Alma
Questo romanzo riporta la mente ad un altro libro, apparentemente così lontano nel tempo e nei contenuti: «Le Confessioni d'un italiano» di Ippolito Nievo (vedi la recensione in questo sito). Come per Alma, il grande racconto di Nievo è una storia d'amore, che prende le mosse dall'infanzia in quella terra marginale che è il Nord Est dell'Italia. Carlino, il protagonista narrato da Nievo, è innamorato della bella cugina Pisana, che solo nel punto di morte riconoscerà di averlo sempre amato, così Alma rincorre Vili, quel > bambino magro, gli occhi neri e una frangia scura da teppisti , che ha fatto irruzione inspiegabilmente in una famiglia in strano e incerto equilibrio, portandosi via l'attenzione del padre. E come per i protagonisti delle «Confessioni», la vita di Alma > è sempre stata immersa fino al collo nelle questioni che il passato o la memoria e perfino le ossa sotto terra proiettavano nel presente, e lei non aveva fatto altro che camminare sul filo di una ragnatela sforzandosi di evitare le trappole della Storia, quando invece ci stava camminando sopra. Se, però, la storia d'amore di Nievo si sviluppa dentro la grande e gloriosa cavalcata del Risorgimento, quella di Alma è segnata e travolta dalle tragiche vicende del «di là», quel mondo sconosciuto oltre Vienna e Trieste, quelle terre sempre rimosse dall'immaginario collettivo, il dissolvimento della Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, e oggi la guerra in Ucraina. Alma vive ormai da molti anni a Roma, apprezzata giornalista, ricercata dagli uomini per quel fascino che hanno quelli «di là», ma non può confessare, perché non sarebbe capita, che > solo un esule da quei mondi è in grado di suscitare in lei qualcosa di simile a un innamoramento. L'occasione per tornare «di là» è la morte di suo padre che le ha lasciato «una scatola», in cui dovrebbero esserci i segreti della sua famiglia, insieme con quelli della grande Storia. L'attende confuse combinazioni di sensazioni in cui presente e passato si mescolano insieme, ma non c'è mai il futuro: la nostalgia per i nonni materni, per la bella e solida casa mitteleuropea; la villetta sul Carso dove sono andati a abitare i genitori, per stare lontani dai nonni e dalla buona borghesia; gli arrivi e le partenze improvvise del padre, sempre coinvolto nelle grandi vicende; la madre anch'essa distante perché sempre occupata nella «Città dei Matti»; i bagni e i giochi sulla riviera di Barcola; e poi i morti, gli stupri, le stragi delle guerre balcaniche, immortalate dalle foto di Vili: > una fossa piccola, una fossa enorme, una fossa con dei corpi, il viso di una ragazza tenuta per i capelli. Scoprirà che nella scatola non c'è niente d'importante, come nel grande romanzo di Kenzaburo Oe («La foresta d'acqua», vedi la recensione in questo sito). Ciò che troverà sarà lo svelamento del mistero di Vili: fotografo delle stragi perpetrate dai serbi per dare testimonianza dei crimini commessi durante le guerre balcaniche. Se questa rivelazione potrà dare sollievo all'animo di Alma, non sarò possibile ritrovare l'amore per chi ha sempre amato. > I loro destini si sono incrociati, pensa Alma. e questo è tanto, i tentativi di fuga non contano. (...) Si guardano. E' così sexy, pensano. La solitudine e le incomprensioni, tutto l'amore e tutti quei morti, (...) quei loro teneri anni, e anche tutti quei pensieri sul caos delle loro vite lontane. Ci sono romanzi che vogliono dire troppo, che mescolano grandi affreschi della storia con le vite familiari, senza però riuscire a approfondire a sufficienza le diverse dimensioni dell'esistenza; e tutto resta in superficie. La relazione privilegiata del padre con Vili (quelle passeggiate insieme che escludevano Alma) non è analizzata nei suoi risvolti psicologici ed emotivi: è come il contenuto della scatola che non dice nulla di intimo. Lo stesso legame tra Alma e Vili, che attraversa tanti anni della loro vita, è trattato con spicchi d'esistenza, certamente meglio nella seconda parte del romanzo, nella Belgrado sotto la guerra, ma mai portato fino in fondo. Chi era Vili, una comparsa della Storia, obbligata, come dice lui stesso, > a essere uno che mente, un falsario, un vigliacco, ad alzare il calice a brindisi disgustandosi illudendomi che così avrei salvato qualcuno? E perché Alma perde sempre l'occasione per rompere il guscio entro cui si appaga Vili? Perché non li dice semplicemente che l'ama e lo porta con sé a Roma, lontano da «di là»? O c'è un mistero indicibile (la rigidezza degli affetti familiari, le stragi e le morti, il mondo dei Matti) che impedisce di dispiegare il senso di umanità reciproca? Troppe domande rimaste senza risposta! Sotto il profilo stilistico il romanzo si avvia faticosamente per salire di livello nella seconda parte, quella della guerra, senza dubbio la migliore. Il continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio confonde il lettore che deve di continuo riprendere le fila della narrazione. E' vero che il flusso dei ricordi e delle sensazioni non ha tempo, e tutto ritorna senza mai andare avanti, ma è pur vero che non seguire una sequenza disorienta il lettore, lo confonde inutilmente. La scrittura è di alta qualità, nei dialoghi così come nelle descrizioni: manca tuttavia di mordente, non lascia il segno, anche per l'uso di un italiano standard, scolastico sotto il profilo lessicale. Perché leggerlo? Interessante la sovrapposizione della Storia con le vicende familiari.
L'amante palestinese
È possibile che una storia di amore possa colmare il solco ineluttabile fra due popoli? Il romanzo dà una risposta negativa a questa domanda, forse troppo ingenua. E lo fa ripercorrendo una vicenda sconcertante: la relazione tra Golda Meir, autorevole primo ministro israeliano nei primi anni ʼ70, e Albert Pharaon, discendente di una ricca famiglia palestinese. Il libro ripercorre la storia del nascente stato di Israele dal 1917 ( anno della dichiarazione Balfour con la quale lʼimpero britannico si dichiarò favorevole alla creazione «in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico») e la guerra del 1948, in conseguenza della quale venne costituito lo stato di Israele e iniziò lʼesilio di oltre settecentomila palestinesi. Lʼavvio del romanzo è estremamente suggestivo. Da un lato cʼè Golda, ancora ragazza, nel kibbutz. Lʼideale sionista della vita dura e comunitaria si sintetizza mirabilmente nella vigoria e nel coraggio della giovane Golda: > così luminosa, così sicura di sé e così fiduciosa, ulivo cresciuto rigoglioso in una terra sterile . Dallʼaltro lato cʼè Albert, «uomo di mondo squisitamente educato» per il quale «nulla è abbastanza attraente nella vita sociale da strapparlo al suo dolce ozio». Se Golda personifica la forza inarrestabile di una idea, alimentata dalla disperazione e dal ricordo delle persecuzioni, Albert rappresenta molto bene una casta di possidenti, che contemplano sbalorditi e increduli lʼimmigrazione degli ebrei, con la loro pazza convinzione di crearsi uno stato, e sono soprattutto preoccupati dellʼideologia socialista, che potrebbe alimentare «strane aspirazioni» nei contadini palestinesi, da sempre sfruttati. Pur così diversi, Golda ed Albert si incontrano, si sentono attratti e portano avanti per alcuni anni una relazione nascosta, profondamente carnale. Alla base del loro rapporto cʼè tuttavia un fraintendimento. Per