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L'idiota
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L'idiota

Il romanzo è imperniato sulla figura del principe Myskin, che ritorna in Russia dopo un lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per «idiozia», ossia per malattia mentale. Le vicende del protagonista si sviluppano in un contesto affollato di personaggi, dal cupo Rogozin (quasi la personificazione del male) a una serie di opportunisti e nichilisti sino a due personaggi femminili (Nastasja e Aglaja), che pur in modo diverso si contendono l’amore di Myskin. Lo scontro tra le due donne, la fuga di Nastasja da Myskin (che per pietà più che amore intendeva sposare la donna) e l’uccisione di Nastasja da parte di Rogozin riconducono Myskin alla pazzia. Il tema centrale del romanzo è l’innocenza di Myskin in un mondo falso, tortuoso, ambiguo che il protagonista non capisce e del quale tende anzi a rompere gli schemi e le regole con comportamenti spontanei e sinceri. Myskin costituisce un elemento di rottura al quale la società non riesce a dare una risposta, perché è sconcertata e sorpresa. Il dilemma è quello espresso dai genitori di Aglaja: > C’era qualcosa di strano in quella faccenda, e quanto di strano esattamente? O invece non cʼè nulla di strano? . È ovvio che i genitori cercano la risposta nell’opinione della società e dei personaggi più autorevoli, organizzando un ricevimento nel quale Myskin stupirà (e in parte affascinerà) tutti con il suo comportamento sconcertante. In qualche modo Myskin ricorda il personaggio di Cristo nel famoso incontro con l’inquisitore dei Fratelli Karamozov: la sincerità, la semplicità, il senso di pietà, la volontà di dare amore sono tutti elementi al di fuori della nostra società e in qualche modo incompresi o rifiutati. La pazzia non è quindi un fatto negativo ma un punto di vista differente, e più vero, della realtà e delle relazioni tra le persone. I personaggi sembrano in qualche modo capire la forza di Myskin, ne sono attirati ma ne hanno paura. Nastasja lo capisce più di altri ma ne rifugge perché ha paura di fargli del male, Aglaja lo ama ma lo vorrebbe diverso, più conforme alle regole della società e Rogozin lo odia proprio perché percepisce come Nastasja sia attratta in modo irreversibile dal carattere di Myskin. Anche gli altri personaggi, e ce ne sono innumerevoli, agiscono con lo stesso sentimento ambivalente, che oscilla tra il disprezzo e l’ammirazione. Accanto a questo tema centrale vi sono poi altri innumerevoli filoni di riflessione, alcuni tipici della società contemporanea (per esempio il nichilismo già trattato nei Demoni), altri più universali: tra i più interessanti quello dell’attesa della morte e quindi dell’angoscia che attanaglia gli uomini, il tema del volto come specchio dell’anima e di chi osserva, il tema del male e dell’odio, personificati da Rogozin e descritti nel cupo ambiente della casa di quest’ultimo. L’Idiota è un romanzo singolare. È molto tradizionale nello stile narrativo, che è anche troppo ricco di dialoghi quasi da renderlo un’opera teatrale, ma è estremamente innovativo sotto il profilo dei temi trattati. La mancanza pressoché totale del tema religioso (dominante nel Fratelli Karamazov) aiuta l’esplosione di altri argomenti più vicini a una dimensione esistenziale, nella quale l’individuo deve cercare se stesso in autonomia e non affidarsi a divinità o alla metafisica. Più ancora degli altri romanzi, l’Idiota esprime «l’uomo nuovo» e quindi apre le porte al post-modernismo. Il ritmo narrativo non è sempre coinvolgente (più vicino a Demoni che a Delitto e Castigo o ai Fratelli Karamazov ) e in termini letterari non è particolarmente riuscito.

