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L'impostore
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L'impostore

Dal 1975 al 2005 la Spagna è stata ingannata da un grande impostore. Eric Marco, un oscuro titolare di un'autofficina, s'inventò di essere un antifranchista e di essere stato deportato per questo nel campo di concentramento di Flossemburg, insieme con altri ottomila repubblicani spagnoli inviati in Germania a morire nei campi di sterminio. Facendo leva sull'aureola che gli veniva dal suo falso passato, Marco fu prima segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro, e poi presidente degli Amici di Mauthausen. Per merito di un oscuro storico l'enorme bugia di Marco fu scoperta pochi giorni prima che parlasse in una cerimonia a Mauthausen dinanzi al presidente del governo spagnolo. Vargas Llosa ha definito Marco «spaventoso e geniale». Quando per la prima volta Cercas incontra l'uomo, non può fare a meno di urlare > un orrore! Un autentico orrore!. A trattenerlo a scrivere un libro su di lui, non era solo le infamie commesse da Marco, dal dolore inflitto agli altri deportati e ai loro parenti sino ai tanti giovani che lo avevano ascoltato, affascinati e trepidanti; Cercas temeva di lasciarsi invischiare nei tentacoli del sublime bugiardo, si chiedeva se era disposto > a scrivere un libro su Enric Marco senza scendere a patti con il diavolo. (...) perché non tentare di salvare il grande impostore e il grande maledetto, quella grandissima canaglia che è già più che condannato?. Chi ha letto «Soldati di Salamina» (si veda la recensione in questo sito) sa che Cercas gioca un po' su queste sue resistenze a scavare la «verità». Anche in questo caso Cercas supera gli scrupoli morali, dimentica facilmente ciò che diceva Primo Levi, ossia che capire è già giustificare; s'inoltra con l'usuale impegno da giornalista d'inchiesta a ricostruire le torbide vicende e i subdoli inganni che hanno condotto Marco a dominare la scena nazionale negli anni del post franchismo. Lasciamo al lettore entrare nei dettagli di una vicenda ingarbugliata che attraversa la storia recente della Spagna. Diciamo solo che Cercas individua la fonte del successo di Marco in una mescolanza di piccole verità, fatti storici, fascino personale e menzogne spudorate. E' vero! Marco è stato veramente un infame; ma come fu Limonov per Carrère e  Don Chisciotte per Don Alonso Quijano (si vedano le recensioni dei due libri in questo sito), Marco > si diede (,,,) una nuova identità e una nuova vita eroica, (...) ormai oltrepassato il culmine della vita, vuole continuare a vivere quando ormai non gli tocca vivere, o meglio che vuole vivere ancora, contro tutto e tutti, tutto ciò che non ha vissuto fino ad allora. Non è come uno scrittore cui è permesso mentire per raccontare la verità?  Povero Cercas! Non sa che questa indulgenza verso la bugia è una falla in cui s'inserirà Marco in modo spietato, ricordando come il personaggio finale dei Soldati di Salamina, l'oscuro eroe soldato, fosse una finzione dello scrittore; finzione con la quale Cercas ha ingannato tanti lettori che, dopo aver letto il romanzo, hanno scritto alla casa di riposo di Digione, dove lo scrittore aveva raccontato vivesse l'oscuro eroe. E quindi anche Cercas è un impostore: > lei è un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virtù, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. (...) Questa è la verità, Javier. La verità è che lei è me. Il punto centrale del romanzo è il colloquio che l'autore dichiara immaginario, una volta tanto. In un lungo dialogo tra Marco e Cercas le certezze del secondo si smontano dinanzi alle serrate argomentazioni dell'impostore, esaltato dal ruolo di inquisitore affidatogli dall'autore spagnolo. Le uniche pagine espressamente di fantasia paiono capovolgere l'intera narrazione. Dov'è il confine tra invenzione e verità nella memoria storica? E perché le menzogne non possono essere accettate se rivolte a far conoscere le pagine buie della storia, creando coscienze consapevoli? Ma in questo modo, come nei Fratelli Karamazov, a noi non tocca che inchinarci al mistero del passato, sperando che sia un mistero giusto e buono? (si veda la recensione dei Fratelli Karamazov in questo sito). Il pregio fondamentale del romanzo è proprio la vicenda di Marco, la quale si racconta da sé, tanto è incredibile. Cercas aggiunge una trama dispersiva e prolissa, che spesso si involve in sé stessa, ricca di digressioni che rendono pesante la lettura. A compensare le circonvoluzioni della narrazione è il solito periodare fluido e chiaro dell'autore: stile che sa un po' troppo di giornalismo. Perché leggerlo? E' interessante la storia.

