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La valigia di mio padre
RecensioneItaliano

La valigia di mio padre

> Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così dice nel romanzo «La nuova vita» il padre del protagonista, riferendosi al libro alla cui ricerca è dedicato il vorticoso viaggio del figlio attraverso la Turchia. E in un altro passo dello stesso romanzo Pamuk chiarisce come > un buon libro sia un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Sono riflessioni cupe e disperate, che sembrano condurre, tramite la letteratura, alla solitudine, allʼincomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti, ad un mondo, dove ci si segrega, «nascondendo le chiavi» ( da Il libro nero). Si può congiungere il racconto con la vita o ciò è possibile solo nella immobilità dei manichini, così brillantemente favoleggiati nellʼultimo capitolo dellʼ Il Libro nero? È con la speranza di chiarire cosa pensa veramente Pamuk che si affronta la lettura di questo libretto, il quale riporta alcune conferenze dellʼautore. Ed ancora una volta Pamuk ci sorprende. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel, lʼautore affronta il tema della letteratura narrando un emblematico episodio della sua vita, una sorta di metafora, ma reale. Racconta come il padre avesse custodito in una valigetta alcune pagine scritte durante un soggiorno giovanile a Parigi. Per lungo tempo Pamuk ha avuto paura di aprire la valigetta > e leggere i suoi taccuini perché sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, alla folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia... In realtà ero arrabbiato con mio padre perché non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato... ( e solo talvolta) mio padre si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei suoi pensieri, nei sogni . Nelle differenze tra il padre, conciliato con il mondo, ed il figlio, in rotta con sé stesso e con il contesto che lo circonda, sta lʼinfelicità, o meglio la ricerca di una felicità irraggiungibile: > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identità . Lo scrivere è come una medicina, che «sa di inchiostro e carta», che se non è possibile prenderla, > sento che lʼinfelicità mi trasforma in una specie di uomo di cemento . Chiudersi in una stanza a scrivere è > riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni . I romanzi > sono modellati per portare con felicità i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Così come regalano felicità al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli può fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata . Scrivere e leggere sono una fuga dalla realtà, in un mondo da noi stessi creato, > pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora più reale di tutto il resto . > Ora capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo ( da Il mio nome è rosso). La letteratura è un continuo ritorno allo stesso sogno tenero e nostalgico: desiderare essere felici senza trasformare realmente il mondo. Perché leggerlo? Chiarisce bene il pensiero di Pamuk

Orhan PamukGiulio Einaudi
Il vecchio al mare
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Il vecchio al mare

