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Le navi dei vichinghi
RecensioneItaliano

Le navi dei vichinghi

Siamo nel 900 dopo Cristo. I vichinghi, popolo originario della Scandinavia, vivevano di raccolti, di pesca delle aringhe e, per i più impazienti, di scorrerie sul mare, soprattutto verso lʼInghilterra e lʼIrlanda, dove ebbero fortuna con le armi, e molti poi vi si fermarono. Cominciavano ad essere interessati dalla predicazione di preti, «uomini col capo rasato», che cercavano di convertirli alla religione cristiana e di addolcire i costumi, ancora rozzi e violenti. Il romanzo narra le vicende di Orm il rosso: il più giovane dei figli di un ricco contadino, il quale, appena > giungeva la primavera e lʼodore del catrame cominciava a impregnare lʼaria , volgeva lo sguardo al mare e, per la gioia di partire, «arrivava persino a comporre qualche verso». Orm era il pupillo della madre, che non voleva che partisse con il padre in navigazioni pericolose, a causa delle tempeste e dei nemici. Le circostanze vollero diversamente. Nel tentativo di difendere il suo gregge fu catturato da una nave di vichinghi, che navigavano «verso mezzogiorno», verso il regno dei Franchi e la ricca Andalusia. Comincia in questo modo la prima parte del libro, che narra il lungo viaggio di Orm. Fu una spedizione verso mondi ancora ignoti ma in parte già vagheggiati: terre ricche da depredare. I vichinghi non avevano una meta, e quindi il libro non è una versione nordica delle Argonautiche come ritiene Michael Chabon nellʼintroduzione. Erano gli avvenimenti a trascinare i viaggiatori, i quali dimostrarono coraggio, vigore, capacità di cogliere le opportunità e desiderio di conoscere nuovi luoghi e costumi. Il racconto del lungo viaggio è anche la narrazione della formazione di Orm, da ragazzo viziato e impulsivo divenne un uomo esperto e un condottiero. E così quando ritornò a casa, Orm era ormai un adulto, che pretendeva di governare il proprio destino. Il racconto dellʼarrivo in patria si apre con uno dei capitoli più interessanti: le feste per il natale alla corte del re. La contraddizione tra tradizione e cristianesimo, tra valori ancestrali e nuovi ideali, emerge in modo brutale. Il lungo pranzo in onore del natale si concluse con una serie di sanguinosi duelli, nei quali venne coinvolto anche Orm, per difendere la collana donata dal Califfo di Cordova. E fu proprio durante la lunga guarigione che sbocciò lʼamore tra Orm e la figlia del re: amore, che spinse il ragazzo, ormai adulto, ad unʼulteriore crescita spirituale. Pur di conquistare la donna amata, Orm decise di rinunziare alla collana e di convertirsi al cristianesimo. Fu una grave scelta, perché lo costrinse a rifugiarsi vicino alle grandi foreste, > dove i re non arrivano mai. Sarà là che costruirò la mia chiesa . Si possono dare tante interpretazioni al romanzo: miscuglio di narrativa fantastica e resoconto sociale, narrazione della trasformazione dei vichinghi in normanni, conquistatori dellʼInghilterra e protagonisti dellʼultima fase del medioevo; diffusione della cristianità e quindi questioni etiche e culturali ; nostalgia della società dei vichinghi, rozza ma autentica; peregrinazione di giovani alla ricerca del proprio destino e allʼinseguimento del nuovo; rappresentazione della lunga e travagliata vita di un uomo. Il senso più vero del romanzo è, tuttavia, lʼavventura, condita da una sana e disincantata ironia, un distacco che permette di non prendere troppo sul serio le figure degli eroi, le imprese incredibili e le meravigliose scoperte. Come dice Michael Chabon in conclusione alla sua introduzione, > lʼavventura è un piatto che è meglio consumare nel conforto di casa propria . Perché leggerlo? La storia è a tratti episodica, ma è un affascinante racconto epico e popolare.

