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Il paese di cuccagna
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Il paese di cuccagna

Una folla composita, senza distinzione di sesso, censo e condizione sociale, si raccoglie in attesa dellʼestrazione del lotto. Quella mattina non sentono > il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando (...) tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione . Mentre il popolo napoletano, trepidante, sovreccitato, illuso, segue lʼestrazione con voci sempre più irose sino «ad un ultimo soffio di collera», una giovane cucitrice, delicata e infaticabile, continua a lavorare; > ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta, in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente . Il romanzo intende mostrare e deprecare gli effetti devastanti del vizio del gioco sulle condizioni materiali e spirituali di Napoli, malgrado ci siano le forze e le virtù per rendere prosperosa questa grande città. Vorrebbe essere severa e realista Matilde Serao! Ma dinanzi allʼimpetuosa e gioconda vita napoletana la sua indignazione si stempera e si corrompe in una vivida immaginazione, con la quale non si riesce più a distinguere tra fantasia e realtà. Si prenda, per esempio, il secondo capitolo del romanzo: «Il battesimo dʼAgnesina Fragalà, bella figlia di papà». Due giovani sposi, felici bottegai in via Toledo, danno una festa in onore della loro bambina: è un caleidoscopio di colori seducenti, un tintinnare di piattini, di cucchiaini, di bicchieri, un > unione di cose belle allʼocchio, buone al palato, deliziose allʼolfatto . Ci si lascia trascinare dallʼesperta descrizione dei zuccherosi dolci napoletani, quando, con un colpo di scena, compare «lʼassistito» dagli spiriti, > un convulsionario pallido, che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che parla per enigmi (da Il Ventre di Napoli). E subito gli invitati, anche il ricco strozzino, si affollano intorno a questo triste personaggio, tutti convinti che una frase banale pronunziata dallʼimbroglione indichi un numero fortunato, da giocare alla prossima estrazione del lotto. Per tutta la prima parte del romanzo Matilde Serao crea mirabili bozzetti di vita napoletana, sino alla narrazione del momento più sacro del «grande immaginario paese di cuccagna»: il miracolo di San Gennaro. Forse è utile un consiglio: gustarsi fino in fondo le pagine senza pretendere di essere dinanzi ad un Emile Zola italiano o voler rintracciare il verismo di Verga. > Ma come in fondo a tutte le allegre cose del paese di cuccagna, vi è una vena sempre fluente di amarezza, questo carnevale che travolgeva in buffonerie e mascherate tutte le cose e le persone più gravi della città, questo carnevale era una pietosa cosa . Matilde Serao, nel suo «cuore di napoletana», non si può compiacere cinicamente delle scene pur suggestive del presepe napoletano, da lei stessa creato. Lʼintento pedagogico e moralistico prende il sopravvento. La seconda parte descrive la triste fine alla quale vanno incontro i vari personaggi del romanzo, i responsabili del disastro come le loro vittime, ma tutti «così deboli, così miseri, così infinitamente infelici». Tale è lo scoramento che, come lʼautrice, veniamo presi dal > delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non avere più lo spettacolo della più amara delusione . Il libro è un grande affresco sociale, ma ci sono pure vicende e personaggi, dai quali è possibile cogliere anche altri temi di fondo, oltre a quello prevalente della raffigurazione del paese di cuccagna. Innanzitutto i personaggi femminili sono generalmente le figure positive, anche se non mancano tra di loro usuraie ed imbroglione. Le donne sono solide, concrete, estranee o non totalmente coinvolte nella diffusa follia per il gioco. Ciò che le perde è la fedeltà, oltre ogni limite, verso la figura maschile, fidanzato, marito o padre. Si intravede una critica di Serao verso le donne, troppo spesso incapaci di ribellarsi, di prendere in mano il proprio destino sino in fondo. I personaggi maschili ne escono male, anche quando, come Antonio Amati, si ha una personalità forte, sana, razionale. Medico e scienziato potrebbero salvare la povera Bianca Maria, vittima di un padre pazzo e crudele, ma non lo fa. Dinanzi alla testarda devozione della figlia verso lʼautorità paterna lʼabbandona al suo destino, offeso ed umiliato perché a lui viene anteposto il padre; troppo forte è in Bianca Maria lʼobbedienza filiale. > Ogni compassione era sparita dal suo cuore, egli provava tutto lʼimplacabile egoismo delle immense sofferenze . Lʼamore era fragile, più debole dellʼorgoglio, figlio della pietà e non invece dellʼaffetto. E in questo la donna era ancora vittima. La prima parte del romanzo è un capolavoro. Nelle scene di vita napoletana la scrittura ricca ed elegante di Serao trova il suo contesto ideale per esprimersi al meglio. Certo, i personaggi non sono approfonditi, la trama non è organica, sono come tanti racconti, che sembrano non far parte di unʼunica narrazione. Nella seconda parte, lʼautrice vorrebbe riprendere il filo complessivo, ma non ci riesce e il tutto resta frammentario. Inoltre prevalgono i toni melodrammatici e moralistici, che compromettono la tensione e la drammaticità delle tragedie umane, rendendole scontate e patetiche. Anche il racconto della morte di Bianca Maria, che chiude il romanzo, è talmente lento e lacrimevole da lasciare unʼ impressione di pietismo stucchevole. Perché leggerlo? La prima parte è un capolavoro.

