L'ombra del vento
L’ambiente è Barcellona nel periodo della Spagna di Franco, negli anni’50. Il figlio di un libraio viene accompagnato dal padre (libraio di testi antichi e rari) presso il Cimitero dei libri dimenticati, un deposito di tutti quei libri che nessuno mai cercherà. Qui il ragazzino prende un romanzo di un autore spagnolo. La lettura lo trascina in una vicenda che si snoda lungo la sua giovinezza, in una sorta di storia parallela: le vicende che hanno travolto la vita dell’autore (l’amicizia tradita, l’amore per una ragazza che si rivela poi essere sua sorella, la morte di questa e infine la persecuzione da parte di un ex-amico diventato un crudele poliziotto) sembrano ripetersi anche per il ragazzo. Il giovane scopre pian piano ciò che è successo all’autore, viene a sua volta perseguitato da un cattivo poliziotto e sembra dover perdere la donna amata come è successo allo scrittore. Il libro si conclude con un lieto fine: il cattivo viene ucciso e il giovane può sposarsi. L’avvio del racconto si presenta interessante con questa idea dei libri dimenticati e annuncerebbe una trama costruita tra il fascino misterioso dei libri e la scoperta della vita, che c’è dietro all’autore e alle storie raccontate. Questo avvio promettente si perde poi in una vicenda, che si fa via via sempre più scontata e dove il continuo ricorso al «raccontato» (protagonisti che ricordano alcuni episodi della vita dell’autore) rende prolisso e spesso noioso il libro. Come succede spesso il romanzo è troppo lungo, troppo ricco di temi e di personaggi (spesso inutili ai fini del racconto) e con troppa poca ambientazione. Il risultato è un po’ di noia.
L'orologiaio di Brest
Nella sua splendida biografia di Matteo Ricci ("Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci" editore Adelphi) Jonathan D. Spence racconta come il missionario gesuita conquistasse i mandarini cinesi con il dono di orologi che si faceva venire dall'Europa. A sbalordire l'élite confuciana erano la splendida meccanica del Seicento europeo e l'idea di poter sezionare il tempo in misure infinitamente piccole, tali da scomporre e persino fermare il flusso degli eventi. Forse, era a questo cui ha pensato de Giovanni quando ha intitolato questo romanzo: un "quasi Noir" che mescola la scoperta del proprio passato e della propria identità con le macchinazioni di una misteriosa "Entità". Ci sono due dimensioni temporali: uno sbiadito professore di storia medievale è spinto da una giovane giornalista a svelare l'irrisolto omicidio di un magistrato e del suo autista, per scoprire che l'assassino era stato suo padre, un terrorista degli ann'60, abile costruttore di dispositivi meccanici, come esplosivi e innocenti orologi; in un altro piano temporale, di molti anni prima, un'ingenua ragazza allaccia una relazione con un potente cardinale, il cui assistente, su indicazione del suo superiore, organizza l'eliminazione della giovane, servendosi di un misterioso personaggio. Come si intrecciano le due storie e come si concludono, forse, sulla costa atlantica, appunto a Brest? Non lo sveliamo per non togliere la sorpresa al lettore. Già in un romanzo del 2022, " L'equazione del Cuore", (si veda la recensione in questo sito) l'autore si era allontanato dal Noir classico all'italiana, di forte ambientazione, per indagare il dilemma tra razionalità e sentimento, ispirandosi all'equazione del fisico Dirac, per cui i legami d'amore non si evolvono, sono intrecciati per sempre. Pure qui, in questo racconto, de Giovanni fa riferimento ad un ingranaggio per dire che il passato riaffiora di continuo, legando due persone, il professore e la giovane giornalista, in un intreccio non ricercato ma indissolubile. Sotto il profilo narrativo, la trama è troppo condizionata dai disegni criminali del Potere, qui identificato nel potente Cardinale e nel suo ambizioso assistente. Perché impelagarsi in una storia così inverosimile, quando sarebbe stato sufficiente indagare il tema della Memoria non accettata, eppure necessaria se si vuole vivere un'esistenza autentica. Aver voluto mettere insieme troppe storie e troppi generi letterari l’autore ha creato un polpettone prolisso e ridondante, che solo a momenti acquista il ritmo di un Noir. A peggiorare la narrazione è la sovrapposizione di piani temporali, che solo verso la fine si chiariscono, senza dare suspense al racconto. Dispiace infine che de Giovanni abbia perso ogni riferimento con Napoli, privando il racconto dell’ambientazione che infatti resta evanescente. Perché non leggerlo? È noioso.