Nemesis
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Nemesis

Nella mitologia greca Nemesis è la dea della giusta e fatale vendetta per colpe rimaste impunite.Quante volte abbiamo pensato che malattie, incidenti, disgrazie fossero fatalità che dovessero avere origine in una colpa? Dobbiamo trovare comunque un responsabile in una tragedia, non possiamo accettare che ciò che accade non sia una necessità, non abbia una ragione; non ammettiamo che Dio > è lʼeco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per questʼunico motivo, così futile!: che non esiste (Sebastiano Vassalli La Chimera). Philip Roth parla di questo e lo fa raccontando dellʼepidemia di polio che travolse una cittadina degli Stati Uniti nel 1944, in piena seconda guerra mondiale. > Perché anche questa era una guerra reale, una guerra di massacri, rovine, perdite e sventure, guerra con i danni di una guerra, guerra sui bambini di Newark . Bucky Cantor è un giovanissimo istruttore sportivo, campione di giavellotto, un ragazzo solido e forte; ha evitato di andare in guerra per un grave difetto alla vista. Orfano di madre, abbandonato dal padre, è stato educato dal nonno materno alla dedizione al lavoro, ai valori morali, ad uno spropositato senso di responsabilità. È un supervisore estivo. Chiuse le scuole, il suo compito è di gestire i ragazzi e le ragazze del quartiere ebraico della città di Newark, e lo fa con grande impegno, addestrandoli allo sport, educandoli ai giochi di squadra e insegnando lealtà e determinazione. Le sue qualità gli sono riconosciute dagli alunni così come dalle famiglie. Unʼepidemia di polio, allora incurabile e senza vaccino, si sta diffondendo nei vari quartieri e inizia a colpire anche i ragazzi affidati alla supervisione di Bucky. I casi di polio, alcuni gravi e mortali, si intensificano e il giovane non riesce a capire le ragioni della calamità: è stravolto, è convinto di non fare abbastanza, ma cerca comunque di mantenere la calma e di trasmetterla ai ragazzi. La fidanzata sta trascorrendo lʼestate in un campo estivo, ai bordi di un lago. Gli ha trovato un posto di istruttore di nuoto, disciplina nella quale Bucky eccelle. Perché non lasciare una città ammorbata dalla polio e trascorrere invece lʼestate in un luogo sicuro e meraviglioso, insieme con la ragazza? Bucky è incerto, si sente già in colpa per non essere stato arruolato, non vorrebbe abbandonare i suoi ragazzi, ma poi accetta. Ma non può sfuggire alla colpa (quale?). Dopo pochi giorni dal suo arrivo si verificano i primi casi di polio nel campeggio; è quindi lui lʼuntore? È sua la responsabilità dei ragazzi morti o gravemente resi disabili, che gli furono affidati a Newark? È lui che ha portato la terribile pestilenza nel campeggio? Deve scontare la giusta punizione; e lo farà con ottusa volontà, senza perdonarsi nulla: si ammala anche lui di polio, resta disabile per tutta la vita, rifiuta le profferte della fidanzata, la quale lo ama comunque, si condanna a vivere da solo. > Sorrise (...) con un sorriso molto simile ad una smorfia dolorosa, che indicava stanchezza e non gioia. Non cʼera luce in lui. Ciò che mancava era lʼenergia e la capacità che un tempo erano al centro del suo carattere. E di certo la sua componente atletica era completamente svanita. Non erano soltanto un braccio ed una gamba ad essere inutili. La sua personalità originale, tutta quella vitale determinazione che ti avrebbe colpito nel momento in cui lo avessi incontrato sembrava essa stessa strappata via. È un racconto che si legge di un fiato: la scrittura è fluida, il ritmo narrativo è incalzante malgrado le divagazioni di carattere filosofico. Roth riesce abilmente a descrivere il percorso del protagonista: tutto è già scritto nel suo destino, nelle colpe del padre, ed eppure per il lettore è una sorpresa rendersi conto di quanto sia inutile combattere e come non valga la virtù se una mano invisibile, un Dio crudele, conduce i fili della nostra vita. Ma allora non siamo liberi? Roth cerca di recuperare nellʼultimo capitolo, con il confronto da Bucky e un altro giovane anchʼesso reso disabile dalla polio, il quale, tuttavia, è stato capace di avere unʼesistenza normale e felice. Purtroppo, è un capitolo un poʼ appiccicato, ridondante e prolisso: una caduta nella narrazione, un voler comunque offrire una conclusione non totalmente negativa. Il romanzo si chiude con unʼ affascinante descrizione del lancio del giavellotto da parte di Bucky, una esaltazione della bellezza del movimento di un atleta, ma anche il melanconico riconoscimento di un gesto non più possibile: una chicca stilistica che toglie il respiro. Perché leggerlo? Si legge molto bene e apre riflessioni sul bene e sul male.

