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L'ultima provincia
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L'ultima provincia

Luisa narra in prima persona l'ingresso nella famiglia del marito. Cosimo è figlio di un prefetto siciliano, che gira l'Italia con due tenaci principi: la nostalgia per la Sicilia, > quand'eravamo a Bosco Canniti...(...) un pezzetto di terra nera e fine come rena, accidentato da massi di lava, con balze, poggi, strapiombi improvvisi: (...) latifondo per la sua tenerezza ;  avere una sede dove non ci sia «la mala pianta», ossia dove «la miseria e una maggioranza di destra imprimevano un lento respiro». Quando Cosimo dichiarò che avrebbe passato l'estate in prefettura presso la nuova sede del padre, «nacque in quel momento il mio interesse umano per lui», ma pure una curiosa ed affettuosa disponibilità a lasciarsi coinvolgere in una famiglia di provincia, così lontana dalla propria cultura ed estrazione sociale. Ed è qui il senso di questo lungo racconto. Luisa, cittadina, di sinistra e indipendente, non assume un atteggiamento di superiorità verso la famiglia del marito, anzi descrive con lieve ironia i tratti di un piccolo nucleo sociale (il Prefetto, la Prefettessa, la domestica Concetta e il cane), sempre caparbiamente siciliana malgrado i numerosi trasferimenti per l'Italia. Sono una serie di ritratti, che scandiscono una sorta di formazione della giovane donna, dapprima sconcertata e divertita e poi permeata dalla soffusa dolcezza della vita di provincia. Riportiamo alcuni esempi. La Prefettessa è malata e tra i deliri della febbre teme che la fedele domestica l'abbandoni, «Vero è che te ne vai con le mondine?, le chiese affannata.»Cu cui?, fece l'altra,«e da quel momento diventò un'imprecazione usuale:»Cu' sti mondini«. E la scoperta del pigiama a tavola?»Nel pigiama si annega, oltre l'attenzione al proprio vestiario, il controllo di sé, del proprio linguaggio. Di preferenza tacciono, paghi, con l'aria torbida di chi è appena uscito dal letto. Se parlano è solo in dialetto. Se gridano è «cacchio». Cacchio di femmina, di luce, di mosca a seconda dell'urto che li muove > . Le cerimonie ufficiali sono incombenze che il Prefetto assolve con sofferta ma meticolosa sollecitudine. Si era messo un paio di scarpe comode. (...) Era la festa di San Giuseppe (...) processione con schiere di convittori, di orfanelli....file grigie di aggiogate giovinette. (...) In aprile aveva seguito la processione del venerdì santo, in maggio quella del patrono.... > . Diventata mamma, con la bambina in fasce, le vacanze a Borgo Canniti sono per Luisa una  stupefacente scoperta. Sin dal traghetto sullo stretto, altissimo e solitario su un orizzonte piano era apparso l'Etna, (...) Un bel pennacchio, ave!«esclamò il Prefetto. Nel piccolo podere»il caldo era senza riparo. (...) Indifferente all'abbagliante realtà il Prefetto si contentava di un cappello di paglia, il pigiama, un bastone, per percorrere, più volte ogni giorno, il podere > . (...) Quando il sole spariva dietro la montagna e le casine si alzavano come un sipario a lasciare entrare l'aria della sera, le voci e i rumori sembravano spegnersi. (...) Dai mattoni saliva alle nostre gambe, e le avvolgeva, un tepore animale, che l'alito fresco del mare abbassava a poco a poco: il profumo dei gelsomini era così netto e preciso, che sembrava di udirlo Alla bambina > Ce lo date 'u succu d'uva? chiedeva intanto la sorella della Prefettessa. (...) Nel giro di poche ore, davanti alla famiglia riunita, Concetta introduceva nella bocca della bimba il primo cucchiaio di succo .   Il racconto è esile, senza una vera trama, vago e lieve come un dipinto abbozzato. A sorreggerlo opera una scrittura raffinata, suggestiva e piacevole, dove il ricorso al dialetto arricchisce la narrazione dando momenti di fantastica sospensione. E' come se un mondo ancestrale, magico e familiare, facesse capolino all'interno di un approccio stilistico colto e per questo distante: il dialetto dà vita ai personaggi e alle descrizioni degli ambienti. Troppo non è detto perché si possa dare un giudizio pienamente positivo. Perché leggerlo? Piacevole

Luisa AdornoSellerio Editore
L'ultimo amore di Baba Dunja
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L'ultimo amore di Baba Dunja

