, privata della libertà allʼinterno dellʼharem. Chiusi dentro le mura del palazzo, persino la natura è sostituita da > disegni geometrici e floreali riprodotti sulle mattonelle... tutte le finestre davano sul cortile . Questa privazione fisica diviene un dolore esistenziale, che solo il sogno permette di combattere: > oh, sì, racconterei loro dellʼimpossibile di un mondo arabo nuovo, dove uomini e donne, avvinti in un abbraccio, volano nella danza via, senza più frontiere, tra loro, né paure... fiducia è il gioco nuovo da imparare..... vanno, mettendo un piede avanti allʼaltro con gli occhi fissi al nuovo quasi inimmaginabile orizzonte, ignoto eppure privo di minacce . Per lʼintellettuale Mernissi lʼharem è stata una realtà vissuta da bambina ma è anche una metafora di tutte le barriere che si vogliono mettere alle potenzialità delle donne, e degli uomini. Il terzo filone, più che narrativo, è sociologico. Lʼautrice descrive la vita dellʼharem e con essa i costumi della società marocchina tradizionale. È una parte molto interessante per noi occidentali. Emerge infatti una società nord africana e mussulmana per noi ignota: molto ricca culturalmente, tollerante ed aperta alle innovazioni di costumi e di valori. Si tratta di tre filoni narrativi, dove quello più spontaneo, lʼinfanzia di Fatema, è soffocato dagli altri due, nei quali la donna adulta prende il sopravvento. È plausibile che una bambina ancora così piccola percepisca con tanta chiarezza filosofica il disagio e lʼaspirazione alla libertà delle donne dellʼharem? O è Mernissi, che rilegge i personaggi e le vicende dellʼharem alla luce della sua consapevolezza di donna, adulta, intellettuale e impegnata politicamente? Dʼaltra parte il filone narrativo legato alla condizione della donna è a sua volta oppresso dellʼevidente intento del libro di descrivere lʼharem e il mondo marocchino: operazione nella quale prevale la sociologa rispetto alla scrittrice. La sovrapposizione di temi, le disgressioni sullʼemancipazione della donna e la prevalenza data allo studio della società rende la narrazione prolissa e ridondante, facendole perdere quella freschezza e ingenuità che talvolta traspaiono nelle vicende di Fatema bambina. Lʼautrice non è riuscita a far emergere i temi politici e sociali dal romanzo, e quindi dalla narrazione immaginativa, affidandosi troppo spesso alla scrittura e allʼimpostazione tipica di un saggio. Perché leggerlo? È molto interessante sotto il profilo della conoscenza del mondo mussulmano. In alcuni passaggi si sente una forte impronta poetica.

Fatema MernissiGiunti
Le terre del Sacramento
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Le terre del Sacramento

Il romanzo è ambientato nel Molise tra il 1921 e 1922. È il nostro Meridione, contadino, arcaico e immobile da secoli. Le terre del Sacramento sono un feudo , lasciato incolto a causa di una maledizione divina, sostenuta dalla Chiesa alla quale i terreni erano stati espropriati da una ricca famiglia, i Cannavale. Paradossalmente lʼabbandono di questa terra la mette a disposizione dei contadini. Alcuni, i più ricchi e spregiudicati, hanno spostato i confini impossessandosi di fatto delle aree più fertili, la maggior parte, invece, attinge ai campi per fare legna, pascolare le poche bestie e raccogliere frutti e radici. Dʼaltra parte il proprietario, lʼavvocato Enrico, unico erede dei Cannavale, è il classico possidente apatico del Meridione, che dissipa il suo vasto patrimonio nel gioco, nelle donne e nei viaggi, circondato da una progenie di piccoli parassiti e sfruttatori. Luca, un ragazzo di ventʼanni, alto, robusto e intelligente, è figlio di poveri contadini. Doveva farsi prete, poi, irrequieto e incerto, ha abbandonato il seminario con grave dispiacere della madre per ritrovarsi studente in legge, squattrinato e senza prospettive. Sembrerebbe il classico destino di tanti giovani del Sud, la cui famiglia ha fatto enormi sacrifici per avere il figlio laureato, anche se povero. A cambiare la vita di Luca , e il futuro delle terre del Sacramento, è lʼirruzione di Laura. Cresciuta a Napoli frequentando la brillante società della città partenopea, Laura si è dovuta trasferire nel Molise alla morte del fratello. Ambiziosa, non accetta di appiattirsi nella monotona vita di provincia. Sposa lʼavvocato Cannavale e decide di sviluppare le terre del Sacramento. Le serve un tramite tra i suoi disegni e i contadini. Lo trova in Luca: chi più di lui, istruito, volenteroso ed ascoltato dalla sua gente, può convincere i braccianti a dissodare le terre del Sacramento con la promessa che potranno averle in enfiteusi? E Luca, ingenuo e affascinato dalla donna, lavora con energia e successo, riponendo piena fiducia in Laura. Ed anche il lettore per molte pagine coltiva lʼillusione che Laura voglia veramente dare sviluppo a queste sperdute lande del Molise. Finalmente un proprietario meridionale che vuole fare lʼimprenditore! Che ama la sua terra! In realtà, i contadini, e Luca con loro, sono stati ingannati: la terra è diventata di proprietà di una società di Napoli, di cui Laura è unʼazionista. I contadini devono rassegnarsi ad essere solo poveri braccianti, condannati alla miseria. Sono stati usati per preparare i campi, per rompere la maledizione, per aumentare il valore di vendita della terra. E come è sempre stato nel nostro Meridione, la protesta dei contadini finisce in una repressione, violenta e tragica, di cui fa le spese lo stesso Luca, rimanendo ucciso. Il libro è innanzitutto un romanzo sociale, impregnato di un intenso realismo. Lʼ autore descrive, con cupo fatalismo, una vicenda che poteva essersi ripetuta nei secoli, sempre uguale a sé stessa: lʼaspirazione alla terra, la figura di un giovane che si è fatto intellettuale ma ingenuamente non coglie gli intrighi del potere, una classe dirigente indifferente, egoista e avida. In fondo perché preoccuparsi della vita di gente, che cresce, invecchia e muore con lo svolgimento della vita fisica ma con una totale immobilità della mente? Questa interpretazione del romanzo è vera per gran parte delle vicende e dei personaggi, questʼultimi stereotipi di una funzione sociale e non ricchi di una vita interiore. Essa diviene meno vera dinanzi alla figura di Laura. Chi è questa donna? Fredda, ambiziosa, disponibile ad un matrimonio di interesse, ma spesso affettuosa, gentile, attenta ai rapporti umani. È veramente una manipolatrice o ella stessa vittima? > Laura allungò la mano libera verso Luca, sorridendogli affettuosamente.... ( poi) il sorriso di Laura si spense . Perché non leggerlo? È lento e monotono, senza appassionare la lettura.

Francesco JovineGiulio Einaudi
Il testamento di Nobel
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Il testamento di Nobel

Annika è una giornalista, sposata con un noioso e antipatico funzionario pubblico. Il loro matrimonio è in crisi. Casualmente Annika è lʼunica persona che ha intravisto lʼassassino, o meglio lʼassassina, della presidente del comitato che designa i vincitori dei Nobel. Da questo episodio dipartono numerosi filoni narrativi, forse anche troppi: le rivalità e i segreti della comunità scientifica svedese, una serie di delitti atroci perseguiti per liberarsi di possibili concorrenti al premio Nobel, i soprusi commessi dai governi europei per compiacere la Cia nella lotta al terrorismo, il tentativo di limitare le libertà personali rendendo legali le intercettazioni telefoniche, la crisi del giornalismo e della stampa, la fatica di una vita familiare tutta a carico della donna. In questo intreccio di vicende si inserisce anche il richiamo ad una storia del ʼ 500 ( una ragazza aveva atrocemente ucciso il padre che lʼabusava sessualmente): storia che aveva affascinato Alfred Nobel a suo tempo e che ha ispirato lʼassassino, un ambizioso e sadico scienziato. I diversi filoni narrativi si sovrappongono, senza giungere ad una vera conclusione, se si esclude la scoperta del colpevole, come in tutti i «noir» che si rispettano. Lʼautrice non riesce, tuttavia, a dare ritmo alle vicende né a creare unʼ atmosfera di suspense. Le pagine scorrono noiose, talvolta anche ripetitive e i momenti migliori del romanzo si riducono alla prima scena, quella dellʼuccisione della presidente del comitato, e a quella conclusiva, nella quale la protagonista sfugge miracolosamente ad un incendio doloso. Perché non leggerlo? È lungo e sembra scritto più per aiutare il sonno che per avvincere i lettore.