L'ultimo longobardo
È un romanzo storico, ambientato nell’anno 900, nella fase di disfacimento del mondo longobardo. Il protagonista, Arechi, viene educato nella corte papale, diviene poi un potente signore di Cividale e ritorna alla corte papale come custode del soglio pontificio. Conduce una vita di delitti e di intrighi per poi pentirsi in punto di morte. Il libro è insulso. Non esiste una caratterizzazione dei personaggi e dello stesso protagonista, che compie delle scelte inesplicabili, come l’abbandono, per gelosia, dell’amata moglie. Non esiste, neanche, una reale ambientazione storica e le vicende si susseguono come fossero parte di una cronistoria, con alcune e frequenti scivolate verso l’orrido e le scontate visioni di una chiesa corrotta e segreta.
Le lacrime dell'assassino
I bambini sono sempre più le vittime innocenti di guerre, violenze e morte. Basta pensare a cosa assistiamo oggi, in Ucraina e Palestina. Per un bambino che ha visto uccidere i propri genitori, è ancora possibile ricostruire la propria vita? E si può creare con l'assassino una relazione tale da salvarne l'anima? Questo romanzo è rivolto agli adolescenti, eppure affronta temi importanti, purtroppo tramite un approccio narrativo che richiama «Il piccolo Principe» di Antoine Saint -Exupery: insipido, moralistico, inverosimile. (si veda la recensione del «piccolo Principe» in questo sito). Pablo vive con i genitori in una piccola casa nell'estremo Sud del Cile, > dove nessuno arriva per caso. Angel è un assassino. Quando è accolto dai genitori di Pablo, non può fare a meno di ucciderli perché è l'unica cosa che sa fare. Mentre Pablo non è in casa, > là fuori, dal mare, risalivano nubi dense di pioggia.(...) Angel tirò fuori un coltello e lo piantò in gola all'uomo, poi in quella della donna. Sul tavolo, il vino e il sangue si mescolarono, tingendo di rosso tutte le profonde crepe del legno. Angel non uccide Pablo. > Risparmiare il moccioso lo faceva sentire sollevato. E, in più, lui lo avrebbe mandato al pozzo a prendere l'acqua. Nel tempo, si crea una relazione complessa tra Angel e Pablo; è un rapporto di mutua dipendenza: per Angel è la prima volta che sente un affetto per qualcuno, per Pablo > Angel è l'unica persona che si è preso cura di lui, l' ha nutrito, gli ha dato la volpe (che avevano accolto ancora piccola), (...) in un mondo dove solo i morti possono riposare, i viventi, essi, devono stringere i denti e sopportare la propria esistenza. Un giorno, camminando nella larga e desolata campagna del Cile, Pablo e Angel s' imbattono in una casa isolata, in una foresta, dove vive un vecchio boscaiolo. Qui, potrebbero vivere in pace; la bontà, che è in ogni uomo, potrebbe pure esprimersi in Angel. > Esistono metamorfosi molto discrete, disse il vecchio, quelle che accadono alla nostra anima, per esempio, non sempre sono visibili. (...) Angel afferrò il coltello nascosto nella sua tasca; sentì il manico tra le dita. (...) Avanzò verso Pablo. (...) Posò gli occhi su Pablo. (...) «Tieni, disse è per te». Il silenzio era totale. La lama del coltello rifletteva i bagliori delle candele. Possiamo ritrovare pace e fratellanza se il peggiore assassino può amare un bambino. Un tema importante è portato avanti in modo superficiale e ambiguo. Innanzitutto, non è verosimile che un bambino abbia assistito all'uccisione dei suoi genitori e possa superare il trauma come ha fatto Pablo, così facilmente: è un modo per banalizzare il Male, per renderlo una cosa poco seria. In secondo luogo, l'amore non salva l'anima di un malvagio se questi non riconosce le proprie colpe e chiede perdono. Non è sufficiente piangere e compiere un bel gesto. Perché non leggerlo? E' falso.
Leggere
Il libro vuole essere una via di mezzo tra l’elogio del libro, ossia della lettura, e il senso del leggere. L’autore passa in rassegna numerosi autori e scritti per dimostrare infine come la scrittura riesca a rappresentare, in modo differente, situazioni e contesti apparentemente simili. Inoltre leggere è un processo introspettivo mediante il quale le persone interpretano, in modo attivo, le suggestioni che emergono dalle vicende e dalle parole. La scrittura è quindi il tramite tra una storia e la vita personale del lettore: più che capire lo scrittore, il lettore insegue un proprio percorso spirituale, che viene attivato e alimentato dalla lettura. Del libro restano impresse due affermazioni, una dal punto di vista dello scrittore e l’altra dal punto di vista del lettore:dice Petrarca in Epistulae Familiares > io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi solo a me... io non voglio che nello stesso tempo faccia i suoi affari e studi, non voglio che si impadronisca senza fatica di ciò che non senza fatica io ho scritto ;dice Machiavelli in una lettera a Vittori del 1513: > venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio... e non sento per quattro ore alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte . Il libro si legge in modo piacevole, ma appare un «po’ tirato», senza un reale filo conduttore.