Fedor DostoevskijRusskij Vestnik
I leoni di Sicilia
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I leoni di Sicilia

Il romanzo ripercorre la storia imprenditoriale e umana della famiglia Florio lungo un secolo, dal 1799 al 1869, quando il successo economico e sociale verrà pienamente raggiunto; e lo fa strutturando il racconto secondo i prodotti che sono stati alla base del successo: Spezie, Seta, Cortice (da cui deriva il chinino), Zolfo, Pizzo, Tonno e Sabbia. Forse, sotto il profilo storico sarebbe stato opportuno dare maggiore evidenza agli altri capisaldi dell'ascesa: la flotta di navi a vapore e quindi la tecnologia, le concessioni ottenute dai Borboni e poi dal nuovo Regno, i prestiti a usura all'indebitata aristocrazia palermitana e le relazioni spregiudicate con il potere politico. E' una grande saga famigliare, con forti figure maschili mentre quelle femminili hanno un ruolo di comprimarie. Se si volesse trovare un'unica chiave interpretativa, si potrebbe individuare nella citazione di John Milton che l'autrice pone in apertura: > Fero desio, quell'immortal rancore/E quel coraggio che non mai s'abbatte, /Che mai non si sommette .  I Florio sono originari di un piccolo borgo calabrese e la decisione di Paolo di aprire un negozio di spezie a Palermo crea una spaccatura all'interno della famiglia: lite che è alla base di uno spietato rancore che non verrà mai superato e condiziona gli stessi rapporti tra madre e figlio. Un altro elemento che peserà sull'intera storia è Palermo: > strana città, misera, lercia e regale al tempo stesso, (...) non si capacitano di come il puzzo della fogna possa convivere con l'aroma delle zagare e dei gelsomini che decorano i cortili dei palazzi nobiliari. (...) Per quanto potesse amarla e considerarsi suo figlio, Palermo lo trattava da estraneo. Lui aveva provato a farsi accettare, l'aveva corteggiata con la ricchezza, aveva dato lavoro, aveva portato benessere. Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi . Le radici calabresi, di «bagnaroti», pesano sui Florio e li danno una durezza di carattere negli affari così come nei rapporti umani. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, s'innamora di Giulia, la fa sua amante perché la giovane non appartiene all'aristocrazia palermitana; dopo due figlie illegittime, la sposerà solo quando Giulia gli darà un figlio maschio e nessuna rampolla della nobiltà lo vuole come marito, perché è sempre un «bagnaroto», anche se ricco. Così Ignazio, figlio di Vincenzo, sceglie di non seguire la donna amata per sposare una giovane aristocratica, finalmente. In un momento di sospensione, fuori dal ruolo nel quale è condannato, Ignazio guarda sua madre. > Ed è in quel momento che lui nota le occhiaie scure, le rughe intorno alle labbra, la fronte segnata. Com'è possibile che sia tanto invecchiata? Quand'è successo? Per rispondere a queste domande sarebbe necessario svelare il mondo interiore, quello dei sentimenti tra madre e figlio, tra marito e moglie. E invece c'è una > frattura antica, che gli affari e la confidenza costruita nei lunghi anni di vicinanza non sono stati in grado di sanare. La confidenza, già. Non quella dei sentimenti... Il libro si potrebbe definire una biografia romanzata: ricostruzione del contesto storico, indagine della documentazione disponibile (non è chiaro quanto ampia anche perché non sono state citate le fonti) e narrazione dei personaggi e delle vicende filtrata probabilmente dall'immaginazione dell'autrice. C'erano ampi margini per dare spessore ai protagonisti, soprattutto quelli femminili. Prendiamo, per esempio, Giulia. E' presentata come una figura ricca di personalità; cresciuta all'interno di una famiglia imprenditoriale milanese, è colta e conosce le dinamiche del mondo degli affari. Com' è possibile che si sia appiattita così facilmente al ruolo di amante e poi a quello di moglie ubbidiente, che solo nella stanza da letto fa valere la sua forza? Perché non «inventarsi» una relazione maggiormente complessa e conflittuale tra Vincenzo e Giulia? Nello stesso modo la sonnolente ed affascinante  Palermo rimane sullo sfondo; solo raramente emergono i colori e i suoni di una città certamente conosciuta ed amata dall'autrice. Limitata dall'albero genealogico, la scrittrice non ha dato spazio alla fantasia e troppo spesso ha ricondotto la narrazione a una cronaca. Per chi come me ama la scrittura ricca, aggettivata, quasi barocca, prevale all'inizio un senso di rifiuto per uno stile narrativo secco, spezzettato, lessicalmente povero, semplicistico. Poi, sarà che la scrittrice diviene più sicura di se stessa, si comincia ad apprezzare la scrittura: si capisce che la semplicità è intenzionale. Si vuole raggiungere la platea più ampia di lettori e ci si vuole concentrare sulla storia, non perdendosi in voli pindarici e retorici di carattere sintattico e lessicale. Resta una nostalgia per uno stile più vaporoso e accattivante. Perché leggerlo? Si legge bene ed è interessante, anche se non avvincente.

