Oliver Twist
L’ambiente è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata da una diffusa povertà, da una crescente criminalità e da una borghesia bigotta e spesso ostile ai più poveri. Oliver è un trovatello, che viene prima allevato in uno ospizio per poi essere affidato (o ceduto) a una famiglia per imparare un mestiere. Qui subisce notevoli angherie e quindi decide di fuggire per ritrovarsi poi in mano a un gruppo di delinquenti, che fanno capo ad un ebreo (Fagin), avido e crudele, e a un altro personaggio, violento e paranoico. Oliver deve imparare a rubare, ma, durante una rapina, rimane ferito e viene accolto da una famiglia, che lo cura e conosce quindi la bontà e la generosità della buona borghesia. Si succedono una serie di avventure e un intreccio di personaggi, per cui alla fine si scopre che Oliver è l’erede di una grande fortuna ed era stato rapito dall’ebreo per conto del fratellastro, che voleva impedire che Oliver potesse far valere i propri diritti. Tutto finisce in bene, in quanto i cattivi vengono puniti e Oliver può vivere felice con la sua nuova famiglia. A un certo punto del romanzo, Dickens ricorda come > sia costume sul palcoscenico in tutti i melodrammi sanguigni, di presentare scene comiche e scene drammatiche in un ritmo regolare. Tali cambiamenti appaiono assurdi: ma essi non sono così inusuali come sembrano a prima vista. Il passaggio nella vita reale da una tavola ben apparecchiata al letto di morte, e da abiti da lutto a vestiti da festa non sono di meno incredibili: soltanto, là, noi siamo protagonisti, invece di spettatori passivi e ciò fa una grande differenza . La vita è quindi una continua sorpresa e la storia di Oliver Twist vuole rappresentare la vicenda ottocentesca, dell’era del grande inurbamento, di un eroe. Solo che non c’è niente di fantastico o di avventuroso in ciò che racconta Dickens se non una serie di episodi spesso melensi, intrisi di un facile moralismo, che tende a separare nettamente il bene dal male. Nella prima parte del romanzo, quando si narrano le vicende del piccolo Oliver, ci sono ancora da parte dell’autore una sottile ironia sulla società inglese del suo tempo e una critica all’ipocrisia a un approccio verso la povertà, che nasconde, sotto unʼapparente carità e benevolenza, disprezzo e crudeltà. Molto efficace, da questo punto di vista, è la scena nella quale Oliver bambino, timido e impacciato, si presenta davanti al comitato dell’ospizio per essere valutato ai fini della sua destinazione nel futuro. I diversi personaggi del comitato vengono descritti da Dickens in modo magistrale ed emerge una chiara visione di una borghesia che vede la povertà come la predisposizione verso il male e la disgrazia. Nello stesso modo l’autore porta avanti una critica sociale all’utilizzo dei bambini come manodopera e al mancato rispetto delle loro esigenze, fisiche e intellettuali. Nella seconda parte del romanzo, si cade nel melodramma con una netta separazione tra il «mondo del bene» (la media borghesia gentry che vive di buoni sentimenti) e il «mondo del male», caratterizzato dai bassi fondi della società: l’avido ebreo, la giovane prostituta, che alla fine si redime, il violento e il fratellastro cattivo. Oliver stesso scompare dalla scena ed emerge come personaggio fondamentale Fagin, che trama continuamente alla ricerca della ricchezza e del possesso. Le scene migliori sono proprio quelle che riguardano il gruppo dei criminali e il loro muoversi per le strade di Londra: una città tenebrosa, sporca, in disfacimento e dove la gente vive in case senza finestre, diroccate e maleodoranti. La descrizione di Londra ricorda, per ricchezza ed efficacia espressiva, la poesia di D’Annunzio sulle città mostruose. L’inurbamento viene visto da Dickens come un declino della comunità verso un mondo disumano, a differenza della campagna dove si può vivere felice e sereni. Non per niente Oliver e i suoi amici abbandoneranno Londra per ritornare nei piccoli villaggi dell’Inghilterra agricola. Le vicende sono scontate, predomina eccessivamente un approccio moralistico, lo stile non è sempre fluido, poichè la costruzione della frase si presenta spesso complessa e ridondante: tutti questi elementi rendono il romanzo poco piacevole.
