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L'Adalgisa
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L'Adalgisa

Il libro è costituito da 10 racconti, che sono altrettanto bozzetti della vita della borghesia milanese degli anni ʼ30. Il tratto comune è una lieve ironia di una società soddisfatta di sè stessa, attenta ai soldi, ai buoni matrimoni, alle occasioni mondane, ma anche alla cultura tecnica, «allʼingegnere». Le scene della vita lombarda sono, poi, lʼoccasione per Gadda per una esplosione di parole, modi di dire, neologismi, sovrapposizioni di forme dialettali a italianismi, che confonde il lettore, il quale perde, spesso, il senso del racconto ma anche il filo del discorso. Sembra, quasi, che lo scrittore abbia lavorato in piena libertà con il linguaggio ed è, quindi, impossibile riferirsi ad una trama, a personaggi, ad episodi, ma la lettura si perde in una serie di impressioni, alcune felici, molte noiose e ripetitive. In uno dei racconti più briosi ( > Quando il Girolamo ha smesso...) Gadda racconta le vicende di una onorata ditta che fallisce in quanto ha dato i soldi ad un finanziere creativo: per levar di tasca, a certi bamboloni con la bocca aperta, lʼanima di quei quattro ruspi o ovverosia sudati risparmi che gli son costati una vita; per spennarli a modino, sti cocchi di mamma, senza gli abbino a strillar troppo forte, e arrivare a farli finalmente contenti dʼun bellʼuscio chiuso, sigillato in piena regola dallʼautorità giudiziaria, per raggiungere questa suprema meta del credito e dellʼattività creditizia, si può bene ingegnarsi adoperare una Croce, la Patria, poi, neanche a parlarne«. In un bozzetto felicissimo sulle abitudini della borghesia milanese (» I ritagli di tempo«), lʼautore racconta il sonnellino durante la lettura del giornale:»bello è il vedere un ingegnere Caviggioni seduto, e quieto, una volta tanto, onninamente immemore del 263.890 e delle filettature normali (dei bulloni Withworth): seduto, dico, anzi nobilmente abbandonato sulla poltroncina del sabato, in attitudine pregustante, indi poco di poi assaporante«. In un altro racconto (» un concerto di centoventi professori), viene tratteggiata con benevole sarcasmo lʼabitudine a frequentare il teatro, dove > la società musogonica della città industre, aja di laboriosi pupilli, dopo le molte buone opere, sʼaduna a purgare le sue indigestioncelle farisaiche, i suoi peccatuzzi stitici, col porger orecchio a quegli altri peccati, un pò più cipperimerli per fortuna, di Luigi Dallapiccola e di Igor Strawinski . Perché non leggerlo? Singoli frammenti sono anche deliziosi, ma per gustarli bisogna soffrire per 284 pagine.

Carlo Emilio GaddaGarzanti
Adua
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Adua

Lʼeditore presenta il libro come un romanzo a due voci, «quella di un padre e di una figlia». Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare unʼattrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo ventʼanni si ritrova donna matura, «Vecchia Lira», come i nuovi immigranti chiamano «le donne della diaspora». Un poʼ per compassione e un poʼ per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che > bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che lʼItalia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta . Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, unʼinfanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa nʼè dei sogni di Adua? > Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni . Lʼautrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in unʼaltra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con questʼultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per lʼItalia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie lʼinfibulazione, perché > dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda . È un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. > Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore . Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non sʼincontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore. > Mi piace Roma dʼestate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa . Le parole di Adua «si sciolgono e si perdono». Guarda la negra, parla da sola«. E Zoppe cammina per la Roma fascista e»la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore... lʼodore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu > . Ecco ciò che lega padre e figlia: lʼamore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di unʼ Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani. Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per lʼautrice. È difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; unʼoccasione persa. Perché non leggerlo? È confuso e alla fine noioso.