Liza MarklundMarsilio
The Thicket (la foresta)
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The Thicket (la foresta)

Dinanzi al male, alla violenza, alle tante vittime innocenti, ai genocidi e agli stermini di massa ci chiediamo spesso se Dio esista o, se cʼè, non sia un Essere indifferente alla condizione umana. E tante volte ci viene da rispondere con le parole di Shorty, uno dei personaggi del romanzo: > Dio è unʼidea, e il diavolo siamo noi. (...) La vita non è bianca e nera, qui e là. Cʼè un poʼ di fango in essa, e noi siamo parte del fango . Questo romanzo affronta la questione del bene e del male e lo fa con una storia avventurosa, terrificante e cinica. Unʼepidemia di vaiolo ha reso orfani due adolescenti, Jack e Lula. Vengono presi in carico dal nonno: esempio di virtù e di saldi valori, almeno agli occhi dei ragazzi. > Era un uomo religioso e sempre era convinto che egli avrebbe visto tutti in paradiso. Era una cosa ferma e solida in lui, e lo confortava in tutte le situazioni, e mi aveva insegnato che questo era il modo con il quale bisognava trattare con il mondo . Iniziano un viaggio, che avrebbe dovuto portare i ragazzi a vivere presso una zia, quando, attraversando un fiume su un piccolo traghetto, il nonno viene ucciso da un malvivente, lʼ imbarcazione si rovescia e Lula viene rapita dai banditi.Jack è atterrito e vuole mettersi subito alla ricerca della sorella. Giunto nella cittadina più vicina, si imbatte in un nano, appunto Shorty, e in Eustace, un gigante nero sempre insieme ad un maiale. I due sono disponibili ad aiutare Jack, perché il ragazzo li ha convinti promettendo come ricompensa una proprietà avuta in eredità. Sono due pochi di buono, almeno sembra; ma i dubbi di Jack sono altri: > potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno. Shorty e Eustace mi guardarono come se mi fossero appena caduti i pantaloni e avessi cagato una grossa merda proprio lì nella stanza. Potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno? disse Eustace, hai preso un drink o due senza che me ne accorgessi? Jack perde la verginità con una giovane prostituta, dalla quale viene a sapere che il nonno la frequentava con assiduità. Assiste alla tortura di uno dei banditi da parte di Eustace e Shorty; questʼultimo gli racconta la spaventosa storia dello sceriffo, la cui famiglia fu orrendamente trucidata dagli indiani. Jack tenta di non cedere, rivolgendosi a Dio, > ma le preghiere le sentivo senza senso, a differenza di quando ero a casa e la mia famiglia era in casa con me e ogni cosa era in ordine. Le preghiere allora sembravano vere, ma adesso le sentivo vuote . Hanno saputo che i malviventi si sono nascosti in una boscaglia, unʼarea impenetrabile ed in mano ai banditi. Inizia «una nobile spedizione di salvataggio»; peccato che il gruppo sia formato da improbabili personaggi: un inetto cercatore di tracce (Eustace), un maiale quasi cane, un nano troppo saggio per essere reale, una prostituta un poʼ innamorata e un poʼ in fuga, uno sceriffo disperato e un poverʼuomo, un addetto alle pulizie che si aggiunge così, per paura o perché non saprebbe cosa fare dʼaltro. È una metafora dei dannati della terra? Comunque sia, con questa compagnia bislacca Jack si inoltra nella boscaglia: si imbatte in cadaveri orribilmente sfigurati e in superstiti ancora traumatizzati dai crudeli criminali, viene a conoscenza di storie agghiaccianti, di atroci delitti, ed è coinvolto in sparatorie e omicidi, nei quali i suoi compagni mostrano la stessa indifferenza alla vita di quella dei banditi. È come discendere agli inferi, non cʼè un limite alla malvagità dellʼuomo. Fino a quando, in una scena finale di forte tensione, gli eroi, che vorremmo fossero buoni, fanno strage dei nemici e liberano Lula. Nel corso dello scontro Jack non ha remore, è ormai un assassino determinato e privo di freni etici, non cerca più la Giustizia, non si aspetta nulla dalla legge, non ha più rispetto della vita umana: > mi sentivo lontano da Gesù e più vicino a Satana di quanto ero mai stato prima . È meglio non riportare il finale del romanzo: è di un buonismo deludente, del tipo «tutti vivranno felici e contenti»; una caduta narrativa dopo un racconto che non lascia spazi allʼimmaginazione, tanto gli orridi atti di crudeltà sono dettagliati e ripetuti sino alla noia. Cʼè da chiedersi quale sia stata la finalità dellʼautore: un inno alla violenza, un affresco della società moderna con le sembianze del mondo del West, o, peggio ancora, convincerci che si diventa adulti solo se si accetta il male come elemento caratterizzante la vita umana, in tutte le epoche. Se così fosse, noi rispondiamo con le parole di un grande filosofo confuciano (Wang Yang - Ming, vissuto tra il 1472 e il 1529): la Mente, detta anche Cuore/Spirito (principio unificante dellʼuniverso) > condivide la stessa essenza della natura umana ed essendo la natura umana originariamente buona altrettanta perfezione va riconosciuta alla Mente . È inutile domandarsi se Dio è buono, cattivo o indifferente, perché non è altro che la proiezione della natura umana: siamo noi che dobbiamo coltivare noi stessi con la conoscenza, il comportamento, la compassione e la sincerità, in modo da agire bene e sgombrare il campo dal male. Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile narrativo. Non è un inglese facile, perché pieno di parole gergali e con una struttura sintattica apparentemente involuta; eppure è proprio la scrittura a dare originalità al racconto, ad intrigare ed affascinare il lettore. Dispiace che tanta abilità sia stata messa al servizio di un messaggio così sbagliato. Perché leggerlo? Talvolta noioso, ridondante di crudeltà, troppe disgressioni: ciò che avvince è la scrittura.

R. Joe LansdaleHodder & Stoughton
Things Fall Apart (le cose crollano)
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Things Fall Apart (le cose crollano)

