In "Age of Iron" di J.M. Coetzee (vedi la recensione in questo sito) un'anziana insegnante ha un tumore incurabile e chiede disperatamente alla figlia: <<lasciami andare da me stessa, (...) è un compito difficile, ma sto imparando>>. Nello stesso modo in questo romanzo "lei" sta per morire e per amore di "lui" intraprende un lungo viaggio per andare ad adottare un bambino in un orfanotrofio.<<Hanno viaggiato per giorni, (...) perché la loro destinazione era un luogo al limite del mondo>>. E' un non luogo, dove il buio e la luce non si alternano secondo il ritmo del giorno, ma ci sono sempre la notte, la neve e il gelo, e bisognerebbe attendere l'estate per vedere finalmente il sole. Ma loro non hanno tempo perché "lei" sta per morire. Al centro della vecchia città c'è un hotel, in cui pare concentrarsi tutta la vita. <<La città sembrava spopolata in modo inquietante; gran parte dei negozi erano deserti, le loro vetrine vuote o occupate da un desolato manichino svestito, che guardava fuori, al mondo gelido>>. E' un "luogo" sospeso nel nulla, come se fossimo già in un'altra dimensione, la Morte. "Lui" è stanco, << desiderava così tanto poter fare per lei, (...) ma niente che cercava di fare, o dare, pareva mai raggiungerla. Era come se "lei" vestisse una corazza che defletteva tutto il suo amore, un'armatura che la proteggeva da qualsiasi cosa che "lui" le dava>>. D'altra parte cosa le poteva dare, se non lasciarla andare? Deve smettere di sognare testardamente di poterla aiutare, di poter avere una vita insieme tramite l'adozione di un bambino. "Lui" cerca di abbracciarla, di sdraiarsi accanto per starle vicino, vorrebbe che andassero insieme a prendere il bambino, che "lei" lo cullasse fra le braccia, come qualsiasi madre amorosa. Invece, dinanzi alla Morte, è chiaro a "lei" quale sia stato veramente la loro relazione, di marito e moglie, di coppia solida e normale in apparenza. << Va ad avere un bambino con un'altra donna. E' ciò che avresti dovuto fare, (grida arrabbiata "lei"), hai sempre voluto un tuo bambino. Questo è l'unico motivo per cui mi scopavi. Per favore non dire queste cose (dice "lui" avvilito e testardo), noi siamo...siamo sempre stati gentili l'uno all'altro. Non possiamo almeno tenerci questo. "Lei" si volse verso di "lui". Esatto! gridò. Gentilezza. Come la odio! Non volevo la gentilezza. Soprattutto non da te. (...) Amore! disse la donna. Volevo l'amore!>>. Nella hall del misterioso hotel una pianista suona musiche intrise di malinconia. E' un angelo? <<Siamo tutti (dice la donna) cercando l'amore. (...) Come quei piccoli animali che scavano un tunnel e ciechi spingono sé stessi per la gelida e umida terra, sperando di trovare la radice di qualcosa da mangiare. Non siamo meglio che questo>>. Non dobbiamo che continuare a vivere, sapendo che in fondo non c'è che la Morte, ossia il Nulla.
La narrazione è costruita su un impianto psicologico, con un approccio prevalentemente dialogico come se il contesto fosse veramente "un luogo". E' inutile soffermarsi troppo sulla relazione tra "lui" e "lei", anche perché poco o nulla sappiamo della loro storia prima dell'arrivo nella strana e fredda città. Ed infatti i protagonisti non hanno un nome, ma sono indicati solo dal pronome personale. Anzi, l'analisi del rapporto di coppia, così come le vicende ai margini della storia (si pensi al fugace rapporto omosessuale di "lui" con un cinico uomo d'affari) sono elementi che disperdono l'attenzione sul tema fondamentale del romanzo: il ciclo eterno della Morte e della Vita. Come dice il poeta, " Morire sarebbe dolce darti/la vita. Dartela. (...) L'azzurro sale, /il cielo di te, nelle mie ossa. /Ecco l'azzurro. /Due, siete stati, diverrete, diverrò./Ecco l'azzurro. /Darvi la vita, darmi la vita. /Dillo". (Mario Benedetti, "Materiali di un'identità" 2010). Solo a tratti l'autore riesce a creare l'atmosfera di attesa che pare permeare l'intero racconto, o almeno dovrebbe secondo me, forse troppo influenzato dalla recente lettura di "Melanconia della resistenza" di Làsziò Krasznahorkai (si veda la recensione in questo sito). E' come se l'autore si fosse lasciato suggestionare da autori di successo, che amano scavare nei rapporti di coppia, come Andre Dubois (si veda la recensione di "Dirty Love" in questo sito). Il risultato è stato un continuo oscillare tra una dimensione metafisica, e quindi universale, e un'analisi introspettiva, spesso prolissa e ripetitiva, con effetti negativi sulla qualità complessiva del romanzo.
Perché leggerlo? Il romanzo ha un grande pregio: la qualità della scrittura.