Javier CercasGuanda
In viaggio con Erodoto
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In viaggio con Erodoto

Kapuscinski è un grande reporter, che ha scritto numerosi libri di viaggio. In questo caso narra di come è diventato reporter e di alcuni suoi viaggi in Cina, India e Africa. Ma soprattutto parla del suo grande amore letterario, Erodoto. Quando viaggia si porta con sé le Storie di Erodoto. I viaggi di Kapuscinski sono a un tempo viaggi reali e viaggi nel mondo di Erodoto, al punto che è difficile distinguere la realtà attuale da quella del tempo di Erodoto. > Più tempo passavo a leggere Erodoto, più provavo un sentimento d’amicizia e quasi d’affetto nei suoi confronti. Mi era sempre più difficile fare a meno non tanto del libro, quanto del suo autore . Lo affascina > per il suo modo di essere e di rapportarsi agli altri: una persona che, dovunque vada, diventa immediatamente un centro di aggregazione . Che cosa dice Erodoto al mondo moderno? > Per Erodoto la pluralità culturale del mondo è un tessuto vivo e pulsante dove niente è dato e stabilito una volta per tutte, ma che continuamente si trasforma creando nuove relazioni e contesti . E poi > un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati . > La storia è un ininterrotto succedersi di presenti e quindi il mondo non è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato . La lettura di Erodoto permette all’autore di esprimere i suoi sentimenti sul mondo e sulla storia: diversità, viaggio non come evasione ma conoscenza e ascolto degli altri, la storia non come descrizione di eventi trascorsi e ormai messi nella spazzatura, ma come presenza immanente «perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate».

Ryszard KapuscinskiFeltrinelli Editore
The invention of solitude
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The invention of solitude

Si tratta di un libro sulla memoria, che è come > un posto, una sequenza di colonne, di cornici, portici. Il corpo all’interno della mente, andare da un posto all’altro, e il rumore dei nostri passi quando camminiamo, movendoci da un posto al prossimo . L’occasione per parlare della memoria è costituita dalla morte del padre dello scrittore (la prima parte del libro): un uomo che è vissuto sempre in modo solitario, non fisicamente ma perché in qualche modo separato da quanto succedeva intorno a lui. Lo scrittore ricorda la vita del padre, alcuni episodi e risale indietro sino a richiamare l’uccisione del nonno da parte della madre del padre. Ed emerge come il ricordo sia un insieme di frammenti e di immagini che si cerca di conservare: «l’aneddoto come forma di conoscenza». Può lo scrivere su una persona cara riportarla alla memoria e permettere di conoscerla meglio e di conoscersi meglio? Il libro è anche la ricerca di un padre che non si è conosciuto sino in fondo, il racconto di una profonda nostalgia ma anche di una scoperta. > La rampante, totalmente mistificante forza della contraddizione. Capisco adesso che ogni fatto è annullato da un altro fatto, che ciascun pensiero si porta un altro e opposto pensiero. Impossibile dire qualche cosa senza riserve . Come tutti i libri di Auster è scritto in un inglese elegante e chiaro, in un contesto paradossale, che contribuisce a scavare i sentimenti e gli stati d’animo, muovendosi al confine con la filosofia.

Paul AusterFaber & Faber
L'isola degli idealisti
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L'isola degli idealisti