Stefania AuciCasa Editrice Nord
Il libro nero
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Il libro nero

Il romanzo si sviluppa intorno a due figure: Galip è un giovane avvocato, che è stato abbandonato dalla moglie e si mette alla sua ricerca, inseguendo le tracce lasciate dall’altro personaggio del romanzo, Celal. Questi è un giornalista, che cura una rubrica da molti anni, ed è il cugino di Galip e fratellastro della moglie. Il libro si sviluppa su due voci. Una voce in terza persona racconta il girovagare di Galip per Istanbul sulle tracce della moglie e del cugino. Celal, in prima persona, riprende considerazioni, anche paradossali ma sempre suggestive, della rubrica per sviluppare meditazioni sull’esistenza e sulla società turca. È un libro molto denso, complesso e prolisso, con un ritmo narrativo molto lento e per molti tratti noioso. Un primo tema è senza dubbio il contesto, costituito dalla società turca, in bilico tra l’Europa e l’Asia, tra la modernità e la tradizione islamica, sempre sul punto di liberarsi della nostalgia della grandezza del passato ma risucchiata in qualche modo dalla storia. In un’intervista l’autore ha affermato che «turco è sinonimo di confusione», e questa affermazione appare il tema dominante del libro, in particolare della prima parte. Dai connotati sociologici e culturali si passa rapidamente a un tema esistenziale: niente appare per ciò che è veramente. L’ex-marito della moglie, militante dell’estrema sinistra, vive volutamente una vita borghese con moglie e figli. Un vecchio amico raccoglie in modo ossessivo la documentazione sui movimenti politici di sinistra, dalla cui lettura emerge una confusione totale di nomi e di fatti, spesso inventati. Una compagna di scuola si è sposata con un uomo perché assomigliava a Galip e pensava di poter vivere in questo modo con lui, invece che con il marito. Gli oggetti stessi hanno un doppio significato: > a fargli paura era la sensazione precisa che quegli oggetti avessero un significato diverso... A che cosa serve?, chiese lui... è una gamba di tavolo, rispose l’altro, ma c’è gente che le infila nell’orlo delle tende. Si potrebbe anche farne una maniglia. Che fare per penetrare nel mondo arcano dei secondi significati e scoprire il mistero? . Si apre, a questo punto, un tema filosofico: c’era un’era felice nella quale le parole («le lettere») rappresentavano pienamente il significato dell’oggetto e quindi il racconto e la vita corrispondevano. > In quell’Età dell’oro, gli oggetti che mettevamo nelle nostre case coincidevano con quelli che sognavamo... tutti sapevano perfettamente che le parole e ciò che esse descrivevano erano fatti talmente contigui, che, nelle mattine di nebbia, parole e significati arrivavano a confondersi. Al risveglio la gente non sapeva distinguere i sogni dalla realtà, la poesia dalla vita, i nomi da chi li portava. Racconti e vite erano talmente reali che nessuno avrebbe mai nemmeno concepito di chiedere dove finissero le une e dove cominciassero le altre. I sogni venivano vissuti e le vite interpretate a fondo . La scissione tra parole e oggetti, tra poesia e realtà, tra sogno e vita, conduce alla solitudine e all’incomunicabilità tra le persone e tra queste e gli oggetti: > il mondo in cui voleva entrare non era questo ma un’altra sfera, che Celal aveva trascorso la vita a creare. Secondo lui, Celal, chiamando le cose con il loro nome e raccontando storie, aveva a poco a poco circondato di mura il mondo dove si era segregato, nascondendo le chiavi . Si può essere se stessi? Si può ricongiungere il racconto con la vita? Sì, ma