> Ha un viso piccolo e rugoso e occhi stretti castano scuro. E' minuscola e rotonda, arriva a stento a un metro e mezzo . E' Baba Dunja e così la descrive un giornalista, ma basterebbe il nome che l'autrice le ha dato: baba sinonimo di vecchia e dunja un vezzeggiativo che nello slavo meridionale sta per «mela cotogna». A differenza di Baba Jaga, la strega nelle fiabe russe, Baba Danja è buona, pronta a farsi carico della sua piccola comunità, Cernovo, il paese della morte. Solo avanti nella lettura scopriamo che Cernovo è vicino alla centrale di Cernobyl e si trova in una zona radioattiva, un villaggio abbandonato e abitato da uno sparuto gruppo di esuli, in cerca della solitudine e della morte. > Il paese ha una sua storia, che si accavalla alla mia, come due ciocche di capelli in un'unica treccia . Ci sono i vivi, pochi: Marja, la grassa e pigra vicina di casa ( > la sua bellezza di un tempo non è del tutto svanita, è ancora in questa stanza come uno spettro ), Sidorov, un vecchio matto innamorato di Marja, Petrov, un giovane con poco tempo da vivere, Lenocka, «che da dietro sembra una ragazzina e davanti una bambola», e i Granilov, marito e moglie, «passando davanti al loro terreno si sente profumo di miele e olio di rosa». E ci sono i morti: > il vecchio liquidatore con la camicia a righe, (...) il bambino nato morto nelle mie mani, (...) la madre ha sollevato un lembo dell'asciugamano e ha sorriso. (...) Presto l'avrebbe seguito. (... La ragazzina con la treccia rossa....(...) Sono questi i miei morti che mi hanno seguito fino a Cernovo e ce ne sono altri ancora che mi sono passati davanti, a dozzine, insieme ai lori gatti e cani e capre . In questo paesaggio sospeso tra i vivi e i morti il tempo pare non scorrere, nell'attesa serena della morte. Quando irrompe nella piccola comunità un uomo con una bambina, quest'ultima destinata inevitabilmente a morire a causa degli effetti delle radiazioni sul fragile sistema immunitario. Quando Baba Dunja lo invita ad andarsene in fretta l'uomo reagisce con violenza, gettando a terra la vecchia. Interviene Petrov a difesa della donna, uccidendo l'uomo. A questo punto tutti gli abitanti vengono arrestati o chiamati come testimoni. Basterebbe dire che è stato Petrov, ma ancora una volta la strega buona delle fiabe si fa carico del piccolo gruppo dei vivi di Cernovo: si dichiara solo lei colpevole del delitto. Baba Dunja del paese dei morti diviene famosa, ha salvato una bambina, facciamola morire in pace povera vecchina! Mandiamola in Germania dalla figlia! Graziata dal presidente, l'attende l'aereo per andare dalla figlia, lontana dal paese dei morti. > Alla fine ho imparato pure io (dice Baba Dunja alla figlia). (...) In effetti ho imparato a sorridere dopo essere tornata a Cernovo. (...) Cammino per più di tre ore. E come se la strada si fosse allungata, come se Cernovo fosse indietreggiata durante la mia assenza . (...) Le case di Cernovo emergono all'orizzonte, come sparuti denti storti all'interno di una bocca. (...) Speriamo almeno che ci sia qualcuno, penso, se non c'è nessuno, vorrà dire che vivrò da sola, con tutti gli spiriti e gli animali.«Baba Dunja ricorda la protagonista di un recente romanzo di Alina Bronsky:»la treccia della nonna > (vedi recensione in questo sito): qui però la nonna è dolcissima, intrisa di amore per tutti gli esseri viventi e pure per i morti. Viene da chiedersi perché tanta forza interiore Baba Dunja non l'abbia messa per dare aiuto alla figlia e alla nipote, sperse nella solitudine delle grandi città.  Per me il motivo è chiaro: Baba Dunja può stare in pace con sé stessa e con gli altri solo a Cernovo, nel suo luogo. E' vero, la fabbrica è abbandonata, nessuno lavora i campi da decenni, al di sopra di tutto crescono rigogliose erbacce verdi e piante dalle foglie grandi, con leggeri riflessi violetti > , ma Cernovo è dove si è sposata, ha cresciuto i propri figli, dove mangiavano i dolci di cioccolato donati dalla fabbrica per il Capodanno.  Si può  crescere a Capri o nel quartiere Tamburi a Taranto, a ridosso dei veleni della grande acciaieria, aver trascorso l'infanzia o avere figli in un posto splendido o schifoso, ma sempre si vuole tornare nel proprio luogo. Cernovo, proprio perché paese della morte > , per le sue condizioni estreme è la metafora di quanto sia importante per noi il nostro spazio fisico: il paesaggio, gli odori e i rumori, le vie e le piazze, gli abitanti e gli animali con le loro facce quotidiane., usuali tanto da essere parti di noi stessi. In nessuna parte di terra mi posso accasare, (...) Cerco un paese innocente«, così canta Ungaretti in»Girovago" (dalla raccolta Allegria). Dapprima la scrittura è fatta di frasi brevi, elementari, quasi tronche, tanto da dare l'impressione di una penna insicura. Poi lo stile narrativo prende il volo: emerge il paesaggio, prendono intensità i ricordi e i sentimenti, i personaggi sono descritti con tinte soffuse ma efficaci tanto rimanere impressi, i dialoghi danno ritmo narrativo. Se si può fare un appunto è che alla fine il racconto assume toni melodrammatici e dolciastri di cui si avrebbe fatto volentieri a meno. Perché leggerlo? Affascinante nella sua dolcezza la figura di Baba Dunja, una bella metafora dell'importanza dei luoghi

Alina BronskyKeller Editore
Un Amore Socialista
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Un Amore Socialista