Leone
Le convenzioni sociali vorrebbero che i genitori fossero le solide fondamenta della famiglia e le fragili pareti i figli, bisognosi di guida e sostegno. In questo strano romanzo non è così. Katia, una madre divorziata, vive nell'incertezza, > si sentiva un po' al confine, tra città e campagna, tra il mondo com'era stato e il nuovo che cominciava. Ci stava bene, così a metà. (...) Non aveva chissà quali desideri o speranze. Era solo l'idea che magari un bel giorno le cose si sarebbero messe a girare in un altro modo per lei . Invece, Leone, un bambino di sei anni, ha una salda certezza: prega, perché crede in Gesù, anche se è una statuina in ceramica. Che c'è di male? Osservano, un po' incredule e affettuosamente ironiche, le amiche di Katia: ma il bambino va verso una direzione inaspettata, e, diciamolo pure, poco convenzionale nella nostra società falsamente credente. Katia è preoccupata, si sente in colpa; proprio Leone, così spaesato. > Un bambino che sembrava essersi sperduto in mezzo a qualcosa, un bosco di notte nell'era dei dinosauri. (...) A volte gli sembra un angelo, che è finito in quella loro cucina e cerca di svolazzare senza cielo . Da un singolare punto di vista, il bisogno di pregare, l'autrice indaga il legame tra madre e figlio. Lei > si sentiva traboccare di tenerezza, per quel bambino che le era nato così, senza averlo mai deciso. Come un fungo, un fiore. (...) Un fiore può anche non averne, di passanti, se capita in un pezzo di terra dove non va nessuno a camminare. Un fiore può capitare che nasce e non lo vede mai nessuno. E i figli? E Leone, che «si muoveva in diagonale invece che dritto», che cercava di > esistere il meno possibile. (...) Esercizi di inesistenza, potremmo dire. (...) Gesù, per piacere, fa' che la smettano di parlare di me . L'autrice evita ogni possibile deviazione psicologica, verso l'analisi delle relazioni tra genitori e figli, non le interessa cogliere la vicenda per offrire spunti di inutile saggezza e di banali considerazioni: descrive dolcemente gli avvenimenti e non giudica la madre né gli altri adulti. E' un pregio, che ci porterebbe ad apprezzare il racconto se l'autrice fosse stata in grado di dare ritmo narrativo alla storia e non si fosse lasciata trascinare da un lento e noioso svolgimento. Forse perché si è accorta, ad un certo punto, che la narrazione si sfilacciava nel nulla, l'autrice è ricorsa al miracolo e persino ad un nuovo diluvio. La preghiera diviene salvifica delle colpe dell'umanità e Leone un piccolo Gesù moderno. Non è proprio così, perché, peggiorando ancora di più la qualità del racconto, Mastrocola non si espone, mantiene un atteggiamento ipocrita, falsamente laico. Il lettore ne esce amareggiato. Poteva essere una storia interessante, si è rivelato un racconto stucchevole: se l'intenzione era di mostrare che c'è in noi, sin da bambini, un bisogno di sacro, e che la preghiera è parte intrinseca dell'esistenza, questa questione teologica viene banalizzata con una narrazione troppo inadeguata rispetto alla complessità dell'argomento. A peggiorare il tutto è lo stile letterario: una scrittura ripetitiva, costruita su un periodare piatto, contrassegnato dall'uso eccessivo del «punto», dalle frasi compiute senza verbo, insomma un approccio che scivola volentieri nell'italiano semplicistico della narrazione giornalistica o televisiva: niente di male se il romanzo fosse sorretto da una trama intensa e da una analisi approfondita e suggestiva dei personaggi e delle situazioni. Perché non leggerlo? E' inutile e in fondo stucchevole.
Il Leone di Damasco
Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di «Capitan Tempesta», un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: > bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo . Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, «mangiatori di morti», sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. > I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah!, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu?..Eppure io ti ucciderò! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio. (...) Finisci la tigre dʼHussiff! , gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente. Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano. È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere «nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio»! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore. Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911: lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa. Perché non leggerlo? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.