Il romanzo fa parte di una trilogia insieme con altri due libri, No Longer at Ease (1960) e Arrow of God (1964): un grande affresco dellʼimpatto della colonialismo sulla società africana. In questo racconto il contesto è costituito dai nove villaggi di Umuofia,in Nigeria; il periodo storico è quello che precede immediatamente lʼarrivo dei colonizzatori. «Le cose che crollano» narra, appunto, della fine di una civiltà contadina, plasmata dal ciclo delle stagioni e governata da regole sempre uguali a sé stesse. È un mondo fatto di certezze e nel contempo magico, «popolato di vaghe, fantastiche figure»; gli uomini sono immersi in una natura vivente e sono abituati ad accettarne la benevolenza insieme con lʼira. La vita dellʼuomo > dalla nascita alla morte era una serie di riti di transizione che lo portava sempre più vicino ai suoi antenati . Achebe descrive questa società con splendide ed eleganti forme elegiache; lo fa senza compiacimento e nostalgia, perché le sicurezze derivano anche dallʼaccettazione collettiva di una rigida gerarchia e di una immobilità che imprigiona gli esseri umani. Lʼarrivo del conquistatore bianco, e della sua religione, non distrugge un mondo idilliaco, dissolve pure leggi e costumi spesso crudeli e incomprensibili, e lascia > Umuofia come un animale stupefatto con le orecchie ritte, sniffando lʼaria silenziosa e minacciosa, e non sapendo quale direzione prendere . Sarebbe, tuttavia, riduttivo leggere il romanzo solo nei suoi aspetti sociali e politici; esso narra la storia di un uomo, parla del potere e della sua caduta. Okonkwo è un grande guerriero, la cui fama va oltre Umuofia, tanto da essere considerato dagli anziani > uno dei più valorosi da quando il fondatore del loro clan combatté uno spirito della natura selvaggia per sette giorni e sette notti . Le ricche proprietà e la grande casa, le numerose mogli e i tanti figli permettono ad Okonkwo di ambire ai ranghi più elevati della società. Per lʼuomo è il riscatto verso il padre, il quale aveva dilapidato e disonorato la famiglia. È un grande riconoscimento quando gli anziani del villaggio decidono di affidare a Okonkwo un ragazzo di unʼaltra tribù, dato come risarcimento per lʼuccisione di una giovane di Umuofia. Ikemefuna è solido e forte, ben presto conquista la stima e lʼaffetto di Okonkwo. Ah! se fosse lui il suo figlio maggiore, e non invece Nwoye, così fragile da assomigliare al padre di Okonkwo! Si crea anche una intensa amicizia tra Ikemefuna e Nwoye, il primo nelle parti di fratello maggiore, protettivo ed energico ad un tempo. «Lʼoracolo delle Colline e delle Caverne» pronuncia la sentenza di morte di Ikemefuna; deve essere ucciso come vuole una legge inflessibile e immutabile per chi è stato dato in riparazione di un delitto. > Questo ragazzo ti chiama padre. Non mettere mano alla sua morte , suggerisce un anziano, annunciando ad Okonkwo la decisione del villaggio. Okonkwo sarebbe esentato dal partecipare allʼorrenda esecuzione; ma non può ritirarsi perché ha un ruolo sociale al quale vuole attenersi. E così Okonkwo segue Ikemefuna nel suo inconsapevole tragitto verso la morte. Il povero ragazzo ricorda le parole che le cantava la mamma: > si sentiva come un bambino una volta ancora. Deve essere il pensiero di andare a casa da sua madre . Viene colpito e urla > Padre mio, mi hanno ucciso! Confuso dalla paura Okonkwo tirò fuori il macete e gli diede il colpo finale. Temeva che fosse considerato un debole.(...) Nwoye aveva sentito che i gemelli erano messi in vasi di terracotta e gettati nella foresta, ma non si era mai imbattuto sinʼora in essi. Vaghi brividi erano discesi su di lui e la sua testa sembrava annebbiarsi, come un solitario viaggiatore che di notte incontra un spirito del male sulla sua strada. Poi qualcosa era andato via dal suo animo. Discese su di lui di nuovo, questa sensazione, quando suo padre entrò quella notte dopo aver ucciso Ikemefuna, Inizia con questo episodio la caduta di Okonkwo, dʼaltra parte ciò che ha fatto è > il tipo di azione per cui la divinità annienta unʼintera famiglia . Durante una festa Okonkwo uccide senza volerlo un giovane di Umuofia: la legge vuole che debba andare in esilio per sette anni, lui e tutta la sua famiglia. Egli accetta il destino; «chiaramente il suo personale dio o»chi«non era fatto per grandi cose». Egli sa anche che quando tornerà al suo villaggio non potrà più ambire ai vertici della società, per quanto possano essere grandi il suo valore e la sua ricchezza. Se Okonkwo si piega alle leggi ancestrali, non può in alcun modo accettare le regole del colonizzatore, soprattutto quando queste lo colpiscono personalmente: il figlio maggiore Nwoye si è convertito al cristianesimo, abbandonando la famiglia, le tradizioni e le antiche divinità. Quando, poi, si accorge che Umuofia si arrende senza lottare, compie un atto individuale di rivolta: taglia la testa al messaggero dellʼuomo bianco, un traditore della propria gente. Non gli resta che darsi la morte, impiccandosi: il suo mondo è crollato. Come nelle tragedie di Eschilo Okonkwo sembra essere mosso solo dal dio, dal suo "chi > , dalle regole ancestrali, dai riti senza tempo: non ha colpa, in fondo, se partecipa allʼuccisione di Ikemefuna. Achebe è uno scrittore troppo grande per cadere in stereotipi: un tratto importante del romanzo è proprio la psicologia dei personaggi; essi si muovono allʼinterno delle loro contraddizioni di uomini, tra regole sociali, affetti ed aspirazioni. Erinna, la figlia prediletta di Okonkwo (ah se fosse un maschio!) viene rapita da una vecchia indemoniata per portarla alla dimora della divinità della caverne. La madre la segue, disperata, ma non ha il coraggio di entrare dentro lʼantro, tanta è la forza delle religioni antiche. Arriva Okonkwo con il macete, grande guerriero, pronto a difendere e, se necessario, a liberare la figlia prediletta, anche contro la volontà del dio. Ma allora, ci chiediamo, perché la stessa scelta non era pronto a compiere per Ikemefuna e per Nwoye? Per ambizione o semplicemente perché non li amava abbastanza? E poi, perché il Dio lo punisce, anche se lui si era comportato come volevano le crudeli regole ancestrali? Ed ancora perché si è suicidato pur sapendo che colui che si dà la morte può essere seppellito solo da estranei, portando alla rovina lʼintera famiglia? Come é scritto nellʼintroduzione, i personaggi di Achebe non cercano il nostro permesso per essere umani, non chiedono scusa per essere complessi (o per essere Africani, o per essere umani, o per essere così straordinariamente vivi"). Lʼambiente, la storia e i personaggi avvincono perché sono narrati con una scrittura pressoché perfetta; semplice, fluida, capace di mescolare lʼinglese con la lingua locale, in grado di trasmettere il fascino ambiguo di una civiltà e i sentimenti così veri e ricchi dei personaggi. È vero che si parla di Africa, ma la scrittura raffinata e il ritmo narrativo, con le sue sospensioni e lʼalternanza di momenti sereni e drammatici, ci conducono in una dimensione universale: ciò di cui si parla è il destino eterno dellʼessere umano, oltre il tempo e lo spazio. Perché leggerlo? Affascinante, un capolavoro.

Chinua AchebePenguin
This side of Brightness
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This side of Brightness

Nel cercare un senso a questo intenso e confuso romanzo mi è venuto in mente la Gerusalemme Liberata, una metafora di  una purificazione collettiva ed individuale che dovrebbe condurre alla resurrezione. Anche per McCann il tunnel, vero protagonista del racconto, rievoca un cammino in fondo al quale dovrebbe esserci la luce. Ma come i cavalieri di Torquato Tasso non possono raggiungere la santità  a causa di sé stessi («vivrò fra i miei tormenti,(..) forsennato, errante: temerò me medesimo»), così per l'autore ogni ombra di noi stessi conduce ad un'altra ombra, ogni tunnel ad un altro tunnel. Come scrive Amelia Rosselli, > fermi ad un destino sempre semovente o irriconoscibile, tra gli alti pini stentati, tra le tante altre cose di cui non scriviamo purché riusciamo a viverle, fra le tende del camping v'erano infatti i soliti traditori: me stessa travisata da imperatore povero, (...) ho disfatto tutti i tunnel della contr' ora ( da Documenti)): non si esce dalla depressione, non c'è speranza. La questione è che McCann vorrebbe trattare questo tema esistenziale all'interno di una struttura narrativa tradizionale. Ed infatti il racconto prende le mosse dalla costruzione del grande tunnel subacqueo necessario per realizzare la metropolitana di New York. Siamo all'inizio del novecento: l' opera è gigantesca, i mezzi tecnici sono rudimentali, le condizioni di lavoro pesanti e difficili, i rischi altissimi. Al tunnel lavora Nathan Walker: un robusto uomo di colore, > le grandi braccia, il tozzo torace, il fascio di muscoli, (...) felice ed infelice quanto basta, sufficientemente solitario, in prevalenza solo, Walker è capace, come un uomo che spende molto tempo con sé stesso, di ridere forte senza un'apparente ragione .  L'uomo si prende cura della figlia appena nata di un amico vittima di un grave incidente di lavoro. L'affetto per la bambina si trasforma con gli anni in amore, un uomo avanti negli anni sposa una ragazza molto giovane, un negro si unisce ad una bianca. Questo tema viene abbandonato dall'autore (ed allora perché introdurlo?) o forse si allude alla contaminazione tra differenti età ed etnie come un peccato che è all'origine di una serie di disgrazie: la moglie muore travolta da un auto, il figlio si vendica assassinando l'investitore e viene poi ucciso dalla polizia, la nuora si dà alla droga e muore di overdose, il nipote, Clarence Walker, cade nella depressione quando assiste alla morte o suicidio del nonno. E' veramente troppo! Accanto a questa storia, sinceramente inverosimile, emerge lentamente il vero tema del romanzo:  Clarence Walker (per molte pagine chiamato «Treefrog», una rana che vive sugli alberi) si è nascosto in un tunnel tra i senza dimora, e si è fatto una tana in un luogo inaccessibile, raggiungibile solo con una spericolata passerella. > Ogni cosa sta nella più pura oscurità così che può difficilmente vedere persino il palmo della mano di fronte al viso. E poi c'è un lento venire di un insieme di tunnel e sprazzi di luce e può vedere attraverso le ombre. Ascolta i movimenti e la paura scende giù per la pancia e si deposita nel fegato : ricordi, ritratti evanescenti, un passato non più reale, solo sognato con nostalgia, in una spietata indifferenza. E com'è l'amore nel tunnel, metafora della nostra vita? > Le unghie di Angela strisciavano lungo la sua schiena, lasciando delle tracce nella pelle, e il movimento del loro respiro rapido rapido rapido rapido, una spinta selvaggia da entrambi, finché tutto si disfaceva in lunghi affanni di respiro, lento lento lento lento, e poi tutte e due potevano giacere là in attesa di qualcosa di più . Come un buon romanzo americano ci deve essere un lieto fine: è tuttavia troppo appiccicato per darci sollievo, dopo la fatica di giungere alla fine del racconto, caparbiamente. La scrittura è il pregio del libro ed è ciò che lo sostiene. In una trama disordinata, con personaggi descritti in modo superficiale, senza mai approfondire le innumerevoli curve della narrazione, il lettore deve lasciarsi avvincere dalle parole, dalla sintassi, dalla capacità di evocare sentimenti, immagini, condizioni umane. Si rimane ammirati dinanzi ad alcune sottili citazioni, come il termine «funhouse darkness» , che richiama la canzone della cantautrice americana P!nk: "ballo per questa casa vuota ci demolisce ti butta fuori urlando nei corridoi girando tutto intorno ed adesso noi cadiamo..... Perché leggerlo? E' faticoso ma la scrittura è affascinante.

