Neve sottile
Siamo in Giappone in un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale sino all’inizio del conflitto. In una situazione di preoccupazione e di crescenti ristrettezze economiche, si sviluppa una vicenda familiare, la storia di quattro sorelle. Un’antica famiglia, ormai decaduta, si è divisa in una casa principale, che si trasferisce a Tokio e alla quale competono le decisioni fondamentali della famiglia, e un ramo secondario, che vive a Osaka e fa perno sulla protagonista, una delle sorelle: Sachiko. La donna si fa carico della responsabilità delle due sorelle minori, una che non riesce a trovare marito per la sua timidezza e scontrosità, e l’altra, più moderna ed emancipata, che svolge un lavoro di artista e intreccia un insieme di relazioni amorose, anche con uomini di livello sociale inferiore alla famiglia. Il romanzo è un insieme di piccoli episodi, con una linea narrativa apparentemente frammentata, ma che sviluppa proprio sulla descrizione dell’intimità di una famiglia giapponese, della contraddizione tra tradizione dei costumi e dei valori da un lato e modernità occidentale dall’altro. Le donne vestono in kimono, ma anche in abiti occidentali, si va a teatro a vedere antiche rappresentazioni giapponesi ma si divorano i libri e i film occidentali. Anche la ragazza più ribelle, una delle sorelle minori, che vorrebbe andare in Francia a imparare la sartoria, frequenta una tradizionale scuola di danza e acquisisce notorietà realizzando bambole giapponesi. Le regole della tradizione non riescono a racchiudere e irrigidire gli affetti familiari. I ripetuti tentativi matrimoniali di Sachiko per una delle sorelle minori falliscono in quanto la donna non si sente di contrastare la volontà e il carattere della sorella. Gli scandali provocati dall’altra sorella trovano poi perdono e benevolenza da parte di Sachiko. L’amore tra le sorelle e tra i familiari è più forte di qualsiasi regola e imposizione. Si potrebbe pensare che il contesto sia costituito dalla guerra, che alla fine debba irrompere nel romanzo (quasi una sorta di Guerra e Pace). Non è così: la guerra resta sempre sullo sfondo, poco menzionata, e ciò che interessa soprattutto sono i problemi intimi, la ricerca della serenità e dell’equilibrio dei protagonisti. Solo le lettere degli amici occidentali che hanno lasciato il Giappone richiamano il sopraggiungere di un conflitto militare, di cui, però, non si ha ancora piena consapevolezza. L’autore vuole forse rassicurare il lettore (si ricordi che è stato pubblicato a dispense durante la guerra) o avanza una sottile critica al familismo, all’eccessiva attenzione ai sentimenti individuali e alle relazioni amicali, che portano a tardare a prendere coscienza di ciò che sta capitando. Sarebbe interessante se ci fosse stato un seguito al romanzo, per conoscere il comportamento dei personaggi durante l’ultima fase del conflitto, sotto i bombardamenti. Il vero contesto del romanzo è costituito dai costumi e dai valori della società giapponese, descritti in tanti momenti ma sintetizzati nella natura, per esempio le gite della famiglia a vedere i ciliegi in fiore. La pace, l’ordine, la serenità che traspare dalla natura contrastano sia con la complessità dei sentimenti e delle vicende, che con il crescente emergere della guerra. Il romanzo si sviluppa lentamente, con una notevole povertà di azioni perché tutto giocato sui particolari. Alla fine risulta prolisso, anche se non noioso, talvolta ripetitivo.
