La ballata del letto vuoto
Kate vive a Dublino ed è un'insegnante universitaria di mezza età. Un giorno trova il marito morto in bagno e si scopre piena di debiti, inseguita dai creditori e dalle banche. Era un furfante l'uomo con cui ha vissuto gran parte della sua vita in una relazione sempre più stanca. > Mi sveglio questa mattina con un terribile mal di testa, il mio nuovo uomo mi aveva appena lasciata una stanza e un letto vuoto . E' il blues del letto vuoto di Bessy Smith, blues che risuona nella mente di Kate con «il sax che mugola sullo sfondo» e la voce di gola di Bessie così sensuale. Questo stato di stupefatta disperazione pare senza uscita, quando una giovane donna le mette in mano un mazzo di chiavi. Inizia da qui una storia che ha diversi filoni narrativi. Kate individua la casa alla quale appartengono queste chiavi: è un appartamento sopra Camogli, dove «il mare si mangia la terra» e dove Kate può vedere > la lucida levigatezza delle pietre appena rotolate sotto le scogliere del mare di Portofino, cristalli di mica che brillano nel sole d'inverno, (...) i caseggiati incombenti, l'arco medievale, il borgo antico, i baretti e i ristoranti illuminati da un pallido sole dorato, sottili come silhouette di cartoncino, (...) in grado di irradiare luce e calore sufficienti a scaldare un'anima o un cuore, Forse anche i miei. Nella mia testa risuona la voce del cambiamento. Insieme con lo splendido porticciolo ligure, Kate s'innamora dell'italiano, della sua musicalità ma pure delle sue forme grammaticali, che paiano riflettere la nostra esistenza, > talmente incerta o talmente complessa che anche al verbo che usiamo per esprimerla tocca saltellare freneticamente fra forme e persino radici diverse . Fa piacere apostrofare l'amante del marito chiamandola zoccola, topo di fogna, per scoprire che la desinenza maschile della parola ha molti altri significati ma non quello di prostituta. Insomma in italiano solo una donnaccia è un topo di fogna, sottile annotazione ironica che solo chi non è italiano può avere, dando noi troppe volte per scontato l'uso sessista di certe parole. Kate poi conosce Anna, un'anziana vicina di casa con la quale stringe un'amicizia sempre più profonda. Nel tratteggiare questo personaggio l'autore ci dice di aver preso come riferimento Rossana Rossanda; è certo che questa figura permette a Wall di esprimere le proprie idee di sinistra, rispecchiandosi in un'immagine di donna che viene dalla tradizione comunista e movimentista della nostra cultura politica. E' un'immagine appunto: uno stereotipo che ostacola l'approfondimento di una amicizia singolare, tra un'irlandese di mezza età, sola e tradita, e una anziana e colta signora, ancora tormentata da abbandoni e nostalgie. E allora il tema del romanzo, «questa discesa a capofitto verso l'Italia», non si arricchisce della ricchezza psicologica di un incontro, ma viene anzi appesantito da riflessioni troppo scontate per darci suggestioni e suscitare la nostra immaginazione. > E' vero che possiamo cambiare vita come i serpenti cambiano pelle? O al contrario siamo ancorati ai vecchi luoghi e ai vecchi tempi da cavi invisibili che ci stringono e ci impediscono ogni movimento . A queste domande Wall dà una risposta con la storia di Kate, che diviene una camoglina e un'italiana di adozione. E' singolare che questa domanda sia espressa nel giorno del Bloomsday. Emerge una caratteristica della narrazione di Wall: apparentemente piana e semplice, distante dal tipico stile irlandese, ma ricca di profonde e suggestive annotazioni filosofiche e letterarie, quest'ultime qualificate da citazioni dall'Ulisse di Joyce. Che l'epifania del grande scrittore irlandese, nella sua apparente prosaicità, esprima una ricerca del cambiamento, troppa intrisa del mondo di Dublino per avere successo? La scrittura scorre fluida e piacevole, disturbata dal ricorso eccessivo alle domande retoriche: espediente letterario che dà movimento alla narrazione ma che spezza e appesantisce il discorso. Il paesaggio e la gente di Camogli sono ricostruiti con grande amore ed efficacia comunicativa: interessanti e dolcemente ironiche le annotazioni sulla lingua italiana. E' debole la trama che alla fine si sfilaccia, mentre è un peccato che non si sia scavato di più sugli aspetti psicologici della relazione fra due donne, così distanti per storia e cultura. Perché leggerlo? E' il racconto di un innamoramento di un luogo e di una lingua.