> Stavo andando in spiaggia, (...) pensavo ai fatti miei quand'ecco che tutto si è fermato: il vento, il mare, gli arbusti, il battito del cuore e delle ciglia, (...) e in quell'attimo di immobilità disorientata l'unica cosa a muoversi è stata una figurina dai contorni d'oro: non un corpo, non una piroetta di polvere, non un guizzo di luce ma una presenza che è corsa lungo il legno del gradino e si è infilata nella sabbia poco più avanti. Per l'io narratore, l'ottantaduenne in vacanza al mare, questa figurina > è uscita dal di dentro del mio corpo , come la «chimera» cantata da Mario Luzi?. («s'avvia tra i muri, è preda della luce.../ forse eri tu, ora è un'apparizione»). O è invece una delle ragazze di Giorgio Caproni?( > ragazze appena visibili/ma acutamente sensibili/nell'aria nera che brilla/lucida come una pupilla ). La risposta di Starnone non è univoca, ci lascia in sospeso. > Del so e non so (...) che dovrei tentare di scrivere. Ma è difficile, ci vorrebbero energia e fiducia, non l'attuale spossatezza dubbiosa che sfuma nel colpo di sonno. Il vecchio scrittore s'impegna comunque a costruire una storia, esile ed elegante come una poesia. La figurina è Lu,  atletica, piena di energia e di giovanile autorità. Ci sono poi altre donne, da Evelina, proprietaria di un negozio di abbigliamento, alle sue amiche-clienti: tutte amanti del marito di Evelina, Silvestro l'ingannatore. Sono personaggi reali o rimembranze affioranti? In Lu, come nelle altre donne, lo scrittore non proietta un senile desiderio erotico, cerca invece di estrarre dal corpo della ragazza > una madre viva, vivissima, (...) una madre senza malattia, sotto i trent'anni, di radiazione benevola, capace di suscitare invidia e poi addomesticarla mutandola in simpatia e affetto. (...) Tuttora, da vecchio, il rischio è quello. Comincio con Rosa (è il nome della madre) e voglio più Rosa, sempre più Rosa, troppa Rosa, sicché mi perdo quel poco di vero -- una risata mentre lei si sistema i capelli con entrambe le mani -- e scivolo nel falso. E come succede spesso quando ci si lascia inviluppare dalla memoria si ritorna con la mente a un frammento ricorrente della vita della persona ricordata, così è per il scrittore nella scena più affascinante dell'intero racconto, scritta mirabilmente in bilico tra realtà e fantasia. Rosa era una sarta e riceveva le clienti a casa dinanzi al figlio ancora bambino. Invitato nel negozio di Evelina, riaffiorano tutte le sensazioni di quelle sedute quando assiste alla scelta dei vestiti da parte delle amiche-clienti. > Io non mi sono perso nemmeno un battito di ciglio. (...) Ho avvertito con violenza l'odore vitalissimo di quel vestirsi e rivestirsi, modellarsi e rimodellarsi e l'ho riconosciuto. Era lo stesso delle clienti di mia madre. Il vecchio scrittore chiede di provare alcuni vestiti indosso a Lu, fino a quel momento presente solo nel ruolo di commessa. E' un crescendo di sensualità e rimembranza. > La ragazza non aveva più occhi di serva affaticata, ma pupille lucenti. (...) I corpi evaporano, c'è poco da fare, si disperdono le ambizioni ,s'assottigliano le possibilità. Ma almeno per ora non è quello che sta accadendo a Lu. Si è chiusa definitivamente a mia madre moribonda e abito dietro abito, gesto compiaciuto dietro gesto compiaciuto, ha recuperato il colorito sano, è di nuovo forte, sprigiona luce di chi vuole compiere a tutti i costi un salto strepitoso fin sopra la cima del mondo. L'immagine di un vecchio malato dinanzi al mare richiama «Morte a Venezia» di Thomas Mann; ed è forse a quest'opera che si è ispirato Starnone invece che al  «Il vecchio e il mare» di Ernst Hemingway, richiamato dal titolo del romanzo. Non c'è il vigore del capolavoro dello scrittore americano mentre si respira quell'atmosfera sensualmente decadente del racconto di Mann. Di certo il tema principale è il pensiero della morte: nostalgie, rimembranze, immagini dell'infanzia si affollano nella mente, portate in superficie dagli abituali frequentatori della spiaggia dove trascorre le sue giornate l'ottantaduenne, in vista al mare. Sotto traccia è presente un tema caro a Starnone, quello della professione dello scrittore. Avvicinandosi alla fine della vita ci si accorge che > manipolare la realtà dei fatti, servirmene per cavarne invenzioni con sprazzi di verità, da giovane è stato ingannevolmente facile, da vecchio un tentativo fiacco sempre a un passo dallo sgomento. Che senso ha ancora la fantasia, credersi vivi inventandosi delle storie?  Starnone è uno dei più raffinati scrittori italiani. Ogni singola frase andrebbe insegnata per l'uso sapiente della sintassi, per l'eleganza del lessico, pur all'interno di un linguaggio contemporaneo e comprensibile a tutti. Questa ricerca del dettaglio va a scapito della trama complessiva, esile e inconcludente. L'attenzione sull'io narrante appiattisce i personaggi, potenzialmente interessanti, e fa scivolare il racconto in una sorta di compiacimento narcisistico. Perché leggerlo? Una lezione di splendido italiano.