Una nobile follia
Igino Ugo Tarchetti è vissuto tra il 1839 e il 1869. È quindi uno scrittore risorgimentale che è stato messo da parte in quanto portò avanti una forte critica alla guerra e un evidente riconoscimento del valore della diserzione e dellʼobbiezione di coscienza. Il romanzo, in parte autobiografico, tratta le vicende di Vincenzo D: > una di quelle menti che non sanno scegliere tra la prosperità e la coscienza e sono esse sempre delle creature sciagurate . Il racconto si articola in tre parti. La prima parte riguarda lʼinfanzia e lʼadolescenza del protagonista. Abbandonato, cresce in un orfanotrofio, dove conosce Margherita, il suo grande amore. Si tratta di una parte ampollosa e retorica, dominata da una visione romantica e spiritualistica della vita e del mondo. È tutta una esaltazione dellʼamore e della natura, assunta come un mondo idilliaco, Un dialogo tipico è il seguente: Margherita chiede: > ove andiamo? Ad amarci. E che fanno quelle lucciole? Si amano. E tutte quelle stelle? Si amano. Dio, come è bella la notte! È lʼamore che lʼabbellisce . A pagina 71 è forte la tentazione di abbandonare il libro. La seconda parte racconta la vita militare di Vincenzo D. Proprio nel momento in cui i due innamorati decidono di sposarsi, Vincenzo viene chiamato alle armi. Con pagine di grande efficacia, viene raccontata la trasformazione individuale e sociale di una persona costretta a subire la disciplina militare. Chi ha compiuto il servizio militare non può non ritrovarsi nelle parole dellʼautore: > le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dellʼabito, lʼasprezza del comando e la disciplina stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. I buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi . La vita militare di Vincenzo ha una svolta quando viene chiamato a partecipare alla guerra di Crimea.Già la causa della guerra, richiamata dallʼautore, è di una tale futilità, che è di per sè una critica allʼassurdità dello scontro militare: un principe russo rifiuta di rendere visita al ministro turco e passeggia per le vie di Costantinopoli con «lo scudiscio alla mano». In questa parte del libro si colloca la descrizione della battaglia della Cernaia: sembra di assistere ad un film moderno ad effetti speciali e ad un tempo ad una battaglia dellʼIliade. Corpi dilaniati, teste mozzate, sangue e devastazioni sono narrate con una forza cromatica tale da poterle vedere come in un quadro. La narrazione raggiunge il suo punto di massimo impatto quando anche la natura ( qui non più benigna ma nemica dellʼuomo) prende parte alla battaglia: > il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cadaveri. Unʼonda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dellʼoceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia: sentono la terra sotto i loro piedi, ma lʼonda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge e li riporta sullʼalta superficie del mare . Ma Vincenzo è riuscito a salvarsi e non ha ancora ucciso nessuno, in quanto è rimasto sommerso da un mucchio di cadaveri. Quando riprende conoscenza si trova di fronte un soldato nemico e, come nella Canzone di Piero di Fabrizio De Andrè, è costretto ad ucciderlo per correre poi a chiedergli perdono ed accorgersi che il soldato ucciso > era bello di una bellezza maschia ad un tempo e gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena . Il soldato sul punto di morte chiede a Vincenzo «perchè mi avete ucciso?». A quel punto il protagonista decide di disertare e di acquistare la propria libertà: > io aveva gettato il guanto allʼumanità; non aveva meco che la mia coscienza: come avrei sostenuto quella lotta? La terza parte è la discesa verso la follia, che ha origine nellʼomicidio. Ormai il racconto si trasforma in filosofia e in un insieme di aforismi, in alcuni casi senza senso. Emerge in modo evidente una dichiarazione contro la guerra e soprattutto contro la vita militare, mentre prevale ormai una visione del mondo panteista. Il tutto diviene un confuso manifesto politico. Lʼautore si affida ad un espediente narrativo ( Vincenzo D. racconta allo scrittore che racconta ad un amico), che invece di rendere più vivace la lettura contribuisce ad appesantirla, in quanto il racconto è tutto sviluppato in prima persona, nella forma di una narrazione: narrazione che spesso è un occasione per noiose divagazioni filosofiche, che fanno cadere il ritmo narrativo. Lo stile ampolloso, enfatico, fortemente aggettivato, rende spesso pesante la lettura. Perchè non leggerlo? È sufficiente andare in una biblioteca pubblica e limitarsi alle pagine che descrivono la vita militare e la grande battaglia della Cernaia (in tutto quaranta pagine).