Il Leopardo
Lʼautore viene presentato come un maestro del thriller, superiore anche a Stieg Larsson. In realtà ne è un pallido erede. Harry Hole è un detective dellʼanticrimine norvegese, specializzato in serial killer. Dopo unʼindagine, nella quale il criminale ha cercato di uccidere la moglie e il figlio, Harry ha lasciato la polizia ed è andato a sprofondare nella disperazione ad Hong Kong, tra alcol, droga e gioco dʼazzardo. Qui lo va a cercare una detective, Kaja, per convincerlo ad aiutare la polizia in un altro caso di serial killer. Il thriller si sviluppa, affidandosi soprattutto a fitti dialoghi, intorno a diversi filoni narrativi: la ricerca del criminale ( con diverse piste investigative), la lotta tra i diversi settori della polizia norvegese per assumere la guida della lotta alla criminalità, e la vicenda personale di Harry, alla ricerca di un proprio equilibrio. Come dice uno dei possibili colpevoli, > non puoi svilire i tuoi sentimenti così. Cerchi di scantonare il fatto che tu, come chiunque altro, sei guidato dai concetti di giusto e sbagliato . Ed Harry è in fondo un cavaliere alla ricerca della verità, ma continua a «vagare in tondo», non riesce a trovare la sua radice. È durante il racconto compie sempre le scelte giuste, ma queste non lo portano a trovare «il posto cui appartiene». È il romanzo si chiude con Harry, vittorioso sul crimine, ma che ritorna ad Hong Kong alla ricerca di sé stesso. Il libro è lunghissimo nel senso che sembra chiudersi per poi riaprirsi di nuovo sino ad estenuare il lettore. Il problema è che manca di suspense e i protagonisti, in particolare Harry e Kaja, restano in superficie, senza che si capiscano bene le motivazioni e lo sviluppo delle loro vicende personali. Perché non leggerlo? È un libro inutile, che si può leggere solo in spiaggia
La libreria sulla collina
Alba Donati vive a Milano e lavora presso l'ufficio stampa di un importante editore. Come le è venuta l' idea di trasferirsi in uno sperduto paese della Lunigiana ad aprire una libreria? Il romanzo ruota attorno a questa domanda, e lo fa in forma di diario, giorno per giorno. La risposta immediata della scrittrice è che > le cose non vengono in mente, le cose covano, lievitano, ingombrano la nostra fantasia mentre dormiamo, (...) e a un certo punto bussano: eccoci, siamo le tue idee pronte ad essere ascoltate . Fra le pieghe del racconto si può ritracciare un altro motivo, intimo e famigliare: tornare alla casa dove era cresciuta da bambina: una casa «metà abitabile e metà sprofondata nel nulla», con due porte, una > andava alle cantine, luogo che ha aggiunto almeno un paio d'anni all'analisi con la dottoressa Lucia , ed una saliva alla soffitta per una scala nuova costruita dal padre, ma che proseguiva poi con una in legno, perché «l'amore paterno si era interrotto». Per chi ha vagheggiato il sogno di aprire una libreria per vivere tra questi oggetti misteriosi e affascinanti, e nello stesso tempo vorrebbe capire perché il libro ci sostiene nell'infanzia così come nella vecchiaia, il diario di Alba Donati pare promettere mondi inesplorati nell'inconscio e nella funzione serenatrice della letteratura. Ed invece prende il sopravvento l' editor che ha vissuto nel mondo editoriale, tra critici, editori e intellettuali: più che un cammino verso sé stessa e le sue origini, il diario assume i contorni di una carrellata tra i libri amati dalla scrittrice. Numerosi sono gli spunti di lettura, le proposte interessanti, ma dov'è la storia della libraia neofita? La Lunigiana si dissolve, la figlia, la madre e il padre restano sullo sfondo, solo accennati, e pure lo stuolo di amici e benefattori rimane senza parola; ma ciò che è più grave che è senza voce la libreria, quel particolare negozio di difficile avviamento e gestione oggi, dinanzi a tanta caleidoscopica confusione. Al di là del Crowdfunding e delle vendite «per corrispondenza» ha avuto successo? Quanta fatica è stata necessaria? Su che cosa ha fatto leva? La forma del diario pone al centro l'io ed è quindi un modo per esprimere angosce, dubbi, sensazioni e sentimenti. Con il diario ci si apre lentamente, un passo alla volta. In questo racconto il diario è solo un espediente che appesantisce la narrazione rendendola ripetitiva, frammentata e prolissa. Perché non leggerlo? E' noioso e banale, è interessante solo una carrellata di proposte.