> Molti anni fa, in una minuscola isola di un lago d'Italia, vivevano alcune persone delle quali s'interessa la presente storia .  Carla > aveva i capelli già molto grigi, in questo millenovecentotrenta, ma il volto era dolcemente fresco, giovanile, e conoscendola ci si spiegava lo stile dei suoi romanzi . Il padre, il vecchio Antonio, la rimproverava spesso perché non approvava i libri della figlia, malgrado fossero di grande successo; criticava pure il figlio Celestino, «troppo alto e grosso e forte». > Tu sei tutto intelligenza, come i tenori famosi sono tutta voce. Per il resto non hai altro, ti manca persino il buon senso. C'erano poi altri ospiti: un cugino e sua moglie, Jole e Vittorio, parenti poveri e giovani, il custode Giovanni e due domestiche, il cane Pangloss al quale Celestino cercava disperatamente di insegnare a riconoscere i numeri. Non accadeva mai nulla. > Era una terra, rarissima, senza avvenimenti. Si viveva soltanto, e questo era già molto; (...) ma questa storia non esisterebbe se un certo fatto non fosse accaduto, cominciando una certa sera di maggio di quell'anno. Arrivano sull'isola, a trovarvi rifugio, due furfantelli, che vivevano di rapine negli alberghi, di gioco d'azzardo e di piccoli imbrogli. Guido e Beatrice non nascondono di essere inseguiti dalla polizia; e tuttavia Celestino decide di accoglierli, in parte già intrigato dalla donna, di una dolcezza morbida e serena e talvolta sguaiata, e perché ha un obiettivo: insegnare ai due ad essere onesti. Celestino elabora un programma scientifico, d'altra parte, come dice il vecchio Antonio, > qui si prendono le cose troppo sul serio. L'eternità, la verità, l'infinito, la matematica . Come c'era da aspettarsi il programma fallisce miseramente: Guido e Beatrice  rubano soldi e gioielli, poi, una volta scoperti, se ne vanno a riprendere la solita vita. «E' passato un anno, tutto sembra come prima: ma non è vero». L'isola è in quarantena per la scarlattina, portata da un piccolo orfanello accolto dalla famiglia; Guido e Beatrice si ripresentano nell'isola, ma ben diversi dal tono che avevano la volta precedente. > Gli abiti che indossavano gli mostrarono subito la decadenza, la sfortuna. Dovevano aver attraversato un brutto periodo, davvero, e stavano davanti a lui (Celestino), senza vergogna, ma anche senza spavalderia. I modi non erano disinvolti come una volta, stavano quasi impacciati e consci del loro impaccio, ma senza volontà di reagire all'abbattimento . Questa volta sembra più facile il programma di Celestino: ha dinanzi due alunni, umili, rassegnati, disponibili ad apprendere valori morali e un mestiere onesto. C'è qualcosa di più: la generosità di Carla e Celestino diviene prima compassione, poi affetto e quindi amore, Carla per Guido e Celestino per Beatrice. E quindi potremmo dire che non sono la scienza o la virtù a cambiare gli uomini, ma l'amore. Sarebbe un bel finale, romantico e rassicurante, se non capitasse un altro avvenimento: Jole e Vittorio, da quattro anni nell'isola, hanno sistematicamente rubato alla famiglia che li aveva accolti; scoperti, lasciano l'isola con il maltolto per poi tradire tutti, denunziando alla polizia Guido e Beatrice e mettendo nei guai giudiziari anche il vecchio Antonio, in quanto ha dato rifugio a due ricercati. Mi rifiuto di svelare il finale. E' una favola, scritta con elegante leggerezza, la quale trasmette tre messaggi importanti: è inutile chiudersi in una isola in una mediocre sicurezza, gli avvenimenti sono più grandi di noi e ci travolgono; i mascalzoni si nascondono dietro alle persone  rispettabili ed amiche, in una sorta di «mondo rovesciato»; ed infine senza l'empatia (pietà, solidarietà, simpatia) non si va da nessuna parte. Sono messaggi attuali: lascio al lettore giudicare. Il romanzo riporta la data del 1942; in realtà non fu mai pubblicato, anche se probabilmente commissionato dal Corriere della Sera. Ciò spiega in parte la fragilità della trama, esile e scontata, e la superficialità dei personaggi,  solo un abbozzo e più stereotipi che reali figure (soprattutto Celestino); il racconto è anche uno spartiacque tra i numerosi racconti pubblicati sino al 1940 (di letteratura rosa e che risentono del clima fascista) e i grandi romanzi polizieschi del dopoguerra: l'autore è in cammino verso uno nuovo stile, maggiormente incisivo. Perché leggerlo? Elegante, intriso di dolce malinconia.

