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Il segreto del Bosco Vecchio
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Il segreto del Bosco Vecchio

All'inizio del racconto Dino Buzzati immagina che un abate dell'ottocento «con notizie succinte e molto chiare» parli di «una mirabile visione» alla vista del bosco vecchio; in una nota a piè pagina l'autore osserva come alcuni uomini colgano i segreti del bosco, li avvertono di «natura», altri non avranno mai questa sensibilità, > e passeranno impassibili (...) lungo le tenebrose foreste, senza neppure sospettare ciò che là dentro  succede . La comunanza con gli alberi, la capacità di coglierne la magia sono proprie dei bambini; come spiega Bernardo, il gene-albero che si è assunto il gravoso compito di interloquire con gli adulti, > a una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili . L'età adulta fa perdere la qualità di sentirsi parte del tutto, di giocare nel bosco, insieme con gli animali, di capire il canto degli uccelli, di percepire e distinguere la variopinta e grandiosa orchestra dei suoni della foresta. Poiché gli adulti non ameranno mai la natura, il genio Bernardo è diventato amico del vecchio proprietario, persuadendolo a lasciare intatto il bosco vecchio. Che fatica trascorrere le serate in lunghe partite a carta, in noiose conversazioni mentre > entrava dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce profonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati ! La situazione cambia quando muore il vecchio proprietario ed arriva il nuovo padrone. Procolo, colonnello in pensione, è un uomo rigido, cupo, solo e refrattario ad ogni comunanza con il bosco, quest'ultimo visto come un'opportunità di sfruttamento. Non è che sia avido, è soltanto un'anima meschina, e chi non è generoso come fa a trovare piacere dai brusii e dagli odori del bosco? Si allea con il vento Matteo per piegare i geni-alberi e costringerli a lavorare per lui nello sfruttamento della foresta, uccide la gazza che fa sentinella alla casa per poi precipitare nel silenzio della notte, chiuso nei suoi incubi. Infelice e cattivo, vuole liberarsi del piccolo Benvenuto, erede del bosco e di cui è tutore;  con l'aiuto del vento Matteo, non esita ad abbandonare il bambino in aree selvagge del bosco, dove Benvenuto sarebbe sicuramente morto. Non ci riesce, crede che nessuno conosca il proposito omicida. Ma quando si inoltra nel folto della foresta, > ecco il canto degli uccelli affievolirsi, fuggire gli scoiattoli e i ghiri, farsi silenzio sulle rame e talora anche comparire nel cielo sinistri nuvoloni. (...) Evidentemente egli stonava in quel felice angolo di selva, evidentemente alberi e uccelli non lo potevano soffrire . Pure la sua ombra lo lascia, tanto è disgustata dall'aridità del compagno di tutta la vita. Procolo è solo. Eppure, pian piano, riluttante e sorpreso, in una notte insonne Procolo riconobbe i rumori della foresta. Ne contò quindici, meticolosamente annotati uno per uno. > Ma due e tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito . E la bontà che  è in tutti gli esseri umani finalmente si libera della rappresentazione di sé, di quel «falso io» che lo aveva accompagnato tutta la vita. Procolo muore ma si salva. Il racconto di Buzzati può essere interpretato come una affascinante metafora dell'anima umana, dove il bosco non è «la selva oscura» di Dante ma una sorta di paradiso scintoista nel quale gli alberi sono geni benevoli e i venti forze oscure ostili: una raffigurazione, insomma, del complesso groviglio della coscienza. Io preferisco interpretare «il segreto del bosco vecchio» in modo letterale, una grande favola della foresta, senza secondi significati. Cresciuto da genitori che amavano la montagna e che mi fecero trascorrere lunghe estati nel verde delle Alpi, camminare fra gli alberi ha fatto parte della mia vita, senza che ne capissi le ragioni. La lettura del racconto di Buzzati mi ha fatto comprendere la mia passione. Ed è proprio per questo che lo accosto a Petrarca, pur rendendomi conto di quanto ardito sia il legame. Quando Francesco Petrarca narra le sue passeggiate in Provenza e in Toscana, comprendo il sentimento che mi anima quando pure io procedo nella foresta: il desiderio di distacco dalla frenesia del mondo, il ritrovarsi con se stesso, solitario, silenzioso, concentrato nell'attività fisica, permeato della vitalità degli alberi, cosciente del legame fra tutti gli esseri viventi. Spesso vagabondando libero e senza meta tra le luci e i rumori della foresta mi vengono in mente i versi del Canto XXXV del Canzoniere: > solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti,/et gli occhi porto per fuggire intenti/ove vestigio human l'arena stampi .