Colum McCannBloomsbury
Ti prego lasciati odiare
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Ti prego lasciati odiare

Ben tornata superficialità! Il romanzo è una moderna favola dʼamore, con tutti i suoi ingredienti: la piccola cenerentola, nei panni di una ragazza progressista ed arrabbiata; il principe azzurro, ma indipendente ed impegnato nella carriera; la contrapposizione tra valori borghesi e mondo aristocratico, il tutto nella moderna Londra delle banche dʼaffari. La protagonista, ed anche narratrice del racconto, è Jenny. Nata da una famiglia vegana, animalista, pacifista ed anti capitalistica, Jenny ha abbracciato la carriera dellʼavvocato fiscale, non tradendo del tutto i valori dʼorigine ( lei è soltanto vegetariana!), ma decidendo di avere una propria vita, che non ricalchi la tradizione familiare. Si è creata una immagine di sé di donna forte e «tutta cervello», conducendo storie sentimentali fallimentari con uomini, colti, di «sinistra», che piacciono tanto alla sua famiglia, ma non a lei. Nella banca dʼaffari dove lavora, e dove è molto apprezzata, porta avanti da alcuni anni una «guerra» con Jan, cadetto di una alta locata stirpe, brillante, ma vanesio, arrogante e antipatico. Jenny deve ammettere che è un uomo affascinante, ma la provenienza di Jan, i suoi atteggiamenti, insieme con lo spirito competitivo che anima la ragazza, la portano ad un vero e proprio astio verso il bellʼaristocratico. In una ormai famosa lite, Jenny, impetuosa comʼè nel suo carattere, è arrivata a rompere il nobile naso di Jan. Non possono quindi lavorare insieme. Ma un importante cliente ha chiesto di essere seguito da entrambi e quindi i due, loro malgrado, si trovano ad «essere un team». Come cʼera dʼaspettarselo, la «magica attrazione», di cui parla Goethe nelle Affinità Elettive, ha la meglio sulla differenze di carattere, di idee, di status sociale e sullo spirito competitivo di entrambi. Jenny e Jan si trovano in situazioni nelle quali si verifica una crescente vicinanza fisica: un palpeggiamento casuale, ma che dà strane vibrazioni, un bacio simulato ( per far dispetto alle corteggiatrici di Jan), un bacio non più simulato sino ad un rapporto dʼamore. > È come mangiare qualcosa che sai ti farà male allo stomaco, ma a cui non riesci proprio a resistere . «La corazza», che la ragazza si è creata, si scioglie come in unʼonda, fra le braccia di Jan.Ma se non voleva farsi conquistare dal suo principe azzurro perché, quando deve uscire con Jan, si lascia convincere dalle amiche a vestirsi in modo provocante e sensuale? Il finale è scontato: i due si sposano con una cerimonia sontuosa (500 invitati). La ragazza afferma il suo spirito «proletario» non vestendo il velo, ma accetta di portare gli splendidi gioielli della famiglia del marito. Un giusto compromesso tra idee socialiste e quelle aristocratiche! Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile: delicato, ironico, soffuso. La narrazione si basa fondamentalmente sui dialoghi, intercalati dalle sensazioni, più che riflessioni, di Janny. E sono proprio la leggerezza e lʼeleganza, con la quale lʼautrice racconta il progressivo cedimento della ragazza alle lusinghe dei sensi, a costituire lʼelemento piacevolmente attrattivo del romanzo. Peccato che non ci sia suspense: tutto è già scontato, senza colpi di scena o reali momenti di rottura in una trama narrativa, troppo debole per avvincere. Un altra occasione mancata è il contesto. Lʼambiente delle banche dʼaffari, con le loro spietate regole di carriera e di competizione, resta sullo sfondo; anzi, in certi casi, risulta inverosimile, basti pensare alla figura del capo, troppo comprensivo per essere reale. Perché leggerlo? Se si ha bisogno di leggerezza, si legge con piacere.

Anna PremoliNewton Compton
Ti prendo e ti porto via
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Ti prendo e ti porto via

È un libro complementare a quello precedente. È ambientato nella provincia e narra di un contesto squallido dove vivono personaggi caratterizzati da una grande tristezza per la desolazione della loro vita senza sbocco: il gruppo di ragazzi violenti e predestinati alla criminalità o a una vita opaca come quella dei loro genitori; la famiglia di Pietro, il protagonista, contraddistinta dalla depressione della madre, dall’alcolismo violento del padre e dalla pochezza del fratello; Graziano Biglia, un squallido vitellone di provincia che non si accorge neanche di essere innamorato di Flora; quest’ultima vive una vita difficile ma ordinata vicino alla madre malata, quando incontra Graziano dal quale aspetta un figlio e viene poi abbandonata per entrare in uno stato di depressione e di abbandono: «non lo sai, forse, che le promesse sono fatte per non essere mantenute?». Dice Flora la sera terribile nella quale Pietro la uccide. In questo ambiente di provincia, si sviluppa l’amicizia tra Pietro e Gloria, che, pur con condizioni sociali molto diverse, intrecciano tra di loro un rapporto, che non può non sbocciare in una storia dʼamore. Ma Pietro non resiste e l’uccisione di Flora costituisce sostanzialmente un modo per scappare da un ambiente così desolato. > Ho capito perché lo aveva fatto. Per combattere una cosa maligna che ci abbiamo dentro e che cresce e che ci trasforma in bestie. Si è tagliato in due la vita per liberarsene... io non volevo finire come Mimmo... io non volevo diventare come loro . Solo l’assassinio, un atto violento e irreversibile, rompe una situazione della quale si ha la sensazione che possa evolversi solo in peggio. La desolazione non è solo il presente ma soprattutto l’impossibilità di un futuro migliore e di un mondo senza prospettive. Lo stile è molto efficace, caratterizzato da un insieme di episodi e di personaggi che si muovono all’interno della casualità e dell’imprevedibilità. Il ritmo narrativo è molto intenso così da renderlo un libro molto bello da leggere.