> Qui vivo come vivevo dappertutto cioè come Kuliscioff: citata in una bella pubblicazione a cura di Vittorina Maestroni e Thomas Casadei (" Medicina, politica, emancipazione. Anna Kuliscioff e noi" Mucchi editore 2024), questa frase sintetizza bene la personalità di Anna Kuliscioff: tante professioni, tanti impegni e tante nazionalità, ma sempre sé stessa. Non è un caso che questa affermazione orgogliosa è riportata da una lettera ad Andrea Costa, allora suo compagno di vita e padre dell'unica figlia Andreina. Anna si trova a Napoli a studiare medicina e la loro storia si sta sfilacciando, per finire a breve. Ma chi era Anna Kuliscioff? Nata Anja Rosenstein fra il 1853 e il 1857 in Russia da una ricca famiglia di commercianti ebrei, è dapprima anarchica, "ridenominandosi" per questo Anna Kuliscioff per richiamare il sostantivo "kules" : la zuppa che era allora l'unico pasto dei poveri. Conosce poi, nel 1877, Andrea Costa, con il quale ha un'intensa relazione sentimentale e con cui fonda il Partito Socialista italiano. Costa è il classico romagnolo, bei baffi, irruento e temerario. Fin qui capiamo il fascino del giovane rivoluzionario sull'esile, elegante e poliglotta aristocratica. Tutti i ritratti di Anna concordano nel presentarla come > una giovane donna bionda con la fronte alta, la carnagione chiarissima e gli occhi azzurri, e come disse Filippo Turati > appena la vidi, Anna era bellissima. Un'apparizione di luce. Meno chiaro che cosa abbia trovato Anna in Filippo Turati quando nel 1885 lo incontra ed avvia con lui una relazione "more uxorio", che durerà tutta la vita, sino alla morte di Anna nel 1925. Filippo stesso si definisce *un fauno*, grande e grosso, impacciato, oppresso da disturbi nervosi, talmente legato alla madre da dormire presso di lei tutte le notti, e non nella dimora comune che Anna e Filippo avevano a Milano. E' da questa complessa relazione che una biografia romanzata sarebbe dovuta partire per comprendere la contradditoria personalità di Anna: al centro di uno dei salotti più esclusivi di Milano, ben accolta dall'aristocrazia lombarda per i suoi modi raffinati, scienziata tanto da essere apprezzata dallo stesso Cesare Lombroso, "medico dei poveri" con il suo studio sempre aperto alle donne lavoratrici, e per questo femminista che pose al centro la condizione femminile nel mondo del lavoro, anche in contrasto con altre importanti femministe del tempo, ispiratrice della prima legislazione a protezione delle donne in maternità e dei loro bambini, ed infine la più cosmopolita dei leader socialisti di allora, capace di dialogare con Engels e con la socialdemocrazia tedesca. > L'armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono di Turati, così scrive Anna a Napoleone Colajanni nel 1885; e dunque trova in Filippo un uomo buono, che seppe fare da padre alla piccola Andreina senza essere invasivo: un rapporto filiale che doveva essere stato intenso se la figlia di Anna presentò il suo fidanzato a Filippo prima di affrontare la madre, che sapeva sarebbe rimasta dispiaciuta che Andreina avesse scelto il rampollo di una ricca e tradizionale famiglia imprenditoriale. Ma Anna è una donna ambiziosa e realista ad un tempo; sa che non potrà contare in politica come donna e quindi "si serve" di Turati, un uomo dolce e innamorato, per portare battaglie politiche in parlamento e nella società. Filippo il più delle volte non è d'accordo, talvolta non ascolta la moglie, spesso però sostiene le idee di Anna, tra le maligne ironie dei colleghi. Fin qui verrebbe fuori un'immagine di una donna strumentalmente legata a Filippo, quasi un'approfittatrice della posizione di Turati. Se si studiano, però, le lettere tra i due al di là della chiave politica, emerge un grande amore da parte di Anna. Nella famosa "polemica in famiglia" Anna accusa apertamente Turati di conservatorismo e di essere succube della dirigenza del partito che non vuole estendere il suffragio universale alle donne; ma subito dopo si preoccupa che Filippo si metta la maglia di lana perché è cagionevole di salute e lo chiama con un affettuoso nomignolo milanese. Quanto disperato amore si percepisce in queste parole: > Ti giuro che forse mai nessuno ti abbia voluto bene quanto te ne voglio io, e forse è questa la mia disgrazia. Lontana da te, avendo già radicato il dubbio, che forse meglio sarebbe per te ch’io scompaia, e che tu possa incontrare ancora una donna che sapesse renderti veramente felice, la minima tua indifferenza verso di me s’ingigantisce e si pianta là fra noi due come uno scoglio insormontabile. (Lettera di Kuliscioff a Turati nel 1900 da Salsomaggiore). Scrivere una biografia "romanzata" è molto difficile: bisogna inquadrare storicamente la vita del personaggio e nel contempo essere capaci di dare spessore a figure spesso complesse. Si prenda, per esempio, "La notte della Cometa" di Sebastiano Vassalli in cui Dino Campana è narrato nelle sue sfaccettature più segrete, contestualizzando la vita del grande poeta nell'ambiente della Marradi primo novecento, nelle dinamiche familiari di una borghesia provinciale e alla luce della legge manicomiale del 1904. L'immagine del "poeta pazzo" si dissolve sotto la penna appassionata di Vassalli. Senza chiamare in causa un grande scrittore, si pensi a "Artemisia e i colori delle stelle" di Raffaele Messina, il quale si prende la libertà di immaginare che la famosa pittrice rifletta sulla sua vita e sulla condanna che si porta dietro per sempre, di essere ricordata per il famoso stupro, e non per la sua arte. Quest'idea narrativa dà ritmo alla biografia, insieme con l'ambiente napoletano così ben descritto dall'autore (si vedano le recensioni di questi due libri su questo sito). Tutto ciò manca in "Un Amore Socialista", non c'è la passione, manca il coraggio d'inventare, di volare con l'immaginazione, e bisogna dire che non c'è pure la scrittura. È una cronaca piatta, tanto più difettosa perché presuppone che i lettori riescano a contestualizzare da soli gli avvenimenti, e parliamo di fatti tra l' Ottocento e il Novecento. Perché non leggerlo? È deludente, soprattutto per noi innamorati di Anna Kuliscioff

A un cerbiatto somiglia il mio amore
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A un cerbiatto somiglia il mio amore