Philip RothJonathan Cape London
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Ninfa Plebea

> Tengo una figlia, bella e cianciosa,/zetella e ffresca, comm'a 'na rosa;/sempre vicina, da peccerella,/ ll'aggio tenuta pella vunnella. . Così cantava Nunziata della sua bambina Miluzza, cercandole i pidocchi in testa. E Miluzza era bella davvero e tutti i maschi del paese > studiavano le caviglie sottili di cavallino da corsa, il seno germogliante come un mazzolin di fiori, il capo da quattordicenne di un fascino oscuro . Che cosa volessero Miluzza lo sapeva «per memoria prenatale», ed anche perché era nata e cresciuta in una povera famiglia dei bassi: il padre sciancato, impotente e cornuto, la madre nota per darsi a tutti i soldati di passaggio, facendolo con gioia e passione come Bocca di Rosa della canzone di Fabrizio De André. Figlia della puttana del quartiere, Miluzza conosce il sesso ancora bambina: che sia la compagna di gioco o la vecchia negoziante, o invece il parroco e l'austero professore. Non è vero rapporto carnale, sono perlustrazioni lascive della piccola vagina; d'altra parte «non si va in giro con certe gambe di fuori e senza mutandine». E' possibile che Miluzza avrebbe avuto lo stesso destino della madre Nunziata, puttana accettata dalla piccola città di provincia, quando la morte dei genitori (e quindi il venir meno della modesta sartoria con la quale vivevano) e il lavoro di operaia in un'azienda locale di cartonato, cambiano radicalmente la vita di Miluzza. Il padrone si invaghisce della ragazza e senza ritegno la fa la sua amante. Sperando di nascondere la relazione e per sorprendere Miluzza, la conduce a Napoli, ospitandola in grandi alberghi e facendole frequentare i migliori ristoranti.  Ma è proprio la vita elegante nella grande città che porta Miluzza a realizzare la sua condizione di mantenuta, di «Sisina, Sisina elegante, (...) e pe' 'na lira fa zuchetuzù», come recita un macchiettista insolente. Ascoltandolo tra le risate generali, > Miluzza ebbe un riso freddo. (... Il mondo napoletano, così sbracato, era il contrario del suo umore . Per lei il sesso è un fatto naturale, malinconico, soffuso e delicato da consumare in un ambiente discreto, tra la gente del quartiere, senza offendere chicchessia. Anzi, Miluzza rischia di essere travolta dallo scandalo, di doversi chiudere in casa tra il vituperio generale, di dover lasciare la cittadina dove è sempre vissuta. A salvarla giunge la guerra e come l'angelo della Resurrezione arriva un soldato in fuga. Il finale felice stona con il tono complessivo del racconto, lezioso e spumeggiante, ma sempre impregnato di uno sconsolato pessimismo. La vita della povera gente è e sempre sarà così: ritagliarsi spazi di sopravvivenza e di semplice divertimento tra le miserie e le fatiche quotidiane. Ma è veramente una vita così triste o invece si va avanti sereni e sicuri perché parte di una umanità rigogliosa e festante? Non è un caso che sia la grande città a scoperchiare lo squallore, di cui prima non si era consapevoli quando si viveva nel proprio ambiente. La scrittura è il pregio fondamentale del racconto. Rea crea una nuova lingua, un misto di italiano e di napoletano; in tal modo dà brio e suggestione all'intera narrazione, mostrando pure come si può usare la «lingua dei parlanti» senza renderla un espediente civettuolo o, peggio ancora, una specie protetta. Perché leggerlo? Brioso e accattivante.