Il bambino del treno
Troppo spesso dimentichiamo lʼimportanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se > i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità . Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei «non luoghi», come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. È con un «groppo di angoscia», che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: > quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di unʼostilità invincibile . Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive lʼisolamento come una protezione verso il mondo esterno. > Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare sʼera sollevato dando luogo allʼAppennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati. Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è unʼ illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre lʼinfanzia del piccolo Romeo: lʼambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. È un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nellʼordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando cʼè la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. > Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, cʼè significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. È cresciuto davvero, costituendo lʼavvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non cʼè nulla di più adulto che comprenderne lʼirrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi . È un romanzo sullʼinfanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli? No, se persino in uno sperduto paesino dellʼAppennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. È proprio vero? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con lʼautore che siamo tutti impotenti > a cambiare il corso delle cose, neutralizzare lʼaccanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili . E non rimangono che > lʼabbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore. Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un poʼ fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dellʼambiente appenninico; ed è questʼultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere lʼʼatmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata. Perché leggerlo? Bello anche se un poʼ noioso.
Una barca nel bosco
Gasparre vive in un’isola ed è figlio di un pesatore. È molto bravo a scuola, in particolare in latino, e si trasferisce con la madre a Torino per continuare gli studi. Al liceo si accorge ben presto che da parte degli stessi insegnanti vengono richiesti l’integrazione e il conformismo e viene considerato con preoccupazione uno studente «troppo bravo». La mediocrità è la caratteristica del sistema scolastico e la vita di Gasparre è proprio il difficile adeguamento a questo prevalente valore della società. Deluso, si laurea in legge ma apre un bar, rifiutando implicitamente la cultura e l’istruzione. Trova tuttavia nelle piante uno sbocco alla propria ricerca di libertà e di espressione, trasformando la sua casa in un bosco. L’avvio del libro è molto piacevole: le vicende del giovane studente, la scoperta della scuola e della grande città, l’incontro con i compagni e lo sforzo di farsi accettare. È un racconto delicato di una storia che potrebbe essere di tutti i ragazzi. Lo stile è lineare e semplice, molto efficace. Poi il libro prende una strada verso il paradossale, verso una fuga in una cultura new age, quella della salvezza tramite la natura, che, forse l’autrice non se ne accorge, è anch’essa un segnale di conformismo. Anche lo stile diviene più pesante e il ritmo si fa prolisso.
Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle Gentiluomo
Immaginiamo che un marziano sia inviato sulla Terra per capire cosa stanno facendo gli Umani: se dobbiamo aspettarci la guerra o possiamo sperare nella pace, che permetta ancora i commerci interstellari. Da un lato questo visitatore, sconcertato ma indifferente (sono problemi dei Terrestri!), ne trarrebbe un'idea confusa; dall'altro sarebbe forse un viaggiatore curioso, un po' inorridito dalle nostre miserie e un po' affascinato dagli antichi monumenti e dalle belle donne. Tra metafora e storia, Barbero racconta le vicende di un gentiluomo americano, Mr. Robert Pyle, in viaggio nella Prussia del 1806, in piene guerre napoleoniche, con il compito di spedire dispacci settimanali all'ambasciatore statunitense a Londra. La prima evidenza è che viaggiando da Amsterdam a Berlino incontra di continuo tante frontiere, alcune all'interno della stessa Prussia, da far pensare che > la geografia degli stati europei ricordi un rompicapo lasciato incompiuto da un bambino capriccioso che non un prodotto della ragione umana, e non c'è da sorprendersi che la lora politica sia guidata prima di ogni altra cosa dalla paura dei vicini. Che stia parlando della nostra Europa? E poi, con > quella