Dino BuzzatiOscar Mondadori
Il silenzio dei chiostri
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Il silenzio dei chiostri

Petra Delicado, la protagonista dei romanzi della Bartlett, si è sposata con un architetto che ha ben quattro figli. Petra si trova quindi a barcamenarsi tra la sua attività di poliziotta, unʼesperienza matrimoniale che desidera disperatamente che vada a buon fine, e i rapporti con i figliastri, che hanno alle spalle le colleriche ex mogli del marito. In questo difficile menage familiare si inserisce una vicenda complessa e misteriosa: in un convento di suore viene ucciso un frate e viene trasfugato il corpo di un beato, venerato come reliquia. Petra non riesce a trovare un senso al delitto e quindi persegue numerose piste, aiutata, ma si potrebbe meglio dire, indirizzata da una suora del convento, che nasconde un terribile segreto. Il romanzo procede lentamente, un poʼ fiacco, alternando le vicende poliziesche con lunghi colloqui di Petra con la madre superiore, con la descrizione dellʼambiente del commissariato e con le tensioni familiari che via via si trasformano in un ambiente sereno ed allegro. Alla fine la soluzione del delitto nasce in modo fortuito e lascia, più che sorpresi, delusi e stanchi. Come in tutti i suoi romanzi, la Bartlett affronta anche temi al di fuori di quelli polizieschi: in questo caso sono le astrusità della vita conventuale e più in generale della chiesa cattolica, nonché le difficoltà di una vita in comune, in una famiglia allargata e complessa. Per quanto riguarda il suo anticlericalismo, la scrittrice chiarisce subito la propria opinione definendo i cattolici > quelli che non si sono ripresi dai traumi dellʼeducazione cattolica, quelli che vivono sempre prigionieri dei sensi di colpa. In una parola: i poveracci . Per quanto riguarda la vita in comune, vengono così sintetizzati i problemi di una relazione di coppia, > Marcos ed io eravamo lì, uniti davanti alla legge ma separati dalla differenza incommensurabile dei mondi in cui ci muovevamo . Perché non leggerlo? Come storia poliziesca è debole e noiosa, come racconto di ambienti e di sentimenti i contenuti sono troppo superficiali per attirare interesse nella lettura. Il suo unico pregio è una scrittura piacevole, anche se troppo centrata sui dialoghi, soprattutto tra Petra e il collega Garzòn, ma perché non si sposano tra di loro?

Alicia Giménez-BartlettSellerio Editore
I solitari dell'oceano
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I solitari dell'oceano