Nostromo
Il romanzo si apre con la descrizione dellʼambiente dove si svilupperà la storia. Sulaco, un porto naturale sulla costa occidentale del Costarica, è un > enorme tempio semi circolare, scoperto ed aperto allʼoceano, con le pareti di alte montagne adornate con funebri tendaggi di nuvole . In questo anfiteatro naturale cʼè un > santuario inviolabile dalle tentazioni del commercio mondiale nella solenne quiete del profondo Golfo Placido : È una penisola, che > giace lontana sul mare come una ruvida testa di pietre, e si estende da una costa ricoperta di verde alla fine di una sottile linea di sabbia coperta di macchie di boscaglia spinosa . Senzʼacqua, arida, > il povero, mescolando con un oscuro istinto di consolazione le idee del diavolo e della ricchezza, vi dirà che è senza vita a causa dei suoi tesori nascosti . È in questo deserto sul bordo del mare che la leggenda vuole che tre uomini siano scomparsi alla ricerca dellʼoro. Lʼavvio del romanzo racchiude lo stile narrativo e il senso di questo lungo libro. La degradazione morale e ideale di uomini travolti da un destino inarrestabile, quello del capitalismo trionfante, viene narrata da Conrad con una scrittura ricca, lussureggiante, immaginifica, talvolta ampollosa e ridondante. Il centro del romanzo è Sulaco, forse il vero protagonista: una cittadina isolata dal Costarica da alte montagne, facile approdo per le navi e favorita dalla natura con una inesauribile miniera di argento, la sua fortuna ma anche la sua dannazione. Sullo sfondo il classico paese del Sud America, gravato dallʼ > illegalità di un popolo di ogni colore e razza, dalle barbarie, da una irrimediabile tirannia . Come diceva Bolivar, il grande liberatore: > lʼAmerica è ingovernabile. Chi lavora per la sua indipendenza ha prosciugato il mare . In questo contesto non cʼè spazio per i sentimenti, per le anime delicate, lievi, piene di incertezza: tutti devono essere degli "eroi > , uomini di azione e non di pensiero, animati da grandi ideali o da ignobili intenti. Sulaco ospita tanti personaggi di forte carattere: il garibaldino rifugiatosi nel nuovo continente perché non ha voluto piegarsi dopo il tradimento dellʼAspromonte, lʼaltera giovane costaricana fedele ad un sogno di rinascimento morale e politico del proprio paese, il suo fidanzato, apparentemente disilluso, ma il cui amore per la donna lo porta allʼidea di separare Sulaco dallʼinstabile Costarica, per farne uno stato solido, democratico ed occidentale. Tra questi, e molti altri, cʼè la figura del Nostromo: un uomo con il peso di innumerevoli generazioni dietro di lui e con nessun legame di cui tener conto..... come il Popolo > . Nostromo è forte, coraggioso, animato dal desiderio della fama: egli è un tipico uomo del popolo, con un oscuro senso di grandezza, con la sua devozione senza limiti a qualche cosa di disperato cosi come disperate sono le sue passioni (...) Splendido, robusto, e agile, egli gettò indietro la testa, allargò le braccia, e si distese con una lenta torsione del busto e un grande respiro, calmo e minaccioso, naturale e libero dal male nel momento di svegliarsi così comʼè una besta selvaggia magnificente e inconsapevole. Allora, con uno sguardo improvvisamente rigido fisso sul niente da sotto unʼespressione pensosa, apparve lʼuomo > . Unʼesaltazione dellʼautenticità primordiale della fisicità maschile che potrebbe essere di Pasolini! A sconvolgere questo mondo di puri eroi, di una virtù pari a quella della natura selvaggia, è lʼarrivo di un inglese, Gould, deciso a sfruttare la miniera dʼargento. Attenzione! Non è la bramosia di denaro che lo spinge, ma una visione, diremo oggi strategica: lʼargento è il simbolo di una rinascita, di un nuovo mondo. Ma come comprende bene la moglie (lʼunica figura sensibile, piena di dubbi e sgomenta per le implicazioni morali e sociali di quanto sta avvenendo ), la miniera si è trasformata in un feticismo, ed ora il feticismo era cresciuto in una mostruosa forza distruttiva > . Per salvare lʼargento, minacciato dallʼennesima rivoluzione costaricana, viene affidato al Nostromo il compito di trasportarne per mare un quantitativo ad una nave, in attesa al largo nellʼoceano. Una serie di circostanze sfortunate fanno naufragare la barca proprio sullʼarida e misteriosa penisola descritta allʼinizio del romanzo. Qui il Nostromo abbandona a sicura morte il compagno di viaggio, proprio il giovane idealista ed innamorato, il quale scomparve senza una traccia, risucchiato nellʼimmensa indifferenza delle cose > : una evidente metafora di come vengono apprezzati gli ideali. Nello stesso fosco luogo nasconde il prezioso carico. Da quel momento diviene un uomo ricco, ma a prezzo di un vile tradimento. Dʼaltra parte, vecchi o giovani, a tutti piace il denaro, e parleranno bene dellʼuomo che glielo dà > . Il romanzo finisce