Niccolò AmmanitiOscar Mondadori
Le Tigri di Mompracem
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Le Tigri di Mompracem

Sandokan > ha la fronte ampia, ombreggiata da stupende sopracciglia dallʼardita arcata, una bocca piccola, che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, dʼun fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo . È la «Tigre della Malesia», «capo dei feroci pirati di Mompracem», acerrimo nemico degli inglesi, vendicatore dei popoli oppressi, ma anche assassino, crudele, feroce, tremendo. E così sarebbe rimasto se non gli fosse giunta voce di una donna bellissima, chiamata la perla di Labuan. Una «forza irresistibile» lo spinge verso questa fanciulla. Parte con alcune navi e si imbatte in un incrociatore inglese; la sua flotta viene distrutta, i suoi uomini vengono uccisi o periscono annegati, lui stesso, gravemente ferito, riesce a salvarsi a stento. > Guarirò (...) e pronunziò quella parola con tanta energia da credere che egli fosse lʼarbitro assoluto della propria esistenza , poi la paura ( > le tenebre (...) Io non voglio morire!...) ed infine la pazzia. Completamente fuori di sé, si precipitava innanzi allʼimpazzata. (...) Credeva di vedere nemici dappertutto. (...) Degli esseri umani sorgevano dal suolo gementi, urlanti, chi colle teste sanguinanti, chi colle membra tronche e coi fianchi squarciati. Tutti ridevano, sghignazzavano, come se si beffassero dellʼimpotenza della terribile Tigre della Malesia > . Il delirio di Sandokan è il prodotto della febbre e dello sfinimento fisico; gli incubi nascono pure dal riemergere nella coscienza tutto il male che ha fatto, la sua spietatezza, i tanti morti della sua esistenza. A impedirgli di discendere negli abissi della terra > è lʼamore. Dopo aver perso i sensi, torna in sé nella casa di Lord James, dove viene curato da Marianna, la perla di Labuan, della quale si innamora perdutamente: una passione subito corrisposta. Il romanzo, che sembrava scivolare su una china di ricerca interiore, riprende il ritmo tipico dei grandi libri di Salgari: scoperto, Sandokan fugge, per tornare poi a liberare Marianna e portarla con sé; ci riesce per merito dellʼamico Yanez, il quale convince con lʼinganno Lord James a mettersi in viaggio, esponendosi quindi allʼassalto dei pirati. Finalmente insieme, Sandokan e Marianna si rifugiano a Mompracem; per riprendersi la giovane il potente Lord James mette insieme una flotta poderosa, che assale e conquista la roccaforte dei pirati, dopo una grande battaglia. È vero, che per quella creatura celeste, per lei dovrò perdere tutto, tutto, perfino questo mare che chiamavo mio e consideravo come sangue delle mie vene. (...) Tutto è morto o sta per morire qui > . Marianna chiede a Sandokan se rimpiange la sua passata potenza e se lei stessa debba impugnare la scimitarra«, il pirata le risponde nettamente:»Tu! tu!, esclamò egli, No, non voglio che tu diventi una donna simile. Sarebbe una mostruosità«. Bisogna scegliere, anche perché»due felicità (Marianna e Mompracem) sarebbero troppo e non le voglio, (...) e quellʼuomo, che non aveva mai pianto in vita sua, scoppiò in singhiozzi mormorando: La Tigre è morta e per sempre!" Il libro ha avuto cinque versioni, dalla prima edizione del 1883 allʼultima del 1891, a dimostrare una stesura tormentata: lʼautore non riusciva a trovare il registro giusto per un pubblico in buona parte costituito da ragazzi. In particolare mancano quegli espedienti narrativi che danno ritmo e sorpresa ai racconti di Salgari. Ci sono alcuni episodi divertenti (per esempio, quando Sandokan e Yanez si nascondono in una grande stufa e per pura fortuna non vengono scoperti), altri sembrano un poʼ appiccicati e inverosimili, come lo scontro tra uno scimmione ed una pantera, altri ancora riportano alle intense battaglie navali di Salgari senza quelle tensioni e quei colpi di scena che le contraddistinguono. Lʼautore non riesce a coinvolgere il lettore perché il racconto si focalizza troppo sulla figura di Sandokan, affascinante di certo, ma rigida e costruita con lʼaccetta; essa, tra lʼaltro, non è alleggerita da altri personaggi, come avverrà in seguito, quando Yanez assumerà un ruolo più ampio, quasi da protagonista. La tecnica salgariana non è ancora a punto e per farlo lʼautore dovrà nascondere maggiormente le proprie angosce esistenziali, per muoversi solo in un mondo più superficiale ma più attraente: quello dellʼ avventura. Perché leggerlo? Malgrado i suoi limiti, lʼeroe Sandokan ha una grande attrattiva.

Emilio SalgariFabbri
Tira fuori la lingua
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Tira fuori la lingua

> Il cielo era talmente azzurro e trasparente che sembrava non esserci aria. (...) In lontananza, ai piedi di una montagna, vedevo il villaggio (...). Un centinaio di case di fango allineate lungo le pendici, e su ogni tetto una bandierina di preghiera. Più su, a metà strada dalla vetta, cʼera un piccolo tempio buddhista con i muri dipinti a righe rosse e bianche e una striscia di azzurro sotto le gronde. (...) Tutto ciò che si muoveva: nuvole, pecore, cani, bandiere di preghiera, donne con bambini in braccio e io, un cinese alla deriva appena arrivato da oriente, lo faceva al rallentatore . Il protagonista e narratore ha intrapreso il viaggio in Tibet nella speranza di ritrovare la voglia di vivere, una nuova energia spirituale. Ma > in questa terra sacra sembrava che Buddha non riuscisse a salvare se stesso, come potevo aspettarmi che salvasse me? Il Tibet si rivela un incubo, dove > la gente sopporta durezze che sono al di là della possibilità di comprensione del mondo moderno. Scrivo questa storia nella speranza di poter cominciare a dimenticarla . Il libro è un insieme di racconti, di una tale brutalità selvaggia da lasciare nel lettore «un rigurgito cattivo, acre, fino in bocca». Prendiamo lʼultimo racconto della raccolta: il nostro viaggiatore cinese narra la vicenda di una bambina che viene prescelta come il nuovo Buddha vivente. Siamo dinanzi alla massima spiritualità della religione tibetana. La bambina diviene adolescente nel monastero, dove studia e si prepara allʼalto incarico. Come tutte le ragazze sente i primi brividi dellʼamore, di un amore da fanciulla, romantico, pudico e fatto di sguardi, di pensieri e sensazioni. Ma giunge il momento dellʼiniziazione, della Cerimonia dei Pieni Poteri: in che cosa consiste? Prima viene violentata da un monaco dinanzi a tutta la comunità; poi, secondo il rituale, deve meditare nel ghiaccio per tre giorni prima che la sua natura di Buddha si manifesti. La ragazza muore la seconda notte nel fiume gelato e diviene > un corpo di ghiaccio adagiato sul ghiaccio. (...) Tutti guardavano gli organi che fluttuavano nel corpo trasparente. (...) Ora il teschio riposa sulla mia scrivania. (...) Accetterò qualsiasi offerta purché sufficiente a coprire le spese dei miei viaggi a nord - est . La censura è sempre da condannare: non si può proibire la pubblicazione di un libro, quali siano il contenuto e il valore artistico. Condivido, tuttavia, il giudizio delle autorità cinesi: il libro è «volgare e osceno». È vero che idealizzare i tibetani «equivale a negare la loro umanità», ma la descrizione dei costumi del Tibet da parte dellʼautore riflette in modo eccessivo il punto di vista di chi si crede superiore e non cerca di indagare le peculiarità di un popolo, soffermandosi soltanto sugli aspetti più brutali e incomprensibili. Perché non leggerlo? È inutile per la conoscenza del Tibet e giustifica implicitamente la soppressione di questa civiltà da parte dei cinesi. È un libro neo colonialista.