Salgari ha scritto oltre 80 romanzi e non tutti hanno la stessa qualità letteraria. In questo caso mancano due peculiarità della penna dello scrittore: il ritmo avventuroso e lʼaffresco, esotico ma spesso affascinante, del contesto. Lʼinizio è promettente. A metà dellʼottocento il commercio di schiavi viene sostituito dal reclutamento di cinesi, che assicurano manodopera a basso costo al Sud America. Le condizioni di trasporto di questa povera gente, illusa di trovare un lavoro dignitoso, sono ancora peggiori del traffico di schiavi dallʼAfrica. Infatti i cinesi, in quanto non oggetto di proprietà, non hanno valore patrimoniale e i super profitti portano gli armatori ad accettare una elevata mortalità. I primi capitoli potrebbero essere ambientati adesso, nella realtà degli emigranti che attraversano il Mediterraneo. Grande è lʼindignazione di Salgari per la perfidia, lʼinganno e lʼinutile malvagità degli approfittatori ( reclutatori, armatori, comandanti di nave e latifondisti) della miseria e delle aspirazioni degli esclusi del mondo, in questo caso cinesi. Siamo sullʼ Alcione, una nave in navigazione dalla Cina al Perù con un carico di oltre quattrocento cinesi, stipati nella stiva, malamente nutriti, e che devono vivere senza accedere allʼaria fresca. Scoppia la peste e Salgari dipinge, con grande efficacia, i cadaveri dei cinesi, che vengono agganciati con un uncino, tirati su dalla stiva senza essere toccati dai marinai e gettati ai famelici pescecani. È una premonizione del tema fondamentale del libro: gli antropofagi e il loro desiderio di carne bianca. Si scatena la rivolta e il capitano, non potendola domare, lascia la nave, insieme allʼequipaggio, senza non aver prima avvelenato i viveri. I cinesi muoiono tutti, tranne il loro capo, Sao - King, due peruviani e un ufficiale argentino che si erano opposti alla crudeltà del comandante della nave. I quattro uomini devono governare da soli lʼAlcione, in mezzo alle tempeste, cercare rifugio in isole abitate da popolazioni cannibali per essere, infine, catturati dai pirati, i quali si impadroniscono del veliero. Le avventure si svolgono intorno a due protagonisti, Sao-King e Ioao, il più giovane dei due peruviani. I due, evidentemente formidabili nuotatori, riescono a scappare dalla nave in navigazione e a salvarsi su una goletta da guerra. Con lʼaiuto di questʼultima ma anche tramite altre imprese eroiche, sconfiggono i pirati e salvano i loro amici. Salgari sta ripetendo un modello letterario comune a tutti i suoi libri: un eroe, Sao - King, che ha come spalla un personaggio meno esperto e vigoroso, in questo caso Ioao. I due, con molto coraggio e notevole bravura, affrontano numerose ed incredibili peripezie. Si tratta, tuttavia, di episodi non inseriti in una struttura narrativa unitaria e che procedono fiaccamente nel loro svolgimento. È evidente che Salgari è stanco, svuotato, incapace di dare forza agli episodi e trascurato nella descrizione dellʼambiente e dei protagonisti. Manca, poi, lʼanti eroe, in quanto i nemici da sconfiggere cambiano continuamente: il crudele capitano, la cui vendetta ci si aspetterebbe essere uno dei filoni conduttori, scompare per gran parte del racconto per ricomparire ormai ridotto a scheletro sulla scialuppa con la quale è fuggito dalla nave, gli antropofagi ( orridi e traditori) sono troppo selvaggi per considerarli veri nemici, il capo dei pirati, che morirà suicida, é spietato ma così gentile da lasciare in vita i nostri quattro amici. Il tema del cannibalismo, già presente in altri romanzi ma non in modo così ripetitivo, crea un clima lugubre che non induce a gustare le avventure. Ma, forse, proprio questo tema rispecchia il declino psicologico di Salgari, dalla descrizione di grandi eroi, anche se tormentati come il Corsaro Nero e ambigui come Capitan Tempesta, ad una visione tragica del mondo, nel quale è possibile solo difendersi o soccombere, dinanzi alla spietatezza. Perché non leggerlo? Non vale la pena.

Emilio SalgariVallardi Editore
La sovrana del campo d'oro
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La sovrana del campo d'oro

