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L'idiota
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L'idiota

Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.

Fedor DostoevskijRusskij Vestnik
I leoni di Sicilia
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I leoni di Sicilia

Il romanzo ripercorre la storia imprenditoriale e umana della famiglia Florio lungo un secolo, dal 1799 al 1869, quando il successo economico e sociale verrà pienamente raggiunto; e lo fa strutturando il racconto secondo i prodotti che sono stati alla base del successo: Spezie, Seta, Cortice (da cui deriva il chinino), Zolfo, Pizzo, Tonno e Sabbia. Forse, sotto il profilo storico sarebbe stato opportuno dare maggiore evidenza agli altri capisaldi dell'ascesa: la flotta di navi a vapore e quindi la tecnologia, le concessioni ottenute dai Borboni e poi dal nuovo Regno, i prestiti a usura all'indebitata aristocrazia palermitana e le relazioni spregiudicate con il potere politico. E' una grande saga famigliare, con forti figure maschili mentre quelle femminili hanno un ruolo di comprimarie. Se si volesse trovare un'unica chiave interpretativa, si potrebbe individuare nella citazione di John Milton che l'autrice pone in apertura: > Fero desio, quell'immortal rancore/E quel coraggio che non mai s'abbatte, /Che mai non si sommette .  I Florio sono originari di un piccolo borgo calabrese e la decisione di Paolo di aprire un negozio di spezie a Palermo crea una spaccatura all'interno della famiglia: lite che è alla base di uno spietato rancore che non verrà mai superato e condiziona gli stessi rapporti tra madre e figlio. Un altro elemento che peserà sull'intera storia è Palermo: > strana città, misera, lercia e regale al tempo stesso, (...) non si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili dei palazzi nobiliari. (...) Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi . Le radici calabresi, di «bagnaroti», pesano sui Florio e li danno una durezza di carattere negli affari così come nei rapporti umani. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, s'innamora di Giulia, la fa sua amante perché la giovane non appartiene all'aristocrazia palermitana; dopo due figlie illegittime, la sposerà solo quando Giulia gli darà un figlio maschio e nessuna rampolla della nobiltà lo vuole come marito, perché è sempre un «bagnaroto», anche se ricco. Così Ignazio, figlio di Vincenzo, sceglie di non seguire la donna amata per sposare una giovane aristocratica, finalmente. In un momento di sospensione, fuori dal ruolo nel quale è condannato, Ignazio guarda sua madre. > Ed è in quel momento che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la fronte segnata. Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo? Per rispondere a queste domande sarebbe necessario svelare il mondo interiore, quello dei sentimenti tra madre e figlio, tra marito e moglie. E invece c'è una > frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare. La confidenza, già. Non quella dei sentimenti... Il libro si potrebbe definire una biografia romanzata: ricostruzione del contesto storico, indagine della documentazione disponibile (non è chiaro quanto ampia anche perché non sono state citate le fonti) e narrazione dei personaggi e delle vicende filtrata probabilmente dall'immaginazione dell'autrice. C'erano ampi margini per dare spessore ai protagonisti, soprattutto quelli femminili. Prendiamo, per esempio, Giulia. E' presentata come una figura ricca di personalità; cresciuta all'interno di una famiglia imprenditoriale milanese, è colta e conosce le dinamiche del mondo degli affari. Com' è possibile che si sia appiattita così facilmente al ruolo di amante e poi a quello di moglie ubbidiente, che solo nella stanza da letto fa valere la sua forza? Perché non «inventarsi» una relazione maggiormente complessa e conflittuale tra Vincenzo e Giulia? Nello stesso modo la sonnolente ed affascinante  Palermo rimane sullo sfondo; solo raramente emergono i colori e i suoni di una città certamente conosciuta ed amata dall'autrice. Limitata dall'albero genealogico, la scrittrice non ha dato spazio alla fantasia e troppo spesso ha ricondotto la narrazione a una cronaca. Per chi come me ama la scrittura ricca, aggettivata, quasi barocca, prevale all'inizio un senso di rifiuto per uno stile narrativo secco, spezzettato, lessicalmente povero, semplicistico. Poi, sarà che la scrittrice diviene più sicura di se stessa, si comincia ad apprezzare la scrittura: si capisce che la semplicità è intenzionale. Si vuole raggiungere la platea più ampia di lettori e ci si vuole concentrare sulla storia, non perdendosi in voli pindarici e retorici di carattere sintattico e lessicale. Resta una nostalgia per uno stile più vaporoso e accattivante. Perché leggerlo? Si legge bene ed è interessante, anche se non avvincente.