Matilde SeraoVallecchi
La pelle
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La pelle

Il libro è ambientato durante la seconda guerra mondiale, durante l’avanzata degli americani: a Napoli e poi negli ultimi capitoli a Roma e a Firenze. Malaparte è ufficiale di collegamento tra gli americani e gli italiani. E da qui nasce il contrasto tra una società giovane e semplice (quella americana) e una ormai decadente e in sfacelo (quella europea). Al di là dei temi legati alle vicende immediatamente successive all’armistizio (lo sgretolamento della società italiana, la guerra civile, il vendersi in tutti i modi ai nuovi conquistatori, quello che Malaparte chiama la nuova «peste»), in realtà il romanzo è particolarmente attuale. Emerge un pessimismo profondo sul futuro degli europei, un senso di disfacimento, di marciume e di morte, con episodi quasi inverosimili ma che corrispondono a una società che non esprime più un senso del futuro, nella quale è tutto possibile. Il «nuovo» portato dagli americani scatena qualcosa che era nascosto nella società europea, ne distrugge le fondamenta proiettandola in una dimensione grottesca, amorale e inquietante. Occorre sperare che succeda un fatto straordinario (l’eruzione del Vesuvio) per distruggere questa società. Questo romanzo non rispecchia anche la realtà attuale? Esprime le caratteristiche più profonde della società europea: il suo decadentismo, l’accondiscendenza verso i potenti, la ricerca del tornaconto anche a rischio di compromettere ciò che si ha di più caro, la volgarità e l’ignoranza dominante. Il libro è sicuramente molto attuale e lo stile così immaginoso e ricco esprime molto bene questo senso di decadenza e di disfacimento. La parte migliore non è costituita dai colloqui né dalla trattazione dei personaggi (in realtà molto piatti e convenzionali), quanto dalle descrizioni delle situazioni e dai brani che esprimono il sentimento dell’autore: brani che sono sempre caratterizzati da ritmi lirici e da una ricerca del meraviglioso, che sembrano richiamare la letteratura italiana del cinquecento (l’Ariosto?). In questo senso lo stile del libro è in forte contrasto con la letteratura successiva, che risentirà fortemente di quella americana e ricercherà temi intimistici (Moravia) neo realisti (Pavese, Vittorini ecc. ) e fantastici (Calvino, Buzzati), che sono completamente estranei a Malaparte. Se confrontiamo alcuni romanzi recenti della stessa letteratura anglosassone ci accorgiamo che il libro di Malaparte è molto moderno.

Curzio MalaparteVallecchi
La piazza del diamante
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La piazza del diamante

> Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie . La protagonista, Natalia detta Colombetta, è lʼio narrante. È una giovane che lavora in pasticceria. Si sposa con Quinet, un giovane egoista e irrequieto ma affascinante, dal quale ha due figli. Quinet fa il restauratore ma comincia ad allevare colombi nel solaio di casa. Ben presto gli uccelli invadono tutta la casa e Natalia si trova a condurre una vita sempre più pesante e faticosa, tra la cura dei figli, il lavoro di domestica presso una famiglia facoltosa e la pulizia della casa. Ma non è la fatica che spaventa Colombetta, è il senso crescente di vivere una vita non sua, ma decisa da altri. Questa angoscia la trascina a compiere lʼunico atto di rivolta della sua vita: liberarsi dei colombi impedendone la riproduzione. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile. Quinet va a combattere con lʼesercito repubblicano, Colombetta perde il posto di lavoro e cade in una miseria crescente sino al punto di non riuscire a dare da mangiare ai propri figli e di decidere di ucciderli e di uccidersi. È il momento più cupo della sua disperazione: si sente ormai sconfitta non soltanto dagli eventi drammatici della guerra civile, quanto dal senso di solitudine che le pesa addosso. > Dovetti farmi di sughero per tirare avanti, perché se invece di essere di sughero con il cuore di ghiaccio fossi stata, come prima, di carne,che quando ti pizzicano ti fa male, non sarei potuta passare per un ponte così alto e così stretto e così lungo. E andavo per le strade, sporche e tristi di giorno, buie e azzurre di notte,vestita tutta di nero e, in cima, una specie di macchia bianca, la faccia che diventava sempre più minuta . Va in una drogheria a comprare dellʼacido per uccidersi e uccidere i propri figli e in quel momento drammatico si verifica una svolta nella sua vita: il droghiere, che è a conoscenza della morte di Quinet, le propone di sposarlo. Ancora una volta Natalia accetta come se fosse una decisione di altri. La nuova vita, di benessere per sé e per i suoi figli, non la libera dallʼangoscia esistenziale. Un giorno, in uno stato tra la realtà e il sogno, ritorna alla vecchia casa che ha abitato con Quinet. Cerca un foro vicino alla serratura, che era stato tappato con il sughero. > Cominciai a tirar fuori pezzetti di sughero con la punta del coltello. E il sughero saltava via sminuzzato. Tolsi tutto il sughero e solo allora mi resi conto che non potevo entrare .Colombetta va quindi in Piazza del Diamante, un tempo piena di vita ed oggi «una cassa vuota fatta di case vecchie con il cielo per coperchio». E sulla spalla > si posò un colombo cravattato di raso, di quelli che non avevo mai visto, ma che aveva piume laccate, e sentii un vento di tempesta che mulinava dentro lʼimbuto ormai quasi chiuso e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo di inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni e dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo cosa fosse... distacco? . Il romanzo è sviluppato dal punto di vista dellʼio narrante, Natalia. Questo accorgimento letterario rende ancora più evidente il distacco, quasi da spettatrice, della protagonista rispetto alle vicende della propria vita. Natalia racconta in modo minuzioso e dettagliato ( si pensi alla descrizione della casa dove lavora come domestica, alla splendida rappresentazione, quasi un dipinto!, di Piazza del Diamante piena di vita), ma il tutto sembrano essere le note di un geografo, di un esploratore. Accanto a questa rappresentazione apparentemente realistica della vita ci sono poi i sogni di Natalia, in gran parte giocati intorno agli uccelli, ai colombi e alla presenza delle persone che hanno dominato la sua vita. Lʼangoscia esistenziale e il senso di vuoto non si manifestano nel racconto dei fatti reali ma riescono ad esprimersi solo nel mondo simbolico. Da questo punto di vista, le vicende legate ai colombi costituiscono, forse, il legame tra realismo e simbolismo, quasi lʼespressione fisica dellʼangoscia esistenziale della protagonista. È un romanzo splendido, apparentemente semplice nello stile ma in realtà giocato sulla costruzione delle frasi. Lʼautrice non ha bisogno di utilizzare molte parole, troppi aggettivi, né di dare un ritmo intenso alla narrazione: la sintassi è lo strumento che dà potenza narrativa al romanzo. Perché leggerlo? È un romanzo affascinante, complesso e difficile da interpretare, ma che affronta un tema universale: la difficoltà a vivere la vita come protagonisti e non come spettatori.