libertà che il viaggiatore ha di scegliere le strade da percorrere, i cibi da assaggiare, le ragazze da accarezzare ,Mr. Pyle può > passare il pomeriggio nel palazzo di un gran signore conversando in francese , e finire > la serata nel cortile dell'albergo, ascoltando le chiacchiere della padrona e osservando la sguattera che lavava i piatti in cucina alla luce della lanterna. Il nostro gentiluomo non si limita ad osservare, appena può, coglie i frutti di amori fuggitivi, che siano prostitute e giovani serve o contadine, convinte da pochi talleri, o che siano fugaci relazioni alla Byron, con nobildonne della corte berlinese. A trattenerlo è solo il rischio di contrarre qualche malattia venerea. Ci sono altri piacevoli passatempi: le conversazioni con ufficiali prussiani, > perfino capaci di considerazioni filosofiche , le partite a carte e il nostro Pyle perde sempre un bel gruzzolo di talleri, i salotti eleganti dove si parla francese e si è per la guerra o contro di essa, sempre però ammirando il Bonaparte. Il nostro gentiluomo riesce pure a incontrare Fichte e Goethe, il primo come ci arriva dalla storia della filosofia, il secondo deludente: un logorroico ubriacone. E' la missione che gli è stata affidata? Tra bordelli, viaggi faticosi per alberghi di posta, lunghe chiacchere, il nostro Robert riesce pure a incontrare i ministri prussiani, lo stesso Federico Guglielmo III e i sonnolenti sovrani dei piccoli stati della Germania del Nord, come l'Hannover e la Sassonia. E quando non ha notizie da riportare, non importa: basta leggere il «Moniteur» parigino, anche vecchio di giorni, o inventarsi presunte informazioni da smentire o correggere nel dispaccio successivo. Per Mr. Pyle è un viaggio faticoso ma in fondo piacevole; per noi un bell'affresco della Germania di primo Ottocento, in attesa di una guerra inevitabile, perché ne va dell'orgoglio di una casta militare forgiata dal grande Federico II e dal nazionalismo nascente della nazione germanica. A distruggere il bel tour, a rendere fatue e sconsiderate le suggestioni di guerra, sono le disastrose sconfitte di Jena e Auerstedt, in cui sono evidenti l'impreparazione dell'esercito prussiano e l'arretratezza strategica dei suoi generali. Con il dettaglio dello storico Barbero ci racconta la parte oscura della guerra: i soldati andati a morire male equipaggiati e in disordine, eppure mossi da un fatalismo ancestrale di servi ubbidienti; le case incendiate e saccheggiate, con la popolazione uccisa, violentata o disperatamente in fuga; i generali che si spostano in carrozza, ligi alle forme e attenti alle loro comodità; gli ufficiali stretti tra la disciplina e la solidarietà verso i loro soldati, ai quali non riescono a garantire neanche il pane, d'altra parte i soldati sono contadini abituati a soffrire la fame. > E' tutto scritto in un libricino rilegato in pelle , dice nel prologo Mr. Pyle, > che è rimasto a ingiallire da allora, nel cassetto di una scrivania zoppicante, esiliata da molti anni nel cassetto, (...) un deplorevole racconto di cose fatte molti anni fa, e fatte male. Già in «Romanzo russo», scritto nel 1998 e ambientato nella Russia di Gorbaciov (si veda la recensione in questo sito) si percepisce una sorta di estraniazione rispetto al dissolvimento morale e istituzionale dell'Unione Sovietica; qui la sensazione è ancora più forte, forse perché gli avvenimenti sono così distanti nel tempo. Robert Pyle è in fondo uno spettatore, persino durante la sanguinosa battaglia di Jena la sua preoccupazione è quella di salvarsi, stupito di essere rimasto coinvolto in questa tragedia, malgrado tutto. D'altra parte Barbero è innanzitutto uno storico e la sua professione lo costringe ad essere distaccato, sottilmente ironico talvolta, ma mai coinvolto nei personaggi e nelle loro dolorose vicende. Certo, sono chiare le opinioni dello scrittore: è facile parlare di guerra da lontano, bisogna viverla da parte degli umili e allora si scopre che c'è una bella differenza tra le belle ordinate manovre in un piazzale e quanto succede in un campo di battaglia. Non lasciarsi affascinare dalla tecnologia, ricordiamoci sempre che ci sono gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, e sono loro i protagonisti della guerra. Più che in «Romanzo Russo» traspare un'intensa dimensione etica, un giudizio severo sulla fatuità della classe dirigente e intellettuale, che siano Fichte e Goethe o il nostro gentiluomo americano. Si potrebbe dire che Barbero scrive come parla: fluido, ricco di incisi, preciso ed evocativo nelle descrizioni. Si legge bene, se non fosse che troppo spesso ci si perde, in una trama ripetitiva e prolissa. La lunga descrizione della battaglia di Jena riscatta l'intera narrazione, che rischiava di sfilacciarsi sino a sbrodolarsi. Perché leggerlo? Per chi ama la storia è un gioiello, romanzo attualissimo.