Domenico ReaLeonardo Editore
No longer at ease (non più tranquilli)
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No longer at ease (non più tranquilli)

Il romanzo fa parte di una trilogia, un grande affresco della storia recente della Nigeria; è possibile leggere in questo sito la recensione del primo libro, «Things Fall Apart». «No longer at ease» è una citazione tratta da un verso del poema di Eliot («il viaggio dei magi»), che così recita: > tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni/ ma ormai non più confidenti (no longer at ease), nelle antiche leggi/ fra un popolo estraneo che è rimasto aggrappato ai propri idoli/io sarei lieto di un'altra morte . Così come i tre Magi, tornati ai loro Palazzi, non sono più come prima, non possono più adattarsi ai vecchi costumi, così Obi, nipote di Okonkwo il protagonista di «Things Fall Apart», non riesce più a comprendere la Nigeria, apparentemente occidentalizzata ma sempre ancorata all'antica morale ancestrale. A spese dell' Umuofia Progressive Union, un'associazione che raggruppa i maggiorenti del villaggio natale di Obi e della sua famiglia, il ragazzo è stato mandato a studiare in Inghilterra; si è laureato in letteratura inglese, al suo ritorno è stato assunto in un ufficio del nascente Ministero dell'Istruzione (siamo negli anni' 50, poco prima dell'indipendenza). Deve restituire ottocento sterline ricevute dall'associazione; Obi chiede una dilazione e un ulteriore contributo, è inebriato dall'intensa vita di Lagos, brulicante di gente, una mescolanza di etnie e di lingue, protesa verso il futuro. Il ragazzo stesso crede fermamente nella nuova Nigeria, che emergerà dal colonialismo. Rifiuta con sdegno ogni offerta di denaro per favorire un candidato agli esami e ai concorsi. La città è piena di tentazioni, ad Obi piace anche il lusso (noleggia un auto con la quale va in giro), non tiene conto delle tasse e degli anticipi ricevuti. Sono tutti piccoli peccati, che gli verrebbero perdonati, se non fosse che Obi si innamora di Clara, una ragazza appartenente all'etnia "osu > , considerata dagli igbo alla stregua di lebbrosi. Con molta ingenuità il ragazzo informa il padre della sua intenzione di sposare Clara. Suo padre rise. Ed era il tipo di riso che talvolta si udiva da uno mascherato da spirito ancestrale. (...) Noi siamo cristiani, ma questa non è una ragione per sposare un "osu > . (...) I nostri padri nella loro oscurità ed ignoranza chiamarono un uomo innocente osu > , una cosa data agli dei, e da allora egli divenne un emarginato, e i suoi figli, e i figli dei suoi figli per sempre . Obi è arrabbiato, ma è anche convinto che può convincere il padre, uomo in fondo buono e remissivo, cristiano sincero e devoto. In un secondo colloquio, dopo un lungo silenzio, il padre narra al figlio la storia di Ikemefuna. > Cominciò lentamente e in modo sommesso, così sommesso che era difficile udire le parole. Sembrava che non stesse realmente parlando ad Obi. Il viso era rivolto di lato così che Obi lo vedeva in un vago profilo . Ikemefuna fu ucciso da Okonkwo per rispettare le regole ancestrali, il padre di Obi abbandonò la famiglia e si fece cristiano, Okonkwo si impiccò per la vergogna. Che cosa voleva dire il padre raccontando al figlio questa tragedia? Chi abbandona il proprio "chi > , dio, ruolo e destino, crea terribili conseguenze a sé e alla famiglia. Questo messaggio non è esplicito, ma è così che lo interpreta Obi. Come succede spesso nei romanzi di Adache, ai personaggi viene lasciata la libertà di scelta e quindi sono responsabili delle proprie azioni; infatti il racconto poteva essere anche un invito al figlio ad intraprendere con coraggio la propria strada, così come il padre aveva fatto diventando cristiano. Obi torna a Lagos, convinto che non può sposare Clara; ma la ragazza è incinta e quindi bisogna interrompere la gravidanza. Obi l'accompagna da un medico compiacente e ritorna in macchina. Quando li vede uscire per andare alla clinica, dove verrà effettuato l'aborto, vorrebbe uscire dall'auto e gridare: Ferma! Andiamo, sposiamoci ora, ma non ci riuscì e non lo fece. L'auto del dottore scivolò via. (...) Clara guardò nella direzione di Obi e immediatamente distolse gli occhi > .Il ragazzo è un codardo: straccia con rabbia il manifesto della nuova Nigeria, ma è lui ad non aver combattuto fino in fondo per il futuro del proprio paese. E poiché come dice Stevenson, il male ha un suo fascino e richiama altro male, Obi inizia a farsi corrompere in modo spudorato, affascinato dalla pila di soldi contanti. Come dissero i vecchi di Umuofia, vedi questa cosa chiamata sangue. Non c'è niente come il sangue. Questo è il motivo per cui quando tu pianti una patata essa produce un'altra patata, e se tu pianti un arancio esso produce arance. (...) Ma non ho mai ancora visto che un banano produca una patata«. Su Obi incombe una maledizione:»è una strana e sorprendente cosa, ma posso dirti che l'ho visto prima. Lo fece suo padre«. Affascinati dal tono elegiaco di»Things Fall Apart > , dalla forza della sua trama e dei suoi personaggi, si rimane un po' delusi da questo romanzo. Obi è un piccolo uomo, non ha niente della tragicità di Okinkwo, l'ambiente cittadino non evoca misteri come il precoloniale villaggio di Umuofia. Lo stile basato sui dialoghi, serrati e concisi, ci getta in una commedia borghese", in una storia apparentemente piatta e banale. I personaggi sono tratteggiati, non approfonditi, in particolare la figura di Clara: serpeggia una sottile ironia insieme con una prevalente rassegnazione. Tutto sembra già scritto: la vicenda di Obi così come il futuro della Nigeria. Avevano ragione i vecchi di Umuofia, un banano non può produrre una patata? Perché leggerlo? Non so per quale motivi leggendo il romanzo mi è venuta in mente l'Italia.