Stefania AuciCasa Editrice Nord
Il libro nero
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Il libro nero

Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.

Orhan PamukFrassinelli
Limonov
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Limonov

In un «Diario di un fallito (2004)» Eduard Limonov immagina che > verranno tutti. I delinquenti e i timidi (...). Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e di film porno. (...) Verranno i pensionati che al supermercato fanno la coda nella fila riservata a chi compra meno di cinque articoli. (...) Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno. Questo brano, riportato da Carrère, sintetizza bene chi fosse Limonov (1943-2020);  questo D'Annunzio russo che ha attraversato il secondo Novecento come un superuomo, non volendo costruire qualcosa (che fosse letteratura o partito politico), ma perseguendo solo l'azione per l'azione, fuori da ogni schema, con un ideale di estetismo narcisistico. Per Carrère, Limonov è ciò che lui non ha mai osato essere (così la sorella descrive lo scrittore da piccolo: > mio fratello è molto serio, non fa mai sciocchezze, legge tutto il giorno libri da grandi ), e allora per vivere un po' da superuomo Carrère scrive un romanzo «reale» che ha il grosso difetto di attingere fondamentalmente agli stessi racconti autobiografici del personaggio. Ed è una fortuna per noi lettori che tutta la narrazione sia filtrata dall'aureola dell'immaginazione. Sin dall'inizio, quando Carrère lo incontra nel 2007,  sessantacinquenne impegnato con Kasparov in un movimento liberal democratico, Limonov pare un personaggio eccezionale agli occhi dell'intellettuale francese: > è ancora asciutto: pancia piatta, linea da adolescente, pelle liscia e bruna da mongolo, (...) un po' il d'Artagnan invecchiato di Vent'anni dopo (...). O si diverte, lui, il bandito, la canaglia, a impersonare il ruolo del democratico virtuoso,,,? (...) Sotto sotto ci gode  a fare il lupo nell'ovile?.Carrère ripercorre con leggerezza l'intera vita del nostro personaggio: il mito del padre ufficiale del glorioso esercito sovietico, mito poi distrutto dal declassamento sociale subito dalla famiglia; l'adolescente selvaggio, sempre con un coltellaccio in tasca, e comunque giovane poeta; il soggiorno a Mosca in piena era brezneviana tra intellettuali passivamente insofferenti del regime; e poi New York e Parigi dove riesce a pubblicare i suoi romanzi americani; ed ancora il ritorno a Mosca, la frequentazione con Aleksandr Dugin, il presunto ideologo di Putin, e insieme fondano il partito nazional bolscevico, che lo porterà in carcere da cui uscirà trionfante. Bisessuale, sempre contornato da bellissime e sensualissime donne, tra scene di sesso sfrenato e sottili conversazioni intellettuali, senza farsi mancare crimini e violenze nell'ex Iugoslavia (d'altra parte anche D'Annunzio ha conosciuto la guerra «rinnovatrice»), la vita di Limonov passa senza pentimenti, da vero superuomo; o è quella che l'ingannatore Eduard ci ha voluto raccontare e l'ingenuo intellettuale se l'è bevuta? Quali che fossero le intenzioni di Carrère c'è da chiedersi perché non ha elaborato una storia originale, frutto della sua creatività, e ha voluto invece raccontare un personaggio reale. Questo approccio ha due difetti principali. Innanzitutto, si subisce la rappresentazione che di se stesso dà lo stesso Liminov, creando una sorta di lente distorta, che porta tuttavia ad esaltare personaggi così estremi, ma che piacciono molto all'industria mediatica perché innocui e magnificenti a un tempo. In secondo luogo la narrazione ha un decorso oscillante: incisiva quando si può attingere ai romanzi di Liminov (gli anni fino a Parigi e il carcere) per poi appiattirsi a cronaca quando si è dovuto usare altre fonti. Non è un caso che i colloqui si concentrano dove si usano le autobiografie di Liminov, ed è in quelle parti che la narrazione diviene più viva. Supponiamo che Carrère abbia voluto descrivere  il declino dell'Europa e degli Stati Uniti e le cause dell'ascesa di Putin e dei sovranisti, perché non farlo con un'analisi storica secondo metodologie consolidate, o porsi un obiettivo più ambizioso: essere un nuovo Hugo o Dostoevskij capace di vera letteratura? Nella nostra mente Limonov sarà sempre rinchiuso nella sua epoca senza divenire universale ed eterno come Jean Valijean dei Miserabili o come i personaggi dei Fratelli Karamazov. Il pregio del romanzo è lo stile narrativo, elegante e lievemente ironico. Ben costruito, anche se troppo ricco di nomi, la lettura procede piacevolmente, in particolare nella prima parte, senza dubbio la migliore sotto il profilo narrativo. La tensione cala già nel periodo parigino, che risente di un certo compiacimento tipicamente francese, per calare progressivamente sino a creare una certa insofferenza. Perché leggerlo? Ben scritto e un'interessante rappresentazione del declino dell'Europa.