Domenico StarnoneGiulio Einaudi
Le veglie alla fattoria di Dikanka
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Le veglie alla fattoria di Dikanka

> Come è inebriante e magnifica una giornata d'estate nella Piccola Russia! (...) Le querce altissime stanno immobili con aria pigra e spensierata, come individui a spasso senza scopo. (...) Gli orti variopinti sono ingemmati dallo smeraldo, dal topazio e dallo zaffiro degli insetti nell'aria, e ombreggiati dagli slanciati girasoli. (...) Stupendo è il Dnepr quando è bel tempo: esso scorre libero e maestoso, gonfio di acque, fra boschi e alture, senza un fruscìo né un mormorìo In questo ambiente radioso, così amato da Gogol, giace un piccolo villaggio, Dikanka, felice nel ciclo eterno delle stagioni, una povera e serena vita contadina. Nei freddi e lunghi inverni sono le narrazioni dei vecchi, i balli e le feste con le belle ragazze, le baldorie dei cosacchi a far trascorre il tempo in allegria, «un'allegria disinvolta, senza smancerie e affettazioni», come scrisse Puskin (si veda la citazione nella prefazione di Vittorio Strada). Eppure, i paesaggi così ricchi di sentimento, il brio e la magia delle piccole storie sono pervase da una soffusa tristezza per la scomparsa della società cosacca. Siamo nella seconda metà del Settecento, al tempo di Caterina La Grande (imperatrice di Russia dal 1762 al 1796), quando l'indipendenza dei fieri cosacchi fu sottomessa all'autorità di Mosca.  Non c'è il disperato grido di dolore di Taras Bul'ba, dinanzi alla sconfitta e al tradimento del figlio (si veda la recensione in questo sito), qui la distruzione che incombe è rappresentata dai «demoni e dalle streghe», figure tradizionali dell'immaginario contadino, usate da Gogol per dare un senso tenebroso al destino. Nel racconto «La tremenda vendetta», uno stregone usa tutta la sua potenza diabolica per portare morte e sangue tra la gente cosacca, uccidendo il nobile atamano e la stessa figlia Caterina; e richiamando l'Apocalisse di Giovanni > un inaudito prodigio s'era verificato presso Kiev (...): l'orizzonte s'era improvvidamente tanto allargato, che si vedevano gli estremi limiti del mondo. (...) Le nubi si sollevarono dalla montagna più alta, e in vetta a questa apparve un individuo a cavallo in completo assetto di cavaliere, (...) pauroso e immenso, (...) lanciò lo stregone nell'abisso , e tutti i morti > gli si scagliarono addosso e l'afferrarono, addentandolo. Cosa ci sia di allegria in questa profezia angosciante sarebbe bello chiederlo a Puskin, se si potesse. Non tutti i racconti hanno questa impronta apocalittica, difficile da interpretare. In tutte le novelle, però, le piccole storie della gente di Dikanka mescolano due piani dell'esistenza: quella degli esseri umani, fatta di debolezze, sotterfugi, intrallazzi, e avidità, e quella dei diavoli, che operano per sconvolgere e dirigere la vita degli uomini. Fingendosi un apicoltore narratore, lo scrittore vuole raccogliere le chiacchiere che si fanno intorno ai focolari, nelle lunghe notti d'inverno, quando si è stanchi della musica, delle canzoni e delle baldorie, quasi che fosse un semplice trascrittore di narrazioni orali; e forse quindi, sono io che mi sono ficcato in testa chi sa quali fantasie di mortifere profezie! Nel romanzo del 1842 «Le Anime Morte» (si veda la recensione in questo sito) Gogol dice che vuole narrare > l'irritante sedimento delle piccole cose, che impastano la nostra vita ; se lì l'ambiente è la società di provincia, qui è invece l'umile gente, come in «Terra» di Emile Zola e in «I Malavoglia» di Giovanni Verga (si vedano le recensioni in  questo sito). Particolarmente riuscito è il racconto centrale della raccolta, per l'articolazione dei personaggi e della trama: «La notte prima di Natale». Si prenda, per esempio, la scena in cui i notabili del villaggio vengono nascosti in sacchi per non essere sorpresi presso la loro amante: pare di trovarsi in una rappresentazione della Commedia dell'Arte o in un'opera di Moliere. Oppure, sempre in questo racconto, l'incontro dei capi cosacchi con l'imperatrice Caterina, in presenza del famoso principe amante, il fondatore della Piccola Russia e del porto di Odessa (che sia lui lo stregone?). Con fine ironia, e senza esporsi politicamente, Gogol descrive la sottomissione dei capi cosacchi; tanto più sottolineata dalla furbizia dell'umile fabbro del villaggio, che riesce a farsi regalare dalla zarina un paio di scarpette, che aveva promesso alla ragazza, di cui era innamorato. Solo per questo racconto vale la pena leggere il libro. Perché leggerlo? E' dolce perdersi in un mondo magico e ancestrale.