Chinua AchebePenguin Books
Northanger Abbey
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Northanger Abbey

> Una eroina che ritorna, alla conclusione della sua storia, al villaggio nativo, in tutto il trionfo di una reputazione conquistata.... è un evento sul quale la penna di uno scrittore potrebbe ben compiacersi di trattenersi.... Ma la mia storia è molto differente, io porto indietro la mia eroina a casa in solitudine e disgrazia e nessuna dolce esaltazione di spiriti può indurmi ad un resoconto dettagliato . Austen scrive un libro, che gioca abilmente sul confine tra realtà ed immaginazione per prendere amabilmente in giro la moda dei romanzi romantici che cominciavano a diffondersi tra le giovani della buona società. Catherine, una ragazza diciassettenne, si allontana per la prima volta dalla famiglia per una vacanza in una nota città termale. Con ingenuità e fiducia stringe amicizie e fa incontri. Conosce una coppia di fratelli, Eleanor ed Henry, il cui padre, un importante generale, la invita a prolungare la vacanza presso la loro antica residenza. Lettrice di romanzi di ambiente medioevale, Catherine si lascia suggestionare dalle stanze, dai corridoi, dalle porte apparentemente segrete e dai cassettoni che sembrano nascondere misteri e storie tenebrose. Corre lʼimmaginazione di Catherine. È soprattutto la figura del generale, di cui coglie intuitivamente la natura falsa ed autoritaria, che la spinge ad indagare dietro lʼidea di delitti e soprusi. Un colloquio chiarificatore con Henry, che la coglie errare nel grande palazzo, la riporta bruscamente alla realtà: «il romanzo è finito», forse violenze e assassini capitano in altri paesi, > tra le Alpi e i Pirenei dove o si é angeli o demoni. In Inghilterra non è così, tra gli Inglesi, ella pensava, tra i loro cuori e le loro abitudini, cʼ è una generale benché ineguale mistura di buono e di cattivo . E Catherine si imbatte proprio in questa verità: il generale scopre che la ragazza non proviene da una ricca famiglia, non è un buon partito, e la rimanda rudemente a casa. Il romanzo è proprio finito. Il romanzo è unʼiniziazione. Catherine esce dallʼadolescenza ed entra nel mondo degli adulti, dove ai giovani è possibile solo momentaneamente intrecciare relazioni che non tengono conto della posizione delle famiglie nella società. Appena lʼamicizia si trasforma in storia dʼamore, le differenze sociali e il denaro riportano tutti al loro posto. Se questa è la realtà, sono soprattutto lʼipocrisia e lʼinganno a calpestare la dignità della persona. Con una sapiente e piacevole costruzione sintattica, Austen scava nei sentimenti della giovane ragazza, cogliendo le sfumature di un carattere in fase di formazione. Perché leggerlo? Allʼinizio il romanzo ci sembra lontano nel tempo ma poi leggendolo ne comprendiamo lʼattualità e si apprezza la profondità dellʼindagine psicologica e sociale.