MercèLa Nuova Frontiera
I pirati della Malesia
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I pirati della Malesia

I pirati della Malesia assaltano una nave, nella quale Kammamuri viaggia con una giovane ragazza, pazza. Il coraggio di Kammamuri convince Sandokan a salvargli la vita e ad aiutare a liberare il fidanzato della ragazza che è tenuto prigioniero dal rajah James Brooke. Si apre una serie di intense avventure, che condurranno alla vittoria di Sandokan sul rajah, alla liberazione del fidanzato della ragazza, Tremal-Naik, e al recupero della ragione da parte della ragazza stessa. Il libro è caratterizzato da fondamentali elementi narrativi:l’ambiente, le foreste del Bormeo e il mondo del mare, che viene descritto con rapide e suggestive pennellate, orientate a creare un’atmosfera affascinante e nel contempo tenebrosa. È un contesto accattivante ma pericoloso e lontano dal mondo occidentale, che nasconde non tanto il gusto dell’esotico, ma un desiderio di scoperta e la consapevolezza di una natura nemica dell’uomo;gli eroi, in quanto tutti i personaggi, persino la ragazza «pazza», sembrano non avere dubbi e si muovono senza tentennamenti. La lealtà, il coraggio, l’orgoglio, la dignità e lo sprezzo verso la morte sono i sentimenti che spingono e caratterizzano i personaggi del romanzo. In questo senso, Salgari esprime una «volontà di potenza», una concezione di superuomo, che è tipica della sua epoca. I personaggi hanno ruoli pre-definiti: Sandokan l’eroe senza paura ma capace di piangere al ricordo dell’amore scomparso, Yanes l’astuto e il freddo calcolatore, Kammamuri il devoto e abile servitore e così via. Non esistono sfumature e ambiguità in queste figure;Il ritmo narrativo è incalzante, contraddistinto da rapidi dialoghi, da sintetiche descrizioni, da continui momenti di suspense e da repentini cambiamenti di scena, anche se bisogna dire che i capitoli finali appaiano frettolosi al punto che la sconfitta del rajah appare poco coerente con l’intelligenza e la forza manifestata da altri capitoli dall’anniversario di Sandokan. Bellissimo è il capitolo che descrive la rivolta dei forzati sino alla loro strage da parte dei selvaggi. Il ritmo narrativo di Salgari precorre la struttura delle sceneggiature del cinema e conferma la modernità di questo autore, al di là dello stile, talvolta, aulico e retorico, tipicamente ottocentesco. La modernità e l’originalità dello stile narrativo di Salgari emergono da due peculiarità: l’artificiale procedimento dell’accumulo, per cui, per esempio, in poche pagine e in una sola foresta può addensarsi una moltitudine di temibili o strani animali, ciò che risponde > non soltanto all’esigenza di tenere il lettore col fiato sospeso, ma anche di offrire in breve spazio il mondo come spettacolo e come prodigio (Introduzione a Salgari, Bruno Traversetti, pag. 42); il metodo dell’eterno ritorno (di una sorta di ricerca del tempo perduto), per cui gli eroi hanno sempre perso una situazione di stabilità (per esempio, Sandokan era un principe) e tendono a ritornare in quella situazione, anche distinguendosi rispetto ai personaggi comuni (per esempio, Sandokan è felice che lo zio di sua moglie, un lord inglese, lo riconosca come nipote). Il riferimento è sempre ad una «società convenzionale», che è stata distrutta da un fatto straordinario. Questi procedimenti sono diffusi nel cinema moderno, di avventura, e proprio la ricerca di questo equilibrio, mai recuperato compiutamente, rende Salgari un autore estremamente attuale, e da certi punti di vista angosciante.

Primavera di bellezza
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Primavera di bellezza