Nikolaj GogolGiulio Einaudi
Vento largo
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Vento largo

Varì vive ad Aùrno, «paese di arenaria che muore», sulla costa ligure, al confine con la Francia. Gli ulivi, ormai vecchi, non offrono più da vivere e Varì fa il «passeur», ossia accompagna i clandestini in Francia attraverso i sentieri della montagna. In paesi pieni di sole e di salino, tra il vento e il profumo intenso delle mimose, hanno cercato un nascondiglio, dagli altri e da sé stessi, molti personaggi: un vecchio professore olandese, sua figlia che si accompagna con un contrabbandiere, un raccoglitore di farfalle, un cercatore dʼoro. I vecchi contadini, ultimi abitanti di queste zone, e i nuovi abitanti vivono come sospesi, in attesa di un amore, di una vita diversa, della morte. Un vecchio passeur viene ucciso e una ragazza amata da Varì, Sabèl, scompare: è andata a nascondersi in unʼisola presso un convento per cercare serenità e un nuovo equilibrio. Ha ucciso lei il vecchio passeur quando ha scoperto di essere sua figlia? Varì lʼattende invano nel suo paese ormai abbandonato fino a quando si rende conto che il suo destino é vivere e morire nascosto: «che vita cʼé su quei sentieri? nessuna». È probabile che lʼargomento del libro sia lʼangoscia esistenziale dellʼuomo moderno, che si manifesta nella solitudine e nella coscienza di non avere un futuro. In realtà, tuttavia, ciò che affascina del libro è la descrizione di una natura magica, irreale, immutata nei secoli e oggi in disfacimento. > Aùrno, sei case, aveva grandi scalinate di terrazze, fra le rocce... una fontana gorgogliava tutto lʼanno.... Aùrno era ventosa; ma i venti, che la flagellavano, passavano sul mare che li mitigava....Aùrno era morta. Luminosa per via dellʼaltura, delle rocce e del sole; ma ormai tenuta in mano dai signori delle tenebre . Il pregio fondamentale del libro è il paesaggio, rappresentato con uno stile asciutto e nel contempo cromatico, quasi di un pittore che contempli i colori e le sensazioni della natura. Lʼangoscia esistenziale dei personaggi si perde nella ricerca dellʼeffetto pittorico e la loro storia resta misteriosa, incomprensibile, quasi metafisica. Perché non leggerlo? Per leggerlo con piena soddisfazione bisognerebbe essere in Liguria, su quelle montagne: lontano da quel contesto la storia è troppo esile da risultare interessante.