Giorgio ScerbanencoLa Nave di Teseo
Istanbul
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Istanbul

> Io so che la mia ispirazione trae vigore dallʼattaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa città... questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona . In questo libro Pamuk racconta di come è diventato uno scrittore, ma nel farlo non può non parlare della sua Istanbul, la città degli anniʼ 50 e ʼ60, in pieno declino, non a caso narrata e fotografata in bianco e nero. È talmente stretto lʼintreccio tra la storia della città, racchiusa nei «dettagli del passato», e la storia della propria identità come scrittore ed individuo, che è appare evidente come la convulsa trasformazione di Istanbul abbia inesorabilmente invecchiato lo stesso Pamuk, non rendendolo più interprete del tempo contemporaneo. Il romanzo non ha una trama vera e propria, ma è un insieme di microcosmi, di episodi, di riflessioni e suggestioni. Per dare un senso generale al racconto, si possono individuare tre filoni narrativi. Innanzitutto, quello biografico parla dellʼinfanzia e dellʼadolescenza, della grande famiglia Pamuk, della case, della crisi coniugale dei genitori. Il percorso formativo di Pamuk non coinvolge la pagina scritta. Non ci sono incauti ed infantili tentativi di scrittura né grandi libri, che «hanno cambiato la vita». I libri, letti e riletti dal giovane Pamuk, sono «la collezione di fatti e curiosità», possibilmente arricchiti da disegni e fotografie, che siano > una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosità, eventi e personaggi bizzarri . Da qui è naturale il passaggio alla pittura: essa permette di contemplare e rappresentare il panorama di Istanbul, dapprima «considerato unanimemente bello», poi contrassegnato dai segni del declino. > Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli archi bizantini di cui si vedeva solo una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni . Nel dipingere Pamuk conosce il piacere della creazione artistica. > Solo ora realizzavo, con un salto spirituale più complesso e più scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso.... talvolta perdevo il controllo del disegno... e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a moʼ di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un poʼ . Per capire perché Pamuk decida di diventare scrittore, abbandonando la facoltà di architettura e la passione per la pittura, occorre rivolgersi al secondo filone narrativo: la rassegna dei grandi scrittori turchi ed occidentali che hanno parlato di Istanbul. È necessario conoscere questa letteratura per apprezzare le pagine ad essa dedicate. Si coglie, comunque, come Pamuk guardi alla sua città attraverso le parole degli osservatori occidentali, al punto tale che le descrizioni di Istanbul da parte di questʼultimi sembrano > un ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dellʼaffollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la città era solitaria e vuota . Si ritorna sempre ad Istanbul, a > questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia . Il terzo filone narrativo è costituito dalla descrizione della città, dalla contemplazione del Bosforo e dalle peregrinazioni tra > i resti del vecchio tessuto della città fatto di legno e pietra . Chi ha avuto occasione di perdersi nei quartieri armeni e greci o di scendere da Taksim verso le rive sul Bosforo può apprezzare quanto scrive Pamuk e capire che > forse amiamo il posto in cui viviamo solo perché non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perché amarlo . È inutile sperare di trovare nel libro una guida ad un soggiorno ad Istanbul. Troppo distante e limitata è la città di Pamuk rispetto a quella attuale, multiforme, giovane, dinamica e gigantesca. Il libro parla del profondo legame che tutti noi abbiamo con i luoghi della nostra vita e che spesso diamo per scontati, come un fatto ovvio. È un rapporto reciproco, che va difeso e costruito giorno per giorno e che si alimenta nello sforzo quotidiano di > accordare il proprio stato dʼanimo ai panorami che la città offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerità, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della città ai sentimenti più profondi e sinceri, al dolore, alla tristezza e di tanto in tanto alla felicità, alla gioia di vivere e allʼottimismo. Se impariamo a guardare una città in questo modo, e se ci viviamo così a lungo da trovare lʼoccasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti più veri e profondi, dopo un poʼ... le strade, le immagini, i paesaggi della nostra città si trasformano, uno dopo lʼaltro, in realtà che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati dʼanimo . Perché leggerlo? Dimentichiamoci di Istanbul, parliamo del legame con la nostra città, e dei ricordi e dei sentimenti.

Orhan PamukGiulio Einaudi
Italia in Giallo
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Italia in Giallo