Igiaba ScegoGiunti
Almarina
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Almarina

> Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. (...) Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall'altra parte del cancello, l'onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano... . Con questo incipit il lettore si illude di pregustare il mondo surreale di Anna Maria Ortese (si vedano «Il mare non bagna Napoli» e il Cardillo Addolorato > ); ed invece ci si trova dinanzi ad una storia d'amore sospesa in aria, perché travolta da un flusso di coscienza incontrollato in quanto totalmente interiore. Cinquantenne professoressa di matematica, Elisabetta Maiorano insegna nel carcere di Nisida. Chiunque varchi la porta di un carcere lo sa (e se non lo sa, lo sente) che sta passando da un'altra parte inconciliabile con la promessa che ci fecero da bambini: che la vita non avrebbe fatto paura, e non saremmo mai rimasti soli. Il carcere invece è paura e solitudine > . Ma  essere detenuti, vivere in una quotidianità ripetitiva e nel contempo protettiva, che crea una sensazione di isolamento o sono invece le rimembranze di una vita, le speranze e le disillusioni, le scelte sbagliate e gli amori incompresi? A seguire l'effluvio senza sosta della protagonista narratrice viene a pensare che il carcere sia solo un grimaldello per fare uscire il mondo interiore, e pure per piangersi addosso: il marito non amato, il figlio disperatamente cercato con l'inseminazione artificiale e poi con le richieste di adozione, la noia dell'insegnamento, la vecchiaia che avanza. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze > . Ma se per il carcerato, di cui parla apparentemente la protagonista, c'è la luce della vita normale, come può una persona imprigionata in sé stessa fuggire dalla propria esistenza, prosaica e triste? Solo se irrompe l'Amore. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore. (...) Io non so nuotare, lei mi ha detto, allora.«Leggendo Valeria Parrella viene in mente Alda Merini, quando scrive»e forse staccherò dalle radici/la rimossa speranza dell'amore,/ricorderò che frutto d'ogni/limite umano è assenza di memoria,/tutta mi affonderò nel divenire...". In entrambe le autrici si è in presenza di una irrequieta e inappagabile ricerca di un Amore che permetta di rimuovere la memoria, o almeno sospenderla. Il carcere, così come il manicomio per la Merini, è una metafora della prigione dell'animo umano, un momento di quiete, un luogo di incontri inaspettati. Ogni pagina di Parrella è un cammeo, simile a un breve e intenso componimento poetico. Ma se in Merini il lirismo, il parlare di sé stessi, i sentimenti accennati, la preziosità lessicale sono al loro posto perché tipici di un sonetto, soprattutto secondo la tradizionale poesia italiana, in Parrella questi tratti stilistici e narrativi compromettono il racconto complessivo, tolgono movimento alla storia, inaridiscono i personaggi, in particolare quello di Almarina, di fatto incomprensibile. L' io specchiante non si addice al romanzo, il quale richiede comunque una trama. Perché non leggerlo? Un effluvio elegante ma avulso da una struttura narrativa.

Valeria ParrellaGiulio Einaudi
L'anno della morte di Ricardo Reis
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L'anno della morte di Ricardo Reis