Francesco BiamontiGiulio Einaudi
Via delle Oche
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Via delle Oche

Siamo a Bologna nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni del 1948, in un clima di duro scontro tra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare. Il vice commissario De Luca è stato appena trasferito a Bologna per seguire la Buoncostume, lui che era stato il più giovane commissario d'Italia ed era noto per aver risolto numerosi delitti. E' stato declassato, in qualche modo salvato dall'epurazione se non dalla fucilazione, colpevole di aver lavorato all'investigativa della famigerata brigata Muti. Non conosce bene la «geografia politica» della questura, dove convivono un vice questore democristiano e un capo di gabinetto comunista; ma De Luca è caparbiamente legato alla sua missione di poliziotto, a prescindere dal contesto. Al maresciallo Pugliese, l'unico amico a Bologna, che lo invita alla prudenza, dichiara con enfasi che non gli importa se lo usano, > io sono un poliziotto, Pugliese, faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! Un morto in Via delle Oche  il quartiere dei bordelli, gli permette di mettere in campo le capacità investigative. Il corpo è del buttafuori della casa di tolleranza e De Luca  capisce subito che si tratta di un omicidio. Non si ferma anche dopo che il delitto viene derubricato come «suicidio intenzionale» e il vice gabinetto lo invita a non uscire dalle sue competenze. > Gli sconfinamenti d'ufficio, da noi, non sono graditi. (...) Vice commissario aggiunto, pensi alle puttane che sono importanti anche quelle . Continua l'indagine e si imbatte in altri assassinii e nella scomparsa di una giovane prostituta, trovata pure lei morta ammazzata. La testimone chiave è una tenutaria di bordelli, «Tagliaferri Claudia in arte Tripolitina, signorina e non signora»; De Luca potrebbe perdersi nelle braccia della prostituta esperta, trovare momenti di pace nella «pelle, calda e un po' umida di sudore» della donna, ma il poliziotto non dimentica mai la sua missione. Quale legame c'è tra i diversi delitti? Perché il vice questore è così interessato ad insabbiare e il capo gabinetto ad incitare De Luca ad andare avanti? Respinta, «con un sorriso duro, che le fece tornare le rughe agli angoli della bocca», la Tripolitina grida, > non sei così forte, commissario, non lo siamo nessuno dei due. Tu sei solo un poliziotto e io sono solo una puttana . De Luca sa che è uno sconfitto, eppure, come un «eroe discreto», continua testardo nella sua indagine sino a svelare il legame tra i diversi delitti e la > geografia politica che ne é dietro. La nuova Italia è come quella vecchia, fatta di torbidi e inconfessabili segreti, e come De Luca vorremmo correre in bagno, chiuderci dentro, aprire tutti i rubinetti e singhiozzare forte senza che nessuno possa sentirci piangere. Il passato è il presente che vive di memoria > , diceva Sant'Agostino. Nella figura del vice commissario De Luca, in un mondo politico già cinico, in un'autorità già prona ai dettati del potere, ritroviamo l'Italia di oggi, quella delle stragi occultate, dell'asservimento a propositi inconfessabili, della decadenza morale e civile. De Luca è ricattabile, farebbe meglio ad accettare gli inviti dell'affascinante meretrice, e anche lui sognare, come il giovane Dino Campana, tra le vie della Bologna invitante; ed invece sospirò e si alzò dal letto«: scivolò nella solitudine e nella sconfitta pur di restare»eroe discreto«. Il presente è così invadente che pone in secondo piano Bologna,»la città turrita" di Campana; malgrado tutto le ombre e le luci, i rumori di fondo e la variegata fauna umana affiorano di continuo in un affresco di una Bologna ormai svanita. La trama, che vorrebbe essere quella del noir, la struttura dialogica spesso ridondante e i personaggi un po' stereotipati, ad eccezione di De Luca e della Tripolitina, non compromettono un stile narrativo suggestivo e preciso, in grado di creare l'atmosfera di fondo del romanzo: forse meritava una storia più ampia e articolata. Perché leggerlo? Bella la figura di De Luca, suggestiva la descrizione di Bologna degli anni'40