Il quotidiano La Stampa ha offerto con il giornale una serie di racconti di Noir: Macchiavelli, De Silva, Fois, Lucarelli, Manzini, Carlotto, Simi, Robecchi, Malvaldi, Fantini e Pariani, Cassar Scalia, Pastor, Recami, de Giovanni, De Cataldo e Savatteri. E' stata un'ottima iniziativa: ha permesso di passare in rassegna i principali scrittori italiani del genere. Emerge come il Noir italiano sia di ambientazione, quest'ultima costruita intorno ad un personaggio, in generale un commissario di polizia; la trama è in secondo piano e spesso scontata. Negli autori del Nord il contesto è realisticamente crudo, specchio di un'Italia amorale e senza prospettive; laddove si parla del Sud l'ambiente è trasfigurato in una fantasia di fuga dalla desolazione della società meridionale, aspirazione resa sognante dall'uso civettuolo del dialetto, secondo lo stile di Camilleri. Mi soffermo su alcuni di questi racconti. La «febbre» di Maurizio de Giovanni ci porta a Napoli e già dal titolo ricorda «Il Paese di Cuccagna» di Matilde Serrao (si veda recensione su questo sito). La febbre è il gioco del lotto e la vittima è «l'assistito», ossia colui che dà i numeri ricevuti dall'al di là. Non possiamo non avere simpatia per un commissario così coinvolto con la sorte dell' ucciso. > Nell'immagine che si presentava allo sguardo della mia anima, e di cui la mia anima condivideva la sofferenza, il sangue scendeva come una lunga, ininterrotta lacrima verso il basso, imbrattando la guancia, il collo e il davanti della vestaglia . Il racconto trasuda di napoletanità: arioso, raffinato nella lingua e nella sintassi, con una trama ben costruita, la breve storia dell'«assistito» ci invita a leggere altri lavori di de Giovanni.  In «Romanzo Criminale» (vedi recensione in questo sito) Giancarlo Cataldo aveva fornito un affresco desolante e rassegnato dell'Italia e di Roma in particolare, lasciando in secondo piano i personaggi, di fatto stereotipi criminali. Nel racconto dal titolo emblematico di «Medusa» è la protagonista il centro della narrazione. Oggi anziana insegnante in pensione, conosciuta per la sua severità, la professoressa Blasi ha trascorso la vita in una singolare relazione con un barone omosessuale. E quando questi fu ucciso, > al Caffè centrale non si parlava d'altro. E se ne parlava all'uso salentino, con poca o nulla pietà , ma se > al barone, in fondo in fondo, tutto si poteva perdonare: era nato così, e così doveva finire. Ma a lei, a lei no, quell'ostinazione senza causa gliel'avrebbero rimproverata per l'eternità . Bisogna ammetterlo: De Cataldo ha un passo in più rispetto agli altri autori italiani di Noir, nello stile e nei contenuti. Immaginiamo un anziano in una Milano «con quel cielo giallo che non faceva presagire niente di buono», che cosa può pensare quando gli suonano il campanello? In questa piccola chicca, «Ottobre in giallo a Milano», Francesco Recami sviluppa una vicenda surreale, eppure verosimile. L'anziano pensionato colpisce con una chiave inglese un intruso, presentatosi come commissario di polizia; preso dalla paura per quello che ha fatto, non si rivolge alle forze dell'ordine come avrebbe dovuto fare un bravo cittadino, invece con l'aiuto di un conoscente manigoldo getta il corpo sanguinante e privo di conoscenza davanti al Pronto Soccorso e poi si rifugia nei bassifondi della società con l'aiuto di un nipote furfantello, un po' pusher e molto avido. Che fine farà il nostro vecchietto in una Milano, > dove sembrava che fosse scoppiata la bomba nucleare, almeno così nei film colorano il cielo postatomico ?  Avevo conosciuto Recami in un altro racconto «Progresso-Audace 3-22» (vedi recensione in questo sito in «Il Calcio in giallo»), ed avevo apprezzato l'elegante narrazione di paradossi inquietanti del nostro tempo: credo che sia interessante approfondire l'autore con veri e propri romanzi. Quanto mi piace Gaetano Savatteri! La trama è inconsistente ma c'è ironia da vendere! Come in «La segreta alchimia» (vedi recensione in questo sito in «Viaggiare in giallo»), il protagonista è un disoccupato giornalista, continuamente preso in giro da un amico fraterno e da una forse fidanzata, architetta innamorata dell'opera d'arte, splendida e superflua. La città è Gibellina, dove il terremoto del Belice ha prodotto una ricostruzione fatta di urbanistica razionalista e di edifici e monumenti di grandi artisti; peccato che il paesaggio è un deserto, un abbandono surreale, lasciato com'è dagli abitanti, in fuga al Nord e all'estero. La fine ironia, l'affettuosa descrizione del contesto, la retorica dei riti istituzionali, la conferenza annuale, il buffet e la visita al museo, i personaggi rinchiusi nei propri ruoli, sono tutti elementi alla base di una denuncia politica e sociale, esposta con leggerezza e quindi non banale. E' un racconto da leggere. Perché leggere questi racconti? Sono interessanti e piacevoli.

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