Albert il loro legame è logico e possibile. Il fatto di essere lʼuno un palestinese e lʼaltra una ebrea non è un problema per chi è vissuto da sempre in una terra, nella quale tante comunità hanno convissuto senza difficoltà. Per Golda la barriera di nazionalità è insormontabile. In un colloquio determinante per il futuro del loro rapporto, ad Albert, che la invita a riconoscere che gli ebrei saranno obbligati a vivere con i palestinesi, Golda grida piena di rabbia: > noi siamo venuti qui per non dipendere più da nessuno, capisci? Non ci sono altri noi allʼinfuori di noi . Le parole sacre del sionismo ( «diventare padroni del nostro destino») sono più forti di qualsiasi amore. Ed allora i due amanti > si gettano allʼassalto lʼuno dellʼaltra, si urtano, si stringono disperatamente, abbandonati a una voglia irresistibile di farsi a pezzi, e che non rimanga più niente di loro né della loro relazione impossibile . La storia di amore tra Golda ed Albert è la metafora delle vicende drammatiche di due popoli. La parte più suggestiva del romanzo è quella sino allʼincontro di Golda ed Albert. Fino a questo punto il racconto è aperto ad imprevedibili sviluppi. Il lettore si aspetta che lʼautore voglia investigare la personalità di Golda: moglie, madre, amante di molti uomini, vigorosa idealista, personalità politica, condottiera del suo popolo. La relazione con Albert era solo il passatempo di una donna profondamente carnale o rispondeva, invece, ad un bisogno inconscio di uscire dagli schemi culturali e sociali del suo essere ebrea? Cʼerano contraddizioni nel mondo di Golda o solo capricci di una donna di potere? Tramite Albert Golda poteva essere «il principe azzurro» che gettava il popolo palestinese «nella modernità come gamberi nellʼacqua bollente», creando tuttavia una eventuale convivenza? La narrazione abbandona questa possibile evoluzione, forse per mancanza di informazioni o perché non vuole forzare più di tanto la storia. Si concentra invece sulla figura di Albert, languida, pigra e insignificante. Ed è un peccato perché il racconto perde di attrattiva e diviene il resoconto di un declino di un uomo, il cui epilogo era già scritto nel preambolo, nella sua stessa figura. Perché non leggerlo? È un racconto fragile: non aggiunge elementi alla comprensione del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi, non è intrigante perché non approfondisce il personaggio centrale, quello di Golda.
L'amore arreso
In un precedente romanzo «La storia del giogo dʼoro» la protagonista non riesce a sfuggire ai meccanismi familiari e impazzisce, portando alla rovina sé stessa e chi le sta vicino. Nel primo dei due racconti di questo libro, «Lʼamore devastante», Liusu è altrettanto disprezzata dai parenti, ma coglie lʼoccasione di un incontro casuale per scappare da una casa, che > aveva qualcosa di simile a una dimora di fate e di spiriti: qui lo scorrere lento di un giorno era come il passare di mille anni nel mondo. Ma trascorrere mille anni qui era più o meno come un giorno, perché tutti i giorni erano ugualmente monotoni e senza senso . Ed è la noia, non la passione, a spingerla, guardinga e quasi di malavoglia, ad allacciare una relazione con un cinese occidentalizzato, dalla torbida fama di persona ricca, colta e raffinata, ma ostile al matrimonio. Sin dallʼinizio Liusu sa benissimo che legarsi a questʼuomo significa diventarne la concubina. Mentre accondiscende alle lusinghe dellʼamante pensa tra sé: > se io fossi una donna perbene fino in fondo, tu non ti saresti neanche accorto di me. Ma sorrise, inclinò la testa verso di lui e disse, Tu vorresti che io di fronte agli altri fossi una donna perbene, ma che con te