Carlo LucarelliGiulio Einaudi
I Viceré
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I Viceré

I Viceré sono una edizione ottocentesca della serie televisiva Brothers & Sisters. Gli Uzeda sono una antica famiglia nobiliare di Catania, che annoverano tra gli antenati persino una santa. > La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un frattacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Come nella famosa serie televisiva, i membri della grande famiglia litigano, si insultano, tramano ma vivono sempre insieme, ritornano sempre nella grande casa principesca. Siamo nel 1850, dopo la rivoluzione siciliana del 1848- 1849, conclusasi nel sangue. La principessa madre, una donna avida e cattiva, muore lasciando due eredi: il figlio maggiore, che assume il titolo di principe, e il figlio amato, il contino Raimondo. Il principe opera subito per prendere in mano tutta lʼeredità mediante intrighi e sotterfugi. Nel frattempo la storia cammina e la «nuova Italia» permette alla famiglia, pur profondamente borbonica e reazionaria, di trovare vantaggio dalle cariche pubbliche, adesso elettive, e dalla confisca dei beni ecclesiastici. Si arriva al conflitto tra il principe e il figlio Consalvo, la cui colpa è di ferire il principe nel «sentimento più forte di tutti gli altri», la «sua borsa». Ma Consalvo è anchʼegli un Uzeda. Se > il principe aveva lottato tutta la vita per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie , Consalvo non pensava che > al proprio interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto . Erano in fondo entrambi i rappresentanti > degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini . Ed è forse la vera conclusione del romanzo. Quando Consalvo diviene deputato fingendosi democratico e va dalla zia Ferdinanda, che esclama con ira «Tempi obbrobriosi... Razza degenere!», il nuovo principe, e membro del Parlamento del Regno, le risponde con una verità profondamente pessimistica ma spesso vera: > la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono, e saranno sempre gli stessi. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa . I Vicerè sono un romanzo corale. I singoli protagonisti sono stereotipi di un ruolo sociale al quale sono condannati. Il lettore non riesce ad appassionarsi ai personaggi né alla vicende, anchʼesse ripetitive e spesso scontate. Il romanzo, come tutti i grandi libri dellʼOttocento, scorre piano senza salti e rapide, come un grande fiume. È facile da leggere ma anche monotono. Perché leggerlo? Perché si legge bene sotto lʼombrellone.

La vie d'Euripide
RecensioneFrancese

La vie d'Euripide

Euripide è uno dei tre grandi autori di tragedie della Grecia antica (gli altri due sono Eschilo e Sofocle) ed è vissuto tra il 480 e il 408 a. C. in un periodo storico caratterizzato da tre fasi fondamentali: gli anni di massimo splendore di Atene sotto il governo di Pericle, la lunga guerra del Peleponneso tra Atene e Sparta con la conseguente decadenza della vita politica e culturale della prima città, la disfatta e l’emergere della Macedonia come potenza egemone. Marie Delcourt è una studiosa e umanista belga che ha fatto parte dei circoli letterari francesi degli anni ’30 ed è stata influenzata in modo particolare da Gide. La sua biografia di Euripide sottolinea il legame dell’evoluzione della produzione letteraria con tre aspetti fondamentali:le vicende politiche e civili di Atene: l’autrice dipinge un profilo di Euripide profondamente nostalgico del periodo di Pericle e sottolinea il richiamo costante nelle sue tragedie ai valori di convivenza civile, di tolleranza e di ospitalità propri dell’Atene di allora. È proprio la ricerca di un «principe» che spinge Euripide a lasciare Atene e a trasferirsi presso la corte del re di Macedonia, dove troverà la morte;le correnti filosofiche del tempo: la figura di Anassagora (e quindi l’influenza delle sue concezioni naturalistiche e critiche verso i miti e la religione in genere), la dialettica dei sofisti come fattore distruttivo delle verità e delle regole ed infine il pensiero di Socrate, come ricerca di valori non più basati sulla religione ma fondati sulla coscienza individuale. In realtà questa familiarità sembra tradursi in Euripide in un sincretismo confuso nel quale prevale, a fatica, la dimensione individuale rispetto a quella collettiva;la natura innovativa e contraddittoria di Euripide che è continuamente all’esplorazione di nuove suggestioni e di nuove tecniche espressive e mai disponibile ad adagiarsi su quanto è stato acquisito e raggiunto. È difficile dire quanto di queste considerazioni rispondano ad una lettura criticamente rigorosa di Euripide e quanto invece rifletta il mondo esistenziale e culturale dell’autrice. Rimane il fatto che l’autrice riesce a fornire un profilo di Euripide molto stimolante e interessante, che solleva anche una serie di considerazioni sull’attuale stato di disorientamento della società italiana: viene da pensare quanto sarebbe utile per il nostro paese un autore come Euripide in grado di interpretare il nostro paese al di là di letture intimistiche e analisi sociologiche. La lettura del libro è talvolta faticosa per i continui riferimenti storici e letterari ma è in generale agevole e piacevole: lo stile è spesso retorico ed enfatico, la struttura della frase involuta e ricercata, così come i vocaboli.