In un libro del 2011 ( «Caduto fuori dal tempo: storia a più voci») Grossman osserva come il dolore per la perdita di un figlio sia talmente grande da rendere un padre > capace di concepirlo... chi perde un figlio è immancabilmente donna . Sarebbe quindi facile concludere come lʼautore abbia voluto porsi dal punto di vista della madre,scrivendo questo romanzo. Orah teme di perdere Ofer, il figlio minore andato in guerra, e spera di non dimenticarlo. Approfitta di una lunga camminata per raccontare la vita di Ofer ed anche la sua (gli amori per i suoi uomini, lʼinfanzia e il progressivo distacco dei figli) e squarciare in tal modo > tutti quei fili visibili e invisibili...che si muovevano in quel momento intorno a lei e sopra di lei, (e che) si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca.... (ma) come si può descrivere e far rivivere una persona soltanto a parole? Dio mio, soltanto a parole? Ricorda lo stesso Grossman, tuttavia, come il romanzo sia stato in gran parte scritto prima della morte del figlio dellʼautore, deceduto nellʼagosto 2006. Dʼaltra parte il racconto di Orah è talmente impregnato di angoscia esistenziale e di pessimismo epocale da andare oltre al tema del lutto, anche se sconvolgente come quello di un figlio per una madre. Ciò di cui parla Orah è la storia di Israele, nel quale non cʼè futuro, per gli individui, per i legami famigliari e sentimentali, per lʼintero popolo, perché paese sempre in conflitto con le nazioni arabe > Ecco, la dolce illusione nella quale erano vissuti fino a quel momento si era frantumata, la loro cellula clandestina era stata scoperta. Per ventʼanni avevano camminato sospesi in aria, sullʼorlo di un precipizio, consapevoli di farlo, e adesso vi cadevano dentro. Sarebbero caduti allʼinfinito . Orah si è appena separata dal marito ed è in procinto di compiere un percorso di trekking con Ofer, che si è congedato dalla lunga leva militare, alla quale sono destinati tutti i giovani israeliani. Scoppia lʼennesima guerra ed il giovane decide di tornare a combattere. Orah non intende attendere a casa la notizia della morte del figlio e intraprende comunque la gita a piedi, insieme con un vecchio amico, Avram. In un paesaggio incantato, pieno di luce, fiori e foreste, si sviluppa il lento e denso racconto di Orah. Può essere letto su quattro livelli. Nel primo cʼè il mondo degli adulti, costituito da Orah stessa e dai suoi due uomini, Ilan e Avram. Ilan è alto, vigoroso, sicuro e positivo. Avram è basso, grassottello, un pò poeta e scrittore,amante delle parole. Orah li ama entrambi. Sposa Ilan, da cui avrà Adam, ma concepisce Ofer con Avram, anche se questʼultimo rifiuta di fare da padre. È distrutto dalle torture subite dagli egiziani, che lo avevano fatto prigioniero in una delle tante guerre. Il lungo cammino è lʼoccasione per Orah di far conoscere Ofer al vero padre, e pure di rivitalizzare il profondo legame che la unisce ad Avram. Tornare indietro nei ricordi riporta alla luce fatti dolorosi, ferite profonde, incubi, sempre generati ed alimentati dalle guerre, che si succedono senza soluzione di continuità. Parlare di Ofer permette di ritrovare il vecchio amore, lʼaffetto reciproco, lʼattrazione mai dimenticata. Un messaggio telefonico, con la quale la nuova compagna di Avram gli annuncia il «falso allarme» di una possibile maternità, distrugge il legame riscoperto. Orah > balzò in piedi, gli si piantò davanti, incredula: e forse avrai una figlia, Avram, una bambina... Ti ricorderai... ricorderai Ofer, la sua vita, tutta la sua vita, è vero? Il secondo livello è il mondo dei giovani, qui rappresentati da Adam ed Ofer. Il tema è sicuramente quello del distacco, così spesso vissuto dai genitori, che vedono i figli diventare adulti. Bellissima è la descrizione dellʼabbraccio tra Orah ed Ofer, che dà il senso della progressiva lontananza fisica. > Potevo abbracciarlo solo se lui lo voleva... Ofer era solito stringerla a sé con cautela, distanziando attentamente il proprio corpo dal suo seno, chinandosi verso di lei in un arco ridicolo . Ma cʼè qualche cosa di più. I due ragazzi sono pronti a servire il proprio paese con entusiasmo, sino allʼestremo sacrificio. Un episodio apre uno squarcio inquietante in questa apparente sicurezza. Quando Orah accompagna Ofer al raduno militare, insieme con il figlio viene brevemente ripresa dalla televisione israeliana. Il ragazzo è spavaldo, la madre sorpresa ed incerta. Ma, appena si allontana la telecamera, Ofer bisbiglia alla mamma: > se rimango ucciso andatevene da Israele. Andatevene via. Non avete niente da fare qui... se questa maledizione si trasmette di generazione in generazione, allora non avete niente da cercare qui . E poi cʼè il terzo livello: lʼinfanzia di Adam ed Ofer. Le pagine dedicate ai primi anni dei due figli sono le più belle. Con una sensibilità ed una delicatezza tutta materna Grossman riesce a cogliere pienamente il legame profondo tra una madre e le sue creature. La crescita dei «due germogli» è anche il perno della relazione tra Orah e Ilan, così come succede per tutti i genitori. > Si deliziavano con schegge di ricordi e piccoli momenti che solo tra lui e lei acquistavano importanza, si indoravano, si impreziosivano: le miniere dʼoro della loro vita . Ma piccoli fatti, come, per esempio, i tic nervosi di Adam e la decisione di Ofer di essere un inglese (ingenuo sotterfugio per difendersi dallʼodio degli arabi che lo opprime e lo spaventa, lui ancora bambino), mostrano come lʼincubo delle guerre senza fine irrompa nellʼinfanzia stessa, ne impedisca la piena serenità, ne scandisca la progressiva lontananza dei figli dalla madre, che non aveva saputo salvarli. > Il ricordo del lampo di paura balenato in suo figlio minore, il timore che lei potesse divorarlo, era scolpito nella sua mente come un antico graffito. Và a spiegare ad Avram un momento simile tra madre e figlio, pensò. Eppure lo fece, glielo descrisse in dettaglio, perché lui sapesse, soffrisse, vivesse, ricordasse . Ed infine cʼè la perdita della dignità dellʼuomo: il quarto livello del racconto, quello che tutto travolge. La pattuglia di Ofer si è dimenticata di aver rinchiuso un uomo in una cella frigorifera. «Ma come avete fatto a dimenticarvi un essere umano?» È inutile che razionalmente si rendesse conto che non può essere responsabilità di Ofer, semplice soldato, ma lʼidea che la disumanità abbia avvinto anche suo figlio, rendendolo indifferente, la sommerge e > crepe e fratture si ampliavano e si diffondevano con grande rapidità nei tessuti più delicati, intimi... la loro famiglia si stava sfaldando a una velocità incredibile, travolta da una forza schiacciante che sembrava essere stata in agguato dentro di loro in tutti quegli anni e ora li assaliva con una foga incomprensibile, persino con una strana gioia di vendetta . Anche in tempo di guerra si vorrebbe trascorrere > una vita privata, tranquilla. Capisci? Unʼesistenza piccola, non eroica, tenendoci fuori il più possibile da questa maledetta mischia :svolgere, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, «la vera vita degli uomini.... indipendentemente» dai rivolgimenti politici e militari. Non è possibile. La guerra invade la pace, distruggendo anche i sentimenti più intimi, le relazioni più profonde. Il romanzo di Grossman è una sorta di «Guerra e Pace» israeliana, con una differenza significativa: non cʼè soluzione per Israele, non è possibile cacciare il nemico (è troppo numeroso, troppo marcati ormai sono gli odi e i morti di entrambe le parti), si è condannati a combattere per sempre. Dinanzi ad un destino così atroce il lettore vorrebbe perdersi, ed estraniarsi, nelle meravigliose immagini del romanzo, così dolci e delicate, rivelatrici di una conoscenza sottile, affettuosa e partecipe del mondo dellʼinfanzia e di quello della donna. Perché leggerlo? Un grande capolavoro!