Berlin I fuochi di Tegel
Nella Berlino ancora divisa dal muro un virus ha sterminato gli adulti. Gli unici superstiti sono le ragazze e i ragazzi di età inferiore ai diciott'anni, dopo questa età anche a loro spetta il destino dei grandi. > Il cibo se lo procuravano cacciando: avevano imparato a costruire tappe per conigli; a scavare buche in cui far cadere cinghiali e cervi. (...) Si erano impadroniti degli orti urbani e con gesti goffi e inesperti cercavano di averne cura. (...) Non era stato facile. Avevano sofferto, soprattutto il primo inverno. Ma poi avevano imparato a cavarsela . Come scrive Francesco Petrarca, «e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora»; i nuovi padroni di Berlino vivono in un continuo e sofferto oscillare tra il ricordo, sempre più evanescente e immaginato, e la realtà, il presente orfano dei genitori. > Io, quando cerco di concentrami sulla loro faccia, la vedo tutta sfocata. Però sento le loro voci. E ogni tanto, nell'aria, mi sembra ci sia il profumo dei vestiti di mia madre. Come scrive Ryszard Kapuscinski nell'ultimo capitolo di Ebano (si veda la recensione in questo sito), dissolvere la memoria del proprio ieri significa diventare > gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. In «Berlin» non c'è futuro soltanto perché sanno che tutti moriranno al compimento del diciottesimo anno d'età. Le ragazze e i ragazzi vivono senza una prospettiva perché non può esserci utopia se si è soli. Cercano nel gruppo quel legame che permetta di dare un senso all'esistenza, evitando nel contempo di interferire con gli altri clan, in particolare con quelli che hanno valori e regole profondamente differenti. Ed è per rispetto di questa norma generale di coesistenza che Sven, leader carismatico dei Gropius, decide di non aiutare le ragazze di Havel nel riprendersi Theo, un neonato rapito dai terribili ragazzi di Tegel. > Sven guardò Nora con dolcezza, gli ricordava una sua compagna di classe, di cui si era innamorato in un'altra vita. (...) Collaborazione. Solidarietà. Non erano queste le regole? Sven strisciò gli occhi lungo le pareti macchiate, quindi a terra, e infine li agganciò ai propri piedi. Sapeva che quelle parole erano state sue, solo due anni prima. All'inizio del nuovo mondo. Ma allora aveva ragione Tegel quando irrideva i ragazzi di Gropius che volevano replicare la società dei genitori? > Carne giovane, pericolo, eccesso: ecco la rivoluzione di Tegel, la loro risposta alla crudeltà del destino. Il loro modo di negare che il virus avesse spento una stagione straordinaria della vita, quella in cui la forza del corpo viene sostituita dalla consapevolezza e dall'esperienza . Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere tra un mondo di solidarietà e convivenza o scivolare pazzamente nel tunnel tenebroso della cieca forza. E' l'inizio di una battaglia dalla quale potrà nascere una nuova umanità. Il lettore non deve farsi sviare da quanto ho scritto. «Berlin» non è un saggio di filosofia morale, è un romanzo d' avventura, una sorta di storia cavalleresca, ricca di colpi di scena e di personaggi, alcuni dei quali impareremo ad amare nel proseguimento del racconto (il libro è il primo di una saga). Partendo dal punto di vista degli adolescenti, Geda e Magnone approfondiscono le forze sottostanti alla turbolenza giovanile (il continuo oscillare tra amicizia ed anarchia, il distacco e il legame con i genitori, l'attrazione e la paura del rischio) e pongono noi adulti dinanzi ad un quesito: noi latitanti e indifferenti, spetterà ai nostri figli e nipoti trovare da soli la propria strada? Saranno costretti a lottare per un mondo migliore senza di noi? E viene voglia di continuare nel racconto, per la storia e per sapere chi ha ragione: la pazzia di Tegel o la solidarietà di Gropius, o entrambi. La scrittura è pressoché perfetta, anche troppo. Non emergono peculiarità, nel lessico così come nella sintassi, capaci di affascinare e di dare ritmo inconsueto alla narrazione. I personaggi sono sospesi nel ruolo che ricoprono nel gruppo, senza personalità e storie proprie. Perché leggerlo? Avventuroso, particolare e profondo.