One of us e Home, sweet home
Si tratta di due brevi racconti, che, cosa usuale per Fante, hanno come ambiente la tipica famiglia italiana. Nel primo racconto, giunge un telegramma che annuncia la morte di un cugino, un ragazzo che era stato compagno di giochi di Mike, uno dei tanti fratelli della famiglia. Si sviluppa una scena molto divertente, nella quale, mentre la mamma piange per il dolore della sorella, che ha perso un figlio, i ragazzi si contendono il telegramma al punto di distruggerlo, aprendo, di conseguenza, la discussione su come è morto il cugino e quale sarà la data del funerale. La scena si sposta al funerale, al quale partecipano la mamma, Mike e suo fratello più piccolo, il narratore. Ciò che colpisce i ragazzi è che lo zio non piange la morte del figlio, mentre tutti i parenti, in particolare le donne, si scatenano in lamenti e grida. Mike, in particolare, ha paura di avvicinarsi allo zio, in quanto teme che per la sua somiglianza con il cugino morto, possa essere oggetto di astio. Ed è proprio la visione di Mike, di ciò che poteva essere anche suo figlio, che rompe la chiusura del lutto e spinge lo zio a piangere: > stavano seduti. Mike sorseggiava goloso un frappé, e zio Frank gli stava davanti, col viso nelle mani e grandi lacrime scivolavano dalle sue guance e cadevano sul tavolo, mentre guardava Mike e il suo frappé . Nel secondo racconto Jimmy ritorna a casa dei genitori, dal quale se ne era andato dopo una lite burrascosa con il padre. Si ripropone la scena di una classica famiglia italiana: la mamma ha preparato una buona cena con i dolci che piacciano a Jimmy e spera che tutto vada bene, senza liti e discussioni; il padre fa finta di aver dimenticato, è disoccupato e dopo la cena se ne va all’osteria come tutte le sere; i fratelli accolgono con entusiasmo il fratello maggiore, ma ripropongono poi la vita di tutti i giorni dalla quale Jimmy si sente ormai escluso. La conclusione non può che essere: > mi alzerò e butterò via la sigaretta, e avrò voglia di essere con lei (la fidanzata), non qui, in questa dannata insignificante città dimenticata da Dio . I racconti, soprattutto il primo, sono molto belli. Lo stile è quello tipico di Fante, elegante, dolce e scorrevole.
Open City
Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.
Oracle night
Il protagonista è uno scrittore che esce lentamente da una grave malattia. Nelle sue quotidiane passeggiate entra in una cartoleria, gestita da un cinese, e compra un quaderno. Comincia nuovamente a scrivere ma soprattutto prende avvio una sequenza di vicende, alcune realmente vissute, altre immaginate e risultato di illusioni. È magico il quaderno? Ha la facoltà di far vedere ciò di cui prima lo scrittore non si rendeva conto? Per esempio, la moglie del protagonista aspetta un bambino ma non sembra felice: ma il bambino è veramente suo figlio o il risultato di una relazione tra sua moglie e un vecchio amico di famiglia? La conclusione non è univoca perché la realtà è tutta unʼillusione ed è sempre difficile, se non impossibile, conoscere la verità. Come altri romanzi di questo autore, la lettura corre veloce, favorita da uno stile lineare ed elegante da un lato e da un linguaggio essenziale dallʼaltro, che non lascia spazio all’uso di parole difficili. Prevale però sempre un certo intellettualismo che rende il libro alla lunga pesante.