Ricardo Reis é uno dei tanti nomi, con i quali firmava le sue opere Fernando Pessoa, massimo scrittore portoghese del novecento. Lʼautore immagina che un Ricardo Reis, dopo sedici anni trascorsi in Brasile, ritorni a Lisbona, proprio nellʼanno della morte di Pessoa, il 1935. È inutile cercare una trama nel romanzo; come nellʼUlisse di Joice, il vero soggetto del racconto sono le peregrinazioni nella Lisbona degli anni ʼ30 e il susseguirsi di pensieri sulla realtà e su sé stessi: pensieri che non trovano mai nelle parole una esauriente espressione. > Sopra la nudità forte della verità il manto diafano della fantasia, sembra chiara la sentenza, chiara, chiusa e conclusa, anche un bambino sarà capace di capirla e andarla a ripetere allʼesame senza sbagliarsi, ma questo stesso bambino capirebbe e ripeterebbe con ugual convinzione una nuova frase, Sopra la nudità forte della fantasia il manto diafano della verità, e questa frase sì, dà molto più da pensare, e immaginare con gusto, solida e nuda la fantasia, diafana appena la verità, se le sentenze capovolte diventassero leggi, che mondo faremmo con loro, è un miracolo che gli uomini non impazziscano ogni volta che aprono bocca per parlare . Nellʼabile capovolgimento letterario con il quale la certezza della realtà si trasforma in vaghezza, e prende il sopravvento lʼimmaginazione, si rivela il tema di fondo del romanzo; non è più possibile «leggere» il mondo, quello interiore così come il contesto esterno. Ricardo Reis cammina per Lisbona come se fosse in un labirinto, senza trovare le vie di uscita. È in parte «uno spettatore dello spettacolo del mondo» ed in parte è travolto dai suoi stessi pensieri: non è lui > che pensa questi pensieri né uno di quegli innumerevoli che vivono dentro di lui, è forse il pensiero stesso che sta pensando, o semplicemente pensando, mentre lui assiste, sorpreso allo srotolarsi di un filo che lo conduce per strade e corridoi ignoti... Ma è Ricardo Reis che è confuso o è invece la realtà stessa che diviene rappresentazione, non verità? Le pagine più interessanti del libro riguardano il viaggio del protagonista a Fatima e la descrizione di una sorta di simulazione di guerra da parte del regime dittatoriale di Salazar: una voglia di partecipare alla grande mattanza degli anni ʼ30 (guerra di Spagna e poi conflitto mondiale). Alla vista dello sfruttamento senza ritegno delle speranze di una guarigione, del commercio piccolo e grande intorno al santuario, la religione diviene superstizione, occasione di festa, disprezzo della spiritualità. Nello stesso modo le parate militari, le celebrazioni di vittorie mai avvenute, le false notizie, la propaganda sono lʼinquietante parodia di un disastro morale e fisico che incombe sullʼEuropa. Il protagonista cerca, senza grande convinzione, solidi ancoraggi alla propria vita, interiore e politica, ma è tutto inutile: > il tempo si trascina come unʼonda lenta e vischiosa, una pasta di vetro liquido sulla cui superficie ci sono miriadi di scintillii che attraggono gli occhi e deviano il significato, mentre in profondità traspare il nucleo fulvo e inquietante, motore in movimento (...) Manca a Ricardo Reis un cagnolino da cieco, un bastone, una luce davanti, che questo mondo e questa Lisbona sono una nebbia scura dove si perdono il sud e il nord, lʼest e lʼovest, dove lʼunica via aperta va verso il basso, se un uomo si abbandona precipita giù, manichino senza gambe né testa . Non cʼè quindi da stupirsi che quando il fantasma di Pessoa fa visita al protagonista, Ricardo Reis decida di seguirlo nel mondo dei morti, laddove la lettura è la prima facoltà che si perde. «Qui (a Lisbona), dove il mare è finito e la terra attende». Si possono dare molte interpretazioni al romanzo: la narrazione di un percorso verso la morte; il desiderio di parlare di una Lisbona ormai scomparsa; il contrasto tra lʼamore vagheggiato ed idealizzato (la figura di Marcenda, figlia di un notaio) e lʼamore sensuale e concreto (la relazione con la cameriera Lidia); la sottile ironia della società portoghese; ed altri significati ancora. Il filo unitario di tante spiegazioni è la frantumazione della coscienza europea, consapevole e spaventata ma inerte e pavida dinanzi al disastro verso il quale va, come se fosse trascinata da un destino illeggibile e inarrestabile. > Tutti abbiamo avuto padre e madre, ma siamo figli del caso e della necessità, qualsiasi cosa questa frase significhi, lʼha pensata Ricardo Reis, che la chiarisca lui . Durante la lettura del romanzo ci si imbatte in frasi eccezionali dal punto di vista letterario. Non si può non essere invidiosi, ed affascinati, del seguente periodo. > Solo una vaga pena inconseguente indugia un poco alla porta del mio animo e dopo avermi un attimo fissato passa, sorridendo di nulla, ha mormorato (Ricardo Reis). Ma in generale lo stile narrativo è pesante e noioso. La frase è complessa, con numerosi cambi di soggetto, i periodi sono lunghi con la dominanza della virgola, la punteggiatura non aiuta la lettura, le riflessioni, spesso di carattere filosofico, prevalgono rispetto alla trama, ai personaggi e alle descrizioni. Mancano totalmente i dialoghi, che potrebbero dare respiro e vivacità alla narrazione. È un Ulisse, nel quale non cʼè Mr Bloom. Perché non leggerlo? È noioso e prolisso.