Emanuel CarrèreAdelphi
La linea del colore
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La linea del colore

Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva.  Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > .  Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi.  E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo?  E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica

Igiaba ScegoBompiani
Little women e Good Wives (piccole donne e piccole donne crescono)
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Little women e Good Wives (piccole donne e piccole donne crescono)

> Quattro piccole ceste tutte in fila/Velate dalla polvere, e consumate dal tempo, /Quattro donne, che hanno imparato da cicatrici e dolori,/ Ad amare e resistere nel fiore degli anni. Questi versi di Jo sintetizzano il senso dell'intero romanzo, che racconta il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, e ci dice anche come ogni donna abbia un unico destino: divenire una «buona sposa». Le «quattro piccole ceste tutte in fila» sono quattro sorelle, che conosciamo sin dalle prime pagine di «Piccole donne»: Mag è la maggiore, > con la pelle chiara e grandi occhi, con folti e soffici capelli castani, una dolce espressione, e bianche mani, di cui era particolarmente orgogliosa, (...) Jo era alta, magra, olivastra di carnagione, e somigliava a un puledro poiché pareva non saper mai cosa fare delle sue lunghe gambe, (...) occhi grigi, attenti, che vedevano ogni cosa, ed erano di volta in volta fieri, divertiti, o pensosi; (...) Beth, una rosea ragazza di tredici anni, (...) di maniere schive, una voce timida, e un' espressione tranquilla. (...) Amy, benché fosse la più giovane, era la persona più importante, almeno secondo lei. (...) Occhi azzurri, capelli biondi, (...) pallida e snella, si comportava sempre come una signorina di buone maniere. Vivono in una casa modesta, pervasa da > una piacevole atmosfera di pace , governata da una madre > non elegantemente vestita, ma donna di nobile portamento, e le ragazze pensavano che il soprabito grigio e il cappellino non alla moda vestissero la più splendida madre del mondo. C'è l' aria da piccole cose di Guido Gozzano, ma senza la lieve ironia del poeta; il tutto è pervaso da un moralismo pedagogico, fatto di saldi valori e buoni costumi. Il padre, un uomo religioso e dedito all'insegnamento, è andato volontario in guerra (il romanzo è ambientato durante la guerra di secessione americana); la presenza paterna si palesa nelle lettere alla famiglia, un decalogo di buoni propositi. Le ragazze crescono giudiziose e laboriose, consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, convinte di quanto dice la madre e cioè che essere poveri non è una colpa, anzi può essere una virtù. Accontentarsi pare essere il motto del vivere, d'altra parte la sorellanza pare sufficiente ad arricchire e movimentare la vita, tanto più se vivacizzata da Laurie, un ragazzo irrequieto, accolto come un fratello dalle ragazze. Chi è cresciuto in una famiglia numerosa si ritrova perfettamente nel racconto, così come in «Piccole Donne» si sono probabilmente rispecchiate ancora le adolescenti degli anni '50 del Novecento, prima dell'esplosione dei consumi. Come scrive Gozzano, > Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e Fiorita,/ si schiude alla romanza di mille promesse la vita (da «L'amica di Buona Speranza» scelta da «Poesia italiana del Novecento» a cura di Eduardo Sanguineti). In uno degli episodi più belli di «Piccole Donne», le quattro sorelle fanno un picnic con Laurie: sono cinque adolescenti che costruiscono dei «castelli in aria», di cui hanno le chiavi, ma non sanno se potranno aprire la porta, come dice Jo. Meg > vorrebbe una bella casa, (...) Io devo essere la padrona, e gestirla come mi piace. Jo > vuole scrivere libri, e divenire ricca e famosa: questo mi piacerebbe, questo è il mio sogno più caro. Il mio è stare a casa serena con il papà e la mamma, e prendere cura della famiglia, disse Beth felice.  Amy > ha così tanti desideri, ma il principale è di essere un'artista, e andare a Roma, (...) ed essere la migliore artista del mondo. Alla fine di «Piccole Donne Crescono», le ragazze si chiedono cosa si sia realizzato di questi sogni. Come in «Nessuno torna indietro» di Alba De Cèspedes (si veda la recensione in questo sito), la vita è stata ben diversa dal castello in aria. Meg ha una piccola casa, un marito devoto ma povero, due cari bambini; ha conosciuto le fatiche e le privazioni di una casalinga. > Il mio castello è ben diverso da quello che avevo pensato , dice Amy, che ha dovuto abbandonare le aspirazioni da grande artista, ma il matrimonio con Laurie la resa > più dolce, profonda, e più tenera, mentre Laurie è cresciuto più serio, forte e determinato, ed entrambi hanno imparato che la bellezza, la gioventù, la ricchezza, persino l'amore stesso, non possono allontanare dalla maggior parte dell'esistenza gli impegni e le pene, il lutto e la sofferenza.  