Jian MaFeltrinelli Editore
Tokyo Soundtrack
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Tokyo Soundtrack

Il libro narra il disfacimento ambientale e sociale di Tokyo dal punto di vista di due adolescenti. Se questa storia fosse narrata da uno scrittore occidentale, essa sarebbe impregnata di un violento realismo o di un intenso soggettivismo. Si pensi alla saga di Berlin (si veda la recensione in questo sito), in cui una città abbandonata per l'epidemia è teatro di lotte e amori in un ambiente distopico ma caratterizzato da tinte fortemente naturalistiche. Invece, Hideo è uno scrittore giapponese e non sfugge a quel realismo magico che tanto ci fa amare la letteratura del paese del Sol Levante (si vedano le numerose recensioni di romanzi giapponesi in questo sito). A sorpresa, il lungo racconto prende le mosse da un'isola dove sono naufragati due bambini, la piccola Hitsujiko e il più grandicello Touta. I due devono sopravvivere in un ambiente selvaggio, dominato da capre insalvatichite. > Il loro mondo era lì, sull'isola, non esisteva altro posto dove andare e d'altra parte che fiducia potevano avere negli esseri umani: Hitsujiko salvatasi per caso da una madre che si è annegata portandola con sé per porre fine anche alla vita della figlia; Touta coinvolto dal padre in un motoscafo in corsa folle per mostrare il coraggio e la forza di un vero giapponese. E' con odio che accolgono la spedizione inviata ad abbattere le capre e che con stupore si accorge dei due bambini. > Sì, erano pronti a sfidare tutti, dal primo all'ultimo. Dall'altro del promontorio lanciavano la loro sprezzante provocazione al funzionario di Tokyo, agli uomini con il fucile e a tutti gli altri. E qualcosa brillava nella mano destra di uno dei due. Una lama. C'è nei due bambini una furia distruttiva che va oltre uno spirito ribelle: sono profondamente convinti che la «buona e ordinata società giapponese» sia ostile e solo un rivolgimento apocalittico li potrà salvare, non farli scivolare di nuovo nell'abbandono.  Questo sentimento li legherà per sempre, anche quando i due sono separati. Hitsujiko è adottata da una coppia che la porta a Tokyo, in uno dei più eleganti quartieri della città, Nishi Ogikubo; è iscritta a una scuola esclusiva e può studiare danza, arte nella quale eccelle. Touta, invece, ormai maggiorenne, va a vivere nel quartiere di Kagurazaka, popolato da locali a luce rossa, dalla prostituzione e da una malavita che si mescola con la crescente immigrazione clandestina. Non è necessario conoscere Tokyo per apprezzare il romanzo: la complessa topografia, con un affratellarsi di quartieri, descritti in modo minuzioso, il dedalo di autostrade, viadotti, metropolitane, in superficie e sotterranee, vogliono darci un'immagine tentacolare della grande città, immaginifica, affascinante e spaventosa. E' tanto più terribile Tokyo perché è in atto una sua tropicalizzazione: scompaiono i magnifici ciliegi che lasciano spazio a piante esotiche, che portano batteri e virus sconosciuti e mortiferi; sono morte le carpe nei canali avvelenati, animali selvaggi vagano per le vie, in alcuni casi sono i cani abbandonati dai padroni. Il caldo famoso, condizionatori al massimo, piogge torrenziali e infine un'epidemia, travolgono la difficile coesistenza delle diverse Tokyo: quella dei "veri > giapponesi, come gli abitanti di Nishi Ogikubo, che si difendono dagli immigrati con milizie private; i non giapponesi > venuti da fuori, che si sono insediati principalmente a Okubo e Kagurazaka, e la città sotterranea, popolata dai Korpokkur, i primi abitatori del Nord del Giappone, prima che arrivassero gli Ainu, i giapponesi odierni. Il governo trasferisce la popolazione puramente > giapponese nei monti, dove l'acqua è ancora pura e non è infestata dagli effetti della tropicalizzazione: che Heido abbia previsto profeticamente l'ideologia degli oligarchi tecnologici vicini a Trump? Truppe specializzate spargeranno il DDT e insetti mutanti nel sottosuolo, mentre i poveri, gli infettati e gli immigrati sono lasciati al loro destino di morte. In questo scenario la preoccupazione dell'autore non è di approfondire le vicende dei due protagonisti: essi sono inseriti all'interno di un rivolgimento apocalittico, in cui emergono antichi incubi e nuove paure. I due adolescenti sono solo il detonatore di questo sconvolgimento: Hitsujiko con la sua danza affascinante e misteriosa, che conduce le brave allieve alla rivolta; Touta con la forza guerriera, l' astuzia e la sua volontà distruttiva. Numerosi altri personaggi affollano il romanzo, un corvo e un ragazzo-ragazza ci portano nei sotterranei, tanti episodi si susseguono senza che si riesca sempre a trovare il filo, si usano armi impensabili, come la danza e il cinema. In un caleidoscopio disordinato il lettore intravede una luce di speranza, che non sia la fuga in un altro pianeta, ancora incontaminato: è possibile ribellarsi, creare un caos da cui nasca un nuovo mondo; ma questa impresa è affidata agli umili e agli animali. Come dice l'autore nella postfazione all'edizione italiana: non smetterò mai di credere che cantare tutti insieme sia il modo migliore per benedire questo nostro secolo e gioire". E in questa nuova armonia forse Hitsujiko e Touta si ritroveranno nell'isola dell'infanzia. Il romanzo si sviluppa in modo tradizionale nella prima parte, sino alla separazione dei due ragazzi: il naufragio, la vita nell'isola selvaggia, l'inserimento, ovviamente difficile, nella piccola scuola e nella comunità di una delle isole Ogasawara. Pare intravedere un racconto di formazione, pur con le peculiarità giapponesi. Il trasferimento nella grande Tokyo poteva essere il proseguimento di una storia di crescita, e anche d'amore. E invece la trama prende un'altra direzione: il quadro politico-ambientale ha il sopravvento, i mostri oscuri del Giappone, nascosti da una coltre di perbenismo culturale, emergono devastanti. La mente va ai grandi romanzi di Kenzaburo Oe, come il Cuore Silenzioso e la Foresta d'acqua (si vedano le recensioni in questo sito). Tutto rotola confuso, quasi delirante, e il lettore fa meglio a perdersi, a non chiedersi perché un corvo capisce il linguaggio umano, perché esistono dei piccoli uomini nel sottosuolo, e perché la danza e il cinema muto possono essere armi letali, strumenti di una rivoluzione. E' affascinante, ma certo le lunghe digressioni, i tanti personaggi, gli ambienti surreali contribuiscono a spaesarci, rendendo faticosa la lettura.  Forse, un po' di buon romanzo ottocentesco europeo avrebbe dato ordine a una narrazione troppo spesso confusa. Resta impressa la profezia del tempo moderno, profezia incredibile nella sua preveggenza se si tiene conto che il romanzo è stato scritto nel 2003. Perché leggerlo? E' un'altra faccia del Giappone.

Hideo FurukawaRCS / Rizzoli
Tre Croci
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Tre Croci

Siamo a Siena nei primi anni del novecento: città «tutta raccolta in se stessa e inaccostabile» e dove si vive volentieri perché è possibile «conoscere quel che si desidera degli altri». Tre fratelli, Giulio, Niccolò ed Enrico, stanno scivolando nella povertà e cercano di salvarsi falsificando la firma di un amico per farsi scontare delle cambiali in banca. È un espediente di corto respiro, di cui sono ben consci, ma al quale si aggrappano per poter continuare a vivere nellʼabbondanza. Ciò che interessa allʼautore non è tanto la problematica sociale sottostante, quanto la psicologia dei tre fratelli, così diversi eppure solidali nella truffa. Giulio > era il più malinconico dei tre fratelli... il più intelligente e il solo che aveva voglia di lavorare . Era stato lui a proporre lʼidea di falsificare le cambiali, ma aveva bisogno di una giustificazione tale da liberargli la coscienza: > nessuno può pretendere da me che io non sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato, volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false, solo perché la mia firma vera non avrebbe contato nulla . Niccolò > era sempre disposto allʼallegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare. Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena, se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti . Enrico > era stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaverà mai nulla . Niccolò ed Enrico vorrebbero comandare e imporsi su Giulio, ma poi, lʼuno per pigrizia e lʼaltro perché meno intelligente, lasciano che sia il fratello a toglierli di imbarazzo. Ma sono continuamente liti e discussioni, ai quali partecipano anche gli amici, che si concludono sempre in grandi mangiate e bevute. Il romanzo si sviluppa in una serie di bozzetti familiari, che si svolgono prevalentemente nella vecchia e polverosa libreria, la fallimentare attività economica dei tre fratelli. E la vita sarebbe potuta continuare tra chiacchiere, bisticci e abbuffate, quando la banca, alla quale è stata portata allo sconto un ulteriore cambiale, si insospettisce e informa lʼignaro amico. Sono la bancarotta, il disonore e la miseria. Ed è Giulio a rendersi conto della rovina, economica e morale. A Niccolò, che assicura che non perderà certo lʼappetito per aver truffato un amico ( > se stasera avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io pulirei anche gli ossi ), Giulio risponde che > la mia volontà consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo. È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio . Il suicidio è il destino inevitabile di Giulio. Con una caduta di stile, per dare spazio ad un lacrimoso pietismo, il romanzo si chiude anche con la morte di Niccolò ed Enrico. Il romanzo è dedicato a Luigi Pirandello e mai riferimento fu così azzeccato. Infatti, di realismo, di cui parlano spesso i critici, il racconto ha solo lo sfondo, lʼoccasione di una ricerca psicologica dellʼimpatto di una truffa e della sua inevitabile scoperta sul comportamento e la coscienza dei suoi ideatori ed esecutori. Il fatto, poi, che questo approfondimento riguardi tre fratelli, legati tra loro da affetto ma anche da dinamiche familiari, rende ancora più intrigante la narrazione. Certo ci sono alcune peculiarità tipicamente toscane, ma esse costituiscono solo la cornice di un dramma universale, nel tempo e nello spazio. Il racconto del suicidio di Giulio è una pagina di una modernità sconvolgente, dove sono gli oggetti a dominare la volontà del personaggio: > su la cassapanca, tutti quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: tu sei eguale a noi. È inutile che cerchi di evitarci! Egli rispose a voce alta: Aspettate, faccio una firma. E vide la sua firma falsa saltellare sul pavimento. si chinò per chiapparla; entrò con la testa sotto gli scaffali.... Allora spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio . Con questa pagina Tozzi supera Pirandello stesso, affermandosi come uno degli scrittori più originali della letteratura italiana: si fondono in questo romanzo problematiche sociali, ambiente regionale, meccanismi psicologici e simbolismo post moderno. Perché leggerlo? Se leggiamo senza prevenzioni e fuori dai luoghi comuni possiamo scoprire nella nostra letteratura meravigliosi, e ignorati, capolavori.