non lo fossi . Con grande abilità lʼautrice ci conduce nello sviluppo di una relazione, nella quale > tutti e due (erano) troppo occupati a parlare dellʼamore, dove potevano trovare il tempo per amarsi davvero? . La conclusione è scontata: il ricco amante ospita Liusu in una casa grande e vuota, dove lei aspetterà le sue visite come una classica concubina. A cambiare questo destino è la guerra. I giapponesi bombardano Hong Kong e lʼuomo, nella città sconvolta, decide di sposare Liusu. > La caduta di Hong Kong aveva segnato la vittoria di lei. Ma in questo mondo irragionevole, chi mai sapeva distinguere quali erano le cause, quali gli effetti? Chi poteva saperlo? E forse proprio perché lei potesse vincere era dovuta cadere una intera città? Nel secondo racconto, Rosa rossa, rosa bianca > , lʼautrice si chiede se la trasgressione e il perbenismo possano convivere nella stessa personalità. Zhenbao è un tipo razionale e preciso, in tutto e per tutto il perfetto uomo cinese moderno. Partito fin dallʼinizio col piede giusto, (...) ora aveva unʼottima posizione in una famosa compagnia tessile straniera > Tutto sembra ineccepibile: la moglie laureata di buona famiglia, la figlioletta per quale sono state già accantonate le risorse per le rette universitarie, lʼattenzione premurosa verso la madre e i fratelli, lʼimpegno sul lavoro e lʼaltruismo verso gli amici. Ma è proprio vero? Dal racconto veniamo a sapere che Zhenbao ha avuto unʼintensa e appagante relazione con una donna sposata. Quando lʼamante, realmente innamorata, confessa al marito il tradimento, Zhenbao la lascia perché capisce che lo scandalo lo travolgerebbe. È sufficiente incontrare la donna dopo molti anni per sconvolgerlo e distruggere la sua opaca vita borghese: frequenta prostitute, si dà al bere e al gioco, trascura il lavoro, picchia la moglie. E tu. Stai bene, tu?, chiese lei. Mentre cercava le parole adatte per riassumere in poche, semplici frasi la perfetta felicità della sua vita, Zhenbao alzò la testa e vide la propria faccia nello specchietto a destra dellʼautista. (...) Dʼun tratto però cominciò a tremare davvero e vide nello specchio che le lacrime gli rigavano le guance. Il perché non lo capiva neanche lui. In quel genere di incontri, è sempre lei che piange, non lui. (...) Lungi da consolarlo, lei restò zitta a lungo, poi disse: Non è questa, la tua fermata? > Lʼautrice scava lʼambiguità dellʼanimo umano con un taglio fortemente occidentale. Se lʼavvio del primo racconto richiama ancora la tradizionale famiglia cinese, il proseguimento del racconto potrebbe essere ambientato in qualsiasi città europea. I contenuti e la scrittura stessa del secondo racconto riecheggiano molta letteratura occidentale, alla quale lʼautrice ha attinto largamente. Cʼè poca originalità. Ad affascinare il lettore resta la capacità di Zhang di muoversi nei chiaro scuri e di sondare lʼanimo umano, in particolare quello femminile. Jiaorui e Zhenbao sono a letto: la donna capisce che lʼuomo vuole lasciarla. Sollevando il viso gonfio e arrossato, Jiaorui lo fissò, poi balzò in piedi, quasi stupita lei stessa dʼessersi ridotta in quello stato. (...) Si asciugò gli occhi con il fazzoletto, si soffiò il naso e uscì. (...) Nel sonno gli parve qualcuno si fosse steso sopra di lui, piangendo. (...) Capì che Jiaorui era tornata. (...) Il calore di quel corpo femminile lo avvolgeva come una trapunta di piumino foderata di seta, trasmettendogli un piacevole, sensualissimo tepore. Quando Zhenbao fu sveglio del tutto, Jiaorui se ne andò senza dir niente, né lui proferì verbo". Perché leggerlo? Sono brevi racconti, la scrittura è piacevole ed alcune pagine sono particolarmente suggestive.