José SaramagoLa Repubblica
L'anulare
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L'anulare

Se nell'antico Egitto era praticata l'imbalsamazione per conservare un defunto per l'eternità, la visione scintoista e una certa dose di feticismo portano in Giappone a preservare e custodire oggetti e esseri viventi, importanti nella propria vita. Nel romanzo si parta di un «esemplare» e la tecnica usata è forse simile a quella seguita per la conservazione di reperti liquidi, ricorrendo all'aldeide formica. Comunque il metodo non è spiegato nel libro, forse per lasciare un'atmosfera magica e misteriosa. Questo lungo preambolo è stato necessario per inquadrare la storia. La protagonista è una ragazza che ha abbandonato l'impiego in una fabbrica di bibite dopo un incidente sul lavoro: l'ingranaggio di una macchina le ha asportato la punta dell'anulare, > un'immagine mi ossessionava; quel pezzetto di carne a forma di conchiglia, rosa come un petalo di ciliegio, tenera come la polpa di un frutto maturo, che cade al rallentatore nella gazzosa ghiacciata per poi restare sul fondo, fluttuando tra le bollicine, (...) avevo perso una parte del mio corpo. Va a lavorare in città, in una palazzina semi abbandonata. Qui il signor Deshimaru prepara e custodisce degli esemplari di tutti i tipi. > Tutto era impeccabile in lui. Il colore della pelle, i capelli, la forma delle orecchie, la lunghezza delle braccia e delle gambe, la linea delle spalle, la voce risultavano perfettamente armoniosi. (...) I raggi del sole avvolgevano il camice bianco disegnandovi intorno un'aureola di luce. Un giorno, il signor Deshimaru le mette delle scarpe nuove e le ordina di calzarle sempre; poi la spoglia, lasciandole le scarpe indosso, e fanno all'amore. > Sbottonò la camicetta con ordine dall'alto e aprì la cerniera lampo della gonna svasata. (...) Alla fine  mi ritrovai nuda. Avevo addosso solo le scarpe nere di pelle. (...) Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia-- non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi --come se avesse voluto farmi aderire tutto a sé. (...) Ebbi la sensazione di essere stata trasformata in un esemplare incorporato a lui. Da qui la storia è un lento scivolamento fino alla domanda inevitabile: > non potrei affidarmi a te e diventare anch'io uno dei tuoi esemplari? (...) Il liquido conservante doveva essere caldo e tranquillo. Non era freddo e frizzante come la gazzosa. Avrebbe avvolto completamente l'anulare, dalla punta all'angolo fino alle sottilissime linee del polpastrello, mentre il tappo di sughero l'avrebbe preservato dalla polvere e dai rumori esterni. Il racconto è inquietante se lo si vede come una vicenda reale; diviene sostenibile se lo si considera come una metafora della privazione di una parte del corpo. Aver visto staccarsi e disperdersi un piccolo anulare ha creato una ferita profonda nella coscienza della ragazza. E' come se fossimo in un sogno, in cui una sorta di sciamano, tenebroso e lucente a un tempo, attira a sé la ragazza offrendole un mondo protettivo è claustrofobico. Divenire un «esemplare» è un modo per fuggire dalla realtà. La scrittura è limpida e semplice, ben rispecchia il disorientamento della ragazza; piacevole e fluida, lo stile contribuisce a un senso generale di inverosimiglianza, che neanche l'eccentricità della cultura giapponese può superare. Tutto è in superficie, non esiste approfondimento psicologico in un racconto in cui solo i contorni fisici e gli oggetti sono descritti in dettaglio e acquistano in tal modo una parvenza reale. La storia fluisce troppo lineare. Perché non leggerlo? E' troppo inverosimile