Questo romanzo appartiene al ciclo del West. Influenzato dalla figura di Buffalo Bill, Salgari ha sviluppato una serie di storie che hanno come ambiente storico la mitica conquista del West, tra figure eroiche, indiani selvaggi (gli Apaches e i Navajos) e cattivi americani. Una giovane donna (la Sovrana del Campo d’oro), il cui padre è stato rapito da alcuni banditi che chiedono un ingente riscatto, decide di mettersi «allʼasta» per recuperare la cifra necessaria per liberare il padre. Il vincitore dell’asta l’avrà in sposa. All’asta partecipano un giovane ingegnere e un ricco uomo di colore, che è a capo della pesca e del commercio dei granchi, in mano ai cinesi: per questo motivo viene chiamato il Re dei Granchi. Il giovane ingegnere non ha il denaro per competere con il ricco mercante, ma riesce, con l’aiuto di un giovane scrivano, a ingannare il Re dei Granchi, a vincere l’asta e a scappare nel West con la ragazza per liberarne il padre. Ovviamente, il cattivo mercante si mette all’inseguimento. Tutti viaggiano in treno, il mezzo rivoluzionario che permette di ridurre le distanze ed è emblematico della superiorità tecnologica degli americani. Si susseguono una serie di avventure sul treno, si assiste al passaggio di unʼenorme mandria di bisonti e infine i tre giovani, la ragazza, il giovane ingegnere e lo scrivano, si mettono in marcia in territorio Apaches per arrivare al nascondiglio dove è tenuto prigioniero il padre. Con loro ci sono Buffalo Bill e alcuni valorosi. Si susseguono altre avventure, in quanto il ricco mercante, insieme con un gruppo di messicani crudeli, è sempre all’inseguimento. Mentre sono in fuga dal cattivo, i tre giovani vengono catturati dagli Apaches. Si assiste a una sorta di processo da parte dei capi indiani, nel quale la società dei bianchi viene messa sotto accusa (è la parte politica del romanzo nella quale ricompare la visione anti colonialista di Salgari). I tre giovani vengono condannati, ma il giovane ingegnere e lo scrivano riescono a fuggire (in un torrente sotterraneo), mentre la giovane rimane prigioniera. Si arriva al punto centrale del romanzo: il duello tra la giovane americana e una guerriera indiana, duello dal quale uscirà vittoriosa la prima. Dal quel momento il romanzo scivola verso una felice conclusione: arriva Buffalo Bill, viene scoperto il nascondiglio del rapitore, che nel frattempo si è alleato con il cattivo mercante, e infine viene liberato il padre e sconfitti i cattivi. La trama è molto articolata ma a differenza dei romanzi del ciclo della Malesia e del ciclo dei Caraibi, manca la tensione narrativa. Innanzitutto l’autore non riesce a creare quella suspense, quellʼattesa che contraddistingue i libri appartenenti agli altri due cicli: si percepisce qualche cosa di falso e di costruito, che viene inutilmente sostituito dall’articolazione della trama. In secondo luogo, al centro del romanzo è collocata la figura di unʼeroina, che non costituisce una novità per Salgari, se si pensa a Jolanda la figlia del corsaro nero e alla Regina dei Caraibi. In questo caso l’eroina è, tuttavia, un personaggio freddo, che persino dinanzi alla morte rimane di ghiaccio, che non esprime sentimenti verso il giovane ingegnere, innamorato. È tutta forza e tutto coraggio, forse è come si immaginava Salgari la donna americana. Ciò che condiziona, forse, l’intero romanzo è l’ammirazione per la società americana, che appare troppo convenzionale per dare spessore emotivo ai personaggi e all’ambiente. Resta solo la trama.

La stanza del vescovo
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La stanza del vescovo

> Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul Lago Maggiore . Con poche parole l'autore inquadra l'atmosfera dell'intero romanzo: l'immediato dopoguerra con il desiderio di recuperare gli anni migliori, persi in guerra o nei campi di prigionia, la libertà di veleggiare senza mai far ritorno a casa, come novelli Ulisse, e l'atmosfera irreale del lago, con le sue amabili località costiere, i venti leggeri e le burrasche, la nebbia e gli alti monti, e «l'òlea fragrante nei giardini d'amarezza». (Vittorio Sereni citato in apertura del libro). In questo contesto sospeso, nelle coscienze prima che nell'ambiente, l'io narratore e il suo amico occasionale, il dottor Orimbelli, cercano di > inventarsi una nuova giovinezza, di recupero, profittando dell'età ancora fresca e di un certo vigore del corpo . Non mancano le Penelope: la moglie e la cognata di Orimbelli, la prima lo aspetta da dieci anni, ormai delusa del marito, la seconda è in attesa del coniuge, dato per perso in guerra. C'è pure Itaca, la Villa Cleofe, dimora sontuosa e decadente. Gira e rigira con la barca, la storia si sfilaccia tra belle ragazze e camere d'albergo.  L'autore cerca di dare vigore alla trama immaginando un crimine misterioso e un finale a sorpresa; è un tentativo inutile perché tutto si perde nel languido e cinico clima di una società amorale, quale sarà quella dell'Italia del secondo dopoguerra. C'è qualcosa dell'«Isola degli Idealisti» di Giorgio Scerbanenco (si veda la recensione in questo sito). Così come nel romanzo di Scerbanenco, la Villa Cleofe è un luogo di sospensione, che dà sicurezza agli uomini stanchi di troppi avvenimenti sconvolgenti; solo che in Piero Chiara la soluzione non risiede in un idealismo forse ingenuo ma carico ancora di speranza, la serenità va trovata nel vivere giorno per giorno, nel non riconoscersi ipocriti e manigoldi, quali si è in fondo. Non è un caso che l'io narratore pensi di essere moralmente superiore al dottor Orimbelli, bugiardo e mascalzone, ma continua a tenergli bordone, prestandosi alle piccole e grandi nefandezze dell'amico, come avvinto da un voluttuoso torpore. Solo la fuga pare salvarlo: appena la barca > cominciò a filare di poppa, volsi alla costa e rilevai una dopo l'altra le ville, intervallate dai loro parchi, (...) mentre il vento girava di un quarto e tra Canneto e la foce del Tresa mi si aprivano davanti le acque di casa, da solcare per l'ultima volta. Il pregio fondamentale del libro è la scrittura: tutto fila liscio, la penna scivola leggera e sicura sul foglio bianco. Manca la trama, è a tratti prolisso, ma il lettore è avvinto dalle belle parole, capaci di celare il vuoto narrativo. Perché leggerlo? Un bell' italiano.

Piero ChiaraOscar Mondadori
Storia della bambina perduta
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Storia della bambina perduta

Prosegue la storia dellʼamicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro cʼè Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a > riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità . Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante? > Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti . Si rompe lʼincantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è «niente di alieno, dunque, molto invece di laido». Lascia lʼuomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra lʼappartamento di Lila. Il racconto sviluppa lʼamicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando allʼimprovviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La «bambina perduta» ci riporta allʼ«Amica geniale»: al centro cʼè di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. È vero > Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina . Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali? > Ebbi spesso lʼimpressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava cʼera sempre allʼorigine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bellʼedificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate . In fondo la vita non un continuo «smarginare», > uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquantʼanni, spedite un giorno ad Elena? Certo rimane ad Elena lʼimpressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila. > Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sullʼoscurità. Ancora una volta lʼautrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nellʼanimo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. Cʼè la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena. Perché leggerlo? È un poʼ noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.

Elena FerranteEdizioni e/o
Storia di chi fugge e di chi resta
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Storia di chi fugge e di chi resta

> Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata (...). Io volevo diventare, anche se non avevo saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza unʼambizione determinata. Ero voluto diventare qualcosa, ecco il punto, solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei . Questa lunga citazione racchiude il senso di questo terzo volume della storia di una amicizia, quella tra Elena e Lila. La prima ha raggiunto > una terra di buone ragioni, governata da regole (...) che assegnavano senso a ogni cosa : già scrittrice di successo, sposata ad un giovane e brillante professore, > guidato sempre da un ordine superiore che, pur non avendo unʼorigine divina ma familiare, gli dava ugualmente la certezza di essere dalla parte della verità e della giustizia. Ma sotto una patina di traguardi borghesi, anche se di sinistra, si nasconde in Elena una profonda ed intima insoddisfazione. Le visite al rione sono sempre accolte da deferenza ed ammirazione, anche se mescolate ad unʼacredine invidiosa per chi ha abbandonato i propri luoghi di origine: ma come fare a spiegare il costo di questa incredibile arrampicata sociale, che > dallʼetà di sei anni sono schiava di lettere e numeri, che il mio umore dipende dalla buona riuscita delle loro combinazioni, che questa gioia di aver fatto bene è rara, instabile, che dura unʼora, un pomeriggio, una notte? Per buona parte il romanzo segue un percorso scontato, con Elena donna giudiziosa e sicura e Lila nel suo ruolo di amica tormentata e disgraziata. Il lungo racconto delle disavventure dellʼ«amica geniale» (Lila), la sua malattia, senza dubbio di origine psichica, e lʼintervento risolutore di Elena paiono confermare i ruoli scontati tra le due amiche. E il lettore si aspetta nuovi trionfi letterari di Elena, una vita intensa dal punto di vista intellettuale e politico, il perseguimento della scalata sociale: niente di tutto questo. Lentamente, ma inesorabilmente, Elena si rinchiude in una opaca vita borghese. Mamma di due bambine, le pareva che le incombenze di ogni giorno testimoniassero la sua maturità di donna, > che diventare come le mamme del rione non fosse una minaccia ma lʼordine delle cose. Va bene così. mi dicevo . Che al di sotto della quieta vita familiare ci sia un sottile malessere lo dimostrano non tanto gli aridi rapporti coniugali, accettati con rassegnazione, quanto la perdita di quella autenticità che aveva sorretto Elena come giovane scrittrice. E spetta ancora a Lila dirle la verità, come è sempre accaduto. Dopo aver letto il secondo libro dellʼamica, Lila le rovescia in faccia la sua rabbia: > non farmi leggere più niente, (...) la faccia schifosa delle cose non bastava a scrivere un romanzo: senza fantasia non pareva una faccia vera, ma una maschera . Ed è appunto questo giudizio, inesorabile e crudele, con la quale Lila afferma la sua «potenza ineguagliabile», a spingere Elena ad un gesto dirompente. Incontra Nino, lʼuomo vagheggiato nellʼ adolescenza e portatole via dallʼamica, ha con lui una relazione extra coniugale che sfocia in una fuga dalla famiglia. Alla notizia Lila > cominciò a strillare. (...) Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina . Ma non era Nino lʼuomo che aveva portato Lila vicino allʼautoannientamento? Ma allora, si chiede Elena, dopo una intensa giornata dʼamore con lʼamante, «stavamo non facendo, ma rifacendo». Si potrebbe dire frettolosamente che il giudizio di Lila per il libro di Elena valga anche per questo terzo volume. Il racconto ha perso di energia, si dilunga inutile sui luoghi comuni degli anniʼ 60, su facili considerazioni sulla condizione femminile e su approfondimenti psicologici, fragili e scontati. La figura di Lila finisce sullo sfondo e, di conseguenza, il romanzo perde di originalità; Elena appare come una borghesuccia inconcludente ed annoiata; gli altri protagonisti sono vacue figure, cominciando da quella di Nino, amante capriccioso e irresponsabile, per il quale la storia dʼamore con Elena è una «ripetizione», come riconosce la stessa Elena. Lʼunica scena veramente interessante del libro è quella ambientata in un salotto di Posillipo: i Solara, boss del rione, si sono arricchiti e festeggiano i sessantʼanni della madre nel loro lussuoso appartamento. La napoletanità ritorna a dare vitalità alla narrazione, riportando tutti i protagonisti alla vita del rione. Infine la mancanza di energia si riflette nella scrittura, sempre fluida ma stanca e prosaica. Perché leggerlo? Per vedere come finisce.

Elena FerranteEdizioni e/o
La strada del Donbas
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La strada del Donbas