Marie DelcourtGallimard
Villages
RecensioneInglese

Villages

Owen, il protagonista del romanzo, è cresciuto in una piccola cittadina, dove > sesso e religione avevano distinti, antichi odori; le famiglie stavano in equilibrio come fragili nidi su rami nodosi di storie precedenti . È un mondo di vaghe certezze, che Owen abbandona per andare a studiare informatica allʼuniversità. Qui sposa Phyllis, una brillante studentessa di matematica. Owen è affascinato dallʼintelligenza e dalla cultura della moglie, ma sente inconsapevolmente una sorta di distacco, quasi che ella vivesse in un suo mondo, fatto di matematici e di poeti e il mondo reale fosse un «noioso e insignificante luogo di esilio». La coppia si trasferisce in una piccola cittadina, dove Owen, con un socio, avvia una società informatica, che avrà un grosso successo. Vengono quattro figli, Phyllis si dedica alla famiglia, con gli anni sessanta cambiano i costumi dellʼAmerica, anche a seguito della rivoluzione sessuale, si evolve rapidamente lʼinformatica costringendo Owen ad una continua sfida tecnologica. La coppia partecipa alla vita di società e in questo ambiente, ipocrita e pettegolo, Owen comincia ad avere una serie di relazioni, le prime più coinvolgenti sotto il profilo sentimentale, le altre, via via, sempre più a solo sfondo sessuale. Owen è un uomo che piace ed è disponibile, ma gli scandali e i pettegolezzi non riescono a distruggere il matrimonio per la volontà di Phyllis a salvaguardare la famiglia e soprattutto perché perdona il marito in quanto lo ama. Il matrimonio precipita quando Owen, ormai stanco delle avventure, incontra Julia e chiede il divorzio. In una discussione, lʼunico vero litigio del loro matrimonio, Owen giustifica questa decisione, dicendo che Julia, donna molto religiosa, lo salverà dalle sue debolezze. Phyllis si ribella ma viene disgustata dallʼipocrisia del marito e fugge. Per casualità o per suicidio, la donna muore in un incidente stradale ed ancora una volta Owen viene aiutato a compiere le scelte della sua vita. Uno dei temi del libro è senza dubbio lʼevoluzione della società americana, letta sotto due angoli di visuale: la rivoluzione dei costumi sessuali ( le avventure di Owen diventano sempre più spinte) e la rivoluzione informatica, dai grandi calcolatori al personal computer. Un altro tema è la descrizione della vita della piccola cittadina americana, che ricorda, per molti aspetti, gli episodi della serie televisiva «disperate casalinghe». Cʼè poi la figura di Owen, malleabile, fragile ed ad un tempo opportunista, che subisce gli avvenimenti approfittando, tuttavia, di un mondo protettivo, la madre, le due mogli e il socio, che gli permettono di restare adolescente per tutta la vita. Non è un caso che il romanzo si conclude con la descrizione dei sogni di Owen, che ricorda con nostalgia la madre e il villaggio della propria infanzia. Lo stile di Updike è rigoglioso di aggettivi e di costruzioni barocche, che danno musicalità ed efficacia espressiva al racconto. Pur essendo un libro povero di episodi, è lo stile che sorregge il ritmo narrativo rendendo piacevole la lettura. La ridondanza delle parole non aiuta, tuttavia, la sintesi e il lettore si perde fra «tanti fuochi dʼartificio». Perché leggerlo? La lettura è molto piacevole, soprattutto in lingua originale.