Yoko OgawaCorriere della Sera
Articolo 353 del codice penale
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Articolo 353 del codice penale

«Volgare caso di truffa, signor giudice, niente di più». Kermeur si trova dinanzi al giudice: ha confessato di avere ucciso un uomo d'affari, Antoine Lazenec. «Ce lo siamo visti spuntare come un fungo ai piedi di un albero», ma in un piccolo paese tranquillo, senza idee e senza lavoro, > quando arriva uno come lui con un'espressione così determinata sulla faccia, (...) c'è qualcosa in lui che sembra come una mano tesa per tirarci fuori anche l'anima, con tutte quelle idee di cambiamento, con tutti quei grandi progetti . La gente ci casca, a cominciare dal sindaco; il pensionato Kermeur investe la sua liquidazione, avvinto dai sogni di ricchezza dell'avventuriero Lazenec. Il bello è che il truffatore non lascia il paese dopo che è ormai evidente che i grandi progetti non diventeranno mai realtà, che i soldi se li è intascati lui, dopo che il sindaco si è suicidato; no, lui resta lì a mettere in mostra il suo dispendioso stile di vita, a propagare ottimismo e fandonie: > un tipo del genere, signor giudice, un tipo del genere, l'ho capito dopo: se non lo fai sparire tu, non sparirà mai. Tornerà . E' questa la motivazione dell'omicidio: un pover uomo, rovinato da un truffatore, si è caricato come «una pila elettrica» e alla fine è esploso, liberando sé stesso e tutto il paese di un vanaglorioso mascalzone. Che bisogno c'è di un lungo interrogatorio? E' quello che ci chiediamo anche noi. In realtà il racconto è un lento soliloquio, in cui Kermeur, l'io narrante, parla con «l'io specchiante», impersonato da un laconico giudice.  E' come lo specchio sul caminetto, davanti al quale il protagonista è solito passare molte ore. > E non perché voglio vedere quello che ci si riflette sopra, ho detto al giudice, ma è più forte di me, a forza di guardarlo mi trovo come impigliato nello spessore del vetro, il cervello catturato dalla nebbia che si potrebbe confondere con qualunque mattino infernale quando il sole tenta inutilmente di rifletterci dentro, ma come impallidito o ingannato dalla grana opaca dello specchio . Veniamo così a conoscenza di tutta la vita del pensionato: l'abbandono della moglie, la crescita del figlio, da bambino sino ad essere un adolescente precocemente finito nei guai con la giustizia, la nostalgia del lavoro e i pochi amici, la passione per la pesca e il contesto di un paese sull'Atlantico, dove pareva che  > i pini e le felci e l'erba grassa delle dune (...) fossero a conoscenza di un segreto e sussurrassero contro di me, accanto a me, fieri di abitare nel loro mondo particolare, un mondo senza frasi e senza pensieri maligni . E' , insomma, il racconto di una depressione. C'è niente di peggio di aspettarsi qualcosa e trovarsi dinanzi ad altro. Nel prendere in mano il libro si sperava in un intrigo poliziesco o  in una storia di provincia abilmente raccontata; ed invece siamo andati incontro ad una sbrodolata di parole, ben scritta bisogna dire, talvolta con riflessioni interessanti, come quando lo scrittore osserva come «un figlio non sia programmato per provare compassione per te», verità che noi genitori dovremmo avere ben presente! E tuttavia non è lo stile brillante e brioso a salvarci, siamo ben lontani dal Dottor Zivago, caro Viel. Il susseguirsi delle frasi, la mancanza di azione, l'eccessiva introspezione, il troppo raccontarsi sono tutti elementi che rendono il romanzo estremamente noioso e pedante. Perché non leggerlo? E' insopportabile.