Come dice Ungaretti la vita > scorre sempre come sempre il vivere, /Dono e pena inattesi/Nel turbinio continuo/Dei vani mutamenti (da > Ultimi cori per la Terra Promessa). Jo è quella che ha avuto le delusioni più gravi, non dal destino, ma a causa delle sue stesse scelte: ha rifiutato la mano di Laurie, semplicemente perché non lo amava, lo considerava solo un fratello; ha smesso di scrivere romanzetti d'avventura, che le davano da vivere ma che erano indegni dei suoi valori morali e della buona letteratura; è tornata a casa dei genitori ad assistere l'agonia di Beth, di cui, dopo la morte, ha ereditato il ruolo di angelo del focolare > , futura zitella e solo zia. Quando un giorno, complici la pioggia e un ombrello, scopre l'amore per un professore tedesco, ben più vecchio di lei, ma saggio ed eccentrico come il padre. Con lui aprirà una scuola per ragazzi, casa di accoglienza per bambini poveri,  dove portare avanti pedagogie innovative. Agli elogi della madre per un così coraggioso progetto di crescita di ragazzi, Jo risponde gridando, > con quegli slanci impetuosi che mai poteva controllare, (...) Nemmeno metà è buono come il tuo, madre. Qui siamo, e mai possiamo ringraziarti a sufficienza per la tua paziente semina e per il raccolto che hai fatto. Il libro è un romanzo autobiografico. Jo è senza dubbio la scrittrice così come il personaggio del padre rispecchia il padre stesso di Alcott, che perseguì per tutta la vita metodi educativi inusuali, avviando scuole sempre destinate a fallire. Apparentemente le protagoniste sono le quattro sorelle, le cui storie sono la trama dei due romanzi: una saga familiare, che continuerà con Piccoli Uomini" e «I ragazzi di Jo». La vera protagonista è tuttavia la madre, concreta, affettuosa, di solidi principi morali e pronta a dare i giusti consigli: suggerimenti rivolti a far accettare alle figlie la realtà della vita, che siano i rapporti coniugali per Meg che le esuberanze di Jo. E' lei a dire a quest'ultima che Laurie non è l'uomo giusto, perché, come Jo, è irrequieto e imprevedibile. Il bello è che questa sarà l'argomentazione di Jo per giustificare il suo mancato assenso al matrimonio! A differenza delle ragazze di Jane Austen, indipendenti e volitive (si veda le recensioni dei libri della scrittrice inglese in questo sito) le «Piccole Donne» non si ribellano, accettano stancamente il destino di «buone spose». Non sono loro che interessano ad Alcott: è la società americana ed europea; la prima che si sta allontanando dalle virtù puritane, travolta dalle trasformazioni capitalistiche del secondo Ottocento, la seconda, quella europea, vacua ed evanescente, non certo un paradigma per le giovane americane. Le storie delle «Piccole donne», così vicine alla nostra sensibilità e soprattutto a quelle delle ragazze, servono a consolidare e diffondere un moralismo protestante (questo sì così distante dal cattolicesimo), un'etica intrisa di idealità sociali, di frugalità di costumi, filantropica, ma sempre conservatrice. Di là della trama, molto articolata e ben condotta, il pregio fondamentale dei due romanzi è la scrittura. Non ci riferiamo tanto all'analisi dei sentimenti (siamo ben distanti da Jane Austen!), il mondo femminile è stereotipato, ovvio nelle sue dinamiche (forse da qui il successo, perché le ragazze di ogni parte del mondo si possono ritrovare nelle > Piccole Donne). Il fascino di Alcott nasce dalla ricchezza lessicale, di forte impronta americana, tanto che molti vocaboli sono difficili da trovare in un dizionario standard. Se in Henry James, vissuto come Alcott nella seconda metà dell'Ottocento, lo stile è ancora profondamente inglese, nelle parole come nella scrittura grammaticale (si veda in questo sito Selected Short Stories" una raccolta di racconti ben rappresentativa della produzione letteraria di questo scrittore), la forte e orgogliosa impronta americana di Alcott la spinge a recuperare modi di dire, costruzioni sintattiche, vocaboli, a volte arcaici (si pensi all'uso di blest invece di blessed), a volte attingendo al linguaggio comune del nuova Nazione trionfante. Siamo dinanzi ad un capolavoro linguistico che non poteva non lasciare il segno nell'evoluzione della letteratura degli Stati Uniti, favorito dal successo popolare dei romanzi. Perché leggerlo? Bella la lingua, affascinanti alcuni passaggi, ma è prolisso e alla fine melodrammatico.