David GrossmanOscar Mondadori
Unless (a meno che)
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Unless (a meno che)

Reta, moglie di un medico e madre di tre figli, si trova con lʼamica Danielle, della quale cura le traduzioni dal francese in inglese. > Sarebbe meglio (...) usare la parola mente al posto di cuore; (,,,) riferirsi al cuore come sede dei sentimenti non è più di moda, condannato dai critici perché evanescente. (...) Danielle meditò per un momento, poi mi sorrise con affetto ma in modo mordace, e mise la mano sul seno: ma qui è dove io sento pena, disse, e tenerezza . È possibile affrontare razionalmente lʼabbondono di una figlia, la profonda tristezza, che rende «falsi gioielli» le piccole abitudini della vita?. > Nella nostra grande e vecchia casa (,,,) vivevamo la vita che abbiamo scelto molto tempo fa: abbondante, intensa, ma con intervalli di pace, circondati da mobili, libri, soffici cuscini sui quali stendersi, cibo nel frigo, ancora di più nel freezer . Allʼimprovviso Norah, la figlia più grande, lascia lʼuniversità, va per strada a chiedere lʼelemosina con un cartello che riporta la parola «Bontà». Come reagire? Il malessere è così profondo, invade qualsiasi momento della vita e coinvolge tutta la famiglia, spingendo ciascuno a rinchiudersi in sé stesso, a cercare disperatamente di farsi una ragione, di dare un aiuto, di sopportare la pena continuando la quotidianità della vita. Ma non è possibile, la sofferenza è troppo grande. Reta si trova in una toilette di un ristorante e di impulso scrive sulla parete: > il mio cuore è rotto, lʼavrei riconosciuto più tardi come un atto drammatico, infantile, indulgente, grandioso e pieno di forza. (...) Subito sentii un sollievo tra le costole. (...) Qualche cosa simile alla gioia mi invase, soltanto per un momento (...) come sotto un incantamento. Mi ero permessa di essere recettore e trasmettitore ad un tempo, non una morta cosa ma un vivo legame con tutto ciò che sarebbe diventato una insopportabile sofferenza. Credetti in quel momento al mio istinto, posi giù delle parole che rivelavano la verità, testimoniando la più privata ed allarmante delle visioni, invece del auto commiserevole e melodrammatico graffito quale era realmente. Reta reagisce impegnandosi a scrivere un romanzo, una fiction che vuole che sia leggera, superficiale e a lieto fine. Due fidanzati dovrebbero sposarsi ma lei non è convinta del matrimonio, non è veramente innamorata. Quanto della sofferenza di Reta si ritrova nel romanzo? E quanto riflette il suo matrimonio? Reta è a un bivio: dare al racconto una svolta drammatica, come vorrebbe lʼeditore per renderlo unʼopera di spessore, o attenersi allʼidea originale, ossia un libro "rosa > , rivolta al grande pubblico invece che alla critica. Reta resta ancorata al proprio progetto perché è attaccata alla speranza, al desiderio di ritrovare la figlia. La protagonista non si sposa, sceglie la propria felicità; proprio quando si conclude la scrittura del romanzo ha termine anche la vicenda di Norah. Per una serie di favorevoli circostanze la figlia, gravemente malata, viene salvata in extremis e curata; ritorna in famiglia. In ospedale i medici si accorgono che Norah ha numerose bruciature; è stata infatti coinvolta in un incendio, una ragazza si è suicidata dandosi fuoco. In quel momento Norah si è accorta che il mondo non è buono, che anzi predominano le ingiustizie e la sofferenza esistenziale, fuori dalle pareti della casa e dellʼuniversità. Dio è morto! Come Simone Weil, la quale vide nella propria consunzione fisica lʼunico modo per far rinascere Dio, così Norah insegue la propria auto distruzione per gridare il desiderio di Dio, testimoniare la voglia di Bontà. E quindi anche il comportamento di Norah ha una sua spiegazione logica, un motivo comprensibile: è la mente e non il cuore la fonte del gesto di Norah. È un libro complesso e difficile. La scrittura è elegante e sapiente, la lettura scorre fluida, affascinata dalla bellezza della lingua. Troppi sono i temi trattati, da quelli di carattere filosofico alla condizione femminile sino alla funzione catartica dellʼimmaginazione del racconto; mancano invece gli approfondimenti psicologici, che chiarirebbero meglio le ragioni del comportamento di Norah e le reazioni di Reta, di suo marito e delle altre figlie. E come se la scrittrice sfuggisse dalla condizione umana per portarsi in una dimensione metafisica, politica e sociologica: approccio che fa svanire lʼuniversalità della vicenda raccontata con tanta perizia e preziosità. Dʼaltra parte lʼuso di a meno che non" (in inglese unless) presuppone la forma del terzo condizionale, già di per sé indicativo di un approccio volutamente sofisticato alla narrazione: forse una maggiore semplicità avrebbe dato maggiore vigore al racconto. Perché non leggerlo? È difficile da capire, a tratti prolisso e noioso.

Carol ShieldsHarper Perennial
Uomini che odiano le donne
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Uomini che odiano le donne

Il romanzo è un thriller. Un giornalista viene assunto da un potente industriale, Vanger, per investigare sulla scomparsa della nipote, avvenuta vent’anni prima. Il giornalista si trasferisce quindi in una sperduta isola del nord della Svezia, dove si è ritirato l’anziano industriale. Nel frattempo si sviluppano le vicende di una ragazza, che lavora presso una società di vigilanza ed è estremamente brava nelle investigazioni via computer. La ragazza, per il suo passato violento e disturbato, subisce le violenze di un avvocato, che dovrebbe svolgere il ruolo di supervisore e tutore. Intanto il giornalista comincia a scoprire alcuni elementi, che in realtà riguardano le turbe sessuali di uno dei membri della famiglia: questa persona uccide e tortura le donne. A un certo punto il giornalista e la ragazza cominciano a lavorare insieme, intrecciano tra di loro una relazione sentimentale e vengono coinvolti in una serie di avventure, rischiando spesso la vita. La storia si conclude felicemente con la morte del serial killer, la scoperta della nipote, che era scappata in Australia per sfuggire al serial killer, che era suo fratello e abusava della sorella, e infine il ritorno trionfante del giornalista al suo giornale. In realtà la storia non si chiude completamente in modo positivo, in quanto la ragazza si era innamorata del giornalista ma lo vede andarsene via con un’altra donna. Si tratta di un thriller, ma in realtà il tema sottostante è costituito proprio dall’atteggiamento degli uomini verso le donne. Queste ultime sono le vittime, sia quando sono sottoposte a violenze fisiche, sia quando vengono ferite nei propri sentimenti. È infatti emblematica la figura del giornalista: è spinto da una forte tensione politica, passa poi in realtà da una donna a un’altra, ama le relazioni leggere e non si rende conto di avere coinvolto in un rapporto d’amore una giovane donna, che credeva di aver trovato finalmente un punto di appoggio. > Salander, sei proprio un’idiota penosa, disse la ragazza ad alta voce a se stessa. Girò i tacchi e si avviò nuovamente verso il suo appartamento fresco di pulizie . Il libro è in certi momenti banale e si sofferma in modo eccessivo sul tema sessuale. Lo stile è asciutto ed essenziale così da rendere la lettura piacevole e avvincente.