Anni Lenti
In «Patria» l'autore affronta con toni forti le conseguenze psicologiche ed esistenziali della guerra civile che ha insanguinato i Paesi Baschi dal 1968 al 2011 (si veda la recensione in questo sito). Con «Anni Lenti» Aramburu tratta gli stessi temi, ma con accenti placidi, quasi sognanti. D'altra parte > quando mi soffermo a passare in rassegna i miei ricordi di quegli anni (quelli della Spagna di Franco), mi torna una vecchia sensazione di lentezza. (...) Mi tenta, almeno in alcuni tratti del romanzo, fare uno sforzo per trasmettere mediante uno stile studiatamente lento quella sensazione di marasma storico. Per dare questa impressione di una storia > che si trascinava pigramente , l'autore immagina che un «informatore» gli fornisca gli elementi per costruire un romanzo, anche > se bisognerà scostarsi dalla testimonianza dell'informatore, si farà. Prima la letteratura, poi, se rimane spazio, la verità. E quindi una persona ormai adulta racconta a Aramburu la sua vita da bambino presso alcuni parenti di San Sebastian. Lui, > uno stronzo di un navarro , come lo accoglie il cugino Julen, si ritrova a vivere in una famiglia basca: una zia autoritaria e brusca, lo zio malinconico e assente, la cugina grassa e brutta che se la fa con tutti i ragazzi, e Julen, che vedendolo piangere lo consola prendendolo in giro: > se fossi basco non piangeresti. Hai mai visto piangere il ferro? Però, visto che sei un navarro di pasta frolla, succede quello che succede. Forte, sbruffone, sicuro di sé, viziato dalla madre, Julien ricorda Joxe Mari di Patria e, infatti, la sua vicenda ha molti tratti simili: entra nell'ETA, è costretto a fuggire in Francia, ma, a differenza di Joxe, Julien non regge la solitudine e le privazioni della vita clandestina; tradisce l'organizzazione e ritorna a San Sebastian, gettando vergogna sulla famiglia. Tutto questo è descritto con gli occhi di un bambino, che non coglie fino in fondo i pericoli connessi agli avvenimenti e il loro impatto sulla famiglia degli zii. E' vero gli veniva un brivido di paura quando vedeva passare la Guardia Civil, ma > quei baffi, se li ricorda? Quegli sguardi duri, i manganelli e i caschi. le armi che la mia immaginazione da adolescente faceva fatica a concepire fuori dai film di indiani e cowboy. Nella fantasia del bambino tutto si mescola creando come una commedia dell'arte in cui personaggi buffi o spaventosi si agitano nella stessa atmosfera surreale e comica. Si pensi alla cugina grassa, che rimasta incinta è costretta a sposare lo scemo del villaggio, anche lui obeso e malfatto. O la figura grottescamente solenne del parroco, sicuro nel suo istigare i giovani ad affiliarsi all'ETA, e tremebondo quando rischia di essere arrestato. Eppure, il racconto soffuso e divertente dell'informatore bambino non riesce a dare pace, a permettere una conciliazione, anche quarant'anni dopo. Il romanzo si conclude con un ricordo amaro dell'autore. In autobus incontra il padre di Julien ma si volta dall'altra parte. > Mi hanno attaccato l'odio. (...) Mi piacerebbe chiedergli perdono, ma è morto. Ci sono tanti modi per parlare delle tragedie di un Paese, delle lacerazioni di una comunità e dei dolori delle persone che sono stati segnati da quegli avvenimenti. In questo romanzo Aramburu lo fa con un approccio spericolato, sempre sull'esile confine tra il comico e il drammatico; ne deriva un senso di inadeguatezza della narrazione che cresce via via che ci si inoltra nel racconto e ci si aspetterebbe una sua evoluzione verso una maggiore profondità di esposizioni e giudizi. Forse, Aramburu ha sbagliato l'informatore, che poteva fare un bambino? Non poteva che difendere la sua infanzia dietro a una visione fantastica, quasi che tutto fosse quel gioco di ciclisti di plastica, unico giocattolo del bambino informatore, che > avanzano a turno, di tanti passi quanti ne indicava il dado. Aramburu mostra sempre una notevole creatività narrativa. Se in Patria era il cambio del narratore in corsa (dall'io al lei nella stessa frase), qui è invece l'affiancamento al racconto del bambino di una sorta di traccia dello scrittore su come deve sviluppare il romanzo: la trama, l'ambientazione, gli approfondimenti, le parole. Sono «appunti» che via via sovrastano la narrazione, perdendo il senso di una riflessione su se stesso e sul mestiere dello scrittore per divenire sempre più un altro racconto, che ammutolisce quello del bambino. All'inizio questo espediente letterario è intrigante, perché insolito, ma poi si rivela ripetitivo e rompe lo sviluppo lineare della storia. Perché leggerlo? Piacevole ma alla fine il racconto svanisce.