May Louisa AlcottGood Press
RecensioneFrancese

Le Locataire

Elie Nagéar è un giovane cosmopolita che è cresciuto e vissuto a lungo in molti paesi, in particolare in Turchia. Nel suo viaggio verso lʼEuropa conosce Sylvie, con la quale ha una relazione. La ragazza lavora in un locale notturno e in poco tempo i due disperdono i pochi soldi che possiedono. Preso dalla disperazione, in un viaggio in treno da Bruxelles a Parigi, Elie rapina e uccide un ricco frequentatore del locale notturno. Per nasconderlo, Sylvie lo manda presso la madre che gestisce una pensione. La vita della padrona di casa, di Antoinette, lʼaltra figlia, degli inquilini ruota intorno la cucina, dove si intrecciano le relazioni e dove Elie diviene ben presto il centro dellʼattenzione con le sue storie incredibili della sua vita e dei paesi nei quali è vissuto: > come un preludio di unʼorchestra, si sentiva nascere ed intensificare il rumore delle forchette, dei piatti e dei bicchieri, quando si sentiva una voce, era quella di Elie... Egli non mentiva ma aveva lʼimpressione di mentire. Cercava nella sua memoria qualche cosa da raccontare ancora, qualche cosa di consolante e di fluido come una canzone napoletana . Si viene a creare in tal modo unʼatmosfera surreale, che rompe la mediocre e monotona vita della casa. Tutti gli abitanti della pensione sono affascinati dal nuovo inquilino al punto che, quando si viene ormai a sapere che è lʼassassino, non lo denunciano ma anzi in qualche modo lo nascondono sperando in una sua fuga. Anche quando Elie, ormai catturato e condannato, viene imbarcato, con gli altri deportati, sulla nave che lo condurrà ai lavori forzati, sul molo a salutarlo ci sarà la padrona di casa, piena di nostalgia per un giovanotto che per un pò di tempo ha portato novità alla sua mediocre vita borghese. Lʼambiente è la piccola borghesia belga. Il racconto si sviluppa lentamente, attento ai dettagli della vita di una pensione, dove gli inquilini arrivano a mala pena alla fine del mese e dove, paradossalmente, tutta lʼattenzione è al decoro,al rispetto del buon nome: il marito della padrona di casa è un capo treno delle ferrovie belghe!! Ma allora come mai tutti si lasciano avvincere dalle storie del nuovo inquilino? Come mai non lo denunciano? Forse perché, sembra dirci Simenon, a tutti noi sta stretta la piattezza della vita di tutti i giorni. Perché non leggerlo? Si legge molto bene per merito dello stile, conciso ed efficace. Ma il ritmo narrativo è troppo lento per rendere avvincente la lettura.