Stieg LarssonMarsilio
Gli uomini pesce
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Gli uomini pesce

Antonia Nevi è una giovane geografa dell'Università di Padova e ha ereditato da suo zio, Ilario Nevi, una casa a Focomorto nel ferrarese, un terreno a Isola di Ariano nel Polesine e un cospicuo gruzzolo di denaro. Siamo nel Delta del Po, un vasto territorio, che, come descrive la stessa Antonia in un suo saggio, il grande fiume > ha scavato, modificato e nutrito, ma anche terrorizzato e devastato , ed è stato definitivamente travolto nel secondo dopoguerra, dalla cementificazione della costa ai prosciugamenti, che hanno lasciato un ambiente lacerato e ampi spazi spopolati. Per Antonia è l'occasione per tornare in un luogo amato dopo dolorose esperienze personali (ha perso due gemelli che portava in grembo) e una relazione sentimentale in crisi; ma è soprattutto un modo per rievocare la memoria dello zio, figura per lei importante. Da chi le è venuta la passione per il Delta del Po se non da Ilario Nevi, che prima ha vissuto questa terra come partigiano, poi ne ha documentato la povertà e la devastazione, e infine vi è andato a rintanarsi nei lunghi anni della vecchiaia? Ilario Nevi > non aveva mai dimostrato la sua età. A settant'anni sembrava un cinquantenne, a quasi cento gliene avresti dati ottanta. Capelli ancora in discreto numero, fisico asciutto giusto un poco largo ai fianchi, andatura diritta, sguardo attento. Fino all'ultimo impeccabile nel vestire -- sempre in completo, mai visto con indosso una tuta-- e, naturalmente, ben rasato. Durante la perlustrazione del terreno avuto in eredità Antonia scopre in un capanno > statuette e statue di varie dimensioni. (...) Disegni a matita, a carboncino, acquarelli... Tutte repliche della stessa creatura. L'essere era vagamente antropomorfo, le sue posizioni più o meno quelle dell'uomo vitruviano, ma la testa, bianca e priva di collo era quella di un pesce. (...) La pelle del dorso e delle membra era coperta di scaglie dorate, mentre il ventre era bianco, come la testa, e diafano. (...) L'essere aveva branchie, e i quattro arti terminavano con dita palmate e artigli adunchi. Tra le gambe, o quel che erano, si vedevano, ben tratteggiati, ora un pene, ora una vulva, ora entrambi. La storia suscita grandi attese: siamo dinanzi a un testimone di un passato in cui la terra e l'acqua convivevano, dando origine a esseri ibridi? Ci aspettiamo che Antonia voglia indagare questo mistero, ricostruendo gli ultimi anni di vita dello zio: anni dedicati all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente. Alcune pagine paiono andare in questa direzione; e invece, come succede quando si vuol dire troppo, l'autore ci conduce in una storia partigiana, nelle vicende di Ilario Nevi nella Roma cinematografica degli anni'80, e soprattutto l'Uomo Pesce non è un essere ibrido: banalmente lo zio era una donna, che ha vissuto tutta la vita nascosto/a nelle sembianze di un maschio. Tanta è stata la delusione che ho abbandonato la lettura a pagina 309, seguendo la regola di Daniel Pennac: «un libro ci cade dalle mani? lasciamo che cada» (da «Come un Romanzo» 1993).   Quando sono andato alla presentazione del libro, si era creato un grande polverone. Diverse istituzioni di Ravenna avevano rifiutato la sala allo scrittore; pareva che Wu Ming 1 volesse incolpare le disastrose alluvioni del 2023 e del 2024 alla pessima gestione del territorio (come negarlo?) e quindi alle Amministrazioni regionali e locali. Avevo, anzi, supposto, sbagliando, che con «Gli uomini pesce» si intendesse criticare le bonifiche e prefigurare una riconquista del territorio da parte dell'acqua: tesi, forse irrealistica, ma senza dubbio stimolante. Il romanzo non è niente di questo. Ci scandalizziamo ancora di un «transgender»?  Un altro motivo che mi ha indotto a «far cadere» il libro sono state la scrittura e la struttura narrativa. La prima è spezzettata in frasi brevi, con un ricorso all'uso ormai imperante di periodi senza verbo tra due punti come segni di interpunzione; ma perché non usare il punto e virgola e i due punti? La trama è prolissa e confusa, anche per la sovrapposizione di diverse vicende, che contribuiscono a disperdere il filone principale, che dovrebbe ruotare attorno ad Antonia, il suo amore per il Delta del Po, il suo affetto per lo zio. Perché non leggerlo? Noioso e prolisso.