Appartamento a Istanbul
La protagonista è una quarantenne tedesca, che vive in Turchia e gestisce una libreria specializzata in gialli. Si descrive in questo modo: > ho il doppio mento, i capelli arancioni, un telefono cellulare (un modello vecchio, però) e una cerchia di amiche che fanno uso di anti depressivi. Sono sempre nervosa, ma non so perché . Triste e sconfortata a seguito di un litigio con il fidanzato, si mette alla ricerca di un appartamento da acquistare. Tra quelli che le sono stati segnalati, cerca di visitarne uno, peraltro occupato abusivamente. Nel tentativo di vederlo, la protagonista, che ha un carattere impulsivo e irascibile, si scontra con lʼinquilino, che rifiuta di farle prendere visione dei locali. Vuole il caso che lʼinquilino venga ucciso: inizia una storia poliziesca, nella quale la protagonista, un pò perché sospettata e soprattutto perché le piace fare la detective, cerca di trovare lʼassassino. Bisogna dire che come noir non è particolarmente avvincente, in particolare perché manca di colpi di scena e tutto appare un pò scontato. Più interessante risulta il tratteggio di una donna che sta in bilico tra due società così differenti, quella tedesca ( dove «la gente è sempre di malumore, infelice e insoddisfatta») e quella turca, dove > gli interni delle case e i vetri delle finestre sono tirati a lucido, ma i balconi e le strade sono talmente sporchi da risultare sgradevoli a chiunque ci metta piede . È chiaro che cosa vuole la protagonista, anche perché dove può vivere, se non in una città mediterranea, una donna che preferisce che nella sua vita entri «un nuovo appartamento invece di un altro uomo?» Il libro ha un innegabile pregio: offrire ad un eventuale turista un elenco dei quartieri più interessanti di Istanbul. La figura della protagonista è descritta con tratti frettolosi e superficiali, quasi volutamente per non entrare in approfondimenti psicologici o sociologici. La vita corre veloce e non cʼè tempo per capire perché si vive ad Istanbul invece che a Berlino, perché si preferisce vivere da soli, con il piacere di fare la detective, che avere un marito e le amicizie tipiche di una tedesca progressista di mezzʼetà, come avere > amiche ossigenate che abitassero in complessi residenziali con piscina, che si lamentassero dei mariti che russavano, che portassero ballerine argentate e votassero per i socialdemocratici . Perché leggerlo? La lettura è piacevole ma il racconto è evanescente e labile. Il lavoro del traduttore deve costare molto poco per pubblicare in italiano un libro così scontato.
Artemisia e I colori delle stelle
Ci sono artisti che rimangono inchiodati per sempre a un'idea che abbiamo di loro e che ci impedisce di apprezzarli veramente. Si pensi a Dino Campana, il poeta matto, e come alla presunta pazzia sia stata ricondotta la sua poesia, mettendo in secondo piano le qualità stilistiche e le fonti d'inspirazione (si veda la recensione in questo sito di «La notte della cometa» di Sebastiano Vassalli). Lo stesso è accaduto per Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta tra il 1593 e il 1653. Benché fu autrice di circa 50 dipinti e divenne famosa in tutta Europa, la memoria di questa grande artista resta legata allo stupro e al successivo processo che subì nel 1612. > Eppure niente di tutto questo sarà sufficiente a far brillare il mio valore agli occhi del mondo. Come una maledizione che mi porto addosso, per tutti, collezionisti e biografi, sarò sempre la pittora dello scandalo, dello stupro e della vendetta. Così l'autore di questo romanzo immagina che Artemisia rifletta sulla sua vita, quando è ormai donna affermata, ben inserita nella società del suo tempo. In Artemisia riaffiora di continuo quel ritornello che le cantavano all'uscita del tribunale, assolta da ogni colpa, > tra sorrisetti ammiccanti, proposte oscene, lazzi impietosi, (...) Pittora, pittoressa, piglia 'sto pennello e scaldalo a la fessa. E come potrebbe essere altrimenti se ammiriamo le sue Giuditte, impressionati dal realismo feroce delle immagini: il primo quadro («Giuditta che decapita Oloferne»del 1612) in cui l'episodio biblico è trasformato in una rappresentazione della vendetta della donna offesa, e il secondo alla