Jane AustenDent & Sons
La notte della cometa
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La notte della cometa

Nell'inserto «Tuttolibri» della «Stampa» del 18 gennaio 2021 Donatella Di Cesare recensisce il libro di Giorgio Agamben «La Follia di Holderlin»: libro che parla delle vicende che portarono il grande poeta a chiudersi in manicomio, dal 1802 al 1846. Fu vera pazzia o come sospettò Schelling l'amico aveva «assunto le maniere esteriori di chi è pazzo»? Holderlin era > lacerato, in una condizione esistenziale che sembrava spingerlo fuori e oltre la sua epoca . Alla stessa domanda cerca di dare una risposta Sebastiano Vassalli, ripercorrendo la vita di Dino Campana con una biografia documentata e romanzata, come dice lo stesso scrittore; così facendo smantella il luogo comune per cui la poesia di Campana trovi origine nella follia. Come è difficile credere che Holderlin, fuori di sé, abbia potuto tradurre Sofocle in tedesco, così ci chiediamo se un pazzo abbia potuto creare un capolavoro assoluto come «Genova» (da Canti Orfici): > Poi che la nube si fermò nei cieli/Lontano sulla tacita infinita/Marina chiusa nei lontani veli,/E ritornava l'anima partita/Che tutto a lei d'intorno era arcana-/mente illustrato del giardino il verde/sogno nell'apparenza sovrumana/De le corrusche sue statue superbe:   Fermiamoci qui perché ci verrebbe voglia di parlare solo di questa poesia, invece che della triste vita di Campana. Nato nel 1885 a Marradi. > Tarchiato, biondastro di mezza statura, (...) Aveva una capigliatura biondo-rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento Così lo descrive un amico nel 1912, quando già il giovane Campana, considerato pazzo dalla famiglia e dall'intera Marradi, era stato allontanato più volte: prima rinchiudendolo nel manicomio di Imola, poi imbarcato per l'Argentina con un biglietto di sola andata, successivamente, al suo ritorno, inviato al manicomio di Firenze e quindi indotto a vivere in pensioncine sull'Appenino tosco-romagnolo. Nel 1914 Campana pubblica a sue spese i «Canti Orfici», che gli daranno una prima notorietà, gli apriranno le braccia di Sibilla Aleramo, con la quale avrà una tempestosa relazione d'amore. Infine, nel 1918, con la diagnosi di demenza da sifilide, verrà ricoverato in manicomio dove morirà nel 1932. Vassalli ripercorre le vicende umane di Campana con la stessa passione e impegno documentario che troviamo in uno dei suoi capolavori, «La Chimera». La protagonista, una giovane esposta ai pettegolezzi del paese perché libera e bella, ebbe la colpa di fare all'amore con un «camminante», di notte sotto una vecchia quercia, ritenuta dimora del diavolo: per questo fu messa al rogo come strega. (si veda la recensione su questo sito). In "3012 > , sempre recensito in questo sito, un giovane vitellone di Fellinia vuole riportare la guerra in un mondo spaventoso dove la pace viene imposta con la repressione: predica la guerra cavalleresca e viene ucciso dai guardiani della pace, diviene il Profeta. Entrambi furono perseguitati perché fuori dal coro«, spiriti liberi ma fragili. Così fu Dino