solo nell’immobilità di manichini, di oggetti freddi, che, più ancora di quelli vivi, riescono a dare l’esatta rappresentazione della vita. Il capitolo chiave del libro è quello, bellissimo, della visita ai sotterranei di un costruttore di manichini; in questo luogo che si trova al di sotto della vita rappresentata («i manichini pubblicitari»), questa persona aveva continuato la tradizione familiare di costruire manichini che rappresentassero veramente i personaggi e le figure della realtà. Ma se solo i manichini permettono di ricongiungere racconto e vita non è quindi solo la morte il momento in cui si realizza l’Età dell’Oro? Il libro appare per molti versi intellettualistico e noioso, richiuso in temi filosofici ed esistenziali che fanno perdere di smalto al racconto e agli stessi personaggi. Si presenta inoltre frammentario e ridondante.

Orhan PamukFrassinelli
Limonov
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Limonov

In un «Diario di un fallito (2004)» Eduard Limonov immagina che > verranno tutti. I delinquenti e i timidi (...). Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e di film porno. (...) Verranno i pensionati che al supermercato fanno la coda nella fila riservata a chi compra meno di cinque articoli. (...) Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno. Questo brano, riportato da Carrère, sintetizza bene chi fosse Limonov (1943-2020);  questo D'Annunzio russo che ha attraversato il secondo Novecento come un superuomo, non volendo costruire qualcosa (che fosse letteratura o partito politico), ma perseguendo solo l'azione per l'azione, fuori da ogni schema, con un ideale di estetismo narcisistico. Per Carrère, Limonov è ciò che lui non ha mai osato essere (così la sorella descrive lo scrittore da piccolo: > mio fratello è molto serio, non fa mai sciocchezze, legge tutto il giorno libri da grandi ), e allora per vivere un po' da superuomo Carrère scrive un romanzo «reale» che ha il grosso difetto di attingere fondamentalmente agli stessi racconti autobiografici del personaggio. Ed è una fortuna per noi lettori che tutta la narrazione sia filtrata dall'aureola dell'immaginazione. Sin dall'inizio, quando Carrère lo incontra nel 2007,  sessantacinquenne impegnato con Kasparov in un movimento liberal democratico, Limonov pare un personaggio eccezionale agli occhi dell'intellettuale francese: > è ancora asciutto: pancia piatta, linea da adolescente, pelle liscia e bruna da mongolo, (...) un po' il d'Artagnan invecchiato di Vent'anni dopo (...). O si diverte, lui, il bandito, la canaglia, a impersonare il ruolo del democratico virtuoso,,,? (...) Sotto sotto ci gode  a fare il lupo nell'ovile?.Carrère ripercorre con leggerezza l'intera vita del nostro personaggio: il mito del padre ufficiale del glorioso esercito sovietico, mito poi distrutto dal declassamento sociale subito dalla famiglia; l'adolescente selvaggio, sempre con un coltellaccio in tasca, e comunque giovane poeta; il soggiorno a Mosca in piena era brezneviana tra intellettuali passivamente insofferenti del regime; e poi New York e Parigi dove riesce a pubblicare i suoi romanzi americani; ed ancora il ritorno a Mosca, la frequentazione con Aleksandr Dugin, il presunto ideologo di Putin, e insieme fondano il partito nazional bolscevico, che lo porterà in carcere da cui uscirà trionfante. Bisessuale, sempre contornato da bellissime e sensualissime donne, tra scene di sesso sfrenato e sottili conversazioni intellettuali, senza farsi mancare crimini e violenze nell'ex Iugoslavia (d'altra parte anche D'Annunzio ha conosciuto la guerra «rinnovatrice»), la