tragicamente. Il Nostromo viene ucciso per sbaglio da un amico, che lo confonde per lo spasimante della figlia, mentre invece lʼuomo andava a prendere un poʼ dʼargento dal suo tesoro nascosto. Si potrebbe dire superficialmente che lʼavidità è più forte dei grandi ideali. In realtà il tema del romanzo è un altro e si racchiude in questa frase di Gould: Saleco non è più un paradiso di serpenti. Abbiamo portato lʼumanità e non possiamo volgere le nostre spalle per andarcene e cominciare una nuova vita > . Il capitalismo porta la civiltà ma tutto ciò ha un costo: la perdita degli eroi > . Insomma, Conrad è un cantore dellʼimperialismo, con la differenza rispetto ad altri autori occidentali (come Kipling), che in lui vive il mito del buon selvaggio. Il romanzo è molto lungo, estremamente discontinuo ed è privo di ritmo narrativo. Accanto a pagine molto belle, in generale quelle legate alla descrizione dellʼambiente, si susseguono dialoghi monotoni e ripetitivi, salti di scena, anche temporali, spesso sconcertanti, mentre le descrizioni storiche e politiche rompono la narrazione non aggiungendo nulla di interessante. I personaggi sono degli stereotipi, senza spessore psicologico ed esistenziale; il sistema di relazioni è superficiale, poco approfondito. La scrittura è affascinante dal punto di vista linguistico, con tratti talvolta poetici, evocativa di un mondo immaginifico; dʼaltra parte tutto questo è vita, deve essere vita, anche se è così simile ad un sogno". Lʼautore si lascia, tuttavia, troppo trasportare dal gusto dello scrivere, dalla ridondanza delle parole, dal piacere del barocco e del meraviglioso. Di conseguenza anche lo stile narrativo diviene pesante e talvolta soffocante. Perché non leggerlo? È lungo e prolisso.
Nuovi racconti italiani
Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dellʼItalia degli anniʼ50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo («Tre operai»), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, «Il crumiro», Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di «tutto fare» in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e allʼacqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. > Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola dʼarte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto . E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ( > ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo? ) Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nellʼItalia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, > ostruite le fogne, unʼacqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse lʼultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto («Ninì prende il largo») La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno «scugnizzo». La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tuttʼuna con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma lʼattenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro dʼacqua così chiara, erano piene di avventure«. Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che»pure il gatto lo schifa > ), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dellʼorizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo DonnʼAnna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola > . Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo Gli egoisti«. In»La ragazza della filanda«, la protagonista è unʼoperaia»grande e ossuta quasi quanto un uomo > , (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona . Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che lʼamore > è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte . > Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale lʼamore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza . E così avviene: un uomo, solo perché «lʼaveva sotto mano», le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che > davvero non era mai stata toccata dallʼamore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, lʼorgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei . E lei, piantata dopo pochi giorni, va > via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere. Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia «Guardati intorno ed impara» è enigmatica, tanto che fino allʼultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce > che non le resta nientʼaltro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose . È questo lʼavvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che > nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano. Le storie di Peppino, di Ninì, dellʼoperaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di unʼItalia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dellʼantiquato (Antonio Baldini nellʼintroduzione). Perché non leggerlo? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..