Campana. Scrive lo scrittore.»Cercavo i matti: trovai i matti. (...) Ogni matto mi raccontava la sua storia. (...) I più, erano gente che davano fastidio. (...) Persone di cui bisognava liberarsi mandandole in America o in Australia, o internandole in un manicomio. (...) Di giorno, vivevo in mezzo ai matti; di notte, in albergo, continuavo a sognare le loro storie«. Per loro,»il manicomio è una grande cassa di risonanza/e il delirio diventa eco/l'anonimità misura,/il manicomio è il Monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/le tavole di una legge/agli uomini sconosciuta«. (Alda Merini da»La Terra Santa«). Ed allora non resta ai presunti folli che cantare con Campana,»Non so se tra rocce il tuo pallido/Viso m'apparve, o sorriso/Di lontananze ignote/(...) E ancora per teneri cieli lontani chiare ombre correnti/E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera«. (La Chimera da Canti Orfici»). «La notte della cometa» è del 1984; ed allora sollevò polemiche: chi accusò l'autore di imprecisioni se non menzogne, accuse che avevano origine nella disinformazione generata dal primo biografo di Campana (basti pensare che ancora nel 1993 Alberto Asor Rosa riportava in una sua prefazione ai Canti Orfici l'inverosimile sbarco del poeta ad Odessa nel ritorno dall'America, per poi andare a piedi ad Anversa, dove è veramente sbarcato dalla nave Odessa); chi, come Eduardo Sanguineti, lesse con supponenza la ricostruzione di Vassalli, soprattutto laddove l'autore chiarisce i rapporti tra Campana e Soffici (Sanguineti nella sua raccolta alla poesia italiana del novecento colloca Campana tra i «vociani», quando Dino disprezzava la rivista «La Voce»), chi, infine, si offese e querelò lo scrittore, come la città di Marradi, perché Vassalli aveva svelato l'astio e la cattiveria dei marradesi per il loro grande concittadino. Sono tutte polemiche datate, le quali appiattiscono la poetica unica e meravigliosa di Dino Campana alla sua sfortunata vita. La vera questione da porre oggi è un'altra: da dove nasce la poesia di Campana, quali furono i suoi maestri, come pervenne, ancora giovanissimo, a componimenti insoliti e straordinari per la nostra letteratura? Forse ha ragione Asor Rosa che > non resta che rileggerlo oggi come un frutto isolato e un po' misterioso delle nostre viscere italiane più profonde (Alberto Asor Rosa prefazione ai Canti Orfici ed. L'Unità 1993); ossia un po' come Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda recensione in questo sito). E' sufficiente, o sarebbe il momento di indagare meglio la poesia di Dino Campana? Con tutta l'ammirazione per Sebastiano Vassalli bisogna riconoscere i limiti di questa biografia romanzata: frammentaria e talvolta confusa, ripetitiva e prolissa, ricerca l'effetto letterario facendo perdere la vista d'insieme, trascura la formazione letteraria e ideale del poeta, rimandandola ad una sorta di ricerca solitaria, avvallando, in tal modo paradossalmente, il luogo comune di poeta «strambo»: non pazzo ma strano. Perché leggerlo? E' un libro che chiarisce la vita di Campana ed anche ciò che era il manicomio.