vita di Limonov passa senza pentimenti, da vero superuomo; o è quella che l'ingannatore Eduard ci ha voluto raccontare e l'ingenuo intellettuale se l'è bevuta? Quali che fossero le intenzioni di Carrère c'è da chiedersi perché non ha elaborato una storia originale, frutto della sua creatività, e ha voluto invece raccontare un personaggio reale. Questo approccio ha due difetti principali. Innanzitutto, si subisce la rappresentazione che di se stesso dà lo stesso Liminov, creando una sorta di lente distorta, che porta tuttavia ad esaltare personaggi così estremi, ma che piacciono molto all'industria mediatica perché innocui e magnificenti a un tempo. In secondo luogo la narrazione ha un decorso oscillante: incisiva quando si può attingere ai romanzi di Liminov (gli anni fino a Parigi e il carcere) per poi appiattirsi a cronaca quando si è dovuto usare altre fonti. Non è un caso che i colloqui si concentrano dove si usano le autobiografie di Liminov, ed è in quelle parti che la narrazione diviene più viva. Supponiamo che Carrère abbia voluto descrivere  il declino dell'Europa e degli Stati Uniti e le cause dell'ascesa di Putin e dei sovranisti, perché non farlo con un'analisi storica secondo metodologie consolidate, o porsi un obiettivo più ambizioso: essere un nuovo Hugo o Dostoevskij capace di vera letteratura? Nella nostra mente Limonov sarà sempre rinchiuso nella sua epoca senza divenire universale ed eterno come Jean Valijean dei Miserabili o come i personaggi dei Fratelli Karamazov. Il pregio del romanzo è lo stile narrativo, elegante e lievemente ironico. Ben costruito, anche se troppo ricco di nomi, la lettura procede piacevolmente, in particolare nella prima parte, senza dubbio la migliore sotto il profilo narrativo. La tensione cala già nel periodo parigino, che risente di un certo compiacimento tipicamente francese, per calare progressivamente sino a creare una certa insofferenza. Perché leggerlo? Ben scritto e un'interessante rappresentazione del declino dell'Europa.

Emanuel CarrèreAdelphi
La linea del colore
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La linea del colore

Il romanzo fa parte di una trilogia, che comprende altri due libri: «Oltre Babilonia» del 2008 e "Adua > del 2015 (le recensioni sono disponibili in questo sito). Ed infatti ritroviamo lo stesso tema: la donna nera vive in un mondo di violenza e di soprusi, perché donna e perché nera. Riprendendo lo schema narrativo di Adua > l'autrice porta avanti due storie parallele: quella di Lafanu Brown, pittrice afroamericana vissuta nella seconda metà dell'ottocento nella Roma papalina, città morbida, accogliente e lazzarona, e quella di Leila, italiana di origine somala, la quale vive nella Roma di oggi, ammaliante, decadente e cattiva.  Sono epoche distanti, ma con un comune punto di partenza: la Fontana dei Quattro Mori di Marino, riportata nella galleria fotografica di Rino Bianchi in appendice al libro, galleria di grande suggestione e fondamentale per interpretare l'intero racconto. Così scrive Lafanu, quelle donne, quelle mie antenate, perché noi discendiamo dalle sofferenze degli schiavi, vogliono che qualcuno dia loro voce. Oh Lizzie cara, lo vedo quanto si sforzano di protendersi verso di noi > . Leila è insieme con un'amica a Marino dinanzi alla Fontana. L'amica, ragazza intelligente, aperta al mondo e studentessa di arabo, le dice ridendo: hai visto che roba? (...) Non la trovi bellissima? (...) Anche lei, nonostante il suo bagaglio di conoscenze, era cieca al dolore di quei quattro prigionieri dalla pelle nera. Forse non si era nemmeno accorta che erano neri > .  