Federigo TozziL'Unità
La treccia della nonna
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La treccia della nonna

Il tema di questo romanzo é affine a quello di Domenico Starnone in «Vita mortale e immortale della bambina di Milano», recensito recentemente in questo sito. Come il racconto dello scrittore napoletano verte sulla figura della «nonna serva» e del suo amore, poi tradito, per il nipote, anche qui è una nonna al centro della narrazione: una nonna pronta a mettersi al servizio del piccolo orfano: fragile, malaticcio, un po' tonto, e per questo una palla al piede. > Quando arrivammo in Germania, per prima cosa la nonna mi portò dal pediatra. In realtà, mi spiegò per strada, era quello il vero motivo per cui eravamo emigrati: farmi finalmente curare da un medico come si deve, che magari potesse darci la speranza (...) che un giorno avrei raggiunto l'età adulta . Il nipote si adagia sotto l'ala materna della nonna, con la quale instaura una relazione d'amore, densa di un inconfessabile erotismo. Ed è per questo che è il piccolo, ancora bambino, ad accorgersi per primo che il nonno, il «bell'asiatico», si è innamorato di un'altra donna. Il romanzo inizia con questa scoperta. > Per me era già un vecchio bacucco (...) e il suo nuovo, tenero segreto mi travolse con un'ondata di ammirazione mista a gongolamento , cosi si esprime il ragazzo, narratore e protagonista insieme al personaggio della nonna. Se il racconto avesse indagato la relazione complessa e forse incestuosa tra una madre sovrabbondante (autoritaria, invadente e sovrastante) e una personalità che per crescere non poteva che emanciparsi, il romanzo sarebbe stato senza dubbio intrigante e da leggere. Invece l'autrice si concentra sul personaggio della nonna sino a renderla una figura caricaturale. Rinchiusa nel suo ruolo matriarcale, una volta che si accorge del tradimento del marito, la donna non si adira, non lo caccia né pare soffrirne: al «bell'asiatico» è permesso tutto, è nella sua natura. Va oltre. Si fa carico del bambino nato dalla relazione dell'uomo con una giovane donna, accoglie quest'ultima, caduta in una grave depressione; apre una scuola di ballo e assume la gestione della ditta del marito alla morte di quest'ultimo. E' troppo per essere verosimile. Dinanzi a tanta ridondanza l'emancipazione del nipote assume la forma del tradimento. Il ragazzo taglia la meravigliosa treccia della nonna. > Avvolgila nel giornale. Portala come ricordo. Tra poco te ne andrai. Fiuto i traditori a un chilometro di distanza controvento.(...) Avvicinò la faccia alla mia, tanto che distinsi il mio riflesso sulle sue pupille. Lo vedo, ripeté con veemenza e mi spinse via . Nonostante sia scritto bene, scorra fluido e leggero, delizioso e arguto (si pensi alla vergogna del nipote per la presenza della nonna a scuola), il romanzo è insignificante. L'autrice, per esempio, non approfondisce il tema della lingua: la nonna che continua a parlare russo nonostante viva in Germania, e il nipote che si emancipa anche tramite l'acquisizione del tedesco; tema identitario affascinante trattato da Starnone nel romanzo già citato, e da altri autori: vengono in mente «The Namesake» di Lahiri Jhumpa e lo splendido «We Need New Names» di Bulawayo Noviolet (due libri recensiti in questo sito). Al contrario, le implicazioni sociali, politiche e antropologiche della lingua sono sviluppate in questo romanzo in modo superficiale e banale. Perché non leggerlo? Insignificante.

Alina BronskyKeller Editore
Il treno dei bambini
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Il treno dei bambini

Tra il 1945 e il 1952 furono ospitati da famiglie contadine del Centro Nord circa 70.000 bambini, in gran parte del Sud; e ciò grazie al Partito Comunista, ai Comitati di Liberazione locali, all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, ai Comuni e alla popolazione. Fu una grande prova di solidarietà nazionale, che prese il nome di «Treni della Felicità». Come dice nel romanzo Maddalena, una combattente delle quattro giornate di Napoli, per convincere le mamme a lasciare andare i figli, > quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scesi in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate, e ci stavo pure io. Questa è come un'altra battaglia, ma contro i nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri! Il tema sociale e politico di questa gloriosa esperienza, spesso dimenticata, resta  sullo sfondo e permette all'autrice di sviluppare un altro argomento. Verso la fine del racconto, il protagonista e narratore, esprime il senso complessivo della sua storia: «ho lasciato che il tempo passasse e adesso è tardi». Per comprendere questa frase dobbiamo ripercorrere la vicenda di Amerigo Speranza, figlio di Antonietta Speranza e di padre sconosciuto, ufficialmente andato in America a cercare fortuna. > Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri Spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe non ne ho avuto mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male . Amerigo vive come una cosa naturale la miseria dei bassi e l'apparente freddezza di Antonietta, troppo impegnata a sbarcare il lunario per dare affetto al figlio. Quando irrompe, non desiderato, il «Treno della Felicità». Con tanti altri bimbi Amerigo lascia Napoli per andare al Nord. > Mia mamma Antonietta resta in un angolo della stazione che diventa sempre più lontano, con le braccia incrociate sopra al mio cappotto. Come se mi tenesse stretto sotto i bombardamenti. (...) Guardo fuori dal finestrino, penso al mio posto nel letto di mamma. (...) Penso alle strade dove me ne andavo girando tutto il giorno a fare le pezze, col sole e con la pioggia. Penso alla Pachiochia, che a quest'ora si è coricata nel basso con l'immagine del re baffino sulla colonnetta. Penso alla Zabagliona e mi pare di sentire l'odore della sua frittata di cipolle. Penso ai vicoli dove abitavo io, più stretti e più corti di questo treno . Queste immagini sono troppo distanti dalla bella favola che aspetta Amerigo al Nord: una stanza tutta per sé, nuovi vestiti e tanto cibo, l'affetto di Derna, la donna che lo ha accolto, e soprattutto la scoperta del violino e della musica. «Ormai siamo spezzati in due metà». Per Amerigo è impossibile ricomporre le due metà perché Antonietta fa di tutto per annichilire tutto ciò che ha attinenza con la vita del Nord, sino al punto di vendere il violino. > fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina ancora di più e mi stringe con tutte e due le braccia. (...) Tu ti devi svegliare da quel sogno, Amerì, la vita tua sta qua. (...) io l'ho fatto per il bene tuo. (...) Mi libero dal suo abbraccio, mi alzo dal letto . Amerigo vorrebbe dire tante cose ma non riesce che a esprimere il rancore per la perdita del suo violino. «Sei una bugiarda» e fugge prendendo il treno verso il Nord. Molti anni dopo Amerigo torna a Napoli per il funerale della madre: ha un altro cognome, è un famoso musicista, è un estraneo alla madre e alla sua città.  O almeno vorrebbe perché > le grida dei mercati, le chiacchiere infinite delle comari sulle porte dei bassi, i bambini che si rincorrono per strada, e poi una voce conservata nel nocciolo più antico della memoria. Amerigo, Amerì! Scendi, fa' presto, va' a cercà due lire dalla Pachiochia... Vorrebbe riprendersi la vita ma è troppo tardi. > Scomparsi. Distrutti da febbri spietate,/consunti da un male ignoto, lontani, non so./Né so se torneranno, né quando, né come/gli amici, i giorni, la più chiara stagione,/se tornerà la vita/perduta per disattenzione. (Luciano Erba «Lo svagato» da il nastro di Moebius). La lettura lascia una sensazione singolare, quasi incomprensibile. Il romanzo tratta di un grande tema, la trama si sviluppa lineare, la scrittura è fluida, anche se a tratti banale. Eppure non si riesce a farsi coinvolgere come se i tanti argomenti (i Treni della Felicità, il rapporto con la madre, la napoletanità, il finale agro-dolce un po' piccolo borghese) si mescolassero in modo talmente superficiale da lasciare il lettore distante, freddo e pure sconcertato. La verità è che i protagonisti non hanno spessore psicologico così come gli ambienti, in particolare  il mondo contadino del Nord, appaiono letterari, costruiti a tavolino, non vissuti. Perché leggerlo? E' scritto bene.