Le Novelle
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Le Novelle

Il libro raccoglie le novelle di Giovanni Verga, scritte tra il 1874 e il 1894. Lʼautore sente il bisogno di un raccoglimento dallʼintensa vita mondana di Milano, desidera «rivedere» la sua Sicilia, > lʼimmenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dellʼEtna . Dallʼ esigenza di ritornare alle proprie radici ha origine il primo racconto, che racchiude tutti i grandi temi della narrativa di Verga. Nedda, «la varanisa» è una misera ragazza; il suo destino è già segnato dalla sua nascita: > lʼimmaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad unʼaspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli; (...) la miseria lʼavea schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, lʼanima e lʼintelligenza - così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia . Quanto è distante da questa realtà immutabile e crudele lo sguardo del privilegiato, che contempla «sbadatamente» lʼaffascinante paesaggio siciliano ed ascolta > con singolare interesse i discorsi di quella gente posta così in basso al piede delle sue torri .( Le storie del Castello di Trezza nella raccolta Primavera ed altri racconti). Da questa contraddizione tra il mondo degli umili e quello dei privilegiati, tra la visione romantica della natura e lʼaspra durezza dellʼambiente, ha origine il progetto di Verga, espresso chiaramente in apertura alla raccolta intitolata Vita dei Campi: > ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma (...) di cui il nodo debba consistere in ciò - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dellʼignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace comʼè, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui . È singolare che lʼautore abbia intitolato Fantasticheria questa sorta di manifesto, quasi ad indicare come lui stesso non ci credesse sino in fondo. Ed infatti se ci inoltriamo nei tanti racconti ci accorgiamo come essi perdono di efficacia narrativa quando si allontanano dalla Sicilia. Ne è consapevole anche lʼautore. Nel racconto di chiusura alle Novelle Rusticane, dal titolo emblematico «Di là dal mare», Verga narra la partenza di due innamorati dallʼisola e, > quando lo assaliva la dolce mestizia di quelle memorie, egli ripensava agli umili attori degli umili drammi con unʼaspirazione vaga e incosciente di pace e di obblio . È uno spartiacque: di qua le raccolte Vita dei Campi e Novelle Rusticane, dalle quali traspare un pessimismo sì profondo ma reso protesta sociale dal forte coinvolgimento dellʼautore con le sue storie e i suoi personaggi; di là una serie di raccolte (Per le Vie, Vagabondaggio, I ricordi del capitano dʼArce, Don Candeloro e C), nelle quali la narrazione degli umili perde di energia, diviene pietismo, commiserazione, rassegnazione, sconfitta. I racconti più belli sono quelli di Vita dei Campi. I personaggi sono eccezionali, devianti dalla norma: Jeli, Turdiddu, Gramigna, La Lupa, Rosso Malpelo, si collocano > fra tanti matti che hanno avuto il giudizio nella calcagna, e hanno fatto tutto il contrario di quel che suol fare un cristiano il quale voglia mangiarsi il suo pane in santa pace . (Verga nella prima stesura poi eliminata di Pentolaccia, citato nellʼintroduzione di Carla Riccardi pag. XIII). Prendiamo la storia di Jeli. Si apre con la rievocazione dellʼamicizia infantile tra lʼingenuo guardiano di cavalli ed Alfonso, il figlio del padrone. Tra i due bambini non ci sono differenze di classe e di cultura: godono insieme delle meraviglie di una natura primordiale. Ma diventando grande Jeli subisce lʼurto con la realtà, sempre tragica in un rapido crescendo, culminante col tradimento del valore più alto: lʼamicizia. È infatti Alfonso che gli prende la moglie come amante. > Sua moglie lo lascia a infradiciare dietro lʼuscio, dicevano i vicini, quando in casa cʼè il tordo! Ma Jeli non sapeva nulla, chʼera becco. Quando però vede che Alfonso, > colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella dʼoro sul panciotto, prese Mara (sua moglie) per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto . La violenza cieca ed improvvisa dellʼumile, che troppo ha sopportato, è spesso la conclusione delle storie. Lo è anche nel celebre racconto «La Lupa». > Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiano . Non è una donna che subisce, la volontà e la sensualità la rendono dominatrice. Per avere lʼuomo che ama le dà la figlia in sposa, per portarselo a letto nella stessa casa, contro ogni convenienza. Allora lʼuomo per liberarsene > lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure sullʼolmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri . È unʼ immagine straordinaria e di grande impatto, che lascia sospeso il racconto: lʼuomo lʼha uccisa o si è gettato nuovamente fra le braccia della Lupa? Nelle Novelle Rusticane la narrazione si irrigidisce. I personaggi di Il Reverendo, Cosʼè il Re, Don Lucciu Papa, Malaria, Libertà, non sono che lʼincarnazione delle leggi della società siciliana. In fondo la vita è come quella dellʼasino di San Giuseppe, dellʼomonimo racconto:è inutile ribellarsi e non è detto che gli animali stiano peggio di tanti esseri umani. Il destino inevitabile di tutti gli umili: > compro soltanto la legna, perché lʼasino ecco cosa vale! E diede una pedata sul carcame, che suonò come un tamburo sfondato . La qualità stilistica e narrativa dei racconti è discontinua, in quanto > lʼitinerario del Verga novelliere si può definire come una serie di tappe di avvicinamento ai romanzi (Introduzione di Riccardi pag. XXIV). Nei racconti Verga si nasconde di meno dietro il verismo, lʼapparente distacco dai personaggi e dalle situazioni: le novelle sono una sorta di laboratorio, nel quale lo scrittore lavora > in più direzioni e contemporaneamente su più versanti, anche il teatro (introduzione di Riccardi pag. XXV), ma raggiunge la sua espressione migliore laddove è più evidente il coinvolgimento, il legame con la sua terra e la protesta implicita per le condizioni disumane del popolo meridionale. Sotto questo profilo i racconti, in particolare di Vita nei Campi, hanno una vita autonoma rispetto a quella dei romanzi e sono spesso dei capolavori. Perché leggerlo? Nedda, Vita dei Campi e Novelle Rusticane sono grandi racconti, che danno una visione realistica e coinvolgente del nostro Meridione.

Giovanni VergaI Meridiani Mondadori