Il birraio di Preston
Lo spunto iniziale è un fatto realmente accaduto nel 1875 in Sicilia. Il prefetto di Caltanissetta, un fiorentino, impose che il nuovo teatro cittadino fosse inaugurato con un opera lirica pressoché sconosciuta, appunto il birraio di Preston. Si verificarono numerosi incidenti, poco chiariti dallʼinchiesta svolta successivamente. Partendo da questo fatto realmente accaduto, Camilleri ha scritto un romanzo che può essere letto da molti punti di vista, tanto che gli stessi capitoli potrebbero essere messi in una successione differente da quella seguita dal racconto. Un percorso possibile è senza dubbio quello poliziesco, centrato sulla figura del legato di polizia, di nome Puglisi, lʼunico personaggio realmente onesto del romanzo e che può essere considerato come un precursore di Montalbano. Nellʼimmaginazione di Camilleri, il teatro viene incendiato da agitatori mazziniani la sera stessa dellʼinaugurazione. Puglisi, da vero investigatore, scopre la natura dolosa dellʼincendio, che è anche responsabilità del questore, che ha deciso, per beghe politiche e pur informato da Puglisi stesso, di non arrestare gli agitatori mazziniani al loro arrivo in città. La morte di Puglisi, ucciso da uno degli incendiari, fa comodo a molti, anche alle autorità dello nuovo stato italiano. Lʼaltra chiave di lettura del libro sono proprio la corruzione e lʼarroganza dei funzionari inviati in Sicilia, primo fra tutti lo stesso prefetto che tresca con la mafia locale: una convivenza che poco fa sperare per il futuro della Sicilia. Cʼè poi il mondo dellʼisola ed è qui che lʼautore dà il meglio di sé con ritratti suggestivi, affettuosamente ironici e talvolta paradossali, di una società, quella siciliana, che assiste, dallʼalto di una storia millenaria, alla calata dei nuovi conquistatori ( i piemontesi): pessimismo, cinismo, orgoglio e testardaggine nella difesa della propria sicilianità, ma anche abitudine a subire i potenti e la violenza. È possibile poi individuare altri percorsi e spunti narrativi, anche perché lʼautore imposta ciascun capitolo avendo come riferimento capolavori della letteratura italiana e mondiale, che, si presume, siano tra quelli più apprezzati da Camilleri. In questo senso lʼindice del romanzo può essere una guida alla lettura di altri autori. Il romanzo scorre tra continui «avanti ed indietro temporali» con il risultato di frammentare la trama narrativa in tanti bozzetti facendo perdere unitarietà al racconto. Il ricorso alla lingua siciliana, sia nei dialoghi che nella narrazione, incuriosisce, talvolta rende piacevole la lettura, ma nel complesso fa prevalere un senso di manierismo e di ricercatezza letteraria fine a sé stessa. Perché leggerlo? È una lettura piacevole anche se alla fine si rimane un pò delusi. Che cosa voleva dire lʼautore?