GeorgesEditions Gallimard
The Long Good-bye
RecensioneInglese

The Long Good-bye

Il contesto è quello tipico del «giallo americano»: personaggi (Terry e Sylvia Lennox, Roger e Eileen Wade) apparentemente estranei ma con storie intrecciate, il potere invisibile e sovrastante, la criminalità organizzata, la polizia corrotta, alcool in abbondanza; ed ancora > una città non peggiore di altre, una città ricca e vitale e piena di orgoglio, una città persa e sconfitta e vuota . La trama si dipana secondo uno schema convenzionale. Terry Lennox viene accusato dellʼomicidio della moglie, fugge in Messico dove si uccide confessando il delitto. Il caso è chiuso. Philip Marlowe, un detective privato, viene accusato di aver favorito la fuga di Lennox. Rilasciato, continua ad indagare perché è convinto che lʼuomo sia innocente e non si sia affatto ucciso. Diversi personaggi lo invitano ad abbandonare la ricerca: boss criminali, il potente padre di Sylvia e la polizia stessa. Marlowe assume lʼincarico di proteggere un noto scrittore, Roger Wade, alcolizzato e violento. Veniamo a sapere che Eileen è la vedova, almeno lei crede, di Terry Lennox, il quale ha combattuto sotto altro nome in Inghilterra, dove sarebbe stato dato per deceduto. La storia si sbroglia: il passato di Terry è ben diverso da quello che appariva. In un susseguirsi di colpi di scena Roger viene assassinato da Eileen, la quale poi si uccide. E Marlowe? È presente nel momento dellʼomicidio di Roger, ma è distratto dal rumore di una barca; intuisce che Eileen potrebbe commettere un gesto insano; ma non interviene. «It just kind of grew up around me», una frase letteralmente intraducibile; potrebbe essere interpretata nel senso che tutto avviene intorno a lui senza che lui lo voglia: una visione rassegnata di un destino contro il quale è inutile lottare. Dʼ altra parte è così per tutti: > venti ore al giorno qualcuno sta correndo, qualcunʼaltro sta cercando di prenderlo. Là fuori nella notte la gente sta morendo di un migliaio di crimini. (...) La gente è picchiata, derubata, strangolata, violentata, e uccisa. La gente è affamata, malata, annoiata, disperata perché sola o piena di rimorso e di paura, arrabbiata, crudele, eccitata e scossa dalla disperazione . Il romanzo si conclude con una sorpresa, che purtroppo va detta perché in caso contrario non si renderebbe il senso dellʼintero libro. Prima di farlo bisogna parlare di Philip Marlowe; la sua figura, infatti, rende il racconto qualcosa di ben diverso da un «giallo» tradizionale. > Sarei potuto essere persino un uomo ricco (pensa Marlowe), un ricco di provincia, una casa di otto stanze, due auto nel garage, pollo ogni domenica, (...) ed io con un cervello come un sacco di cemento. È per te amico, io prenderò la grande, sordida, sporca, disonesta città . Non è per fare lʼeroe; Marlowe è profondamente pessimista, quasi cinico. > Così sono gli esseri umani. (...) Che cosa ti aspetti, farfalle dʼoro svolazzanti su un cespuglio di rose? Eppure questʼuomo, apparentemente disilluso, incontra un altro uomo, Terry Lennox, e, chi sa perché?, lo aiuta, testardamente cerca di dimostrarne lʼinnocenza. > Pensavo di essere un duro, ma cʼera qualcosa in quellʼuomo che mi conquistò. Non sapevo che cosa fosse, a meno che fossero i capelli bianchi e la faccia sfregiata e la voce pulita e la gentilezza . «Quanto ingenuo può essere un uomo, Marlowe?» gli dice un poliziotto. Ed infatti, alla fine del romanzo, Marlowe scopre di essere stato ingannato. Terry Lennox è vivo, ha voluto soltanto scomparire. Ed allora il cinico e generoso detective ammette che un tempo Terry valeva qualcosa per lui, oggi neanche un arrivederci. > Non ti sto giudicando. Non lo feci mai. È soltanto che tu non sei più qui. Da tempo te ne sei andato. Hai bei vestiti e profumi e sei elegante come una puttana da cinquanta dollari . Erede del grande Dashiell Hammett, forse il più grande giallista di tutti i tempi, come dice Jeffery Deaver, Chandler ha portato il romanzo criminale verso nuove frontiere, aprendolo al grande racconto: e ciò è merito della figura di Marlowe, ma anche di una particolare scrittura, elegante e difficile, fatta di neologismi, di nuove costruzioni sintattiche, e soprattutto orientata a creare un clima di sospensione, di estraniamento rispetto alla narrazione. Il romanzo è troppo lungo, eccessivamente tortuoso, con dialoghi serrati e spesso ridondanti. Non è quindi perfetto, è faticoso, si percepisce lʼinsoddisfazione di Chandler di non riuscire pienamente a investigare > i reali nemici: le aspettative, il tradimento, il desiderio per il potere e la ricchezza (Deaver). Perché leggerlo? È una lettura faticosa ma vale la pena se si vuole approfondire lʼanimo umano.

Chandler RaymondPenguin Books