John UpdikeBallantine Books
Il violinista
RecensioneItaliano

Il violinista

Christian e Noemi sono due ragazzi con unʼestrazione sociale molto differente (Christian molto povero, Noemi di una ricca famiglia ebrea), ma sono entrambi animati da una forte ambizione e da una ricerca di una «vita straordinaria». Un episodio drammatico della loro infanzia, l’incendio e la distruzione della casa di Noemi, spezza anche una tenera amicizia e divide, irrimediabilmente, la vita dei due ragazzi. Il meraviglioso giardino dove si sono conosciuti non esiste più: la felicità dell’infanzia si è dissolta. Nella prima parte, la più suggestiva anche per la descrizione della cultura rurale danese, vengono narrate le vicende di Christian, la nascita della sua vocazione di violinista, la fuga del padre, la nuova famiglia e la solitudine, la vita del mare, l’educazione presso una nuova famiglia. Prevale un sottofondo tragico ma il ragazzo affronta le disgrazie con una forte speranza verso il futuro. Particolarmente bella è la descrizione dell’ambiente umano e naturale che si sviluppa intorno a una fonte, la cui acqua è considerata in grado di guarire le malattie. Il rapporto con la natura assume connotati magici, animistici e fiabeschi, collocando gli animali, in particolare gli uccelli, su un piano di intensa relazione con gli uomini. Quanto è lontana la società di Andersen rispetto alla nostra ed è chiaro il passaggio da una società rurale a una industriale!Anche nella prima parte, il tema del Sud appare uno dei riferimenti fondamentali del libro: le migrazioni delle cicogne e degli uccelli sono appunto il legame tra il Nord e il Sud dell’Europa, un meridione sognato e vissuto come terra del sole, del caldo e della cultura. L’ultima parte del libro si concentra su Noemi, ormai bella fanciulla, prima innamorata di un fantino e poi sposa a un ricco aristocratico francese. Vienna, Roma e Parigi sono gli ambienti nei quali vive Noemi, mentre Christian rimane in Danimarca a sognare e a vivere poveramente. La vita dei due ragazzi è molto differente ma la conclusione è drammaticamente simile. Christian muore deluso e stanco, Noemi ritorna in Danimarca, ricca ed elegante, ma anch’essa conscia di non avere raggiunto nessuna delle aspirazioni della propria gioventù. Valeva la pena? Non era forse meglio che i due ragazzi accettassero fin dall’inizio una vita routinaria e tranquilla; oppure esisteva un’alternativa che avesse le sue basi in sentimenti più profondi rispetto alla ricerca di qualche cosa di meraviglioso?Non si capisce quale sia la morale di Andersen: forse il filo conduttore del libro è la lotta per la sopravvivenza e per lo sviluppo, nel quale emerge soltanto il più forte. La cicogna amica di Christian viene uccisa dai suoi compagni di migrazione perché non è più in grado di fare il lungo viaggio verso il Sud. Il ritmo narrativo è molto efficace nella prima parte del libro per poi disperdersi e diventare farraginoso e noioso.