Tanguy VielNeri Pozza
L'attore
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L'attore

Mario Soldati è stato definito «il primo, grande media-man della cultura italiana» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 2016). Infatti, fu romanziere, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. I suoi numerosi romanzi (si possono leggere le recensioni in questo sito: «A cena con il Commendatore», «Lo smeraldo» e «El Paseo dei Gracia») riflettono la grande esperienza come autore cinematografico, sia nello stile come nei contenuti narrativi. Per Soldati ciascuno di noi indossa una maschera, anche se non se ne accorge perché il travestimento fa parte della nostra più profonda coscienza; di conseguenza le nostre relazioni con gli altri sono ambigue, spesso piene di futili inganni, a noi piace vivere come in un sogno, come se fossimo in una soap opera.  Viviamo, insomma, in una bolla. A differenza degli altri racconti questo romanzo muove da una vicenda dello scrittore che potrebbe essere reale. Soldati, il narratore, incontra un vecchio amico, un modesto attore, che non vede da molti anni. Enzo è in una difficilissima condizione finanziaria perché sua moglie continua a perdere somme cospicue al Casino: chiede a Soldati un lavoro. Il nostro scrittore cerca di trovargli una parte in una serie televisiva, anche se il momento non è facile perché nuovi dirigenti sono subentrati ai vecchi con cui Soldati aveva un ottimo rapporto. Per informare l'amico di cosa sta facendo va a Bordighera dove vive Enzo con sua moglie. In questo modo Soldati si trova intrappolato in un' intricata ed equivoca relazione familiare: la moglie di Enzo, a suo tempo una bella donna, oggi obesa e malata, è gelosa del marito, che la tradirebbe con la loro cameriera; Giovanna, la cameriera, padroneggia Enzo e la moglie con il suo fascino misterioso e seduttivo; e infine Enzo con convinzione sostiene di amare la moglie ma gioca la parte dell'infedele cercando in modo manifesto di conquistare la sfuggente Giovanna, esasperando la moglie e spingendola a uccidere la cameriera. Perché Enzo finge di tradire la moglie con Giovanna? E perché gli altri stanno al ruolo dato da Enzo, come se fossero a teatro e non interrompono questa crudele e falsa soap opera? > Ogni uomo é, sempre, un po' attore,. (...) ogni essere umano deve, qualche volta, per sentirsi vivo, potersi immaginare un po' . Questo romanzo ebbe un grande successo quando fu pubblicato nel 1970 e vinse il Premio Campiello di quell'anno. In realtà, la storia è noiosa e banale; specialmente se la leggiamo da un punto di vista psicologico: la qualità della narrativa è molta al di sotto di quella degli altri romanzi di Soldati. Restano le splendide descrizioni, cinematografiche nel dettaglio e nei colori. Un esempio. > Giovanna è piccola, magra, solida, bruna. Un viso strano, stretto: gli occhi scuri e ravvicinati, le labbra sottili e non dipinte: un viso dall'espressione chiusa immobile, insensibile, come di pietra. (...) Aveva un tailleur di velluto amaranto, di un'eleganza piuttosto volgare, e molto vistoso. (...) Si guardò a lungo rimirandosi, camminando avanti e indietro come una modella, tirandosi e lisciandosi la giacca del tailleur sulle natiche, voltandosi a guardare ancora al di sopra di una spalla. Perché non leggerlo? Dispiace dirlo: è noioso.

Mario SoldatiBompiani