Questo romanzo fa parte di una trilogia, che include Mesopotamia e Il Convitto, quest'ultimo recensito in questo sito. L'ambiente è sempre il Donbas, una terra dove > tutto scompare -- le città, la popolazione, le infrastrutture. (...) Si stendeva e si levava un vuoto leggero e profondo, dipanandosi direttamente sotto i nostri piedi verso oriente e verso meridione. E' una terra di transito dove si possono incontrare carovane di zingari e pastori con le greggi, abbandonati villaggi di minatori e aeroporti in dissesto dell'era sovietica, sconosciute comunità religiose, camion e treni carichi di merci di contrabbando, bande criminali bramose di denaro e potere; pianure popolate da animali notturni: > i serpenti uscivano strisciando lungo i binari lucidi, (...) i ragni correvano per la sabbia, spingendosi in alto, dall'altra parte della luce della luna. E le fulve volpi, con un ghigno minaccioso, si avvicinavano alla ferrovia cercando di saltare l'ultimo confine che le divideva da terre sconosciute. Il Donbas è una distopia, riecheggiando il mondo perduto di Cormac McCarthy (si veda la recensione di «The Road» in questo sito), o è un luogo di purificazione, verso cui > il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a l'Oliveto il lento moto ? (si veda il Canto XI verso 10 della Gerusalemme Liberata, di cui si può leggere la recensione in questo sito). Di certo non lo sa Herman quando riceve da un amico d'infanzia una telefonata, che lo informa che il fratello è scomparso, lasciandogli sulle spalle un distributore di benzina, che con leggerezza Herman aveva accettato di intestarsi. Non sappiamo se Herman fosse già stanco della propria vita; tant'è si convince presto a restare nel Donbas, a cercare di salvare l'attività del fratello, pur tra attentati intimidatori di bande locali che vogliono impossessarsi del distributore. > Mi trovavo fra persone che conoscevo da anni e altre che non conoscevo affatto, che mi guardavano con attenzione, che volevano qualcosa da me, si aspettavano da me un gesto speciale. Alcuni erano amici e amiche della giovinezza, della stessa scuola, degli stessi campi di calcio e delle medesime bevute; altri erano nuovi personaggi e nuovi amori. A Tamara chiede se non volesse andar via dal Donbas ed ella gli risponde che c'è sempre qualcosa che ci trattiene ed è > la certezza di ieri. A volte basta questa a trattenerci. O forse, come succede spesso, sono i luoghi che ci fanno rimanere: > la valle laggiù si immergeva nel buio. A oriente il cielo si copriva di una foschia torbida, mentre da occidente, proprio sopra le nostre teste, fuochi rossi si spargevano per tutta la valle annunciando che sarebbe rapidamente arrivata la notte. (...) Se si sceglie bene il posto, a volte si può sentire tutto questo insieme: per esempio, come s'intrecciano le radici, come scorrono i fiumi, come si riempie l'oceano, come volano i pianeti per il cielo, come i vivi si muovono sulla terra e come i morti si muovono nell'aldilà.  Sarebbe un errore interpretare il romanzo alla luce degli avvenimenti successivi, che hanno fatto del Donbas un tragico campo di battaglia. Il tema è la peregrinazione tra gente amica e luoghi amati, un ritorno senza speranza, un girare insofferente nella propria terra. E' un viaggio onirico dentro la propria coscienza, come se si scorresse un vecchio album di foto, dove > uomini e donne, vecchi e giovani, studenti, militari, operai, diplomande in grembiule bianco, morti nelle bare con le monete sugli occhi, bambini con i giocattoli preferiti -- tutti in attesa che qualcuno guardasse di nuovo le loro pupille a colori o in bianco e nero, per cercare di capire cosa li tenesse insieme, cosa li unisce, di cosa erano vissuti e perché erano morti.   Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, che alterna descrizioni di grande efficacia espressiva a dialoghi serrati che riconducono ai personaggi e alle storie. In questo oscillare tra divagazioni oniriche e approccio tradizionale la narrazione si frammenta, diviene prolissa, spesso confusa, tanto che il romanzo non si conclude con un finale definito, perdendosi via via nei puntini. A tratti si percepisce una poesia prosa; aspetto che, se delizia il lettore ( riecheggiando i Canti Orfici di Dino Campana), risulta dispersivo e rende difficile ricomporre l'intera storia. I personaggi emergono dal nulla senza approfondimenti, scompaiono e ricompaiono senza se ne capisca veramente il ruolo e la psicologia. Perché leggerlo? Vale la pena ma si fa fatica.

Serhij ZadanVoland