Le due storie, di Lafanu e di Leila, si sviluppano con ritmi differenti e diverso stile narrativo: all'origine c'è sempre la violenza. Lafanu è stata stuprata da ragazza nell'abolizionista città americana di Coberlin, nel 1859. Studentessa modello frequentava un collegio che si faceva vanto di avere alunni di colore. Una sera, Lafanu pretese di andare a teatro, con un elegante vestito ricco di colori. Ogni colore le fu cancellato di dosso. Le rimasero una vaga traccia di madreperla negli occhi spaventati e il nero della sua pelle d'ebano. Il nero non la voleva abbandonare. Non ti lascerò mai, le prometteva > . Dove sopravvivere? In un luogo dove c'è l'incontro tra il colore e la superficie. Lafanu diventa una pittrice, la ricerca del bello come ancora di salvezza la porta in Italia, a Roma. Conquista faticosamente il suo posto come artista, incantata del barocco e del classicismo italiano. La perseguono gli incubi.  E' affascinata da un dipinto di Lorenzo Lotto, Santa Lucia davanti al giudice > , dove in un angolo del quadro una servetta negra trattiene un bimbo capriccioso. Lefanu dedica schizzi su schizzi a questo quadro. Cancella tutto ciò che lei considera superfluo. Scompare tutto, scompare persino il bambino, rimane solo la ragazza nera con la sua ansia. Una scena che Lafanu trasforma nella sua ossessione. Nell'indagine di uno spavento > . Come se il bello potesse liberarci dalla violenza, è un'illusione!. Pure Leila è nera e nel contempo sradicata dalla Somalia: esule di una terra che in fondo non è mai stata la mia > . Se si è neri è difficile sfuggire alla violenza. Binti, cugina di Leila, nel tentativo di venire in Italia si ritrova nel girone infernale dei trafficanti, che la stuprano, così come facevano i loro compari bianchi con i negri nei terribili viaggi in mare verso l'America. Ed ora, Binti urla in silenzio. E' uno spettacolo angosciante, la bocca si spalanca, gli occhi si dilatano, ti aspetti un urlo....ma dalle sue labbra non esce niente«. Forse la salvezza potrebbe essere l'incontro tra il colore e la superficie.»Presi un respiro, mi feci forza e mi avvicinai a mia cugina. (...) Smise di disegnare. Quasi ci rimasi secca dallo stupore. C'era una donna legata a un palo che stava spezzando le catene. Piangeva, e aveva in grembo un passaporto. > Lafanu è un personaggio inventato, sintesi di due donne nere realmente vissute a Roma: la prima ostetrica e attivista, la seconda scultrice. La mescolanza di realtà e di fantasia dà alla narrazione un ritmo sereno e suggestivo, come in un romanzo storico di evasione. Se tutto ciò fa perdere di drammaticità alla storia, stimola la curiosità del lettore senza creargli ansia: è chiaro che ci sara un lieto fine, anche se un po' malinconico e dolciastro. Leila è l'autrice e le vicende si sviluppano al giorno d'oggi. Certo c'è dell'immaginazione, ma la cruda realtà dell'emigrazione e del traffico di clandestini sovrasta l'intero racconto: esso scivola nella cronaca e nella denuncia. Le ferite alla nostra coscienza, peraltro ipocrita e pigra, sono troppo profonde perché possiamo trastullarci. Come già avvenuto in Adua", è veramente impegnativo portare avanti due filoni narrativi senza rendere il racconto prolisso e ridondante. La scrittura essenziale non aiuta a creare suggestioni e quindi non sorregge la storia di Leila, spesso di taglio giornalistico. Fortemente innovativo, anche se non sempre pienamente riuscito, è la commistione tra realtà, fantasia e arte figurativa. Perché leggerlo?  E' un libro innovativo che sviluppa una storia drammatica

Igiaba ScegoBompiani