fine della sua vita («Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne» del 1650), in cui le due donne fuggono con la testa dell'uomo dopo averlo decapitato. Quanta profonda è la ferita in una donna abusata da emergere anche dopo tanti anni! Il piacere della negazione non è concesso alla donna, come dice Tjeu Cole in «Open City» (si veda la recensione in questo sito). Tanto più se lo stupro è stato permesso dal padre Orazio, che si è servito della bella e giovane figlia per ingraziarsi i potenti e stringere relazioni d'affari; e ancora di più se con la denuncia, che ha disonorato per sempre la figlia, il padre non voleva punire lo stupratore, ma intendeva riavere un quadro di cui si era appropriato lo stupratore: quadro la cui ideazione il padre riteneva sua, ma era invece di Artemisia ventenne. Parliamo della prima Giuditta, con cui Artemisia si vendicava per l'eternità dell'uomo e rappresentava la solidarietà femminile contro la società maschile. Così tre volte tradita dal padre, Artemisia subì un processo e il disonore, in una Roma papalina, corrotta, violenta e lussuriosa. Nel romanzo Artemisia non è una vittima piangente, è una ragazza forte e disincantata, che sa che la donna deve combattere da sola. Difende. disperatamente e con orgoglio, il suo futuro di pittrice, cosciente del suo valore. Quando torna a casa, dopo aver subito la tortura, non le disturbano le insolenze degli uomini (è abituata!), è invece preoccupata delle sue mani, di poter ancora dipingere. Se la prima parte del romanzo racconta l'intrigo intorno alla vicenda di Artemisia, nella seconda parte, ambientata a Napoli nel 1648, Artemisia è ormai una donna affermata ed è difficile trovare nella narrazione la drammaticità che aveva caratterizzato la prima parte. Di fatto non ci sono vicende rilevanti, la narrazione procede placida, anche se emerge sempre l'irrequietudine di Artemisia, la sua inclinazione a preferire le scene violente, scandalose e turpi, proprie dei quartieri plebei di Napoli, in contrasto con l'opulenza manifesta del governo spagnolo, lontano dai bei ritratti eseguiti per gli uomini illustri, sempre affondando nella melma della sofferenza. Vogliamo discostarci dalle Giuditte, ma sono sempre loro a dominare la nostra visione di Artemisia. E' difficile individuare un filone narrativo in una trama fatta di troppi episodi tra loro poco legati dallo svolgimento della storia. Lo stesso salto temporale e la differente ambientazione, Roma e poi Napoli, non favoriscono l'unitarietà del racconto. Il pregio del romanzo sta, invece, in alcune descrizioni dell'ambiente; descrizioni dai colori forti, dal frasario scurrile e dalla sottile ironia, tratti che richiamano Boccaccio, rendendo il racconto quasi un romanzo sociale. Si coglie l'influenza dei grandi scrittori napoletani del secondo dopoguerra, come Domenico Rea (si vedano le recensioni di «Spaccanapoli» e «Ninfa plebea» in questo sito). Per dare un'idea dello stile di Raffaele Messina si prenda come esempio una delle pagine più felici del romanzo: «All'osteria della fontana», dove gli avventori insinuano che sia stato il padre stesso a sverginare la figlia. > Buttata lì, su quella frattina intrisa di grasso animale, l'ipotesi catturò l'attenzione di tutti gli occupanti. I dadi, lanciati tra continue bestemmie, esaurirono il tintinnio entro il boccale rovesciato; le carte, scoperte sul tavolo o ancora rivoltate, non passarono più di mano di mano. (...) > Ebreo d'un oste, dacci er tuo parere! (...) Con un piatto fumante di minestra di farro e cotenne, retto in alto con la mano destra, si voltò lentamente verso il suo interlocutore e gli rispose con sorriso rubicondo: E' bello il fottere come il bere vino. Di chi sia il buco o quale il vitigno, non è questione d'oste ma cavillo d'avvocato! > . La scrittura scorre fluida, inframezzata da abili citazioni degli atti del processo per stupro o delle lettere della stessa Artemisia; divagazioni che danno veridicità e colore alla narrazione, pur all'interno di un stile tipicamente contemporaneo, con scivolate anche giornalistiche, come per esempio l'abuso del punto" e il conseguente periodo non sostenuto dal verbo. Perché leggerlo? Belle le descrizioni dell'ambiente