The Ottoman Cage: a novel of Istanbul
Un cadavere viene trovato in un vecchio edificio, tipicamente in legno, adiacente al Topkapi Museo, a Istanbul. È un ragazzo, tenuto rinchiuso per anni, sedato dallʼuso costante di droghe. Non è circonciso, così come lʼinquilino dellʼappartamento viene descritto dai vicini come un riservato signore armeno. Tutto fa pensare ad un delitto allʼinterno della comunità armena, ma > gli abitanti di Istanbul non sono conosciuti per la loro predilezione per le cose semplici . Inizia una difficile indagine. A condurla è lʼ ispettore Ikmen: un tipico turco moderno, laico, apparentemente di larghe vedute, ma di fatto fortemente legato alle tradizioni. Dedito al lavoro e alla frequentazione notturna dei bar, trascura la numerosa famiglia e la moglie malata. Malgrado il suo grave stato di salute, le ha affidato il padre, ormai sconvolto dalla demenza senile. Il coroner, e migliore amico di Ikmen, è un agiato medico armeno, mentre il principale collaboratore nella polizia è un ebreo. È un miscuglio di comunità, che riflette la storia di Istanbul, con la particolarità che gli armeni, per il genocidio del 1915, sono > in qualche modo un caso speciale, perfino rispetto alle altre comunità non turche . Questa particolarità si chiama sfiducia. Ci si può fidare di un armeno, anche se da anni amico e collega? Oppure, invece, è vero che il legame tra gli armeni è più forte dellʼamicizia e del ruolo istituzionale, che si ricopre? Accanto alle indagini, che si evolvono con scoperte inaspettate, il romanzo parla della cooperazione tra persone che appartengono a culture, storie e religioni differenti. Solo se la lealtà istituzionale fa premio sulla solidarietà di clan cʼè la garanzia che esista la libertà. Come dice Ikmen > noi che abbiamo scelto di servire la legge, la dobbiamo mettere per prima, davanti ai nostri sentimenti personali , perché fino a quando «ci sono uomini come noi gli»altri«non possono realmente prendere il controllo». È un noir ben costruito. Lʼautrice dipana con perizia gli indizi, anche se con uno ritmo narrativo privo di suspense, talvolta noioso. A latere della storia principale, si sviluppano le vicende personali dei diversi protagonisti. In particolare, il racconto si sofferma sulla figura di Ikmen. La sua indifferenza verso la moglie lo rende sinceramente antipatico, al di là della funzione emblematica, che sembra affidargli lʼautrice: quella della contraddizione della Turchia moderna tra occidente ed oriente. Lʼinclinazione a soffermarsi sulle perversioni sessuli e il finale banale e scontato compromettono la qualità di un romanzo, per altri aspetti di buona fattura. Perché leggerlo? È un buon noir.
Our man in Havana
Il romanzo è ambientato a Cuba nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Il protagonista, venditore di aspirapolvere (gli affari vanno male) e vedovo con una figlia quattordicenne, viene ingaggiato dallo spionaggio inglese come agente all’Avana. Attirato dai soldi, il protagonista crea una falsa rete di spie e si inventa una serie di informazioni, ovviamente totalmente false. A causa dell’importanza che assume la sua attività, Londra invia due agenti a sostegno, tra i quali Beatrice, della quale il protagonista si innamora. Il racconto si sviluppa intorno a questo tema paradossale, che ironizza sui sistemi di spionaggio. Anche quando verrà scoperto, al protagonista verrà offerto una posizione all’interno dell’organizzazione, in quanto non è possibile ammettere l’errore e comunque qualche cosa di vero può esserci comunque nelle informazioni fornite, anche se chiaramente false. Lo stesso Graham Greene ha inserito questo romanzo nella categoria «divertimenti» e questo giudizio ha senza dubbio influenzato i critici e i lettori nell’interpretazione del libro: una derisione del mondo dello spionaggio e un’accusa, anche se in forma di scherno, della sua tendenza a falsificare la realtà (tema molto attuale). In realtà , se si legge il romanzo al di fuori di questa chiave di lettura, emergono altri temi interpretativi: il mondo immaginario creato dal protagonista (una rete di spie e le false informazioni) mette in moto un meccanismo di vicende anche tragiche, che distrugge la serenità e i legami di amicizia che contraddistinguevano la vita del protagonista. Inoltre quest’ultimo si muove privilegiando i sentimenti familiari (dare alla figlia un futuro di prosperità) rispetto alle esigenze della politica e ai valori di fedeltà al proprio paese. Emerge la contraddizione tra i valori "veri«, costituiti dall’amicizia e dai legami familiari, rispetto a quelli»falsi > , rappresentati dal senso di appartenenza a entità astratte, quali la nazione e le ideologie. Nell’epilogo Beatrice, in realtà l’unico carattere veramente positivo del romanzo, spiega ai propri superiori che anche se lo avesse saputo non avrebbe fermato il protagonista, perché stava lavorando per qualche cosa di importante non per la convinzione di qualcuno su una guerra globale che potrebbe non capitare mai... e poi cosa significa il proprio paese: una bandiera che qualcheduno inventò duecento anni fa«. Il limite più significativo, che rende appropriata la definizione di»divertimento", sta proprio nella figura del protagonista, che non sembra rendersi conto di ciò che ha creato, subendo di fatto gli avvenimenti e lasciando che siano gli altri a creare e a risolvere i problemi. Si tratta di un atteggiamento passivo, che rende a certi tratti monotono e scontato il romanzo. Lo stile è molto efficace, molto legato ai dialoghi e con una struttura della frase con evidenti connotati cinematografici: l’inglese è quello classico.