La buona condotta
Il Kosovo è un piccolo stato dei Balcani, incastonato tra la Serbia e l'Albania: si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel 2008 ed è abitato in larga maggioranza da albanesi, con una minoranza serba al confine con la Serbia. Quest'ultima non ha riconosciuto il Kosovo e la comunità serba vive in uno stato di sospensione, in tensione continua con gli albanesi. A Sumor, il piccolo villaggio dove è ambientato il romanzo, > quasi tutti erano rimasti a vivere lì, sempre in bilico tra scelta e condanna. Si erano adeguati alle intemperie della Storia, sopravvivendo come potevano. Miroslav è il medico del villaggio, apprezzato da tutti, albanesi e serbi: un uomo che ha sempre cercato di stare in disparte, tranquillo ed equilibrato, lasciandosi trascinare dal fluire della vita. Così lo canzona affettuosamente Ludmila, la strana sorella del suo migliore amico: > Miroslav, Miroslav. Con questo tuo nome, /ce la farai a diventare un leone?/ O canteranno sulla tua salma, / oh Miroslav, Miroslav, gloria alla calma?. Ma è proprio questa, la mansuetudine, la vera natura dell'uomo? Spesso tornano a Miroslav le ultime parole della madre: > ho sempre pensato che tu avessi ucciso qualcuno, (...) più la gente parlava bene di te e più io capivo che nascondevi qualcosa. Il lato oscuro dell'uomo esce allo scoperto quando si fa eleggere sindaco del paese, nella speranza di ricucire i rapporti tra albanesi e serbi; pare la persona giusta ma dovrebbe mostrare un coraggio e una determinazione che purtroppo non possiede. Ne ha da vendere, invece, l'uomo inviato dalla Serbia per svolgere le funzioni di sindaco ombra. Umiliato ed emarginato, Miroslav sente per la prima volta il desiderio di uccidere. In un delirio, aiutato da qualche bicchierino di troppo, sogna di andare dall'uomo e di sparargli. > Lo sparo assordante lo sorprende, sobbalza, non registra quel che accade all'uomo al quale ha sparato, riesce solo a discernere gli schizzi di sangue sul suo pigiama. (...) Nel buio che ha davanti agli occhi si materializza la figura di sua madre nel letto d'ospedale e quell'ultima domanda che gli aveva posto prima di morire: > hai ucciso qualcuno? Lei lo sapeva già allora, era una domanda che veniva dal futuro!. E' solo un sogno di un uomo angosciato. La vicenda prenderà una piega sorprendente, che non voglio svelare. La buona condotta > di Miroslav come sindaco non cambia la condizione del piccolo villaggio, nel bene come nel male. Tutto resta bloccato in una fragile quiete, il passato torna di continuo con le sue ferite e i suoi rancori; non resta che fuggire o adeguarsi. Il romanzo può essere visto come una metafora della realtà odierna. In effetti, viviamo tutti in un mondo claustrofobico, in attesa di un cambiamento che non arriva. Siamo inondati da informazioni apocalittiche, da dichiarazioni altisonanti, ma nulla pare mutare, tutto resta immobile. Viviamo in un' enorme distopia, al cui interno intrecciamo relazioni, sogniamo il passato con nostalgia, elaboriamo il futuro senza sapere se poi ci sarà effettivamente. La chiave di lettura della metafora dà al romanzo una dimensione universale, che va oltre al piccolo villaggio di Sumor; questo approccio pone in secondo piano il Kosovo, e il suo dramma. Con la Bosnia Erzegovina, questa piccola nazione è da decenni in uno stato di sospensione: mantenuta dall'Unione Europea, osteggiata dalla Serbia, i suoi abitanti vivono come in una prigione, oppressi da un passato che non accenna a dissolversi, in un microcosmo dimenticato e sofferente. La lieve e affettuosa ironia della scrittrice, l'abile narrazione e il sistema di personaggi nascondono il dramma in cui vive la popolazione, e mentre ne sottolinea il valore universale, ne dimentica la situazione claustrofobica che richiama i racconti di Dino Buzzati, caratterizzati da un'opprimente angoscia (si veda la recensione dei Sessanta Racconti in questo sito). > Bere la pastiglia alla fontana/ è meglio del rum dell'Avana , canticchiava la stramba Ludmila gettando la dose quotidiana di psicofarmaco. La struttura narrativa ha al centro il sistema dei personaggi: Miroslav e sua moglie, con il loro stanco matrimonio, il ritorno a casa di Zbranko, alla ricerca di un punto di gravità, l'eccentrica e intrigante figura di Ludmila (in serbo cara alla follia") e il suo amore con Nebojia, il sindaco ombra, ingenuo e screanzato piccolo delinquente. Il pregio del romanzo sta proprio nella capacità di tratteggiare questi personaggi, descrivendo abilmente le loro personalità e le loro relazioni reciproche. Sumor è sullo sfondo, scenario a storie personali che non paiono avere realmente uno sviluppo. L'approfondimento psicologico, i tratti onirici della narrazione, il profilo dei personaggi, la leggerezza sono i pregi fondamentali del romanzo. Perché leggerlo? Ben scritto ma si rimane un po' delusi: ci si aspettava che parlasse del Kosovo.