Ming 1 WuGiulio Einaudi
L'uomo dell'istante
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L'uomo dell'istante

> La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per il quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato . Dalager immagina che con questa frase Soren Kierkegaard sintetizzi la diagnosi del suo male, e il suo destino, nel momento in cui si fa ricoverare in ospedale a Copenaghen, nel 1855. È un uomo finito: solo, ridotto in miseria, disprezzato e deriso dai concittadini, perseguitato dalla chiesa luterana, che lo considera un pazzo ed un eretico. Nella sua breve vita, era nato nel 1813, Kierkegaard ha prodotto una mole enorme di scritti, i quali ruotano intorno ad un concetto rivoluzionario, per allora e pure per oggi: lʼessenza dellʼuomo sta nella scelta e nellʼ «ardore di libertà» che la sottintende. > Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dellʼattimo della scelta, se potesse cessare di essere un uomo, se nel suo essere più profondo fosse solo un aereo pensiero, (...) sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché, nel senso più profondo, non si potrebbe parlare di una scelta . Tuttavia lʼuomo > corre costantemente in avanti e pone ora in un modo ora nellʼaltro i termini della scelta, sì che la scelta nellʼattimo seguente diventa più difficile, (...) perché quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze . Per evitare di essere trascinati occorre scegliere sé stessi, > come spirito libero (...) nato dal principio fondamentale della contraddizione, nato per il fatto di aver scelto se stesso. (...) Questo lo preoccupa eppure deve essere così: infatti quando lʼardore della libertà si è risvegliato in lui,(...), egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso come per la propria suprema salvezza, e questa è la sua suprema salvezza . (Aut - Aut pagine 39, 40 e 93 Ed. Mondadori 1956). Non era facile romanzare la vita di un filosofo apparentemente estraneo al suo tempo, quasi fuori della realtà, che si interessa di un altro mondo, la coscienza. Dalager ci riesce brillantemente perché Kierkegaard è colto in una situazione di estrema debolezza, nei giorni che precedono la morte, quando il coraggio di vivere è ormai solo legato al ricordo, non allʼistante. > Per lui il ricordo è estremamente giovane, come acqua che scorre serpeggiando attraverso il deserto della vita, racconta sempre la stessa cosa e lenisce le sue pene, (...) ma il suo rammentare non è quello dei vecchi, quello delle cose lontane nel tempo. Per me (scrive Kierkegaard alla sua amata, Regine) ogni contatto armonico tra lʼidea e la vita si trasfigura istantaneamente nel ricordo. (...) Nel ricordo (aggiunge Dalager) cʼè qualcosa di lontano che ha perso il bruciore della pena e mantenuto la dolcezza della malinconia . Ormai moribondo, debole, costretto a subire umiliazioni come tutti i malati terminali, ridotto alla sua fragile natura corporale, con la mente Kierkegaard ripercorre le tappe fondamentali della vita: il padre severo ed autoritario, una madre affettuosa che morirà troppo presto, i tanti fratelli e sorelle che non arriveranno ai trentʼanni; gli studi promettenti ma che già indicano un allievo indipendente e troppo brillante; il fidanzamento con Regine e la decisione di romperlo (lʼepisodio centrale della sua vita e al quale tornerà continuamente con il ricordo); il soggiorno a Berlino, ufficialmente per seguire delle lezioni di filosofia tedesca, ma in realtà per scrivere disperatamente e in solitudine; ed infine lʼultimo periodo di vita, sempre più intriso di spiritualità e di fede, ma sempre più critico verso le autorità ecclesiastiche e la religione ufficiale. Alle lunghe digressioni biografiche, spesso sostenute da testi delle opere di Kierkegaard, si alternano scorci della vita di ospedale, che ci riportano alla condizione di malato terminale e sofferente. > Nel buio sente una mano che lo soccorre e lo aiuta a sollevare il suo corpo gracile quel tanto che basta, (...) per un attimo pensa di nuovo di essere prossimo alla morte. Invece cede ad un sonno profondo che lo conduce in una recondita stanza dellʼanima, simile alla camera della sua infanzia (...) ma diversa, perché lungo le pareti ci sono i letti di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle (...) voci e risate si confondono. finché allʼimprovviso appare la madre che canta loro qualcosa per addormentarli. (...) Dove stai andando? gli chiede la madre. Verso la mia morte. E già qui, risponde lei, sei nellʼeternità. Il racconto è scritto molto bene ed è questo il suo pregio fondamentale. Il suo difetto consiste nella natura spuria dellʼopera: non è una biografia, perché cʼè troppo di romanzato, cominciando dal brillante espediente letterario di Kierkegaard morente; non è una sintesi del pensiero del filosofo danese, anche se spesso Dalager si inoltra nellʼillustrazione dei principali scritti, e ciò rende il racconto prolisso e complesso; non è un romanzo, perché è carente lʼanalisi psicologica del protagonista e i personaggi sono appiattiti nella loro dimensione storica. In particolare non è approfondito un tema di grande interesse: dalla narrazione emerge come Kierkegaard rimpianga le scelte compiute, in particolare la rottura del fidanzamento con Regine. Voler scegliere crea angoscia ed è meglio farsi trascinare dagli avvenimenti, ciò è parte del pensiero del filosofo danese. Ma perché Kierkegaard ha compiuto certe scelte, che poi in qualche modo percepisce come sbagliate per la sua felicità? Che cosa gli ha impedito di dare concretezza allʼamore per Regine? Gli era sufficiente fantasticare e scriverne, come fece nel Diario del Seduttore, peraltro senza alcun rispetto per Regine? Non cʼè in Kierkegaard un narcisistico desiderio di manipolazione e di compiaciuta superiorità che lo rende più simile ad un cinico seduttore che alla nobile figura morale che pretenderebbe di essere? Sarebbe stato interessante indagare questi aspetti del carattere e della vita di Kierkegaard, perché ne sarebbe risultata una personalità ben più complessa di quella che emerge da questo romanzo. Perché non leggerlo? Non è unʼ introduzione a Kierkegaard, è una via di mezzo che lascia insoddisfatti.