Il romanzo è ambientato nel 1943, nei mesi drammatici che portarono alla caduta di Mussolini, sostituito da Badoglio, allʼarmistizio dellʼ8 settembre e alla fuga del re da Roma. In questo breve arco di tempo gli italiani presero coscienza di ciò che era stato il regime fascista e a quale disastro li aveva portati. Come il protagonista del romanzo, lʼallievo ufficiale Johnny, gli italiani furono presi da una indignazione che > li caricò come un proietto sulla bocca di un cannone: porco assassino, schifoso bluffatore! . Il romanzo racconta, appunto, questa tragica maturazione, narrandola dal punto di vista di giovani soldati, abbandonati a sé stessi, come fu tutto il paese.Il romanzo si apre in una caserma, in Piemonte, dove Johnny sta seguendo il corso di allievo ufficiale. Lʼambiente militare è trasandato, scandito più da vuoti rituali che da un reale addestramento. In realtà nessuno, nemmeno gli ufficiali di più alto grado, credono alla vittoria dellʼItalia e alle ragioni della guerra. Prevalgono scoramento e pessimismo. Cʼè uno scollamento tra la realtà e i ripetitivi, inutili esercizi, ai quali sono testardamente impegnate le giovani reclute. > Stremato da quellʼeccesso di libertà e di oblio, dovette appoggiarsi al tronco di un pioppo; sentì la scorza tenera e tiepida, non udì la tromba lontana suonare il cessate il fuoco. Questa del fiume era la realtà, il sogno morboso era lʼesercito italiano . Quanto irreali appaiono le scritte sui muri «Vincere», quando la truppa italiana, «unta, scalcagnata, zingaresca», viene trasferita a Roma: sembra che lʼesercito americano sia sbarcato in Sicilia. La speranza di combattere degli allievi ufficiali svanisce rapidamente. Vengono fatti stazionare in una caserma di Montesacro, ricominciando le inutili esercitazioni. > Non era poi tanto grave, una intera squadra abbastanza affiatata a oziare nella godibilissima quiete di una caserma quasi deserta.... faceva lʼeffetto di stare in clinica . Lʼarmistizio li coglie totalmente impreparati. Johnny, con un gruppo di compagni, si trova a presidiare un deposito di munizioni nella campagna romana, quando vede arrivare frotte di soldati, vestiti metà in borghese e metà in divisa, in fuga da Roma. Il re, Badoglio e gli alti ufficiali hanno lasciato la capitale senza dare ordini su come comportarsi: > opporsi ai tedeschi, non resistere, uccidere i tedeschi, non aprite il fuoco sui tedeschi, non cedere le armi, auto disarmarsi.... spicciatevi anche voi a trovare qualche straccio borghese . Prevalgono la rassegnazione e la fuga, dʼaltra parte «doveva pur finire». «Pieno di miseria, senza più spazio per la paura», anche Johnny decide di tornare a casa, in Piemonte. Inizia un viaggio nei treni sovra affollati di fuggiaschi, con i tedeschi che nelle stazioni prelevano i soldati italiani per inviarli nei campi di concentramento in Germania. Spesso alcuni degli italiani vengono fucilati sul posto, quando cercano di fuggire. > Il lezzo di quella moltitudine italiana, piegata, tentante di fare le più piccole e necessarie cose con unʼaria di assoluta innocuità e sommissione. Spesso risuonava sotto le tettoie un bestiale richiamo tedesco e allora quei soldatini, così sodi e lindi, fendevano irresistibilmente la sospesa massa italiana verso misteriosi appuntamenti e mansioni . Queste poche righe danno magnificamente lʼimmagine di come erano stati ridotti gli italiani da una classe dirigente improvvida e codarda: un abbandono al quale corrispondeva una efficienza senza scopo dellʼesercito hitleriano. Due popoli sono allo sbando, anche se con modalità differenti. Johnny riesce miracolosamente ad arrivare in Piemonte, a pochi chilometri da casa, quando incontra un reparto di soldati, che hanno deciso di non arrendersi e di combattere i tedeschi. Decide di aggregarsi ai partigiani, non certo per convinzioni politiche ma per un impulso emotivo, per non sentirsi > troppo inferiore ad uno sputo... perché gli ripugna di uscirne così ( come un fuggiasco) . Il destino di Johnny è segnato durante un assalto ad un convoglio: > il tedesco veniva, una faccia giovane e una vecchia divisa, e ora abbassava la machinepistol già puntata. Johnny percepì un clic infinitesimale . Lo splendore di questo romanzo non risiede soltanto nella vicenda tragica ed emblematica di Johnny. La sua eccezionalità sta nella parola usata, ricca, immaginifica e innovativa. E come se Fenoglio abbia voluto trasfigurare la storia, rifiutando di darle un resoconto arido e freddo. La lingua italiana viene plasmata per creare un ambiente sospeso ed irreale, quasi che tutto ciò che è successo a Johnny non sia veramente accaduto, ma appartenga ad un incubo, personale e nazionale. Nel leggere questo meraviglioso libro ci si sente pervasi ad una intensa melanconia, per ciò che è stata lʼItalia ma anche per ciò che poteva essere la nostra lingua, se non fosse inaridita in uno stile narrativo, frettoloso, povero e sterile. Perché leggerlo? È il racconto di un momento importante della nostra storia ed è una affascinante lettura.

Beppe FenoglioGarzanti