Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

L'eroe discreto

scritto da Vargas Llosa Mario
  • Pubblicato nel 2013
  • Edito da Einaudi
  • 375 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 12 settembre 2017

Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa.
È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale "per vigliaccheria", ha deciso di "non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura.
(...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi".
Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni.
Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos.
Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i "novelli sposi" hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa.
Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi.
Lʼuomo, un vero "eroe discreto", rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo.
Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: "non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo.
Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti".
Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe.
Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari.
Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, "in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto".
Non esistono spazi salvifici, ossia "lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo".

Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino.
Per chi stiamo ? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù.
La risposta è sconcertante: "tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro.
E i gamberi del fiume Majes, naturalmente." Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale ? Non è che la speranza venga proprio dai tanti "eroi discreti" e non da vanesi intellettuali ? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente.

Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa.
La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili.

Perché leggerlo ? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.

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