Stig DalagerIperborea
L'uomo di Elcito
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L'uomo di Elcito

Il brigantaggio fu una piaga endemica dello Stato Pontificio così come del Regno delle Due Sicilie; tra il 1860 e il 1870 il fenomeno assunse un forte connotato anti unitario, non tanto per un legame con i vecchi regimi, quanto come reazione ad uno Stato che si preannunciava centralistico, burocratico e repressivo verso le classi popolari. Lo scontro tra le bande e lʼesercito della nuova Italia fu violento; si ricorse ad esecuzioni sommarie, che coinvolsero la popolazione civile accusata di dare sostegno ai briganti. «Lʼuomo di Elcito» è ambientato nelle Marche nel 1866. Non è un romanzo storico: il contesto è lʼoccasione per parlare di come un uomo da «guscio vuoto» giunga ad avere una sua identità, non per scelta ma perché trascinato dagli avvenimenti. Il protagonista è il sergente Toschi. Con grande abilità narrativa il romanzo si apre con il racconto al colonnello Negri del colera, che infestò Ancona nel 1866. Toschi con alcuni soldati era rimasto nella città marchigiana mentre gli abitanti e gli altri militari lʼabbandonavano per timore del contagio; in realtà Toschi non aveva seguito gli altri perché lui e i suoi compagni erano stati messi in prigione. Al colonnello il sergente disse unʼaltra storia: con grande coraggio il suo drappello aveva presidiato la città. Emergono fin dallʼinizio le capacità manipolatorie del protagonista, le quali ritorneranno nella corrispondenza tra Toschi e il colonnello e poi nelle mezze verità che il nostro sergente propinerà al famoso e terribile brigante Olmo Carbonari. Ancora una volta lʼimmaginazione è una risorsa, oltre che piacere estetico nellʼinventare, raccontare ed ascoltare storie. Proprio per il senso del dovere dimostrato nelle vicende di Ancona, a Toschi e al suo drappello venne affidato un incarico importante: rintracciare, catturare e sterminare > focolai di briganti (...) che non hanno alcun interesse a vivere sotto unʼunica Nazione . È un compito che il sergente e i suoi perseguiranno con un impegno quasi fanatico, compiendo violenze, stupri e uccisioni. Perché tanto accanimento? Dai continui riferimenti al padre, capiamo che Toschi era mosso da una continua rivalsa: > sono diventato sergente a trentadue, ho difeso la Nazione in Piemonte con i Cacciatori delle Alpi e ho combattuto con Garibaldi. Ti basta questo? No, lo so che non ti basta... Durante notti tormentate da incubi Toschi percepiva che ciò che stava facendo non dava un senso alla vita. > Camminava su una strada polverosa con unʼenorme luna bianca che illuminava la notte, le colline e i campi. Incontrò la banda del brigante Colucci. Gli uomini camminavano in fila tenendosi un dito nel buco che avevano in testa. Perché tenete un dito dentro la testa?, chiese Toschi, per non fare uscire i pensieri, gli rispose uno di loro, se perdiamo i pensieri ci dimentichiamo dove dobbiamo andare . E proprio per darsi uno scopo, per «afferrare una mosca che non cʼè», il sergente decise di continuare la caccia ai briganti anche dopo il congedo, quando avrebbe potuto tornare a casa. Gli sembrava naturale farlo. Gli avvenimenti lo portarono ad essere coinvolto in una sparatoria fino ad essere accolto nella comunità costituita dal brigante Olmo Carbonari in mezzo alle montagne, in un antico insediamento di monaci. > La stanza in cui era confinato divenne la pancia vuota di un mondo rovesciato, un luogo nascosto dove (...) la sua identità non era più la sua. E malgrado ciò, il brigante gli aveva restituito il suo nome: Anselmo . Con sottile bravura, dal momento in cui Toschi venne accolto nella comunità di Elcito, il protagonista viene chiamato dallʼautore con il suo nome, quasi ad indicare come avesse finalmente acquistato la sua vera personalità. Trovò solidarietà e amicizie ancestrali e per questo profonde, viveva in una natura in perfetta sintonia con lʼuomo e scoprì anche lʼamore disinteressato; eppure mancava qualcosa, era ancora «incapace di riconoscersi». Con alcuni dei nuovi compagni Anselmo prese parte ad una spedizione che trovò rifugio presso un contadino amico dei briganti. Per un banale bisogno fisiologico e, poi, per il desiderio di andarsene e tornare a casa ( > la scelta di fuggire era sempre stata lì, timida, insonnolita ), Anselmo si allontanò durante la notte; in tal modo si salvò perché nel frattempo i soldati avevano ucciso i suoi compagni, traditi dal contadino. Che fare? > La luce radiosa del mattino rischiarava le chiome verdeggianti degli alberi, i filati che scendevano dalle colline e alcuni contadini lontani. (...) Per una volta invidiò lʼassenza di prospettive che scandiva le loro giornate... Ma come continuare a svegliarsi tutte le mattine e a dormire tutte le notti, mentre i suoi compagni erano stati traditi ed uccisi? > Il romanzo si chiude in modo interlocutorio. Gli avvenimenti finali sembrano dischiudere numerose possibilità, politiche ed esistenziali. A me piace pensare che il protagonista abbia finalmente trovato una pace interiore: equilibrio e serenità, frutto di una scelta consapevole e non soltanto mossa dalla solidarietà verso i suoi compagni o, peggio ancora, dalla vendetta. Questa auspicata conclusione deriva anche dalla parte maggiormente attraente del libro, laddove lʼautore parla della comunità di Olmo Carbonari, di un luogo meraviglioso, e forse immaginario, nel quale persone, bestie e natura vivono in perfetta sintonia, in una sorta di comunismo elementare, nel quale è stata ricomposta la coscienza, oggi frantumata dallʼoppressione degli uomini sugli uomini. O forse soltanto, il destino di Anselmo è simile a quello dei monaci dellʼantico insediamento che si erano chiusi nelle case e lasciati morire, perché «non hanno accettato lʼodio che era nato loro dentro». È un ottimo romanzo. La struttura narrativa è ben costruita e piacevole; lʼautore ricorre con maestria agli espedienti letterari ormai diffusi presso molti scrittori di successo:il protagonista descritto tramite i sogni e i ricordi, i cambi di prospettive, la narrazione allʼinterno del racconto principale, la forma epistolare, i personaggi di cornice, la sorpresa. Ricorda, per esempio, il migliore Faletti. Come succede spesso nella letteratura contemporanea del nostro Paese la scrittura è prosaica, argomentativa, non riesce a creare unʼatmosfera, che non sia radicata nella trama. Fa eccezione la descrizione della città di Elcito, ci si accorge come lʼautore stia parlando di qualcosa che sente profondamente, la semplicità della vita in un contesto naturale. Non sarebbe stato male un maggiore coraggio a descrivere le Marche dellʼottocento, a calarsi in questa terra, a trasmetterne le peculiarità, a dare più spazio al contesto. Perché leggerlo? È una storia attuale, che evoca unʼutopia.

Maximiliano CimattiMeridiano Zero