Viola ArdoneGiulio Einaudi
Tutti i nostri segreti
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Tutti i nostri segreti

Per il versetto 41 della Sura XXIX del Corano la casa di chi non segue Allah è fragile come la tela di un ragno ( > coloro che si sono resi patroni al di fuori di Allah assomigliano a un ragno che si è dato una casa. Ma la casa del ragno è la più fragile delle case. Se lo sapessero! ). Huseyin e Emine hanno sempre osservato salde regole morali e ottemperato ai propri doveri, ma ciò non ha impedito alla loro famiglia di dissolversi. Dopo anni di duro lavoro in Germania, Huseyin si è comprato un appartamento a Istanbul, e proprio quando è pronto ad accogliere la famiglia muore d'infarto. > Solo una settimana, per passeggiare con loro sul lungomare, per offrire un cay ai tuoi figli, per prendere la mano di tua figlia e dirle quanto le vuoi bene, per dire ai tuoi figli che sei fiero di loro, per chiamare Sevda e chiederle perdono. Se Huseyin può morire credendo ancora di essere amato e rispettato (ai suoi occhi è stato un giusto e buon padre e marito!), la moglie Emine dovrà porsi impietosamente dinanzi alle proprie colpe, dopo che la scrittrice narra le storie dei quattro figli. > La telefonata è arrivata di notte. Un grido. Umit lì per lì non capiva se quel grido fosse uscito da uno dei suoi sogni, che ultimamente lo svegliavano di continuo con un nodo in gola. Umit, ancora adolescente, ha appena compreso di essere innamorato di un coetaneo e le sedute dallo psicoanalista gli hanno svelato i lati oscuri di una famiglia apparentemente serena. > E allora d'improvviso, quasi dal nulla, inizi a parlare di quando ti facevi pipì a letto, (...) e poi di quei brutti litigi sottovoce dei tuoi genitori, (...) il mormorio infinito di tua madre che cerca di calmarsi recitando le sure del Corano e ti fa paura. Sevda, che è arrivata in Germania solo a tredici anni e non è andata a scuola, è stata costretta a sposarsi ancora adolescente; quando torna dai genitori e vuole separarsi, le parole del padre sono categoriche: > «è meglio che torni da Ihsan, Sevda». «Ma io non voglio». (...) «Viene a prenderti domani». Furono le ultime parole che Sevda scambiò con suo padre. Peri è la figlia che è andata all'Università, orgoglio dei suoi genitori benché non la comprendono. E d'altra parte come possono capire una figlia che studia Nietzsche e che ha conosciuto uno strano ragazzo curdo, Ciwan, al quale riesce a confessare che nella sua famiglia > da qualche parte si è formata una crepa e ora è avvolta nel silenzio , come se ci fossero dei segreti che non si vogliono rivelare, che i suoi genitori si tengono dentro, cominciando dalla lingua, il curdo, che possono parlare solo loro. E il maschio più grande, Hakan, perché decide di andare a Istanbul in auto? Forse non vuole assistere al funerale del padre, cui rinfaccia ancora di avergli proibito di presentarsi a un casting per un film? > Hakan non ha mai avuto un'opportunità e ora si arrangia come meglio può. Le storie ci portano all'ultimo capitolo del romanzo, in cui, in un drammatico colloquio tra Sevda e la madre, si svelano i segreti della famiglia, così apparentemente perfetta sotto la guida di Allah: è una sorta di catarsi in cui la voce che in noi, la coscienza, demistifica tutte le regole che ci sovrastano, le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, per farci capire chi siamo, finalmente. > Ti chiedi chi sono io? Non è importante, Emine. La vera domanda è chi sei tu. Perché io sono solo una parte di te. Emine. Sono l'abisso tra la tua fede e le tue azioni. Sono il contrasto tra l'immagine che hai di te e la faccia che mostri agli altri. Sono il divario tra ciò che ritieni giusto e sbagliato, la crepa sottile nella tua morale, lo scarto tra come sei e come dovresti essere. E nell'appartamento dove pensavi di vivere gli anni che ti restavano ritrovando l'amore per Huseyin, appartamento in macerie sotto il terremoto, immagini, Emine, di aprire la porta. > il tuo cuore esulta. Dici: Ciwan. Pure il mistero più grande della tua vita, la tua colpa più grave, si svela, > e potrai perdonare te stessa.  Sarebbe riduttivo leggere il romanzo solo nel suo contesto sociale e antropologico: una famiglia curdo-turca emigrata in Germania, risultato di un intreccio di storie, culture, lingue, e lacerazioni difficili da sanare. In tutti i personaggi, anche in quelli più istruiti e integrati come Peri, c'è l'idea di essere degli estranei, qualcuno che potrebbe essere cacciato in ogni momento; tanto più che la loro origine curda, nascosta con attenzione dai genitori, li rende dei possibili stranieri o persino nemici nella stessa Turchia. Certo c'è tutto questo; ma per apprezzare il romanzo bisogna volare più in alto, alle cose non dette all'interno di ogni famiglia, alla difficoltà di comunicare tra genitori e figli, alla pretesa dei primi di disegnare il destino dei secondi, al fatto che la casa è fragile come la tela del ragno e non la salviamo affidandoci a Dio, alle regole morali, al denaro e al consumo. La famiglia deve essere > il luogo in cui vi perdonerete sempre a vicenda. Perché solo il perdono può alleviare la nostra solitudine. Perché solo se perdoni sarai perdonata a tua volta , così parla la coscienza a Emine. Il romanzo è articolato in capitoli che corrispondono alla storia di ciascuno dei protagonisti. Dapprima, il lettore non si raccapezza e pensa a semplici biografie, legate tra loro solo dall'appartenenza dei protagonisti alla stessa famiglia. Solo alla fine, si capisce che c'è un filo conduttore, che ruota intorno a una tragedia, di abbandono e di rifiuto. La trama non conserva sempre lo stesso ritmo narrativo, in particolare nel capitolo dedicato a Hakan, un po' banale e fuori tono. La scrittura è fatta di dialoghi serrati e di approfondimenti psicologici, in alcuni casi molto efficaci, in particolare nella narrazione di Sevda, senza dubbio un personaggio centrale. E' interessante il passaggio dalla terza persona narrante al tu, usato abilmente quando la scrittrice tratta di Emine e di Huseyin, una forma letteraria che crea un misto di accusa e di comprensione, comunque sempre di vicinanza emotiva a queste due tragiche figure.   Perché leggerlo? Molto bello, quasi un capolavoro.